Un certo Maurizio Gasparri assicura di aver letto i documenti dei servizi segreti italiani che “dimostrano la matrice mediorientale” della strage alla stazione di Bologna. E attacca lo storico Paolo Morando che su Il Domani aveva smontato questa tesi messa in giro dal Mossad israeliano già oltre venti anni fa e poi – ovviamente – fatta propria da fascisti e sedicenti postfascisti che non vedevano l’ora di ribaltare (seppure con un falso clamoroso) lo stigma che li contraddistingue da sempre. La strategia della tensioni, le stragi sui treni e nelle banche, hanno sempre avito progettazione Nato-Cia-servizi italiani e manovalanza fascista per l’esecuzione.
Ricordiamo il caso di Nico Azzi, iscritto al Movimento Sociale Italiano (quella “fiamma” che ancora figura nel logo dei Fratelli d’Italia meloniani), appartenente al gruppo La Felice, costola milanese di ON, che sul treno Torino-Genova-Roma del 7 aprile 1973, nascosto nel cesso (ma non c’è nulla da ridere...), rimase ferito dall’esplosione del detonatore che stava inserendo in una potente bomba destinata a compiere un’altra strage.
Oppure anche il caso del reo confesso Vincenzo Vinciguerra, che insieme a Carlo Cicuttini e Ivano Boccaccio – tutti membri Ordine Nuovo – aveva compiuto la strage di Peteano.
Insomma, di prove sul fatto che i fascisti allora servivano anche per realizzare stragi che avrebbero dovuto innescare una reazione tale da portare ad un colpo di stato militare in stile greco (allora la Grecia era in mano ai militari), ce ne sono a sufficienza.
Bologna è l’ultima e la più devastante di quelle stragi, chiude il cerchio della “restaurazione” alla fine degli anni ‘70, anticipando la sconfitta operaia dei 35 giorni alla Fiat, che aprì la stagione della perdita di diritti e salario che dura ancora oggi. I tempi erano cambiati, le dittature militari meno “presentabili”, il movimento operaio e variamente comunista in crisi...
Che siano stati materialmente i fascisti a fare la strage, nessun dubbio. Che siano stati quelli individuati dalla magistratura bolognese è un po’ più incerto, ma la “matrice politica” resta in ogni caso la stessa: Nato-Cia-servizi segreti italiani con “manodopera” di estrema destra.
Sulla cosiddetta “pista palestinese” la magistratura inquirente ha chiuso il discorso quasi subito, anche grazie a quei documenti che Gasparri giura di aver letto. Il che apre ipotesi inquietanti sulla sua capacità o volontà di comprendere un testo (propendiamo per la seconda ipotesi, a scanso di equivoci).
Resta la domanda, semmai, su quanto sia contorta la gestione dei servizi segreti in questo paese. La branca “interna” (il Sisde, erede Sid) organizza attentati, quella “esterna” (il Sismi) anni dopo – incaricata di verificare se ci fosse o no qualche connessione tra stragi e “mondo mediorientale” scopre che proprio non esiste.
Per chi vuole approfondire di seguito una serie di link con il resoconto di chi quei documenti non solo se li è letti davvero, ma li ha anche pubblicati, senza che Gasparri se ne accorgesse (non c’è più alcun vincolo al “segreto di Stato”).
https://insorgenze.net/2023/03/13/nelle-informative-di-giovannone-la-soluzione-negoziata-sulla-crisi-dei-lanciamissili-e-il-funzionamento-del-lodo-moro-seconda-puntata/
https://insorgenze.net/2023/03/11/i-documenti-desecretati-smetiscono-la-destra-sulla-strage-di-bologna/
https://insorgenze.net/2023/03/11/strage-di-bologna-ecco-i-cablo-di-giovannone-che-smentiscono-la-pista-palestinese-prima-puntata/
https://insorgenze.net/2023/03/23/strage-di-bologna-ennesima-bufala-sulla-pista-palestinese-gli-allarmi-dellucigos-e-del-capo-della-polizia-dell11-luglio-1980-non-erano-attuali-risalivano-a-una-nota-della-questura/
https://insorgenze.net/2023/08/01/strage-di-bologna-una-commissione-dinchiesta-per-cancellare-lo-stragismo-fascista/
https://insorgenze.net/2024/11/09/vecchie-documenti-desecretati-presentati-come-nuovi-i-trucchi-disperati-della-destra-per-tenere-aperta-la-pista-palestinese-sulla-strage-di-bologna/
https://insorgenze.net/2016/08/03/strage-di-bologna-come-e-stata-fabbricata-la-pista-palestinese/
Ma tornano utili anche alcuni articoli che resocontano i tentativi dei fascisti, e in particolare di Giusva Fioravanti e Francesca Mambro, di attribuire responsabilità nella strage addirittura... a una delle vittime, solo perché compagno della sinistra extraparlamentare.
https://insorgenze.net/2012/04/18/strage-di-bologna-in-arrivo-un-nuovo-depistaggio-enzo-raisi-fli-tira-in-ballo-una-delle-vittime-nel-disperato-tentativo-di-puntellare-la-sgangherata-pista-palestinese/
https://insorgenze.net/2012/08/02/strage-di-bologna-la-storia-di-mauro-di-vittorio-vittima-tra-le-altre-vittime-che-enzo-raisi-e-giusva-fioravanti-vorrebbero-trasformare-in-carnefice/
https://insorgenze.net/2012/10/18/strage-di-bologna-il-diario-di-viaggio-di-mauro-di-vittorio/
https://insorgenze.net/2012/10/18/strage-di-bologna-la-vera-storia-di-mauro-di-vittorio-crolla-il-castello-di-menzogne-messo-in-piedi-da-enzo-raisi/
https://insorgenze.net/2014/08/03/strage-di-bologna-ecco-i-documenti-di-mauro-di-vittorio-di-cui-raisi-negava-lesistenza/
https://insorgenze.net/2020/05/03/strage-di-bologna-fu-delle-chiaie-a-lanciare-per-primo-la-pista-di-sinistra-accusando-mauro-di-vittorio/
https://insorgenze.net/2020/08/03/enzo-raisi-lo-sciacallo-che-si-nutre-della-memoria-di-mauro-di-vittorio-vittima-della-strage-di-bologna/
https://insorgenze.net/2020/09/10/paolo-bolognesi-imprenditore-della-memoria-della-strage-di-bologna-fa-marcia-indietro-torna-la-foto-di-maria-fresu/
https://insorgenze.net/strage-di-bologna-il-depistaggio-di-raisi-fioravanti-pelizzaro-company-contro-mauro-di-vittorio/
https://insorgenze.net/2023/01/28/ecco-come-valerio-fioravanti-e-francesca-mambro-hanno-giocato-con-la-vita-dei-familiari-di-una-delle-vittime-della-strage-fine/
https://insorgenze.net/2023/01/25/sciacalli-e-agnelli-le-mail-di-fioravanti-mambro-a-anna-di-vittorio-e-giancarlo-calidori-1/
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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02/08/2024
Strage di Bologna - Oggi il corteo. Mano fascista, mente lo Stato
Con la conferma da parte della Corte d’Assise d’Appello di Bologna dell’ergastolo in primo grado anche a Paolo Bellini per i fatti del 2 agosto 1980, che fa seguito a quello a Gilberto Cavallini di quasi un anno fa, la peggiore strage del periodo della strategia della tensione arriva, dopo oltre quarant’anni ad una verità giudiziaria ormai appurata e incontrovertibile, nonostante decenni di depistaggi e insabbiamenti: la mano della strage fu senza alcun dubbio fascista, ma ad armarla non fu il supposto “spontaneismo” dei NAR, ma i soldi della P2 sottratti al Banco Ambrosiano e la volontà politica dei vertici dei servizi segreti.
Infatti se le condanne di Cavallini e Bellini in quanto esecutori materiali danno la cifra di come non solo i NAR, ma tutta la galassia dell’eversione fascista fosse in qualche modo coinvolta o consapevole di ciò che accadde, non meno importante è aver finalmente dato volti e nomi agli ispiratori politici, ai mandanti, ai finanziatori e agli organizzatori della strage, tutti legati a vario titolo agli interessi della Nato nel nostro Paese.
Questa sentenza è dunque l’ennesima conferma di come sia esistita una parte della società italiana legata a doppio filo alle organizzazioni Stay Behind atlantiste (ben al di là di qualche “trama” o “servizio deviato”) fatta di alti funzionari dello stato ma anche di politici, imprenditori e giornalisti spesso passati indenni nei loro ruoli dal fascismo alla democrazia, che per tutta la Seconda Repubblica ha lavorato per la destabilizzazione dell’impianto costituzionale, per imporre una svolta autoritaria ed impedire qualsiasi cambiamento in senso progressivo della società italiana.
Dopo la doverosa partecipazione al corteo in ricordo delle vittime, vi invitiamo dunque a partecipare ad un momento di approfondimento questa sera alle 19 al Parco della Zucca non solo su questa strage ma più in generale sul ruolo della Nato e delle organizzazioni Stay Behind all’interno della strategia della tensione.
Aggiornamento. Come ogni 2 agosto, questa mattina abbiamo partecipato al corteo della città che ricorda la ferita inferta dalla bomba piazzata dai fascisti, pagata dai fascisti e pagata dalla P2, coperta e manovrata dallo stato in connessione con la NATO. Abbiamo partecipato denunciando la continuità tra i fascisti di allora e quelli di oggi che siedono al governo e continuano il processo di distruzione degli spazi democratici, degli spazi in cui è possibile lottare per avanzare verso una società migliore, verso forme di socialismo. E proprio oggi alla cerimonia è stato presente quel ministro Piantedosi che sta facendo passare un decreto sicurezza che addirittura inventa il reato di terrorismo di parola.
Dopo il minuto di silenzio abbiamo abbandonato la piazza, insieme a tante e tanti bolognesi che evidentemente non sopportano più la retorica istituzionale – incarnata da Lepore – secondo cui dopo le condanne dei fascisti resta solo da ripetere anno dopo anno il cerimoniale.
Abbiamo abbandonato la piazza anche per andare a rispondere alla provocazione di chi in via de Carracci ha svolto un presidio “innocentista” per Mambro, Fioravanti e tutta la banda degli assassini fascisti, ripetendo ancora l’infame menzogna della pista palestinese.
A Bologna non c’è spazio per fascisti vecchi e nuovi, tanto più il 2 agosto. Pensiamo che la ferita di Bologna si curi riportando al centro ciò che fascisti, massoni e stato hanno voluto colpire: la lotta per il socialismo!
Potere al Popolo Bologna
Fonte
Infatti se le condanne di Cavallini e Bellini in quanto esecutori materiali danno la cifra di come non solo i NAR, ma tutta la galassia dell’eversione fascista fosse in qualche modo coinvolta o consapevole di ciò che accadde, non meno importante è aver finalmente dato volti e nomi agli ispiratori politici, ai mandanti, ai finanziatori e agli organizzatori della strage, tutti legati a vario titolo agli interessi della Nato nel nostro Paese.
Questa sentenza è dunque l’ennesima conferma di come sia esistita una parte della società italiana legata a doppio filo alle organizzazioni Stay Behind atlantiste (ben al di là di qualche “trama” o “servizio deviato”) fatta di alti funzionari dello stato ma anche di politici, imprenditori e giornalisti spesso passati indenni nei loro ruoli dal fascismo alla democrazia, che per tutta la Seconda Repubblica ha lavorato per la destabilizzazione dell’impianto costituzionale, per imporre una svolta autoritaria ed impedire qualsiasi cambiamento in senso progressivo della società italiana.
Dopo la doverosa partecipazione al corteo in ricordo delle vittime, vi invitiamo dunque a partecipare ad un momento di approfondimento questa sera alle 19 al Parco della Zucca non solo su questa strage ma più in generale sul ruolo della Nato e delle organizzazioni Stay Behind all’interno della strategia della tensione.
Aggiornamento. Come ogni 2 agosto, questa mattina abbiamo partecipato al corteo della città che ricorda la ferita inferta dalla bomba piazzata dai fascisti, pagata dai fascisti e pagata dalla P2, coperta e manovrata dallo stato in connessione con la NATO. Abbiamo partecipato denunciando la continuità tra i fascisti di allora e quelli di oggi che siedono al governo e continuano il processo di distruzione degli spazi democratici, degli spazi in cui è possibile lottare per avanzare verso una società migliore, verso forme di socialismo. E proprio oggi alla cerimonia è stato presente quel ministro Piantedosi che sta facendo passare un decreto sicurezza che addirittura inventa il reato di terrorismo di parola.
Dopo il minuto di silenzio abbiamo abbandonato la piazza, insieme a tante e tanti bolognesi che evidentemente non sopportano più la retorica istituzionale – incarnata da Lepore – secondo cui dopo le condanne dei fascisti resta solo da ripetere anno dopo anno il cerimoniale.
Abbiamo abbandonato la piazza anche per andare a rispondere alla provocazione di chi in via de Carracci ha svolto un presidio “innocentista” per Mambro, Fioravanti e tutta la banda degli assassini fascisti, ripetendo ancora l’infame menzogna della pista palestinese.
A Bologna non c’è spazio per fascisti vecchi e nuovi, tanto più il 2 agosto. Pensiamo che la ferita di Bologna si curi riportando al centro ciò che fascisti, massoni e stato hanno voluto colpire: la lotta per il socialismo!
Potere al Popolo Bologna
Fonte
11/07/2024
Strage di Bologna. Confermata condanna a Bellini. La mano fu fascista, la mente lo Stato
Dopo la conferma dell’ergastolo a Gilberto Cavallini di quasi un anno fa, la Corte d’Assise d’Appello di Bologna ha confermato l’ergastolo di primo grado anche a Paolo Bellini per i fatti del 2 agosto 1980, quando una bomba distrusse la sala d’attesa della stazione di Bologna causando 85 morti e oltre 200 feriti.
La peggiore strage del periodo della strategia della tensione arriva dunque, dopo oltre quarant’anni, ad una verità giudiziaria ormai appurata e incontrovertibile, nonostante decenni di depistaggi e insabbiamenti: la mano della strage fu senza alcun dubbio fascista, ma ad armarla non fu il supposto “spontaneismo” dei NAR, ma i soldi della P2 sottratti al Banco Ambrosiano e la volontà politica dei vertici dei servizi segreti.
Infatti se le condanne di Cavallini e Bellini in quanto esecutori materiali danno la cifra di come non solo i NAR, ma tutta la galassia dell’eversione fascista fosse in qualche modo coinvolta o consapevole di ciò che accadde, non meno importante è aver finalmente dato volti e nomi agli ispiratori politici, ai mandanti, ai finanziatori e agli organizzatori della strage, pur se non più processabili in quanto ormai tutti deceduti ma questo, si sa, è nel pieno stile della giustizia borghese del nostro Paese.
In particolare sono stati ritenuti in via definitiva responsabili di questi capi d’imputazione Licio Gelli e l’ex capo dell’ufficio affari riservati del Viminale Federico Umberto D’Amato, insieme all’imprenditore Umberto Ortolani e all’allora direttore del quotidiano Il Borghese Mario Tedeschi il quale, inoltre, col suo giornale organizzava (spesso in accordo con D’Amato stesso) campagne di depistaggio o diffamazione, a seconda delle necessità del momento; tutti risultarono poi iscritti alla P2.
Questa sentenza è dunque l’ennesima conferma di come sia esistita una parte della società italiana (ben al di là di qualche “trama” o “servizio deviato”) fatta di alti funzionari dello stato ma anche di politici, imprenditori e giornalisti spesso passati indenni nei loro ruoli dal fascismo alla democrazia, che per tutta la Prima Repubblica ha lavorato per la destabilizzazione dell’impianto costituzionale e per imporre una svolta autoritaria ed impedire qualsiasi cambiamento in senso progressivo della società italiana fino ad auspicare “l’instaurazione di uno Stato autoritario, nell’ambito del quale fosse sostanzialmente impedito l’accesso alla politica delle masse” (dalla sentenza di condanna a Cavallini).
Diventa per noi dunque essenziale rilanciare, come ogni anno, la più forte e viva partecipazione al corteo che commemora la strage del 2 agosto, per una memoria che rimanga viva e militante al di là delle sentenze dei tribunali e di verità giudiziarie che sappiamo per certe da anni.
Fonte
La peggiore strage del periodo della strategia della tensione arriva dunque, dopo oltre quarant’anni, ad una verità giudiziaria ormai appurata e incontrovertibile, nonostante decenni di depistaggi e insabbiamenti: la mano della strage fu senza alcun dubbio fascista, ma ad armarla non fu il supposto “spontaneismo” dei NAR, ma i soldi della P2 sottratti al Banco Ambrosiano e la volontà politica dei vertici dei servizi segreti.
Infatti se le condanne di Cavallini e Bellini in quanto esecutori materiali danno la cifra di come non solo i NAR, ma tutta la galassia dell’eversione fascista fosse in qualche modo coinvolta o consapevole di ciò che accadde, non meno importante è aver finalmente dato volti e nomi agli ispiratori politici, ai mandanti, ai finanziatori e agli organizzatori della strage, pur se non più processabili in quanto ormai tutti deceduti ma questo, si sa, è nel pieno stile della giustizia borghese del nostro Paese.
In particolare sono stati ritenuti in via definitiva responsabili di questi capi d’imputazione Licio Gelli e l’ex capo dell’ufficio affari riservati del Viminale Federico Umberto D’Amato, insieme all’imprenditore Umberto Ortolani e all’allora direttore del quotidiano Il Borghese Mario Tedeschi il quale, inoltre, col suo giornale organizzava (spesso in accordo con D’Amato stesso) campagne di depistaggio o diffamazione, a seconda delle necessità del momento; tutti risultarono poi iscritti alla P2.
Questa sentenza è dunque l’ennesima conferma di come sia esistita una parte della società italiana (ben al di là di qualche “trama” o “servizio deviato”) fatta di alti funzionari dello stato ma anche di politici, imprenditori e giornalisti spesso passati indenni nei loro ruoli dal fascismo alla democrazia, che per tutta la Prima Repubblica ha lavorato per la destabilizzazione dell’impianto costituzionale e per imporre una svolta autoritaria ed impedire qualsiasi cambiamento in senso progressivo della società italiana fino ad auspicare “l’instaurazione di uno Stato autoritario, nell’ambito del quale fosse sostanzialmente impedito l’accesso alla politica delle masse” (dalla sentenza di condanna a Cavallini).
Diventa per noi dunque essenziale rilanciare, come ogni anno, la più forte e viva partecipazione al corteo che commemora la strage del 2 agosto, per una memoria che rimanga viva e militante al di là delle sentenze dei tribunali e di verità giudiziarie che sappiamo per certe da anni.
Fonte
04/08/2023
Strage di Bologna, una commissione d’inchiesta per cancellare lo stragismo fascista
All’alba del quarantatreesimo anniversario della strage alla stazione centrale di Bologna incombe una nuova stagione di strumentalizzazione politica della storia. L’attentato esplosivo che fece saltare in aria circa trecento persone provocandone la morte di 85 è ancora un campo di battaglia giudiziario, politico e storico.
Diversi esponenti dell’attuale maggioranza di governo hanno depositato all’inizio del mese di luglio una proposta di indagine parlamentare sulle «connessioni del terrorismo interno e internazionale con gli attentati, le stragi e i tentativi di destabilizzazione delle istituzioni democratiche avvenuti in Italia dal 1953 al 1992 e sulle attività svolte dai servizi segreti nazionali e stranieri, anche relativamente alla scomparsa di Graziella De Palo e Italo Toni e all’attentato del 1982 alla Sinagoga di Roma».
Già nel precedente mese di febbraio, Fabio Rampelli, vicepresidente della Camera di Fratelli d’Italia, aveva lanciato la singolare proposta di una inchiesta sulla violenza politica avvenuta in Italia tra il 1970 e il 1989. Furbescamente Rampelli aggirava la madre di tutte le stragi, ovvero la bomba esplosa il 12 dicembre 1969 all’interno della banca dell’agricoltura di piazza Fontana a Milano. Vicenda in cui la responsabilità della destra neofascista, in combutta con alcuni apparati Nato del Triveneto, è stata accertata in sede giudiziaria e storica.
La destra italiana ha una tara genetica, quella dello stragismo intrecciato alle velleità golpiste messe in campo negli anni '70. L’attuale destra di governo, erede di quella stagione, ha tra gli obiettivi la ripulitura della propria storia, il lavaggio dei propri crimini e misfatti. La storia del primo cinquantennio repubblicano deve essere immersa nella candeggina delle commissioni d’inchiesta parlamentare per essere sbiancata, cancellata e riscritta, o meglio rovesciata. L’obiettivo è il capovolgimento del paradigma storico dello stragismo fascista e statale (democristiano), una sorta di risarcimento simbolico che in qualche modo deve riequilibrare e riabilitare in forma vittimistica la sua immagine macchiata dall’infamia indelebile per il ruolo giocato in quella sporca stagione di bombe nelle piazze, sui treni e nelle stazioni.
Washing storiografico
La proposta di Rampelli è stata così sussunta nel nuovo progetto che mira a rileggere il secolo breve della repubblica italiana. Sul portale istituzionale del parlamento non è ancora possibile conoscere il testo integrale del disegno di legge perché in fase di assegnazione, tuttavia il titolo è più che emblematico poiché propone la rilettura di un intero periodo storico che va dai moti triestini del novembre 1953, repressi dal governo militare alleato, fino alle stragi mafiose di Capaci e via D’Amelio. Il tutto – sembrano suggerire i promotori, tra cui compare anche il nome di Rita Dalla Chiesa (Forza Italia) insieme a quello di Sasso (Lega), Antoniozzi, Mollicone e Foti (Fratelli d’Italia) – sorretto da un’unica trama in cui nuclei di terrorismo interno erano sovradeterminati da forze straniere. Se per decenni la narrazione complottista della sinistra, elaborata dalla cultura cattocomunista, aveva designato l’atlantismo Nato, con tutti i suoi derivati e subordinate, come responsabile di ogni cosa, per la destra si deve semplicemente rovesciare la narrazione. Ennesima prova di subalternità culturale e assenza di capacità critica. La complessità del mondo, delle relazioni sociali, dei processi e dei conflitti che muovono la storia può restare materia di una piccola cerchia di studiosi, quel che conta è costruire una diversa egemonia culturale fatta di bugie, favole e leggende da spacciare come nuovo oppio dei popoli.
Giunta finalmente al governo del Paese in una condizione di vuoto pneumatico dell’opposizione politica e di fragilità dell’opposizione sociale, per un periodo che salvo errori macroscopici o drastici rivolgimenti internazionali ha tutte le opportunità di non esser breve, la destra erede del regime sconfitto nel 1945 deve riscrivere la propria storia. Per realizzare la propria visione autoritaria e disciplinare della società e dare corpo al più sfrenato liberismo economico ha ormai tra le mani le leve dello Stato, deve dunque cancellare ogni memoria del proprio passato sporco e cospirativo, dove nell’ombra si proponeva strumento del potere per portare a termine le azioni più indicibili pur di fermare il protagonismo del movimento operaio e delle sinistre.
Utilizzare la strage di Bologna per costruire un nuovo paradigma stragista
L’attuale proposta di una commissione d’inchiesta ricalca una precedente iniziativa depositata sempre da esponenti di Fratelli d’Italia nel 2021, anche se allora l’indagine si fermava al 1989. Il testo dell’epoca faceva riferimento a saggi e studi fautori della esistenza di «collegamenti internazionali del terrorismo italiano» con chiaro riferimento all’attività delle formazioni combattenti palestinesi, senza risparmiare accuse alla sinistra armata italiana, sulla scorta dei lavori di “autori d’area” come Enzo Raisi, Valerio Cutonilli o giornalisti come Gian Marco Chiocci, oggi direttore del Tg1, Gian Paolo Pelizzaro e altri. Tra i temi centrali da rivedere c’era la responsabilità neofascista nella strage di Bologna, a seguito di un documento del capo centro Sismi a Beirut, Stefano Giovannone, del 27 giugno 1980. Dalla parziale e fuorviante lettura di quel testo e dal clamoroso errore dell’ex parlamentare Carlo Giovanardi, che aveva confuso la data di un documento dell’aprile 1981, nel quale si riferivano minacce da parte palestinese, antidatandolo all’aprile 80, si elaborava il teorema della ritorsione palestinese come movente della strage giustificata – a detta degli esponenti della destra – dal sequestro, nel novembre del 1979 davanti al porto di Ortona, dei due lanciamissili non armati appartenenti al Fronte popolare per la liberazione della Palestina.
