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13/05/2026

La CGIA raddoppia i costi dello shock energetico: 29 miliardi nel 2026

L’instabilità cronica nello Stretto di Hormuz e il conflitto in Iran, che continua a soffocare le rotte globali del greggio, presentano un conto salatissimo all’economia italiana. Alla fine di marzo l’Ufficio studi della CGIA di Mestre aveva calcolato un costo dovuto all’aggressione all’Iran intorno ai 15 miliardi di euro.

Oggi il calcolo arriva a quasi 29 miliardi di euro nel solo 2026, per famiglie e imprese. Una cifra significativa che incide direttamente sui bilanci domestici e sulla competitività della nostra industria. Si paga lo scotto di rincari a doppia cifra su ogni fronte: dai trasporti al riscaldamento, fino alla produzione industriale.

La voce più pesante del bilancio energetico nazionale riguarda i carburanti. Con i prezzi alla pompa stabilmente attorno ai 2 euro al litro, la spesa per benzina e diesel subirà un incremento di 13,6 miliardi di euro (+20,4% rispetto al 2025). Non va meglio sul fronte delle utenze domestiche e industriali: sull’energia elettrica si stima un rincaro di 10,2 miliardi di euro (+12,9%), e sul gas naturale di 5 miliardi di euro (+14,6%).

A livello territoriale, sul lato prettamente dei numeri il peso maggiore è scontato dal nord del paese. La Lombardia guida la classifica dei rincari con un aggravio di 5,4 miliardi, seguita dall’Emilia-Romagna (+3 miliardi) e dal Veneto (+2,9 miliardi). Si tratta delle regioni con la più alta densità di attività manifatturiere, e dove quindi la produzione ha più “fame” di energia.

Tuttavia, se guardiamo alle percentuali di aumento sui carburanti, è il Mezzogiorno a soffrire maggiormente. La Basilicata registra l’incremento più marcato (+21,6%), seguita da Campania e Puglia (+21,3%). Un dato che sottolinea come la dipendenza dai trasporti su gomma renda le regioni del Sud particolarmente vulnerabili alle oscillazioni del mercato petrolifero.

Sugli interventi governativi, la CGIA è categorica. Il governo Meloni è intervenuto con il cosiddetto “decreto Bollette”, una manovra da circa 5 miliardi di euro approvata per mitigare gli effetti della crisi, e con il taglio delle accise sui carburanti (attualmente ridotto a 5 centesimi per la benzina, mentre restano 20 centesimi per il gasolio), con un costo di circa un miliardo al mese e la scadenza fissata al 22 maggio.

Queste risorse sono però considerate inadeguate a frenare lo shock economico. La CGIA ribadisce che la soluzione non può essere solo nazionale, chiedendo invece la sospensione del Patto di Stabilità, per permettere agli stati membri della UE di finanziare i sostegni senza pesare sul calcolo del deficit.

L’Ufficio studi chiede inoltre di fissare un tetto al prezzo del gas e di separarlo da quello dell’energia elettrica; la tassazione degli extraprofitti; addirittura un taglio coordinato delle imposte sulle bollette a livello comunitario. La CGIA mostra come, senza un intervento strutturale, il rischio è che lo shock energetico si trasformi in una recessione profonda, e nell’aggravarsi della deindustrializzazione.

Ma a Bruxelles la logica continua a essere quella di rimanere ostinatamente sulla strada passata, nonostante le condizioni del presente siano cambiate profondamente. C’è poca predisposizione a intervenire sui profitti delle grandi compagnie, mentre lacci e lacciuoli dei trattati europei vengono difesi strenuamente, per non ammettere la loro irrazionalità, persino economica.

È il sintomo di un’evidente inadeguatezza strategica, e della mancanza di idee su come promuovere la UE come attore globale in uno scenario ben diverso da quello di trent’anni fa. Ed è inoltre un messaggio chiaro a chi vuole costruire un’alternativa, che deve essere necessariamente al di fuori di questi meccanismi e vincoli comunitari.

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