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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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15/06/2026

Banda della uno Bianca: “fare la guerra anche a Bologna”

Ripercorriamo le ultime importanti rivelazioni rispetto alla nuova inchiesta sulla ‘Banda della uno bianca’ che concernono i rapporti tra il “capo”, Roberto Savi, ed i Servizi segreti.

Smanioso di lasciare la noia della routine quotidiana, un ex-poliziotto – sentito più volte dai PM, ora diventato una sorta di super-teste nella nuova inchiesta sulla banda – avrebbe confessato all’allora collega Savi di volere fare qualcosa in più, come ad esempio la Legione Straniera.

Savi, che allora lavorava come agente in forza alla questura di Bologna – 5 dei 6 membri finora accertati per via processuale della Banda erano poliziotti – gli avrebbe risposto che non c’era bisogno di andare lontano per arruolarsi, perché poteva farlo anche qui a Bologna.

Savi l’avrebbe apostrofato dicendo che ‘se voleva fare la guerra poteva farla anche a Bologna, in mondo diverso’ e gli disse che lo avrebbe accompagnato da una persona che poteva reclutarlo.

Quella di Savi – se riferita alla Banda – è tutto fuorché una metafora perché la guerra la fecero davvero, non solo a Bologna, ma anche in Romagna e nelle Marche. Questa operò – stando alle risultanze processuali – in un lasso di tempo che va dal 1987 al 1994, provocando almeno 24 vittime e più di un centinaio di feriti, compiendo più di cento azioni criminali tra cui numerose stragi, effettive o solo sfiorate, come la tentata rapina all’ufficio postale di via Mazzini, il 15 gennaio del 1990, dove i feriti furono ben 67.

Accettando l’insolita proposta del collega, i due agenti si recarono nella sede della Volante, secondo la testimonianza del super-teste, al secondo piano di un edificio in Porta Lame, nel centro del capoluogo emiliano-romagnolo.

Il colloquio, effettuato con un uomo corpulento di mezza età, sembra non sia andato a buon fine e, dalle indiscrezioni fatte trapelare ai quotidiani, non emergono per ora altri particolari.

Tranne per ciò che riporta Il Resto del Carlino, riproducendo l’identikit dell’uomo dei Servizi, “molto simile” a quello “di uno dei complici non identificati della banda, visto in azione con i Savi nel ’91 a Santarcangelo di Romagna”.

Il riferimento del quotidiano sembra essere alla tentata rapina a un distributore di benzina in quel comune, nella provincia di Rimini, del 5 maggio di quell’anno. Un annus horribilis in cui la Banda compì una trentina di atti criminali, tra cui svariate rapine dal modestissimo bottino a distributori e uffici postali, iniziando il 3 gennaio con la cosiddetta “strage del Pilastro” in cui perirono – in un vero e proprio agguato – 3 membri dell’Arma dei Carabinieri.

Una coincidenza piuttosto straordinaria, quella riferita dal super-teste, pensando alle parole pronunciate da Roberto Savi (sempre da prendere con le pinze perché mischia costantemente realtà e finzione) nel ‘96 che aveva parlato di una sua frequentazione di un ufficio dei servizi in zona via Lame.

Più recentemente, aveva affermato che si sarebbe recato una volta alla settimana a Roma per incontrare i servizi, oltre a riferire sulle ingenti disponibilità economiche di cui avrebbero goduto e delle basi all’estero.

Sono tutte illazioni? Vedremo.

In quella zona, i giornalisti andarono effettivamente a verificare e trovarono sui campanelli i nomi di società di copertura del Sisde, in particolare la Gattel Srl.

La “Gattel” e la “Gus”, furono due società di “copertura” che vennero liquidate dopo lo scoppio dello scandalo dei “fondi neri” del Sisde nei primi Anni Novanta – di cui i quotidiani che hanno riportato la notizia legata alla testimonianza del super-teste sembrano dimenticarsi – che mise in luce le cifre astronomiche utilizzate in maniera arbitraria dai servizi, probabilmente con il beneplacito della classe politica nella fase crepuscolare della Prima Repubblica.

Da ciò che sembra emergere, Roberto Savi, poliziotto di lungo corso alla questura di Bologna, sarebbe stato una specie di “antenna” che studiando i propri colleghi avrebbe fatto da interfaccia con il Sisde, con un rapporto quindi di strutturata fiducia da parte di questa branca dei servizi segreti che gli affidava la funzione di scouting.

Insomma, non proprio un collaboratore occasionale... 

La domanda sorge quindi spontanea: quale rapporto ci fu tra la Banda dell’uno bianca ed i servizi, in questo caso il Sisde?

In maniera più esplicita: l’attività terroristica della Banda era parte integrante dell’iniziativa degli apparati in quella che è stata definita “ultima fase della strategia della tensione” di cui Bologna è stata centro, o meglio vittima?

Sono le domande che stiamo ponendo, facendo si che le faccende legate alla Banda e le loro implicazioni diventino di dibattito pubblico ed emergano come fatti dalla valenza nazionale per capire meglio l’azione degli apparati nella tumultuosa fase tra fine Anni Ottanta e prima metà degli Anni Novanta, su cui c’è bisogno di un supplemento di analisi politica oltreché di indagini giudiziarie.

Ora se è ipotizzabile una regia di questo ramo dei servizi per ciò che concerne l’attività della Banda, od almeno in una fase della loro attività criminosa, bisogna ricordare che è certa l’attività del Sismi (la branca “estera” dei servizi) nel tentativo di depistaggio sulla strage alla stazione del 2 agosto del 1980 per conto della Loggia massonica P2, ai cui vertici c’era quel Licio Gelli – ex gerarca fascista – condannato in via definitiva nel cosiddetto “processo ai mandanti”.

Gelli era uno dei relais transcontinentali con la parte più oltranzista dell’atlantismo, finalizzata ad una pura subordinazione dell’Italia ai desiderata di Washington, oltre ad essere espressione della parte più reazionaria del blocco di potere disposta a mantenere a tutti i costi i propri privilegi di classe e piuttosto allergica alla democrazia rappresentativa.

Alcuni esponenti di spicco dei Servizi e dell’Arma, per così dire, svolsero un’opera di alto livello nel depistare le indagini sulla Strage di Bologna, in buona compagnia di alcuni esponenti della stampa e alcuni politici che ancora oggi perseverano con le narrazioni tossiche su fantomatiche “piste internazionali” artefatte dagli stessi servizi sostanzialmente con tre “variazioni sul tema”.

Le condanne definitive in cassazione nel novembre 1995 per depistaggio sono state comminate tra l’altro a Pietro Musumeci e Giuseppe Belmonte del Sismi, oltre che al faccendiere e collaboratore dei servizi Francesco Pazienza; mentre Federigo Mannucci Benincasa, a capo del centro controspionaggio di Firenze dal 1971 al 1991 (un caso più unico che raro), ha goduto della prescrizione per il reato di depistaggio nonostante l’accertata condotta in tal senso nel terzo processo per la strage.

Piergiorgio Segatel, carabiniere del nucleo investigativo di Genova, completa il quadro: è stato anche lui condannato a sei anni in via definitiva per depistaggio il 1 luglio 2025 ed è attualmente ai domiciliari.

Se sommiamo i depistaggi sulla Strage sui cieli di Ustica, di cui si stanno svolgendo ora le udienza per l’opposizione all’archiviazione, il quadro è abbastanza completo.

Insomma, non sembra peregrino che il “grumo di potere” attorno al Sisde fosse altrettanto marcio di quello attorno al Sismi, come dimostrano le certo non limpidissime figure di Grassini e di Malpica, entrambi ai vertici, in periodi diversi, del Sisde.

Torniamo ai Savi.

Roberto Savi, dopo le parole profuse ad uso di telecamere nell’intervista resa a Belve crime, si è recentemente avvalso della facoltà di non rispondere alle domande dei magistrati Lucia Russo e Andrea de Feis, andati al carcere di Bollate insieme al procuratore capo Paolo Guido.

Una specie di “inversione dei ruoli” da parte dei fratelli-coltelli, con Fabio Savi – “il lungo” – che invece ha parlato per circa due ore di fronte ai magistrati, probabilmente per dare un primo segno tangibile di collaborazione, ma in cambio di una riabilitazione propedeutica all’ottenimento dei benefici. Il “lungo”, in un’intervista televisiva, aveva ribadito che di fatto la Banda dell’uno bianca fosse composta solo da efferati criminali che si erano fatti prendere troppo la mano dalla spirale violenta che avevano innescato.

Il comportamento di Roberto Savi è interpretabile all’interno proprio di quella “comunicazione perversa” tipica degli apparati, probabilmente tesa a mandare messaggi con una logica di stop-and-go, come a far intendere: “so, potrei parlare in maniera più circostanziata, ma scelgo il silenzio di fronte ai giudici”.

Occorre ora, andare un po’ a ritroso per capire un po’ meglio il quadro dei Servizi presuntamente “riformati”, almeno di facciata, e come agissero.

La legge n.801 del 24 ottobre 1977 approva una “riforma dei servizi”, ultima e assolutamente non lineare tappa di un processo avviato dagli scandali che avevano travolto il Sifar, istituendo due organismi con il Sisde che diviene dipendente – in via teorica – dal Ministro dell’interno e con compiti di «sicurezza democratica» entro i confini nazionali.

Alla testa del Sismi viene nominato Giulio Grassini, generale dei Carabinieri, che ha svolto svariati ruoli tra cui – tra il ’67 ed il ’71 – la direzione del reparto speciale interforze costituito per il contrasto del terrorismo in Alto Adige, un’attività che avviene con particolare “spregiudicatezza” e che verrà poi per certi versi riutilizzata con la guerra sporca a bassa intensità scatenata contro il nascente movimento rivoluzionario.

Grassini, è bene ricordarlo, si era impegnato con una memoria scritta in un’inchiesta militare interna sui fatti del 1964 in difesa del generale golpista De Lorenzo, alla faccia delle “credenziali democratiche”.

Nel biennio ’76-’77 si occupa a Padova del contrasto all’attività antagonista della città epicentro dell’Autonomia Operaia veneta, che verrà colpita duramente, due anni dopo, dalla operazione repressiva del 7 aprile 1979 basata sul cosiddetto “Teorema Calogero”.

La nomina di Grassini, ai tempi, destò stupore rispetto a altri nomi papabili, come Carlo Alberto della Chiesa (altro iscritto alla P2, il cui fratello Romolo era tra i “congiurati del Piano Solo”) che aveva guidato il nucleo speciale antiterrorismo tra il ’74 ed il ’75, od il questore Emilio Santillo, alla guida dell’Igat (poi SdS) fin dalla sua creazione.

Ai tempi venne fuori anche il cugino del generale, Franco Grassini, un senatore della DC di area moderata, nonché dirigente d’industria, ma il vero sponsor della sua nomina era stato proprio Licio Gelli.

Per la cronaca, come vice di Grassini era stato nominato Silvano Russomanno, regista della macchinazione per la criminalizzazione degli anarchici a cui vengono attribuiti l’ondata di attentati della primavera-estate del 1969, organizzati in realtà dai neo-fascisti Freda e Ventura.

Era stato uomo centrale, anche a livello europeo, della strategia di lotta al movimento rivoluzionario in Europa, tra le sue “credenziali” vi era quella di aver combattuto in giovane età durante la Resistenza direttamente in un battaglione nazista!

La scoperta, risalente alla primavera del 1981, che entrambi i capi di servizio erano affiliati alla P2 proietta una luce sinistra sulla regia “occulta” di alcune scelte che ne portarono alla nomina e segnalano una catena di fedeltà immutata nonostante la volontà, comunque parziale, di riformare i servizi e limitarne lo strapotere discrezionale. Possiamo parlare di una continuità operativa con modalità immutate che arrivò, nonostante i numerosi cambi ai vertici del Sisde, fino agli anni Novanta.

È bene ricordare che la scoperta “parziale” dell’elenco degli affiliati alla P2 generò il capovolgimento dei vertici militari più ampio dopo Caporetto: 179 figurano nella lista di Gelli, poco meno di 1 su 5 della lista dei “fratelli” noti era un militare, tra cui molti posti in posizione apicali nei servizi.

Come emergerà poi, la prima volta, nello scandalo sui “fondi neri”, i servizi potevano disporre di una notevole quantità di risorse di fatto senza che ci fosse alcun controllo: dai 41,5 miliardi del 1979 che saranno circa 3 volte tanto 3 anni dopo, nella previsione di bilancio dello stato.

È in questo “ambiente resiliente” dei servizi, dotato di grandi disponibilità economiche da usare discrezionalmente, rapporti strutturali con il neo-fascismo e le strutture che erano state create durante il picco della guerra fredda nei circoli atlantisti, che maturò l’“Operazione Uno Bianca”.

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20/11/2025

Spudoratamente Nordio

L’Italia è un Paese dove la memoria evapora in fretta: la gente fatica persino a ricordare il giorno prima. Un Paese senza storia viva.

Lo si capisce quando un ministro arriva a dire spudoratamente che, se un’idea di Licio Gelli era “giusta”, non ci sarebbe nulla di strano nel seguirla. Parole pronunciate dal Guardasigilli Carlo Nordio, nel rispondere a chi ha ricordato che la riforma della giustizia assomiglia parecchio al progetto scritto dalla loggia P2.

Come se il nome non pesasse. Come se dietro quel nome non ci fosse un archivio di sangue, colpi di stato, bancarotte pilotate, depistaggi e relazioni oscene che hanno attraversato la Repubblica come una febbre gialla.

Gelli e la sua rete Massona sono entrati praticamente in tutto le porcherie architettate da un élite cospirativa: servizi segreti, ministeri, giornali, banche, televisioni, Guardia di Finanza, Esercito, Polizia e Carabinieri. Uomini piazzati nei punti chiave. Un elenco di 962 nomi che, nel 1981, fece tremare i palazzi. E non perché qualcuno scoprì un complotto; ma perché quel complotto era già in corso da anni.

Dietro c’era il “Piano di rinascita democratica”: addomesticare l’Italia, spingere verso un sistema bipolare rigido, limitare la stampa, ridisegnare i poteri delle Camere, rimettere la magistratura sotto controllo. Tutto nero su bianco. Un’agenda politica pronta all’uso. E poi gli episodi. Uno dopo l’altro, come una catena.

