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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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05/09/2026

Per il “corpo estraneo” militare è l’ora delle procure

I militari in politica sono già un problema (costituzionale, se non altro). Un certo tipo di militari apertamente fascisti – con la nostalgia per la X Mas, per dirne una, non esattamente una comitiva di “escursionisti” – che si mette a fare un partito era un problema grosso come una casa, paradossalmente in primo luogo per quei partiti (Fratelli d’Italia e Lega in versione Salvini) che all’antifascismo non avevano mai aderito (e non c’è una “via di mezzo” tra i due lati di questa barricata).

Ora questo groviglio di problemi esplode, anche se nei tempi e nei modi felpati del Palazzo.

Due diversi esposti – uno alla Procura militare, l’altro a quella ordinaria – chiedono di verificare:
a) se i militari in servizio attivo con ruoli di direzione in Futuro Nazionale abbiano o no violato l’obbligo di neutralità politica previsto per il personale militare; 
b) se Futuro Nazionale rappresenti o no un tentativo di “ricostituzione del partito fascista”, espressamente vietato dalla “legge Mancino”.

Gli “accertamenti preliminari” disposti dalla Procura militare riguardano la prima ipotesi, sulla base appunto dell’esposto di un sindacato dei militari che denuncia: “vengono segnalati possibili problemi legati all’assunzione di incarichi politici da parte di militari in servizio, all’uso della qualifica o del grado in attività di propaganda e alla compatibilità di alcune attività organizzative con i vincoli previsti dall’ordinamento militare”.

In particolare vengono citati i casi di Luigi Avveduto, sottufficiale e segretario del sindacato Sim Carabinieri, che è anche consigliere del VII municipio di Roma (eletto nelle fila dell’Udc e poi passato al “gruppo misto”), e di Antonsergio Belfiori, ufficiale dell’Aeronautica e segretario nazionale di un altro sindacato militare.

La Costituzione italiana garantisce il diritto di associarsi liberamente in partiti politici a tutti i cittadini (art. 49), ma stabilisce anche una “riserva di legge”, consentendo al Parlamento di introdurre delle limitazioni a questo diritto per alcune categorie di pubblici dipendenti, tra cui i “militari di carriera in servizio attivo” (art. 98).

La ragione di questa “riserva” è evidente: in una democrazia parlamentare il potere politico è in capo all’amministrazione civile (Parlamento, Governo, Presidente della Repubblica, ecc.), mentre ai militari tocca obbedire a chiunque ricopra quelle cariche, comunisti compresi.

L’esperienza dei colpi di stato, ovviamente, sconsiglia la confusione dei ruoli e la possibilità di un rovesciamento delle funzioni (generali o colonnelli che esercitano il potere politico disponendo anche di quello armato).

In questo divieto c’è anche una ragione funzionale chiara: la “cultura militare” – diciamo così – è particolarmente semplificata, riducendosi all’obbedienza gerarchica (certo accompagnata da valanghe di retorica sull’“onore”, la “difesa della patria”, ecc.), ma in completa assenza di competenze minime sulla gestione di una società complessa, fatta di classi, ceti sociali, figure e individualità con interessi spesso divergenti e conflittuali, ma tutti altrettanto legittimi.

Un militare a guidare i civili, insomma, può combinare solo disastri o, più di frequente, far decidere ai poteri economici dominanti la direzione di marcia di un Paese (quelli del Forum di di Cernobbio lo sanno meglio di tutti, pare...).

Il problema italiano è che la disposizione costituzionale (la “riserva di legge”) non è mai stata tradotta in leggi vere e proprie. Il divieto di ricoprire ruoli di direzione in un partito, insomma, è stato esplicitato – e in modo incerto – solo in base ad una sentenza del Consiglio di Stato (un tribunale amministrativo), la n. 5845 del 2017.

La semplice iscrizione ad un partito viene lì considerata legittima, mentre l’assunzione di ruoli direttivi, anche solo “onorifici”, no.

I coordinatori locali di Futuro Nazionale che indossano ancora la divisa (ma anche quello che era stato eletto con l’Udc), dunque, sarebbero fuori da ogni possibile legittimità di comportamento. Non sarebbero però perseguibili per un “reato”, visto che una legge non è stata mai varata.

Dunque l’iniziativa della Procura militare potrebbe addirittura diventare un “boomerang”, perché potrebbe persino concludersi con un nulla di fatto che legittimerebbe i militari a costituire e dirigere partiti, candidarsi alle elezioni e assumere eventualmente cariche politiche di qualsiasi importanza (ministri e sottosegretari, per esempio), pur restando in servizio (con stipendio e funzione di comando su uomini armati).

Un pastrocchio indigeribile, ma che diventa “possibile” in uno Stato alla frutta come questo... 

Il secondo esposto – “possibile ricostituzione del partito fascista” – è più logico, se non altro, viste le posizioni espresse su un ampio ventaglio di questioni sociali (dall’immigrazione ai programmi scolastici), chiaramente sovrapponibili con l’ormai centenario immondezzaio fascistoide.

Il tutto è però completamente affogato in una gigantesca operazione di “distrazione di massa” che vorrebbe far passare questa congrega di militari e reazionari come “filorussi”, “cavalli di troia del Cremlino” e amenità del genere.

Come giornale, ripetiamo, abbiamo già pubblicato inchieste che ricostruiscono per filo e per segno la lunga fila di personaggi – militari e non – che collegano direttamente Futuro Nazionale alle prime file trumpiane, a cominciare da Steve Bannon. Vi abbiamo trovato altri alti ufficiali, magari “in congedo”, appartenenti alla “Folgore” (il corpo di paracadutisti comandato a suo tempo dal generale diventato europarlamentare). Militari iscritti anche alla massoneria, “coordinatori” in contatto con Bannon, ecc.

Ah, già... viviamo in Europa, dove una classe politica di imbecilli senza consenso popolare (né maggioranza di governo) pretende di portarci alla guerra con la Russia e dipinge la Washington di Trump come “alleata” di Putin nel voler “distruggere l’Unione Europea”.

Come direbbero in tanti: non ce n’è bisogno, si distruggerà da sola continuando così...

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04/01/2025

Nuova grana per gli USA: gli ex militari convertiti al terrorismo interno

Entrambi gli attentatori di New Orleans e Las Vegas avevano prestato servizio in Afghanistan nel 2009 e hanno prestato servizio a Fort Bragg, ora chiamato Fort Liberty.

L’attentato di capodanno a New Orleans e l’esplosione di un furgone di fronte al Trump International Hotel di Las Vegas hanno alimentato i timori di radicalizzazione ed estremismo tra i ranghi delle forze armate statunitensi. Lo riferisce il quotidiano statunitense “The Hill”.

Shamsud-Din Jabbar, l’uomo che ha scagliato un furgone contro la folla a New Orleans, causando la morte di 15 persone, era un ex militare che prima dell’attentato aveva professato la propria adesione allo Stato islamico

Matthew Livelsberger – conducente del Cybertruck imbottito di combustibile e fuochi artificiali esploso di fronte al Trump Hotel a Las Vegas – era invece un Berretto verde in servizio attivo in Germania, che era rientrato negli Usa per le feste.

Le motivazioni del suo gesto sono ancora oggetto di indagine, ma i due episodi, che presentano una serie di parallelismi e coincidenze, hanno spinto diversi esperti a lanciare l’allarme sulle problematiche psicologiche e sociali irrisolte di molti veterani, che rischiano di spingerli verso forme di estremismo e radicalizzazione e che li rendono particolarmente pericolosi alla luce del loro addestramento e perizia nell’uso delle armi da fuoco.

Il quotidiano “The Hill” cita i dati del National Consortium for the Study of Terrorism and Responses to Terrorism “Start”, secondo cui almeno 721 individui con trascorsi nelle forze armate Usa hanno commesso atti criminali negli Usa a fini politici, economici, sociali o religiosi tra il 1990 e aprile 2024. Secondo lo Start, i militari ed ex militari responsabili di “attacchi estremistici” negli Usa sono aumentati dall’11 al 18 per cento tra il 2018 e il 2022.

Nel frattempo, in rete ci si interroga sui presunti legami tra l’attentatore di New Orleans e il conducente del veicolo esploso a Las Vegas: come riferito dai media statunitensi, entrambi i veicoli sono stati noleggiati utilizzando la medesima app, Turo.

Dai profili di Shamsud-Din Jabbar e Matthew Livelsberger, emergerebbe che negli ultimi anni entrambi hanno servito a Fort Bragg, importante base dell’Esercito sita nella Carolina del Nord, recentemente ribattezzata Fort Liberty.

La base sarebbe stata inoltre visitata 147 volte anche da Ryan Wesley Routh, il 58enne veterano dei Marines che lo scorso anno ha tentato di assassinare Donald Trump presso un golf club in Florida.

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20/08/2022

Colombia - Petro si sgancia da Washington

Un altro alleato storico degli Usa in America Latina sta dando il suo saluto allo Zio Sam. La Colombia di Gustavo Petro, eletto neo presidente, sta delineando le sue scelte di politica estera e interna in dissonanza alla consolidata subalternità del paese agli interessi Usa.

In un lungo servizio, l’agenzia Nova rammenta che “Con 200 anni di relazioni diplomatiche alle spalle, Bogotà è da tempo considerata da Washington capitale di riferimento nel Sud America su temi chiave come la lotta al traffico di droga, sviluppata anche grazie alla collaborazione strategica con il Comando sud (United States Southern Command). Inoltre, per anni, i due Paesi hanno fatto fronte unico opposto non solo a Cuba, ma anche agli altri governi ‘neo socialisti’ della regione, come Nicaragua e, soprattutto, il Venezuela”.

Ma, secondo il reportage di Nova, i passi mossi da Petro, in poco meno di due settimane di presidenza, spingono la Colombia su uno scenario diverso. “Il Paese riallaccia i rapporti diplomatici con Nicolas Maduro, disconoscendo nei fatti il leader oppositore ancora formalmente interlocutore Usa, ma – soprattutto – dando a Caracas modo di allentare ulteriormente l’isolamento politico e commerciale creato anche dalle sanzioni del Tesoro Usa”.

Inoltre Petro ha inviato una propria delegazione all’Avana per riallacciare i negoziati con l’Esercito di liberazione nazionale (ELN), la formazione guerrigliera più potente dopo la dissoluzione formale delle Forze armate rivoluzionarie della Colombia (FARC). L’ELN come gesto di buona volontà ha liberato 6 tra militari e poliziotti che teneva prigionieri.

Al tempo stesso, il governo ha dato il via a una rivoluzione nel sistema della difesa e della sicurezza: al ministero della Difesa va un magistrato divenuto celebre per le inchieste che hanno svelato le trame tra le Forze Armate, la guerriglia ideologica, i gruppi paramilitari e le bande criminali.

Un cambio pagina che si è tradotto da subito in un profondo rimpasto dei vertici militari, accendendo la curiosità sul futuro della cooperazione sulla Difesa con gli Usa.

Le decisioni presidenziali hanno portato a una nuova leadership delle Forze Armate composta dai generali Luis Carlos Córdoba Avendaño, Luis Mauricio Ospina, Helder Fernán Giraldo Bonilla, dal viceammiraglio José Joaquín Amézquita García e dal generale Henry Armando Sanabria Cely, nella polizia.

Resumen Latinoamericano afferma che con questa misura, il presidente ha escluso 55 generali dalla nuova leadership militare e di polizia. Si tratta della più grande ristrutturazione dello stato maggiore nella storia recente del Paese. Si vuole un corpo di ufficiali che non sia macchiato dal sangue degli umili massacrati e che non sia un gruppo di ladri.