La successiva desecretazione di una cospicua parte del carteggio (195 documenti resi accessibili in due momenti diversi tra giugno 2022 e aprile 2023) proveniente dal centro Sismi di Beirut metteva fine alla cosiddetta pista palestinese, proposta come verità alternativa alle sentenze giudiziarie che indicano, sia pur tra lacune, prove indiziarie e ricostruzioni storiche dietrologiche, la responsabilità della destra neofascista nella strage alla stazione. Le carte di Giovannone dimostrano, infatti, che la crisi dei lanciamissili si era conclusa già il 2 luglio 1980.
Le recriminazioni della destra per le attese andate deluse
Recentemente l’avvocato di estrema destra Valerio Cutonilli ha dato voce alla cocente delusione della destra nei confronti del carteggio Giovannone-Olp puntando il dito su ciò che a suo dire manca: «C’è un buco temporale inverosimile, a mio avviso non casuale, che copre proprio il periodo più utile per la ricerca sulla strage di Bologna. Quello che va dai primi di luglio alla metà di settembre 1980». Prendersela con le presunte «carte mancanti», magari «sottratte», è una vecchia risorsa della retorica complottista che ha sempre pensato di risolvere con questo facile escamotage le proprie defaillances, anche in questo Cutonilli manca di originalità e copia pedissequamente gli inarrivabili maestri del complottismo di sinistra. Quello dell’estate ’80 è in realtà il periodo di silenzio più breve, nel carteggio ce ne sono di ben più lunghi, ma a Cutonilli – posto che lo sappia – non interessano perché non sono strumentalizzabili. Ancora Cutonilli, si è detto «sconvolto» per aver appreso solo recentemente che il palestinese Abu Saleh, coinvolto nella vicenda degli Strela, nel 1981 fu trasferito dal carcere speciale di Trani a quello di Pianosa, dove subì insieme a decine di altri detenuti un brutale pestaggio. Cutonilli insinua che l’episodio sia collegato alla strage di Bologna, dimenticando che il trasferimento in massa da Trani avvenne dopo la rivolta seguita al sequestro D’Urso, rapito dalle Brigate rosse. Una parte dei detenuti vennero trasferiti a Pianosa e qui pestati per rappresaglia, come Saleh che nella rivolta non ebbe alcun ruolo. Nel carteggio del Sismi gli esponenti del Fplp, ben consapevoli delle ragioni del pestaggio, si lamentarono con Giovannone e chiesero il trasferimento a Rebibbia che avvenne di lì a poco, testimoniando netta condanna nei confronti delle Brigate rosse e solidarietà verso il magistrato D’Urso, che al ministero della Giustizia si occupava degli Istituti penitenziari. Basterebbe leggerli i documenti o attenersi ai fatti ma per alcuni, come ricordava Nietzsche, «non esistono i fatti ma solo interpretazioni».
Fonte
Diversi esponenti dell’attuale maggioranza di governo hanno depositato all’inizio del mese di luglio una proposta di indagine parlamentare sulle «connessioni del terrorismo interno e internazionale con gli attentati, le stragi e i tentativi di destabilizzazione delle istituzioni democratiche avvenuti in Italia dal 1953 al 1992 e sulle attività svolte dai servizi segreti nazionali e stranieri, anche relativamente alla scomparsa di Graziella De Palo e Italo Toni e all’attentato del 1982 alla Sinagoga di Roma».
Già nel precedente mese di febbraio, Fabio Rampelli, vicepresidente della Camera di Fratelli d’Italia, aveva lanciato la singolare proposta di una inchiesta sulla violenza politica avvenuta in Italia tra il 1970 e il 1989. Furbescamente Rampelli aggirava la madre di tutte le stragi, ovvero la bomba esplosa il 12 dicembre 1969 all’interno della banca dell’agricoltura di piazza Fontana a Milano. Vicenda in cui la responsabilità della destra neofascista, in combutta con alcuni apparati Nato del Triveneto, è stata accertata in sede giudiziaria e storica.
La destra italiana ha una tara genetica, quella dello stragismo intrecciato alle velleità golpiste messe in campo negli anni '70. L’attuale destra di governo, erede di quella stagione, ha tra gli obiettivi la ripulitura della propria storia, il lavaggio dei propri crimini e misfatti. La storia del primo cinquantennio repubblicano deve essere immersa nella candeggina delle commissioni d’inchiesta parlamentare per essere sbiancata, cancellata e riscritta, o meglio rovesciata. L’obiettivo è il capovolgimento del paradigma storico dello stragismo fascista e statale (democristiano), una sorta di risarcimento simbolico che in qualche modo deve riequilibrare e riabilitare in forma vittimistica la sua immagine macchiata dall’infamia indelebile per il ruolo giocato in quella sporca stagione di bombe nelle piazze, sui treni e nelle stazioni.
Washing storiografico
La proposta di Rampelli è stata così sussunta nel nuovo progetto che mira a rileggere il secolo breve della repubblica italiana. Sul portale istituzionale del parlamento non è ancora possibile conoscere il testo integrale del disegno di legge perché in fase di assegnazione, tuttavia il titolo è più che emblematico poiché propone la rilettura di un intero periodo storico che va dai moti triestini del novembre 1953, repressi dal governo militare alleato, fino alle stragi mafiose di Capaci e via D’Amelio. Il tutto – sembrano suggerire i promotori, tra cui compare anche il nome di Rita Dalla Chiesa (Forza Italia) insieme a quello di Sasso (Lega), Antoniozzi, Mollicone e Foti (Fratelli d’Italia) – sorretto da un’unica trama in cui nuclei di terrorismo interno erano sovradeterminati da forze straniere. Se per decenni la narrazione complottista della sinistra, elaborata dalla cultura cattocomunista, aveva designato l’atlantismo Nato, con tutti i suoi derivati e subordinate, come responsabile di ogni cosa, per la destra si deve semplicemente rovesciare la narrazione. Ennesima prova di subalternità culturale e assenza di capacità critica. La complessità del mondo, delle relazioni sociali, dei processi e dei conflitti che muovono la storia può restare materia di una piccola cerchia di studiosi, quel che conta è costruire una diversa egemonia culturale fatta di bugie, favole e leggende da spacciare come nuovo oppio dei popoli.
Giunta finalmente al governo del Paese in una condizione di vuoto pneumatico dell’opposizione politica e di fragilità dell’opposizione sociale, per un periodo che salvo errori macroscopici o drastici rivolgimenti internazionali ha tutte le opportunità di non esser breve, la destra erede del regime sconfitto nel 1945 deve riscrivere la propria storia. Per realizzare la propria visione autoritaria e disciplinare della società e dare corpo al più sfrenato liberismo economico ha ormai tra le mani le leve dello Stato, deve dunque cancellare ogni memoria del proprio passato sporco e cospirativo, dove nell’ombra si proponeva strumento del potere per portare a termine le azioni più indicibili pur di fermare il protagonismo del movimento operaio e delle sinistre.
Utilizzare la strage di Bologna per costruire un nuovo paradigma stragista
L’attuale proposta di una commissione d’inchiesta ricalca una precedente iniziativa depositata sempre da esponenti di Fratelli d’Italia nel 2021, anche se allora l’indagine si fermava al 1989. Il testo dell’epoca faceva riferimento a saggi e studi fautori della esistenza di «collegamenti internazionali del terrorismo italiano» con chiaro riferimento all’attività delle formazioni combattenti palestinesi, senza risparmiare accuse alla sinistra armata italiana, sulla scorta dei lavori di “autori d’area” come Enzo Raisi, Valerio Cutonilli o giornalisti come Gian Marco Chiocci, oggi direttore del Tg1, Gian Paolo Pelizzaro e altri. Tra i temi centrali da rivedere c’era la responsabilità neofascista nella strage di Bologna, a seguito di un documento del capo centro Sismi a Beirut, Stefano Giovannone, del 27 giugno 1980. Dalla parziale e fuorviante lettura di quel testo e dal clamoroso errore dell’ex parlamentare Carlo Giovanardi, che aveva confuso la data di un documento dell’aprile 1981, nel quale si riferivano minacce da parte palestinese, antidatandolo all’aprile 80, si elaborava il teorema della ritorsione palestinese come movente della strage giustificata – a detta degli esponenti della destra – dal sequestro, nel novembre del 1979 davanti al porto di Ortona, dei due lanciamissili non armati appartenenti al Fronte popolare per la liberazione della Palestina.
La successiva desecretazione di una cospicua parte del carteggio (195 documenti resi accessibili in due momenti diversi tra giugno 2022 e aprile 2023) proveniente dal centro Sismi di Beirut metteva fine alla cosiddetta pista palestinese, proposta come verità alternativa alle sentenze giudiziarie che indicano, sia pur tra lacune, prove indiziarie e ricostruzioni storiche dietrologiche, la responsabilità della destra neofascista nella strage alla stazione. Le carte di Giovannone dimostrano, infatti, che la crisi dei lanciamissili si era conclusa già il 2 luglio 1980.
Le recriminazioni della destra per le attese andate deluse
Recentemente l’avvocato di estrema destra Valerio Cutonilli ha dato voce alla cocente delusione della destra nei confronti del carteggio Giovannone-Olp puntando il dito su ciò che a suo dire manca: «C’è un buco temporale inverosimile, a mio avviso non casuale, che copre proprio il periodo più utile per la ricerca sulla strage di Bologna. Quello che va dai primi di luglio alla metà di settembre 1980». Prendersela con le presunte «carte mancanti», magari «sottratte», è una vecchia risorsa della retorica complottista che ha sempre pensato di risolvere con questo facile escamotage le proprie defaillances, anche in questo Cutonilli manca di originalità e copia pedissequamente gli inarrivabili maestri del complottismo di sinistra. Quello dell’estate ’80 è in realtà il periodo di silenzio più breve, nel carteggio ce ne sono di ben più lunghi, ma a Cutonilli – posto che lo sappia – non interessano perché non sono strumentalizzabili. Ancora Cutonilli, si è detto «sconvolto» per aver appreso solo recentemente che il palestinese Abu Saleh, coinvolto nella vicenda degli Strela, nel 1981 fu trasferito dal carcere speciale di Trani a quello di Pianosa, dove subì insieme a decine di altri detenuti un brutale pestaggio. Cutonilli insinua che l’episodio sia collegato alla strage di Bologna, dimenticando che il trasferimento in massa da Trani avvenne dopo la rivolta seguita al sequestro D’Urso, rapito dalle Brigate rosse. Una parte dei detenuti vennero trasferiti a Pianosa e qui pestati per rappresaglia, come Saleh che nella rivolta non ebbe alcun ruolo. Nel carteggio del Sismi gli esponenti del Fplp, ben consapevoli delle ragioni del pestaggio, si lamentarono con Giovannone e chiesero il trasferimento a Rebibbia che avvenne di lì a poco, testimoniando netta condanna nei confronti delle Brigate rosse e solidarietà verso il magistrato D’Urso, che al ministero della Giustizia si occupava degli Istituti penitenziari. Basterebbe leggerli i documenti o attenersi ai fatti ma per alcuni, come ricordava Nietzsche, «non esistono i fatti ma solo interpretazioni».
Fonte
03/08/2023
Bologna 2 agosto 1980: le voci che sembrano annunciare la strage
Le voci che sembrano annunciare la strage di Bologna del 2 agosto 1980 non costituiscono in sé delle prove sufficienti per condannarne i presunti autori, ma – quando risultano documentate e attendibili – possono diventare elementi utili per approfondire la conoscenza del contesto storico in cui essa avvenne ed eventualmente assumere i connotati di indizi da mettere in relazione con l’analisi dell‘arma del delitto e con le testimonianze oculari e video sulle persone sospettate di aver avuto a che fare con quel crimine.
Fatta questa dovuta premessa, entriamo nel merito della questione.
Nell’udienza del 9 gennaio 1988 per il processo di primo grado sulla “Strage alla stazione di Bologna” entra in scena un uomo detenuto dal gennaio 1980 nel carcere di Padova per una rapina, conosciuto nella stessa città dagli ultimi anni ’60 come militante neofascista del Movimento Sociale Italiano e coinvolto nell’attentato bombarolo del 15 aprile 1969 allo studio del rettore di Padova, un’azione compiuta dal gruppo diretto da Franco Freda per farla attribuire all’estrema sinistra (leggasi: “Attentato imminente. Pasquale Juliano, il poliziotto che nel 1969 tentò di bloccare la cellula neofascista veneta”, di Antonella Beccaria e Simona Mammano, casa editrice Stampa Alternativa, 2009).
Si tratta del testimone Luigi Vettore Presilio e quest’ultimo chiede un “rinvio a giudizio”.
In realtà, non avendo delle imputazioni in quel procedimento giudiziario e conoscendo poco e male la lingua italiana, vuole il rinvio della sua testimonianza poiché, stando alle sue parole e sulla base di un “certificato medico”, sarebbe diventato dipendente dall’alcool e non avrebbe più la capacità di intendere e volere.
Quel giorno lui ha senza dubbio un comportamento ambiguo, ma capisce bene quel che vuole far capire bene.
Ogni tanto guarda verso la gabbia degli accusati, dove c’è il padovano Roberto Rinani, segretario della sezione del Movimento Sociale Italiano dell’Arcella dall’autunno 1976 al dicembre 1977, ed è come se, anche attraverso il linguaggio non verbale notato e contestato perfino dal Presidente della Corte, voglia fargli capire che ha intenzione di ritrattare le sue precedenti dichiarazioni.
Come capita ad ogni persona informata sulle vicende giudiziarie e di cronaca connesse alla strage di Bologna, Luigi Vettore Presilio sa che poco più di due anni prima, il 15 dicembre 1985, “la moglie di Rinani, Luciana Perulli, è stata aggredita (...) da uno sconosciuto mentre rientrava a casa a Mestre.
Ha reagito al tentativo di strangolamento e se l’è cavata con la frattura di un dito. L’aggressione è stata messa in relazione con la notizia, pubblicata da un giornale, di un possibile pentimento di Rinani, che sino ad ora non ha mai collaborato con gli inquirenti” (vedasi “I magistrati bolognesi: «Sulle stragi troppa disinformazione»”, di Giancarlo Perciaccante, pag. 5 del quotidiano “L’Unità” del 18 dicembre 1985).
Luigi Vettore Presilio guarda di nuovo verso il Rinani e gli fa capire di non avere alcuna intenzione di continuare a collaborare con la magistratura.
Come mai il Vettore Presilio ha deciso di non parlare più di Roberto Rinani?
Per comprendere a sufficienza il perché di questa apparente forma di schizofrenia, bisogna comunque ricordare che Presilio, non essendo sottoposto a misure di sicurezza, come invece sarebbe stato logico per un testimone a rischio di ritorsioni, martedì 25 novembre 1980 viene aggredito e ferito da persone sconosciute nel carcere di Padova.
Due giorni dopo quell’episodio, non a caso, il Giudice Istruttore esamina Luigi Vettore Presilio e quest’ultimo, fra l’altro, dichiara: “... sono stato accoltellato certamente per punizione in relazione alla pubblicazione sull’Espresso di notizie riguardanti la deposizione che ho reso a voi magistrati di Bologna.
Infatti le stesse persone che mi hanno colpito mi hanno informato che la ragione della loro azione era quella di punirmi per aver parlato. Sono certo che volessero uccidermi. Non ci sono riusciti perché io mi rotolavo e mi sono difeso disperatamente gridando ed infine sono riuscito ad infilarmi sotto la branda” (dichiarazione riportata dalla sentenza della Corte di Assise di Bologna del giorno11 luglio 1988).
Inoltre, sempre davanti al Giudice Istruttore, Presilio ufficializza per la prima volta la sua indisponibilità a “rendere ulteriori dichiarazioni” in relazione alle voci che nel carcere patavino, dove lui fa parte dei detenuti addetti alla lavanderia, quindi anche al ritiro delle lenzuola sporche e alla consegna settimanale di quelle pulite alle persone lì ristrette, avrebbe sentito Roberto Rinani (vedasi: sentenza della Corte di Assise del giorno 11 luglio 1988).
Di fatto è un “testimone reticente” dato che non rispetta l’articolo 372 del Codice Penale italiano, ma resta sempre impunito per questo reato!
Al di là della logica del “do ut des”, che fino a poco tempo prima aveva animato il suo desiderio di ottenere in modo rapido la libertà provvisoria, Luigi Vettore Presilio fa delle dichiarazioni che risultano incancellabili e, senza dubbio, variabili nel tempo.
Subito dopo l’omicidio del sostituto procuratore Mario Amato, avvenuto a Roma il 23 giugno 1980 e rivendicato dall’organizzazione neofascista denominata Nuclei Armati Rivoluzionari, si riferiscono a futuri attentati contro magistrati come Pietro Calogero e Lorenzo Zen.
Dall’inizio di luglio e prima del 2 agosto 1980 trattano invece qualcosa di molto diverso: oltre a precisare che Calogero avrà salva la vita finché tale magistrato continuerà ad accusare di gravi reati gli Autonomi dell’estrema sinistra, riportano i suoi sentito dire su un futuro attentato al giudice Giancarlo Stiz e a proposito di un fatto molto più clamoroso che lo dovrebbe anticipare.
La sentenza del processo di primo grado, emersa dopo quasi otto anni dalla strage di Bologna, ben lontana dal ricostruire in modo esaustivo i comportamenti del Vettore Presilio e lungi dal tenere presente la variabilità di contenuto nelle sue affermazioni, prende comunque in considerazione la nota del 6 agosto 1980 trasmessa dal Giudice di Sorveglianza di Padova, Giovanni Tamburino, al Procuratore della Repubblica, la conferma del contenuto di tale nota da parte del Vettore Presilio, la rivelazione fatta da costui in base alla quale la fonte delle proprie affermazioni sarebbe Roberto Rinani, il neofascista detenuto nello stesso carcere di Padova che il 13 maggio del 1980 si consegna alle forze di polizia dopo 11 mesi di latitanza perché accusato di aver ferito, con dei colpi di pistola, Umberto D’Affara, di 23 anni, iscritto a Scienze Politiche e aderente alla sinistra extraparlamentare padovana (vedasi: rapporto della Digos di Padova del 12/8/1980, documentata alla nota numero 71 della sentenza della Corte di Assise dell’11 luglio 1988).
Sentenza della Corte di Assise dell’11 luglio 1988
Il 6 agosto 1980, come afferma la sentenza della Corte di Assise dell’11 luglio 1988, il Giudice di Sorveglianza di Padova riferisce alla Procura della Repubblica di Bologna che il 10 luglio 1980 Luigi Vettore Presilio
Risultano essere oggettivamente confuse e generiche, ma da esse emergono tre dati: prima di tutto, pur non facendo esplicito riferimento a quella che sarà la strage di Bologna del 2 agosto 1980, prevedono un attentato di eccezionale gravità che avrebbe “riempito le pagine dei giornali”; permettono di sventare un possibile attentato mortale ai danni del giudice Giancarlo Stiz, cioè di colui che per primo individuò la cellula neofascista del Triveneto diretta da Franco Freda e Giovanni Ventura come responsabile della strage di piazza Fontana del 12 dicembre 1969; in ultimo, ma non per importanza, fanno capire che Luigi Vettore Presilio ha un “rapporto confidenziale” con un uomo delle forze di polizia il cui nome sarebbe “Sibilia o Scibilia Giacomo”.
In realtà, durante il processo di primo grado sulla “Strage alla stazione di Bologna”, i giudici già sanno che quell’uomo è Scibilia Giacomo, e non Sibilia Giacomo, ma non sentono il bisogno di capire meglio chi sia, che cosa faccia e nemmeno di interrogarlo.
Eppure, già dal 27 agosto 1980 la magistratura sa delle cose molto interessanti.
Quel giorno, di fronte al giudice istruttore di Bologna, dottor Claudio Nunziata, compare l’avvocato Franco Tosello che riporta diverse dichiarazioni di Luigi Vettore Presilio.
Dal connesso verbale esce fuori la notizia secondo cui il Vettore Presilio avrebbe affrontato anche “il discorso relativo a un appuntato o maresciallo a nome Scibilia facente parte degli uomini del gen. Dalla Chiesa e che era venuto un ispettore da Roma per sentirlo” (dal verbale del 27 agosto 1980 scritto dal giudice istruttore di Bologna, dottor Claudio Nunziata sulla testimonianza dell’avvocato Franco Tosello, nato a Este il 27 aprile 1938 con studio in Padova, via Altinato 56).
Facendo un’indagine anche solo superficiale rispetto ad anni meno lontani, si può dire che, secondo il teste Enrico Carella, ex appartenente alle forze di polizia ascoltato nel corso dell’udienza del 30 aprile 2021 del “Processo a carico di Paolo Bellini ed altri (strage alla Stazione di Bologna del 2 agosto 1980)”, nel 1980 Giacomo Scibilia è in servizio al Sisde (‘Servizio per le informazioni e la sicurezza democratica’) di Padova ed ha un buon rapporto col capo del Sisde Giulio Grassini, tanto da esserne l’autista quando costui visita il Veneto (vedasi dal minuto 2:24).
Inoltre, si può ricordare che nell’udienza del processo denominato “La ricostituzione di Ordine Nuovo attentati e rapine della vecchia e nuova destra dal 1974 al 1980”, tenutasi a Roma mercoledì 4 ottobre 1989, il Presidente della corte chiede proprio a Giacomo Scibilia se conferma “una dichiarazione sull’episodio Vettore” e lui – lasciando intendere che conosce da molti anni e bene quell’uomo – risponde affermativamente.
Giacomo Scibilia da svariato tempo utilizza come confidente Luigi Vettore Presilio, un uomo nato il 3 marzo 1938 che muore il 21 febbraio 2011 e viene poi sepolto nel Cimitero Maggiore di Padova.
Partendo da questi elementi, dato per altro che un confidente delle forze di polizia non brilla certo per autonomia rispetto allo Stato, si sarebbero dovute capire meglio e subito alcune questioni, come quelle relative ai ruoli svolti da Scibilia Giacomo fra “gli uomini del gen. Dalla Chiesa”, dal capo del Sisde di Padova Quintino Spella e dal capo nazionale del Sisde Giulio Grassini rispetto a Luigi Vettore Presilio e alle dichiarazioni di quest’ultimo.
Invece il procedimento della Corte di Assise di Appello non si pone per niente queste problematiche e ciò si riflette nella sentenza del 18 luglio 1990:
A seguito del ricorso per la Cassazione proposto dalla Procura generale e dalle Parti civili, il 12 febbraio 1992 le Sezioni Unite penali della Corte di Cassazione stabiliscono che, non avendo valutato in termini logici e corretti prove e indizi, il processo va rifatto.
Sentenza del secondo processo della Corte d’Assise di Appello del 16 maggio 1994
La sentenza del secondo processo della Corte d’Assise di Appello cerca allora, fra l’altro, di ricostruire la testimonianza di Luigi Vettore Presilio.
A tale proposito, ricorda il suo interrogatorio avvenuto la sera del 6 agosto 1980 nella casa circondariale di Padova da parte di due sostituti della Procura di Bologna, allorché lui ribadisce che “prima dell’attentato a Stiz vi sarebbe stato altro attentato di tali proporzioni per cui ne avrebbe parlato la prima pagina di tutti i giornali del mondo” e che l’evento di maggiore risonanza “si sarebbe verificato nella prima settimana di agosto”.
In tale occasione Vettore Presilio non sottoscrive il verbale e decide di non proseguire nella collaborazione “poiché non era stata accolta la condizione, da lui posta, che gli fosse concessa la libertà provvisoria”.
In seguito, il giorno 11 agosto 1980, “i due magistrati interrogano di nuovo il Vettore e questa volta le dichiarazioni del teste sono registrate su nastro”.
Il 27 agosto 1980 viene invece interrogato il legale di fiducia del Vettore, l’avvocato Franco Tosello di Padova, il quale precisa che il detenuto è stato da lui incontrato il 1° luglio e gli ha riferito di un progettato attentato al giudice Stiz.
Qualche giorno dopo, il Tosello riceve dal suo cliente un biglietto (prodotto in fotocopia ed allegato al verbale di deposizione; biglietto poi riconosciuto formalmente per suo dal Vettore in occasione della deposizione resa al G.I. di Bologna il 13 novembre 1980) con il seguente testo:
In tale sentenza, oltre a ripetere che il 3 settembre del 1980, il Vettore procede nella ricognizione formale di Roberto Rinani e lo riconosce, si parla di nuovo della deposizione del Vettore registrata l’11 agosto 1980 da due PM:
Ventidue anni dopo la strage di Bologna, si ha la sentenza del Tribunale dei Minori contro Luigi Ciavardini che presenta la ricostruzione istituzionale più chiara rispetto alla cronologia delle dichiarazioni di Luigi Vettore Presilio.
