Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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23/01/2026
24/12/2025
“Il clima politico-mediatico in Italia sta diventando irrespirabile”
Riceviamo e pubblichiamo chiedendo massima diffusione questo comunicato del Prof. Angelo d’Orsi sui fatti intercorsi durante la Conferenza all’Università Federico II di Napoli nella giornata di lunedì 22 dicembre 2025.
*****
Comunicato di Angelo D’Orsi (23 dicembre 2025)
Ieri 22 dicembre, all’ANPI di Napoli, Sezione Napoli Orientale “A. Ferrara”, si è svolta la mia prevista conferenza su “Russofilia Russofobia Verità”, quella che era stata boicottata per due volte, in parte ricuperata a Roma all’Istituto di Cultura e Lingua Russa sabato 20, che aveva comunque un titolo diverso.
Oltre a me, era invitato Alessandro Di Battista, che ha parlato per primo, con un intervento breve e appassionato. A me toccava disegnare il quadro storico dei due opposti concetti (filia e fobia, in relazione al mondo russo).
Alla fine chi coordinava (il presidente della Sezione ANPI, Franco Specchio) ha dato la parola al pubblico. Si alza in piedi urlando a squarciagola un giovane, mentre si toglie la camicia ostentando una maglietta inneggiante all’Ucraina.
Contemporaneamente il medesimo gesto compiono un manipolo di suoi sodali che occupavano due file di sedie (mentre molte decine di persone erano in piedi, o sdraiate sul pavimento), e si sparpagliano per l’aula cercando di infilare nei vestiti dei presenti una spilletta con coccarda ucraina. Ovviamente il pubblico (quello venuto per ascoltare ed eventualmente interloquire) non l’ha presa bene.
Segue parapiglia, il giovane energumeno che aveva dato inizio alle ostilità si precipita verso la cattedra e vi sale sopra cercando di strapparmi il microfono dalle mani, fino a romperlo, mentre i suoi amici si avventano verso di me e il presidente Specchio, cercando ripetutamente di infilare le loro spillette nelle nostre camicie, un gesto violento e arrogante che noi respingiamo.
Il clima si surriscalda e un paio di amici cercano di farmi uscire, ma veniamo inseguiti da colui che appare manifestamente il capo della banda, che correndomi dietro, cerca di provocarmi con domande alla Calenda o alla Picierno (cosa ci faceva in Russia?! Et similia...). Non aspetta risposte, manifestamente, perché se le dà da solo accusandomi di essere “complice” di non so quali nefandezze.
L’inseguimento dura un paio di minuti, finché i simpatici ragazzi vengono fermati da un improvvisato servizio d’ordine, il che mi consente, guidato da un paio di amici, di guadagnare attraverso un percorso alternativo un’uscita secondaria, perché gli ammiratori di Zelensky (mi si riferisce) mi aspettano all’ingresso principale della Federico II.
Aggiungo che l’impianto microfonico, che era stato opportunamente testato qualche ora prima, stranamente non funzionava e dopo infruttuosi tentativi, si è dovuto provvedere a un nuovo microfono e a un altoparlante alternativo.
Grazie a tutto lo scompiglio, il sottoscritto non è riuscito a raggiungere in tempo utile la stazione di Piazza Garibaldi dove avrebbe dovuto salire su un treno per Roma, ed è stato costretto a fare un altro biglietto per un diverso treno.
È il caso di ricordare che negli scorsi giorni Carlo Calenda aveva lanciato una ridicola petizione contro la conferenza, di concerto con una aspirante assegnista dell’ateneo napoletano, con il medesimo obiettivo. E il giorno prima a Napoli l’onorevole Pina Picierno si è esibita mentre accendeva il candelabro ebraico, e alla piccola festicciola sembra fossero presenti alcuni degli stessi giovani energumeni che hanno interrotto con violenza il dibattito.
A distanza di pochi minuti essi hanno inviato un comunicato ripreso dall’ANSA nel quale ribaltano i ruoli, spacciandosi per vittime. I firmatari sono i soliti, ben noti provocatori della politica nazionale: Azione, Europa, Radicali, e altra cianfrusaglia.
Mentre uscivo inseguito e accusato di “rifiutare il confronto”, la mia risposta è stata semplicemente: “Non parlo con i fascisti”. Già, perché a Napoli abbiamo subito un agguato organizzato, che nulla ha a che fare con il “dialogo”, con il rispetto di un luogo “sacro” come l’Università, e con quello che si deve, o si dovrebbe, a chi ha passato la vita a studiare, insegnare, pubblicare, e che si cerca di intimidire con azioni squadriste.
Conclusione: il clima politico-mediatico in Italia sta diventando irrespirabile. E io mi sento costretto ad annunciare che ANNULLO TUTTE LE CONFERENZE PROGRAMMATE e NON NE ACCETTO ALTRE, se gli organizzatori non sono in grado di:
a) assicurare spazi capienti a sufficienza con posti a sedere sulla base di una ragionevole previsione delle presenze;
b) adeguati impianti di amplificazione, verificati prima di ogni conferenza;
c) servizio d’ordine interno;
d) informativa alla Digos e alle forze dell’ordine, per evitare di esporre i relatori, nella fattispecie il sottoscritto, alla mercè di ucronazi locali e dei loro supporters.
Prego perciò tutti coloro che mi abbiano rivolto inviti, o intendano farlo, di inviare (alla mail ormai nota) una comunicazione precisa in relazione ai quattro punti sopraelencati. Altrimenti considero appunto annullati tutti gli impegni. GRAZIE.
Fonte
26/05/2025
Catastrofe neoliberista. Una terapia contro la narrazione tossica
di Massimo Zucchetti
Angelo d’Orsi, storico di fama internazionale e forse il maggiore conoscitore vivente su Antonio Gramsci, è l’autore di “Catastrofe Neoliberista”, appena pubblicato per LAD Edizioni, 2025.
Dagli anni ’70 a oggi, il neoliberismo si è imposto come un sistema economico, sociale e culturale globale, espandendosi in modo inarrestabile. Attraverso l’uso strategico di guerre, rivoluzioni colorate, media e meccanismi di controllo, ha piegato stati sovrani e devastato economie locali, eliminandone la resistenza.
“Catastrofe Neoliberista” di Angelo D’Orsi è innanzitutto un vademecum della storia recente: ripercorre le origini e le dinamiche di quella che de facto è una dittatura totalitaria mondiale, capace di imporsi con violenza e di camuffarsi abilmente da paladina della libertà e della democrazia. Come un vademecum, deve essere snello e utile: solo attraverso la comprensione profonda dell’avversario è possibile immaginare alternative. L’opera ci offre gli strumenti per decifrare il presente e provare a costruire un futuro diverso.
L’analisi riguarda essenzialmente il periodo successivo al 1989-91, con il letterale naufragio della nuova “Grande Illusione”, simboleggiata dalle previsioni di Francis Fukuyama (un mondo senza più guerre, di pace e progresso): la realtà si è invece dipanata in questi tre decenni e mezzo con il neoliberismo, che ha portato a una “guerra infinita” e all’aumento delle disuguaglianze, delle povertà e delle vittime del tritacarne imperialista.
Gli anni ’70 come cerniera tra welfare e neoliberismo.
D’Orsi descrive gli anni ’70 come la fine dei “Trenta (anni) Gloriosi” e l’apice dello stato sociale. Menziona le conquiste sociali degli anni ’60 e ’70 in Italia, come il divorzio, l’aborto, il servizio sanitario nazionale e lo statuto dei lavoratori.
Il prosieguo vede le deviazioni della “lotta di classe (dal basso)” verso la lotta armata, come reazione sbagliata ai tradimenti di molte delle speranze del dopoguerra.
Ma nel frattempo partiva anche la reazione del capitale: citando Domenico Losurdo, avveniva in contemporanea la “lotta di classe dall’alto”. D’Orsi paragona la controffensiva capitalistica a una mazza nelle mani delle classi dominanti, come il fascismo nel primo dopoguerra, citando Giovanni Arrighi. Il neoliberismo si può definire ultracapitalismo, turbocapitalismo e ipercapitalismo, citando Luciano Gallino e Rudolf Hilferding.
Il passaggio antropologico e l’ideologia del “merito”.
D’Orsi spiega il passaggio dall’esaltazione della politica all’esaltazione del privato negli anni ’80 e ’90. L’ideologia all-american del self-help e quella italica, più surrettiziamente cialtrona, del “merito” risultano degli inganni, che nascondono una feroce gerarchia sociale basata sul censo. In Italia, un episodio sintomatico: la ridenominazione del Ministero della Pubblica Istruzione in “Ministero dell’Istruzione” e ora in “Ministero dell’Istruzione e del Merito”.
D’Orsi cita Norberto Bobbio e Alexis de Tocqueville per sostenere che il compito fondamentale della democrazia dovrebbe essere – contrariamente a quanto sta avvenendo in Occidente – quello di ridurre le disuguaglianze, non soltanto di una generica “libertà”. Impossibile per l’autore di questo articolo non citare Sandro Pertini: la libertà senza giustizia sociale è soltanto libertà di morire di fame.
Il mondo unipolare e la guerra permanente.
D’Orsi descrive il passaggio da un mondo bipolare a un mondo unipolare dominato dagli Stati Uniti dopo la caduta dell’Unione Sovietica. L’espansione della NATO e la perdita di significato delle Nazioni Unite sono una conseguenza drammatica di questo processo, portando a una crescente conflittualità tra l’Occidente e il resto del mondo, se si trovava in dissonanza con il coro a latere del nuovo “Ballo Excelsior” del trionfo della neoliberismo.
Nel frattempo, gli anni ’90 sono stati un periodo di accrescimento della distanza tra ricchi e poveri, citando Zygmunt Bauman: quindi in direzione opposta al reale percorso democratico.
La Prima Guerra del Golfo è stata l’inizio della guerra permanente che caratterizza per ora questo ultimo quasi-quarantennio: l’inizio delle nuove “guerre asimmetriche”, citando Alberto Asor Rosa. Ultimo episodio, in Europa, prima dell’attuale, avviene nello scorso secolo: le guerre dei Balcani a partire dal 1991, fino alla guerra del Kosovo nel 1999, un tentativo di sbaragliare l’ultimo stato socialista, con il coinvolgimento del Vaticano e della Germania.
Controtendenze. L’ascesa di Putin e l’emergere della Cina.
A partire dall’inizio del nuovo secolo, iniziano a palesarsi segnali in dissonanza con il processo appena descritto. L’ascesa al potere di Vladimir Putin in Russia segna un tentativo di restituire dignità e sovranità allo stato russo, dopo il saccheggio occidentale della Russia nell’era di Boris Eltsin e della nascita degli oligarchi.
Tuttavia risale proprio ai primi anni 2000 l’individuazione dell’Ucraina come possibile “spina nel fianco” della Russia, citando Zbigniew Brzeziński: l’operazione si compie con la creazione di laboratori di armi proibite e la “normalizzazione” di forze neonaziste, in una stato vittima di un crescente estremismo suprematista dopo il golpe del 2014: l’ultima “rivoluzione colorata” non è però andata liscia come altre precedenti, si è tinta del rosso sangue delle 50 vittime dell’Euromaidan e delle 20.000 in otto anni di repressione e guerra civile nelle repubbliche russofone, sfociati nella guerra dal 2022.
I tentativi di resistenza al neoliberismo, come il socialismo del ventunesimo secolo di Chávez e lo slogan “un altro mondo è possibile”, hanno avuto nel poco coordinamento internazionalista il loro punto debole. Tuttavia, proprio in quest’ultima ottica, questi tentativi culminano nella nascita del BRICS e nell’emergere della Cina come potenza economica e tecnologica.
I BRICS stanno anche lavorando per definire una valuta unica non basata sul dollaro, incorrendo nell’ira funesta della Presidenza statunitense: Gheddafi venne eliminato nel 2011 per un analogo tentativo su una moneta unica africana, scatenando le ire principalmente della Francia.
Che fare? In questa terribile e drammatica realtà.
D’Orsi conclude che solo il multipolarismo può essere l’antidoto alla guerra di tutti contro tutti e alla guerra dei mondi. L’Occidente, in crisi, cerca di sostituire la sua capacità egemonica con l’uso della forza: il dialogo e forse l’alleanza fra Russia e Cina, oltre alla cooperazione economica dei BRICS, possono pragmaticamente essere l’unico antidoto al bullismo mondiale dell’Occidente.
L’ultimo capitolo è dedicato alla tragica cronaca attuale: D’Orsi cita i circa 60 conflitti attualmente in atto nel Mondo e si sofferma su Ucraina e Palestina: definendo quest’ultimo, senza mezzi termini per Gaza, un genocidio perpetrato nell’indifferenza e nella complicità generali.
“Catastrofe Neoliberista” di Angelo d’Orsi non è un libo che la tira in lungo o mena il can per l’aia. Come è usuale con le opere di questo autore, si legge in un amen. La fruibilità estrema non compromette però la densità di fatti e di fonti ed il rigore storico.
L’assenza di fronzoli ed il basarsi sui fatti e non sul “wishful thinking” nel quale molta cultura di “sinistra” attualmente si rifugia, rende la sua lettura quasi terapeutica, innanzi alle insalubri bestemmie culturali e morali che dobbiamo ingoiare un po’ alla volta ogni giorno.
La cura per non mitridatizzarsi e non arrendersi alla narrazione tossica è possibile: “Catastrofe Neoliberista” è senz’altro nel ricettario.
Fonte
Angelo d’Orsi, storico di fama internazionale e forse il maggiore conoscitore vivente su Antonio Gramsci, è l’autore di “Catastrofe Neoliberista”, appena pubblicato per LAD Edizioni, 2025.
Dagli anni ’70 a oggi, il neoliberismo si è imposto come un sistema economico, sociale e culturale globale, espandendosi in modo inarrestabile. Attraverso l’uso strategico di guerre, rivoluzioni colorate, media e meccanismi di controllo, ha piegato stati sovrani e devastato economie locali, eliminandone la resistenza.
“Catastrofe Neoliberista” di Angelo D’Orsi è innanzitutto un vademecum della storia recente: ripercorre le origini e le dinamiche di quella che de facto è una dittatura totalitaria mondiale, capace di imporsi con violenza e di camuffarsi abilmente da paladina della libertà e della democrazia. Come un vademecum, deve essere snello e utile: solo attraverso la comprensione profonda dell’avversario è possibile immaginare alternative. L’opera ci offre gli strumenti per decifrare il presente e provare a costruire un futuro diverso.
L’analisi riguarda essenzialmente il periodo successivo al 1989-91, con il letterale naufragio della nuova “Grande Illusione”, simboleggiata dalle previsioni di Francis Fukuyama (un mondo senza più guerre, di pace e progresso): la realtà si è invece dipanata in questi tre decenni e mezzo con il neoliberismo, che ha portato a una “guerra infinita” e all’aumento delle disuguaglianze, delle povertà e delle vittime del tritacarne imperialista.
Gli anni ’70 come cerniera tra welfare e neoliberismo.
D’Orsi descrive gli anni ’70 come la fine dei “Trenta (anni) Gloriosi” e l’apice dello stato sociale. Menziona le conquiste sociali degli anni ’60 e ’70 in Italia, come il divorzio, l’aborto, il servizio sanitario nazionale e lo statuto dei lavoratori.
Il prosieguo vede le deviazioni della “lotta di classe (dal basso)” verso la lotta armata, come reazione sbagliata ai tradimenti di molte delle speranze del dopoguerra.
Ma nel frattempo partiva anche la reazione del capitale: citando Domenico Losurdo, avveniva in contemporanea la “lotta di classe dall’alto”. D’Orsi paragona la controffensiva capitalistica a una mazza nelle mani delle classi dominanti, come il fascismo nel primo dopoguerra, citando Giovanni Arrighi. Il neoliberismo si può definire ultracapitalismo, turbocapitalismo e ipercapitalismo, citando Luciano Gallino e Rudolf Hilferding.
Il passaggio antropologico e l’ideologia del “merito”.
D’Orsi spiega il passaggio dall’esaltazione della politica all’esaltazione del privato negli anni ’80 e ’90. L’ideologia all-american del self-help e quella italica, più surrettiziamente cialtrona, del “merito” risultano degli inganni, che nascondono una feroce gerarchia sociale basata sul censo. In Italia, un episodio sintomatico: la ridenominazione del Ministero della Pubblica Istruzione in “Ministero dell’Istruzione” e ora in “Ministero dell’Istruzione e del Merito”.
D’Orsi cita Norberto Bobbio e Alexis de Tocqueville per sostenere che il compito fondamentale della democrazia dovrebbe essere – contrariamente a quanto sta avvenendo in Occidente – quello di ridurre le disuguaglianze, non soltanto di una generica “libertà”. Impossibile per l’autore di questo articolo non citare Sandro Pertini: la libertà senza giustizia sociale è soltanto libertà di morire di fame.
Il mondo unipolare e la guerra permanente.
D’Orsi descrive il passaggio da un mondo bipolare a un mondo unipolare dominato dagli Stati Uniti dopo la caduta dell’Unione Sovietica. L’espansione della NATO e la perdita di significato delle Nazioni Unite sono una conseguenza drammatica di questo processo, portando a una crescente conflittualità tra l’Occidente e il resto del mondo, se si trovava in dissonanza con il coro a latere del nuovo “Ballo Excelsior” del trionfo della neoliberismo.
Nel frattempo, gli anni ’90 sono stati un periodo di accrescimento della distanza tra ricchi e poveri, citando Zygmunt Bauman: quindi in direzione opposta al reale percorso democratico.
La Prima Guerra del Golfo è stata l’inizio della guerra permanente che caratterizza per ora questo ultimo quasi-quarantennio: l’inizio delle nuove “guerre asimmetriche”, citando Alberto Asor Rosa. Ultimo episodio, in Europa, prima dell’attuale, avviene nello scorso secolo: le guerre dei Balcani a partire dal 1991, fino alla guerra del Kosovo nel 1999, un tentativo di sbaragliare l’ultimo stato socialista, con il coinvolgimento del Vaticano e della Germania.
Controtendenze. L’ascesa di Putin e l’emergere della Cina.
A partire dall’inizio del nuovo secolo, iniziano a palesarsi segnali in dissonanza con il processo appena descritto. L’ascesa al potere di Vladimir Putin in Russia segna un tentativo di restituire dignità e sovranità allo stato russo, dopo il saccheggio occidentale della Russia nell’era di Boris Eltsin e della nascita degli oligarchi.
Tuttavia risale proprio ai primi anni 2000 l’individuazione dell’Ucraina come possibile “spina nel fianco” della Russia, citando Zbigniew Brzeziński: l’operazione si compie con la creazione di laboratori di armi proibite e la “normalizzazione” di forze neonaziste, in una stato vittima di un crescente estremismo suprematista dopo il golpe del 2014: l’ultima “rivoluzione colorata” non è però andata liscia come altre precedenti, si è tinta del rosso sangue delle 50 vittime dell’Euromaidan e delle 20.000 in otto anni di repressione e guerra civile nelle repubbliche russofone, sfociati nella guerra dal 2022.
I tentativi di resistenza al neoliberismo, come il socialismo del ventunesimo secolo di Chávez e lo slogan “un altro mondo è possibile”, hanno avuto nel poco coordinamento internazionalista il loro punto debole. Tuttavia, proprio in quest’ultima ottica, questi tentativi culminano nella nascita del BRICS e nell’emergere della Cina come potenza economica e tecnologica.
I BRICS stanno anche lavorando per definire una valuta unica non basata sul dollaro, incorrendo nell’ira funesta della Presidenza statunitense: Gheddafi venne eliminato nel 2011 per un analogo tentativo su una moneta unica africana, scatenando le ire principalmente della Francia.
Che fare? In questa terribile e drammatica realtà.
D’Orsi conclude che solo il multipolarismo può essere l’antidoto alla guerra di tutti contro tutti e alla guerra dei mondi. L’Occidente, in crisi, cerca di sostituire la sua capacità egemonica con l’uso della forza: il dialogo e forse l’alleanza fra Russia e Cina, oltre alla cooperazione economica dei BRICS, possono pragmaticamente essere l’unico antidoto al bullismo mondiale dell’Occidente.
L’ultimo capitolo è dedicato alla tragica cronaca attuale: D’Orsi cita i circa 60 conflitti attualmente in atto nel Mondo e si sofferma su Ucraina e Palestina: definendo quest’ultimo, senza mezzi termini per Gaza, un genocidio perpetrato nell’indifferenza e nella complicità generali.
“Catastrofe Neoliberista” di Angelo d’Orsi non è un libo che la tira in lungo o mena il can per l’aia. Come è usuale con le opere di questo autore, si legge in un amen. La fruibilità estrema non compromette però la densità di fatti e di fonti ed il rigore storico.
L’assenza di fronzoli ed il basarsi sui fatti e non sul “wishful thinking” nel quale molta cultura di “sinistra” attualmente si rifugia, rende la sua lettura quasi terapeutica, innanzi alle insalubri bestemmie culturali e morali che dobbiamo ingoiare un po’ alla volta ogni giorno.
La cura per non mitridatizzarsi e non arrendersi alla narrazione tossica è possibile: “Catastrofe Neoliberista” è senz’altro nel ricettario.
Fonte
24/09/2024
L’ultimo abominio di Israele
Il numero dei morti e soprattutto dei feriti in Libano e, meno, in Siria, non è ancora definitivo. Per ora siamo intorno a 4.000 per i primi, una dozzina per i secondi. Un film di genere “fanta-horror”, si può definire questa ultima “brillante” operazione israeliana, probabilmente un evento mai accaduto prima, e certo non con migliaia di apparecchi di comunicazione che esplodono in contemporanea.
Un’operazione che ci lascia inebetiti, prima che indignati, azione inedita che suscita sdegno, riprovazione, ma a quanto pare forse solo nel foro interiore, nel segreto dell’anima di coloro che hanno a cuore la giustizia, la verità e direi l’umanità. Negli altri (non considero i sionisti, ovviamente) sembra prevalga una sorta di ammirazione, una fascinazione per la bravura e la creatività del Mossad e degli apparati militari, polizieschi e spionistici di Tel Aviv.
Pensate, voi siete al supermercato, in biblioteca, in un edificio pubblico, o a casa vostra, persino in un corteo funebre (com’è accaduto), e se avete uno di quegli apparecchietti – i “cercapersone” – d’improvviso vi esplode in tasca, nello zainetto, sul tavolo, o tra le mani.
