Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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08/08/2026

La salute non è negoziabile: se il caldo uccide, scioperare salva la vita!

Realtà ambientaliste, contadine e territoriali a difesa del diritto di sciopero e della salute dei lavoratori

La Commissione di Garanzia nega ai lavoratori il diritto di scioperare nelle ore di caldo estremo. Il messaggio politico è chiaro: in Italia prima muori e poi hai il diritto di scioperare. Per questo esprimiamo il nostro pieno sostegno alla mobilitazione promossa da USB e a tutte le lavoratrici e i lavoratori che stanno lottando per il diritto di difendere la propria vita quando lavorare diventa un pericolo.

La crisi climatica non è una minaccia futura: è una realtà che ogni estate mette in pericolo chi lavora. In 48 ore, in Italia almeno quattro lavoratori hanno perso la vita durante l’ondata di calore, tra cui una guardia giurata a Bologna e due operai in Lombardia, mentre continuano a susseguirsi decessi, ricoveri e malori durante le ondate di calore. In Spagna, nella sola fase iniziale dell’ultima ondata di calore, sono state stimate oltre 3.000 vittime attribuibili alle temperature estreme.

Quando il profitto impone di continuare a lavorare anche sotto temperature estreme, il caldo smette di essere un evento naturale e diventa una responsabilità politica. Di fronte a questa condizione, Governo e istituzioni continuano a proporre misure insufficienti. Se il lavoro si ferma, non viene garantito nemmeno il salario pieno: ancora una volta il costo della crisi climatica viene scaricato sulle lavoratrici e sui lavoratori.

Nel frattempo, cantieri e luoghi di lavoro continuano a rimanere aperti anche durante le ore di massimo rischio. È sempre più inaccettabile il ricatto imposto alle lavoratrici e ai lavoratori: scegliere tra salute e salario, tra vivere e portare a casa uno stipendio. Dai lavori logoranti nelle fabbriche, dove si respirano sostanze nocive, ai cantieri e ai campi esposti al sole, la logica è sempre la stessa: la produzione non si ferma, anche quando fermarsi significa salvare una vita.

Per questo ogni diritto conquistato dai lavoratori diventa un ostacolo per chi considera la sicurezza un costo e il profitto l’unica priorità. Per questo respingiamo con forza il tentativo della Commissione di Garanzia di limitare il diritto di sciopero e sosteniamo la mobilitazione di USB e di tutte le lavoratrici e i lavoratori. La salute viene prima del profitto!

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24/06/2026

Bolivia - Nulla tornerà come prima

I cinquanta giorni di blocchi hanno dimostrato la schiacciante superiorità delle forze popolari di fronte a un apparato inoperante. Tuttavia, la risoluzione temporanea del conflitto è stata realizzata attraverso la frattura del blocco popolare e l’uso della forza militare bruta.

La notte del 19 giugno sarà ricordata come il momento in cui la leadership della Centrale dei Lavoratori boliviani (COB) ha consumato il suo tradimento, firmando un patto alle spalle delle basi popolari indigene e spezzando il blocco di resistenza.

La pretesa di istituire uno stato liberale con sogni “libertari” (nell’accezione di Milei, ndt) che non è ancora nato, dimostrandone la totale incapacità di generare egemonia, è ricorso alla corruzione aperta: buoni diesel per i trasportatori, bonus di 5.000 miliardi per mettere a tacere i settori minerari e promesse di impiego precario a El Alto. Immediatamente dopo, il 20 giugno, il regime ha scatenato la sua macchina coercitiva dichiarando lo Stato di Emergenza e militarizzando il paese.

Di fronte a questo tradimento e al pericolo imminente di violenza statale, l’avanguardia indigena-nativa ha eseguito una manovra tattica impeccabile: una ritirata strategica. Le masse non sono state sconfitte, sono semplicemente passate alla resistenza passiva per riorganizzare le loro forze di fronte al logoramento e al tradimento.

Il presidente Paz ha mantenuto la sua carica, ma è stato ridotto alla condizione di amministratore di un “governo autolesionista”, paralizzato dal terrore di fronte a una mobilitazione che sa di non poter contenere due volte. La vera tragedia di questo regime risiede nelle contraddizioni insormontabili verso i suoi finanziatori e alleati. Paz non è il proprietario della sua agenda; è ostaggio degli impegni strutturali che ha assunto.

Per sopravvivere, il governo è costretto a cedere al capitale transnazionale. I suoi patti con l’asse di estrema destra (legami con Donald Trump e promesse di accelerazione estroattivista a figure come Elon Musk) gli impongono di rispettare la consegna del litio boliviano, la più grande riserva al mondo.

Allo stesso tempo, deve onorare il proprio debito verso l'“Asse Agroindustriale” delle lobby e degli imprenditori di Santa Cruz, che chiedono di consolidare l’attuazione della abrogata Legge 1740 per avanzare sui territori indigeni e sulle foreste amazzoniche

Ancora più soffocanti sono le condizioni imposte dalla Banca Mondiale e dal Fondo Monetario Internazionale (FMI). Per rendere validi i prestiti che sostengono il suo fragile modello, Paz è costretto a eseguire una terapia d’urto neoliberale:
  1. Privatizzazione delle imprese pubbliche e alienazione delle risorse nazionali strategiche.
  2. Riduzione dell’intervento statale, che implica licenziamenti massicci, tagli sociali e flessibilità del lavoro che ha già cercato di imporre (e su cui è dovuto tornare indietro) con il Decreto 5503.
  3. Svalutazione ufficiale della valuta, trascinata giù dalla forte pressione per legalizzare un tasso di cambio di 30 bs/dollaro, distruggendo il potere d’acquisto della classe operaia.
Il muro costituzionale e lo scontro finale

Qui risiede l’impasse del regime. Rodrigo Paz cerca di imporre sogni “libertari”, nello stile di Milei o Trump, ma si scontra frontalmente con la realtà istituzionale del paese.

L’architettura della Costituzione Politica dello Stato (CPE), istituita nel periodo della Rivoluzione Democratica e Popolare, ha definito la Bolivia come uno “Stato Sociale di Diritto” e una democrazia basata sul popolo, che oggi rappresenta una barriera legale di contenimento contro lo smantellamento del paese. La CPE garantisce la proprietà statale delle risorse strategiche (Litio, Gas, Miniere, Acqua) e ferma sul nascere le aspirazioni di privatizzazione.

Tuttavia, la vera trincea di quell’epoca non è fatta di carta. E oltre all’inchiostro e ai margini del testo costituzionale, sono le strade che sono state istituzionalizzate come il fattore di veto politico definitivo. Le strade bloccate, le assemblee territoriali e la mobilitazione di massa non sono più anomalie congiunturali, ma sono emerse come la vera sovrapotenza del paese.

Nella Bolivia del 2026, il Palazzo del Governo può redigere decreti di privatizzazione e firmare patti con capitali stranieri, ma l’ultima parola è dettata dall’asfalto. L’esperienza accumulata in 50 giorni di paralisi nazionale ha lasciato una lezione irreversibile: il blocco sostenuto è stato perfezionato come arma strategica per eccellenza e contrappeso socio-politico assoluto al tradimento dello Stato.

Conclusione: Governare la Bolivia trasformata del 2026 con i manuali di esclusione e obbedienza degli anni ’90 è un suicidio politico.

La contraddizione centrale di questo catastrofico stallo ha raggiunto il punto di rottura: se il governo non si conforma alle richieste del FMI, dell’asse “libertario” internazionale e dell’agrobusiness, crolla finanziariamente. Ma se tenta di compiere anche solo un passo per rendere efficaci queste misure (decretare un aumento della benzina, una svalutazione ufficiale o privatizzare il litio), farà esplodere istantaneamente la polveriera sociale.

Qualsiasi di queste misure massificherà la protesta. L’attuale smobilitazione è solo una pausa tattica.

Qualsiasi tentativo del governo di rispettare i suoi patti neoliberisti sarà il catalizzatore che trasformerà questo ritiro in una mobilitazione assoluta, segnando l’inevitabile scontro finale con un regime che ha già esaurito il suo tempo nella storia.

Come avvertì il leader aymara e protomartire Túpac Katari di fronte al giogo coloniale prima di essere giustiziato: “Uccideranno solo me, ma domani tornerò e sarò milioni”

Oggi, quei milioni sono il soggetto politico ineludibile di questa nuova era, trasformato nel veto popolare definitivo che attende, pazientemente e organizzato, il momento esatto per dare vita alla nuova Bolivia.

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20/05/2026

Bolivia - Le barricate di La Paz e la memoria viva della rivolta

La Bolivia torna a bruciare. Ma sarebbe un errore leggerla come l’ennesima crisi latinoamericana o come una semplice resa dei conti interna tra il governo di Rodrigo Paz e il vecchio ciclo politico del MAS. Perché ciò che sta accadendo in queste settimane racconta qualcosa di più profondo: la riemersione di un paese che, nonostante tutto, continua ad avere una memoria viva del conflitto sociale.

La Paz è blindata da settimane. Plaza Murillo, cuore del potere politico, è circondata da polizia ed esercito. El Alto è praticamente isolata. Le strade che collegano la capitale al resto del paese sono bloccate da barricate, pietre e copertoni bruciati. Le stazioni dei bus sono ferme, l’aeroporto irraggiungibile, iniziano a scarseggiare alimenti, gas e medicinali. Eppure, dentro questo scenario da assedio, la Bolivia continua a mostrare il suo volto più contraddittorio e più reale.