L’intervento di Petro sui vertici militari è stato rapido. Per avere un’idea, Duque ha impiegato quattro mesi per applicare i suoi aggiustamenti militari per infiltrare le unità neonaziste uribiste nel dicembre 2018, mentre Petro ha deciso di fare questo intervento il sesto giorno della sua amministrazione.

Nella storia della Colombia non c’è mai stata una pulizia così massiccia di generali come quella che Petro ha fatto ieri con il suo ministro della Difesa.

Infine c’è la promessa di Petro di voler riscrivere il tema del contrasto ai narcotrafficanti, abbandonando la strategia “fallimentare” della “guerra alla droga” imposta dagli Usa. Un approccio inaugurato in Colombia a inizio anni ’70 con il contributo determinante degli Stati Uniti, che “ha rafforzato le mafie e indebolito gli Stati, ha portato gli Stati a commettere reati e ha fatto evaporare l’orizzonte della democrazia“.

“Vogliamo aspettare che un altro milione di latinoamericani venga assassinato o che arrivino a 200mila all’anno i morti per overdose negli Usa?”, ha detto Petro. La proposta è quella di cambiare la visione del consumo degli stupefacenti, passando da una visione di “lotta” a una di “prevenzione”.

Fonti: agenzia Nova, Resumen Latinoamericano

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29/08/2020

Nuova Turchia, attori e progetti

Un paio d’anni fa s’era tolto lo sfizio di sfidare Erdoğan dicendogli: “Non sei il padrone dello Stato. Sei solamente un viaggiatore, mentre i Lupi grigi, i nazionalisti e i patrioti tutti, a qualunque stirpe appartengano, sono i gestori dell’albergo”. Poiché il soggetto è, nel bene e nel male, un uomo pubblico – al secolo Alaattin Çakıcı, boss della mafia turca – la stampa nazionale riportò l’avvertimento e in quell’occasione neppure ci fu una condanna, com’era accaduto per un precedente episodio. Ma per chi ha accumulato 36 anni di reclusione, dieci mesi in più sono scampoli, e poi il boss di Trebisonda non è solo un boss. Vanta d’essere un Lupo grigio, amico personale di Devlet Bahçeli, che lo visitava quand’era piantonato in ospedale e ha provato a incontrarlo anche in prigione. Dove, comunque, Çakıcı non è più. Nell’aprile scorso per motivi di pandemia, come parecchi reclusi turchi d’ampia stoffa criminale, ha beneficiato di un’uscita di prevenzione. Soluzione inapplicata a oppositori e perseguitati dal regime dell’Akp. Il curriculum di Çakıcı è ricco, oltre che di condanne d’ogni sorta, fra cui una quarantina d’omicidi, anche di collaborazioni col Mıt turco. Non in tempi recenti, a metà anni '90, quando proseguiva la repressione della sinistra e imperversava la guerra civile col Pkk. Insomma il padrino del Mar Nero vanta servizi per quel genere di vatan, noto come ‘Stato profondo’ contro cui Erdoğan e il suo staff si scagliarono a inizio mandato (caso Ergenekon e simili), per poi riconsiderare in tempi recenti e nei vari aggiustamenti delle alleanze, idee, tattiche, uomini, volti. Dovendo sopportare anche quelli trucidi alla Çakıcı, sguinzagliato quale cane da guardia di quell’ultradestra presente nell’area criminale dal manovratore Bahçeli. Gli interventi di alcuni studiosi (Posch, Karaveli, Aydintaşbaş) pubblicati nell’interessante numero della rivista Limes dal titolo “Il turco alle porte” aiutano a comprendere aspetti che normalmente sfuggono alla cronaca e all’analisi sui multiformi risvolti della politica turca, recente e passata.

Così l’immagine d’antan offerta dal leader dei nazionalisti, non solo quella personale in cui mostra più degli attuali 72 anni ma l’entità d’un partito tutto rivolto al passato oscuro fatto di assassini politici, trame, golpe, nostalgie fascistoidi, non funge da semplice aggregato alla politica del governo presidenzialista. Ne determina la svolta, ben più che autoritaria. I trentatrè voti nazionalisti (l’Akp ne disponeva 315) che nel 2017 servirono al passaggio parlamentare per apportare le modifiche presidenzialiste pesarono come piombo, lo stesso dicasi per la successiva consultazione popolare, vinta col 51,4%. Da quel momento Erdoğan si prendeva la gloria, le interviste televisive, occupava la scena internazionale, ma Bahçeli dettava l’agenda attorno a questioni come quella kurda, esasperando la repressione, e rilanciava l’onore dell’esercito kemalista con la nomina a ministro della Difesa di Hulusi Akar. Militare molto “atlantista” con una carriera in ascesa in varie operazioni della Nato, anche quelle nei Balcani (Bosnia, Kosovo) territori che l’asse panislamico della politica turca osserva sempre con sentimento. Certo, nella notte del tentato golpe dei militari “gülenisti”, Akar s’era guadagnato la considerazione del presidente col rifiuto di firmare una dichiarazione di legge marziale sottopostagli dai golpisti. Un aneddoto lo dà riluttante anche quando gli fu stretta una cintura attorno al collo. Ma la sua investitura a ministro è giunta dopo due anni e su spinta del sempre più decisivo Bahçeli. Dunque, come la prassi del do ut des insegna, l’ultradestra – protagonista per tutti gli anni '70 e '80 della politica turca, quindi emarginata dalle versioni liberista e para-riformista d’un neo kemalismo e dall’islamismo pur ultraconservatore della prim’ora (con Erbakan) e quello d’avvìo dell’Akp – rientra a pieno titolo nella nuova fase del Paese. E riceve il massimo dall’appoggio dalle mire personali del potere erdoğaniano.

Nel progetto di rilancio della Turchia quale potenza regionale, con una visione anche più allargata, molto si gioca sul versante estero. Qui Erdoğan ha dato fondo a ogni sorta d’affondo sul confine siriano, poi dallo scorso inverno in terra e in mare libici, e sui tavoli internazionali dove la sua “diplomazia militare” sta pagando dal punto di vista politico, geostrategico e in un futuro, che è già presente, economico. Ma tanta muscolarità s’è resa possibile perché le Forze Armate approvano e assecondano. I corpi di terra, aria e acqua, depurati dalle infiltrazioni dei Fetö, sono con lui. Compresa una riattivata rete di ultranazionalisti, emarginata dieci anni addietro, cui appartengono gli ex ammiragli Gürdeniz e Yaycı, padri del piano denominato “Patria blu”. È una componente se non proprio militante, vicina al nazionalismo di Bahçeli che indica la strada da seguire per una Nuova Turchia. Per plasmare questo terreno, gli ambienti che girano attorno ai due alleati di governo non hanno dovuto compiere forzature l’uno sull’altro. Fra i tratti caratteristici del presidente turco c’è l’adeguamento ai nuovi scenari che lo porta a compiere quei ‘giri di walzer’ capaci di spiazzare chi pensa di collocarlo in un unico schema. Nelle iniziali mosse da premier lui denunciava il nazionalismo, seppure nei trascorsi giovanili c’era stato un acceso anticomunismo che non lo farebbe distinguere da certi attuali teorici dell’ultradestra. E negli ultimi tempi vari politici, islamisti e non, rivangano grandezze passate e miti nazionali. Il comune conservatorismo adotta l’islamismo senza farne l’unica arma, le metafore su “cupole-elmetti e minareti-fucili” sono sostituite da “popolo mai piegato, bandiera non ammainata, preghiera sempre presente”. Così la nuova ideologia basata sul culto statale, sulla forza della leadership, sulla minaccia dei nemici interni ed esterni cementa la presa su una maggioranza che può ricavare consensi anche fra coloro che hanno cercato di sgambettare il regime col voto amministrativo del 2019. La partita della Yeni Türkyie è aperta. I potenziali avversari devono mostrare un progetto e un’identità capaci di scontrarsi con gli accattivanti sogni d’una nuova gloria nazionale. Che usa ogni arma e ogni alleanza.

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20/08/2020

Mali - Chi sono i capi del comando militare che ha cacciato IBK

Nella prima mattinata di mercoledì 19 agosto, il gruppo di militari che nella giornata di ieri aveva arrestato il Presidente IBK e il Primo Ministo Cissé, ha chiesto una “transizione politica civile” che porti a nuove elezioni in “tempi ragionevoli”, annunciando sulla televisione pubblica ORTM la creazione di un Comitato Nazionale per la Salvezza del Popolo (CNSP).

“Noi, le forze patriottiche raggruppate nel Comitato Nazionale per la Salvezza del Popolo, abbiamo deciso di assumerci le nostre responsabilità davanti al popolo e davanti alla storia”, ha affermato il colonnello maggiore Ismaël Wagué, vice-capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica Militare.

“Il nostro Paese, il Mali, sta sprofondando giorno dopo giorno nel caos, nell’anarchia e nell’insicurezza a causa degli uomini responsabili del suo destino”. Il colonnello ha denunciato il “clientelismo politico” e la “gestione clientelare degli affari di Stato”, un sistema giudiziario “al di fuori della portata dei cittadini”, un “sistema educativo nazionale che va a rotoli” e i massacri degli abitanti dei villaggi, “il terrorismo e l’estremismo”.

Inoltre, questo gruppo di militari ha cavalcato il risentimento di una frangia interna alle forze armate maliane verso la corruzione nelle élite militari e politiche e l’appropriazione indebita di fondi da parte di alcuni alti ufficiali vicini al Presidente IBK.

Anche il Ministro della Difesa e quello della Sicurezza sono stati arrestati nel pomeriggio di ieri. Il malcontento è in parte dovuto alle difficoltà oggettive delle forze armate maliane nel contrastare efficacemente gli attacchi jihadisti, soprattutto nel Nord del Paese, dovendo far affidamento sul supporto della forza francese Barkhane.

Al fianco di Ismaël Wagué, c’è un altro ufficiale di alto rango, ovvero il colonnello Malick Diaw, capo della 3a divisione militare di Kati, il campo da cui sono partite le operazioni nella mattinata di ieri e di cui ha una conoscenza perfetta e minuziosa. È noto per aver combattuto nel Nord del Mali e per essere stato a capo della Forza Speciale di Intelligence del Mali ai tempi del presidente Amadou Toumani Touré.

L’altro uomo forte del commando militare è Sadio Camara, già direttore generale dell’accademia militare “Prytanée Militaire” di Kati, prima di volare in Russia lo scorso gennaio per un addestramento militare. Tornato a Bamako solo 15 giorni fa, con un congedo di un mese, ha avuto un ruolo chiave nell’organizzazione del piano militare di mercoledì 18 agosto.

Questo team di giovani ufficiali è assistito da diversi colleghi di alto rango e più anziani della Guardia Nazionale, della Gendarmeria Nazionale, della Polizia, dell’Aeronautica e dell’Esercito, nonché dalle forze paramilitari. Ne fa parte anche il colonnello dell’esercito Assimi Goïta, attuale capo delle Forze Speciali nel Mali centrale, che – stando alle le ultime notizie – si è presentato come Presidente del CNSP a capo della giunta militare.

Nella sua prima dichiarazione pubblicata di ieri pomeriggio, dopo l’incontro con gli alti funzionari presso la sede del Ministero della Difesa, ha affermato che “il Mali si trova in una situazione di crisi socio-politica e di sicurezza. Non abbiamo più il diritto di commettere errori. Noi, facendo questo intervento ieri, abbiamo messo il Paese al primo posto”.