Voi neppure capite. Magari rimanete in vita, ma non udirete più, o non vedrete più, perché l’esplosione ha danneggiato irrimediabilmente la vista o l’udito. E il vostro volto, le vostre mani, il vostro corpo, se sopravviverete, recheranno per sempre i segni dello scoppio.
Qualcuno ha sentito parole di condanna? Qualche politico occidentale ha avuto il coraggio di dare voce allo sdegno che tanti di noi hanno provato, e che, ripeto, almeno nel foro interiore, forse tutti (a parte i sionisti, sono convito che tanti ebrei provano...) stanno provando? Naturalmente, le autorità israeliane se la cavano sempre con la spiegazione “volevamo colpire un capo”, “cercavamo un terrorista”, “è stata una operazione mirata”...
Stavolta l’obiettivo invece di Hamas era Hezbollah, ed esattamente come a Gaza o in Cisgiordania, per colpire un militante arabo (che legittimamente combatte l’occupante ebreo), si fa strage di civili innocenti. Tutto questo ad opera di uno Stato, quello di Israele, che è ormai dichiaratamente terrorista, e neppure lo nasconde, anzi sembra orgoglioso per ogni vittima, e aggiorna ora per ora la sua triste, miserabile contabilità.
Ben difficile pensare che gli Stati Uniti non fossero stati informati prima, della operazione omicida-tecnologica israeliana, come si sono affrettate a dichiarare le autorità statunitensi, con un classico esempio di “excusatio non petita – accusatio manifesta”. E al solito, la UE tace.
Il mondo deve mettere all’angolo questo Stato abusivo, nato col terrore, che vive generando terrore, talvolta pagandone le conseguenze, ma quasi sempre è carnefice non vittima, come invece regolarmente si presenta, sulla base di un passato ormai lontano, in cui davvero gli ebrei (che non sono i sionisti!) furono vittime dei carnefici nazisti (non i tedeschi, ma i nazisti).
Ora siamo alla pura infamia, alla più oscena delle scelleratezze, alla violenza che si fa legge, si fa senso comune, si fa cultura diffusa in Israele, ma qualcosa arriva anche fuori dei suoi confini, facendo gioire i suoi supporters nel mondo, che però sono sempre meno, al di fuori della ristretta cerchia degli Stati Uniti e delle nazioni satelliti.
Ripeto la mia domanda retorica, che però mi tormenta davvero: “Si può accettare tutto questo?”.
Fonte
Un’operazione che ci lascia inebetiti, prima che indignati, azione inedita che suscita sdegno, riprovazione, ma a quanto pare forse solo nel foro interiore, nel segreto dell’anima di coloro che hanno a cuore la giustizia, la verità e direi l’umanità. Negli altri (non considero i sionisti, ovviamente) sembra prevalga una sorta di ammirazione, una fascinazione per la bravura e la creatività del Mossad e degli apparati militari, polizieschi e spionistici di Tel Aviv.
Pensate, voi siete al supermercato, in biblioteca, in un edificio pubblico, o a casa vostra, persino in un corteo funebre (com’è accaduto), e se avete uno di quegli apparecchietti – i “cercapersone” – d’improvviso vi esplode in tasca, nello zainetto, sul tavolo, o tra le mani.
Voi neppure capite. Magari rimanete in vita, ma non udirete più, o non vedrete più, perché l’esplosione ha danneggiato irrimediabilmente la vista o l’udito. E il vostro volto, le vostre mani, il vostro corpo, se sopravviverete, recheranno per sempre i segni dello scoppio.
Qualcuno ha sentito parole di condanna? Qualche politico occidentale ha avuto il coraggio di dare voce allo sdegno che tanti di noi hanno provato, e che, ripeto, almeno nel foro interiore, forse tutti (a parte i sionisti, sono convito che tanti ebrei provano...) stanno provando? Naturalmente, le autorità israeliane se la cavano sempre con la spiegazione “volevamo colpire un capo”, “cercavamo un terrorista”, “è stata una operazione mirata”...
Stavolta l’obiettivo invece di Hamas era Hezbollah, ed esattamente come a Gaza o in Cisgiordania, per colpire un militante arabo (che legittimamente combatte l’occupante ebreo), si fa strage di civili innocenti. Tutto questo ad opera di uno Stato, quello di Israele, che è ormai dichiaratamente terrorista, e neppure lo nasconde, anzi sembra orgoglioso per ogni vittima, e aggiorna ora per ora la sua triste, miserabile contabilità.
Ben difficile pensare che gli Stati Uniti non fossero stati informati prima, della operazione omicida-tecnologica israeliana, come si sono affrettate a dichiarare le autorità statunitensi, con un classico esempio di “excusatio non petita – accusatio manifesta”. E al solito, la UE tace.
Il mondo deve mettere all’angolo questo Stato abusivo, nato col terrore, che vive generando terrore, talvolta pagandone le conseguenze, ma quasi sempre è carnefice non vittima, come invece regolarmente si presenta, sulla base di un passato ormai lontano, in cui davvero gli ebrei (che non sono i sionisti!) furono vittime dei carnefici nazisti (non i tedeschi, ma i nazisti).
Ora siamo alla pura infamia, alla più oscena delle scelleratezze, alla violenza che si fa legge, si fa senso comune, si fa cultura diffusa in Israele, ma qualcosa arriva anche fuori dei suoi confini, facendo gioire i suoi supporters nel mondo, che però sono sempre meno, al di fuori della ristretta cerchia degli Stati Uniti e delle nazioni satelliti.
Ripeto la mia domanda retorica, che però mi tormenta davvero: “Si può accettare tutto questo?”.
Fonte
30/08/2019
Governo di svolta?
Governo di svolta...
In attesa della nascita del Governo Conte 2, che però, giura Zingaretti non sarà Conte Bis, e della pregiata lista dei nuovi titolari dei Dicasteri, sia consentito dire qualche parola, almeno per dare sfogo al disgusto, davanti a quanto sta accadendo nella torpida indifferenza del popolo italiano che si gode (si fa per dire) le ultime giornata agostane. Disgusto.
Un governo nato in modo anomalo 14 mesi or sono, dopo ben tre mesi di trattative, sulla base di un inedito "contratto"; una cosa mai vista nella storia repubblicana, per di più tra due forze che pur condividendo l’elettorato e una certa ispirazione genericamente populista avevano assai più elementi di dissidio che di concordanza. E come si era previsto, l’esperimento è fallito, non senza aver fatto molti danni.
Ricordiamo anche che prima dell’abbraccio mortale del M5S con la Lega di Salvini, una mezza trattativa era stata avviata con il PD, che fu bloccata da Matteo Renzi che oggi è stato il principale sponsor dell’accordo con i 5S: quel Renzi, che prima della batosta sul referendum del dicembre 2016, aveva garantito che si sarebbe ritirato dalla vita politica, con i suoi fedelissimi, a cominciare da Maria Elena Boschi. Quel Renzi che come il suo sodale Carlo Calenda sta in realtà lavorando per fondare un proprio partito, mentre il suo successore Zingaretti finge di non accorgersene. E lavora a un “governo di svolta”, con il probabile recupero di una parte dei precedenti ministri e dopo aver tuonato che mai il PD avrebbe accettato il ritorno di Giuseppe Conte alla Presidenza, ora afferma che in fondo si può fare basta che non sia un bis...
Ma i Cinque Stelle che in realtà sono il partito che più teme le elezioni (ne sarebbero distrutti) davanti alla mollezza inerte dell’interlocutore alzano la posta. Non basta il presidente, vogliono anche il vice, e Di Maio scalpita per mantenere quella posizione, magari da solo, non più a mezzadria con il mostro Salvini, e davanti al successo di questi che ha raccattato consensi con la sua volgarità mescolata alla sua ferocia, con il suo fare popolano rivestito di grottesca inflessibilità, il povero Di Maio addirittura ha pensato che la poltrona di ministro dell’Interno sarebbe la più utile a lui e al movimento di cui qualcuno lo ha nominato “capo politico” (se questo è il capo...).
Governo di svolta...
E intanto il prof. avv. Conte, il signor Nessuno dalle dubbie credenziali accademiche, uscito dal cilindro del cappellaio matto, che aveva dichiarato di non essere disponibile a proseguire questa avventura, che lui era semplicemente un professore in prestito alla politica, ora si avventa sulla ciambella, pronto ad addentarla e tenerla stretta per altri 3 anni e mezzo. Sostenuto anche da una parte degli ambienti “democratici” soltanto perché qualche giorno fa ha dato alcune sberle a Salvini, pur rivendicando il comune operato, cosa che peraltro non si stanca di fare Di Maio. Sberle date dopo aver sostenuto e firmato ogni nefandezza voluta da Salvini, dopo aver parlato sia pure con toni più morbidi la stessa lingua del suo vice, dopo aver piattamente eseguito tutto ciò che lui e Di Maio gli ordinavano.
Governo di svolta...
Ma come si può pensare un governo di svolta, o "del cambiamento" (ebbene sì abbiamo sentito anche questa espressione che fino all’altro ieri era sulla bocca della coppia Di Maio – Salvini!), con questi figuri? E su quale programma si potranno intendere PD e M5S? Non sta per nascere un altro ircocervo destinato alla paralisi o a fare sfracelli ignominiosi? Certo, ci liberiamo dell’orrido figuro, e non nascondo la gioia, specie davanti agli ultimi suoi atti, come l’ennesima bravata di dire no a chi chiede accoglienza. Quel figuro che non rinuncia, finalmente rientrato alla scrivania del ministero dove nessuno lo ha mai visto dopo il primo giorno del marzo ’18, non ha esitato, lui dimissionario, a firmare l’ennesimo osceno decreto di divieto di ingresso “nelle acque territoriali italiane”, a una nave di ONG, con un centinaio di donne bambini e uomini in cerca di salvezza (faccio notare tuttavia che il decreto è stato regolarmente controfirmato da due ministri 5S, Danilo Toninelli ed Elisabetta Trenta, questa seconda in predicato di conservare la titolarità della Difesa nel governo di svolta...).
E intanto v’è chi ha avuto la faccia tosta di citare Marco Minniti come titolare dell’interno, Minniti che fece l’accordo con la Libia, fingendo di non sapere che cosa accadeva nei campi di accoglienza con i migranti che respingevamo in quel Paese, dopo aver contribuito in modo determinante a gettarlo nel caos, con l’aggressione militare del 2011, e l’uccisione proditoria di Gheddafi...
Governo di svolta...
Insomma, la toppa se non rischia di essere peggio del buco, certo difficilmente aprirà scenari progressivi. E davvero questo nascente governo, che per almeno metà sarà animato dagli stessi spiriti populisti ma nella sostanza antipopolari, potrà fare cose così diverse da quello precedente? Noi che non crediamo alla “svolta”, noi che non guardiamo con simpatia a nessuno di costoro, noi che riteniamo che il Partito Democratico abbia compiuto un altro passo verso il baratro, noi che pensiamo che la Costituzione, la grammatica istituzionale, la dialettica democratica, il buonsenso persino, indichino modi assai diversi di fare i governi...; noi, per quanto pochi (forse) e isolati (forse), per quanto ridotti all’angolo, e (forse) destinati a nuove sconfitte...; noi, pur rallegrandoci di non essere più sopraffatti d’ora in poi dalla infinita salvineide che ci ha ammorbato nei mesi scorsi (al mare, in caserma, tra croci e madonne, in pizzeria, tra cannoli e arancini, sui palchi di piazze ricolme di folle o forse no...); noi confessiamo tutto il nostro amaro sconforto, davanti alla annunciata soluzione della crisi. Davanti al “governo di svolta” che sta per nascere.
Eppure, è una promessa, noi non taceremo. Non ci accoderemo. Non batteremo le mani. Non brinderemo. Ma non taceremo. Sappiamo aspettare, sappiamo che la strada è lunga e in salita, ma sappiamo che dobbiamo percorrerla. E ciascuno dovrà fare la sua parte. Cercando nuove unità, non estemporanee, non di facciata, non di cartello elettorale. Ma di sostanza, fondate sui punti essenziali di un programma che voglia aiutare chi, tra un governo e il successivo, rimane comunque sotto, schiacciato, vilipeso. Un programma non genericamente per l’Italia, ma per l’Italia del 25 Aprile e del 2 Giugno, per l’Italia antifascista, che crede nella giustizia sociale, nei valori della cultura, nella solidarietà, nell’umanità. Un programma di tutela idrogeologica del territorio e di prevenzione antisismica. Un programma di salvaguardia ambientale, e paesaggistica; di economia "verde", di equità fiscale, di progresso civile, di lavoro per la gioventù, di aiuto alla ricerca scientifica e alla scuola (pubblica), un programma di difesa e rilancio del welfare, in particolare della sanità (pubblica), e del trasporto (pubblico). Un programma che denunci e rinunci ad ogni proclama inneggiante alle “grandi opere” e si concentri sulle “piccole opere”: le strade provinciali, gli edifici scolastici da mettere in sicurezza, gli argini dei fiumi, le ferrovie locali, gli ospedali cadenti..., e così via. Un programma che cominci almeno a riequilibrare la politica estera del nostro Paese, schiacciata dagli Stati Uniti (ricordiamo che Trump prontamente ha sostenuto con una ulteriore inaccettabile ingerenza Giuseppe Conte, come successore di se stesso), e incapace di cercare vie autonome di pensiero e di azione, anche all’interno di organizzazioni sovranazionali.
Angelo d'Orsi
(29 agosto 2019)
Fonte
In attesa della nascita del Governo Conte 2, che però, giura Zingaretti non sarà Conte Bis, e della pregiata lista dei nuovi titolari dei Dicasteri, sia consentito dire qualche parola, almeno per dare sfogo al disgusto, davanti a quanto sta accadendo nella torpida indifferenza del popolo italiano che si gode (si fa per dire) le ultime giornata agostane. Disgusto.
Un governo nato in modo anomalo 14 mesi or sono, dopo ben tre mesi di trattative, sulla base di un inedito "contratto"; una cosa mai vista nella storia repubblicana, per di più tra due forze che pur condividendo l’elettorato e una certa ispirazione genericamente populista avevano assai più elementi di dissidio che di concordanza. E come si era previsto, l’esperimento è fallito, non senza aver fatto molti danni.
Ricordiamo anche che prima dell’abbraccio mortale del M5S con la Lega di Salvini, una mezza trattativa era stata avviata con il PD, che fu bloccata da Matteo Renzi che oggi è stato il principale sponsor dell’accordo con i 5S: quel Renzi, che prima della batosta sul referendum del dicembre 2016, aveva garantito che si sarebbe ritirato dalla vita politica, con i suoi fedelissimi, a cominciare da Maria Elena Boschi. Quel Renzi che come il suo sodale Carlo Calenda sta in realtà lavorando per fondare un proprio partito, mentre il suo successore Zingaretti finge di non accorgersene. E lavora a un “governo di svolta”, con il probabile recupero di una parte dei precedenti ministri e dopo aver tuonato che mai il PD avrebbe accettato il ritorno di Giuseppe Conte alla Presidenza, ora afferma che in fondo si può fare basta che non sia un bis...
Ma i Cinque Stelle che in realtà sono il partito che più teme le elezioni (ne sarebbero distrutti) davanti alla mollezza inerte dell’interlocutore alzano la posta. Non basta il presidente, vogliono anche il vice, e Di Maio scalpita per mantenere quella posizione, magari da solo, non più a mezzadria con il mostro Salvini, e davanti al successo di questi che ha raccattato consensi con la sua volgarità mescolata alla sua ferocia, con il suo fare popolano rivestito di grottesca inflessibilità, il povero Di Maio addirittura ha pensato che la poltrona di ministro dell’Interno sarebbe la più utile a lui e al movimento di cui qualcuno lo ha nominato “capo politico” (se questo è il capo...).
Governo di svolta...
E intanto il prof. avv. Conte, il signor Nessuno dalle dubbie credenziali accademiche, uscito dal cilindro del cappellaio matto, che aveva dichiarato di non essere disponibile a proseguire questa avventura, che lui era semplicemente un professore in prestito alla politica, ora si avventa sulla ciambella, pronto ad addentarla e tenerla stretta per altri 3 anni e mezzo. Sostenuto anche da una parte degli ambienti “democratici” soltanto perché qualche giorno fa ha dato alcune sberle a Salvini, pur rivendicando il comune operato, cosa che peraltro non si stanca di fare Di Maio. Sberle date dopo aver sostenuto e firmato ogni nefandezza voluta da Salvini, dopo aver parlato sia pure con toni più morbidi la stessa lingua del suo vice, dopo aver piattamente eseguito tutto ciò che lui e Di Maio gli ordinavano.
Governo di svolta...
Ma come si può pensare un governo di svolta, o "del cambiamento" (ebbene sì abbiamo sentito anche questa espressione che fino all’altro ieri era sulla bocca della coppia Di Maio – Salvini!), con questi figuri? E su quale programma si potranno intendere PD e M5S? Non sta per nascere un altro ircocervo destinato alla paralisi o a fare sfracelli ignominiosi? Certo, ci liberiamo dell’orrido figuro, e non nascondo la gioia, specie davanti agli ultimi suoi atti, come l’ennesima bravata di dire no a chi chiede accoglienza. Quel figuro che non rinuncia, finalmente rientrato alla scrivania del ministero dove nessuno lo ha mai visto dopo il primo giorno del marzo ’18, non ha esitato, lui dimissionario, a firmare l’ennesimo osceno decreto di divieto di ingresso “nelle acque territoriali italiane”, a una nave di ONG, con un centinaio di donne bambini e uomini in cerca di salvezza (faccio notare tuttavia che il decreto è stato regolarmente controfirmato da due ministri 5S, Danilo Toninelli ed Elisabetta Trenta, questa seconda in predicato di conservare la titolarità della Difesa nel governo di svolta...).
E intanto v’è chi ha avuto la faccia tosta di citare Marco Minniti come titolare dell’interno, Minniti che fece l’accordo con la Libia, fingendo di non sapere che cosa accadeva nei campi di accoglienza con i migranti che respingevamo in quel Paese, dopo aver contribuito in modo determinante a gettarlo nel caos, con l’aggressione militare del 2011, e l’uccisione proditoria di Gheddafi...
Governo di svolta...
Insomma, la toppa se non rischia di essere peggio del buco, certo difficilmente aprirà scenari progressivi. E davvero questo nascente governo, che per almeno metà sarà animato dagli stessi spiriti populisti ma nella sostanza antipopolari, potrà fare cose così diverse da quello precedente? Noi che non crediamo alla “svolta”, noi che non guardiamo con simpatia a nessuno di costoro, noi che riteniamo che il Partito Democratico abbia compiuto un altro passo verso il baratro, noi che pensiamo che la Costituzione, la grammatica istituzionale, la dialettica democratica, il buonsenso persino, indichino modi assai diversi di fare i governi...; noi, per quanto pochi (forse) e isolati (forse), per quanto ridotti all’angolo, e (forse) destinati a nuove sconfitte...; noi, pur rallegrandoci di non essere più sopraffatti d’ora in poi dalla infinita salvineide che ci ha ammorbato nei mesi scorsi (al mare, in caserma, tra croci e madonne, in pizzeria, tra cannoli e arancini, sui palchi di piazze ricolme di folle o forse no...); noi confessiamo tutto il nostro amaro sconforto, davanti alla annunciata soluzione della crisi. Davanti al “governo di svolta” che sta per nascere.
Eppure, è una promessa, noi non taceremo. Non ci accoderemo. Non batteremo le mani. Non brinderemo. Ma non taceremo. Sappiamo aspettare, sappiamo che la strada è lunga e in salita, ma sappiamo che dobbiamo percorrerla. E ciascuno dovrà fare la sua parte. Cercando nuove unità, non estemporanee, non di facciata, non di cartello elettorale. Ma di sostanza, fondate sui punti essenziali di un programma che voglia aiutare chi, tra un governo e il successivo, rimane comunque sotto, schiacciato, vilipeso. Un programma non genericamente per l’Italia, ma per l’Italia del 25 Aprile e del 2 Giugno, per l’Italia antifascista, che crede nella giustizia sociale, nei valori della cultura, nella solidarietà, nell’umanità. Un programma di tutela idrogeologica del territorio e di prevenzione antisismica. Un programma di salvaguardia ambientale, e paesaggistica; di economia "verde", di equità fiscale, di progresso civile, di lavoro per la gioventù, di aiuto alla ricerca scientifica e alla scuola (pubblica), un programma di difesa e rilancio del welfare, in particolare della sanità (pubblica), e del trasporto (pubblico). Un programma che denunci e rinunci ad ogni proclama inneggiante alle “grandi opere” e si concentri sulle “piccole opere”: le strade provinciali, gli edifici scolastici da mettere in sicurezza, gli argini dei fiumi, le ferrovie locali, gli ospedali cadenti..., e così via. Un programma che cominci almeno a riequilibrare la politica estera del nostro Paese, schiacciata dagli Stati Uniti (ricordiamo che Trump prontamente ha sostenuto con una ulteriore inaccettabile ingerenza Giuseppe Conte, come successore di se stesso), e incapace di cercare vie autonome di pensiero e di azione, anche all’interno di organizzazioni sovranazionali.
Angelo d'Orsi
(29 agosto 2019)
Fonte
19/05/2019
Il fantasma del fascismo
di Angelo d’Orsi
Perché il fantasma del fascismo riaffiora così di frequente in Italia? La prima risposta, persino ovvia, è che il “Bel paese” è stato la culla di quel movimento, e che non ha mai fatto fino in fondo i conti con esso. La seconda è che, come amava ripetere il mio maestro Bobbio, “l’Italia è un Paese di destra”, e che il fascismo – lo ha di recente ricordato Emilio Gentile, oggi il massimo studioso del fascismo italiano – non può ritornare, in quanto dall’Italia non si è mai allontanato. Ma sono risposte insufficienti. Gentile si chiede nell’ultimo suo libello “Chi è fascista”, autointervistandosi; Michela Murgia ci ha regalato un “Fascistometro”, per i giochi di società della borghesia riflessiva... Si è riaffacciata recentemente la suggestiva, ma antistorica categoria di Eco sul “fascismo eterno”. Le vicende del Salone del libro di Torino, nella totale assurdità che le hanno caratterizzato, hanno avuto almeno il merito di accendere i riflettori appunto sul tema: esiste un pericolo fascista oggi? E ha senso riproporre la bandiera dell’antifascismo? Secondo lo storico Alberto De Bernardi si tratta di due ferrivecchi da lasciare nel dimenticatoio: tesi sbagliata e pericolosa, come ho cercato di argomentare in un mio articolo su “MicroMega”.