“Questa notte sono andata a camminare attorno a Plaza Murillo”, racconta una testimonianza arrivata da La Paz. “C’erano ancora i resti dei falò e dei gas lacrimogeni. La gola bruciava ancora. E in mezzo a tutto questo ho visto una donna campesina anziana, quasi sorda, con sua figlia e forse sua nipote, che vendeva fave tostate per meno di un dollaro”.

Dentro questa immagine c’è tutta la Bolivia contemporanea: repressione, povertà, resistenza indigena e sopravvivenza quotidiana.

La vittoria di Rodrigo Paz alle presidenziali dello scorso anno era stata interpretata come un doppio rifiuto. Da una parte la stanchezza verso il MAS, ormai percepito da molti settori popolari come una macchina burocratica distante dalle sue origini sociali. Dall’altra il rifiuto di una destra apertamente oligarchica e razzista. Paz aveva promesso equilibrio, modernizzazione, stabilità. Ma nel giro di pochi mesi il suo governo ha finito per rappresentare esattamente ciò che molti boliviani temevano: subordinazione agli interessi agroindustriali, apertura alle privatizzazioni, estrattivismo aggressivo e pieno allineamento geopolitico con Washington.

La scintilla immediata della crisi è stata la questione del carburante. Da oltre un anno il paese vive una crisi di approvvigionamento di benzina e gasolio. Il trasporto urbano e quello pesante hanno iniziato scioperi e proteste denunciando anche la pessima qualità del carburante distribuito. Ma il vero salto politico arriva con la Ley 1720 sulla terra, percepita dai piccoli produttori di Pando e Beni come un tentativo di favorire la frammentazione delle terre collettive e l’avanzata dell’agrobusiness.

Da lì nasce una lunga marcia indigena e campesina verso La Paz. Una mobilitazione inizialmente isolata, lasciata quasi sola persino dalle grandi organizzazioni contadine tradizionali, oggi profondamente divise. Poi però qualcosa cambia. Il malcontento si salda.

Entrano in scena i maestri, che chiedono aumenti salariali. La COB, la storica Centrale Operaia Boliviana, dichiara sciopero indefinito. I trasportatori bloccano le arterie principali. Quartieri interi di El Alto si mobilitano contro il governo. E soprattutto cresce una rabbia sociale che non nasce da una singola sigla politica ma dall’intreccio tra crisi economica, esasperazione quotidiana e sensazione di abbandono.

Il governo risponde alternando repressione e clientelismo. I cosiddetti “corridoi umanitari” organizzati per rompere i blocchi hanno provocato morti e centinaia di feriti. Un giovane ha perso un occhio colpito dai proiettili di gomma. Intanto la polizia riceve bonus straordinari e vengono lanciate applicazioni per denunciare i manifestanti.

Ma soprattutto emerge una doppia morale evidente. Quando a mobilitarsi sono campesinos e organizzazioni indigene, il governo parla di destabilizzazione, violenza e infiltrazioni criminali. Quando invece scendono in piazza i potentissimi “cooperativisti” minerari – formalmente cooperative ma nei fatti grandi imprese private che devastano l’Amazzonia e contaminano i fiumi con il mercurio – allora arrivano immediatamente trattative, condoni e concessioni.

È qui che si rompe definitivamente il fragile equilibrio costruito da Paz. Perché in Bolivia la questione sociale non può mai essere separata da quella etnica e territoriale. Quando le wiphala tornano a essere bruciate nelle manifestazioni governative, quando riemergono gruppi paramilitari civici come la Unión Juvenil Cruceñista, quando il potere ignora le delegazioni indigene accampate fuori dal palazzo presidenziale, la memoria coloniale torna a esplodere.

La Bolivia resta un’anomalia latinoamericana perché continua a essere uno dei pochi luoghi dove il conflitto sociale può ancora paralizzare realmente il paese e mettere in crisi il potere statale spaventando quello economico internazionale. È un paese attraversato da enormi contraddizioni, dove dentro le stesse mobilitazioni convivono istanze popolari radicali e corporativismi feroci, solidarietà indigena e pulsioni reazionarie. L’ombra di Morales, che qualcuno metteva al centro dello scontro, è stata subito cancellata. Le lotte di questi giorni sono un monito anche a chi, nel paese, ha voluto burocratizzare e controllare i movimenti sociali.

Ma proprio questa complessità racconta una verità che Paz sembra aver dimenticato: in Bolivia il neoliberismo non arriva mai in un territorio neutro. Arriva sempre sopra una storia di insurrezioni, memoria indigena e organizzazione popolare. E ogni volta che prova a imporsi come normalità, quella storia torna a bussare violentemente alle porte del potere.

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16/05/2026

Corea del Sud - 18 giorni di sciopero alla Samsung, in pericolo la filiera internazionale dei chip

Non bastano le aperture dell’ultimo minuto e gli appelli alla responsabilità: il principale sindacato di Samsung Electronics ha confermato la volontà di procedere con uno sciopero di 18 giorni, a partire dal prossimo 21 maggio. La notizia ha scatenato il panico sui mercati, con il titolo del gigante tecnologico che è arrivato a perdere fino al 9,3% durante la sessione di venerdì, trascinando verso il basso l’intero indice azionario sudcoreano, il KOSPI.

Al centro della disputa c’è un profondo disaccordo sul sistema dei bonus e sulla ripartizione degli utili. Il sindacato, che rappresenta oltre 50.000 lavoratori, accusa l’azienda di aver creato un divario salariale inaccettabile rispetto alla rivale SK Hynix. Le richieste sono chiare: i dipendenti pretendono che il 15% dell’utile operativo venga destinato ai premi di produzione, oltre alla rimozione dei tetti massimi sui bonus.

Samsung, dal canto suo, ha cercato di mediare offrendo il 10% e un pacchetto di compensazione una tantum, ma il tavolo delle trattative mediato dal governo è saltato all’inizio della settimana. Nonostante l’azienda si sia detta pronta a riprendere i colloqui senza precondizioni e i vertici si siano recati personalmente al campus di Pyeongtaek per incontrare i leader sindacali, la linea dei lavoratori resta chiara: si torna a discutere dopo lo sciopero, che prenderà avvio il 21 maggio.

Le ripercussioni economiche di una mobilitazione così prolungata rappresentano una leva sindacale enorme. Secondo un rapporto di JPMorgan, l’impatto sull’utile operativo di Samsung potrebbe oscillare tra i 21 e i 31 trilioni di won (circa 14-20 miliardi di dollari), con una perdita di vendite stimata in 4,5 trilioni di won.

A preoccupare molti analisti è soprattutto la continuità delle forniture. Inoltre, l’incertezza sulla capacità di Samsung di onorare gli impegni con i clienti sta spingendo gli investitori verso i concorrenti. Già durante una manifestazione, lo scorso 23 aprile, il sindacato aveva rivendicato un calo del 58% nella produzione delle fonderie di chip e un calo del 18% nella produzione di memorie digitali.

Una chiusura di quasi tre settimane potrebbe paralizzare le catene di approvvigionamento globali. Questo ha spinto a muoversi persino il governo. Il Primo Ministro e il Ministro delle Finanze sudcoreani hanno avvertito che uno sciopero in Samsung rappresenta un rischio sistemico per la crescita economica e le esportazioni del paese.

Il Ministro dell’Industria, Kim Jung-kwan, è stato ancora più diretto, definendo il danno potenzialmente irreparabile e accennando alla possibilità di ricorrere all’arbitrato d’emergenza, uno strumento legale che solo il Ministro del Lavoro può attivare per interrompere forzatamente la protesta in settori critici per l’economia nazionale.

Dalla sua Blue House, la presidenza sudcoreana per ora predica cautela, sperando in una risoluzione diplomatica dell’ultimo minuto. Ma che l’azione di Samsung sia politicamente ed esplicitamente antioperaia lo confermano i risultati economici. Solo poche settimane fa, Samsung aveva annunciato risultati record per il primo trimestre dell’anno, con un utile operativo balzato del 750% grazie al boom della domanda di chip per l’intelligenza artificiale.

È proprio questa enorme disponibilità a spingere i lavoratori a chiedere una fetta più grande della torta, in quella che è ormai diventata la crisi sindacale più grande della storia del paese, probabilmente. Oggi si tenterà un ultimo round di mediazione, ma è evidente che rimane il punto politico: la rapacità della multinazionale contro i suoi lavoratori non deriva dalla congiuntura, e gli operai chiedono un riequilibrio delle relazioni industriali interne.

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12/05/2026

Electrolux licenzia 1700 lavoratori. Oggi e domani sciopero in tutti gli stabilimenti

La multinazionale svedese degli elettrodomestici Electrolux ha annunciato 1.700 esuberi in Italia su un totale nazionale di circa 4mila addetti. La comunicazione è arrivata ieri.

Il piano di riduzione del personale non risparmierà nessuno degli stabilimenti italiani del gruppo. La decisione più pesante riguarda la fabbrica di Cerreto d’Esi, in provincia di Ancona, dove Electrolux ha annunciato la chiusura dell’impianto. Nello stabilimento marchigiano lavorano circa 170 persone. Nel 2024 Electrolux aveva gestito 373 esuberi in Italia, con uscite incentivate e accordi sindacali. Ora i numeri annunciati sono molto più alti e tutti gli stabilimenti sono coinvolti

La riduzione degli organici, secondo quanto riferito dai sindacati, riguarderà l’intera presenza produttiva italiana di Electrolux.

Il gruppo svedese è presente in Italia con gli stabilimenti di Forlì, Porcia, Susegana, Solaro e Cerreto d’Esi.