Con essa, in poche parole e senza dover qui ripetere ciò che è già stato scritto nelle altre e precedenti sentenze, viene precisato quanto segue:
A proposito delle voci che avrebbero preceduto la strage di Bologna, ben più confusa è la ricostruzione presente nella sentenza del 9 gennaio 2020 contro il militante neofascista dei Nar (Nuclei Armati Rivoluzionari), poi condannato all’ergastolo, Gilberto Giorgio Guido Cavallini.
Lì si riparla delle dichiarazioni rese il 10 luglio 1981 al magistrato di Sorveglianza Giovanni Tamburino di Padova da Luigi Vettore Presilio che – secondo la sentenza del 9 gennaio 2020 – sarebbero state “apprese da Roberto Rinani, che faceva parte del gruppo neofascista diretto da Fachini, e il cui nome venne rinvenuto all’interno di un’agenda, sequestrata al Cavallini contenente un elenco di numerosi estremisti di destra”.
Inoltre si precisa che il fatto di eccezionale gravità menzionato dal Vettore Presilio avrebbe “riempito le pagine dei giornali” nella prima settimana di agosto. In realtà, come abbiamo già chiarito, Vettore Presilio parla della “prima settimana di agosto” soltanto dopo la strage di Bologna del 2 agosto 1980.
Infine, sempre secondo la sentenza del 9 gennaio 2020, la sopraddetta circostanza sarebbe da mettere in connessione alle dichiarazioni di un “pentito” come l’ex militante neofascista Mauro Ansaldi secondo cui Giovanna Cogolli gli avrebbe confidato che, poco prima della strage del 2 agosto 1980, si sarebbe allontanata da Bologna su diretto suggerimento di Massimiliano Fachini.
Su tale aspetto sembra opportuno fare due precisazioni: prima di tutto, la Cogolli non ha confermato le parole di Mauro Ansaldi; in ultimo ma non per importanza, non ci sono prove sufficienti per dimostrare l’attendibilità di quel “pentito”.
Dichiarazioni di Aldo Del Re
Nei processi relativi alla strage di Bologna soltanto con la sentenza per Cavallini del 2020 si cominciano a riportare le dichiarazioni di coloro che affermano di aver sentito annunciare un grosso attentato nella città di Bologna, ma lo fanno molti anni dopo il 2 agosto 1980!
Costoro non solo sono ipocriti ma – a differenza di quanto riteneva la magistratura nella sua stragrande maggioranza in base alle leggi allora vigenti – avrebbero meritato di essere accusati di calunnia!
Aldo Del Re, ad esempio, dice di aver avvisato in anticipo – cioè prima del 2 agosto 1980 – la Procura della Repubblica di Venezia, ma quest’ultima non ne ha mai saputo nulla!
Lui afferma di averne parlato molto tempo dopo anche con il legale del neofascista Stefano Delle Chiaie, l’avvocato Stefano Menicacci, ma nel dicembre del 1990 proprio assieme a questo personaggio è coinvolto nelle indagini sulla trattativa per liberare Carlo Celadon, sequestrato dalla ‘ndrangheta calabrese, una vicenda inquietante che vede la presenza da un lato della “linea dura” del Procuratore generale di Vicenza dott. Ferdinando Canilli e dall’altro di alcuni “mediatori” fra cui l’avvocato calabrese ed ex ordinovista Aldo Pardo (leggasi: “Celadon. Il sequestro più lungo. Italia, ndrangheta: racconto di un’infamia” e “Una liberazione pilotata” di Giorgio Marenghi, in “Quaderni vicentini” n.1, 2016).
Chi è dunque Aldo Del Re?
Costui – definito “ordinovista veneto” a pagina 196 della sentenza del 9 gennaio 2020 – è un personaggio che, pur facendo finta di essere un non violento militante del Partito Radicale, risulta collegato per forza di cose ai servizi segreti dell’Egitto, è condannato impunemente all’ergastolo in Libia per il tentativo di colpo di stato del 6 agosto del 1980 contro Gheddafi e poi è protetto dai governi e dal Sismi (Servizio informazioni e sicurezza militare) dell’Italia di quel tempo.
In altre parole, non si sa se Aldo Del Re abbia frequentato in modo attivo o passivo l’area dei golpisti contro Gheddafi.
A che gioco gioca, in quella circostanza, questo agente dei servizi segreti italiani mentre la linea ufficiale di politica estera dell’Italia non sembra essere contro Gheddafi e nemmeno, più in generale, contro il mondo arabo?
Il fatto che egli sia stato implicato in quel tentativo di golpe, avente come base organizzativa l’Egitto, fa ritenere che quest’ultimo abbia coinvolto i servizi segreti Usa, francesi ed italiani.
In questo quadro, dichiara di aver ascoltato da Roberto Rinani delle parole annuncianti un’azione con l’esplosivo a Bologna.
Il Rinani, che dopo il 13 aprile 1979 e fino al 13 maggio 1980 è ricercato dalle forze di polizia per tentato omicidio (reato poi derubricato in “lesioni gravi”) nei confronti di Umberto D’Affara, nell’estate del 1979 sarebbe andato nel famoso caffè Pedrocchi di Padova, un luogo notoriamente frequentato dall’estrema destra patavina, addirittura con la moglie e nelle vicinanze delle orecchie di Aldo Del Re, a parlare di un’azione con l’esplosivo da compiere a Bologna!!!
In pratica, poco tempo dopo l’inizio della sua latitanza, Rinani avrebbe fatto l’esatto contrario di quel che in genere fa una persona latitante.
Il caffé Pedrocchi di Padova, alla fine degli anni ’70, è un luogo di ritrovo dell’estrema destra locale. Ciò viene confermato dall’ex neofascista Niccolò Ghedini (futuro avvocato del fondatore di Forza Italia Silvio Berlusconi) nell’udienza del “Processo per la strage alla stazione di Bologna” tenutasi lunedì primo febbraio 1988 e dallo stesso Roberto Rinani nell’udienza del “Processo per la strage alla stazione di Bologna (II appello)” che si svolge mercoledì 7 novembre 1993 a Bologna.
Di conseguenza, il tempo, il luogo e la circostanza della presunta voce raccolta da Aldo Del Re su Rinani un anno prima della strage di Bologna non corrispondono né ai criteri minimi di razionalità né ai comportamenti molto disciplinati con cui il Rinani si sarebbe caratterizzato secondo la descrizione fattane dallo stesso Aldo Del Re.
Come se non bastasse, nell’udienza del processo a carico di Paolo Bellini ed altri (strage alla Stazione di Bologna del 2 agosto 1980) che si svolge a Bologna il 6 aprile 2022 l’avvocato di Parte Civile Andrea Speranzoni precisa quanto segue:
Affermazioni di Maurizio Tramonte
Maurizio Tramonte, il terzo testimone del problema di cui stiamo parlando, nella fase istruttoria del processo sulla strage di piazza della Loggia di Brescia, avvenuta il 28 maggio 1974 provocando la morte di otto persone, ribadisce in sostanza le notizie da lui inviate a suo tempo al Sid (Servizio informazioni difesa che dal 24 ottobre 1977 al 1 agosto 2007 sarà sostituito da due organismi: il Sisde e il Sismi).
Costui è infatti un informatore del servizio segreto interno dello Stato italiano. Il suo nome clandestino è «Tritone», ma sia di fronte alla Corte d’Assise che alla Corte d’Appello di Brescia decide di non confermare in aula quelle notizie e dice che le ha inventate.
Il suo dramma è che nel processo di primo grado viene assolto; invece nel processo d’appello è condannato all’ergastolo non tanto perché riconosciuto da una foto come presente in piazza della Loggia subito dopo la strage, ma perché lui stesso ha dichiarato di aver partecipato alla riunione preparatoria di quell’eccidio; tale sentenza è confermata dalla Cassazione nel 2017.
Dal giugno del 2022 la difesa del Tramonte chiede la revisione del processo, ma il 5 ottobre 2022 quest’ultima è respinta dalla Corte d’appello di Brescia sulla base del motivo fondamentale per cui lui è stato condannato in maniera definitiva.
Fatta questa doverosa precisazione, è opportuno aggiungere che ci sono agli atti molte informative di Tramonte sull’estrema destra veneta nell’arco di quasi tutti gli anni Settanta e pure la sua deposizione resa il 29/02/2000 al Pubblico Ministero di Bologna Paolo Giovagnoli:
In realtà, come sanno pure i bambini delle scuole elementari italiane, “i primi giorni di giugno” non fanno parte del “periodo estivo”.
Anche il fatto che lui ne avrebbe dato notizia prima possibile a Don Bisaglia (che comunque non si chiamava Don Nino Bisaglia ma Don Mario Bisaglia) e che costui ne avrebbe parlato a suo fratello, il dirigente democristiano Antonio Bisaglia, a quel tempo ministro dell’industria, del commercio e dell’artigianato, non depone certo a favore della sua attendibilità!
I due fratelli Bisaglia, morti annegati entrambi, il ministro in circostanze decisamente non chiare a Santa Margherita Ligure il 24 giugno 1984 e all’età di 55 anni, il sacerdote – di sicuro assassinato – ritrovato in un lago di montagna il 17 agosto 1992, sarebbero stati informati del progetto di strage a Bologna del 2 agosto 1980 nel corso del precedente mese di luglio.
Ma la cosa curiosa è che il Tramonte, con queste sue “rivelazioni” ed in modo complementare a quanto fece un giornalista legato al ministro dell’industria Antonio Bisaglia, sembra aver fatto un piacere proprio a chi – come quest’ultimo – aveva delle azioni della Itavia, l’impresa proprietaria degli aerei DC9, e cercava di far credere che la strage del DC9 Itavia, avvenuta ad Ustica il 27 giugno 1980, fosse stata provocata dalla bomba di qualche neofascista dei NAR.
Chi è Marco Affatigato?
Per dare una risposta sintetica ma esaustiva è qui sufficiente riportare quanto su di lui scrisse il parlamentare di Democrazia Proletaria Luigi Cipriani nella Relazione alla Commissione stragi inverno 1989-1990 su Ustica e Bologna:
Nell’Italia degli anni Settanta e del decennio successivo, in un periodo storico di sovrabbondanza di faccendieri, “pentiti”, ciarlatani, megalomani e depistatori professionali, nei processi molte dichiarazioni sono a dir poco contraddittorie e quindi bisogna sempre evitare di considerarle tutte attendibili.
Un dato è certo: la voce secondo cui sarebbe stato imminente un fatto grave, molto peggiore rispetto all’attentato ad una singola persona e di conseguenza destinato a riempire le pagine dei giornali, circola solo dopo la strage di Ustica del 27 giugno 1980 ed è conosciuta negli ambienti delle forze di polizia italiane, dei servizi segreti (Sisde e Sismi), e nel campo del governo diretto dal democristiano Francesco Cossiga e di cui fa parte il ministro Antonio Bisaglia.
Ciò è confermato da quanto emerge nel corso dell’udienza del “Processo a carico di Paolo Bellini ed altri (strage alla Stazione di Bologna del 2 agosto 1980)” tenutasi a Bologna mercoledì 28 aprile 2021.
Testimonianza dell’ex giudice Tamburino del 28 aprile 2021
In tale circostanza, le parole dell’ex giudice Giovanni Tamburino, anticipate il 14 maggio 2019 dal confronto fra quest’ultimo e l’ex generale del Sisde di Padova Quintino Spella, avvenuto davanti ai magistrati della Procura generale che indagavano sui mandanti della strage di Bologna, dimostrano che il capo del Sisde di Padova del 1980, pur negando il fatto fino alla morte avvenuta nel gennaio del 2021, era stato informato da Tamburino delle dichiarazioni di Luigi Vettore Presilio prima della strage di Bologna e precisamente il 15 luglio.
A quel punto, secondo la ricostruzione del giornalista Roberto Scardova (“L’oro di Gelli: strage di Bologna”, Editore Castelvecchi, 2020), Spella informa il centro nazionale del Sisde e quest’ultimo decide di affidare le indagini al colonnello Amos Spiazzi – personaggio tornato in auge, con tanto di nulla osta di sicurezza (NOS) della Nato, dopo che dal 13 gennaio 1974 al 7 dicembre 1977 era stato in carcere in modo preventivo perché considerato al centro dell’inchiesta proprio di Giovanni Tamburino sull’organizzazione “Rosa dei Venti” (una specie di servizio segreto interno parallelo e collegato alla Nato) – e di mandarlo a Roma.
Spiazzi fa parte dell’Esercito; non potrebbe lavorare per i servizi segreti, ma ha un rapporto stabile con il centro Sisde di Bolzano (competente anche per le città di Padova e Verona).
Grazie a ciò parte per Roma e alcuni giorni dopo riferisce oralmente al maresciallo Francesco Benfari del centro Sisde di Bolzano. Su questa base nasce un testo, rinvenuto parecchi anni dopo nel corso di una perquisizione nella sua casa, nel quale – parlando in terza persona – racconterebbe il suo viaggio a Roma.
Ad esempio, secondo Ugo Maria Tassinari,
Le dichiarazioni di Cecilia Loreti
Le parole di Luigi Vettore Presilio potrebbero infine apparire complementari nei confronti delle dichiarazioni di Cecilia Loreti di cui si parla spesso nella vicenda giudiziaria relativa alla strage di Bologna.
Esse riguardano la telefonata che, in base a quanto da lei riferito al Giudice Istruttore di Roma il 23-12-1980 e successivamente al Giudice Istruttore di Bologna del processo di primo grado, il neofascista latitante e allora minorenne Luigi Ciavardini (poi condannato in via definitiva a 30 anni per quella strage) avrebbe fatto in casa di Marco Pizzari per far posticipare, a causa di suoi gravi problemi, il viaggio ferroviario da Roma a Venezia programmato da Elena Venditti, Cecilia Loreti e Marco Pizzari.
Quella telefonata sarebbe stata ricevuta da Marcello Pizzari (padre di Marco) che, a sua volta, avrebbe telefonato a Luigi Loreti, zio di Marco abitante a Ladispoli, affinché fossero avvisati i tre giovani che in quel periodo si trovavano in quella località marittima della provincia di Roma.
Un primo problema è costituito dal fatto che Marcello Pizzari non ha mai confermato di aver ricevuto quella telefonata (vedasi sentenza del 1990).
Un’altra questione è che non si sa con esattezza né l’ora né il giorno in cui sarebbe stata fatta la telefonata del Ciavardini. In particolare, non si sa se sarebbe stata fatta il 31 luglio come ritiene l’Avvocatura dello Stato nel ricorso avverso alla sentenza del 1990, il primo agosto 1980 come ritengono la sentenza di assoluzione del 1990 e le sentenze di condanna dello stesso Ciavardini, oppure il 2 agosto 1980, a strage avvenuta, come sostiene Elena Venditti che, all’epoca, era la fidanzata del Ciavardini.
Come se non bastasse, non si sa di preciso nemmeno a che ora e in quale giorno, dopo il 2 agosto 1980, sarebbe avvenuto l’incontro del Ciavardini con la Venditti, la Loreti e il Pizzari (assassinato il 30 settembre 1981 dai Nar perché avrebbe favorito l’arresto del suo vecchio amico Ciavardini), il 4 agosto secondo le dichiarazioni del 23 dicembre 1980 della Loreti al Giudice Istruttore di Roma oppure il 3 agosto secondo le dichiarazioni della stessa Loreti al Giudice Istruttore di Bologna del processo di primo grado (vedasi sentenza del processo di primo grado).
La circostanza più credibile è che la telefonata del Ciavardini a casa Pizzari sia stata effettuata il primo agosto e ciò risulta compatibile con quanto affermato dai suoi avvocati difensori, cioè con l’ipotesi che il posticipo dell’appuntamento a Venezia dal 2 al 3 agosto sarebbe stato motivato solo da problemi di documenti necessari ad una persona latitante come lui.
Conclusioni
In estrema sintesi, l’unica voce documentata che annuncia qualcosa di paragonabile alla strage di Bologna è quella di Luigi Vettore Presilio, sembra provenire dall’area neofascista di Ordine Nuovo del Triveneto diretta in quel periodo da Massimiliano Fachini e nasce soltanto dopo due fatti di grande risonanza internazionale: la Dichiarazione di Venezia prodotta dalla CEE il 12 e 13 giugno 1980 sul conflitto israelo-palestinese che trova la completa ostilità degli Usa e di Israele, e la strage di Ustica del 27 giugno 1980 su cui gli Usa (e la Francia) hanno senza dubbio delle dirette responsabilità.
La strage di Bologna, obiettivamente parlando, giova al “partito dell’ordine” che sul finire del 1980 si contrappone all’occupazione operaia della Fiat a Torino e contribuisce a distogliere l’attenzione dai responsabili della strage di Ustica, con i suoi 81 morti, e da chi, come l’allora ministro dell’industria Antonio Bisaglia, è fra i proprietari della Itavia.
Ciò, a sua volta, spiega da un lato l’inconcludenza della magistratura italiana rispetto alla strage di Ustica e dall’altro anche il perché dei depistaggi ed ‘impistaggi’ dei servizi segreti italiani, statunitensi e francesi rispetto alla strage di Bologna.
Fonte
Fatta questa dovuta premessa, entriamo nel merito della questione.
Nell’udienza del 9 gennaio 1988 per il processo di primo grado sulla “Strage alla stazione di Bologna” entra in scena un uomo detenuto dal gennaio 1980 nel carcere di Padova per una rapina, conosciuto nella stessa città dagli ultimi anni ’60 come militante neofascista del Movimento Sociale Italiano e coinvolto nell’attentato bombarolo del 15 aprile 1969 allo studio del rettore di Padova, un’azione compiuta dal gruppo diretto da Franco Freda per farla attribuire all’estrema sinistra (leggasi: “Attentato imminente. Pasquale Juliano, il poliziotto che nel 1969 tentò di bloccare la cellula neofascista veneta”, di Antonella Beccaria e Simona Mammano, casa editrice Stampa Alternativa, 2009).
Si tratta del testimone Luigi Vettore Presilio e quest’ultimo chiede un “rinvio a giudizio”.
In realtà, non avendo delle imputazioni in quel procedimento giudiziario e conoscendo poco e male la lingua italiana, vuole il rinvio della sua testimonianza poiché, stando alle sue parole e sulla base di un “certificato medico”, sarebbe diventato dipendente dall’alcool e non avrebbe più la capacità di intendere e volere.
Quel giorno lui ha senza dubbio un comportamento ambiguo, ma capisce bene quel che vuole far capire bene.
Ogni tanto guarda verso la gabbia degli accusati, dove c’è il padovano Roberto Rinani, segretario della sezione del Movimento Sociale Italiano dell’Arcella dall’autunno 1976 al dicembre 1977, ed è come se, anche attraverso il linguaggio non verbale notato e contestato perfino dal Presidente della Corte, voglia fargli capire che ha intenzione di ritrattare le sue precedenti dichiarazioni.
Come capita ad ogni persona informata sulle vicende giudiziarie e di cronaca connesse alla strage di Bologna, Luigi Vettore Presilio sa che poco più di due anni prima, il 15 dicembre 1985, “la moglie di Rinani, Luciana Perulli, è stata aggredita (...) da uno sconosciuto mentre rientrava a casa a Mestre.
Ha reagito al tentativo di strangolamento e se l’è cavata con la frattura di un dito. L’aggressione è stata messa in relazione con la notizia, pubblicata da un giornale, di un possibile pentimento di Rinani, che sino ad ora non ha mai collaborato con gli inquirenti” (vedasi “I magistrati bolognesi: «Sulle stragi troppa disinformazione»”, di Giancarlo Perciaccante, pag. 5 del quotidiano “L’Unità” del 18 dicembre 1985).
Luigi Vettore Presilio guarda di nuovo verso il Rinani e gli fa capire di non avere alcuna intenzione di continuare a collaborare con la magistratura.
Come mai il Vettore Presilio ha deciso di non parlare più di Roberto Rinani?
Per comprendere a sufficienza il perché di questa apparente forma di schizofrenia, bisogna comunque ricordare che Presilio, non essendo sottoposto a misure di sicurezza, come invece sarebbe stato logico per un testimone a rischio di ritorsioni, martedì 25 novembre 1980 viene aggredito e ferito da persone sconosciute nel carcere di Padova.
Due giorni dopo quell’episodio, non a caso, il Giudice Istruttore esamina Luigi Vettore Presilio e quest’ultimo, fra l’altro, dichiara: “... sono stato accoltellato certamente per punizione in relazione alla pubblicazione sull’Espresso di notizie riguardanti la deposizione che ho reso a voi magistrati di Bologna.
Infatti le stesse persone che mi hanno colpito mi hanno informato che la ragione della loro azione era quella di punirmi per aver parlato. Sono certo che volessero uccidermi. Non ci sono riusciti perché io mi rotolavo e mi sono difeso disperatamente gridando ed infine sono riuscito ad infilarmi sotto la branda” (dichiarazione riportata dalla sentenza della Corte di Assise di Bologna del giorno11 luglio 1988).
Inoltre, sempre davanti al Giudice Istruttore, Presilio ufficializza per la prima volta la sua indisponibilità a “rendere ulteriori dichiarazioni” in relazione alle voci che nel carcere patavino, dove lui fa parte dei detenuti addetti alla lavanderia, quindi anche al ritiro delle lenzuola sporche e alla consegna settimanale di quelle pulite alle persone lì ristrette, avrebbe sentito Roberto Rinani (vedasi: sentenza della Corte di Assise del giorno 11 luglio 1988).
Di fatto è un “testimone reticente” dato che non rispetta l’articolo 372 del Codice Penale italiano, ma resta sempre impunito per questo reato!
Al di là della logica del “do ut des”, che fino a poco tempo prima aveva animato il suo desiderio di ottenere in modo rapido la libertà provvisoria, Luigi Vettore Presilio fa delle dichiarazioni che risultano incancellabili e, senza dubbio, variabili nel tempo.
Subito dopo l’omicidio del sostituto procuratore Mario Amato, avvenuto a Roma il 23 giugno 1980 e rivendicato dall’organizzazione neofascista denominata Nuclei Armati Rivoluzionari, si riferiscono a futuri attentati contro magistrati come Pietro Calogero e Lorenzo Zen.
Dall’inizio di luglio e prima del 2 agosto 1980 trattano invece qualcosa di molto diverso: oltre a precisare che Calogero avrà salva la vita finché tale magistrato continuerà ad accusare di gravi reati gli Autonomi dell’estrema sinistra, riportano i suoi sentito dire su un futuro attentato al giudice Giancarlo Stiz e a proposito di un fatto molto più clamoroso che lo dovrebbe anticipare.
La sentenza del processo di primo grado, emersa dopo quasi otto anni dalla strage di Bologna, ben lontana dal ricostruire in modo esaustivo i comportamenti del Vettore Presilio e lungi dal tenere presente la variabilità di contenuto nelle sue affermazioni, prende comunque in considerazione la nota del 6 agosto 1980 trasmessa dal Giudice di Sorveglianza di Padova, Giovanni Tamburino, al Procuratore della Repubblica, la conferma del contenuto di tale nota da parte del Vettore Presilio, la rivelazione fatta da costui in base alla quale la fonte delle proprie affermazioni sarebbe Roberto Rinani, il neofascista detenuto nello stesso carcere di Padova che il 13 maggio del 1980 si consegna alle forze di polizia dopo 11 mesi di latitanza perché accusato di aver ferito, con dei colpi di pistola, Umberto D’Affara, di 23 anni, iscritto a Scienze Politiche e aderente alla sinistra extraparlamentare padovana (vedasi: rapporto della Digos di Padova del 12/8/1980, documentata alla nota numero 71 della sentenza della Corte di Assise dell’11 luglio 1988).
Sentenza della Corte di Assise dell’11 luglio 1988
Il 6 agosto 1980, come afferma la sentenza della Corte di Assise dell’11 luglio 1988, il Giudice di Sorveglianza di Padova riferisce alla Procura della Repubblica di Bologna che il 10 luglio 1980 Luigi Vettore Presilio
“gli aveva informalmente dichiarato d’esser stato contattato da esponenti di un’organizzazione di estrema destra, che gli avevano proposto di partecipare ad un attentato ai danni del Giudice Stiz di Treviso.Dal punto di vista della ricerca storica, le parole di Luigi Vettore Presilio sono documentabili e precedono la strage di Bologna.
L’attentato in questione, da compiersi nell’immediato futuro con un’Alfetta truccata da autovettura dei Carabinieri (il gruppo disponeva anche di divise dell’Arma), sarebbe stato preceduto – secondo quanto il Vettore aveva appreso – da altro attentato ad opera della medesima organizzazione, di eccezionale gravità, tanto che avrebbe “riempito le pagine dei giornali”.