A mio parere si può dare una risposta affermativa a entrambe le domande. E l’accoglienza trionfale di Domenico Lucano alla Sapienza è una prova dell’esistenza dell’antifascismo e della sua necessità, e che, pur se siamo davvero un Paese di destra, c’è un’Italia che non solo non si piega, ma che reagisce. Così come la risposta corale all’incredibile atto di sospensione della insegnante di Palermo, i cui alunni hanno osato costruire un video con un serrato magari ingenuo ma efficace confronto tra l’Italia fascista e l’Italia salviniana, è incoraggiante. Le diffuse contestazioni ai comizi del tonitruante ministro, insofferente “vice”, ma aspirante capopopolo, un po’ dappertutto nelle piazze italiane, sono ottimi segnali.
Per contro, abbiamo visto e udito le minacce di un gruppo dichiaratamente fascista come Forza Nuova, alla Sapienza. Abbiamo visto e udito gli energumeni di Casa Pound sempre nella Capitale fomentare la folla e direttamente aggredire e insultare la famiglia rom legittima assegnataria di un alloggio popolare. Abbiamo visto e udito, soprattutto, lo stesso ministro che non sembra avere alcuna conoscenza della grammatica istituzionale, insultare i suoi contestatori con espressioni da specialista della rissa ai mercati rionali. Abbiamo visto le forze dell’ordine aggredire vigili del fuoco che contestavano il ministro dimentico dei suoi doveri istituzionali, tutto preso nella sua frenesia elettoralistica di capo partito. Abbiamo visto le forze dell’ordine (che espressione paradossale!) entrare in un appartamento per togliere uno striscione di contestazione allo stesso ministro, arrestare, illegalmente, l’autore dello stesso striscione, un anziano militante, e portarlo (illegalmente) in questura, ammanettato, e trattenerlo (illegalmente) per tre ore. E via seguitando.
L’elenco, insomma, si allunga giorno dopo giorno, ora dopo ora. Non stiamo assistendo semplicemente a un nuovo capitolo della déroute della democrazia, iniziata da molti decenni, ormai, e che è stata descritta mirabilmente da Colin Crouch quasi vent’anni fa, come “post-democrazia”. E dopo i guasti prodotti, in Italia, da Berlusconi, Renzi ha portato molto avanti questo processo di destrutturazione del sistema democratico, lasciandone le forme, ma corrompendole via via, e soprattutto svuotandone la sostanza. L’Esecutivo ha sopraffatto il Legislativo, il Parlamento conta meno di un talk show televisivo, la Magistratura è sotto attacco, al fine di limitarne l’indipendenza o addirittura eliminarla mettendola sotto il controllo dell’Esecutivo, i mezzi di informazione sono sottoposti a pressione crescente, e i sindacati vengono esclusi dal loro ruolo di mediazione sociale, la scuola e l’università, la sanità, vengono privatizzate, aziendalizzate e gerarchizzate, mentre se ne trasformano le strutture interne, nel segno della cancellazione dell’autonomia. Si tratta di un processo che investe tutte le democrazie liberali, anche se in Italia esso ha avuto un’accelerazione assai forte, a partire dall’esperienza berlusconiana, ma nel nostro Paese, appunto, abbiamo oggi qualcosa di più, e qualcosa di diverso. Un vero e proprio ritorno di segnali del fascismo “classico”, nelle sue forme, nelle sue parole d’ordine, nelle modalità di fare politica. In tal senso, non v’è dubbio che Matteo Salvini sia l’interprete perfetto di questa “cover” del fascismo storico, come il libro intervista “dello scandalo” curato dalla Giannini testimonia mirabilmente, impietosamente, fin nell’aspetto, nei modi, nelle pratiche, nel lessico.
Il fascismo si riaffaccia con l’uso disinvolto della violenza, variamente erogata, e distribuita tra agenti istituzionali (polizia e carabinieri) e squadre esterne (Casa Pound, Forza Nuova... i “fascisti del terzo millennio”, come li presenta in un bel libro Elia Rosati) verso avversari o mancati sostenitori, secondo la esiziale logica binaria dell’amico/nemico (o sei al mio fianco e mi sostieni o sei sul fronte opposto e cerco di distruggerti) ma anche con l’impiego di un lessico eversivo (minacce, volgarità, ingiurie) che è già violenza. Un lessico che fa breccia e si diffonde a macchia d’olio. L’idea di concedere a quel popolo di cui ci si proclama interpreti autentici di accedere alle armi da fuoco e dare ad esso la facoltà di servirsene, con una ampiezza giuridica senza l’eguale nella nostra storia, estranea ai regimi politici fondati sul diritto moderno, è certamente una idea vincente, fino a quando non si scoprirà che i suoi risultati saranno devastanti.
Il ricorso al “popolo”, dichiarandosene interpreti e unici soggetti legittimati a coglierne i bisogni e rappresentarli politicamente, è un dato in effetti decisivo del fascismo classico, da Mussolini a Hitler; un ricorso che tende a contrapporre l’entità “popolo” alle procedure, alle istanze, alle pratiche della democrazia, cogliendone certo la crisi, e facendola precipitare, verso una soluzione perfettamente antidemocratica fondata non già sul popolo, ma sul “capo” che dovrà rendere conto, per così dire, soltanto, appunto, al “popolo”. Che non è più e non può essere la massa cosciente e responsabile, bensì la folla anonima, manipolabile, quella che sceglie di salvare Barabba invece di Gesù, sulla base di pulsioni volgari, elementari, estranee ad ogni raziocinio e senso di giustizia.
Come il fascismo storico, anche la linea impressa dal nuovo duce in pectore mira a realizzare un regime di polizia, con un ampliamento delle forme di controllo, prevenzione e repressione. E come il fascismo storico oggi si tende a creare bersagli sui quali catalizzare l’odio sociale, distraendo la cittadinanza dai problemi reali, e indirizzandone le paure e le idiosincrasie verso quei bersagli. I migranti, in modo indiscriminato, sono i nuovi ebrei, i nuovi neri, i nuovi slavi, verso cui si possono da un lato scatenare gli odi collettivi, ma grazie ai quali, dall’altro lato, si possono ottenere, apparentemente, “successi” politici.
Migranti e avversari politici e culturali sono equiparati: essi sono tutti stranieri in casa, ipso facto trasformati in nemici. Il fascismo oggi come ieri, tende sì a creare unità solidale nella nazione, ma una nazione intesa come comunità di fedeli, in senso politico-militare e persino in senso religioso: il fascismo fu un partito-milizia e diede vita a un regime fondato su una vera e propria religione politica. Il duce era la divinità onnipotente, con quella M che giganteggiava su ponti e viadotti, su cinte murarie e opere di arredo urbano. Il segretario del partito era il primo officiante di quella religione, e i gerarchi i suoi sacerdoti, che dovevano irreggimentare, condurre, eventualmente correggere, con il manganello e l’olio di ricino, i riottosi. Gli irreducibili venivano esclusi: galera, o confino.
Il video dei ragazzi della scuola palermitana con un azzeccato confronto tra passato e presente, al di là delle sue ingenuità, e delle semplificazioni, ci invita a riflettere sui rischi di un presente che tanti studiosi (di storia, filosofia, scienza politica, diritto...) sembrano non cogliere. E che invece faremmo bene a tenere presente, pronti a reagire, fin da subito, per impedire che domani sia tardi.
Fonte
Perché il fantasma del fascismo riaffiora così di frequente in Italia? La prima risposta, persino ovvia, è che il “Bel paese” è stato la culla di quel movimento, e che non ha mai fatto fino in fondo i conti con esso. La seconda è che, come amava ripetere il mio maestro Bobbio, “l’Italia è un Paese di destra”, e che il fascismo – lo ha di recente ricordato Emilio Gentile, oggi il massimo studioso del fascismo italiano – non può ritornare, in quanto dall’Italia non si è mai allontanato. Ma sono risposte insufficienti. Gentile si chiede nell’ultimo suo libello “Chi è fascista”, autointervistandosi; Michela Murgia ci ha regalato un “Fascistometro”, per i giochi di società della borghesia riflessiva... Si è riaffacciata recentemente la suggestiva, ma antistorica categoria di Eco sul “fascismo eterno”. Le vicende del Salone del libro di Torino, nella totale assurdità che le hanno caratterizzato, hanno avuto almeno il merito di accendere i riflettori appunto sul tema: esiste un pericolo fascista oggi? E ha senso riproporre la bandiera dell’antifascismo? Secondo lo storico Alberto De Bernardi si tratta di due ferrivecchi da lasciare nel dimenticatoio: tesi sbagliata e pericolosa, come ho cercato di argomentare in un mio articolo su “MicroMega”.
A mio parere si può dare una risposta affermativa a entrambe le domande. E l’accoglienza trionfale di Domenico Lucano alla Sapienza è una prova dell’esistenza dell’antifascismo e della sua necessità, e che, pur se siamo davvero un Paese di destra, c’è un’Italia che non solo non si piega, ma che reagisce. Così come la risposta corale all’incredibile atto di sospensione della insegnante di Palermo, i cui alunni hanno osato costruire un video con un serrato magari ingenuo ma efficace confronto tra l’Italia fascista e l’Italia salviniana, è incoraggiante. Le diffuse contestazioni ai comizi del tonitruante ministro, insofferente “vice”, ma aspirante capopopolo, un po’ dappertutto nelle piazze italiane, sono ottimi segnali.
Per contro, abbiamo visto e udito le minacce di un gruppo dichiaratamente fascista come Forza Nuova, alla Sapienza. Abbiamo visto e udito gli energumeni di Casa Pound sempre nella Capitale fomentare la folla e direttamente aggredire e insultare la famiglia rom legittima assegnataria di un alloggio popolare. Abbiamo visto e udito, soprattutto, lo stesso ministro che non sembra avere alcuna conoscenza della grammatica istituzionale, insultare i suoi contestatori con espressioni da specialista della rissa ai mercati rionali. Abbiamo visto le forze dell’ordine aggredire vigili del fuoco che contestavano il ministro dimentico dei suoi doveri istituzionali, tutto preso nella sua frenesia elettoralistica di capo partito. Abbiamo visto le forze dell’ordine (che espressione paradossale!) entrare in un appartamento per togliere uno striscione di contestazione allo stesso ministro, arrestare, illegalmente, l’autore dello stesso striscione, un anziano militante, e portarlo (illegalmente) in questura, ammanettato, e trattenerlo (illegalmente) per tre ore. E via seguitando.
L’elenco, insomma, si allunga giorno dopo giorno, ora dopo ora. Non stiamo assistendo semplicemente a un nuovo capitolo della déroute della democrazia, iniziata da molti decenni, ormai, e che è stata descritta mirabilmente da Colin Crouch quasi vent’anni fa, come “post-democrazia”. E dopo i guasti prodotti, in Italia, da Berlusconi, Renzi ha portato molto avanti questo processo di destrutturazione del sistema democratico, lasciandone le forme, ma corrompendole via via, e soprattutto svuotandone la sostanza. L’Esecutivo ha sopraffatto il Legislativo, il Parlamento conta meno di un talk show televisivo, la Magistratura è sotto attacco, al fine di limitarne l’indipendenza o addirittura eliminarla mettendola sotto il controllo dell’Esecutivo, i mezzi di informazione sono sottoposti a pressione crescente, e i sindacati vengono esclusi dal loro ruolo di mediazione sociale, la scuola e l’università, la sanità, vengono privatizzate, aziendalizzate e gerarchizzate, mentre se ne trasformano le strutture interne, nel segno della cancellazione dell’autonomia. Si tratta di un processo che investe tutte le democrazie liberali, anche se in Italia esso ha avuto un’accelerazione assai forte, a partire dall’esperienza berlusconiana, ma nel nostro Paese, appunto, abbiamo oggi qualcosa di più, e qualcosa di diverso. Un vero e proprio ritorno di segnali del fascismo “classico”, nelle sue forme, nelle sue parole d’ordine, nelle modalità di fare politica. In tal senso, non v’è dubbio che Matteo Salvini sia l’interprete perfetto di questa “cover” del fascismo storico, come il libro intervista “dello scandalo” curato dalla Giannini testimonia mirabilmente, impietosamente, fin nell’aspetto, nei modi, nelle pratiche, nel lessico.
Il fascismo si riaffaccia con l’uso disinvolto della violenza, variamente erogata, e distribuita tra agenti istituzionali (polizia e carabinieri) e squadre esterne (Casa Pound, Forza Nuova... i “fascisti del terzo millennio”, come li presenta in un bel libro Elia Rosati) verso avversari o mancati sostenitori, secondo la esiziale logica binaria dell’amico/nemico (o sei al mio fianco e mi sostieni o sei sul fronte opposto e cerco di distruggerti) ma anche con l’impiego di un lessico eversivo (minacce, volgarità, ingiurie) che è già violenza. Un lessico che fa breccia e si diffonde a macchia d’olio. L’idea di concedere a quel popolo di cui ci si proclama interpreti autentici di accedere alle armi da fuoco e dare ad esso la facoltà di servirsene, con una ampiezza giuridica senza l’eguale nella nostra storia, estranea ai regimi politici fondati sul diritto moderno, è certamente una idea vincente, fino a quando non si scoprirà che i suoi risultati saranno devastanti.
Il ricorso al “popolo”, dichiarandosene interpreti e unici soggetti legittimati a coglierne i bisogni e rappresentarli politicamente, è un dato in effetti decisivo del fascismo classico, da Mussolini a Hitler; un ricorso che tende a contrapporre l’entità “popolo” alle procedure, alle istanze, alle pratiche della democrazia, cogliendone certo la crisi, e facendola precipitare, verso una soluzione perfettamente antidemocratica fondata non già sul popolo, ma sul “capo” che dovrà rendere conto, per così dire, soltanto, appunto, al “popolo”. Che non è più e non può essere la massa cosciente e responsabile, bensì la folla anonima, manipolabile, quella che sceglie di salvare Barabba invece di Gesù, sulla base di pulsioni volgari, elementari, estranee ad ogni raziocinio e senso di giustizia.
Come il fascismo storico, anche la linea impressa dal nuovo duce in pectore mira a realizzare un regime di polizia, con un ampliamento delle forme di controllo, prevenzione e repressione. E come il fascismo storico oggi si tende a creare bersagli sui quali catalizzare l’odio sociale, distraendo la cittadinanza dai problemi reali, e indirizzandone le paure e le idiosincrasie verso quei bersagli. I migranti, in modo indiscriminato, sono i nuovi ebrei, i nuovi neri, i nuovi slavi, verso cui si possono da un lato scatenare gli odi collettivi, ma grazie ai quali, dall’altro lato, si possono ottenere, apparentemente, “successi” politici.
Migranti e avversari politici e culturali sono equiparati: essi sono tutti stranieri in casa, ipso facto trasformati in nemici. Il fascismo oggi come ieri, tende sì a creare unità solidale nella nazione, ma una nazione intesa come comunità di fedeli, in senso politico-militare e persino in senso religioso: il fascismo fu un partito-milizia e diede vita a un regime fondato su una vera e propria religione politica. Il duce era la divinità onnipotente, con quella M che giganteggiava su ponti e viadotti, su cinte murarie e opere di arredo urbano. Il segretario del partito era il primo officiante di quella religione, e i gerarchi i suoi sacerdoti, che dovevano irreggimentare, condurre, eventualmente correggere, con il manganello e l’olio di ricino, i riottosi. Gli irreducibili venivano esclusi: galera, o confino.
Il video dei ragazzi della scuola palermitana con un azzeccato confronto tra passato e presente, al di là delle sue ingenuità, e delle semplificazioni, ci invita a riflettere sui rischi di un presente che tanti studiosi (di storia, filosofia, scienza politica, diritto...) sembrano non cogliere. E che invece faremmo bene a tenere presente, pronti a reagire, fin da subito, per impedire che domani sia tardi.
Fonte
14/02/2019
La questione foibe e la verità di Stato
di Angelo d’Orsi
Ho voluto attendere che il 10 febbraio fosse alle nostre spalle, prima di scriverne. Sapevo ovviamente che la “questione foibe” sarebbe ritornata puntualmente, come ogni anno, all’onore (o meglio al disonore) delle cronache. Sapevo che come per il Venezuela, come per il Tav (solo per fare due esempi), si sarebbe verificato il bombardamento mediatico-politico, e le tifoserie si sarebbero eccitate, scendendo in campo, ma a differenza di questi due esempi, in cui comunque i due campi hanno la possibilità di esprimersi, sia pure con uno dei due svantaggiato dalla schiacciante forza del mainstream, per “le foibe” la sproporzione è immensa: si tratta di un’autentica “guerra ineguale”.
La narrazione delle foibe, mendace e infondata, anticomunista “a prescindere”, è divenuta, in quest’anno di grazia 2019, verità di Stato, con tanto di sanzioni per coloro che se ne distacchino. La situazione è stata aggravata dalla convergenza tra opinionisti (che di regola non sanno nulla di ciò su cui opinano) e politici (i quali prescindono completamente dalla verità). E a dispetto dei risultati della ricerca storica seria, che ha certificato qualche centinaio di infoibati, spesso semplicemente cadaveri (vittime “naturali” della guerra, ma anche persone giustiziate) che sono stati gettati in quelle cavità per ragioni di “praticità” in tempi difficili, dove non c’era spesso modo né tempo di dare degna sepoltura ai morti. Certo vi sono stati italiani trucidati, e infoibati, ma dobbiamo tener conto del contesto, e soprattutto stiamo parlando di cifre che sono davvero imparagonabili alle migliaia e decine di migliaia di cui il discorso che si è imposto parla senza alcun fondamento. Ma tant’è.
Si è andata costruendo, in sintesi, nel corso degli anni, una verità “politica” sulla questione, in un processo avviato una quarantina di anni or sono, in televisione, e portato avanti nelle aule parlamentari, processo che ebbe il suo crisma di ufficialità con l’istituzione della “Giornata del ricordo” nel 2004, Berlusconi regnante. Quella decisione, tuttavia, fu bipartisan, e da allora il cosiddetto centrosinistra non ha compiuto il minimo sforzo di differenziazione rispetto alla narrazione che era stata alla base di quella legge, e che a partire da quel momento diventò appunto “ufficiale”, per poi trasformarsi in una sorta di dogmatica rispetto alla quale ogni contestazione, anche limitatamente alle cifre o alle date, correva il rischio di essere bollata come eresia.
Che è precisamente ciò che si è verificato in questo 2019, con la manganellesca esternazione dell’onnipresente ministro Salvini, aduso ad ogni travestimento e a tutte le incombenze, anche quelle che nulla hanno a che fare col ruolo istituzionale, a cui del resto è poco interessato, comportandosi semplicemente da capopartito. A lui si sono accodati immediatamente un po’ tutti i rappresentanti dell’arco ufficiale della politica nazionale, da Giorgia Meloni ad Antonio Tajani, da Pietro Grasso a Nicola Zingaretti, fino al Presidente della Repubblica, ormai divenuto portatore di uno stile interventista che nei primi anni del mandato appariva in ombra: egli ha lodato, sintomaticamente, il suo predecessore Napolitano, il quale aveva provocato con certe dichiarazioni una crisi diplomatica con la Croazia, qualche anno fa. Mattarella, con gesto non si sa se machiavellicamente studiato o semplicemente irresponsabile, non solo ha mostrato di sposare in toto le panzane dei pasdaran dell’“operazione foibe”, ma ha tuonato, sia pure mellifluamente, contro i portatori di qualsiasi forma di “negazionismo” e di “riduzionismo”. E sotto tali fattispecie vengono collocati i tentativi, per quanto pacati e documentati, di inserire le vicende del Confine nordorientale nel contesto proprio: ossia l’occupazione fascista di quelle terre, la politica sterminazionista delle truppe italiane ai danni degli abitanti, la scia di odio e di risentimento che essa ha lasciato.
Analoghe parole venivano intanto proferite dal sullodato Salvini, sia pure con altro tono e in contesto espressivo di ben diversa aggressività (“i negazionisti mi fanno schifo” e via vomitando ingiurie), mentre Giorgia Meloni si esibiva in una conferenza davanti alla videocamera da diffondere via Facebook, raccontando, da nota studiosa di storia (!), la “verità sulla foiba di Basovizza”.
Quanto a Tajani, presidente del Parlamento Europeo, ricuperava agilmente il paragone foibe-lager nazisti, e non solo ribadiva quelle pseudo-verità come fatti incontrovertibili, ma si spingeva, con un straordinario esempio di stoltezza politica, a rivendicare all’Italia Fiume e la Dalmazia. Parole che hanno provocato l’ira dei governanti sloveni e croati. Qui non si tratta delle ombre residue delle due guerre mondiali, ma del possibile, sciagurato, non si sa quanto involontario, preavviso di una nuova guerra.
In tale clima, determinato dalla nuova santa alleanza dei costruttori della menzogna che si riassume nella parola “foiba”, si è diffuso un clima di caccia alle streghe che quest’anno si è materializzato con aggressioni fisiche, verbali, denunce, dichiarazioni di incompetenti spacciati per esperti, i quali non possono evitare l’urlo sguaiato. E chi non si allinea, viene bollato con l’etichetta di “negazionista”. Strano destino quello della parola: da fase suprema del revisionismo, che si spinge a negare l’esistenza delle camere a gas nei lager nazisti e lo stesso progetto di sterminio del popolo ebraico e degli altri “sottoumani” internati. Ora la parola viene derubricata, con una perdita di senso e di valore rispetto alla quale la prudenza sarebbe obbligatoria. E Salvini, di scempiaggine in scempiaggine, è riuscito a dire, con sfrontatezza, “i bimbi di Auschwitz e quelli delle foibe sono uguali”... Parole che hanno suscitato una vibrata protesta di un grande scrittore testimone ebreo slavo e cosmopolita come Boris Pahor.