La pesante ristrutturazione si inserisce in quella avviata da Electrolux a livello globale. Nelle scorse settimane Electrolux ha comunicato la chiusura dello stabilimento di Jászberény, in Ungheria, dove sono occupati circa 600 lavoratori. L’impianto produce frigoriferi da incasso e a libera installazione e dovrebbe cessare l’attività entro la fine del 2026.

Il gruppo ha anche avviato una partnership strategica con la cinese Midea per il mercato statunitense, con nuove joint venture legate alla produzione e vendita di elettrodomestici. Secondo l’agenzia Reuters, l’operazione rientra nel più ampio piano di ristrutturazione del gruppo, alle prese con domanda debole e forte concorrenza sui prezzi.

Tutti gli stabilimenti Electrolux si fermano per lo sciopero tra oggi e domani a partire quindi dal 12 maggio. I sindacati Fiom Fim Uilm hanno chiesto al governo un immediato intervento con una convocazione urgente al Mimit.

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08/05/2026

Portuali in sciopero. Incontro al ministero sul lavoro usurante nei porti

Questa mattina (ieri -ndR) delegazioni provenienti dai principali porti italiani sono stati in presidio davanti al Ministero del Lavoro per chiedere che il lavoro portuale venga finalmente riconosciuto come attività usurante ai fini pensionistici.

Lo sciopero di 24 ore e la determinazione del presidio di oggi a Roma hanno strappato al Ministero del Lavoro l’impegno concreto a convocare in tempi rapidi un tavolo tecnico per lavorare concretamente sulla nostra proposta di riconoscere ai portuali il lavoro usurante ai fini pensionistici.

Oggi è stato fatto un piccolo, ma importantissimo passo verso il riconoscimento di un sacrosanto diritto per centinaia e centinaia di lavoratori che ogni giorno si spaccano letteralmente la schiena per portare avanti uno dei settori più strategici del Paese.

Una richiesta che nasce direttamente dalle banchine e dai piazzali, condivisa anche da altri settori, come quello ferroviario, e che si scontra ancora una volta con il solito ritornello della mancanza di risorse. Ma dove sono queste risorse che servirebbero per consentire ai lavoratori di andare in pensione cinque anni prima?

“Le risorse ci sono: vengono destinate ai piani di riarmo, all’acquisto di armamenti per miliardi di euro, alla crescente militarizzazione dei porti, delle ferrovie e delle infrastrutture strategiche. Vengono assorbite da una logica di guerra e da un sistema di speculazione finanziaria che alimenta l’inflazione e riduce il potere d’acquisto dei lavoratori” afferma l’USB portuali in un comunicato.

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Sciopero della scuola. Cinquanta manifestazioni in tutto il paese. Una mobilitazione riuscita contro il governo


Piazze piene in oltre 50 città d’Italia. Si sta rivelando un successo lo sciopero della formazione promosso da Cambiare Rotta, OSA, l’USB e le altre organizzazioni studentesche e sindacali contro il governo Meloni.

Questa nuova giornata di lotta guidata da studenti e lavoratori vince la sfida e porta scuole e università in piazza sui temi caldi della formazione – dal No alla nuova riforma dei tecnici e professionali, all’opposizione alle riforme di Bernini e alle tragedie della “distruzione pubblica” nel nostro paese. Con un rifiuto generale di ogni leva militare e la richiesta di soldi alla formazione e non alla guerra.

A Roma sono in corso gli appuntamenti sotto i ministeri – Mim e Mur – che puntano a ricongiungersi per muoversi in corteo, così le principali città d’Italia sono bloccate. Nelle piazze campeggiano enormi timer che rappresentano la “sveglia” del tempo finito che stiamo suonando al Governo, in altre ortaggi vengono lanciati contro le foto di una classe politica alla frutta, in alcune sputano fucili-giocattolo con fiori in canna al posto di proiettili: la nostra risposta alla leva e a alla guerra in cui ci vogliono trascinare.

Proprio domani è prevista una giornata giovanile europea di lotta alla leva militare promossa dalla campagna “We do not enlist”, in cui lo sciopero di oggi si inserisce.

Ma non è tutto. La presenza del segretario di stato USA Marco Rubio in Italia ha innescato la rabbia di studenti e studentesse che ne chiedono l’espulsione in quanto “persona non gradita”. Questo criminale internazionale è complice del genocidio a Gaza e responsabile della guerra in Medio Oriente, nonché protagonista della campagna contro Cuba che rischia di essere attaccata dagli Stati Uniti. Nelle piazze sventolano centinaia di bandiere cubane, a sostegno e difesa della Rivoluzione, della sovranità e della pace a Cuba, l’isola più solidale al mondo – e si alza un grido di protesta contro Rubio.

Non manca la solidarietà per la Flotilla. “Vogliamo la liberazione immediata dei nostri compagni sequestrati da Israele e la Palestina libera” chiedono ovunque gli studenti in lotta. Governo Meloni il tempo è finito!

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12/03/2026

Bloccare il transito di armamenti. Mobilitazioni in corso a Piombino, Livorno e stazione di Pisa

Nella giornata di ieri, nel porto di Piombino una nave del Ministero della Difesa ha scaricato una enorme quantità di materiale bellico, decine di mezzi militari e container contenenti, probabilmente, esplosivo.

Oltre il danno del rigassificatore, Piombino è stata trasformata in un vero e proprio HUB del traffico di armi. Questa volta sono stati coinvolti dei lavoratori della acciaieria JSW e della Piombino Logistics, dato che una parte del materiale bellico è stata trasportata all’interno dello stabilimento siderurgico e caricata su rotaia su un treno merci che sembra destinato ad arrivare alla stazione di Palmanova in Friuli Venezia Giulia per poi essere imbarcata dal porto di Monfalcone.

USB, non appena ricevuta notizia e in tempi strettissimi, ha proceduto a proclamare lo sciopero specifico per il carico, scarico e trasporto di armamenti per tutti i lavoratori coinvolti della JSW e per i macchinisti di Mercitalia (società cargo del Gruppo FSI) per permettere ai lavoratori di potersi rifiutare di movimentare il carico di morte. Perché per noi è inaccettabile che si decida di militarizzare porti, fabbriche e la stessa rete ferroviaria italiana per alimentare le politiche di riarmo e di guerra del nostro paese.

Con le federazioni di Livorno e di Pisa e altri militanti dei movimenti siamo in presidio di protesta presso la stazione di Livorno Calambrone per esprimere la nostra contrarietà all’ennesimo carico di morte che transita nel nostro territorio.

Al momento il treno sta accumulando un fortissimo ritardo e sembra venga deviato in un altro percorso per evitare i presidi.

Invitiamo tutti e tutte i compagni a fare lo stesso durante il tragitto che questo treno percorrerà fino probabilmente al porto di Monfalcone per essere imbarcato verso qualche teatro di guerra.

Bisogna opporsi al riarmo e alla guerra; non saranno i lavoratori e le lavoratrici a pagare il prezzo!

Il piano di riarmo da 800 mld € e il piano di militarizzazione dei porti e delle infrastrutture strategiche da 100 mld €, entrambi lanciati dalla Commissione UE, ci conducono alla guerra, all’impoverimento dei nostri salari e alla perdita di servizi pubblici.

In 8 giorni di aggressione da parte di Israele e degli USA l’unica cosa che vediamo è il rincaro immediato dei prezzi di carburanti, energia e beni di prima necessità, cosa che sta riportando al centro una questione riguardante direttamente l’economia reale e la tenuta sociale del Paese.

Abbiamo già pagato di tasca nostra l’impennata inflattiva della guerra in Ucraina, con un potere d’acquisto dei nostri salari diminuito dell’8/10%; non possiamo permetterci un’altra fase di aumento dei prezzi che rischia di diminuire ulteriormente il potere d’acquisto dei lavoratori e di colpire duramente il sistema produttivo. Tutto questo mentre l’apparato produttivo è già attraversato da crisi industriali, ristrutturazioni e processi di dismissione che stanno colpendo interi settori strategici.

Fermare i transiti di morte e scioperare contro le armi significa lottare per la pace e per le proprie condizioni di lavoro!

Ultim’ora. Bloccato il treno con gli armamenti alla stazione di Pisa.

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18/02/2026

Belgio - Operai della FN Herstal in sciopero contro la visita di un alto ufficiale israeliano

Gli operai della fabbrica del più grande produttore di armi del Belgio, la FN Herstal, giovedì della scorsa settimana hanno dato vita ad uno sciopero spontaneo, su iniziativa della sezione locale del sindacato FGTB (Federazione Generale dei Lavoratori) per protestare contro la presenza di un alto ufficiale dell’esercito israeliano in una delegazione di visitatori. Lo ha riferito la direzione dell’azienda.

La visita alla fabbrica FN Herstal, era stata organizzata dal ministero della difesa belga, era destinata agli addetti militari di stanza a Bruxelles e includeva il rappresentante israeliano, il colonnello Moshe Tetro.

Alla notizia che l’ufficiale israeliano stava visitando i locali, alcuni dipendenti della fabbrica hanno dichiarato uno sciopero spontaneo fermando la linea di produzione. Molti hanno manifestato fuori dalla fabbrica e i suoi cancelli sono rimasti chiusi fino a venerdì sera come parte dell’azione.

La FN Herstal impiega circa 2.800 persone nella regione di Liegi e nel mondo. Per più di un secolo, ha prodotto principalmente armi leggere (pistole, mitragliette, mitragliatrici, ecc.)

