La strage di piazza della Loggia avvenuta a Brescia il 28 maggio 1974 durante un comizio del Comitato antifascista locale (8 morti e 102 feriti) si distinse immediatamente dagli episodi stragisti degli anni precedenti (piazza Fontana, Peteano, Gioia Tauro, Questura di Milano) perché l’obiettivo colpito rivelava fin da subito la matrice politica neofascista degli esecutori.
Dopo un lungo e travagliato iter giudiziario la Cassazione ha confermato la condanna finale di due ordinovisti: Carlo Maria Maggi e Maurizio Tramonte, quest’ultimo confidente del Sid di Padova col nome in codice «Tritone».
Sono tuttora in corso altri due procedimenti contro gli ordinovisti veronesi Marco Toffaloni, all’epoca minorenne e che avrebbe materialmente deposto l’ordigno, e Roberto Zorzi.
Nel novembre del 1973 il movimento politico Ordine Nuovo era stato sciolto dal ministro dell’Interno Taviani sulla base della condanna emessa dal tribunale di Roma per ricostituzione del disciolto Partito nazionale fascista.
A causa di questo fatto, nel luglio del 1976 Pierluigi Concutelli, capo militare della struttura clandestina di Ordine Nuovo, uccise a Roma Vittorio Occorsio, il pubblico ministero che aveva sostenuto l’accusa contro i dirigenti del gruppo neofascista.
L’attentato di Brescia come quello successivo sul treno Italicus, nella notte tra il 3 e il 4 agosto 1974 all’interno del tunnel Valdisambro (18 morti e 48 feriti), rivendicato da «Ordine Nero» in un volantino che parlava di vendetta per la morte di Giancarlo Esposti, un fascista sanbabilino ucciso dai carabinieri sugli altipiani reatini il 30 maggio precedente, erano una chiara rappresaglia contro la messa al bando di Ordine Nuovo.
Creato nei primi mesi del 1974, Ordine Nero aveva raccolto transfughi del disciolto Ordine Nuovo, di Avanguardia nazionale e del Fronte nazionale rivoluzionario, struttura prevalentemente toscana. Fu protagonista dell’ultima stagione stragista caratterizzata da un’aperta dichiarazione di guerra contro lo Stato accusato di tradimento verso una esperienza politica, eversiva e golpista, che gli apparati avevano lungamente sostenuto, foraggiato, ispirato e manipolato.
Strategia che si distingueva dai precedenti episodi che miravano ad attribuire alla sinistra la paternità degli eccidi con l’obiettivo di scatenare una risposta autoritaria dello Stato.
Le bombe del 1974
, la vendetta di Ordine Nero contro chi li aveva utilizzati e illusi con la strategia della tensione
Lungi dall’essere una ulteriore puntata della strategia della tensione questi due sanguinosi attentati, parte di una campagna più ampia avviata nel gennaio del 1974 a Silvi Marina, vicino a Pescara, dove una bomba fallì nel colpire l’ennesimo treno, appaiono piuttosto il segno sanguinoso della sua fine, la conseguenza dell’abbandono precipitoso e rovinoso da parte degli apparati statali che l’avevano utilizzata.
Il 9 febbraio un altro ordigno venne ritrovato inesploso su un treno merci diretto da Taranto a Siracusa. A marzo un’esplosione fece saltare una rotaia nei pressi di Vaiano, vicino Prato, dove avrebbe dovuto passare il treno Palatino. La strage mancata fu rivendicata con un volantino di Ordine Nero ritrovato a Lucca.
Ad aprile fu colpita la casa del popolo di Moiano, in provincia di Perugia. Nel complesso furono fatti esplodere tra Milano, la Toscana e Savona, oltre una decina di ordigni, culminati nell’attentato compiuto sulla linea ferroviaria di Terontola, il 6 gennaio 1975, a cui segui lo smantellamento del Fronte nazionale rivoluzionario di cui facevano parte Luciano Franci, Mario Tuti, Marco Affatigato, Andrea Brogi e Augusto Cauchi.
Gruppo che ebbe contatti anche con Licio Gelli, al quale secondo testimonianze di alcuni pentiti, Cauchi aveva chiesto un finanziamento per la sua attività politica.
La magistratura indaga sui progetti di golpe
Tra il 1973 e il 1974 vengono a galla, grazie a diverse inchieste condotte dalla magistratura, una serie di progetti di golpe di segno politico diverso anche se tutti caratterizzati dalla tentativo di scongiurare il «pericolo comunista».
Dall’indagine sulla «Rosa dei venti», portata avanti dal giudice istruttore Tamburino, emergeva traccia della presenza di strutture «parallele» interne agli apparati statali coinvolte nelle attività golpiste e stragiste. Testimone centrale nella ricostruzione di questa rete, sia pur tra contraddizioni e reticenze, sarà il generale dell’esercito Amos Spiazzi.
In anni più recenti la ricerca storica ha focalizzato meglio quanto avvenuto: accanto alla struttura Nato europea Stay behind, che in Italia aveva preso il nome di Gladio, apparato di difesa «non ortodosso» gerarchicamente dipendente dai comandi Nato, approntato per fare fronte ad una eventuale invasione militare delle truppe del patto di Varsavia e composto essenzialmente da membri della ex brigata Osoppo, partigiani bianchi antifascisti e anticomunisti, di cui si scoprì l’esistenza nella estate del 1990, dopo la vicenda del «piano Solo» venne messa in piedi una seconda struttura che dipendeva gerarchicamente dal ministero della Difesa.
Si trattava dei Nuclei per la difesa dello Stato, apparato misto composto da membri selezionati degli uffici informativi dell’esercito, dei Servizi, dei carabinieri e di civili di dichiarata fede neofascista. Tra i membri di questa struttura disciolta nel 1973 vi erano molti ordinovisti.
Un’altra inchiesta riguarda il Movimento armato rivoluzionario di Carlo Fumagalli e Gaetano Orlando. Fumagalli era un ex partigiano bianco legato ai Servizi inglesi. Ferocemente anticomunista organizzò una struttura clandestina armata con un forte insediamento in Valtellina, dove realizzò una serie di attentati dinamitardi contro tralicci dell’altra tensione che alimentavano le città e le industrie del Nord Italia.
L’intenzione era quella di fronteggiare una eventuale offensiva di piazza o una vittoria elettorale dei comunisti.
Nonostante il suo iniziale posizionamento antifascista, Fumagalli non disdegnò l’alleanza con i gruppi ordinovisti in vista di un colpo di stato.
L’esperienza più interessante appare tuttavia quella che venne definita il «golpe bianco», portato avanti da Edgardo Sogno, un altro ex partigiano della brigata Franchi, badogliana, liberale e anticomunista.
Sogno aveva progettato in pieno agosto 1974 un «golpe liberale», un colpo di mano istituzionale di stampo presidenzialista, sul modello gollista della quinta repubblica francese che forte dell’appoggio dei vertici militari e istituzionali avrebbe dovuto sciogliere il parlamento, liberarsi del ventre molle democristiano ritenuto corrotto e irriformabile, creare un sindacato unico, internare le opposizioni di sinistra e di estrema destra, abolire l’immunità parlamentare e istituire un Tribunale speciale.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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04/06/2024
Cinquant’anni dopo la strage di Brescia le istituzioni si assolvono
03/08/2023
Bologna 2 agosto 1980: le voci che sembrano annunciare la strage
Le voci che sembrano annunciare la strage di Bologna del 2 agosto 1980 non costituiscono in sé delle prove sufficienti per condannarne i presunti autori, ma – quando risultano documentate e attendibili – possono diventare elementi utili per approfondire la conoscenza del contesto storico in cui essa avvenne ed eventualmente assumere i connotati di indizi da mettere in relazione con l’analisi dell‘arma del delitto e con le testimonianze oculari e video sulle persone sospettate di aver avuto a che fare con quel crimine.
Fatta questa dovuta premessa, entriamo nel merito della questione.
Nell’udienza del 9 gennaio 1988 per il processo di primo grado sulla “Strage alla stazione di Bologna” entra in scena un uomo detenuto dal gennaio 1980 nel carcere di Padova per una rapina, conosciuto nella stessa città dagli ultimi anni ’60 come militante neofascista del Movimento Sociale Italiano e coinvolto nell’attentato bombarolo del 15 aprile 1969 allo studio del rettore di Padova, un’azione compiuta dal gruppo diretto da Franco Freda per farla attribuire all’estrema sinistra (leggasi: “Attentato imminente. Pasquale Juliano, il poliziotto che nel 1969 tentò di bloccare la cellula neofascista veneta”, di Antonella Beccaria e Simona Mammano, casa editrice Stampa Alternativa, 2009).
Si tratta del testimone Luigi Vettore Presilio e quest’ultimo chiede un “rinvio a giudizio”.
In realtà, non avendo delle imputazioni in quel procedimento giudiziario e conoscendo poco e male la lingua italiana, vuole il rinvio della sua testimonianza poiché, stando alle sue parole e sulla base di un “certificato medico”, sarebbe diventato dipendente dall’alcool e non avrebbe più la capacità di intendere e volere.
Quel giorno lui ha senza dubbio un comportamento ambiguo, ma capisce bene quel che vuole far capire bene.
Ogni tanto guarda verso la gabbia degli accusati, dove c’è il padovano Roberto Rinani, segretario della sezione del Movimento Sociale Italiano dell’Arcella dall’autunno 1976 al dicembre 1977, ed è come se, anche attraverso il linguaggio non verbale notato e contestato perfino dal Presidente della Corte, voglia fargli capire che ha intenzione di ritrattare le sue precedenti dichiarazioni.
Come capita ad ogni persona informata sulle vicende giudiziarie e di cronaca connesse alla strage di Bologna, Luigi Vettore Presilio sa che poco più di due anni prima, il 15 dicembre 1985, “la moglie di Rinani, Luciana Perulli, è stata aggredita (...) da uno sconosciuto mentre rientrava a casa a Mestre.
Ha reagito al tentativo di strangolamento e se l’è cavata con la frattura di un dito. L’aggressione è stata messa in relazione con la notizia, pubblicata da un giornale, di un possibile pentimento di Rinani, che sino ad ora non ha mai collaborato con gli inquirenti” (vedasi “I magistrati bolognesi: «Sulle stragi troppa disinformazione»”, di Giancarlo Perciaccante, pag. 5 del quotidiano “L’Unità” del 18 dicembre 1985).
Luigi Vettore Presilio guarda di nuovo verso il Rinani e gli fa capire di non avere alcuna intenzione di continuare a collaborare con la magistratura.
Come mai il Vettore Presilio ha deciso di non parlare più di Roberto Rinani?
Per comprendere a sufficienza il perché di questa apparente forma di schizofrenia, bisogna comunque ricordare che Presilio, non essendo sottoposto a misure di sicurezza, come invece sarebbe stato logico per un testimone a rischio di ritorsioni, martedì 25 novembre 1980 viene aggredito e ferito da persone sconosciute nel carcere di Padova.
Due giorni dopo quell’episodio, non a caso, il Giudice Istruttore esamina Luigi Vettore Presilio e quest’ultimo, fra l’altro, dichiara: “... sono stato accoltellato certamente per punizione in relazione alla pubblicazione sull’Espresso di notizie riguardanti la deposizione che ho reso a voi magistrati di Bologna.
Infatti le stesse persone che mi hanno colpito mi hanno informato che la ragione della loro azione era quella di punirmi per aver parlato. Sono certo che volessero uccidermi. Non ci sono riusciti perché io mi rotolavo e mi sono difeso disperatamente gridando ed infine sono riuscito ad infilarmi sotto la branda” (dichiarazione riportata dalla sentenza della Corte di Assise di Bologna del giorno11 luglio 1988).
Inoltre, sempre davanti al Giudice Istruttore, Presilio ufficializza per la prima volta la sua indisponibilità a “rendere ulteriori dichiarazioni” in relazione alle voci che nel carcere patavino, dove lui fa parte dei detenuti addetti alla lavanderia, quindi anche al ritiro delle lenzuola sporche e alla consegna settimanale di quelle pulite alle persone lì ristrette, avrebbe sentito Roberto Rinani (vedasi: sentenza della Corte di Assise del giorno 11 luglio 1988).