Certo, anche se pochi, gli studiosi e le studiose professionali di questo tema esistono, ma o si lasciano condizionare dal senso comune (qualcuno in relazione alla famigerata “foiba di Basovizza”, dove cadaveri non sono stati ritrovati, è riuscito a dire che comunque si potrebbero trovare, che è difficile trovarli, e così via: come dire, che non essendoci documenti su di un fatto storico, noi lo ricostruiamo come ci piace, dicendo che comunque le prove si potrebbero trovare...); oppure si cerca di toglier loro la parola, ed è ciò che è capitato a Claudia Cernigoi, che è stata crocifissa, le è stato letteralmente impedito di parlare: in particolare segnalo il caso vergognoso del sindaco di Cologno Monzese e del presidente della Regione Friuli Venezia Giulia, i quali hanno aggredito colei che, accanto ad Alessandra Kersevan e a Sandi Volk, è a mia conoscenza probabilmente la sola vera studiosa delle foibe. Evidentemente non è questo il tempo di lasciare la parola a chi sa. È invece il tempo degli urlatori, dei demagoghi, dei veri propalatori di false verità. Ma ciò che atterrisce è che stiamo assistendo non solo alla trasformazione della menzogna in verità, ma alla sua istituzionalizzazione.
A maggior ragione, occorre che la comunità intellettuale, in primo luogo quella dei cultori della musa Clio, si stringa intorno a quei pochi, che impavidi, anche se assediati, resistono in difesa della verità storica.
Fonte
Ho voluto attendere che il 10 febbraio fosse alle nostre spalle, prima di scriverne. Sapevo ovviamente che la “questione foibe” sarebbe ritornata puntualmente, come ogni anno, all’onore (o meglio al disonore) delle cronache. Sapevo che come per il Venezuela, come per il Tav (solo per fare due esempi), si sarebbe verificato il bombardamento mediatico-politico, e le tifoserie si sarebbero eccitate, scendendo in campo, ma a differenza di questi due esempi, in cui comunque i due campi hanno la possibilità di esprimersi, sia pure con uno dei due svantaggiato dalla schiacciante forza del mainstream, per “le foibe” la sproporzione è immensa: si tratta di un’autentica “guerra ineguale”.
La narrazione delle foibe, mendace e infondata, anticomunista “a prescindere”, è divenuta, in quest’anno di grazia 2019, verità di Stato, con tanto di sanzioni per coloro che se ne distacchino. La situazione è stata aggravata dalla convergenza tra opinionisti (che di regola non sanno nulla di ciò su cui opinano) e politici (i quali prescindono completamente dalla verità). E a dispetto dei risultati della ricerca storica seria, che ha certificato qualche centinaio di infoibati, spesso semplicemente cadaveri (vittime “naturali” della guerra, ma anche persone giustiziate) che sono stati gettati in quelle cavità per ragioni di “praticità” in tempi difficili, dove non c’era spesso modo né tempo di dare degna sepoltura ai morti. Certo vi sono stati italiani trucidati, e infoibati, ma dobbiamo tener conto del contesto, e soprattutto stiamo parlando di cifre che sono davvero imparagonabili alle migliaia e decine di migliaia di cui il discorso che si è imposto parla senza alcun fondamento. Ma tant’è.
Si è andata costruendo, in sintesi, nel corso degli anni, una verità “politica” sulla questione, in un processo avviato una quarantina di anni or sono, in televisione, e portato avanti nelle aule parlamentari, processo che ebbe il suo crisma di ufficialità con l’istituzione della “Giornata del ricordo” nel 2004, Berlusconi regnante. Quella decisione, tuttavia, fu bipartisan, e da allora il cosiddetto centrosinistra non ha compiuto il minimo sforzo di differenziazione rispetto alla narrazione che era stata alla base di quella legge, e che a partire da quel momento diventò appunto “ufficiale”, per poi trasformarsi in una sorta di dogmatica rispetto alla quale ogni contestazione, anche limitatamente alle cifre o alle date, correva il rischio di essere bollata come eresia.
Che è precisamente ciò che si è verificato in questo 2019, con la manganellesca esternazione dell’onnipresente ministro Salvini, aduso ad ogni travestimento e a tutte le incombenze, anche quelle che nulla hanno a che fare col ruolo istituzionale, a cui del resto è poco interessato, comportandosi semplicemente da capopartito. A lui si sono accodati immediatamente un po’ tutti i rappresentanti dell’arco ufficiale della politica nazionale, da Giorgia Meloni ad Antonio Tajani, da Pietro Grasso a Nicola Zingaretti, fino al Presidente della Repubblica, ormai divenuto portatore di uno stile interventista che nei primi anni del mandato appariva in ombra: egli ha lodato, sintomaticamente, il suo predecessore Napolitano, il quale aveva provocato con certe dichiarazioni una crisi diplomatica con la Croazia, qualche anno fa. Mattarella, con gesto non si sa se machiavellicamente studiato o semplicemente irresponsabile, non solo ha mostrato di sposare in toto le panzane dei pasdaran dell’“operazione foibe”, ma ha tuonato, sia pure mellifluamente, contro i portatori di qualsiasi forma di “negazionismo” e di “riduzionismo”. E sotto tali fattispecie vengono collocati i tentativi, per quanto pacati e documentati, di inserire le vicende del Confine nordorientale nel contesto proprio: ossia l’occupazione fascista di quelle terre, la politica sterminazionista delle truppe italiane ai danni degli abitanti, la scia di odio e di risentimento che essa ha lasciato.
Analoghe parole venivano intanto proferite dal sullodato Salvini, sia pure con altro tono e in contesto espressivo di ben diversa aggressività (“i negazionisti mi fanno schifo” e via vomitando ingiurie), mentre Giorgia Meloni si esibiva in una conferenza davanti alla videocamera da diffondere via Facebook, raccontando, da nota studiosa di storia (!), la “verità sulla foiba di Basovizza”.
Quanto a Tajani, presidente del Parlamento Europeo, ricuperava agilmente il paragone foibe-lager nazisti, e non solo ribadiva quelle pseudo-verità come fatti incontrovertibili, ma si spingeva, con un straordinario esempio di stoltezza politica, a rivendicare all’Italia Fiume e la Dalmazia. Parole che hanno provocato l’ira dei governanti sloveni e croati. Qui non si tratta delle ombre residue delle due guerre mondiali, ma del possibile, sciagurato, non si sa quanto involontario, preavviso di una nuova guerra.
In tale clima, determinato dalla nuova santa alleanza dei costruttori della menzogna che si riassume nella parola “foiba”, si è diffuso un clima di caccia alle streghe che quest’anno si è materializzato con aggressioni fisiche, verbali, denunce, dichiarazioni di incompetenti spacciati per esperti, i quali non possono evitare l’urlo sguaiato. E chi non si allinea, viene bollato con l’etichetta di “negazionista”. Strano destino quello della parola: da fase suprema del revisionismo, che si spinge a negare l’esistenza delle camere a gas nei lager nazisti e lo stesso progetto di sterminio del popolo ebraico e degli altri “sottoumani” internati. Ora la parola viene derubricata, con una perdita di senso e di valore rispetto alla quale la prudenza sarebbe obbligatoria. E Salvini, di scempiaggine in scempiaggine, è riuscito a dire, con sfrontatezza, “i bimbi di Auschwitz e quelli delle foibe sono uguali”... Parole che hanno suscitato una vibrata protesta di un grande scrittore testimone ebreo slavo e cosmopolita come Boris Pahor.
Certo, anche se pochi, gli studiosi e le studiose professionali di questo tema esistono, ma o si lasciano condizionare dal senso comune (qualcuno in relazione alla famigerata “foiba di Basovizza”, dove cadaveri non sono stati ritrovati, è riuscito a dire che comunque si potrebbero trovare, che è difficile trovarli, e così via: come dire, che non essendoci documenti su di un fatto storico, noi lo ricostruiamo come ci piace, dicendo che comunque le prove si potrebbero trovare...); oppure si cerca di toglier loro la parola, ed è ciò che è capitato a Claudia Cernigoi, che è stata crocifissa, le è stato letteralmente impedito di parlare: in particolare segnalo il caso vergognoso del sindaco di Cologno Monzese e del presidente della Regione Friuli Venezia Giulia, i quali hanno aggredito colei che, accanto ad Alessandra Kersevan e a Sandi Volk, è a mia conoscenza probabilmente la sola vera studiosa delle foibe. Evidentemente non è questo il tempo di lasciare la parola a chi sa. È invece il tempo degli urlatori, dei demagoghi, dei veri propalatori di false verità. Ma ciò che atterrisce è che stiamo assistendo non solo alla trasformazione della menzogna in verità, ma alla sua istituzionalizzazione.
A maggior ragione, occorre che la comunità intellettuale, in primo luogo quella dei cultori della musa Clio, si stringa intorno a quei pochi, che impavidi, anche se assediati, resistono in difesa della verità storica.
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11/02/2019
In nome della democrazia, ignorando le lezioni della storia. La questione Venezuela
di Angelo d’Orsi
Il Venezuela troneggia sulle prime pagine, ancora. Ed è diventato argomento da bar. Quanti nostri concittadini sapevano qualcosa di questo grande paese latinoamericano? Ora sono tutti pronti a dire la loro, imbeccati opportunamente dagli influencer, ma senza dedicare una mezzora a studiare la questione. L’insegnamento di Gramsci (“studiare approfonditamente le questioni prima di parlarne”) è completamente disatteso: del resto, i primi a non sapere nulla sono gli opinionisti, che infatti giganteggiano sui media, mentre gli esperti vengono tenuti alla larga. Quanti di coloro che stanno firmando un appello a Mattarella in queste ore perché il governo italiano riconosca il golpista Guaidó sanno che cosa è accaduto in Venezuela in questi anni? Quanti hanno cognizione delle leggi venezuelane, a cominciare dalla Costituzione Bolivariana? E così siamo davanti ai due partiti: Guaidó vs. Maduro, e viceversa, e spesso anche dalla parte del secondo gli argomenti appaiono generici e mere petizioni di principio, per giuste che siano. Le tifoserie occupano il campo, “a prescindere”.
Intanto, forte della infelice, scorretta esternazione del Presidente della Repubblica, che ha invitato l’Italia a “raccordarsi” con l’Unione Europea, ossia ad aderire alla mozione passata nel Parlamento dominato da una solida maggioranza di destra, il PD, addirittura sta per presentare una interpellanza parlamentare, pronto ad allearsi, come sul Tav, con l’altra destra (il PD è un partito che con la sinistra non ha più nulla a che fare): una mozione di sostegno al giovane autoproclamato presidente venezuelano. Siamo davvero a un passo dalla follia, il “cupio dissolvi” di quel partito ogni giorno ci riserva una bella sorpresa.
Possibile che solo Gennaro Carotenuto, sul suo blog, e qualche articolo della stampa internazionale ripreso dal Manifesto, o da qualche sito semiclandestino, ci spieghino le cose come stanno? Che Guaidó si è autoproclamato presidente in un comizio di partito, senza votazione, senza verbale, senza alcuna sanzione giuridica? Che, egli, comunque, a prescindere dalle modalità con cui è giunto a diventare presidente ad interim, secondo la legge doveva indire elezioni entro un mese e farsi da parte? E che ora, contro la legge, ha prorogato il “mandato” che nessuno gli ha conferito per un intero anno? E quanti sanno che il suo ingresso in scena è stato determinato da una telefonata della Casa Bianca? E vogliamo ricordare che il Venezuela possiede le maggiori riserve petrolifere del mondo? Non sarà per caso il petrolio, invece che la democrazia l’obiettivo di Trump?
La politica dell’America Latina come cortile di casa degli Usa, sta ottenendo straordinari risultati, non c’è che dire. Resta Cuba, il Messico, felicemente giunto a Lopez Obrador, l’Uruguay, in parte la Bolivia, e, con le sue pesanti contraddizioni il Nicaragua: che altro?
Concentrandosi sul Vecchio Continente, sconcerta il suicidio dell’Unione Europea, che sulla questione Venezuela ho dimostrato due fatti incontrovertibili: 1) la mancanza di autonomia nelle proprie scelte, e la sua pietosa sudditanza alle decisioni di Washington; 2) l’incapacità di agire come soggetto in grado di influenzare le vicende della politica internazionale.
Che il Venezuela chavista fosse in difficoltà è pacifico. Fin dagli ultimi anni di Hugo Chavez, lo era, sia per errori nella conduzione politica, specie di politica economica, sia, non dimentichiamolo, per l’ostilità della vicina Colombia, mandatario di Washington, che provocava tra l’altro un enorme afflusso di profughi (almeno 5-6 milioni) che venivano accolti da Caracas, pure in una società che mostrava i segni di una crisi avanzata. Con Nicolás Maduro la situazione è rapidamente peggiorata, e il ricorso alle maniere forti da parte del presidente non è servito a rafforzare l’opposizione, la quale come in Brasile, o in Colombia, detiene un sostanziale controllo dei mezzi di informazione. Una opposizione che alla violenza del potere ha contrapposto una ferocia inusitata, tradotta in attentati incendiari, in esecuzioni di militari e militanti chavisti, e una campagna mediatica forsennata.
Fino a che è spuntato questo rampollo della borghesia, individuato da Washington, per il tramite di Luis Almagro, ex ministro degli Esteri dell’Uruguay, cacciato da quel ruolo e dal Fronte Amplo al governo a Montevideo, finito alla guida dell’OEA o (OAS, in inglese: l’Organizzazione degli Stati Americani) il trentacinquenne Guaidó, coniglio fuoruscito dal cappello, è stato individuato come la persona “adatta” a fare il colpo. Colpo, che in spagnolo suona “golpe”: e di golpe si è trattato, con buona pace del sedicente giornalista che sulla Stampa ha sentenziato che quello di Guaidó non è un golpe perché lui non è un militare! I dirigenti di alcuni Stati europei, guidati dalla nuova coppia di ferro Germania-Francia, che hanno lanciato un “ultimatum” a Maduro, non si rendono conto del ridicolo: e Maduro che cosa poteva fare se non respingerlo, come ingerenza negli affari interni?
Invece di farsi parte attiva di un processo che aiuti il Venezuela a uscire da questa situazione, con la inerte, e incompetente Mogherini (“Alto commissario per la politica internazionale” della UE) che propone di inviare aiuti umanitari dopo che si è perseguito per anni il blocco per affamare il paese e mettere in difficoltà Maduro... la UE non esita, nell’immediato schieramento: con Washington fino alla morte!
E così l’Occidente mostra altri aspetti del proprio inesorabile “tramonto”, enunciato poco meno di un secolo fa da Oswald Spengler, sia pure in una prospettiva che certo non è la mia. La memoria corta, o se si preferisce l'ignoranza dei fattori della storia, sono cattivi consiglieri. E andiamo ora di nuovo in crociata, lietamente, ad abbattere un altro tiranno. Il nostro carniere di guerrieri democratici vanta già ricche prede: Slobodan Milosevic, Saddam Hussein, Muhammar Ghedddafi... Con Assad ci è andata male, perché il tipo si è rivelato più ostico di quanto non si fosse sospettato (sulla base di scarsa informazione) e perché, ora, la Russia (e più defilata, la Cina) costituisce un vero contraltare rispetto agli Stati Uniti. Sicché lui è ancora in sella, più forte di prima, ma abbiamo ridotto il paese in cenere, o quasi. Abbiamo aiutato i terroristi dello Stato Islamico, dando loro armi e denaro, come avevamo già fatto in Afghanistan con i Taliban, e siamo responsabili delle centinaia di migliaia di morti, di senza tetto, di affamati che popolano un paese che come l’Iraq era sostanzialmente in buone condizioni di salute. E intanto non cessiamo di vendere armi all’Arabia Saudita e agli Emirati Arabi per fare la guerra allo Yemen, e il papa, in una temeraria visita proprio negli Emirati, si appella alla pace e al rispetto fra i popoli e le religioni, tacendo della guerra sterminazionista allo Yemen. Quello stesso papa che peraltro lancia un messaggio per la soluzione pacifica in Venezuela, offrendosi come mediatore: e ottiene risposta solo dal trinariciuto Maduro, “l’ultimo dittatore comunista”, secondo la etichetta di Salvini, con cui Guaidó è in eccellenti rapporti... Analoga sorte aveva avuto un paziente lavoro di tessitura diplomatica portato avanti per un biennio da parte di Jorge Luis Zapatero; quando l’intesa fu raggiunta l’opposizione sedicente democratica rinnegò l’accordo, convinta di avere dalla sua la superpotenza. E così è stato, in effetti.
Insomma, le lezioni della storia non vogliamo proprio apprenderle. Non è bastato, alle classi dirigenti euroamericane (classi dirigenti, non solo quelle politiche e specificamente governative, ma anche gran parte delle élite intellettuali e la totalità dei ceti imprenditoriali), trasformare paesi come la Libia, l’Iraq, l’Afghanistan, e in parte la Siria, in luoghi dove la vita non vale ormai neppure un centesimo, dove nulla sembra avere un senso, dove tutti combattono una loro guerra ormai persino priva di obiettivi. Dobbiamo andare avanti su questa linea scellerata, dunque? E dopo aver assistito in silenzio al golpe giudiziario contro Lula, in Brasile, che ha portato al potere un fascista fatto e finito come Bolsonaro, che annunciava agghiaccianti proclami estranei non solo alla democrazia ma all’umanità, ora vogliamo detronizzare Maduro, col piccolo golpe politico-mediatico del giovin signore Guaidó, che non pochi commentatori disinvolti hanno già “kennedizzato”: il JFK venezuelano...
Sempre tutto, naturalmente, per “portare la democrazia” tra i barbari che non hanno questo privilegio.
Fonte
Il Venezuela troneggia sulle prime pagine, ancora. Ed è diventato argomento da bar. Quanti nostri concittadini sapevano qualcosa di questo grande paese latinoamericano? Ora sono tutti pronti a dire la loro, imbeccati opportunamente dagli influencer, ma senza dedicare una mezzora a studiare la questione. L’insegnamento di Gramsci (“studiare approfonditamente le questioni prima di parlarne”) è completamente disatteso: del resto, i primi a non sapere nulla sono gli opinionisti, che infatti giganteggiano sui media, mentre gli esperti vengono tenuti alla larga. Quanti di coloro che stanno firmando un appello a Mattarella in queste ore perché il governo italiano riconosca il golpista Guaidó sanno che cosa è accaduto in Venezuela in questi anni? Quanti hanno cognizione delle leggi venezuelane, a cominciare dalla Costituzione Bolivariana? E così siamo davanti ai due partiti: Guaidó vs. Maduro, e viceversa, e spesso anche dalla parte del secondo gli argomenti appaiono generici e mere petizioni di principio, per giuste che siano. Le tifoserie occupano il campo, “a prescindere”.
Intanto, forte della infelice, scorretta esternazione del Presidente della Repubblica, che ha invitato l’Italia a “raccordarsi” con l’Unione Europea, ossia ad aderire alla mozione passata nel Parlamento dominato da una solida maggioranza di destra, il PD, addirittura sta per presentare una interpellanza parlamentare, pronto ad allearsi, come sul Tav, con l’altra destra (il PD è un partito che con la sinistra non ha più nulla a che fare): una mozione di sostegno al giovane autoproclamato presidente venezuelano. Siamo davvero a un passo dalla follia, il “cupio dissolvi” di quel partito ogni giorno ci riserva una bella sorpresa.
Possibile che solo Gennaro Carotenuto, sul suo blog, e qualche articolo della stampa internazionale ripreso dal Manifesto, o da qualche sito semiclandestino, ci spieghino le cose come stanno? Che Guaidó si è autoproclamato presidente in un comizio di partito, senza votazione, senza verbale, senza alcuna sanzione giuridica? Che, egli, comunque, a prescindere dalle modalità con cui è giunto a diventare presidente ad interim, secondo la legge doveva indire elezioni entro un mese e farsi da parte? E che ora, contro la legge, ha prorogato il “mandato” che nessuno gli ha conferito per un intero anno? E quanti sanno che il suo ingresso in scena è stato determinato da una telefonata della Casa Bianca? E vogliamo ricordare che il Venezuela possiede le maggiori riserve petrolifere del mondo? Non sarà per caso il petrolio, invece che la democrazia l’obiettivo di Trump?
La politica dell’America Latina come cortile di casa degli Usa, sta ottenendo straordinari risultati, non c’è che dire. Resta Cuba, il Messico, felicemente giunto a Lopez Obrador, l’Uruguay, in parte la Bolivia, e, con le sue pesanti contraddizioni il Nicaragua: che altro?
Concentrandosi sul Vecchio Continente, sconcerta il suicidio dell’Unione Europea, che sulla questione Venezuela ho dimostrato due fatti incontrovertibili: 1) la mancanza di autonomia nelle proprie scelte, e la sua pietosa sudditanza alle decisioni di Washington; 2) l’incapacità di agire come soggetto in grado di influenzare le vicende della politica internazionale.
Che il Venezuela chavista fosse in difficoltà è pacifico. Fin dagli ultimi anni di Hugo Chavez, lo era, sia per errori nella conduzione politica, specie di politica economica, sia, non dimentichiamolo, per l’ostilità della vicina Colombia, mandatario di Washington, che provocava tra l’altro un enorme afflusso di profughi (almeno 5-6 milioni) che venivano accolti da Caracas, pure in una società che mostrava i segni di una crisi avanzata. Con Nicolás Maduro la situazione è rapidamente peggiorata, e il ricorso alle maniere forti da parte del presidente non è servito a rafforzare l’opposizione, la quale come in Brasile, o in Colombia, detiene un sostanziale controllo dei mezzi di informazione. Una opposizione che alla violenza del potere ha contrapposto una ferocia inusitata, tradotta in attentati incendiari, in esecuzioni di militari e militanti chavisti, e una campagna mediatica forsennata.
Fino a che è spuntato questo rampollo della borghesia, individuato da Washington, per il tramite di Luis Almagro, ex ministro degli Esteri dell’Uruguay, cacciato da quel ruolo e dal Fronte Amplo al governo a Montevideo, finito alla guida dell’OEA o (OAS, in inglese: l’Organizzazione degli Stati Americani) il trentacinquenne Guaidó, coniglio fuoruscito dal cappello, è stato individuato come la persona “adatta” a fare il colpo. Colpo, che in spagnolo suona “golpe”: e di golpe si è trattato, con buona pace del sedicente giornalista che sulla Stampa ha sentenziato che quello di Guaidó non è un golpe perché lui non è un militare! I dirigenti di alcuni Stati europei, guidati dalla nuova coppia di ferro Germania-Francia, che hanno lanciato un “ultimatum” a Maduro, non si rendono conto del ridicolo: e Maduro che cosa poteva fare se non respingerlo, come ingerenza negli affari interni?
