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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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21/11/2023

Padova - Quindicimila persone in corteo per Giulia e per tutte le donne

Un grande corteo ha attraversato ieri le strade di Padova. Almeno quindicimila persone sono scese in piazza contro la violenza del sistema sulle donne, per ricordare l’uccisione di Giulia Cecchettin e tutte le donne vittime di femminicidio.

Il corteo è passato davanti all’università e qui dalla facoltà di psicologia, è stato calato uno striscione con su scritto: “vogliamo un’università transfemminista, che non perpetri la violenza patriarcale”.

All’università di Padova, dove Giulia Cecchettin stava per laurearsi, durante alcune lezioni, è stato osservato un minuto di silenzio in memoria di Giulia. “Un minuto di silenzio che l’università di Padova ha fatto per lavarsi le mani e tirarsi fuori dalla questione” è stato denunciato da una studentessa al microfono. “Un minuto di silenzio non basta, abbiamo bisogno di trovare degli spazi per parlare per sentirci sicure e per costruire una società in cui non abbiamo paura di morire ogni giorno e in questo l’università gioca un ruolo fondamentale in quanto luogo di diffusione di sapere”.

Il corteo è proseguito nel centro storico di Padova, fermandosi davanti alla Prefettura dove è stata sottolineata la responsabilità del governo nella violenza di genere.

La manifestazione si è conclusa in un Piazza delle Erbe gremita di persone, tante donne ma anche tanti uomini. In piazza si sono succeduti numerosi interventi e sono stati indicati gli appuntamenti di questa settimana, una mobilitazione permanente che si articolerà nelle scuole, in università, nelle strade. Per sabato 25 novembre è stato lanciato uno sciopero nelle scuole ed è stata rilanciata con forza la partecipazione alla manifestazione nazionale di Roma.

Fonte

03/08/2023

Bologna 2 agosto 1980: le voci che sembrano annunciare la strage

Le voci che sembrano annunciare la strage di Bologna del 2 agosto 1980 non costituiscono in sé delle prove sufficienti per condannarne i presunti autori, ma – quando risultano documentate e attendibili – possono diventare elementi utili per approfondire la conoscenza del contesto storico in cui essa avvenne ed eventualmente assumere i connotati di indizi da mettere in relazione con l’analisi dell‘arma del delitto e con le testimonianze oculari e video sulle persone sospettate di aver avuto a che fare con quel crimine.

Fatta questa dovuta premessa, entriamo nel merito della questione.

Nell’udienza del 9 gennaio 1988 per il processo di primo grado sulla “Strage alla stazione di Bologna” entra in scena un uomo detenuto dal gennaio 1980 nel carcere di Padova per una rapina, conosciuto nella stessa città dagli ultimi anni ’60 come militante neofascista del Movimento Sociale Italiano e coinvolto nell’attentato bombarolo del 15 aprile 1969 allo studio del rettore di Padova, un’azione compiuta dal gruppo diretto da Franco Freda per farla attribuire all’estrema sinistra (leggasi: “Attentato imminente. Pasquale Juliano, il poliziotto che nel 1969 tentò di bloccare la cellula neofascista veneta”, di Antonella Beccaria e Simona Mammano, casa editrice Stampa Alternativa, 2009).

Si tratta del testimone Luigi Vettore Presilio e quest’ultimo chiede un “rinvio a giudizio”.

In realtà, non avendo delle imputazioni in quel procedimento giudiziario e conoscendo poco e male la lingua italiana, vuole il rinvio della sua testimonianza poiché, stando alle sue parole e sulla base di un “certificato medico”, sarebbe diventato dipendente dall’alcool e non avrebbe più la capacità di intendere e volere.

Quel giorno lui ha senza dubbio un comportamento ambiguo, ma capisce bene quel che vuole far capire bene.

Ogni tanto guarda verso la gabbia degli accusati, dove c’è il padovano Roberto Rinani, segretario della sezione del Movimento Sociale Italiano dell’Arcella dall’autunno 1976 al dicembre 1977, ed è come se, anche attraverso il linguaggio non verbale notato e contestato perfino dal Presidente della Corte, voglia fargli capire che ha intenzione di ritrattare le sue precedenti dichiarazioni.

Come capita ad ogni persona informata sulle vicende giudiziarie e di cronaca connesse alla strage di Bologna, Luigi Vettore Presilio sa che poco più di due anni prima, il 15 dicembre 1985, “la moglie di Rinani, Luciana Perulli, è stata aggredita (...) da uno sconosciuto mentre rientrava a casa a Mestre.

Ha reagito al tentativo di strangolamento e se l’è cavata con la frattura di un dito. L’aggressione è stata messa in relazione con la notizia, pubblicata da un giornale, di un possibile pentimento di Rinani, che sino ad ora non ha mai collaborato con gli inquirenti”
(vedasi “I magistrati bolognesi: «Sulle stragi troppa disinformazione»”, di Giancarlo Perciaccante, pag. 5 del quotidiano “L’Unità” del 18 dicembre 1985).

Luigi Vettore Presilio guarda di nuovo verso il Rinani e gli fa capire di non avere alcuna intenzione di continuare a collaborare con la magistratura.

Come mai il Vettore Presilio ha deciso di non parlare più di Roberto Rinani?

Per comprendere a sufficienza il perché di questa apparente forma di schizofrenia, bisogna comunque ricordare che Presilio, non essendo sottoposto a misure di sicurezza, come invece sarebbe stato logico per un testimone a rischio di ritorsioni, martedì 25 novembre 1980 viene aggredito e ferito da persone sconosciute nel carcere di Padova.

Due giorni dopo quell’episodio, non a caso, il Giudice Istruttore esamina Luigi Vettore Presilio e quest’ultimo, fra l’altro, dichiara: “... sono stato accoltellato certamente per punizione in relazione alla pubblicazione sull’Espresso di notizie riguardanti la deposizione che ho reso a voi magistrati di Bologna.

Infatti le stesse persone che mi hanno colpito mi hanno informato che la ragione della loro azione era quella di punirmi per aver parlato. Sono certo che volessero uccidermi. Non ci sono riusciti perché io mi rotolavo e mi sono difeso disperatamente gridando ed infine sono riuscito ad infilarmi sotto la branda”
(dichiarazione riportata dalla sentenza della Corte di Assise di Bologna del giorno11 luglio 1988).

Inoltre, sempre davanti al Giudice Istruttore, Presilio ufficializza per la prima volta la sua indisponibilità a “rendere ulteriori dichiarazioni” in relazione alle voci che nel carcere patavino, dove lui fa parte dei detenuti addetti alla lavanderia, quindi anche al ritiro delle lenzuola sporche e alla consegna settimanale di quelle pulite alle persone lì ristrette, avrebbe sentito Roberto Rinani (vedasi: sentenza della Corte di Assise del giorno 11 luglio 1988).

Di fatto è un “testimone reticente” dato che non rispetta l’articolo 372 del Codice Penale italiano, ma resta sempre impunito per questo reato!

Al di là della logica del “do ut des”, che fino a poco tempo prima aveva animato il suo desiderio di ottenere in modo rapido la libertà provvisoria, Luigi Vettore Presilio fa delle dichiarazioni che risultano incancellabili e, senza dubbio, variabili nel tempo.

Subito dopo l’omicidio del sostituto procuratore Mario Amato, avvenuto a Roma il 23 giugno 1980 e rivendicato dall’organizzazione neofascista denominata Nuclei Armati Rivoluzionari, si riferiscono a futuri attentati contro magistrati come Pietro Calogero e Lorenzo Zen.

Dall’inizio di luglio e prima del 2 agosto 1980 trattano invece qualcosa di molto diverso: oltre a precisare che Calogero avrà salva la vita finché tale magistrato continuerà ad accusare di gravi reati gli Autonomi dell’estrema sinistra, riportano i suoi sentito dire su un futuro attentato al giudice Giancarlo Stiz e a proposito di un fatto molto più clamoroso che lo dovrebbe anticipare.

La sentenza del processo di primo grado, emersa dopo quasi otto anni dalla strage di Bologna, ben lontana dal ricostruire in modo esaustivo i comportamenti del Vettore Presilio e lungi dal tenere presente la variabilità di contenuto nelle sue affermazioni, prende comunque in considerazione la nota del 6 agosto 1980 trasmessa dal Giudice di Sorveglianza di Padova, Giovanni Tamburino, al Procuratore della Repubblica, la conferma del contenuto di tale nota da parte del Vettore Presilio, la rivelazione fatta da costui in base alla quale la fonte delle proprie affermazioni sarebbe Roberto Rinani, il neofascista detenuto nello stesso carcere di Padova che il 13 maggio del 1980 si consegna alle forze di polizia dopo 11 mesi di latitanza perché accusato di aver ferito, con dei colpi di pistola, Umberto D’Affara, di 23 anni, iscritto a Scienze Politiche e aderente alla sinistra extraparlamentare padovana (vedasi: rapporto della Digos di Padova del 12/8/1980, documentata alla nota numero 71 della sentenza della Corte di Assise dell’11 luglio 1988).

Sentenza della Corte di Assise dell’11 luglio 1988

Il 6 agosto 1980, come afferma la sentenza della Corte di Assise dell’11 luglio 1988, il Giudice di Sorveglianza di Padova riferisce alla Procura della Repubblica di Bologna che il 10 luglio 1980 Luigi Vettore Presilio
“gli aveva informalmente dichiarato d’esser stato contattato da esponenti di un’organizzazione di estrema destra, che gli avevano proposto di partecipare ad un attentato ai danni del Giudice Stiz di Treviso.

L’attentato in questione, da compiersi nell’immediato futuro con un’Alfetta truccata da autovettura dei Carabinieri (il gruppo disponeva anche di divise dell’Arma), sarebbe stato preceduto – secondo quanto il Vettore aveva appreso – da altro attentato ad opera della medesima organizzazione, di eccezionale gravità, tanto che avrebbe “riempito le pagine dei giornali”.

A conferma della propria attendibilità, il Vettore aveva indicato un appuntato o brigadiere dei Carabinieri (tale Sibilia o Scibilia Giacomo) con il quale si trovava da lungo tempo in rapporto confidenziale.

Nella serata dello stesso 6 agosto il Vettore confermava tali dichiarazioni al Procuratore della Repubblica di Bologna, aggiungendo d’aver ricevuto le proposte di cui sopra da un compagno di detenzione.

A distanza di cinque giorni, l’11 agosto, il Vettore si decideva a rivelare che il compagno di detenzione autore delle riferite proposte era stato tale Rinani.

Il 3/9/1980, nel corso di una ricognizione personale cui venne sottoposto Rinani Roberto, detenuto nel carcere di Padova nel periodo (inizio estate) cui il Vettore faceva risalire i contatti e le rivelazioni in ordine agli attentati, il Vettore riconobbe nel Rinani la persona da cui tali rivelazioni avrebbe ricevuto.

Nel corso delle sue dichiarazioni istruttorie, il Vettore riferiva altresì di aver appreso dal Rinani dei contatti che costui aveva sempre intrattenuto con la cellula veneta già facente capo a Freda e Ventura, di cui all’epoca era principale esponente Fachini Massimiliano.”
Dal punto di vista della ricerca storica, le parole di Luigi Vettore Presilio sono documentabili e precedono la strage di Bologna.

Risultano essere oggettivamente confuse e generiche, ma da esse emergono tre dati: prima di tutto, pur non facendo esplicito riferimento a quella che sarà la strage di Bologna del 2 agosto 1980, prevedono un attentato di eccezionale gravità che avrebbe “riempito le pagine dei giornali”; permettono di sventare un possibile attentato mortale ai danni del giudice Giancarlo Stiz, cioè di colui che per primo individuò la cellula neofascista del Triveneto diretta da Franco Freda e Giovanni Ventura come responsabile della strage di piazza Fontana del 12 dicembre 1969; in ultimo, ma non per importanza, fanno capire che Luigi Vettore Presilio ha un “rapporto confidenziale” con un uomo delle forze di polizia il cui nome sarebbe “Sibilia o Scibilia Giacomo”.

In realtà, durante il processo di primo grado sulla “Strage alla stazione di Bologna”, i giudici già sanno che quell’uomo è Scibilia Giacomo, e non Sibilia Giacomo, ma non sentono il bisogno di capire meglio chi sia, che cosa faccia e nemmeno di interrogarlo.

Eppure, già dal 27 agosto 1980 la magistratura sa delle cose molto interessanti.

Quel giorno, di fronte al giudice istruttore di Bologna, dottor Claudio Nunziata, compare l’avvocato Franco Tosello che riporta diverse dichiarazioni di Luigi Vettore Presilio.

Dal connesso verbale esce fuori la notizia secondo cui il Vettore Presilio avrebbe affrontato anche “il discorso relativo a un appuntato o maresciallo a nome Scibilia facente parte degli uomini del gen. Dalla Chiesa e che era venuto un ispettore da Roma per sentirlo” (dal verbale del 27 agosto 1980 scritto dal giudice istruttore di Bologna, dottor Claudio Nunziata sulla testimonianza dell’avvocato Franco Tosello, nato a Este il 27 aprile 1938 con studio in Padova, via Altinato 56).