“È inaccettabile che i locali della fabbrica vengano utilizzati come luogo di incontro per il ministero della difesa al fine di promuovere obiettivi diplomatico-di sicurezza, quando tra i presenti c’è il rappresentante di un paese che viola palesemente il diritto internazionale”, ha affermato il sindacato.

Nel giro di poche ore, la direzione della fabbrica ha rilasciato una dichiarazione affermando di non aver ricevuto alcuna delegazione dall’IDF e di aver invece ospitato un gruppo di addetti militari su esplicita richiesta del ministero della difesa belga. La fabbrica ha inoltre osservato di non aver venduto armi o altri equipaggiamenti militari a Israele per diversi decenni.

Dyab Abou Jahjah, presidente della Hind Rajab Foundation con sede in Belgio, un gruppo legale che persegue i soldati delle IDF accusati di crimini di guerra durante i loro viaggi all’estero, ha elogiato lo sciopero e ha denunciato il colonnello Moshe Tetro come un “criminale di guerra”.

“È stato inviato un messaggio chiaro: nessuna complicità da parte di una fabbrica di armi mentre Gaza viene devastata”, ha scritto Abou Jahjah su X. “Se è confermato che l’ufficiale presente era l’addetto militare israeliano in Belgio, allora stiamo parlando di Moshe Tetro – implicato in attacchi agli ospedali e nella gestione della politica di fame imposta a Gaza”

La Hind Rajab Foundation ha chiesto al governo belga di espellere Tetro e ha presentato varie denunce nel dicembre 2024 contro l’ufficiale presso la Corte Penale Internazionale (CPI) per il suo ruolo nella supervisione del flusso di aiuti umanitari a Gaza durante la guerra.

La fondazione ha affermato che Moshe Tetro, nella sua precedente posizione di capo dell’Amministrazione di Coordinamento e Collegamento di COGAT con Gaza, fosse responsabile dell’attuazione di una politica di carestia nella Striscia.

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23/01/2026

I portuali non lavorano per le guerre

USA - Oggi sciopero sociale contro l’ICE a Minneapolis

Minneapolis, sciopero sociale contro le truppe di occupazione interna di Trump, l’Ice, contrastate da giorni nelle strade da migliaia di solidali, per impedire raid e rastrellamenti di migranti. “Non andremo a fare la spesa. Non andremo al lavoro. Non andremo a scuola venerdì 23 gennaio”, hanno detto i promotori.

Tra i sindacati che hanno aderito all’appello ci sono i Service Employees Local 26, Unite Here Local 17, Communications Workers Local 7250, St Paul Federation of Educators Local 28, Minneapolis Federation of Educators (Local 59), International Alliance of Theatrical Stage Employees Local 13, Graduate Labor Union, United Electrical Workers Local 1105 dell’Università del Minnesota, iTansit Union (Atu) Local 1005, Committee of Interns and Residents e Minneapolis Regional Labor Federation, Afl-Cio.

Per Chelsie Glaubitz Gabiou (Federazione del Lavoro di Minneapolis) “è tempo che ogni singolo cittadino del Minnesota che ama questo Stato e i principi di verità e libertà alzi la voce e approfondisca la propria solidarietà per i vicini e colleghi che vivono sotto questa occupazione federale”.

Con lo slogan “Ice fuori dal Minnesota: verità e libertà”, chiedono che l’Ice lasci lo Stato, che l’agente che ha ucciso Renee Good venga ritenuto legalmente responsabile, lo stop ai finanziamenti federali all’Ice e che le aziende interrompano qualsiasi legame economico con gli agenti.

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05/12/2025

La lezione di Genova

Da quasi 60 anni le cariche contro gli operai in una manifestazione con CgilCislUil segnano il superamento di una linea rossa che quasi nessun governo ha osato oltrepassare.

L’ultimo episodio rilevante erano state le cariche contro i metalmeccanici della Fiom, a Roma, guidati da Maurizio Landini, il 30 ottobre del 2014. Il presidente del consiglio era Matteo Renzi, e gli operai venivano dalle acciaierie di Terni, già aggrediti dalla polizia un anno prima nella cittadina umbra con un pestaggio che aveva ferito persino l’allora sindaco Di Girolamo. La crisi dell’acciaio in Italia ha ormai una lunga storia... 

Ieri a Genova mancava la Uil, famosa nell’ex Ilva più come “ufficio raccomandazioni” che come sindacato (a Taranto bisognava iscriversi prima ancora di essere assunti), sostituita però dalla molto più conflittuale Usb, che oggi può vantare una presenza operaia in continua ascesa.

Il ruolo del governo Meloni nella crisi dell’Ilva era ieri molto ben rappresentato dalla blindatura della piazzetta sede della Prefettura (il “palazzo del Governo”, in ogni capoluogo di provincia). Riesumate le grate, utilizzate ai tempi del G8, saldate a chiudere ogni passaggio e con dietro i blindati della polizia.

L’istantanea perfetta di un esecutivo sordo, cieco, inabile a tutto, che però non vuol essere “disturbato” da coloro che sta mandando sul lastrico. E da un Paese in declino... 

Il piano presentato dal ministro Urso è stato unanimemente considerato un piano di chiusura, con i dipendenti della ex Ilva buttati in mezzo alla strada e basta. Una scelta idiota sotto molti e diversi punti di vista. Non solo e non tanto per l’occupazione (20.000 persone, tra “interni” ed indotto), quanto per il ruolo strategico da sempre svolto dall’industria dell’acciaio, senza la quale un paese diventa dipendente dalle forniture altrui.

Per misurare quanto sia idiota questa scelta basti pensare che avviene mentre contemporaneamente il governo aumenta gli stanziamenti per le armi, che notoriamente sono destinatarie primarie della produzione di acciaio di tutti i tipi. Noi siamo per il disarmo, è noto, ma stupisce che i reazionari guerrafondai pensino sia possibile fare a meno della “materia prima” per quello che hanno in testa.

Nella fase alta della cosiddetta “globalizzazione” si era pensato che la produzione “indigena” potesse essere sostituita con quella meno costosa proveniente dall’India o dall’Ucraina. Ma oggi sappiamo che Nuova Delhi viaggia su una rotta meno amichevole con l’Occidente coloniale. E l’Azovstal di Mariupol è saldamente tornata in mani russe, quindi con qualche problema di comunicazione creato dalle “nostre” stesse sanzioni.

E dire che persino un manager delle privatizzazioni come Franco Bernabè ha fatto notare che “ristrutturare l’Ilva e continuare la produzione costerebbe meno che chiuderla”. 4 miliardi contro 10-12 da buttare a fondo perduto per la cassa integrazione, i “corsi di riqualificazione” dei licenziati, la bonifica dei siti produttivi (16 kmq a Taranto, oltre un kmq a Genova Cornigliano, ecc.).

Ma è sul piano del conflitto sociale e politico che la giornata di ieri a Genova segna il superamento di una “linea rossa”. Un governo che attacca militarmente gli operai non può più spacciarsi come “vicino al popolo”, per quanto si sforzi di “parlare alla pancia” dei più poveri. Entra in crisi la “narrazione populista” con cui questi post-fascisti si erano travestiti.

Ma nello stesso tempo è anche andata in pensione la divisione tra “buoni e cattivi” nei cortei, utile da sempre a criminalizzare una parte dei movimenti per paralizzarli nel loro insieme. La reazione operaia alla blindatura della Prefettura è stata da manuale: solo chi tratta quotidianamente con l’acciaio sa come fare per sbragare le “difese” erette a protezione del Palazzo. E il “trattore” gigante utilizzato per la movimentazione dei carichi è diventato lo strumento adatto a divellere le grate.

Di lì la pioggia di lacrimogeni, anche di tipo proibito a livello europeo. In particolare, il gas CS (o-chlorobenzylidene malononitrile) è considerato un’arma chimica e il suo uso è regolamentato dalla Convenzione sulle armi di quel tipo.

Stavolta però nessuno ha provato ad imbastire teorie strane sui “black-bloc”, gli “anarchici” o gli “autonomi”. Persino la sindaca di centrosinistra e il presidente regionale di centrodestra si sono precipitati a dare solidarietà e/o disponibilità alla mediazione col governo sordo.

Nella piazza di Genova c’è la classe operaia più classica dell’immaginario novecentesco: i siderurgici, gli uomini dell’acciaio. A viso aperto, con determinazione granitica, competenza meccanica ed intelligenza politica.

Tre mesi fa erano stati i portuali di Genova a “suonare la sveglia” contro il genocidio dei palestinesi indicando le forme della mobilitazione attraverso quel “Blocchiamo tutto” che si è materializzato in tutto il paese.

Questi operai hanno dato una lezione al potere, ma anche al resto del movimento che da mesi – e per fortuna – va montando contro il genocidio, il riarmo, i tagli alla spesa sociale, la militarizzazione strisciante ed esplicita, la repressione, ecc.

Si parte e si torna insieme, sempre. Ci si comporta in piazza come è stato deciso. Nessuna scelta è preclusa, ma deve sempre essere condivisa, altrimenti serve solo ad indebolirci.

È una lezione antica ma sempre attuale. La lotta è una cosa seria e l’unico modo di vincere è nel partire e tornare insieme.

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Germania - Studenti in sciopero contro la leva

Oggi, 5 dicembre, 60 città tedesche verranno attraversate dalle proteste degli studenti, che si prevede scenderanno in piazza a migliaia per opporsi con fermezza alla reintroduzione della leva obbligatoria. Le manifestazioni si svolgeranno in contemporanea col voto che si terrà al Bundestag riguardo a questa ennesima misura di una Germania sempre più incamminata verso la guerra.

