Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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24/06/2026

Bolivia - Nulla tornerà come prima

I cinquanta giorni di blocchi hanno dimostrato la schiacciante superiorità delle forze popolari di fronte a un apparato inoperante. Tuttavia, la risoluzione temporanea del conflitto è stata realizzata attraverso la frattura del blocco popolare e l’uso della forza militare bruta.

La notte del 19 giugno sarà ricordata come il momento in cui la leadership della Centrale dei Lavoratori boliviani (COB) ha consumato il suo tradimento, firmando un patto alle spalle delle basi popolari indigene e spezzando il blocco di resistenza.

La pretesa di istituire uno stato liberale con sogni “libertari” (nell’accezione di Milei, ndt) che non è ancora nato, dimostrandone la totale incapacità di generare egemonia, è ricorso alla corruzione aperta: buoni diesel per i trasportatori, bonus di 5.000 miliardi per mettere a tacere i settori minerari e promesse di impiego precario a El Alto. Immediatamente dopo, il 20 giugno, il regime ha scatenato la sua macchina coercitiva dichiarando lo Stato di Emergenza e militarizzando il paese.

Di fronte a questo tradimento e al pericolo imminente di violenza statale, l’avanguardia indigena-nativa ha eseguito una manovra tattica impeccabile: una ritirata strategica. Le masse non sono state sconfitte, sono semplicemente passate alla resistenza passiva per riorganizzare le loro forze di fronte al logoramento e al tradimento.

Il presidente Paz ha mantenuto la sua carica, ma è stato ridotto alla condizione di amministratore di un “governo autolesionista”, paralizzato dal terrore di fronte a una mobilitazione che sa di non poter contenere due volte. La vera tragedia di questo regime risiede nelle contraddizioni insormontabili verso i suoi finanziatori e alleati. Paz non è il proprietario della sua agenda; è ostaggio degli impegni strutturali che ha assunto.

Per sopravvivere, il governo è costretto a cedere al capitale transnazionale. I suoi patti con l’asse di estrema destra (legami con Donald Trump e promesse di accelerazione estroattivista a figure come Elon Musk) gli impongono di rispettare la consegna del litio boliviano, la più grande riserva al mondo.

Allo stesso tempo, deve onorare il proprio debito verso l'“Asse Agroindustriale” delle lobby e degli imprenditori di Santa Cruz, che chiedono di consolidare l’attuazione della abrogata Legge 1740 per avanzare sui territori indigeni e sulle foreste amazzoniche

Ancora più soffocanti sono le condizioni imposte dalla Banca Mondiale e dal Fondo Monetario Internazionale (FMI). Per rendere validi i prestiti che sostengono il suo fragile modello, Paz è costretto a eseguire una terapia d’urto neoliberale:
  1. Privatizzazione delle imprese pubbliche e alienazione delle risorse nazionali strategiche.
  2. Riduzione dell’intervento statale, che implica licenziamenti massicci, tagli sociali e flessibilità del lavoro che ha già cercato di imporre (e su cui è dovuto tornare indietro) con il Decreto 5503.
  3. Svalutazione ufficiale della valuta, trascinata giù dalla forte pressione per legalizzare un tasso di cambio di 30 bs/dollaro, distruggendo il potere d’acquisto della classe operaia.
Il muro costituzionale e lo scontro finale

Qui risiede l’impasse del regime. Rodrigo Paz cerca di imporre sogni “libertari”, nello stile di Milei o Trump, ma si scontra frontalmente con la realtà istituzionale del paese.

L’architettura della Costituzione Politica dello Stato (CPE), istituita nel periodo della Rivoluzione Democratica e Popolare, ha definito la Bolivia come uno “Stato Sociale di Diritto” e una democrazia basata sul popolo, che oggi rappresenta una barriera legale di contenimento contro lo smantellamento del paese. La CPE garantisce la proprietà statale delle risorse strategiche (Litio, Gas, Miniere, Acqua) e ferma sul nascere le aspirazioni di privatizzazione.

Tuttavia, la vera trincea di quell’epoca non è fatta di carta. E oltre all’inchiostro e ai margini del testo costituzionale, sono le strade che sono state istituzionalizzate come il fattore di veto politico definitivo. Le strade bloccate, le assemblee territoriali e la mobilitazione di massa non sono più anomalie congiunturali, ma sono emerse come la vera sovrapotenza del paese.