Il corrispondente a Bamako per RFI, Serge Daniel, parla di un “colpo di Stato guidato da alti ufficiali”. Secondo il ricercatore indipendente Marc-Andre Boisvert, intervistato da RFI, questi militari hanno più esperienza di quelli che hanno realizzato il golpe del 2012: “Rispetto al 2012, si tratta di ufficiali con un buon curriculum e una buona esperienza. Questo si può già vedere dal modo in cui hanno formulato il loro intervento. Sanno come e quali leve usare per cercare di rassicurare la comunità internazionale e ristabilire un dialogo. Nel 2012, fino all’ultimo minuto, non sapevamo con chi avevamo a che fare; i golpisti di allora avevano molta meno esperienza nella comunicazione”.

Al contrario, nella sua dichiarazione televisiva di ieri mattina, il colonnello Ismaël Wagué ha assicurato che “tutti gli accordi passati, compreso il processo di Algeri firmato nel 2015, saranno rispettati” e che varie forze internazionali, tra cui la missione dell’ONU “Minusma”, “Barkhane”, il G5 Sahel e Takuba (gruppo di forze speciali europee impegnate ad accompagnare i maliani in combattimento), “restano partner per il ripristino della stabilità”.

Sul piano politico, i militari hanno affermato di volere un cambiamento radicale di potere. Hanno già ottenuto le dimissioni del Presidente IBK, chiesto dalle numerose mobilitazioni di piazza degli scorsi mesi per denunciare la grave crisi socio-economica del Paese.

Alla fine di maggio, l’influente imam conservatore Mahmoud Dicko, i partiti dell’opposizione e associazioni della società civile hanno formato un’alleanza che ha preso il nome di Mouvement du 5 Juin-Rassemblement des Forces Patriotiques (M5-RFP).

Ora, i militari al potere hanno affermato che “la società civile e i movimenti socio-politici maliani sono invitati ad unirsi a noi per creare insieme le migliori condizioni per una transizione politica civile”. Nella serata di ieri, è stata resa nota una dichiarazione secondo la quale la coalizione di opposizione M5-RFP “prende atto dell’impegno del Comitato Nazionale per la Salvezza del Popolo ad aprire una transizione politica civile” e si impegna ad “intraprendere tutte le iniziative per elaborare un percorso il cui contenuto sarà concordato con il CNSP e con tutte le forze attive del Paese”.

Nel comunicato il M5-RFP ha annunciato di voler organizzare un “grande raduno patriottico per venerdì 21 agosto sulla Place de’Indépendance”, epicentro della protesta a Bamako degli scorsi mesi contro l’ormai ex-Presidente IBK, “per rendere omaggio al popolo maliano per la sua lotta eroica”.

Inoltre, ha invitato “la CEDEAO, l’Unione Africana e la Comunità internazionale nel suo insieme a comprendere meglio la situazione in Mali oltre la richiesta di sanzioni e a sostenere il popolo maliano nella sua ricerca di pace, riconciliazione nazionale, di democrazia reale e miglior vita”.

Nel pomeriggio di ieri, durante una conferenza stampa, il CNSP ha invitato i funzionari del Mali a tornare al lavoro giovedì 20 agosto e ha assicurato che saranno presi accordi per proteggere le proprietà delle persone a seguito degli atti di vandalismo che hanno avuto luogo mercoledì in diversi negozi ed edifici pubblici, saccheggiati nella situazione di caos generale.

In attesa della sua riunione in programma per giovedì 20, la Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (CEDEAO in francese) ha sospeso il Mali da tutti i suoi organi decisionali con effetto immediato, ribadendo la propria contrarietà a “qualsiasi cambiamento politico anti-istituzionale” e affermando di “negare qualsiasi forma di legittimità ai golpisti”.

Inoltre, ha deciso “di chiudere tutte le frontiere terrestri e aeree e di bloccare tutti i flussi e le transazioni economiche, commerciali e finanziarie tra i paesi membri della CEDEAO e il Mali”, come si legge nel suo comunicato.

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19/08/2020

Mali - Caos generale: arrestati il presidente Keïta e il primo ministro Cissé



Il Presidente del Mali Ibrahim Boubacar Keïta (soprannominato IBK), e il suo Primo Ministro, Boubou Cissé, sono stati arrestati nel pomeriggio della giornata di ieri (martedì 18 agosto) nella capitale Bamako da un gruppo di militari, alla cui testa sarebbero il Col. Malick Diaw – vice-capo del campo di Kati – e il Gen. Sadio Camara, come riportato da BBC Afrique e da Jeune Afrique.

La situazione aveva cominciato a preoccupare già dalla mattina, quando alcuni militari hanno fatto irruzione al campo “Soundiata Keïta” di Kati, a 15 chilometri da Bamako, dove c’è una guarnigione militare, una delle più grandi del paese, per sottrarre armi di ogni tipo. Secondo i testimoni, questi militari hanno sparato in aria e poi hanno preso il controllo del campo.

In seguito il commando si è diretto a Bamako, prendendo d’assalto la residenza del Presidente IBK e arrestandolo insieme al Primo Ministro, lì presente. A nulla sono serviti gli “inviti al dialogo” da parte del governo maliano che hanno fatto seguito alle prime notizie su quanto stava accadendo nel campo militare nei pressi della capitale.

Il gruppo si è poi diretto al Ministero della Difesa, per arrestare alcuni ufficiali dell’esercito di alto rango, portati a Kati. Tra gli arrestati anche il nuovo presidente dell’Assemblea nazionale, Moussa Timbiné, e il ministro dell’Economia e delle Finanze, Abdoulaye Daffé.

Gli “ammutinati” dell’esercito controllano non solo il campo di Kati, ma anche le strade che portano a Bamako. Secondo alcune testimonianze, si sono sentiti spari anche al campo della Guardia Nazionale nel centro della città.

Nel pomeriggio, migliaia di persone si sono ritrovate nella Place de l’Independance a Bamako, in un clima di generale incertezza sull’evolversi della situazione, ma per ribadire ancora una volta la richiesta di dimissioni del Presidente IBK e la caduta del suo regime.

Il campo di Kati “Soundiata Keita” è lo stesso luogo in cui si era generato l’ammutinamento del 2012 contro l’allora presidente Amadou Toumani Touré. All’epoca i soldati avevano imbracciato le armi sul posto contro l’incapacità degli alti comandanti di fermare gli attacchi jihadisti nel Nord del Mali.

La rivolta si trasformò in un ammutinamento generale: arrivati a Bamako, i soldati presero il controllo della Office de Radio et Télévision du Mali (ORTM), annunciando un colpo di stato ed indicando Haya Sanogo come uomo forte del nuovo regime.

L’attuale Presidente Ibrahim Boubacar Keïta è stato rieletto per un secondo mandato alle elezioni del 2018, ma c’è una rabbia diffusa per la corruzione, la pessima gestione dell’economia e il peggioramento della situazione della sicurezza interna contro la violenza jihadista, da tempo in aumento.

Lo scorso 10 luglio a Bamako si era tenuta una enorme manifestazione di protesta a seguito delle mobilitazioni iniziate il 5 giugno, giorno che ha dato il nome al composito movimento d’opposizione Mouvement du 5 Juin-Rassemblement des Forces Patriotiques (M5-RFP) che richiede le dimissioni del Presidente IBK.

In una dichiarazione resa pubblica il 13 agosto 2020, il M5-RFP ha espresso il suo rifiuto di incontrare il Presidente IBK durante un incontro predisposto dal mediatore della Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale (CEDEAO in francese), Goodluck Jonathan, ex Presidente della Nigeria, per trovare una soluzione alla grave crisi socio-politica che il Mali sta attraversando.

“Il M5-RFP non può entrare in alcuna discussione logica con il signor Ibrahim Boubacar Keïta fintanto che i suoi militanti sono soggetti alla caccia all’uomo da parte delle forze repressive del regime, a condanne sommarie e a pesanti pene detentive, rendendoli così dei veri prigionieri politici. Il M5-RFP richiede quindi la loro pura, semplice e definitiva liberazione”, si legge nella dichiarazione sottoscritta anche da Cheick Oumar Sissoko, membro del comitato strategico del M5-RFP ed ex ministro.

Il presidente francese Emmanuel Macron è stato uno dei primi ad intervenire pubblicamente su quanto accaduto nella giornata di ieri in Mali, affermando che “segue da vicino la situazione e condanna il tentativo di ammutinamento in corso”.

Preoccupati anche gli Stati Uniti che hanno sottolineato, attraverso il loro emissario per il Sahel, Peter Pham, di opporsi a qualsiasi cambiamento di governo al di fuori del quadro giuridico, “sia da parte di chi è in strada sia delle forze di difesa e di sicurezza”.

La CEDEAO ha “condannato con forza l’attuale tentativo di colpo di Stato e adotterà tutte le misure e le azioni necessarie per ripristinare l’ordine costituzionale”. Il presidente della Commissione dell’Unione Africana (UA), Moussa Faki Mahamat, ha “fermamente” condannato l’arresto del presidente maliano, del Primo Ministro e degli altri membri del governo, chiedendone l’immediato rilascio.

Nella serata di ieri è arrivata anche la condanna a nome dell’Unione Europea del “tentativo di colpo di Stato in corso in Mali” da parte di Josep Borrell, alto rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza.

Infine, il segretario generale dell’ONU, Antonio Guterres, ha chiesto la “liberazione immediata e incondizionata” del presidente maliano IBK. Il 19 agosto è in programma una riunione d’urgenza del Consiglio di sicurezza dell’ONU sulla crisi in Mali.

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30/07/2020

Gli Stati Uniti riducono le truppe in Germania. Qualcosa viene spostato in Italia

Come annunciato un mese fa da Trump, gli Stati Uniti ridurranno e sposteranno parte delle loro truppe di stanza in Germania fin dal dopo guerra. Nelle intenzioni di Trump questa operazione intende essere un messaggio alle autorità tedesche per i numerosi elementi di tensione emersi in questi anni (dal gasdotto North Stream alle divergenze in seno alla Nato).

Il Pentagono ha fatto sapere che trasferirà uno squadrone di caccia dalla Germania all’Italia in modo che siano più vicini al quadrante sudorientale della Nato. Degli 11.900 militari che gli Stati Uniti ritireranno dalla Germania, 4.500 torneranno negli Usa, mentre le altre unità contribuiranno alle attività di sicurezza “nella regione del Mar Nero per aumentare la deterrenza e rassicurare gli alleati lungo il fianco sud-orientale della Nato”. Nel primo annuncio una parte delle truppe spostate dalla Germania sembravano destinate a finire in Polonia.

Il segretario alla Difesa statunitense Mark Esper, ha reso noto che il trasferimento dei militari avverrà nelle prossime settimane. “Il nostro obiettivo è quello di completare queste mosse il più rapidamente possibile facendo attenzione e prendendoci cura dei nostri membri del servizio e delle loro famiglie”.

In questo contesto, il capo del Comando europeo degli Stati Uniti (Eucom), generale Tod D. Wolters, ha annunciato che gli Usa trasferiranno il quartier generale Eucom dalla Germania al Belgio. Secondo Wolters, il ricollocamento consentirà di concentrare in Belgio le operazioni del quartier generale militare Usa in tutta Europa, migliorando il coordinamento tra i diversi comandi. Ma soprattutto non più sul territorio tedesco.

Wolters ha aggiunto che il dipartimento della Difesa Usa sta valutando anche la possibilità di ricollocare il quartier generale del Comando Usa per l’Africa (Africom) e il suo componente dall’attuale sede di Stoccarda in Germania in un luogo ancora da stabilire.

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13/07/2020

Omicidio stradale militare. Come ti nascondo la notizia...


Non diteci che siamo prevenuti e malfidati... Potremmo rispondere che siamo “post-venuti” perché di “fiducia” non ne possiamo più nutrire, dopo tante prove. Specie nei confronti dell’informaziona mainstream (quella che vorrebbe persino condurre una campagna globale contro le fake news...).