Facendo un’indagine anche solo superficiale rispetto ad anni meno lontani, si può dire che, secondo il teste Enrico Carella, ex appartenente alle forze di polizia ascoltato nel corso dell’udienza del 30 aprile 2021 del “Processo a carico di Paolo Bellini ed altri (strage alla Stazione di Bologna del 2 agosto 1980)”, nel 1980 Giacomo Scibilia è in servizio al Sisde (‘Servizio per le informazioni e la sicurezza democratica’) di Padova ed ha un buon rapporto col capo del Sisde Giulio Grassini, tanto da esserne l’autista quando costui visita il Veneto (vedasi dal minuto 2:24).

Inoltre, si può ricordare che nell’udienza del processo denominato “La ricostituzione di Ordine Nuovo attentati e rapine della vecchia e nuova destra dal 1974 al 1980”, tenutasi a Roma mercoledì 4 ottobre 1989, il Presidente della corte chiede proprio a Giacomo Scibilia se conferma “una dichiarazione sull’episodio Vettore” e lui – lasciando intendere che conosce da molti anni e bene quell’uomo – risponde affermativamente.

Giacomo Scibilia da svariato tempo utilizza come confidente Luigi Vettore Presilio, un uomo nato il 3 marzo 1938 che muore il 21 febbraio 2011 e viene poi sepolto nel Cimitero Maggiore di Padova.

Partendo da questi elementi, dato per altro che un confidente delle forze di polizia non brilla certo per autonomia rispetto allo Stato, si sarebbero dovute capire meglio e subito alcune questioni, come quelle relative ai ruoli svolti da Scibilia Giacomo fra “gli uomini del gen. Dalla Chiesa”, dal capo del Sisde di Padova Quintino Spella e dal capo nazionale del Sisde Giulio Grassini rispetto a Luigi Vettore Presilio e alle dichiarazioni di quest’ultimo.

Invece il procedimento della Corte di Assise di Appello non si pone per niente queste problematiche e ciò si riflette nella sentenza del 18 luglio 1990:
“(…) l’attenta rilettura, ed il riascolto, del brano di conversazione registrato (Vettore interrogato e sollecitato dal P.M.) non sembra possano attribuire alle parole del teste il significato certo individuato dalla sentenza di primo grado.

Ed invero, le parole utilizzate in quella circostanza richiamano, nel loro significato ultimo, ad un fatto di terrorismo diretto pur sempre contro un soggetto o un bersaglio determinato, sia pure di rilievo tale da suscitare enorme clamore.”
Sentenza della Corte di Cassazione del 12 febbraio 1992

A seguito del ricorso per la Cassazione proposto dalla Procura generale e dalle Parti civili, il 12 febbraio 1992 le Sezioni Unite penali della Corte di Cassazione stabiliscono che, non avendo valutato in termini logici e corretti prove e indizi, il processo va rifatto.

Sentenza del secondo processo della Corte d’Assise di Appello del 16 maggio 1994

La sentenza del secondo processo della Corte d’Assise di Appello cerca allora, fra l’altro, di ricostruire la testimonianza di Luigi Vettore Presilio.

A tale proposito, ricorda il suo interrogatorio avvenuto la sera del 6 agosto 1980 nella casa circondariale di Padova da parte di due sostituti della Procura di Bologna, allorché lui ribadisce che “prima dell’attentato a Stiz vi sarebbe stato altro attentato di tali proporzioni per cui ne avrebbe parlato la prima pagina di tutti i giornali del mondo” e che l’evento di maggiore risonanza “si sarebbe verificato nella prima settimana di agosto”.

In tale occasione Vettore Presilio non sottoscrive il verbale e decide di non proseguire nella collaborazione “poiché non era stata accolta la condizione, da lui posta, che gli fosse concessa la libertà provvisoria”.

In seguito, il giorno 11 agosto 1980, “i due magistrati interrogano di nuovo il Vettore e questa volta le dichiarazioni del teste sono registrate su nastro”.

Il 27 agosto 1980 viene invece interrogato il legale di fiducia del Vettore, l’avvocato Franco Tosello di Padova, il quale precisa che il detenuto è stato da lui incontrato il 1° luglio e gli ha riferito di un progettato attentato al giudice Stiz.

Qualche giorno dopo, il Tosello riceve dal suo cliente un biglietto (prodotto in fotocopia ed allegato al verbale di deposizione; biglietto poi riconosciuto formalmente per suo dal Vettore in occasione della deposizione resa al G.I. di Bologna il 13 novembre 1980) con il seguente testo:
“Egregio Avvocato Tosello.

L’ultimo colloquio che abbiamo avuto assieme, Lei sa di quello che abbiamo parlato non creda che io sia stato così deficente (SIC!) di avergli dato tutti i particolari precisi, ma bensì prima di quel fatto si sentirà per Televisione e quotidiani una notizia che farà molto ma molto scalpore, quindi la invito presto, presto di venire a un colloquio col giudice di sorveglianza o chi di competenza.

Vettore Luigi Presilio

Se le scrivo questo è perché una persona di mia conoscenza non deve uscire dal carcere prima di me.

Così avrò modo di lavorarmi i miei amici, sempre con nomi di battaglia.

Non se la prenda sottogamba altrimenti la ritengo responsabile di prima persona di tutto quello che avverrà”
(vedasi: testo del biglietto pubblicato nella sentenza del secondo processo della Corte d’Assise di Appello del 16 maggio 1994).

In tale sentenza, oltre a ripetere che il 3 settembre del 1980, il Vettore procede nella ricognizione formale di Roberto Rinani e lo riconosce, si parla di nuovo della deposizione del Vettore registrata l’11 agosto 1980 da due PM:
“In considerazione del fatto che la trascrizione del nastro eseguita nel 1980 conteneva taluni omissis che ne facevano sospettare una certa incompletezza e a seguito del difetto di motivazione che la Corte di Cassazione ha rilevato sul punto – non avendo i giudici di appello dato conto delle parole del Vettore sulla base delle quali erano pervenuti al giudizio riportato – questo Collegio ha disposto, in sede di rinnovazione del dibattimento, la trascrizione del nastro con le forme della perizia ed ha quindi proceduto all’ascolto, in pubblica udienza, dell’intera registrazione.

Nella predetta udienza, alla quale era presente anche il perito, si sono compiute talune correzioni del testo della trascrizione, dandosene atto a verbale di volta in volta.

Orbene, è risultato accertato (pag.16 della perizia e precisazioni a verbale che fanno riferimento alla pagina suddetta) che il giudice dell’appello è caduto in un evidente errore di percezione delle parole del dialogo tra i due PM e il testimone. (...)

Dal testo del dialogo, dunque, emerge con assoluta chiarezza che il fatto terroristico – diverso dall’attentato al giudice Stiz – di cui ha parlato il Vettore non consisteva in un attentato ad una persona e, anzi, si contrapponeva all’uccisione di una singola persona in ragione delle dimensioni dell’evento che, proprio per questo, avrebbe avuto particolare risonanza”.
Sentenza del Tribunale dei Minori del 2002

Ventidue anni dopo la strage di Bologna, si ha la sentenza del Tribunale dei Minori contro Luigi Ciavardini che presenta la ricostruzione istituzionale più chiara rispetto alla cronologia delle dichiarazioni di Luigi Vettore Presilio.

Con essa, in poche parole e senza dover qui ripetere ciò che è già stato scritto nelle altre e precedenti sentenze, viene precisato quanto segue:
«nel corso del primo casuale incontro con l’avv. Tosello, avvenuto intorno al 20 giugno, Vettore Presilio era in possesso solo di informazioni confuse sull’attentato a un giudice (parla di Calogero o di Zen). Il 1° luglio il dichiarante sapeva che si sarebbe dovuto colpire il giudice Stiz e conosceva nei minimi termini il piano predisposto dai terroristi per l’agguato.

Tuttavia, solo nella missiva inviata all’avv. Tosello il 7 luglio, Vettore Presilio mostra di essere a conoscenza dell’attentato di eccezionale gravità che avrebbe dovuto precedere l’assassinio del giudice e di cui avrebbero parlato le prime pagine dei giornali di tutto il mondo. (...)

Infine, solo dopo la strage, nel corso di un informale incontro con i giudici bolognesi, Vettore Presilio rivelò di aver appreso che l’attentato di eccezionale gravità sarebbe stato compiuto nella prima settimana di agosto» (vedasi: sentenza del Tribunale dei Minori del 2002 contro Luigi Ciavardini).
Sentenza del 9 gennaio 2020

A proposito delle voci che avrebbero preceduto la strage di Bologna, ben più confusa è la ricostruzione presente nella sentenza del 9 gennaio 2020 contro il militante neofascista dei Nar (Nuclei Armati Rivoluzionari), poi condannato all’ergastolo, Gilberto Giorgio Guido Cavallini.

Lì si riparla delle dichiarazioni rese il 10 luglio 1981 al magistrato di Sorveglianza Giovanni Tamburino di Padova da Luigi Vettore Presilio che – secondo la sentenza del 9 gennaio 2020 – sarebbero state “apprese da Roberto Rinani, che faceva parte del gruppo neofascista diretto da Fachini, e il cui nome venne rinvenuto all’interno di un’agenda, sequestrata al Cavallini contenente un elenco di numerosi estremisti di destra”.

Inoltre si precisa che il fatto di eccezionale gravità menzionato dal Vettore Presilio avrebbe “riempito le pagine dei giornali” nella prima settimana di agosto. In realtà, come abbiamo già chiarito, Vettore Presilio parla della “prima settimana di agosto” soltanto dopo la strage di Bologna del 2 agosto 1980.

Infine, sempre secondo la sentenza del 9 gennaio 2020, la sopraddetta circostanza sarebbe da mettere in connessione alle dichiarazioni di un “pentito” come l’ex militante neofascista Mauro Ansaldi secondo cui Giovanna Cogolli gli avrebbe confidato che, poco prima della strage del 2 agosto 1980, si sarebbe allontanata da Bologna su diretto suggerimento di Massimiliano Fachini.

Su tale aspetto sembra opportuno fare due precisazioni: prima di tutto, la Cogolli non ha confermato le parole di Mauro Ansaldi; in ultimo ma non per importanza, non ci sono prove sufficienti per dimostrare l’attendibilità di quel “pentito”.

Dichiarazioni di Aldo Del Re

Nei processi relativi alla strage di Bologna soltanto con la sentenza per Cavallini del 2020 si cominciano a riportare le dichiarazioni di coloro che affermano di aver sentito annunciare un grosso attentato nella città di Bologna, ma lo fanno molti anni dopo il 2 agosto 1980!

Costoro non solo sono ipocriti ma – a differenza di quanto riteneva la magistratura nella sua stragrande maggioranza in base alle leggi allora vigenti – avrebbero meritato di essere accusati di calunnia!

Aldo Del Re, ad esempio, dice di aver avvisato in anticipo – cioè prima del 2 agosto 1980 – la Procura della Repubblica di Venezia, ma quest’ultima non ne ha mai saputo nulla!

Lui afferma di averne parlato molto tempo dopo anche con il legale del neofascista Stefano Delle Chiaie, l’avvocato Stefano Menicacci, ma nel dicembre del 1990 proprio assieme a questo personaggio è coinvolto nelle indagini sulla trattativa per liberare Carlo Celadon, sequestrato dalla ‘ndrangheta calabrese, una vicenda inquietante che vede la presenza da un lato della “linea dura” del Procuratore generale di Vicenza dott. Ferdinando Canilli e dall’altro di alcuni “mediatori” fra cui l’avvocato calabrese ed ex ordinovista Aldo Pardo (leggasi: “Celadon. Il sequestro più lungo. Italia, ndrangheta: racconto di un’infamia” e “Una liberazione pilotata” di Giorgio Marenghi, in “Quaderni vicentini” n.1, 2016).

Chi è dunque Aldo Del Re?

Costui – definito “ordinovista veneto” a pagina 196 della sentenza del 9 gennaio 2020 – è un personaggio che, pur facendo finta di essere un non violento militante del Partito Radicale, risulta collegato per forza di cose ai servizi segreti dell’Egitto, è condannato impunemente all’ergastolo in Libia per il tentativo di colpo di stato del 6 agosto del 1980 contro Gheddafi e poi è protetto dai governi e dal Sismi (Servizio informazioni e sicurezza militare) dell’Italia di quel tempo.

In altre parole, non si sa se Aldo Del Re abbia frequentato in modo attivo o passivo l’area dei golpisti contro Gheddafi.

A che gioco gioca, in quella circostanza, questo agente dei servizi segreti italiani mentre la linea ufficiale di politica estera dell’Italia non sembra essere contro Gheddafi e nemmeno, più in generale, contro il mondo arabo?

Il fatto che egli sia stato implicato in quel tentativo di golpe, avente come base organizzativa l’Egitto, fa ritenere che quest’ultimo abbia coinvolto i servizi segreti Usa, francesi ed italiani.
“Il 21 agosto (del 1980, ndr) Moammad Yussef Lanagarief, ex ambasciatore libico in India, nel corso di una conferenza stampa parlò della rivolta militare avvenuta i primi giorni dell’agosto a Tabruk.

L’ex ambasciatore affermò tra l’altro che la rivolta era stata guidata da ufficiali un tempo noti per la loro lealtà a Gheddafi, tra cui Idris Shaibi, comandante della IX brigata e capo operativo dei servizi di informazione libici.