Il ritorno della leva, abbandonata nel 2011, è stato promosso dal cancelliere Friedrich Merz, che ha annunciato mesi fa, in maniera solenne, di voler trasformare le forze armate tedesche nell’esercito “più forte d’Europa”… che è cosa ben diversa da un esercito europeo forte, prima di consegnarlo nelle mani dell’estrema destra rappresentata dall’AfD.

Lo slogan sotto cui si svolgerà quello che molti commentatori considerano diventerà probabilmente una delle più grandi mobilitazioni degli ultimi anni è molto chiaro: “Non vogliamo diventare carne da cannone!” Un’ipotesi sostenuta invece in maniera bipartisan nella classe politica tedesca, dato che a favore della riforma c’è anche il ministro della Difesa, Boris Pistorius, appartenente ai socialdemocratici della SPD.

Il piano del governo è costruito su di un meccanismo ibrido, che prova a nascondere il ritorno della leva. Il provvedimento in votazione imporrebbe, infatti, la creazione di un registro obbligatorio per tutti i maschi nati dal 2008, ai quali sarà chiesto di compilare un questionario di valutazione nel 2026, e di sottoporsi a visite mediche per l’idoneità al servizio militare nel 2027. Per le donne il processo rimane volontario.

L’obiettivo è quello di rimpolpare le fila dell’esercito con 20 mila nuove reclute, per un periodo minimo di 6 mesi, rinnovabile fino ai 23, con una paga che si aggira sui 2.600 euro lordi. Ma il nodo è che la “volontarietà” è interpretata in maniera piuttosto libera dai decisori tedeschi: nel caso in cui non si presentassero 20 mila volontari, la legge prevede l’attivazione, previo voto parlamentare, dell’estrazione a sorte dei numeri mancanti.

Il problema è che una tale coercizione va in contraddizione con la Legge Fondamentale della Repubblica, la costituzione tedesca che all’articolo 4, comma 3, recita: “Nessuno può essere costretto contro la sua coscienza al servizio militare armato”. È quel che si trova scritto chiaramente sulla piattaforma online attraverso il quale gli studenti stanno amplificando la voce della protesta, e che è possibile consultare qui.

Il processo di reclutamento per lotteria verrebbe ripetuto ogni anno, così da raggiungere i target annuali di reclutamento. Ricordiamo che a inizio settembre l’agenzia britannica Reuters aveva visionato e diffuso le informazioni di un documento firmato dal Capo di Stato Maggiore dell’Esercito tedesco, Alfons Mais, nel quale il militare prevedeva l’aggiunta a quelli attuali di circa 100 mila uomini attivi entro il 2035.

La protesta ha il sostegno della Die Linke e anche del partito Bsw di Sahra Wagenknecht, che su X ha scritto: “con la possibile procedura a sorteggio, il governo federale sta giocando alla roulette russa con le prospettive e, forse, presto, con le vite dei giovani”. E questa è una tendenza sempre più diffusa in tutta Europa.

Anche la Francia di Macron ha annunciato un servizio nazionale “puramente militare” e volontario a partire dall’estate del 2026. Rivolto ai neo-diciottenni, sarà della durata di 10 mesi e verrà pagato 800 euro al mese. L’obiettivo è reclutare intorno alle 2-3 mila persone, ma entro il 2035 si vuole raggiungere un aumento del numero dei militari intorno tra le 35 e le 50 mila unità.

In Italia, il ministro della Difesa Guido Crosetto lavora da tempo su di una riserva ausiliaria di volontari (circa 10 mila), che risponda più che altro a competenze logistiche e di cybersicurezza. Venerdì, però, sarà un bel banco di prova per la disponibilità delle giovani generazioni alla logica guerrafondaia che spira a Bruxelles e tra le capitali europee.

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La forza operaia resiste come l’acciaio nel silenzio assordante del Governo

La giornata di sciopero dei metalmeccanici e degli operai dell’ex Ilva di Genova si chiude con una certezza: dal governo non è arrivata una sola risposta. Nessuna indicazione sul futuro produttivo, nessuna garanzia per l’occupazione, nessuna parola chiara su un settore strategico che continua a essere lasciato nell’incertezza più totale. Un silenzio assordante che ha alimentato la rabbia e l’esasperazione dei lavoratori.

A rendere ancora più grave la situazione è quanto accaduto ieri in piazza Corvetto dove il prefetto ha scelto di barricarsi e gli operai in protesta sono stati colpiti da lanci copiosi di lacrimogeni. Una scena che parla da sola: invece di ascoltare chi chiede dignità e futuro, si risponde con la forza. È un segnale preoccupante, che racconta meglio di mille dichiarazioni la distanza tra chi governa e chi ogni giorno manda avanti le fabbriche di questo Paese.

In piazza ieri è esploso un messaggio chiaro: i lavoratori non accettano più rinvii, silenzi e promesse vuote. La crisi della siderurgia, il destino dell’ex Ilva, la salvaguardia di migliaia di posti di lavoro non possono essere trattati come questioni secondarie né affidati al caso. Serve un confronto vero, trasparente e immediato, capace di affrontare una crisi che sta logorando territori interi e la cui soluzione, come USB lo diciamo da tempo, è la nazionalizzazione dell’ex Ilva e il rilancio di un piano industriale serio.

Con 35 miliardi di riarmo troviamo assurdo non trovarne meno di un terzo per il piano industriale nazionale.

Questa giornata si chiude con la determinazione di chi sa che nulla è stato risolto e che l’incontro di domani al Ministero dovrà finalmente fare chiarezza. I lavoratori hanno dimostrato ancora una volta la loro forza e sono determinati a proseguire sciopero e blocchi anche nella giornata di domani.

Non un passo indietro, la lotta dei lavoratori dell’ex Ilva è la lotta di tutti i lavoratori e le lavoratrici.

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04/12/2025

A Genova lacrimogeni contro gli operai in sciopero

Oggi a Genova è una giornata di sciopero generale dei metalmeccanici convocato da Fiom, Fim e Usb. Lo sciopero era iniziato con il concentramento degli operai in piazza Massena, raggiunta dai lavoratori dell’ex Ilva, che da lunedì presidiano piazza Savio con i mezzi da lavoro bloccando via Guido Rossa. In gioco ci sono migliaia di posti di lavoro.

Alle 9 dai Giardini Melis è partito il corteo con migliaia di lavoratori. In piazza ci sono gli operai di tutte le grandi fabbriche genovesi come Ansaldo Energia, Fincantieri, Piaggio Aerospace e di altre aziende in solidarietà con gli operai della ex Ilva.

I lavoratori hanno poi raggiunto largo Lanfranco dove la polizia aveva posizionato una grata per impedirgli l’accesso alla Prefettura. Decine di operai hanno iniziato a sbattere e lanciare i caschetti al grido di “lavoro, lavoro”.

La polizia ha lanciato lacrimogeni verso gli operai che hanno tentato di sradicare con dei cavi legati a uno dei mezzi da lavoro della fabbrica la grata montata questa mattina dalla polizia. I manifestanti hanno acceso dei fumogeni lanciando slogan come “Vogliamo lavorare, ci dovete arrestare” e “Urso bugiardo, sei solo un codardo”. Uova e bottiglie sono state lanciate contro i muri della prefettura. I lacrimogeni sono arrivati anche in Piazza Corvetto dove c’era il resto del corteo operaio. Gli operai nel corso della protesta hanno bloccato anche due banchine della stazione ferroviaria di Brignole.

La mobilitazione non si fermerà finché il Governo non aprirà un confronto unico, serio e all’altezza della crisi che stanno vivendo migliaia di operai dell’industria siderurgica.

A Taranto dalla tarda serata di ieri sera è stata liberata prima una delle due statali occupate, la 106 Jonica per Reggio Calabria, e poi anche la statale 100 Appia per Bari. Le strade attorno allo stabilimento siderurgico sono libere al transito perché lo sciopero è terminato stamattina alle 7. Era stato proclamato a mezzogiorno di martedì da Fim, Fiom, Uilm e Usb e ha avuto una progressiva estensione interessando prima l’interno della fabbrica di Taranto poi le aree esterne.

Lo sciopero è stato indetto per rivendicare un nuovo incontro con il governo a Palazzo Chigi e il ritiro del piano sull’ex Ilva presentato dallo stesso esecutivo e dai commissari dell’azienda, bocciato dai sindacati che lo ritengono un piano di chiusura.

In un comunicato i sindacati scrivono: “Siamo consapevoli che le azioni messe in campo da Fim, Fiom, Uilm e Usb hanno creato disagio a un città già fortemente provata da anni di mancanza di risposte da parte tutti i Governi che si sono susseguiti negli anni, consapevoli che non è certo la maggioranza della città a essere contro i lavoratori. Per tali ragioni – si annuncia – sospendiamo momentaneamente lo sciopero, a partire dalle ore 7 del 4 dicembre e riportiamo al consiglio fabbrica, convocato in maniera permanente, le prossime iniziative di lotta”.

Guarda qui il video degli scontri

Fonte e foto dello sciopero

20/11/2025

Genova. I lavoratori della ex Ilva “bloccano tutto” contro chiusura e licenziamenti

I lavoratori dell’ex Ilva a Genova, di fronte al rischio chiusura e licenziamenti delle Acciaierie d’Italia a seguito dell’inconcludente incontro al Ministero, hanno occupato lo stabilimento e sono poi partiti in corteo corteo verso la stazione ferroviaria di Genova Cornigliano, dove si terrà un presidio ad oltranza.