Il caso Moro.

Durante i 55 giorni, i vertici dei servizi erano occupati da iscritti alla loggia. C’è chi sostiene che il “venerabile” abbia agito per impedire la liberazione di Moro [traduzione a scanso di equivoci: “impedire che lo Stato trattasse con le BR”, ndr].

La strage di Bologna.

Ottantacinque morti. Nel 1994 Gelli è condannato per aver depistato le indagini: confonde le acque, sposta piste, protegge interessi. Una inchiesta più recente della Procura Generale di Bologna ipotizza che Gelli, insieme ad altri, sia tra i mandanti-finanziatori della strage. Ma Gelli deceduto, non può essere processato per queste nuove accuse.

Il Banco Ambrosiano.

Una bancarotta che travolge tutto. Gelli condannato per frode. L’ombra sulla morte di Roberto Calvi, trovato impiccato a Londra. Una scia di denaro, ricatti e poteri paralleli che si muove tra Roma, Milano, Londra e Città del Vaticano.

Tangentopoli.

Spunta il “conto protezione”: soldi dal Banco Ambrosiano al PSI. Un altro tassello, un’altra vena scoperta del sistema.
E mentre tutto questo accadeva, il capo della loggia faceva quello che fanno gli uomini abituati a muoversi fuori dalla legge: scappava.

La fuga.

Arrestato in Svizzera nel 1982, rinchiuso a Champ-Dollon, evade, guarda un po’, un anno dopo. Riappare in Sudamerica, tra Venezuela e Argentina. Si consegna di nuovo, ricompare a Ginevra, viene estradato, rimesso in libertà provvisoria. Un filo spezzato e riallacciato cento volte, sempre con una facilità che dice più di mille sentenze.

La dittatura argentina.

E qui si apre un capitolo che da solo basterebbe a raccontare un’epoca. Rapporti stretti con Roberto Eduardo Viola e con l’ammiraglio Emilio Massera, uno degli uomini chiave della giunta militare fascista. Trentamila desaparecidos, torture sistematiche, volti cancellati per sempre. In quel contesto, Gelli riceve lettere di encomio. Gli argentini gli concedono persino un passaporto diplomatico.
Un italiano che ottiene protezione da una delle dittature più sanguinarie del Novecento. Un dettaglio che basterebbe a riportare alla realtà chiunque non sia deciso a dimenticare.

E invece, oggi, nel 2025, si può parlare di Licio Gelli come di un signore qualsiasi dotato di “opinioni”. Si può dire che, se una sua idea era “giusta”, allora non c’è nulla di cui preoccuparsi.

Succede perché l’Italia non ricorda.

Succede perché il passato dura 24 ore.

Succede perché ci si abitua a tutto, anche all’orrore, se nessuno lo racconta più.

Fonte

17/11/2025

Piersanti Mattarella, Ustica, stazione di Bologna... “Ha stato Gheddafi!”

Sono letteralmente scioccato. Ho appena finito di ascoltare su Radio Popolare di Milano una buona ora di sconcertante monologo di Miguel Gotor in cui lo “storico”, nonché esponente del Partito Democratico, ha illustrato le funamboliche teorie complottiste contenute nel suo ultimo libro intitolato “L’omicidio di Piersanti Mattarella. L’Italia nel mirino: Palermo, Ustica, Bologna (1979-1980)”.

Peraltro, il giornalista in studio non lo ha mai interrotto con delle domande in grado di chiarire i tanti salti logici del discorso di Gotor, che ha esposto il suo teorema senza mai essere disturbato.

In breve, Gotor, partendo dall’assassinio del presidente della Regione siciliana, Piersanti Mattarella (che indica come “l’erede politico di Aldo Moro”), traccia una linea tra le “stratificazioni del potere italiano” soffermandosi sugli «ibridi connubi» tra neofascismo, massoneria occulta, mafia, “apparati deviati dello Stato” e... udite, udite, la Libia di Gheddafi!

Gotor indica delle relazioni organiche tra l’omicidio Mattarella e le stragi di Ustica e di Bologna e mette tutto in relazione alla decisione degli Stati Uniti e della NATO di installare in Sicilia i missili Cruise contro la Libia e contro l’Unione Sovietica.

Non che non vi possa essere stata qualche relazione tra queste cose, ma la spiegazione che da Gotor è rigorosamente (e paradossalmente) monocausale: Gelli ha organizzato tutto ma su mandato di Gheddafi che era in combutta con i neofascisti italiani per via del comune “antisemistismo” e del suo peso specifico, politico e finanziario, nel quadro della così detta “prima Repubblica”.

Ovviamente sui rapporti di Gelli con gli USA ed i milioni di dollari affluiti sul suo conto svizzero nemmeno una parola. Eppure è ormai di pubblico dominio il fatto che Licio Gelli fosse di casa negli Stati Uniti. Come è stradocumentato che, tra gli iscritti alla P2 c’era il capo della stazione CIA di Roma, Randolph Stone, ai cui ordini era il capo servizi segreti italiani.

Altrettanto acclarato il rapporto tra il servizio segreto USA e quello militare italiano (prima Sifar, poi Sid) nel quadro della pianificazione segreta di “Stay Behind” (Gladio) che era nata, in funzione anticomunista, nel 1956, da un accordo tra CIA e SIFAR.

Anche il servizio segreto civile italiano (l’Ufficio affari riservati) aveva stretti legami con gli amerikani. A capo di quell’ufficio era Federico Umberto D’Amato che, nelle sentenze di primo grado e d’appello della Corte d’Assise di Bologna, confermate poi dalla Corte di Cassazione, è indicato come uno dei 4 mandanti, organizzatori o finanziatori della strage alla stazione di Bologna del 1980 insieme a Licio Gelli, Umberto Ortolani e Mario Tedeschi iscritto alla P2. D’Amato era in costanti rapporti con Gelli ma, soprattutto, era un uomo della CIA ed aveva anche un filo diretto con l’FBI.

Ma di tutto ciò, nel teorema nuovo di zecca di Gotor, non c’è alcun accenno perché il collante che terrebbe tutto insieme – assassinio di Piersanti Mattarella, strage di Ustica, strage di Bologna – è soltanto Gheddafi, “antisemita”, “salvatore della Fiat” e “finanziatore dei neofascisti italiani”.

Mohammar Gheddafi, il quale, ovviamente, non potrà replicare alcunché né difendersi perché, dopo essere scampato miracolosamente alla morte in seguito al bombardamento USA del 1986 – che ne uccise la figlia di soli 15 mesi – è stato poi assassinato brutalmente nel 2011 dai “ribelli” finanziati da Francia e Stati Uniti.

Ci sarebbe da ridere se non fosse che stiamo parlando di due stragi che hanno causato 166 morti (più oltre 200 feriti) e dell’assassinio dell’allora Presidente della Regione Sicilia, Piersanti Mattarella. Insomma, se credevate che il repertorio dietrologico e complottardo sulla recente storia d’Italia ne avesse già sparate di tutti i colori, sappiate che è un filone che non finirà mai di stupirci.

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02/08/2024

Strage di Bologna - Oggi il corteo. Mano fascista, mente lo Stato

Con la conferma da parte della Corte d’Assise d’Appello di Bologna dell’ergastolo in primo grado anche a Paolo Bellini per i fatti del 2 agosto 1980, che fa seguito a quello a Gilberto Cavallini di quasi un anno fa, la peggiore strage del periodo della strategia della tensione arriva, dopo oltre quarant’anni ad una verità giudiziaria ormai appurata e incontrovertibile, nonostante decenni di depistaggi e insabbiamenti: la mano della strage fu senza alcun dubbio fascista, ma ad armarla non fu il supposto “spontaneismo” dei NAR, ma i soldi della P2 sottratti al Banco Ambrosiano e la volontà politica dei vertici dei servizi segreti.

Infatti se le condanne di Cavallini e Bellini in quanto esecutori materiali danno la cifra di come non solo i NAR, ma tutta la galassia dell’eversione fascista fosse in qualche modo coinvolta o consapevole di ciò che accadde, non meno importante è aver finalmente dato volti e nomi agli ispiratori politici, ai mandanti, ai finanziatori e agli organizzatori della strage, tutti legati a vario titolo agli interessi della Nato nel nostro Paese.

Questa sentenza è dunque l’ennesima conferma di come sia esistita una parte della società italiana legata a doppio filo alle organizzazioni Stay Behind atlantiste (ben al di là di qualche “trama” o “servizio deviato”) fatta di alti funzionari dello stato ma anche di politici, imprenditori e giornalisti spesso passati indenni nei loro ruoli dal fascismo alla democrazia, che per tutta la Seconda Repubblica ha lavorato per la destabilizzazione dell’impianto costituzionale, per imporre una svolta autoritaria ed impedire qualsiasi cambiamento in senso progressivo della società italiana.

Dopo la doverosa partecipazione al corteo in ricordo delle vittime, vi invitiamo dunque a partecipare ad un momento di approfondimento questa sera alle 19 al Parco della Zucca non solo su questa strage ma più in generale sul ruolo della Nato e delle organizzazioni Stay Behind all’interno della strategia della tensione.

Aggiornamento. Come ogni 2 agosto, questa mattina abbiamo partecipato al corteo della città che ricorda la ferita inferta dalla bomba piazzata dai fascisti, pagata dai fascisti e pagata dalla P2, coperta e manovrata dallo stato in connessione con la NATO. Abbiamo partecipato denunciando la continuità tra i fascisti di allora e quelli di oggi che siedono al governo e continuano il processo di distruzione degli spazi democratici, degli spazi in cui è possibile lottare per avanzare verso una società migliore, verso forme di socialismo. E proprio oggi alla cerimonia è stato presente quel ministro Piantedosi che sta facendo passare un decreto sicurezza che addirittura inventa il reato di terrorismo di parola.

Dopo il minuto di silenzio abbiamo abbandonato la piazza, insieme a tante e tanti bolognesi che evidentemente non sopportano più la retorica istituzionale – incarnata da Lepore – secondo cui dopo le condanne dei fascisti resta solo da ripetere anno dopo anno il cerimoniale.

Abbiamo abbandonato la piazza anche per andare a rispondere alla provocazione di chi in via de Carracci ha svolto un presidio “innocentista” per Mambro, Fioravanti e tutta la banda degli assassini fascisti, ripetendo ancora l’infame menzogna della pista palestinese.

A Bologna non c’è spazio per fascisti vecchi e nuovi, tanto più il 2 agosto. Pensiamo che la ferita di Bologna si curi riportando al centro ciò che fascisti, massoni e stato hanno voluto colpire: la lotta per il socialismo!

Potere al Popolo Bologna

Fonte

11/07/2024

Strage di Bologna. Confermata condanna a Bellini. La mano fu fascista, la mente lo Stato

Dopo la conferma dell’ergastolo a Gilberto Cavallini di quasi un anno fa, la Corte d’Assise d’Appello di Bologna ha confermato l’ergastolo di primo grado anche a Paolo Bellini per i fatti del 2 agosto 1980, quando una bomba distrusse la sala d’attesa della stazione di Bologna causando 85 morti e oltre 200 feriti.

La peggiore strage del periodo della strategia della tensione arriva dunque, dopo oltre quarant’anni, ad una verità giudiziaria ormai appurata e incontrovertibile, nonostante decenni di depistaggi e insabbiamenti: la mano della strage fu senza alcun dubbio fascista, ma ad armarla non fu il supposto “spontaneismo” dei NAR, ma i soldi della P2 sottratti al Banco Ambrosiano e la volontà politica dei vertici dei servizi segreti.

Infatti se le condanne di Cavallini e Bellini in quanto esecutori materiali danno la cifra di come non solo i NAR, ma tutta la galassia dell’eversione fascista fosse in qualche modo coinvolta o consapevole di ciò che accadde, non meno importante è aver finalmente dato volti e nomi agli ispiratori politici, ai mandanti, ai finanziatori e agli organizzatori della strage, pur se non più processabili in quanto ormai tutti deceduti ma questo, si sa, è nel pieno stile della giustizia borghese del nostro Paese.

In particolare sono stati ritenuti in via definitiva responsabili di questi capi d’imputazione Licio Gelli e l’ex capo dell’ufficio affari riservati del Viminale Federico Umberto D’Amato, insieme all’imprenditore Umberto Ortolani e all’allora direttore del quotidiano Il Borghese Mario Tedeschi il quale, inoltre, col suo giornale organizzava (spesso in accordo con D’Amato stesso) campagne di depistaggio o diffamazione, a seconda delle necessità del momento; tutti risultarono poi iscritti alla P2.

Questa sentenza è dunque l’ennesima conferma di come sia esistita una parte della società italiana (ben al di là di qualche “trama” o “servizio deviato”) fatta di alti funzionari dello stato ma anche di politici, imprenditori e giornalisti spesso passati indenni nei loro ruoli dal fascismo alla democrazia, che per tutta la Prima Repubblica ha lavorato per la destabilizzazione dell’impianto costituzionale e per imporre una svolta autoritaria ed impedire qualsiasi cambiamento in senso progressivo della società italiana fino ad auspicare “l’instaurazione di uno Stato autoritario, nell’ambito del quale fosse sostanzialmente impedito l’accesso alla politica delle masse” (dalla sentenza di condanna a Cavallini).

Diventa per noi dunque essenziale rilanciare, come ogni anno, la più forte e viva partecipazione al corteo che commemora la strage del 2 agosto, per una memoria che rimanga viva e militante al di là delle sentenze dei tribunali e di verità giudiziarie che sappiamo per certe da anni.

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22/01/2024

[Contributo al dibattito] - La Destra politica italiana e la Costituzione del 1948

di Pietro Garbarino

Ci fu un tempo in cui l’Italia visse sotto l’incubo di attentati sanguinosi a banche, ferrovie e luoghi pubblici in generale.

Li possiamo ricordare ancora tutti: Piazza Fontana (1969), Gioia Tauro (1970), Peteano (1972), Questura di Milano (1973), Piazza della Loggia a Brescia e Italicus (1974), e altri episodi, precedenti e successivi, che non sono rimasti nella memoria storica, ma sono purtroppo avvenuti.