L’11 agosto, con l’accusa di corruzione e attività contro la sicurezza dello stato, venne arrestato un imprenditore italiano accusato di fare parte di un servizio segreto. Secondo una informativa del Sismi del 16 novembre 1988, gli italiani arrestati erano Orlando Peruzzo, Edoardo Selliciato ed Enzo Castelli, mentre Aldo Del Re risultava ricercato.

Il Peruzzo venne scarcerato il 7 dicembre 1980, mentre Selliciato, Castelli e Del Re vennero condannati all’ergastolo. Secondo una prassi consolidata nei rapporti tra servizi segreti, il 6 ottobre 1986 Castelli e Selliciato vennero scarcerati e scambiati con tre detenuti libici in Italia.

Ciò lascia intendere che essi furono veramente implicati nel tentativo di golpe, che ebbe come retroterra organizzativo l’Egitto e coinvolse i servizi segreti Usa, francesi ed italiani”

(Luigi Cipriani, “Il caso Ustica-Libia. 1990”, Stralci).
Ciò che Aldo Del Re conosce bene e direttamente è il tentativo di golpe in Libia del 6 agosto 1980, ma non fa niente per essere chiaro ed esaustivo rispetto al tema del coinvolgimento dei servizi segreti italiani e stranieri (oltre a quelli statunitensi e francesi, anche quelli israeliani) e preferisce diventare un “collaboratore di giustizia” parlando di ben altri fatti di cui non sa nulla o quasi nulla e rapportandosi, in modo e per interesse personale, alle mutevoli esigenze dei governanti dello Stato italiano.

In questo quadro, dichiara di aver ascoltato da Roberto Rinani delle parole annuncianti un’azione con l’esplosivo a Bologna.
“Nell’estate del 1979, ha raccontato Del Re, egli si trovò al caffé Pedrocchi a Padova insieme al Rinani e captò dei discorsi che questi fece alla moglie: disse che avrebbe partecipato di lì a qualche mese a un’azione a Bologna che avrebbe comportato l’uso di esplosivo. Al che la moglie del Rinani avrebbe reagito malamente dicendo: «Voi siete dei pazzi, lì ci sono donne e bambini innocenti!»” (pagina 197 della sentenza del 9 gennaio 2020).
Aldo Del Re potrebbe essere credibile rispetto ad alcune dichiarazioni da lui esternate, ma quella relativa a Roberto Rinani è del tutto priva di logica.

Il Rinani, che dopo il 13 aprile 1979 e fino al 13 maggio 1980 è ricercato dalle forze di polizia per tentato omicidio (reato poi derubricato in “lesioni gravi”) nei confronti di Umberto D’Affara, nell’estate del 1979 sarebbe andato nel famoso caffè Pedrocchi di Padova, un luogo notoriamente frequentato dall’estrema destra patavina, addirittura con la moglie e nelle vicinanze delle orecchie di Aldo Del Re, a parlare di un’azione con l’esplosivo da compiere a Bologna!!!

In pratica, poco tempo dopo l’inizio della sua latitanza, Rinani avrebbe fatto l’esatto contrario di quel che in genere fa una persona latitante.

Il caffé Pedrocchi di Padova, alla fine degli anni ’70, è un luogo di ritrovo dell’estrema destra locale. Ciò viene confermato dall’ex neofascista Niccolò Ghedini (futuro avvocato del fondatore di Forza Italia Silvio Berlusconi) nell’udienza del “Processo per la strage alla stazione di Bologna” tenutasi lunedì primo febbraio 1988 e dallo stesso Roberto Rinani nell’udienza del Processo per la strage alla stazione di Bologna (II appello)” che si svolge mercoledì 7 novembre 1993 a Bologna.

Di conseguenza, il tempo, il luogo e la circostanza della presunta voce raccolta da Aldo Del Re su Rinani un anno prima della strage di Bologna non corrispondono né ai criteri minimi di razionalità né ai comportamenti molto disciplinati con cui il Rinani si sarebbe caratterizzato secondo la descrizione fattane dallo stesso Aldo Del Re.

Come se non bastasse, nell’udienza del processo a carico di Paolo Bellini ed altri (strage alla Stazione di Bologna del 2 agosto 1980) che si svolge a Bologna il 6 aprile 2022 l’avvocato di Parte Civile Andrea Speranzoni precisa quanto segue:
“In questa istruttoria dibattimentale sono entrati in possesso di questa Corte d’Assise anche i verbali di un teste Aldo Del Re (…); dico questo perché Aldo Del Re risulta a sua volta essere stato una fonte confidenziale a Padova facente capo anche all’Arma dei Carabinieri; avete quei verbali” (vedasi da minuto 29:30 a 29:50 ).
In pratica, nel 1980 Luigi Vettore Presilio e Aldo Del Re sono fonti confidenziali delle forze di polizia, nello specifico dell’Arma dei Carabinieri, e quindi dei servizi segreti italiani di allora (Sisde e Sismi) che hanno al vertice proprio uomini dell’Arma dei Carabinieri. Un giudizio simile, in sostanza, merita di essere fatto anche per un altro testimone.

Affermazioni di Maurizio Tramonte

Maurizio Tramonte, il terzo testimone del problema di cui stiamo parlando, nella fase istruttoria del processo sulla strage di piazza della Loggia di Brescia, avvenuta il 28 maggio 1974 provocando la morte di otto persone, ribadisce in sostanza le notizie da lui inviate a suo tempo al Sid (Servizio informazioni difesa che dal 24 ottobre 1977 al 1 agosto 2007 sarà sostituito da due organismi: il Sisde e il Sismi).

Costui è infatti un informatore del servizio segreto interno dello Stato italiano. Il suo nome clandestino è «Tritone», ma sia di fronte alla Corte d’Assise che alla Corte d’Appello di Brescia decide di non confermare in aula quelle notizie e dice che le ha inventate.

Il suo dramma è che nel processo di primo grado viene assolto; invece nel processo d’appello è condannato all’ergastolo non tanto perché riconosciuto da una foto come presente in piazza della Loggia subito dopo la strage, ma perché lui stesso ha dichiarato di aver partecipato alla riunione preparatoria di quell’eccidio; tale sentenza è confermata dalla Cassazione nel 2017.

Dal giugno del 2022 la difesa del Tramonte chiede la revisione del processo, ma il 5 ottobre 2022 quest’ultima è respinta dalla Corte d’appello di Brescia sulla base del motivo fondamentale per cui lui è stato condannato in maniera definitiva.

Fatta questa doverosa precisazione, è opportuno aggiungere che ci sono agli atti molte informative di Tramonte sull’estrema destra veneta nell’arco di quasi tutti gli anni Settanta e pure la sua deposizione resa il 29/02/2000 al Pubblico Ministero di Bologna Paolo Giovagnoli:
“Io ero un infiltrato nelle cellule neofasciste operanti in Veneto [...] e fino al 1977 riferivo a un agente del Sid tutte le notizie rilevanti che apprendevo [...]. Le mie dichiarazioni continuano fino al ’77 [...], ma avevo modo di continuare a vedere gli appartenenti al detto gruppo neofascista [che era costituito] dal dottor Carlo Maria Maggi di Venezia, da Giovanni Melioli, Gian Gastone Romani, Arturo Francesconi Sartori, Davide Riello e un certo Luigi, amico di Maggi [...]

Con Melioli io ho continuato a vedermi sporadicamente, ma almeno un paio di volte all’anno, sicuramente fino al 1980 e forse anche per qualche anno dopo; in particolare incontravo Melioli nel periodo estivo e più di una volta siamo andati insieme, noi due soli a mangiare il pesce in ristoranti dei Lidi Ferraresi o Ravennati.

In una di tali occasione, credo che fossero i primi giorni del giugno 1980, Melioli mi disse ‘non passare per Bologna a fine luglio perché faremo un gran botto’, io intesi che voleva dire che lui e il suo gruppo avrebbero fatto un grave attentato; le parole potrebbero essere lievemente diverse, ma il senso di quello che mi disse è sicuramente quello che ho riferito.

Dopo qualche giorno che avevo avuto da Melioli tale notizia, decisi di riferirla a Don Nino Bisaglia, un sacerdote dì Rovigo [...].

Nel giugno ’80 [lo] cercai pertanto [...] sull’elenco telefonico di Rovigo e ci vedemmo in una chiesa nei pressi della piazza centrale di Rovigo, all’interno della chiesa, seduti sui banchi, io gli riferii quello che mi aveva detto Melioli, senza però fare il nome di costui, ma dicendogli che le persone che stavano preparando l’attentato erano un gruppo di destra di Rovigo.

Chiesi [al sacerdote] di ricevere le mie confidenze in confessione e gli feci indossare la stola da sacerdote, io infatti ho frequentato per poco tempo il seminario e ho qualche conoscenza delle regole religiose [...].

Qualche giorno dopo il colloquio [il sacerdote] mi telefonò a Lozzo Atesino e mi chiese se ero disponibile ad andare a Roma e riferire quello che gli avevo raccontato a qualcuno che non mi disse chi era; io non lo feci finire e gli dissi che non ero disponibile e che poteva andarci lui che ne sapeva quanto me” (Dichiarazioni rese il 29 febbraio 2000 al PM di Bologna Paolo Giovagnoli nel pp. n. 263/ 97-44, fasc. Df pag. 286).
In sintesi: Tramonte da un lato dichiara che “in particolare” incontrava Giovanni Melioli “nel periodo estivo”, cioè solo in quel periodo, e dall’altro afferma di averlo visto “i primi giorni del giugno 1980”.

In realtà, come sanno pure i bambini delle scuole elementari italiane, “i primi giorni di giugno” non fanno parte del “periodo estivo”.

Anche il fatto che lui ne avrebbe dato notizia prima possibile a Don Bisaglia (che comunque non si chiamava Don Nino Bisaglia ma Don Mario Bisaglia) e che costui ne avrebbe parlato a suo fratello, il dirigente democristiano Antonio Bisaglia, a quel tempo ministro dell’industria, del commercio e dell’artigianato, non depone certo a favore della sua attendibilità!

I due fratelli Bisaglia, morti annegati entrambi, il ministro in circostanze decisamente non chiare a Santa Margherita Ligure il 24 giugno 1984 e all’età di 55 anni, il sacerdote – di sicuro assassinato – ritrovato in un lago di montagna il 17 agosto 1992, sarebbero stati informati del progetto di strage a Bologna del 2 agosto 1980 nel corso del precedente mese di luglio.

Ma la cosa curiosa è che il Tramonte, con queste sue “rivelazioni” ed in modo complementare a quanto fece un giornalista legato al ministro dell’industria Antonio Bisaglia, sembra aver fatto un piacere proprio a chi – come quest’ultimo – aveva delle azioni della Itavia, l’impresa proprietaria degli aerei DC9, e cercava di far credere che la strage del DC9 Itavia, avvenuta ad Ustica il 27 giugno 1980, fosse stata provocata dalla bomba di qualche neofascista dei NAR.
“L’anonimo che il pomeriggio del 28 giugno 1980 telefonò per attribuire ai Nar la strage del DC9 Itavia non era (...) un terrorista o un agente dei servizi: era un giornalista amico del ministro.

Il Sismi lo sapeva e già il 2 luglio lo mise nero su bianco, evitando però accuratamente che fino a oggi presidenti del Consiglio, ministri, parlamentari, commissioni d’inchiesta e giudici potessero venirne a conoscenza e salire il primo dei gradini che forse portano al livello di copertura politica di una strage se non addirittura due: Ustica e Bologna.”

(“Ustica, l’uomo di Bisaglia depistò le indagini” di Andrea Purgatori, Corriere della Sera, 13 ottobre 1995).
Quella telefonata, avvenuta alle ore 15 del 28 giugno 1980, giunge alla redazione romana del Corriere della Sera; con essa si vuole far diffondere la falsa notizia secondo cui la strage di Ustica, avvenuta il giorno prima, sarebbe stata provocata da un incidente capitato sul DC9 dell’Itavia al neofascista Marco Affatigato che ha con sé una bomba e – cosa conosciuta solo dall’informatore del Sismi Marcello Soffiati – uno dei personaggi più importanti della destra stragista della Prima Repubblica italiana, porta al polso un orologio di marca francese Baume & Mercier.

Chi è Marco Affatigato?

Per dare una risposta sintetica ma esaustiva è qui sufficiente riportare quanto su di lui scrisse il parlamentare di Democrazia Proletaria Luigi Cipriani nella Relazione alla Commissione stragi inverno 1989-1990 su Ustica e Bologna:
“...Affatigato, da tempo latitante in Francia, viveva a Nizza e dopo aver lavorato per la Cia divenne informatore del servizio segreto francese, lo Sdece diretto da De Maranche. Dove fosse latitante Affatigato era noto anche al Sismi perché frequentava un loro informatore, il massone Marcello Soffiati. Quindi solo il servizio francese e quello italiano erano in grado di conoscere il particolare dell’orologio con tanto di marca.”
A maggior ragione, dal punto di vista metodologico, è opportuno valutare criticamente tutte le voci che sembrano annunciare la strage di Bologna, anche quelle solo vagamente riferite ad essa, e ricordare che nelle parole di tanti “collaboratori di giustizia” ci sono spesso cose vere mischiate a cose false.

Nell’Italia degli anni Settanta e del decennio successivo, in un periodo storico di sovrabbondanza di faccendieri, “pentiti”, ciarlatani, megalomani e depistatori professionali, nei processi molte dichiarazioni sono a dir poco contraddittorie e quindi bisogna sempre evitare di considerarle tutte attendibili.