Nella Bolivia del 2026, il Palazzo del Governo può redigere decreti di privatizzazione e firmare patti con capitali stranieri, ma l’ultima parola è dettata dall’asfalto. L’esperienza accumulata in 50 giorni di paralisi nazionale ha lasciato una lezione irreversibile: il blocco sostenuto è stato perfezionato come arma strategica per eccellenza e contrappeso socio-politico assoluto al tradimento dello Stato.

Conclusione: Governare la Bolivia trasformata del 2026 con i manuali di esclusione e obbedienza degli anni ’90 è un suicidio politico.

La contraddizione centrale di questo catastrofico stallo ha raggiunto il punto di rottura: se il governo non si conforma alle richieste del FMI, dell’asse “libertario” internazionale e dell’agrobusiness, crolla finanziariamente. Ma se tenta di compiere anche solo un passo per rendere efficaci queste misure (decretare un aumento della benzina, una svalutazione ufficiale o privatizzare il litio), farà esplodere istantaneamente la polveriera sociale.

Qualsiasi di queste misure massificherà la protesta. L’attuale smobilitazione è solo una pausa tattica.

Qualsiasi tentativo del governo di rispettare i suoi patti neoliberisti sarà il catalizzatore che trasformerà questo ritiro in una mobilitazione assoluta, segnando l’inevitabile scontro finale con un regime che ha già esaurito il suo tempo nella storia.

Come avvertì il leader aymara e protomartire Túpac Katari di fronte al giogo coloniale prima di essere giustiziato: “Uccideranno solo me, ma domani tornerò e sarò milioni”. 

Oggi, quei milioni sono il soggetto politico ineludibile di questa nuova era, trasformato nel veto popolare definitivo che attende, pazientemente e organizzato, il momento esatto per dare vita alla nuova Bolivia.

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21/05/2026

Bolivia - La giusta ira dei miserabili della terra si fa sentire di nuovo

Ci sono migliaia e migliaia di persone che corrono per le strade di La Paz sventolando wilphala e gridando: “lascialo andare” riferendosi al presidente scagnozzo delle direttive di Donald Trump, il destrista Rodrigo Paz.

In sei mesi di cattivo governo, il popolo boliviano, che non sa cosa siano le possibilità e la menzogna “dategli tempo”, ha marciato, bloccato le strade principali e dimostrato al resto dei popoli del continente che le insurrezioni, quando c’è una causa giusta, funzionano.

È essenziale, analizzando questa rivolta boliviana contro il potere consolidato, tenere conto della lunga storia di frustrazioni, maltrattamenti, politiche sottomesse e colpi di stato scatenati da anni contro i più umili.

Vale la pena ricordare che la Bolivia è uno dei paesi latinoamericani che ancora conserva il maggior numero di sacche di schiavitù, quasi risalente al Medioevo, e che gran parte di quei luoghi che durante il governo di Evo Morales furono denunciati, appartengono principalmente a quegli uomini d’affari corrotti che sia a Santa Cruz che a Beni, o Tarija, ora sono favorevoli al “mantenimento dell’ordine democratico”.

Per la borghesia boliviana, abituata a imporre le proprie politiche di espropriazione sotto la minaccia delle armi e dell’imprigionamento di coloro che considerano “ribelli”, ciò che accade oggi nel paese li spaventa e li inquieta, poiché con le definizioni razziste che non si risparmiano né dissimulano, pensano – e ne sono convinti, come i loro predecessori i conquistadores spagnoli – che “gli indiani” non siano degni di essere inclusi nelle “loro” società di bianchi, in questo influenzati dai croati nazisti che, alla fine della guerra, decisero di popolare alcune aree del paese e costruire feudi dove la discriminazione era comune.

Da qui questa insurrezione, nata dalla ribellione contro la legge fondiaria del 1720, che permetteva la conversione di piccole proprietà agricole in proprietà di medie dimensioni da utilizzare come garanzia per prestiti bancari. Cioè, concentrare la terra nelle mani dei soliti, che non la usano nemmeno per produrre ma per generare grandi tenute.

Questo è stato il fattore scatenante da cui sono nate le prime proteste che crescevano, nonostante il governo di Rodrigo Paz avesse deciso di abrogare la legge.

Ma immediatamente i suoi sostenitori politici e gli imprenditori non hanno nascosto il loro disappunto, e ciò che doveva essere risolto con una legislazione agraria urgente ha iniziato ad essere accantonato.

A questo si aggiunge la mancanza di carburante, che si trascina fin dai tempi dell’ex presidente, ora incarcerato, Luis Arce. Questi due elementi hanno acceso la miccia, e i contadini e gli indigeni, insieme a un appello della Centrale Operaia Boliviana (COB), hanno fatto si che iniziassero i primi blocchi e uno sciopero nazionale per un periodo indefinito.