Capita così di girare in cerca di notizie e di imbattersi in una “breve” del TgRegionale del Friuli Venezia Giulia. Una breve, come si faceva un volta per i normali incidenti stradali.

Anche se da qualche anno, un potere bulimico-terroristico che non trova più “grandi problemi” da trattare come se si fosse in guerra, ha abituato tutti a trattare come un “caso da prima pagina” anche gli incidenti stradali. Soprattutto se protagonisti i negativi – insomma: quelli che erano alla guida del mezzo investitore – sono, nell’ordine, extracomunitari, minorenni o comunque giovani, con alto tasso alcolemico o positivi ai test antidroga.

Anche noi, che pure non indulgiamo in condiscendenza verso chi si mette alla guida senza avere padronanza di tutti i propri sensi, troviamo tutto ciò decisamente eccessivo. Ma almeno spereremmo in un giudizio “uguale per tutti”, come recita quella scritta beffarda in tribunale.

E invece:

“Una donna di 55 anni, Silvia Portuesi, ha perso la vita questa mattina dopo essere stata investita da un’auto. L’incidente è avvenuto a Maniago.

La donna, che era sordomuta, è stata investita mentre camminava sul bordo della strada, a poca distanza dalla sua abitazione.

È stata centrata da una vettura condotta da uno statunitense che, dopo l’urto, è uscita di strada. Il guidatore è uscito autonomamente dall’auto. Per Silvia Portuesi non c’è stato nulla da fare, è spirata sul colpo.

Sul posto sono intervenuti i sanitari del 118, i Vigili del fuoco di Maniago, i Carabinieri e la Polizia americana.

Silvia Portuesi era originaria di Vajont. Lascia una figlia.”

Insomma: la notizia era di quelle che dovrebbero far gola al mainstream quotidiano: “cittadino extracomunitario uccide con la propria auto donna friulana scampata da bambina alla tragedia del Vajont“.

Prima reazione: “bravi però, questi del Tg Regionale, non si sono fatti depistare dal fatto che l’investitore fosse un extracomunitario” (gli Stati Uniti, notoriamente, non fanno parte dell’Unione Europea, anche se ne comandano la politica estera e militare).

Seconda reazione: “ma che cavolo ci sta a fare la polizia americana per un normale incidente stradale nella campagna friulana?”

Terza reazione: “guardiamo un po’ la foto”.

Si vede un Suv superfigo della Dodge (ora marchio del gruppo Fca, ossia Fiat-Chrysler) rovesciato sul ciglio della strada. Si vede che andava molto forte, per rovesciarsi così all’impatto con il corpo di una donna...

Lo sguardo cade sulla targa, come farebbe chiunque: pixelata dai Carabinieri, manco fosse il volto di un bambino in un’inchiesta sulla pedofilia.

Strano, no? E certo: se il suv è targato “Afi” (American Force Italy), ossia è un mezzo militare, magari usato impropriamente fuori servizio, meglio nascondere il fatto.

Sia mai detto che “l’odio per gli stranieri” – ufficialmente stigmatizzato su tutto il circuito mainstream – si dovesse dirigere verso un militare degli Stati Uniti di cui, ovviamente, non viene fornito nome, cognome, sesso, etnia, colore della pelle, convinzioni religiose e tanto meno il grado.

“Teniamo la cosa bassa”, si devono esser detti in redazione mentre il direttore girava gli occhi... In fondo siamo nella regione della strage del Cermis, dove due piloti militari Usa in vena di cazzeggio col loro aereo superfigo tranciarono di netto i cavi della funivia, provocando 20 morti.

Quei due non pagarono la loro stronzaggine neanche con un giorno di galera... Come quello di ieri, molto probabilmente.

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01/02/2020

USA - Aumenta il numero dei militari feriti nel corso dell'attacco missilistico iraniano

A 64 militari statunitensi è stato diagnosticato un trauma cranico in seguito all'attacco missilistico dell'Iran dell'8 gennaio contro la base di Ain Al-Asad in Iraq. Lo hanno riferito ieri due funzionari della difesa degli Stati Uniti alla CNN.

Questa è la quarta volta che funzionari statunitensi esaminano il numero di truppe che ricevono cure per lesioni cerebrali traumatiche dovute all'attacco. A partire da lunedì scorso, a 50 soldati statunitensi erano stati diagnosticati lesioni cerebrali, secondo le informazioni fornite dal Pentagono.

Sono stati segnalati più casi nei 22 giorni successivi all'attacco, poiché continuano le valutazioni mediche di quasi 250 persone, ha aggiunto la CNN.

In seguito all'annuncio della CNN, Thomas Campbell, un portavoce del Pentagono ha confermato il numero indicando quello di questa cifra, 39 sono tornati in servizio. Almeno 21 sono andati in Germania per "ulteriore valutazione e trattamento", e 8 stanno ricevendo un trattamento negli Stati Uniti, come riporta Bloomberg .

Le lesioni cerebrali traumatiche nelle truppe sono spesso causate da una pressione intensa e rapida causata da un'esplosione vicina.

Sempre ieri, il capo dello stato maggiore delle forze armate statunitensi, il generale Mark Milley, ha dichiarato che ci sono altri soldati americani feriti dall'attacco missilistico iraniano. “C'erano migliaia di persone nella base aerea di Ain Al-Asad. Tutte queste persone sono state esaminate e abbiamo verificato un numero (di feriti) e quel numero sta crescendo”, ha spiegato.

Poco dopo l'attacco dell'Iran, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump annunciò che "tutto andava bene". Il Pentagono, tuttavia, annunciò il 16 gennaio scorso che 11 dei suoi soldati erano stati feriti. La cifra salì poco dopo, a "un numero maggiore di soldati feriti", poi a 34, 50 e ora a 64.

L'attacco fu una rappresaglia per l'omicidio degli Stati Uniti del generale Qasem Soleimani, comandante della forza Quds, avvenuto la mattina del 3 gennaio a Baghdad.

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10/12/2019

Gran Bretagna - Militari e servizi segreti britannici mobilitati per fermare Corbyn

Secondo una nuova ricerca i funzionari dell’establishment militare e dell’intelligence del Regno Unito sono state le fonti di almeno 34 importanti storie mediatiche nazionali che hanno indicato Jeremy Corbyn come un pericolo per la sicurezza britannica.

Le storie – che citano ex o attuali membri dell’esercito, della marina e delle forze speciali, così come l’MI5, l’MI6 e un ex-alto funzionario – hanno avuto una media di pubblicazione ogni sei settimane da quando Jeremy Corbyn venne eletto leader del Partito Laburista nel settembre 2015. Tuttavia, ci sono stati picchi significativi di frequenza durante le campagne elettorali generali del 2017 e del 2019.

Ci sono molti indizi che per alcune storie, i funzionari dell’intelligence abbiano fornito loro stessi documenti segreti ai giornalisti come parte di quella che sembra essere una campagna. Ogni storia è stata raccolta attraverso la stampa nazionale, spesso fissando l’agenda delle notizie e facendo eco alle dichiarazioni dei ministri del governo conservatore. Quasi ogni storia è comparso in quattro testate: Il Daily Telegraph, The Times, il Daily Mail e The Sun.

La nostra ricerca ha anche trovato 440 articoli sulla stampa britannica da settembre 2015 che menzionano specificamente Corbyn come una “minaccia alla sicurezza nazionale”.

I servizi di intelligence e le forze armate dovrebbero attenersi al “principio costituzionale” del non coinvolgimento negli affari politici. Ma i numerosi casi in cui sono state fornite informazioni ai funzionari della sicurezza nazionale contro Corbyn nei media sollevano dubbi sul rispetto di questo principio.

Corbyn diventa leader laburista

Una settimana dopo che Jeremy Corbyn venne eletto leader laburista, il Sunday Times riportava una storia in cui si citava un “generale in servizio” che avvertiva che le forze armate avrebbero preso “azioni dirette” per fermare un governo Corbyn. Il generale aggiunse “Ci sarebbero dimissioni di massa a tutti i livelli e la prospettiva molto reale di un evento che sarebbe effettivamente un ammutinamento”.

La storia del Times citava anche una “fonte di intelligence senior” senza nome che diceva che i servizi di sicurezza avrebbero rifiutato di far vedere a Corbyn informazioni sulle operazioni in diretta a causa della “sua simpatia per alcuni terroristi”.

Il documento ha poi riferito di “un dossier trasmesso al Sunday Times”, in cui si afferma che Corbyn ha votato contro 13 progetti di legge antiterrorismo poiché il Prevention of Terrorism Act del 1984 ha reso illegale sostenere l’IRA, il gruppo terroristico repubblicano nell’Irlanda del Nord. Non è stato menzionato chi ha passato questo dossier al Times.

Lo stesso articolo citava anche l’ex comandante della marina britannica, Lord West di Spithead, dicendo che avrebbe potuto dimettersi dal partito se Corbyn non fosse stato abbastanza determinato nelle politiche della difesa. “Dovrò aspettare e vedere quali sono le politiche di difesa di Labour”, disse.

L’ex capo dell’MI6 Sir John Scarlett si è unito al consiglio di amministrazione del quotidiano The Times nel dicembre 2010, l’anno dopo aver lasciato la sua posizione di capo del servizio segreto. Corbyn guidò personalmente la campagna parlamentare nel 2004 per bloccare la nomina di Scarlett a capo dell’MI6 a causa dei suoi legami con il “dossier malvagio” che è stato usato da Tony Blair per spingere per la guerra in Iraq.

L’attenzione dei militari nei confronti di Jeremy Corbyn è continuata poco più di un mese dopo con l’articolo del Times, quando il generale Sir Nicholas Houghton, allora capo dello staff della difesa, dichiarò al giornalista della BBC Andrew Marr Show che l’intenzione di Corbyn di non usare mai armi nucleari “mina la credibilità del deterrente”.

Nel giro di una settimana, il Daily Telegraph ha realizzato e pubblicato una storia costruita attorno alla testimonianza di “ex capi militari” intitolata “Jeremy Corbyn condannato dai capi militari e dai propri parlamentari laburisti per caos della politica di difesa”. Lord Richards di Herstmonceux, ex capo dello staff di difesa del Regno Unito, ha dichiarato al giornale: “Jeremy Corbyn ... ha dimostrato perché non ci si dovrebbe fidare di lui in ordine ad una sua responsabilità ultima del governo – quella della difesa e della sicurezza della nazione”.

Mentre era in carica, Lord Richards è stato uno dei principali responsabili del “programma segreto di guerra cibernetica” del Ministero della Difesa, esaurito il MOD Corsham nel Wiltshire, che include la “propaganda online”. L‘ex ammiraglio che aveva rilasciato un’intervista al The Times nel 2015, dichiarò che Corbyn rischiava di alienarsi le forze armate. In proposito disse: “[Corbyn] fa pensare al dito medio alle forze armate... Questo ragazzo ci sta sostenendo o no?”.

Il 20 maggio 2017, poco più di due settimane prima delle elezioni, il Daily Telegraph è stato alimentato con un’altra storia, questa volta dalle agenzie di intelligence. Il quotidiano riportò la notizia che “l’MI5 (Military Intelligence Sezione 5 è l’ente per la sicurezza e il controspionaggio del Regno Unito) aveva aperto un file su Jeremy Corbyn a causa delle preoccupazioni per i suoi collegamenti con l’IRA”.

Si trattava di un’indagine del Telegraph che pretendeva di rivelare “i pieni legami di Corbyn con l’IRA”. Quella storia era stata acquisita da un individuo “vicino” all’indagine dell’MI5 che affermava che “un file gli era stato aperto nei primi anni '90”. Si diceva che anche la filiale speciale della polizia metropolitana stesse monitorando Corbyn nello stesso periodo.