A conferma della propria attendibilità, il Vettore aveva indicato un appuntato o brigadiere dei Carabinieri (tale Sibilia o Scibilia Giacomo) con il quale si trovava da lungo tempo in rapporto confidenziale.
Nella serata dello stesso 6 agosto il Vettore confermava tali dichiarazioni al Procuratore della Repubblica di Bologna, aggiungendo d’aver ricevuto le proposte di cui sopra da un compagno di detenzione.
A distanza di cinque giorni, l’11 agosto, il Vettore si decideva a rivelare che il compagno di detenzione autore delle riferite proposte era stato tale Rinani.
Il 3/9/1980, nel corso di una ricognizione personale cui venne sottoposto Rinani Roberto, detenuto nel carcere di Padova nel periodo (inizio estate) cui il Vettore faceva risalire i contatti e le rivelazioni in ordine agli attentati, il Vettore riconobbe nel Rinani la persona da cui tali rivelazioni avrebbe ricevuto.
Nel corso delle sue dichiarazioni istruttorie, il Vettore riferiva altresì di aver appreso dal Rinani dei contatti che costui aveva sempre intrattenuto con la cellula veneta già facente capo a Freda e Ventura, di cui all’epoca era principale esponente Fachini Massimiliano.”
Risultano essere oggettivamente confuse e generiche, ma da esse emergono tre dati: prima di tutto, pur non facendo esplicito riferimento a quella che sarà la strage di Bologna del 2 agosto 1980, prevedono un attentato di eccezionale gravità che avrebbe “riempito le pagine dei giornali”; permettono di sventare un possibile attentato mortale ai danni del giudice Giancarlo Stiz, cioè di colui che per primo individuò la cellula neofascista del Triveneto diretta da Franco Freda e Giovanni Ventura come responsabile della strage di piazza Fontana del 12 dicembre 1969; in ultimo, ma non per importanza, fanno capire che Luigi Vettore Presilio ha un “rapporto confidenziale” con un uomo delle forze di polizia il cui nome sarebbe “Sibilia o Scibilia Giacomo”.
In realtà, durante il processo di primo grado sulla “Strage alla stazione di Bologna”, i giudici già sanno che quell’uomo è Scibilia Giacomo, e non Sibilia Giacomo, ma non sentono il bisogno di capire meglio chi sia, che cosa faccia e nemmeno di interrogarlo.
Eppure, già dal 27 agosto 1980 la magistratura sa delle cose molto interessanti.
Quel giorno, di fronte al giudice istruttore di Bologna, dottor Claudio Nunziata, compare l’avvocato Franco Tosello che riporta diverse dichiarazioni di Luigi Vettore Presilio.
Dal connesso verbale esce fuori la notizia secondo cui il Vettore Presilio avrebbe affrontato anche “il discorso relativo a un appuntato o maresciallo a nome Scibilia facente parte degli uomini del gen. Dalla Chiesa e che era venuto un ispettore da Roma per sentirlo” (dal verbale del 27 agosto 1980 scritto dal giudice istruttore di Bologna, dottor Claudio Nunziata sulla testimonianza dell’avvocato Franco Tosello, nato a Este il 27 aprile 1938 con studio in Padova, via Altinato 56).
Facendo un’indagine anche solo superficiale rispetto ad anni meno lontani, si può dire che, secondo il teste Enrico Carella, ex appartenente alle forze di polizia ascoltato nel corso dell’udienza del 30 aprile 2021 del “Processo a carico di Paolo Bellini ed altri (strage alla Stazione di Bologna del 2 agosto 1980)”, nel 1980 Giacomo Scibilia è in servizio al Sisde (‘Servizio per le informazioni e la sicurezza democratica’) di Padova ed ha un buon rapporto col capo del Sisde Giulio Grassini, tanto da esserne l’autista quando costui visita il Veneto (vedasi dal minuto 2:24).
Inoltre, si può ricordare che nell’udienza del processo denominato “La ricostituzione di Ordine Nuovo attentati e rapine della vecchia e nuova destra dal 1974 al 1980”, tenutasi a Roma mercoledì 4 ottobre 1989, il Presidente della corte chiede proprio a Giacomo Scibilia se conferma “una dichiarazione sull’episodio Vettore” e lui – lasciando intendere che conosce da molti anni e bene quell’uomo – risponde affermativamente.
Giacomo Scibilia da svariato tempo utilizza come confidente Luigi Vettore Presilio, un uomo nato il 3 marzo 1938 che muore il 21 febbraio 2011 e viene poi sepolto nel Cimitero Maggiore di Padova.
Partendo da questi elementi, dato per altro che un confidente delle forze di polizia non brilla certo per autonomia rispetto allo Stato, si sarebbero dovute capire meglio e subito alcune questioni, come quelle relative ai ruoli svolti da Scibilia Giacomo fra “gli uomini del gen. Dalla Chiesa”, dal capo del Sisde di Padova Quintino Spella e dal capo nazionale del Sisde Giulio Grassini rispetto a Luigi Vettore Presilio e alle dichiarazioni di quest’ultimo.
Invece il procedimento della Corte di Assise di Appello non si pone per niente queste problematiche e ciò si riflette nella sentenza del 18 luglio 1990:
“(…) l’attenta rilettura, ed il riascolto, del brano di conversazione registrato (Vettore interrogato e sollecitato dal P.M.) non sembra possano attribuire alle parole del teste il significato certo individuato dalla sentenza di primo grado.Sentenza della Corte di Cassazione del 12 febbraio 1992
Ed invero, le parole utilizzate in quella circostanza richiamano, nel loro significato ultimo, ad un fatto di terrorismo diretto pur sempre contro un soggetto o un bersaglio determinato, sia pure di rilievo tale da suscitare enorme clamore.”
A seguito del ricorso per la Cassazione proposto dalla Procura generale e dalle Parti civili, il 12 febbraio 1992 le Sezioni Unite penali della Corte di Cassazione stabiliscono che, non avendo valutato in termini logici e corretti prove e indizi, il processo va rifatto.
Sentenza del secondo processo della Corte d’Assise di Appello del 16 maggio 1994
La sentenza del secondo processo della Corte d’Assise di Appello cerca allora, fra l’altro, di ricostruire la testimonianza di Luigi Vettore Presilio.
A tale proposito, ricorda il suo interrogatorio avvenuto la sera del 6 agosto 1980 nella casa circondariale di Padova da parte di due sostituti della Procura di Bologna, allorché lui ribadisce che “prima dell’attentato a Stiz vi sarebbe stato altro attentato di tali proporzioni per cui ne avrebbe parlato la prima pagina di tutti i giornali del mondo” e che l’evento di maggiore risonanza “si sarebbe verificato nella prima settimana di agosto”.
In tale occasione Vettore Presilio non sottoscrive il verbale e decide di non proseguire nella collaborazione “poiché non era stata accolta la condizione, da lui posta, che gli fosse concessa la libertà provvisoria”.
In seguito, il giorno 11 agosto 1980, “i due magistrati interrogano di nuovo il Vettore e questa volta le dichiarazioni del teste sono registrate su nastro”.
Il 27 agosto 1980 viene invece interrogato il legale di fiducia del Vettore, l’avvocato Franco Tosello di Padova, il quale precisa che il detenuto è stato da lui incontrato il 1° luglio e gli ha riferito di un progettato attentato al giudice Stiz.
Qualche giorno dopo, il Tosello riceve dal suo cliente un biglietto (prodotto in fotocopia ed allegato al verbale di deposizione; biglietto poi riconosciuto formalmente per suo dal Vettore in occasione della deposizione resa al G.I. di Bologna il 13 novembre 1980) con il seguente testo:
“Egregio Avvocato Tosello.(vedasi: testo del biglietto pubblicato nella sentenza del secondo processo della Corte d’Assise di Appello del 16 maggio 1994).
L’ultimo colloquio che abbiamo avuto assieme, Lei sa di quello che abbiamo parlato non creda che io sia stato così deficente (SIC!) di avergli dato tutti i particolari precisi, ma bensì prima di quel fatto si sentirà per Televisione e quotidiani una notizia che farà molto ma molto scalpore, quindi la invito presto, presto di venire a un colloquio col giudice di sorveglianza o chi di competenza.
Vettore Luigi Presilio
Se le scrivo questo è perché una persona di mia conoscenza non deve uscire dal carcere prima di me.
Così avrò modo di lavorarmi i miei amici, sempre con nomi di battaglia.
Non se la prenda sottogamba altrimenti la ritengo responsabile di prima persona di tutto quello che avverrà”
In tale sentenza, oltre a ripetere che il 3 settembre del 1980, il Vettore procede nella ricognizione formale di Roberto Rinani e lo riconosce, si parla di nuovo della deposizione del Vettore registrata l’11 agosto 1980 da due PM:
“In considerazione del fatto che la trascrizione del nastro eseguita nel 1980 conteneva taluni omissis che ne facevano sospettare una certa incompletezza e a seguito del difetto di motivazione che la Corte di Cassazione ha rilevato sul punto – non avendo i giudici di appello dato conto delle parole del Vettore sulla base delle quali erano pervenuti al giudizio riportato – questo Collegio ha disposto, in sede di rinnovazione del dibattimento, la trascrizione del nastro con le forme della perizia ed ha quindi proceduto all’ascolto, in pubblica udienza, dell’intera registrazione.Sentenza del Tribunale dei Minori del 2002
Nella predetta udienza, alla quale era presente anche il perito, si sono compiute talune correzioni del testo della trascrizione, dandosene atto a verbale di volta in volta.
Orbene, è risultato accertato (pag.16 della perizia e precisazioni a verbale che fanno riferimento alla pagina suddetta) che il giudice dell’appello è caduto in un evidente errore di percezione delle parole del dialogo tra i due PM e il testimone. (...)
Dal testo del dialogo, dunque, emerge con assoluta chiarezza che il fatto terroristico – diverso dall’attentato al giudice Stiz – di cui ha parlato il Vettore non consisteva in un attentato ad una persona e, anzi, si contrapponeva all’uccisione di una singola persona in ragione delle dimensioni dell’evento che, proprio per questo, avrebbe avuto particolare risonanza”.
Ventidue anni dopo la strage di Bologna, si ha la sentenza del Tribunale dei Minori contro Luigi Ciavardini che presenta la ricostruzione istituzionale più chiara rispetto alla cronologia delle dichiarazioni di Luigi Vettore Presilio.
Con essa, in poche parole e senza dover qui ripetere ciò che è già stato scritto nelle altre e precedenti sentenze, viene precisato quanto segue:
«nel corso del primo casuale incontro con l’avv. Tosello, avvenuto intorno al 20 giugno, Vettore Presilio era in possesso solo di informazioni confuse sull’attentato a un giudice (parla di Calogero o di Zen). Il 1° luglio il dichiarante sapeva che si sarebbe dovuto colpire il giudice Stiz e conosceva nei minimi termini il piano predisposto dai terroristi per l’agguato.Sentenza del 9 gennaio 2020
Tuttavia, solo nella missiva inviata all’avv. Tosello il 7 luglio, Vettore Presilio mostra di essere a conoscenza dell’attentato di eccezionale gravità che avrebbe dovuto precedere l’assassinio del giudice e di cui avrebbero parlato le prime pagine dei giornali di tutto il mondo. (...)
Infine, solo dopo la strage, nel corso di un informale incontro con i giudici bolognesi, Vettore Presilio rivelò di aver appreso che l’attentato di eccezionale gravità sarebbe stato compiuto nella prima settimana di agosto» (vedasi: sentenza del Tribunale dei Minori del 2002 contro Luigi Ciavardini).
A proposito delle voci che avrebbero preceduto la strage di Bologna, ben più confusa è la ricostruzione presente nella sentenza del 9 gennaio 2020 contro il militante neofascista dei Nar (Nuclei Armati Rivoluzionari), poi condannato all’ergastolo, Gilberto Giorgio Guido Cavallini.
Lì si riparla delle dichiarazioni rese il 10 luglio 1981 al magistrato di Sorveglianza Giovanni Tamburino di Padova da Luigi Vettore Presilio che – secondo la sentenza del 9 gennaio 2020 – sarebbero state “apprese da Roberto Rinani, che faceva parte del gruppo neofascista diretto da Fachini, e il cui nome venne rinvenuto all’interno di un’agenda, sequestrata al Cavallini contenente un elenco di numerosi estremisti di destra”.
Inoltre si precisa che il fatto di eccezionale gravità menzionato dal Vettore Presilio avrebbe “riempito le pagine dei giornali” nella prima settimana di agosto. In realtà, come abbiamo già chiarito, Vettore Presilio parla della “prima settimana di agosto” soltanto dopo la strage di Bologna del 2 agosto 1980.
Infine, sempre secondo la sentenza del 9 gennaio 2020, la sopraddetta circostanza sarebbe da mettere in connessione alle dichiarazioni di un “pentito” come l’ex militante neofascista Mauro Ansaldi secondo cui Giovanna Cogolli gli avrebbe confidato che, poco prima della strage del 2 agosto 1980, si sarebbe allontanata da Bologna su diretto suggerimento di Massimiliano Fachini.
Su tale aspetto sembra opportuno fare due precisazioni: prima di tutto, la Cogolli non ha confermato le parole di Mauro Ansaldi; in ultimo ma non per importanza, non ci sono prove sufficienti per dimostrare l’attendibilità di quel “pentito”.
Dichiarazioni di Aldo Del Re
Nei processi relativi alla strage di Bologna soltanto con la sentenza per Cavallini del 2020 si cominciano a riportare le dichiarazioni di coloro che affermano di aver sentito annunciare un grosso attentato nella città di Bologna, ma lo fanno molti anni dopo il 2 agosto 1980!
Costoro non solo sono ipocriti ma – a differenza di quanto riteneva la magistratura nella sua stragrande maggioranza in base alle leggi allora vigenti – avrebbero meritato di essere accusati di calunnia!
Aldo Del Re, ad esempio, dice di aver avvisato in anticipo – cioè prima del 2 agosto 1980 – la Procura della Repubblica di Venezia, ma quest’ultima non ne ha mai saputo nulla!
Lui afferma di averne parlato molto tempo dopo anche con il legale del neofascista Stefano Delle Chiaie, l’avvocato Stefano Menicacci, ma nel dicembre del 1990 proprio assieme a questo personaggio è coinvolto nelle indagini sulla trattativa per liberare Carlo Celadon, sequestrato dalla ‘ndrangheta calabrese, una vicenda inquietante che vede la presenza da un lato della “linea dura” del Procuratore generale di Vicenza dott. Ferdinando Canilli e dall’altro di alcuni “mediatori” fra cui l’avvocato calabrese ed ex ordinovista Aldo Pardo (leggasi: “Celadon. Il sequestro più lungo. Italia, ndrangheta: racconto di un’infamia” e “Una liberazione pilotata” di Giorgio Marenghi, in “Quaderni vicentini” n.1, 2016).
Chi è dunque Aldo Del Re?
Costui – definito “ordinovista veneto” a pagina 196 della sentenza del 9 gennaio 2020 – è un personaggio che, pur facendo finta di essere un non violento militante del Partito Radicale, risulta collegato per forza di cose ai servizi segreti dell’Egitto, è condannato impunemente all’ergastolo in Libia per il tentativo di colpo di stato del 6 agosto del 1980 contro Gheddafi e poi è protetto dai governi e dal Sismi (Servizio informazioni e sicurezza militare) dell’Italia di quel tempo.
In altre parole, non si sa se Aldo Del Re abbia frequentato in modo attivo o passivo l’area dei golpisti contro Gheddafi.
A che gioco gioca, in quella circostanza, questo agente dei servizi segreti italiani mentre la linea ufficiale di politica estera dell’Italia non sembra essere contro Gheddafi e nemmeno, più in generale, contro il mondo arabo?
Il fatto che egli sia stato implicato in quel tentativo di golpe, avente come base organizzativa l’Egitto, fa ritenere che quest’ultimo abbia coinvolto i servizi segreti Usa, francesi ed italiani.
“Il 21 agosto (del 1980, ndr) Moammad Yussef Lanagarief, ex ambasciatore libico in India, nel corso di una conferenza stampa parlò della rivolta militare avvenuta i primi giorni dell’agosto a Tabruk.Ciò che Aldo Del Re conosce bene e direttamente è il tentativo di golpe in Libia del 6 agosto 1980, ma non fa niente per essere chiaro ed esaustivo rispetto al tema del coinvolgimento dei servizi segreti italiani e stranieri (oltre a quelli statunitensi e francesi, anche quelli israeliani) e preferisce diventare un “collaboratore di giustizia” parlando di ben altri fatti di cui non sa nulla o quasi nulla e rapportandosi, in modo e per interesse personale, alle mutevoli esigenze dei governanti dello Stato italiano.
L’ex ambasciatore affermò tra l’altro che la rivolta era stata guidata da ufficiali un tempo noti per la loro lealtà a Gheddafi, tra cui Idris Shaibi, comandante della IX brigata e capo operativo dei servizi di informazione libici.
L’11 agosto, con l’accusa di corruzione e attività contro la sicurezza dello stato, venne arrestato un imprenditore italiano accusato di fare parte di un servizio segreto. Secondo una informativa del Sismi del 16 novembre 1988, gli italiani arrestati erano Orlando Peruzzo, Edoardo Selliciato ed Enzo Castelli, mentre Aldo Del Re risultava ricercato.
Il Peruzzo venne scarcerato il 7 dicembre 1980, mentre Selliciato, Castelli e Del Re vennero condannati all’ergastolo. Secondo una prassi consolidata nei rapporti tra servizi segreti, il 6 ottobre 1986 Castelli e Selliciato vennero scarcerati e scambiati con tre detenuti libici in Italia.
Ciò lascia intendere che essi furono veramente implicati nel tentativo di golpe, che ebbe come retroterra organizzativo l’Egitto e coinvolse i servizi segreti Usa, francesi ed italiani”
(Luigi Cipriani, “Il caso Ustica-Libia. 1990”, Stralci).
In questo quadro, dichiara di aver ascoltato da Roberto Rinani delle parole annuncianti un’azione con l’esplosivo a Bologna.
“Nell’estate del 1979, ha raccontato Del Re, egli si trovò al caffé Pedrocchi a Padova insieme al Rinani e captò dei discorsi che questi fece alla moglie: disse che avrebbe partecipato di lì a qualche mese a un’azione a Bologna che avrebbe comportato l’uso di esplosivo. Al che la moglie del Rinani avrebbe reagito malamente dicendo: «Voi siete dei pazzi, lì ci sono donne e bambini innocenti!»” (pagina 197 della sentenza del 9 gennaio 2020).Aldo Del Re potrebbe essere credibile rispetto ad alcune dichiarazioni da lui esternate, ma quella relativa a Roberto Rinani è del tutto priva di logica.
Il Rinani, che dopo il 13 aprile 1979 e fino al 13 maggio 1980 è ricercato dalle forze di polizia per tentato omicidio (reato poi derubricato in “lesioni gravi”) nei confronti di Umberto D’Affara, nell’estate del 1979 sarebbe andato nel famoso caffè Pedrocchi di Padova, un luogo notoriamente frequentato dall’estrema destra patavina, addirittura con la moglie e nelle vicinanze delle orecchie di Aldo Del Re, a parlare di un’azione con l’esplosivo da compiere a Bologna!!!
In pratica, poco tempo dopo l’inizio della sua latitanza, Rinani avrebbe fatto l’esatto contrario di quel che in genere fa una persona latitante.
Il caffé Pedrocchi di Padova, alla fine degli anni ’70, è un luogo di ritrovo dell’estrema destra locale. Ciò viene confermato dall’ex neofascista Niccolò Ghedini (futuro avvocato del fondatore di Forza Italia Silvio Berlusconi) nell’udienza del “Processo per la strage alla stazione di Bologna” tenutasi lunedì primo febbraio 1988 e dallo stesso Roberto Rinani nell’udienza del “Processo per la strage alla stazione di Bologna (II appello)” che si svolge mercoledì 7 novembre 1993 a Bologna.
Di conseguenza, il tempo, il luogo e la circostanza della presunta voce raccolta da Aldo Del Re su Rinani un anno prima della strage di Bologna non corrispondono né ai criteri minimi di razionalità né ai comportamenti molto disciplinati con cui il Rinani si sarebbe caratterizzato secondo la descrizione fattane dallo stesso Aldo Del Re.
Come se non bastasse, nell’udienza del processo a carico di Paolo Bellini ed altri (strage alla Stazione di Bologna del 2 agosto 1980) che si svolge a Bologna il 6 aprile 2022 l’avvocato di Parte Civile Andrea Speranzoni precisa quanto segue:
“In questa istruttoria dibattimentale sono entrati in possesso di questa Corte d’Assise anche i verbali di un teste Aldo Del Re (…); dico questo perché Aldo Del Re risulta a sua volta essere stato una fonte confidenziale a Padova facente capo anche all’Arma dei Carabinieri; avete quei verbali” (vedasi da minuto 29:30 a 29:50 ).In pratica, nel 1980 Luigi Vettore Presilio e Aldo Del Re sono fonti confidenziali delle forze di polizia, nello specifico dell’Arma dei Carabinieri, e quindi dei servizi segreti italiani di allora (Sisde e Sismi) che hanno al vertice proprio uomini dell’Arma dei Carabinieri. Un giudizio simile, in sostanza, merita di essere fatto anche per un altro testimone.
Affermazioni di Maurizio Tramonte
Maurizio Tramonte, il terzo testimone del problema di cui stiamo parlando, nella fase istruttoria del processo sulla strage di piazza della Loggia di Brescia, avvenuta il 28 maggio 1974 provocando la morte di otto persone, ribadisce in sostanza le notizie da lui inviate a suo tempo al Sid (Servizio informazioni difesa che dal 24 ottobre 1977 al 1 agosto 2007 sarà sostituito da due organismi: il Sisde e il Sismi).
Costui è infatti un informatore del servizio segreto interno dello Stato italiano. Il suo nome clandestino è «Tritone», ma sia di fronte alla Corte d’Assise che alla Corte d’Appello di Brescia decide di non confermare in aula quelle notizie e dice che le ha inventate.
Il suo dramma è che nel processo di primo grado viene assolto; invece nel processo d’appello è condannato all’ergastolo non tanto perché riconosciuto da una foto come presente in piazza della Loggia subito dopo la strage, ma perché lui stesso ha dichiarato di aver partecipato alla riunione preparatoria di quell’eccidio; tale sentenza è confermata dalla Cassazione nel 2017.
Dal giugno del 2022 la difesa del Tramonte chiede la revisione del processo, ma il 5 ottobre 2022 quest’ultima è respinta dalla Corte d’appello di Brescia sulla base del motivo fondamentale per cui lui è stato condannato in maniera definitiva.
Fatta questa doverosa precisazione, è opportuno aggiungere che ci sono agli atti molte informative di Tramonte sull’estrema destra veneta nell’arco di quasi tutti gli anni Settanta e pure la sua deposizione resa il 29/02/2000 al Pubblico Ministero di Bologna Paolo Giovagnoli:
“Io ero un infiltrato nelle cellule neofasciste operanti in Veneto [...] e fino al 1977 riferivo a un agente del Sid tutte le notizie rilevanti che apprendevo [...]. Le mie dichiarazioni continuano fino al ’77 [...], ma avevo modo di continuare a vedere gli appartenenti al detto gruppo neofascista [che era costituito] dal dottor Carlo Maria Maggi di Venezia, da Giovanni Melioli, Gian Gastone Romani, Arturo Francesconi Sartori, Davide Riello e un certo Luigi, amico di Maggi [...]In sintesi: Tramonte da un lato dichiara che “in particolare” incontrava Giovanni Melioli “nel periodo estivo”, cioè solo in quel periodo, e dall’altro afferma di averlo visto “i primi giorni del giugno 1980”.
Con Melioli io ho continuato a vedermi sporadicamente, ma almeno un paio di volte all’anno, sicuramente fino al 1980 e forse anche per qualche anno dopo; in particolare incontravo Melioli nel periodo estivo e più di una volta siamo andati insieme, noi due soli a mangiare il pesce in ristoranti dei Lidi Ferraresi o Ravennati.
In una di tali occasione, credo che fossero i primi giorni del giugno 1980, Melioli mi disse ‘non passare per Bologna a fine luglio perché faremo un gran botto’, io intesi che voleva dire che lui e il suo gruppo avrebbero fatto un grave attentato; le parole potrebbero essere lievemente diverse, ma il senso di quello che mi disse è sicuramente quello che ho riferito.
