La giornata di sciopero e mobilitazione in tutti gli stabilimenti dell’ex Ilva rappresenta un passaggio importante di una vertenza arrivata ormai a un punto di rottura. La partecipazione dei lavoratori e i blocchi organizzati a Taranto e Genova confermano che non esistono più le condizioni per accettare ulteriori rinvii.
La mobilitazione prosegue e, in assenza di risposte concrete, è destinata a intensificarsi. Non siamo disposti ad assistere passivamente allo spegnimento degli impianti e al progressivo smantellamento della siderurgia nazionale.
USB chiede l’immediata riapertura del confronto a Palazzo Chigi sugli strumenti straordinari di tutela occupazionale. La cassa integrazione e le integrazioni salariali non sono sufficienti. Servono un reddito di transizione che garantisca piena tutela salariale e contributiva, il riconoscimento del lavoro usurante e dell’esposizione all’amianto, strumenti di pensionamento anticipato e incentivi all’esodo volontario. Misure che devono riguardare tutti i lavoratori, compresi quelli dell’appalto e dell’indotto.
Ma nessuna tutela sociale può sostituire una prospettiva industriale. Dopo quattordici anni di errori, il Governo deve assumersi direttamente la responsabilità del futuro della siderurgia attraverso un piano industriale pubblico, la nazionalizzazione dell’intero complesso, investimenti per la decarbonizzazione, le bonifiche e la salvaguardia della capacità produttiva e occupazionale.
Non possiamo continuare a subordinare il futuro di un settore strategico agli interessi di un eventuale investitore privato, mentre lo Stato si fa carico dei costi della crisi e delle sue conseguenze sociali.
La vertenza ex Ilva pone una questione più generale sulle priorità economiche e sulla destinazione delle risorse pubbliche, che è anche al centro dello sciopero generale USB del 30 ottobre: investire nel lavoro, nella produzione industriale e nei salari anziché continuare ad aumentare gli impegni per il riarmo.
La mobilitazione permanente continuerà fino a quando non arriveranno risposte concrete. Il Governo deve decidere se l’Italia vuole ancora produrre acciaio e assumersi finalmente tutte le responsabilità di questa scelta.
USB Industria
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
14/10/2026
Ex Ilva: la mobilitazione prosegue. Il governo non può più limitarsi a gestire l’emergenza
12/10/2026
Il giorno dell’ex Ilva
Lunedì 12 ottobre, in tutti gli stabilimenti dell’ex Ilva prende avvio una mobilitazione che potrebbe segnare un passaggio decisivo nella più grande vertenza industriale italiana. L’Unione Sindacale di Base, congiuntamente alle altre organizzazioni sindacali, ha proclamato lo sciopero ad oltranza, a partire dalle sei del mattino, e una mobilitazione permanente che, in assenza di risposte, è destinata a intensificarsi.
Quello che sta accadendo a Taranto, Genova, Novi Ligure, Racconigi e negli altri stabilimenti del gruppo riguarda il futuro di un’intera filiera industriale, decine di migliaia di lavoratori tra diretti e indotto, il destino economico di interi territori e la capacità stessa dell’Italia di mantenere una produzione siderurgica nazionale.
Nella notte tra l’8 e il 9 ottobre l’ultima colata di ghisa ha preceduto la sospensione della produzione nell’area a caldo di Taranto. Gli impianti sono stati mantenuti in riscaldo, in attesa dell’udienza della Corte di Cassazione del prossimo 20 ottobre. In assenza di un provvedimento favorevole, l’azienda ha annunciato la sospensione del mantenimento in riscaldo dal 24 ottobre e lo spegnimento entro il 25, prospettando conseguenze irreversibili sulla possibilità di riavviare gli impianti. Entro il 15 novembre è inoltre prevista la fermata generale degli stabilimenti di Genova e Novi Ligure, con ricadute sull’intero sistema produttivo.
È una sequenza di date che racconta meglio di qualsiasi dichiarazione il punto al quale siamo arrivati. Mentre gli impianti si fermano, il Governo annuncia un nuovo decreto per gli ammortizzatori sociali e continua a subordinare le prospettive industriali all’individuazione di un investitore. Nel frattempo, migliaia di lavoratori attendono di conoscere il proprio futuro.
Eppure, a questo punto della storia, dovrebbe essere evidente che il problema non è più soltanto trovare qualcuno disposto a comprare gli stabilimenti.
Il problema è decidere se lo Stato italiano considera ancora la produzione dell’acciaio una questione strategica per il Paese.
La crisi dell’ex Ilva comincia ben prima delle ultime decisioni della magistratura. Dal 2012 a oggi abbiamo assistito a sequestri, commissariamenti, amministrazioni straordinarie, decreti d’urgenza, accordi industriali e continui cambiamenti di proprietà e gestione. Ogni passaggio è stato accompagnato dalla promessa che quello successivo avrebbe finalmente risolto i problemi ambientali, produttivi e occupazionali.
Nel 2018, con l’arrivo di ArcelorMittal, il Governo presentò l’accordo come la soluzione capace di garantire il futuro dell’azienda. Nel 2020, con l’ingresso di Invitalia, venne annunciato un nuovo piano di rilancio e decarbonizzazione, comprensivo di investimenti pubblici e della realizzazione di un forno elettrico da 2,5 milioni di tonnellate annue di produzione. Nel 2024 siamo arrivati a una nuova amministrazione straordinaria.
Oggi, nell’ottobre 2026, ci ritroviamo a discutere dello spegnimento degli impianti, della sopravvivenza dell’intero gruppo e degli strumenti per sostenere il reddito dei lavoratori.
Il paradosso è che, dopo quattordici anni e miliardi di euro di risorse pubbliche impegnate, siamo tornati sostanzialmente alle domande che avremmo dovuto affrontare all'inizio. Con una differenza: nel frattempo gli impianti sono invecchiati, le prospettive produttive si sono indebolite, le condizioni occupazionali si sono deteriorate e il tempo per intervenire si è drasticamente ridotto.
La politica ha avuto quattordici anni per costruire una soluzione. È difficile sostenere che sia stata la magistratura, con una sentenza dell'estate 2026, a rendere improvvisamente impossibile una strategia industriale che non si è mai riusciti a realizzare.
Le decisioni della Corte d’Appello di Milano, l’ultima delle quali ha respinto il 5 ottobre una nuova richiesta di sospensione del provvedimento sull’area a caldo, hanno certamente accelerato la crisi. Il 20 ottobre le Sezioni Unite della Cassazione esamineranno i ricorsi presentati dalle amministrazioni straordinarie.
Ma sarebbe profondamente sbagliato trasformare questa vicenda giudiziaria nell’alibi per spiegare il fallimento industriale.
La magistratura interviene su questioni di legalità, sicurezza e tutela della salute. Non è suo compito stabilire quanti milioni di tonnellate di acciaio debba produrre l’Italia, quali tecnologie utilizzare, quanto investire nella decarbonizzazione o come garantire l’occupazione. Queste sono responsabilità della politica, che non possono essere delegate ai tribunali e neppure ai commissari straordinari.
Da anni assistiamo invece a un rovesciamento dei ruoli. Le scelte industriali vengono continuamente rinviate in attesa di una sentenza, dell’esito di una gara, dell’offerta di un investitore o della prossima emergenza finanziaria.
All’ultimo tavolo a Palazzo Chigi abbiamo avuto la conferma della profondità di questa contraddizione. Il Governo ha ribadito la prospettiva di una siderurgia decarbonizzata, con forni elettrici e impianti DRI, ma senza presentare un quadro industriale sufficientemente definito, finanziato e governato da una responsabilità pubblica.
La sensazione, sempre più concreta, è che la siderurgia primaria italiana venga considerata un problema da amministrare anziché un patrimonio industriale da salvaguardare e trasformare.
Ma davvero l’Italia può fare a meno dell’acciaio?
È la domanda che dovrebbe precedere ogni discussione su gare, compratori e assetti proprietari.
Secondo Federacciai, nel 2025 l’Italia ha prodotto 20,7 milioni di tonnellate di acciaio, collocandosi al secondo posto in Europa, dopo la Germania. Parliamo di un settore con oltre 70 mila addetti diretti, fondamentale per la meccanica, l’automotive, la cantieristica, le infrastrutture e l’intera manifattura nazionale.
Nel marzo 2025 la Commissione europea ha presentato un piano d’azione per l’acciaio e i metalli, riconoscendo espressamente il carattere strategico della siderurgia per l’autonomia industriale e la sicurezza economica europea.
Mentre l’Europa discute di come rafforzare e proteggere la propria capacità produttiva, in Italia rischiamo di assistere alla progressiva disarticolazione di uno dei principali complessi siderurgici del continente.
Naturalmente non tutta la siderurgia italiana dipende dall’ex Ilva. Esiste un’importante produzione attraverso forni elettrici, alimentati prevalentemente da rottame, che rappresenta una caratteristica fondamentale del nostro sistema industriale. Ma proprio questa peculiarità rende necessario affrontare seriamente il problema della disponibilità di acciai piani, della produzione primaria, delle materie prime e della dipendenza dalle importazioni.
L’acciaio non è una merce qualsiasi, della quale ci si possa disinteressare nella convinzione che sarà sempre possibile acquistarla altrove. La capacità di produrlo, trasformarlo e metterlo a disposizione dell’industria nazionale è parte della capacità di un Paese di decidere il proprio sviluppo economico.
E questo apre una questione fondamentale: vogliamo conservare una filiera siderurgica nazionale integrata oppure limitarci progressivamente a trasformare acciaio prodotto da altri?
Nelle vicende degli ultimi mesi è emersa più volte l’ipotesi di una separazione tra le attività a freddo, più facilmente valorizzabili sul mercato, e il ciclo primario di Taranto, che richiede investimenti ingenti e si porta dietro la parte più complessa della transizione ambientale.
Non è un problema secondario.
Se i soggetti privati fossero interessati soprattutto agli impianti di laminazione, alle attività di trasformazione, ai portafogli clienti e agli asset più redditizi, mentre allo Stato rimanessero il ciclo primario, le bonifiche, gli investimenti per la decarbonizzazione e gran parte dell’emergenza occupazionale, ci troveremmo di fronte all’ennesima operazione di privatizzazione del valore e socializzazione dei costi.