Ma in quegli anni avvenne anche altro; la bomba di Milano aveva lo scopo di fare proclamare la legge marziale, o comunque leggi di emergenza che avrebbero limitato le libertà democratiche e neutralizzato il Parlamento, come supremo organo elettivo e democratico dello Stato. Cosa che non avvenne perché le istituzioni reagirono e perché i cittadini avevano capito cosa stava bollendo in certe pentole.

Ma nel Dicembre 1970 ci si riprovò, con un colpo di stato tentato dal nostalgico fascista Junio Valerio Borghese, che fece male i conti delle proprie forze, ma che si diede poi alla fuga senza pentirsene mai.
Nel 1973 ci riprovarono, assieme, esponenti delle forze armate, politici provenienti anche da partiti dell’arco costituzionale (antifascista) ma schierati a destra in nome dell’anticomunismo, ex partigiani bianchi sempre rimasti ferocemente anticomunisti e, come sempre, insieme a loro, fascisti e neofascisti, in parte contrapposti al MSI-D.N., ma anche appartenenti a gruppi oltranzisti come Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale.

Anche quella volta andò per loro male, ma il seme era ormai gettato.

Cosa volevano costoro?
1) Togliere ogni potere a partiti (quelli veramente antifascisti) e sindacati.
2) Ridimensionare il ruolo del Parlamento come principale espressione dell’ordinamento democratico e della rappresentatività popolare.
3) Imbavagliare la stampa libera.
4) Ridimensionare il potere della magistratura, assoggettandola al potere politico.
5) Far modificare la natura dello stato da parlamentare a presidenziale.
6) Affidare il potere esecutivo (cioè quello politico) al Presidente della Repubblica. Cioè, ad un uomo solo al comando.

In pratica, pur con qualche diversa forma e modalità, si trattava di ripristinare i tratti salienti dello stato fascista.

Ma proprio per evitare ciò i Padri Costituenti avevano pensato, e realizzato, una Costituzione che negava, e nega, ogni carattere dello stato fascista; e proprio per tale motivo i nostalgici, reazionari e neofascisti volevano e tutt’ora vogliono abbattere quei principi e quegli istituti, che impediscono loro di restaurare lo stato autoritario di Mussolini e Co.

Non a caso, il fascista Almirante definì la Repubblica risorta dalla Resistenza alle dittature come “repubblica bastarda”, avendo egli in testa solo i principi demagogici, autoritari e servili della Repubblica di Salò, stato fantoccio al servizio della Germania hitleriana e nazista.

Ma le lotte operaio e studentesche di quegli anni, in primo luogo ispirate dall’antifascismo e tendenti all’allargamento degli spazi della democrazia, condizionarono un ceto politico, già tentennante e in declino culturale e ideale, e fecero sì che lo stato democratico reggesse.

Tutto ciò peraltro non scoraggiò alcuni potenti sostenitori della trasformazione in senso autoritario dello Stato, tanto è vero che il massone eversore Licio Gelli ebbe modo di riformulare in modo organico il programma dei bombaroli e golpisti degli anni ’70 dello scorso secolo, inserendolo nel “programma di rinascita democratica”.

I temi fondamentali di tale programma eversivo vennero poi fatti in parte propri non solo dalle potenti cosche mafiose di Calabria e Sicilia (molti membri delle cupole di comando di quelle organizzazioni criminali erano anche adepti di logge massoniche), ma vennero recepite nei programmi di governo delle forze della nuova destra, che furono riunite, unificate, legittimate e perfino foraggiate, dall’entrata in politica di Silvio Berlusconi.

Questi, sfruttando la notorietà che gli fruttavano inopportune e fuorvianti compagnie stampa sulla sua vita privata, fece passare ad uno ad uno quasi tutti gli obiettivi del “programma di rinascita democratica” formulato dalla massoneria capitanata da Gelli, e tentò perfino la carta della modificazione costituzionale in senso antiparlamentare e per il rafforzamento dell’esecutivo (leggi, Governo), senza però riuscirvi perché ancora una volta prevalse tra i cittadini il punto di vista democratico e costituzionale.

Ma dopo il tramonto politico di Berlusconi, il paese non fu più comunque quello che aveva, negli anni ’70 e ’80 dello scorso secolo, sconfitto le bombe fasciste, i tentativi di golpe e il terrorismo di ogni specie e provenienza.

E ciò perché Berlusconi legittimò la destra di origine fascista e minò l’unità antifascista dei partiti che avevano partecipato alla Resistenza, rompendo il cosiddetto “arco costituzionale”.

E da allora, sulla scena politica nazionale, ebbero ingresso quelle proposte e pulsioni che l’Assemblea Costituzionale aveva isolato, negato e definitivamente archiviato, nella consapevolezza che lo stato democratico si dovesse fondare sulla ripartizione di poteri uguali fra loro, sulla sovranità del parlamento, e sul diritto.

Ma la rottura della residuale unità antifascista dei partiti dell’ex arco costituzionale, che significava essenzialmente osservanza rigorosa e rispetto della Costituzione del 1948, ha fatto venire meno proprio quel livello di valori per cui, specialmente a destra, ma anche nello schieramento opposto, si sono fatte strada idee e proposte di modifica della carta costituzionale, in nome di un malinteso efficientismo dell’azione politica e di una altrettanto inutilizzata e ideologizzata “governabilità” che nulla ha a che vedere con la carta fondante del nostro Stato.

Entrambi gli opposti schieramenti (si è infatti tentato di passare, senza successo alcuno ad un sistema politico di stampo anglo-sassone, e cioè bipartitico, e ad un sistema elettorale di tipo maggioritario) hanno infatti inteso il governare come affermazione esclusiva del proprio punto di vista, in funzione di negazione e sopraffazione dell’opposizione, nonostante che la Carta Costituzionale indichi chiaramente che si governa nell’interesse generale del paese, che il sistema politico è e deve essere pluralista, e che tutte le forze politiche presenti in parlamento devono contribuire al miglior governo possibile della cosa pubblica.

In altri termini la buona ed efficiente governabilità del paese si ha quando si verificano quelle circostanze e non quando uno schieramento politico riesce a soverchiare quello opposto.

E così avviene che il secondo governo presieduto da Berlusconi (era il 2007) tentò di modificare la Costituzione attribuendo al Governo e al Presidente del Consiglio poteri maggiori e più estesi di quanto sono oggi.

Ma anche alcuni importanti forze del centro sinistra, nel 2016, tentarono un’operazione analoga.

Fortunatamente entrambe fallirono, ma la tendenza diffusa trasversalmente tra i vari partiti, di imporre la maggioranza politica uscita dalle urne elettorali in modo prevaricante, non si rassegnò affatto e ha ripreso fiato e forza, in particolare dopo le ultime elezioni politiche, che hanno visto prevalere la destra più estrema; quella che non ha mai digerito i capisaldi costituzionali che sino ad oggi hanno garantito la natura democratica della Repubblica Italiana.

Così si è verificato che il partito vincitore delle elezioni del 2022 avesse inserito nel proprio programma politico proprio quella repubblica presidenziale che era stata l’obiettivo dei fautori delle stragi degli anni ’60 e ’70 del ‘900, ma anche del programma massonico di “rinascita democratica”.

È vero che successivamente, nelle concrete circostanze e nello spirito autoritario del programma politico della destra attualmente al governo, tale proposta di modifica sostanziale della Costituzione del 1948, si è tradotta in una proposta di “premierato forte”, ma non si può negare che il principio ispiratore di fondo di entrambe le soluzioni prospettate, sia quella di superare il principio della tripartizione dei poteri, di eliminare e neutralizzare il Parlamento, imponendo in modo autoritario e unilaterale la legge del più forte.

Proprio quello che l’Assemblea Costituente evitò e condannò in modo chiaro e inequivoco.

La proposta di premierato, oggi avviata verso l’approvazione (che tuttavia prevede un iter parlamentare abbastanza lungo e complesso) si fonda sull’elezione diretta del Presidente del Consiglio, quale leader dello schieramento politico risultato vincente alle elezioni, che fruisce automaticamente della maggioranza assoluta dei membri delle Camere, in forza di un abnorme premio di maggioranza, e potrà così governare indisturbato per 5 anni, di fatto detenendo il potere di impulso delle leggi che potrà dettare alle Camere, sotto il ricatto che, se cade il governo, si sciolgono anche le assemblee parlamentari.

Ciò comporterà che il Governo potrà contare su un massiccio (e subalterno) consenso nelle aule, che gli permetterà anche di eleggere parte dei membri del Consiglio Superiore della Magistratura e perfino della Corte Costituzionale (il Giudice delle leggi) e perfino, alla terza votazione, il Presidente della Repubblica.

Questi, invece, verrà limitato nei suoi poteri di scioglimento delle Camere e nella formazione del Governo, e perderà la sua funzione di garante dell’equilibrio dei poteri dello Stato.

In definitiva, premesso che una simile proposta di nuovo assetto costituzionale non sarebbe stata neppure concepibile allorché vigeva l’unità antifascista dell’arco costituzionale, lo scopo della modifica istituzionale, che il governo di destra propone, mira proprio a sbilanciare i poteri dello Stato, oggi basati sulla centralità del Parlamento, come organo democratico rappresentativo dei cittadini, e la funzione di garanzia del Presidente della Repubblica; e ciò a tutto vantaggio del “Premier” che avrebbe non solo il potere di formare il governo, indicando al Capo dello Stato i ministri, ma avrebbe in pugno il Parlamento e influirebbe in modo notevole sul potere giudiziario, e perfino sull’organo massimo di garanzia della corretta applicazione,delle leggi approvate, nonché dei principi e diritti costituzionali.

Come si vede, si tratta del ritorno del principio di “un uomo solo al comando” già così caro al cavaliere Berlusconi, ma che rimanda chiaramente ai prodromi storici dell’ascesa al potere del fascismo.
Dunque, in conclusione, possiamo ritenere, e i fatti storici ce lo confermano, che c’è un filo continuo (non certamente rosso) tra le stragi fasciste degli anni ’60 e ’70 dello scorso secolo e che il certosino lavoro di erosione delle istituzioni democratiche da parte non solo della destra politica, ma anche di neo-fascisti, gerarchie militari, comandi atlantici e servizi segreti, sta purtroppo dando i suoi nefasti e mefitici frutti.

L’opinione pubblica democratica è avvertita e deve esserne cosciente.
Saprà reagire?

Fonte

09/10/2019

Il lungo autunno della democrazia parlamentare


Ormai è fatta e non si potrà cambiare per chi sa quanto tempo (se si resta in “condizioni normali”, perlomeno).

I parlamentari sono stati ridotti di poco più di un terzo (da 945, tra Camera e Senato, a 600). Il che, di per sé, non sarebbe un problema di “democrazia” se non fosse per l’assurdità delle motivazioni addotte da chi – i Cinque Stelle – ne ha fatto una battaglia “identitaria”: “riduzione dei costi”, “maggiore efficienza”, e sciocchezze simili.

Non ci vuole molto a dimostrare che “ridurre i costi” di 109 milioni l’anno non risolve alcun problema per i conti dello Stato, visto che equivale a 1/600 di quel che si spende annualmente per gli interessi sul debito pubblico. Insomma, pesa molto di più la riduzione dello spread di soli 10 punti base (0,1%)... Se proprio si voleva “risparmiare” qualcosa, sarebbe stato più produttivo dimezzare gli stipendi.

Per quanto riguarda l’”efficienza”, poi, scappa da ridere. Da molti anni a questa parte la stragrande maggioranza dei parlamentari è ridotta a schiaccia-pulsanti, mentre le leggi vengono decise dal governo in carica e fatte passare a colpi di “fiducia”. L’attività principale consiste in genere nel conquistare un’inquadratura e una battuta all’uscita dei Palazzi, tra le troupe in attesa.

Insomma, che siano 600 o 945 non cambia praticamente niente.

I problemi che crea all’impianto costituzionale della rappresentanza politica sono invece numerosi. E quasi irrisolvibili, stante l’inconsistenza culturale e umana di questa masnada di peracottari che bisognerebbe chiamare “onorevoli”.

Il primo problema è il ridisegno dei collegi elettorali, ma è quasi una questione “tecnica” che ne nasconde di molto più politiche. A seconda dei risultati ottenuti nelle ultime elezioni, infatti, si può allargare un collegio includendo o escludendo aree territoriali che possono far vincere – nelle previsioni, sempre incerte – uno o l’altro degli “schieramenti”. I quali sono così “alternativi” tra loro da aver votato tutto all’unanimità (solo 14 contrari su quasi 600 votanti).

Il problema invece irrisolvibile è la “rappresentatività” del Parlamento che verrà eletto rispetto alla molteplicità degli interessi e delle figure sociali. È evidente che ci sarà meno spazio e che anche questo sarà ulteriormente occupato manu militari a seconda della legge elettorale che dovrà essere in ogni caso elaborata e approvata.

Non ci vuole molto a capire che una combinazione tra meno parlamentari, forte quota di maggioritario (otto regioni governate dalla destra hanno chiesto un referendum per abolire la quota proporzionale) e alta soglia di sbarramento restringerà la rappresentanza politica finale a due o tre “partiti” al massimo.

E si capisce dunque benissimo perché la riduzione dei parlamentari fosse tra i punti salienti del “Piano di rinascita democratica” della P2...

Rileggendo quel testo, in effetti, si vede che quasi tutte le “innovazioni istituzionali” degli ultimi 30 anni sono ispirate a quello schema autoritario e fascistoide, basta fare l’elenco:

– abolizione del Senato (la riforma Renzi-Boschi, bocciata col referendum del 4 dicembre 2016);

– abolizione delle province o perlomeno del loro carattere di enti elettivi (fatto! Dal governo Renzi...);

– inemendabilità dei decreti-legge (fatti dal governo e votati con la “fiducia”);

– “modifica della Costituzione per stabilire che il Presidente del Consiglio è eletto dalla Camera all’inizio di ogni legislatura e può essere rovesciato soltanto attraverso le elezioni del successore” (è quello che di fatto pretendeva Salvini dal Papeete);

– “ripristinare il ruolo effettivo del sindacato di collaboratore del fenomeno produttivo” (fatto! con l’entusiasta collaborazione di CgilCislUil...)

Ecc.

