Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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08/02/2025

La libertà, l’Italia e chissà qual destino disperato: Pasolini, Porzûs, l’imprudenza

di Luca Baiada

Anno 1926. Ci sono già le «leggi fascistissime», la dittatura è salda. Il 31 ottobre, per strada a Bologna, si attenta alla vita di Mussolini, con una pistola. Anteo Zamboni è catturato, i fascisti lo linciano immediatamente. A fermare Zamboni, dopo lo sparo, è un ufficiale di cavalleria; il suo nome di battesimo parla di nazionalismo e monarchia: si chiama Carlo Alberto Pasolini. È sposato, ha un figlio di quattro anni e uno di un anno. Anteo Zamboni, invece, è un quindicenne. Questo ragazzino paga il suo amore per la libertà, e forse l’esser stato coinvolto in qualcosa di più grande di lui.

Il secondogenito di Carlo Alberto l’ufficiale, Guido, con l’occupazione dell’Italia nel 1943, già a settembre cercherà di rubare armi ai tedeschi; entrerà nella Resistenza, diventerà comunista e poi azionista. Si arruolerà in una brigata Osoppo e combatterà con una tenacia sorprendente.

Febbraio 1945, ottant’anni fa. A Porzûs, in Friuli, Guido Pasolini e altri partigiani della Osoppo sono assassinati da partigiani comunisti, in una vicenda scottante. La sua morte è la più convulsa: ferito, fuggiasco, accolto e rifocillato, poi ritrovato e catturato, infine crivellato e sepolto nella tomba che è stato costretto a scavarsi.

Il primogenito di Carlo Alberto, invece, Pier Paolo, sarà arruolato ma poi riuscirà a sottrarsi alla Rsi. Restando disertore, non parteciperà alla Resistenza e si dedicherà soprattutto allo studio e alla scrittura. Nel 1945, saputo della morte del fratello, aderirà al Partito d’azione. In seguito si iscriverà al Pci, che lo allontanerà quando il suo orientamento sessuale diventerà di dominio pubblico. Continuerà a dirsi marxista e a mantenere un rapporto contraddittorio con la sinistra e con la religione.

1975, cinquant’anni fa, ma a novembre. Pier Paolo cade in una trappola: percosso, bastonato, infine sopraffatto, tramortito e schiacciato sotto la sua automobile sino a fargli scoppiare il cuore. Le letture più odiose vedranno una zuffa tra un pervertito e un prostituto, quelle più comode un incidente in una vita agitata. Le interpretazioni più avanzate riusciranno a capire qualcosa, più per metodo obliquo che per altro – il forte «io so» pasoliniano entrerà nel discorso politico e culturale. Acuto, Antonio Tabucchi, quando ricorda che quel sapere ha precedenti antichi, fra cui un frammento di Anassimandro, e nota: «Questo “sapere” di Pasolini non appartiene dunque alla logica di Wittgenstein, ma a una conoscenza congetturale e creativa»[1].

La necessità di eliminare un intellettuale in presa diretta sulla realtà, nel 1975, porterà a un delitto. Si vorrà far tacere una voce scomoda e dare un segnale al mondo della cultura, allora decisamente a sinistra. Quasi tutti ubbidiranno, e solo dopo si comincerà a cercare la verità, collegandola anche al romanzo che la vittima non ha fatto in tempo a pubblicare. L’uomo di cui Pasolini stava scrivendo in Petrolio, l’uomo che si stava impadronendo del paese, estendendosi senza alzarsi, è Eugenio Cefis, già partigiano conservatore durante la Resistenza, poi vissuto in Italia e all’estero.

Le morti dei due Pasolini sono agli estremi. Una è ai margini d’Italia, sul confine, aggrappata ai monti insieme alle malghe. L’altra è al centro di tutto, in un crocevia storico, umano, estetico, fra le pieghe disadorne di un luogo incantato: alla foce del Tevere, negli anni Settanta ridotta a confusa edilizia e polverose baracche. Quella foce è da sempre magnetica; «dove l’acqua di Tevero s’insala»: là, secondo Dante, si adunano le anime per raggiungere il Purgatorio traghettate da un angelo.

Poliedrico, il nesso tra fatti e cultura. Franco e pulito, quello di Guido, che parte per la Resistenza portando con sé un libro di Montale con una pistola dentro. In certi momenti, l’unica cosa seria da fare con un libro è ritagliarsi fra le pagine uno spazio per qualcos’altro.

Raffinato e pericoloso, quello di Pier Paolo, che dal mondo contadino e dialettale arriva al realismo narrativo e cinematografico, poi attinge a una creatività vulcanica, lisergica e materialista, denunciando la violenza consumistica, industriale, ma anche politica e stragista. Il cortocircuito pasoliniano passa attraverso lo sviluppo e l’estrattivismo, ma anche attraverso il sangue che scorre sotto il lavoro intellettuale, perché Cefis all’Eni assume il potere di Enrico Mattei, anche lui proveniente dalla Resistenza e assassinato nel 1962, e perché al film sulla morte, Il caso Mattei di Francesco Rosi, lavora per gli approfondimenti il giornalista Mauro De Mauro, ex fascista repubblichino, che durante la realizzazione cinematografica è a sua volta eliminato, nel 1970.