Dopo qualche giorno che avevo avuto da Melioli tale notizia, decisi di riferirla a Don Nino Bisaglia, un sacerdote dì Rovigo [...].
Nel giugno ’80 [lo] cercai pertanto [...] sull’elenco telefonico di Rovigo e ci vedemmo in una chiesa nei pressi della piazza centrale di Rovigo, all’interno della chiesa, seduti sui banchi, io gli riferii quello che mi aveva detto Melioli, senza però fare il nome di costui, ma dicendogli che le persone che stavano preparando l’attentato erano un gruppo di destra di Rovigo.
Chiesi [al sacerdote] di ricevere le mie confidenze in confessione e gli feci indossare la stola da sacerdote, io infatti ho frequentato per poco tempo il seminario e ho qualche conoscenza delle regole religiose [...].
Qualche giorno dopo il colloquio [il sacerdote] mi telefonò a Lozzo Atesino e mi chiese se ero disponibile ad andare a Roma e riferire quello che gli avevo raccontato a qualcuno che non mi disse chi era; io non lo feci finire e gli dissi che non ero disponibile e che poteva andarci lui che ne sapeva quanto me” (Dichiarazioni rese il 29 febbraio 2000 al PM di Bologna Paolo Giovagnoli nel pp. n. 263/ 97-44, fasc. Df pag. 286).
In realtà, come sanno pure i bambini delle scuole elementari italiane, “i primi giorni di giugno” non fanno parte del “periodo estivo”.
Anche il fatto che lui ne avrebbe dato notizia prima possibile a Don Bisaglia (che comunque non si chiamava Don Nino Bisaglia ma Don Mario Bisaglia) e che costui ne avrebbe parlato a suo fratello, il dirigente democristiano Antonio Bisaglia, a quel tempo ministro dell’industria, del commercio e dell’artigianato, non depone certo a favore della sua attendibilità!
I due fratelli Bisaglia, morti annegati entrambi, il ministro in circostanze decisamente non chiare a Santa Margherita Ligure il 24 giugno 1984 e all’età di 55 anni, il sacerdote – di sicuro assassinato – ritrovato in un lago di montagna il 17 agosto 1992, sarebbero stati informati del progetto di strage a Bologna del 2 agosto 1980 nel corso del precedente mese di luglio.
Ma la cosa curiosa è che il Tramonte, con queste sue “rivelazioni” ed in modo complementare a quanto fece un giornalista legato al ministro dell’industria Antonio Bisaglia, sembra aver fatto un piacere proprio a chi – come quest’ultimo – aveva delle azioni della Itavia, l’impresa proprietaria degli aerei DC9, e cercava di far credere che la strage del DC9 Itavia, avvenuta ad Ustica il 27 giugno 1980, fosse stata provocata dalla bomba di qualche neofascista dei NAR.
“L’anonimo che il pomeriggio del 28 giugno 1980 telefonò per attribuire ai Nar la strage del DC9 Itavia non era (...) un terrorista o un agente dei servizi: era un giornalista amico del ministro.Quella telefonata, avvenuta alle ore 15 del 28 giugno 1980, giunge alla redazione romana del Corriere della Sera; con essa si vuole far diffondere la falsa notizia secondo cui la strage di Ustica, avvenuta il giorno prima, sarebbe stata provocata da un incidente capitato sul DC9 dell’Itavia al neofascista Marco Affatigato che ha con sé una bomba e – cosa conosciuta solo dall’informatore del Sismi Marcello Soffiati – uno dei personaggi più importanti della destra stragista della Prima Repubblica italiana, porta al polso un orologio di marca francese Baume & Mercier.
Il Sismi lo sapeva e già il 2 luglio lo mise nero su bianco, evitando però accuratamente che fino a oggi presidenti del Consiglio, ministri, parlamentari, commissioni d’inchiesta e giudici potessero venirne a conoscenza e salire il primo dei gradini che forse portano al livello di copertura politica di una strage se non addirittura due: Ustica e Bologna.”
(“Ustica, l’uomo di Bisaglia depistò le indagini” di Andrea Purgatori, Corriere della Sera, 13 ottobre 1995).
Chi è Marco Affatigato?
Per dare una risposta sintetica ma esaustiva è qui sufficiente riportare quanto su di lui scrisse il parlamentare di Democrazia Proletaria Luigi Cipriani nella Relazione alla Commissione stragi inverno 1989-1990 su Ustica e Bologna:
“...Affatigato, da tempo latitante in Francia, viveva a Nizza e dopo aver lavorato per la Cia divenne informatore del servizio segreto francese, lo Sdece diretto da De Maranche. Dove fosse latitante Affatigato era noto anche al Sismi perché frequentava un loro informatore, il massone Marcello Soffiati. Quindi solo il servizio francese e quello italiano erano in grado di conoscere il particolare dell’orologio con tanto di marca.”A maggior ragione, dal punto di vista metodologico, è opportuno valutare criticamente tutte le voci che sembrano annunciare la strage di Bologna, anche quelle solo vagamente riferite ad essa, e ricordare che nelle parole di tanti “collaboratori di giustizia” ci sono spesso cose vere mischiate a cose false.
Nell’Italia degli anni Settanta e del decennio successivo, in un periodo storico di sovrabbondanza di faccendieri, “pentiti”, ciarlatani, megalomani e depistatori professionali, nei processi molte dichiarazioni sono a dir poco contraddittorie e quindi bisogna sempre evitare di considerarle tutte attendibili.
Un dato è certo: la voce secondo cui sarebbe stato imminente un fatto grave, molto peggiore rispetto all’attentato ad una singola persona e di conseguenza destinato a riempire le pagine dei giornali, circola solo dopo la strage di Ustica del 27 giugno 1980 ed è conosciuta negli ambienti delle forze di polizia italiane, dei servizi segreti (Sisde e Sismi), e nel campo del governo diretto dal democristiano Francesco Cossiga e di cui fa parte il ministro Antonio Bisaglia.
Ciò è confermato da quanto emerge nel corso dell’udienza del “Processo a carico di Paolo Bellini ed altri (strage alla Stazione di Bologna del 2 agosto 1980)” tenutasi a Bologna mercoledì 28 aprile 2021.
Testimonianza dell’ex giudice Tamburino del 28 aprile 2021
In tale circostanza, le parole dell’ex giudice Giovanni Tamburino, anticipate il 14 maggio 2019 dal confronto fra quest’ultimo e l’ex generale del Sisde di Padova Quintino Spella, avvenuto davanti ai magistrati della Procura generale che indagavano sui mandanti della strage di Bologna, dimostrano che il capo del Sisde di Padova del 1980, pur negando il fatto fino alla morte avvenuta nel gennaio del 2021, era stato informato da Tamburino delle dichiarazioni di Luigi Vettore Presilio prima della strage di Bologna e precisamente il 15 luglio.
A quel punto, secondo la ricostruzione del giornalista Roberto Scardova (“L’oro di Gelli: strage di Bologna”, Editore Castelvecchi, 2020), Spella informa il centro nazionale del Sisde e quest’ultimo decide di affidare le indagini al colonnello Amos Spiazzi – personaggio tornato in auge, con tanto di nulla osta di sicurezza (NOS) della Nato, dopo che dal 13 gennaio 1974 al 7 dicembre 1977 era stato in carcere in modo preventivo perché considerato al centro dell’inchiesta proprio di Giovanni Tamburino sull’organizzazione “Rosa dei Venti” (una specie di servizio segreto interno parallelo e collegato alla Nato) – e di mandarlo a Roma.
Spiazzi fa parte dell’Esercito; non potrebbe lavorare per i servizi segreti, ma ha un rapporto stabile con il centro Sisde di Bolzano (competente anche per le città di Padova e Verona).
Grazie a ciò parte per Roma e alcuni giorni dopo riferisce oralmente al maresciallo Francesco Benfari del centro Sisde di Bolzano. Su questa base nasce un testo, rinvenuto parecchi anni dopo nel corso di una perquisizione nella sua casa, nel quale – parlando in terza persona – racconterebbe il suo viaggio a Roma.
“Soltanto allora il Sisde fu costretto a mettere a disposizione della giustizia il rapporto, datato 28 luglio, ma redatto da Benfari una settimana prima. In esso era scritta tutta la storia del viaggio a Roma” (pag. 97 del libro “L’oro di Gelli: strage di Bologna”, di Roberto Scardova, Editore Castelvecchi, 2020).Nel concreto, quel rapporto riservato arriva a Roma, al capo del Sisde e aderente alla loggia massonica P2 Giulio Grassini, prima della strage di Bologna del 2 agosto 1980.
“In quel documento, ieri depositato dall’accusa, si dice che i Nar stavano preparando qualcosa di micidiale e rastrellando, insieme ad altri gruppi dell’estrema destra, armi ed esplosivo. Ma non una parola sulle rivelazioni di Vettore Presilio, insabbiate.” (“Strage di Bologna. Il giudice Tamburino: «Così avvisai i Servizi»”, di Andreina Baccaro, Corriere della Sera, 29 aprile 2021).Di conseguenza, le indagini svolte da Spiazzi sono allontanate dal Triveneto, appaiono ambigue e imprecise e non tutti le ritengono nate nel mese di luglio del 1980.
Ad esempio, secondo Ugo Maria Tassinari,
“il presunto viaggio a Roma alla metà di luglio, nel corso del quale Spiazzi avrebbe incontrato un fantomatico «Ciccio», capo dei NAR, va retrodatato al novembre ’79: ne esce rafforzato il sospetto che apparati statali e internazionali si siano messi al lavoro, dopo la strage di Ustica, per coprire le responsabilità del disastro” (pag 316 di “Fascisteria”, di Ugo Maria Tassinari, Sperling & Kupfer, 2008).Un dato è certo: quella riportata da Luigi Vettore Presilio è l’unica voce che sembra annunciare la strage di Bologna. Non sappiamo però se il Vettore Presilio sia stato sincero, cioè se all’origine della suddetta voce ci sia stata l’area neofascista del Triveneto diretta da Massimiliano Fachini, oppure se sia stato bugiardo di propria iniziativa o su pressione dei servizi segreti italiani per cui era diventato un collaboratore.
Le dichiarazioni di Cecilia Loreti
Le parole di Luigi Vettore Presilio potrebbero infine apparire complementari nei confronti delle dichiarazioni di Cecilia Loreti di cui si parla spesso nella vicenda giudiziaria relativa alla strage di Bologna.
Esse riguardano la telefonata che, in base a quanto da lei riferito al Giudice Istruttore di Roma il 23-12-1980 e successivamente al Giudice Istruttore di Bologna del processo di primo grado, il neofascista latitante e allora minorenne Luigi Ciavardini (poi condannato in via definitiva a 30 anni per quella strage) avrebbe fatto in casa di Marco Pizzari per far posticipare, a causa di suoi gravi problemi, il viaggio ferroviario da Roma a Venezia programmato da Elena Venditti, Cecilia Loreti e Marco Pizzari.
Quella telefonata sarebbe stata ricevuta da Marcello Pizzari (padre di Marco) che, a sua volta, avrebbe telefonato a Luigi Loreti, zio di Marco abitante a Ladispoli, affinché fossero avvisati i tre giovani che in quel periodo si trovavano in quella località marittima della provincia di Roma.
Un primo problema è costituito dal fatto che Marcello Pizzari non ha mai confermato di aver ricevuto quella telefonata (vedasi sentenza del 1990).
Un’altra questione è che non si sa con esattezza né l’ora né il giorno in cui sarebbe stata fatta la telefonata del Ciavardini. In particolare, non si sa se sarebbe stata fatta il 31 luglio come ritiene l’Avvocatura dello Stato nel ricorso avverso alla sentenza del 1990, il primo agosto 1980 come ritengono la sentenza di assoluzione del 1990 e le sentenze di condanna dello stesso Ciavardini, oppure il 2 agosto 1980, a strage avvenuta, come sostiene Elena Venditti che, all’epoca, era la fidanzata del Ciavardini.
Come se non bastasse, non si sa di preciso nemmeno a che ora e in quale giorno, dopo il 2 agosto 1980, sarebbe avvenuto l’incontro del Ciavardini con la Venditti, la Loreti e il Pizzari (assassinato il 30 settembre 1981 dai Nar perché avrebbe favorito l’arresto del suo vecchio amico Ciavardini), il 4 agosto secondo le dichiarazioni del 23 dicembre 1980 della Loreti al Giudice Istruttore di Roma oppure il 3 agosto secondo le dichiarazioni della stessa Loreti al Giudice Istruttore di Bologna del processo di primo grado (vedasi sentenza del processo di primo grado).
La circostanza più credibile è che la telefonata del Ciavardini a casa Pizzari sia stata effettuata il primo agosto e ciò risulta compatibile con quanto affermato dai suoi avvocati difensori, cioè con l’ipotesi che il posticipo dell’appuntamento a Venezia dal 2 al 3 agosto sarebbe stato motivato solo da problemi di documenti necessari ad una persona latitante come lui.
Conclusioni
In estrema sintesi, l’unica voce documentata che annuncia qualcosa di paragonabile alla strage di Bologna è quella di Luigi Vettore Presilio, sembra provenire dall’area neofascista di Ordine Nuovo del Triveneto diretta in quel periodo da Massimiliano Fachini e nasce soltanto dopo due fatti di grande risonanza internazionale: la Dichiarazione di Venezia prodotta dalla CEE il 12 e 13 giugno 1980 sul conflitto israelo-palestinese che trova la completa ostilità degli Usa e di Israele, e la strage di Ustica del 27 giugno 1980 su cui gli Usa (e la Francia) hanno senza dubbio delle dirette responsabilità.
La strage di Bologna, obiettivamente parlando, giova al “partito dell’ordine” che sul finire del 1980 si contrappone all’occupazione operaia della Fiat a Torino e contribuisce a distogliere l’attenzione dai responsabili della strage di Ustica, con i suoi 81 morti, e da chi, come l’allora ministro dell’industria Antonio Bisaglia, è fra i proprietari della Itavia.
Ciò, a sua volta, spiega da un lato l’inconcludenza della magistratura italiana rispetto alla strage di Ustica e dall’altro anche il perché dei depistaggi ed ‘impistaggi’ dei servizi segreti italiani, statunitensi e francesi rispetto alla strage di Bologna.
Fonte
03/08/2022
Strage di Bologna. Mani fasciste, armi della Nato
Il 2 agosto di quest’anno ricorrerà il quarantaduesimo anniversario della strage di Bologna. Negli ultimi anni sono arrivate conferme che non ci hanno sorpreso per nulla: la strage fu orchestrata e protetta dallo Stato, che utilizzò i fascisti come braccio armato per compierla.
La condanna del fascista Bellini porta un pezzo della verità sulla strage, mentre vengono lasciate in disparte le nuove rivelazione sul collegamento diretto tra le bombe fasciste e il comando NATO di Verona.
Oltre alle “nuove” verità sulla strage di Bologna, da qualche mese è stato confermato il ruolo del comando NATO di Verona dietro la strage del 1974 di Piazza della Loggia a Brescia e in generale dietro alla “strategia della tensione”.
Crediamo che scendere in piazza per ricordare il 2 agosto voglia dire proprio ricostruire quella storia, che è storia politica. Una storia che è certamente quella della città di Bologna e di chi da quella strage fu colpito direttamente, ma è anche la storia di classe, perché il decennio nero delle stragi di Stato fu organizzato per colpire e abbattere il movimento dei lavoratori che stava crescendo.
Per questo, chi continua a portare avanti quella storia di lotta non può dunque ricordare il 2 agosto senza vedere ciò che sta succedendo oggi. Quest’anno, sarà un 2 agosto in guerra: la competizione fra potenze imperialiste è precipitata con il conflitto che oggi si combatte in Ucraina. Una guerra sancita con l’invasione della Federazione Russa, che però ha le sue radici negli ultimi otto anni di conflitto in Donbass portato avanti sotto l’egida della NATO. Una guerra in cui l’Italia è parte attiva, e che ha portato anche all’esaltazione dei nostri “alleati”, compresi i nazisti del battaglione AZOV, esaltati come eroi, o ancora peggio come partigiani, da tutta la classe politica e dagli organi di propaganda di guerra.
La strage di Bologna ci ricorda quale sia l’utilizzo che viene fatto dei fascisti. Da una parte fascisti come spauracchio, utili per costruire un antifascismo istituzione di facciata, portato avanti da quelle realtà e partiti – prima fra tutti la nostra amministrazione PD – che attraverso celebrazioni come questa (così come il 21-25 Aprile) cerca di pulirsi la coscienza. Dall’altra parte, quando servono, fascisti come braccio armato da adoperare o addirittura da riabilitare e coccolare, come sta accadendo anche oggi.
Per questo il 2 agosto saremo in piazza per ricordare una delle tanti stragi fasciste nella storia del nostro paese, portando parole d’ordine chiare contro il fascismo, utilizzato ieri come oggi da questo sistema marcio, e fuori dall’ipocrisia dell’antifascismo istituzionale, di facciata, e di chi fa finta di non vedere cosa sta succedendo in Ucraina così come in Italia.
Fonte
La condanna del fascista Bellini porta un pezzo della verità sulla strage, mentre vengono lasciate in disparte le nuove rivelazione sul collegamento diretto tra le bombe fasciste e il comando NATO di Verona.
Oltre alle “nuove” verità sulla strage di Bologna, da qualche mese è stato confermato il ruolo del comando NATO di Verona dietro la strage del 1974 di Piazza della Loggia a Brescia e in generale dietro alla “strategia della tensione”.
Crediamo che scendere in piazza per ricordare il 2 agosto voglia dire proprio ricostruire quella storia, che è storia politica. Una storia che è certamente quella della città di Bologna e di chi da quella strage fu colpito direttamente, ma è anche la storia di classe, perché il decennio nero delle stragi di Stato fu organizzato per colpire e abbattere il movimento dei lavoratori che stava crescendo.
Per questo, chi continua a portare avanti quella storia di lotta non può dunque ricordare il 2 agosto senza vedere ciò che sta succedendo oggi. Quest’anno, sarà un 2 agosto in guerra: la competizione fra potenze imperialiste è precipitata con il conflitto che oggi si combatte in Ucraina. Una guerra sancita con l’invasione della Federazione Russa, che però ha le sue radici negli ultimi otto anni di conflitto in Donbass portato avanti sotto l’egida della NATO. Una guerra in cui l’Italia è parte attiva, e che ha portato anche all’esaltazione dei nostri “alleati”, compresi i nazisti del battaglione AZOV, esaltati come eroi, o ancora peggio come partigiani, da tutta la classe politica e dagli organi di propaganda di guerra.
La strage di Bologna ci ricorda quale sia l’utilizzo che viene fatto dei fascisti. Da una parte fascisti come spauracchio, utili per costruire un antifascismo istituzione di facciata, portato avanti da quelle realtà e partiti – prima fra tutti la nostra amministrazione PD – che attraverso celebrazioni come questa (così come il 21-25 Aprile) cerca di pulirsi la coscienza. Dall’altra parte, quando servono, fascisti come braccio armato da adoperare o addirittura da riabilitare e coccolare, come sta accadendo anche oggi.
Per questo il 2 agosto saremo in piazza per ricordare una delle tanti stragi fasciste nella storia del nostro paese, portando parole d’ordine chiare contro il fascismo, utilizzato ieri come oggi da questo sistema marcio, e fuori dall’ipocrisia dell’antifascismo istituzionale, di facciata, e di chi fa finta di non vedere cosa sta succedendo in Ucraina così come in Italia.
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03/08/2021
Strage di Bologna. Licio Gelli voleva l’Italia di oggi
Licio Gelli, fascista della repubblica di Salò, imprenditore di successo, affarista e massone, uomo di tanti intrighi e trame ai danni della nostra democrazia, è stato riconosciuto come il mandante e l’organizzatore della strage del 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna. La più sanguinosa della storia repubblicana. Una strage fascista e di stato come tutte quelle che hanno colpito il nostro paese.
Ma cosa voleva davvero il criminale fascista Licio Gelli? Non la restaurazione del fascismo, ma un regime autoritario liberale e liberista. Nel “Piano di rinascita democratica” della Loggia P2, cui erano iscritti imprenditori, politici, burocrati, generali, giornalisti, da Silvio Berlusconi a Carlo Alberto Dalla Chiesa a Maurizio Costanzo; in quel piano erano definiti gli obiettivi di fondo per il nostro paese.
L’Italia avrebbe dovuto avere un Parlamento molto più ridotto, di cinquecento seicento persone al massimo tra Camera e Senato. Il governo avrebbe dovuto contare molto più delle Camere, sulla base del principio che conta chi comanda. Le alternanze di governo avrebbero dovuto essere tra forze liberal democratiche e forze conservatrici, togliendo dal campo politico i comunisti e ogni sinistra anti-sistema e sdoganando i fascisti. La magistratura avrebbe dovuto essere posta sotto il controllo del potere politico.
Avrebbero dovuto essere aboliti la scala mobile sui salari e l’articolo 18, ridotto il peso dei contratti nazionali, cambiato il sistema pensionistico. Avrebbe dovuto essere esteso il sistema privato, dall’industria, alle banche, ai servizi pubblici, alla scuola, alla sanità. E poi l’Italia avrebbe dovuto essere il più fedele ed entusiasta alleato degli Stati Uniti, un paese fanatico della NATO.
Licio Gelli avrebbe voluto una restaurazione padronale, moderata e euro-atlantica, nell’Italia che negli anni settanta stava per la prima volta attuando i principi sociali, civili e democratici proclamati nella Costituzione antifascista e fino ad allora negati. Per questo da Piazza Fontana in poi Licio Gelli e altri come lui organizzarono le stragi. Con esse pensavano di ottenere subito quella restaurazione padronale ed autoritaria cui aspiravano.
Invece ci volle molto più tempo, ma, a quarantuno anni dalla strage di Bologna, dobbiamo ammettere che gran parte del programma della Loggia P2 è stato realizzato e che il sistema politico e sociale dell’Italia di oggi somiglia molto a quello che voleva il criminale fascista Licio Gelli.
Fonte
Ma cosa voleva davvero il criminale fascista Licio Gelli? Non la restaurazione del fascismo, ma un regime autoritario liberale e liberista. Nel “Piano di rinascita democratica” della Loggia P2, cui erano iscritti imprenditori, politici, burocrati, generali, giornalisti, da Silvio Berlusconi a Carlo Alberto Dalla Chiesa a Maurizio Costanzo; in quel piano erano definiti gli obiettivi di fondo per il nostro paese.
L’Italia avrebbe dovuto avere un Parlamento molto più ridotto, di cinquecento seicento persone al massimo tra Camera e Senato. Il governo avrebbe dovuto contare molto più delle Camere, sulla base del principio che conta chi comanda. Le alternanze di governo avrebbero dovuto essere tra forze liberal democratiche e forze conservatrici, togliendo dal campo politico i comunisti e ogni sinistra anti-sistema e sdoganando i fascisti. La magistratura avrebbe dovuto essere posta sotto il controllo del potere politico.
Avrebbero dovuto essere aboliti la scala mobile sui salari e l’articolo 18, ridotto il peso dei contratti nazionali, cambiato il sistema pensionistico. Avrebbe dovuto essere esteso il sistema privato, dall’industria, alle banche, ai servizi pubblici, alla scuola, alla sanità. E poi l’Italia avrebbe dovuto essere il più fedele ed entusiasta alleato degli Stati Uniti, un paese fanatico della NATO.
Licio Gelli avrebbe voluto una restaurazione padronale, moderata e euro-atlantica, nell’Italia che negli anni settanta stava per la prima volta attuando i principi sociali, civili e democratici proclamati nella Costituzione antifascista e fino ad allora negati. Per questo da Piazza Fontana in poi Licio Gelli e altri come lui organizzarono le stragi. Con esse pensavano di ottenere subito quella restaurazione padronale ed autoritaria cui aspiravano.
Invece ci volle molto più tempo, ma, a quarantuno anni dalla strage di Bologna, dobbiamo ammettere che gran parte del programma della Loggia P2 è stato realizzato e che il sistema politico e sociale dell’Italia di oggi somiglia molto a quello che voleva il criminale fascista Licio Gelli.
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Bologna, 2 agosto 1980, la strage di governo
Stanno emergendo fatti gravissimi, responsabilità gravissime. Altro che “strage fascista” appoggiata da “frange deviate” dei servizi...
Fu il Governo responsabile della strage, ideata dai vertici dei Servizi, eseguita da sgherri fascisti, assassini ieri, assassini e pistoleri oggi, merde sempre.
Se ne parlò – prima che accadesse, delle “nuove iniziative” dei Servizi “atte a contenere” la “deriva estremista” – in Consiglio dei Ministri.