Lungi da noi pensare che si stia realizzando un “piano oscuro” gestito da forze tutte perfettamente consapevoli di star cooperando per la sua riuscita. Ma si sta realizzando lo stesso. Anche se nella testa di chi ieri ha votato questa “riforma costituzionale” è molto più importante l’aver di fatto bloccato la possibilità di andare ad elezioni anticipate. Questa riforma potrebbe – potrebbe – essere annullata da un referendum popolare (che nessuna forza parlamentare chiederà...), richiederà i tempi necessari per il ridisegno dei seggi, la necessaria modifica ella legge elettorale, ecc. Insomma, si arriva almeno vicini alla fine naturale della legislatura (2023).

Insomma, si mette mano alla Carta Fondamentale per piccolissimi interessi di bottega. Ma proprio la ristrettezza dell’orizzonte va a coincidere con il processo oggettivo di concentrazione dei poteri in poche mani.

Se poi alziamo lo sguardo dalle miserie dell’Italietta a quelle di tutto l’Occidente, il quadro non cambia di molto. Più o meno avanzato che sia, a seconda dei diversi paesi, il processo di concentrazione dei poteri nell’esecutivo e svuotamento dei Parlamenti è generale. Basterebbe guardare alla Francia di Macron o alle contorsioni interne a Buckingham Palace...

Se ciò accade non è “grazie” ad una sorta di “P2 Spectre”, ma per una pressione della realtà economica e sociale tale da spingere “oggettivamente” in questa direzione. Più o meno nei termini previsti dallo studio condotto nel 1975 dalla nota Trilateral Commission, commissionato dalle élite più spregiudicate, e che dichiarava l’”eccesso di democrazia” come il nemico da battere.

Nell’Occidente capitalistico, insomma, è ormai compiuto un processo di spostamento del potere decisionale dai governi nazionali alle imprese multinazionali (industriali e finanziarie) e dunque tutto il sistema delle “democrazie parlamentari” è diventato superfluo.

Se non c’è molto da decidere, nella sostanza, quella macchina un tempo congegnata per trasformare i diversi interessi sociali in decisioni politiche nazionali – creando e trasformando meccanismi di rappresentanza – può servire al massimo per gestire il malessere sociale derivante da scelte su cui non si può legalmente retroagire.

Dunque si è messo in moto ovunque un processo che agisce su due piani: svuotamento materiale, oltre che funzionale, delle istituzioni elettive e trasformazione dei “leader politici” in attori pieni di carisma ma vuoti di progetto. Armi di distrazione di massa, non decision maker.

Se non per le quisquilie utili di giorno in giorno...

Un ruolo speciale lo giocano ovviamente i media che, a voler essere cattivi, ricoprono spontaneamente il ruolo che mr. Gelli aveva immaginato per loro: “Ai giornalisti acquisiti dovrà essere affidato il compito di “simpatizzare” per gli esponenti politici come sopra prescelti”.

Un esempio, dal Corriere di oggi, aiuta a capire. Si tratta di un editoriale di rara inconsistenza, scritto da uno dei due autori de La casta, Gian Antonio Stella. Il quale invita i governanti a non usare la riduzione dei parlamentari come “scalpo da mostrare alla folla”, ma ad “osare di più”. Che cosa? Licenziare più dipendenti possibile delle due Camere e ridurre i loro (alti) stipendi. Pur riconoscendo che, in effetti, grazie anche al successo del suo libro, negli ultimi 14 anni “i dipendenti di Montecitorio sono drasticamente calati da 1.873 a 1.063”.

In effetti, con dei consigliori così, la democrazia parlamentare non può che defungere.

Fonte

19/08/2019

Agosto ’74: (quasi) tutto pronto per il golpe bianco

Riprendiamo dalla Bottega del Barbieri una ricostruzione storica del tentato golpe del 1974 vista alla luce delle ultime misure “securitarie” del governo gialloverde.

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Scrivo queste righe – sul tentato golpe dell’agosto 1974 – poche ore dopo l’approvazione del decreto “sicurezza bis” voluto da Lega e M5S. Decreto che, oltre a punire chi soccorre naufraghi, limita fortemente il diritto di manifestazione e di dissenso politico. Non posso quindi fare a meno di far notare, in maniera un po’ pedante, a lettori-lettrici più giovani come il problema del mantenimento degli spazi democratici in Italia sia rimasto immutato negli ultimi cinquanta anni. Restare in silenzio ci rende complici. (GC)

«Negli anni ’70 c’erano persone pronte a sparare contro chi avesse deciso di governare con i comunisti... Oggi la Dc si guarda bene dal dire queste cose perché ha paura. Ma noi prendemmo l’impegno di sparare contro coloro che avessero fatto il governo con i comunisti. Nei partiti di governo allora c’erano anche dei vigliacchi, dei traditori, pronti a governare con i comunisti... Nel maggio 1970 furono fondati i Comitati di Resistenza Democratica il cui obiettivo era impedire con ogni mezzo che il Pci andasse al potere, anche attraverso libere elezioni... Non si poteva sottoporre ad alcuna regola un duello all’ultimo sangue in cui non potevamo accettare regole e limiti di legalità e legittimità, sapendo che avremmo potuto contare sull’appoggio degli Stati Uniti e degli altri Paesi Nato».

Così – nella sua deposizione al pubblico ministero per la strage dell’Italicus, riportata nella sentenza – Edgardo Sogno spiega la funzione del suo gruppo e il ruolo che ebbe nel tentato golpe dell’agosto 1974.

Sogno è una figura centrale nell’eversione fascista degli anni ’70 in Italia. Ex partigiano bianco, monarchico, visceralmente anticomunista, iniziò a preparare una repubblica presidenziale, che avrebbe dovuto sovvertire la Costituzione italiana, già dalla fine degli anni ‘60. Il suo gruppo, con molti elementi che si scoprirà poi essere legati anche alla loggia P2 di Licio Gelli, è uno dei perni dell’eversione antidemocratica e atlantica degli anni più insanguinati della repubblica italiana, quelli delle stragi e dei tentativi di rovesciare i governi democraticamente eletti.

L’Italia degli anni ’70 vede l’irresistibile ascesa elettorale del Partito comunista italiano. Un’anomalia nell’Europa occidentale legata agli Usa e alla Nato, un pericolo geopolitico per l’organizzazione del mondo uscita dagli accordi di Yalta al termine della seconda guerra mondiale, cioè la spartizione in zone d’influenza tra Usa e Urss. Un elettore su tre in Italia vota comunista e in molti Comuni e Regioni il Pci già governa. Il timore che vinca le elezioni disturba le notti degli uomini di Washington e dei loro servili alleati occidentali. Lo ha capito bene il segretario comunista Enrico Berlinguer, che in quegli anni – ragionando sul golpe sanguinoso che ha rovesciato in Cile il governo democraticamente eletto di Salvator Allende – elabora la teoria del compromesso storico, un incontro tra le forze democratiche costituzionali in cui i comunisti italiani, abbandonando le velleità rivoluzionarie bolsceviche, si pongono all’interno della Nato per un governo progressista.

Ma tutto ciò non basta alla fortissima componente di eversione atlantica che si nasconde nei punti chiave delle istituzioni italiane. Già negli anni ’60 il generale dei carabinieri De Lorenzo aveva ideato un golpe, il Piano Solo (“solo” i carabinieri dovevano portarlo a termine) per contrastare l’ingresso nell’area governativa del Partito Socialista italiano voluto dal democristiano Aldo Moro. Il piano prevedeva l’arresto e la deportazione in basi militari di tutti i leader di sinistra. Ma la scoperta del piano e il successivo allontanamento di De Lorenzo dal comando dei carabinieri non era bastato a sopire le velleità reazionarie che si annidano all’interno delle istituzioni repubblicane.

Arrivano le bombe: la strage di piazza Fontana nel ’69, il sabotaggio dei binari a Gioia Tauro nel ’70, la strage di Peteano nel ’72 e quella alla questura di Milano nel ’73. Nel 1974, quando Edgardo Sogno ha disposto già le sue pedine per il golpe “bianco”, sono due le stragi che insanguinano la penisola. Il 28 maggio esplode la bomba che in piazza della Loggia a Brescia uccide otto persone e ne ferisce gravemente un centinaio. Poco dopo, il 4 agosto, una bomba esplode sul treno Italicus all’altezza di San Benedetto Val di Sambro, in provincia di Bologna, provocando dodici morti e centocinque feriti.

È in questo contesto – dove il destino della democrazia italiana sembra appeso a un filo – che Edgardo Sogno dà vita al suo progetto golpista. Un progetto che è sempre stato sminuito nella sua portata reale anche dagli storiografi contemporanei, Sogno uscirà senza conseguenze penali dall’inchiesta gestita dall’allora magistrato Luciano Violante. Ma che il tentativo di golpe ci sia stato lo dicono le carte e lo racconta lo stesso Sogno qualche anno dopo al magistrato, nell’estratto del processo per la strage dell’Italicus con cui abbiamo aperto questo articolo.

Il confuso impianto politico di base sul quale si muove Sogno è quello di una repubblica presidenziale simile a quella che in Francia in quel momento ha come dominus Charles De Gaulle. Sogno prese contatti con diversi generali e preparò un progetto di governo. Nelle sue intenzioni, doveva svolgersi «un’operazione largamente rappresentativa sul piano politico e della massima efficienza sul piano militare.

Lo scopo era spingere il presidente della Repubblica Giovanni Leone a nominare un nuovo governo capace di modificare la Costituzione in senso presidenzialista, con a capo Randolfo Pacciardi, che fu più volte segretario del Partito Repubblicano, ma poi ne venne espulso. Un ruolo importante, come accennato, lo ebbe la massoneria della loggia P2, a cui aderirono oltre a Sogno molti dei personaggi coinvolti in questo tentativo.

Nel 1976 il magistrato Luciano Violante lo accusò di aver pianificato insieme a Randolfo Pacciardi e Luigi Cavallo il cosiddetto golpe bianco «al fine di mutare la Costituzione dello Stato e la forma di governo con mezzi non consentiti dall’ordinamento costituzionale». Sogno finì per un mese e mezzo in carcere con Luigi Cavallo, che secondo Violante era il vero ideatore del “Golpe bianco”. Cavallo era stato a lungo corrispondente dell’Unità, non era un personaggio di secondo piano nel partito comunista.

Alla Conferenza della Pace del 1947 Cavallo accompagnò Palmiro Togliatti in veste di tecnico delle questioni geografiche, economiche, demografiche e linguistiche relative ai confini italo-jugoslavi, in alcuni incontri all’Ambasciata sovietica di Parigi con Molotov, Manuilskij e con il diplomatico moscovita Vidiassov, l’alta dirigenza della politica estera sovietica. Ebbe poi una crisi politica e morale – o almeno così disse – prima degli anni ’50, che lo portò a una critica radicale del mondo comunista e iniziò la sua collaborazione con Pacciardi. Entrambi hanno sempre negato pubblicamente che un “Golpe bianco” sia esistito anche solo come progetto.

L’istruttoria fu alla fine sottratta al suo luogo naturale e trasferita a Roma, costringendo Violante a dichiararsi territorialmente incompetente nel proseguire l’indagine.

Soltanto molti anni dopo Sogno ammetterà che era già pronta anche la lista dei ministri per il governo del dopo-Golpe. Eccola:

Presidente del Consiglio: Randolfo Pacciardi (UDNR, unione democratica per la nuova repubblica, ex PRI)

Sottosegretari alla presidenza del Consiglio: Antonio de Martini (UDNR) e Celso De Stefanis (DC)

Ministro degli Esteri: Manlio Brosio (PLI)

Ministro dell’Interno: Eugenio Reale (ex PCI, poi area PSDI, che però rifiutò di aderire)

Ministro della Difesa: Edgardo Sogno (ex PLI, Comitati di Resistenza Democratica)

Ministro delle Finanze: Ivan Matteo Lombardo (PSI)

Ministro del Tesoro e del Bilancio: Sergio Ricossa (indipendente, economista)

Ministro di Grazia e Giustizia: Giovanni Colli (indipendente, procuratore generale della Cassazione)

Ministro della Pubblica istruzione: Giano Accame (indipendente, ex MSI, giornalista e scrittore)

Ministro dell’Informazione: Mauro Mita (ex PRI, UDNR)

Ministro dell’Industria: Giuseppe Zamberletti (diplomatico, DC)

Ministro del Lavoro: Bartolo Ciccardini (DC)

Ministro della Sanità: Aldo Cucchi (ex PCI)

Ministro della Marina mercantile: Luigi Durand de la Penne (ex DC e PLI, ammiraglio e unico militare della lista)

Il motivo per cui Sogno e Pacciardi decisero di far pressione sul presidente della Repubblica Giovanni Leone va cercato anche nella paura di una parte della borghesia italiana (che non si riconosceva nemmeno nel Movimento Sociale italiano, il partito neofascista erede delle rovine della repubblica di Salò, che non votò la Costituzione italiana nata dalla Resistenza) che i comunisti andassero al governo.

Il segnale che una parte della Dc non era affatto ostile a un’intesa (allora vaga) con il Pci di Berlinguer venne dai movimenti interni alla sinistra di quel partito, più sensibile – almeno a parole – alle lotte nelle fabbriche e per i diritti civili che scuotevano l’Italia di allora, ritenendo che il coinvolgimento del Pci nell’area di governo avrebbe messo un freno alla conflittualità sociale.

Ma la destra che si riconosce nel tentativo di Sogno non è quella classica italiana che rimpiange il fascismo: è una destra eversiva di stampo filo atlantico, con contatti provati con la Cia e con Gladio, che magari non rimpiange il vecchio fascismo ma è disposta a sostenerne uno nuovo adeguato ai tempi: per qualche verso è addirittura più pericolosa dei nostalgici del duce.

La destra “perbene” sostenne, con Indro Montanelli in testa, che le accuse a Sogno erano bufale. Vennero poi smentite dal testamento stesso lasciato da Edgardo Sogno e dalla rivelazione fatta anni dopo da Norberto Bobbio che era prevista l’eliminazione di alcuni “sovversivi” e di mettere in campi di prigionia altri esponenti del Pci, dei sindacati e delle realtà sociali antifasciste.