Di fatto è un “testimone reticente” dato che non rispetta l’articolo 372 del Codice Penale italiano, ma resta sempre impunito per questo reato!
Al di là della logica del “do ut des”, che fino a poco tempo prima aveva animato il suo desiderio di ottenere in modo rapido la libertà provvisoria, Luigi Vettore Presilio fa delle dichiarazioni che risultano incancellabili e, senza dubbio, variabili nel tempo.
Subito dopo l’omicidio del sostituto procuratore Mario Amato, avvenuto a Roma il 23 giugno 1980 e rivendicato dall’organizzazione neofascista denominata Nuclei Armati Rivoluzionari, si riferiscono a futuri attentati contro magistrati come Pietro Calogero e Lorenzo Zen.
Dall’inizio di luglio e prima del 2 agosto 1980 trattano invece qualcosa di molto diverso: oltre a precisare che Calogero avrà salva la vita finché tale magistrato continuerà ad accusare di gravi reati gli Autonomi dell’estrema sinistra, riportano i suoi sentito dire su un futuro attentato al giudice Giancarlo Stiz e a proposito di un fatto molto più clamoroso che lo dovrebbe anticipare.
La sentenza del processo di primo grado, emersa dopo quasi otto anni dalla strage di Bologna, ben lontana dal ricostruire in modo esaustivo i comportamenti del Vettore Presilio e lungi dal tenere presente la variabilità di contenuto nelle sue affermazioni, prende comunque in considerazione la nota del 6 agosto 1980 trasmessa dal Giudice di Sorveglianza di Padova, Giovanni Tamburino, al Procuratore della Repubblica, la conferma del contenuto di tale nota da parte del Vettore Presilio, la rivelazione fatta da costui in base alla quale la fonte delle proprie affermazioni sarebbe Roberto Rinani, il neofascista detenuto nello stesso carcere di Padova che il 13 maggio del 1980 si consegna alle forze di polizia dopo 11 mesi di latitanza perché accusato di aver ferito, con dei colpi di pistola, Umberto D’Affara, di 23 anni, iscritto a Scienze Politiche e aderente alla sinistra extraparlamentare padovana (vedasi: rapporto della Digos di Padova del 12/8/1980, documentata alla nota numero 71 della sentenza della Corte di Assise dell’11 luglio 1988).
Sentenza della Corte di Assise dell’11 luglio 1988
Il 6 agosto 1980, come afferma la sentenza della Corte di Assise dell’11 luglio 1988, il Giudice di Sorveglianza di Padova riferisce alla Procura della Repubblica di Bologna che il 10 luglio 1980 Luigi Vettore Presilio
Risultano essere oggettivamente confuse e generiche, ma da esse emergono tre dati: prima di tutto, pur non facendo esplicito riferimento a quella che sarà la strage di Bologna del 2 agosto 1980, prevedono un attentato di eccezionale gravità che avrebbe “riempito le pagine dei giornali”; permettono di sventare un possibile attentato mortale ai danni del giudice Giancarlo Stiz, cioè di colui che per primo individuò la cellula neofascista del Triveneto diretta da Franco Freda e Giovanni Ventura come responsabile della strage di piazza Fontana del 12 dicembre 1969; in ultimo, ma non per importanza, fanno capire che Luigi Vettore Presilio ha un “rapporto confidenziale” con un uomo delle forze di polizia il cui nome sarebbe “Sibilia o Scibilia Giacomo”.
In realtà, durante il processo di primo grado sulla “Strage alla stazione di Bologna”, i giudici già sanno che quell’uomo è Scibilia Giacomo, e non Sibilia Giacomo, ma non sentono il bisogno di capire meglio chi sia, che cosa faccia e nemmeno di interrogarlo.
Eppure, già dal 27 agosto 1980 la magistratura sa delle cose molto interessanti.
Quel giorno, di fronte al giudice istruttore di Bologna, dottor Claudio Nunziata, compare l’avvocato Franco Tosello che riporta diverse dichiarazioni di Luigi Vettore Presilio.
Dal connesso verbale esce fuori la notizia secondo cui il Vettore Presilio avrebbe affrontato anche “il discorso relativo a un appuntato o maresciallo a nome Scibilia facente parte degli uomini del gen. Dalla Chiesa e che era venuto un ispettore da Roma per sentirlo” (dal verbale del 27 agosto 1980 scritto dal giudice istruttore di Bologna, dottor Claudio Nunziata sulla testimonianza dell’avvocato Franco Tosello, nato a Este il 27 aprile 1938 con studio in Padova, via Altinato 56).
Facendo un’indagine anche solo superficiale rispetto ad anni meno lontani, si può dire che, secondo il teste Enrico Carella, ex appartenente alle forze di polizia ascoltato nel corso dell’udienza del 30 aprile 2021 del “Processo a carico di Paolo Bellini ed altri (strage alla Stazione di Bologna del 2 agosto 1980)”, nel 1980 Giacomo Scibilia è in servizio al Sisde (‘Servizio per le informazioni e la sicurezza democratica’) di Padova ed ha un buon rapporto col capo del Sisde Giulio Grassini, tanto da esserne l’autista quando costui visita il Veneto (vedasi dal minuto 2:24).
Inoltre, si può ricordare che nell’udienza del processo denominato “La ricostituzione di Ordine Nuovo attentati e rapine della vecchia e nuova destra dal 1974 al 1980”, tenutasi a Roma mercoledì 4 ottobre 1989, il Presidente della corte chiede proprio a Giacomo Scibilia se conferma “una dichiarazione sull’episodio Vettore” e lui – lasciando intendere che conosce da molti anni e bene quell’uomo – risponde affermativamente.
Giacomo Scibilia da svariato tempo utilizza come confidente Luigi Vettore Presilio, un uomo nato il 3 marzo 1938 che muore il 21 febbraio 2011 e viene poi sepolto nel Cimitero Maggiore di Padova.
Partendo da questi elementi, dato per altro che un confidente delle forze di polizia non brilla certo per autonomia rispetto allo Stato, si sarebbero dovute capire meglio e subito alcune questioni, come quelle relative ai ruoli svolti da Scibilia Giacomo fra “gli uomini del gen. Dalla Chiesa”, dal capo del Sisde di Padova Quintino Spella e dal capo nazionale del Sisde Giulio Grassini rispetto a Luigi Vettore Presilio e alle dichiarazioni di quest’ultimo.
Invece il procedimento della Corte di Assise di Appello non si pone per niente queste problematiche e ciò si riflette nella sentenza del 18 luglio 1990:
A seguito del ricorso per la Cassazione proposto dalla Procura generale e dalle Parti civili, il 12 febbraio 1992 le Sezioni Unite penali della Corte di Cassazione stabiliscono che, non avendo valutato in termini logici e corretti prove e indizi, il processo va rifatto.
Sentenza del secondo processo della Corte d’Assise di Appello del 16 maggio 1994
La sentenza del secondo processo della Corte d’Assise di Appello cerca allora, fra l’altro, di ricostruire la testimonianza di Luigi Vettore Presilio.
A tale proposito, ricorda il suo interrogatorio avvenuto la sera del 6 agosto 1980 nella casa circondariale di Padova da parte di due sostituti della Procura di Bologna, allorché lui ribadisce che “prima dell’attentato a Stiz vi sarebbe stato altro attentato di tali proporzioni per cui ne avrebbe parlato la prima pagina di tutti i giornali del mondo” e che l’evento di maggiore risonanza “si sarebbe verificato nella prima settimana di agosto”.
In tale occasione Vettore Presilio non sottoscrive il verbale e decide di non proseguire nella collaborazione “poiché non era stata accolta la condizione, da lui posta, che gli fosse concessa la libertà provvisoria”.
In seguito, il giorno 11 agosto 1980, “i due magistrati interrogano di nuovo il Vettore e questa volta le dichiarazioni del teste sono registrate su nastro”.
Il 27 agosto 1980 viene invece interrogato il legale di fiducia del Vettore, l’avvocato Franco Tosello di Padova, il quale precisa che il detenuto è stato da lui incontrato il 1° luglio e gli ha riferito di un progettato attentato al giudice Stiz.
Qualche giorno dopo, il Tosello riceve dal suo cliente un biglietto (prodotto in fotocopia ed allegato al verbale di deposizione; biglietto poi riconosciuto formalmente per suo dal Vettore in occasione della deposizione resa al G.I. di Bologna il 13 novembre 1980) con il seguente testo:
In tale sentenza, oltre a ripetere che il 3 settembre del 1980, il Vettore procede nella ricognizione formale di Roberto Rinani e lo riconosce, si parla di nuovo della deposizione del Vettore registrata l’11 agosto 1980 da due PM:
Ventidue anni dopo la strage di Bologna, si ha la sentenza del Tribunale dei Minori contro Luigi Ciavardini che presenta la ricostruzione istituzionale più chiara rispetto alla cronologia delle dichiarazioni di Luigi Vettore Presilio.
Con essa, in poche parole e senza dover qui ripetere ciò che è già stato scritto nelle altre e precedenti sentenze, viene precisato quanto segue:
A proposito delle voci che avrebbero preceduto la strage di Bologna, ben più confusa è la ricostruzione presente nella sentenza del 9 gennaio 2020 contro il militante neofascista dei Nar (Nuclei Armati Rivoluzionari), poi condannato all’ergastolo, Gilberto Giorgio Guido Cavallini.
Lì si riparla delle dichiarazioni rese il 10 luglio 1981 al magistrato di Sorveglianza Giovanni Tamburino di Padova da Luigi Vettore Presilio che – secondo la sentenza del 9 gennaio 2020 – sarebbero state “apprese da Roberto Rinani, che faceva parte del gruppo neofascista diretto da Fachini, e il cui nome venne rinvenuto all’interno di un’agenda, sequestrata al Cavallini contenente un elenco di numerosi estremisti di destra”.
Inoltre si precisa che il fatto di eccezionale gravità menzionato dal Vettore Presilio avrebbe “riempito le pagine dei giornali” nella prima settimana di agosto. In realtà, come abbiamo già chiarito, Vettore Presilio parla della “prima settimana di agosto” soltanto dopo la strage di Bologna del 2 agosto 1980.
Infine, sempre secondo la sentenza del 9 gennaio 2020, la sopraddetta circostanza sarebbe da mettere in connessione alle dichiarazioni di un “pentito” come l’ex militante neofascista Mauro Ansaldi secondo cui Giovanna Cogolli gli avrebbe confidato che, poco prima della strage del 2 agosto 1980, si sarebbe allontanata da Bologna su diretto suggerimento di Massimiliano Fachini.
Su tale aspetto sembra opportuno fare due precisazioni: prima di tutto, la Cogolli non ha confermato le parole di Mauro Ansaldi; in ultimo ma non per importanza, non ci sono prove sufficienti per dimostrare l’attendibilità di quel “pentito”.
Dichiarazioni di Aldo Del Re
Nei processi relativi alla strage di Bologna soltanto con la sentenza per Cavallini del 2020 si cominciano a riportare le dichiarazioni di coloro che affermano di aver sentito annunciare un grosso attentato nella città di Bologna, ma lo fanno molti anni dopo il 2 agosto 1980!
Costoro non solo sono ipocriti ma – a differenza di quanto riteneva la magistratura nella sua stragrande maggioranza in base alle leggi allora vigenti – avrebbero meritato di essere accusati di calunnia!
Aldo Del Re, ad esempio, dice di aver avvisato in anticipo – cioè prima del 2 agosto 1980 – la Procura della Repubblica di Venezia, ma quest’ultima non ne ha mai saputo nulla!
