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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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13/08/2026

La Bolivia del “vivir bien” prima della destra

di Evo Morales

Il Presidente Paz continua la sua campagna per screditare la gestione del Processo di Cambiamento sotto la mia presidenza. È necessario chiarire, per lui e per il popolo boliviano, che tra il 2006 e il 2019 la Bolivia ha registrato uno dei maggiori investimenti pubblici della sua storia.

Sanità: sono stati investiti oltre 2 miliardi di dollari, sono state costruite 1.061 strutture sanitarie, sono stati creati 18.550 posti di lavoro ed è stato lanciato il Piano Ospedali per la Bolivia, il più grande programma ospedaliero del Paese, con 49 ospedali previsti nei nove dipartimenti.

Istruzione: sono stati investiti 2,15 miliardi di dollari in 4.800 unità scolastiche nuove, ampliate o ristrutturate.

Edilizia abitativa: sono stati stanziati 1,15 miliardi di dollari e sono state consegnate 153.229 unità di edilizia sociale.

Strade: sono stati completati 5.983 chilometri e 3.500 chilometri sono ancora in costruzione.

Teleferica di La Paz: sono stati investiti 700 milioni di dollari e rese operative 10 linee.

Ferrovia metropolitana di Cochabamba: sono stati investiti 470 milioni di dollari in 12 treni elettrici.

Infrastrutture sportive: è stato investito circa 1 miliardo di dollari.

Le nostre politiche statali hanno trasformato le condizioni di vita della popolazione boliviana, sollevando 3 milioni di persone dalla povertà e rendendo la Bolivia il Paese con la crescita maggiore nella regione per sei anni consecutivi.

Inoltre, il processo costituente ha permesso l’inclusione di tutti i cittadini (popolazioni indigene, contadini, operai, donne e giovani), oltre a incorporare la dichiarazione dei diritti umani più completa in un testo costituzionale (diritti civili e politici; diritti economici, sociali e culturali; diritti collettivi delle popolazioni indigene; diritti ambientali; e diritti speciali per i gruppi vulnerabili).

Nella lotta al narcotraffico, l’eradicazione concertata, pacifica e con la salvaguardia dei diritti umani e la protezione dell’ambiente, hanno ridotto la coltivazione della coca a solo l’8% della Regione.

Analogamente, l’istituzione del Centro Regionale di Ricerca Antidroga (CERIAN) ha portato alla cattura di oltre venti pesci grossi del narcotraffico, tra cui sei dei dieci più ricercati dall’Interpol, con risultati eccezionali e riconosciuti dalle organizzazioni internazionali e dalla comunità internazionale.

Infine, sul piano internazionale, abbiamo assunto la Presidenza del G77+ Cina, la Presidenza pro tempore della CELAC e dell’UNASUR, e abbiamo ospitato e presieduto vertici internazionali come il Vertice per i Diritti di Madre Terra, tenutosi a Tiquipaya, nonché incontri bilaterali con presidenti e governi di diversi paesi della regione, svoltisi in otto dei nove dipartimenti della Bolivia.

Le menzogne non potranno mai cambiare i fatti, né cancellarci dalla memoria del popolo boliviano. Durante il processo di cambiamento in Bolivia, si sentiva la stabilità e il “vivir bien”!

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31/07/2026

Mandato d’arresto per Evo Morales, continua la persecuzione dopo le proteste

La Procura del dipartimento di Santa Cruz ha emesso un nuovo mandato di arresto nei confronti dell’ex presidente Evo Morales, accusandolo di terrorismo, sollevazione armata contro la sicurezza e la sovranità dello Stato e attentato alla sicurezza dei trasporti. Il provvedimento origina da una denuncia presentata dal gruppo conservatore Comité pro Santa Cruz, poi fatta propria dal Ministero dell’Interno.

Sotto la lente degli inquirenti ci sono i 53 giorni di blocchi stradali e imponenti mobilitazioni che tra maggio e giugno hanno paralizzato ampie zone del paese. Assieme a Morales sono stati incriminati diversi leader sindacali, tra cui Juan Carlos Huarachi, ex segretario della Central Obrera Boliviana (COB).

Le mobilitazioni di inizio estate sono state l’apice dell’attivazione di piazza dovuta a un largo malcontento sociale. Autotrasportatori, contadini e varie altre categorie di lavoratori hanno manifestato per settimane contro la grave crisi economica, l’inflazione e i tagli ai sussidi sui carburanti promossi dal presidente Rodrigo Paz, insediatosi alla guida del Paese con un programma economica nettamente neoliberista.

Secondo gli inquirenti, le proteste sarebbero state ordinate e coordinate da Morales con l’obiettivo di destabilizzare e far cadere il governo. Ovvero scambiano il possibile risultato politico della perdita di sostegno di massa per la mancata approvazione delle richieste di piazza con l’obiettivo politico dei movimenti popolari che hanno combattuto strenuamente le scelte economiche dell’esecutivo.

Attraverso i suoi canali social, Morales ha affermatoche “non ci faremo intimidire”. L’ex presidente ha qualificato le accuse come una manovra giudiziale di persecuzione politica orchestrata dal governo Paz per distogliere l’attenzione pubblica dalla drammatica crisi che vivono ampie fette del paese e nascondere la propria incapacità di gestione. “Continueremo a lottare al fianco del popolo, con la convinzione che la Bolivia meriti un cammino differente: fatto di dignità, sovranità e giustizia sociale”, ha aggiunto.

Morales si trova attualmente nella regione del Trópico de Cochabamba (nel Chapare), roccaforte dei suoi più fedeli sostenitori. La zona è presidiata da migliaia di contadini e volontari delle Seis Federaciones, che hanno istituito checkpoint, barricate e ronde di sorveglianza per impedire che il mandato d’arresto venga eseguito. Il paese si trova già evidentemente di fronte a una frattura profonda, con il rischio di sfociare in un’altra escalation dello scontro interno.

Il nuovo affondo della magistratura alza ulteriormente la temperatura di un clima politico già rovente, spingendo la Bolivia verso l’incertezza politica aggravata dall’ondata repressiva del governo, mentre l’economia annaspa. Le accuse rivolte a Morales, per cui la sua azione avrebbe tratti terroristici, segnala la volontà di fare definitivamente i conti con l’esperienza di governo popolare rappresentata dall’ex sindacalista.

Le scelte di Paz e le inchieste degli inquirenti risultano parte della più generale ondata reazionaria che, su spinta – e fondi – di Washington e anche Israele, ha condotto un attacco frontale alle opzioni popolari che negli ultimi 20 anni hanno conteso con forza il potere agli schieramenti della destra latinoamericana, sempre allineata ai voleri della Casa Bianca.

Per ora Morales rimane protetto, ma la situazione ecuadoriana rappresenta un tassello di un processo continentale. Con il recente lancio da parte del presidente argentino Milei del figlio di Bolsonaro, Flávio, nella sfida a Lula per le presidenziali brasiliane, viene fatto un ulteriore passo nell’aggressione imperialista statunitense nelle Americhe, che trova ancora oggi Cuba come il più strenuo baluardo dell’alternativa necessaria. Ma la situazione è grave, e l’attenzione verso gli eventi dall’altra parte dell’Atlantico deve rimanere alta.

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20/08/2025

Bolivia - “Senza partito prevalgono i personalismi”

In Bolivia la sconfitta del MAS non può essere letta soltanto come un passaggio elettorale, ma rappresenta l’esito di un processo di lunga durata, iniziato con la rinuncia al passaggio dalla presa di governo alla vera presa del potere di classe attraverso la costruzione e il consolidamento del partito rivoluzionario; tale assenza determina e favorisce protagonismi personali ed anche la persecuzione giudiziaria e politica contro Evo Morales, il padre della Costituzione plurinazionale.

Morales, primo presidente indigeno del Paese, aveva avviato un cammino di emancipazione sociale e di affermazione della sovranità nazionale che lo ha reso un punto di riferimento per i popoli latinoamericani. Proprio per questo, come era accaduto ad altri leader progressisti della regione – da Rafael Correa in Ecuador a Lula e Dilma Rousseff in Brasile – si è abbattuta su di lui la macchina del lawfare, con accuse fabbricate e amplificate dai grandi centri di potere internazionale, a cominciare da Washington.

La persecuzione giudiziaria ha prodotto un indebolimento politico del MAS e lo smembramento della sua base unitaria, aprendo la strada a candidati di destra capaci di sfruttare le divisioni interne. Ma il segno lasciato da Morales rimane incancellabile: lo Stato Plurinazionale di Bolivia, con la sua nuova Costituzione indigena e popolare, resta la sua più grande eredità. Non a caso l’Università La Sapienza di Roma volle conferirgli la laurea honoris causa, “riconoscendo – ricorda Luciano Vasapollo, il decano di economia dell’ateneo romano e tra i promotori di quel riconoscimento – la grandezza di un leader che ha saputo dare voce a chi per secoli era stato relegato ai margini della storia”.

Professor Vasapollo, partiamo dal contesto storico. Cosa ha rappresentato Evo Morales per la Bolivia e per il progetto socialista latinoamericano?

Con la presidenza Morales e con la nuova Costituzione indigena il Paese aveva preso il nome – che speriamo rimanga – di Stato Plurinazionale di Bolivia. Dal 2005, con la sua prima vittoria, si era aperta una prospettiva di rivoluzione dell’indigenismo di classe antimperialista. Morales si richiamava non solo al pensiero di Tupac Amaru e Túpac Katari, ma anche al pensiero andino e a quel nesso tra socialismo e decolonialità che era stato portato avanti da Mariátegui. È un tema che io stesso ho approfondito in vari libri e articoli, mettendo in relazione Mariátegui, Gramsci, Martí, Bolívar e Che Guevara.

Evo Morales ha portato avanti questa sintesi, conquistando una dimensione internazionale come uomo di rottura e rivoluzionario, capace di costruire il suo progetto politico a partire dalle classi popolari: cocaleros, minatori, contadini e operai. Ha dato voce agli ultimi della terra.

Eppure oggi ci troviamo davanti a una sconfitta storica. Cosa è accaduto alle ultime elezioni?

Dopo vent’anni, il risultato è stato sconcertante: al ballottaggio accedono due candidati neoliberisti. Ritorna quindi la Bolivia dei padroni, delle multinazionali, degli Stati Uniti e dell’imperialismo. È una grande sconfitta per la sinistra, per i progressisti, per i democratici.

Noi siamo stati testimoni e anche attori di quel processo: abbiamo portato Evo Morales sette volte in Italia, lo abbiamo accolto all’Università La Sapienza con un dottorato honoris causa, lo abbiamo sostenuto politicamente insieme ai compagni di Cuba e Venezuela. Siamo stati accanto a lui anche dopo il colpo di Stato del 2019, che già aveva mostrato quanto gli interessi imperialisti puntassero a un Paese ricchissimo di oro, litio, coltan, gas e minerali ferrosi. E c’è un problema di dibattito. 

Quali errori interni hanno indebolito il MAS?

Va detto che queste elezioni hanno avuto un deficit democratico: Morales non ha potuto candidarsi, vittima di un’interpretazione strumentale della Costituzione e di una persecuzione giudiziaria. Tuttavia, non possiamo negare che il MAS abbia conosciuto un arretramento politico e sociale.

Si è formata una sorta di aristocrazia burocratica che ha pensato più ai propri privilegi che a rappresentare i subalterni. Inoltre, Andronico Rodríguez non ha compreso l’importanza di un’alleanza con Evo Morales. Questa divisione ha portato il MAS a risultati disastrosi: 3% per Morales, 8% per Andronico. A ciò si aggiunga l’altissimo numero di schede bianche e nulle (22%), che riflette anche la campagna astensionista dei sostenitori di Morales.

E quanto ha pesato la gestione del presidente Arce negli ultimi anni?

Molto. Durante Morales la Bolivia cresceva più di gran parte dell’America Latina, mentre sotto Arce il Paese è precipitato in una grave crisi economica. In mancanza di soluzioni, il governo ha aumentato la repressione non solo contro Morales, ma anche contro i leader sociali.