Dopo l’assemblea davanti ai cancelli della fabbrica, gli operai sono scesi in strada con mezzi da cantiere. Poco dopo le 9 è stato montato un gazebo. Via Cornigliano e piazza Savio sono totalmente chiuse al traffico, mentre la strada Guido Rossa è chiusa in direzione ponente. È stata bloccata anche la tangenziale a Novi.

L’assemblea dei lavoratori in sciopero è durata pochi minuti: è stata scelta la strada della mobilitazione per protestare “contro il blocco degli impianti del nord e il piano che prevede l’aumento della cassa integrazione straordinaria fino a 6mila unità”. I sindacati denunciano: “Sono mille i posti di lavoro a rischio a Genova”.

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22/09/2025

Un milione nelle piazze francesi

La seconda tappa del movimento “Bloquons tout” si è tenuta giovedì 18 settembre, registrando una partecipazione tre volte più massiccia rispetto al 10 settembre. La data – nata dalla scelta dell’intersindacale di prendere le redini della mobilitazione rispetto agli organizzatori del movimento del 10 – ha mobilitato 1 milione di persone tra lavoratori, studenti, disoccupati, superando, secondo la CGT, le cifre che si aggiravano intorno ai 900.000 manifestanti delle mobilitazioni per le pensioni nel 2023.

A poco più di una settimana dalla nomina del nuovo Primo Ministro, Sébastien Lecornu (Renaissance), la mobilitazione puntava a mettere sotto assedio la proposta di budget dell’ex primo ministro che avrebbe tagliato 44 miliardi di euro di spesa sociale, e – sulla spinta delle componenti più combattive – a mettere sotto scacco la stessa presidenza di Macron.

Il nuovo primo ministro si trova adesso a dover trovare un compromesso per far approvare il bilancio, attraverso la consultazione con gli altri partiti, che già ha portato ad annunciare l’eliminazione della misura che prevedeva la soppressione di due giorni feriali. I sindacati hanno dato il loro ultimatum: Lecornu dovrebbe dare risposte entro il 24 settembre sulle loro richieste, minacciando nuove mobilitazioni.

In risposta, Lecornu ha proposto all’intersindacale un incontro a Matignon per mercoledì 24 settembre. CFDT, CGT, FO, CFE-CGC, CFTC, UNSA, FSU et Solidaires convergono nel chiedere l’abbandono dell’innalzamento dell’età pensionabile a 64 anni e del progetto volto a irrigidire le regole di indennizzo dei disoccupati.

Esigono anche il ritiro «dei progetti che attaccano il codice del lavoro e il Primo Maggio», dal momento che il Senato ha adottato, all’inizio di luglio, una proposta di legge per autorizzare alcuni esercizi, come panetterie e fioristi, a far lavorare i propri dipendenti anche durante la Giornata internazionale dei lavoratori, festiva e non lavorativa in Francia.

Lo spettro dei sindacati francesi si estende dalle posizioni moderate e concertative della CFDT – il cui presidente già afferma rispetto a mercoledì: «Siamo consapevoli che non avremo risposte a tutto, ma abbiamo bisogno di alcuni segni» – a quelle più conflittuali della CGT (e soprattutto di alcune delle sue federazioni) e di Solidaires, che nella giornata del 18 sono riusciti a bloccare nodi strategici e servizi essenziali del paese, animando un conflitto dalla reale partecipazione sociale.

La CGT rivendica 400.000 manifestanti solo tra le proprie fila. I trasporti quasi interamente bloccati, sia i sindacati SNCF che RATP preannunciavano un’ampia partecipazione, confermata nella giornata di giovedì.

Secondo dati ufficiali, il 10,9% dei funzionari pubblici è sceso in sciopero, che corrisponde a 2,5 milioni di persone, il doppio rispetto alle stime del 10 settembre; nel settore scuole la FSU-SNUipp annuncia un terzo del personale in sciopero: chiuse 90 scuole a Parigi (15%), oltre un terzo in Haute-Garonne, 142 su 207 a Lione, 22 su 113 a Montpellier, una su quattro in Guyana. A Marsiglia 330 scuole senza mensa, a Lione 13 mense chiuse. La mobilitazione riflette anni di salari reali in calo, locali degradati, classi sovraffollate e carenza di personale.

In tutta Francia, 23 licei sono stati occupati nel corso della giornata.

Rispetto al 10 settembre, che aveva visto il tentativo di blocchi in punti strategici delle città, come sulla peripherique parigina, il 18 è stato caratterizzato dai “piquet de grève”, lanciati al mattina presto, per impedire lo svolgimento dei servizi, che hanno visto la partecipazione di manifestanti in sostegno dei lavoratori.

A Saint-Denis, l’Union Locale CGT Saint-Denis ha bloccato i magazzini Carrefour, denunciandone i legami con la società israeliana Electra Consumer Products e la sua filiale Yenot Bitan, che ha dei magazzini in Israele.

I lavoratori della CGT Energie, in sciopero già da tre settimane, hanno continuato a organizzare picchetti e blocchi, chiedendo aumenti salariali, l’abbassamento della TVA, una riduzione del prezzo dell’energia per l’utenza, e ottenendo una negoziazione fissata per il 23 settembre.

A Parigi, i ferrovieri della Gare de Lyon hanno condotto un’azione a sorpresa al Ministero dell’Economia e delle Finanze, insieme al sindacato SUD Rail, che era stato il primo a aderire anche alla giornata del 10.

Sempre a Parigi, al deposito RATP di Lagny (20° arr.), oltre 50 sostenitori hanno risposto all’appello dei tranvieri per rafforzare i blocchi. Presenti sanitari, studenti e liceali, con interventi reciproci di solidarietà e convergenza tra settori. Nel corso della mattinata i tranvieri hanno raggiunto i liceali di Hélène Boucher e Rosa Parks. Forte la repressione poliziesca sin dalle 5 del mattino con lacrimogeni e cariche, segno della volontà del governo di frenare i blocchi e della necessità di estendere la grève alla RATP e oltre.

Dopo il picchetto all’alba, oltre 1000 persone – cheminots, RATP, sanitari, insegnanti e studenti – si sono riuniti a Gare du Nord in Assemblea Generale (“AG”) contro repressione e riforme. Interventi su solidarietà ai liceali colpiti, necessità di coordinare i settori in lotta e costruire la mobilitazione “dal basso” oltre le direzioni sindacali.

L’AG ha votato di creare uno spezzone che si ponesse in testa (davanti ai cortei sindacali tradizionali) per portare parole d’ordine più radicali: sciopero generale, dimissioni del governo e di Macron, aumento dei salari, verso una generalizzazione della lotta.

Al porto di Fos-sur-Mer (Marsiglia), i lavoratori del terminale di gas di Cavaou hanno bloccato l’approdo delle navi metaniere, paralizzando l’approvvigionamento energetico della regione.

Di fronte a picchetti e piazze, la repressione ha colpito forte: il ministro dell’Interno Francese Bruno Retailleau aveva annunciato un dispiegamento di oltre 80.000 agenti, 24 veicoli blindati “centaure”, 10 idranti, droni ed elicotteri su tutto il territorio nazionale per la giornata di mobilitazione intersindacale e interprofessionale del 18 settembre.

Si stimano 140 arresti e 75 fermi della polizia. La manifestazione di Parigi ha visto violente cariche della polizia a freddo e numerosi feriti, e anche a Lione e Nantes violenti scontri con la polizia.

Dopo la manifestazione del 18 settembre, La France insoumise (LFI) ha ribadito la necessità di una mobilitazione radicale contro Emmanuel Macron, ma Mélenchon ha anche insistito sulla disciplina nelle piazze, dichiarando: «Il faut éviter les débordements, car ils seraient utilisés par le pouvoir pour justifier la répression».

I socialisti (PS) hanno invece espresso frustrazione dopo l’incontro con il Primo Ministro. Olivier Faure ha affermato: «Je suis resté sur ma faim, Lecornu n’a donné aucune garantie concrète», minacciando di non votare la dichiarazione di politica generale se non arriveranno cambiamenti sostanziali.

Il Rassemblement National (RN) ha preso posizione contro i tagli, difendendo il potere d’acquisto. Marine Le Pen ha affermato: «Nous ne laisserons pas passer un budget qui sacrifie les Français les plus modestes», ma allo stesso tempo – dimostrando così il carattere strumentale della sua “opposizione” – si è rifiutata di appoggiare le rivendicazioni di sinistra e sindacati.

Sul piano parlamentare la situazione è quindi in stallo, in attesa delle prossime mosse del primo ministro e di Macron. Su quello sindacale la mobilitazione ha dato la spinta ad alcune categorie di lavoratori per incrementare la pressione sui rispettivi settori, mentre i vari movimenti e organizzazioni della sinistra radicale rilanciano sulla mobilitazione politica, con una terza data che si è già tenuta ieri in 44 piazze in tutto il paese, e la cui piattaforma mette al centro la destituzione di Macron, parlando di “fine della monarchia”, cioè della V Repubblica.

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07/09/2025

Francia, la legge di bilancio accende la miccia: il 10 settembre

Un breve resoconto cronologico degli eventi: il 15 luglio il governo del repubblicano Bayrou ha proposto una legge di bilancio sui binari dell’austerità, con tagli sociali che si aggirano intorno ai 44 miliardi di euro: due giorni festivi cancellati, tagli massicci alla sanità, congelamento delle pensioni e la soppressione di migliaia di posti di lavoro nel settore pubblico.