Una simile prospettiva non garantirebbe affatto la sopravvivenza di una siderurgia nazionale integrata.
Per questo la discussione non può essere ridotta alla domanda su chi acquisterà l’ex Ilva. Occorre decidere prima quale capacità produttiva vogliamo mantenere, come deve essere organizzata la filiera, quali investimenti sono necessari e chi se ne assume la responsabilità.
La ricerca di un acquirente, in assenza di queste decisioni, rischia di diventare soltanto un modo per rinviare ancora una volta il problema.
L’USB sostiene da anni che la soluzione debba passare attraverso l’intervento diretto dello Stato e la nazionalizzazione del complesso siderurgico.
Non si tratta di una rivendicazione ideologica, ma di una conclusione che deriva dall’esperienza concreta di questa vertenza.
Il mercato privato ha avuto tutte le occasioni per dimostrare di poter garantire contemporaneamente investimenti, continuità produttiva, tutela ambientale e occupazione. La storia dell’ex Ilva dimostra quanto sia stato insufficiente affidare il destino di un settore strategico a questa impostazione.
Anche l’intervento pubblico sperimentato negli anni scorsi ha mostrato limiti evidenti. Entrare nel capitale di un’azienda senza disporre di un'autonoma strategia industriale e senza esercitare una vera funzione di governo non equivale a costruire una politica pubblica per l’acciaio.
La nazionalizzazione che proponiamo deve avere un contenuto industriale preciso: proprietà e governo pubblico dell’intero complesso, un piano nazionale della siderurgia, investimenti programmati, una politica delle forniture energetiche, la salvaguardia delle competenze e una trasformazione ambientale verificabile.
La decarbonizzazione richiede scelte tecniche e finanziarie concrete. Occorre definire la capacità dei nuovi forni elettrici, gli impianti per la produzione di preridotto, le fonti di approvvigionamento, le infrastrutture energetiche, il costo dell’elettricità e del gas nella fase di transizione, i tempi delle bonifiche e soprattutto i livelli occupazionali necessari per il nuovo ciclo produttivo.
Sono problemi che non si risolvono inserendo la parola green in un comunicato governativo.
Servono investimenti pluriennali e un soggetto pubblico in grado di programmare, finanziare e realizzare la trasformazione, utilizzando in modo coerente le risorse nazionali ed europee destinate alla politica industriale e alla transizione ecologica.
Il ruolo dello Stato non può essere quello di continuare a mettere denaro pubblico per rendere appetibili gli stabilimenti a un successivo compratore privato. Se è la collettività ad assumersi il costo del risanamento e della trasformazione, è necessario che sia la collettività, attraverso il controllo pubblico, a governarne gli obiettivi e a beneficiare dei risultati.
Dentro questa vicenda rimane poi una questione che riguarda direttamente Taranto e che nessuna soluzione industriale può permettersi di eludere.
Per troppo tempo il diritto alla salute dei cittadini è stato contrapposto al diritto al lavoro degli operai, come se gli abitanti della città e le persone che attraversano ogni giorno i cancelli dello stabilimento appartenessero a due comunità diverse.
È una contrapposizione che respingiamo.
I lavoratori dell’ex Ilva sono stati e continuano a essere tra i soggetti maggiormente esposti ai rischi derivanti dalle lavorazioni siderurgiche. Hanno conosciuto la fatica dei cicli continui, delle alte temperature, delle polveri, delle sostanze pericolose e delle lavorazioni pesanti. Molti hanno trascorso una vita intera dentro quegli impianti.
Non si può chiedere a queste persone di scegliere tra il mantenimento del salario e la tutela della propria salute.
Le bonifiche devono diventare immediatamente parte di un programma pubblico finanziato, verificabile nei tempi e nei risultati, accompagnato dal controllo ambientale e sanitario e dalla trasformazione delle tecnologie produttive. Allo stesso tempo, Taranto ha bisogno di una politica di diversificazione economica che permetta alla città di affrancarsi dalla dipendenza esclusiva dal siderurgico senza essere condannata alla desertificazione industriale.
Anche questa è una responsabilità che spetta allo Stato.
La questione occupazionale è oggi la più urgente, ma non può essere affrontata come una semplice conseguenza amministrativa dello spegnimento degli impianti.
Il Governo ha annunciato nuovi interventi sugli ammortizzatori sociali. Sono misure necessarie nell’immediato, ma da sole non garantiscono alcuna prospettiva. La cassa integrazione, soprattutto quando assume carattere prolungato, determina una perdita di reddito per i lavoratori e non può diventare lo strumento ordinario attraverso il quale accompagnare il progressivo ridimensionamento di un'industria.
L’USB rivendica l’introduzione di un reddito di transizione, capace di garantire la piena tutela salariale e contributiva per tutto il periodo necessario alla trasformazione industriale, alla ricollocazione o all'accesso alla pensione.
Questa garanzia deve riguardare l’intero perimetro occupazionale: i dipendenti di Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria, quelli di Ilva in amministrazione straordinaria e tutte le lavoratrici e i lavoratori dell’appalto e del subappalto.
Non possono esistere lavoratori di serie A e di serie B all’interno della stessa crisi industriale.
Accanto al reddito di transizione occorre approvare una legge speciale per il riconoscimento previdenziale della gravosità e dell’usura del lavoro siderurgico, considerando anche le esposizioni professionali ad amianto e ad altri agenti cancerogeni, con strumenti effettivi di pensionamento anticipato.
Pensare che un operaio che ha trascorso decenni nelle lavorazioni a caldo debba continuare fino ai requisiti ordinari di pensionamento, ignorando le caratteristiche e i rischi del lavoro svolto, è una questione che il legislatore non può più eludere.
Servono inoltre incentivi all’esodo volontario, percorsi di formazione e riqualificazione realmente finalizzati al reimpiego, interventi di ricollocazione e strumenti straordinari per mettere al sicuro i lavoratori delle aziende dell’indotto.
La transizione industriale deve essere governata garantendo alle persone un futuro. Non può essere finanziata scaricando su di loro il costo degli errori accumulati in questi anni.
All’ultimo incontro a Palazzo Chigi abbiamo posto una questione che consideriamo ormai ineludibile: dopo quattordici anni non possiamo più accettare che il futuro della siderurgia venga deciso di volta in volta dalla magistratura, dai commissari o dall’iniziativa occasionale di un potenziale investitore.
Se il Governo considera la siderurgia un asset strategico, deve dimostrarlo assumendosi la responsabilità di governarne direttamente il futuro. Altrimenti deve spiegare al Paese quale modello industriale intenda perseguire e quali conseguenze sia disposto ad accettare sul terreno dell'occupazione, delle produzioni e dell'autonomia economica.
Il tempo delle dichiarazioni di principio è finito.
Per questo lo sciopero che comincia oggi non può essere interpretato come l'ennesimo episodio di una vertenza destinata a consumarsi tra una convocazione ministeriale e quella successiva.
La mobilitazione permanente che abbiamo deciso di avviare nasce dalla consapevolezza che siamo arrivati a un punto di rottura. La sospensione delle produzioni, la prospettiva dello spegnimento degli impianti e l’assenza di garanzie industriali e occupazionali impongono una risposta che non si esaurisca nelle prossime ventiquattro ore.
Sarà una mobilitazione che continuerà e che, senza risposte adeguate, assumerà forme via via più incisive, coinvolgendo i lavoratori di tutti gli stabilimenti e dell’indotto.
Esiste, del resto, un collegamento profondo tra quanto sta accadendo all’ex Ilva e le ragioni che hanno portato l’Unione Sindacale di Base a proclamare lo sciopero generale del prossimo 30 ottobre.
La vertenza siderurgica non è una questione separata dal resto del Paese. Al contrario, rappresenta forse uno degli esempi più evidenti di come le scelte di politica economica e industriale incidano direttamente sulla vita di milioni di persone. La crisi dell’ex Ilva, la perdita del potere d’acquisto dei salari, il carovita, l’impoverimento dei servizi pubblici e il progressivo arretramento dell’intervento dello Stato nell’economia hanno una matrice comune, che riguarda il modo in cui vengono distribuite le risorse e stabilite le priorità del Paese.
Perché quando si discute del futuro della siderurgia, prima ancora che di trovare un investitore, si discute di quale destinazione dare alle risorse pubbliche. Se utilizzarle per sostenere la produzione, l’occupazione, la ricerca, la riconversione ambientale e il potere d’acquisto delle famiglie, oppure continuare a subordinare queste necessità ad altre priorità, a partire dall’aumento della spesa militare e dal sostegno alle imprese senza adeguate garanzie industriali e occupazionali.
Non possiamo accettare che per finanziare la trasformazione di un settore industriale strategico si invochino continuamente i vincoli di bilancio, mentre per il riarmo vengono assunti impegni di spesa pluriennali di dimensioni enormi. Così come non possiamo accettare che ai lavoratori si chiedano sacrifici salariali, cassa integrazione e anni di incertezza, mentre il sistema economico continua a produrre e concentrare ricchezza senza che questa si traduca in un miglioramento delle loro condizioni di vita.
La questione dell’ex Ilva, in fondo, ci mette di fronte a un interrogativo che riguarda l’intero modello di sviluppo italiano: lo Stato deve limitarsi a intervenire quando le imprese entrano in crisi, facendosi carico delle perdite e delle conseguenze sociali, oppure deve tornare a esercitare una funzione di indirizzo, programmazione e intervento diretto nell’economia?
È anche per questo che la mobilitazione dei lavoratori siderurgici trova una naturale continuità nello sciopero generale del 30 ottobre. La difesa dell'occupazione industriale, il recupero del potere d'acquisto, la richiesta di salari più alti, il blocco del carovita e la rivendicazione di investimenti pubblici nei settori strategici appartengono alla stessa idea di società, nella quale il lavoro e i bisogni collettivi tornino a determinare le priorità economiche.
Perché la vertenza ex Ilva non riguarda soltanto chi lavora dentro quegli stabilimenti. Riguarda il diritto di un Paese a conservare il proprio patrimonio industriale, a produrre ciò di cui ha bisogno, a proteggere la salute delle persone e a garantire un lavoro dignitoso.