Questo ha segnato la fine del ciclo costituente iniziato con la Costituzione del 2006. Oggi assistiamo a una fase di decadenza, con il ritorno in forze del neoliberismo.

Al di là delle questioni economiche e organizzative, c’è anche un problema di divisione interna e personalismi?

Sì, purtroppo. Vecchi e nuovi leader del MAS sono entrati in conflitto tra loro, anche a livello personale per assenza di un vero partito rivoluzionario che se ben costruito esprime egemonia di classe e abbatte ogni forma di protagonismo personale che si instaura e rafforza anche quando la capacità politica di direzione là si vuol misurare con una folle logica impolitica sulla età biologica come si trattasse non di espressione dirigente ma di questioni generazionali. C’è stata competizione di auto rappresentazione personalistica e non collettiva e incapacità di sintesi politica tra funzioni di direzione di partito tra generazioni diverse. È l’assenza della forma partito socialista rivoluzionario con le sue funzioni di indirizzo il vero elemento che ha contribuito alla sconfitta, e quindi non basta e a poco serve spiegarla solo con i personalismi.

Quindi come interpreta, in ultima analisi, questa sconfitta?

Non è la sconfitta di un uomo o di un gruppo, ma di un intero progetto se viene meno la radicalità di classe. Se un movimento socialista rinuncia alla sua vocazione rivoluzionaria e si adagia nella mediazione istituzionale, scivola inevitabilmente nel burocratismo. E il burocratismo significa tradire le istanze delle classi popolari.

Il socialismo può assumere forme diverse: quello cubano, quello sandinista, quello bolivariano venezuelano, quello comunitario andino della Bolivia. Ma ciò che non si può abbandonare è la radicalità antimperialista, il contrasto netto alle multinazionali, il passaggio dal governo al potere reale con il protagonismo dei subalterni.

Ogni volta che la sinistra rinuncia a questo, la storia ci mostra che arriva la sconfitta. Morales aveva come base elettorale cocaleros, minatori, contadini e operai. Ha dato voce agli ultimi della terra ma non ha sviluppato organizzazione rivoluzionaria attraverso il ruolo del partito come strumento di direzione, indirizzo e controllo per il potere di classe.

In buona sostanza emerge anche in Bolivia un problema di dibattito che coinvolge tutta la sinistra di classe e lo vediamo dappertutto: in Europa, in Italia dappertutto. Se non c’è una vera analisi rivoluzionaria de coloniale indirizzata dal partito che sappia svolgere il ruolo di egemonia politica e culturale per la presa del potere, il governo del potere di classe, si finisce male.

Guardiamo la fine che hanno fatto Syriza in Grecia, Rifondazione comunista in Italia, Podemos in Spagna: laddove i partiti che nascono con idee rivoluzionarie si contaminano e si fanno assorbire dal burocratismo e dalla mediazione politica istituzionale, trasformando il loro progetto e il loro fine strategico rivoluzionario in una transizione social riformista o peggio social-liberista, allora sfuma ogni possibilità a carattere rivoluzionario e si trasforma in sconfitta storica e ritardi incalcolabili per il divenire storico rivoluzionario. È accaduto anche in Bolivia, dopo l'Ecuador, e in tante esperienze social progressiste del Sud America, ed è successo così anche in altre parti, anche in Occidente; insomma la sconfitta del MAS è un monito anche agli italiani e agli europei per non cadere nella confusione spesso voluta fra strategia e tattica rivoluzionaria, facendo sì che le tattiche diventino strategie di entrismo nelle compatibilità capitaliste anche se addolcite dal falso racconto social liberista.

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28/10/2024

Bolivia - Attentato a Evo Morales

L’ex presidente boliviano Evo Morales ha riferito di essere sopravvissuto a un attacco armato e ad un presunto tentativo di arresto nelle prime ore di ieri mattina, mentre viaggiava lungo l’autostrada che collega Villa Tunari con Shinahota, nella regione di Cochabamba, regione considerata la sua principale roccaforte politica.

Secondo i fatti, il veicolo su cui viaggiava ha ricevuto una raffica di 14 colpi durante l’agguato, ferendo il conducente del veicolo. L’incidente aumenta significativamente la tensione nell’area tra le forze di sicurezza statali e la popolazione locale.

L’attacco arriva nel mezzo di una crescente crisi interna al Movimento Al Socialismo (MAS), il partito fondato da Evo Morales, che sta attualmente affrontando divisioni e dispute tra le sue diverse fazioni.

I media locali riferiscono di un’atmosfera di alta tensione nella regione di Cochabamba, dove i sostenitori di Morales si sono immediatamente mobilitati in risposta all’attacco. La regione, nota per il suo forte sostegno all’ex presidente, rimane in allerta per possibili nuovi incidenti.

A questo proposito, il governo della Bolivia ha negato l’esistenza di un mandato di arresto contro Evo Morales, come indicato dal viceministro della Sicurezza cittadina, Roberto Ríos. “Come autorità statali siamo obbligati a indagare su qualsiasi denuncia, vera o falsa che sia, sulla presunta esistenza di un auto-attacco”, ha detto.

L’autorità governativa ha affermato che l’Ufficio del Pubblico Ministero è responsabile, attraverso le sue istanze corrispondenti, di svolgere un’indagine sugli eventi.

L’ex presidente Morales ha anche denunciato che il giorno precedente si era verificato un attacco alla sede sindacale della Federazione dei Lavoratori Contadini, a Cochabamba, da parte di gruppi vandalici assoldati da Manfred Reyes Villa, secondo lui, alleato elettorale dell’attuale presidente Arce.

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30/06/2024

Bolivia - Álvaro García Linera: “Le lotte interne ci fanno dimenticare i nemici più grandi”

L’ex vicepresidente della Bolivia tra il 2006 e il 2019 ha escluso che si sia trattato di un “auto-colpo di stato” ideato dallo stesso presidente Luis Arce. In un’intervista con Víctor Hugo Morales, ha chiesto di prendere le dichiarazioni del generale accusato della rivolta, Juan José Zúñiga, “con il beneficio d’inventario”.

L’ex vicepresidente della Bolivia dal 2006 al 2019, Álvaro García Linera, ha condannato il tentativo di colpo di Stato che c’è stato contro il Governo di Luis Arce e ha assicurato che i poteri di fatto sono sempre latenti e “tirano fuori la testa” quando i progetti progressisti si mostrano deboli. In un’intervista con Víctor Hugo Morales su 750, García Linera ha invitato a riflettere sul ruolo dei “poteri di fatto” che minacciano i governi della regione.

“In tutto il mondo, in tutte le democrazie, ci sono poteri di fatto che sfuggono al voto. Le oligarchie imprenditoriali, le forze armate e, nel caso dell’America Latina, le ambasciate nordamericane”, ha detto García Linera già poche ore dopo il tentativo di colpo di stato in Bolivia, dove il generale detenuto Juan José Zúñiga ha tentato di entrare nel Palacio del Quemado con i carri armati, scatenando l’allarme del governo boliviano e dei presidenti di tutta la regione, ad eccezione dell’argentino Javier Milei.

Linear ha sostenuto che “quei poteri di fatto sono sempre lì, ai margini della democrazia”. E che agiscano “quando vedono debolezza nei governi”. “Ieri è toccato di agire ad una fazione, un pezzo molto conservatore, all’interno delle Forze Armate”, ha detto, escludendo così la versione di un possibile “autogolpe”, come suggerito da un settore dello stesso Movimento per il Socialismo (MAS), il partito di Arce ed Evo Morales. Questo giovedì, il deputato Anyelo Céspedes Miranda ha detto a 750 che “tutto è stato pianificato” da Arce.

García Linera, lungi dal sottoscrivere l’idea che ci sia stato un auto-golpe, ha detto che si tratta “dei pericoli sempre latenti, che non scompaiono mai, ma che diventano più immediati quando i governi progressisti hanno difficoltà, sono deboli. E sono invece messi a tacere quando i governi sono forti”.

Infatti, ha sostenuto che le dichiarazioni dello stesso ex generale Zúñiga – che ha guidato l’insurrezione e poi, quando è stato arrestato, ha dichiarato che si trattava di un intero piano orchestrato da Arce – “devono essere prese col beneficio d’inventario, perché è un uomo detenuto che ormai non ha niente da perdere”.

“Quelle sono le fratture interne che ci mostrano deboli. E le lotte interne ci fanno dimenticare i nemici più grandi. Che, come ieri, tirano fuori la testa, sporgono le orecchie, ha detto con forza in mezzo al tumultuoso governo di Luis Arce, mediato da un grande scontro con Evo Morales.

Per questo ha chiarito che “le forze progressiste hanno sempre delle contraddizioni. Ma quando diventano fondamentali, smettiamo di vedere il vero avversario che si nasconde”. Infine ha riferito: “In Bolivia si sta attuando dall’inizio dell’anno la corsa agli sportelli bancari. Ci sono imprenditori che non consegnano i dollari delle esportazioni e preferiscono lasciarli nei loro conti nordamericani. E ora questo tentativo di colpo di stato”.

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27/06/2024

Bolivia - Golpe, show o manovra di palazzo contro Evo Morales? Parla Ramon Quintana

Ci sono molte cose che non quadrano e che vanno conosciute sul tentato – o presunto – colpo di stato di ieri in Bolivia.

Più sotto trovate la denuncia che abbiamo raccolto in esclusiva questa notte da La Paz con Ramon Quintana, dirigente del MAS boliviano, ex ministro ed ora portavoce di Evo Morales, il leader storico del movimento ed ex presidente deposto dal golpe del 2019.

Intanto cominciamo da alcune notizie di agenzia. L’attacco alle sedi del governo della Bolivia era stato ordinato dallo stesso presidente Luis Arce, per aumentarne “la popolarità” in un momento politico particolarmente difficile. Ad affermarlo è proprio Juan José Zuniga, l’ex comandante generale dell’Esercito responsabile dell’azione militare, poco prima di essere arrestato con l’accusa di insurrezione armata.

“Domenica mi sono riunito col presidente, che mi ha detto che la situazione, nella settimana entrante, era molto complicata, critica”, ha spiegato Zuniga in favore di telecamere mentre veniva accompagnato dal viceministro dell’Interno, Jhonny Aguilera, verso il veicolo della Polizia militare. “È necessario preparare qualcosa per aumentare la mia popolarità”, avrebbe detto il presidente al generale, prima di autorizzarlo a “tirar fuori i blindati. Tra domenica e lunedì i blindati iniziano a mobilitarsi”, ha aggiunto Zuniga prima di essere costretto a salire sull’auto della Polizia.

Quella che potrebbe sembrare l’ennesima provocazione destabilizzante di un alto ufficiale golpista, trova conferma però nella ricostruzione di Ramon Quintana che abbiamo raggiunto telefonicamente a La Paz nella notte. Secondo Quintana si è trattato di uno show – il golpe più breve di tutta la storia – che in realtà era diretto contro la candidatura di Evo Morales alle prossime elezioni piuttosto che contro il governo di Arce attualmente in carica. Anzi tra il presidente Arce e il generale Zuniga ci sarebbe stato un accordo gestito maldestramente da quest’ultimo.

Qui di seguito quanto ci ha riferito in esclusiva Ramon Quintana nella notte:
“Evo sta lottando in questi due anni affinché il nostro processo di cambiamento non si fermi e non venga depotenziato. Malauguratamente abbiamo avuto un governo incompetente ed anche corrotto, con un progetto quasi patrimoniale. Il governo Arce possiamo dire che si è patrimonializzato. I suoi figli hanno più potere di un ministro. Evo Morales ha fatto di tutto affinché questo governo non si sfasciasse e con esso il nostro processo politico. Purtroppo il governo lo ha deviato e indebolito ed ha convertito Evo Morales nel suo più grande avversario perché si è opposto alla deviazione politica ed ideologica.

Mi preoccupa molto la confusione e la disinformazione che regna tra i compagni fuori dalla Bolivia sul processo politico boliviano. Qui è accaduto che Arce e Choquehuanca (il vicepresidente, ndr) si sono ritenuti i padroni di un progetto politico e che il 55% dei voti che abbiamo ottenuto nel 2020 fossero una cambiale in bianco verso se stessi e non un governo di transizione che avrebbero dovuto amministrare nella maniera migliore.