Si potrebbe continuare, in questo cortocircuito, perché fra le spiegazioni correnti del delitto Pasolini del 1975 – si vorrebbe farne la sola causa – c’è il furto delle pellicole di Salò, un film sul fascismo nell’Italia sotto occupazione tedesca; e la pagina storica della Rsi è una fogna di doppiogiochismi, sadismi, putredine mentale, falsa coscienza. E si potrebbe continuare ancora, perché non solo De Mauro è stato repubblichino nella Roma occupata, persino durante le Fosse Ardeatine, ma suo fratello Tullio è fra i massimi linguisti italiani. In questa storia inchiostro e sangue non vogliono né separarsi né fondersi, proseguono come correnti di fiumi, con colori diversi ma direzione comune, sino a un mare nebbioso dove navigare non è permesso; perciò è un dovere avventurarsi, in quelle acque, se si ama la libertà. Si spalanca proprio sul mare, la foce del Tevere, luogo da cui si salpa per sanare le piaghe o farne stigmate.

Solcare acque oscure serve a capire le sorgenti, perché nel fascismo, e poi nei doppiogiochismi fra il 1943 e il 1945, è l’origine di tanta parte della storia italiana. In quel magma hanno radici Cefis e Gelli, la partita futura sull’Eni e la P2, mentre Andreotti è in Vaticano e Mattei è con la Resistenza al Nord. Fili intrecciati, correnti profonde.

Poliedrico anche il rapporto fra coscienza e storia. Pasolini, in La resistenza e la sua luce, edita nel 1961, insieme alla morte di Guido scolpisce la lotta di Liberazione:

Venne il giorno della morte

e della libertà, il mondo martoriato

si riconobbe nuovo nella luce...

Quella luce era speranza di giustizia:

non sapevo quale: la Giustizia.

La luce è sempre uguale ad altra luce.

Poi variò: da luce diventò incerta alba,

un’alba che cresceva, si allargava

sopra i campi friulani, sulle rogge.

Illuminava i braccianti che lottavano.

Così l’alba nascente fu una luce

fuori dall’eternità dello stile…

Nella storia la giustizia fu coscienza

d’una umana divisione di ricchezza,

e la speranza ebbe nuova luce[2].

Sono versi che pubblica. Ma prima, a maggio 1945, già consapevole della morte di Guido, scrive per sé un testo in seconda persona rivolto al fratello:

Gloriosa morte perché voluta da te stesso, in nome di un’idea qualunque (bella, tuttavia: la libertà) e ti sei sacrificato col gratuito entusiasmo dei diciannove anni; è stata la sorte del tuo corpo entusiasta che ti ha ucciso; non potevi sopravvivere al tuo entusiasmo. […] Se io paragono la mia imprudenza nello scrivere versi di quell’età, con la tua, vedo che sono la stessa cosa[3].

Guido ha voluto morire, Pier Paolo ha la stessa imprudenza: l’emulazione è già cominciata.

Sempre in privato, in una lettera a Luciano Serra del 21 agosto 1945, Pasolini scrive che il secondogenito gli ha insegnato la strada. Così, la morte è diventata attingibile:

Guido non ha fatto altro che precedermi generosamente di pochi anni in quel nulla verso il quale io mi avvio. E che ora mi è così famigliare; la terribile oscura lontananza o disumanità della morte mi si è così schiarita da quando Guido vi è entrato. Quell’infinito, quel nulla, quell’assoluto contrario ora hanno un aspetto domestico; c’è Guido, mio fratello, capisci, che è stato per vent’anni sempre vicino a me, a dormire nella stessa stanza, a mangiare nella stessa tavola. Non è dunque così innaturale entrare in quella dimensione così a noi inconcepibile. E Guido è stato così buono così generoso da dimostrarmelo, sacrificandosi pel suo fratello maggiore, forse a cui voleva troppo bene, a cui credeva troppo. Per questo posso dirti, Luciano, ch’egli si è scelto la morte, l’ha voluta; e fin dal primo giorno della nostra schiavitù[4].

L’inconcepibile ha preso qualcosa di vicino. Per questo, forse, Guido nel 1954 diventa visibile, quando il poeta si imbatte in un raduno del Msi, a Roma, e scrive Comizio:

Per la prima volta, dall’inverno

in cui la sua ventura fu appresa,

e mai creduta, mio fratello mi sorride,

mi è vicino. Ha dolorosa e accesa,

nel sorriso, la luce con cui vide,

oscuro partigiano, non ventenne

ancora, come era da decidere

con vera dignità, con furia indenne

d’odio, la nuova nostra storia: e un’ombra,

in quei poveri occhi, umiliante e solenne…

Egli chiede pietà, con quel suo modesto,

tremendo sguardo, non per il suo destino,

ma per il nostro... Ed è lui, il troppo onesto,

il troppo puro, che deve andare a capo chino?[5].