Invece di farsi parte attiva di un processo che aiuti il Venezuela a uscire da questa situazione, con la inerte, e incompetente Mogherini (“Alto commissario per la politica internazionale” della UE) che propone di inviare aiuti umanitari dopo che si è perseguito per anni il blocco per affamare il paese e mettere in difficoltà Maduro... la UE non esita, nell’immediato schieramento: con Washington fino alla morte!
E così l’Occidente mostra altri aspetti del proprio inesorabile “tramonto”, enunciato poco meno di un secolo fa da Oswald Spengler, sia pure in una prospettiva che certo non è la mia. La memoria corta, o se si preferisce l'ignoranza dei fattori della storia, sono cattivi consiglieri. E andiamo ora di nuovo in crociata, lietamente, ad abbattere un altro tiranno. Il nostro carniere di guerrieri democratici vanta già ricche prede: Slobodan Milosevic, Saddam Hussein, Muhammar Ghedddafi... Con Assad ci è andata male, perché il tipo si è rivelato più ostico di quanto non si fosse sospettato (sulla base di scarsa informazione) e perché, ora, la Russia (e più defilata, la Cina) costituisce un vero contraltare rispetto agli Stati Uniti. Sicché lui è ancora in sella, più forte di prima, ma abbiamo ridotto il paese in cenere, o quasi. Abbiamo aiutato i terroristi dello Stato Islamico, dando loro armi e denaro, come avevamo già fatto in Afghanistan con i Taliban, e siamo responsabili delle centinaia di migliaia di morti, di senza tetto, di affamati che popolano un paese che come l’Iraq era sostanzialmente in buone condizioni di salute. E intanto non cessiamo di vendere armi all’Arabia Saudita e agli Emirati Arabi per fare la guerra allo Yemen, e il papa, in una temeraria visita proprio negli Emirati, si appella alla pace e al rispetto fra i popoli e le religioni, tacendo della guerra sterminazionista allo Yemen. Quello stesso papa che peraltro lancia un messaggio per la soluzione pacifica in Venezuela, offrendosi come mediatore: e ottiene risposta solo dal trinariciuto Maduro, “l’ultimo dittatore comunista”, secondo la etichetta di Salvini, con cui Guaidó è in eccellenti rapporti... Analoga sorte aveva avuto un paziente lavoro di tessitura diplomatica portato avanti per un biennio da parte di Jorge Luis Zapatero; quando l’intesa fu raggiunta l’opposizione sedicente democratica rinnegò l’accordo, convinta di avere dalla sua la superpotenza. E così è stato, in effetti.
Insomma, le lezioni della storia non vogliamo proprio apprenderle. Non è bastato, alle classi dirigenti euroamericane (classi dirigenti, non solo quelle politiche e specificamente governative, ma anche gran parte delle élite intellettuali e la totalità dei ceti imprenditoriali), trasformare paesi come la Libia, l’Iraq, l’Afghanistan, e in parte la Siria, in luoghi dove la vita non vale ormai neppure un centesimo, dove nulla sembra avere un senso, dove tutti combattono una loro guerra ormai persino priva di obiettivi. Dobbiamo andare avanti su questa linea scellerata, dunque? E dopo aver assistito in silenzio al golpe giudiziario contro Lula, in Brasile, che ha portato al potere un fascista fatto e finito come Bolsonaro, che annunciava agghiaccianti proclami estranei non solo alla democrazia ma all’umanità, ora vogliamo detronizzare Maduro, col piccolo golpe politico-mediatico del giovin signore Guaidó, che non pochi commentatori disinvolti hanno già “kennedizzato”: il JFK venezuelano...
Sempre tutto, naturalmente, per “portare la democrazia” tra i barbari che non hanno questo privilegio.
Fonte
02/01/2019
Conte cita Molière e finisce malissimo l’anno
Giuseppe Conte, un signore divenuto giovanissimo professore ordinario diciamo in modo piuttosto sospetto, un signore che, indicato per formare il governo degli opposti-che-si-attraggono, ha provveduto immantinente a truccare il proprio curriculum professionale, un avvocato dei ricchi, che frequenta i ricchi, che si accompagna a una signorina appartenente alla borghesia degli affari e dei commerci romana, ebbene questo avvocato-professore, non designato da alcun consesso elettorale, divenuto per uno strano caso del destino presidente del Consiglio, nella conferenza stampa di fine anno – torrentizia ed elusiva – tra le tante parole vane, le mezze promesse, le mezze minacce, si è lasciato sfuggire una frase rivelativa, a proposito del blocco dell’indicizzazione delle pensioni (superiori ai 1500 euro): “È solo un raffreddamento. Non se ne accorgerebbe neanche l’Avaro di Molière”.
Cattivo gusto, indecente disprezzo per quel “popolo” che egli dovrebbe “difendere”, arroganza di chi, senza titolo (né intellettuale, né politico e men che meno etico), pretende di “guidare” l’Italia, in combutta col gatto e la volpe.
Strana logica quella dei sedicenti o cosiddetti “populisti”: pronti a parlare in nome del popolo, al quale attribuiscono ogni fonte di legittimità, e altrettanto pronti a calpestarne i diritti, a deluderne le attese, a ignorarne i bisogni. Una manovra finanziaria che rovescia le incaute promesse generalizzate (abbasseremo le tasse), finisce per aumentarle – come ha certificato l’Ufficio parlamentare di Bilancio – sia pure in modo bislacco, per favorire, in linea teorica e in una misura ancora non definita e con modalità non chiarite, categorie di cittadini che dovrebbero corrispondere all’elettorato delle due forze di governo.
Una manovra che toglie fondi all’Università, che colpisce il Terzo settore, che rischia di far morire la stampa minore e far perdere miglia di posti di lavoro in quell’ambito, una manovra che accresce i rischi di infiltrazione mafiosa negli appalti, eliminando le gare fino a una somma cospicua (150 mila euro) e via seguitando, in un insieme confuso, contraddittorio – che cerca di evitare le sanzioni della UE, ma nel contempo deve evitare di scontentare l’elettorato – sostanzialmente dominato dalla iniquità e dalla evanescenza, dalla superficialità e dalla inconsistenza teorica.
Una manovra non discussa in Parlamento, e approvata manu militari addirittura prima che se ne conoscessero i dettagli. Una cosa mai vista anche in un sistema post-democratico che da oltre un quarto di secolo vede il potere Legislativo sottomesso all’Esecutivo; così viene ridotto a mera finzione.
Ebbene, in questo marasma antidemocratico, di cui la legge di Bilancio è eloquente rappresentazione, legge dalle assai dubbie conseguenze positive in termini di miglioramento delle condizioni di vita di un popolo, a cui si è annunciato di aver “abolito la miseria”; in questo bosco di incompetenza e arroganza, il prof. avv. Giuseppe Conte si permette una battuta come quella surriferita.
Se avesse dei meriti basterebbe quella battuta a cancellarli. Siccome non ha merito alcuno, neppure quello di tentare di salvare la propria dignità, lui, mediocre portaborse dei suoi “vice”, il sedicente presidente del Consiglio chiude l’anno in modo indecoroso, in linea con gli atti precedenti, fin da quando ascese a Palazzo Chigi, per una bizzarra congiuntura astrale, o forse per effetto di un intervento miracolistico del santo di cui si dichiara devoto. A lui ci rivolgiamo per chiedergli di tener d’occhio il suo protetto (se tale è), per impedirgli di incappare in altri rovinosi inciampi.
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Cattivo gusto, indecente disprezzo per quel “popolo” che egli dovrebbe “difendere”, arroganza di chi, senza titolo (né intellettuale, né politico e men che meno etico), pretende di “guidare” l’Italia, in combutta col gatto e la volpe.
Strana logica quella dei sedicenti o cosiddetti “populisti”: pronti a parlare in nome del popolo, al quale attribuiscono ogni fonte di legittimità, e altrettanto pronti a calpestarne i diritti, a deluderne le attese, a ignorarne i bisogni. Una manovra finanziaria che rovescia le incaute promesse generalizzate (abbasseremo le tasse), finisce per aumentarle – come ha certificato l’Ufficio parlamentare di Bilancio – sia pure in modo bislacco, per favorire, in linea teorica e in una misura ancora non definita e con modalità non chiarite, categorie di cittadini che dovrebbero corrispondere all’elettorato delle due forze di governo.
Una manovra che toglie fondi all’Università, che colpisce il Terzo settore, che rischia di far morire la stampa minore e far perdere miglia di posti di lavoro in quell’ambito, una manovra che accresce i rischi di infiltrazione mafiosa negli appalti, eliminando le gare fino a una somma cospicua (150 mila euro) e via seguitando, in un insieme confuso, contraddittorio – che cerca di evitare le sanzioni della UE, ma nel contempo deve evitare di scontentare l’elettorato – sostanzialmente dominato dalla iniquità e dalla evanescenza, dalla superficialità e dalla inconsistenza teorica.
Una manovra non discussa in Parlamento, e approvata manu militari addirittura prima che se ne conoscessero i dettagli. Una cosa mai vista anche in un sistema post-democratico che da oltre un quarto di secolo vede il potere Legislativo sottomesso all’Esecutivo; così viene ridotto a mera finzione.
Ebbene, in questo marasma antidemocratico, di cui la legge di Bilancio è eloquente rappresentazione, legge dalle assai dubbie conseguenze positive in termini di miglioramento delle condizioni di vita di un popolo, a cui si è annunciato di aver “abolito la miseria”; in questo bosco di incompetenza e arroganza, il prof. avv. Giuseppe Conte si permette una battuta come quella surriferita.
Se avesse dei meriti basterebbe quella battuta a cancellarli. Siccome non ha merito alcuno, neppure quello di tentare di salvare la propria dignità, lui, mediocre portaborse dei suoi “vice”, il sedicente presidente del Consiglio chiude l’anno in modo indecoroso, in linea con gli atti precedenti, fin da quando ascese a Palazzo Chigi, per una bizzarra congiuntura astrale, o forse per effetto di un intervento miracolistico del santo di cui si dichiara devoto. A lui ci rivolgiamo per chiedergli di tener d’occhio il suo protetto (se tale è), per impedirgli di incappare in altri rovinosi inciampi.
Fonte
31/12/2018
Aridatece er puzzone? Riflessioni politiche di fine anno
di Angelo d’Orsi
Nella Roma appena liberata dalla presenza nazifascista (siamo nel giugno del 1944), superati i primi salutari entusiasmi, davanti a fenomeni di opportunismo, e a manifestazioni di incongruenza tra le forze politiche dell’arco ciellenistico, qualcuno lanciò, a mo’ di battuta, la frase “Aridatece er puzzone!”. Era un’esclamazione paradossale, una scherzosa provocazione, ma divenne presto quasi un motto che esprimeva lo scontento nei riguardi di una liberazione che liberava poco, e dava voce alla delusione popolare, che si traduceva in una sorta di rimpianto di chi era stato appena defenestrato: “er puzzone”, cioè il duce, alias Benito Mussolini. Era uno sberleffo, uno schiaffo alla riconquistata democrazia, uno sfogo sgangherato, con una punta di qualunquismo, se vogliamo, ma genuino e ingenuo, che, tuttavia, nella sua forma provocatoria, era una richiesta di ascolto che dal popolo giungeva al ceto politico.
Sul finire dell’anno di grazia 2018, la frase è tornata più volte alla mente del (vecchio) osservatore del tempo presente. E come in un eterno apologo, la tentazione affiora, e spinge a esercitare la rischiosa arte dell’analogia storica. Stabilire una periodizzazione condivisibile, non è facile, ma ci si può provare, risalendo agli anni Ottanta del secolo XX, quando in Italia regnava come un dio sull’universo, il “Caf”, all’interno di un quadro sovranazionale dominato da Reagan e da Margareth Thatcher. Fu un decennio terribile che vide un arretramento complessivo dello Stato sociale, una perdita grave sul piano dei diritti e delle condizioni di vita dei ceti subalterni, con una Italia preda di una corruzione generalizzata, e i partiti politici divenuti simbolo oltre che strumento di quella sistematica occupazione dei gangli dello Stato e della società, che un inascoltato Enrico Berlinguer denunciò non troppo tempo prima di morire, prematuramente, inaspettatamente.
La nascita della Lega Nord-Padania, e l’ascesa repentina di Silvio Berlusconi, tra il 1989 e il 1994, con il suo “partito di plastica” (come fu chiamato da qualche politologo), succursale politica di Mediaset, in una incredibile, travolgente avanzata di una destra feroce, quanto incompetente, non tardò a suscitare forme di rimpianto dell’era precedente, in cui, in fondo, erano al potere democristiani e socialisti, ossia figure note della scena politica, da cui sapevi cosa aspettarti: corruzione, clientelismo, come corrispettivo di un assistenzialismo, in cui il cattolicesimo la faceva da padrone.
Insomma, davanti alla volgarità berlusconiana, e alla commistione fra interessi privati e interessi pubblici, con il rapido sopravanzare dei primi sui secondi, alla trasformazione delle sedi istituzionali in bordelli eleganti, la nostalgia dilagò. Il beffardo “non moriremo democristiani” si rovesciò in un “era meglio morire democristiani”. Perciò, quando, nel novembre del 2011, Giorgio Napolitano, presidente della Repubblica, liquidò “il cavaliere”, quel semi-golpe venne approvato a furor di popolo. Un’autentica euforia accompagnò quelle giornate convulse: pareva la liberazione dell’Italia dai tedeschi, appunto.
A sostituire Berlusconi fu chiamato, con procedura a dir poco bislacca, un “bocconiano”, l’algido professor Mario Monti, ipso facto insignito di laticlavio senatoriale, il quale, con stile ragionieristico si pose a rivedere i conti finanziari della malconcia Italia, in una collaborazione coordinata e continuativa con i famosi “gnomi” di Francoforte e i “burocrati” di Bruxelles, la luna di miele fu presto dimenticata, e il nuovo premier Monti e larga parte della sua “squadra di governo” (in particolare la sua sodale Fornero, che usò l’accetta per “rivedere” il sistema pensionistico, attirandosi gli odi della quasi totalità del popolo italiano), furono più odiati di quanto non fosse Berlusconi e la sua corte. In sostanza, una volta rivelatasi la natura ferocemente antipopolare del “governo tecnico”, mandatario dei poteri forti dell’UE, si cominciò a mormorare che “si stava meglio quando si stava peggio...”, e che in fondo “almeno Berlusconi era simpatico... raccontava le barzellette”; e non pochi si spinsero a commentare che regalava al “popolino” il sogno di essere come lui, con l’ostentazione cafonesca della sua ricchezza e della sua depravazione... E, dulcis in fundo, “il Berlusca” forniva uno straordinario, ricchissimo materiale a vignettisti, scrittori e attori satirici, e allo ius murmurandi popolare, con le sue infinite gaffe e le sue donnine procaci quanto disponibili..., naturalmente purché si fosse in grado di staccare assegni a quattro zeri, e procurare come minimo una parte in commedia, ossia una “particina” in una serie tv o una conduzione di un talk show. Tutto ciò che fino al momento della defenestrazione era apparso sordido, d’improvviso fu visto in fondo come ludico e gioioso, davanti alla ferrea volontà di “tagli”, che veniva giudicata come una scientifica pratica di “macelleria sociale”.
Dopo elezioni che in realtà bloccarono il Paese, producendo governi di compromesso, l’ectoplasmatico Enrico Letta sembrò annunciare una condizione depressiva di massa, in un ministero senza sostanza e senza mordente: l’arrivo al governo del “traditore” Matteo Renzi, pur suscitando qualche borbottio dei soliti “moralisti” e le critiche dei “parrucconi” e dei “professoroni” che “gufano per mestiere”, in fondo fu accolto con attenzione. Era il populismo giovanilistico al potere, e buona parte dell’Italia si sentì quasi rianimata, persino a prescindere dalle preferenze politiche.
Dopo il micidiale uno-due Monti-Letta, insomma, un’ondata di ottimismo giovanilistico, di neofuturismo in politica. Era, mutatis mutandis, in qualche modo, un ritorno al berlusconismo, tanto che si creò subito il neologismo “Renzusconi”. Nel corso dei mesi, all’iniziale simpatia (di una parte soltanto, della popolazione in età di voto, tradottasi in consenso elettorale, alle Europee) per quel giovanissimo capo di governo, smart e speedy, efficace comunicatore, un vero piazzista commerciale, seguì abbastanza presto il disincanto, davanti a promesse non mantenute, e alla presuntuosa arroganza di quel ragazzotto di provincia; giunse quindi il distacco, come una serie di appuntamenti elettorali mostrarono impietosamente. E il ritornello del “puzzone” si riaffacciò sulle bocche di italiani e italiane. Renzi, in fondo, fu visto come un piccolo Berlusconi, un “berluschino”: una modesta imitazione dell’originale. Tanto valeva tenersi l’originale, che, complice il trascorrere degli anni e una esistenza condotta non proprio da monaco cenobita, appariva inoffensivo e alla fin dei conti, quasi simpatico...
Perciò, la rovinosa caduta di Renzi con il referendum del 4 dicembre 2016, suscitò una subitanea ondata di gioia contagiosa nelle piazze e nelle case: anche chi non aveva vissuto il 25 aprile del ’45 e il 2 giugno del ’46, sentì vibrare le corde di un ritrovato e rinnovato patriottismo, che era il patriottismo della Costituzione. Seguì la profonda disillusione con il successivo governo Gentiloni: altro stile, senz’altro, felpato, all’insegna del profilo basso, profondamente, intimamente democristiano; la disillusione nasceva dal fatto che quel governo fosse quasi una fotocopia di quello, ormai resosi odioso, di Matteo Renzi.
E fu quella una delle cause più rilevanti della disfatta del loro partito, nella successiva competizione elettorale, e l’arrivo al potere di una strana alleanza, tra due movimenti populisti assai diversi tra loro, che dopo una trattativa durata quasi tre mesi (un primato nella storia del Paese), stilarono un cosiddetto “patto di governo”, inventando una figura extracostituzionale, un “avvocato del popolo”, estraneo a qualsiasi ambiente politico-intellettuale, al quale veniva affidato il ruolo di presidente del Consiglio pro forma, mentre le funzioni di comando rimanevano saldamente nelle mani dei due leader politici, Luigi Di Maio e, soprattutto, di Matteo Salvini che trasformava il ruolo di ministro dell’Interno in ministro di Polizia, mostrando come la lotta contro il referendum costituzionale del 2016, per la forza politica da lui rappresentata, aveva un valore meramente strumentale. Le offese alla Costituzione e alla prassi istituzionale, divennero rapidamente una costante del nuovo governo, diretto da quell’inusuale trio, dove i due vicepresidenti erano in intimo contrasto, affidatari di interessi sociali e di bacini elettorali diversi, mentre il loro sedicente “capo”, politicamente inesistente, appariva un esempio preclaro di inettitudine e goffaggine. Ma i tre erano uniti soprattutto da un’arroganza fenomenale, che tentava, inutilmente, di coprire l’inesperienza e l’inadeguatezza all’esercizio dell’arte di governo. Arroganza che faceva impallidire nella memoria quella di Matteo Renzi.
Precisamente la somma tra ignoranza e arroganza, da un canto, e dall’altro l’annunciata e quotidianamente ribadita intenzione di essere il “governo del cambiamento”, suscitava una cospicua opposizione, che, sia pur probabilmente minoritaria in termini elettorali, appariva in crescita, davanti a una serie di provvedimenti che al consenso di routine dei sostenitori delle due forze politiche al governo, aveva come contraltare un dissenso forte e diffuso a livello sociale e intellettuale prima che politico.
Ed ecco appunto che dopo il craxismo, il berlusconismo, il post-berlusconismo, il renzismo e il post-renzismo, anche il grillismo in combutta con il leghismo, suscitando disgusto, facevano riecheggiare il motto: “aridatece er puzzone!”.
Ebbene tutti questi governi e questi capi politici succedutisi nel tempo, sono caratterizzati da un populismo di varia natura, con diversa caratterizzazione e diverse modalità, talora schiettamente caratterizzato a destra, talaltra, pretendendo di andare oltre la distinzione destra/sinistra (presentata, ingannevolmente, come “superata”), in nome dell’esaltazione del “popolo” non meglio definito, mitica entità nella quale si raggrumano tutte le virtù, vi si richiamava come fonte di legittimazione del potere, un potere che in fondo sarebbe aideologico. In realtà si trattava di una posizione che definiva un deciso allontanamento dai valori storici della sinistra, non a caso (vedi Renzi) sostituendo a quella locuzione politica, l’altra, di dubbia forza teorica, di “centrosinistra”.
Quel medesimo popolo, peraltro, sembra di labile memoria, e di volatile consenso: alla caduta dei potenti, che fino al giorno prima avevano parlato in suo nome, le statue vengono profanate, gli idoli infranti, l’esaltazione dei seguaci si rovescia in denigrazione, e la vox populi si esprime in un conclamato rimpianto dei predecessori: “A ridatece er puzzone!”, insomma. Chi di popolo ferisce, di popolo perisce. Aspettando il seguito, in questa mesta fenomenologia di fine anno, della nostra “serva Italia / di dolore ostello/ non donna di provincie/ ma bordello”.
Concludo così, dunque? Nessuna speranza? Premesso che condivido le accorate parole del grande Mario Monicelli sulla speranza “trappola inventata dai padroni... una cosa infame inventata da chi comanda", non possiamo accontentarci della ricostruzione fattuale, in tempi difficili come i presenti, e neppure della denuncia: due elementi fondamentali, ma occorre partire da essi, per lavorare in prospettiva. Il “Che fare?” si affaccia prepotente. Non si può lasciare il contrasto al populismo becero di questo governo al PD (che dopo anni di governo pare scoprire adesso, dall’opposizione, cosa sia meglio per il Paese) e a Forza Italia (su cui neppure vale la pena di spendere pensieri). E i piccoli gesti provenienti dai rimasugli della sinistra in Parlamento, sono poca cosa, anche se non disprezzabili nelle attuali circostanze. Il discorso sarà da riprendere, al più presto anche in vista degli appuntamenti elettorali, rispetto ai quali bisognerà pur dare una risposta: partecipare, come, con quali alleanze, con quali referenti sociali?