Dopo quattordici anni non è più sufficiente chiedere quanto costi salvare l’ex Ilva. È arrivato il momento di domandarsi quanto costerebbe all’Italia perderla definitivamente.
Ma soprattutto è arrivato il momento di decidere se le risorse di questo Paese debbano continuare a essere utilizzate per accompagnare il declino industriale e finanziare altre priorità, oppure per costruire un futuro produttivo, ambientale e sociale degno di questo nome.
È una scelta che riguarda tutti. Ed è una delle ragioni per cui il 30 ottobre sciopereremo in tutto il Paese.
USB Lavoro Privato – Categoria Operaia dell’Industria Nazionale
03/10/2026
Il detonatore francese
Date a questi poveri servi ancora qualche giorno e si accorgeranno che la destra di Le Pen è completamente fuori da questo circuito di lotte, mentre “il centro” – il presidente uscente Macron, il premier Lecornu, i gollisti, i complici “socialisti” di Glucksmann, frattaglie varie – è ovviamente il bersaglio contro cui il popolo si va muovendo.
Lo si capisce per esclusione: tutti costoro hanno come nemico soltanto Jean-Luc Mélenchon e il suo partito-movimento, La France Insoumise. Il motivo è trasparente: ad aprile si vota per eleggere il nuovo presidente, e – per ora – non sembra poter essere un “centrista”.
Protagonisti delle mobilitazioni sono stati inizialmente i dipendenti pubblici, i cui salari sono fermi da tempo immemorabile. Al loro fianco sono scesi subito gli studenti delle superiori, soprattutto, alle prese con una scuola pubblica ormai fatiscente quasi quanto quella nostrana. Lo si capisce delle rivendicazioni: classi meno affollate, orario scolastico più breve, più risorse anche per l’aria condizionata.
Ma l’obiettivo principale resta il “Parcoursup”, un cervellone elettronico centralizzato che pretende di gestire il passaggio degli studenti dalle superiori all’università. Con un algoritmo sconosciuto che tende – ma guarda un po’ – a perpetuare le disparità sociali costringendo pressoché tutti i giovani “non benestanti” a restare in ambiti professionali di basso livello.
Alle proteste partecipano anche gli insegnanti, devastati da livelli salariali infimi (comunque superiori a quelli italiani…) e da una progressiva svalutazione del loro ruolo sociale.
Il governo ha reagito nel solito modo: scatenando la polizia, col risultato di brutalità contro i manifestanti e scontri durissimi in decine di città e circa 2.000 arresti, quasi tutti minorenni.
Quando qualcosa di simile avviene in Iran o in altri paesi “nemici”, sentiamo un coro unanime contro le “autocrazie che soffocano il desiderio di libertà”. Quando avviene nel “giardino europeo” sono i “nemici della libertà” che guiderebbero le rivolte.
Non vi sembra che sia ora di chiedersi della “libertà di chi” stiamo parlando?
Una mezza risposta arriva proprio dal governo francese, con Lecornu che deve elaborare una manovra finanziaria di fine anno pari a 54 miliardi, tra tagli al welfare e nuove tasse. Per i lavoratori, ovviamente…
Tra i primi obiettivi c’è come al solito il sistema pensionistico, con la previsione di un congelamento dell’indicizzazione al costo della vita. Né più né meno quel che già da molti anni avviene in Italia, ma ora i pensionati (e pensionandi) francesi vedranno dimagrire il portafoglio ad una velocità maggiore, perché il debito pubblico è arrivato al 119% del Pil e i rendimenti dei titoli di stato sono più alti di quelli italiani.
Facile prevedere che al fianco dei giovani e dei dipendenti pubblici vedremo presto in piazza anche gli ultrasessantenni. O, se non dovessero farcela fisicamente, se ne vedrà l’effetto sul voto alle presidenziali.
Un appuntamento che sembrava dall’esito già scritto, con Le Pen o Bardella (dipende dalla revisione o meno di una sentenza contro la “figlia di Vichy”) facilmente vincenti al ballottaggio contro chiunque, o addirittura al primo turno.
Che questo esito fosse comunque gradito all’establishment francese è diventato chiaro negli ultimi giorni, quando, preparando appunto “la legge di stabilità” per il 2027, ben quattro ministri – David Amiel, Roland Lescure, Stéphanie Rist e Jean-Pierre Farandou, e i funzionari al loro servizio – hanno insistito sul fatto che il testo della finanziaria è concepito in modo da poter essere rapidamente annullato o rivisto dopo le elezioni presidenziali.
Ammissione esplicita: “Si tratta di una libertà senza precedenti che desideriamo lasciare in eredità ai nostri successori, chiunque essi siano”, ha sottolineato David Amiel, Ministro dei Conti Pubblici. Strizzando l’occhio al Rassemblement National… Della serie: “potete promettere quel che volete, qualcosa potrete anche fare”. Tutto va bene, insomma, anche scassare ulteriormente i conti pubblici, pur di non mettere il potere politico nelle mani della sinistra insoumise.
Poi sono avvenute due cose impreviste. Della mobilitazione popolare e soprattutto giovanile si è appena detto. Ma altrettanto devastante rischia di essere la divisione dentro l’ultra-destra, innescata dalla pubblicazione – sulla testata Mediapart – di testi e messaggi antisemiti e complottisti prodotti proprio da Jordan Bardella, quando era ancora un giovane fascistello ai piani bassi del partito lepenista.
Le solite cose da fascisti non ancora convertiti al sionismo, come “gli ebrei controllano tutte le banche del pianeta”, oltre ad apprezzamenti per Alain Soral, teorico della “cospirazione” e “influencer” dei bassifondi. Bardella ha provato a smentire tutto, inseguito naturalmente dalle dichiarazioni indignate di quasi tutto il mondo politico francese.
Ma il problema principale viene dall’interno del suo stesso partito, dove gli avversari storici gli chiedono di “chiarire”, mentre monta il sospetto che dietro la “rivelazione” ci sia la stessa Marine Le Pen, che vorrebbe ridimensionare le ambizioni presidenziali di quello che figura come suo “delfino” e prendersi l’Eliseo.
Una spaccatura che, se si approfondirà, metterà in discussione le attese per le prossime elezioni. Una destra divisa, o comunque fortemente scossa nella credibilità “istituzionale” ed estranea ormai alla mobilitazione sociale, potrebbe non raccogliere i risultati sperati. Al tempo stesso, “al centro” ci sono più galli che elettori, tanto che nessuno al momento arriverebbe neanche al ballottaggio.
Sulla riva, o meglio sulla nave che cavalca la tempesta sociale, La France Insoumise (Lfi) va capitalizzando al massimo l’influenza sulla nuove generazioni e gli esordienti alle prossime elezioni. Oltre un terzo dei quali dichiara già apertamente di preferire Mélenchon…
Tra le buone intenzioni della Lfi c’è per esempio un ridimensionamento importante del potere dell’Unione Europea sullo Stato francese (fin qui parte integrante del “motore franco-tedesco”). Una sua vittoria, o un risultato tale da condizionare pesantemente chiunque vinca ad aprile, in quanto rappresentante politico del malessere sociale, sarebbe un detonatore potente contro un assetto antipopolare consolidato in oltre 30 anni (da Maastricht, 1992).
Sarà per questo che una parte consistente dell’establishment “macronista nel programma sociale” non vedrebbe male un’alleanza con la destra del Rassemblement National, deputato dall’”antisemita” Bardella (come se Marine Le Pen non venisse dalla stessa melma “culturale”).
Cento motivi, insomma, per tifare per il vecchio leone marsigliese...
Fonte
02/10/2026
Francia: una rentrée infiammabile
Tra le rivolte studentesche scoppiate in l’Île-de-France e divampate in tutto il paese, e l’importante giornata di sciopero di martedì 29 settembre, è stato inaugurato l’autunno francese. E non si tratta di un autunno qualunque, ma dell’anno che condurrà alle presidenziali 2027.
A differenza della rentrée 2025, quando il fumoso “Bloquons tout” nato fuori dalle strutture sindacali tradizionali, aveva intercettato una rabbia sociale diffusa ma si era scontrata con il freno dei sindacati, quest’anno è proprio il fronte sindacale a lanciare la controffensiva al governo e Macron.
Al cuore della contestazione sindacale c’è il congelamento del “punto indice” dei dipendenti pubblici francesi, annunciato a giugno e riconfermato dal primo ministro Sébastien Lecornu durante la presentazione delle principali linee del disegno di legge finanziario per il 2027.
Una misura che si inserisce nella continuità delle politiche salariali degli ultimi governi, segnate dal mancato adeguamento generale delle retribuzioni del pubblico all’aumento dei prezzi.
Nel contesto dell’inflazione e del rincaro del costo della vita – in particolare del carburante – il congelamento si traduce così in una progressiva erosione del potere d’acquisto dei lavoratori del settore pubblico.
Sebbene al centro della giornata di scioperi e manifestazioni ci siano i tre settori della pubblica amministrazione (statale, ospedaliera e territoriale), la mobilitazione è stata di più ampio respiro.
La segretaria generale della CGT, Sophie Binet, ha usato lo slogan “per i servizi pubblici e per [tutti] i salari” e dalle 170 manifestazioni organizzate nel paese si minaccia un “Ottobre nero”. L’adesione della maggior parte delle sigle sindacali – CGT, FO, CFDT, Unsa, FSU, Solidaires, CFE-CGC e FA-FP – ricompone un fronte unitario che, con questa ampiezza, si era visto raramente nelle mobilitazioni degli ultimi anni, dopo la battaglia contro la riforma delle pensioni.
E già si discute di una possibile espansione del movimento, in particolare attraverso l’organizzazione di una giornata importante di mobilitazione interprofessionale.
Secondo i numeri rivendicati dalla CGT, sarebbero scesi in piazza fino a 300.000 manifestanti in più di 170 cortei sul territorio francese: si tratterebbe della più grande mobilitazione nel settore pubblico dal 2017.
Solo a Parigi 70.000 persone, e a prendersi la scena sono stati i lavoratori del pubblico, i pompieri e gli studenti liceali, rappresentando in piazza le rispettive rivendicazioni ma all’interno di una stessa prospettiva di lotta.