Molto presto si sono appropriati di questo processo ed hanno usurpato la vittoria popolare, dando una svolta di 180 gradi per indebolire la forza dei movimenti popolari ed appropriarsi dello Stato in funzione del proprio progetto politico ed impedire che Evo Morales sia ancora un leader storico. È impressionante come questi due abbiano usato tutti gli apparati politici e dello Stato per attaccare Evo. Questo tentativo di liquidare la leadership di Evo è inconcepibile.

In questo senso Luis Arce è peggio di Lenin Moreno (il successore di Correa in Ecuador che ha tradito tutti gli ideali e le misure della Revolucion Ciudadana ecuadorena, ndr).

Quello che è accaduto oggi è stato uno show non un colpo di stato. Abbiamo avuto una trama politica tra Luis Arce e il generale Zuniga. Quest’ultimo è stato nominato da Arce comandante generale delle forze armate boliviane e suo maggiore uomo di fiducia. Zuniga viene dal mondo dell’intelligence ed è un esperto del “lavoro sporco”.

Questo generale era l’uomo più importante del gabinetto di Arce ed è stato il principale protagonista degli attacchi a Evo Morales accusandolo di essere un “cospiratore”, che sta sviluppando una “guerra ibrida” e che sta danneggiando il prestigio del governo.

Questo apparente golpe militare è la consacrazione di questo “lavoro sporco” di Zuniga in complicità con Arce. Se guardiamo i dettagli è stato uno show ridicolo. Quando mai si è visto che un comandante generale delle forze armate si chiude dentro un un carro armato davanti al palazzo presidenziale rilasciando dichiarazioni assurde e poi si ritira lasciando il campo ad Arce e alla propria sostituzione al comando dell’esercito.

Il mondo ha visto come in mezz’ora si può smantellare un colpo di stato. Zuniga ha mobilitato solo tre unità militari e solo in un distretto della Capitale. È stato solo un “autogolpe” perché il generale Zuniga ha detto e fatto tutto quello che Arce diceva e voleva per eliminare Evo Morales, sia attraverso organizzazioni sociali parallele che attraverso i magistrati del Tribunale Costituzionale e i parlamentari dell’Assemblea Legislativa. In questi due/tre anni Arce ha cercato con ogni mezzo di far fuori dalla scena Evo Morales tramite gli apparati dello Stato.

In questi due giorni di finto golpe l’obiettivo del generale Zuniga era quello di impedire con ogni mezzo che Evo Morales fosse il candidato per le prossime elezioni presidenziali, minacciando che se si fosse candidato l’esercito lo avrebbe arrestato e che l’esercito è il braccio armato del popolo e pertanto le forze armate vanno a decidere il futuro politico del paese.

Questa dichiarazione, alla luce di tutte le azioni politiche e giudiziarie contro Evo Morales, riflette esattamente la volontà politica di Arce di liquidare Evo.

Come ultimo passo hanno utilizzato l’estrema risorsa di un comandante militare che fa dichiarazioni esplicite, un fatto che ha suscitato una grande indignazione popolare e nazionale. Penso che l’accordo fosse che il generale Zuniga facesse solo una dichiarazione minacciando Evo Morales ma poi Zuniga è andato molto oltre, ragione per cui hanno dovuto montare questo show di un presunto colpo di stato, anzi un autogolpe.

È stato patetico. Un generale che esce dalla caserma, sale su un carro armato, si presenta al Palazzo presidenziale, denuncia che si stanno saccheggiando le risorse del paese e che va a cambiare i ministri ma poi ritorna allo Stato Maggiore senza aver concluso il golpe, è una cosa ridicola. Tanto che c’è stata una valanga di dichiarazioni della gente contro questa turpitudine mascherata da colpo di stato che ha come obiettivo solo quello di annichilire Evo Morales. E perché tutto questo? Perchè Arce vuole continuare a restare al governo nonostante la catastrofe e la destabilizzazione istituzionale che ne deriva, anche perché siamo dentro una profonda crisi economica. Hanno feudalizzato questo paese e non potete neanche immaginare il livello di corruzione delle leadership delle organizzazioni sociali. Siamo tornati al XIX Secolo. Il governo ha consegnato le imprese economiche statali a questi corrotti con il solo obiettivo di acquisirne il consenso. Questo sta provocando un profondo malessere nell’opinione pubblica nei confronti del MAS, che Arce e i suoi vorrebbero scaricare contro Evo Morales che ne è il leader storico.

Evo sta cercando di evitare uno scontro sanguinoso nel MAS e di contenere gli effetti demolitori della gestione di Arce e del governo. Ci sono ministri del tutto incompetenti che distribuiscono solo prebende a destra e sinistra, il paese è alla deriva, la democrazia si è debilitata. Anche la polizia è cambiata diventando un corpo d’èlite che però non contrasta il narcotraffico, anzi c’è il ministro che è coinvolto nel narcotraffico ed è diventato multimilionario. Arce tollera tutto questo, anche perché i suoi figli stanno utilizzando tutto questo per arricchirsi alla velocità della luce.

Tutto questo mi provoca una enorme indignazione e all’estero c’è molta disinformazione tra i compagni e si gioca a “vittimizzare” Arce. Questo presunto golpe ha il compito di far comparire Arce come un eroe nazionale che ha bloccato il colpo di stato. Ma non c’è stato alcun golpe! È stato un autogolpe, uno show. È stato il golpe più rapido dello storia, è durato meno di trenta minuti. Nei prossimi giorni dal nostro paese verranno fuori tutte le informazioni su questo”.
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Bolivia - Tentativo di colpo di stato in corso. Arce ed Evo Morales chiamano alla mobilitazione popolare

Ultim’ora: il tentato colpo di Stato in Bolivia è stato neutralizzato, dopo la denuncia fatta dal presidente Luis Arce e la mobilitazione popolare in difesa della democrazia del paese.

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Il governo boliviano ha denunciato oggi un tentativo di colpo di Stato. Il presidente boliviano Luis Arce ha lanciato un appello alla popolazione: “Abbiamo bisogno che il popolo boliviano si organizzi e si mobiliti contro il colpo di Stato e a favore della democrazia. Non possiamo permettere che i tentativi di colpo di stato tolgano ancora una volta vite ai boliviani. Vogliamo esortare tutti a difendere la democrazia e qui siamo fermi a Casa Grande con tutto il governo, con le nostre organizzazioni sociali. Salutiamo le organizzazioni sociali e le invitiamo cordialmente a mostrare ancora una volta la via della democrazia al popolo boliviano”.

La Centrale dei Lavoratori Boliviani (COB) ha dichiarato uno sciopero generale a tempo indeterminato a partire da oggi, in segno di rifiuto del tentativo di colpo di Stato contro il governo del presidente Luis Arce. L’organizzazione ha anche chiesto il trasferimento di tutte le organizzazioni sociali e sindacali nella città di La Paz, sede del governo boliviano, al fine di difendere e chiedere il ripristino dell’ordine costituzionale

Arce ha denunciato oggi movimenti irregolari dei membri dell’esercito, mentre le forze militari hanno chiuso piazza Murillo, a La Paz. “Denunciamo le mobilitazioni irregolari di alcune unità dell’esercito boliviano. La democrazia va rispettata”, ha denunciato il Capo dello Stato su X.

In precedenza, l’ex presidente Evo Morales aveva denunciato nella giornata di oggi un concentramento delle forze armate e del personale militare in piazza Murillo a La Paz. “Da un’ora a questa parte, i comandanti di divisione hanno dato istruzioni ai comandanti di reggimento di tornare immediatamente alle loro caserme in attesa di nuove disposizioni (acquartieramento). Questo solleva molti sospetti sul movimento militare in Bolivia”, ha scritto sul suo account X.

Carri armati e personale militare erano di stanza intorno al palazzo del governo, non si conoscono ancora informazioni ufficiali sulla situazione.

Il comandante generale dell’esercito, Juan José Zúñiga, si è recato sul posto con un carro armato. Zúñiga è entrato nel Palazzo del Governo e ha affermato che tutte le forze sono mobilitate, chiedendo un cambio totale di governo. Poi è tornato all’interno del carro armato parcheggiato in Plaza Murillo.

Il Presidente Luis Arce ha fronteggiato i militari entrati nel palazzo ordinandogli di ritirarsi . “Zúñiga, sei ancora in tempo”, ha fatto appello il ministro del Governo, Eduardo del Castillo, arrivato sul posto per lamentarsi con l’alto ufficiale.

Alle 15:01, Evo Morales ha scritto di nuovo su X e ha dichiarato che “si sta preparando un colpo di stato”. “In questo momento, il personale delle forze armate e i carri armati sono schierati in Plaza Murillo. Hanno convocato una riunione di emergenza alle 15:00 presso lo Stato Maggiore dell’Esercito a Miraflores in uniforme da combattimento. Facciamo appello ai movimenti sociali delle campagne e delle città per difendere la democrazia”, ha scritto.

Dopo le dichiarazioni del Comandante Generale dell’Esercito, Juan José Zúñiga, quando ha detto che le Forze Armate avrebbero arrestato l’ex Presidente Evo Morales se si fosse candidato ancora una volta, il presidente del Senato, Andrónico Rodríguez, ha detto che un generale non può esprimersi in questo modo e ha indicato una ristrutturazione delle Forze Armate.

“Siamo preoccupati per alcune azioni da parte di alcuni elementi della polizia e delle forze armate boliviane, non solo ora, ma dal 2019. Penso che sia importante che queste due istituzioni dirigano definitivamente il loro orizzonte per adempiere al loro ruolo fondamentale, in conformità con la Costituzione, (...) per una vera ristrutturazione o rifondazione di queste due istituzioni”, ha detto Rodríguez ai media mercoledì.

Martedì, Zúñiga, nel programma No Mentirás, aveva affermato che, se necessario, le forze armate arresteranno Morales se tenterà di candidarsi di nuovo alla presidenza.

“Quel signore non può più essere presidente di questo paese (...). È legalmente squalificato. La Costituzione dice che non può essere (presidente) per più di due mandati e l’uomo è già stato rieletto per tre, quattro mandati; le Forze Armate hanno la missione di far rispettare la Costituzione politica dello Stato”, ha spiegato il generale Zuniga.

Le sue parole sono state interpretate da una parte dell’ala evista del Movimento Verso il Socialismo (MAS) come una minaccia diretta a Morales.

“Siamo preoccupati che alcuni elementi forniscano dichiarazioni con un senso di interferenza politica (...), sono state espresse questioni politiche come se fosse un leader incline a un partito politico contro un cittadino”, ha replicato il presidente del Senato Andrónico Rodríguez

Secondo Rodríguez, “nessun elemento delle Forze Armate” può esprimersi con tanta leggerezza su questioni così delicate.

Allo stesso modo, il senatore ha messo in dubbio l’operato della Polizia, dal momento che, nelle ultime settimane, l’ala evista ha denunciato l’esistenza del cosiddetto “Piano Boquerón”; attraverso il quale si intende, presumibilmente, reprimere con la forza i tentativi di mobilitazione del MAS evista. “La polizia boliviana è destinata a garantire la sicurezza interna dei cittadini; le Forze Armate, la sicurezza esterna (...), ma questo non si vede”, ha denunciato Rodriguez.

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24/08/2021

Bolivia - Confermate le violazioni dei diritti umani durante il colpo di Stato del 2019

Dopo il colpo di Stato in Bolivia contro Evo Morales nel 2019, la Commissione interamericana per i diritti umani (CIDH) ha visitato la Bolivia alla fine dello stesso anno per esaminare l’uso della forza da parte della polizia e dei militari da parte del governo de facto guidato da Jeanine Áñez.

In seguito a tale visita, la CIDH, insieme allo Stato Plurinazionale della Bolivia, ha creato il Gruppo Interdisciplinare di Esperti Indipendenti (GIEI-Bolivia) per svolgere le relative indagini sulle violazioni dei diritti umani avvenute in Bolivia tra il 1° settembre e il 31 dicembre 2019.