Intanto, però, occorre, credo, innanzi tutto dar vita a una diffusa, quotidiana opposizione sociale, prima ancora che politica, su fisco, infrastrutture, pensioni, sanità, istruzione, informazione, cultura, migranti: su tutto quanto incide sulla quotidianità di quel popolo di cui costoro si presentano come rappresentanti autentici e benefattori.
Occorre in secondo luogo smontare la narrazione tanto di chi, dal governo, in modo mendace si propone come interprete della volontà popolare, e crea nuove pesanti ingiustizie, e aumenta l’inefficienza della macchina pubblica, quanto di chi, sul fronte opposto, non ha di meglio da argomentare che la litania dell’Europa, dei mercati, dello spread.
Non accettiamo la morale dell’“Aridatece”, perché si tratta di un gioco al ribasso, e i “puzzoni” sono equivalenti, sia pure nella loro diversità. Non facciamoci fregare dalla speranza, certo, ma neppure dalla nostalgia. La sola nostalgia che ci deve essere consentita è quella del futuro.
(31 dicembre 2018)
Fonte
Nella Roma appena liberata dalla presenza nazifascista (siamo nel giugno del 1944), superati i primi salutari entusiasmi, davanti a fenomeni di opportunismo, e a manifestazioni di incongruenza tra le forze politiche dell’arco ciellenistico, qualcuno lanciò, a mo’ di battuta, la frase “Aridatece er puzzone!”. Era un’esclamazione paradossale, una scherzosa provocazione, ma divenne presto quasi un motto che esprimeva lo scontento nei riguardi di una liberazione che liberava poco, e dava voce alla delusione popolare, che si traduceva in una sorta di rimpianto di chi era stato appena defenestrato: “er puzzone”, cioè il duce, alias Benito Mussolini. Era uno sberleffo, uno schiaffo alla riconquistata democrazia, uno sfogo sgangherato, con una punta di qualunquismo, se vogliamo, ma genuino e ingenuo, che, tuttavia, nella sua forma provocatoria, era una richiesta di ascolto che dal popolo giungeva al ceto politico.
Sul finire dell’anno di grazia 2018, la frase è tornata più volte alla mente del (vecchio) osservatore del tempo presente. E come in un eterno apologo, la tentazione affiora, e spinge a esercitare la rischiosa arte dell’analogia storica. Stabilire una periodizzazione condivisibile, non è facile, ma ci si può provare, risalendo agli anni Ottanta del secolo XX, quando in Italia regnava come un dio sull’universo, il “Caf”, all’interno di un quadro sovranazionale dominato da Reagan e da Margareth Thatcher. Fu un decennio terribile che vide un arretramento complessivo dello Stato sociale, una perdita grave sul piano dei diritti e delle condizioni di vita dei ceti subalterni, con una Italia preda di una corruzione generalizzata, e i partiti politici divenuti simbolo oltre che strumento di quella sistematica occupazione dei gangli dello Stato e della società, che un inascoltato Enrico Berlinguer denunciò non troppo tempo prima di morire, prematuramente, inaspettatamente.
La nascita della Lega Nord-Padania, e l’ascesa repentina di Silvio Berlusconi, tra il 1989 e il 1994, con il suo “partito di plastica” (come fu chiamato da qualche politologo), succursale politica di Mediaset, in una incredibile, travolgente avanzata di una destra feroce, quanto incompetente, non tardò a suscitare forme di rimpianto dell’era precedente, in cui, in fondo, erano al potere democristiani e socialisti, ossia figure note della scena politica, da cui sapevi cosa aspettarti: corruzione, clientelismo, come corrispettivo di un assistenzialismo, in cui il cattolicesimo la faceva da padrone.
Insomma, davanti alla volgarità berlusconiana, e alla commistione fra interessi privati e interessi pubblici, con il rapido sopravanzare dei primi sui secondi, alla trasformazione delle sedi istituzionali in bordelli eleganti, la nostalgia dilagò. Il beffardo “non moriremo democristiani” si rovesciò in un “era meglio morire democristiani”. Perciò, quando, nel novembre del 2011, Giorgio Napolitano, presidente della Repubblica, liquidò “il cavaliere”, quel semi-golpe venne approvato a furor di popolo. Un’autentica euforia accompagnò quelle giornate convulse: pareva la liberazione dell’Italia dai tedeschi, appunto.
A sostituire Berlusconi fu chiamato, con procedura a dir poco bislacca, un “bocconiano”, l’algido professor Mario Monti, ipso facto insignito di laticlavio senatoriale, il quale, con stile ragionieristico si pose a rivedere i conti finanziari della malconcia Italia, in una collaborazione coordinata e continuativa con i famosi “gnomi” di Francoforte e i “burocrati” di Bruxelles, la luna di miele fu presto dimenticata, e il nuovo premier Monti e larga parte della sua “squadra di governo” (in particolare la sua sodale Fornero, che usò l’accetta per “rivedere” il sistema pensionistico, attirandosi gli odi della quasi totalità del popolo italiano), furono più odiati di quanto non fosse Berlusconi e la sua corte. In sostanza, una volta rivelatasi la natura ferocemente antipopolare del “governo tecnico”, mandatario dei poteri forti dell’UE, si cominciò a mormorare che “si stava meglio quando si stava peggio...”, e che in fondo “almeno Berlusconi era simpatico... raccontava le barzellette”; e non pochi si spinsero a commentare che regalava al “popolino” il sogno di essere come lui, con l’ostentazione cafonesca della sua ricchezza e della sua depravazione... E, dulcis in fundo, “il Berlusca” forniva uno straordinario, ricchissimo materiale a vignettisti, scrittori e attori satirici, e allo ius murmurandi popolare, con le sue infinite gaffe e le sue donnine procaci quanto disponibili..., naturalmente purché si fosse in grado di staccare assegni a quattro zeri, e procurare come minimo una parte in commedia, ossia una “particina” in una serie tv o una conduzione di un talk show. Tutto ciò che fino al momento della defenestrazione era apparso sordido, d’improvviso fu visto in fondo come ludico e gioioso, davanti alla ferrea volontà di “tagli”, che veniva giudicata come una scientifica pratica di “macelleria sociale”.
Dopo elezioni che in realtà bloccarono il Paese, producendo governi di compromesso, l’ectoplasmatico Enrico Letta sembrò annunciare una condizione depressiva di massa, in un ministero senza sostanza e senza mordente: l’arrivo al governo del “traditore” Matteo Renzi, pur suscitando qualche borbottio dei soliti “moralisti” e le critiche dei “parrucconi” e dei “professoroni” che “gufano per mestiere”, in fondo fu accolto con attenzione. Era il populismo giovanilistico al potere, e buona parte dell’Italia si sentì quasi rianimata, persino a prescindere dalle preferenze politiche.
Dopo il micidiale uno-due Monti-Letta, insomma, un’ondata di ottimismo giovanilistico, di neofuturismo in politica. Era, mutatis mutandis, in qualche modo, un ritorno al berlusconismo, tanto che si creò subito il neologismo “Renzusconi”. Nel corso dei mesi, all’iniziale simpatia (di una parte soltanto, della popolazione in età di voto, tradottasi in consenso elettorale, alle Europee) per quel giovanissimo capo di governo, smart e speedy, efficace comunicatore, un vero piazzista commerciale, seguì abbastanza presto il disincanto, davanti a promesse non mantenute, e alla presuntuosa arroganza di quel ragazzotto di provincia; giunse quindi il distacco, come una serie di appuntamenti elettorali mostrarono impietosamente. E il ritornello del “puzzone” si riaffacciò sulle bocche di italiani e italiane. Renzi, in fondo, fu visto come un piccolo Berlusconi, un “berluschino”: una modesta imitazione dell’originale. Tanto valeva tenersi l’originale, che, complice il trascorrere degli anni e una esistenza condotta non proprio da monaco cenobita, appariva inoffensivo e alla fin dei conti, quasi simpatico...
Perciò, la rovinosa caduta di Renzi con il referendum del 4 dicembre 2016, suscitò una subitanea ondata di gioia contagiosa nelle piazze e nelle case: anche chi non aveva vissuto il 25 aprile del ’45 e il 2 giugno del ’46, sentì vibrare le corde di un ritrovato e rinnovato patriottismo, che era il patriottismo della Costituzione. Seguì la profonda disillusione con il successivo governo Gentiloni: altro stile, senz’altro, felpato, all’insegna del profilo basso, profondamente, intimamente democristiano; la disillusione nasceva dal fatto che quel governo fosse quasi una fotocopia di quello, ormai resosi odioso, di Matteo Renzi.
E fu quella una delle cause più rilevanti della disfatta del loro partito, nella successiva competizione elettorale, e l’arrivo al potere di una strana alleanza, tra due movimenti populisti assai diversi tra loro, che dopo una trattativa durata quasi tre mesi (un primato nella storia del Paese), stilarono un cosiddetto “patto di governo”, inventando una figura extracostituzionale, un “avvocato del popolo”, estraneo a qualsiasi ambiente politico-intellettuale, al quale veniva affidato il ruolo di presidente del Consiglio pro forma, mentre le funzioni di comando rimanevano saldamente nelle mani dei due leader politici, Luigi Di Maio e, soprattutto, di Matteo Salvini che trasformava il ruolo di ministro dell’Interno in ministro di Polizia, mostrando come la lotta contro il referendum costituzionale del 2016, per la forza politica da lui rappresentata, aveva un valore meramente strumentale. Le offese alla Costituzione e alla prassi istituzionale, divennero rapidamente una costante del nuovo governo, diretto da quell’inusuale trio, dove i due vicepresidenti erano in intimo contrasto, affidatari di interessi sociali e di bacini elettorali diversi, mentre il loro sedicente “capo”, politicamente inesistente, appariva un esempio preclaro di inettitudine e goffaggine. Ma i tre erano uniti soprattutto da un’arroganza fenomenale, che tentava, inutilmente, di coprire l’inesperienza e l’inadeguatezza all’esercizio dell’arte di governo. Arroganza che faceva impallidire nella memoria quella di Matteo Renzi.
Precisamente la somma tra ignoranza e arroganza, da un canto, e dall’altro l’annunciata e quotidianamente ribadita intenzione di essere il “governo del cambiamento”, suscitava una cospicua opposizione, che, sia pur probabilmente minoritaria in termini elettorali, appariva in crescita, davanti a una serie di provvedimenti che al consenso di routine dei sostenitori delle due forze politiche al governo, aveva come contraltare un dissenso forte e diffuso a livello sociale e intellettuale prima che politico.
Ed ecco appunto che dopo il craxismo, il berlusconismo, il post-berlusconismo, il renzismo e il post-renzismo, anche il grillismo in combutta con il leghismo, suscitando disgusto, facevano riecheggiare il motto: “aridatece er puzzone!”.
Ebbene tutti questi governi e questi capi politici succedutisi nel tempo, sono caratterizzati da un populismo di varia natura, con diversa caratterizzazione e diverse modalità, talora schiettamente caratterizzato a destra, talaltra, pretendendo di andare oltre la distinzione destra/sinistra (presentata, ingannevolmente, come “superata”), in nome dell’esaltazione del “popolo” non meglio definito, mitica entità nella quale si raggrumano tutte le virtù, vi si richiamava come fonte di legittimazione del potere, un potere che in fondo sarebbe aideologico. In realtà si trattava di una posizione che definiva un deciso allontanamento dai valori storici della sinistra, non a caso (vedi Renzi) sostituendo a quella locuzione politica, l’altra, di dubbia forza teorica, di “centrosinistra”.
Quel medesimo popolo, peraltro, sembra di labile memoria, e di volatile consenso: alla caduta dei potenti, che fino al giorno prima avevano parlato in suo nome, le statue vengono profanate, gli idoli infranti, l’esaltazione dei seguaci si rovescia in denigrazione, e la vox populi si esprime in un conclamato rimpianto dei predecessori: “A ridatece er puzzone!”, insomma. Chi di popolo ferisce, di popolo perisce. Aspettando il seguito, in questa mesta fenomenologia di fine anno, della nostra “serva Italia / di dolore ostello/ non donna di provincie/ ma bordello”.
Concludo così, dunque? Nessuna speranza? Premesso che condivido le accorate parole del grande Mario Monicelli sulla speranza “trappola inventata dai padroni... una cosa infame inventata da chi comanda", non possiamo accontentarci della ricostruzione fattuale, in tempi difficili come i presenti, e neppure della denuncia: due elementi fondamentali, ma occorre partire da essi, per lavorare in prospettiva. Il “Che fare?” si affaccia prepotente. Non si può lasciare il contrasto al populismo becero di questo governo al PD (che dopo anni di governo pare scoprire adesso, dall’opposizione, cosa sia meglio per il Paese) e a Forza Italia (su cui neppure vale la pena di spendere pensieri). E i piccoli gesti provenienti dai rimasugli della sinistra in Parlamento, sono poca cosa, anche se non disprezzabili nelle attuali circostanze. Il discorso sarà da riprendere, al più presto anche in vista degli appuntamenti elettorali, rispetto ai quali bisognerà pur dare una risposta: partecipare, come, con quali alleanze, con quali referenti sociali?
Intanto, però, occorre, credo, innanzi tutto dar vita a una diffusa, quotidiana opposizione sociale, prima ancora che politica, su fisco, infrastrutture, pensioni, sanità, istruzione, informazione, cultura, migranti: su tutto quanto incide sulla quotidianità di quel popolo di cui costoro si presentano come rappresentanti autentici e benefattori.
Occorre in secondo luogo smontare la narrazione tanto di chi, dal governo, in modo mendace si propone come interprete della volontà popolare, e crea nuove pesanti ingiustizie, e aumenta l’inefficienza della macchina pubblica, quanto di chi, sul fronte opposto, non ha di meglio da argomentare che la litania dell’Europa, dei mercati, dello spread.
Non accettiamo la morale dell’“Aridatece”, perché si tratta di un gioco al ribasso, e i “puzzoni” sono equivalenti, sia pure nella loro diversità. Non facciamoci fregare dalla speranza, certo, ma neppure dalla nostalgia. La sola nostalgia che ci deve essere consentita è quella del futuro.
(31 dicembre 2018)
Fonte
14/12/2018
La collera dei Gilets Jaunes
di Angelo d’Orsi, da Parigi
Una decina di anni fa, Marc Ferro, grande storico d’Oltralpe, pubblicava un libretto intitolato “Le ressentiment dans l’histoire”. La storia, in effetti, gronda di esempi di atti compiuti sulla base (anche) del risentimento: individuale o collettivo, di persone singole o, talora, di interi popoli.
Alle manifestazioni, che impropriamente qualcuno da noi continua a considerare semplicisticamente “di destra”, i cartelli “Migrants Welcom”, erano numerosi, come numerosi erano i migranti in mezzo ai francesi di origine, e nella protesta la questione migranti è stata presa in seria considerazione, nel tentativo di risolvere le problematiche più spinose, anche se prevale una insistenza sull’essere francese, sul diventare francese, e via seguitando. È l’antica via dei transalpini verso l’integrazione.
Ad ogni modo, sul tema Macron non ha compiuto passi di apertura, ma al contrario ha sentenziato che il discorso era chiuso: in qualche modo ribadendo che la legislazione sull’immigrazione, una delle più severe d’Europa, non era in discussione, strizzando palesemente l’occhio alla destra, compresa, evidentemente, quella interna ai GJ (che, va da sé, è ideologicamente assai composito).
È stata dunque questa – la rabbia, il risentimento per l’ingiustizia fiscale, specchio di quella sociale – la molla che ha fatto scattare la protesta, nella quale si sono riconosciuti i GJ, al di là di coloro che sono scesi nelle strade (con la minoranza esigua ma ineliminabile dei “casseurs”, in cui non si può mai escludere la presenza di agenti provocatori). Non dunque un movimento paragonabile alla protesta della Lega Nord contro le quote latte, o al generico, plebeo moto di jacquerie urbana dei “forconi” (quello sì, con una forte connotazione di destra estrema), presto e giustamente dimenticato, bensì una rivendicazione della Francia schiacciata dall’ingiustizia, in entrata (reddito) e in uscita (fisco). Un Paese che grida il suo “basta!”. Basta ad uno Stato assente nel bisogno, uno Stato latitante nelle difficoltà, che diventa presente e ingombrante quando soltanto vuole riscuotere, e non conosce limiti, o remore, non concede tregua, non interloquisce, ma punisce, prima con il fisco, poi con la polizia. Limiti e remore invece compaiono se a pagare le tasse sono chiamati “les riches”, i ricchi. Uno Stato che non smette di chiedere sacrifici ai poveri, e stranamente non ne chiede ai ricchi.
Si tratta perciò di uno Stato che i manifestanti di queste settimane denunciano come di parte, uno Stato che incarna solo alcuni gruppi sociali, a scapito di altri. E loro sono appunto “gli altri”. Lo Stato di Giovanni Botero, potremmo dire, quello che il gesuita italiano del XVI secolo vede come incaricato di esercitare un “dominio fermo sui popoli”. Insomma, l’opposto dello Stato democratico, che dovrebbe incarnare il potere del popolo.
In tal senso, il movimento, mi pare stia cercando di capire meglio i meccanismi, anzi la microfisica del potere; e cerca sponde. Scuole e università, hanno cominciato a prestare eco alla protesta e sono in stato di mobilitazione: gli studenti in particolare cominciano ad aggiungere le proprie rivendicazioni a quelle dei GJ, e denunciano la mercantilizzazione e l’aziendalizzazione del sistema educativo, secondo criteri sempre più palesemente legati al censo, e inevitabilmente alla provenienza geografica, in seno alla Francia, e a quella etnica fuori dei confini nazionali. Gli studenti dei licei parigini Henri IV o Jean-Baptiste Say – per citare due esempi a caso di scuole destinate ai figli della borghesia – hanno l’avvenire assicurato; per gli altri il futuro è buio e sempre tempestoso.
La grande onda raggiungerà anche le fabbriche? E i GJ assumerà tratti di lotta di classe caratterizzata da precise opzioni politiche? Presto per rispondere: quello che si può dire è che il movimento ha riportato improvvisamente e clamorosamente le masse più estranee al dibattito politico al centro della scena.
Fonte
Una decina di anni fa, Marc Ferro, grande storico d’Oltralpe, pubblicava un libretto intitolato “Le ressentiment dans l’histoire”. La storia, in effetti, gronda di esempi di atti compiuti sulla base (anche) del risentimento: individuale o collettivo, di persone singole o, talora, di interi popoli.
In queste giornate che sto vivendo in una Parigi inedita – non è
il nuovo Sessantotto, ma molti lo evocano, e una fibrillazione generale
sembra far palpitare le vene della città, evocando via via sempre più
corposamente quel fantasma del maggio di cinquant’anni fa – il libro di
questo grande studioso, erede della tradizione degli “Annales”, mi è
ritornato alla mente più volte. E mi pare di aver compreso che
nell’azione, dei Gilets Jaunes (GJ), prima scomposta e
improvvisata, poi via via più organizzata e meglio motivata (la loro
tavola di rivendicazioni è da prendere molto sul serio, e appare ormai
quasi un programma di governo), il risentimento svolga un ruolo
importante, forse sin qui sottovalutato.
Ieri sera, ascoltando commenti in diretta in un caffè del V
arrondissement, ma non turistico, davanti al televisore che mostrava
agli astanti il volto bambino di Emmanuel Macron, le mani giunte sul
tavolo di rappresentanza all’Eliseo, infine, ho udito chiaramente la
parola: “ressentiment”. Ed è una parola che ne richiama altre, che sono
frequenti sulla bocca e nei cartelli dei manifestanti: rage, colère,
deception, injustice, inégalité, mépris, e così via. La rabbia per
essere emarginati da qualsivoglia decisione il potere prenda sulle loro
teste, la collera che ormai muove le persone a uscire dal silenzio, la
delusione per attese tradite, il sentimento di una gigantesca
ingiustizia patita ogni giorno da milioni di francesi, l’impossibilità
di tacere davanti allo spettacolo della disuguaglianza, divenuto
insopportabile, il disprezzo che colgono, da sempre, nei comportamenti
di Macron (un disprezzo insieme di classe e di casta). Tutto ciò
rappresenta la base ideologica e prima ancora sentimentale (nel senso
letterale del termine) di una protesta che non credo che si stia per
esaurire.
Nella sua allocuzione (che più d’uno ha paragonato, per la pompa
con cui è stata annunciata e predisposta, a quella famosa di De Gaulle
del 24 maggio 1968, che in qualche modo pose fine alla protesta
studentesca), per la prima volta, con aria finto-contrita, ma incapace
di mettere da parte la propria inveterata albagìa, Macron ha confessato
di aver forse sbagliato finora qualcosa, ma che, sconfitta la violenza,
“che significa la fine di ogni libertà”, egli prometteva di andare
incontro alle “giuste” richieste di chi protesta. Ma quel che è giusto
per lui, figlio di una borghesia, che neppure ha idea di che cosa sia la
sofferenza dei subalterni, difficilmente apparirà giusto a loro.
Certo, il tono è stato diverso, studiatamente diverso dal passato,
con la messa in sordina dell’arroganza, per qualche minuto, fingendo di
recepire le accuse di disprezzo per il popolo, ma il presidente ha nel
contempo sottolineato che il programma del suo mandato non sarebbe
cambiato. A cominciare dalla ISF (Impôt de Solidarité sur la Fortune,
ossia una sorta di patrimoniale, un prelievo fiscale sui redditi più
alti a vantaggio di quelli infimi), che, ha confermato, non verrà
restaurata, come chiede la protesta: interessante ricordare che fu il
“socialista” François Hollande a eliminarla, e il suo successore non
intende ripristinarla perché, spiega Macron, quella tassa allontanava i
ricchi dalla Francia senza sortire alcun effetto utile... E per venire
incontro a un’altra richiesta fondamentale, la riduzione del centralismo
e la concentrazione del potere (e del suo stesso potere), egli ha
demandato ai sindaci, i più vicini, sul territorio, ai cittadini, di far
percepire loro che solo essi sono la base della legittimità
democratica. Ma dai commenti al bar, come da quelli letti su giornali
l’indomani, mi pare che tutti o quasi abbiano compreso che si trattava
di una presa in giro, sostanzialmente.