Fonte

19/12/2017

22 dicembre 1947, settant’anni fa: l’Assemblea Costituente vota la Costituzione Repubblicana


22 dicembre 1947: l’Assemblea Costituente approva il testo della Costituzione Repubblicana con 453 voti favorevoli e 62 contrari, dopo 170 sedute di discussione. Il 27 dicembre la Costituzione sarà firmata dal capo provvisorio dello Stato Enrico De Nicola che assumerà il titolo di Presidente della Repubblica, dal presidente dell’Assemblea Costituente Umberto Terracini, dal Presidente del Consiglio Alcide De Gasperi e dal Guardasigilli Giuseppe Grasso. Il testo entrerà in vigore il 1 gennaio 1948 al momento della pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale.

Una data da ricordare con grande evidenza in particolare in questa fase storica, dopo che il voto popolare – 4 dicembre 2016 – ha respinto un tentativo di modifica in senso autoritario di alcune norme fondamentali e – a distanza appunto di settant’anni – abbiamo ancora parti del dettato costituzionale non applicate oppure solo parzialmente attuate.

Non solo: abbiamo già verificato modifiche in senso negativo come quella riguardante l’articolo 81 con l’inserimento dell’obbligo del pareggio di bilancio o la pasticciata “deforma”, votata nel 2001, del titolo V riguardante il rapporto tra lo Stato e le Autonomie Locali.

Vale la pena allora ritornare sia pure schematicamente su alcuni punti di riflessione sviluppati attorno al testo della nostra Carta fondamentale.

La Costituzione democratica e la trasformazione dello Stato

La Costituzione Repubblicana è stata scritta, com’è noto, mentre andava rompendosi la solidarietà antifascista e i conflitti crescevano d’intensità su tutti i terreni, schierando le forze politiche e sociali in due campi contrapposti sul piano nazionale e internazionale.

In quel frangente verificatosi all’indomani di una delle più grandi tragedie della storia, le forze politiche rappresentative della società italiana presenti nell’Assemblea Costituente scelsero la strada di ricercare un intento comune definendo l’obiettivo del rinnovamento dello Stato, in linea con l’esito elettorale del 2 giugno 1946, allorché cittadine (ammesse per la prima volta al voto) e cittadini avevano scelto la Repubblica.

Il dato di novità più importante, registratosi subito all’avvio del lavoro del nuovo consesso ed espressosi anche nella composizione stessa della Commissione dei 75 incaricati di redigere materialmente il nuovo testo costituzionale che avrebbe sostituito lo Statuto Albertino, fu rappresentato dal ruolo dei partiti che si presentavano subito come protagonisti di una scena politica profondamente trasformata rispetto al passato.

Nella dialettica tra continuità e mutamento che ha segnato gli anni della formazione dell’Italia Democratica, la Costituzione repubblicana ha rappresentato un elemento essenziale attorno al quale si raccolsero gli altri due momenti fondanti del nuovo periodo della storia italiana: la lotta di resistenza antifascista e la battaglia per la repubblica.

La Carta Costituzionale, è bene precisarlo subito, è stata anzitutto il risultato politico dell’intesa tra i tre grandi partiti di massa, la DC, il Pci e il Psi, che su questo terreno riuscirono a intendersi meglio e procedere in un accordo ben maggiore di quanto non fosse riuscito loro a livello di governo e di confronto politico e ideologico.

Il punto d’incontro fu rappresentato, ed è bene rilevarlo proprio in quest’occasione, dalla concordanza sui principi fondamentali dello Stato repubblicano, ben più articolati e innovativi di quelli posti a fondamento dello Stato liberale.

Lo stato liberale era espressione di una società semplice, non ancora distinta per interessi e partiti organizzati, rappresentata da un ceto politico omogeneo di estrazione largamente proprietaria – borghese: ecco, al di là del proprietario – borghese, ma sotto l’aspetto di un “ceto politico omogeneo” questo è il punto di arretramento al quale intendono portarci adesso i fautori della personalizzazione (primarie e collegi uninominali, presidenzialismo) e della governabilità.

Torniamo però al modello di Costituzione scaturita dall’accordo tra i partiti di massa, nell’intento di superare – appunto – la concezione dello Stato liberale nella sostanza, come “Stato – amministrativo”, nell’avversione verso il principio politico di segno democratico della sovranità popolare.

Nella Costituzione repubblicana del ’48 si era affermata, invece, la funzione centrale dei partiti politici, come strumento per l’esercizio della sovranità del popolo, e non più solo dello Stato come amministratore.

La assegnazione ai partiti di un rango di livello costituzionale attraverso l’articolo 49 (mai completamente applicato, peraltro) ha significato, in sostanza, la scelta di una Repubblica parlamentare come forma di Stato.

Dal concetto di Repubblica parlamentare derivano: la centralità dei consessi elettivi, la limitazione del ruolo del governo, il rifiuto del presidenzialismo. Tutti elementi distintivi che è necessario difendere ancor oggi.

La modifica del sistema elettorale in senso maggioritario, avvenuta nel 1993, l’esasperazione del concetto di personalizzazione della politica hanno messo in discussione questi principi fondativi.

In particolare l’affermazione del concetto di personalizzazione della politica (fittiziamente contrabbandato anche nelle liste elettorali attraverso l’imposizione della designazione – con tanto di indicazione nella scheda – del “Capo della Coalizione” e adesso del “Capo della Forza Politica”).

A questo si è pericolosamente modificata la stessa natura della soggettività politica (già alterata dal mutamento profondo nei meccanismi di comunicazione) al punto da veder affermato il concetto di “partito Personale”.

In questo modo è venuta via via affermandosi una trasformazione nel senso di una sostanziale riduzione nei margini di agibilità democratica, in nome del primato del liberismo economico, del taglio di un presunto eccesso di domanda sociale, di sostanziale riduzione nel rapporto tra politica e società, di affermazione di una “autonomia del politico” fondata su di una separazione basata su veri e propri privilegi di casta.

Al momento della costruzione della Costituzione Repubblicana si era affermato invece il passaggio dallo Stato liberale – borghese (quello cui oggi si tende a voler definitivamente tornare), che non interveniva nella direzione dell’economia e nella regolazione della società e stentava a riconoscere l’organizzazione dei partiti, allo Stato pluriclasse, allo Stato sociale che trovava un momento di realizzazione per quanto parziale e contraddittoria proprio nella tutela costituzionale assicurata ai diritti politici e sociali dei cittadini, visti come persone dotate di autonomia di fronte allo Stato e unite da vincoli di socialità e solidarietà.

Su questo terreno dei principi fondamentali, del riconoscimento costituzionale dei diritti sociali, della funzione centrale dei partiti nella democrazia repubblicana si era determinata un sostanziale convergenza tra i grandi partiti di massa che erano stati protagonisti della Resistenza.

Le espressioni del solidarismo, nelle diverse accezioni cristiana e marxista, rappresentarono il cemento più forte che contribuì a saldare l’intesa costituzionale fra i maggiori partiti e ne rappresentò la base comune per l’inserimento nel testo della Carta fondamentale delle norme a carattere programmatico e dei diritti sociali.

Ma l’accordo tra i partiti di massa, realizzato appunto sui principi fondamentali e sulla centralità dei partiti nel nuovo sistema democratico, si rivelò molto più faticoso da conseguire quando si trattò di definire le forme di organizzazione dello Stato.

Calamandrei scrisse: “il problema dell’organizzazione dei poteri è quello delle forze che governano i meccanismi del potere non sono due problemi distinti: sono tutt’uno e solo un approccio che li affronti assieme appare storicamente corretto e utile”.

Questo approccio “corretto e utile” si affermò solo parzialmente e fu alla base dei ritardi, dei difetti, della sostanziale incompletezza nell’applicazione del dettato costituzionale, nel corso degli anni di tutto il dopoguerra fino alla crisi della “infinita transizione” di fine secolo che si protrae ancora oggi.

Una infinita transizione che pare proprio aver virato di bordo verso l’idea di un vero e proprio ritorno all’indietro, a rapporti politici e sociali di stampo ottocentesco, sia pure mascherati dalle esigenze dell’apparire imposte da novità tecnologiche incentrate quasi esclusivamente sull’indirizzo del formare una “società dell’immagine” le cui espressioni di dominio sarebbero ormai affidate soltanto all’economia e alla tecnica.

“Società dell’immagine” governabile quindi soltanto da una sorta di neo-notabilato, un ceto nel quale l’intreccio dovrebbe realizzarsi tra “autonomia del politico” e “autonomia del tecnologico”: intreccio posto al di fuori da qualsiasi possibilità di intervento e controllo sociale. Con le elezioni ridotte a ratifica della “governabilità”.

La discussione alla Costituente sul tema dell’organizzazione dello Stato era stata avviata nel Marzo del 1947, quando al governo c’era ancora la coalizione tripartitica, e si concluse alla fine di quell’anno quando appariva definito, dopo il Piano Marshall e il Cominform, un sistema mondiale di tipo bipolare.

La Costituzione Italiana, votata il 22 dicembre 1947 e promulgata il 1 gennaio 1948, vide la luce quando era già profondamente mutato il quadro politico e sociale su cui era stata fondata.

Si verificò così il fenomeno cui si è già accennato poc’anzi: lo Stato nuovo, che doveva nascere dall’attuazione di quell’innovativo dettato costituzionale, fu bloccato dal prevalere dello scontro politico e sociale tra le forze che si erano unite nel progetto di costruire una democrazia sociale avanzata dentro un’adeguata cornice istituzionale, che avrebbe dovuto segnare una rottura con il precedente ordinamento statale.

Così non avvenne, se non parzialmente e rimase la necessità di realizzare una effettiva corrispondenza tra le forme istituzionali del potere e forze e rapporti sociali: corrispondenza dalla quale realizzare un effettivo indirizzo politico.

Da quel varco sono passati, nel corso di questa lunga crisi politica e morale, i fautori di una sorta di “Grande Riforma” i cui termini negativi sono già stati ampiamente descritti.

“Grande riforma” di stampo presidenzialista che persiste nelle intenzioni di una sorta di “coalizione dominante” nonostante il risultato elettorale del referendum 2016 allorquando l’idea della verticalizzazione del potere si scontrò, perdendo, con l’orizzontalità della complessa dimensione sociale.

L’idea presidenzialista intesa come accentramento della gestione del potere sta ancora nelle aspirazioni e nei disegni di settori consistenti dell’establishment e delle lobbie tecnocratiche: l’idea, cioè, dello Stato esclusivamente “amministratore”.

Dobbiamo riprendere, quale insegna di una battaglia democratica, quanto i partiti della sinistra espressero nella fase Costituente: l’idea, cioè, di una repubblica fondata sulle Camere (e quindi sulla rappresentanza politica) intese come suprema espressione della volontà popolare e non certo su di un governo espressione di “lobbies” più o meno occulte come ci è capitato di subire nel corso degli ultimi anni, vissuti sempre, sotto questo aspetto, “border line” rispetto alla legalità repubblicana. Una situazione che ha dato spazio prima alla cosiddetta antipolitica, poi addirittura della “inpolitica” ossia assenza di politica testimoniata dal calo verticale della partecipazione, non soltanto elettorale.

A settant’anni di distanza è ancora necessario continuare a battersi per la Repubblica del “Parlamento come specchio del Paese” contro la torbida idea della “Rinascita Nazionale” portata avanti dagli epigoni della P2 di Licio Gelli.

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30/04/2017

Primarie Pd, qualche precisazione...

Nel gran giorno della “kermesse” propagandistica del PD è il caso di precisare alcuni punti di terminologia politica cercando di svelare l’inganno nel quale risulteranno avviluppati elettrici ed elettori che coltivassero la ventura di recarsi ai cosiddetti “gazebo”.

Prima di tutto non si tratta di elezioni primarie perché l’esito di esse non sarà utilizzato (come invece accade negli USA) in successive elezioni “secondarie”.

Si tratta soltanto di una scelta interna a un partito che preferisce questa via, assolutamente non congrua rispetto al tipo di sistema politico impostato in Italia dal dettato costituzionale, per scegliere i propri organismi più o meno dirigenti.

E’ del tutto arbitrario sostenere, come ha fatto Renzi nei giorni scorsi, che oggi si sceglie “il premier”.

Oggi chi intende occuparsi delle cose del PD sceglie alcune figure (il segretario, i membri di una pletorica assemblea nazionale) del “partito” per il “partito”.

L’inganno, piuttosto grossolano, nasce da un’altra forma di mistificazione ben più grave: quella relativa all’introduzione, in Italia, della cosiddetta “democrazia governante” proveniente dal modello USA adattato malamente.

Quello della “democrazia governante” è stato un veleno inoculato da Arturo Parisi, Romano Prodi, Mario Segni, Marco Pannella (tutti feroci nemici della sinistra) con la clamorosa accondiscendenza del PDS che pensava soltanto al governo quale espressione – finalmente – dell’accesso ai salotti (neppure alla stanza dei bottoni di Nenni, che si era già dimostrata non esistere. I bottoni in realtà li avevano tutti in tasca Andreotti e la P2, ma proprio e soltanto i salotti nel più classica accezione dei “parvenu”) e soci nel momento in cui, stipulato il trattato di Maastricht e caduto il muro di Berlino, si pensava che il pensiero unico “liberista” avrebbe rappresentato una sorta di “Reich millenario”.

Un colossale pasticcio dal quale nacque un’incredibile alternanza tra l’estrema destra populista rappresentata dal berlusconismo e un coacervo che copriva tutto l’arco dell’ideologia politica partendo dal trotzkismo fino agli epigoni di Gladio e della CIA.

In quel frangente fu così’ raccontata la favola di un’inesistente “seconda repubblica”.

Naturalmente questa storia della “seconda repubblica” e delle “primarie” ha potuto essere raccontata grazie ad un complesso di incredibili complicità che hanno coinvolto l’intero sistema mediatico, facendo leva sullo sconcerto causato su gran parte del corpo elettorale dalla vicenda di Tangentopoli: sacrosanta nel suo svolgimento ma manipolata nella sua narrazione allo scopo di distruggere tutti i livelli di intermediazione politico – sociale e, in particolare, i partiti al fine di sviluppare quel meccanismo rivelatosi egemone e definito “antipolitica”.