Il segretario esecutivo del GIEI-Bolivia è stato Jaime Vidal, che aveva una grande squadra tecnica di diverse nazionalità, coordinata da cinque diversi esperti nel campo dei diritti umani. Hanno fatto affidamento sulla raccolta di testimonianze delle vittime, delle persone coinvolte e dei testimoni degli eventi violenti.

Il rapporto si compone di otto capitoli; di seguito, una panoramica generale, il cui contesto e gli inizi sono trattati nel capitolo 2, prendendo in considerazione lo sciopero organizzato dal leader del colpo di Stato Luis Fernando Camacho, il ruolo dell’Organizzazione degli Stati Americani (OAS), le tensioni politiche, le dimissioni forzate dell’allora presidente Evo Morales e il consolidamento del colpo di Stato.

Dati chiave sui fatti di violenza

Il rapporto ha fornito una radiografia delle violazioni dei diritti umani in diverse aree della Bolivia. Per gli esperti, il dipartimento di Santa Cruz è stato il centro delle tensioni negli eventi in questione ed è stata anche la zona che ha sperimentato più violenza, con feriti e due morti il 30 ottobre 2019.

A Cochabamba, gli specialisti hanno indicato tre elementi di conflitto in questo territorio.

1. L’Organizzazione giovanile di resistenza Cochala (RJC) è catalogata nel rapporto come un gruppo d’assalto e le tattiche impiegate nelle manifestazioni del 2019 erano basate sull’uso di motociclette con bazooka fatti a mano o altri dispositivi esplosivi per attaccare i sostenitori del Movimiento al Socialismo (MAS). Si ricorda che questa organizzazione ha eseguitoo la distruzione delle strutture dell’ufficio del procuratore generale boliviano nell’ottobre 2020. Nel marzo 2021, è stato emesso un mandato di arresto per il leader del RJC, Yassir Molina.

2. L’ammutinamento della polizia nel novembre 2019 ha chiesto il licenziamento del comandante del dipartimento di allora, e i ribelli hanno subito ricevuto il sostegno del RJC. Questo è stato un evento chiave nello scatenare la violenza.

3. Il rogo della Wiphala, la bandiera indigena e simbolo delle proteste a favore del governo di Evo Morales.

In riferimento alla RCJ, il GIEI-Bolivia ha avuto accesso a più di 20 video che provano che i membri della RCJ erano coinvolti in atti di violenza e discriminazione.

Questo includeva l’attacco di più di 300 persone alla sindaca della città di Vinto, María Patricia Arce Guzmán. La sindaca è stata picchiata con bastoni fino a perdere conoscenza, le sono state lanciate pietre, ha camminato a piedi nudi sui vetri e ha subito altre violenze.

Patricia Arce ha raccontato al GIEI-Bolivia che mentre veniva portata via con la forza “la polizia era lì”. La sua testimonianza coincide con il video a cui il GIEI ha avuto accesso, che mostra come, mentre la sindaca veniva aggredita, diversi agenti di polizia guardavano la scena senza prendere misure di protezione o di salvaguardia.

Sulla base di questi e altri fatti, il GIEI spiega che la polizia e le Forze Armate hanno mantenuto una condotta estranea ai loro principi istituzionali, a causa dell’omissione di alcuni attacchi e l’uso sproporzionato della forza e della repressione nelle operazioni, concludendo che ci sono state chiaramente violazioni dei diritti umani.

In questo contesto, una delle prime azioni attuate dal governo de facto di Jeanine Áñez è stata la promulgazione del Decreto Supremo 4078, che ha dato alle Forze Armate carta bianca per attaccare il popolo boliviano con totale impunità.

L’inchiesta somma anche gli eventi di La Paz, El Alto e altre città, che, a grandi linee, hanno tutti il comune denominatore di persone ferite e uccise nella violenza del colpo di Stato in Bolivia.

Dopo aver condotto un’indagine approfondita basata su materiali audiovisivi, testimonianze e analisi tecniche, è chiaro che il comportamento del personale di polizia, compreso il personale medico, è stato influenzato da criteri razziali, etnici e politici, così il GIEI-Bolivia ha indicato 11 conclusioni, tenendo conto che le manifestazioni erano basate su attacchi, saccheggi e incendi di strutture pubbliche.

Inoltre, bisogna notare che sono state condotte azioni discriminatorie contro le popolazioni indigene. Gli insulti e gli attacchi ai simboli dell’identità indigena lo dimostrano. Il gruppo di specialisti del GIEI aggiunge la sua preoccupazione per una particolarità di questi atti, e cioè che la maggior parte di essi erano diretti verso le donne indigene.

A grandi linee, le conclusioni dell’inchiesta sono le seguenti:

– Almeno 37 persone hanno perso la vita e centinaia sono state ferite, con la partecipazione della polizia e delle forze armate, che separatamente o in operazioni congiunte hanno usato la forza in modo sproporzionato.

– Il GIEI chiede giustizia per le vittime affinché il processo di ricomposizione sociale possa avvenire.

– Le proteste e i blocchi di strada sono stati effettuati sotto la guida di politici, non azioni spontanee.

– Il discorso politico ha assunto sfumature razziali, con un focus sulla discriminazione contro gli indigeni.

– Mancanza di fiducia nell’amministrazione della giustizia e nelle forze di sicurezza.

– È essenziale che si facciano progressi nelle indagini e nei processi giudiziari.

– Per il GIEI, la mobilitazione costante della società che cerca di influenzare l’apparato statale genera spesso conflitti tra gruppi.

Infine, il GIEI-Bolivia formula anche una lista di raccomandazioni riguardanti il prodotto investigativo. Come primo passo, sottolinea la necessità di attuare un piano di attenzione per le vittime. Segue una raccomandazione alla Procura della Repubblica di sviluppare una strategia investigativa che copra tutte le violazioni dei diritti umani.

Martedì 17 agosto, il presidente Luis Arce ha ricevuto il rapporto GIEI-Bolivia annunciando che il governo attuerà le raccomandazioni suggerite. Il presidente Arce ha sottolineato che il rapporto racconta l’autoproclamazione di Jeanine Áñez come presidentessa de facto della Bolivia e come questo ha scatenato una serie di azioni discriminatorie, rivelando la consumazione del colpo di Stato contro Evo Morales e la persecuzione del MAS.

Il presidente boliviano ha informato che il Decreto Supremo 4461, che ha dato l’amnistia alle persone coinvolte nella violenza, sarà presto abrogato per evitare tale impunità.

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18/06/2021

Perù - Evo Morales lancia allarme sul colpo di mano dell’OSA contro Castillo

In un messaggio urgente rilanciato a livello latinoamericano e internazionale, Evo Morales, ha lanciato l’allarme sul pericolo che l’esito delle recenti elezioni in Perù – dove ha prevalso Pedro Castillo sulla candidata dell’oligarchia Keiko Fujimori – venga stravolto con la ingerenza esterna dell’Organizzazione degli Stati Americani (OSA).

Evo Morales, è l’ex legittimo presidente della Bolivia deposto con un golpe legittimato proprio dall’OSA, dagli Usa e dalla Ue, ma rientrato e acclamato nel suo paese lo scorso novembre 2020 dopo le elezioni che hanno riportato al governo il MAS (Movimento Al Socialismo), ossia il partito di Evo Morales.

Sulla base dell’esperienza vissuta Evo Morales lancia l’allarme e chiede a Pedro Castillo e al popolo peruviano di vigilare contro i tentativi di colpo di mano. “Dalla mia esperienza, suggerisco al compagno Castillo di non fidarsi dell’OSA né di Luis Almagro” scrive Evo Morales sul suo profilo FB – “Tutte le istituzioni e la comunità internazionale devono rispettare il risultato della volontà sovrana del popolo peruviano”.

Qui di seguito il messaggio che lancia l’allarme sulle ingerenze dell’OSA.
Cari colleghi, vi chiedo di rendere pubblica con tutti i mezzi possibili, la frode che è stata orchestrata a favore di Keiko Fujimori, contro il professor Pedro Castillo.

Il Segretario Generale dell’Organizzazione degli Stati Americani (OSA), Luis Almagro, ha già scritto una dichiarazione riconoscendo il trionfo di Keiko Fujimori, non appena i risultati la daranno come vincitrice.

Per fare questo si è coordinato per diverse settimane con un alto comando militare che potrebbe essere il Capo del Comando Congiunto delle Forze Armate, affinché dopo l’emanazione del comunicato dell’OSA, militarizzi immediatamente l’intero Paese e prenda il controllo del materiale elettorale, per evitare qualsiasi rivendicazione o conteggio dei voti e quindi anche qualsiasi protesta della gente nelle strade.

Le informazioni mi sono arrivate direttamente da un alto funzionario dell’OSA.

Usiamo tutti i social network d’ora in poi per cercare di renderlo virale.
In Perù intanto alcuni esponenti politici dell’oligarchia e della destra (il deputato Jorge Montoya, l’imprenditore Rafael López Aliaga, il conduttore televisivo Philip Butters e gli ex parlamentari Víctor Andrés García Belaunde y Jorge del Castillo) chiedono di annullare le elezioni appena svolte e di tornare a votare sotto la supervisione di organismi internazionali.

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13/03/2021

Bolivia - Mandato di arresto per Jeanine Áñez e altri ex-ministri golpisti

L’ex presidente de facto della Bolivia Jeanine Áñez ha reso noto venerdì, attraverso il suo account Twitter, che è stato emesso un mandato di arresto contro la sua persona. La misura colpisce anche i ministri della sua amministrazione e gli alti comandanti militari.

“La persecuzione politica è iniziata. Il MAS (Movimiento al Socialismo, il partito al governo) ha deciso di tornare agli stili della dittatura. Una vergogna perché la Bolivia non ha bisogno di dittatori, ha bisogno di libertà e soluzioni”, ha scritto l’ex presidente de facto su Twitter.

La decisione di includere l’ex presidente de facto è arrivata in mezzo alle tensioni sui mandati di arresto per ex alti ufficiali militari e di polizia che avrebbero partecipato al rovesciamento dell’ex presidente costituzionale Evo Morales Aymá nel novembre 2019.

Gli ordini sono stati emessi nel quadro del caso dal colpo di Stato del 2019, che ha rovesciato l’allora presidente Evo Morales, che ha dato il via al periodo de facto, tra novembre di quell’anno e lo stesso mese del 2020.

Nel documento, è indicato che gli ex funzionari sono accusati di reati di terrorismo, sedizione e cospirazione. Inoltre, i mandati d’arresto sono stati stabiliti a causa del rischio di fuga delle persone coinvolte, a causa dei loro alti movimenti migratori, il che “dimostra quanto sia facile per loro lasciare il paese”.

Prima di informare del mandato d’arresto, Áñez ha insistito che non c’è stato nessun colpo di Stato, ma che si è trattato di una “successione costituzionale dovuta a una frode elettorale”.

La misura colpisce anche cinque membri del gabinetto di Áñez, tra cui l’ex ministro del governo Arturo López e l’ex ministro della difesa Luis Fernando López. Entrambi gli ex funzionari risiedono attualmente negli Stati Uniti. Un altro dei ministri accusati è Rodrigo Guzmán, ex capo del ministero dell’energia, che è stato arrestato oggi dalla polizia per i suoi presunti legami con il caso “terrorismo e sedizione”. Guzmán è stato arrestato a Trinidad, nel dipartimento nord-centrale di Beni, ha riferito El Deber, e sarà trasferito a La Paz.

Il caso coinvolge anche Yerko Nuñez, ex ministro dei lavori pubblici, dei servizi e degli alloggi, e la presidenza. Nuñez, che si è espresso anche su Twitter, ha descritto la misura come una “caccia agli ex ministri”. Da parte sua, l’ex ministro della giustizia Álvaro Coimbra, anch’egli imputato nel caso, si è espresso sui social network per commentare il mandato d’arresto contro di lui e l’arresto di Guzmán. Secondo un estratto rilasciato da Coimbra, il mandato colpisce un totale di 10 persone.