Alle manifestazioni, che impropriamente qualcuno da noi continua a considerare semplicisticamente “di destra”, i cartelli “Migrants Welcom”, erano numerosi, come numerosi erano i migranti in mezzo ai francesi di origine, e nella protesta la questione migranti è stata presa in seria considerazione, nel tentativo di risolvere le problematiche più spinose, anche se prevale una insistenza sull’essere francese, sul diventare francese, e via seguitando. È l’antica via dei transalpini verso l’integrazione.
Ad ogni modo, sul tema Macron non ha compiuto passi di apertura, ma al contrario ha sentenziato che il discorso era chiuso: in qualche modo ribadendo che la legislazione sull’immigrazione, una delle più severe d’Europa, non era in discussione, strizzando palesemente l’occhio alla destra, compresa, evidentemente, quella interna ai GJ (che, va da sé, è ideologicamente assai composito).
Ad ogni modo il movimento sembra non volersi lasciarsi ingabbiare
dalle nuove promesse presidenziali; e al di là di questo risultato,
prezioso anche sul piano simbolico (oltre ai risultati pratici, a loro
volta non disprezzabili, anche se a carattere temporaneo) non v’è dubbio
che non si tratti di una sommossa di “quelli che non vogliono pagare le
tasse”, di un moto alla Poujade; ma piuttosto della rabbia antica,
accumulata nel tempo, di quanti soffrono una vera e propria ingiustizia
fiscale, che implementa il divario tra ricchi e poveri: un sociologo,
Alexis Spire, ne ha parlato, quasi profeticamente, in un libro (“Résistances à l’impôt, attachement à l’Etat”)
apparso proprio alla vigilia dell’inizio dell’agitazione. In fondo non
viene contestato il fisco in quanto tale, bensì la sua iniquità.
I GJ si considerano e vogliono essere considerati dei “bons
français”, dei patrioti, ed è proprio su tale base, non rifiutando lo
Stato, né le sue norme, protestano: vogliono uno Stato che li
rappresenti, che discuta con loro dei loro problemi, che tenga conto
delle loro difficoltà, che sono andate crescendo nel corso degli anni,
con la crisi, e aggravate da una fiscalità occhiuta e oppressiva, che
appare debole coi forti e forte, anzi spietata, coi deboli. Misure come
l’incremento delle pensioni minime dello 0,3%, previsto per il 2020, è
apparsa quasi un insulto o uno sberleffo. Un movimento in cui la
politica sta entrando un po’ alla volta, rischiarando un insieme di
rivendicazioni che di per sé possono essere giudicate sostanzialmente
corporative, benché vadano incontro a esigenze diffuse in larghe fette
di popolazione, strati sociali medio-bassi, che faticano a combinare il
pasto con la cena, come suol dirsi.
È stata dunque questa – la rabbia, il risentimento per l’ingiustizia fiscale, specchio di quella sociale – la molla che ha fatto scattare la protesta, nella quale si sono riconosciuti i GJ, al di là di coloro che sono scesi nelle strade (con la minoranza esigua ma ineliminabile dei “casseurs”, in cui non si può mai escludere la presenza di agenti provocatori). Non dunque un movimento paragonabile alla protesta della Lega Nord contro le quote latte, o al generico, plebeo moto di jacquerie urbana dei “forconi” (quello sì, con una forte connotazione di destra estrema), presto e giustamente dimenticato, bensì una rivendicazione della Francia schiacciata dall’ingiustizia, in entrata (reddito) e in uscita (fisco). Un Paese che grida il suo “basta!”. Basta ad uno Stato assente nel bisogno, uno Stato latitante nelle difficoltà, che diventa presente e ingombrante quando soltanto vuole riscuotere, e non conosce limiti, o remore, non concede tregua, non interloquisce, ma punisce, prima con il fisco, poi con la polizia. Limiti e remore invece compaiono se a pagare le tasse sono chiamati “les riches”, i ricchi. Uno Stato che non smette di chiedere sacrifici ai poveri, e stranamente non ne chiede ai ricchi.
Si tratta perciò di uno Stato che i manifestanti di queste settimane denunciano come di parte, uno Stato che incarna solo alcuni gruppi sociali, a scapito di altri. E loro sono appunto “gli altri”. Lo Stato di Giovanni Botero, potremmo dire, quello che il gesuita italiano del XVI secolo vede come incaricato di esercitare un “dominio fermo sui popoli”. Insomma, l’opposto dello Stato democratico, che dovrebbe incarnare il potere del popolo.
In tal senso, il movimento, mi pare stia cercando di capire meglio i meccanismi, anzi la microfisica del potere; e cerca sponde. Scuole e università, hanno cominciato a prestare eco alla protesta e sono in stato di mobilitazione: gli studenti in particolare cominciano ad aggiungere le proprie rivendicazioni a quelle dei GJ, e denunciano la mercantilizzazione e l’aziendalizzazione del sistema educativo, secondo criteri sempre più palesemente legati al censo, e inevitabilmente alla provenienza geografica, in seno alla Francia, e a quella etnica fuori dei confini nazionali. Gli studenti dei licei parigini Henri IV o Jean-Baptiste Say – per citare due esempi a caso di scuole destinate ai figli della borghesia – hanno l’avvenire assicurato; per gli altri il futuro è buio e sempre tempestoso.
La grande onda raggiungerà anche le fabbriche? E i GJ assumerà tratti di lotta di classe caratterizzata da precise opzioni politiche? Presto per rispondere: quello che si può dire è che il movimento ha riportato improvvisamente e clamorosamente le masse più estranee al dibattito politico al centro della scena.
Fonte
29/11/2018
Il “tradimento” degli intellettuali “progressisti”. Ieri sulla Fiat oggi sulla Tav
“Gli intellettuali se non hanno tradito, tradiranno” . Nelle file della sinistra popolare e di classe siamo cresciuti con questa stimmate nel cervello. In questo c’è molto la diffidenza storica di chi è di estrazione popolare verso i professoroni e in qualche modo “i ricchi”.
In modo più sofisticato, il filosofo francese Julien Benda scrisse sul “tradimento dei chierici”, un libro usato in modo ambivalente da detrattori e sostenitori. Eppure Benda scriveva negli anni Venti che: “I chierici qui in causa assicurano spesso che loro ce l’hanno solo con la democrazia “bacata”, com’essa si è dimostrata più volte nel corso di quest’ultimo cinquantennio, ma che sono tutti per una democrazia “pulita e onesta”. Non è vero niente, dato che la democrazia più pura costituisce, per il principio di uguaglianza civica insito in essa, la formale negazione di quella società gerarchizzata che essi vogliono”.
Questa diffidenza verso gli intellettuali, nell’epoca del “pensiero social”, è diventata ostilità vera e propria. Anzi è stata ridotta a macchietta diffondendo l’idea che su ogni argomento, anche quelli più complessi, una opinione valga l’altra, indifferentemente dai dati empirici che ne dimostrano l’aderenza o meno alla realtà. I social e l’habitat grillino hanno seminato questa mala pianta a piene mani.
Ma il tradimento degli intellettuali si ripresenta puntuale, soprattutto “di quelli che non ti aspetti” proprio perché, come diceva Julien Benna, sono schierati per la democrazia ma alla fine ne hanno una visione aderente ad una società comunque gerarchizzata, in cui loro, pur criticamente, non hanno l’incombenza di mescolarsi e convivere con il popolaccio: essi in fondo sono sempre e solo èlite.
Se poi il popolaccio entra in campo, e spesso lo fa in modo spurio, senza andare troppo per il sottile, concedendo qualcosa di troppo alle strumentalizzazioni dei più spregiudicati, gli intellettuali non esitano a schierarsi con chi assicura che lo statu quo non ne verrà stravolto, anche a costo di rimettere in discussione il suffragio universale. Non occorre arrivare all’economista Gambisa Moyo per sentirlo ripetere sempre più spesso anche in Italia.
La verifica sul tradimento o meno degli intellettuali avviene sempre ed infatti quando il gioco si fa duro, quando la posta in gioco attiene interessi materiali e non solo battaglia delle opinioni.
Questa contraddizione non è sfuggita ad uno storico come Angelo D’Orsi (una vita all’università di Torino ma con poche concessioni all’establishment). D’Orsi sottolinea infatti lo schieramento di una larga parte dell’intellettualità “progressista” con la manifestazione dei Si Tav di alcuni giorni fa a Torino. “Ha fatto specie davvero leggere, nel commento (sulla Stampa) di un osservatore serio come Vladimiro Zagrebelsky, l’elogio di quella piazza, che sarebbe stata formata da “cittadini con il senso del dovere” scrive D’Orsi nel suo commento.
Insomma, Gustavo Zagrebelski, illustre giurista, padre nobile delle cause “progressiste”, promotore del NO al referendum contro-costituzionale di Renzi nel 2016, editorialista di tutti i giornali del Gruppo Gedi (quello di La Repubblica e La Stampa), si è schierato oggi come fecero “come un sol uomo” esattamente gli stessi ambienti nell’ottobre del 1980: allora a fianco dei capetti della Fiat e della borghesia torinese cresciuta intorno alla Fiat e contro gli operai che avevano occupato la fabbrica. Oggi si schierano invece con il composito fronte di interessi a favore della Tav e contro il movimento No Tav.
Già questo sarebbe un motivo in più per riempire le strade e le piazza di Torino il prossimo 8 dicembre insieme al popolo No Tav e umiliare nei numeri e nei contenuti la manifestazione Si Tav dello scorso 10 novembre. Quella manifestazione di “cittadini con il senso del dovere”, come li definisce Zagrebelski, vedeva insieme padroni e sindacati ufficiali, fascisti, leghisti, Pd, Forza Italia, la n’drangheta calabrese infilatasi negli appalti e gli imprenditori preoccupati delle conseguenze del blocco di una grande opera che si è già rivelata più costosa, dannosa e inutile di quanto si potesse immaginare.
Anche in questo caso contano i dati empirici che il Movimento No Tav ha reso pubblici da anni, mai smentiti, se non in nome del completamento di un disastro annunciato e cominciato nonostante l’eroica resistenza popolare della Val di Susa.
Ma perché oggi Zagrebelski come l’intellettualità liberale e progressista nell’ottobre del 1980 sulla Fiat, si schierano con i padroni, con interessi speculativi e privati dichiarati, con la devastazione del territorio in nome di una imprecisa e imprecisabile “modernizzazione”? Anche nel 1980 la Fiat di Agnelli impugnò la clava della modernizzazione del sistema industriale e delle relazioni sindacali, per licenziare migliaia di operai e riscrivere completamente una fase della storia del movimento operaio in Italia.
Qualche giorno fa in una riunione un giovane attivista, niente affatto sprovveduto, ha sottolineato come sulla Tav a Torino, la borghesia fosse costretta a ricorrere ancora una volta alla mobilitazione popolare per sostenere i propri interessi. Uno sforzo che la borghesia milanese o bolognese non ha mai avuto bisogno di fare perché ha in mano tutte le carte del gioco: dal potere economico al consenso.
Il problema è forse che la borghesia torinese sente che, a differenza di quella milanese, sta declinando. L’essere cresciuta sistematicamente nella ciccia e negli interstizi della Fiat, una volta che la Fiat diventata Fca se ne sta andando dall’Italia (vedi la vendita di Magneti Marelli e ora di Comau), lascia dietro di sé poca roba decente e tante macerie. Non solo. Milano ha cercato anche di scippare a Torino il Salone del libro inventandosi la Fiera dell’Editoria. Ed infine i flussi del capitale umano qualificato se cercano un lavoro guardano a Milano e non certo a Torino. Quindi niente linfa vitale, neanche con l’immigrazione interna, come avvenne invece negli anni Cinquanta e Sessanta con l’emigrazione meridionale verso la città-fabbrica per eccellenza.
Anche su questo prendiamo a prestito il prof. D’Orsi quando scrive che per la borghesia torinese “l’illusione che il TAV possa interrompere quel declino è a dir poco patetica”.
L’8 dicembre a Torino dunque non si gioca solo una partita sui numeri della manifestazione No Tav come risposta a quella dei Si Tav. Per un verso si farà quello che andava fatto a Torino nell’Ottobre del 1980 per rispondere ed umiliare “la marcia dei quarantamila” reggicoda della Fiat: una manifestazione di centomila operai che avrebbe mandato un segnale chiaro e forte di interessi materiali in conflitto. Ma sia le direzioni sindacali che quelle politiche (lo stesso Berlinguer fu messo in minoranza nel Pci), per non parlare poi dei “chierici progressisti”, imposero la capitolazione degli operai Fiat per mandare un segnale doloroso a tutti i lavoratori.
Sostenere oggi il Movimento No Tav non significa solo materializzare una resistenza popolare contro una grande affare dannoso, costoso e inutile, significa materializzare un altro e diverso modello di sviluppo per questo paese. Fermando le grandi opere inutili, avviando quelle utili alla collettività e non ai prenditori privati, riportando sotto controllo pubblico le leve strategiche dello sviluppo economico.
Una bella sfida tra interessi materiali in conflitto.
Fonte
In modo più sofisticato, il filosofo francese Julien Benda scrisse sul “tradimento dei chierici”, un libro usato in modo ambivalente da detrattori e sostenitori. Eppure Benda scriveva negli anni Venti che: “I chierici qui in causa assicurano spesso che loro ce l’hanno solo con la democrazia “bacata”, com’essa si è dimostrata più volte nel corso di quest’ultimo cinquantennio, ma che sono tutti per una democrazia “pulita e onesta”. Non è vero niente, dato che la democrazia più pura costituisce, per il principio di uguaglianza civica insito in essa, la formale negazione di quella società gerarchizzata che essi vogliono”.
Questa diffidenza verso gli intellettuali, nell’epoca del “pensiero social”, è diventata ostilità vera e propria. Anzi è stata ridotta a macchietta diffondendo l’idea che su ogni argomento, anche quelli più complessi, una opinione valga l’altra, indifferentemente dai dati empirici che ne dimostrano l’aderenza o meno alla realtà. I social e l’habitat grillino hanno seminato questa mala pianta a piene mani.
Ma il tradimento degli intellettuali si ripresenta puntuale, soprattutto “di quelli che non ti aspetti” proprio perché, come diceva Julien Benna, sono schierati per la democrazia ma alla fine ne hanno una visione aderente ad una società comunque gerarchizzata, in cui loro, pur criticamente, non hanno l’incombenza di mescolarsi e convivere con il popolaccio: essi in fondo sono sempre e solo èlite.
Se poi il popolaccio entra in campo, e spesso lo fa in modo spurio, senza andare troppo per il sottile, concedendo qualcosa di troppo alle strumentalizzazioni dei più spregiudicati, gli intellettuali non esitano a schierarsi con chi assicura che lo statu quo non ne verrà stravolto, anche a costo di rimettere in discussione il suffragio universale. Non occorre arrivare all’economista Gambisa Moyo per sentirlo ripetere sempre più spesso anche in Italia.
La verifica sul tradimento o meno degli intellettuali avviene sempre ed infatti quando il gioco si fa duro, quando la posta in gioco attiene interessi materiali e non solo battaglia delle opinioni.
Questa contraddizione non è sfuggita ad uno storico come Angelo D’Orsi (una vita all’università di Torino ma con poche concessioni all’establishment). D’Orsi sottolinea infatti lo schieramento di una larga parte dell’intellettualità “progressista” con la manifestazione dei Si Tav di alcuni giorni fa a Torino. “Ha fatto specie davvero leggere, nel commento (sulla Stampa) di un osservatore serio come Vladimiro Zagrebelsky, l’elogio di quella piazza, che sarebbe stata formata da “cittadini con il senso del dovere” scrive D’Orsi nel suo commento.
Insomma, Gustavo Zagrebelski, illustre giurista, padre nobile delle cause “progressiste”, promotore del NO al referendum contro-costituzionale di Renzi nel 2016, editorialista di tutti i giornali del Gruppo Gedi (quello di La Repubblica e La Stampa), si è schierato oggi come fecero “come un sol uomo” esattamente gli stessi ambienti nell’ottobre del 1980: allora a fianco dei capetti della Fiat e della borghesia torinese cresciuta intorno alla Fiat e contro gli operai che avevano occupato la fabbrica. Oggi si schierano invece con il composito fronte di interessi a favore della Tav e contro il movimento No Tav.
Già questo sarebbe un motivo in più per riempire le strade e le piazza di Torino il prossimo 8 dicembre insieme al popolo No Tav e umiliare nei numeri e nei contenuti la manifestazione Si Tav dello scorso 10 novembre. Quella manifestazione di “cittadini con il senso del dovere”, come li definisce Zagrebelski, vedeva insieme padroni e sindacati ufficiali, fascisti, leghisti, Pd, Forza Italia, la n’drangheta calabrese infilatasi negli appalti e gli imprenditori preoccupati delle conseguenze del blocco di una grande opera che si è già rivelata più costosa, dannosa e inutile di quanto si potesse immaginare.
Anche in questo caso contano i dati empirici che il Movimento No Tav ha reso pubblici da anni, mai smentiti, se non in nome del completamento di un disastro annunciato e cominciato nonostante l’eroica resistenza popolare della Val di Susa.
Ma perché oggi Zagrebelski come l’intellettualità liberale e progressista nell’ottobre del 1980 sulla Fiat, si schierano con i padroni, con interessi speculativi e privati dichiarati, con la devastazione del territorio in nome di una imprecisa e imprecisabile “modernizzazione”? Anche nel 1980 la Fiat di Agnelli impugnò la clava della modernizzazione del sistema industriale e delle relazioni sindacali, per licenziare migliaia di operai e riscrivere completamente una fase della storia del movimento operaio in Italia.
Qualche giorno fa in una riunione un giovane attivista, niente affatto sprovveduto, ha sottolineato come sulla Tav a Torino, la borghesia fosse costretta a ricorrere ancora una volta alla mobilitazione popolare per sostenere i propri interessi. Uno sforzo che la borghesia milanese o bolognese non ha mai avuto bisogno di fare perché ha in mano tutte le carte del gioco: dal potere economico al consenso.
Il problema è forse che la borghesia torinese sente che, a differenza di quella milanese, sta declinando. L’essere cresciuta sistematicamente nella ciccia e negli interstizi della Fiat, una volta che la Fiat diventata Fca se ne sta andando dall’Italia (vedi la vendita di Magneti Marelli e ora di Comau), lascia dietro di sé poca roba decente e tante macerie. Non solo. Milano ha cercato anche di scippare a Torino il Salone del libro inventandosi la Fiera dell’Editoria. Ed infine i flussi del capitale umano qualificato se cercano un lavoro guardano a Milano e non certo a Torino. Quindi niente linfa vitale, neanche con l’immigrazione interna, come avvenne invece negli anni Cinquanta e Sessanta con l’emigrazione meridionale verso la città-fabbrica per eccellenza.
Anche su questo prendiamo a prestito il prof. D’Orsi quando scrive che per la borghesia torinese “l’illusione che il TAV possa interrompere quel declino è a dir poco patetica”.
L’8 dicembre a Torino dunque non si gioca solo una partita sui numeri della manifestazione No Tav come risposta a quella dei Si Tav. Per un verso si farà quello che andava fatto a Torino nell’Ottobre del 1980 per rispondere ed umiliare “la marcia dei quarantamila” reggicoda della Fiat: una manifestazione di centomila operai che avrebbe mandato un segnale chiaro e forte di interessi materiali in conflitto. Ma sia le direzioni sindacali che quelle politiche (lo stesso Berlinguer fu messo in minoranza nel Pci), per non parlare poi dei “chierici progressisti”, imposero la capitolazione degli operai Fiat per mandare un segnale doloroso a tutti i lavoratori.
Sostenere oggi il Movimento No Tav non significa solo materializzare una resistenza popolare contro una grande affare dannoso, costoso e inutile, significa materializzare un altro e diverso modello di sviluppo per questo paese. Fermando le grandi opere inutili, avviando quelle utili alla collettività e non ai prenditori privati, riportando sotto controllo pubblico le leve strategiche dello sviluppo economico.
Una bella sfida tra interessi materiali in conflitto.
Fonte
14/11/2018
A volte ritornano. I cosiddetti 40 mila del Sì-Tav
di Angelo d’Orsi
Ritornano i 40 mila? Ma quali 40 mila? Non erano in quarantamila il 14 ottobre 1980, non erano in quarantamila il 10 novembre 2018. Al di là delle cifre, su cui come sempre si assiste a una un po’ risibile battaglia, il fatto più grave della recente esibizione del “popolo Sì-Tav”, è stato precisamente l’avere evocato quel precedente (che tale non era), che segnò la fine dell’ondata progressiva della società italiana, e l’inizio dell’arretramento del movimento operaio e studentesco.
La marcia dei capi e capetti Fiat che chiedevano di “poter lavorare” contro la “scioperomania”, fu un duro colpo al sindacato di classe, e in generale alla classe operaia, e, per conseguenza, ad ogni idea di cambiamento sociale, nell’interesse dei ceti subalterni, deprivilegiati.
Ora, dopo il successo (innegabile, sia pur con numeri decisamente inferiori: un calcolo attendibile non supera le 10.000 presenze) della chiamata alle armi fatta da un gruppetto di signore bene di una Torino inguaribilmente provinciale, richiamare quel lontano episodio di lotta di classe dall’alto appare un atto di totale irresponsabilità politica. Che lo faccia una destra becera che, fiutato il vento, è pronta ad azioni di revanscismo, lo si può capire; ma che il Pd, per bocca di leader locali e nazionali, abbocchi, è sconcertante: o meglio, è una ennesima riprova che quel partito non solo è in stato comatoso, ma che al suo interno si annida uno straordinario “cupio dissolvi”: il desiderio, quasi la bramosia di scomparire, inghiottito, per quel pochissimo che ne rimane, nelle spalancate fauci della destra.