Queste storie sono state usate dal governo conservatore per far ritenere Corbyn una “minaccia” per la sicurezza nazionale del Regno Unito e sarebbero diventate una delle principali linee di attacco del governo nella campagna elettorale del 2017. Ad esempio, una settimana dopo il servizio “esclusivo” del Telegraph, a fine maggio 2017, la Press Association riferì: “I Tories prendono di mira le questioni di sicurezza relative a Jeremy Corbyn mentre i sondaggi suggeriscono l’avanzamento del Labour”.

Quindi alla vigilia delle elezioni generali, l’ex capo dell’MI6, Sir Richard Dearlove, dettò la strategia conservatrice mentre il Daily Telegraph pubblicava un suo articolo sotto il titolo: “Jeremy Corbyn è un pericolo per questa nazione. All’MI6, che ho guidato una volta, Corbyn eliminerebbe il controllo di sicurezza”.

I risultati migliori del previsto di Corbyn nelle elezioni generali del 2017 hanno portato a un aumento significativo del numero di interventi sui media da parte del personale militare e dell’intelligence attivo e in pensione. I documenti di destra iniziarono a sostenere che gli archivi dell’intelligence negli ex paesi del blocco orientale contenevano file incriminanti sul presunto tradimento di Corbyn.

Il 1° ottobre 2017, The Sun affermò che Corbyn aveva precedenti connessioni con la famigerata polizia segreta della Germania orientale, la Stasi. Ha riferito che un “file Stasi sul leader laburista che potrebbe renderlo vulnerabile al ricatto viene tenuto segreto”. E aggiunse: “I documenti segreti sono stati passati a The Sun e mostrano che Corbyn è collegato ai soci e ai gruppi del Partito laburista alleati delle spie della Stasi”. Il documento non diceva, tuttavia, né dove né come avesse ottenuto queste informazioni.

Due settimane dopo, Lord Richard Dannatt, ex capo dell’esercito, disse a LBC che Corbyn aveva un “passato negativo” sulla sicurezza nazionale.

Quello stesso mese, mentre Corbyn stava godendo di un rialzo di popolarità, Stella Rimington, che gestiva l’MI5 tra il 1992 e il 1996, disse che alcune persone che l’agenzia aveva spiato in passato erano ora coinvolte in Momentum, un movimento popolare pro-Corbyn. “Ora vedo in Momentum alcune delle persone che stavamo guardando nelle organizzazioni trotskite negli anni ’80 [...] Ora sono cresciuti e stanno dando consigli al nostro aspirante primo ministro, Corbyn, su come prepararsi al potere. È una svolta ironica degli eventi”.

Qualche mese dopo, nel febbraio 2018, The Sun pubblicò un’esclusiva – intitolata “Corbyn and the Commie Spy” – che affermava che “Jeremy Corbyn incontrò una spia comunista durante la guerra fredda ed informò il malvagio regime della repressione da parte dell’intelligence britannica”. Si diceva che Corbyn avesse il suo nome in codice dell’intelligence ceca – COB – e “presumibilmente è stato inserito in un elenco di agenti e fonti della squadra di sicurezza dello stato cecoslovacco”. Si dice che la rivelazione provenisse da “file segreti ottenuti da The Sun”, ma il documento non indicava come li ottenesse o da chi.

Una settimana dopo, Richard Dearlove – che parla correntemente il ceco e ha prestato servizio nel MI6 – scrisse un altro articolo per il The Daily Telegraph sull’argomento delle accuse ceche, intitolato “Prendilo da un’ex spia: le accuse contro Jeremy Corbyn dovrebbero essere prese molto sul serio”.

Sempre a febbraio, il blog di destra Guido Fawkes ha ripetuto l’affermazione secondo cui la Stasi della Germania dell’Est deteneva un fascicolo su Corbyn. La storia è stata ampiamente ripresa dalla stampa britannica, ma questa volta il commissario federale tedesco per la Stasi Records ha emesso una confutazione ufficiale, smentendo totalmente il fake su Corbyn.

Più tardi, nel settembre 2018, due fonti governative anonime di alto livello riferirono al Sunday Times che “Corbyn era stato convocato per questioni di terrorismo” dal capo del MI5 Andrew Parker. L’MI5 è stato probabilmente coinvolto nella fuga di notizie poiché l’articolo ha rivelato ciò su cui il capo dell’agenzia voleva informare Corbyn. I giornalisti hanno anche basato la storia su una “fonte di sicurezza” che “ha riconosciuto che alcune delle dichiarazioni pubbliche del leader laburista sul terrorismo avevano turbato i servizi di sicurezza”.

Due settimane dopo, il Daily Mail ha pubblicato un servizio “esclusivo” basato su fonti e documenti ottenuti dall’intelligence ucraina secondo il quale “…al più influente consigliere della Camera dei Comuni di Jeremy Corbyn è stato vietato l’ingresso in Ucraina perché è una minaccia alla sicurezza nazionale” . L’articolo riguardava anche Andrew Murray, che aveva lavorato nell’ufficio di Corbyn per un anno ma non aveva ancora ricevuto un pass di sicurezza per entrare nel parlamento del Regno Unito. Il Mail ha anche riferito, sulla base di ciò che chiamava “una fonte parlamentare senior”, che l’applicazione di Murray aveva riscontrato “problemi di verifica”.

È noto che le agenzie di intelligence usano “ritagli” come una “fonte parlamentare” o un “funzionario di Whitehall” per ottenere informazioni nei media. Murray in seguito ha dedotto che i servizi di sicurezza avevano fatto trapelare la storia tramite il servizio postale. “Chiamami scettico se devi, ma non vedo un’impresa giornalistica dietro l’improvvisa capacità della Posta di prendere in giro informazioni oscure dal [servizio di sicurezza ucraino]” scrisse Murray sul New Statesman.

Una settimana dopo la pubblicazione della storia del Mail, il Daily Telegraph pubblicò un articolo intitolato “Jeremy Corbyn sarebbe un problema per la sicurezza, afferma lo storico dell’MI5”. Questa è stata un’intervista esclusiva con il professor Christopher Andrew, un accademico di Cambridge che è stato nominato dall’MI5 come suo storico ufficiale nel 2002 e ha “accesso praticamente illimitato” agli archivi del servizio di sicurezza. Gli fu chiesto se pensava che l’MI5 e l’MI6 sarebbero stati riluttanti a riferire al primo ministro Corbyn tutto ciò che avrebbe dovuto sapere. “Una domanda è: fino a che punto Corbyn vorrebbe essere informato?”, ha risposto Andrew. “Non sembra un argomento che attiri la sua attenzione. Ci sono alcune persone nel gabinetto ombra che hanno chiesto la chiusura dell’MI5”.

Nel novembre 2018, il Daily Telegraph ha “nuovamente” appreso da una fonte non specificata che Corbyn aveva “recentemente incontrato” Alex Younger, capo dell’MI6, durante il quale cercò di chiarire “l’importanza del lavoro dell’agenzia e la gravità delle minacce che la Gran Bretagna deve affrontare ”. Corbyn era stato accusato di nuovo di essere un ingenuo davanti alle minacce che incombono sul Regno Unito. Era probabile che l’MI6 fosse coinvolto nella fuga di notizie mentre un “funzionario di Whitehall” divulgava “la sensazione” all’interno dell’agenzia “che era giunto il momento per Corbyn di conoscere il funzionamento dell’istituto di intelligence”.

Anche quelli intorno a Corbyn sono stati oggetto di articoli, in particolare il suo direttore delle comunicazioni Seumas Milne, un ex giornalista del Guardian che era critico nei confronti dei servizi di sicurezza mentre era al giornale. Il 23 febbraio 2019, il Daily Mail ha pubblicato “ indagini” in Milne, affermando di rivelare “sorprendenti nuove prove di legami di lunga data tra Jeremy Corbyn e il suo più vicino consigliere e gruppi terroristici del Medio Oriente, insieme ad una difesa senza peli sulla lingua degli interessi russi risalenti decenni”. Il dossier di prove includeva i dettagli di una vacanza universitaria nel 1977.

L’ex capo dell’MI6 Richard Dearlove è stato intervistato dal Mail per questa storia ed ha dichiarato: “Chiunque con il suo tipo di esperienza non poteva essere lasciato vicino a informazioni classificate. Sarebbe fuori discussione. Sono abbastanza allarmato dalle passate associazioni di Corbyn, ma Milne lo ha messo oltre il limite. Ciò significa che Corbyn non potrebbe prendere le decisioni e le decisioni che un PM deve prendere se non smette di consultarlo”.

Pochi mesi dopo, a luglio 2019, un altro ex capo dell’MI6, Sir John Sawers, ha criticato Corbyn, dicendo alla BBC che il leader laburista “non aveva i requisiti e a cui siamo abituati nella nostra massima leadership”.

La Gran Bretagna torna alle urne

L’annuncio di un’elezione il 28 ottobre 2019 ha spinto almeno 13 nuove storie da parte dei servizi di sicurezza e di individui legati al servizio militare che hanno minato il leader laburista.

Il 6 novembre, The Times ha pubblicato una serie di storie provenienti da personale militare e dell’intelligence. Uno era intitolato “I servizi di sicurezza temono che Corbyn siluri Trident” e affermava che “le figure di spicco dell’esercito sono preoccupate che se arriva al numero 10 scriverà memo insistendo sul fatto che i missili non dovrebbero mai essere lanciati”. Lord West ha nuovamente dichiarato al giornale che Corbyn ha posto la Gran Bretagna in una “posizione straordinaria e pericolosa”, aggiungendo: “Non capisce cosa significhi deterrenza”.

Ha inoltre osservato che l’MI5 e l’MI6 avevano “serie preoccupazioni sul fatto che l’intelligence si sarebbe prosciugata sotto una premiership di Corbyn, rendendo il paese più vulnerabile”. Una preoccupazione condivisa nelle intelligence dell’alleanza “Cinque Eyes” che comprende gli Stati Uniti, Australia, Canada e Nuova Zelanda.

La seconda storia è iniziata in un modo simile: “I servizi di intelligence ... temono che la sicurezza nazionale sarebbe messo seriamente a rischio se Jeremy Corbyn divenisse primo ministro”. Al Times è stato scritto, citando un ex funzionario in un dipartimento governativo che si diceva avesse “stretti legami con i servizi di intelligence” che ... “se Corbyn vincesse le elezioni avrebbe un effetto agghiacciante. Ciò ci metterebbe a rischio maggiore”.

Tre giorni dopo, con la campagna elettorale in pieno svolgimento, è apparsa un’altra “esclusiva” basata su materiale presumibilmente trovato negli archivi di sicurezza dello stato ceco. Questa volta era il Daily Mail che apparentemente aveva inviato un giornalista di lingua ceca nel paese per una storia elettorale nel Regno Unito. L’articolo era intitolato “Rivelazione: il principale aiutante di Corbyn tenne quattro incontri con la spia ceca negli anni ’80 ed era un amico dell’ambasciata sovietica e un nemico degli Stati Uniti”.

Le accuse riguardavano di nuovo il consigliere di Corbyn Andrew Murray, che era stato accusato di aver incontrato un agente ceco negli anni ’80, simile all’accusa che era stata presentata da The Sun l’anno scorso nei confronti di Corbyn.

Due giorni dopo, l’11 novembre, il Daily Mail ha pubblicato altre preoccupazioni dell’ex capo della marina Lord West in un articolo intitolato “Mi fa male dirlo, ma non possiamo affidare la difesa della nostra nazione a Jeremy Corbyn”.