Nelle settimane successive, sui social network, ha preso forma una rete dal basso che dietro le parole d’ordine “bloquons tout”, ha iniziato ad alimentare e “organizzare” il dissenso di fronte alla nuova proposta di budget, raccogliendo ampio consenso, che, sedimentandosi, ha coinvolto anche forze politiche di sinistra e sindacati.

Di fronte al dibattito politico che si è aperto su un piano parlamentare sul budget e al montare della mobilitazione, Bayrou ha deciso di chiamare un voto di fiducia l’8 settembre, per evitare la negoziazione finanziaria e prevenire l’eventuale esplosione della rabbia sociale il 10 settembre, ben conscio di andare di fronte a una probabile sconfitta.

Dal suo punto di vista rispetto alla mobilitazione, questa mossa avrebbe portato a un indebolimento delle rivendicazioni di carattere finanziario in ogni scenario: se il governo fosse caduto, non ci sarebbe stata nessuna legge di bilancio da contestare, se questa fosse stata approvata, sarebbe venuto meno lo spazio per la negoziazione sociale.

In ogni caso, il fragilissimo governo di minoranza si trova di fronte a una censura assicurata: se il supporto a geometria variabile del Partito Socialista, dell’RN o di gruppi indipendenti aveva fino ad ora permesso a Bayrou di scampare alla censura (febbraio 2025), oggi di fronte a una nuova manovra lacrima e sangue, anche i socialisti e i lepenisti si oppongono, determinando una quasi certa caduta del governo.

Di fronte a questa prospettiva, il movimento del 10 settembre sembra non solo non aver arretrato per mancanza di rivendicazioni “concrete”, ma anzi di essersi rafforzato su posizioni più radicali che mettono in discussione l’intero sistema presidenziale della V Repubblica e la “macronerie”, proponendo giustizia finanziaria contro il modello dell’austerità.

L’8 settembre si prevedono grandi festeggiamenti in stile “pot de départ” di fronte a tutti i palazzi del comune francesi, come anticamera della grande giornata di blocchi prevista per il 10, che si configura invece come una giornata di mobilitazione generale dal carattere ibrido: dai blocchi mirati di strade e depositi logistici, agli scioperi, al boicottaggio di supermercati e il rallentamento volontario di servizi pubblici, all’occupazione pacifica di luoghi simbolici.

Il movimento del 10 settembre si è costruito attraverso gruppi telegram e social, articolandosi quindi localmente nei diversi territori francesi attraverso assemblee territoriali stratificate, da momenti di discussione più specifici ad assemblee generali di quartiere.

Sul sito Indignons-nous! abbiamo una panoramica delle città in cui sta prendendo forma il movimento e della piattaforma di rivendicazioni che, oltre al blocco della legge di bilancio, si arricchisce di una serie di “cahiers de doléances” (come quelli della rivoluzione del 1798, riproposti come “contentino” da Macron dopo il movimento dei Gilet Jaunes) a cui chiunque può contribuire.

Il carattere della narrativa circolante sui social fa trasparire la probabile appartenenza dei promotori della piattaforma a gruppi della sinistra radicale, come conferma uno studio pubblicato lunedì 1° settembre dalla Fondation Jean-Jaurès, che ha condotto un primo sondaggio sul movimento del 10 settembre, stimando che il 69% dei promotori di “Bloquons tout” abbia votato Jean-Luc Mélenchon al primo turno delle presidenziali 2022.

La mobilitazione però è senza dubbio uscita dalle maglie della componente politicamente attiva, ottenendo il consenso del 63% dei francesi, secondo un sondaggio di Toluna Harris Interactive pour RTL.

La polizia stima 100 mila partecipanti alle azioni del 10 settembre in tutta la Francia, e il 4 settembre ha fatto circolare una nota interna chiamando alla piena mobilitazione delle forze dell’ordine per impedire il blocco delle infrastrutture essenziali, parlando di porti, aeroporti, trasporti pubblici, centri della logistica, centrali elettriche, centri di smaltimento rifiuti, ma anche di scuole, università, e di altre istituzioni pubbliche.

Sono previsti circa 40 cortei, ma le modalità della mobilitazione sembrano ricordare quelle dei Gilet Jaunes, dando centralità a azioni capaci di bloccare attività strategiche e non, interrompendo l’attività del paese.

Pur richiamandosi all’esperienza dei Gilet Jaunes, il movimento si distingue da quello del 2018 sia per composizione sociale che politica. Infatti, se il primo era partito sulla spinta di lavoratori della classe media inferiore e dei ceti popolari francesi, e aveva visto la convivenza di pezzi di società appartenenti alla destra e alla sinistra, soprattutto nella “periferia” della Francia, in questa occasione – complice il mancato sostegno del RN al 10/09 – la paternità del movimento sembra essere pressoché esclusivamente a sinistra, e fortemente caratterizzata da una presenza giovanile e politicizzata.

«L’intensificazione di questa mobilitazione, la consapevolezza che si creerà, produrrà slogan politici opposti a ciò che difende l’estrema destra. Ecco perché il Rassemblement national ha paura e non sostiene questa mobilitazione. Non ha interesse che ci sia un movimento di massa, perché potrebbe anche ritorcerglisi politicamente contro», ha previsto il deputato Hadrien Clouet, della France Insoumise, che come altri deputati ha partecipato ai gruppi Telegram locali.

Ad oggi, è realistico pensare che sarà proprio la France Insoumise (LFI) a “capitalizzare” i possibili risultati di questa mobilitazione popolare. Attraverso un testo pubblicato su La Tribune Dimanche, LFI è stata la prima forza politica a esprimere sostegno al movimento. Jean-Luc Mélenchon ha poi chiamato alla “grève générale” durante le università estive del partito il 22 agosto.

Come analizza un articolo di Politis parlando delle presidenziali del 2027: “salendo sul treno del 10 settembre e di tutte le mobilitazioni che seguiranno, Jean-Luc Mélenchon e i suoi cercano di conquistare nel paese una maggioranza popolare che permetta loro di accedere al secondo turno nel 2027. Non si presentano forse come gli unici difensori del popolo? Per il resto della sinistra, l’obiettivo è uno solo: offrire risposte politiche a questa mobilitazione.”

Questo possibile rafforzamento di LFI spaventa i socialisti, che rimangono cauti di fronte all’invito a “bloccare tutto”: «Questa rabbia è comprensibile. Ma questo oggetto di contestazione non identificato, che va osservato con interesse e benevolenza, va preso con cautela. I sindacati dovrebbero guidare la mobilitazione. Anche Force Ouvrière è piuttosto riservata. Non dò un sostegno incondizionato a un movimento non identificato», ha affermato un dirigente del PS.

Così anche gli ecologisti pur sostenendo il movimento del 10 mantengono delle riserve, e affermano dietro le parole di Olivier Bertrand che «c’è un piccolo rischio che questi movimenti alimentino in qualche modo l’estrema destra», mentre Place publique di Raphaël Glucksmann (socialdemocratici) rigetta ogni forma di adesione al 10 sostenendo che: «L’8 settembre cadrà il Primo Ministro. A cosa serve un movimento “Blocchiamo tutto”? Lo scopo non è il caos».

Dal punto di vista dei sindacati, l’attitudine rispetto al 10 settembre è stata sfaccettata. Il sindacato SUD (Union Syndicale Solidaires) e la CGT sono stati i primi ad aderire massivamente alla giornata di blocchi.

Ad aprire la breccia è stato Sud Rail, il sindacato dei ferrovieri, che ha deciso di “passare all’azione” e di bloccare il 10 settembre il traffico su rotaia, come prima mobilitazione che porterà a scioperi massicci in autunno.

Hanno dato seguito diverse federazioni della CGT, la cui direzione ha aderito ufficialmente il 27 agosto: “Quello che vogliamo è che finalmente vengano ascoltate le rivendicazioni sociali. Vogliamo la giustizia fiscale, vogliamo fondi per i nostri servizi pubblici che non ne possono più. Vogliamo aumenti salariali, vogliamo l’abrogazione della riforma delle pensioni”, ha affermato Sophie Binet, segretaria générale della CGT.

Due giorni dopo, il 29 agosto, L’intersyndicale, composta da CFDT, CGT, FO, CFE-CGC, CFTC, UNSA, FSU e Solidaires, si è riunita presso la sede della CFDT (che non parteciperà al 10 settembre), e in quell’occasione ha lanciato l’appello per una giornata di mobilitazione nazionale (manifestazioni e sciopero) prevista per giovedì 18 settembre. Molti dei promotori del 10 settembre hanno screditato la mossa dell’intersindacale, leggendo nel 18 settembre un tentativo di “riprendere il controllo” sulla mobilitazione secondo modalità più coerenti a quelle sindacali.

Nonostante alcuni elementi di tensione interna, l’adesione alla mobilitazione che inizierà il 10 sembra crescere in dimensioni e sul piano comunicativo è stata senza dubbio dirompente, rendendo impossibile alle forze politiche e sindacali di posizionarsi nettamente rispetto alla data.

Alcuni scioperi sono già iniziati, ponendosi in rapporto alla giornata del 10, come per il settore energia della CGT, che il 2 settembre ha chiamato allo sciopero, seguito dal sindacato CGT dell’industria PAM Saint-Gobain (54), e dalla mobilitazione intersindacale dell’industria Novasco il 4 settembre, a cui seguirà quella dell’industria Verre Oi Vayres il 9 settembre, contro i licenziamenti previsti di 126 lavoratori.