Sono state infatti queste componenti sociali ad alzare il livello di conflittualità nel paese: i pompieri, arrivati alla quarta giornata di protesta e in piazza per chiedere più mezzi e 20 mila nuove assunzioni, dopo un’estate segnata da incendi e forti pressioni sui servizi di emergenza; per quanto riguarda la scuola, il principale sindacato degli insegnanti delle primarie ha stimato al 40% l’adesione allo sciopero, mentre la mobilitazione dei liceali è esplosa arrivando a bloccare 350 istituti ad oggi, con rivendicazioni su sovraffollamento, carenza di insegnanti e condizioni della scuola, e con arresti e scontri che hanno trasformato il movimento studentesco in un tema politico nazionale.
Le immagini di Mélenchon e Bally Bagayoko, nuovo sindaco di Saint-Denis, acclamati dalle folle di studenti mobilitati e nei cortèges studenteschi della manifestazione di ieri, mostrano che non soltanto giovani e lavoratori francesi sono disponibili a mobilitarsi, ma che sono pronti a farsi rappresentare alle prossime elezioni presidenziali da una delle poche forze politiche che in Europa è riuscita a rompere il “samsara” del bipolarismo tra liberali di sinistra di diversa natura e destra.
LFI ha avuto la capacità di farsi cerniera tra mobilitazioni popolari e Assemblea Nazionale negli ultimi anni, traducendo alcune delle rivendicazioni emerse nelle piazze in iniziative legislative: dall’abrogazione della pensione a 64 anni alla nazionalizzazione di ArcelorMittal, fino alle proposte per l’aumento di salari e pensioni e all’abrogazione della legge Duplomb contro i pesticidi, arrivata in Parlamento dopo una petizione sottoscritta da oltre due milioni di persone.
La partecipazione e il rilancio di cortei, picchetti, mobilitazioni da parte dei numerosi élus inoumis e dei “gruppi di azione” rafforza la capillarità del “movimento” nel movimento, e contemporaneamente ha contribuito a plasmare in senso popolare le rivendicazioni e l’identità della France Insoumise negli ultimi anni.
Sebbene Le Pen sia ancora in cima ai sondaggi, Mélenchon le tiene testa con un 20% secondo le ultime stime, ad ancora 7 mesi alle elezioni, e un “Ottobre nero” ancora tutto da costruire... si aprono così scenari inediti per le classi popolari e i giovani in Francia, dove la polarizzazione sociale e politica che caratterizza l’Occidente tutto si traduce in termini istituzionali ed elettorali.
Scaldati i motori, Unité CGT – il media di una delle ali più radicali e combattive del sindacato, legato al settore delle industrie chimiche e dei sindacati vicini all’FSM – rilancia sui prossimi appuntamenti: “Diversi appelli allo sciopero, in particolare l’8 ottobre alla Total e nelle industrie chimiche, così come il 16 e 17 ottobre contro il carovita, aprono una prospettiva immediata di prosecuzione e ampliamento, attraverso lo sciopero, del movimento contro il carovita”.
Un rientro infiammabile, quindi, che diffonde la speranza di un’insubordinazione possibile e di una riattivazione sociale contro il modello anti-sociale e guerrafondaio dei governi europei.
Fonte
30/09/2026
Inflazione, carburanti, salari bassi: sciopero in Francia
Francia, sciopero contro la politica di austerità del governo e contro il nuovo congelamento dei salari nel settore pubblico. Sono oltre 170 le manifestazioni che hanno attraversato ieri la Francia. Una rara e compatta unione intersindacale (otto sigle tra cui CGT, CFDT, FO, UNSA, FSU, Solidaires, CFE-CGC e FA-FP) che ha coinvolto circa sei milioni di dipendenti pubblici di tre grandi settori: statale, territoriale e ospedaliero.
Il blocco del “Point d’indice” è stata la goccia che ha fatto traboccare un vaso già stracolmo.
Il Primo Ministro, religiosamente macronista, Sébastien Lecornu, ha annunciato infatti l’intenzione di congelare, nuovamente, per il 2027 il valore base usato per calcolare gli stipendi di statali, militari e personale sanitario che, fra blocco salariale e picco d’inflazione generalizzato, hanno perso oltre il 16% del loro potere d’acquisto.
Un paradosso che, a causa del mancato adeguamento all’inflazione galoppante, fa sì che circa 862.000 dipendenti pubblici percepiscano oggi una retribuzione di base ormai inferiore al salario minimo legale.
Da sottolineare la fortissima presenza dei pompieri fra i numerosi manifestanti, che secondo le stime della CGT, erano complessivamente 300mila in tutta la Francia.
La mobilitazione sindacale è stata fissata strategicamente a due giorni dalla presentazione del disegno di legge finanziaria per il 2027, che prevede ancora tagli drastici a sanità, scuola e servizi (non sostituendo ad esempio un terzo dei dipendenti che vanno in pensione), mentre aumentano vertiginosamente le spese militari e per il riarmo in un paese che è ufficialmente in economia di guerra dal 2022.
Interessante infine sottolineare come alcune prefetture, alcuni rappresentanti dello Stato e del governo nelle regioni, non esitino più a qualificare come un evento di “vigilance” una mobilizzazione sindacale di massa.
Vigilance, “allerta manifestazione”, si legge sul sito di questa prefettura, che tratta una manifestazione sindacale con lo stesso segnale d’allarme di quando annuncia una tempesta climatica o un terremoto...
Il potente movimento sociale che si annuncia in Francia, inquieta visibilmente sia l’ultimo sconquassato governo macronista, sia tutti coloro che immaginavano che i giochi delle prossime presidenziali fossero già conclusi sbarrando ancora una volta a Mélenchon l’accesso al secondo turno. Lo scontro appare sempre più evidente: o una Francia ecosocialista o una Francia assolutamente liberal-fascista.
P.S. Le cariche di polizia contro gli studenti, ieri, hanno portato ad oltre 400 arresti.
L’articolo di Contre Attaque:
Si dice spesso che una società «si misura dal modo in cui tratta i suoi bambini». Con i sociopatici al governo, la questione è chiara: applicano un programma completo di tortura alla gioventù.
Distruzione dell’istruzione, arruolamento nell’esercito, devastazione dell’ambiente, divieto delle feste, repressione sistematica di tutto ciò che riunisce i giovani, precarietà assoluta, licenza di uccidere. Assolutamente tutto è fatto per spegnere le nuove generazioni, privarle di futuro e di speranza.
E quando questi giovani alzano la testa, sono orde in uniforme a farli tacere. In questi ultimi due giorni abbiamo visto adolescenti strangolate in mezzo alla strada, minori gassati e bloccati a terra, liceali picchiati, una liceale a cui viene sbattuta la testa contro una fermata del tram, arresti arbitrari e getti di gas in pieno viso. Ma anche LBD puntati all’altezza della testa, e munizioni lanciate gratuitamente in presenza di eletti. Un poliziotto ha persino sparato con il lanciagranate dritto in testa a un liceale a un metro di distanza, cosa che avrebbe potuto ucciderlo. Lo Stato ha ancora una volta mollato i suoi cani e tolto la museruola.
Ieri, il Ministro dell’Interno stesso assumeva al 100% la responsabilità di ciò che stava facendo subire alla gioventù in lotta, mentre i media occultavano gli innumerevoli video delle violenze poliziesche, fabbricando al contempo una narrazione ansiogena sui blocchi. Metodi da dittatura.
Ecco dunque una compilation di immagini dell’attuale movimento liceale. Lasciar passare questo, queste angherie commesse sui nostri fratelli, le nostre sorelle, i nostri figli, i nostri amici, da orde di bruti giurati, significa lasciar passare il peggio. Se la nostra società si misura con le violenze commesse sui minori, allora siamo già caduti molto in basso, ed è più che tempo di svegliarsi.
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08/08/2026
La salute non è negoziabile: se il caldo uccide, scioperare salva la vita!
Realtà ambientaliste, contadine e territoriali a difesa del diritto di sciopero e della salute dei lavoratori
La Commissione di Garanzia nega ai lavoratori il diritto di scioperare nelle ore di caldo estremo. Il messaggio politico è chiaro: in Italia prima muori e poi hai il diritto di scioperare. Per questo esprimiamo il nostro pieno sostegno alla mobilitazione promossa da USB e a tutte le lavoratrici e i lavoratori che stanno lottando per il diritto di difendere la propria vita quando lavorare diventa un pericolo.
La crisi climatica non è una minaccia futura: è una realtà che ogni estate mette in pericolo chi lavora. In 48 ore, in Italia almeno quattro lavoratori hanno perso la vita durante l’ondata di calore, tra cui una guardia giurata a Bologna e due operai in Lombardia, mentre continuano a susseguirsi decessi, ricoveri e malori durante le ondate di calore. In Spagna, nella sola fase iniziale dell’ultima ondata di calore, sono state stimate oltre 3.000 vittime attribuibili alle temperature estreme.
Quando il profitto impone di continuare a lavorare anche sotto temperature estreme, il caldo smette di essere un evento naturale e diventa una responsabilità politica. Di fronte a questa condizione, Governo e istituzioni continuano a proporre misure insufficienti. Se il lavoro si ferma, non viene garantito nemmeno il salario pieno: ancora una volta il costo della crisi climatica viene scaricato sulle lavoratrici e sui lavoratori.
Nel frattempo, cantieri e luoghi di lavoro continuano a rimanere aperti anche durante le ore di massimo rischio. È sempre più inaccettabile il ricatto imposto alle lavoratrici e ai lavoratori: scegliere tra salute e salario, tra vivere e portare a casa uno stipendio. Dai lavori logoranti nelle fabbriche, dove si respirano sostanze nocive, ai cantieri e ai campi esposti al sole, la logica è sempre la stessa: la produzione non si ferma, anche quando fermarsi significa salvare una vita.
Per questo ogni diritto conquistato dai lavoratori diventa un ostacolo per chi considera la sicurezza un costo e il profitto l’unica priorità. Per questo respingiamo con forza il tentativo della Commissione di Garanzia di limitare il diritto di sciopero e sosteniamo la mobilitazione di USB e di tutte le lavoratrici e i lavoratori. La salute viene prima del profitto!