Lui afferma di averne parlato molto tempo dopo anche con il legale del neofascista Stefano Delle Chiaie, l’avvocato Stefano Menicacci, ma nel dicembre del 1990 proprio assieme a questo personaggio è coinvolto nelle indagini sulla trattativa per liberare Carlo Celadon, sequestrato dalla ‘ndrangheta calabrese, una vicenda inquietante che vede la presenza da un lato della “linea dura” del Procuratore generale di Vicenza dott. Ferdinando Canilli e dall’altro di alcuni “mediatori” fra cui l’avvocato calabrese ed ex ordinovista Aldo Pardo (leggasi: “Celadon. Il sequestro più lungo. Italia, ndrangheta: racconto di un’infamia” e “Una liberazione pilotata” di Giorgio Marenghi, in “Quaderni vicentini” n.1, 2016).
Chi è dunque Aldo Del Re?
Costui – definito “ordinovista veneto” a pagina 196 della sentenza del 9 gennaio 2020 – è un personaggio che, pur facendo finta di essere un non violento militante del Partito Radicale, risulta collegato per forza di cose ai servizi segreti dell’Egitto, è condannato impunemente all’ergastolo in Libia per il tentativo di colpo di stato del 6 agosto del 1980 contro Gheddafi e poi è protetto dai governi e dal Sismi (Servizio informazioni e sicurezza militare) dell’Italia di quel tempo.
In altre parole, non si sa se Aldo Del Re abbia frequentato in modo attivo o passivo l’area dei golpisti contro Gheddafi.
A che gioco gioca, in quella circostanza, questo agente dei servizi segreti italiani mentre la linea ufficiale di politica estera dell’Italia non sembra essere contro Gheddafi e nemmeno, più in generale, contro il mondo arabo?
Il fatto che egli sia stato implicato in quel tentativo di golpe, avente come base organizzativa l’Egitto, fa ritenere che quest’ultimo abbia coinvolto i servizi segreti Usa, francesi ed italiani.
In questo quadro, dichiara di aver ascoltato da Roberto Rinani delle parole annuncianti un’azione con l’esplosivo a Bologna.
Il Rinani, che dopo il 13 aprile 1979 e fino al 13 maggio 1980 è ricercato dalle forze di polizia per tentato omicidio (reato poi derubricato in “lesioni gravi”) nei confronti di Umberto D’Affara, nell’estate del 1979 sarebbe andato nel famoso caffè Pedrocchi di Padova, un luogo notoriamente frequentato dall’estrema destra patavina, addirittura con la moglie e nelle vicinanze delle orecchie di Aldo Del Re, a parlare di un’azione con l’esplosivo da compiere a Bologna!!!
In pratica, poco tempo dopo l’inizio della sua latitanza, Rinani avrebbe fatto l’esatto contrario di quel che in genere fa una persona latitante.
Il caffé Pedrocchi di Padova, alla fine degli anni ’70, è un luogo di ritrovo dell’estrema destra locale. Ciò viene confermato dall’ex neofascista Niccolò Ghedini (futuro avvocato del fondatore di Forza Italia Silvio Berlusconi) nell’udienza del “Processo per la strage alla stazione di Bologna” tenutasi lunedì primo febbraio 1988 e dallo stesso Roberto Rinani nell’udienza del “Processo per la strage alla stazione di Bologna (II appello)” che si svolge mercoledì 7 novembre 1993 a Bologna.
Di conseguenza, il tempo, il luogo e la circostanza della presunta voce raccolta da Aldo Del Re su Rinani un anno prima della strage di Bologna non corrispondono né ai criteri minimi di razionalità né ai comportamenti molto disciplinati con cui il Rinani si sarebbe caratterizzato secondo la descrizione fattane dallo stesso Aldo Del Re.
Come se non bastasse, nell’udienza del processo a carico di Paolo Bellini ed altri (strage alla Stazione di Bologna del 2 agosto 1980) che si svolge a Bologna il 6 aprile 2022 l’avvocato di Parte Civile Andrea Speranzoni precisa quanto segue:
Affermazioni di Maurizio Tramonte
Maurizio Tramonte, il terzo testimone del problema di cui stiamo parlando, nella fase istruttoria del processo sulla strage di piazza della Loggia di Brescia, avvenuta il 28 maggio 1974 provocando la morte di otto persone, ribadisce in sostanza le notizie da lui inviate a suo tempo al Sid (Servizio informazioni difesa che dal 24 ottobre 1977 al 1 agosto 2007 sarà sostituito da due organismi: il Sisde e il Sismi).
Costui è infatti un informatore del servizio segreto interno dello Stato italiano. Il suo nome clandestino è «Tritone», ma sia di fronte alla Corte d’Assise che alla Corte d’Appello di Brescia decide di non confermare in aula quelle notizie e dice che le ha inventate.
Il suo dramma è che nel processo di primo grado viene assolto; invece nel processo d’appello è condannato all’ergastolo non tanto perché riconosciuto da una foto come presente in piazza della Loggia subito dopo la strage, ma perché lui stesso ha dichiarato di aver partecipato alla riunione preparatoria di quell’eccidio; tale sentenza è confermata dalla Cassazione nel 2017.
Dal giugno del 2022 la difesa del Tramonte chiede la revisione del processo, ma il 5 ottobre 2022 quest’ultima è respinta dalla Corte d’appello di Brescia sulla base del motivo fondamentale per cui lui è stato condannato in maniera definitiva.
Fatta questa doverosa precisazione, è opportuno aggiungere che ci sono agli atti molte informative di Tramonte sull’estrema destra veneta nell’arco di quasi tutti gli anni Settanta e pure la sua deposizione resa il 29/02/2000 al Pubblico Ministero di Bologna Paolo Giovagnoli:
In realtà, come sanno pure i bambini delle scuole elementari italiane, “i primi giorni di giugno” non fanno parte del “periodo estivo”.
Anche il fatto che lui ne avrebbe dato notizia prima possibile a Don Bisaglia (che comunque non si chiamava Don Nino Bisaglia ma Don Mario Bisaglia) e che costui ne avrebbe parlato a suo fratello, il dirigente democristiano Antonio Bisaglia, a quel tempo ministro dell’industria, del commercio e dell’artigianato, non depone certo a favore della sua attendibilità!
I due fratelli Bisaglia, morti annegati entrambi, il ministro in circostanze decisamente non chiare a Santa Margherita Ligure il 24 giugno 1984 e all’età di 55 anni, il sacerdote – di sicuro assassinato – ritrovato in un lago di montagna il 17 agosto 1992, sarebbero stati informati del progetto di strage a Bologna del 2 agosto 1980 nel corso del precedente mese di luglio.
Ma la cosa curiosa è che il Tramonte, con queste sue “rivelazioni” ed in modo complementare a quanto fece un giornalista legato al ministro dell’industria Antonio Bisaglia, sembra aver fatto un piacere proprio a chi – come quest’ultimo – aveva delle azioni della Itavia, l’impresa proprietaria degli aerei DC9, e cercava di far credere che la strage del DC9 Itavia, avvenuta ad Ustica il 27 giugno 1980, fosse stata provocata dalla bomba di qualche neofascista dei NAR.
Chi è Marco Affatigato?
Per dare una risposta sintetica ma esaustiva è qui sufficiente riportare quanto su di lui scrisse il parlamentare di Democrazia Proletaria Luigi Cipriani nella Relazione alla Commissione stragi inverno 1989-1990 su Ustica e Bologna:
Nell’Italia degli anni Settanta e del decennio successivo, in un periodo storico di sovrabbondanza di faccendieri, “pentiti”, ciarlatani, megalomani e depistatori professionali, nei processi molte dichiarazioni sono a dir poco contraddittorie e quindi bisogna sempre evitare di considerarle tutte attendibili.
Un dato è certo: la voce secondo cui sarebbe stato imminente un fatto grave, molto peggiore rispetto all’attentato ad una singola persona e di conseguenza destinato a riempire le pagine dei giornali, circola solo dopo la strage di Ustica del 27 giugno 1980 ed è conosciuta negli ambienti delle forze di polizia italiane, dei servizi segreti (Sisde e Sismi), e nel campo del governo diretto dal democristiano Francesco Cossiga e di cui fa parte il ministro Antonio Bisaglia.
Ciò è confermato da quanto emerge nel corso dell’udienza del “Processo a carico di Paolo Bellini ed altri (strage alla Stazione di Bologna del 2 agosto 1980)” tenutasi a Bologna mercoledì 28 aprile 2021.
Testimonianza dell’ex giudice Tamburino del 28 aprile 2021
In tale circostanza, le parole dell’ex giudice Giovanni Tamburino, anticipate il 14 maggio 2019 dal confronto fra quest’ultimo e l’ex generale del Sisde di Padova Quintino Spella, avvenuto davanti ai magistrati della Procura generale che indagavano sui mandanti della strage di Bologna, dimostrano che il capo del Sisde di Padova del 1980, pur negando il fatto fino alla morte avvenuta nel gennaio del 2021, era stato informato da Tamburino delle dichiarazioni di Luigi Vettore Presilio prima della strage di Bologna e precisamente il 15 luglio.
A quel punto, secondo la ricostruzione del giornalista Roberto Scardova (“L’oro di Gelli: strage di Bologna”, Editore Castelvecchi, 2020), Spella informa il centro nazionale del Sisde e quest’ultimo decide di affidare le indagini al colonnello Amos Spiazzi – personaggio tornato in auge, con tanto di nulla osta di sicurezza (NOS) della Nato, dopo che dal 13 gennaio 1974 al 7 dicembre 1977 era stato in carcere in modo preventivo perché considerato al centro dell’inchiesta proprio di Giovanni Tamburino sull’organizzazione “Rosa dei Venti” (una specie di servizio segreto interno parallelo e collegato alla Nato) – e di mandarlo a Roma.
Spiazzi fa parte dell’Esercito; non potrebbe lavorare per i servizi segreti, ma ha un rapporto stabile con il centro Sisde di Bolzano (competente anche per le città di Padova e Verona).
Grazie a ciò parte per Roma e alcuni giorni dopo riferisce oralmente al maresciallo Francesco Benfari del centro Sisde di Bolzano. Su questa base nasce un testo, rinvenuto parecchi anni dopo nel corso di una perquisizione nella sua casa, nel quale – parlando in terza persona – racconterebbe il suo viaggio a Roma.
Ad esempio, secondo Ugo Maria Tassinari,
Le dichiarazioni di Cecilia Loreti
Le parole di Luigi Vettore Presilio potrebbero infine apparire complementari nei confronti delle dichiarazioni di Cecilia Loreti di cui si parla spesso nella vicenda giudiziaria relativa alla strage di Bologna.
Esse riguardano la telefonata che, in base a quanto da lei riferito al Giudice Istruttore di Roma il 23-12-1980 e successivamente al Giudice Istruttore di Bologna del processo di primo grado, il neofascista latitante e allora minorenne Luigi Ciavardini (poi condannato in via definitiva a 30 anni per quella strage) avrebbe fatto in casa di Marco Pizzari per far posticipare, a causa di suoi gravi problemi, il viaggio ferroviario da Roma a Venezia programmato da Elena Venditti, Cecilia Loreti e Marco Pizzari.
Quella telefonata sarebbe stata ricevuta da Marcello Pizzari (padre di Marco) che, a sua volta, avrebbe telefonato a Luigi Loreti, zio di Marco abitante a Ladispoli, affinché fossero avvisati i tre giovani che in quel periodo si trovavano in quella località marittima della provincia di Roma.
Un primo problema è costituito dal fatto che Marcello Pizzari non ha mai confermato di aver ricevuto quella telefonata (vedasi sentenza del 1990).
Un’altra questione è che non si sa con esattezza né l’ora né il giorno in cui sarebbe stata fatta la telefonata del Ciavardini. In particolare, non si sa se sarebbe stata fatta il 31 luglio come ritiene l’Avvocatura dello Stato nel ricorso avverso alla sentenza del 1990, il primo agosto 1980 come ritengono la sentenza di assoluzione del 1990 e le sentenze di condanna dello stesso Ciavardini, oppure il 2 agosto 1980, a strage avvenuta, come sostiene Elena Venditti che, all’epoca, era la fidanzata del Ciavardini.