Un dato è certo: la voce secondo cui sarebbe stato imminente un fatto grave, molto peggiore rispetto all’attentato ad una singola persona e di conseguenza destinato a riempire le pagine dei giornali, circola solo dopo la strage di Ustica del 27 giugno 1980 ed è conosciuta negli ambienti delle forze di polizia italiane, dei servizi segreti (Sisde e Sismi), e nel campo del governo diretto dal democristiano Francesco Cossiga e di cui fa parte il ministro Antonio Bisaglia.

Ciò è confermato da quanto emerge nel corso dell’udienza del “Processo a carico di Paolo Bellini ed altri (strage alla Stazione di Bologna del 2 agosto 1980)” tenutasi a Bologna mercoledì 28 aprile 2021.

Testimonianza dell’ex giudice Tamburino del 28 aprile 2021

In tale circostanza, le parole dell’ex giudice Giovanni Tamburino, anticipate il 14 maggio 2019 dal confronto fra quest’ultimo e l’ex generale del Sisde di Padova Quintino Spella, avvenuto davanti ai magistrati della Procura generale che indagavano sui mandanti della strage di Bologna, dimostrano che il capo del Sisde di Padova del 1980, pur negando il fatto fino alla morte avvenuta nel gennaio del 2021, era stato informato da Tamburino delle dichiarazioni di Luigi Vettore Presilio prima della strage di Bologna e precisamente il 15 luglio.

A quel punto, secondo la ricostruzione del giornalista Roberto Scardova (“L’oro di Gelli: strage di Bologna”, Editore Castelvecchi, 2020), Spella informa il centro nazionale del Sisde e quest’ultimo decide di affidare le indagini al colonnello Amos Spiazzi – personaggio tornato in auge, con tanto di nulla osta di sicurezza (NOS) della Nato, dopo che dal 13 gennaio 1974 al 7 dicembre 1977 era stato in carcere in modo preventivo perché considerato al centro dell’inchiesta proprio di Giovanni Tamburino sull’organizzazione “Rosa dei Venti” (una specie di servizio segreto interno parallelo e collegato alla Nato) – e di mandarlo a Roma.

Spiazzi fa parte dell’Esercito; non potrebbe lavorare per i servizi segreti, ma ha un rapporto stabile con il centro Sisde di Bolzano (competente anche per le città di Padova e Verona).

Grazie a ciò parte per Roma e alcuni giorni dopo riferisce oralmente al maresciallo Francesco Benfari del centro Sisde di Bolzano. Su questa base nasce un testo, rinvenuto parecchi anni dopo nel corso di una perquisizione nella sua casa, nel quale – parlando in terza persona – racconterebbe il suo viaggio a Roma.
“Soltanto allora il Sisde fu costretto a mettere a disposizione della giustizia il rapporto, datato 28 luglio, ma redatto da Benfari una settimana prima. In esso era scritta tutta la storia del viaggio a Roma” (pag. 97 del libro “L’oro di Gelli: strage di Bologna”, di Roberto Scardova, Editore Castelvecchi, 2020).
Nel concreto, quel rapporto riservato arriva a Roma, al capo del Sisde e aderente alla loggia massonica P2 Giulio Grassini, prima della strage di Bologna del 2 agosto 1980.
“In quel documento, ieri depositato dall’accusa, si dice che i Nar stavano preparando qualcosa di micidiale e rastrellando, insieme ad altri gruppi dell’estrema destra, armi ed esplosivo. Ma non una parola sulle rivelazioni di Vettore Presilio, insabbiate.” (“Strage di Bologna. Il giudice Tamburino: «Così avvisai i Servizi»”, di Andreina Baccaro, Corriere della Sera, 29 aprile 2021).
Di conseguenza, le indagini svolte da Spiazzi sono allontanate dal Triveneto, appaiono ambigue e imprecise e non tutti le ritengono nate nel mese di luglio del 1980.

Ad esempio, secondo Ugo Maria Tassinari,
“il presunto viaggio a Roma alla metà di luglio, nel corso del quale Spiazzi avrebbe incontrato un fantomatico «Ciccio», capo dei NAR, va retrodatato al novembre ’79: ne esce rafforzato il sospetto che apparati statali e internazionali si siano messi al lavoro, dopo la strage di Ustica, per coprire le responsabilità del disastro” (pag 316 di “Fascisteria”, di Ugo Maria Tassinari, Sperling & Kupfer, 2008).
Un dato è certo: quella riportata da Luigi Vettore Presilio è l’unica voce che sembra annunciare la strage di Bologna. Non sappiamo però se il Vettore Presilio sia stato sincero, cioè se all’origine della suddetta voce ci sia stata l’area neofascista del Triveneto diretta da Massimiliano Fachini, oppure se sia stato bugiardo di propria iniziativa o su pressione dei servizi segreti italiani per cui era diventato un collaboratore.

Le dichiarazioni di Cecilia Loreti

Le parole di Luigi Vettore Presilio potrebbero infine apparire complementari nei confronti delle dichiarazioni di Cecilia Loreti di cui si parla spesso nella vicenda giudiziaria relativa alla strage di Bologna.

Esse riguardano la telefonata che, in base a quanto da lei riferito al Giudice Istruttore di Roma il 23-12-1980 e successivamente al Giudice Istruttore di Bologna del processo di primo grado, il neofascista latitante e allora minorenne Luigi Ciavardini (poi condannato in via definitiva a 30 anni per quella strage) avrebbe fatto in casa di Marco Pizzari per far posticipare, a causa di suoi gravi problemi, il viaggio ferroviario da Roma a Venezia programmato da Elena Venditti, Cecilia Loreti e Marco Pizzari.

Quella telefonata sarebbe stata ricevuta da Marcello Pizzari (padre di Marco) che, a sua volta, avrebbe telefonato a Luigi Loreti, zio di Marco abitante a Ladispoli, affinché fossero avvisati i tre giovani che in quel periodo si trovavano in quella località marittima della provincia di Roma.

Un primo problema è costituito dal fatto che Marcello Pizzari non ha mai confermato di aver ricevuto quella telefonata (vedasi sentenza del 1990).

Un’altra questione è che non si sa con esattezza né l’ora né il giorno in cui sarebbe stata fatta la telefonata del Ciavardini. In particolare, non si sa se sarebbe stata fatta il 31 luglio come ritiene l’Avvocatura dello Stato nel ricorso avverso alla sentenza del 1990, il primo agosto 1980 come ritengono la sentenza di assoluzione del 1990 e le sentenze di condanna dello stesso Ciavardini, oppure il 2 agosto 1980, a strage avvenuta, come sostiene Elena Venditti che, all’epoca, era la fidanzata del Ciavardini.

Come se non bastasse, non si sa di preciso nemmeno a che ora e in quale giorno, dopo il 2 agosto 1980, sarebbe avvenuto l’incontro del Ciavardini con la Venditti, la Loreti e il Pizzari (assassinato il 30 settembre 1981 dai Nar perché avrebbe favorito l’arresto del suo vecchio amico Ciavardini), il 4 agosto secondo le dichiarazioni del 23 dicembre 1980 della Loreti al Giudice Istruttore di Roma oppure il 3 agosto secondo le dichiarazioni della stessa Loreti al Giudice Istruttore di Bologna del processo di primo grado (vedasi sentenza del processo di primo grado).

La circostanza più credibile è che la telefonata del Ciavardini a casa Pizzari sia stata effettuata il primo agosto e ciò risulta compatibile con quanto affermato dai suoi avvocati difensori, cioè con l’ipotesi che il posticipo dell’appuntamento a Venezia dal 2 al 3 agosto sarebbe stato motivato solo da problemi di documenti necessari ad una persona latitante come lui.

Conclusioni

In estrema sintesi, l’unica voce documentata che annuncia qualcosa di paragonabile alla strage di Bologna è quella di Luigi Vettore Presilio, sembra provenire dall’area neofascista di Ordine Nuovo del Triveneto diretta in quel periodo da Massimiliano Fachini e nasce soltanto dopo due fatti di grande risonanza internazionale: la Dichiarazione di Venezia prodotta dalla CEE il 12 e 13 giugno 1980 sul conflitto israelo-palestinese che trova la completa ostilità degli Usa e di Israele, e la strage di Ustica del 27 giugno 1980 su cui gli Usa (e la Francia) hanno senza dubbio delle dirette responsabilità.

La strage di Bologna, obiettivamente parlando, giova al “partito dell’ordine” che sul finire del 1980 si contrappone all’occupazione operaia della Fiat a Torino e contribuisce a distogliere l’attenzione dai responsabili della strage di Ustica, con i suoi 81 morti, e da chi, come l’allora ministro dell’industria Antonio Bisaglia, è fra i proprietari della Itavia.

Ciò, a sua volta, spiega da un lato l’inconcludenza della magistratura italiana rispetto alla strage di Ustica e dall’altro anche il perché dei depistaggi ed ‘impistaggi’ dei servizi segreti italiani, statunitensi e francesi rispetto alla strage di Bologna.

Fonte

26/08/2022

La “gioventù scapestrata” di Nicolò Ghedini

Nei giorni scorsi è morto Nicolò Ghedini, noto per essere stato a lungo avvocato di Silvio Berlusconi.

I media di regime hanno intonato il solito coro orientato alla beatificazione postuma, con scarni accenni alla “gioventù scapestrata” di quel magro “aristocratico padovano”, che meritava – secondo loro – comunque un apprezzamento e non andava confuso con il suo assistito.

Ci sembra giusto ricordare, a tanti anni di distanza, di che natura fosse quella “gioventù scapestrata”: quella dei gruppi fascisti di Padova, frammisti sempre con le trame stragiste.

Non è una sottolineatura malevola post mortem, ma la semplice constatazione dei fatti. Come si può agevolmente verificare da questo verbale di interrogatorio sottoscritto dallo stesso Ghedini nel 1980.

L’indagine cercava di far luce sulla strage del treno Italicus, e l’interrogatorio avviene pochissimi giorni prima della strage alla stazione di Bologna.

Piccola precisazione da parte nostra: per il contenuto e il tono del verbale, Ghedini in quel caso si mosse da “informatore” degli inquirenti. Un po’ al di fuori dei gruppi fascisti armati, ma neanche tanto (in fondo a Padova ci si conosce un po’ tutti, no?).

*****

Niccolò Ghedini – dichiarazioni del 27/09/1980 sulla strage dell’Italicus

Non ho mai sentito parlare di metaldetector; non ho mai sentito parlare nessuno dei miei amici di fare delle buche nel terreno sull’argine di un fiume e precisamente sul Brenta. Non ho mai sentito parlare nessuno di qualche rinvenimento di cassa metallica probabilmente contenente armi, documenti o altro.

Preciso che un paio d’anni fa in piazza Cavour a Padova il Contin mi ha accennato l’esistenza di uno schedario con informazioni sul nostro conto che non facevano parte del gruppo di Contin.

Non far parte del “gruppo Contin” si intendeva; non far politica attiva, essere contrario a qualsiasi altra linea politica estremistica e violenta.

Preciso, anche se non ho nessuna prova che Contin allora faceva parte di un gruppo violento della sezione Arcella, almeno presumo. Il gruppo del quale faceva parte il Contin era formato: Rinani, Benelle, Bertocco, Fasolato ed altri conosciuti da me solo di vista che frequentavano piazza Cavour, il Pedrocchi.

Il Contin con il gruppo summenzionato faceva capo a Rinani, unica persona che secondo me aveva una ascendenza su questi ragazzi, capace di trascinarli ed indottrinarli secondo il suo volere.

Preciso che da quando Rinani si è dato alla latitanza il gruppo anzidetto mi è sembrato che fosse sbandato, che non avesse più un capo carismatico. Il predetto gruppo era formato da circa 20 unità, ed anzi se avessi la possibilità di consultare delle fotografie – schedari – potrei anche riconoscerli e indicarveli.

Questi giovani erano tutti di Padova e provincia. Altra persona che conosceva tutti i componenti predetto gruppo era tale Giomo Franco di Rovigo. Il Giomo mi è stato presentato da De Angelis Gabriele.

Quest’ultimo era conosciuto da me dai tempi della mia militanza occasionale al Fronte della Gioventù di Padova, via Zabarella. Il Giomo, come già detto, mi è stato presentato da De Angelis Gabriele come segretario del Fuan di Rovigo, o segretario della sezione di Rovigo.

Il tutto risale al 1978, successivamente ci siamo rivisti ancora perché una mia amica era molto simpatica al Giomo ed abbiamo continuato a vederci per alcuni mesi.

Appena dopo ho perso quei contatti perché esso non si è più fatto vivo con me. Ho provato qualche volta a rintracciarlo a casa sua, ma non l’ho mai trovato ed infatti non lo vedo da più di un anno.

Dei fratelli De Angelis e cioè Gabriele e Mimmo, so che ambedue facevano politica attiva in senso al Msi. Ci frequentavamo sempre quando essi venivano a Padova provenienti da Roma.

Gabriele è una persona molto in gamba e preparata e ricordo che una volta mi disse che preferiva non uscire con Benelle (altro mio amico, anno 1978), perché facevano un tipo di politica che serviva per mascherare altre attività illecite, non posso precisare di che genere. Voglio ricordarvi infatti che Benelle faceva parte del gruppo Rinani.