Quindi, il 16 novembre, il segretario di casa Priti Patel si è unito al coro, avvertendo del rischio per la sicurezza nazionale se i laburisti formassero il prossimo governo. Il ministro, facendo eco ai servizi segreti e militari negli ultimi quattro anni, ha detto The Sun: “Il solo pensiero di Jeremy Corbyn e del segretario ombra ombra Diane Abbott responsabili della nostra sicurezza nazionale mi fa stare male. Si sono schierati e hanno difeso alcuni degli individui e dei gruppi terroristici più spaventosi”. Ed ha aggiunto: “In qualsiasi altra circostanza, non sono sicuro [che] otterrebbero anche il nulla osta di sicurezza. I loro passati sarebbero sufficienti per far suonare le campane d’allarme”.

Una settimana dopo, con le elezioni a meno di tre settimane di distanza, Richard Dearlove fece un altro intervento sul Daily Mail . L’articolo era intitolato “Jeremy Corbyn è un pericolo per la sicurezza nazionale, non è adatto a diventare Primo Ministro, avverte l’ex capo dell’MI6”. L’ex spia ha avvertito il pubblico britannico: “Non pensare nemmeno di correre il rischio di consegnare a questo politico le chiavi del n. 10”. Questa dichiarazione ha segnato l’agenda delle notizie nei giorni successivi.

Tre giorni dopo, il 26 novembre, il Daily Telegraph ha pubblicato un altro servizio “esclusivo” affermando che “Israele potrebbe interrompere la sua cooperazione di intelligence con il Regno Unito se Jeremy Corbyn diventerà primo ministro e si impegnerà a imporre un embargo sulle armi a Israele”.

L’articolo, basato su un’intervista con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, conteneva anche un’intervista con un ex ufficiale dell’MI6 che affermava che un premierato di Corbyn “avrebbe probabilmente visto i rapporti di intelligence tra la Gran Bretagna e Israele ‘bloccati’ per la durata della sua carica”. Il Telegraph ha quindi ribadito la minaccia rappresentata dal primo ministro Corbyn rilevando che “un suggerimento del [servizio di intelligence israeliano] Mossad ha portato la polizia britannica in una casa nel nord-ovest di Londra nel 2015 dove agenti collegati a Hezbollah hanno ritrovato tonnellate di materiale esplosivo”.

A metà novembre, il giornalista del Daily Telegraph Con Coughlin aveva scritto un’articolo intitolato “Corbyn come primo ministro metterebbe a rischio la sicurezza nazionale britannica” in cui sosteneva che “un governo Corbyn avrebbe conseguenze disastrose per la capacità della Gran Bretagna di difendersi”. Due settimane dopo, il 29 novembre, gli fu assegnato uno scoop – intitolato “SAS (Special Air Service è il principale corpo speciale dellʼEsercito Britannico) potrebbe perdere la base di addestramento nel Brunei se Corbyn diventasse primo ministro secondo importanti addetti ai lavori presso il Ministero della Difesa […] Perdere la nostra base in Brunei rappresenterebbe una battuta d’arresto significativa per l’esercito”.

Il 1° dicembre 2019, meno di due settimane prima delle elezioni, il Times ha lanciato un altro avvertimento, questa volta proveniente dagli ex comandanti militari, con il titolo “Jeremy Corbyn distruggerà le forze armate” . Cinque eminenti comandanti militari hanno avvertito in una dichiarazione rilasciata al giornale che Jeremy Corbyn è “pericoloso per la sicurezza nazionale” e che “è stato un amico dei nemici del nostro paese: che si tratti di Hamas o dell’IRA”.

Tra i firmatari c’era il tenente generale Jonathon Riley, che era vice comandante della forza di sicurezza internazionale in Afghanistan; Il maggiore generale Tim Cross, comandante delle truppe britanniche in Iraq; Il maggiore generale Julian Thompson, che guidò le forze di terra britanniche nelle Falkland; Il contrammiraglio Roger Lane-Nott, che guidò le forze navali britanniche durante le ultime fasi della guerra del Golfo; e, il colonnello Richard Kemp, un comandante di 300 truppe britanniche in Afghanistan, che aveva anche lavorato per il comitato congiunto di intelligence.

Le elezioni generali del Regno Unito si svolgeranno il 12 dicembre 2019.

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29/11/2019

USA - Trump contro i militari

Un nuovo fronte di scontro sta alimentando le polemiche in questi giorni tra il presidente americano Trump e l’apparato di potere negli Stati Uniti. Oltre al conflitto in atto sulla questione dell’impeachment, riflesso delle divergenze attorno ai punti cardine della politica estera USA, e sul ruolo della prima potenza del pianeta in Medio Oriente, a cominciare dalla Siria, continuano a esserci scintille circa i recenti provvedimenti di grazia decisi dal presidente a beneficio di alcuni militari condannati per crimini di guerra.

Il caso che sta facendo più rumore riguarda il “Navy SEAL” o membro delle forze speciali della Marina, Eddie Gallagher. Quest’ultimo era accusato di avere sparato senza motivo su civili a Mosul, in Iraq, e dell’omicidio con un coltello da caccia di un giovane combattente dello Stato Islamico (ISIS) mentre era sotto custodia dei servizi medici militari americani. Gallagher avrebbe anche minacciato di morte alcuni soldati suoi compagni che intendevano testimoniare contro di lui. La corte marziale si era conclusa con l’assoluzione per l’omicidio, ma con una condanna per avere scattato un “selfie” vicino al cadavere del giovane militante, reato anch’esso considerato un crimine di guerra. La Marina americana lo aveva allora immediatamente degradato.

Gli interventi di Trump a favore di Gallagher erano iniziati già nel mese di marzo, con un ordine di rilascio dal carcere militare di San Diego in cui attendeva il processo, mentre la scorsa settimana era arrivata la decisione di annullare gli altri provvedimenti contro il “Navy SEAL” decisi dai vertici della Marina. Nonostante il perdono di Trump, i superiori di Gallagher avevano avviato una procedura di “revisione”, ugualmente bloccata dalla Casa Bianca, che avrebbe potuto privarlo dell’insegna dei corpi speciali dopo il congedo.

I provvedimenti presi da Trump avevano in precedenza riguardato anche altri due militari americani: il maggiore Mathew Golsteyn, responsabile dell’esecuzione sommaria di un membro dei talebani in Afghanistan, e il tenente Clint Lorance, condannato per avere ordinato ai soldati sotto il suo comando, sempre nel paese asiatico occupato, di sparare su tre uomini disarmati, uccidendone due. Gli interventi di Trump sono stati quasi sempre accompagnati dagli immancabili “tweet” che, nei casi in questione, hanno in sostanza espresso l’intenzione di garantire la completa impunità dei soldati americani nell’esecuzione delle operazioni dell’imperialismo a stelle e strisce.

Al centro della vicenda c’è dunque il clamoroso disaccordo tra il presidente e i vertici delle forze armate degli Stati Uniti. Il culmine dello scontro si è registrato finora nel fine settimana con il licenziamento del segretario della Marina militare, Richard Spencer, su richiesta del numero uno del Pentagono, Mark Esper. Ufficialmente, alla base della rimozione di Spencer ci sarebbe la mancata notifica da parte di quest’ultimo a Esper di un accordo che avrebbe proposto alla Casa Bianca sul caso del “SEAL” Eddie Gallagher.

Per il segretario alla Difesa, Spencer avrebbe proposto a Trump una soluzione che consentiva a Gallagher di essere congedato senza disonore, restando cioè un “SEAL” anche dopo avere lasciato i reparti speciali della Marina. Così facendo, Spencer avrebbe assunto una posizione diversa da quella ostentata pubblicamente, oltre ad avere tenuto all’oscuro della proposta di accordo il suo superiore civile.

Che questa ricostruzione corrisponda al vero sembra piuttosto improbabile, anche perché il segretario alla Marina uscente non ne ha fatto parola nella dichiarazione ufficiale in cui ha confermato le sue dimissioni. Spencer, invece, ha tenuto a evidenziare sia la totale diversità di vedute con il presidente sui “principi fondamentali di ordine e disciplina” sia la pericolosità, se non, velatamente, l’illegalità, del comportamento dello stesso Trump.

Il segretario uscente ha affermato che la sua “coscienza” non gli consente di “obbedire a un ordine” che, a suo dire, “viola il sacro giuramento... di rispettare e difendere la Costituzione degli Stati Uniti”. L’accusa indiretta al presidente americano di avere agito in violazione della Costituzione rappresenta un attacco gravissimo da parte di uno dei massimi esponenti dei vertici militari contro il più alto ufficio civile del paese, a cui i primi dovrebbero evidentemente sottostare.

Da questo punto di vista, la vicenda rappresenta l’ennesima conferma di come il principio del controllo civile sull’apparato militare negli USA sia ormai estremamente logoro sotto la spinta di ripetute avventure belliche negli ultimi due decenni, svincolate dal controllo e dall’approvazione dell’autorità civile. L’altro aspetto di rilievo, come accennato all’inizio, è l’aggravarsi dei segnali di conflitto tra l’amministrazione Trump e determinate fazioni dei poteri forti, in questo caso quella rappresentata dai militari.

Lo scontro attorno alla sorte dei “Navy SEAL” responsabili di crimini di guerra è esploso a causa del tentativo, da parte della Casa Bianca e degli alti ufficiali delle forze armate americane, di utilizzare il caso per ragioni differenti. La concessione della grazia è un altro modo per Trump di stimolare gli istinti retrogradi della sua base ultra-reazionaria nel paese e all’interno della classe dirigente, inclusi gli stessi ambienti militari, in vista delle presidenziali del 2020 e in risposta al procedimento di impeachment in atto al Congresso.

La strumentalizzazione politica del caso Gallagher è confermata anche dagli intrecci tra lo stesso membro delle forze speciali, nonché criminale di guerra condannato, e alcuni ambienti legali e dei media di estrema destra vicini allo stesso presidente. La decisione di Trump sarebbe stata consigliata da un ex ufficiale dell’esercito che conduce un programma per il network FoxNews e condivide l’avvocato di Gallagher. Un secondo legale di quest’ultimo lavora inoltre per la “Trump Organization” e un altro ancora è stato uno stretto collaboratore di Rudy Giuliani, ex sindaco di New York e attualmente avvocato personale del presidente.

Dal punto di vista dei militari, l’apparente durezza mostrata nei confronti dei soldati incriminati e condannati serve invece a mostrare un’intransigenza che torna utile a vendere all’opinione pubblica un’immagine di forze armate che garantiscono disciplina e procedure “democratiche”. Questa illusione, messa in pericolo da Trump, è necessaria per giustificare aggressioni militari, operazioni su scala sempre più vasta in ogni angolo nel pianeta e, in definitiva, crimini di guerra di gran lunga più gravi di quelli commessi individualmente dai singoli soldati americani.

Fonte

20/11/2019

Bolivia, il golpe postumo

“La crisi dei diritti umani che sta attraversando la Bolivia dopo le elezioni del 20 ottobre si è aggravata con l’intervento delle forze armate. Qualsiasi messaggio che favorisca l’impunità è gravissimo.

I nefasti precedenti storici nella regione per quanto riguarda il ruolo dei militari, devono essere tenuti nella massima considerazione così come massimo dev’essere l’impegno al rispetto e alla protezione dei diritti umani”.

(Dichiarazione rilasciata da Erika Guevara-Rosas, direttrice per le Americhe di Amnesty International)

La velocità folle degli eventi che hanno capovolto l’assetto politico e sociale della Bolivia – mantenuto pressoché inalterato per 13 anni da Evo Morales e Álvaro García Linera, che oltretutto hanno consolidato le riforme nell’ultimo periodo – è tutt’altro che una coincidenza.