Come se non bastasse, non si sa di preciso nemmeno a che ora e in quale giorno, dopo il 2 agosto 1980, sarebbe avvenuto l’incontro del Ciavardini con la Venditti, la Loreti e il Pizzari (assassinato il 30 settembre 1981 dai Nar perché avrebbe favorito l’arresto del suo vecchio amico Ciavardini), il 4 agosto secondo le dichiarazioni del 23 dicembre 1980 della Loreti al Giudice Istruttore di Roma oppure il 3 agosto secondo le dichiarazioni della stessa Loreti al Giudice Istruttore di Bologna del processo di primo grado (vedasi sentenza del processo di primo grado).
La circostanza più credibile è che la telefonata del Ciavardini a casa Pizzari sia stata effettuata il primo agosto e ciò risulta compatibile con quanto affermato dai suoi avvocati difensori, cioè con l’ipotesi che il posticipo dell’appuntamento a Venezia dal 2 al 3 agosto sarebbe stato motivato solo da problemi di documenti necessari ad una persona latitante come lui.
Conclusioni
In estrema sintesi, l’unica voce documentata che annuncia qualcosa di paragonabile alla strage di Bologna è quella di Luigi Vettore Presilio, sembra provenire dall’area neofascista di Ordine Nuovo del Triveneto diretta in quel periodo da Massimiliano Fachini e nasce soltanto dopo due fatti di grande risonanza internazionale: la Dichiarazione di Venezia prodotta dalla CEE il 12 e 13 giugno 1980 sul conflitto israelo-palestinese che trova la completa ostilità degli Usa e di Israele, e la strage di Ustica del 27 giugno 1980 su cui gli Usa (e la Francia) hanno senza dubbio delle dirette responsabilità.
La strage di Bologna, obiettivamente parlando, giova al “partito dell’ordine” che sul finire del 1980 si contrappone all’occupazione operaia della Fiat a Torino e contribuisce a distogliere l’attenzione dai responsabili della strage di Ustica, con i suoi 81 morti, e da chi, come l’allora ministro dell’industria Antonio Bisaglia, è fra i proprietari della Itavia.
Ciò, a sua volta, spiega da un lato l’inconcludenza della magistratura italiana rispetto alla strage di Ustica e dall’altro anche il perché dei depistaggi ed ‘impistaggi’ dei servizi segreti italiani, statunitensi e francesi rispetto alla strage di Bologna.
Fonte
Fatta questa dovuta premessa, entriamo nel merito della questione.
Nell’udienza del 9 gennaio 1988 per il processo di primo grado sulla “Strage alla stazione di Bologna” entra in scena un uomo detenuto dal gennaio 1980 nel carcere di Padova per una rapina, conosciuto nella stessa città dagli ultimi anni ’60 come militante neofascista del Movimento Sociale Italiano e coinvolto nell’attentato bombarolo del 15 aprile 1969 allo studio del rettore di Padova, un’azione compiuta dal gruppo diretto da Franco Freda per farla attribuire all’estrema sinistra (leggasi: “Attentato imminente. Pasquale Juliano, il poliziotto che nel 1969 tentò di bloccare la cellula neofascista veneta”, di Antonella Beccaria e Simona Mammano, casa editrice Stampa Alternativa, 2009).
Si tratta del testimone Luigi Vettore Presilio e quest’ultimo chiede un “rinvio a giudizio”.
In realtà, non avendo delle imputazioni in quel procedimento giudiziario e conoscendo poco e male la lingua italiana, vuole il rinvio della sua testimonianza poiché, stando alle sue parole e sulla base di un “certificato medico”, sarebbe diventato dipendente dall’alcool e non avrebbe più la capacità di intendere e volere.
Quel giorno lui ha senza dubbio un comportamento ambiguo, ma capisce bene quel che vuole far capire bene.
Ogni tanto guarda verso la gabbia degli accusati, dove c’è il padovano Roberto Rinani, segretario della sezione del Movimento Sociale Italiano dell’Arcella dall’autunno 1976 al dicembre 1977, ed è come se, anche attraverso il linguaggio non verbale notato e contestato perfino dal Presidente della Corte, voglia fargli capire che ha intenzione di ritrattare le sue precedenti dichiarazioni.
Come capita ad ogni persona informata sulle vicende giudiziarie e di cronaca connesse alla strage di Bologna, Luigi Vettore Presilio sa che poco più di due anni prima, il 15 dicembre 1985, “la moglie di Rinani, Luciana Perulli, è stata aggredita (...) da uno sconosciuto mentre rientrava a casa a Mestre.
Ha reagito al tentativo di strangolamento e se l’è cavata con la frattura di un dito. L’aggressione è stata messa in relazione con la notizia, pubblicata da un giornale, di un possibile pentimento di Rinani, che sino ad ora non ha mai collaborato con gli inquirenti” (vedasi “I magistrati bolognesi: «Sulle stragi troppa disinformazione»”, di Giancarlo Perciaccante, pag. 5 del quotidiano “L’Unità” del 18 dicembre 1985).
Luigi Vettore Presilio guarda di nuovo verso il Rinani e gli fa capire di non avere alcuna intenzione di continuare a collaborare con la magistratura.
Come mai il Vettore Presilio ha deciso di non parlare più di Roberto Rinani?
Per comprendere a sufficienza il perché di questa apparente forma di schizofrenia, bisogna comunque ricordare che Presilio, non essendo sottoposto a misure di sicurezza, come invece sarebbe stato logico per un testimone a rischio di ritorsioni, martedì 25 novembre 1980 viene aggredito e ferito da persone sconosciute nel carcere di Padova.
Due giorni dopo quell’episodio, non a caso, il Giudice Istruttore esamina Luigi Vettore Presilio e quest’ultimo, fra l’altro, dichiara: “... sono stato accoltellato certamente per punizione in relazione alla pubblicazione sull’Espresso di notizie riguardanti la deposizione che ho reso a voi magistrati di Bologna.
Infatti le stesse persone che mi hanno colpito mi hanno informato che la ragione della loro azione era quella di punirmi per aver parlato. Sono certo che volessero uccidermi. Non ci sono riusciti perché io mi rotolavo e mi sono difeso disperatamente gridando ed infine sono riuscito ad infilarmi sotto la branda” (dichiarazione riportata dalla sentenza della Corte di Assise di Bologna del giorno11 luglio 1988).
Inoltre, sempre davanti al Giudice Istruttore, Presilio ufficializza per la prima volta la sua indisponibilità a “rendere ulteriori dichiarazioni” in relazione alle voci che nel carcere patavino, dove lui fa parte dei detenuti addetti alla lavanderia, quindi anche al ritiro delle lenzuola sporche e alla consegna settimanale di quelle pulite alle persone lì ristrette, avrebbe sentito Roberto Rinani (vedasi: sentenza della Corte di Assise del giorno 11 luglio 1988).
Di fatto è un “testimone reticente” dato che non rispetta l’articolo 372 del Codice Penale italiano, ma resta sempre impunito per questo reato!
Al di là della logica del “do ut des”, che fino a poco tempo prima aveva animato il suo desiderio di ottenere in modo rapido la libertà provvisoria, Luigi Vettore Presilio fa delle dichiarazioni che risultano incancellabili e, senza dubbio, variabili nel tempo.
Subito dopo l’omicidio del sostituto procuratore Mario Amato, avvenuto a Roma il 23 giugno 1980 e rivendicato dall’organizzazione neofascista denominata Nuclei Armati Rivoluzionari, si riferiscono a futuri attentati contro magistrati come Pietro Calogero e Lorenzo Zen.
Dall’inizio di luglio e prima del 2 agosto 1980 trattano invece qualcosa di molto diverso: oltre a precisare che Calogero avrà salva la vita finché tale magistrato continuerà ad accusare di gravi reati gli Autonomi dell’estrema sinistra, riportano i suoi sentito dire su un futuro attentato al giudice Giancarlo Stiz e a proposito di un fatto molto più clamoroso che lo dovrebbe anticipare.
La sentenza del processo di primo grado, emersa dopo quasi otto anni dalla strage di Bologna, ben lontana dal ricostruire in modo esaustivo i comportamenti del Vettore Presilio e lungi dal tenere presente la variabilità di contenuto nelle sue affermazioni, prende comunque in considerazione la nota del 6 agosto 1980 trasmessa dal Giudice di Sorveglianza di Padova, Giovanni Tamburino, al Procuratore della Repubblica, la conferma del contenuto di tale nota da parte del Vettore Presilio, la rivelazione fatta da costui in base alla quale la fonte delle proprie affermazioni sarebbe Roberto Rinani, il neofascista detenuto nello stesso carcere di Padova che il 13 maggio del 1980 si consegna alle forze di polizia dopo 11 mesi di latitanza perché accusato di aver ferito, con dei colpi di pistola, Umberto D’Affara, di 23 anni, iscritto a Scienze Politiche e aderente alla sinistra extraparlamentare padovana (vedasi: rapporto della Digos di Padova del 12/8/1980, documentata alla nota numero 71 della sentenza della Corte di Assise dell’11 luglio 1988).
Sentenza della Corte di Assise dell’11 luglio 1988
Il 6 agosto 1980, come afferma la sentenza della Corte di Assise dell’11 luglio 1988, il Giudice di Sorveglianza di Padova riferisce alla Procura della Repubblica di Bologna che il 10 luglio 1980 Luigi Vettore Presilio
“gli aveva informalmente dichiarato d’esser stato contattato da esponenti di un’organizzazione di estrema destra, che gli avevano proposto di partecipare ad un attentato ai danni del Giudice Stiz di Treviso.Dal punto di vista della ricerca storica, le parole di Luigi Vettore Presilio sono documentabili e precedono la strage di Bologna.
L’attentato in questione, da compiersi nell’immediato futuro con un’Alfetta truccata da autovettura dei Carabinieri (il gruppo disponeva anche di divise dell’Arma), sarebbe stato preceduto – secondo quanto il Vettore aveva appreso – da altro attentato ad opera della medesima organizzazione, di eccezionale gravità, tanto che avrebbe “riempito le pagine dei giornali”.
A conferma della propria attendibilità, il Vettore aveva indicato un appuntato o brigadiere dei Carabinieri (tale Sibilia o Scibilia Giacomo) con il quale si trovava da lungo tempo in rapporto confidenziale.
Nella serata dello stesso 6 agosto il Vettore confermava tali dichiarazioni al Procuratore della Repubblica di Bologna, aggiungendo d’aver ricevuto le proposte di cui sopra da un compagno di detenzione.
A distanza di cinque giorni, l’11 agosto, il Vettore si decideva a rivelare che il compagno di detenzione autore delle riferite proposte era stato tale Rinani.
Il 3/9/1980, nel corso di una ricognizione personale cui venne sottoposto Rinani Roberto, detenuto nel carcere di Padova nel periodo (inizio estate) cui il Vettore faceva risalire i contatti e le rivelazioni in ordine agli attentati, il Vettore riconobbe nel Rinani la persona da cui tali rivelazioni avrebbe ricevuto.
Nel corso delle sue dichiarazioni istruttorie, il Vettore riferiva altresì di aver appreso dal Rinani dei contatti che costui aveva sempre intrattenuto con la cellula veneta già facente capo a Freda e Ventura, di cui all’epoca era principale esponente Fachini Massimiliano.”
Risultano essere oggettivamente confuse e generiche, ma da esse emergono tre dati: prima di tutto, pur non facendo esplicito riferimento a quella che sarà la strage di Bologna del 2 agosto 1980, prevedono un attentato di eccezionale gravità che avrebbe “riempito le pagine dei giornali”; permettono di sventare un possibile attentato mortale ai danni del giudice Giancarlo Stiz, cioè di colui che per primo individuò la cellula neofascista del Triveneto diretta da Franco Freda e Giovanni Ventura come responsabile della strage di piazza Fontana del 12 dicembre 1969; in ultimo, ma non per importanza, fanno capire che Luigi Vettore Presilio ha un “rapporto confidenziale” con un uomo delle forze di polizia il cui nome sarebbe “Sibilia o Scibilia Giacomo”.
In realtà, durante il processo di primo grado sulla “Strage alla stazione di Bologna”, i giudici già sanno che quell’uomo è Scibilia Giacomo, e non Sibilia Giacomo, ma non sentono il bisogno di capire meglio chi sia, che cosa faccia e nemmeno di interrogarlo.