Un’assunzione di “antipolitica” dalla quale è nato un soggetto come il M5S, figlio diretto di questo incredibile stato di cose protrattosi per un ventennio: adesso chi lo ha creato chiede di combatterlo con accenti da “patria in pericolo” e da “linea del Piave”.

Non è mai esistita alcuna “seconda repubblica” perché non è mai stata modificata la Costituzione nei punti riguardanti la forma dello stato, la forma di governo e il parlamento: chi ci ha provato, D’Alema, Berlusconi, Renzi, si è scottato trovando un’ostilità generale, ed è grazie a quest’ostilità che manteniamo ancora un barlume di assetto democratico.

E’ stata mutata soltanto la legge elettorale, più volte e in due casi questo cambiamento è stato anche sonoramente sconfessato dalla Corte Costituzionale.

Ed è questo il punto conclusivo sul quale riflettere.

Oggi non si elegge niente e nessuno, si scelgono soltanto gli organismi dirigenti di una sedicente partito e questo fatto riguarda esclusivamente chi ha interesse in quella direzione.

In realtà il vero conflitto che attraversa questo sistema politico è quello riguardante l’idiosincrasia di tutti gli attori di questa commedia verso la suddivisione dei poteri: quasi realizzato l’assorbimento del potere legislativo in quello esecutivo grazie allo svuotamento del ruolo del Parlamento e la costruzione di maggioranze “drogate” composte da parlamentari “nominati” lo scontro, vero ed eterno (i duellanti) è quello con la magistratura, come dimostrano anche i fatti della più stretta attualità (e la stessa storia di questi vent’anni).

Uno scontro, anch’esso, dai contorni tutt’altro che limpidi.

In conclusione vale la pena, per capire meglio dove ci troviamo e dove stiamo andando, rileggere un vecchio documento: quello di “Rinascita Nazionale” stilato della P2 nel lontano 1975.

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25/11/2016

Di Renzi si può fare a meno, parola di Economist

L'equivoco si va sciogliendo e Matteo Renzi appare ora per quel che è: un Berlusconi senza soldi propri.

L'imprevisto endorsement del The Economist per il NO al referendum sulla riforma costituzionale, chiarisce senza ombra di dubbio la natura del conflitto che oppone il capitale più multinazionalizzato (a partire dalla finanza) e il piccolo mondo antico dei “furbetti del quartierino”, che costituisce ancora oggi il nerbo della presunta “classe dirigente” italica.

Cosa dice la bibbia settimanale del capitalismo multinazionale? L'Italia ha urgente bisogno di “riforme” strutturali, ma “ma non quelle proposte” da Renzi nel referendum. Viene intanto bucato il palloncino della “comunicazione”, per cui Renzi e la sua banda sarebbero i campioni del cambiamento in quanto capaci di elaborare e imporre riforme, senza mai entrare nel merito di che tipo di cambiamento o di riforme si stia parlando. Anche passare dalla democrazia alla dittatura può essere descritto come un cambiamento o una riforma, in effetti. E il settimanale britannico analizza la riforma costituzionale con argomenti critici che chiunque di noi potrebbe sottoscrivere: “il rischio che, cercando di mettere fine all'instabilità che ha dato all'Italia 65 governi dal 1945, si crei un uomo forte. Questo è il paese che ha prodotto Benito Mussolini e Silvio Berlusconi ed è vulnerabile in modo preoccupante al populismo”.

Ed anche “il Senato che non sarebbe eletto” ma infarcito di consiglieri regionali e sindaci, ovvero il livello politico più corrotto (sembra di sentire Travaglio o i grillini...). E non poteva passare inosservato il fatto che la riforma concede al partito di maggioranza alla Camera “un immenso potere, dando al maggiore partito il 54 per cento dei seggi e la garanzia di governare cinque anni”. Vero è che The Economist teme soprattutto che possa diventare premier qualcuno come Beppe Grillo, ma in ogni caso trovarsi davanti un primo ministro eletto da una minoranza estrema del paese è prospettiva che preoccupa, proprio dal punto di vista della stabilità politica.

Un giudizio definitivo, infine, sui princìpi che informano il testo governativo nel suo insieme: “i dettagli della riforma insultano i principi democratici”. Inevitabile la conclusione: fossimo italiani, voteremmo NO. E chi se ne frega se il governo cade, se ne può sempre fare uno “tecnico”, non casca il mondo, ci siete abituati, no?

Naturalmente all'Economist sono piaciute riforme come il Jobs Act, l'abolizione dell'art. 18, la precarizzazione del lavoro e tante altre che hanno dato alle imprese il potere di disporre a piacimento della forza lavoro. E' pur sempre la bibbia del capitale multinazionale.

E allora perché questa contrapposizione? Perché questa bocciatura così esplicita di una classe politica “giovane”, “innovativa”, market oriented?

Nemmeno il “Piano di rinascita democratica” di Licio Gelli metteva in discussione la prima parte della Costituzione antifascista, quella relativa ai diritti dei cittadini e alla partecipazione alla cosa pubblica. Anche perché quella parte non è mai stata attuata, neanche negli anni '70. Dunque non c'è necessità di forzare la mano su articoli ridotti di fatto a pure petizioni di principio.

La riforma Renzi-Boschi – esattamente come il piano piduista – si concentra invece sulla struttura dei poteri dello Stato, sulle funzioni istituzionali, per disegnare un potere inattaccabile sia dalla mobilitazione popolare che dal conflitto parlamentare. E' il vecchissimo tic autoritario del capitalismo all'italiana, debole sul piano dei capitali e dunque ferocissimo con i “sottoposti”, che li vorrebbe imbavagliati e legati, disponibili a subire ogni vessazione e senza alcuna possibilità legale di reazione. Basta insomma con il diritto di associazione politica alternativa al sistema esistente; basta con il diritto a manifestare (la logica delle “zone rosse” è esattamente questa, e sta preparando da anni questa “svolta”); basta con il diritto di sciopero (che si vorrebbe lasciare formalmente in mano soltanto ai sindacati complici, che di fatto non lo esercitano più).

Il capitale più multinazionalizzato non è in linea di principio contrario ad un'evoluzione autoritaria del genere (magari qualche liberale coerente può ancora esserlo, ma non è decisivo...), semplicemente non la vede prioritaria.

Una centralizzazione dei poteri dagli enti locali allo Stato è considerata importante perché ridurrebbe la costosa complessità di una serie di adempimenti per le imprese. Ad esempio, “ci sono regole diverse in ogni regione d'Italia riguardo al consumo di acqua, il riciclaggio dei rifiuti, il controllo dell'inquinamento, le modalità di funzionamento degli impianti di energia, la molteplicità di enti che devono rilasciare permessi, ecc”. E questa parte – il Titolo V, sostanzialmente – non dispiace neanche all'Economist.

Dal punto di vista di questo capitalismo globalizzato bisognerebbe invece fare le altre “riforme”. Quelle indicate dalla “lettera dei presidenti della Bce” dell'agosto 2011, per cui era stato necessario far cadere Berlusconi e portare Mario Monti a Palazzo Chigi. Ovvero i tagli alla spesa sociale (pensioni, sanità, istruzione), riduzione delle tasse per le imprese, eliminazione dei contratti collettivi nazionali, riforma della giustizia civile e garanzie sugli appalti, controllo dell'evasione fiscale... Insomma, molto di quel che serve al capitaluccio “nazionale” per cavar fuori plusvalenze senza troppa fatica, maneggiando poteri statali o comunque amministrazioni pubbliche permeabili – soprattutto a livello dirigenziale – alla corruzione.

E' questa la parte di “riforme” che in Italia risulta impossibile realizzare. Il lavoro dipendente è stato così massacrato che non c'è più moto da togliergli; anche il salario, tra voucher e “volontari”, è diventato un optional...

Su questo fronte Matteo Renzi, dopo tre anni di governo, si è dimostrato altrettanto inaffidabile di Berlusconi. E ora se ne stanno accorgendo anche a livello internazionale.

Diventa dunque chiaro che quel milieu momentaneamente affondato dalla presa diretta di governo da parte dell'Unione Europea – con Monti, ma anche in parte con Enrico Letta – è riuscito a “scalare” il Pd e servirsene come silenziatore sociale durante la rottamazione dei diritti del lavoro. Ma non sa e non può andare oltre, nella direzione chiesta dai “mercati”, perché dovrebbe deforestare l'ingorgo di rami che portano linfa vitale per la propria riproduzione.

Il NO dell'Economist, insomma, è propedeutico a una ripresa diretta di controllo – col “governo tecnico” – delle autorità sovranazionali sul governo italiano. Un NO diametralmente opposto al nostro. Che ha l'unico merito di svelare quanto reazionaria e retrograda sia la banda di “pischelli” coltivata alla Leopolda. Magari non sono choosy, ma restano inadeguati.

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02/11/2016

Il “piano di Gelli”, superato in tromba dalle “riforme” di Renzi e Ue

Nessuno come gli italiani tende a dimenticare il passato, anche quello più recente. E nessun vizio viene incentivato dai governi – tutti, di qualsiasi paese – più della smemoratezza. A un mese dal referendum sulla controriforma costituzionale Renzi-Boschi-Verdini, quindi, non sembra inutile ripubblicare il “piano di rinascita democratica” con cui la P2 voleva rovesciare la Costituzione materiale e formale della Repubblica.

Un raffronto anche veloce permette di vedere in questo antico testo golpista molte delle “riforme” poi fatte a turni alterni dai governi di centrodestra e di centrosinistra, fino – appunto – alla “controriforma costituzionale” che bocceremo il 4 dicembre. Ben sapendo che questa merda reazionaria resiste ai decenni e viene continuamente riproposta, rappresentando probabilmente il massimo del “progetto politico-sociale” elaborabile dal padronato nazionale.

Alcune chicche sono comunque evidenziabili fin da subito:

a) la cancellazione del diritto di sciopero, a partire dai servizi pubblici (“fatto!”, griderebbero all'unisono Berlusconi, Prodi, D'Alema e Renzi, con la complicità di Cgil-Cisl-Uil) e proibendo esplicitamente lo sciopero politico;

b) l'innalzamento dell'età pensionabile, su cui Gelli era decisamente più magnanimo della Fornero, volendo alzarla a “soli” 60 anni;

c) il controllo centralizzato dei sistemi di informazione, “sollecitando" i giornalisti, oltre che le proprietà;

d) la riduzione del sindacato – in generale – alla pura funzione economica di conciliazione con i prioritari interessi delle imprese;

e) la subordinazione esplicita della magistratura all'esecutivo;

f) il “taglio dei costi della politica” (!), in modo da avere partiti asserviti al potere economico per mancanza di alternative;

g) il “bipartitismo perfetto”, con due formazioni assolutamente equivalenti e guidate da un personale controllato dall'alto;

h) l'abolizione del valore legale del titolo di studio e in generale lo svuotamento della funzione formativa della scuola (vi fischiano le orecchie, vero?);

i) fine del “bicamerialismo perfetto”, tramite la “ ripartizione di fatto, di competenze fra le due Camere”.

Potremmo andare avanti a lungo, con le assonanze... e bisogna dire che gli “allievi” di Gelli, almeno in materia di diritto del lavoro, sono andati molto al di là dei precetti del “gran maestro”. Il quale, per esempio, scriveva che l'orario di lavoro poteva essere portato a... 7 ore e 30 minuti al giorno.

In effetti, sembra proprio questa la parte più invecchiata dell'antico programma reazionario. Il resto, c'è quasi per intero. E anche un po' di più.

Ricordatevene, il 4 dicembre...

*****

Testo integrale del "piano di rinascita democratica", della loggia P2, sequestrato a M. Grazia Gelli nel luglio 1982

PREMESSA
1) L' aggettivo democratico sta a significare che sono esclusi dal presente piano ogni movente od intenzione anche occulta di rovesciamento del sistema
2) il piano tende invece a rivitalizzare il sistema attraverso la sollecitazione di tutti gli istituti che la Costituzione prevede e disciplina, dagli organi dello Stato ai partiti politici, alla stampa, ai sindacati, ai cittadini elettori.
3) Il piano si articola in una sommaria indicazione di obiettivi, nella elaborazione di procedimenti – anche alternativi – di attuazione ed infine nell'elencazione di programmi a breve, medio e lungo termine.
4) Va anche rilevato, per chiarezza, che i programmi a medio e lungo termine prevedono alcuni ritocchi alla Costituzione successivi al restauro delle istituzioni fondamentali.

OBIETTIVI
1) Nell'ordine vanno indicati:

a) i partiti politici democratici, dal PSI al PRI, dal PSDI alla DC al PLI (con riserva di verificare la Destra Nazionale)
b) la stampa, escludendo ogni operazione editoriale, che va sollecitata al livello di giornalisti attraverso una selezione che tocchi soprattuttto: Corriere della Sera, Giorno, Giornale, Stampa, Resto del Carlino, Messaggero, Tempo, Roma, Mattino, Gazzetta del Mezzogiorno, Giornale di Sicilia, per i quotidiani; e per i periodici: Europeo, Espresso, Panorama, Epocaa, Oggi, Gente, Famiglia Cristiana. La RAI-TV va dimenticata.
c) i sindacati, sia confederali CISL e UIL, sia autonomi, nella ricerca di un punto di leva per ricondurli alla loro naturale funzione anche al prezzo di una scissione e successiva costituzione di una libera associazione dei lavoratori;
d) il Governo, che va ristrutturato nella organizzazione ministeriale e nella qualita' degli uomini da proporre ai singoli dicasteri;
e) la magistratura, che deve essere ricondotta alla funzione di garante della corretta e scrupolosa applicazione delle leggi;
f) il Parlamento, la cui efficienza e' subordinata al successo dell'operazione sui partiti politici, la stampa e i sindacati.

2) Partiti politici, stampa e sindacati costituiscono oggetto di sollecitazioni possibili sul piano della manovra di tipo economico finanziario.
La disponibilta' di cifre non superiori a 30 o 40 miliardi sembra sufficiente a permettere ad uomini di buona fede e ben selezionati di conquistare le posizioni chiave necessarie al loro controllo.
Governo, Magistratura e Parlamento rappresentano invece obiettivi successivi, accedibili soltanto dopo il buon esito della prima operazione, anche se le due fasi sono necessariamente destinate a subire intersezioni e interferenze reciproche, come si vedra' in dettaglio in sede di elaborazione dei procedimenti.