Si dà atto che al Ghedini viene mostrata la foto di Scannagatta Franco e non viene da lui riconosciuto. In una occasione ho rivisto il De Angelis Gabriele a Padova in compagnia di un ragazzo di Roma ed erano a bordo di una autovettura “CX Citroen” di colore verde scuro e siamo andati a mangiare insieme ad una trattoria di Padova i due giovani si sono fermati a Padova 4 – 5 giorni ed hanno pernottato a casa di un amico del De Angelis, che non so il nome.

Il De Angelis secondo me potrebbe conoscere persone appartenenti a gruppi di estrema destra probabilmente della clandestinità. Questo l’ho capito dai discorsi avuti con lui.

Non so cosa sia ” Terza Posizione” ho letto solo qualche cosa sui giornali. Per quanto riguarda Ordine Nuovo, Ordine Nero, non so nulla se non solo notizie apprese sulla stampa.

Ritornando a Rinani posso dire che aveva una sua personalità ben chiara quasi sembrava non avere nessun altro al di sopra di lui. Non conosco Fachini Massimiliano.

L’amico romano di De Angelis, aveva senz’altro idee di estrema destra e se ricordo bene doveva essere figlio di un deputato o un onorevole, comunque suo padre era un pezzo grosso. Non conosco nessuno di Roma. O meglio dire conosco altra gente che non si occupa di politica.

Ho conosciuto Contin 3 o 4 anni fa a Padova. Ci siamo visti parecchie volte ed ho avuto rapporti amichevoli con lui. è un po’ matto ed è soprannominato nell’ambiente Padovano “Matto” , come il Bertocco è soprannominato “Sfregio”.

L’ultima volta che mi ha telefonato è stato quando è stato interrogato a Bologna. Mi ha chiesto un appuntamento, dicendomi che era ricercato e che voleva da me ospitalità.

Poco dopo ci vedemmo in una località di Padova, dove mi ci recai per evitare che esso venisse a casa mia. Mi ha chiesto di poter essere ospite a casa mia o in campagna o a Padova. Gli dissi che non era assolutamente possibile perché non volevo un ricercato in casa, e non volevo fare un atto illecito.

Perciò gli consigliai di costituirsi al più presto onde evitare effetti più gravi perché se realmente era innocente non gli sarebbe stato fatto nulla. Dopo di che gli chiesi come mai aveva di questi problemi e lui mi rispose che era stato portato a Bologna ed interrogato, non in merito alla strage ma in merito alla sua connivenza con gruppi padovani, e quindi aveva paura di essere arrestato.

Gli ribadii che se non centrava la cosa migliore da fare era quella di parlare con il giudice e lui mi disse che aveva paura che lo mettessero dentro.

A questo punto è intervenuto il suo amico che era presente, dicendo che vedendo la mia non disponibilità avrebbe trovato un’altra sistemazione quest’ultimo ragazzo non è conosciuto da me, perché non l’avevo mai visto prima. Potrei solo riconoscerlo in una fotografia se me la mostrate. Preciso che nei giorni successivi l’ho nuovamente rivisto in piazza Cavour insieme a Bertocco e ad altri. Non ho mai conosciuto Brancato Giuseppe.

Preciso che di questo non sono sicuro perché probabilmente se lo vedessi potrei conoscerli solo di vista, certo è comunque che di nome non lo conosco. Mi ritengo a vostra disposizione per altri chiarimenti.

Fatto letto confermato e sottoscritto in data e luogo di cui sopra.

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04/10/2020

Una strana sparatoria, a Padova

La sera del 30 settembre scorso, a Padova, Piero Longo, avvocato di Berlusconi e ex senatore di Forza Italia, è stato protagonista di un episodio che sembra tratto dalle sceneggiature di Gomorra. O dalla baruffe goldoniane...

La ricostruzione è difficoltosa perché né l’avvocato, né le altre tre persone coinvolte sembrano interessati a chiarire quanto successo. Anzi negano persino di conoscersi tra di loro.

Sembra comunque che, verso le 23, tre persone si siano recate sotto casa dell’avvocato, nella centralissima riviera Tiso da Camposampiero: una coppia di fidanzati e una loro amica, tutti incensurati e senza precedenti politici.

Sembra – tocca ripetere, nell’incertezza – che i tre abbiano citofonato minacciando l’avvocato e chiedendogli di scendere in strada.

L’avvocato di Berlusconi, invece che chiamare la polizia, ha deciso di sbrigare la cosa da solo ed è sceso impugnando la sua Luger, con cui ha pure sparato due colpi, senza però ferire nessuno. Fortunatamente...

A quel punto i due fidanzati sono riusciti a sottrargli la pistola, riempiendolo di botte fino a fargli “guadagnare” 20 giorni di prognosi.

Dopo la sparatoria e la rissa, sia l’avvocato che gli altri tre hanno chiamato la questura, denunciando – il primo – l’aggressione a mani nude, mentre gli altri hanno ovviamente citato l’aggressione a mano armata (il “corpo del reato” era rimasto nelle loro mani, anche se di proprietà dell’avvocato).

La Questura ha deciso di prendere per buone le dichiarazione dell’avvocato di Berlusconi e ha arrestato la coppia con le accuse di lesioni aggravate, rapina (della pistola) e porto illegale di arma in luogo pubblico mentre ha denunciato a piede libero la loro amica.

Singolare, no?

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14/05/2018

Alessandro Banzato, il padrone dell’acciaieria che uccide

Una siviera, cioè il contenitore dell’acciaio fuso, precipita da un gancio che si rompe. È come una bomba che cade in mezzo agli operai al lavoro lì sotto. Acciaio fuso e gas incandescenti li investono. Quattro di essi sono tra la vita e la morte. Avviene alle Acciaierie Venete di Padova ed è un’altra Thyssen, al di là del numero delle vittime. Che la siviera si stacchi è un incidente della siderurgia del 1800, se avviene oggi vuol dire che ci sono enormi responsabilità aziendali. Non ci sono chiacchiere ipocrite e complici che tengano.

I morti sul lavoro ufficiali, quelli reali sono di più, sono aumentati del 12% rispetto al già terribile 2017. Si risparmia sulla sicurezza, si sfrutta il lavoro fino a livelli intollerabili, lo stato lascia fare o è addirittura complice.

Il jobs act uccide, i tagli al numero e all’attività degli ispettori uccidono, l’impunità sostanziale delle imprese assassine uccide, il valore assoluto dato al mercato uccide.

La questione è solo politica. Ci vorrebbe una politica che PERSEGUITASSE le imprese sulla salute e sulla sicurezza dei lavoratori. Il massacro dei lavoratori dovrebbe essere considerato la prima emergenza criminale del paese. Invece non è stato così per i governi PD e non pare sia così per il governo Lega-M5S, almeno secondo quanti si sa del “programma”, dove imprese e imprenditori sono citati solo come soggetti positivi.

E invece per la strage di lavoro ci sono enormi responsabilità imprenditoriali accanto a quelle politiche.

Alessandro Banzato, l’amministratore delegato delle Acciaierie Venete, è anche il presidente della FederAcciai, cioè è uno dei leader della Confindustria. Il fatto che in una sua fabbrica si venga colpiti dall’acciaio fuso dovrebbe essere un elemento di discredito totale.

Prima ancora che sul piano giuridico Banzato e tutti gli imprenditori dei luoghi o e si rischia la vita e si muore per lavoro, tutti questi imprenditori normalmente osannati dovrebbero essere sottoposti ad un sacrosanta gogna pubblica. Si offenderebbero, ma alla fine starebbero un poco più attenti. Invece nessun mezzo d’informazione pubblica mai la foto del titolare dell’azienda accanto a quelle degli operai che vi sono morti dentro, soprattutto se il titolare conta.

Diffondiamo i nomi ed i volti dei capi delle imprese dove si rischia e si perde la vita. Soprattutto se sono persone importanti e stimate da tutti come Alessandro Banzato, amministratore delegato di una acciaieria dove le siviere precipitano come 200 anni fa.

PS: Il Veneto è la regione d’Italia con più omicidi di lavoro. Attendiamo notizie di azioni, non parole o incontri burocratici, da Zaia.

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L’Italia è una Repubblica fondata sulla strage

A Padova ieri 4 operai sono stati investiti da una colata di acciaio liquido: due sono in gravissime condizioni: “ustioni sul 100% del corpo”.

Dal 1 gennaio di quest’anno ci sono già stati in Italia 255 morti sul lavoro (fonte: Osservatorio indipendente di Bologna). Tre morti al giorno. Nel 2017 le denunce di “infortunio sul lavoro con esito mortale” erano state 1.029, 11 in più dell’anno precedente. Negli ultimi 10 anni sono stati censiti 13 mila morti sul lavoro.

Sono le cifre di una guerra a bassa intensità: quella contro i lavoratori. Una strage permanente che, tuttavia, non fa parte dei punti del “contratto” per la formazione del nuovo governo, né, tanto meno, delle preoccupazioni di quelli che andranno all’opposizione.

La dinamica è sempre la stessa: orari e ritmi di lavoro inauditi; condizioni ed ambienti di lavoro pericolose/i; scarsa o nessuna attenzione per la sicurezza di impianti e macchinari; qualche denuncia qua e là dei rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza puntualmente ignorata dal padrone di turno e dal sindacato.

Intanto gli organi preposti a svolgere la vigilanza in materia di salute e sicurezza sul lavoro (ASL e strutture variamente denominate come Spsal, Spisal, Spresal, ecc.) sono sempre più deprivati di personale e di risorse da parte delle Regioni. Per non parlare delle pesanti “disattenzioni” dello Stato nei confronti delle Direzioni territoriali del Ministero del lavoro, dei Vigili del Fuoco e dell’INAIL che operano in una situazione di completa inadeguatezza a svolgere le parti di propria competenza ancorché prive/i di mezzi, strutture e uomini.

Anche ai gravissimi incidenti di oggi seguirà, certamente, il solito coccodrillo delle autorità, una rituale dichiarazione dei vertici sindacali e qualche minuto di sciopero, forse.

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13/05/2018

Padova. Quattro operai feriti alle acciaierie, tre gravissimi

MATTANZA CONTINUA: IL LAVORO UCCIDE.

Nelle fonderie si lavora 7 giorni su 7, 24 ore su 24. Ecco perchè domenica 13 maggio alla ACCIAIERIE VENETE di Padova è successo un gravissimo incidente che ha portato al ferimento di 4 lavoratori.

Cedimento meccanico o altro sta di fatto che la colata incandescente ha ridotto in fin di vita 3 dei 4 operai, 2 in appalto e 2 diretti.Due operai hanno riportato ustioni al 100% del corpo, e sono in condizioni gravissime.Un terzo lavoratore presenta ustioni al 70% del corpo.

ALLE ACCIAIERIE VENETE DI PADOVA QUESTO PURTROPPO NON E’ L’UNICO GRAVE INCIDENTE; NEL 2013 ALTRO INCIDENTE SUL LAVORO CON UN OPERAIO CHE ALLORA MORI’.

Da inizio anno al 12 maggio, in Italia, sono 255 i morti sui luoghi di lavoro. + altri 195 in itinere)

Nel Veneto, che guida la tragica classifica tra le regioni, sono 29.
Il 30 aprile i morti erano 221. Si facciano i conti: 34 morti in dodici giorni. Un massacro.
Ma la “questione” dei morti sul lavoro viene sottovalutata. Una “fatalità” che non ha mai responsabili. Così, al di là di qualche presa di posizione, qualche comunicato quando si verificano “casi particolari” o la promessa di “fare qualcosa”, nulla si muove.

I lavoratori continuano a morire e non è un caso, non può esserlo. Sono i turni di lavoro, la fatica che impone un lavoro sempre più “competitivo” (si deve leggere, alienante e precario) dove lavoratrici e lavoratori sono sempre più sfruttati. Dove il ricatto di “perdere il posto” (tanto si può essere sostituiti in qualsiasi momento) porta ad accettare (consciamente o meno) qualsiasi condizione di sicurezza, di salario, di orario, di fatica … Bisogna “correre” per finire in fretta, per “produrre di più”. Bisogna essere “produttivi” e “competitivi” a qualsiasi prezzo. E tutto per garantire benefici all’impresa, al padrone di guadagnare. Non sarà schiavitù, per carità. Così ci dicono. Se uno non vuole può cercare un altro posto di lavoro, che non è costretto a restare, che può andarsene Non sarà schiavitù, forse, ma poco ci manca. E forse è peggio perché esiste anche l’illusione di essere liberi. Ma che libertà è quella di non trovare altro che sfruttamento, bassi salari, poca (o nessuna) sicurezza? E si è liberi quando si viene considerati nulla più di un pezzo di ricambio?

Così di lavoro e nel lavoro si viene ammazzati.

Così il lavoro diventa una condanna e non un modo nobile di riscatto, di conoscenza, di essere protagonisti dello sviluppo collettivo. Le lavoratrici e i lavoratori non sono strumenti, sono persone che hanno il diritto di vivere.
“Lavorare stanca” . Non solo. Oggi, in questo sistema capitalista che ci viene imposto con le buone o con le cattive, lavorare uccide.

USB SI IMPEGNA A COSTRUIRE UNA MOBILITAZIONE REGIONALE CHE INCHIODI I RESPONSABILI PADRONALI E ISTITUZIONALI ALLE LORO RESPONSABILITA’.