Eppure, già dal 27 agosto 1980 la magistratura sa delle cose molto interessanti.
Quel giorno, di fronte al giudice istruttore di Bologna, dottor Claudio Nunziata, compare l’avvocato Franco Tosello che riporta diverse dichiarazioni di Luigi Vettore Presilio.
Dal connesso verbale esce fuori la notizia secondo cui il Vettore Presilio avrebbe affrontato anche “il discorso relativo a un appuntato o maresciallo a nome Scibilia facente parte degli uomini del gen. Dalla Chiesa e che era venuto un ispettore da Roma per sentirlo” (dal verbale del 27 agosto 1980 scritto dal giudice istruttore di Bologna, dottor Claudio Nunziata sulla testimonianza dell’avvocato Franco Tosello, nato a Este il 27 aprile 1938 con studio in Padova, via Altinato 56).
Facendo un’indagine anche solo superficiale rispetto ad anni meno lontani, si può dire che, secondo il teste Enrico Carella, ex appartenente alle forze di polizia ascoltato nel corso dell’udienza del 30 aprile 2021 del “Processo a carico di Paolo Bellini ed altri (strage alla Stazione di Bologna del 2 agosto 1980)”, nel 1980 Giacomo Scibilia è in servizio al Sisde (‘Servizio per le informazioni e la sicurezza democratica’) di Padova ed ha un buon rapporto col capo del Sisde Giulio Grassini, tanto da esserne l’autista quando costui visita il Veneto (vedasi dal minuto 2:24).
Inoltre, si può ricordare che nell’udienza del processo denominato “La ricostituzione di Ordine Nuovo attentati e rapine della vecchia e nuova destra dal 1974 al 1980”, tenutasi a Roma mercoledì 4 ottobre 1989, il Presidente della corte chiede proprio a Giacomo Scibilia se conferma “una dichiarazione sull’episodio Vettore” e lui – lasciando intendere che conosce da molti anni e bene quell’uomo – risponde affermativamente.
Giacomo Scibilia da svariato tempo utilizza come confidente Luigi Vettore Presilio, un uomo nato il 3 marzo 1938 che muore il 21 febbraio 2011 e viene poi sepolto nel Cimitero Maggiore di Padova.
Partendo da questi elementi, dato per altro che un confidente delle forze di polizia non brilla certo per autonomia rispetto allo Stato, si sarebbero dovute capire meglio e subito alcune questioni, come quelle relative ai ruoli svolti da Scibilia Giacomo fra “gli uomini del gen. Dalla Chiesa”, dal capo del Sisde di Padova Quintino Spella e dal capo nazionale del Sisde Giulio Grassini rispetto a Luigi Vettore Presilio e alle dichiarazioni di quest’ultimo.
Invece il procedimento della Corte di Assise di Appello non si pone per niente queste problematiche e ciò si riflette nella sentenza del 18 luglio 1990:
“(…) l’attenta rilettura, ed il riascolto, del brano di conversazione registrato (Vettore interrogato e sollecitato dal P.M.) non sembra possano attribuire alle parole del teste il significato certo individuato dalla sentenza di primo grado.Sentenza della Corte di Cassazione del 12 febbraio 1992
Ed invero, le parole utilizzate in quella circostanza richiamano, nel loro significato ultimo, ad un fatto di terrorismo diretto pur sempre contro un soggetto o un bersaglio determinato, sia pure di rilievo tale da suscitare enorme clamore.”
A seguito del ricorso per la Cassazione proposto dalla Procura generale e dalle Parti civili, il 12 febbraio 1992 le Sezioni Unite penali della Corte di Cassazione stabiliscono che, non avendo valutato in termini logici e corretti prove e indizi, il processo va rifatto.
Sentenza del secondo processo della Corte d’Assise di Appello del 16 maggio 1994
La sentenza del secondo processo della Corte d’Assise di Appello cerca allora, fra l’altro, di ricostruire la testimonianza di Luigi Vettore Presilio.
A tale proposito, ricorda il suo interrogatorio avvenuto la sera del 6 agosto 1980 nella casa circondariale di Padova da parte di due sostituti della Procura di Bologna, allorché lui ribadisce che “prima dell’attentato a Stiz vi sarebbe stato altro attentato di tali proporzioni per cui ne avrebbe parlato la prima pagina di tutti i giornali del mondo” e che l’evento di maggiore risonanza “si sarebbe verificato nella prima settimana di agosto”.
In tale occasione Vettore Presilio non sottoscrive il verbale e decide di non proseguire nella collaborazione “poiché non era stata accolta la condizione, da lui posta, che gli fosse concessa la libertà provvisoria”.
In seguito, il giorno 11 agosto 1980, “i due magistrati interrogano di nuovo il Vettore e questa volta le dichiarazioni del teste sono registrate su nastro”.
Il 27 agosto 1980 viene invece interrogato il legale di fiducia del Vettore, l’avvocato Franco Tosello di Padova, il quale precisa che il detenuto è stato da lui incontrato il 1° luglio e gli ha riferito di un progettato attentato al giudice Stiz.
Qualche giorno dopo, il Tosello riceve dal suo cliente un biglietto (prodotto in fotocopia ed allegato al verbale di deposizione; biglietto poi riconosciuto formalmente per suo dal Vettore in occasione della deposizione resa al G.I. di Bologna il 13 novembre 1980) con il seguente testo:
“Egregio Avvocato Tosello.(vedasi: testo del biglietto pubblicato nella sentenza del secondo processo della Corte d’Assise di Appello del 16 maggio 1994).
L’ultimo colloquio che abbiamo avuto assieme, Lei sa di quello che abbiamo parlato non creda che io sia stato così deficente (SIC!) di avergli dato tutti i particolari precisi, ma bensì prima di quel fatto si sentirà per Televisione e quotidiani una notizia che farà molto ma molto scalpore, quindi la invito presto, presto di venire a un colloquio col giudice di sorveglianza o chi di competenza.
Vettore Luigi Presilio
Se le scrivo questo è perché una persona di mia conoscenza non deve uscire dal carcere prima di me.
Così avrò modo di lavorarmi i miei amici, sempre con nomi di battaglia.
Non se la prenda sottogamba altrimenti la ritengo responsabile di prima persona di tutto quello che avverrà”
In tale sentenza, oltre a ripetere che il 3 settembre del 1980, il Vettore procede nella ricognizione formale di Roberto Rinani e lo riconosce, si parla di nuovo della deposizione del Vettore registrata l’11 agosto 1980 da due PM:
“In considerazione del fatto che la trascrizione del nastro eseguita nel 1980 conteneva taluni omissis che ne facevano sospettare una certa incompletezza e a seguito del difetto di motivazione che la Corte di Cassazione ha rilevato sul punto – non avendo i giudici di appello dato conto delle parole del Vettore sulla base delle quali erano pervenuti al giudizio riportato – questo Collegio ha disposto, in sede di rinnovazione del dibattimento, la trascrizione del nastro con le forme della perizia ed ha quindi proceduto all’ascolto, in pubblica udienza, dell’intera registrazione.Sentenza del Tribunale dei Minori del 2002
Nella predetta udienza, alla quale era presente anche il perito, si sono compiute talune correzioni del testo della trascrizione, dandosene atto a verbale di volta in volta.
Orbene, è risultato accertato (pag.16 della perizia e precisazioni a verbale che fanno riferimento alla pagina suddetta) che il giudice dell’appello è caduto in un evidente errore di percezione delle parole del dialogo tra i due PM e il testimone. (...)
Dal testo del dialogo, dunque, emerge con assoluta chiarezza che il fatto terroristico – diverso dall’attentato al giudice Stiz – di cui ha parlato il Vettore non consisteva in un attentato ad una persona e, anzi, si contrapponeva all’uccisione di una singola persona in ragione delle dimensioni dell’evento che, proprio per questo, avrebbe avuto particolare risonanza”.
Ventidue anni dopo la strage di Bologna, si ha la sentenza del Tribunale dei Minori contro Luigi Ciavardini che presenta la ricostruzione istituzionale più chiara rispetto alla cronologia delle dichiarazioni di Luigi Vettore Presilio.
Con essa, in poche parole e senza dover qui ripetere ciò che è già stato scritto nelle altre e precedenti sentenze, viene precisato quanto segue:
«nel corso del primo casuale incontro con l’avv. Tosello, avvenuto intorno al 20 giugno, Vettore Presilio era in possesso solo di informazioni confuse sull’attentato a un giudice (parla di Calogero o di Zen). Il 1° luglio il dichiarante sapeva che si sarebbe dovuto colpire il giudice Stiz e conosceva nei minimi termini il piano predisposto dai terroristi per l’agguato.Sentenza del 9 gennaio 2020
Tuttavia, solo nella missiva inviata all’avv. Tosello il 7 luglio, Vettore Presilio mostra di essere a conoscenza dell’attentato di eccezionale gravità che avrebbe dovuto precedere l’assassinio del giudice e di cui avrebbero parlato le prime pagine dei giornali di tutto il mondo. (...)
Infine, solo dopo la strage, nel corso di un informale incontro con i giudici bolognesi, Vettore Presilio rivelò di aver appreso che l’attentato di eccezionale gravità sarebbe stato compiuto nella prima settimana di agosto» (vedasi: sentenza del Tribunale dei Minori del 2002 contro Luigi Ciavardini).
A proposito delle voci che avrebbero preceduto la strage di Bologna, ben più confusa è la ricostruzione presente nella sentenza del 9 gennaio 2020 contro il militante neofascista dei Nar (Nuclei Armati Rivoluzionari), poi condannato all’ergastolo, Gilberto Giorgio Guido Cavallini.
Lì si riparla delle dichiarazioni rese il 10 luglio 1981 al magistrato di Sorveglianza Giovanni Tamburino di Padova da Luigi Vettore Presilio che – secondo la sentenza del 9 gennaio 2020 – sarebbero state “apprese da Roberto Rinani, che faceva parte del gruppo neofascista diretto da Fachini, e il cui nome venne rinvenuto all’interno di un’agenda, sequestrata al Cavallini contenente un elenco di numerosi estremisti di destra”.
Inoltre si precisa che il fatto di eccezionale gravità menzionato dal Vettore Presilio avrebbe “riempito le pagine dei giornali” nella prima settimana di agosto. In realtà, come abbiamo già chiarito, Vettore Presilio parla della “prima settimana di agosto” soltanto dopo la strage di Bologna del 2 agosto 1980.
Infine, sempre secondo la sentenza del 9 gennaio 2020, la sopraddetta circostanza sarebbe da mettere in connessione alle dichiarazioni di un “pentito” come l’ex militante neofascista Mauro Ansaldi secondo cui Giovanna Cogolli gli avrebbe confidato che, poco prima della strage del 2 agosto 1980, si sarebbe allontanata da Bologna su diretto suggerimento di Massimiliano Fachini.
Su tale aspetto sembra opportuno fare due precisazioni: prima di tutto, la Cogolli non ha confermato le parole di Mauro Ansaldi; in ultimo ma non per importanza, non ci sono prove sufficienti per dimostrare l’attendibilità di quel “pentito”.
Dichiarazioni di Aldo Del Re
Nei processi relativi alla strage di Bologna soltanto con la sentenza per Cavallini del 2020 si cominciano a riportare le dichiarazioni di coloro che affermano di aver sentito annunciare un grosso attentato nella città di Bologna, ma lo fanno molti anni dopo il 2 agosto 1980!
Costoro non solo sono ipocriti ma – a differenza di quanto riteneva la magistratura nella sua stragrande maggioranza in base alle leggi allora vigenti – avrebbero meritato di essere accusati di calunnia!
Aldo Del Re, ad esempio, dice di aver avvisato in anticipo – cioè prima del 2 agosto 1980 – la Procura della Repubblica di Venezia, ma quest’ultima non ne ha mai saputo nulla!