Fate vobis, pare fu la parola d’ordine, magari poi sfuggì un poco di mano, fu “eccesso di zelo”?
Queste le ultime dichiarazioni del Presidente dell’associazione vittime strage di Bologna. Il presidente del Consiglio, il ministro degli Interni “non potevano non sapere”.
La deriva estremista era poi il tanto temuto dialogo fra classe operaia e Movimento, che era ritenuto (a ragione) esiziale per il sistema fasciodemocristiano: avrebbero perso il potere, sarebbe venuto al pettine il nodo del tradimento della Repubblica Partigiana, il tradimento della Costituzione, l’Italia trasformata con strisciante pervicacia in uno stato fantoccio degli USA e cattofascista.
Se ne accorsero nel 1969 e iniziarono le stragi, partendo da Piazza Fontana. Ma le radici stanno a Portella della Ginestra.
Per “contenere”, i Servizi eterodiressero i fascisti, servi dei padroni e della questura sempre, a fare strage di cittadini innocenti.
Freda e i suoi camerati fecero il lavoro sporco nel '69, quando la gang dei Calabresi pensò poi al depistaggio mafioso e violento.
Le cose non sono cambiate a Bologna 1980, la supposta “purezza” dei NAR e di Giusva Fioravanti sono una bella fola; stesso leitmotiv a Genova 2001, e non cambiano in Val Susa dagli anni '90 ad oggi.
Valpreda innocente nel 1969, come lo sono Nicoletta Dosio, Dana Lauriola e tutte/i i NoGlobal allora e i NOTAV nel 2021.
Pinelli assassinato, come Carlo Giuliani, come Sole e Baleno.
Giornali servi e bugiardi allora, servi e bugiardi oggi, leccaculo dei potenti, bugiardi e faziosi, venduti e schiavi, indegni del loro mestiere, traditori di sempre.
Fonte
Fu il Governo responsabile della strage, ideata dai vertici dei Servizi, eseguita da sgherri fascisti, assassini ieri, assassini e pistoleri oggi, merde sempre.
Se ne parlò – prima che accadesse, delle “nuove iniziative” dei Servizi “atte a contenere” la “deriva estremista” – in Consiglio dei Ministri.
Fate vobis, pare fu la parola d’ordine, magari poi sfuggì un poco di mano, fu “eccesso di zelo”?
Queste le ultime dichiarazioni del Presidente dell’associazione vittime strage di Bologna. Il presidente del Consiglio, il ministro degli Interni “non potevano non sapere”.
La deriva estremista era poi il tanto temuto dialogo fra classe operaia e Movimento, che era ritenuto (a ragione) esiziale per il sistema fasciodemocristiano: avrebbero perso il potere, sarebbe venuto al pettine il nodo del tradimento della Repubblica Partigiana, il tradimento della Costituzione, l’Italia trasformata con strisciante pervicacia in uno stato fantoccio degli USA e cattofascista.
Se ne accorsero nel 1969 e iniziarono le stragi, partendo da Piazza Fontana. Ma le radici stanno a Portella della Ginestra.
Per “contenere”, i Servizi eterodiressero i fascisti, servi dei padroni e della questura sempre, a fare strage di cittadini innocenti.
Freda e i suoi camerati fecero il lavoro sporco nel '69, quando la gang dei Calabresi pensò poi al depistaggio mafioso e violento.
Le cose non sono cambiate a Bologna 1980, la supposta “purezza” dei NAR e di Giusva Fioravanti sono una bella fola; stesso leitmotiv a Genova 2001, e non cambiano in Val Susa dagli anni '90 ad oggi.
Valpreda innocente nel 1969, come lo sono Nicoletta Dosio, Dana Lauriola e tutte/i i NoGlobal allora e i NOTAV nel 2021.
Pinelli assassinato, come Carlo Giuliani, come Sole e Baleno.
Giornali servi e bugiardi allora, servi e bugiardi oggi, leccaculo dei potenti, bugiardi e faziosi, venduti e schiavi, indegni del loro mestiere, traditori di sempre.
Fonte
31/07/2021
Bologna, 2 agosto 1980 - Noi sappiamo chi è Stato
Ricorre l’anniversario della strage alla stazione di Bologna e come negli ultimi 40 anni saremo in piazza, accanto all’associazione dei familiari delle vittime ma distinti e distanti dalle istituzioni che a vari livelli portano la corresponsabilità di quella strage come delle innumerevoli stragi che hanno martoriato l’Italia.
Le più anziane fra noi erano già in piazza la sera del 2 agosto 1980, alcune impegnate nei soccorsi e a chi parlava di incidente, di scoppi accidentali, ribattevamo che dell’ennesima strage si trattava e che le responsabilità andavano cercate all’interno degli apparati statali.
Anche il lento incedere delle inchieste giudiziarie e dei vari processi che si sono susseguiti (non solo concernenti la strage alla stazione di Bologna) stanno facendo emergere stralci di ricostruzioni storico-giudiziarie che confermano quello che abbiamo sempre affermato con forza: fascisti prezzolati, istigati, coordinati, finanziati, coperti da gangli tutti interni alle istituzioni statali.
Alti funzionari civili e militari, lobbisti di ogni risma, personaggi “influenti” della politica e dell’economia erano tutti collegati nel miasma che voleva reprimere ogni istanza di libertà e di autodeterminazione per mezzo del terrore, quando la “normale” repressione non fosse bastata.
Continueremo a gridare che la strage è di Stato, che le bombe nelle stazioni le mettono i fascisti ma le pagano i padroni, che l’antifascismo è nostro e non lo deleghiamo.
Non si tratta di condannare un generico terrorismo ma di individuare con chiarezza le politiche liberticide ed antisociali che il potere politico-giuridico-militare continua a perpetrare. Il nostro antifascismo non è rituale.
Oggi più che mai individua il nemico non solo nei nostalgici in orbace ma in tutte quelle manifestazioni che tendono a reprimere il diritto inalienabile alla libertà. Libertà a tutto tondo che non può essere conculcata in base a criteri emergenziali e deve essere esercitata in prima persona da tutte noi.
La strategia neoliberale e autoritaria dello Stato si è composta di stragismo, di morti in mare (abbiamo parlato negli anni scorsi di Str-agi/Naufr-agi di Stato), e nell’ultimo anno pandemico ha visto Confindustria – che allora pagava i fascisti per distruggere i picchetti operai – intervenire e influenzare le decisioni su ogni aspetto della politica sanitaria, dall’apertura delle fabbriche durante il lockdown alle pressioni per lo sblocco dei licenziamenti, dalla copertura delle morti sul lavoro alla polarizzazione del dibattito sull’obbligo vaccinale creata allo scopo sempre di arricchire la classe dirigente, protetti dal paravento di una presunta difesa della salute quando al contrario nulla di serio è stato fatto per potenziare il sistema sanitario pubblico. Stessi attori di allora, stesse pratiche criminali e liberticide.
Non possiamo poi non ricordare che quello stesso Stato si è reso responsabile delle stragi nelle carceri a seguito delle rivolte scoppiate ad inizio pandemia per la mancanza di quella stessa sicurezza sanitaria di cui le istituzioni si riempiono la bocca, nonché dei pestaggi e delle torture documentate nei giorni successivi, una pratica tristemente costante nel sistema carcerario.
E le istituzioni chiamate a parlare saranno rappresentate proprio dalla Ministra della Giustizia Cartabia, che pur dovendo timidamente prendere posizione dopo i video sui selvaggi pestaggi nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, nulla ha detto dei 12 morti, di cui 9 nel carcere di Modena.
Infine non possiamo non ricordare che quelle stesse istituzioni che, mentre piangono lacrime di coccodrillo, si rifiutano di desecretare i documenti relativi alle stragi fasciste, sono le stesse che perseverano nel perseguire i processi di lotta di quegli anni – nei mesi passati la richiesta di estradizione degli esuli francesi o le condizioni inumane a cui sono sottoposti tuttora i prigionieri politici lo stanno a dimostrare, in quella che non si può definire altro che vendetta di Stato.
Continueremo quindi ad affermare che la presenza di esponenti del governo in questa giornata è completamente fuori luogo. Non c’è soluzione di continuità fra i governi che hanno coperto e organizzato la strategia della tensione per fermare le lotte operaie studentesche degli anni ‘60 e quelli odierni.
Da piazza Fontana, a Brescia, passando per l’Italicus, a Bologna, al rapido 904 a San Benedetto val di Sambro, dalla Uno Bianca alla Falange Armata, dal Fronte Nazionale ai NAR, a Forza Nuova, a Casa Pound:
Noi non dimentichiamo.
Noi sappiamo chi è STATO.
Ora e sempre resistenza.
Fonte
Le più anziane fra noi erano già in piazza la sera del 2 agosto 1980, alcune impegnate nei soccorsi e a chi parlava di incidente, di scoppi accidentali, ribattevamo che dell’ennesima strage si trattava e che le responsabilità andavano cercate all’interno degli apparati statali.
Anche il lento incedere delle inchieste giudiziarie e dei vari processi che si sono susseguiti (non solo concernenti la strage alla stazione di Bologna) stanno facendo emergere stralci di ricostruzioni storico-giudiziarie che confermano quello che abbiamo sempre affermato con forza: fascisti prezzolati, istigati, coordinati, finanziati, coperti da gangli tutti interni alle istituzioni statali.
Alti funzionari civili e militari, lobbisti di ogni risma, personaggi “influenti” della politica e dell’economia erano tutti collegati nel miasma che voleva reprimere ogni istanza di libertà e di autodeterminazione per mezzo del terrore, quando la “normale” repressione non fosse bastata.
Continueremo a gridare che la strage è di Stato, che le bombe nelle stazioni le mettono i fascisti ma le pagano i padroni, che l’antifascismo è nostro e non lo deleghiamo.
Non si tratta di condannare un generico terrorismo ma di individuare con chiarezza le politiche liberticide ed antisociali che il potere politico-giuridico-militare continua a perpetrare. Il nostro antifascismo non è rituale.
Oggi più che mai individua il nemico non solo nei nostalgici in orbace ma in tutte quelle manifestazioni che tendono a reprimere il diritto inalienabile alla libertà. Libertà a tutto tondo che non può essere conculcata in base a criteri emergenziali e deve essere esercitata in prima persona da tutte noi.
La strategia neoliberale e autoritaria dello Stato si è composta di stragismo, di morti in mare (abbiamo parlato negli anni scorsi di Str-agi/Naufr-agi di Stato), e nell’ultimo anno pandemico ha visto Confindustria – che allora pagava i fascisti per distruggere i picchetti operai – intervenire e influenzare le decisioni su ogni aspetto della politica sanitaria, dall’apertura delle fabbriche durante il lockdown alle pressioni per lo sblocco dei licenziamenti, dalla copertura delle morti sul lavoro alla polarizzazione del dibattito sull’obbligo vaccinale creata allo scopo sempre di arricchire la classe dirigente, protetti dal paravento di una presunta difesa della salute quando al contrario nulla di serio è stato fatto per potenziare il sistema sanitario pubblico. Stessi attori di allora, stesse pratiche criminali e liberticide.
Non possiamo poi non ricordare che quello stesso Stato si è reso responsabile delle stragi nelle carceri a seguito delle rivolte scoppiate ad inizio pandemia per la mancanza di quella stessa sicurezza sanitaria di cui le istituzioni si riempiono la bocca, nonché dei pestaggi e delle torture documentate nei giorni successivi, una pratica tristemente costante nel sistema carcerario.
E le istituzioni chiamate a parlare saranno rappresentate proprio dalla Ministra della Giustizia Cartabia, che pur dovendo timidamente prendere posizione dopo i video sui selvaggi pestaggi nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, nulla ha detto dei 12 morti, di cui 9 nel carcere di Modena.
Infine non possiamo non ricordare che quelle stesse istituzioni che, mentre piangono lacrime di coccodrillo, si rifiutano di desecretare i documenti relativi alle stragi fasciste, sono le stesse che perseverano nel perseguire i processi di lotta di quegli anni – nei mesi passati la richiesta di estradizione degli esuli francesi o le condizioni inumane a cui sono sottoposti tuttora i prigionieri politici lo stanno a dimostrare, in quella che non si può definire altro che vendetta di Stato.
Continueremo quindi ad affermare che la presenza di esponenti del governo in questa giornata è completamente fuori luogo. Non c’è soluzione di continuità fra i governi che hanno coperto e organizzato la strategia della tensione per fermare le lotte operaie studentesche degli anni ‘60 e quelli odierni.
Da piazza Fontana, a Brescia, passando per l’Italicus, a Bologna, al rapido 904 a San Benedetto val di Sambro, dalla Uno Bianca alla Falange Armata, dal Fronte Nazionale ai NAR, a Forza Nuova, a Casa Pound:
Noi non dimentichiamo.
Noi sappiamo chi è STATO.
Ora e sempre resistenza.
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09/09/2020
«Perché hai tolto il nome di Maria Fresu dalla lista delle vittime della strage?»
Laura Fresu chiede spiegazioni a Paolo Bolognesi.
L’”imprenditore della memoria” Paolo Bolognesi, presidente a vita – come nelle satrapie orientali – dell’«Associazione tra i familiari delle vittime della strage della stazione di Bologna del 2 agosto 1980», ha tolto dalla lista delle vittime della strage riportata sul sito dell’associazione – https://www.stragi.it/vittime – il nome di Maria Fresu, la mamma della piccola Angela Fresu di 3 anni, morta insieme a lei nella esplosione della bomba che fece 85 morti accertati e 200 feriti.
Le perizie realizzate sui resti da sempre attribuiti a Maria Fresu, condotte nel corso dell’ultimo processo sulla strage contro Gilberto Cavallini, hanno dimostrato che le tracce genetiche non apparentavano alla donna ma a due diversi dna femminili.
Nel corso del processo, i legali della parte civile, che tutelavano gli interessi dell’Associazione presieduta da Bolognesi – ma non di Maria Fresu evidentemente – non hanno chiesto di verificare se i resti del corpo di Maria Fresu si trovassero confusi in altre sepolture e di confrontare i due dna emersi con quelli delle altre vittime femminili, per accertare senza ombra di dubbio a chi appartenessero e smontare ipotesi alternative.
Era un loro imprenscindibile dovere a cui sono venuti meno, forse, per non favorire le richieste della difesa finalizzate a dimostrare l’esistenza di un ottantaseiesima vittima coinvolta nella esplosione della bomba.
Un atteggiamento che – se trovasse conferma – dimostrerebbe la miopia e il masochismo di Bolognesi e darebbe prova del suo cinismo, di un’etica a geometria variabile disposta a sacrificare la memoria di una vittima per dei calcoli di strategia processuale.
Anche dopo la chiusura del processo, Bolognesi non ha fatto nulla perché si scoprisse dove fossero finiti i resti di Maria Fresu: si è limitato a cancellarla dalla memoria ufficiale dell’Associazione che presiede, che da quel momento è diventata l’associazione tra le vittime della strage, meno una.
Che Maria Fresu fosse presente in stazione quella mattina lo stestimonia la presenza della sua bambina, e quella di due sue amiche, Verdiana Bivona, rimasta uccisa, e Silvana Ancillotti, ferita nello scoppio (qui una sua testimonianza Silvana Ancillotti ricorda l’esplosione nella sala d’apetto della stazione).
Nella lettera, Laura Fresu non si accontenta di pretendere delle spiegazioni da Bolognesi per il suo gesto, ma chiede conto anche della sua gestione dell’Associazione, da cui ha ricavato una legislatura parlamentare, e delle sue scelte politiche, come quella di occuparsi della Commissione Moro 2 piuttosto che della vicende della strage di Bologna.
*****
Sono Laura Fresu, cugina di Maria Fresu, vittima della «Strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980».
Nell’ottobre del 2019, durante il processo all’ex NAR Gilberto Cavallini, egli stesso chiese – attraverso i suoi legali – la riesumazione dei resti di Maria, allo scopo di effettuare il test del DNA. Una volta riesumati i «resti» ed effettuato il test, si scoprì l’incompatibilità con Maria. Cioè: non era lei.
Io non ho competenze specialistiche per entrare nel merito di quelle analisi né delle indagini. È per questo motivo che attendo, con paziente fiducia, la conclusione delle stesse. Tuttavia, ci sono due aspetti che mi indignano.
Il primo riguarda il fatto che i fascisti, ovviamente, abbiano già cominciato la propria canea contro Maria Fresu. Proponendo una tesi aberrante secondo la quale era proprio Maria a trasportare la bomba in una valigia! Da quali prove è stata mai suffragata questa teoria?
Per quanto da me letto in un libro scritto da un’antropologa forense, un corpo umano – anche se colpito da una bomba come quella della «Strage di Bologna» – non può essere mai disintegrato completamente.
Tralascio però – anche in quanto da sempre e per sempre antifascista – questo elemento, che proprio i fascisti strumentalmente introdussero.
Ma, proprio da quel maledetto ottobre, la tesi del mancato ritrovamento del corpo è stata usata dai legali di Cavallini sia per la difesa del loro assistito che per «lavare» le vesti di Fioravanti, Mambro e Ciavardini.
I legali iniziarono a ipotizzare che quel lembo facciale appartenesse necessariamente alla donna che trasportava l’esplosivo.
E iniziarono a circolare volantini con la macabra immagine di quel lembo. Per fini strumentali, ripeto, e quindi a difesa di una verità di puro comodo. E in questo modo è quindi iniziata la «comoda» strumentalizzazione fascista di Maria Fresu.
Il secondo aspetto – che ancora oggi mi addolora assai – è relativo al comportamento di Paolo Bolognesi. Egli è Presidente (forse a vita?) della «Associazione tra i familiari delle vittime della strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980».
Con quella sua carica, Bolognesi è anche riuscito a fare carriera politica, facendosi eleggere – come indipendente – nelle liste del Partito Democratico.
Era lecito pensare che ci sarebbero state, proprio per questa sua presenza in quell’assise prestigiosa, maggiori possibilità che il Parlamento si occupasse di quella pagina nera della storia della Repubblica. E invece di quella vicenda Paolo Bolognesi non si è occupato. Mai.
Si è fatto però eleggere membro della «Commissione Moro», presieduta dall’on. Fioroni. Cosa ci facesse lì, Paolo Bolognesi, francamente lo ignoro.
Però, in questa sede, pongo il problema. Sia, dunque, Bolognesi stesso a renderci conto pubblicamente dei suoi «comportamenti politici» in Parlamento.
Intanto vi espongo alcune mie amare considerazioni sui comportamenti assunti da Bolognesi nei confronti di Maria Fresu.
Dopo il male che ha fatto a Maria io, e non solo io, considero Bolognesi non il Presidente dell’Associazione, ma il «Padrone» della stessa. Infatti, che Presidente è uno che abbandona al proprio destino – deciso da altri – una vittima di quella strage?
Espunge il nome di Maria, pur mantenendo quello di sua figlia Angela, che all’epoca dei fatti aveva solo tre anni. Forse quel giorno la piccola Angela si trovava alla stazione di Bologna da sola, senza essere tenuta per mano dalla propria madre? Non è forse compito del Presidente dell’Associazione difendere ognuna delle vittime di quella strage?
Se Bolognesi ha tolto, nella sua pagina web, il nome e la foto di Maria Fresu dall’elenco delle vittime, non dovrebbe, per coerenza, recarsi alla stazione di Bologna per cancellare – munito di scalpello e martello – il nome di Maria Fresu anche dalle due lapidi, una esterna e l’altra interna alla stazione?
Non credo proprio lo farà. Ci vorrebbe, per una cosa del genere, del coraggio. Ma il coraggio non è prerogativa di chi, su questa vicenda, si comporta alla stregua di don Abbondio.
Maria è esistita, cari Paolo e Ugo. È stata una meravigliosa e semplice ragazza che lavorava per crescere la sua bambina, e, a prezzo di sacrifici, per portarla in vacanza. Per questo si trovavano entrambe lì!
Infine, voglio fare un’ultima considerazione: la strumentalizzazione di Maria è, ripeto, già in opera. I fascisti – ovviamente – fanno quello che hanno sempre fatto, lo sappiamo, per buttare fumo negli occhi e distogliere dalla verità su quella strage. Ora lo fanno «usando» Maria Fresu!
Ma anche Bolognesi, col proprio comportamento, ha dimostrato di essere un cinico uomo di potere. Solo in questo modo, probabilmente, egli può sperare di mantenere la propria posizione – politica certo, nient’affatto umana – di «Padrone» dell’Associazione che dovrebbe soltanto presiedere nell’interesse comune e – possibilmente – non «a vita».
Nel nome di Maria Fresu – mia cugina – io sento il Dovere di difendere la sua Memoria. Lei non è più in grado di farlo da sola. È necessario che Maria torni a essere «vittima oggettiva» di quella strage. È necessario che il suo nome e la sua foto vengano rimessi al posto dove stavano, da decenni, nel sito web di Paolo Bolognesi.
Io questo posso e devo fare: nel suo ricordo, quel ricordo che mi ha portato, mi porta e mi porterà ad andare avanti, nella speranza – che spero un giorno possa diventare certezza – di ottenere per Maria la Giustizia e la Verità che merita.
Per come sono fatta, nel bene e nel male, sappiate che mi ritengo sufficientemente coraggiosa nel perseverare. Perché Maria non può – NÉ DEVE – essere uccisa due volte: la prima da viva, la seconda da morta. Io non lo consentirò!
Laura Fresu
Roma, domenica 6 settembre 2020
Fonte
02/08/2020
I materiali esplosivi della strage di Bologna
La strage di Bologna del 2 agosto 1980, avvenuta alle 10:25 presso la Stazione Centrale, provocò la morte di 85 persone, ne ferì o mutilò oltre 200 e, secondo la sentenza di primo grado emessa l’11 luglio 1988, fu causata da una carica esplodente, collocata nella sala d’aspetto di seconda classe, probabilmente all’interno di una borsa-valigia.
Di preciso, non sappiamo se oltre alla bomba collocata nella sala d’aspetto di seconda classe ce ne fosse un’altra, esplosa per “contagio”, nelle vicinanze.
Possiamo, ad ogni modo, cercare di conoscere quali fossero i materiali esplosivi che provocarono quella colossale tragedia senza dover credere che si tratti di una scelta bizzarra. L’argomento è di per sé ostico ma affrontarlo ci permetterà di capire qualcosa in più a livello politico e storico.
Mentre si potrebbero fare tante discussioni – per lo più indiziarie come purtroppo succede in Italia – sugli esecutori, sui mandanti, sulle motivazioni o sulla presunta “involontarietà” della strage in questione, non c’è davvero molto da discutere sulla composizione dei materiali esplosivi che la provocarono.
Per questo motivo, l’attenzione è qui concentrata sull’“arma del delitto”, l’unico punto rispetto al quale ci dovrebbero essere minori possibilità di errore.
L’odore del tritolo e la necessaria presenza anche del T4
Prima delle perizie ufficiali, il maresciallo artificiere dell’esercito Salvatore Scrofani (“Un esplosivo molto facile da fabbricare”, Stampa Sera, 4 agosto 1980) e l’esperto Francesco Ricci (“Una bimba di 8 anni è l’ultima vittima”, Secolo d’Italia, 5 Agosto 1980) affermarono che l’esplosione sarebbe stata causata da un ordigno a base di nitrato ammonico, un materiale facilmente reperibile, di costo relativamente basso e di solito usato nelle cave.
Scrofani e Ricci pensavano che, in tale ipotesi, fra i materiali esplosivi ci fosse soprattutto il tritolo (TNT) e, considerando la circostanza per cui solo 100 chili circa di tritolo avrebbero potuto provocare una strage così catastrofica, ipotizzarono che fosse basato sul nitrato ammonico. E secondo Scrofani avrebbe dovuto pesare almeno 40 chili.
In effetti, diversi testimoni parlarono del tritolo: “Dice un ferroviere, appena sceso dalle macerie: «Subito dopo lo scoppiò si sentiva il classico odore della polvere da sparo». Un volontario, Antonio Teora, accorso in stazione appena saputo dell’esplosione, dice che anche lui e altri hanno sentito «l’odore di tritolo»” (“Si fruga con le pale e con le mani nella nube di polvere, tra le grida”, di Gian Pietro Testa, l’Unità, 3 agosto 1980).
Altre persone esperte in materia, pur avendo saputo che l’odore del tritolo era stato sentito da svariati testimoni, ritenevano invece che fra i materiali esplosivi della strage di Bologna ci fosse anche una significativa presenza di T4 (RDX), un materiale assai più potente della nitroglicerina e della pentrite, e più facilmente trasportabile.