Nei prossimi giorni faremo un presidio davanti alle Acciaierie.

NOI VOGLIAMO VIVERE, VOGLIAMO LAVORARE IN SICUREZZA E CON LA GIUSTA RETRIBUZIONE SALARIALE.

VOGLIAMO, FINITO IL TURNO DI LAVORO, TORNARE A CASA VIVI E SANI

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11/09/2017

Un militare stupratore? Non è poi così raro e strano...

Lo possiamo ammettere apertamente: non tutti i carabinieri sono stupratori. Non basta appartenere a un insieme umano caratterizzato in un certo modo (nel caso specifico: la divisa, le armi, il potere di disporre temporaneamente della libertà altrui) per essere tutti schiacciati sulla bestialità di un singolo o di pochi. Vale lo stesso per “gli immigrati”, “i negri”, “gli extracomunitari” – per stare agli schemi del razzismo di oggi – così come valeva per “i calabresi”, “i pugliesi”, “i napoletani”, “i siciliani”, ecc, negli schemi razzisti di pochi anni fa (e ancora oggi: chiedete a un meridionale se ha dimenticato i coretti con cui si dilettava il Salvini non ancora segretario leghista...).

I comportamenti di uno o di pochi non possono essere attribuiti a tutti gli appartenenti a quell’insieme. Punto.

La cronaca nera ci consegna però – con molta ritrosia “giornalistica” – altri casi molto simili, tutti dominati dalla presenza della divisa, delle armi, della possibilità di disporre temporaneamente della libertà altrui e comunque di “infilare” un profilo individuale tra quelli che fanno arricciare il sopracciglio di qualsiasi sbirro al momento del controllo documenti.

L’articolo che qui di seguito vi proponiamo è stato pubblicato dal Corriere del Veneto, edizione locale del ben più noto Corriere della Sera. Già la scelta di tenere la notizia nel “locale” ci sembra indicativa della volontà di non disturbare l’Arma, notoriamente piuttosto sensibile alla cura della propria immagine pubblica.

Il carabiniere Dino Maglio, in servizio a Padova, è stato condannato, dunque se ne conosce il nome, al contrario dei due “colleghi” di Firenze. Il suo modus operandi era alquanto diverso, visto che “praticava” lo stupro mentre era “fuori servizio”. Anzi, addirittura in casa sua.

Numerosi però i punti di contatto. Le sue vittime erano tutte ragazze straniere, contattate attraverso una piattaforma di affitto camere per turisti (il carabiniere Maglio non è un genio, questo è evidente...). Tutte venivano tranquillizzate-minacciate con l’esibizione della propria appartenenza alle forze dell’ordine (a Padova mostrando il tesserino, a Firenze con la divisa e la macchina di servizio). Tutte venivano stuprate mentre erano in stato confusionale (a Firenze le vittime si erano “sballate” autonomamente, a Padova provvedeva il carabiniere stesso con una miscela di alcool e Tavor, ossia benzodiazepine). Tutte, al momento dell’interrogatorio degli stupratori, venivano definite da questi come “consenzienti”.

Neanche queste coincidenze sono sufficienti a stabilire un format “carabinieresco”, ma cominciano a delineare una consapevolezza del proprio potere che diventa dominio se l’altro (una donna, per di più) viene posto in posizione di particolare debolezza. Meglio ancora se al limite dell’incoscienza. E una consapevolezza della propria intoccabilità in quanto militare, tanto da prodursi davanti ai magistrati nello stesso frasario di qualsiasi altro stupratore: “era consenziente”, “era lei che ha voluto”, “mi sono fatto trascinare”, ecc. Eppure dovrebbero sapere – per mestiere, se non altro – che quelle frasi identificano il colpevole con quasi assoluta certezza. Ma le ripetono confidando nel fatto che “a loro”, appartenenti all’Arma, il magistrato darà un credito maggiore. O comunque una pena minore.

Una mela marcia è solo una mela marcia... Ma non si può non ricordare che, per esempio nella caserma di Bolzaneto o durante la macelleria messicana alla scuola Diaz, proprio le donne venivano investite con particolare violenza, fisica e psicologica dai membri delle “forze dell’ordine” (tutte, nessuna esclusa e medici compresi).

Come non si può dimenticare che lo stupro – o la minaccia ripetuta, esibita, credibile – è uno delle più comuni forme di tortura inflitta alle donne, in qualsiasi paese.

Non ci addentreremo nei meandri della psiche militare, ma è accertato da decine di studi che il mismatch di potere stabilito tra chi indossa una divisa (le armi) e “i civili” si trasforma spesso in pratica di potere sul corpo altrui. Un maschio può facilmente finire ammazzato di botte, in una caserma o per strada, a prescindere dall’avere commesso o no un reato oppure una semplice infrazione; specie se appare “in stato confusionale”. Nelle stesse condizioni una donna, e specialmente una ragazza straniera, “disinibita” nell’immaginario provinciale e comunque “di passaggio”, rischia più facilmente le molestie, l’insulto, le proposte oscene e – in qualche caso – lo stupro. Un piccolo video serve a restituire la mentalità “normale”:



Non è, insomma, un problema di “mele marce”. Ma di una mentalità prevaricatrice che viene insegnata nei corsi di addestramento. Figlia di quelle “scuole di polizia” che l’Italia repubblicana, ma sotto dominio yankee, affidò nientepopodimeno che a Guido Leto. Non sapete chi era? Il fondatore e capo dell’Ovra, il servizio segreto “interno” del fascismo.

Se la mela di oggi è marcia, il verme viene da lontano e le sue uova sono diffuse dappertutto, pronte a schiudersi.

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Carabiniere e stupratore di notte. Salgono a 16 le vittime di Maglio

Chiusa l’inchiesta-bis: il militare minacciava le giovani che parlavano male di lui

PADOVA Quando nell’aprile 2014 la squadra Mobile aveva bussato alla porta del suo appartamento all’Arcella, si pensava fosse un caso isolato. Nessuno poteva pensare che Dino Maglio, 38 anni ora, all’epoca carabiniere a Teolo, facesse rima con l’accusa di essere un violentatore seriale, nonostante la denuncia di una diciassettenne australiana che prima di tornare dall’altra parte del mondo aveva raccontato in questura di essere stata drogata e stuprata dall’uomo che ospitava lei e la madre a Padova.

Da quel giorno, il diluvio. La denuncia della diciassettenne australiana che diventa una condanna a sei anni e mezzo e altre quattordici ragazze, tutte ospitate dal carabiniere che prendono coraggio e raccontano di essere state abusate da lui. Un’inchiesta arrivata al capolinea, con il pm Giorgio Falcone che nei giorni scorsi ha firmato la richiesta di rinvio a giudizio per Maglio, oggi ai domiciliari a Tricase, Lecce. Violenza sessuale aggravata, stato di incapacità procurato mediante violenza e concussione le accuse che potrebbero portare di nuovo a processo il militare dell’Arma, contro cui anche i vertici dei carabinieri hanno fatto causa per danno d’immagine davanti alla Corte dei Conti.

Fatti, quelli racchiusi nella nuova richiesta di rinvio a giudizio, che vanno da marzo 2013 a marzo 2014, ben prima che il velo sulla doppia vita di Dino Maglio venisse squarciato dalla denuncia della diciassettenne australiana, il 17 marzo 2014. La nuova inchiesta racconta che nella rete del carabiniere – oltre alla studentessa australiana e a una ragazza americana che aveva denunciato le violenze alla polizia londinese di Scotland Yard – erano cadute giovani polacche, canadesi, portoghesi, ceche, tedesche, statunitensi e di Hong Kong che su Couchsourfing.com, la piattaforma web di affitto-camere, si erano fidate di «quel» Leonardo che offriva il suo appartamento all’Arcella a quante cercassero una stanza dove dormire durante il soggiorno a Padova e in Veneto.

L’impressione all’inizio era buona e veniva rafforzata dal tesserino da carabiniere che Maglio mostrava alle sue ospiti per rassicurarle. Un clichè comune ad ogni denuncia, come comune era l’epilogo del loro soggiorno. Il carabiniere che preparava la cena e offriva alle ragazze il suo vino speciale (un mix di alcol e Tavor) per stordirle e abusare di loro. Accuse diventate il cardine dell’inchiesta bis e dei diciassette capi d’imputazione da cui il militare dovrà difendersi di fronte al giudice. Quattro gli stupri accertati dal racconto delle vittime mentre dieci ragazze non hanno saputo dire nulla di quanto successo dopo aver bevuto il vino offerto dal padrone di casa: una dimenticanza che comunque non ha giocato da salvacondotto per Maglio che per questi episodi è accusato di riduzione in stato di capacità delle dieci giovani.

Su di lui anche l’accusa di concussione. In tre occasioni «in qualità di appartenente all’Arma dei carabinieri», scrive il pm Falcone nella richiesta di rinvio a giudizio, Maglio aveva ordinato alle sue ospiti di cancellare i commenti negativi su di lui postati su Couchsurfing. Se non lo avessero fatto lui, da carabiniere, le aveva minacciate che«avrebbe potuto raccogliere informazioni tramite i dati del passaporto e del cellulare, denunciando e creando problemi in tutta Europa, in caso di controlli di polizia». Accuse da cui Maglio si è sempre difeso raccontando agli agenti della Mobile e al magistrato che le ragazze erano sempre state consenzienti e lui non aveva mai violentato nessuna delle sue ospiti. A smentirlo però le indagini della procura, della polizia, il racconto di una giovane australiana e, prima di lei, quello di una studentessa americana. Dopo di loro, altre quattordici ragazze.

21 giugno 2017

da http://corrieredelveneto.corriere.it

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04/08/2015

«Neanche un cane si ammazza così»? Il leone Cecil, l’orsa Daniza, i morti di polizia e l’indignazione selettiva nella società dello spettacolo

«Neanche un cane si ammazza così. Lo avete ucciso, lo avete ucciso». Sono queste le parole pronunciate dalla sorella di Mauro Guerra, il ragazzo di 33 anni ucciso da un carabiniere qualche giorno fa, a Padova. L’omicidio di Mauro Guerra viene descritto dal «Mattino» di Padova (leggi) in questo modo: «Laureato in Economia aziendale, dipendente di uno studio di commercialista di Monselice, buttafuori per arrotondare in un locale di lap dance, pittore e designer per passione, è morto dissanguato dopo che un colpo di pistola gli ha oltrepassato il fianco destro». Un colpo facente parte di una serie di 3-4 che gli ha sparato contro un carabiniere (non un appuntato qualsiasi, ma un maresciallo, il comandante della locale stazione), mentre era nudo, scalzo e disarmato. La sua colpa? Quella di aver rifiutato un trattamento sanitario obbligatorio (tso) per motivi psichiatrici, di essere fuggito di corsa nei campi e di essersi opposto al tentativo di arresto e alla violenza del brigadiere che lo aveva ammanettato (leggi).

Non era, probabilmente, un periodo facile per Mauro. I quotidiani – e in particolare «Il Mattino» di Padova, nell’articolo già citato e altri, hanno parlato della denuncia di alcuni comportamenti «strani» da parte di Mauro negli ultimi giorni: l’invio di un mazzo di fiori a una ragazza del luogo, che sarebbe «corsa dai carabinieri a raccontare tutto e in quel momento si è attivato tutto l’apparato previsto per legge quando si annusano casi di possibile stalking commessi da persone potenzialmente border line. Probabilmente, in quel momento, le autorità hanno deciso di agire» (un comportamento strano? Stalking?); l’avvistamento da parte di una famiglia dietro una siepe del loro cortile (??); di uno schiaffo immotivato a un compagno della palestra; e, nella mattinata della sua morte, di una visita alla caserma dei carabinieri, dove avrebbe consegnato «un papello delirante in cui parlava di Dio e del diavolo, di Ezechiele e del destino del mondo». Insomma, le stesse cose che ogni papa ogni domenica propone dalla finestra di piazza San Pietro: nessuno, però, che gli faccia presente quanto sia delirante e lo voglia per questo sottoporre a un tso.

Il racconto degli eventi successivi si fa più confuso. «Il Mattino» lo ha descritto in questo modo:
Quando la pattuglia del nucleo Radiomobile si è presentata davanti a casa, il trentatreenne è uscito in cortile nudo. Indossava solo le mutande. Sudava e parlava a sproposito. Sosteneva di voler parlare con un certo “Vito”, militare in forze alla stazione di Carmignano che evidentemente lui conosceva bene. Ma i protocolli previsti in questi casi sono rigidi e chi deve essere preso in consegna dall’autorità sanitaria non può scegliersi questo o quel carabiniere. Così gli animi si sono scaldati in un attimo. Mauro entrava e usciva di casa. I militari gli parlavano e lui non li ascoltava. Si innervosiva sempre di più e non dava retta a nessuno, nemmeno ai genitori. Medici e infermieri dell’ambulanza, partiti dal pronto soccorso dell’ospedale di Schiavonia per un “codice verde”, sono stati avvisati strada facendo che la situazione si stava complicando. E dalla prospettiva di un semplice ricovero in Psichiatria, si sono trovati a dover praticare la tracheotomia a un giovane dissanguato.
A seguire, il tentativo dei carabinieri di arrestarlo, la fuga nei campi, la rincorsa, il placcaggio e l’ammanettamento eseguiti da un brigadiere. Secondo i testimoni, «Mauro era stato bloccato, già gli era stata infilata una delle manette ma il carabiniere lo avrebbe aggredito e lui ha reagito. Non so cosa gli abbia detto ma è vero che Mauro lo ha colpito, due-tre pugni, non so. Così si è divincolato, si è girato ed è andato via quasi camminando… camminava… ma gli ha sparato alle spalle. E gli altri carabinieri, che erano a cento metri, quando sono arrivati, hanno continuato a prenderlo a calci quando già era a terra!». Diversa ovviamente la versione dei carabinieri: Guerra si sarebbe opposto all’arresto cercando di picchiare il carabiniere che lo aveva ammanettato e il maresciallo avrebbe sparato per difendere il collega. La storia – e casi non molto diversi, come quello di Federico Aldrovandi – ci hanno già insegnato quale sia la credibilità della seconda versione...