Oltre agli ex ufficiali del governo de facto di Áñez, sono stati emessi mandati di arresto per l’ammiraglio Palmiro Jarjuri, che era comandante della Marina, Jorge Gonzalo Terceros, ex comandante dell’Aeronautica e il generale Gonzalo Mendieta, ex comandante dell’esercito.

Dalla Commissione di Giustizia Plurale del Congresso boliviano arriva la richiesta di processare Jeanine Áñez per crimini contro l’umanità per aver ordinato la repressione delle persone che manifestavano contro il colpo di Stato che ha rovesciato Evo Morales nel 2019. Uno degli argomenti centrali della Commissione Giustizia è il decreto che ha ordinato l’incorporazione dei militari nella repressione delle manifestazioni, liberandoli in anticipo da possibili responsabilità penali.

La Procura Dipartimentale di La Paz ha preso le misure sulla base di una denuncia presentata dall’ex deputata Lidia Patty. L’ex deputata del MAS ha denunciato Luis Fernando Camacho, governatore della provincia di Santa Cruz ed ex candidato presidenziale nelle elezioni in cui Luis Arce ha vinto con uno schiacciante 55% dei voti.

Camacho è stato accusato di aver incitato le proteste che si sono concluse con le dimissioni dell’ex presidente costituzionale. La denuncia include anche ex capi militari e di polizia per gli eventi che equivalgono a un colpo di stato.

Morales ha presentato le sue dimissioni dopo che l’allora capo delle forze armate, Williams Kaliman, e l’ex comandante generale della polizia boliviana, Yuri Calderón, gli hanno chiesto di dimettersi.

Kaliman era il comandante in capo delle forze armate e il quarto comandante di alto livello delle forze di sicurezza a ricevere un mandato di arresto per presunto coinvolgimento nel colpo di Stato. È anche accusato dei crimini apparenti di terrorismo, sedizione e favoreggiamento della cospirazione. Lo scorso novembre 2019, Kaliman, in una conferenza stampa ha suggerito le dimissioni dell’allora presidente, Evo Morales.

In precedenza, l’arresto di Flavio Arce, anche lui membro dell’Alto Comando insieme a Kaliman, è stato reso effettivo. Arce era in servizio come capo di stato maggiore dell’esercito boliviano nel novembre 2019. La procura sottolinea che questo avrebbe dovuto arrestare Kaliman, il comandante delle forze armate che ha chiesto pubblicamente le dimissioni di Morales.

“C’è un mandato d’arresto” e la polizia “è incaricata dell’esecuzione” ha affermato il giurista Jorge Nina che rappresenta l’ex legislatrice Lidia Patty, sul mandato d’arresto emesso dalla Procura contro Kaliman.

Nina ha ricordato che l’ex comandante delle forze armate “ha incontrato il suo stato maggiore” o collaboratori militari sotto comportamenti che hanno causato “le dimissioni di un presidente e l’istituzione illegale di un governo de facto” in riferimento al comando assunto dall’ex presidentessa ad interim della Bolivia Jeanine Añez.

Arce era in servizio come capo di stato maggiore dell’esercito della Bolivia nel novembre 2019. La procura sottolinea che questi avrebbe dovuto arrestare Kaliman, il comandante delle forze armate che ha chiesto pubblicamente le dimissioni di Morales.

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10/11/2020

Bolivia - Evo Morales torna da vincitore

"Torneremo e saremo milioni”, ha detto l’ex presidente durante il suo esilio in Argentina, citando la profezia del leader indigeno aimara, Túpac Katari.

Ieri, lunedì 9 novembre 2020, l’ex presidente della Bolivia Evo Morales ha attraversato il passo di frontiera La Quiaca-Villazón, per rientrare finalmente nella sua terra dopo l’esilio di quasi un anno prima in Messico, dove è stato accolto per circa un mese dal presidente Andrés Manuel López Obrador e successivamente in Argentina, dove ha trovato la calorosa accoglienza del presidente Alberto Fernández, che oggi ha voluto accompagnarlo fino al passo di frontiera.

Con questo passo Evo dà inizio alla cosiddetta Grande Carovana Popolare, con la quale vuole condividere con la popolazione il ritorno alla democrazia.

La carovana è composta da circa 800 veicoli, e percorrerà oltre 1.100 km attraversando tre dipartimenti (Potosí, Oruro e Cochabamba), fino ad arrivare all’aeroporto di Chimoré, il prossimo mercoledì 11 novembre. Evo ha scelto questa data per arrivare all’aeroporto perché proprio da lì, un anno fa, era dovuto fuggire e ora, simbolicamente, da lì rientra.

Migliaia di persone hanno accolto Evo alla frontiera. Qui di seguito l’articolo di Telesur che riassume questo evento.


Evo Morales in Bolivia: “Abbiamo recuperato la democrazia senza violenza”

L’ex presidente ha detto che in un anno sono stati recuperati per il popolo boliviano la democrazia, la patria e il Governo.

L’ex presidente della Bolivia e leader del Movimiento Al Socialismo (MAS), Evo Morales, ha detto nel suo primo discorso nella città di Villazón, Bolivia, appena rientrato questo lunedì nel suo paese dall’esilio, “Abbiamo recuperato la democrazia senza violenza. Abbiamo recuperato la Patria“.

Durante l’affollata cerimonia di benvenuto, tenutasi nella piazza Bolívar della città alla frontiera con l’Argentina, nel dipartimento di Potosí, Morales ha definito il momento come storico. “Nel mondo si fanno golpe contro Governi rivoluzionari, antimperialisti, che non recuperano rapidamente la democrazia e il Governo per il popolo“, ha aggiunto.

In un altro momento del suo intervento, il leader del MAS ha commentato le ragioni del colpo di Stato di novembre 2019. “Il golpe non è solo prodotto della lotta di classe, non è solo perché non accettano che gli indigeni possano governare, è stato un golpe al nostro modello economico, perché il nostro modello economico viene dal popolo“, ha aggiunto.

Morales ha pure detto che il colpo di Stato è stato fatto contro l’azione del suo Governo per il recupero delle risorse naturali. “Non l’accettano né l’imperialismo né il FMI“, ha precisato l’ex governante alludendo alla responsabilità del Governo degli Stati Uniti nel golpe.

“L’impero, il Fondo, non l’accettano. La lotta di tutta l’umanità, nelle nuove generazioni, è di chi sono le risorse naturali (…) Quando gli imperi vogliono prendersi le nostre risorse naturali, ci dividono, ci dominano. In Bolivia, con i movimenti sociali uniti abbiamo deciso che devono essere boliviane sotto l’amministrazione dello Stato“, ha aggiunto.

Il dirigente del MAS ha poi analizzato l’importanza della lotta elettorale e politica. “Solo con il potere sindacale, comunale, sociale, non potevamo nazionalizzare. Era importante dare impulso al potere politico, andare a elezioni nazionali e passare dalla lotta organica alla lotta politica“, ha precisato.

In relazione alle attività dell’amministrazione statunitense nelle passate elezioni del 18 di ottobre, in cui risultò vincitrice la formula Luis Arce-David Choquehuanca del MAS, ha detto: “(…) qual’era la meta dell’impero nordamericano? Proscrivere il MAS. Non hanno potuto“.

“Quando il MAS ha partecipato, hanno detto che il MAS non poteva tornare al Governo né Evo in Bolivia. Oggi il MAS è al Governo e Evo in Bolivia grazie al popolo boliviano“, ha detto. Morales ha pure richiamato all’unità e menzionato azioni recenti per minare la sicurezza interna.

Riferendosi alla vittoria elettorale di Luis Arce per la Presidenza, e David Choquehuanca per la Vicepresidenza, che si sono insediati in carica questa domenica, ha chiesto alle attuali autorità dell’organo giudiziario della Bolivia “che facciano un atto di giustizia con gli ex membri del Tribunale Supremo Elettorale e i Tribunali dipartimentali per le accuse di frode nelle elezioni” di ottobre del 2019.

Quasi alla fine del suo discorso, Evo Morales ha detto che esistono tre motivi di festeggiamento per i boliviani: la vittoria elettorale di Luis Arce e David Choquehuanca, il ritorno al paese di Evo Morales, dell’ex vicepresidente Álvaro García Linera e altri esiliati, e la sconfitta nelle elezioni statunitensi del repubblicano Donald Trump.

L’ex presidente boliviano ha ringraziato il benvenuto in massa datogli dal popolo di Villazón e ha inviato un saluto ai presidenti di Argentina, Alberto Fernández, Messico, Andrés Manuel López Obrador, Venezuela, Nicolás Maduro, Cuba, Miguel Díaz-Canel e “a tutti quelli che sono stati permanentemente preoccupati e occupati” per la sua situazione.

Durante l’affollato concentramento di Villazón, ha preso la parola anche il presidente della Federazione delle Associazioni Municipali della Bolivia, Álvaro Ruiz. Il dirigente ha detto: “Torna alla sua terra, alla sua patria, un leader nazionale; un uomo che ha rappresentato crescita per la nostra patria. Lo riceviamo a braccia aperte“.

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10/10/2020

Bolivia - Perché adesso a sinistra tacciono?

Il duro atto d’accusa di Itzamná Ollantay – nei confronti di indianisti, indigenisti, ambientalisti e femministe, di coloro insomma che, da sinistra, criticavano Evo Morales quando era a Palacio Quemado, senza peraltro preferire i golpisti (come è ovvio) – farà sicuramente discutere. A pochi giorni dalle presidenziali che, ci auguriamo, possano sancire la vittoria di Luis Arce e del Mas, il dibattito è aperto.

di Itzamná Ollantay

A quasi un anno dalla conclusione del colpo di stato e dall’istituzione del letale regime dittatoriale in Bolivia, continuiamo a chiederci dove sono i prolissi indianisti, indigenisti, femministe, ambientalisti… che si sono scagliati duramente contro il dittatore indiano Evo Morales?

I loro discorsi incendiari hanno sostenuto / promosso il colpo di stato del 10 novembre. Ma, una volta che il “presidente indiano” è stato “defenestrato”, e Jeanine Áñez ha assunto di fatto il potere, per volontà del governo degli Stati Uniti, gli indianisti, gli indigenisti, gli ambientalisti e molte femministe, hanno mantenuto e mantengono un silenzio sepolcrale complice.

Hanno molestato nelle strade e nelle reti socio-digitali Evo Morales per la morte di uccelli negli incendi di Chiquitania (che Morales ha spento in modo esemplare), ma hanno negato l’esistenza del colpo di stato. Non hanno detto nulla sui due massacri di popolazioni indigene che resistevano al governo “di fatto”. Tanto meno, di fronte alla persecuzione / criminalizzazione / incarcerazione di difensori indigeni. L’Amazzonia boliviana continua a bruciare e gli aerei della droga decollano persino dagli aeroporti statali, ma Solón, Cusicanqui, Portogallo, Zibechi, Gutiérrez ... e l’esercito di dirigenti di ong tacciono mortalmente. Perché?

La dittatura boliviana ha reso il paese una presa in giro. La Bolivia, ora, nella comunità internazionale è sinonimo di corruzione, narco-stato, improvvisazione, indebitamento, nepotismo, razzismo... ma da nessuna parte appaiono indianisti, indigenisti, ambientalisti, moralisti ... chiamare a “guardia sicura” il mostro politico che direttamente o indirettamente hanno inventato.

Le femministe per i movimenti indigeni erano a disagio con i micromachismi di Evo Morales. Ecco perché l’hanno reso la materializzazione del patriarcato in Bolivia, e l’hanno sopraffatto senza pietà. Ma il machismo di Camacho – Añez – Murillo e delle sciabole militari erano e sono troppo letali anche per loro. Perché tacciono adesso? Gli indianisti erano molto offesi dal fatto che i quadri dirigenti del governo Morales “monopolizzassero” la narrativa Indianista, lasciandoli orfani della parola, o almeno del pubblico. Ecco perché si sono scagliati duramente contro Morales definendolo un “pachamamista”, un “falso indigeno” dittatore … Ma il colpo di stato e il governo di fatto hanno mostrato loro cosa siano una dittatura e un governo etnofagico. Ora, gli indianisti sono chiamati “bestie umane” “selvaggi”, dalle istituzioni statali. Perché sopportano così tanto oltraggio in silenzio?