Sul T4, che nell’Italia del 1980 non era di facile reperibilità, una valutazione pubblicata in un articolo del quotidiano La Stampa parlava della sua possibile provenienza dalla Francia, dove “lo si trova con dovizia al mercato clandestino perché è usato diffusamente per certi lavori in cava, oltre che dall’esercito” (“Forse si è usato il T4, l’esplosivo impiegato contro De Gaulle” di Gianni Bisio, La Stampa, martedì 5 agosto 1980).
Nel medesimo articolo, da quanto riporta il giornalista Gianni Bisio, due periti del tribunale di Torino, il prof. Aurelio Ghio e il dott. Ennio Mariotti, affermarono che “i reperti, accuratamente analizzati (anche chimicamente) potranno dire molto. Si potranno trovare tracce di clorati, perclorati o nitroderivati e stabilire subito la «famiglia» cui appartiene l’esplosivo usato. Il prof. Ghio fa osservare che anche sui finestrini dei vagoni dell’«Adria Express», investiti dallo scoppio, potrebbero esserci delle «microtracce» indicative.”
Infine, sempre nel medesimo pezzo, l’autore chiese al professor Ghio se una valigia carica di esplosivo potesse scoppiare anche per cause accidentali e l’esperto rispose che tale eventualità sarebbe “tecnicamente possibile e le spiegazioni sono diverse: carenza di precauzioni, difetto nel «timer», nel detonatore chimico”.
A quel punto, anche nella pur debole ipotesi che l’esplosione si fosse verificata per motivi accidentali, qualcuno avanzò l’ipotesi che i materiali esplosivi provenissero da un furto in “qualche santabarbara della Nato o di un reparto specializzato militare italiano” (“Il micidiale «T4» già usato dai fascisti a Peteano”, l’Unità, giovedì 7 agosto 1980).
Prima delle perizie ufficiali, diverse persone quindi parlarono di T4 (RDX) e tritolo (TNT) come i materiali esplosivi più importanti che avevano provocato la strage alla stazione di Bologna.
Intanto, stante un apposito incarico ricevuto dal capo della Procura di Bologna Ugo Sisti, già dal 4 agosto Bruno Spampinato, della direzione di artiglieria di Firenze e del Sismi, e il vicequestore aggiunto dott. Errico Marino, dirigente del centro regionale di polizia scientifica di Bologna, iniziarono a svolgere i rilevamenti sull’esplosione.
Ad essi, che già avevano indagato sulla strage (con 12 morti) avvenuta nella notte tra il 3 e il 4 agosto 1974 sul treno Italicus, mentre quest’ultimo transitava presso San Benedetto Val di Sambro (Bo), in un secondo momento si aggiunsero altri due periti.
La perizia depositata il 23 dicembre 1980
Il 23 dicembre 1980 fu depositata una relazione di perizia chimico-esplosivistica il cui contenuto venne poi ripreso dalla sentenza di primo grado emessa in data 11 luglio 1988.
“L’innesco della carica, composta da Kg. 20-25 di esplosivo gelatinato di tipo commerciale (costituenti principali: nitroglicerina, nitroglicol, nitrato ammonico, solfato di bario, Tritolo e T4 e, verosimilmente, nitrato sodico), era molto probabilmente costituito da un temporizzatore artigianale-terroristico di natura chimica. I citati componenti e le modalità di esecuzione consentono di escludere la mancanza di dolo, ovvero la accidentalità del fatto.” (sentenza di primo grado emessa l’11 Luglio 1988; cfr. verbale di deposito in PA, V1, C1, p21. formulati il 2 agosto ed il 16 settembre precedenti).
Tale perizia ebbe però dei limiti abbastanza chiari.
La carica esplosiva della strage alla stazione ferroviaria di Bologna, oltre a sbriciolare la sala d’aspetto di seconda classe e a sfondare quella di prima classe, aveva sventrato un ristorante e due vagoni del treno Adria Express 13534 Ancona-Basilea, fermo sul primo binario.
“È passato un quarto d’ora appena dall’esplosione. La palazzina, a fianco del corpo centrale della stazione, dove c’erano le sale d’aspetto di prima e seconda classe e l’entrata ai sottopassaggi, è ora un buco, attraverso il quale si vedono i treni fermi sui binari. Si vede la tettoia di ferro del primo binario completamente squarciata e sotto quella tettoia le carrozze 611 e 612 di prima classe dell’Adria Express, il convoglio straordinario n. 13534 che era in partenza e che la deflagrazione ha investito in pieno.” (“All’improvviso un boato terrificante e ho visto la stazione saltare in aria”, Gian Pietro Testa, l’Unità, 3 agosto 1980).
Stante quello scenario, così come aveva sollecitato il perito del Tribunale di Torino Aurelio Ghio (“Forse si è usato il T4, l’esplosivo impiegato contro De Gaulle” di Gianni Bisio, La Stampa, martedì 5 agosto 1980), le autorità competenti avrebbero dovuto fare in modo che si cercassero subito tutte le eventuali “microtracce” dei materiali esplosivi anche nella tettoia squarciata del primo binario e nelle carrozze 611 e 622 dell’Adria Express.
Si mossero invece in modo molto diverso. Almeno a livello ufficiale, prelevarono solo dei residui di materiale inesploso ritrovato nel terriccio del cratere e su alcuni reperti raccolti nelle vicinanze del luogo dell’attentato.
Elusero i criteri stabilititi dall’esplosivistica giudiziaria rispetto ai casi di esplosioni “concentrate”, i quali prevedono di setacciare in tempi relativamente rapidi l’area anche nel raggio di diverse decine di metri dagli epicentri acclarati.
Per questo motivo, non prelevarono in tempi ragionevoli tutte le possibili “microtracce” di materiali esplosivi presenti sulle carrozze e sui carrelli del treno Adria Express 13534 Ancona-Basilea.
Secondo la sentenza emessa in data 11 Luglio 1988, le “microtracce” di esplosivo presenti sulle carrozze e sui carrelli del treno Adria Express furono prelevate solo il 19 settembre 1980 e, a rigor di logica, erano di quantità senza dubbio inferiore rispetto a quelle che si sarebbero potute trovare nei giorni successivi alla strage.
Mentre rispetto alla strage di Brescia del 1974 i periti fecero dei rilevamenti solo dopo che qualcuno aveva ben lavato la piazza in cui, ad una manifestazione antifascista, morirono 8 persone e ne rimasero ferite altre 102, per la strage di Bologna i periti cercarono delle “microtracce” sulle carrozze e sui carrelli del treno Adria Express 13534 Ancona-Basilea 48 giorni dopo la strage stessa!
Dal 2 agosto al 19 settembre 1980, in quasi sette settimane, la situazione meteorologica bolognese cambiò diverse volte ma, senza dubbio, come possiamo verificare grazie ad una semplice ricerca su Internet, le giornate peggiori furono il 16 agosto con 12 mm di pioggia, il 28 agosto con 4 mm, il 6 settembre con 7 mm e il 10 settembre con 16 mm.
In quel contesto, insomma, la pioggia eliminò diverse “microtracce” ma non certo il comportamento del tutto sbagliato di chi avrebbe dovuto fare in modo congruo i rilevamenti sui materiali esplosivi che avevano causato la strage alla stazione di Bologna.
I primi periti dissero di aver individuato i più probabili costituenti della carica esplosiva (“nitroglicerina, nitroglicol, nitrato ammonico, solfato di bario, Tritolo e T4 e, verosimilmente, nitrato sodico”) ma, stante l’eccessivo ritardo nei prelievi delle microtracce e visto che tale circostanza non poteva che condizionare i risultati della perizia stessa, ritennero che la strage di Bologna sarebbe stata provocata dall’esplosione di una bomba costituita da “gelatinato di tipo commerciale”, un esplosivo da cava, rubato o acquistato sul mercato clandestino, che contiene solo una piccola percentuale di tritolo e di T4.
L’operazione “terrore sui treni”
La perizia depositata il 23 dicembre 1980 doveva essere segreta e conosciuta solo dai magistrati di competenza, ma il colonnello Ignazio Spampinato diede al suo superiore Federico Mannucci Benincasa, capogruppo del Sismi di Firenze, e – tramite questi – a Giuseppe Santovito, direttore del Sismi, notizie e proprie valutazioni sui materiali esplosivi della strage di Bologna.
Poco dopo, il 9 gennaio 1981, ci fu un incontro a Parigi fra il direttore del Sismi Giuseppe Santovito, l’agente segreto e faccendiere italiano Francesco Pazienza, Michael Ledeen (uomo della Cia, giornalista e scrittore, cittadino statunitense e israeliano, neocon, sostenitore del repubblicano Reagan nonché grande amico del democristiano Francesco Cossiga) e i servizi segreti militari francesi.
Da quel giorno, il signor Pietro Musumeci del Sismi si sentì legittimato a organizzare l’operazione “terrore sui treni”. Quest’ultima, messa in scena il 13 gennaio 1981 alla stazione ferroviaria centrale di Bologna, precisamente sul convoglio Taranto-Milano, consisteva nel far trovare proprio lì un mitra MAB, un fucile automatico da caccia, due biglietti aerei Milano-Monaco e Milano-Parigi, oggetti personali di due estremisti di destra, un francese e un tedesco, chiamati Raphael Legrand e Martin Dimitris (vedasi: Carlo Lucarelli, Nuovi misteri d’Italia. I casi di Blu Notte, Torino, Einaudi, 2004), connessioni a decine e decine di persone, per la maggior parte straniere e neofasciste ma perfino diverse di estrema sinistra come quelle collegate all’Eta, e degli esplosivi.
Fra questi ultimi c’erano due barattoli contenenti gelatinato del tipo stabilizzato con solfato di bario, cioè “un esplosivo per impieghi civili”, e sei barattoli contenenti del Compound B, “un esplosivo di impiego militare” costituito molto probabilmente da “materiale di recupero dalla scaricamento di munizioni” (perizia chimico-esplosivistica comparativa).
Con l’operazione “terrore sui treni”, il Sismi decise di mettere in pratica una strategia del caos che di fatto, in particolare dopo le contraddizioni emerse fra i paesi dell’Alleanza Atlantica a causa della strage di Ustica del 27 giugno 1980, quando un’azione bellica (probabilmente di un paese difensore dei “valori” dell’Occidente) abbatté a Ustica l’aereo civile DC 9 dell’Itavia partito da Bologna e diretto a Palermo, ebbe il significato di suggellare una rinnovata unità fra il Sismi italiano, lo Sdece francese e, tramite Michael Ledeen, i servizi segreti statunitensi e, logicamente, anche quelli israeliani.
Tutti questi servizi segreti avallarono una falsa pista internazionale (per lo più contro i neofascisti) per diversi motivi:
- alimentare il caos sulle indagini relative alla strage di Bologna;
- attutire le precedenti contraddizioni fra di loro;
- far dimenticare quasi del tutto la strage di Ustica;
- non far sapere nulla del fallito golpe in Libia del 6 agosto 1980 per eliminare il regime di Gheddafi, considerato nemico assoluto soprattutto da paesi come la Francia, la Gran Bretagna e Israele e da reazionari italiani residenti in territorio libico come Aldo Del Re, personaggio in contatto con Roberto Rinani, a sua volta fedele collaboratore di quel Massimiliano Fachini di cui riparleremo in seguito;
- e, last but not least, chiudere gli occhi di fronte alle azioni del 1980 del terrorismo di Stato francese nel territorio italiano:
1) attentati del 14 agosto dei servizi segreti francesi ai ripetitori radio posti sul monte Capanna sull’isola d’Elba e che risultavano appartenere ad alcune società dell’Eni, al servizio antincendi della Regione Toscana, alla Banca d’Italia, ai Vigili del fuoco, alla Guardia di finanza e ad alcune radio locali della provincia di Livorno e di una emittente;
2) attentato del 28 ottobre a suon di esplosivi collocati da “uomini rana” dei servizi segreti francesi contro la nave militare libica «Dat Assawari» che si trovava a Genova per lavori di ristrutturazione.
In questo quadro, sulla base delle informazioni date dal perito Ignazio Spampinato a Federico Mannucci Benincasa, il Sismi usò degli esplosivi compatibili rispetto a quelli che avevano provocato la strage del 2 agosto 1980 nella stazione bolognese. Agì di certo in modo donchisciottesco, tanto da essere scoperto facilmente dalla magistratura, ma quasi nessuno ha mai riflettuto a sufficienza sul significato “segreto” dell’operazione “terrore sui treni” a livello politico.
Quasi nessuno ha mai davvero capito a sufficienza che ogni depistaggio sulle stragi è la prosecuzione dello stragismo con altri mezzi!
La perizia chimico-esplosivistica comparativa del 7 dicembre 1981
Una successiva perizia chimico-esplosivistica, quella depositata il 7 dicembre 1981, fece un’analisi comparativa fra i materiali esplosivi considerati responsabili della strage di Bologna e quelli rinvenuti nella stessa città il 13 gennaio 1981 sul convoglio ferroviario Taranto-Milano.
La sentenza emessa l’11 luglio 1988 ne recepì le considerazioni secondo cui l’esplosivo gelatinato, stabilizzato con solfato di bario, possedeva molti punti di contatto, per caratteristiche di composizione qualitativa, con quello da ritenersi utilizzato a Bologna il 2 agosto 1980, mentre una piccola quantità di Compound B (miscela di tritolo e T4) potrebbe “essere entrata nella composizione della carica esplosiva impiegata per la strage del 2 agosto 1980” (sentenza di primo grado emessa l’11 luglio 1988).
La perizia depositata il 22 aprile 1990
Un paio di anni dopo la sentenza di primo grado, nel corso del primo processo di Appello, ci fu un’altra perizia che modificò la valutazione su quali fossero le caratteristiche della carica esplosiva usata per la strage del 2 agosto 1980.
La perizia fatta eseguire dal tribunale di Bologna e depositata il 22 aprile 1990 affermava che la strage sarebbe stata causata dalla deflagrazione di una bomba composta da 18 chili di gelatinato per usi civili e da 5 chili di Compound B (vedasi pagina 27 di Stragi e mandanti. La strage di Bologna: alla ricerca dei mandanti, a cura di Paolo Bolognesi e Roberto Scardova, 2012, editore Aliberti).
Nella sentenza del primo processo di Appello del 18 luglio 1990 i neofascisti dei Nar Valerio Fioravanti e Francesca Mambro furono assolti dal reato di strage, ma anche lì si affermava che “una piccola quantità di Compound B”, cioè della miscela di tritolo e T4, potrebbe “essere entrata nella composizione della carica esplosiva impiegata per la strage del 2 agosto 1980”.
Si ricordò inoltre che fra i materiali esplosivi c’era senza dubbio il T4 ma circa il suo uso nella miscela esplosiva “i periti avevano proposto due ipotesi: 1) che con esso fosse stato confezionato un detonatore secondario; 2) che il T4 fosse entrato nella miscela esplosiva, frammisto al tritolo, componente principale. In tale ultima ipotesi, il tritolo sarebbe provenuto da recupero, cioè da sconfezionamento di cariche esplosive.” (sentenza II^ Corte di Assise di Appello di Bologna, 18 luglio 1990).
Inoltre, secondo la perizia del 22 aprile 1990, il T4 era costoso e di solito non entrava a far parte di esplosivi per impieghi civili.
Capitolo su T4 e Compound B della sentenza del secondo processo di Appello del 1994
Nella sentenza del secondo processo di appello del 1994 un intero capitolo si riferiva espressamente al T4 e al Compound B.
“(...) la Corte osserva che la presenza del T4 nell’ordigno scoppiato alla stazione di Bologna non è minimamente in discussione.”
Ipotizzava però, contestando i periti, che la miscela esplodente non fosse costituita da gelatinato commerciale arricchito da T4 ma, attraverso un confezionamento artigianale, “da un esplosivo contenente gelatinato e Compound B miscelati in proporzioni 2:1.” (Sentenza del secondo Processo d’Appello, 16 maggio 1994).
Sulla base di questo ragionamento, la sentenza del processo d’appello puntò il dito contro Massimiliano Fachini, ma i giudici non trovarono allora prove sufficienti per condannarlo:
“Il suddetto valore, conseguentemente, sarebbe tale da fornire un elemento di compatibilità con la provenienza dal Fachini dell’esplosivo della stazione. Il dato processuale ricavabile – è bene precisarlo, a scanso di equivoci – è, allo stato, soltanto teorico, posto che agli atti manca la necessaria verifica peritale.”
(Sentenza del secondo Processo d’Appello, 16 maggio 1994).
Nel 1994 non fu stabilito con certezza se la carica esplosiva fosse stata prodotta da un’industria per scopi militari, da un’industria per scopi civili – ad esempio per la produzione di esplosivi da cava – oppure in modo artigianale, ipotesi quest’ultima poi considerata come quella più probabile.
Si capì che non poteva essere ritenuta esaustiva la perizia depositata il 23 dicembre 1980 secondo cui la carica esplosiva sarebbe risultata costituita da “gelatinato di tipo commerciale”.
Si giunse alla conclusione che la carica esplosiva era composta sia da gelatinato sia da tritolo e T4, ma sulle proporzioni fra il primo e i secondi vi furono diverse interpretazioni da parte della difesa, dell’accusa e dei giudici.
Al tempo stesso ci furono diverse interpretazioni sulla presenza del Compound B nei materiali esplosivi della strage.
Compound B nella sentenza della Cassazione del 23 novembre 1995
Nella sentenza della Cassazione del 23 novembre 1995 si affermò esplicitamente che disporre di residuati bellici contenenti Compound B significava poter da essi estrarre notevoli quantità di quel particolare tipo di esplosivo che era stato impiegato alla Stazione di Bologna.
“... Massimiliano Fachini era stato coinvolto in altri procedimenti penali, perché accusato di avere partecipato ad alcuni attentati dinamitardi verificatisi nel 1978-1979 e 1980, nonché di disporre, sul lago di Garda, di un deposito di residuati bellici: quest’ultima accusa veniva ricollegata al fatto che nel corso dell’ultimo conflitto mondiale, le forze anglo-americane avevano fatto largo uso del “compound B”, una miscela di tritolo e T4, sicché disporre di residuati bellici significava poter da essi estrarre, in gran quantità, quel particolare tipo di esplosivo, che, per il suo alto potere distruttivo e frantumante, era stato impiegato alla stazione di Bologna ma che era difficile reperire sul mercato.” (sentenza della Cassazione del 23-11-1995 relativa al processo sulla strage di Bologna)
Massimiliano Fachini, inizialmente considerato il possibile armiere degli stragisti di Bologna, alla fine fu assolto perché da una parte era stato nel frattempo scagionato dalle accuse di aver partecipato ad alcuni attentati dinamitardi verificatisi negli anni 1978-1979-1980 e dall’altra parte perché non solo lui, ma svariate altre persone reazionarie ed atlantizzate del Triveneto disponevano, sul lago di Garda, di un deposito di residuati bellici.
Le sentenze definitive – quella del 1995 contro Valerio Fioravanti e Francesca Mambro e quella del 2003 contro Luigi Ciavardini, un militante dei Nar che nel 1980 era addirittura minorenne – giunsero ad ipotizzare che l’ordigno della strage di Bologna potrebbe essere stato preso a Roma e portato a Venezia dalla coppia Fioravanti-Mambro prima di farlo giungere a Bologna.
Lasciavano inoltre intendere che i Nar avrebbero avuto un’autonoma capacità di reperimento di materiali esplosivi, ma non riuscirono a dimostrare che fra questi ultimi vi fosse il Compound B.
Proprio su questo punto fecero leva svariati sostenitori dell’innocenza dei Nar rispetto alla strage di Bologna. Ecco, ad esempio, cosa scriveva Luca Telese:
“(...) cosa avevano a che vedere i colpi di pistola e le bombe srcm (di quelle trafugate da Fioravanti durante il suo servizio militare) dell’Esquilino con l’esplosivo devastante (una miscela di 5 chili di tritolo e T4 detta «Compound b», potenziata da 18 chili di nitroglicerina a uso civile) utilizzato dai terroristi alla stazione di Bologna? Nulla. Dal punto di vista militare era come paragonare una fionda a una bomba atomica” (pagina 50 di “Giusva”, di Andrea Colombo, Francesco Patierno, Nicola Rao, Luca Telese; casa editrice Sperling & Kupfer, 2011; il passo citato è tratto da “Negli occhi dei Nar” di Luca Telese).
Mentre però Luca Telese parlava di presenza del Compound B nell’esplosivo della strage di Bologna, qualche altro giornalista pensava che i Nar sarebbero stati innocenti anche nel caso in cui l’ordigno in questione fosse stato del “gelatinato di tipo commerciale”.
L’ipotesi del gelatinato di tipo commerciale
In realtà l’ipotesi del “gelatinato di tipo commerciale” (che paradossalmente ed erroneamente viene citata nella sentenza definitiva di condanna contro Luigi Ciavardini) sembrava in perfetta sintonia rispetto alle indagini che fecero gli inquirenti nell’ottobre 1980, al tempo delle accuse contro Francesco Furlotti, il neofascista romano detto «Chicco» e considerato da alcuni “pentiti” come un esperto di esplosivi.
“Viene fatta dagli inquirenti l’ipotesi che l’esplosivo sia stato rubato in una cava di Tivoli. Un’indicazione in questo senso sarebbe emersa dopo gli interrogatori di Marco Mario Massimi, camerata quarantenne detenuto a Regina Coeli” (“Strage di Bologna ruolo di un aristocratico nero. Interrogato in carcere Francesco Furlotti. Su di lui pesa l’accusa di aver confezionato la bomba micidiale. Comunicazioni giudiziarie per Freda, Tuti e Bonazzi”, Vincenzo Tessandori, La Stampa, 29.10.1980).
Le specifiche accuse contro Francesco Furlotti erano però prive di fondamento e lui fu poi scagionato.
L’ipotesi del gelatinato di tipo commerciale avrebbe però potuto essere facilmente usata per accusare i fratelli Cristiano e Valerio Fioravanti, entrambi neofascisti dei Nar.
A Roma “(...) tra fine ottobre e novembre 1978 sono compiuti tre attentati contro sezioni del Psi. Cristiano (Fioravanti; n.d.r.) racconterà: «Ricordo, in particolare, un attentato ad una sezione socialista, quella di Testaccio che fallì per difetto di esplosivo, ma che avrebbe potuto avere gravi conseguenze; (…) la bomba non esplose perché la polvere era umida. Se fosse esplosa avrebbe potuto uccidere o ferire molte persone». Quanto al «procacciamento di esplosivo posso solo dire che gli attentati fatti dal nostro gruppo (tre al Psi, uno al Pci-zona Alberone) furono fatti con esplosivo procurato nei seguenti modi: con balistite granulare ricavata da proiettili di contraerea pescati in più riprese nell’estate e inverno 1979 a Ponza su un relitto di nave americana. Mio fratello provvedeva a predisporlo ed a preparare l’ordigno che esplodeva con semplice miccia. A pescarlo provvedevamo io, mio fratello (Valerio Fioravanti; n.d.r.), Alibrandi e Tiraboschi. Per altri attentati (Acea, Centrale del latte) usammo il tritolo acquistato da Alibrandi. Per gli attentati a due sezioni di Autonomia Operaia utilizzammo esplosivo procurato presso una cava di Civitavecchia»” (nota 62, pagine 81-82, “Guerrieri 1975/1982. Storie di una generazione in nero”, Ugo Maria Tassinari, Immaginapoli 2005).
Negli attentati alle due sezioni di Autonomia Operaia i Nar utilizzazono dell’esplosivo “procurato” presso una cava di Civitavecchia, cioè del gelatinato di tipo commerciale.
In seguito, e stiamo già verso la fine del mese di luglio del 1980, a Milano ci fu un altro attentato con l’utilizzo di esplosivi.
“La notte del 30 luglio, poco prima delle 2, esplode un’auto imbottita con 14 chili di esplosivo davanti a Palazzo Marino. Si è conclusa da qualche minuto una lunga seduta del consiglio comunale milanese. Alcuni frammenti raggiungono i tetti circostanti. Le indagini saranno indirizzate da alcuni “pentiti” contro una delle batterie che fanno capo a Giuliani. L’ordigno disintegra una 132, rubata ad Anzio sette giorni prima. Nei pressi è ritrovato un tubo di piombo e una tanica con 8 chili di esplosivo da cava (…). Sarebbero stati Silvio Pompei e Benito Allatta – con materiali forniti dal loro leader su mandato di Cavallini – a rifornire gli autori materiali, presunti avanguardisti milanesi” (pagina 179, “Guerrieri 1975/1982. Storie di una generazione in nero”, Ugo Maria Tassinari, Immaginapoli 2005).