Lui afferma di averne parlato molto tempo dopo anche con il legale del neofascista Stefano Delle Chiaie, l’avvocato Stefano Menicacci, ma nel dicembre del 1990 proprio assieme a questo personaggio è coinvolto nelle indagini sulla trattativa per liberare Carlo Celadon, sequestrato dalla ‘ndrangheta calabrese, una vicenda inquietante che vede la presenza da un lato della “linea dura” del Procuratore generale di Vicenza dott. Ferdinando Canilli e dall’altro di alcuni “mediatori” fra cui l’avvocato calabrese ed ex ordinovista Aldo Pardo (leggasi: “Celadon. Il sequestro più lungo. Italia, ndrangheta: racconto di un’infamia” e “Una liberazione pilotata” di Giorgio Marenghi, in “Quaderni vicentini” n.1, 2016).
Chi è dunque Aldo Del Re?
Costui – definito “ordinovista veneto” a pagina 196 della sentenza del 9 gennaio 2020 – è un personaggio che, pur facendo finta di essere un non violento militante del Partito Radicale, risulta collegato per forza di cose ai servizi segreti dell’Egitto, è condannato impunemente all’ergastolo in Libia per il tentativo di colpo di stato del 6 agosto del 1980 contro Gheddafi e poi è protetto dai governi e dal Sismi (Servizio informazioni e sicurezza militare) dell’Italia di quel tempo.
In altre parole, non si sa se Aldo Del Re abbia frequentato in modo attivo o passivo l’area dei golpisti contro Gheddafi.
A che gioco gioca, in quella circostanza, questo agente dei servizi segreti italiani mentre la linea ufficiale di politica estera dell’Italia non sembra essere contro Gheddafi e nemmeno, più in generale, contro il mondo arabo?
Il fatto che egli sia stato implicato in quel tentativo di golpe, avente come base organizzativa l’Egitto, fa ritenere che quest’ultimo abbia coinvolto i servizi segreti Usa, francesi ed italiani.
“Il 21 agosto (del 1980, ndr) Moammad Yussef Lanagarief, ex ambasciatore libico in India, nel corso di una conferenza stampa parlò della rivolta militare avvenuta i primi giorni dell’agosto a Tabruk.Ciò che Aldo Del Re conosce bene e direttamente è il tentativo di golpe in Libia del 6 agosto 1980, ma non fa niente per essere chiaro ed esaustivo rispetto al tema del coinvolgimento dei servizi segreti italiani e stranieri (oltre a quelli statunitensi e francesi, anche quelli israeliani) e preferisce diventare un “collaboratore di giustizia” parlando di ben altri fatti di cui non sa nulla o quasi nulla e rapportandosi, in modo e per interesse personale, alle mutevoli esigenze dei governanti dello Stato italiano.
L’ex ambasciatore affermò tra l’altro che la rivolta era stata guidata da ufficiali un tempo noti per la loro lealtà a Gheddafi, tra cui Idris Shaibi, comandante della IX brigata e capo operativo dei servizi di informazione libici.
L’11 agosto, con l’accusa di corruzione e attività contro la sicurezza dello stato, venne arrestato un imprenditore italiano accusato di fare parte di un servizio segreto. Secondo una informativa del Sismi del 16 novembre 1988, gli italiani arrestati erano Orlando Peruzzo, Edoardo Selliciato ed Enzo Castelli, mentre Aldo Del Re risultava ricercato.
Il Peruzzo venne scarcerato il 7 dicembre 1980, mentre Selliciato, Castelli e Del Re vennero condannati all’ergastolo. Secondo una prassi consolidata nei rapporti tra servizi segreti, il 6 ottobre 1986 Castelli e Selliciato vennero scarcerati e scambiati con tre detenuti libici in Italia.
Ciò lascia intendere che essi furono veramente implicati nel tentativo di golpe, che ebbe come retroterra organizzativo l’Egitto e coinvolse i servizi segreti Usa, francesi ed italiani”
(Luigi Cipriani, “Il caso Ustica-Libia. 1990”, Stralci).
In questo quadro, dichiara di aver ascoltato da Roberto Rinani delle parole annuncianti un’azione con l’esplosivo a Bologna.
“Nell’estate del 1979, ha raccontato Del Re, egli si trovò al caffé Pedrocchi a Padova insieme al Rinani e captò dei discorsi che questi fece alla moglie: disse che avrebbe partecipato di lì a qualche mese a un’azione a Bologna che avrebbe comportato l’uso di esplosivo. Al che la moglie del Rinani avrebbe reagito malamente dicendo: «Voi siete dei pazzi, lì ci sono donne e bambini innocenti!»” (pagina 197 della sentenza del 9 gennaio 2020).Aldo Del Re potrebbe essere credibile rispetto ad alcune dichiarazioni da lui esternate, ma quella relativa a Roberto Rinani è del tutto priva di logica.
Il Rinani, che dopo il 13 aprile 1979 e fino al 13 maggio 1980 è ricercato dalle forze di polizia per tentato omicidio (reato poi derubricato in “lesioni gravi”) nei confronti di Umberto D’Affara, nell’estate del 1979 sarebbe andato nel famoso caffè Pedrocchi di Padova, un luogo notoriamente frequentato dall’estrema destra patavina, addirittura con la moglie e nelle vicinanze delle orecchie di Aldo Del Re, a parlare di un’azione con l’esplosivo da compiere a Bologna!!!
In pratica, poco tempo dopo l’inizio della sua latitanza, Rinani avrebbe fatto l’esatto contrario di quel che in genere fa una persona latitante.
Il caffé Pedrocchi di Padova, alla fine degli anni ’70, è un luogo di ritrovo dell’estrema destra locale. Ciò viene confermato dall’ex neofascista Niccolò Ghedini (futuro avvocato del fondatore di Forza Italia Silvio Berlusconi) nell’udienza del “Processo per la strage alla stazione di Bologna” tenutasi lunedì primo febbraio 1988 e dallo stesso Roberto Rinani nell’udienza del “Processo per la strage alla stazione di Bologna (II appello)” che si svolge mercoledì 7 novembre 1993 a Bologna.
Di conseguenza, il tempo, il luogo e la circostanza della presunta voce raccolta da Aldo Del Re su Rinani un anno prima della strage di Bologna non corrispondono né ai criteri minimi di razionalità né ai comportamenti molto disciplinati con cui il Rinani si sarebbe caratterizzato secondo la descrizione fattane dallo stesso Aldo Del Re.
Come se non bastasse, nell’udienza del processo a carico di Paolo Bellini ed altri (strage alla Stazione di Bologna del 2 agosto 1980) che si svolge a Bologna il 6 aprile 2022 l’avvocato di Parte Civile Andrea Speranzoni precisa quanto segue:
“In questa istruttoria dibattimentale sono entrati in possesso di questa Corte d’Assise anche i verbali di un teste Aldo Del Re (…); dico questo perché Aldo Del Re risulta a sua volta essere stato una fonte confidenziale a Padova facente capo anche all’Arma dei Carabinieri; avete quei verbali” (vedasi da minuto 29:30 a 29:50 ).In pratica, nel 1980 Luigi Vettore Presilio e Aldo Del Re sono fonti confidenziali delle forze di polizia, nello specifico dell’Arma dei Carabinieri, e quindi dei servizi segreti italiani di allora (Sisde e Sismi) che hanno al vertice proprio uomini dell’Arma dei Carabinieri. Un giudizio simile, in sostanza, merita di essere fatto anche per un altro testimone.
Affermazioni di Maurizio Tramonte
Maurizio Tramonte, il terzo testimone del problema di cui stiamo parlando, nella fase istruttoria del processo sulla strage di piazza della Loggia di Brescia, avvenuta il 28 maggio 1974 provocando la morte di otto persone, ribadisce in sostanza le notizie da lui inviate a suo tempo al Sid (Servizio informazioni difesa che dal 24 ottobre 1977 al 1 agosto 2007 sarà sostituito da due organismi: il Sisde e il Sismi).
Costui è infatti un informatore del servizio segreto interno dello Stato italiano. Il suo nome clandestino è «Tritone», ma sia di fronte alla Corte d’Assise che alla Corte d’Appello di Brescia decide di non confermare in aula quelle notizie e dice che le ha inventate.
Il suo dramma è che nel processo di primo grado viene assolto; invece nel processo d’appello è condannato all’ergastolo non tanto perché riconosciuto da una foto come presente in piazza della Loggia subito dopo la strage, ma perché lui stesso ha dichiarato di aver partecipato alla riunione preparatoria di quell’eccidio; tale sentenza è confermata dalla Cassazione nel 2017.
Dal giugno del 2022 la difesa del Tramonte chiede la revisione del processo, ma il 5 ottobre 2022 quest’ultima è respinta dalla Corte d’appello di Brescia sulla base del motivo fondamentale per cui lui è stato condannato in maniera definitiva.
Fatta questa doverosa precisazione, è opportuno aggiungere che ci sono agli atti molte informative di Tramonte sull’estrema destra veneta nell’arco di quasi tutti gli anni Settanta e pure la sua deposizione resa il 29/02/2000 al Pubblico Ministero di Bologna Paolo Giovagnoli:
“Io ero un infiltrato nelle cellule neofasciste operanti in Veneto [...] e fino al 1977 riferivo a un agente del Sid tutte le notizie rilevanti che apprendevo [...]. Le mie dichiarazioni continuano fino al ’77 [...], ma avevo modo di continuare a vedere gli appartenenti al detto gruppo neofascista [che era costituito] dal dottor Carlo Maria Maggi di Venezia, da Giovanni Melioli, Gian Gastone Romani, Arturo Francesconi Sartori, Davide Riello e un certo Luigi, amico di Maggi [...]In sintesi: Tramonte da un lato dichiara che “in particolare” incontrava Giovanni Melioli “nel periodo estivo”, cioè solo in quel periodo, e dall’altro afferma di averlo visto “i primi giorni del giugno 1980”.
Con Melioli io ho continuato a vedermi sporadicamente, ma almeno un paio di volte all’anno, sicuramente fino al 1980 e forse anche per qualche anno dopo; in particolare incontravo Melioli nel periodo estivo e più di una volta siamo andati insieme, noi due soli a mangiare il pesce in ristoranti dei Lidi Ferraresi o Ravennati.
In una di tali occasione, credo che fossero i primi giorni del giugno 1980, Melioli mi disse ‘non passare per Bologna a fine luglio perché faremo un gran botto’, io intesi che voleva dire che lui e il suo gruppo avrebbero fatto un grave attentato; le parole potrebbero essere lievemente diverse, ma il senso di quello che mi disse è sicuramente quello che ho riferito.
Dopo qualche giorno che avevo avuto da Melioli tale notizia, decisi di riferirla a Don Nino Bisaglia, un sacerdote dì Rovigo [...].
Nel giugno ’80 [lo] cercai pertanto [...] sull’elenco telefonico di Rovigo e ci vedemmo in una chiesa nei pressi della piazza centrale di Rovigo, all’interno della chiesa, seduti sui banchi, io gli riferii quello che mi aveva detto Melioli, senza però fare il nome di costui, ma dicendogli che le persone che stavano preparando l’attentato erano un gruppo di destra di Rovigo.
Chiesi [al sacerdote] di ricevere le mie confidenze in confessione e gli feci indossare la stola da sacerdote, io infatti ho frequentato per poco tempo il seminario e ho qualche conoscenza delle regole religiose [...].
Qualche giorno dopo il colloquio [il sacerdote] mi telefonò a Lozzo Atesino e mi chiese se ero disponibile ad andare a Roma e riferire quello che gli avevo raccontato a qualcuno che non mi disse chi era; io non lo feci finire e gli dissi che non ero disponibile e che poteva andarci lui che ne sapeva quanto me” (Dichiarazioni rese il 29 febbraio 2000 al PM di Bologna Paolo Giovagnoli nel pp. n. 263/ 97-44, fasc. Df pag. 286).
In realtà, come sanno pure i bambini delle scuole elementari italiane, “i primi giorni di giugno” non fanno parte del “periodo estivo”.