Ora che, nel 2025, a ottant’anni dalla Liberazione, c’è «un tempo morto che torna / inaspettato, odioso», ricordiamo cosa scrive Pasolini, nella stessa poesia, a proposito della fiamma tricolore del Msi sulle loro usurpate bandiere: «Arista / o tetro vegetale guizza cerea / nel mezzo la fiammella fascista»[6].

Però. Mentre scrive a Serra nel 1945, Pier Paolo ha ventitré anni e Guido è morto da pochi mesi. C’è da chiedersi se molti anni dopo – è stato scritto che Pasolini, come altri poeti, ha progettato la sua fine, l’ha costruita – la ricerca instancabile della verità, la più scomoda e indicibile, sull’Italia del dopoguerra e sui compromessi del centrosinistra, sui suoi enigmi, sui tessuti di potere, sulle trame affaristiche e neofasciste, con sottili connivenze, serva a Pier Paolo per prendere lo slancio verso quella dimensione inconcepibile. C’è da chiedersi se proprio lui metta in mano agli assassini ciò che gli permette di colmare la mancata partecipazione alla Resistenza, di riscattare l’essersi appartato mentre si sparava e si moriva, di essere pari a Guido nella fine eroica. La fine accettata allora da Guido, tornato a Porzûs benché avvertito del pericolo, perché, come scrive Pasolini nel 1945:

La libertà, l’Italia

e sa Dio qual destino disperato

ti volevano,

dopo tanto vivere e patire,

in questo silenzio[7].

Per rifletterci sarebbe utile Il Vangelo secondo Gesù di Saramago, romanzo eretico, percorso dal senso di colpa del figlio di Maria e Giuseppe, scampato alla strage degli innocenti. Erode, cioè la ragion di Stato abbarbicata al potere, non fabbrica solo cadaveri, ma anche superstiti carichi di scrupoli. Saramago: «Viene da lontano e promette di non aver fine la guerra tra padri e figli, l’eredità delle colpe, il rifiuto del sangue, il sacrificio dell’innocenza»[8]. Sono ombre che i poeti afferrano al volo, come si impugnano fiori spinosi, magari per metterli sulla propria tomba.

Se è così. La morte di Pasolini, come quella del fratello, è voluta «fin dal primo giorno», perché prima di quel novembre 1975, dall’adolescenza e dalla giovinezza, contro Pier Paolo è pronta una schiavitù fatta di conformismo, di cristianesimo prostituito nelle sacrestie, di marxismo reso miope dalle burocrazie, di Costituzione prigioniera del centrismo, di modernità immersa nello sviluppismo corrotto, nel consumismo, nella devastazione del linguaggio, nella dispersione delle culture popolari, nel massacro del paesaggio e del territorio.

Comunque. Questa storia è un sunto urticante del Novecento italiano. Nel 1926 un padre rispettabile contribuisce – involontariamente, voglio pensare, ma di fatto – al linciaggio di un ragazzino. Vent’anni dopo, partigiani comunisti uccidono il suo secondogenito, inizialmente comunista e poi convinto azionista. Carlo Alberto consumerà gli anni che gli restano, lasciando una vedova e un figlio dalla sessualità difficile da accettare. Nel 1975 anche il primogenito, che è stato prima azionista e poi comunista critico, sarà ucciso, e anche stavolta non saranno i fascisti, o almeno il mandante non sarà di quelli dichiarati. Poche cose esprimono così il suicidio di una certa Italia, in un arco di tempo che comincia nel 1926 con un assassinio nella disciplinata città dei glossatori, e che nel 1975, con un assassinio nell’agglomerato abusivo di Ostia, finisce.

Accostandomi a questo mi domando perché, malgrado la vicenda possa essere sia un buon boccone per il revisionismo fascista, sia un terreno per il lavoro culturale di sinistra, entrambi si tengano alla larga da un sunto, da uno sguardo ampio. Meglio congetture sul delitto del 1975, controversie su Porzûs, rare occhiate all’attentato Zamboni, senza saldare insieme la storia. Se ci si chiede perché, già si comincia a capire.

Note

[1] Antonio Tabucchi, La gastrite di Platone, Sellerio, Palermo 1998, pp. 31-32.

[2] Pier Paolo Pasolini, Bestemmia. Tutte le poesie, Garzanti, Milano 1993, tomo primo, pp. 472-473; in questa citazione e in seguito i puntini sono nell’originale.

[3] Andrea Zannini, L’altro Pasolini. Guido, Pier Paolo, Porzûs e i turchi, Marsilio, Venezia 2022, pp. 88-89.

[4] Pier Paolo Pasolini, Lettere agli amici (1941-1945). Con un’appendice di scritti giovanili, a cura di Luciano Serra, Ugo Guanda Editore, 1976, pp. 44-45.

[5] Pier Paolo Pasolini, Le ceneri di Gramsci, Garzanti, Milano 2021, pp. 30-31.

[6] Ivi, p. 27.