Gli indigenisti, specialmente quelli con sede nelle ONG, hanno trovato difficile vedere che il presidente indiano, attraverso le politiche pubbliche, ha portato milioni di boliviani fuori dalla situazione di impoverimento nella nuova classe media. Ciò li ha colpiti perché in questo modo il paese ha cessato di essere una priorità della cooperazione finanziaria internazionale. L’indigenismo sussiste nella misura in cui ci sono sacche di folkloristi indigeni in povertà... Ma, con la pandemia, il flusso di cooperazione finanziaria si è interrotto. Perché tacciono, adesso, in tempi di carestia?

Gli ambientalisti erano estremamente arrabbiati per il fatto che Morales si fosse rifiutato di dichiarare la “emergenza nazionale” di fronte agli incendi di Chiquitanía. Questa dichiarazione ha consentito loro di accedere alla cooperazione internazionale di emergenza. Ma Morales ha scelto di spegnere il fuoco da solo. Questo settore era già infastidito da García Linera, che con le sue dichiarazioni aveva “maltrattato” le ONG ambientali ... Durante il governo di fatto gli incendi boschivi continuarono, i semi transgenici acquisirono una carta di cittadinanza... Ma, Fundación Solón, Fundación Jubileo, Lidema ... tutte tranquille. Perché? Potrebbe essere perché le briciole che l’USAID ora distribuisce loro rassicura la loro fame?

Forse è la loro colpa che li costringe all’attuale silenzio mortale. Forse è la paura del bullismo che li limita nel commentare quello che hanno generato. Chissà. L’unica cosa certa è che noi, gli indigeni, i contadini, le donne, i giovani, soprattutto i sopravvissuti ai massacri e alle prigioni, non dimenticheremo i danni che hanno inflitto ai popoli. E il rifiuto contro di loro e contro i loro capi non finirà il 18 ottobre.

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03/10/2020

Bolivia - “L’accusa di frode elettorale contro Evo Morales è una stronzata”

E ora abbiamo i dati per dimostrarlo...

Il giorno successivo alle elezioni boliviane, l’Organizzazione degli Stati americani (Osa) ha suggerito che il risultato era fraudolento – poi ci sono voluti mesi per fornire qualsiasi prova. Il mese scorso ha finalmente rilasciato i suoi dati – e i ricercatori del Center for Economic and Policy Research hanno trovato un errore di codifica di base che distrugge il caso dell’OSA contro Morales.

Il 20 agosto è stato un giorno che ha scosso un piccolo mondo di scienziati che avevano rinunciato – a parte le minacce legali – a dare un’occhiata ai dati e ai metodi dietro le analisi che hanno fatto cadere il governo boliviano.

Rallentati da ostruzionismi e specchietti per le allodole, i ricercatori erano riusciti a ricreare alcuni – ma non tutti – risultati presentati dall’Organizzazione degli Stati americani (Osa) nella sua causa contro la legittimità della rielezione di Evo Morales lo scorso 20 ottobre.

L’OSA aveva sostenuto, il giorno dopo il voto, che il conteggio preliminare conteneva un “inspiegabile cambiamento di tendenza” dei risultati preliminari, che aveva drasticamente sbilanciato il conteggio totale a favore di Morales.

Ma questa sua affermazione era dubbia, tanto per cominciare. Già il 22 ottobre abbiamo iniziato a sollevare seri interrogativi, suggerendo che il “cambiamento inspiegabile” era abbastanza prevedibile.

L’OSA avrebbe poi ribadito la sua affermazione sostenendo che il conteggio ufficiale conteneva anche una “pausa tardiva” a favore di Morales che “non può essere facilmente spiegata” dal consenso generalmente contadino di cui gode, in particolare perché secondo il conteggio ufficiale “i dati non riflettono il momento in cui i risultati sono stati riportati al TSE [Tribunal Supremo Electoral]”.

Questa premessa è del tutto errata; i voti delle principali città erano molto più probabili che venissero contati in anticipo, perché il conteggio ufficiale richiedeva la consegna a mano (piuttosto che la trasmissione elettronica) del materiale elettorale agli uffici del TSE.

A parte il ragionamento errato, i risultati dell’OSA erano introvabili.

Dieci mesi dopo è arrivata la rivelazione che alcune delle precedenti e sconcertanti conclusioni dell’OSA sono spiegate da un errore di codifica. L’OSA aveva segnato le timbrature sui fogli di conteggio in ordine alfabetico piuttosto che cronologico – distruggendo così il suo stesso racconto di un “improvviso cambiamento” nel conteggio ufficiale.

Ingiustamente costretto ad dimettersi

Il danno, ovviamente, era già stato fatto. L’11 novembre 2019, il presidente della Bolivia, Evo Morales – il suo mandato non è ufficialmente ancora terminato – si è dimesso dalla presidenza a causa delle accuse di frode.

Decisiva è stata la relazione dell’OSA, che aveva appena presentato le sue conclusioni preliminari in una verifica vincolante sulle elezioni del 20 ottobre. Questi risultati non sono stati favorevoli a Morales, mettendo in dubbio la sua vittoria ufficiale al primo turno.

I membri dell’opposizione, alcuni dei quali hanno sempre detto che Morales e il suo partito Movimento al Socialismo (MAS-IPSP) avrebbero tentato la frode per rimanere al potere, sono scesi in strada con una protesta violenta. Anche se Morales aveva accettato di annullare le elezioni, il capo dell’esercito gli disse che avrebbe dovuto dimettersi.

Si è così dimesso e si è imbarcato in un drammatico volo dalla Bolivia al Messico – ne è uscito vivo a malapena, secondo il ministro degli Esteri messicano.

Non è la prima volta che l’OSA utilizza statistiche scadenti per ribaltare i risultati elettorali. Nel 2010, l’OSA è intervenuta ad Haiti, chiedendo che il candidato al terzo posto potesse partecipare a un’elezione di ballottaggio con il candidato al primo posto, lasciando fuori il secondo classificato, che si è rivelato essere l’unico candidato non di destra.

Di certo, la sicurezza riguardo le elezioni in Bolivia era insufficiente. A rischio di cadere nel benaltrismo, lo stesso si potrebbe dire di qualsiasi elezione negli Stati Uniti. Tuttavia, le conclusioni dell’OSA presentate a novembre erano piene di insinuazioni, e assai poco dettagliate. L’OSA non ha presentato alcuna prova concreta che anche un solo voto sia stato alterato. Al contrario, ha offerto un’analisi statistica che lo specislista Andrew Gelman ha bocciato come “uno scherzo”.

Conclusioni addomesticate

Anche se l’approccio era dubbio e i risultati erano irriproducibili, almeno veniva presentato qualcosa. Il comunicato stampa dell’OSA, il giorno dopo il voto non aveva però presentato alcuna analisi di questo tipo – anche se ha certamente contribuito ad aumentare il volume delle proteste dell’opposizione.

In mezzo a grida di “frode”, membri di spicco del partito di Morales e le loro famiglie sono stati aggrediti o minacciati di morte. Il governo “ad interim” di Jeanine Áñez – ancora oggi al potere, dopo aver per tre volte rinviato le nuove elezioni – avrebbe poi citato i rapporti dell’OSA come la sua prova quasi esclusiva nella sua campagna per lo smantellamento del MAS.

Nonostante le ripetute richieste, l’OSA non ha offerto alcuna giustificazione per le proprie affermazioni. Questo, anche se i risultati sembravano in linea con i sondaggi pre-elettorali.

Con il conteggio preliminare completato all’84%, Morales aveva ricevuto più del 45% dei voti validi in una corsa tra nove candidati. Tuttavia, secondo la legge elettorale boliviana, questo non sarebbe stato sufficiente per vincere la corsa in modo definitivo: solo se avesse avuto la maggioranza assoluta, o un vantaggio di 10 punti sul secondo classificato, Carlos Mesa, Morales avrebbe evitato un ballottaggio al secondo turno.

Il vantaggio di Morales è aumentato costantemente con l’avanzare del conteggio preliminare. Questo non offriva alcuna ragione particolare per pensare che ci fosse qualcosa di strano.

Piuttosto, i fogli di conteggio delle aree favorevoli a Morales sono stati contati più tardi rispetto ai fogli di conteggio delle aree favorevoli all’opposizione, e questo è stato il caso di queste elezioni.

Immaginate di contare prima i voti di Los Angeles, New York City, Chicago e Washington, prima di considerare il Texas rurale, il Tennessee o l’Alabama. Nessuno si sorprenderebbe del fatto che l’inclusione delle aree repubblicane nel conteggio avrebbe costantemente ridotti il primo vantaggio democratico.

Poco prima dell’annuncio dei risultati preliminari parziali, non ufficiali, la sera del 20 ottobre, c’è stata un’ondata di voti contati da Santa Cruz – una culla del sentimento ostile a Morales che ha ammaccato le costanti buone notizie per il presidente in carica. In ogni caso, i fogli riassuntivi che restavano da contare provenivano da zone che avevano già mostrato, a conti fatti, una forte preferenza per Morales.

Quando il conteggio si è improvvisamente interrotto all’84% dei voti, il vantaggio di Morales su Mesa era di soli 8 punti percentuali circa. Ma quando i risultati preliminari sono stati riportati, il giorno dopo, con un altro 9% di voti scrutinati, Morales aveva (provvisoriamente) un vantaggio di 10 punti – e quindi poteva pregustare la sua vittoria al primo turno.

Questa vittoria era inspiegabile – “costruita nell’oscurità” – come suggerito dall’OSA? Era un cambiamento del destino, o inevitabile?

Il mio collega Jake Johnston ha rapidamente messo insieme un’analisi dei risultati nella capitale Cochabamba, dove l’altalena era particolarmente visibile. Analizzando i risultati per distretto, Jake ha mostrato che il sostegno di Morales prima e dopo l’interruzione del conteggio è cambiato poco; in gran parte, Morales è andato meglio, un po’ in ritardo, a Cochabamba, perché i distretti più favorevoli al presidente uscente sono stati – per qualsiasi motivo – contati in seguito.

Un approccio più rigoroso su tutta l’elezione, suggerito da John Newman, sembra dimostrare la stessa cosa: nella località di Cochabamba, Morales stava effettivamente sottoperformando, in ritardo, quando quel mix di distretti è stato conteggiato.

Così è andata per tutta l’elezione. Coerentemente, gli studi hanno dimostrato che, una volta tenuto conto della diversa composizione sociale ed elettorale dei distretti, prima e dopo l’interruzione, la vittoria di Morales era prevedibile.

La verifica finale dell’OSA

Le analisi dell’OSA sono state caratterizzate da un fermo rifiuto di considerare tali differenze intra-geografiche, presumendo – contrariamente a tutte le prove – che il supporto di un candidato debba essere più o meno uniforme durante tutto il conteggio.

La relazione finale dell’audit dell’OSA del 4 dicembre è stata esplicitamente distorta per mettere in dubbio la vittoria di Morales al primo turno. Il team di revisione ha espressamente cercato irregolarità sui fogli di conteggio che favorivano fortemente Morales – giustificando questa ricerca selettiva basata su presunte prove statistiche che la vittoria di Morales era “inspiegabile”.

Tuttavia, le prove statistiche presentate nell’audit dell’OSA non erano semplicemente poco convincenti; l’analisi era completamente sbagliata. L’analisi si riduceva a due punti.

In primo luogo, l’OSA ha sostenuto che l’ultimo 5% dei voti nel conteggio preliminare non ufficiale mostrava “una sorprendente tendenza al rialzo... che è molto diversa”. Tuttavia, non è insolito che le oscillazioni tardive in un conteggio si rivelino decisive. Come osservato in una lettera aperta scritta da economisti e statistici:

“Non è raro che i risultati delle elezioni siano altalenanti in base alla località, il che significa che i risultati possono cambiare a seconda del momento in cui vengono contati i voti delle diverse aree. Nessuno ha sostenuto che ci siano stati brogli nelle elezioni governatoriali del 16 novembre in Louisiana, quando il candidato democratico John Bel Edwards, dopo essere rimasto indietro tutta la notte, ha ottenuto la vittoria con uno scarto del 2,6%, perché ha vinto il 90% dei voti nella contea di Orleans, che è arrivato alla fine del conteggio”.