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24/06/2026
Bolivia - Nulla tornerà come prima
La notte del 19 giugno sarà ricordata come il momento in cui la leadership della Centrale dei Lavoratori boliviani (COB) ha consumato il suo tradimento, firmando un patto alle spalle delle basi popolari indigene e spezzando il blocco di resistenza.
La pretesa di istituire uno stato liberale con sogni “libertari” (nell’accezione di Milei, ndt) che non è ancora nato, dimostrandone la totale incapacità di generare egemonia, è ricorso alla corruzione aperta: buoni diesel per i trasportatori, bonus di 5.000 miliardi per mettere a tacere i settori minerari e promesse di impiego precario a El Alto. Immediatamente dopo, il 20 giugno, il regime ha scatenato la sua macchina coercitiva dichiarando lo Stato di Emergenza e militarizzando il paese.
Di fronte a questo tradimento e al pericolo imminente di violenza statale, l’avanguardia indigena-nativa ha eseguito una manovra tattica impeccabile: una ritirata strategica. Le masse non sono state sconfitte, sono semplicemente passate alla resistenza passiva per riorganizzare le loro forze di fronte al logoramento e al tradimento.
Il presidente Paz ha mantenuto la sua carica, ma è stato ridotto alla condizione di amministratore di un “governo autolesionista”, paralizzato dal terrore di fronte a una mobilitazione che sa di non poter contenere due volte. La vera tragedia di questo regime risiede nelle contraddizioni insormontabili verso i suoi finanziatori e alleati. Paz non è il proprietario della sua agenda; è ostaggio degli impegni strutturali che ha assunto.
Per sopravvivere, il governo è costretto a cedere al capitale transnazionale. I suoi patti con l’asse di estrema destra (legami con Donald Trump e promesse di accelerazione estroattivista a figure come Elon Musk) gli impongono di rispettare la consegna del litio boliviano, la più grande riserva al mondo.
Allo stesso tempo, deve onorare il proprio debito verso l'“Asse Agroindustriale” delle lobby e degli imprenditori di Santa Cruz, che chiedono di consolidare l’attuazione della abrogata Legge 1740 per avanzare sui territori indigeni e sulle foreste amazzoniche
Ancora più soffocanti sono le condizioni imposte dalla Banca Mondiale e dal Fondo Monetario Internazionale (FMI). Per rendere validi i prestiti che sostengono il suo fragile modello, Paz è costretto a eseguire una terapia d’urto neoliberale:
- Privatizzazione delle imprese pubbliche e alienazione delle risorse nazionali strategiche.
- Riduzione dell’intervento statale, che implica licenziamenti massicci, tagli sociali e flessibilità del lavoro che ha già cercato di imporre (e su cui è dovuto tornare indietro) con il Decreto 5503.
- Svalutazione ufficiale della valuta, trascinata giù dalla forte pressione per legalizzare un tasso di cambio di 30 bs/dollaro, distruggendo il potere d’acquisto della classe operaia.
Qui risiede l’impasse del regime. Rodrigo Paz cerca di imporre sogni “libertari”, nello stile di Milei o Trump, ma si scontra frontalmente con la realtà istituzionale del paese.
L’architettura della Costituzione Politica dello Stato (CPE), istituita nel periodo della Rivoluzione Democratica e Popolare, ha definito la Bolivia come uno “Stato Sociale di Diritto” e una democrazia basata sul popolo, che oggi rappresenta una barriera legale di contenimento contro lo smantellamento del paese. La CPE garantisce la proprietà statale delle risorse strategiche (Litio, Gas, Miniere, Acqua) e ferma sul nascere le aspirazioni di privatizzazione.
Tuttavia, la vera trincea di quell’epoca non è fatta di carta. E oltre all’inchiostro e ai margini del testo costituzionale, sono le strade che sono state istituzionalizzate come il fattore di veto politico definitivo. Le strade bloccate, le assemblee territoriali e la mobilitazione di massa non sono più anomalie congiunturali, ma sono emerse come la vera sovrapotenza del paese.
Nella Bolivia del 2026, il Palazzo del Governo può redigere decreti di privatizzazione e firmare patti con capitali stranieri, ma l’ultima parola è dettata dall’asfalto. L’esperienza accumulata in 50 giorni di paralisi nazionale ha lasciato una lezione irreversibile: il blocco sostenuto è stato perfezionato come arma strategica per eccellenza e contrappeso socio-politico assoluto al tradimento dello Stato.
Conclusione: Governare la Bolivia trasformata del 2026 con i manuali di esclusione e obbedienza degli anni ’90 è un suicidio politico.
La contraddizione centrale di questo catastrofico stallo ha raggiunto il punto di rottura: se il governo non si conforma alle richieste del FMI, dell’asse “libertario” internazionale e dell’agrobusiness, crolla finanziariamente. Ma se tenta di compiere anche solo un passo per rendere efficaci queste misure (decretare un aumento della benzina, una svalutazione ufficiale o privatizzare il litio), farà esplodere istantaneamente la polveriera sociale.
Qualsiasi di queste misure massificherà la protesta. L’attuale smobilitazione è solo una pausa tattica.
Qualsiasi tentativo del governo di rispettare i suoi patti neoliberisti sarà il catalizzatore che trasformerà questo ritiro in una mobilitazione assoluta, segnando l’inevitabile scontro finale con un regime che ha già esaurito il suo tempo nella storia.
Come avvertì il leader aymara e protomartire Túpac Katari di fronte al giogo coloniale prima di essere giustiziato: “Uccideranno solo me, ma domani tornerò e sarò milioni”.
Oggi, quei milioni sono il soggetto politico ineludibile di questa nuova era, trasformato nel veto popolare definitivo che attende, pazientemente e organizzato, il momento esatto per dare vita alla nuova Bolivia.
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20/05/2026
Bolivia - Le barricate di La Paz e la memoria viva della rivolta
La Paz è blindata da settimane. Plaza Murillo, cuore del potere politico, è circondata da polizia ed esercito. El Alto è praticamente isolata. Le strade che collegano la capitale al resto del paese sono bloccate da barricate, pietre e copertoni bruciati. Le stazioni dei bus sono ferme, l’aeroporto irraggiungibile, iniziano a scarseggiare alimenti, gas e medicinali. Eppure, dentro questo scenario da assedio, la Bolivia continua a mostrare il suo volto più contraddittorio e più reale.
“Questa notte sono andata a camminare attorno a Plaza Murillo”, racconta una testimonianza arrivata da La Paz. “C’erano ancora i resti dei falò e dei gas lacrimogeni. La gola bruciava ancora. E in mezzo a tutto questo ho visto una donna campesina anziana, quasi sorda, con sua figlia e forse sua nipote, che vendeva fave tostate per meno di un dollaro”.
Dentro questa immagine c’è tutta la Bolivia contemporanea: repressione, povertà, resistenza indigena e sopravvivenza quotidiana.
La vittoria di Rodrigo Paz alle presidenziali dello scorso anno era stata interpretata come un doppio rifiuto. Da una parte la stanchezza verso il MAS, ormai percepito da molti settori popolari come una macchina burocratica distante dalle sue origini sociali. Dall’altra il rifiuto di una destra apertamente oligarchica e razzista. Paz aveva promesso equilibrio, modernizzazione, stabilità. Ma nel giro di pochi mesi il suo governo ha finito per rappresentare esattamente ciò che molti boliviani temevano: subordinazione agli interessi agroindustriali, apertura alle privatizzazioni, estrattivismo aggressivo e pieno allineamento geopolitico con Washington.
La scintilla immediata della crisi è stata la questione del carburante. Da oltre un anno il paese vive una crisi di approvvigionamento di benzina e gasolio. Il trasporto urbano e quello pesante hanno iniziato scioperi e proteste denunciando anche la pessima qualità del carburante distribuito. Ma il vero salto politico arriva con la Ley 1720 sulla terra, percepita dai piccoli produttori di Pando e Beni come un tentativo di favorire la frammentazione delle terre collettive e l’avanzata dell’agrobusiness.
Da lì nasce una lunga marcia indigena e campesina verso La Paz. Una mobilitazione inizialmente isolata, lasciata quasi sola persino dalle grandi organizzazioni contadine tradizionali, oggi profondamente divise. Poi però qualcosa cambia. Il malcontento si salda.
Entrano in scena i maestri, che chiedono aumenti salariali. La COB, la storica Centrale Operaia Boliviana, dichiara sciopero indefinito. I trasportatori bloccano le arterie principali. Quartieri interi di El Alto si mobilitano contro il governo. E soprattutto cresce una rabbia sociale che non nasce da una singola sigla politica ma dall’intreccio tra crisi economica, esasperazione quotidiana e sensazione di abbandono.
Il governo risponde alternando repressione e clientelismo. I cosiddetti “corridoi umanitari” organizzati per rompere i blocchi hanno provocato morti e centinaia di feriti. Un giovane ha perso un occhio colpito dai proiettili di gomma. Intanto la polizia riceve bonus straordinari e vengono lanciate applicazioni per denunciare i manifestanti.
Ma soprattutto emerge una doppia morale evidente. Quando a mobilitarsi sono campesinos e organizzazioni indigene, il governo parla di destabilizzazione, violenza e infiltrazioni criminali. Quando invece scendono in piazza i potentissimi “cooperativisti” minerari – formalmente cooperative ma nei fatti grandi imprese private che devastano l’Amazzonia e contaminano i fiumi con il mercurio – allora arrivano immediatamente trattative, condoni e concessioni.
È qui che si rompe definitivamente il fragile equilibrio costruito da Paz. Perché in Bolivia la questione sociale non può mai essere separata da quella etnica e territoriale. Quando le wiphala tornano a essere bruciate nelle manifestazioni governative, quando riemergono gruppi paramilitari civici come la Unión Juvenil Cruceñista, quando il potere ignora le delegazioni indigene accampate fuori dal palazzo presidenziale, la memoria coloniale torna a esplodere.