[7] Còrus in muart de Guido, XXV, in «Il Stroligut», agosto 1945, n. 1, pp. 3-4. Nell’originale: «La libertat, l’Italia / e qissà diu cual distin disperat / a ti volevin / dopu tant vivut e patit / ta qistu silensiu».

[8] José Saramago, Evangehlo segundo Jesus Cristo, trad. Il Vangelo secondo Gesù, Bompiani, Milano 1993, p. 58.

Fonte

29/03/2016

Pasolini, la solitudine fra i senza pietà

Dalla seconda macchina, Giulietta anch'essa, per frantumare il soffio vitale del corpo tramortito di Pasolini, fase tragica e terminale d’un pestaggio attuato sembrerebbe più per punirlo che per assassinarlo, la macchinazione ritessuta dall’omonimo film di Davide Grieco introduce questa variante al mistero meno misterioso fra le regìe occulte della storia d’Italia. Il Pasolini che doveva morire era già stato narrato sul grande schermo da Marco Tullio Giordana (Pasolini, un delitto italiano), le due pellicole danno corpo a quei sospetti rincorsi da qualche giornalista dell’epoca (Furio Colombo) e taciuti dalla maggioranza dei media e soprattutto da chi era preposto alle indagini (poliziotti e magistrati). Certo, teorie senza prove certe. Tranne le confessioni indotte e, nell’ipotesi di Grieco, recitate seppur maldestramente da quel bugiardo naturale che è Pino Pelosi, omicida o capro espiatorio dietro il quale s’è annidato il complotto, piccolo o grande che fosse, per eliminare un personaggio ingombrante per i Palazzi del potere. Un sistema che il regista-poeta attaccava nel triennio 1972-75 dalle stesse pagine del Corriere della Sera, messegli a disposizione da quel direttore naif e ‘fuori controllo’ quale fu Piero Ottone.

Invece talune prove, come il sangue che imbrattava il tettuccio della Giulietta di Pasolini che probabilmente non era solo suo né tantomeno di Pelosi, si sa che vennero trascurate per giorni e lavate dalla pioggia senza che si effettuassero gli accertamenti del caso. E pure nell’area del delitto, dove orme, tracce, cicche di sigarette fumate e forse altro finirono calpestate e cancellate da centinaia di suole di chi accorreva sullo sterrato dell’Idroscalo dove la mattina del 2 novembre veniva rinvenuto il cadavere straziato. Sappiamo anche che la teoria del complotto è stata a lungo osteggiata da alcuni parenti e amici del poeta. A cominciare dal cugino Naldini e dal critico Vigorelli, entrambi omosessuali, che puntavano il dito contro la deriva, a loro dire, sodomasochista intrapresa da Pier Paolo con incontri casuali ad alto rischio che potevano scivolare in notti brave e avventure violente. Rimproverandogli tutto ciò, alcuni parenti e conoscenti hanno opposto dubbi alla ricostruzione politica del delitto. Che, comunque, resta, soprattutto per l’intreccio della vicenda Cefis-P1 e P2, ricomposte come un puzzle nel frammentato e pur letterario Petrolio. Sull’enigmatico tema riportiamo una riflessione scritta tempo addietro di cui, pur fra manipolazioni e depistaggi, posteri abbiamo potuto constatare la veridicità.

Interessanti due spunti offerti dal lavoro di Grieco, che risaltano nella scena dell’intervista concessa a un ritardatario, ma meditativo giornalista francese. La solitudine finale in cui il poeta versa per carattere, scelte, condizioni oggettive ormai cadenzate dalle riflessioni taglienti su politica, società, sistema, spesso trasformate in invettive anti ortodosse, corsare e luterane. Considerazioni controcorrente, scomodissime per il potere e quella sinistra alla quale rivendicava con orgoglio d’appartenere, ma che lo considerava un corpo estraneo, anche per ragioni di buoncostume e opportunità. Attorno ha pochissime presenze, nessun politico, pochi editori, che secondo i casi lo blandiscono e respingono, la lucida rudezza e l’assenza di diplomazia lo isolano fra gli stessi intellettuali. Così Pasolini diventa un bersaglio facile per chi ripaga con l’odio ideologico il suo disprezzo culturale. I nemici-assassini possono utilizzare il filo del sesso che lo lega all’ambiente praticamente scomparso del sottoproletariato. Ragazzi di vitaccia, più che di vita, soggetti senz’anima diversi da quelli conosciuti vent’anni prima in una città feroce, ma allegra e passionale. Chi li rimpiazza negli anfratti della vendita dei corpi che il poeta non ha mai smesso di frequentare, combattuto fra un iperrealismo quasi distruttivo e un mai sepolto sentimentalismo, paiono cinici alieni. Incapaci di respingere qualsiasi manipolazione di chi per interessi consumistici, ideologia, voglia di dominio può trasformarli in assassini, consapevoli o meno. Individui senza pietà in una società spietata.

Fonte

04/11/2015

Su "Enigma Pasolini", di Angela Molteni

Il brano costituisce la prefazione all'e-book (2009) che può essere scaricato gratuitamente cliccando QUI.