È stato così che le strade importanti si sono iniziate a riempire, come di solito in questi casi, con grandi pietre, blocchi di cemento, contenitori della spazzatura e le barricate iniziarono a bruciare. Giorno e notte, con veglie ben organizzate dalle comunità, sopportando un freddo intenso, ma con il morale intatto di chi sa per cosa sta combattendo.

La mappa boliviana ha cominciato a essere tinta con i molteplici colori dei poncho maschili e delle gonne femminili, inevitabili e duri come l’acciaio al tempo della lotta.

Rodrigo Paz, come ogni borghese spaventato, non ha avuto altra idea che portare i soldati in strada e iniziare a sparare indiscriminatamente. Basta vedere i video che mostrano capitani ubriachi, in uniforme da campagna, che rimproverano una truppa piena di volti indigeni come quelli che avrebbero represso ore dopo, e dire loro che “per la patria daremo una lezione a queste persone sporche”.

Ma le minacce di stampare una “disciplina” con sangue e fuoco non sono state sufficienti, né i quattro contadini assassinati, per fermare quella che ormai è una nuova Fuenteovejuna (1)

Per ogni proiettile sparato, migliaia di pietre, molotov, bastoni e qualunque cosa fosse a portata di mano venivano restituiti a quei “guerrieri” del capitalismo. Ci sono scene epiche, in cui centinaia di “poncho rossi” sfondano la recinzione della polizia protetta da transenne, costringendo le divise a fuggire, disarmando persino diversi di loro.

Poi, come accade sempre, appaiono i “vigili del fuoco” del momento, la Chiesa razzista e preconciliare, gli Ombudsman e le note ONG che sostengono che sia necessario “dialogare”, che “la violenza non porta da nessuna parte”, che “la democrazia è in pericolo”. Con questi discorsi occasionali, cercano, in realtà, di salvare i vestiti di un governo in difficoltà, che riceve ordini diretti dall’ambasciata degli Stati Uniti a La Paz.

Ogni volta che i popoli fanno uso della logica dell’autodifesa e rispondono alla violenza di chi è sopra con risposte simili ma diseguali, c’è un coro di opportunisti e aderenti ai poteri forti, che vogliono guadagnare tempo per riarmarsi e offrire dialogo. Quando ciò non accade, e gli insorti ignorano i canti delle sirene, vengono inevitabilmente chiamati “terroristi” e procedono di conseguenza.

Da qui il mandato di arresto contro il massimo leader della COB, Mario Argollo, e altri leader operai e contadini. La motivazione del processo che li colpirà se avranno la sfortuna di essere catturati è per “istigazione pubblica a commettere un crimine e il possibile crimine di terrorismo”. 

Per non parlare della persecuzione che Evo Morales subisce da anni, che non osano fermare perché sanno che ci sono migliaia di contadini disposti a difenderlo.

È così che vanno le cose in Bolivia. Con un’insurrezione in pieno svolgimento, con un finale aperto, ma con una dimostrazione indubbia che per i popoli del continente e dell’intero Terzo Mondo, “la lotta per i diritti negati si vince combattendo”. La Bolivia, infatti, segna con le azioni coraggiose del suo popolo una strada per coloro che, governi fascisti, saccheggiatori e repressivi sopportabili, con truppe yankee che assediano o addirittura occupano i loro territori, non osano affrontarlo.

E non lo fanno perché quasi sempre c’è una leadership che stringe patti, è accomodante e facilmente acquistabile che rallenta o attutisce le ribellioni necessarie e giuste di vita.

Gran parte di questi ostacoli, intrecciati nella politica borghese delle “democrazie rigorosamente controllate dagli Stati Uniti”, esistono anche in Bolivia, ma davanti a loro c’è un popolo coraggioso che non si lascia intimidire, che sa, perché l’hanno vissuto molto di recente, con Evo al Palacio del Quemado, cosa significhi avere un governo che difende le proprie conquiste, che può fare errori, ma grazie ai suoi innumerevoli successi, c’è stata una sorta di resurrezione di coloro che per secoli sono stati condannati all’esclusione. I residenti, come i palestinesi del 7 ottobre, sono stati invitati a gridare “Basta con tanta oppressione, dannazione”.

Note

1) Fuente Ovejuna è uno straordinario romanzo dell’autore spagnolo Lope De Vega sulla rivolta di un villaggio nel medioevo contro i soprusi del signorotto locale.