In questo caso, l’esplosivo non deflagrato era costituito da 8 chili di gelatinato di tipo commerciale, probabilmente anch’esso rubato in una cava.
Tritolo (TNT) e T4 (RDX) in altri attentati
Dato però, come abbiamo accennato fin dall’inizio, che fra i materiali esplosivi della strage di Bologna avrebbero dovuto esserci delle significative quantità di TNT e T4, è opportuno rammentare alcune altre vicende.
Nella strage avvenuta il 31 maggio 1972 a Peteano (Gorizia), che provocò la morte di tre carabinieri e il ferimento di altri due e di cui nel 1984 iniziò ad essere reo confesso il neofascista Vincenzo Vinciguerra, senza dubbio venne usato il T4 e non certo il Semtex H, lo stesso tipo di esplosivo sequestrato nei primissimi anni ’80 in diversi depositi di armi delle Brigate rosse, come vanamente cercò di far credere nel 1982, con un vero e proprio tentativo di depistaggio, l’esperto balistico Marco Morin.
Nel settembre 1984 fu ordinata una nuova perizia, curata dai periti Brandimarte, Marino e Monitoro, che giunse alla conclusione secondo cui «l’esplosivo impiegato per l’attentato di Peteano era costituito da comune esplosivo da mina, potenziato, probabilmente nella zona di innescamento, con una aliquota di esplosivo al T4» (Salvi, La strategia delle stragi: dalla sentenza della Corte d’Assise per la strage di Peteano, Editori Riuniti, Roma 1989, p. 253.)
A ciò bisogna aggiungere che “TNT e T4 furono ritrovati come residuo fra i reperti di numerosi attentati “minori” compiuti in quel periodo, come ad esempio quello in danno al periodico Il Borghese del 30 gennaio 1975, e altri attentati alle linee ferroviarie” (27 aprile 2012 liberoreporter – su Bologna e esplosivo).
Ricordando l’attentato al periodico Il Borghese del 30 gennaio 1975, come se fosse stato opera dell’estrema sinistra, i giornalisti di “libero reporter” caddero in un clamoroso errore.
“Nel gennaio 1975 sono compiuti a Roma attentati dinamitardi allo studio dell’avvocato di Soccorso rosso, Edoardo Di Giovanni (e autore con Marco Ligini del bestseller La strage di Stato), all’abitazione del giornalista Willy de Luca e presso la redazione del Borghese. Nell’inverno-primavera 1975 il Fulas colpisce anche la concessionaria Fiat di Catania, il catasto di Reggio Calabria, la redazione dell’Ora di Palermo. Alcuni attentati sono eseguiti in simultanea.” (nota 27, pagina 39, “Guerrieri 1975/1982. Storie di una generazione in nero”, Ugo Maria Tassinari, Immaginapoli 2005).
Il Fulas (Fronte unitario di lotta al sistema), che fra l’altro fece l’attentato al periodico Il Borghese, era un’organizzazione clandestina neofascista e non certo un’organizzazione clandestina comunista o anarchica.
Ovviamente il fatto che nel decennio precedente al 1980 alcuni gruppi neofascisti abbiano compiuto degli attentati dinamitardi usando il T4 o il tritolo insieme al T4 non significa affatto che quegli specifici gruppi siano stati responsabili di qualche strage.
In altre parole, nell’Italia degli anni ‘70 molti neofascisti, come Pierluigi Concutelli, non erano stragisti; d’altra parte, esistevano alcuni neofascisti atlantizzati che divennero agenti dei servizi segreti, infiltrati nella destra e come minimo collusi con gli stragisti.
L’assoluzione di Massimiliano Fachini
Massimiliano Fachini, uno di quei neofascisti atlantizzati, era imputato per la strage di Bologna ma fu assolto il 16 maggio 1994 dalla Corte d’assise d’appello e dalla Corte di Cassazione il 23 novembre 1995 perché ancora non si sapeva che lui fosse una delle poche persone in grado di disporre anche dei residuati bellici situati nei laghetti di Mantova (sentenza-ordinanza del giudice istruttore Guido Salvini del 1998) e neppure che fosse ben conosciuto dal “pentito” Carlo Digilio, anche se quest’ultimo – nelle confessioni rilasciate nella seconda metà degli anni '90, quando dichiarò di aver agito per conto del Comando delle forze terrestri alleate per il Sud Europa (FTASE) della NATO di Verona e si proclamò responsabile anche del preventivo controllo dell’ordigno esplosivo che a Milano provocò la strage di piazza Fontana del 12 dicembre 1969 – fece finta di non conoscerlo.
La sentenza della Corte d’Appello di Bologna del 13.12.2004 contro Luigi Ciavardini
Nella sentenza d’appello di condanna per Ciavardini, il quale essendo stato minorenne al tempo della strage di Bologna ebbe un processo a parte, si dice che il gruppo di Valerio Fioravanti aveva la disponibilità di “ingenti quantità di armi, munizioni ed esplosivo, anche del tipo di quello (T4 e nitrato sodico) che, secondo la perizia esperita nell’ambito delle indagini per la strage di Bologna (f. 3237), sarebbe stato usato in quella operazione criminale” (pagina 32 Sentenza Ciavardini, Corte d’Appello di Bologna, 13.12.2004).
Qui la sentenza lascia intendere che fra i materiali esplosivi della strage di Bologna c’erano, fra l’altro, il T4 e il nitrato sodico. Poi entra maggiormente nel merito e, sulla base delle “perizie espletate al fine di accertare le modalità dello scoppio ed il tipo di esplosivo e di congegno utilizzati”, dichiara con certezza che “il quantitativo di esplosivo del tipo gelatinato, tra cui si annoverano anche tritolo e T4”, si aggirava tra i 20 e i 25 Kg; era molto potente “per l’alta velocità di detonazione e per il grande volume di gas capace di generare”; era racchiuso in una valigia; non poteva esplodere con un congegno a distanza “per l’impossibilità del segnale di attraversare ostacoli di scarsa permeabilità, come pareti, convogli ferroviari ed altro, né un congegno di tipo meccanico, attesa l’assenza di residui di fili e sistemi di alimentazione idonei ad erogare una congrua quantità di energia” e poteva esplodere con “un congegno di tipo chimico che richiedeva un’attivazione in loco dello stesso”.
La sentenza inoltre precisa “che la bomba fu collocata sul tavolinetto porta-bagagli posto all’interno della sala d’aspetto di seconda classe, situato all’angolo posto a destra rispetto all’ingresso del locale, e non già abbandonata a contatto diretto con il pavimento”.
Afferma per altro “che il posizionamento sul tavolinetto posto all’angolo della costruzione si è rivelato di particolare importanza per l’intensità distruttiva della carica esplosiva, in quanto la collocazione a ridosso di muri abbastanza robusti ha convogliato gran parte dell’energia distruttiva in una direzione abbastanza concentrata ( v. perizia f. 3227)”.
Conclude dichiarando “che la scelta dei componenti dell’esplosivo e le modalità di esecuzione dell’attivazione della bomba portano ad escludere l’ipotesi di innesco fortuito della carica dovuta ad urti, riscaldamento, instabilità chimica della miscela, autocombustione, effetti di correnti vaganti o di campi magnetici (f. 3236).”
(pag. 147-148-149 Sentenza Ciavardini, Corte d’Appello di Bologna, 13.12.2004)
Perizia depositata il 27 giugno 2019 al processo a Gilberto Cavallini
Sedici anni dopo la sentenza contro Luigi Ciavardini, cioè nel 2020, anche l’ex militante dei Nar Gilberto Cavallini è stato condannato per la strage di Bologna. Qui non entriamo nel merito della sufficienza o meno delle prove d’accusa contro gli ex Nar, anche se indubbiamente i processi su base indiziaria sono sempre di per sé molto discutibili. Qui si sta cercando di capire meglio come andarono le cose e si vuole, per il momento, concentrare l’attenzione sulle perizie esplosivistiche.
Ebbene, la perizia depositata il 27 giugno 2019 aveva il non piccolo limite di dover andare oltre la circostanza per cui nel 2006, al termine di una fase processuale, fu deciso di eliminare ogni reperto raccolto al tempo della strage.
Per tale motivo e affinché la loro perizia fosse almeno degna di questo nome, i periti nominati nel 2018, Adolfo Gregori e Danilo Coppe, ritennero inizialmente di avere cinque possibilità per la ricerca di nuovi reperti da analizzare: “1. realizzare nuovi carotaggi nell’area del cratere (…); 2. cercare oggetti possibilmente presenti nella ex sala d’attesa di 2° classe; 3. cercare fra i ricordi delle vittime consegnati ai loro familiari senza sottoporli ad analisi; 4. cercare fra le macerie stoccate, all’epoca, in un’area militare nel Bolognese; 5. cercare reperti autoptici conservati a diverso titolo.” (pag. 11).
Per ottemperare al punto 1, i periti avrebbero dovuto acquisire la documentazione tecnica dei lavori ma ciò non divenne possibile in quanto l’impresa che aveva preso in appalto “i lavori di ripristino della sala d’attesa di 2° classe, la Edilterra, fallì negli anni successivi. Il loro archivio tecnico, confluì in un’impresa cooperativa che a sua volta è fallita” (pag. 11).
Rispetto al punto 2, “l’unico oggetto presente nella sala d’attesa o in sua prossimità, prima dell’esplosione, era un vecchio cartellone pubblicitario dell’Ente del turismo locale. Questo cartellone fu raccolto da un ferroviere e conservato per decenni in un ufficio” fino al momento in cui quell’uomo dovette andare in pensione, allorché lo consegnò “all’Associazione dei familiari delle vittime che lo mise sotto vetro e ricollocò nella nuova sala d’attesa.” (pag. 12).
I periti fecero quindi delle ricerche sui campioni prelevati dal pannello fotografico che in origine, il 2 agosto 1980, si trovava nella sala d’attesa della stazione di Bologna e analizzarono i tamponi ottenuti dai lavaggi della superficie del pannello e riscontrarono che il Tritolo era presente in tre quadranti su venti (pag. 61).
Per ottemperare al punto 3, i periti ricevettero l’aiuto dell’Associazione delle vittime del 2 agosto 1980 e in particolare riuscirono a recuperare: “a) una chitarra appartenuta a Davide Caprioli; b) una borsa in tela appartenuta a Sala Vincenzina; c) un borsone sportivo in tela con attrezzi sub e ginnici appartenuti a Lugli Umberto; d) un portafoglio con tessera appartenuti a Bonora Argeo; e) una borsetta vuota appartenuta a Marangon Maria Angela.” (pag. 12)
I periti acquisirono dai parenti delle vittime un totale di 28 campioni (pagine 63 e 64) dalle cui analisi è stata evidenziata la presenza di tracce di Tritolo o TNT (12 campioni), RDX o T4 (11 campioni), HMX od ottogene (4 campioni), DNT (3 campioni) e PETN o pentrite (1 campione).
In relazione al punto 4 recuperarono 16 campioni (polvere in busta, porzione di cemento, due parti di ceramiche e il resto costituito da parti di laterizi) dal deposito presso la Caserma di “Prati di Caprara” dalle cui analisi (pagine 64 e 65) è stata messa in rilievo la presenza di tracce di Tritolo o TNT (14 campioni), di RDX o T4 (7 campioni), di DNT – H (8 campioni), di PETN o pentrite (7 campioni), di MC (3 campioni), di HMX od ottogene (2 campioni) e di EC (un campione).
Recuperarono una decina di reperti dall’archivio del RIS (Reparto Investigazioni Scientifiche) di Roma (Indagine tecnica 605/80 dalle cui analisi (pag. 67) è stata riscontrata la presenza di tracce di Tritolo o TNT (6 campioni), di DNT – H (6 campioni), di PETN o pentrite (4 campioni), di RDX o T4 (3 campioni), di HMX od ottogene (3 campioni).
Recuperarono due campioni presso l’Archivio di Stato all’interno del Volume nr. 94 dalle cui analisi (pag. 68) è stato possibile trovare tracce di HMX od ottogene (2 campioni), di Tritolo o TNT (un campione), di RDX o T4 (un campione), di EC (un campione), di MC (un campione).
Inoltre fecero una ricerca su quattro campioni dei capelli recuperati dai resti della vittima della strage di Bologna Maria Fresu (o a lei attribuiti) dalle cui analisi (pag. 69) è stata evidenziata la presenza di tracce di NG o Nitroglicerina (un campione), di Tritolo o TNT (un campione), di RDX o T4 (un campione) e di PETN o pentrite (un campione).
Infine confrontarono 10 campioni di cariche esplosive: 1) Tritolo carica da ½ libra (seconda guerra mondiale); 2) Tritolo da carica supplementare (seconda guerra mondiale); 3) Tritolo da mina CS42/3 (seconda guerra mondiale), composto da Tritolo e Pentrite; 4) Tritolo da mina tedesca da 311 gr. (seconda guerra mondiale), 5) Compound B carica cava 1944 (razzo antitank – seconda guerra mondiale), composto da Tritolo, RDX (T4) e HMX od ottogene; 6) Compound B 100 libre (bomba d’aereo seconda guerra mondiale), composto da Tritolo, RDX (T4) e HMX; 7) Tritolo Italia gr 200 (seconda guerra mondiale); 8) Tetritolo da blocco da demolizione M2 (seconda guerra mondiale), composto da Tritolo e Tetrile; 9) Balistite USA Cal. 20 – 1943, composto da Nitroglicerina (NG) e Etilcentralite (EC); 10) Compound B prodotto dopo la seconda guerra mondiale, da razzi anticarro, composto da Tritolo e RDX (T4) (vedasi tabella di pag. 71).
Grazie a tale confronto, “le analisi hanno confermato che nei Compound B (campioni 5 e 6) della WWII (seconda guerra mondiale, n.d.r.) è effettivamente presente una percentuale (non determinata) di HMX. Invece il Compound B post bellico (Campione 10) non contiene alcuna traccia di HMX. Le altre cariche esplosive hanno mostrato una composizione in linea con i dati attesi, ad eccezione della carica nr.3 nella quale è stata riscontrata la presenza, non attesa, di pentrite. Si tratterebbe di Pentolite, esplosivo a base di Pentrite e Tritolo, che ha comunque un aspetto non distinguibile dal Tritolo solidificato”. (pag. 71)
Conclusioni pubblicate nella perizia depositata il 27 giugno 2019
Sui reperti in esame, in sintesi, i periti Adolfo Gregori e Danilo Coppe riscontrarono la presenza delle seguenti tipologie di esplosivi: TNT o tritolo sulla maggior parte dei campioni positivi; RDX o T4 su gran parte dei campioni positivi; HMX od ottogene sui campioni con alti valori di positività all’RDX; PETN o pentrite su molti campioni; NG o Nitroglicerina su 4 campioni. Inoltre registrarono la presenza di cariche di lancio sui campioni Etilcentralite (4 campioni) e Akardite (un campione).
Il TNT o tritolo e il RDX o T4 “appaiono essere presenti in quantità mediamente superiori alle altre componenti, e tali da poter ritenere, anche a distanza di circa 40 anni dall’evento, che potessero costituire la parte preponderante della carica esplosiva. (...)
Sembra plausibile ritenere che la nitroglicerina rinvenuta su alcuni campioni (...) possa provenire dalla presenza di residui incombusti delle cariche di lancio, la cui nitrocellulosa, sulla quale la nitroglicerina è adsorbita, può aver trattenuto e preservato la NG dall’evaporazione. (...)
Le tracce di esplosivo HMX sono quasi sempre presenti a livelli inferiori (almeno un ordine di grandezza) rispetto all’RDX (…).” (pag.72)
Coloro che fecero la prima perizia chimico-esplosivistica “in alcuni casi non hanno cercato gli stabilizzanti delle cariche di lancio, o laddove le hanno cercate, non sono stati in grado di rilevarle per la scarsa sensibilità delle metodiche analitiche impiegate all’epoca (TLC).
La mancanza di questo dato conoscitivo e l’errore di valutazione sulla presenza del solfato di bario ha indotto il primo collegio peritale a considerare come unica ipotesi plausibile quella dell’impiego di una gelatina civile fortificata con TNT e T4”. (pag. 73)
Questi risultati analitici, pubblicati nella perizia depositata il 27 giugno 2019, cioè quasi 40 anni dopo la strage di Bologna, sono abbastanza significativi.
Escludono che i materiali esplosivi della strage di Bologna fossero costituiti solo ed esclusivamente da “gelatinato commerciale”; dimostrano che le percentuali di HMX od ottogene variabili tra il 5% e il 10% erano presenti nell’RDX (T4) impiegato durante la seconda guerra mondiale; infine eliminano le ipotesi fantapolitiche – come quelle avanzate da Paolo Cucchiarelli in “Ustica&Bologna. Attacco all’Italia” (2020, La nave di Teseo editore, Milano) – secondo cui fra i materiali esplosivi ci sarebbero stati dei prodotti successivi alla seconda guerra mondiale come il C4 e il Semtex H (composto per il 41,2% da RDX e per il 40,9% da pentrite) a disposizione dei palestinesi dell’OLP, delle italiane Br e di molti gruppi della sinistra rivoluzionaria dell’Europa occidentale.
Questi dati hanno di conseguenza indotto i periti a ritenere che le tracce di HMX od ottogene rilevate provengano dall’RDX o T4 “recuperato da ordigni bellici, e presente nella carica esplosa alla stazione di Bologna” (pag. 72).
“Visti i risultati delle analisi che danno per certa la sostanziale presenza di Compound B, è evidente che si è trattato comunque di esplosivo detonante che necessita inevitabilmente di un detonatore. Di detonatori nel 1980 ne esistevano solo di due tipi commerciali in circolazione: a fuoco ed elettrici. Poi era possibile realizzare detonatori “home made” con entrambe le peculiarità di quelli commerciali” (pag. 137).
“(...) In questo caso, anche il più imprudente fra gli attentatori, era uso a inserire fra la sorgente di elettricità (in questo caso una batteria) ed il detonatore, una “sicura di trasporto”.
Fra le macerie di Prati di Caprara, è stato rinvenuto un interruttore” (pag. 140).
I periti, a quest’ultimo proposito, così commentarono: “Dispositivi simili risultano essere stati presenti nell’ordigno destinato a Tina Anselmi e anche a quello trasportato dalla Christa Margot Fröhlich quando arrestata a Fiumicino” (pag. 141).
In aula però, a luglio del 2019, il perito Danilo Coppe ha visionato una foto a colori che fa parte di alcuni verbali sul sequestro di esplosivo del 29 ottobre 1982 alla Frohlich (all’epoca militante della nuova sinistra della Germania Occidentale e poi assolta in Francia da ogni accusa relativa alla sua eventuale partecipazione all’organizzazione diretta dal venezuelano Carlos) infine ha dichiarato che “potrebbe trattarsi di una placca, piuttosto che di un interruttore“. Di conseguenza, “del paragone con l’esplosivo utilizzato dalla Fröhlich mi prendo la responsabilità, ma se dovessi riscrivere la relazione non lo rifarei“.
A parte questo errore, riconosciuto come tale dallo stesso perito Danilo Coppe di fronte ai giudici, e al di là della scarsa conoscenza della storia della Prima Repubblica italiana e delle sue numerose stragi, testimoniata dal vano tentativo di cercare paragoni con attentati avvenuti in Francia nel 1983, la relazione tecnica esplosivistica da lui elaborata assieme a Adolfo Gregori risulta essere comunque la più attendibile fra quelle ufficiali e la più logica stante quell’odore di tritolo (TNT) e la necessaria presenza anche del T4 (RDX) di cui alcuni parlarono subito dopo la strage del 2 agosto 1980.
A questo punto, al di là dell’esistenza o meno di un timer – che secondo i periti potrebbe essere stato di tipo meccanico – e dei suoi eventuali difetti o danneggiamenti che avrebbero potuto “determinare un’esplosione prematura/accidentale dell’ordigno” (pag. 157), ci sono sufficienti prove oggettive per capire quali fossero i materiali esplosivi recuperati da ordigni bellici del secondo conflitto mondiale che, in un’unica bomba (come ritengono i periti) o addirittura in due (come ritiene Paolo Cucchiarelli in “Ustica&Bologna. Attacco all’Italia”), costituivano i materiali esplosivi della strage di Bologna del 2 agosto 1980.
“Dai risultati analitici e dalla disamina delle perizie precedenti il presente collegio peritale sostiene che l’ordigno esploso il 2 agosto 1980 alla Stazione di Bologna era costituito essenzialmente da Tritolite e/o Compound B (TNT + RDX o T4) di sicura provenienza da scaricamento di ordigni bellici (seconda guerra mondiale) e da una quantità apprezzabile di cariche di lancio (che giustifica la presenza di Nitroglicerina e degli stabilizzanti rinvenuti).
Pentrite e Tetrile rinvenuti in alcuni campioni possono essere riconducibili alla presenza dei booster relativi agli ordigni stessi. I booster che in varie deposizioni degli indagati dell’epoca (Calore, Aleandri) vengono menzionati come utili per la detonazione di esplosivi sordi, come l’ANFO, e definiti come “preinnesco” o “innesco secondario”.
Inoltre, non si può escludere completamente la presenza di una percentuale di gelatinato (civile o militare) a base di nitroglicerina”. (pag. 157)
Di conseguenza, la principale domanda a cui si dovrebbe rispondere è la seguente: dato che l’esame dei materiali esplosivi dimostra la totale infondatezza della pista palestinese o rossa rispetto alla strage di Bologna, chi erano – nell’Italia del 1980 – coloro che, oltre ad avere ampia disponibilità di gelatinato a base di nitroglicerina, erano esperti nello svuotare degli ordigni bellici residuati della seconda guerra mondiale?
Prendendo in considerazione soprattutto la sentenza-ordinanza del giudice istruttore Guido Salvini del Tribunale civile e penale di Milano del 3 febbraio 1998, sulla strage di piazza Fontana del 12 dicembre 1969, con cui si fa chiarezza su tante e successive vicende della storia italiana, l’ipotesi più probabile è che fossero personaggi reazionari atlantizzati e statalizzati, da parecchio tempo in stretti e organici rapporti con i servizi segreti, come Massimiliano Fachini e Carlo Digilio.
Massimiliano Fachini, nato a Tirana il 6 agosto 1942 e morto a Grisignano di Zocco il 3 febbraio 2000, già nel novembre 1972 – secondo l’ex dirigente del gruppo neofascista Avanguardia Nazionale Stefano Delle Chiaie – collaborò con i carabinieri e il SID (sigla del servizio segreto militare di quel periodo) procurando i materiali esplosivi della “provocazione di Camerino”, laddove e allorché furono fatti rinvenire armi ed esplosivi assieme a materiale cifrato e a 604 moduli di documenti in bianco da attribuire ad esponenti di gruppi di sinistra (prosciolti dalla corte di Assise di Macerata solo il 7 dicembre 1977), moduli che il neofascista atlantizzato Guelfo Osmani – in contatto con l’onnipresente capo del controspionaggio di Firenze, colonnello Federico Mannucci Benincasa – diede all’allora tenente dei carabinieri D’Ovidio e che facevano parte di uno stock di 4.700 moduli rubati al Comune di Roma il 14 maggio 1972, uno dei quali – intestato a Enrico Vailati – fu rinvenuto a Sergio Picciafuoco, uomo che si trovava nella stazione di Bologna il 2 agosto 1980 durante l’esplosione della bomba tanto da esserne ferito e che in seguito, grazie anche all’aiuto ricevuto in carcere da Francesco Pazienza, fu assolto nel processo di cui era imputato per quella carneficina.
Carlo Digilio, nato a Roma il 7 maggio 1937, fra il 17 dicembre 1981 e il 28 gennaio 1982 partecipò alla caccia alle Br che avevano rapito il generale statunitense James Lee Dozier, comandante delle Forze terrestri alleate per il Sud Europa (FTASE) della Nato, perché da molti anni era un mercenario della Nato.
In seguito fuggì all’estero grazie all’appoggio dei servizi segreti. Tornato in Italia si “pentì” solo rispetto ai reati per cui c’era la prescrizione. Non confermò l’ultimo alibi di cui parlarono alcuni dei Nar accusati e poi condannati in maniera definitiva per la strage di Bologna, forse anche perché un alibi garantito da uno stragista ha ben poco valore e lo avrebbe messo in ulteriori guai giudiziari. Infine morì a Bergamo nel 2005.
Curiosamente cessò di vivere il 12 dicembre, nell’anniversario della strage di piazza Fontana del 1969, proprio quella strage avvenuta a Milano nella Banca dell’Agricoltura a causa della deflagrazione di una bomba da lui stesso controllata in modo preventivo.
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