3) Primario obiettivo e indispensabile presupposto dell'operazione e' la costituzione di un club (di natura rotariana per l'etereogenita' dei componenti) ove siano rappresentati, ai migliori livelli, operatori, imprenditoriali e finanziari, esponenti delle professioni liberali, pubblici amministratori e magistrati, nonche' pochissimi e selezionati uomini politici, che non superi il numero di 30 o 40 unita'.
Gli uomini che ne fanno parte debbono essere omogenei per modo di sentire, disinteresse, onesta' e rigore morale, tali cioe' da costituire un vero e proprio comitato di garanti rispetto ai politici che si assumeranno l'onere dell'attuazione del piano e nei confronti delle forze amiche nazionali e straniere che lo vorranno appoggiare. Importante e' stabilire subito un collegamento valido con la massoneria internazionale.

PROCEDIMENTI
1) Nei confronti del mondo politico occorre:

a) selezionare gli uomini – anzitutto – ai quali puo' essere affidato il compito di promuovere la rivitalizzazione di ciascuna rispettiva parte politica (per il PSI, ad esempio, Mancini, Mariani e Craxi; per il PRI: Visentini e Bandiera; per il PSDI: Orlandi e Amidei; per la DC: Andreotti, Piccoli, Forlani, Gullotti e Bisaglia; per il PLI: Cottone e Quilleri; per la Destra Nazionale (eventualmente): Covelli);
b) in secondo luogo valutare se le attuali formazioni politiche sono in grado di avere ancora la necessaria credibilita' esterna per ridiventare validi strumenti di azione politica;
c) in caso di risposta affermativa, affidare ai prescelti gli strumenti finanziari sufficienti -con i dovuti controlli- a permettere loro di acquisire il predominio nei rispettivi partiti;
d) in caso di risposta negativa usare gli strumenti finanziari stessi per l'immediata nascita di due movimenti: l'uno, sulla sinistra (a cavallo fra PSI-PSDI-PRI-Liberali di sinistra e DC di sinistra), e l'altro sulla destra (a cavallo fra DC conservatori, liberali, e democratici della Destra Nazionale). Tali movimenti dovrebbero essere fondati da altrettanti clubs promotori composti da uomini politici ed esponenti della societa' civile in proporzione reciproca da 1 a 3 ove i primi rappresentino l'anello di congiunzione con le attuali parti ed i secondi quello di collegamento con il mondo reale.
Tutti i promotori debbono essere inattaccabili per rigore morale, capacita', onesta' e tendenzialmente disponibili per un'azione poltica pragmatistica, con rinuncia alle consuete e fruste chiavi ideologiche. Altrimenti il rigetto da da parte della pubblica opinione e' da ritenere inevitabile.

2) Nei confronti della stampa (o, meglio, dei giornalisti) l'impiego degli strumenti finanziari non puo', in questa fase, essere previsto nominativamente. Occorrera' redigere un elenco di almeno 2 o 3 elementi, per ciascun quotidiano o periodico in modo tale che nessuno sappia dell'altro. L'azione dovra' essere condotta a macchia d'olio, o, meglio, a catena, da non piu' di 3 o 4 elementi che conoscono l'ambiente.
Ai giornalisti acquisti dovra' essere affidato il compito di "simpatizzare" per gli esponenti politici come sopra prescelti in entrambe le ipotesi alternative 1c e 1d.
In un secondo tempo occorrera':
a) acquisire alcuni settimanali di battaglia;
b) coordinare tutta la stampa provinciale e locale attraverso una agenzia centralizzata;
c) coordinare molte TV via cavo con l'agenzia per la stampa locale;
d) dissolvere la RAI-TV in nome della liberta' di antenna ex art. 21 Costit.

3) Per quanto concerne i sindacati la scelta prioritaria e' fra la sollecitazione alla rottura, seguendo cioe' le linee gia' esistenti dei gruppi minoritari della CISL e maggioritari dell'UIL, per poi agevolare la fusione con gli autonomi, acquisire con strumenti finanziari di pari entita' i piu' disponibili fra gli attuali confederati allo scopo di rovesciare i rapporti di forza all'interno dell'attuale trimurti.
Gli scopi reali da ottenere sono:
a) restaurazione della liberta' individuale, nelle fabbriche e aziende in genere per consentire l'elezione dei consigli di fabbrica, con effettive garanzie di segretezza del voto;
b) ripristinare per tale via il ruolo effettivo del sindacato di collaboratore del fenomeno produttivo in luogo di quello legittimamente assente di interlocutore in vista di decisioni politiche aziendali e governative.
Sotto tale profilo, la via della scissione e della successiva integrazione con gli autonomi sembra preferibile snche ai fini dell'incidenza positiva sulla pubblica opinione di un fenomeno clamoroso come la costituzione di un vero sindacato che agiti la bandiera della liberta' di lavoro e della tutela economica deei lavoratori. Anche in termini di costo e' da prevedere un impiego di strumenti finanziari di entita' inferiori all'altra ipotesi.

4) Governo Magistratura e Parlamento

a) selezionare gli uomini – anzitutto – ai quali puo' essere affidato il compito di promuovere la rivitalizzazione di ciascuna rispettiva parte politica (Per il PSI, ad esempio Mancini, Mariani e Craxi; per il PRI: Visentini e Bandiera; per il PSDI: Orlandi e Amidei; per la DC: Andreotti, Piccoli, Forlani, Gullotti e Bisaglia; per il PLI: Cottone e Quilleri; per la Destra Nazionale (eventualmente): Covelli);
b) in secondo luogo valutare se le attuali formazioni politiche sono in grado di avere ancora la necessaria credibilita' esterna per ridiventare validi strumenti di azione politica;
c) in caso di risposta affermativa, affidare ai prescelti gli strumenti finanziari sufficienti – con i dovuti controlli – a permettere loro di acquisire il predominio nei rispettivi partiti;
d) in caso di risposta negativa usare gli strumenti finanziari stessi per l'immediata nascita di due movimenti: l'uno, sulla sinistra (a cavallo fra PSI – PSDI – PRI – Liberali di sinistra e DC di sinistra), e l'altro sulla destra (a cavallo fra DC conservatori, liberali, e democratici della Destra Nazionale). Tali movimenti dovrebbero essere fondati da altrettanti clubs promotori composti da uomini politici ed esponenti della societa' civile in proporzione reciproca da 1 a 3 ove i primi rappresentino l'anello di congiunzione con le attuali parti ed i secondi quello di collegamento con il mondo reale.
Tutti i promotori debbono essere inattaccabili per rigore morale, capacita', onesta', e tendenzialmente disponnibili per un'azione politica pragmatica, con rinuncia alle consuete e fruste chiavi ideologiche. Altrimenti il rigetto da parte della pubblica opinione e' da ritenere inevitabile.

2) Nei confronti della stampa (o, meglio, dei giornalisti) l'impiego degli strumenti finanziari non puo', in questa fase, essere previsto nominatim. Occorrera' redigere un elenco di almeno 2 o 3 elementi, per ciascun quotidiano o periodico in modo tale che nessuno sappia dell'altro. L'azione dovra' essere condotta a macchia d'olio, o, meglio, a catena, da non piu' di 3 o 4 elementi che conoscono l'ambiente.
Ai giornalisti acquisiti dovra' essere affidato il compito di "simpatizzare" per gli esponenti politici come sopra prescelti in entrambe le ipotesi alternative 1c e 1d.
In secondo tempo occorrera':
a) acquisire alcuni settimanali di battaglia;
b) coordinare tutta la stampa provinciale e locale attraverso una agenzia centralizzata;
c) coordinare molte TV via cavo con l'agenzia per la stampa locale;
d) dissolvere la RAI-TV in nome della liberta' di antenna ex art. 21 Costit.

3) Per quanto concerne i sindacati la scelta prioritaria e'fra la sollecitazione alla rottura, seguendo cioe' le linee gia' esistenti dei gruppi minoritari della CISL e maggioritari della UIL, per poi agevolare la fusione con gli autonomi, aquisire con strumenti finanziari di pari entita' i piu' disponibili fra gli attuali confederati allo scopo di rovesciare i rapporti di forza all'interrno dell'attuale trimorti.
Gli scopi reali da ottenere sono:
a) restaurazione della liberta' individuale nelle fabbriche e aziende in genere per consentire l'elezione dei consigli di fabbrica con effettive garanzie di segretezza del voto;
b) ripristinare per tale via il ruolo effettivo del sindacato di collaboratore del fenomeno produttivo in luogo di quella illegittimamente assente di interlocutore in vista di decisioni politiche aziendali e governative.
Sotto tale profilo, la via della scissione e della successiva integrazione con gli autonomi sembra preferibile anche ai fini dell'incidenza positiva sulla pubblica opinione di un fenomeno clamoroso come la costituzione di un vero sindacato che agiti la bandiera della liberta' di lavoro e della tutela economica dei lavoratori. Anche in termini di costo e' da prevedere un impiego di strumenti finanziari di entita' inferiore all'altra ipotesi.

4) Governo, Magistratura e Parlamento

E' evidente che si tratta di obiettivi nei confronti dei quali i procedimenti divengono alternativi in varia misura a seconda delle circostanze .
E' comunque intuitivo che, ove non si verifichi la favorevole circostanza di cui in prosieguo, i tempi brevi sono – salvo che per la Magistratura – da escludere essendo i procedimenti subordinati allo sviluppo di quelli relativi ai partiti, alla stampa e ai sindacati, con la riserva di una piu'rapida azione nei confronti del Parlamento ai cui componenti e' facile estendere lo stesso modus operandi gia' previsto per i partiti politici.
Per la Magistratura e' da rilevare che esiste gia' una forza interna (la corrente di magistratura indipendente della Ass. Naz. Mag.) che raggruppa oltre il 40% dei magistrati italiani su posizioni moderate.
E' sufficiente stabilire un accordo sul piano morale e programmatico ed elaborare una intesa diretta a concreti aiuti materiali per poter contare su un prezioso strumento, gia' operativo nell'interno del corpo anche al fine di taluni rapidi aggiustamenti legislativi che riconducano la giustizia alla sua tradizionale funzione di elementi di equilibrio della societa' e non gia' di eversione.
Qualora invece le circostanze permettessero di contare sull'ascesa al Governo di un uomo politico (o di un'equipe) gia' in sintonia con lo spirito del club e con le sue idee "ripresa democratica", e' chiaro che i tempi dei procedimenti riceverebbero una forte accelerazione anche per la possibilita' di attuare subito il programma di emergenza e quello a breve termine in modo contestuale all'attuazione dei procedimenti sopra descritti.
In termini di tempo cio' significherebbe la possibilita' di ridurre a 6 mesi e anche meno il tempo di intervento, qualora sussista il presupposto della disponibilita' dei mezzi finanziari.

PROGRAMMI

Per programmi si intende la scelta, in scala di priorita', delle numerose operazioni in forma di:
a) azioni di comportamento politico ed economico;
b) atti amministrativi (di Governo);
c) atti legislativi; necessari a ribaltare – in concomitanza con quelli descritti in materia di procedimenti – l'attuale tendenza di sfascimento delle istituzione e, con essa, alla disottemperanza della Costituzione i cui organi non funzionano piu' secondo gli schemi originali. Si tratta, in sostanza, di "registrare" – come nella stampa in tricromia – le funzioni di ciascune istituzione e di ogni organo relativo in modo che i rispettivi confini siano esattamente delimitati e scompaiano le attuali aree di sovrapposizione da cui derivano confusione e indebolimento dello Stato.
A titolo di esempio, si considerano due fenomeni:
1) lo spostamento dei centri di potere reale dal Parlamento ai sindacati ed al Governo ai padronati multinazionali con i correlativi strumenti di azione finanziaria. Sarebbero sufficienti una buona legge sulla programmazione che rivitalizzi il CNEL e una nuova struttura dei Ministeri accompagnate da norme amministrative moderne per restituire ai naturali detentori il potere oggi perduti;
2) l'involuzione subita dalla scuola negli ultimi 10 anni quale risultante di una giusta politica di ampliamento dell'area di istruzione pubblica, non accompagnata pero' dalla predisposizione di corpi docenti adeguati e preparati nonche' dalla programmazione dei fabbisogni in tema di occupazione.
Ne e' conseguente una forte e pericolosa disoccupazione intellettuale – con gravi deficenze invece nei settori tecnici nonche' la tendenza a individuare nel titolo di studio il diritto al posto di lavoro. Discende ancora da tale stato di fatto la spinta all'egualitarismo assolto (contro la Costituzione che vuole tutelare il diritto allo studio superiore per i piu' meritevoli) e, con la delusione del non inserimento, il rifugio nella apatia della droga oppure nell'ideologia dell'eversione anche armata. Il rimedio consiste: nel chiudere il rubinetto del preteso automatismo: titolo di studio – posto di lavoro; nel predisporre strutture docenti valide; nel programmare, insieme al fenomeno economico, anche il relativo fabbisogno umano; infine nel restaurare il principio meritocratico imposto dalla Costituzione.
Sotto molti profili, la definizione dei programmi intersechera' temi e notazioni gia' contenute nel recente Messaggio del Presidente della Repubblica – indubbiamente notevole – quale diagnosi della situazione del Paese, tenendo, pero', ad indicare terapie piu' che a formulare nuove analisi.
Detti programmi possono essere esecutivi – occorrendo – con normativa d'urgenza (decreti legge).
a) Emergenza a breve termine . Il programma urgente comprende, al pari degli altri provvedimenti istituzionali (rivolti cioe' a "registrare" le istituzioni) e provvedimenti di indole economico-sociale.
a1) Ordinamento giudiziario: le modifiche piu' urgenti investono:
– la responsabilita' civile (per colpa) dei magistrati;
– il divieto di nomina sulla stampa i magistrati comunque investiti di procedimenti giudiziari;
– la normativa per l'accesso in carriera (esami psicoattitudinali preliminari);
– la modifica delle norme in tema di facolta' liberta' provvisoria in presenza dei reati di
eversione – anche tentatata – nei confronti dello Stato e della Costituzione, nonche' di
violazione delle norme sull'ordine pubblico, di rapina a mano armata, di sequestro di
persona e di violenza in generale.
a2) Ordinamento del Governo
1 – legge sulla Presidenza del Consiglio e sui Minister (Cost. art. 95) per determinare
competenze e numero (ridotto, con eliminazione o quasi dei Sottosegretari);
2 – legge sulla programmazuone globale (Cost. art. 41) incentrata su un Ministero
dell'economia che ingloba le attuali strutture di incentivazione (Cassa Mezz. – PPSS –
Mediocredito Industria – Agricoltura), sul CNEL rivitalizzato quale punto d'incontro delle
forze sociali e sindacali, imprenditoriali e culturali e su procedure d'incontro con il
Parlamento e le Regioni;
3 – riforma dell'amministrazione (Cost. artt. 28 -97 – 98) fondato sulla teoria dell'atto
pubblico non amministrativo, sulla netta separazione della responsabilta' politica da
quella amministrativa che diviene personale (istituzione dei Segretari Generali di Ministero)
e sulla sostituzione del principio del silenzio-rifiuto con quello del silenzio-consenso;
4 – definizione della riserva di legge nei limiti voluti e richiesti espressamente dalla
Costituzione e individuazione delle aree di normativa secondaria (regolamentare) in ispecie
di quelle regionali che debbono essere obbligatoriamente limitate nell'ambito delle leggi
cornice.
a3) Ordinamento del Parlamento
1) ripartizione di fatto, di competenze fra le due Camere (funzione politica alla CD e funzione economica al SR);
2) modifica (gia' in corso) dei rispettivi Regolamenti per ridare forza al principio del rapporto (Cost. art. 64) fra maggioranza-Governo da un lato, e opposizione, dall'altro, in luogo della attuale tendenza assemblearistica;
3) adozione del principio delle sessioni temporali in funzione di esecuzione del programma
governativo.