La Bolivia resta un’anomalia latinoamericana perché continua a essere uno dei pochi luoghi dove il conflitto sociale può ancora paralizzare realmente il paese e mettere in crisi il potere statale spaventando quello economico internazionale. È un paese attraversato da enormi contraddizioni, dove dentro le stesse mobilitazioni convivono istanze popolari radicali e corporativismi feroci, solidarietà indigena e pulsioni reazionarie. L’ombra di Morales, che qualcuno metteva al centro dello scontro, è stata subito cancellata. Le lotte di questi giorni sono un monito anche a chi, nel paese, ha voluto burocratizzare e controllare i movimenti sociali.
Ma proprio questa complessità racconta una verità che Paz sembra aver dimenticato: in Bolivia il neoliberismo non arriva mai in un territorio neutro. Arriva sempre sopra una storia di insurrezioni, memoria indigena e organizzazione popolare. E ogni volta che prova a imporsi come normalità, quella storia torna a bussare violentemente alle porte del potere.
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16/05/2026
Corea del Sud - 18 giorni di sciopero alla Samsung, in pericolo la filiera internazionale dei chip
Al centro della disputa c’è un profondo disaccordo sul sistema dei bonus e sulla ripartizione degli utili. Il sindacato, che rappresenta oltre 50.000 lavoratori, accusa l’azienda di aver creato un divario salariale inaccettabile rispetto alla rivale SK Hynix. Le richieste sono chiare: i dipendenti pretendono che il 15% dell’utile operativo venga destinato ai premi di produzione, oltre alla rimozione dei tetti massimi sui bonus.
Samsung, dal canto suo, ha cercato di mediare offrendo il 10% e un pacchetto di compensazione una tantum, ma il tavolo delle trattative mediato dal governo è saltato all’inizio della settimana. Nonostante l’azienda si sia detta pronta a riprendere i colloqui senza precondizioni e i vertici si siano recati personalmente al campus di Pyeongtaek per incontrare i leader sindacali, la linea dei lavoratori resta chiara: si torna a discutere dopo lo sciopero, che prenderà avvio il 21 maggio.
Le ripercussioni economiche di una mobilitazione così prolungata rappresentano una leva sindacale enorme. Secondo un rapporto di JPMorgan, l’impatto sull’utile operativo di Samsung potrebbe oscillare tra i 21 e i 31 trilioni di won (circa 14-20 miliardi di dollari), con una perdita di vendite stimata in 4,5 trilioni di won.
A preoccupare molti analisti è soprattutto la continuità delle forniture. Inoltre, l’incertezza sulla capacità di Samsung di onorare gli impegni con i clienti sta spingendo gli investitori verso i concorrenti. Già durante una manifestazione, lo scorso 23 aprile, il sindacato aveva rivendicato un calo del 58% nella produzione delle fonderie di chip e un calo del 18% nella produzione di memorie digitali.
Una chiusura di quasi tre settimane potrebbe paralizzare le catene di approvvigionamento globali. Questo ha spinto a muoversi persino il governo. Il Primo Ministro e il Ministro delle Finanze sudcoreani hanno avvertito che uno sciopero in Samsung rappresenta un rischio sistemico per la crescita economica e le esportazioni del paese.
Il Ministro dell’Industria, Kim Jung-kwan, è stato ancora più diretto, definendo il danno potenzialmente irreparabile e accennando alla possibilità di ricorrere all’arbitrato d’emergenza, uno strumento legale che solo il Ministro del Lavoro può attivare per interrompere forzatamente la protesta in settori critici per l’economia nazionale.
Dalla sua Blue House, la presidenza sudcoreana per ora predica cautela, sperando in una risoluzione diplomatica dell’ultimo minuto. Ma che l’azione di Samsung sia politicamente ed esplicitamente antioperaia lo confermano i risultati economici. Solo poche settimane fa, Samsung aveva annunciato risultati record per il primo trimestre dell’anno, con un utile operativo balzato del 750% grazie al boom della domanda di chip per l’intelligenza artificiale.
È proprio questa enorme disponibilità a spingere i lavoratori a chiedere una fetta più grande della torta, in quella che è ormai diventata la crisi sindacale più grande della storia del paese, probabilmente. Oggi si tenterà un ultimo round di mediazione, ma è evidente che rimane il punto politico: la rapacità della multinazionale contro i suoi lavoratori non deriva dalla congiuntura, e gli operai chiedono un riequilibrio delle relazioni industriali interne.
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12/05/2026
Electrolux licenzia 1700 lavoratori. Oggi e domani sciopero in tutti gli stabilimenti
Il piano di riduzione del personale non risparmierà nessuno degli stabilimenti italiani del gruppo. La decisione più pesante riguarda la fabbrica di Cerreto d’Esi, in provincia di Ancona, dove Electrolux ha annunciato la chiusura dell’impianto. Nello stabilimento marchigiano lavorano circa 170 persone. Nel 2024 Electrolux aveva gestito 373 esuberi in Italia, con uscite incentivate e accordi sindacali. Ora i numeri annunciati sono molto più alti e tutti gli stabilimenti sono coinvolti
La riduzione degli organici, secondo quanto riferito dai sindacati, riguarderà l’intera presenza produttiva italiana di Electrolux.
Il gruppo svedese è presente in Italia con gli stabilimenti di Forlì, Porcia, Susegana, Solaro e Cerreto d’Esi.
La pesante ristrutturazione si inserisce in quella avviata da Electrolux a livello globale. Nelle scorse settimane Electrolux ha comunicato la chiusura dello stabilimento di Jászberény, in Ungheria, dove sono occupati circa 600 lavoratori. L’impianto produce frigoriferi da incasso e a libera installazione e dovrebbe cessare l’attività entro la fine del 2026.
Il gruppo ha anche avviato una partnership strategica con la cinese Midea per il mercato statunitense, con nuove joint venture legate alla produzione e vendita di elettrodomestici. Secondo l’agenzia Reuters, l’operazione rientra nel più ampio piano di ristrutturazione del gruppo, alle prese con domanda debole e forte concorrenza sui prezzi.
Tutti gli stabilimenti Electrolux si fermano per lo sciopero tra oggi e domani a partire quindi dal 12 maggio. I sindacati Fiom Fim Uilm hanno chiesto al governo un immediato intervento con una convocazione urgente al Mimit.
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08/05/2026
Portuali in sciopero. Incontro al ministero sul lavoro usurante nei porti
Lo sciopero di 24 ore e la determinazione del presidio di oggi a Roma hanno strappato al Ministero del Lavoro l’impegno concreto a convocare in tempi rapidi un tavolo tecnico per lavorare concretamente sulla nostra proposta di riconoscere ai portuali il lavoro usurante ai fini pensionistici.
Oggi è stato fatto un piccolo, ma importantissimo passo verso il riconoscimento di un sacrosanto diritto per centinaia e centinaia di lavoratori che ogni giorno si spaccano letteralmente la schiena per portare avanti uno dei settori più strategici del Paese.
Una richiesta che nasce direttamente dalle banchine e dai piazzali, condivisa anche da altri settori, come quello ferroviario, e che si scontra ancora una volta con il solito ritornello della mancanza di risorse. Ma dove sono queste risorse che servirebbero per consentire ai lavoratori di andare in pensione cinque anni prima?
“Le risorse ci sono: vengono destinate ai piani di riarmo, all’acquisto di armamenti per miliardi di euro, alla crescente militarizzazione dei porti, delle ferrovie e delle infrastrutture strategiche. Vengono assorbite da una logica di guerra e da un sistema di speculazione finanziaria che alimenta l’inflazione e riduce il potere d’acquisto dei lavoratori” afferma l’USB portuali in un comunicato.
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Sciopero della scuola. Cinquanta manifestazioni in tutto il paese. Una mobilitazione riuscita contro il governo
Piazze piene in oltre 50 città d’Italia. Si sta rivelando un successo lo sciopero della formazione promosso da Cambiare Rotta, OSA, l’USB e le altre organizzazioni studentesche e sindacali contro il governo Meloni.
Questa nuova giornata di lotta guidata da studenti e lavoratori vince la sfida e porta scuole e università in piazza sui temi caldi della formazione – dal No alla nuova riforma dei tecnici e professionali, all’opposizione alle riforme di Bernini e alle tragedie della “distruzione pubblica” nel nostro paese. Con un rifiuto generale di ogni leva militare e la richiesta di soldi alla formazione e non alla guerra.
A Roma sono in corso gli appuntamenti sotto i ministeri – Mim e Mur – che puntano a ricongiungersi per muoversi in corteo, così le principali città d’Italia sono bloccate. Nelle piazze campeggiano enormi timer che rappresentano la “sveglia” del tempo finito che stiamo suonando al Governo, in altre ortaggi vengono lanciati contro le foto di una classe politica alla frutta, in alcune sputano fucili-giocattolo con fiori in canna al posto di proiettili: la nostra risposta alla leva e a alla guerra in cui ci vogliono trascinare.
Proprio domani è prevista una giornata giovanile europea di lotta alla leva militare promossa dalla campagna “We do not enlist”, in cui lo sciopero di oggi si inserisce.
Ma non è tutto. La presenza del segretario di stato USA Marco Rubio in Italia ha innescato la rabbia di studenti e studentesse che ne chiedono l’espulsione in quanto “persona non gradita”. Questo criminale internazionale è complice del genocidio a Gaza e responsabile della guerra in Medio Oriente, nonché protagonista della campagna contro Cuba che rischia di essere attaccata dagli Stati Uniti. Nelle piazze sventolano centinaia di bandiere cubane, a sostegno e difesa della Rivoluzione, della sovranità e della pace a Cuba, l’isola più solidale al mondo – e si alza un grido di protesta contro Rubio.
Non manca la solidarietà per la Flotilla. “Vogliamo la liberazione immediata dei nostri compagni sequestrati da Israele e la Palestina libera” chiedono ovunque gli studenti in lotta. Governo Meloni il tempo è finito!
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12/03/2026
Bloccare il transito di armamenti. Mobilitazioni in corso a Piombino, Livorno e stazione di Pisa
Oltre il danno del rigassificatore, Piombino è stata trasformata in un vero e proprio HUB del traffico di armi. Questa volta sono stati coinvolti dei lavoratori della acciaieria JSW e della Piombino Logistics, dato che una parte del materiale bellico è stata trasportata all’interno dello stabilimento siderurgico e caricata su rotaia su un treno merci che sembra destinato ad arrivare alla stazione di Palmanova in Friuli Venezia Giulia per poi essere imbarcata dal porto di Monfalcone.