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22/12/2025

Bolivia i lavoratori hanno proclamato lo sciopero a oltranza contro il governo

«Annunciamo lo sciopero generale a oltranza e chiediamo al popolo boliviano di unirsi alla protesta». Queste le parole di Andrés Paye, segretario della Federazione Sindacale dei Minatori della Bolivia (FSTMB), con cui ha dato inizio alla mobilitazione del settore. Poco dopo si è aggiunta anche la Centrale Operaia Boliviana (COB), il principale sindacato del Paese, che riunisce al suo interno diverse sigle, tra cui la FSTMB. I lavoratori si sono schierati contro il presidente Rodrigo Paz Pereira, la cui elezione, avvenuta lo scorso ottobre, ha interrotto 20 anni di socialismo boliviano, segnando la svolta a destra per il Paese. A finire nel mirino dei lavoratori sono state le misure approvate dal nuovo governo – in particolare il decreto supremo 5503 – accusate di favorire gruppi privilegiati e lobby a discapito della maggioranza della popolazione.

«Vogliamo dire alla comunità internazionale che tutto ciò che accadrà a partire da ora sarà responsabilità del governo», ha dichiarato Andrés Paye al culmine del discorso che ha dato inizio allo sciopero dei minatori boliviani, un settore chiave per l’economia del Paese. Poche ore dopo, la protesta è stata rilanciata anche dalla Centrale Operaia Boliviana, rinsaldando il carattere generale dello sciopero. Tra giovedì e venerdì scorso si sono registrati i primi disservizi, con diverse città boliviane rimaste senza trasporto pubblico. Contestualmente, i lavoratori hanno effettuato dei blocchi autostradali. Contromisure che i sindacati minacciano di riproporre fino all’abrogazione delle ultime leggi approvate in materia economica dal governo di Rodrigo Paz Pereira. La Federazione Sindacale dei Minatori della Bolivia rilancia, facendo sapere che il suo sciopero continuerà fino alle dimissioni del nuovo presidente.

Per ridurre il deficit fiscale, il decreto supremo 5503 ha eliminato la sovvenzione statale sui carburanti, facendone raddoppiare il prezzo per i consumatori finali. Ciò avrà conseguenze sul lungo termine, riguardando soprattutto trasporti e beni di prima necessità, per un generale aumento del costo della vita. Nella capitale La Paz, i costi del trasporto pubblico dovrebbero ad esempio crescere del 100% nei prossimi giorni.

I sindacati hanno bollato la riforma economica come un attacco alla classe lavoratrice, a tutto vantaggio di poche oligarchie industriali, a partire da quelle del carburante. Il risentimento popolare è alimentato dall’eliminazione delle tasse ai grandi patrimoni e alle transazioni finanziarie, decisa dal governo pochi giorni fa. Lo schema realizzato dal neopresidente boliviano Paz si inquadra nei canoni neoliberisti: di fronte alle crisi economiche si procede con i tagli alla spesa sociale, non curandosi delle conseguenze per le classi meno abbienti – lavoratori, contadini, poveri – su cui viene anzi fatto ricadere tutto il peso della crisi.

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27/06/2024

Bolivia - Tentativo di colpo di stato in corso. Arce ed Evo Morales chiamano alla mobilitazione popolare

Ultim’ora: il tentato colpo di Stato in Bolivia è stato neutralizzato, dopo la denuncia fatta dal presidente Luis Arce e la mobilitazione popolare in difesa della democrazia del paese.

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Il governo boliviano ha denunciato oggi un tentativo di colpo di Stato. Il presidente boliviano Luis Arce ha lanciato un appello alla popolazione: “Abbiamo bisogno che il popolo boliviano si organizzi e si mobiliti contro il colpo di Stato e a favore della democrazia. Non possiamo permettere che i tentativi di colpo di stato tolgano ancora una volta vite ai boliviani. Vogliamo esortare tutti a difendere la democrazia e qui siamo fermi a Casa Grande con tutto il governo, con le nostre organizzazioni sociali. Salutiamo le organizzazioni sociali e le invitiamo cordialmente a mostrare ancora una volta la via della democrazia al popolo boliviano”.