Anche il fatto che lui ne avrebbe dato notizia prima possibile a Don Bisaglia (che comunque non si chiamava Don Nino Bisaglia ma Don Mario Bisaglia) e che costui ne avrebbe parlato a suo fratello, il dirigente democristiano Antonio Bisaglia, a quel tempo ministro dell’industria, del commercio e dell’artigianato, non depone certo a favore della sua attendibilità!
I due fratelli Bisaglia, morti annegati entrambi, il ministro in circostanze decisamente non chiare a Santa Margherita Ligure il 24 giugno 1984 e all’età di 55 anni, il sacerdote – di sicuro assassinato – ritrovato in un lago di montagna il 17 agosto 1992, sarebbero stati informati del progetto di strage a Bologna del 2 agosto 1980 nel corso del precedente mese di luglio.
Ma la cosa curiosa è che il Tramonte, con queste sue “rivelazioni” ed in modo complementare a quanto fece un giornalista legato al ministro dell’industria Antonio Bisaglia, sembra aver fatto un piacere proprio a chi – come quest’ultimo – aveva delle azioni della Itavia, l’impresa proprietaria degli aerei DC9, e cercava di far credere che la strage del DC9 Itavia, avvenuta ad Ustica il 27 giugno 1980, fosse stata provocata dalla bomba di qualche neofascista dei NAR.
“L’anonimo che il pomeriggio del 28 giugno 1980 telefonò per attribuire ai Nar la strage del DC9 Itavia non era (...) un terrorista o un agente dei servizi: era un giornalista amico del ministro.Quella telefonata, avvenuta alle ore 15 del 28 giugno 1980, giunge alla redazione romana del Corriere della Sera; con essa si vuole far diffondere la falsa notizia secondo cui la strage di Ustica, avvenuta il giorno prima, sarebbe stata provocata da un incidente capitato sul DC9 dell’Itavia al neofascista Marco Affatigato che ha con sé una bomba e – cosa conosciuta solo dall’informatore del Sismi Marcello Soffiati – uno dei personaggi più importanti della destra stragista della Prima Repubblica italiana, porta al polso un orologio di marca francese Baume & Mercier.
Il Sismi lo sapeva e già il 2 luglio lo mise nero su bianco, evitando però accuratamente che fino a oggi presidenti del Consiglio, ministri, parlamentari, commissioni d’inchiesta e giudici potessero venirne a conoscenza e salire il primo dei gradini che forse portano al livello di copertura politica di una strage se non addirittura due: Ustica e Bologna.”
(“Ustica, l’uomo di Bisaglia depistò le indagini” di Andrea Purgatori, Corriere della Sera, 13 ottobre 1995).
Chi è Marco Affatigato?
Per dare una risposta sintetica ma esaustiva è qui sufficiente riportare quanto su di lui scrisse il parlamentare di Democrazia Proletaria Luigi Cipriani nella Relazione alla Commissione stragi inverno 1989-1990 su Ustica e Bologna:
“...Affatigato, da tempo latitante in Francia, viveva a Nizza e dopo aver lavorato per la Cia divenne informatore del servizio segreto francese, lo Sdece diretto da De Maranche. Dove fosse latitante Affatigato era noto anche al Sismi perché frequentava un loro informatore, il massone Marcello Soffiati. Quindi solo il servizio francese e quello italiano erano in grado di conoscere il particolare dell’orologio con tanto di marca.”A maggior ragione, dal punto di vista metodologico, è opportuno valutare criticamente tutte le voci che sembrano annunciare la strage di Bologna, anche quelle solo vagamente riferite ad essa, e ricordare che nelle parole di tanti “collaboratori di giustizia” ci sono spesso cose vere mischiate a cose false.
Nell’Italia degli anni Settanta e del decennio successivo, in un periodo storico di sovrabbondanza di faccendieri, “pentiti”, ciarlatani, megalomani e depistatori professionali, nei processi molte dichiarazioni sono a dir poco contraddittorie e quindi bisogna sempre evitare di considerarle tutte attendibili.
Un dato è certo: la voce secondo cui sarebbe stato imminente un fatto grave, molto peggiore rispetto all’attentato ad una singola persona e di conseguenza destinato a riempire le pagine dei giornali, circola solo dopo la strage di Ustica del 27 giugno 1980 ed è conosciuta negli ambienti delle forze di polizia italiane, dei servizi segreti (Sisde e Sismi), e nel campo del governo diretto dal democristiano Francesco Cossiga e di cui fa parte il ministro Antonio Bisaglia.
Ciò è confermato da quanto emerge nel corso dell’udienza del “Processo a carico di Paolo Bellini ed altri (strage alla Stazione di Bologna del 2 agosto 1980)” tenutasi a Bologna mercoledì 28 aprile 2021.
Testimonianza dell’ex giudice Tamburino del 28 aprile 2021
In tale circostanza, le parole dell’ex giudice Giovanni Tamburino, anticipate il 14 maggio 2019 dal confronto fra quest’ultimo e l’ex generale del Sisde di Padova Quintino Spella, avvenuto davanti ai magistrati della Procura generale che indagavano sui mandanti della strage di Bologna, dimostrano che il capo del Sisde di Padova del 1980, pur negando il fatto fino alla morte avvenuta nel gennaio del 2021, era stato informato da Tamburino delle dichiarazioni di Luigi Vettore Presilio prima della strage di Bologna e precisamente il 15 luglio.
A quel punto, secondo la ricostruzione del giornalista Roberto Scardova (“L’oro di Gelli: strage di Bologna”, Editore Castelvecchi, 2020), Spella informa il centro nazionale del Sisde e quest’ultimo decide di affidare le indagini al colonnello Amos Spiazzi – personaggio tornato in auge, con tanto di nulla osta di sicurezza (NOS) della Nato, dopo che dal 13 gennaio 1974 al 7 dicembre 1977 era stato in carcere in modo preventivo perché considerato al centro dell’inchiesta proprio di Giovanni Tamburino sull’organizzazione “Rosa dei Venti” (una specie di servizio segreto interno parallelo e collegato alla Nato) – e di mandarlo a Roma.
Spiazzi fa parte dell’Esercito; non potrebbe lavorare per i servizi segreti, ma ha un rapporto stabile con il centro Sisde di Bolzano (competente anche per le città di Padova e Verona).
Grazie a ciò parte per Roma e alcuni giorni dopo riferisce oralmente al maresciallo Francesco Benfari del centro Sisde di Bolzano. Su questa base nasce un testo, rinvenuto parecchi anni dopo nel corso di una perquisizione nella sua casa, nel quale – parlando in terza persona – racconterebbe il suo viaggio a Roma.
“Soltanto allora il Sisde fu costretto a mettere a disposizione della giustizia il rapporto, datato 28 luglio, ma redatto da Benfari una settimana prima. In esso era scritta tutta la storia del viaggio a Roma” (pag. 97 del libro “L’oro di Gelli: strage di Bologna”, di Roberto Scardova, Editore Castelvecchi, 2020).Nel concreto, quel rapporto riservato arriva a Roma, al capo del Sisde e aderente alla loggia massonica P2 Giulio Grassini, prima della strage di Bologna del 2 agosto 1980.
“In quel documento, ieri depositato dall’accusa, si dice che i Nar stavano preparando qualcosa di micidiale e rastrellando, insieme ad altri gruppi dell’estrema destra, armi ed esplosivo. Ma non una parola sulle rivelazioni di Vettore Presilio, insabbiate.” (“Strage di Bologna. Il giudice Tamburino: «Così avvisai i Servizi»”, di Andreina Baccaro, Corriere della Sera, 29 aprile 2021).Di conseguenza, le indagini svolte da Spiazzi sono allontanate dal Triveneto, appaiono ambigue e imprecise e non tutti le ritengono nate nel mese di luglio del 1980.
Ad esempio, secondo Ugo Maria Tassinari,
“il presunto viaggio a Roma alla metà di luglio, nel corso del quale Spiazzi avrebbe incontrato un fantomatico «Ciccio», capo dei NAR, va retrodatato al novembre ’79: ne esce rafforzato il sospetto che apparati statali e internazionali si siano messi al lavoro, dopo la strage di Ustica, per coprire le responsabilità del disastro” (pag 316 di “Fascisteria”, di Ugo Maria Tassinari, Sperling & Kupfer, 2008).Un dato è certo: quella riportata da Luigi Vettore Presilio è l’unica voce che sembra annunciare la strage di Bologna. Non sappiamo però se il Vettore Presilio sia stato sincero, cioè se all’origine della suddetta voce ci sia stata l’area neofascista del Triveneto diretta da Massimiliano Fachini, oppure se sia stato bugiardo di propria iniziativa o su pressione dei servizi segreti italiani per cui era diventato un collaboratore.
Le dichiarazioni di Cecilia Loreti
Le parole di Luigi Vettore Presilio potrebbero infine apparire complementari nei confronti delle dichiarazioni di Cecilia Loreti di cui si parla spesso nella vicenda giudiziaria relativa alla strage di Bologna.
Esse riguardano la telefonata che, in base a quanto da lei riferito al Giudice Istruttore di Roma il 23-12-1980 e successivamente al Giudice Istruttore di Bologna del processo di primo grado, il neofascista latitante e allora minorenne Luigi Ciavardini (poi condannato in via definitiva a 30 anni per quella strage) avrebbe fatto in casa di Marco Pizzari per far posticipare, a causa di suoi gravi problemi, il viaggio ferroviario da Roma a Venezia programmato da Elena Venditti, Cecilia Loreti e Marco Pizzari.
Quella telefonata sarebbe stata ricevuta da Marcello Pizzari (padre di Marco) che, a sua volta, avrebbe telefonato a Luigi Loreti, zio di Marco abitante a Ladispoli, affinché fossero avvisati i tre giovani che in quel periodo si trovavano in quella località marittima della provincia di Roma.
Un primo problema è costituito dal fatto che Marcello Pizzari non ha mai confermato di aver ricevuto quella telefonata (vedasi sentenza del 1990).
Un’altra questione è che non si sa con esattezza né l’ora né il giorno in cui sarebbe stata fatta la telefonata del Ciavardini. In particolare, non si sa se sarebbe stata fatta il 31 luglio come ritiene l’Avvocatura dello Stato nel ricorso avverso alla sentenza del 1990, il primo agosto 1980 come ritengono la sentenza di assoluzione del 1990 e le sentenze di condanna dello stesso Ciavardini, oppure il 2 agosto 1980, a strage avvenuta, come sostiene Elena Venditti che, all’epoca, era la fidanzata del Ciavardini.
Come se non bastasse, non si sa di preciso nemmeno a che ora e in quale giorno, dopo il 2 agosto 1980, sarebbe avvenuto l’incontro del Ciavardini con la Venditti, la Loreti e il Pizzari (assassinato il 30 settembre 1981 dai Nar perché avrebbe favorito l’arresto del suo vecchio amico Ciavardini), il 4 agosto secondo le dichiarazioni del 23 dicembre 1980 della Loreti al Giudice Istruttore di Roma oppure il 3 agosto secondo le dichiarazioni della stessa Loreti al Giudice Istruttore di Bologna del processo di primo grado (vedasi sentenza del processo di primo grado).
La circostanza più credibile è che la telefonata del Ciavardini a casa Pizzari sia stata effettuata il primo agosto e ciò risulta compatibile con quanto affermato dai suoi avvocati difensori, cioè con l’ipotesi che il posticipo dell’appuntamento a Venezia dal 2 al 3 agosto sarebbe stato motivato solo da problemi di documenti necessari ad una persona latitante come lui.
Conclusioni
In estrema sintesi, l’unica voce documentata che annuncia qualcosa di paragonabile alla strage di Bologna è quella di Luigi Vettore Presilio, sembra provenire dall’area neofascista di Ordine Nuovo del Triveneto diretta in quel periodo da Massimiliano Fachini e nasce soltanto dopo due fatti di grande risonanza internazionale: la Dichiarazione di Venezia prodotta dalla CEE il 12 e 13 giugno 1980 sul conflitto israelo-palestinese che trova la completa ostilità degli Usa e di Israele, e la strage di Ustica del 27 giugno 1980 su cui gli Usa (e la Francia) hanno senza dubbio delle dirette responsabilità.