È passato un mese esatto da quella maledetta domenica, quando la conta dei voti si fermò misteriosamente, per riprendere 24 ore dopo e decretare la vittoria al primo turno del presidente in carica. Da quel momento Carlos Mesa, il capo dell’opposizione, vedendosi negato l’accesso al secondo turno di dicembre, scatenò i primi tumulti per le strade, che coinvolsero oltre alla capitale La Paz, le città-chiave di Cochabamba e Santa Cruz nel sud del Paese, dove Mesa aveva ottenuto i consensi maggiori, in assenza dell’etnia Aymara, il pueblo andino più rappresentativo della Bolivia a cui appartiene Evo Morales, concentrato a La Paz e nella frazione di El Alto.

https://www.lavanguardia.com/internacional/20191115/471610411682/indigenas-bolivia-evo-morales-golpe-estado-etnia-aimara.html

Ci furono due vittime durante gli scontri tra opposte fazioni, a simboleggiare un equilibrio sostanziale tra i sostenitori di Mesa e quelli che invece erano rimasti fedeli a Evo. In quei giorni, la delegazione OAS (Organizzazione degli Stati Americani con sede a Washington D.C.), il cui intervento era stato comunque richiesto dal ministro degli Interni del vecchio governo, assunse un atteggiamento ambiguo: all’inizio dichiarò che, pur avendo riscontrato notevoli anomalie nella procedura di voto, tuttavia non aveva raccolto prove che attestassero una frode elettorale. Pochi giorni dopo, affermò il contrario, chiedendo al governo in carica di ripetere il primo turno di votazioni, richiesta che venne accolta da Morales.

Nel frattempo la polizia, rimasta neutrale durante i primi disordini, si ammutinò, chiedendo le dimissioni immediate di Morales. A dar man forte intervenne l'esercito, che minacciò di arrestarlo, se non avesse rimesso il mandato e lasciato il Paese, “per evitare una guerra civile”.

Evo Morales, insieme a Linera e l’intero staff presidenziale, diede infine le dimissioni e il 12 dicembre parti per il Messico, il cui governo si era offerto di dargli asilo politico.

Subito dopo, la presidentessa ad interim Jeanine Áñez, dichiarò che “avrebbe ripristinato la democrazia” e “pacificato la nazione”, definendo Morales “un tiranno al quale non sarà più permesso di candidarsi alle prossime elezioni” anche se gli fosse consentito l’eventuale ritorno in patria.

Peccato però che quello che sta succedendo in queste ore non abbia niente a che vedere con la democrazia: innanzitutto, il nuovo Parlamento ricomposto ex novo mercoledì scorso, non ha neanche un indigeno tra i suoi nuovi membri, pur a fronte di una nazione composta per oltre il 45% di etnie indios con ben 36 differenti ceppi linguistici.

I ministri che formano il gabinetto del governo provvisorio, sono stati tutti scelti pescando nell’élite che controlla Santa Cruz, la seconda città della Bolivia, da sempre rivale di La Paz, che è a maggioranza Aymara e Quechua.

Morales è accusato anche di aver favorito divisioni etniche, e ciò viene usato ora come pretesto per attaccare lo Stato Plurinazionale, fondamento del socialismo andino, concetto voluto fortemente dall’ex presidente e inserito nell’ordinamento costituzionale nel 2009 con lo scopo di preservare l’identità indigena e difenderne i diritti. Come segno del cambio di tendenza, gli oppositori del presidente in esilio hanno bruciato un po’ ovunque la bandiera multicolore Wiphala, che è il simbolo dei nativi delle Ande, a cui Morales è legato per tradizione millenaria.

Aldilà della mancanza di rispetto per tradizioni e simboli, il New Deal anti-indigenista ha rafforzato l’arroganza degli alti gradi militari, i quali hanno dato corso al loro personale colpo di Stato, facendo varare il 14 novembre un decreto speciale, n° 4078, che assicura all’esercito impunità assoluta in caso di repressione di manifestazioni anti-governative.

Per “festeggiare” la nuova legge, ieri la polizia ha attaccato nuovamente i dimostranti con gas lacrimogeni.

Finora il bilancio delle vittime negli scontri registra 23 caduti, di cui 21 dopo la partenza di Morales.

A tal riguardo, Amnesty ha rilasciato un ulteriore comunicato, che trascrivo qui di seguito, integralmente:

“L’altissima tensione sociale non può essere una scusa perché le forze armate agiscano in modo contrario agli standard internazionali sui diritti umani o per fomentare un’ondata di odio e discriminazione razziale che è già emersa con forza negli ultimi giorni. Jeanine Añez, che si è proclamata presidente ad interim, ha l’obbligo di fermare immediatamente le violazioni dei diritti umani e di rendere conto di fronte ai meccanismi nazionali e internazionali su tali violazioni”.

Le prossime ore ci mostreranno se questo appello verrà accolto dal nuovo governo, oppure se sarà ignorato, come io credo.

Al momento sembra che non esistano le condizioni per una tregua.

Il conflitto in corso fra ciò che resta del MAS (Movimento per il Socialismo) e la restaurazione dell’ancien régime appoggiato dai militari e dalla minoranza bianca di origine europea, si concluderà solo con la sconfitta di uno dei due contendenti.

Non c’è più spazio per ripensamenti.

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13/11/2019

Cinque lezioni dalla Bolivia

di Atilio Boròn

La tragedia boliviana ci offre eloquenti lezioni che i nostri popoli e le nostre forze sociali e politiche popolari devono imparare e registrare per sempre nella propria coscienza.

Ecco un breve elenco, che tiene conto di come gli eventi man mano si sviluppano, a preludio di un’analisi più dettagliata in futuro.

Primo: non importa quanto l’economia sia gestita in modo esemplare, come ha fatto il governo Evo – con crescita, redistribuzione, investimenti garantiti e tutti gli indicatori macro e microeconomici migliorati – la destra e l’imperialismo non accetteranno mai un governo che non serve i loro interessi.

Secondo: i manuali pubblicati da varie agenzie negli Stati Uniti e i loro portavoce, travestiti da accademici o giornalisti, devono essere studiati, in modo da poter riconoscere i segni di un’offensiva per tempo.

Questi scritti sottolineano invariabilmente la necessità di distruggere la reputazione dei leader popolari, con accuse di appropriazione indebita, corruzione, comportamento dittatoriale e ignoranza, cosa che nel gergo specializzato è noto come demonizzazione del personaggi.

Questo compito è affidato a comunicatori sociali, autoproclamati “giornalisti indipendenti”, i quali, una volta che viene loro consegnato il controllo quasi monopolistico dei media, imprimono tali diffamazioni nel cervello della popolazione, accompagnati, come visto in questo caso, da commenti odiosi nei confronti dei popoli nativi e dei poveri in generale.

Terzo: una volta cominciato tutto ciò, arrivano i leader politici di destra e le élite economiche i quali chiedono “un cambiamento”, la fine della “dittatura” di Evo che, come ha scritto l’impresentabile Vargas Llosa qualche giorno fa, è un “demagogo che vuole rendere eterno il suo mandato al potere”.

Suppongo che stia brindando con champagne a Madrid, guardando la copertura mediatica data alle orde fasciste intente a saccheggiare, bruciare, incatenare i giornalisti alle poste, tagliare i capelli a un sindaco donna e coprirla di vernice rossa, distruggere i verbali dei risultati delle ultime elezioni, adempiere i mandati di Don Mario, liberare la Bolivia dal demagogo malvagio.

Cito questo caso perché Vargas è stato, ed è, immorale portabandiera di questo vile attacco, un crimine orrendo che ha crocifisso una leadership popolare, distrutto la democrazia e stabilito un regno di terrore gestito da bande assoldate per punire un popolo degno che ha l’audacia di cercare la libertà.

Quarto: “Le forze di sicurezza” ora entrano in scena. In questo caso stiamo parlando di istituzioni controllate da numerose agenzie militari e civili del governo degli Stati Uniti.

Questi professionisti addestrano le forze locali, le armano, conducono esercitazioni congiunte e le indottrinano politicamente. Ho avuto l’opportunità di verificarlo quando, su invito di Evo, ho presentato un corso sull’antimperialismo per ufficiali di alto livello nelle tre forze armate della nazione.

In questa occasione, ero inorridito dal grado di penetrazione, tra questi individui, degli slogan più reazionari degli Stati Uniti, ereditati dall’era della Guerra Fredda, e dall’aperta irritazione che provavano per il fatto che il paese aveva un presidente indigeno.

Ciò che queste “forze di sicurezza” hanno fatto è stato ritirarsi dalla scena e lasciare il campo aperto per l’azione incontrollata di orde fasciste – come quelle in Ucraina, in Libia, in Iraq, in Siria – per rovesciare leader che infastidivano l’impero – o tentare di farlo, nell’ultimo caso – e quindi intimidire la popolazione, gli attivisti e le figure stesse del governo.

In altre parole, un nuovo fenomeno socio-politico: un colpo di stato militare “di fatto” che consente alle bande reazionarie, reclutate e finanziate dalla destra, di imporre il loro dominio. Quando regna il terrore e il governo è indifeso, il risultato è inevitabile.

Quinto: la sicurezza e l’ordine pubblico della Bolivia non avrebbero mai dovuto essere affidati a istituzioni come la polizia e l’esercito, colonizzate dall’imperialismo e dai suoi lacchè all’interno della destra della nazione.

Quando è stata lanciata l’offensiva contro Evo, è stata scelta una politica di pacificazione e non di risposta alle provocazioni dei fascisti.

Questo è servito a incoraggiare le destre e aumentare la loro fiducia. Prima hanno richiesto un nuovo conteggio; poi, hanno gridato alla frode e hanno chiesto nuove elezioni; insistendo, infine, su elezioni senza Evo – come in Brasile, senza Lula.

Alla fine, le dimissioni di Evo. Dato il suo rifiuto di accettare il ricatto, è stato seminato il terrore con la complicità della polizia e dei militari, costringendo Evo a dimettersi. Come da manuale, direttamente dal manuale. Impareremo queste lezioni?

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10/11/2019

Iraq - Feriti 5 militari italiani in kurdistan

C’è stato un attentato esplosivo contro i militari italiani in Iraq. I feriti sono cinque di cui tre in gravi condizioni. L’attentato, riferisce lo Stato maggiore della Difesa, è avvenuto in mattina quando un Ied, un ordigno esplosivo rudimentale, è detonato al passaggio di un convoglio dei militari appartenenti alle Forze speciali italiane in Iraq.

L’attentato è avvenuto intorno alle 11 locali, nella zona di Suleymania, nel Kurdistan iracheno. Ad essere coinvolti sono stati i commandos della task force presente in quell’area, che stava svolgendo un’attività di supporto ad una unità di forze speciali dei Peshmerga. I cinque feriti, sempre secondo quanto è stato possibile apprendere, sono tre incursori della Marina (appartenenti al Goi, il Gruppo operativo incursori) e due dell’Esercito (9/o Col Moschin).

I cinque militari coinvolti dall’esplosione sono stati subito soccorsi, evacuati con elicotteri USA facenti parte della coalizione e trasportati in un ospedale “Role 3” dove stanno ricevendo le cure del caso.

Tre dei cinque militari sono in condizioni gravi, ma non sarebbero in pericolo di vita. I tre militari sono tutti in prognosi riservata ed attualmente ricoverati in un ospedale militare a Baghdad. Dei tre il più grave ha riportato un’emorragia interna; un altro ha perso alcune dita di un piede e il terzo ha gravissime lesioni a entrambe le gambe, che sono state parzialmente amputate. Gli altri due militari coinvolti nell’esplosione, invece, hanno riportato solo micro fratture e lesioni minori.