Se, come chiosano Lo Bianco e Rizza, il cuore del pasoliniano “Petrolio” sta tutto “nella denuncia della ramificazione criminale del potere economico in Italia” (“Profondo nero” pag. 254) va ricordato come quel modo d’incarnarlo perpetuava ed esasperava vizi e illegalità del sistema fatte proprie anche da Enrico Mattei, il Bonocore del canovaccio pasoliniano. Quest’uomo sparigliando equilibri economici nazionali e internazionali finì vittima di strutture di dominio più solide di quelle che stava costruendo per l’Eni e per sé, strutture che non digerivano affatto la sua lesa maestà.

Ma Mattei era assetato di potere personale? Pare lo fosse, alla stregua di chiunque prenda alloggio nelle stanze dei bottoni. Fresco di conflitto mondiale e operazioni di partigianato, Mattei non disdegnava i colpi di mano e iniziò a usare ogni strumento per conseguire i propri fini. Fu dipinto come ribelle e autoritario, certamente fu un uomo acuto e scaltro nel ritagliarsi un ruolo e imporre nuove regole ai padroni mondiali dell’oro nero.

Se non riuscì a proseguire l’uso spregiudicato del potere, che lo faceva gran corruttore della politica utilizzando i partiti che “si pagano come le corse dei taxi”, probabilmente fu solo perché il suo aereo venne trasformato nella ‘palla di fuoco’ apparsa nel cielo di Bascapè nell’ottobre del 1962. Incidente così descritto da un unico testimone che presto con denaro sonante venne dissuaso dal riconfermare quella versione. Dava fastidio l’ingegner Mattei e venne eliminato, tanto che molti anni dopo Amintore Fanfani, che d’autoritarismo e doppiogiochismo se ne intendeva, ammise come quell’attentato poteva considerarsi il primo gesto terroristico del Belpaese.

L’autoritarismo fatto sistema di potere soffoca presto i begl’ideali della Liberazione che riscattano gli anni della dittatura fascista. E poi c’erano partigiani e partigiani, il Johnny di Fenoglio pur badogliano era ben altra cosa da Pacciardi e Cefis. Per decenni, fra Guerra Fredda e lavori sporchi di strutture quali Gladio che supportano ingerenze statunitensi, la vita politica italiana viaggia sul terreno della “legalità illegale”. Uomini come il Cefis-Troya romanzato in “Petrolio” incarnano un volto di quei progetti che all’inizio degli anni Settanta sostituiscono i tentativi di golpe palese, alla greca con militari e carri armati, con un più morbido golpe bianco che, dopo aver creato i presupposti per un totale controllo dell’economia, asserviva l’informazione. La coppia Scalfari e Turani nel libro-dossier del 1974 “Razza padrona”, una delle rare inchieste giornalistiche di denuncia, ne narra le conseguenze. Qui riportiamo solo qualche passo invitando chi ci legge ad approcciare l’intero libro.
“C’era perfetta intesa fra Fanfani e Cefis. Il quale ultimo, di suo, ci aggiungeva il fatto che, avendo ormai puntato tutte le carte del suo gioco su una Montedison privata e “privatistica” aspirava a riprendere quella tradizionale leadership dell’imprenditorato che il gruppo di Foro Bonaparte aveva avuto in tutto il periodo tra il 1946 e il 1963. Qualora l’operazione fosse riuscita, i vantaggi politici per Cefis sarebbero stati notevolissimi…” (pag. 422).

“In quelle condizioni, mentre tutti gli imprenditori sia pubblici che privati tiravano i remi in barca e cercavano di diminuire gli impegni (nel frattempo la Banca d’Italia aveva contingentato il credito e imposto regole di crescente austerità bancaria), la Montedison produsse una di quelle operazioni-lampo per le quali Cefis rimane un insuperato campione: nel giro di pochi mesi, anzi di poche settimane, profittando della generale incertezza s’impadronì della stampa italiana. I modi coi quali l’operazione fu condotta sono degni d’essere ricordati. La passività delle forze politiche, anzi la generale connivenza, testimoniano, se mai ce ne fosse stato bisogno, del grado di decomposizione cui era arrivato il sistema...” (pag. 434).