La strage di Bologna, obiettivamente parlando, giova al “partito dell’ordine” che sul finire del 1980 si contrappone all’occupazione operaia della Fiat a Torino e contribuisce a distogliere l’attenzione dai responsabili della strage di Ustica, con i suoi 81 morti, e da chi, come l’allora ministro dell’industria Antonio Bisaglia, è fra i proprietari della Itavia.
Ciò, a sua volta, spiega da un lato l’inconcludenza della magistratura italiana rispetto alla strage di Ustica e dall’altro anche il perché dei depistaggi ed ‘impistaggi’ dei servizi segreti italiani, statunitensi e francesi rispetto alla strage di Bologna.
Fonte
20/12/2017
Estradato Tramonte per la strage di Brescia e “fonte” dei Servizi Segreti
Maurizio Tramonte, uno dei due condannati definitivamente all’ergastolo per la strage di Piazza della Loggia – l’altro è Carlo Maria Maggi – sarà estradato oggi in Italia dal Portogallo, dove è stato rintracciato e arrestato nei mesi scorsi in seguito a indagini del Ros.
Scortato dall’Interpol, Tramonte arriverà all’aeroporto di Fiumicino con un volo proveniente da Lisbona.
I media di regime – da Repubblica al Corsera – provano a rinsaldare la narrazione preferit: “lo Stato è forte, non perdona, è anche antifascista”. Balle.
Quella di Piazza della Loggia è una strage di oltre 43 anni fa. Una bomba piazzata in un angolo della piazza, piena di lavoratori per una manifestazione contro il terrorismo neofascista indetta dai sindacati e dal Comitato Antifascista, provoca 8 morti e 102 feriti.
La sentenza definitiva è arrivata 41 anni dopo, nel 2015. Solo perché lo Stato, tramite i suoi servizi segreti, alle dipendenze dirette di tutti i presidenti del consiglio da allora ad oggi – nessuno escluso – ha fatto di tutto per impedire che si arrivasse all’accertamento delle responsabilità.
Né si può dire che era difficile risalire ai colpevoli. Uno di loro, proprio il vigliacco infame che oggi viene riportato in Italia, era infatti la “fonte Tritone” dei Servizi Segreti Italiani. Un informatore, una spia infiltrata o reclutata in mezzo ai gruppi fascisti che compivano le stragi. Significa che lo Stato sapeva tutto fin dall’inizio. Anzi, che ordinava quegli attentati. O quanto meno ne favoriva la realizzazione, evitando di arrestare gli stragisti prima che piazzassero le bombe o subito dopo che le avevano fatte esplodere.
Naturalmente non abbiamo mai creduto, neanche per un attimo alla presunta tesi del “doppio Stato”, propagata da qualche depistatore “di sinistra” che nel frattempo garantiva collaborazioni con quegli stessi Servizi contro i militanti e i guerriglieri di estrema sinistra (Ugo Pecchioli, per ricordarne il “capo militare”). Non ci abbiamo creduto e abbiamo avuto la prova quando uno dei “teorici” di questa tesi diventò addirittura ministro dell’Interno. Ma si guardò bene dal rimuovere o far fermare anche solo un esponente del presunto “secondo Stato”, responsabile delle stragi e dei depistaggi.
Si chiamava Giorgio Napolitano, ci sembra...
Riportare in Italia uno stragista a scontare finalmente la sua condanna, a 43 anni dai fatti, non è un tanto un tardivo “atto di giustizia” (Tramonte, naturalmente, in galera ci doveva andare molto prima e ci deve restare) quanto una presa per i fondelli.
La gestione mediatica, stiamo dicendo, è una pennellata di ipocrisia sul modo di funzionare di uno Stato che ha coperto questa e altre stragi, con centinaia di morti, proteggendone i responsabili fino a metterli al sicuro all’estero (Ventura in Argentina, Delfo Zorzi in Giappone, ecc). Era avvenuto lo stesso anche con Tramonte, cui non era stato neanche ritirato il passaporto dopo le condanne di primo e secondo grado.
Dunque non abbiamo altro da aggiungere a quanto scritto dopo la sentenza definitiva, due anni fa. Il testo è quel che segue.
*****
Quarantuno anni sono sempre troppi, per avere una sentenza su una strage che ha fatto 8 morti e 102 feriti. Se poi questa arriva a sancire quel che già si sapeva, a carico di due persone già indagate, processate e incredibilmente assolte, è necessario concluderne che lo Stato – in prima persona e ai massimi livelli – ha fatto di tutto per far arrivare questa sentenza fuori tempo massimo, nella speranza che tutti gli imputati passassero a miglior vita.
Invece ne erano rimasti due. Maurizio Tramonte, all’epoca della strage di Brescia appena 21enne, ma già fascista militante e informatore dei servizi segreti, e Carlo Maria Maggi, 81 enne medico veneto, a suo tempo “ispettore politico” di Ordine Nuovo.
Scomparso invece il “pentito”, quel Mario Digilio che confezionò personalmente quasi tutte le bombe delle stragi di stato degli anni ’70, da Piazza Fontana in poi, fascista e agente dei servizi segreti italiani e statunitensi (dipendeva dal comando Nato-Ftase di Verona), che vuotò il sacco solo quando scoprì d’essere ormai in punto di morte.
Morto anche Pino Rauti, fondatore di Ordine Nuovo e poi segretario del Movimento Sociale Italiano, appena prima che Gianfranco Fini promuovesse la “svolta di Fiuggi”. Ma aveva fatto in tempo ad essere assolto, come Franco Freda e Giovanni Ventura, poi scomparso in Argentina. Morto il generale dei carabinieri Francesco Delfino, poi dirigente del Sismi, naturalmente assolto per aver lungamente depistato le indagini sulla strage (dov’era in servizio nel 1974). è invece ancora vivo anche Delfo Zorzi, autore materiale della strage di Piazza Fontana, ma assolto per quella come per Brescia, fatto rifugiare in Giappone, dove ha fatto successo come imprenditore, col nome di Hagen Roi, senza che ne sia mai stata chiesta l’estradizione.
Si potrebbe andare avanti a lungo, ma ci basta rinviare alla sterminata documentazione esistente in materia, quasi interamente ascrivibile alle controinchieste del movimento rivoluzionario di quegli anni, riprese e trasformate in indagini dal giudice Guido Salvini.
Dopo tanto tempo, non ci sono parole che non siano state dette.
Questo Stato, quello di allora in perfetta continuità con quello di oggi, ha ordinato stragi, le ha fatte eseguire a gruppetti di fascisti quasi sempre arruolati come “informatori”, infiltrati o semplici agenti dei servizi di intelligence. Questo Stato ha poi protetto – a volte goffamente, come avviene a chi si sente troppo potente per curarsi di non lasciare troppe tracce nei reati che commette – gli autori delle stragi depistando le non molte indagini che puntavano a scoprire gli assassini. Questo Stato ha protetto i depistatori, consentendo loro notevoli carriere, secondo il classico schema dell’esecutore che ha molto da dire sul proprio mandante.
Si potrà dire che questo era il frutto della “guerra fredda”, del mondo diviso in due in cui non poteva proprio accadere che un paese chiave della Nato – e viceversa, del Patto di Varsavia – fosse governato da forze politiche non perfettamente allineate con la superpotenza di riferimento.
Ma non si può dire che ora vigono altre regole. Cambiano gli strumenti, forse. Anche in considerazione dell’assoluta minorità delle soggettività comuniste e rivoluzionarie.
E allora una sentenza che arriva così clamorosamente fuori tempo, che non serve più a punire nessuno, può servire a molti scopi meno nobili della scrittura della verità storica. A partire dalla patina di belletto che certamente il potere sta provando a stendere sulle sue rughe più orrende.
E invece sarebbe importante che questa verità giudiziaria, solo oggi giunta a conferma della verità storica, servisse da stimolo, per un paese disorientato, per fare il punto seriamente sul proprio recente passato. Ovvero dal dopoguerra a oggi.
Possiamo però star certi che così non sarà. La struttura infame del potere italico si vede proprio da queste cose...
Fonte
23/07/2015
Lo stragismo è di Stato
Quarantuno anni sono sempre troppi, per avere una sentenza su una strage che ha fatto 8 morti e 102 feriti. Se poi questa arriva a sancire quel che già si sapeva, a carico di due persone già indagate, processate e incredibilmente assolte, è necessario concluderne che lo Stato – in prima persona e ai massimi livelli – ha fatto di tutto per far arrivare questa sentenza fuori tempo massimo, nella speranza che tutti gli imputati passassero a miglior vita.
Invece ne erano rimasti due. Maurizio Tramonte, all'epoca della strage di Brescia appena 21enne, ma già fascista militante e informatore dei servizi segreti, e Carlo Maria Maggi, 81 enne medico veneto, a suo tempo “ispettore politico” di Ordine Nuovo.
Scomparso invece il “pentito”, quel Mario Digilio che confezionò personalmente quasi tutte le bombe delle stragi di stato degli anni '70, da Piazza Fontana in poi, fascista e agente dei servizi segreti italiani e statunitensi (dipendeva dal comando Nato-Ftase di Verona), che vuotò il sacco solo quando scoprì d'essere ormai in punto di morte.
Morto anche Pino Rauti, fondatore di Ordine Nuovo e poi segretario del Movimento Sociale Italiano, appena prima che Gianfranco Fini promuovesse la “svolta di Fiuggi”. Ma aveva fatto in tempo ad essere assolto, come Franco Freda e Giovanni Ventura, poi scomparso in Argentina. Morto il generale dei carabinieri Francesco Delfino, poi dirigente del Sismi, naturalmente assolto per aver lungamente depistato le indagini sulla strage (dov'era in servizio nel 1974). E' invece ancora vivo Delfo Zorzi, autore materiale della strage di Piazza Fontana, ma assolto per quella come per Brescia, fatto rifugiare in Giappone, dove ha fatto successo come imprenditore, col nome di Hagen Roi, senza che ne sia mai stata chiesta l'estradizione.
Si potrebbe andare avanti a lungo, ma ci basta rinviare alla sterminata documentazione esistente in materia, quasi interamente ascrivibile alle contro inchieste del movimento rivoluzionario di quegli anni, riprese e trasformate in indagini dal giudice Guido Salvini.
Dopo tanto tempo, non ci sono parole che non siano state dette.
Questo Stato, quello di allora in perfetta continuità con quello di oggi, ha ordinato stragi, le ha fatte eseguire a gruppetti di fascisti quasi sempre arruolati come “informatori”, infiltrati o semplici agenti dei servizi di intelligence. Questo Stato ha poi protetto – a volte goffamente, come avviene a chi si sente troppo potente per curarsi di non lasciare troppe tracce nei reati che commette – gli autori delle stragi depistando le non molte indagini che puntavano a scoprire gli assassini. Questo Stato ha protetto i depistatori, consentendo loro notevoli carriere, secondo il classico schema dell'esecutore che ha molto da dire sul proprio mandante.
Si potrà dire che questo era il frutto della “guerra fredda”, del mondo diviso in due in cui non poteva proprio accadere che un paese chiave della Nato – e viceversa, del Patto di Varsavia – fosse governato da forze politiche non perfettamente allineate con la superpotenza di riferimento.
Ma non si può dire che ora vigono altre regole. Cambiano gli strumenti, forse. Anche in considerazione dell'assoluta minorità delle soggettività comuniste e rivoluzionarie.
E allora una sentenza che arriva così clamorosamente fuori tempo, che non serve più a punire nessuno, può servire a molti scopi meno nobili della scrittura della verità storica. A partire dalla patina di belletto che certamente il potere sta provando a stendere sulle sue rughe più orrende.
E invece sarebbe importante che questa verità giudiziaria, solo oggi giunta a conferma della verità storica, servisse da stimolo, per un paese disorientato, per fare il punto seriamente sul proprio recente passato. Ovvero dal dopoguerra a oggi.
Possiamo però star certi – e ce lo dimostrano le prime pagine dei giornali di oggi, compreso addirittura il manifesto – che così non sarà. La struttura infame del potere italico si vede proprio da queste cose...
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