Una periodo non facile per Mauro Guerra, dicevamo. Ma le domande che questo caso dovrebbero far emergere non riguardano le presunte colpe di Mauro Guerra: l’obbligo è, in casi come questo, quello di sfuggire al tentativo dei media – che hanno cercato addirittura di suggerire l’idea che fossero stati i familiari a chiamare la polizia (episodio poi smentito senza mezzi termini dalla sorella) – di sbattere il mostro in prima pagina e di criminalizzare la vittima, come evidenziato da Acad-Associazione contro gli abusi in divisa (leggi). Ci si dovrebbe chiedere, piuttosto, perché un «possibile stalking» (un mazzo di fiori?) e la consegna di un «papello delirante» dovrebbe richiedere l’arresto e/o un tso (che dovrebbe essere richiesto dopo una visita medica e non prima, almeno secondo la legge) e perché di esso si occupino i carabinieri – non certo noti per la loro sensibilità d’animo – prima dell’arrivo del personale sanitario, che dovrebbe avere le competenze (o, comunque, competenze superiori a quelle di un maresciallo e di un brigadiere) per trattare il caso. Ci si dovrebbe chiedere perché il modulo di richiesta del tso per Guerra non era firmato né dalle autorità comunali (l’unico che può ordinarlo, dopo due perizie mediche, è il sindaco) né da un medico, come invece stabilisce la procedura (leggi  e leggi). Ci si dovrebbe chiedere come un quotidiano possa parlare di un «semplice» (!!) ricovero in Psichiatria. Ci si dovrebbe chiedere se il trattamento sanitario obbligatorio per cause psichiatriche, dopo decenni di critica alla psichiatria, sia una pratica davvero compatibile con un sistema che si dice democratico o se non debba invece essere considerato come un sopruso. Ci si dovrebbe chiedere se la pena per un rifiuto possa essere la morte, ci si dovrebbe chiedere quale sia la formazione delle forze dell’ordine che vengono incaricate di gestire tali pratiche e quale sia l’impunità da cui si sentono coperte. Ci si dovrebbe chiedere se sparare contro una persona possa essere considerato un «omicidio colposo»: non ci interessa, ovviamente, la pena a cui probabilmente non verrà condannato il maresciallo che ha sparato, ma il fatto che il capo di imputazione la dice lunga sul contesto culturale e politico in cui questo omicidio è maturato. Lo stesso contesto culturale che, del resto, il 23 luglio, ha portato un pm a chiedere la cifra simbolica di 3 anni e 4 mesi per il carabiniere che lo scorso settembre, al Rione Traino (Napoli), ha ucciso il sedicenne Davide Bifolco (leggi),  «colpevole» di andare senza casco e in tre su un motorino e di vivere in un «quartiere difficile». Ci si dovrebbe chiedere quante persone ancora debbano essere uccise dalla forze dell’ordine o debbano morire in circostanze che eufemisticamente possiamo definire «poco chiare» mentre sono sotto la loro custodia – l’elenco e le storie sul sito di Acad Italia sono indicativi – prima che ciò possa scuotere l’opinione pubblica.

Come dice la sorella di Mauro Guerra, «neanche un cane si ammazza così». Ma le domande che poniamo sopra – e che a noi sembrano scontate – non sembrano emergere nell’opinione pubblica. Che forse non è neanche venuta a conoscenza del caso. Pensiamo a repubblica.it, la fonte di informazione probabilmente più consultata d'Italia. Forse è un’incapacità nostra, ma non vi riusciamo a trovare neanche un trafiletto su Mauro Guerra. Neanche uno. Contemporaneamente, lo stesso sito di informazione online pubblicava nella homepage un articolo di denuncia sulla «zoopornografia» e le violenze sessuali sugli animali (leggi) che è stato condiviso da migliaia di persone.  In esso, prendono parola un’attivista per i diritti del cane e un criminologo. Immediatamente dopo dal punto di vista grafico, nella homepage di repubblica.it compariva un altro articolo, Milano, per vendetta sevizia a morte la cagnolina della compagna. E siamo ancora alla colonna dell’estrema sinistra, e non in quella ridicola di destra. Nella colonna centrale, invece, trovava sabato il suo posto un articolo sul fatto che, accogliendo le richieste dalla regione Trentino, il ministero dell’Ambiente stia legiferando sulla figura dell’«orso dannoso», che sarebbe lecito uccidere in caso di aggressioni contro gli esseri umani. L’incipit dell’articolo riguarda – ovviamente – il caso dell’orsa Daniza (rimasta uccisa l’anno scorso da una dose di anestetico sparatale perché, dopo l’aggressione a un cercatore di funghi, si voleva ricondurla in cattività): repubblica.it ci informa della salute dei suoi orsetti e parla di un caso che aveva tenuto «col fiato sospeso». E ciò è vero. Ricordate le polemiche, i presidi, i blocchi stradali (a Roma fu bloccata persino la Colombo), gli appelli, le petizioni, le proteste, per garantire prima la libertà a Daniza e ai suoi orsetti e poi per chiedere giustizia per la sua morte?

Ecco, a ben vedere Mauro Guerra non è stato ucciso in circostante molto diverse: le autorità – dietro pretesti probabilmente infondati (o meno solidi rispetto all’aggressione a un cercatore di funghi…) – volevano procedere al suo arresto (la «riduzione in cattività» di Daniza), si è opposto e gli hanno sparato. Non una dote di anestetico, però, ma quattro colpi di pistola. Ma la sua vicenda non trova spazio nelle pagine di tutti i media nazionali, non si scomodano criminologi (avete mai sentito un criminologo o uno psichiatra parlare del perché tanto spesso poliziotti e carabinieri uccidano poveri, emarginati, marginali, proletari e sottoproletari, militanti politici, persone che vivono nelle periferiche ghettizzate o che attraversano fasi di labile lucidità psichica?), non vengono riportate le testimonianze di quanti hanno assistito alla sua morte ma solo la versione dei carabinieri (ricordate invece il racconto toccante dei testimoni sulla morte dell’orsa Daniza?) e non si fanno interviste agli attivisti: di conseguenza, il suo omicidio viene per lo più ignorato dall’opinione pubblica. Un’opinione pubblica che, comunque, leggerebbe la notizia magari con commozione, ma sicuramente non si mobiliterebbe nella richiesta di verità e giustizia.

Mauro Guerra è stato ucciso come non si fa neanche con un cane, dice giustamente sua sorella. Viene da chiedersi, quindi, cosa sarebbe accaduto se fosse stato un cane (o un orso), se il suo caso avrebbe ottenuto la giusta attenzione mediatica. Ma Mauro Guerra non era un cane, quindi repubblica.it non si sente in dovere di parlare della sua vicenda: dopo aver abituato le persone alle notizie sugli animali e alla commozione sulle vicende che li riguardano – e si tratta di una precisa scelta politica, non di un caso – ormai parlare di morti di polizia porta a pochi likes.

Sia chiaro – per prevenire le sterili polemiche che sappiamo essere tanto comuni quando si toccano tali temi – che non stiamo suggerendo che non bisognerebbe occuparsi della violenza sugli animali e dello sfruttamento della natura. Non stiamo affermando che i problemi siano ben altri: non è, la nostra, una forma di benaltrismo per il quale ci dovremmo preoccupare sempre di altro, come la fame nel mondo e i bambini che muoiono di malaria in Africa. Non ci stiamo, soprattutto, rivolgendo con tono di rimprovero ai compagni che coniugano le lotte sociali e anticapitaliste con una militanza animalista (e, infatti, pensiamo che lo sfruttamento dell’uomo sulla natura e sugli animali sia una delle facce del capitalismo). Non pensiamo che una lotta escluda l’altra. Il discorso che stiamo facendo riguarda il rapporto tra media e opinione pubblica, la relazione tra la società dello spettacolo e i temi che indignano e spingono alla mobilitazione. Non è un discorso che riguarda noi, i militanti politici, ma un discorso che riguarda il resto del mondo e il modo in cui la sua indignazione venga manipolata e indirizzata su tematiche poco conflittuali, interclassiste, generaliste che non possono mettere a repentaglio – soprattutto per il modo in cui sono poste – le fondamenta del sistema. È un discorso sull’importanza dei media nell’indirizzare i sentimenti delle persone. Non è una classifica sull’importanza della questione, ma un discorso sulla narrazione che intorno a essa viene costruita.

La domanda è come mai faccia più scalpore e crei più indignazione l’uccisione di un animale rispetto agli analoghi omicidi di persone, come mai si sia più pronti a mobilitarsi in nome della violazione dei diritti degli animali che per opporsi al quotidiano stillicidio di diritti sociali degli esseri umani e al sempre più diffuso sfruttamento che caratterizzano la nostra società. Una domanda importante – persino le neuroscienze si sono interessate a questa questione, tornata alla ribalta con la questione Daniza (leggi) –, intorno a cui cercare di costruire un’analisi politica.

Queste riflessioni ci sono state stimolate, tra l’altro, da un analogo dibattito che si sta sviluppando nei paesi anglosassoni: a questo proposito suggeriamo la lettura di due contributi, uno pubblicato dal quotidiano britannico «Indipendent» (Why can we unite behind Cecil the lion but not Sandra Bland?, «Perché possiamo essere uniti in nome del leone Cecil ma non quello di Sandra Bland?») e l’altro dal sito di controinformazione countercurrentnews.com (Why Is America Outraged For Cecil The Lion, But Not For Sandra Bland?, «Perché l’America si indigna per il leone Cecil e non per Sandra Bland?»).

Apriamo una parentesi sulle due figure che compaiono in questi articoli. Cecil – probabilmente più noto al pubblico italiano – era un leone, famosissimo e amatissimo in Zimbabwe, che è stato ucciso e decapitato da un ricco dentista del Minnesota durante un safari illegale: il dentista-bracconiere avrebbe pagato 50mila dollari per poter cacciare il leone, attirato con un’esca fuori dal parco naturale dove viveva e ucciso a colpi di frecce. Questa vicenda – giustamente esecrabile – ha scatenato un’ondata di vivaci proteste negli Usa, caratterizzata non solo dalla pubblicazione sui social networks di foto dell’animale, ma anche dalla richiesta di punizioni esemplari per il facoltoso dentista bracconiere, dall’invito a boicottarne e a distruggerne lo studio, da manifestazioni e presidi (leggi). Significativo il fatto che, anche in Italia, si è dato molto spazio a questa vicenda, con tanto di paure, come nel caso di Daniza, per la sorte dei suoi cuccioli (leggi), di allarmi sulla sorte di Jericho, il leone fratello di Cecil (leggi), e di denunce di una italo-americana «killer di giraffe» (leggi). Anche repubblica.it ha dedicato numerosi contributi alla vicenda di Cecil (ad esempio, questo): lo stesso quotidiano di informazione che, invece, non ha trovato spazio per parlare del caso Guerra.

Il caso di Sandra Bland è, invece, se si escludono i militanti politici, probabilmente meno noto al pubblico italiano, anche se se ne è parlato molto (con opinioni diverse e divise) negli Usa. 28enne, afroamericana, Sandra Bland era un’attivista contro le violenze a cui sono sottoposti negli Usa gli afroamericani. Il 10 luglio, mentre sta guidando in Texas (uno degli stati più razzisti degli Usa), viene fermata per non aver messo la freccia. A quel punto inizia la tragedia, ripresa da più video: il poliziotto la tratta in modo arrogante, le chiede di spegnere la sigaretta che sta fumando, lei rifiuta; le viene allora intimato di scendere dall’auto, lei risponde che questa richiesta non ha alcuna base legittima e, in un crescendo, viene quindi minacciata con il taser; Sandra Bland scende e, senza alcun motivo, viene ammanettata e sbattuta a terra, mentre il poliziotto si inginocchia sulla sua schiena; è quindi arrestata e condotta in carcere, dove tre giorni dopo viene trovata morta (leggi, leggi e leggi).

Si dice che si sarebbe soffocata con un laccio di un sacchetto di plastica. La famiglia non crede al suicidio: era un periodo molto positivo per lei e non si capisce per quale motivo avrebbe dovuto togliersi la vita. Ad ogni modo, Sandra Bland era stata arrestata in modo del tutto irregolare e illegittimo, trattata con arroganza, picchiata e detenuta in modo illegale: la sua morte non può che essere ricondotta – suicidio o meno – all’arbitrio della polizia razzista statunitense.