“Con l’acquisto del “Corriere della sera” il piano di conquista della stampa si conclude. Nel frattempo infatti la Montedison era anche entrata in possesso, coi consueti prestanome in questo caso domiciliati all’estero, della maggioranza azionaria del quotidiano parafascista “Il Tempo”… A questo punto il quadro della scuderia giornalistica del presidente della Montedison è il seguente. A Torino la “Gazzetta del Popolo” dopo essere servita a spaventare Agnelli, è stata abbandonata e non si sa che fine farà. A Milano il “Corriere” è al 100 per cento di proprietà di Rizzoli il quale l’ha comprato utilizzando un finanziamento senza interesse fornitogli dalle banche della Montedison… A Milano, tramite Caprotti, la Montedison controlla il “Tempo illustrato”. Sempre la Montedison controlla “Il Giornale”… La situazione di Roma è stata già descritta. I due grossi quotidiani di Bologna (“Resto del Carlino”) e di Firenze (“La Nazione”) sono di proprietà di Attilio Monti e con essi il “Giornale d’Italia” di Roma. Anche di Monti sono noti gli intimi legami con Foro Bonaparte...” (pag. 452).
In quella fase a sinistra, mentre il riformismo d’impronta socialista è ormai annacquato da oltre un decennio di governo e sottogoverno, il disegno riformista del Pci viene piegato alle improduttive alchimie del compromesso storico, e tramonta l’irreale sogno “rivoluzionario” dei gruppi extraparlamentari e di quelli armati. Ciò che resta negli anni Ottanta e Novanta punterà a spartire fette di potere locale e nazionale o riproporre avvilenti autoreferenzialità.

Pasolini, finché è lasciato in vita, racconta e denuncia tali fenomeni. È costretto a prendere atto delle trasformazioni antropologiche degli italiani, delle belle bandiere lasciate cadere, della evaporazione di quella ruralità trovata vent’anni prima nelle borgate romane. Ormai gli amati sottoproletari sono diventati biechi strumenti dell’omologazione che compera corpi e anime. Senza ideologia né passione ogni cosa tende a diventare eguale, si rincorre individualisticamente l’arricchimento, qualche ex ragazzo di vita di Donna Olimpia finisce a far gruppo con gli egoismi criminali della banda della Magliana funzionali solo al sistema. Le disillusioni del poeta sono squillanti proprio in alcuni passi di “Petrolio” sui “miseri cittadini presi nell’orbita dell’angoscia...” (pag. 501) eguali al qualunquismo merceologico che ha amalgamato l’universo giovanile narcotizzato da modelli preconfezionati.

Quanto l’edonismo fine a se stesso sia una conseguenza di quello che è stato uno sviluppo malato, portatore non d’un progresso sostenuto da valori, ma d’una folle corsa consumistica divenuta identità sociale, è da tempo sotto gli occhi di tutti. L’enorme diffusione del parassitismo e del clientelismo cresciuti a dismisura, diventano il frutto degenere di trasformazioni forzate in un’economia vissuta non come naturale passaggio dal sistema rurale a quello industriale bensì come squilibrata imposizione che abbandona a sé la campagna per sostenere un boom industriale dal fiato corto. Boom che si consuma in tempo breve per annullarsi (e annullare le capacità produttive del Paese) a vantaggio d’un terziario mellifluo, inefficiente e dedito a sprechi. Scrivono ancora Scalfari e Turani in “Razza padrona”: “… i gruppi parassitari, gli impieghi improduttivi del reddito, le rendite, lo stato inefficiente e ladro, la classe politica incolta e provinciale” (pag. 415).

Nei famosi articoli su un “Corriere della sera” non ancora cefisizzato – che il borghese illuminato Ottone gli pubblica e continua ad accettare anche quando le mani della Montedison finiscono su via Solforino – Pasolini attacca il Palazzo degli intrighi e delle ipocrisie in cui alloggiano potentati cattolici e laici, alleati palesi (i liberali di Malagodi e i socialisti di De Martino) oppure occulti come i missini di Nencioni. E ancora il Vaticano affarista di Marcinkus e gli uomini di Cosa Nostra dentro e fuori partiti e Istituzioni. Mentre la maggioranza dei “cervelli” intellettuali italici, banchettando su quei deschi, assiste silenziosa o canta le lodi del sistema.

Nelle stragi grandi e piccine con cui si governa, che vengono commissionate ai manovali del crimine politici e non, ci possono stare anche esecuzioni affidate a inaffidabili. L’"anarchico" Bertoli, bombarolo alla Questura di Milano, è un omicida arruffone più che un agente dei Servizi. In tanti casi il Palazzo non è così ineffabile come ama apparire. Perciò non c’è da meravigliarsi se i massacratori di Pasolini siano balordi di periferia come i conoscenti di Pelosi. I fratelli Borsellino, frequentatori d’una marginale sede missina nei pressi di Casalbruciato, sono fascisti di poco conto se paragonati a Giuseppucci e Abbruciati prossimi al giro degli stragisti Fioravanti e Carminati. Se i killer furono scelti fra costoro senza che si utilizzassero armi, tutto ciò aveva lo scopo di rendere verosimile l’omicidio fra omosessuali. Se invece si trattò di una sorta di Armata Brancaleone fuori dal set, lo potrebbe affermare soltanto Pelosi che da gran bugiardo sicuramente trascinerà l’informazione nella tomba.

È comunque un particolare secondario per lo sviluppo degli eventi perché della tragica fine del poeta interessa conoscere più i mandanti degli esecutori. E concentrarsi sulle ragioni d’un delitto preparato da tempo dalla campagna d’odio che – come sottolinea nelle sue recenti riflessioni Angela Molteni, curatrice di quel pozzo di note pasoliniane che è Pasolini.net – “si manifestava in molti ambienti e non solo da parte dei fascisti”.