USB, non appena ricevuta notizia e in tempi strettissimi, ha proceduto a proclamare lo sciopero specifico per il carico, scarico e trasporto di armamenti per tutti i lavoratori coinvolti della JSW e per i macchinisti di Mercitalia (società cargo del Gruppo FSI) per permettere ai lavoratori di potersi rifiutare di movimentare il carico di morte. Perché per noi è inaccettabile che si decida di militarizzare porti, fabbriche e la stessa rete ferroviaria italiana per alimentare le politiche di riarmo e di guerra del nostro paese.
Con le federazioni di Livorno e di Pisa e altri militanti dei movimenti siamo in presidio di protesta presso la stazione di Livorno Calambrone per esprimere la nostra contrarietà all’ennesimo carico di morte che transita nel nostro territorio.
Al momento il treno sta accumulando un fortissimo ritardo e sembra venga deviato in un altro percorso per evitare i presidi.
Invitiamo tutti e tutte i compagni a fare lo stesso durante il tragitto che questo treno percorrerà fino probabilmente al porto di Monfalcone per essere imbarcato verso qualche teatro di guerra.
Bisogna opporsi al riarmo e alla guerra; non saranno i lavoratori e le lavoratrici a pagare il prezzo!
Il piano di riarmo da 800 mld € e il piano di militarizzazione dei porti e delle infrastrutture strategiche da 100 mld €, entrambi lanciati dalla Commissione UE, ci conducono alla guerra, all’impoverimento dei nostri salari e alla perdita di servizi pubblici.
In 8 giorni di aggressione da parte di Israele e degli USA l’unica cosa che vediamo è il rincaro immediato dei prezzi di carburanti, energia e beni di prima necessità, cosa che sta riportando al centro una questione riguardante direttamente l’economia reale e la tenuta sociale del Paese.
Abbiamo già pagato di tasca nostra l’impennata inflattiva della guerra in Ucraina, con un potere d’acquisto dei nostri salari diminuito dell’8/10%; non possiamo permetterci un’altra fase di aumento dei prezzi che rischia di diminuire ulteriormente il potere d’acquisto dei lavoratori e di colpire duramente il sistema produttivo. Tutto questo mentre l’apparato produttivo è già attraversato da crisi industriali, ristrutturazioni e processi di dismissione che stanno colpendo interi settori strategici.
Fermare i transiti di morte e scioperare contro le armi significa lottare per la pace e per le proprie condizioni di lavoro!
Ultim’ora. Bloccato il treno con gli armamenti alla stazione di Pisa.
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18/02/2026
Belgio - Operai della FN Herstal in sciopero contro la visita di un alto ufficiale israeliano
La visita alla fabbrica FN Herstal, era stata organizzata dal ministero della difesa belga, era destinata agli addetti militari di stanza a Bruxelles e includeva il rappresentante israeliano, il colonnello Moshe Tetro.
Alla notizia che l’ufficiale israeliano stava visitando i locali, alcuni dipendenti della fabbrica hanno dichiarato uno sciopero spontaneo fermando la linea di produzione. Molti hanno manifestato fuori dalla fabbrica e i suoi cancelli sono rimasti chiusi fino a venerdì sera come parte dell’azione.
La FN Herstal impiega circa 2.800 persone nella regione di Liegi e nel mondo. Per più di un secolo, ha prodotto principalmente armi leggere (pistole, mitragliette, mitragliatrici, ecc.)
“È inaccettabile che i locali della fabbrica vengano utilizzati come luogo di incontro per il ministero della difesa al fine di promuovere obiettivi diplomatico-di sicurezza, quando tra i presenti c’è il rappresentante di un paese che viola palesemente il diritto internazionale”, ha affermato il sindacato.
Nel giro di poche ore, la direzione della fabbrica ha rilasciato una dichiarazione affermando di non aver ricevuto alcuna delegazione dall’IDF e di aver invece ospitato un gruppo di addetti militari su esplicita richiesta del ministero della difesa belga. La fabbrica ha inoltre osservato di non aver venduto armi o altri equipaggiamenti militari a Israele per diversi decenni.
Dyab Abou Jahjah, presidente della Hind Rajab Foundation con sede in Belgio, un gruppo legale che persegue i soldati delle IDF accusati di crimini di guerra durante i loro viaggi all’estero, ha elogiato lo sciopero e ha denunciato il colonnello Moshe Tetro come un “criminale di guerra”.
“È stato inviato un messaggio chiaro: nessuna complicità da parte di una fabbrica di armi mentre Gaza viene devastata”, ha scritto Abou Jahjah su X. “Se è confermato che l’ufficiale presente era l’addetto militare israeliano in Belgio, allora stiamo parlando di Moshe Tetro – implicato in attacchi agli ospedali e nella gestione della politica di fame imposta a Gaza”.
La Hind Rajab Foundation ha chiesto al governo belga di espellere Tetro e ha presentato varie denunce nel dicembre 2024 contro l’ufficiale presso la Corte Penale Internazionale (CPI) per il suo ruolo nella supervisione del flusso di aiuti umanitari a Gaza durante la guerra.
La fondazione ha affermato che Moshe Tetro, nella sua precedente posizione di capo dell’Amministrazione di Coordinamento e Collegamento di COGAT con Gaza, fosse responsabile dell’attuazione di una politica di carestia nella Striscia.
Fonte
23/01/2026
USA - Oggi sciopero sociale contro l’ICE a Minneapolis
Tra i sindacati che hanno aderito all’appello ci sono i Service Employees Local 26, Unite Here Local 17, Communications Workers Local 7250, St Paul Federation of Educators Local 28, Minneapolis Federation of Educators (Local 59), International Alliance of Theatrical Stage Employees Local 13, Graduate Labor Union, United Electrical Workers Local 1105 dell’Università del Minnesota, iTansit Union (Atu) Local 1005, Committee of Interns and Residents e Minneapolis Regional Labor Federation, Afl-Cio.
Per Chelsie Glaubitz Gabiou (Federazione del Lavoro di Minneapolis) “è tempo che ogni singolo cittadino del Minnesota che ama questo Stato e i principi di verità e libertà alzi la voce e approfondisca la propria solidarietà per i vicini e colleghi che vivono sotto questa occupazione federale”.
Con lo slogan “Ice fuori dal Minnesota: verità e libertà”, chiedono che l’Ice lasci lo Stato, che l’agente che ha ucciso Renee Good venga ritenuto legalmente responsabile, lo stop ai finanziamenti federali all’Ice e che le aziende interrompano qualsiasi legame economico con gli agenti.
Fonte
05/12/2025
La lezione di Genova
L’ultimo episodio rilevante erano state le cariche contro i metalmeccanici della Fiom, a Roma, guidati da Maurizio Landini, il 30 ottobre del 2014. Il presidente del consiglio era Matteo Renzi, e gli operai venivano dalle acciaierie di Terni, già aggrediti dalla polizia un anno prima nella cittadina umbra con un pestaggio che aveva ferito persino l’allora sindaco Di Girolamo. La crisi dell’acciaio in Italia ha ormai una lunga storia...
Ieri a Genova mancava la Uil, famosa nell’ex Ilva più come “ufficio raccomandazioni” che come sindacato (a Taranto bisognava iscriversi prima ancora di essere assunti), sostituita però dalla molto più conflittuale Usb, che oggi può vantare una presenza operaia in continua ascesa.
Il ruolo del governo Meloni nella crisi dell’Ilva era ieri molto ben rappresentato dalla blindatura della piazzetta sede della Prefettura (il “palazzo del Governo”, in ogni capoluogo di provincia). Riesumate le grate, utilizzate ai tempi del G8, saldate a chiudere ogni passaggio e con dietro i blindati della polizia.
L’istantanea perfetta di un esecutivo sordo, cieco, inabile a tutto, che però non vuol essere “disturbato” da coloro che sta mandando sul lastrico. E da un Paese in declino...
Il piano presentato dal ministro Urso è stato unanimemente considerato un piano di chiusura, con i dipendenti della ex Ilva buttati in mezzo alla strada e basta. Una scelta idiota sotto molti e diversi punti di vista. Non solo e non tanto per l’occupazione (20.000 persone, tra “interni” ed indotto), quanto per il ruolo strategico da sempre svolto dall’industria dell’acciaio, senza la quale un paese diventa dipendente dalle forniture altrui.
Per misurare quanto sia idiota questa scelta basti pensare che avviene mentre contemporaneamente il governo aumenta gli stanziamenti per le armi, che notoriamente sono destinatarie primarie della produzione di acciaio di tutti i tipi. Noi siamo per il disarmo, è noto, ma stupisce che i reazionari guerrafondai pensino sia possibile fare a meno della “materia prima” per quello che hanno in testa.
Nella fase alta della cosiddetta “globalizzazione” si era pensato che la produzione “indigena” potesse essere sostituita con quella meno costosa proveniente dall’India o dall’Ucraina. Ma oggi sappiamo che Nuova Delhi viaggia su una rotta meno amichevole con l’Occidente coloniale. E l’Azovstal di Mariupol è saldamente tornata in mani russe, quindi con qualche problema di comunicazione creato dalle “nostre” stesse sanzioni.
E dire che persino un manager delle privatizzazioni come Franco Bernabè ha fatto notare che “ristrutturare l’Ilva e continuare la produzione costerebbe meno che chiuderla”. 4 miliardi contro 10-12 da buttare a fondo perduto per la cassa integrazione, i “corsi di riqualificazione” dei licenziati, la bonifica dei siti produttivi (16 kmq a Taranto, oltre un kmq a Genova Cornigliano, ecc.).
Ma è sul piano del conflitto sociale e politico che la giornata di ieri a Genova segna il superamento di una “linea rossa”. Un governo che attacca militarmente gli operai non può più spacciarsi come “vicino al popolo”, per quanto si sforzi di “parlare alla pancia” dei più poveri. Entra in crisi la “narrazione populista” con cui questi post-fascisti si erano travestiti.