Il primo articolo afferma che tutti gli interrogativi sulla morte di Sandra Bland (tanto i dubbi che circondano il suo supposto suicidio quanto le accuse alla polizia per il suo arresto illegittimo) siano stati oscurati, in particolare sui social networks, dalla vicenda del leone Cecil, sulla quale anche le persone che non avevano avuto nulla da dire su Sandra Bland si sono espresse con dure parole di condanna e mobilitazioni. Nel caso di Sandra Bland,
le opinioni erano divise. Diversamente dal caso di Cecil, a Sandra Bland non è stato offerto il sostegno unanime del popolo americano. Jimmy Kimmel, Cara Delevigne, Debra Messing, Ricky Gervais e una sfilza di altre celebrità al pari potenti non hanno abbracciato la sua causa così facilmente e con la stessa emotività di quello che hanno fatto per Cecil. È più facile unirsi nel nome di un leone che in quello di un essere umano – specialmente, come è evidente, di un essere umano di colore in America. I leoni non hanno secoli di storia razzista da portare sulle loro spalle regali. I leoni non hanno pensieri e opinioni, i leoni non questionano con gli agenti di polizia e non reclamano di conoscere i propri diritti.
Nel secondo articolo, M. David, che afferma di lottare da oltre venti anni per la terra e per gli animali pur avendo presente che in primo luogo si debba essere «la voce degli esseri umani che non hanno voce», si pone una domanda molto semplice: «Perché così tanti esseri umani sono più indignati per la morte di un animale di quanto siano per quella di membri innocenti della loro stessa specie?». Mentre per Cecil l’indignazione è unanime, per Sandra Bland si afferma sempre più spesso – come nel caso della criminalizzazione del comportamento di Mauro Guerra, aggiungiamo noi – che «se lei avesse» agito in modo diverso non sarebbe morta (come Davide Bifolco, «se non fosse andato in tre sul motorino»; come Cucchi, «se non fosse stato un tossicopidente»; come Carlo Giuliani, «se quel giorno fosse andato al mare», ecc. ecc.): anche coloro che criticano l’operato del poliziotto che ha arrestato illegalmente Sandra Bland, si sentono di dover aggiungere che comunque lei si era comportata in modo arrogante. Del resto, aggiunge David, la vita del leone conta agli occhi degli statunitensi perché le classi dominanti hanno deciso di mettere a valore il fatto che sia in via di estinzione, mentre la vita di un afroamericano non vale nulla negli Usa.

I casi di uccisioni di afroamericani, negli Usa, durante controlli della patente sono, del resto, piuttosto frequenti: l’ultimo, probabilmente quello del 22 luglio, quando in Ohio è stato ucciso un uomo fermato al volante senza aver fatto assolutamente nulla di vietato (leggi). Questo non perché gli afroamericani guidino in maniera più spericolata rispetto ai cosiddetti wasp (white anglo-saxon protestant), ma perché – in base alla percezione di pericolosità che la mentalità razzista statunitense attribuisce alle loro persone – vengono fermati molto più frequentemente e trattati in modo arbitrario e poco rispettoso, quando non propriamente violento. Una pratica che, come dimostra la morte di Sandra Bland, riguarda tanto gli uomini quanto le donne afroamericane (leggi).

Il razzismo e la brutalità delle forze dell’ordine contro gli afroamericani sono diffuse ad ogni livello: è per questo che negli ultimi mesi è cresciuto il movimento nato nel 2012 #blacklivesmatter, del quale anche Sandra Bland era un’attivista, perché per i neri negli Usa la tutela della propria vita è sempre più spesso un fatto non scontato (leggi). Sia sufficiente pensare che ogni 28 ore, negli Usa, un nero (uomo, donna, bambino) viene ucciso dalle forze dell’ordine. La versione online del quotidiano britannico «The Guardian» sta pubblicando una macabra «conta» delle persone uccise dall’inizio dell’anno dalla polizia negli Usa, direttamente o morte mentre si trovavano sotto custodia: possiamo così notare come, in sette mesi, i morti siano al momento 674. Circa 3 al giorno. Una violenza poliziesca e una repressione che, davvero, non hanno pari nei paesi occidentali. Andando più a fondo nei dati, notiamo come di essi 331 siano bianchi, 176 neri e 100 latinos: potrebbe sembrare, quindi, che non ci sia una discriminazione razziale dietro questi omicidi. Ma se si considerano questi dati in base alla popolazione di ogni gruppo etnico, si può notare come l’incidenza di omicidi di bianchi sia di 1,67 per milione, quella di neri di 4,21 per milione, quella degli ispanici di 1,85 per milione. In altre parole, l’incidenza di morti di polizia per i neri è il triplo di quella per i bianchi. 68 di questi omicidi sono avvenuti in Texas, lo stato in cui è morta anche Sandra Bland: esso si classifica secondo, dopo la California (110 morti).
Il movimento Black Lives Matter si sta configurando come una nuova versione del movimento per i diritti civili, non solo denunciando e sensibilizzando sulla violenza di stato a cui i neri sono sottoposti, ma anche facendo delle precise richieste, sociali e legislative, e affermando con forza che il razzismo non è solo un retaggio del passato che tenderà a scomparire col tempo, ma un elemento costitutivo dell’attuale struttura economica e politica statunitense che facilita il controllo degli oppressi e della working class.

A proposito di razzismo strutturale e di indignazione a comando, non è forse inutile ricordare la strage di nove afroamericani, avvenuta lo scorso giugno mentre pregavano in una chiesa metodista a Charleston, nel South Carolina: sono stati uccisi dal ventunenne Dylann Storm Roof, un suprematista bianco sostenitore del segregazionismo – in pratica un estremista, un fondamentalista, un terrorista – ma, nonostante l’indignazione di facciata, la loro vicenda è immediatamente sparita dai media e nessuno di quelli che solo pochi mesi fa avevano propagandato il loro «Je suis Charlie» hanno diffuso sul profilo facebook immagini con scritto «I’m Emanuel African Methodist Episcopal Church». Un’indignazione selettiva e comando, appunto, gestita dai media. Che, in questo caso, almeno in Italia, non si sono dilungati nel racconto strappalacrime della vita e della morte delle nove vittime della strage (sappiamo molto di più della vita del suo autore), non si sono preoccupati del destino dei loro figli/cuccioli, non hanno tenuto la notizia per giorni e giorni in prima pagina: l’indignazione e l’emotività intorno a questo evento, quindi, sono presto sparite.

Dopo mesi di rivolte nelle periferie e nei ghetti statunitensi, dopo le proteste seguite all’omicidio del diciottenne Micheal Brown a Ferguson, dopo la crescita e la diffusione del movimento Black Lives Matter, il clamore – comunque limitato e non unanime – sul caso di Sandra Bland, probabilmente, avrà fatto emergere qualche preoccupazione sul mantenimento dello status quo statunitense, fondato sul razzismo. Certo, esso non può essere superato con qualche manifestazione di protesta o con la richiesta di diritti civili, ma perché rischiare? Meglio far acquietare gli animi, addormentare le coscienze e distrarre gli spiriti più critici con una nuova – e meno conflittuale, oltre che interclassista e generalista – fonte di indignazione e «rabbia»: la morte del leone Cecil è stata provvidenziale, il clamore mediatico intorno a essa, invece, non può essere considerato casuale in un paese, gli Usa, in cui il controllo della grande borghesia – la stessa che finanzia guerre e campagne elettorali – sui media è pressoché totale. L’occhio dell’opinione pubblica, infatti, si posa dove i media vogliono e non è un caso se nell’articolo dell’«Indipendent» si affermi che il «caso Bland» sia sparito dai media a favore del «caso Cecil», che suscita emozioni molto più unanimi. Si tratta, tra l’altro, di una vera e propria strumentalizzazione della violenza sugli animali, al pari del clamore che in certi periodi viene costruito intorno ad alcuni strupri per criminalizzazione gli immigrati: ai proprietari di repubblica.it e di tutti i suoi consimili, a quanti fanno le scelte editoriali, delle uccisioni di orsi e leoni interessa zero.

Questo meccanismo non è nuovo ma, anzi, ha più di un secolo. La sua genesi storica è puntualmente spiegata da Domenico Losurdo nel suo recente La sinistra assente. Crisi, società dello spettacolo, guerra:
Sennonché – osserva Gustave Le Bon alla fine dell’Ottocento – occorreva prendere atto della realtà: «le folle sono femminili», irrazionali. E dunque per influenzarle e controllarle si doveva far leva sui «sentimenti», su ciò che «suggestiona» […]. A partire da questo momento, al centro della lotta per il potere era sì la lotta per il controllo delle idee, ma soprattutto delle emozioni […]. Qualche anno prima che Le Bon pubblicasse la sua Psicologia delle folle, Otto von Bismarck, tentato dall’espansionismo coloniale, [...] si era così rivolto ai suoi collaboratori: «Non sarebbe possibile reperire dettagli raccapriccianti su episodi di crudeltà?». Sull’onda dell’indignazione morale da essi suscitata sarebbe stato più agevole bandire la crociata contro la barbarie africana e asiatica […]. Se Le Bon spostava l’accento dalla produzione delle idee a quella delle emozioni, Bismarck indicava nell’indignazione l’emozione di decisiva importanza: la produzione artificiale dell’indignazione e il suo governo erano ormai divenuti uno strumento di politica internazionale. [pp. 72-73]
Non solo di politica internazionale, tuttavia, ma anche di politica interna, soprattutto per quello che riguarda la cosiddetta colonia interna. E cosa suscita più emozione e indignazione, dopo l’omicidio di bambini (che infatti sono solitamente utilizzati proprio come strumento per promuovere guerre internazionali), dell’uccisione di un animale (e forse dei suoi cuccioli) che viene visto come inerme e a cui, quindi, non si può rivolgere l’obiezione «se avesse agito diversamente non sarebbe morto»? Se è vero, per parafrasare Malcom X, che se non stiamo attenti i media ci faranno odiare le persone che vengono oppresse e amare quelle che opprimono, è altrettanto vero che dobbiamo prestare attenzione anche affinché non ci facciano amare quello che è più utile in quel momento per chi quei media controlla e utilizza.

L’indignazione che si crea intorno al leone Cecil, all’orsa Daniza, alla presunta eliminazione di massa di cani randagi che sarebbe stata ordinata dalle autorità russe in vista delle Olimpiadi invernali di Sochi del 2014 (leggi) è effimera, dura poco, distrae un po’ le persone, sposta l’attenzione dove serve in quel momento, è «di pancia», perché non viene mai inserita in un contesto generale di analisi e di lotta: ha, dunque, una ben precisa funzione politica. Siamo indignati per la morte inutile del leone Cecil? È giusto esserlo. Ma se vogliamo evitare di essere strumenti dei media che utilizzano questi eventi con l’evidente scopo di distrarre le persone dalle questioni che le riguardano più da vicino o di spostare le loro opinioni, dobbiamo ribaltare la prospettiva, superare l’emozione che questi fatti suscitano e costruire un’analisi politica intorno a essa, in modo che l’indignazione non duri poco più dei secondi necessari per condividere su facebook la grafica di un gruppo di leoni che dicono «stiamo cercando un dentista». L’uccisione del leone Cecil è avvenuta in Zimbabwe, quello che viene considerato il paese più povero del mondo, in cui l’aspettativa di vita alla nascita è di 52 anni e oltre l’80% della popolazione vive con meno di due dollari al giorno (leggi): tutto ciò per garantire a un dentista bianco del Minnesota di spendere 50mila euro per uccidere un leone e farne un trofeo. Un paese – precedentemente chiamato Rhodesia – che ha alle spalle una lunga storia fatta di colonizzazione britannica e di segregazione razziale: anche dopo l’indipendenza, promossa dai bianchi di origine britannica, il regime di apartheid mantenne una forza tale da venir biasimato anche dalla Gran Bretagna e, non a caso, sul suo profilo facebook, Dylann Storm Roof, l’autore della strage di Charleston, aveva pubblicato delle sue foto mentre indossava una giacca con una toppa con la bandiera della Rhodesia segrazionista. Perché, appunto, lo sfruttamento dell’uomo sugli animali va sempre in coppia con lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo: puntare i riflettori solo sul primo è un ottimo modo per far distogliere lo sguardo dal secondo.

Bisogna, infine, stare attenti a tenere insieme le fila del discorso. Le uccisioni negli Usa dei neri non sono diverse da quelle che, in tutte le metropoli occidentali, hanno come vittime ragazzi delle periferie, marginali, extracomunitari, tossicodipendenti, persone confuse dal punto di vista psichico, individui considerati improduttivi: i componenti della colonia interna cambiano di paese in paese, ma ovunque, in nome di uno stato di emergenza permanente, viene legittimata la violenza e la repressione – fino all’eliminazione fisica – di coloro che sono considerati non integrabili nel sistema dominante.

Il rischio è quello che – a forza di piangere orsi, cani e leoni – il senso comune giunga a pensare – per parafrasare una nota frase generalmente attribuita a Stalin – che la morte di un animale sia una tragedia e la morte di migliaia di esseri umani solo statistica. Una sorta di ideologia di «fine della storia», in cui sfruttamento, brutalità, violenze sugli oppressi e sui marginali – anche in nome di questo stato di emergenza permanente – è considerata «normale» e «naturalizzata»: un bel regalo, insomma, allo stesso sistema di sfruttamento di cui la violenza sugli animali è solo un aspetto.

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