Una campagna che riuniva perbenismo clerico-fascista e radical-chic anche di vedute “progressiste” e che fece comprendere alle menti assassine come ormai l’intellettuale fosse isolato. E detestato da diversi notabili e da taluna intellighenzia del Pci. Il partito nel quale ancora si riconosceva. Accuse come quella rivoltagli da Maurizio Ferrara sulla presunta arte “estetizzante” nascondevano ben altri rancori per le denunce della fase corsara con cui infliggeva “a fondo” molto più ficcanti del lirismo critico de Alla bandiera rossa” (…Chi conosceva appena il tuo colore, bandiera rossa, sta per non conoscerti più, neanche coi sensi: tu che già vanti tante glorie borghesi e operaie, ridiventa straccio, e il più bravo ti sventoli).

Neppure certa extra sinistra amava Pasolini, forse perché era stato il cantore dell’ambiguo sottoproletariato anziché dell’operaio-massa e questo lo rendeva “disorganico” ai crismi del vetero marxismo-leninismo.

La sinistra rimase sgomenta per l’orrendo scempio dell’Idroscalo ma da tempo aveva lasciato solo il poeta a condurre battaglie contro un sistema che lui decriptava secondo codici “corsari” – una di queste è appunto l’individuazione del Nuovo fascismo ch’era un tutt’uno con l’antifascismo – tesi incomprensibile al manicheismo dell’ortodossia politica. Così nel tempo si è consumata la “mummificazione” di Pasolini di cui parla sempre la Molteni ed è apparso il “santino” conosciuto nelle celebrazioni del trentennale della morte che è stato riproposto da qualche dirigente ex comunista, ormai non più giovane comunista, di cui Pasolini aveva sponsorizzato l’esordio politico.

La puntuale denuncia psichica, culturale, di costume sull’uso coercitivo del sesso nei rapporti di potere, che si esalta nelle condizioni d’oppressione e mancanza di libertà, è stata colta solo parzialmente quale metafora e denuncia della realtà. Molti la leggevano unicamente come l’ossessione del diverso la cui sessualità è turbata dalla condizione impostagli fra l’altro dal ruolo di uomo pubblico. Per tacere dell’imprintig cattolico della sua formazione. Su questa corda le polemiche di Nello Ajello attorno a “… l’immenso repertorio di sconcezze...” presenti in “Petrolio”, cui mirabilmente rispondeva il De Melis, seguivano quelle sul più osteggiato dei film pasoliniani “Salò o le 120 giornate di Sodoma”, contestato anche a sinistra dal conformismo bacchettone e sessuofobico.

L’ambientamento storico della trama nel triste periodo della Repubblica Sociale è una metafora della società oppressiva e funge da diretto trait-d’union col mondo contemporaneo dove la familiarità con violenza e sopraffazione rende complici vittime e carnefici. L’identificazione del sesso come rapporto di potere diventa gesto meccanico e parabola di morte. E quel palcoscenico che riflette la faccia d’una società sconvolta e oppressiva ne costituisce una lucidissima ricostruzione.

Nell’imbarbarimento dei valori civili che l’Italia edonistica divulgava creando il substrato del qualunquismo ebete e fascistoide che ora ci affligge, la pratica della violenza legata al sesso, di cui lo stesso omicidio dell’intellettuale avrebbe dovuto mostrare il tragico epilogo, segnava all’epoca altri episodi inquietanti. Sono gli stupri politici rivolti ad artisti militanti come Franca Rame e semplici ragazze alla maniera di Rosaria Lopez e Donatella Colasanti. Seviziate da fascisti, ispirati nel primo caso da militari di apparati dello Stato (la Divisione Pastrengo del generale Dalla Chiesa), nel secondo aiutati dalle conoscenze di famiglie della Roma bene che offrono protezione ai rampolli dopo i misfatti. Quelle violenze avevano il valore simbolico di infliggere alle donne in tumulto contro il maschilismo del sistema, oltre alla punizione, una sorta di freno per l’alzata di testa e la voglia di cambiare. Alla stregua delle bombe nelle piazze, si cercava d’incutere terrore a chi metteva di traverso la passionalità della propria esistenza al dipanarsi del disegno dell’"eversione democratica" che prendeva il posto di quella apertamente golpista. Pasolini capiva e denunciava perciò si ordinava d’ucciderlo.

Gli ostacoli a indagini che andassero oltre la montatura del ragazzetto di vita Pelosi sono stati mille e molte denunce giornalistiche, opere e saggi di riflessione l’hanno evidenziato.

L’intellettuale non conobbe la P2 di Gelli, che sostituì quella di Cefis-Troya, per il ritiro di quest’ultimo dopo che il padrino Fanfani s’era bruciato col Referendum sul divorzio. Ma il disegno autoritario senza golpe proseguiva con altri attori: Craxi e il Caf e gli epigoni della Seconda Repubblica così eguale alla Prima, i cui nomi il poeta non poteva fare ma che rientravano apertamente nel panorama del “fascismo del fronte antifascista”. Complice (ah, la subordinazione della vittima al carnefice) o muta è stata la sinistra del cedimento e dell’impotenza che ha (parzialmente) perpetuato sopravvivenze individuali favorendo la decomposizione delle organizzazioni politiche e praticando l’eutanasia dei ceti operai a nome dei quali per anni ha continuato a parlare.