La Centrale dei Lavoratori Boliviani (COB) ha dichiarato uno sciopero generale a tempo indeterminato a partire da oggi, in segno di rifiuto del tentativo di colpo di Stato contro il governo del presidente Luis Arce. L’organizzazione ha anche chiesto il trasferimento di tutte le organizzazioni sociali e sindacali nella città di La Paz, sede del governo boliviano, al fine di difendere e chiedere il ripristino dell’ordine costituzionale

Arce ha denunciato oggi movimenti irregolari dei membri dell’esercito, mentre le forze militari hanno chiuso piazza Murillo, a La Paz. “Denunciamo le mobilitazioni irregolari di alcune unità dell’esercito boliviano. La democrazia va rispettata”, ha denunciato il Capo dello Stato su X.

In precedenza, l’ex presidente Evo Morales aveva denunciato nella giornata di oggi un concentramento delle forze armate e del personale militare in piazza Murillo a La Paz. “Da un’ora a questa parte, i comandanti di divisione hanno dato istruzioni ai comandanti di reggimento di tornare immediatamente alle loro caserme in attesa di nuove disposizioni (acquartieramento). Questo solleva molti sospetti sul movimento militare in Bolivia”, ha scritto sul suo account X.

Carri armati e personale militare erano di stanza intorno al palazzo del governo, non si conoscono ancora informazioni ufficiali sulla situazione.

Il comandante generale dell’esercito, Juan José Zúñiga, si è recato sul posto con un carro armato. Zúñiga è entrato nel Palazzo del Governo e ha affermato che tutte le forze sono mobilitate, chiedendo un cambio totale di governo. Poi è tornato all’interno del carro armato parcheggiato in Plaza Murillo.

Il Presidente Luis Arce ha fronteggiato i militari entrati nel palazzo ordinandogli di ritirarsi . “Zúñiga, sei ancora in tempo”, ha fatto appello il ministro del Governo, Eduardo del Castillo, arrivato sul posto per lamentarsi con l’alto ufficiale.

Alle 15:01, Evo Morales ha scritto di nuovo su X e ha dichiarato che “si sta preparando un colpo di stato”. “In questo momento, il personale delle forze armate e i carri armati sono schierati in Plaza Murillo. Hanno convocato una riunione di emergenza alle 15:00 presso lo Stato Maggiore dell’Esercito a Miraflores in uniforme da combattimento. Facciamo appello ai movimenti sociali delle campagne e delle città per difendere la democrazia”, ha scritto.

Dopo le dichiarazioni del Comandante Generale dell’Esercito, Juan José Zúñiga, quando ha detto che le Forze Armate avrebbero arrestato l’ex Presidente Evo Morales se si fosse candidato ancora una volta, il presidente del Senato, Andrónico Rodríguez, ha detto che un generale non può esprimersi in questo modo e ha indicato una ristrutturazione delle Forze Armate.

“Siamo preoccupati per alcune azioni da parte di alcuni elementi della polizia e delle forze armate boliviane, non solo ora, ma dal 2019. Penso che sia importante che queste due istituzioni dirigano definitivamente il loro orizzonte per adempiere al loro ruolo fondamentale, in conformità con la Costituzione, (...) per una vera ristrutturazione o rifondazione di queste due istituzioni”, ha detto Rodríguez ai media mercoledì.

Martedì, Zúñiga, nel programma No Mentirás, aveva affermato che, se necessario, le forze armate arresteranno Morales se tenterà di candidarsi di nuovo alla presidenza.

“Quel signore non può più essere presidente di questo paese (...). È legalmente squalificato. La Costituzione dice che non può essere (presidente) per più di due mandati e l’uomo è già stato rieletto per tre, quattro mandati; le Forze Armate hanno la missione di far rispettare la Costituzione politica dello Stato”, ha spiegato il generale Zuniga.

Le sue parole sono state interpretate da una parte dell’ala evista del Movimento Verso il Socialismo (MAS) come una minaccia diretta a Morales.

“Siamo preoccupati che alcuni elementi forniscano dichiarazioni con un senso di interferenza politica (...), sono state espresse questioni politiche come se fosse un leader incline a un partito politico contro un cittadino”, ha replicato il presidente del Senato Andrónico Rodríguez

Secondo Rodríguez, “nessun elemento delle Forze Armate” può esprimersi con tanta leggerezza su questioni così delicate.

Allo stesso modo, il senatore ha messo in dubbio l’operato della Polizia, dal momento che, nelle ultime settimane, l’ala evista ha denunciato l’esistenza del cosiddetto “Piano Boquerón”; attraverso il quale si intende, presumibilmente, reprimere con la forza i tentativi di mobilitazione del MAS evista. “La polizia boliviana è destinata a garantire la sicurezza interna dei cittadini; le Forze Armate, la sicurezza esterna (...), ma questo non si vede”, ha denunciato Rodriguez.

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