Gli ultimi soldati italiani si erano ritirati dall’Iraq occupato nel dicembre del 2006. Ma la realtà dei fatti sé andata diversamente. Il governo Renzi nel 2014, decise di inviare in Medio Oriente un certo numero di militari affermando che si trattava del contributo italiano alla ‘coalizione contro l’Isis’ che vede protagonisti gli Stati Uniti e le petromonarchie della penisola arabica, oltre a Gran Bretagna, Francia e Germania.

Così il governo italiano, confermato da quelli successivi a Renzi, decise di inviare più di 500 soldati in Iraq (molti appartenenti alle forze speciali), nella zona curda in particolare.

Il compito dei soldati italiani è ufficialmente quello di sostenere le milizie agli ordini del governo regionale curdo di Erbil, un’entità di fatto in competizione con quello di Baghdad e legata a doppio filo non solo a Washington, ma anche a Israele.

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27/08/2019

Sudan - Transizione in corso, chi è il nuovo primo ministro?

di Federica Iezzi

Dopo mesi di incertezza politica e di violenze, il Sudan sembra entrare in una nuova era con il recente giuramento del nuovo primo ministro e del nuovo consiglio sovrano con membri militari e civili. Abdalla Hamdok è stato scelto come primo ministro dallo stesso movimento di protesta.

Il consiglio sovrano, composto da sei civili e cinque militari, governerà il Sudan per poco più di tre anni fino a quando si potranno tenere le nuove elezioni. Sostituisce il Consiglio Militare di Transizione, che ha preso il potere ad aprile dopo che il presidente-sovrano Omar al-Bashir è stato costretto a lasciare l’incarico, in seguito a mesi di proteste di massa contro il suo governo pluridecennale, proteste da cui è nata l’Alleanza della libertà e il cambiamento, alleanza di gruppi della società civile e partiti di opposizione

L’esercito sudanese ha rovesciato al-Bashir in aprile dopo mesi di manifestazioni diffuse contro il suo governo autoritario. Le prime proteste risalgono allo scorso dicembre a causa di condizioni economiche disastrose. Anche il generale Abdul Fattah al-Burhan, prima a capo del Consiglio Militare di Transizione, ha prestato giuramento come presidente del consiglio sovrano. Condurrà il consiglio per 21 mesi, in seguito un leader civile, nominato dal movimento di protesta, subentrerà per i seguenti 18 mesi.

Con l’inizio del periodo di transizione, il Sudan è entrato nella fase più complessa, la fase di costruzione e riforma. Oltre ad al-Burhan, i militari nel consiglio sono il generale Mohamed Hamdan Dagalo, Yasser Abdul Rahman al-Atta, Ibrahim Jabir e Shams al-Din Kabashi. I sei civili includono due donne: Ayesha Musa Saeed e Raja Nicola Issa Abdul-Masseh, giudice della minoranza copta cristiana del Sudan. Gli altri sono Hassan Sheikh Idris Qadi, Al-Siddiq Tawer Kafi, Mohammed al-Fekki Suleiman e Mohamed Osman Hassan al-Taayeshi.

Il consiglio sovrano sovrintenderà alla formazione di un governo e di un organo legislativo composto da 300 membri. Dunque, il prossimo focus del popolo sudanese sarà sul consiglio esecutivo, che avrà la maggioranza delle forze di libertà e cambiamento.

I tortuosi negoziati sul consiglio civile e militare congiunto non si sono arrestati nonostante una mortale repressione della sicurezza in un sit-in di protesta nella capitale Khartoum. Almeno 250 persone sono state uccise da dicembre, secondo gli organizzatori della protesta. Ora le sfide future includono la lotta alla crisi economica che ha scatenato le proteste contro al-Bashir e i conflitti in corso nelle regioni del Darfur, Kordofan e Blue Nile.

Ma chi è Abdalla Hamdok? Famoso economista, a seguito di lunghi negoziati con il Consiglio Militare di Transizione, ha strappato il ruolo di primo ministro nel governo del Paese. Nato nella provincia centro-meridionale del Kordofan, Hamdok ha oltre 30 anni di esperienza come economista e analista senior specializzato in sviluppo economico in tutta l’Africa. Ha iniziato a trattare le sfide immediate: inflazione, disoccupazione giovanile e disponibilità di materie prime. Dal 1981 al 1987 è stato un alto funzionario del Ministero delle finanze e della pianificazione economica del Sudan, prima di assumere diversi ruoli di leadership in istituzioni tra cui l’African Development Bank e l’International Labour Organization.

Ha ricoperto la carica di vice segretario esecutivo nella Commissione economica delle Nazioni Unite per l’Africa. La nomina di Hamdok a primo ministro segnala l’intenzione della nuova leadership sudanese di affrontare una crisi finanziaria ormai divenuta cronica. La sua più grande sfida sarebbe quella di integrare il Paese nell’economia internazionale dopo 20 anni di paralizzanti sanzioni commerciali statunitensi.

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05/07/2019

Sudan - Nuova intesa tra militari e opposizione

Il consiglio militare sudanese e le forze d’opposizione hanno raggiunto un accordo per la condivisione del potere durante il periodo transitorio che dovrà portare il Sudan alle elezioni. Dopo due giorni di incontri a Khartoum, le due parti hanno trovato un’intesa per la formazione di “un consiglio sovrano con presidenza a rotazione formato da militari e civili che durerà per un periodo di tre anni o poco più”. A dirlo alla stampa è stato stamane all’alba il mediatore dell’Unione africana Mohammad Hasan Lebatt.

Secondo quanto ha riferito Lebatt, è stato raggiunto un accordo anche per la formazione di un governo tecnocratico indipendente, per l’apertura di un’indagine trasparente e indipendente “su tutti gli spiacevoli incidenti che il Paese ha affrontato nelle recenti settimane” e per posticipare la creazione di un consiglio legislativo. Non è chiaro al momento quale sarà la proporzione dei membri civili e militari all’interno del consiglio transitorio. Una questione nient’affatto irrilevante dato che questo è stato il motivo del fallimento dei passati incontri tra opposizioni e il regime.

Non è la prima volta che le due parti trovano, almeno a parole, un’intesa. Prima del massacro del 3 giugno in cui sono stati uccisi più di 100 dimostranti dai militari, infatti, era stato stabilito che alle opposizioni raccolte nella coalizione delle “Forze per la libertà e il cambiamento” (FFC) spettavano i due-terzi dei seggi del consiglio legislativo. L’accordo era poi naufragato a causa delle violenze dell’esercito. “Questa intesa – ha commentato Omar al-Degair, uno dei leader della FFC – apre la strada alla formazione delle istituzioni dell’autorità transitoria e speriamo che sia l’inizio di una nuova era”. “Quest’accordo – gli fa eco il Generale Mohammad Hamdan Dagalo, vice capo del Consiglio transitorio militare e alla guida delle “Forze di supporto rapido” accusate di aver compiuto i massacri di questi ultimi mesi in Sudan – è completo e non esclude nessuno”. “Ringraziamo i mediatori africani ed etiopi per i loro sforzi e la pazienza dimostrata – ha aggiunto – Così come ringraziamo i nostri fratelli delle Forze della Libertà e il Cambiamento per lo spirito positivo [che hanno avuto]”.

Resta ora da capire se l’accordo troverà effettivamente applicazione: al momento è difficile fare previsioni visto quanto accaduto nelle ultime settimane a causa della repressione brutale del regime. Che i segnali di un’intesa fossero nell’aria lo si era capito però la scorsa settimana quando il consiglio militare aveva accolto con favore la proposta etiope e dell’Unione africana per ristabilire la calma nel Paese. Ma se da un lato i militari si dimostravano aperti a dialogare, dall’altro continuavano a uccidere: almeno 7 oppositori hanno perso la vita domenica durante la “Marcia dei milioni”.

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04/06/2019

Sudan - I militari annullano gli accordi con l'opposizione

Dopo la durissima repressione di ieri, il Consiglio transitorio militare sudanese (Tmc) è passato oggi alla seconda fase, quella più propriamente “politica”, annullando tutti gli accordi con la principale coalizione d’opposizione e parlando di elezioni entro nove mesi.

Decisioni che getteranno altra benzina sul fuoco in una situazione già di per sé incandescente: le migliaia di dimostranti che da mesi scendono in piazza in Sudan protestando prima contro il presidente al-Bashir e ora contro i militari ritengono che le elezioni debbano aver luogo solo al termine di un lungo periodo di transizione gestito da un’amministrazione civile (una posizione sostenuta anche dalla comunità internazionale).

Ma a far parlare è tuttavia ancora oggi il bagno di sangue compiuto ieri dall’esercito nella capitale Khartoum. Almeno 35 persone sono rimaste uccise (116 ferite) quando le forze di sicurezza hanno fatto irruzione nel presidio di protesta che da mesi migliaia di sudanesi hanno allestito fuori il ministero della difesa. Il principale gruppo di manifestanti, l’Associazione dei professionisti sudanesi (Spa), ha parlato di “massacro” e ha puntato il dito contro l’esercito. I militari, però, hanno respinto le accuse. Il portavoce del Tmc, il Generale Shams el-Din Kabbashi, a tal proposito è stato chiaro: l’esercito, ha spiegato, stava ricercando solo degli “elementi insubordinati” che hanno trovato rifugio nel campo di protesta e che stanno causando il caos.

Una ricostruzione dei fatti che appare assai poco credibile vista la dinamica delle violenze di ieri con i colpi di arma da fuoco che hanno colpito indiscriminatamente i manifestanti. Quel che Kabbashi non dice né può dire è che il sit-in era diventato il fulcro delle proteste contro l’esercito e premeva per l’immediato passaggio dei poteri ai civili. Uno scenario che per il Tmc è inaccettabile.

Proprio sul numero dei civili presenti nel governo ad interim che dovrebbe guidare il Paese in una fase transitoria, i militari e le opposizioni non riescono a trovare da mesi un accordo definitivo. L’impasse politica non ha fatto altro che alimentare ulteriori tensioni tra le due parti.

Il Sudan è in agitazione da dicembre quando l’aumento del prezzo del pane e la mancanza di denaro hanno portato in piazza migliaia di sudanesi contro il regime di al-Bashir. Le manifestazioni avevano raggiunto un primo obiettivo ad aprile quando il presidente/dittatore, dopo trent’anni al potere, veniva rimosso dalle forze armate. Ma se i militari pensavano che, sacrificando al-Bashir, potessero placare la rabbia popolare e porre fine alla sete di giustizia sociale e di democrazia di migliaia di sudanesi, allora si sbagliavano di grosso. Il sit-in che ieri l’esercito ha provato a rimuovere era proprio la più chiara dimostrazione della voglia di tanti cittadini di rovesciare l’intero sistema di potere e di non accontentarsi solo di alcuni cambiamenti cosmetici.

A rendere il clima più teso nel Paese ci ha pensato oggi anche il leader del Tmc, il Generale Abdel Fattah al-Burhan. Secondo Burhan, infatti, anche le forze d’opposizione sono ugualmente responsabili per non essere riuscite a raggiungere con l’esercito l’accordo finale sul governo ad interim. “Legittimità e il mandato [di governo] non vengono attraverso le urne” ha detto prima di promettere la formazione “a breve” di un esecutivo che guiderà il Paese fino a quando non avranno luogo le elezioni. Burhan si è detto anche dispiaciuto per le violenze di ieri all’interno di quella che ha definito una “operazione per ripulire la via del Nilo” e ha annunciato che sarà aperta un’inchiesta per fare chiarezza su quanto accaduto. Parole che, più pensate per i suoi cittadini, sono uno specchietto per le allodole per l’Europa, gli Stati Uniti e l’Unione Africana che ieri avevano condannato la repressione dei militari.

La decisione del Tmc non è stata finora commentata dalle opposizioni. Quel che è certo, e lo hanno ribadito anche ieri, è che le loro proteste continueranno finché i militari non consegneranno il potere ai civili.

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