Questa mobilizzazione di alcune categorie di lavoratori corrisponde a un periodo di crisi per le PMI francesi, iniziata nel 2022 a causa dei costi energetici derivanti dalla guerra in Ucraina, e che dal 2024 ha avuto una forte accelerazione portando nel 2025 a ondate di licenziamenti e chiusure (Michelin, Auchan, Valeo, ArcelorMittal), con decine di migliaia di posti a rischio.

Di fronte a una situazione economica instabile e a una legge di bilancio come quella proposta da Bayrou, l’indignazione sociale è un dato concreto in Francia, e i prossimi giorni ci mostreranno in quale misura il “popolo francese” sarà in grado ancora una volta di riprendersi le piazze mettendo sotto scacco non solo il governo, ma i principi cardini di questo sistema economico e della V Repubblica.

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03/09/2025

Le minacce di Israele sono il segno della forza della Flotilla: USB pronta a difenderla con ogni mezzo a disposizione

Le minacce del ministro israeliano agli attivisti della Global Sumud Flotilla sono un gravissimo atto di intimidazione e la conferma della natura criminale del governo israeliano. Ma sono anche il segnale della preoccupazione che serpeggia nel governo di Netanyahu per una iniziativa umanitaria che sta mobilitando centinaia di migliaia di persone in tutto il mondo e che ogni ora cresce di intensità. Dove non sono arrivati i governi possono arrivare i popoli e, in questo momento, gli attivisti che salperanno per Gaza rappresentano la spinta che viene dai cinque continenti a fermare la barbarie.

Questa iniziativa è piena di incognite, lo sapevamo. E come hanno preannunciato i portuali sabato sera alla fiaccolata di Genova, dobbiamo essere pronti a reagire con tutte le forme di lotta a nostra disposizione. L’USB ha già risposto all’appello che è partito dal porto di Genova ed è pronta alla mobilitazione in difesa della Flotilla e delle tonnellate di aiuti che dovranno raggiungere la popolazione di Gaza. I lavoratori possono svolgere una funzione determinante nel condizionare lo sviluppo della situazione e farsi interpreti di un sentimento diffuso a sostegno di questa iniziativa coraggiosa. Con i blocchi alle navi e agli aerei che portano armi nei teatri di guerra si sono conquistati un ruolo fondamentale ed hanno i titoli per allargare lo sguardo alle politiche di riarmo ed alle conseguenze che queste producono nelle nostre vite.

Come andiamo ripetendo in tanti in questi giorni, non possiamo rimanere a guardare. Al ministro israeliano mandiamo a dire che le sue minacce non ci fermeranno e che le sue parole ci spingono ad intensificare l’iniziativa.

Con la Palestina nel cuore, avanti tutta!

Se bloccano la Flotilla, blocchiamo tutto!

Unione Sindacale di Base

Fonte

30/07/2025

Panama in rivolta: repressione, disuguaglianze e proteste popolari scuotono il paese

Da mesi Panama è teatro di proteste sociali senza precedenti, che coinvolgono lavoratori e lavoratrici, comunità indigene, studenti e studentesse, movimenti popolari. La crescente insoddisfazione nasce da una sommatoria di fattori: l’imposizione di riforme controverse, la riapertura di progetti estrattivisti ambientalmente distruttivi, l’aumento della disuguaglianza sociale e una repressione sempre più violenta da parte dello Stato. Nel silenzio delle istituzioni internazionali, le forze di sicurezza hanno arrestato centinaia di manifestanti e la militarizzazione degli spazi pubblici è diventata la regola. A questo si sommano le minacce di licenziamenti di massa da parte di multinazionali come Chiquita e le denunce di violazioni dei diritti sindacali.

In questo contesto, abbiamo intervistato in esclusiva per Pagine Esteri Olmedo Carrasquilla II, attivista e voce di Radio Temblor, uno dei principali media indipendenti che coprono le lotte sociali panamensi. Olmedo ci racconta lo stato attuale della protesta, le sue radici, i risultati raggiunti finora e le prospettive future del movimento popolare in un Paese in bilico tra repressione e resistenza.

Come è oggi la situazione a Panama?

“Il governo attuale, guidato dal presidente José Raúl Mulino Quintero, funge da copertura e schermo per le azioni repressive che stiamo vivendo. Per esempio, la ministra del Lavoro ha presentato una domanda per sciogliere il sindacato più grande del paese, il Sindacato Unico dei Lavoratori e Simili (SUMTRAK), i cui dirigenti sono stati costretti all’esilio o condannati senza rispettare un giusto processo e le procedure legali. C’è una persecuzione in corso e il sistema giudiziario è in continuità con il governo, ovvero la giustizia è parziale e utilizzata per reprimere i settori popolari.
Questo è un punto chiave per comprendere la situazione attuale: prevalgono militarizzazione, repressione e violazione dei diritti umani. Il movimento sociale deve riconoscere che con questo governo bisogna cambiare strategia, perché è in atto una politica autoritaria e pro-aziendale che vuole soffocare ogni protesta o resistenza.”

Perché è iniziata la protesta?

“La protesta è iniziata circa un anno fa, con l’inizio della presidenza di José Raúl Mulino e il rinnovo del parlamento. Il movimento popolare ha presentato una richiesta per modificare la Legge 462 che riforma la Legge Organica della Sicurezza Sociale tramite la Caja de Seguro Social. Questa lotta è durata tre mesi e nasce principalmente per rispondere alle modalità autoritarie con cui è stata imposta la legge 462. Il governo ha totalmente ignorato i cabildos (consultazioni popolari) tenuti in diverse zone del paese. La presidenza, appartenente al partito ufficialista Plancho, ha escluso ogni processo consultivo e ha imposto la sua proposta in favore degli interessi aziendali.
Inoltre, la protesta ha contrastato la riapertura della miniera di rame Panamá. Miniera che si è cercato di riaprire nonostante due sentenze della Corte Suprema avevano dichiarato incostituzionali alcune disposizioni riguardanti la stessa. Ci si è anche opposti alla costruzione di una diga sul fiume Indio, che avrebbe allagato migliaia di contadini e compromesso comunità rurali. Un altro tema rilevante è stata la cessione di sovranità territoriale e la garanzia agli USA di stare in territorio panamense, con tanto di minacce di intervento militare, e così commissariare l’operatività panamense del Canale di Panama.
Tutte queste problematiche, unite a corruzione e aumento della disuguaglianza sociale, hanno fatto scendere il popolo panamense in strada con proteste, marce e blocchi.”

Cosa si è ottenuto fino a oggi?

“Lo sciopero è terminato in modo accidentale, perché oltre alla lotta stessa, si doveva pensare a sostenibilità e risorse per mantenere le mobilitazioni. La repressione, la criminalizzazione della protesta e la censura mediatica hanno minato la continuità del movimento. Tuttavia, questo processo ha lasciato un insegnamento politico importante: il movimento sociale e il popolo panamense devono ripensare la strategia, poiché il governo ha imposto una politica di militarizzazione e sistematica violazione dei diritti umani.
Nonostante le difficoltà, il movimento è riuscito a dare visibilità alla lotta e a mantenere vivo lo spirito di resistenza. Il presidente dell’Assemblea dei Deputati ha aperto alla verifica e alla modifica degli articoli più controversi della legge, anche se molto resta da fare.”

Questa lotta ha un legame storico con il passato?

“Sì, la storia recente ha segnato questo momento. Durante il governo dell’ex presidente Ricardo Martinelli (2010-2014), José Raúl Mulino è stato ministro della Sicurezza ed è stato direttamente coinvolto nell’esecuzione di ordini per reprimere i popoli indigeni nella regione Ngäbe-Buglé, oltre che nelle province di Veraguas, Bocas del Toro e Colón. Quel governo ha avuto uno dei più alti numeri di morti durante proteste popolari. Già allora si poteva prevedere che l’azione dell’attuale governo sarebbe stata dura e repressiva.
Per maggiori informazioni e aggiornamenti, consiglio di seguire la pagina e i canali social di Radio Temblor, che coprono in modo indipendente e costante la lotta del popolo panamense.”

Cosa pensi possa accadere domani?

“Il movimento sociale si sta riorganizzando verso una nuova fase di lotta. Nonostante la situazione difficile, la missione che il movimento si sta dando è di prepararsi a continuare la battaglia. Questo significa ripensare le strategie e rafforzare l’organizzazione popolare, perché la militarizzazione e la repressione continueranno a essere la risposta del governo.
C’è speranza che la resistenza cresca e si fortifichi, e sarà fondamentale che media come Radio Temblor continuino a dare visibilità a questa lotta. Non si tratta solo della nostra organizzazione, ma dell’intero popolo panamense, che non è disposto a arrendersi.”

Quella che è iniziata come una protesta sindacale contro una riforma imposta dall’alto si è rapidamente trasformata in un movimento sociale di portata molto più ampia. Da rivendicazioni legate ai diritti del lavoro, la lotta ha abbracciato temi ambientali, di sovranità territoriale e di giustizia sociale, coinvolgendo comunità indigene, contadini, studenti e lavoratori di diversi settori. La repressione brutale e la militarizzazione non hanno fermato la mobilitazione, ma hanno reso evidente quanto profonda e diffusa sia la crisi strutturale che attraversa Panama. In questo scenario, la protesta non è solo una risposta a singole leggi o provvedimenti, ma un segnale di un popolo che reclama dignità, diritti e un futuro più giusto e sovrano.

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