L’ordine in cui sono stati resi pubblici i risultati preliminari è stato leggermente diverso dall’ordine in cui li considera Irfan Nooruddin (l’autore delle analisi statistiche dell’OSA). Molte schede riassuntive sono state trascritte durante il conteggio, ma sono state poi accantonate per una successiva approvazione.

Quelle approvate alla fine tendevano ad essere molto più rappresentative dell’intera elezione – persino sfavorevoli a Morales. In ogni caso, la tendenza al rialzo dei dati di Nooruddin era prevedibile sulla base dei dati precedenti, perché le sue schede di conteggio in ritardo provenivano da aree rurali che avevano mostrato un forte sostegno a Morales.

In secondo luogo, Nooruddin ha sostenuto che questa constatazione è rafforzata dal fatto che l’ultimo 5% dei voti nel conteggio ufficiale era incoerente con il precedente 95% e anche il penultimo 5%.

In particolare, l’OSA ha presentato dei grafici che mostrano come la quota di voto di Morales è aumentata notevolmente dopo il 95%, mentre quella di Mesa è crollata.

Ma questi risultati sono stati completamente introvabili. Fino al 19 agosto.

Un passo avanti

Per settimane, dopo la pubblicazione del rapporto dell’OSA, i ricercatori avevano tentato senza successo di replicare questi risultati utilizzando i dati disponibili al pubblico. L’OSA ha ignorato le richieste di avere i dati e una spiegazione sui suoi metodi, ma ci sono state due “bandiere rosse” a suggerire che la sua analisi presentava gravi errori.

In primo luogo, l’OSA ha concluso la sua verifica con i risultati di una “analisi interna” che contraddiceva direttamente i grafici. Quella tabella implicava che Morales aveva ottenuto risultati migliori – non peggiori – del penultimo 5% rispetto agli ultimi 5. In secondo luogo, la tabella soprastante ha scomposto i risultati per dipartimenti selezionati (equivalenti agli stati degli Stati Uniti). Nessuno di questi numeri sembrava avere senso.

Non si trattava di una semplice differenza tra dati pubblici e dati interni ufficiali. Il 25 maggio ho finalmente ricevuto i dati direttamente dal TSE; anche in questo caso, Cochabamba era stato contata interamente prima di raggiungere il 95% del totale dei voti.

La svolta è arrivata solo il 19 agosto. Fu allora che Nooruddin inviò la sua serie di dati a un archivio di Harvard. Ordinando i fogli di conteggio in base a questa variabile progressiva, tutto sembra a posto, tanto per cominciare. Ma la transizione dal 20 ottobre al 21 ottobre si differenzia.



Poco prima che Nooruddin annunciasse che il conteggio aveva raggiunto l’11 per cento, i timbri orari saltano dalle 23:59 alle 01:00. È possibile che ci sia stata una pausa di un’ora? No. I fogli di conteggio sono stati timbrati alle 12:00 del mattino del 21, ma erano in fondo alla lista – appena oltre il 61%, subito dopo la data del 61%, immediatamente tra le 23:59 e le 12:00.





Era chiaro quello che Nooruddin aveva fatto. I suoi timbri temporali erano formattati come stringhe – lettere e numeri; quando ordinava i suoi fogli di conteggio, lo faceva in ordine alfabetico e non cronologico. Nooruddin aveva ordinato ogni giorno a partire dalle 01:00 del mattino, procedendo fino alle 01:00, 01:01 e così via fino alle 12:59 e concludendo infine alle 12:59.

Le dichiarazioni dell’OSA contro la legittimità dei risultati elettorali erano originariamente incentrate su quello che considerava un inspiegabile cambiamento nell’andamento dei voti nel tempo. Ma le analisi di Nooruddin non riflettono una comprensione reale dell’ordine in cui sono stati contati i fogli di conteggio.

Il suo “primo 95%” comprendeva i fogli di conteggio fino alle 22:55 del 22 ottobre, ma il suo “ultimo 5%” comprendeva i fogli di conteggio già alle 12:19 – ore prima. Ordinando i fogli di conteggio in ordine cronologico, la variabile di progressione di Nooruddin è dappertutto.


Resistenza all’esame

Il fatto è che l’OSA non è ancora abituata a questo tipo di scrutinio, poiché di solito lo affronta con un’aria di autorità. Come altri che hanno potere con questo falso senso di sicurezza, l’OSA ha di nuovo raddoppiato la sua difesa dello studio. Su Twitter, Gerardo de Icaza – direttore delle osservazioni elettorali dell’OSA – ha elogiato Nooruddin come “uno dei migliori statistici elettorali del mondo” e ha insistito falsamente sul fatto che i suoi risultati “tenessero”.

Questo è stato il costante modello di comportamento dell’OSA in risposta a qualsiasi critica al suo rapporto: quando i dati non sono sufficienti, ignorano semplicemente le prove e si scagliano contro i critici. Quando il New York Times ha fatto in modo che diversi accademici valutassero le prove statistiche e pubblicassero la propria conclusione – secondo cui la presentazione di Nooruddin era errata – il segretario generale dell’OSA Luis Almagro ha sferrato un durissimo attacco al NYT.

Altri con una certa influenza all’interno di Washington, come l’International Crisis Group e il direttore di Human Rights Watch per le Americhe, José Miguel Vivanco, hanno preso atto del comportamento sempre più irregolare di Almagro.

Il segretario generale dell’OSA ha attirato l’attenzione anche dell’Ufficio di Washington sull’America Latina, che è stato a lungo critico nei confronti di molti dei governi di sinistra dell’America Latina. Almagro ha recentemente minato l’indipendenza della Commissione interamericana per i diritti umani – il braccio autonomo dell’OSA per i diritti umani – ostacolando unilateralmente il proseguimento del mandato di segretario esecutivo di Paulo Abrão.

La Commissione ha criticato il regime di fatto in Bolivia per i suoi abusi – un regime che probabilmente non avrebbe detenuto il potere, se non ci fosse stato l’intervento dell’OSA sulle elezioni.

È chiaro che il marciume è profondo. Non è stato solo un lapsus. Non è stata solo un’analisi statistica indifendibile, per delegittimare ufficialmente un’elezione. Non è stata solo una verifica. Non si è trattato di un’indagine scientifica obiettiva sulle elezioni, ma di un modo per difendere un’analisi indifendibile elaborata in anticipo.

L’OSA sotto Almagro è ora visibilmente fuori controllo. La sua missione apparente è quella di sostenere l’“ordine internazionale”. Dovrebbe invece cominciare ad abbandonare la secolare attività di ingerenza degli Stati Uniti nell’emisfero occidentale.

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27/08/2020

Washington vigila affinché Evo e Correa non riescano a ritornare

La Bolivia e l’Ecuador sono immersi in processi elettorali che avranno grande impatto sull’America Latina e i Caraibi. Dato che il risultato di entrambe le elezioni può alterare il quadro regionale, Washington sta sviluppando un’intensa attività fondamentalmente orientata a impedire la vittoria delle alleanze progressiste nei due Paesi.

Negli ultimi mesi, il Dipartimento di Stato ha scatenato un’ingente quantità di iniziative, in aperto coordinamento con le élite locali, per interrompere la riconfigurazione di un blocco sovrano rispetto all’egemonia corporativa e finanziaria, patrocinata dalle delegazioni diplomatiche di Washington.

Nell’ultima settimana, il governo golpista di Jeanine Áñez si è visto obbligato ad ammettere, a fronte di inchieste giornalistiche, il pagamento di 100.000 dollari – provenienti da risorse del tesoro nazionale – per i servizi della ditta di consulenze CLS-Strategies, specializzata in consulenze sulla sicurezza e l’immagine istituzionale.

Il contratto è iniziato nel dicembre 2019, a partire dalla raccomandazione fatta dall’Incaricato d’affari dell’Ambasciata degli Stati Uniti, Bruce Williamson, massima autorità diplomatica a La Paz.

Tra i precedenti della società di consulenze, spiccano i progetti realizzati in Honduras, tra marzo e giugno del 2009, nei mesi precedenti alla destituzione illegale dell’allora Presidente José Manuel Zelaya. In quell’occasione, gli onorari sono stati liquidati a CLS-Strategies da un think tank capeggiato dall’allora presidente dell’Assemblea Legislativa, Roberto Micheletti, scelto di fatto dalle Forze Armate il 28 giugno 2009.

Altro cliente della CLS-Strategies è stato Álvaro Uribe, ex Presidente della Colombia, che attualmente è detenuto ai domiciliari per ordine della Corte Suprema del suo paese, accusato in diversi casi di corruzione e responsabilità criminale nell’uccisione extragiudiziaria di parecchi dirigenti sindacali, politici e accademici per mano dei paramilitari delle Autodefensas Unidas di Colombia.

Il CLS-Strategies ha sede a Washington e annovera, nel suo portafoglio di clienti – secondo dati forniti dal Dipartimento di Giustizia statunitense – anche la CIA e il Department of Homeland Security, DHS.

Il consulente inviato dalla CLS a La Paz, durante i primi sei mesi del 2020, è stato Brian Berry. Il suo compito è consistito nell’offrire una pianificazione destinata a migliorare l’immagine di Áñez e indebolire quella del MAS. Tra i suoi crediti precedenti, Berry vanta la partecipazione nella campagna elettorale in Messico, dove non ha potuto però impedire la vittoria di Andrés Manuel López Obrador.

Una delle prime dichiarazioni altisonanti della Presidente de facto Áñez, suggerita dal consulente, è stata nella città di Sucre, all’inizio dell’anno, quando ha avvisato: “Non permetteremo che i selvaggi tornino a governare”.

Come risultato immediato dei consigli del consulente Berry,è stato anche nominato, come membro del Tribunale Supremo Elettorale, Salvador Romero, uno sperimentato architetto di formule golpiste istituzionalizzate, che già aveva lavorato con la CLS-Strategies a Tegucigalpa, in occasione della prima presa del potere di Micheletti.

Berry ha conosciuto Salvador Romero in Honduras, durante i mesi precedenti al golpe contro Zelaya. Come compenso, il boliviano è stato nominato Direttore dell’Istituto della Democrazia dell’Honduras, dove ha assunto vari tra i suoi ex colleghi della USAID, l’ente governativo del Dipartimento di Stato che utilizza come dispositivi strategici la cooperazione internazionale e l’aiuto sociale.

Romero, inoltre, è cugino del capo della campagna del raggruppamento Comunidad Ciudadana, capeggiata dall’ex Presidente Carlos Mesa, attualmente posizionato al secondo posto nei sondaggi.

Il titolare del Tribunale Supremo Elettorale (T.S.E.) è stato il responsabile dello slittamento per la terza volta del calendario elettorale, stabilendone la realizzazione per il prossimo 18 ottobre, con il pretesto della pandemia. Berry e Romero sono gli incaricati di sfasciare il MAS, che sembra tuttora essere in testa ai sondaggi elettorali.

In questo quadro, gli incaricati di fare il lavoro sporco di Áñez hanno predisposto una batteria di imputazioni e montature giudiziarie contro vari referenti del MAS, accompagnata da un sostenuto appoggio mediatico destinato a corrodere l’immagine pubblica dei suoi candidati.

Nell’ultima settimana, si è tornati ad accusare l’ex Presidente Morales di una paternità clandestina nata da una relazione “con una minorenne”. L’imputazione è stata accolta dalla Giustizia a partire da una denuncia anonima.

Secondo gli analisti politici, i governanti de facto credono che in questa maniera ci siano più possibilità di arrivare alle elezioni con un vantaggio sul MAS. Fintanto che la differenza continua ad essere così elevata – ha consigliato Berry – si dovrà continuar e ad utilizzare la pandemia come giustificazione per ulteriori ritardi, per guadagnare tempo.

Intanto, coma ha dichiarato il ministro del governo della presidente de facto, Arturo Murillo, alla CNN lo scorso 10 agosto, “sparargli sarebbe la cosa politicamente corretta da fare” (riferendosi ai blocchi stradali causati da coloro che esigono elezioni nella data prevista inizialmente).