Ma nello stesso tempo è anche andata in pensione la divisione tra “buoni e cattivi” nei cortei, utile da sempre a criminalizzare una parte dei movimenti per paralizzarli nel loro insieme. La reazione operaia alla blindatura della Prefettura è stata da manuale: solo chi tratta quotidianamente con l’acciaio sa come fare per sbragare le “difese” erette a protezione del Palazzo. E il “trattore” gigante utilizzato per la movimentazione dei carichi è diventato lo strumento adatto a divellere le grate.
Di lì la pioggia di lacrimogeni, anche di tipo proibito a livello europeo. In particolare, il gas CS (o-chlorobenzylidene malononitrile) è considerato un’arma chimica e il suo uso è regolamentato dalla Convenzione sulle armi di quel tipo.
Stavolta però nessuno ha provato ad imbastire teorie strane sui “black-bloc”, gli “anarchici” o gli “autonomi”. Persino la sindaca di centrosinistra e il presidente regionale di centrodestra si sono precipitati a dare solidarietà e/o disponibilità alla mediazione col governo sordo.
Nella piazza di Genova c’è la classe operaia più classica dell’immaginario novecentesco: i siderurgici, gli uomini dell’acciaio. A viso aperto, con determinazione granitica, competenza meccanica ed intelligenza politica.
Tre mesi fa erano stati i portuali di Genova a “suonare la sveglia” contro il genocidio dei palestinesi indicando le forme della mobilitazione attraverso quel “Blocchiamo tutto” che si è materializzato in tutto il paese.
Questi operai hanno dato una lezione al potere, ma anche al resto del movimento che da mesi – e per fortuna – va montando contro il genocidio, il riarmo, i tagli alla spesa sociale, la militarizzazione strisciante ed esplicita, la repressione, ecc.
Si parte e si torna insieme, sempre. Ci si comporta in piazza come è stato deciso. Nessuna scelta è preclusa, ma deve sempre essere condivisa, altrimenti serve solo ad indebolirci.
È una lezione antica ma sempre attuale. La lotta è una cosa seria e l’unico modo di vincere è nel partire e tornare insieme.
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Germania - Studenti in sciopero contro la leva
Il ritorno della leva, abbandonata nel 2011, è stato promosso dal cancelliere Friedrich Merz, che ha annunciato mesi fa, in maniera solenne, di voler trasformare le forze armate tedesche nell’esercito “più forte d’Europa”… che è cosa ben diversa da un esercito europeo forte, prima di consegnarlo nelle mani dell’estrema destra rappresentata dall’AfD.
Lo slogan sotto cui si svolgerà quello che molti commentatori considerano diventerà probabilmente una delle più grandi mobilitazioni degli ultimi anni è molto chiaro: “Non vogliamo diventare carne da cannone!” Un’ipotesi sostenuta invece in maniera bipartisan nella classe politica tedesca, dato che a favore della riforma c’è anche il ministro della Difesa, Boris Pistorius, appartenente ai socialdemocratici della SPD.
Il piano del governo è costruito su di un meccanismo ibrido, che prova a nascondere il ritorno della leva. Il provvedimento in votazione imporrebbe, infatti, la creazione di un registro obbligatorio per tutti i maschi nati dal 2008, ai quali sarà chiesto di compilare un questionario di valutazione nel 2026, e di sottoporsi a visite mediche per l’idoneità al servizio militare nel 2027. Per le donne il processo rimane volontario.
L’obiettivo è quello di rimpolpare le fila dell’esercito con 20 mila nuove reclute, per un periodo minimo di 6 mesi, rinnovabile fino ai 23, con una paga che si aggira sui 2.600 euro lordi. Ma il nodo è che la “volontarietà” è interpretata in maniera piuttosto libera dai decisori tedeschi: nel caso in cui non si presentassero 20 mila volontari, la legge prevede l’attivazione, previo voto parlamentare, dell’estrazione a sorte dei numeri mancanti.
Il problema è che una tale coercizione va in contraddizione con la Legge Fondamentale della Repubblica, la costituzione tedesca che all’articolo 4, comma 3, recita: “Nessuno può essere costretto contro la sua coscienza al servizio militare armato”. È quel che si trova scritto chiaramente sulla piattaforma online attraverso il quale gli studenti stanno amplificando la voce della protesta, e che è possibile consultare qui.
Il processo di reclutamento per lotteria verrebbe ripetuto ogni anno, così da raggiungere i target annuali di reclutamento. Ricordiamo che a inizio settembre l’agenzia britannica Reuters aveva visionato e diffuso le informazioni di un documento firmato dal Capo di Stato Maggiore dell’Esercito tedesco, Alfons Mais, nel quale il militare prevedeva l’aggiunta a quelli attuali di circa 100 mila uomini attivi entro il 2035.
La protesta ha il sostegno della Die Linke e anche del partito Bsw di Sahra Wagenknecht, che su X ha scritto: “con la possibile procedura a sorteggio, il governo federale sta giocando alla roulette russa con le prospettive e, forse, presto, con le vite dei giovani”. E questa è una tendenza sempre più diffusa in tutta Europa.
Anche la Francia di Macron ha annunciato un servizio nazionale “puramente militare” e volontario a partire dall’estate del 2026. Rivolto ai neo-diciottenni, sarà della durata di 10 mesi e verrà pagato 800 euro al mese. L’obiettivo è reclutare intorno alle 2-3 mila persone, ma entro il 2035 si vuole raggiungere un aumento del numero dei militari intorno tra le 35 e le 50 mila unità.
In Italia, il ministro della Difesa Guido Crosetto lavora da tempo su di una riserva ausiliaria di volontari (circa 10 mila), che risponda più che altro a competenze logistiche e di cybersicurezza. Venerdì, però, sarà un bel banco di prova per la disponibilità delle giovani generazioni alla logica guerrafondaia che spira a Bruxelles e tra le capitali europee.
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La forza operaia resiste come l’acciaio nel silenzio assordante del Governo
A rendere ancora più grave la situazione è quanto accaduto ieri in piazza Corvetto dove il prefetto ha scelto di barricarsi e gli operai in protesta sono stati colpiti da lanci copiosi di lacrimogeni. Una scena che parla da sola: invece di ascoltare chi chiede dignità e futuro, si risponde con la forza. È un segnale preoccupante, che racconta meglio di mille dichiarazioni la distanza tra chi governa e chi ogni giorno manda avanti le fabbriche di questo Paese.
In piazza ieri è esploso un messaggio chiaro: i lavoratori non accettano più rinvii, silenzi e promesse vuote. La crisi della siderurgia, il destino dell’ex Ilva, la salvaguardia di migliaia di posti di lavoro non possono essere trattati come questioni secondarie né affidati al caso. Serve un confronto vero, trasparente e immediato, capace di affrontare una crisi che sta logorando territori interi e la cui soluzione, come USB lo diciamo da tempo, è la nazionalizzazione dell’ex Ilva e il rilancio di un piano industriale serio.
Con 35 miliardi di riarmo troviamo assurdo non trovarne meno di un terzo per il piano industriale nazionale.
Questa giornata si chiude con la determinazione di chi sa che nulla è stato risolto e che l’incontro di domani al Ministero dovrà finalmente fare chiarezza. I lavoratori hanno dimostrato ancora una volta la loro forza e sono determinati a proseguire sciopero e blocchi anche nella giornata di domani.
Non un passo indietro, la lotta dei lavoratori dell’ex Ilva è la lotta di tutti i lavoratori e le lavoratrici.
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04/12/2025
A Genova lacrimogeni contro gli operai in sciopero
Alle 9 dai Giardini Melis è partito il corteo con migliaia di lavoratori. In piazza ci sono gli operai di tutte le grandi fabbriche genovesi come Ansaldo Energia, Fincantieri, Piaggio Aerospace e di altre aziende in solidarietà con gli operai della ex Ilva.
I lavoratori hanno poi raggiunto largo Lanfranco dove la polizia aveva posizionato una grata per impedirgli l’accesso alla Prefettura. Decine di operai hanno iniziato a sbattere e lanciare i caschetti al grido di “lavoro, lavoro”.
La polizia ha lanciato lacrimogeni verso gli operai che hanno tentato di sradicare con dei cavi legati a uno dei mezzi da lavoro della fabbrica la grata montata questa mattina dalla polizia. I manifestanti hanno acceso dei fumogeni lanciando slogan come “Vogliamo lavorare, ci dovete arrestare” e “Urso bugiardo, sei solo un codardo”. Uova e bottiglie sono state lanciate contro i muri della prefettura. I lacrimogeni sono arrivati anche in Piazza Corvetto dove c’era il resto del corteo operaio. Gli operai nel corso della protesta hanno bloccato anche due banchine della stazione ferroviaria di Brignole.
La mobilitazione non si fermerà finché il Governo non aprirà un confronto unico, serio e all’altezza della crisi che stanno vivendo migliaia di operai dell’industria siderurgica.
A Taranto dalla tarda serata di ieri sera è stata liberata prima una delle due statali occupate, la 106 Jonica per Reggio Calabria, e poi anche la statale 100 Appia per Bari. Le strade attorno allo stabilimento siderurgico sono libere al transito perché lo sciopero è terminato stamattina alle 7. Era stato proclamato a mezzogiorno di martedì da Fim, Fiom, Uilm e Usb e ha avuto una progressiva estensione interessando prima l’interno della fabbrica di Taranto poi le aree esterne.
Lo sciopero è stato indetto per rivendicare un nuovo incontro con il governo a Palazzo Chigi e il ritiro del piano sull’ex Ilva presentato dallo stesso esecutivo e dai commissari dell’azienda, bocciato dai sindacati che lo ritengono un piano di chiusura.
In un comunicato i sindacati scrivono: “Siamo consapevoli che le azioni messe in campo da Fim, Fiom, Uilm e Usb hanno creato disagio a un città già fortemente provata da anni di mancanza di risposte da parte tutti i Governi che si sono susseguiti negli anni, consapevoli che non è certo la maggioranza della città a essere contro i lavoratori. Per tali ragioni – si annuncia – sospendiamo momentaneamente lo sciopero, a partire dalle ore 7 del 4 dicembre e riportiamo al consiglio fabbrica, convocato in maniera permanente, le prossime iniziative di lotta”.
Guarda qui il video degli scontri
Fonte e foto dello sciopero