b) Provvedimenti economico-sociali
b1) abolizione della validita' legale dei titoli di studio (per sfollare le universita' e dare il tempo di elaborare una seria riforma della scuola che attui i precetti della Costituzione);
b2) adozione di un orario unico nazionale di 7 ore e 30' effettive (dalle 8,30 alle 17) salvi i
turni necessari per gli impianti a ritmo di 24 ore, obbligatorio per tutte le attivita' pubbliche e private;
b3) eliminazione delle festivita' infrasettimanali e dei relativi ponti (salvo 2 giugno – Natale
– Capodanno e Ferragosto) da riconcedere in un forfait di 7 giorni aggiuntivi alle ferie annuali di diritto;
b4) obbligo di attuare in ogni azienda ed organo di Stato i turni di festivita' – anche per
sorteggio – in tutti i periodi dell'anno, sia per annualizzare l'attivita' dell'industria turistica,
sia per evitare la "sindrome estiva" che blocca le attivita' produttive;
b5) revisione della riforma tributaria nelle seguenti direzioni:
1 – revisione delle aliquote per i lavoratori dipendenti aggiornandole al tasso di svalutazione 1973-76;
2 – nettizzazione all'origine di tutti gli stipendi e i salari delle P.A. (onde evitare gli enormi
costi delle relative partite di giro);
3 – inasprimento delle aliquote sui redditi professionali e sulle rendite;
4 – abbattimento delle aliquote per donazioni e contributi a fondazioni scientifiche e culturali riconosciute, allo scopo di sollecitare l'autofinanziamento premiando il reinvestimento del profitto;
5 – alleggerimento delle aliquote sui fondi aziendali destinati a riserve, ammotamenti,
investimenti e garanzie, per sollecitare l'autofinanziamento delle aziende produttive;
6 – reciprocita' fra Stato e dichiarante nell'obbligo di mutuo acquisto ai valori dichiarati ed
accertati;
b6) abolizione della nominativita' dei titoli azionari per ridare fiato al mercato azionario e
sollecitare meglio l'autofinanziamento delle aziende produttive;
b7) eliminazione delle partite di giro fra aziende di Stato ed istituti finanziari di mano pubblica in sede di giro conti reciprochi che si risolvono – nel gioco degli interessi – in passivita' inutili dello stesso Stato;
b8) concessione di forti sgravi fiscali ai capitali stranieri per agevolare il ritorno dei capitali
dall'estero;
b9) costituzione di un fondo nazionale per i servizi sociali (case – ospedali – scuole
– trasporti) da alimentare con:
1 – sovraimposta IVA sui consumi voluttuari (automobili – generi di lusso)
2 – proventi dagli inasprimenti ex b5)4;
3 – finanziamenti e prestiti esteri su programma di spesa;
4 – stanziamenti appositi di bilancio per investimenti;
5 – diminuzione della spesa corrente per parziale pagamento di stipendi statali superiori a
L. 7.000.000 annui con speciali buoni del Tesoro al 9% non commerciabili per due anni.
Tale fondo va destinato a finanziare un programma biennale di spesa per almeno 10.000
miliardi. Le riforme di struttura relative vanno rinviate a dopo che sia stata assicurata la
disponibilita' dei fabbricati, essendo ridicolo riformare le gestioni in assenza di validi
strumenti (si ricordino i guasti della riforma sanitaria di alcuni anni or sono che si risolvette
nella creazione di 36.000 nuovi posti di consigliere di amministrazione e nella correlativa
lottizzazione partitica in luogo di creare altri posti letto)
Per quanto concerne la realizzabilita' del piano edilizio in presenza della caotica
legislazione esistente, sara'necessaria una legge che imponga alle Regioni programmi
urgenti straordinari con termini brevissimi surrogabili dall'intervento diretto dello Stato; per quanto si riferisce in particolare all'edilizia abitativa, il ricorso al sistema dei comprensori obbligatori sul modello svedese ed al sistema francese dei mutui individuali agevolati sembra il metodo migliore per rilanciare questo settore che e' da considerare il volano della ripresa economica;
b10) aumentare la redditivita' del risparmio postale elevando il tasso al 7%;
b11) concedere incentivi prioritari ai settori:
I – turistico
II – trasporti marittimi
III – agricolo specializzato (primizie zootecnia)
IV – energetico convenzionale e futuribile (nucleare – geotermico – solare)
V – industria chimica fine e metalmeccanica specializzata di trasformazione; in modo da
sollecitare investimenti in settori ad alto tasso di mano d'opera ed apportatori di valuta;
b12) sospendere tutte le licenze ed i relativi incentivi per impianti di raffinazione primaria del petrolio e di produzione siderurgica pesante.

c) Pregiudiziale e' che oggi ogni attivita'secondo quanto sub a) e b) trovi protagonista e
gestore un Governo deciso ad essere non gia' autoritario bensi' soltanto autorevole e deciso a fare rispettare le leggi esistenti.
Cosi' e' evidente che le forze dell'ordine possono essere mobilitate per ripulire il paese dai
teppisti ordinari e pseudo politici e dalle relative centrali direttive soltanto alla condizione che la Magistratura li processi e condanni rapidamente inviandoli in carceri ove scontino la pena senza fomentare nuove rivolte o condurre una vita comoda.
Sotto tale profilo, sembra necessario che alle forze di P.S. sia restituita la facolta' di
interrogatorio d'urgenza degli arrestati in presenza dei reati di eversione e tentata eversione dell'ordinamento, nonche' di violenza e resistenza alle forze dell'ordine, di violazione della legge sull'ordine pubblico, di sequestro di persona, di rapina a mano armata e di violenza in generale.

d) Altro punto chiave e'l'immediata costituzione di una agenzia per il coordinamento della
stampa locale (da acquisire con operazioni successive nel tempo) e della TV via cavo da
impiantare a catena in modo da controllare la pubblica opinione media nel vivo del Paese.
E' inoltre opportuno acquisire uno o due periodici da contrapporre a Panorama, Espresso,
Europeo sulla formula viva "Settimanale".

MEDIO E LUNGO TERMINE

Nel presupposto dell'attuazione di un programma a breve termine come sopra definito, rimane da tratteggiare per sommi capi un programma a medio e lungo termine con l'avvertenza che mentre per quanto riguarda i problemi istituzionali e'possibile fin d'ora formulare ipotesi concrete, in materia di interventi economico-sociali, salvo per quel che attiene pochissimi grandi temi, e'necessario rinviare nel tempo l'elencazione di problemi e relativi rimedi.

a) Provvedimenti istituzionali
a1) Ordinnamento Giudiziario
I – unita'del Pubblico Ministero (a norma della Costituzione – articoli 107 e 112 ove il P.M.
e' distinto dai giudici);
II – responsabilita' del Guardasigilli verso il Parlamento sull'operato del P.M. (modifica
costituzionale);
III – istruzione pubblica dei processi nella dialettica fra pubblica accusa e difesa di fronte
ai giudici giudicanti, con abolizione di ogni segreto istruttorio con i relativi e connessi
pericoli ed eliminando le attuali due fasi di istruzione;
IV – riforma del Consiglio Superiore della Magistratura che deve essere responsabile verso il Parlamento (modifica costituzionale);
V – riforma dell'ordinamento giudiziario per ristabilire criteri di selezione per merito delle
promozioni dei magistrati, imporre limiti di eta' per le funzioni di accusa, separare le
carriere requirente e giudicante, ridurre a giudicante la funzione pretorile;
VI – esperimento di elezione di magistrati (Costit. art. 106) fra avvocati con 25 anni di
funzioni in possesso di particolari requisiti morali;
a2) Ordinamento del Governo
I – modifica della Costituzione per stabilire che il Presidente del Consiglio e' eletto dalla
Camera all'inizio di ogni legislatura e puo' essere rovesciato soltanto attraverso le elezioni
del successore;
II – modifica della Costituzione per stabilire che i Ministri perdono la qualita'
di parlamentari;
III – revisione della legge sulla contabilita' dello Stato e di quella sul bilancio dello Stato
(per modificarne la natura da competenza in cassa);
IV – revisione della legge sulla finanza locale per stabilire – previo consolidamentodel debito attuale degli enti locali da riassorbire in 50 anni – che Regioni e Comuni possono spendere al di la' delle sovvenzioni statali soltanto i proventi di emissioni di obbligazioni di scopo (esenti da imposte e detraibili) e cioe'relative ad opere pubbliche da finanziare, secondo il modello USA. Altrimenti il concetto di autonomia diviene di sola liberta' di spesa basata sui debiti;
V – riforma della legge comunale e provinciale per sopprimere le provincie e ridefinire i
i compiti dei Comuni dettando nuove norme sui controlli finanziari;
a3) Ordinamento del Parlamento
I – nuove leggi elettorali, per la Camera, di tipo misto (uninominale e proporzionale secondo
il modello tedesco) riducendo il numero dei deputati a 450 e, per il Senato, di
rappresentanza di secondo grado, regionale, degli interessi economici, sociali e culturali,
diminuendo a 250 il numero dei senatori ed elevando da 5 a 25 quello dei senatori a vita di
nomina presidenziale, con aumento delle categorie relative (ex parlamentari – ex magistrati
– ex funzionari e imprenditori pubblici – ex militari ecc.);
II – modifica della Costituzione per dare alla Camera preminenza politica (nomina del Primo Ministro) ed alla Senato preponderanza economica (esame del bilancio);
III – stabilire norme per effettuare in uno setesso giorno ogni 4 anni le elezioni nazionali,
regionali e comunali (modifica costituzionale);
IV – stabilire che i decreti-legge sono inemendabili;
a4) Ordinamento di altri organi istituzionali
I – Corte Costituzionale: sancire l'incompatibilita' successiva dei giudici a cariche elettive
in enti pubblici; sancire il divieto di sentenze cosiddette attive (che trasformano la Corte in
organo legislativo di fatto);
II – Presidente della Repubblica: ridurre a 5 anni il mandato, sancire l'ineleggibilita' ed
eliminare il semestre bianco (modifica costituzionale);
III – Regioni: modifica della Costituzione per ridurre il numero e determinarne i confini
secondo criteri geoeconomici piu' che storici. Provvedimenti economico sociali.

b1) Nuova legislazione antiurbanesimo subordinando il diritto di residenza alla dimostrazione
di possedere un posto di lavoro e un reddito sufficiente (per evitare che saltino le finanze dei grandi Comuni);
b2) Nuova legslazione urbanistica favorendo le citta' satelliti e trasformando la scienza
urbanistica da edilizia in scienza dei trasporti veloci suburbani;
b3) nuova legislazione sulla stampa in senso protettivo della dignita' del cittadino (sul
modello inglese) e stabilendo l'obbligo di pubblicare ogni anno i bilanci nonche' le retribuzioni dei giornalisti;
b4) unificazione di tutti gli istituti ed enti previdenziali ed assistenziali in un unico ente di
sicurezza sociale da gestire con formule di tipo assicurativo allo scopo di ridurre i costi
attuali;
b5) disciplinare e moralizzare il settore pensionistico stabilendo: il divieto del pagamento di
pensioni prima dei 60 anni salvo casi di riconosciuta inabilita'; il controllo rigido sulle pensioni di invalidita'; l'eliminazione del fenomeno del cumulo di piu' pensioni;
b6) dare attuazione agli articoli 39 e 40 della Costituzione regolando la vita dei sindacati
limitando il diritto di sciopero nel senso di:
I – introdurre l'obbligo di preavviso dopo aver espedito il concordato;
II – escludere i servizi pubblici essenziali (trasporti; dogane; ospedali e cliniche; imposte;
pubbliche amministrazioni in genere) ovvero garantirne il corretto svolgimento;
III – limitare il diritto di sciopero alle causali economiche ed assicurare comunque la liberta' di lavoro;
b7) nuova legislazione sulla partecipazione dei lavoratori alla proprieta' azionaria delle
imprese e sulla gestione (modello tedesco);
b8) nuova legislazione sull'assetto del territorio (ecologia, difesa del suolo, disciplina delle
acque, rimboscamento, insediamenti umani);
b9) legislazione antimonopolio (modello USA);
b10) nuova legislazione bancaria (modello francese);
b11) riforma della scuola (selezione meritocratica – borse di studio ai non abbienti – scuole di Stato normale e politecnica sul modello francese);
b12) riforma ospedaliera e sanitaria sul modello tedesco.

c) Stampa – Abolire tutte le provvidenze agevolative dirette a sanare bilanci deficitari con onere del pubblico erario ed abolire il monopolio RAI-TV.

Fonte