Elon Musk e militari: eliminare chiunque sia necessario

I suoi mandanti, senza dubbio, sono stati più chiari al momento di spiegare la motivazione strutturale del governo de facto: lo scorso 24 luglio, l’imprenditore Elon Musk ha risposto personalmente ad un’accusa di sua partecipazione al golpe contro Evo Morales.

Il proprietario della Tesla, che produce auto elettriche – per le quali il litio è la materia prima imprescindibile – ha dichiarato: “Noi abbatteremo chi vogliamo”.

La legge è tela di ragno

Le elezioni in Ecuador sono invece previste per il 7 febbraio del 2021, e l’alleanza formata da Rafael Correa presenta per la presidenza Andrés Aráuz Galarza. Il modello vincente promosso da Cristina Fernández de Kirchner in Argentina, che si è proposta per la vicepresidenza, è stato – fino a quest’ultima settimana– il format scelto da Rafael Correa per ritornare all’attivismo in Ecuador, dopo il tradimento politico promosso dal suo successore, Lenín Moreno.

L’Unione per la Speranza (UnEs) è l’organizzazione che ha presentato il binomio di Aráuz/Correa e che già appare in cima ai sondaggi.

Il ruolo che ha avuto Berry a La Paz è stato replicato da Paul John Manafort a Quito. Manafort è un lobbista legato al Partito Repubblicano statunitense, che è stato capo della campagna di Gerald Ford, Ronald Reagan e George H. W. Bush. Nella prima parte del 2016, ha avuto lo stesso compito per Donald Trump, per poi trasformarsi in uno dei suoi delegati dedicati alle “operazioni speciali”.

A maggio del 2017, Manafort ha tenuto varie riunioni con Lenín Moreno per chiedere al governante la fine dell’asilo concesso da Correa a Julián Assange nel 2012. L’11 aprile del 2019, per decisione di Moreno, l’Ecuador ha ritirato la nazionalità ecuadoriana e l’asilo concesso ad Assange. Immediatamente è stato arrestato dalle autorità britanniche – dentro l’Ambasciata dell’Ecuador a Londra – in risposta alla richiesta di estradizione del governo statunitense.

Un altro degli accordi ha previsto l’aiuto di Washington nei negoziati sul debito con il FMI e l’impegno, da parte di Manafort, a intercedere presso l’INTERPOL per ottenere un’”Allerta Rossa” che permettesse l’estradizione di Rafael Correa, esiliato in Belgio.

Questi negoziati irregolari sono arrivati rapidamente a conoscenza della Commissione delle Relazioni Estere della Camera dei Rappresentanti, cosa che ha fatto sì che, a dicembre del 2018, vari parlamentari democratici esigessero da Mike Pompeo un rapporto dettagliato su quei negoziati irregolari.

Il 13 settembre del 2018 Manafort, davanti al pubblico ministero speciale Robert Mueller, si è dichiarato colpevole di due crimini – quello di cospirazione e quello di manipolazione di testimoni – consumati per favorire Trump.

Mercoledì 19 agosto, il Senato degli Stati Uniti l’ha accusato di sviluppare transazioni in contrasto con la legalità in Ucraina e Russia, in un rapporto di 1.300 pagine in cui si segnalano anche le operazioni in Ecuador.

Per integrare il compito di Manafort, il Dipartimento di Stato ha deciso d’inviare a Quito uno sperimentato diplomatico, Michael Fitzpatrick, che è stato decisivo nel golpe istituzionale contro il Presidente del Paraguay, Fernando Lugo, nel 2012.

Il diplomatico è balzato agli onori della cronacanel 2011 con la diffusione di cablogrammi segreti – da parte di WikiLeaks – nei quali informava i suoi superiori nel Dipartimento di Stato del golpe in fieri, senza avvertire le autorità costituzionali paraguaiane di questo pericolo; un golpe di cui è stato indubbiamente gestore o complice.

Fitzpatrick è arrivato in Ecuador il 19 giugno, e la sua delegazione diplomatica si è costituita immediatamente nel quartier generale dei consiglieri di Edwin Moreno, candidato a presidente per il raggruppamento Ecuatoriano Unido e fratello di Lenín. Parallelamente, varie ditte consulenti di Quito e Guayaquil sono state messe a contratto per promuovere la stigmatizzazione del correísmo.

Il Dipartimento di Stato, i media di maggior copertura informativa locale e internazionale e frazioni del Potere Giudiziario hanno costruito una trama finalizzata a fare di Rafael Correa un reietto. Sono state montate cause giudiziarie sovrapposte per evitare la sua candidatura, sotto il ricatto dell’arresto non appena tocchi il suolo ecuadoriano.

L’ex governante ha due ordini di carcerazione preventiva contro di lui, spiccati dalla giudice nazionale Daniella Camacho, però c’è anche un interposto appello presso la Camera di Cassazione che ancora non è stata risolta. Parallelamente, da parte di varie ditte di consulenza finanziate dall’Ambasciata, è stata disposta un’offensiva pubblicitaria – attraverso le reti sociali – per screditare il giovane 35enne Andrés Aráuz.

Il pendolo si muove

L’urgente invio di Michael Fitzpatrick a Quito è legato a una serie di fatti:

– il rifiuto dell’Interpol di diffondere un’allerta rossa contro l’ex Presidente Rafael Correa, come aveva chiesto il governo dell’Ecuador;

– la decisione di un giudice del Tribunale del Contenzioso Elettorale dell’Ecuador, che ha annullato le misure cautelari di sospensione che pesavano contro il movimento Fuerza Compromiso Social, guidato da Correa;

– il trionfo di Mohammed Irfaan Alí, del Partito Progressista del Popolo (PPP), come nuovo presidente della Guyana, dopo la sconfitta del candidato neoliberale;

– la detenzione domiciliare di Álvaro Uribe, accusato di corruzione e frode procedurale;

– il ritiro di una delle imputazioni contro l’ex Presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva, mosse nel 2018 dall’allora giudice federale Sergio Moro. Il portavoce del Supremo Tribunale Federale del Brasil, Ricardo Lewandowski, ha considerato che Moro aveva avuto una chiara motivazione politica.

Washington osserva con preoccupazione questi fatti – sommati all’alleanza di Alberto Fernández con Andrés Manuel López Obrador – che contraddicono la logica delle corporations e la finanziarizzazione globale a guida statunitense. Qualsiasi risorsa è buona (giuridica, mediatica, economico e/o d’intelligence) per impedire la ricostruzione di un polo sovrano in America Latina e Caraibi.

Dipenderà dalle forze sociali subalterne e dai loro referenti politici elaborare strategie appropriate per aggirare o superare queste varie operazioni.

L’autore, Jorge Elbaum, è Sociologo, laureato in Scienze Economiche, giornalista per vari media, tra cui El Cohete a la Luna; analista senior del Centro Latinoamericano de Análisis Estratégico (CLAE, www.estrategia.la)

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25/08/2020

“Tutta colpa dei sindacati”: il mantra reazionario di Galli della Loggia

Una delle caratteristiche peculiari della rivoluzione boliviana è consistita nello sforzo di cooptare/integrare una serie di associazioni intermedie – movimenti, sindacati ecc. – nella gestione del potere statuale. Del resto, lo stesso presidente Evo Morales era un leader del sindacalismo indio e non un politico (i partiti della sinistra tradizionale non erano mai riusciti a conquistare il potere e, dopo la svolta “etnicista” dei movimenti contadini, sono stati integrati nel blocco sociale e politico del MAS, il Movimento al Socialismo guidato da Morales e dal vicepresidente Linera).

Nei suoi libri (vedi fra gli altri “Democrazia, Stato, Rivoluzione”, recentemente tradotto da Meltemi) Linera spiega bene il processo attraverso il quale una serie di lotte contro il regime neoliberista hanno dato vita al fronte che ha consentito l’elezione di Morales e la sua conferma (fino al golpe di destra di pochi mesi fa). Spiega inoltre come la sfida più ardua che il nuovo regime ha dovuto affrontare è stata la necessità di riformare quelle strutture statali (burocrazia, magistratura, esercito, sistema educativo ecc.) in cui erano profondamente radicati (attraverso corruzione, legami famigliari, interessi trasversali di élite e lobby economiche, politiche, accademiche e mediatiche) i rapporti di forza di un secolo di dominio coloniale e post coloniale. Uno sforzo riuscito solo in parte, come il successo della controrivoluzione ha dimostrato.

È significativo che una delle più frequenti critiche “di sinistra” rivolte al governo rivoluzionario, fosse quella di avere costruito un dispositivo di governance “corporativa”, in cui il potere decisionale, invece di essere monopolizzato dalle tradizionali strutture e procedure istituzionali (governo, parlamento, democrazia rappresentativa ecc.) veniva condiviso con una serie di movimenti e con i corpi intermedi che ne erano espressione (Linera parlava, in proposito, di “potere della moltitudine”, termine cui dava un significato diverso da quello attribuitogli da Antonio Negri, in quanto non riferito a un insieme di “singolarità” bensì a una aggregazione di soggetti collettivi sindacalmente e politicamente organizzati).

Questo dibattito mi è tornato in mente leggendo un articolo di Ernesto Galli della Loggia, uscito sul Corriere di sabato 22 agosto (“Lo strapotere dei sindacati nella scuola”). Al piano terra del ministero dell’Istruzione, scrive uno scandalizzato Galli della Loggia, si trovano “non si riesce a capire bene autorizzati quando e da chi”, uffici sindacali che in quanto “associazioni private” non hanno titolo di usufruire di quegli spazi pubblici (lo scandalo per l’abuso del potere “privato” riguarda sempre le rappresentanze delle classi subalterne, mai l’occupazione sistematica di funzioni pubbliche da parte di rappresentanti del potere economico, vedi il meccanismo delle “porte girevoli”, che consente a “esperti” già consulenti di grandi gruppi finanziari di divenire ministri della Repubblica o, vedi il caso di Monti, Presidenti del Consiglio).

L’articolo prosegue attribuendo al decennale “strapotere sindacale”, tutti i guai del nostro sistema educativo (le deliranti “riforme” inanellate da governi di destra e sinistra nell’ultimo mezzo secolo non c’entrano nulla!) e inneggiando alla fermezza con cui la ministra Azzolina (da quando si sono “normalizzati” gli esponenti del M5S – anche i più palesemente mediocri – non hanno mai raccolto tanti elogi) “ha coraggiosamente denunciato la resistenza strenua al rinnovamento dei sindacati stessi”.

Esempio di tale resistenza, continua il nostro, sono le polemiche sulla ripresa delle lezioni e sulle garanzie di sicurezza che, bontà sua, riconosce che sono una “questione cruciale”, la quale tuttavia, “si presta fin troppo bene a essere oggetto di agitazione a base di facili (!?) denunce di ritardi e contraddizioni”. Ovviamente per il nostro non spetta ai lavoratori (il che vale, implicitamente, non solo per gli insegnanti ma anche per operai e impiegati delle imprese private) stabilire quale livello di rischio sia accettabile, bensì agli “scienziati”, prontamente evocati in veste di esperti per tacitare dubbi e paure del popolo ignorante.

Dubbi che non possono non aumentare di fronte allo spettacolo delle baruffe fra “competenti” che litigano sostenendo tutto e il contrario di tutto. La gente non si fida, si mette di traverso alle sagge decisioni di istituzioni ed esperti? Colpa dello spirito distruttivo ispirato “al più gretto corporativismo”. La canzone cara ai conservatori e alle sinistre “liberal” latinoamericane, che prima denunciano le pratiche antidemocratiche dei vari Morales, Correa, Lula, Maduro, poi versano lacrime di coccodrillo quando al potere arrivano i Bolsonaro, risuona insomma anche alle nostre latitudini, e risuonerà più forte a mano a mano che bisognerà convincere le persone a immolarsi per rilanciare l’economia a rischio della propria pelle, soprattutto perché ci vedremo presto presentare il conto dei “generosi aiuti” che la Ue ci ha appena elargito (pardon che, forse ci verranno elargiti, se faremo i bravi).

Carlo Formenti

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