Qualcuno ha detto, e mi perdoni se non lo cito perché rammento l’essenza del concetto e non l’autore, che “per fare un regime non sono necessari colpo di Stato e dittatura, basta la connivenza dell’opposizione”. Questo Cefis-Troya non riuscì ad attuarlo, ma i suoi odierni epigoni sì.

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01/11/2014

Pasolini. Quaranta anni dopo l’omicidio. Riaprire l'inchiesta

Nella notte che divide i santi dai morti, quella tra il 1 e il 2 novembre 1975, veniva massacrato e ucciso Pierpaolo Pasolini. Sono passati quasi quaranta anni. La verità ufficiale è quella secondo cui è stato ucciso da un giovane sbandato – Pelosi – con il quale si era accompagnato per un rapporto sessuale. Una verità che però contiene tanti, tantissimi buchi, tant'è che quattro anni fa si cercò di far riaprire il processo.

Era stato un documentario e le rivelazioni di uno dei ragazzi di periferia trasformati da Pasolini in artisti, Sergio Citti, a presentare nuovi elementi. Si trattava di alcune riprese fatte dallo stesso Citti dieci giorni dopo l’omicidio di Pasolini all’Idroscalo, uno dei luoghi perduti del litorale romano dove Pasolini fu ucciso. In quel filmato Citti intervistava un pescatore che affermava cose importanti. “Dopo circa dieci giorni girai il video perché un pescatore mi aveva raccontato cosa aveva visto quella notte ma non voleva essere ripreso perché aveva paura - dice Citti nel filmato - Due macchine, mi ha detto il pescatore, che ha visto entrare nell'area vicino al campetto dell'idroscalo. Il pescatore stava in una casetta, non so quale, forse una dove aveva trovato un materasso. Pasolini fu preso e tirato fuori da alcune persone, quattro cinque, che l'hanno preso e portato su una rete e cominciato a picchiare". "Il pescatore diceva che lui strillava, sentiva le grida, che ad un certo punto Pasolini ha fatto finta di essere finito, e s'è tolto la camicia insanguinata e s'è asciugato, ma che poi una macchina è tornata lì, l'ha illuminato coi fari, e quegli uomini l'hanno inseguito a piedi", continua Citti riportando che il pescatore ha detto di aver visto «st'uomo» alzarsi e scappare, ma poi più niente. Chi e perché ha ucciso Pasolini? La domanda, pesante come un macigno, ha avuto anche una coda recente. E’ difficile dimenticare la stranissima vicenda del romanzo più scomodo di Pasolini, Petrolio. Secondo molti era stato proprio questo libro – che chiamava in causa uno degli uomini neri più potenti di quegli anni, Eugenio Cefis – ad attirare su Pasolini la sentenza di morte. Nel 2010 il numero uno di Forza Italia, il deus ex machina  Dell’Utri annuncia di aver letto e di essere in possesso dell’ultimo capitolo di Petrolio e di volerlo presentare al Salone del Libro. Interpellato Dell’Utri affermò di non sapere chi glielo avesse dato. Ci fu una interrogazione parlamentare di Veltroni con la risposta di Dell'Utri il quale affermava di non essere più in grado di ricostruire chi gliel'aveva dato. Interrogato nel dicembre del 2011 su questo episodio, Dell’Utri, parla di un misterioso venditore che lo avvicinò durante un ricevimento a Milano offrendogli il manoscritto di Pasolini e che lui, appassionato bibliofilo, abboccò.

Ma della riapertura dell’inchiesta per l’omicidio di Pasolini si è tornato a parlare anche in queste settimane che coincidono con il quarantennale della morte. Per ora solo in teatro attraverso lo straziante monologo dell’attore e autore Claudio Pierantoni che ha portato in scena al Quirino di Roma il suo “Dimmi Pierpà”. Un monologo che è un atto di accusa non solo per gli assassini ma anche per chi troppo presto ha ritenuto la verità giudiziaria su quel delitto sufficiente a stendervi sopra un velo di oblìo. Al monologo vengono alternati spezzoni di film e interviste di Pasolini e una lettura a tre voci dei suoi Scritti Corsari, testi di una straordinaria lungimiranza, quasi profetica, su quello che stava diventando l’Italia investita dal consumismo di massa, un meccanismo devastante che Pasolini definì come peggiore del fascismo. E’ noto che nell’Italia degli ultimi venti anni, per molto tempo l’opposizione l’hanno fatta i comici. Adesso sembra arrivato il tempo degli attori, del teatro o del cinema come ultima trincea dell’urlo che su questa, come altre vicende, continua a chiedere che venga fatta verità e giustizia. La politica ufficiale appare ancora una volta appagata, distratta, latitante, complice.

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