E in effetti chi sostiene la linea Tav Torino-Lione, se non la destra? L’entusiasmo con cui il giornale della Fiat, La Stampa, ha sponsorizzato la cosiddetta “nuova marcia dei 40 mila” è una inquietante controprova in tal senso. L’indomani il quotidiano ha dedicato all’episodio una sovracoperta con tanto di fotocolor, dal titolo impegnativo quanto dèjà vu: “L’altra Italia”, mentre l’editoriale del direttore, temerariamente, richiama “Una sfida per la modernità”. Ancora una volta, seguendo un vero e proprio canone definito precisamente nel decennio iniziato dalla Marcia (quella del 1980), il dualismo destra/sinistra viene ridisegnato come modernità/conservazione, e l’etichetta della conservazione viene applicata sulla sinistra, quella che si ostina a distinguere un conservatorismo dei valori (la Costituzione e i suoi princìpi, il patrimonio culturale, la salvaguardia del territorio e dell’ambiente…) dal conservatorismo degli interessi (il profitto che prevale su tutto, in sintesi). Il punto più alto di siffatta ideologia fu toccato da Matteo Renzi quando in una prefazione ad una nuova edizione del celebre libretto di Norberto Bobbio Destra e sinistra ebbe ad affermare che Bobbio oggi sarebbe d’accordo con lui nel sostenere che la sfida non è più fra destra e sinistra, ma, appunto, fra “innovazione” e conservazione. Dove per innovazione si intendevano i cambiamenti: della Costituzione, delle leggi sul lavoro, dell’ordinamento scolastico, e così via, tutto all’insegna di un sciagurato senso del “progresso” inteso come “sviluppo”, cioè, in sintesi estrema, privatizzazione, vista come segreto dell’efficienza e della meritocrazia.
La marcia delle orgogliose “madamine” torinesi (che pena! Hanno persino lanciato l’hashtag: #madamintoo…), in realtà, prima e più che rivendicare una linea ferroviaria, di cui nulla sanno, esprimeva una speranza, illusoria, a dire il vero: che quel treno dei sogni impedisse il declino di Torino, declino attribuito, scorrettamente, all’Amministrazione 5 Stelle, mentre quel declino viene da molto lontano, da quando la Fiat, assai prima di Marchionne, decise di lasciare la città. Una città ostinatamente rimasta sul modello della one-company-town, di cui tutte le forze politiche e sindacali con minime variazioni avevano condiviso la logica, semplicemente scontrandosi, magari, su salari e orari di lavoro per i dipendenti della azienda automobilistica e delle fabbriche e fabbrichette (le “boite”) il cui destino era inesorabilmente legato a quello di “Corso Marconi”, come si diceva al tempo.
L’illusione che il TAV possa interrompere quel declino è a dir poco patetica. I cartelli inalberati da qualche intraprendente marciatore che invocava la TAV per raggiungere “più in fretta” (la modernità, eccola!) Lione e Parigi, magari mostrando durate inferiori in termini di ore di viaggi analoghi in Europa, erano falsi e ingannevoli. Il TAV non è più un’opinione, e quando Sergio Chiamparino propone, incredibilmente, un referendum tra i piemontesi davvero finisce in un terreno fangoso: il TAV, innanzi tutto, dopo innumerevoli cambiamenti di percorso, di motivazione, di bilancio, oggi non è più una linea per persone ma essenzialmente per merci, e in ogni caso, tutti, dicansi tutti, gli studi indipendenti (per esempio del Politecnico di Torino) hanno inequivocabilmente dimostrato che non solo non sussiste alcuna necessità di questa “grande opera”, il cui percorso è già coperto da una linea esistente e enormemente sottoutilizzata; ma hanno dimostrato altresì che i costi dell’opera (pubblici), esosi, e i benefici (privati) minimi; che il lavoro innescato non compenserebbe gli investimenti; che il danno ambientale, paesaggistico e idrogeologico avrebbe conseguenze, tanto sulla stabilità del territorio, quanto sul turismo, gravissime.
Ha fatto abbastanza specie vedere questo unanimismo dell’imbroglio e dell’ignoranza, per cui qualche cattedratico con pochi impegni e giornalisti pronti a scrivere ciò che il padrone comanda, hanno ripetuto, psittacisticamente, le parole della “madamine” in piazza, compreso l’elogio a quella piccola parte della magistratura locale che ha perseguitato, accanitamente, i No-Tav come “terroristi”.
Ma lo slogan più grottesco, e quindi più reiterato, a voce e sui cartelli e sulla stampa, è stato quello richiamato nell’intitolazione della marcia e che alludeva al “Sì”: ma Sì a che cosa? Alla devastazione di una delle più belle valli d’Italia? Alla corruzione (compagna fedele di ogni “grande opera”)? Ai profitti immensi per qualcuno e agli spiccioli concessi a pochi altri? Al dispendio di denaro pubblico? E ciò accadeva nei giorni in cui larga parte del nostro territorio, dalla Sicilia al Friuli, dalla Liguria alla Calabria, pagava un prezzo, ahinoi anche in termini di vite umane, a seguito di “eventi estremi”, certo favoriti dal cambio climatico, ma davanti ai quali poco o nulla si è potuto, perché governi centrali e amministrazioni locali continuano a cianciare di “grandi opere”, mentre il territorio nazionale va a pezzi.
Ha fatto specie davvero leggere, nel commento (sulla Stampa) di un osservatore serio come Vladimiro Zagrebelsky, l’elogio di quella piazza, che sarebbe stata formata da “cittadini con il senso del dovere”. E gli altri, no? Quelli che per un quarto di secolo si sono battuti contro il TAV avendo il sostegno di ricercatori e scienziati, studiando, raccogliendo dati? Gli altri non hanno il senso del dovere civico? Gli altri cittadini che consumavano risorse di tempo, denaro, e intelletto per studiare quell’opera arrivando appunto alla conclusione che essa era superflua e insieme dannosa, mentre una larga parte della cittadinanza, passiva e indifferente, si affidava alle decisioni degli amministratori? I No-Tav sono estranei alla polis e i Sì-Tav sono interni? Che svarione, per un giurista, per giunta.
Al contrario, la piazza così lodata da larga parte degli ambienti politici e mediatici, e da qualche intellettuale, era precisamente la piazza di chi allora come oggi non si preoccupa di informarsi, e oggi come allora si lascia trascinare da venditori di false notizie, che l’hanno persuasa che quel treno salverà l’occupazione per loro e i loro figli (come ripetono le interviste alla “gente” in piazza Castello il 10 novembre) e che, addirittura, con il loro benessere assicurerà quello della città subalpina.
Probabilmente, la risposta che quella città darà l’8 dicembre prossimo, con la marcia dei No-Tav, in una sfida che ha dovuto per forza di cose essere raccolta, non sarà sufficiente a dire la parola fine a 25 anni e oltre di dispute, di prove, di studi e pseudo-studi, di cantieri aperti e chiusi, di lotte coraggiose, di repressioni pesanti. Certo, visto che molti osservatori invitano ad “ascoltare la piazza”, gli stessi che quando la piazza è avversa ai poteri a cui essi si ispirano (per così dire), tuonano contro il “populismo”, bisognerà mettersi a contare i partecipanti alla marcia di risposta. Aspettiamoci che quei media e quei politici che hanno garantito i 40.000 il 10 novembre, si appresteranno a contare “qualche centinaio” di partecipanti l’8 dicembre, sottolineando che si tratta di “militanti dei Centri sociali”. Ossia, coloro che a differenza dei pensionati e delle madamine in piazza il mese prima, non possono trovare spazio nella comunità e che sono animati solo dalla “voglia di dire no”.
Fonte
Ritornano i 40 mila? Ma quali 40 mila? Non erano in quarantamila il 14 ottobre 1980, non erano in quarantamila il 10 novembre 2018. Al di là delle cifre, su cui come sempre si assiste a una un po’ risibile battaglia, il fatto più grave della recente esibizione del “popolo Sì-Tav”, è stato precisamente l’avere evocato quel precedente (che tale non era), che segnò la fine dell’ondata progressiva della società italiana, e l’inizio dell’arretramento del movimento operaio e studentesco.
La marcia dei capi e capetti Fiat che chiedevano di “poter lavorare” contro la “scioperomania”, fu un duro colpo al sindacato di classe, e in generale alla classe operaia, e, per conseguenza, ad ogni idea di cambiamento sociale, nell’interesse dei ceti subalterni, deprivilegiati.
Ora, dopo il successo (innegabile, sia pur con numeri decisamente inferiori: un calcolo attendibile non supera le 10.000 presenze) della chiamata alle armi fatta da un gruppetto di signore bene di una Torino inguaribilmente provinciale, richiamare quel lontano episodio di lotta di classe dall’alto appare un atto di totale irresponsabilità politica. Che lo faccia una destra becera che, fiutato il vento, è pronta ad azioni di revanscismo, lo si può capire; ma che il Pd, per bocca di leader locali e nazionali, abbocchi, è sconcertante: o meglio, è una ennesima riprova che quel partito non solo è in stato comatoso, ma che al suo interno si annida uno straordinario “cupio dissolvi”: il desiderio, quasi la bramosia di scomparire, inghiottito, per quel pochissimo che ne rimane, nelle spalancate fauci della destra.
E in effetti chi sostiene la linea Tav Torino-Lione, se non la destra? L’entusiasmo con cui il giornale della Fiat, La Stampa, ha sponsorizzato la cosiddetta “nuova marcia dei 40 mila” è una inquietante controprova in tal senso. L’indomani il quotidiano ha dedicato all’episodio una sovracoperta con tanto di fotocolor, dal titolo impegnativo quanto dèjà vu: “L’altra Italia”, mentre l’editoriale del direttore, temerariamente, richiama “Una sfida per la modernità”. Ancora una volta, seguendo un vero e proprio canone definito precisamente nel decennio iniziato dalla Marcia (quella del 1980), il dualismo destra/sinistra viene ridisegnato come modernità/conservazione, e l’etichetta della conservazione viene applicata sulla sinistra, quella che si ostina a distinguere un conservatorismo dei valori (la Costituzione e i suoi princìpi, il patrimonio culturale, la salvaguardia del territorio e dell’ambiente…) dal conservatorismo degli interessi (il profitto che prevale su tutto, in sintesi). Il punto più alto di siffatta ideologia fu toccato da Matteo Renzi quando in una prefazione ad una nuova edizione del celebre libretto di Norberto Bobbio Destra e sinistra ebbe ad affermare che Bobbio oggi sarebbe d’accordo con lui nel sostenere che la sfida non è più fra destra e sinistra, ma, appunto, fra “innovazione” e conservazione. Dove per innovazione si intendevano i cambiamenti: della Costituzione, delle leggi sul lavoro, dell’ordinamento scolastico, e così via, tutto all’insegna di un sciagurato senso del “progresso” inteso come “sviluppo”, cioè, in sintesi estrema, privatizzazione, vista come segreto dell’efficienza e della meritocrazia.
La marcia delle orgogliose “madamine” torinesi (che pena! Hanno persino lanciato l’hashtag: #madamintoo…), in realtà, prima e più che rivendicare una linea ferroviaria, di cui nulla sanno, esprimeva una speranza, illusoria, a dire il vero: che quel treno dei sogni impedisse il declino di Torino, declino attribuito, scorrettamente, all’Amministrazione 5 Stelle, mentre quel declino viene da molto lontano, da quando la Fiat, assai prima di Marchionne, decise di lasciare la città. Una città ostinatamente rimasta sul modello della one-company-town, di cui tutte le forze politiche e sindacali con minime variazioni avevano condiviso la logica, semplicemente scontrandosi, magari, su salari e orari di lavoro per i dipendenti della azienda automobilistica e delle fabbriche e fabbrichette (le “boite”) il cui destino era inesorabilmente legato a quello di “Corso Marconi”, come si diceva al tempo.
L’illusione che il TAV possa interrompere quel declino è a dir poco patetica. I cartelli inalberati da qualche intraprendente marciatore che invocava la TAV per raggiungere “più in fretta” (la modernità, eccola!) Lione e Parigi, magari mostrando durate inferiori in termini di ore di viaggi analoghi in Europa, erano falsi e ingannevoli. Il TAV non è più un’opinione, e quando Sergio Chiamparino propone, incredibilmente, un referendum tra i piemontesi davvero finisce in un terreno fangoso: il TAV, innanzi tutto, dopo innumerevoli cambiamenti di percorso, di motivazione, di bilancio, oggi non è più una linea per persone ma essenzialmente per merci, e in ogni caso, tutti, dicansi tutti, gli studi indipendenti (per esempio del Politecnico di Torino) hanno inequivocabilmente dimostrato che non solo non sussiste alcuna necessità di questa “grande opera”, il cui percorso è già coperto da una linea esistente e enormemente sottoutilizzata; ma hanno dimostrato altresì che i costi dell’opera (pubblici), esosi, e i benefici (privati) minimi; che il lavoro innescato non compenserebbe gli investimenti; che il danno ambientale, paesaggistico e idrogeologico avrebbe conseguenze, tanto sulla stabilità del territorio, quanto sul turismo, gravissime.
Ha fatto abbastanza specie vedere questo unanimismo dell’imbroglio e dell’ignoranza, per cui qualche cattedratico con pochi impegni e giornalisti pronti a scrivere ciò che il padrone comanda, hanno ripetuto, psittacisticamente, le parole della “madamine” in piazza, compreso l’elogio a quella piccola parte della magistratura locale che ha perseguitato, accanitamente, i No-Tav come “terroristi”.
Ma lo slogan più grottesco, e quindi più reiterato, a voce e sui cartelli e sulla stampa, è stato quello richiamato nell’intitolazione della marcia e che alludeva al “Sì”: ma Sì a che cosa? Alla devastazione di una delle più belle valli d’Italia? Alla corruzione (compagna fedele di ogni “grande opera”)? Ai profitti immensi per qualcuno e agli spiccioli concessi a pochi altri? Al dispendio di denaro pubblico? E ciò accadeva nei giorni in cui larga parte del nostro territorio, dalla Sicilia al Friuli, dalla Liguria alla Calabria, pagava un prezzo, ahinoi anche in termini di vite umane, a seguito di “eventi estremi”, certo favoriti dal cambio climatico, ma davanti ai quali poco o nulla si è potuto, perché governi centrali e amministrazioni locali continuano a cianciare di “grandi opere”, mentre il territorio nazionale va a pezzi.
Ha fatto specie davvero leggere, nel commento (sulla Stampa) di un osservatore serio come Vladimiro Zagrebelsky, l’elogio di quella piazza, che sarebbe stata formata da “cittadini con il senso del dovere”. E gli altri, no? Quelli che per un quarto di secolo si sono battuti contro il TAV avendo il sostegno di ricercatori e scienziati, studiando, raccogliendo dati? Gli altri non hanno il senso del dovere civico? Gli altri cittadini che consumavano risorse di tempo, denaro, e intelletto per studiare quell’opera arrivando appunto alla conclusione che essa era superflua e insieme dannosa, mentre una larga parte della cittadinanza, passiva e indifferente, si affidava alle decisioni degli amministratori? I No-Tav sono estranei alla polis e i Sì-Tav sono interni? Che svarione, per un giurista, per giunta.
Al contrario, la piazza così lodata da larga parte degli ambienti politici e mediatici, e da qualche intellettuale, era precisamente la piazza di chi allora come oggi non si preoccupa di informarsi, e oggi come allora si lascia trascinare da venditori di false notizie, che l’hanno persuasa che quel treno salverà l’occupazione per loro e i loro figli (come ripetono le interviste alla “gente” in piazza Castello il 10 novembre) e che, addirittura, con il loro benessere assicurerà quello della città subalpina.
Probabilmente, la risposta che quella città darà l’8 dicembre prossimo, con la marcia dei No-Tav, in una sfida che ha dovuto per forza di cose essere raccolta, non sarà sufficiente a dire la parola fine a 25 anni e oltre di dispute, di prove, di studi e pseudo-studi, di cantieri aperti e chiusi, di lotte coraggiose, di repressioni pesanti. Certo, visto che molti osservatori invitano ad “ascoltare la piazza”, gli stessi che quando la piazza è avversa ai poteri a cui essi si ispirano (per così dire), tuonano contro il “populismo”, bisognerà mettersi a contare i partecipanti alla marcia di risposta. Aspettiamoci che quei media e quei politici che hanno garantito i 40.000 il 10 novembre, si appresteranno a contare “qualche centinaio” di partecipanti l’8 dicembre, sottolineando che si tratta di “militanti dei Centri sociali”. Ossia, coloro che a differenza dei pensionati e delle madamine in piazza il mese prima, non possono trovare spazio nella comunità e che sono animati solo dalla “voglia di dire no”.
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29/06/2018
Scienza e militanza. Un ricordo di Domenico Losurdo
di Angelo d’Orsi
Il destino è sovente beffardo, oltre che crudele. Quando mi giunge la notizia, peraltro attesa, della scomparsa di Domenico Losurdo (nato nel 1941, a Sannicandro, in Puglia), mi è venuto alla mente Antonio Labriola, filosofo socratico, che poco amava scrivere ed affidava il suo sapere perlopiù alla parola detta, più che a quella fermata sulla carta: Labriola morì di un cancro alla gola, che gli impedì di parlare prima di strapparlo alla vita. Losurdo, storico e filosofo, militante comunista, docente, studioso di altissimo livello, scrittore prolifico, e insomma, quel che si dice “una gran testa”, è morto di un tumore al cervello che se l’è portato via in tutta fretta, lasciandoci attoniti. Quel cervello che sembrava inarrestabile, generoso quanto rigoroso, una vera macchina da guerra, sconfitto da una stupida malattia.
Il suo attivismo quasi frenetico, sia che si trattasse di scrivere un articolo, di lavorare a una ricerca, o di tenere una conferenza, era sempre pronto. Saliva su un treno, con un piccolo bagaglio, con le sue camicie a righe, sempre senza cravatta, con abiti sempre da mezza stagione, e macinava chilometri e chilometri, per portare una sua visione del mondo in giro per l’Italia, per l’Europa, per il mondo: sono pochi i Paesi in cui Losurdo non sia stato invitato, per convegni, lezioni, o presentazioni di traduzioni dei suoi libri. E sono stati davvero tanti, quei libri, tutti ricchi di dottrina, persino ridondanti. Un regesto, anche incompleto, risulterebbe improponibile in uno spazio come questo. Il fatto è che Domenico, Mimmo per gli amici, è stato uomo davvero dai molteplici interessi, tra filosofia e dottrine politiche, in grado di coprire, grazie ad una erudizione sterminata, campi assai vasti del sapere.
Di formazione filosofo, Losurdo aveva a differenza di buona parte dei suoi colleghi, non solo il massimo rispetto per la storia, compresa la dimensione biografica degli autori che studiava, ma ha nutrito ogni suo scritto di storicità. Era ben conscio che, per citare ancora Labriola, “le idee non cascano dal cielo”, e dietro, sotto, le idee egli cercò sempre le basi strutturali, i contesti ideologici, cercando, da autentico e ferrato storico materialista, di mettere in luce le connessioni tra economia e ideologia, tra interessi sociali e dibattiti culturali. Un marxista per convinzione, sia per gli ideali politici, sia per una precisa scelta metodologica. Era persuaso, Losurdo, che senza mettere in luce quelle connessioni, senza scavare nel backstage delle idee politiche, non si potesse averne piena cognizione.
Comunista non pentito, aveva aderito al tentativo del piccolo partito cui era iscritto, il PdCI di dare vita a un nuovo, possibilmente grande partito comunista italiano: quando alle prime prove gli esiti elettorali furono modesti e, con un po’ di malizia, glielo feci notare, egli senza scomporsi mi rispose: “Noi lavoriamo sui tempi lunghi”, reiterando l’invito ad aggregarmi. Che non raccolsi, naturalmente, né, del resto, condividevo tutti gli orientamenti di Losurdo, anche se ho recensito e presentato parecchi suoi libri, e soprattutto abbiamo condotto molte battaglie in comune, in primo luogo quelle contro la retorica sionista pronta a usare il tabù dell’antisemitismo per emarginare e condannare all’isolamento chiunque criticasse i governanti israeliani.
Discutendo alcuni suoi lavori, non ho rinunciato alle critiche, sempre mettendo in evidenza da un lato la prodigiosa capacità produttiva, e dall’altro l’originalità di molte sue analisi, mai scontate, anche se, talvolta, per chi conosceva il pensiero losurdiano, prevedibili. Aveva il chiodo fisso dell’antimperialismo, e si batteva perché la stessa categoria teorica di “imperialismo” e quella ad essa vicinissima di “colonialismo” ricuperassero piena cittadinanza nelle analisi geopolitiche. Ammiratore critico (ossia tutt’altro che becero, ma il dissenso qui tra noi era sensibile) di Stalin, come grande protagonista della lotta mondiale al nazifascismo, negli ultimi anni si era molto occupato della Cina, diventandone un esperto, sul piano dell’analisi ideologica. Ma rimase fino alla fine un militante, un combattente, e nei suoi interventi pubblici non abbandonava mai un certo tono comiziante, capace di tener desto l’uditorio, e di animarlo, anche se non sempre di convincerlo.
A lungo docente di Storia della filosofia nell’Ateneo di Urbino, ne era diventato poi professore emerito, e ricopriva diversi prestigiosi incarichi scientifici a livello internazionale, specie nel mondo degli studi hegeliani e marxengelsiani.
Nella vastissima bibliografia losurdiana, arbitrariamente, scelgo questi titoli: La comunità, la morte, l’Occidente (Bollati Boringhieri, 1991), forse il suo libro più affascinante; Il revisionismo storico. Problemi e miti (Laterza, 1996), caposaldo teorico della lotta antirevisionistica; Nietzsche, il ribelle aristocratico (Bollati Boringhieri, 1997), un autentico capolavoro, a dispetto della sua mole impressionante; Controstoria del liberalismo (Carocci, 2005), un affresco che svela il “lato oscuro” della pseudo-democrazia liberale; Il linguaggio dell’Impero (Laterza, 2007), un’analisi tanto più preziosa oggi davanti al “trumpismo”; La lotta di classe. Una storia politica e filosofica (Laterza, 2015), una lettura originale dell’eterno scontro tra oppressi e oppressori; Un mondo senza guerre (Carocci, 2016), libro che aggiunge a una sapiente analisi del mondo bellicistico una prospettiva di alternativa radicale. E l’ultimo: Il marxismo occidentale (Laterza, 2017), del quale è rilevante il sottotitolo: “Come nacque, come morì, come può rinascere”, dove si nota perfettamente la natura duplice dell’autore: studioso e militante. E la sua scomparsa, dunque, suona come un mesto messaggio per il mondo degli studi, ma anche per il quello della militanza politica. Anche sotto questo aspetto, Domenico Losurdo appare una figura oggi insostituibile. Il che rende la sua perdita gravissima.
Il destino è sovente beffardo, oltre che crudele. Quando mi giunge la notizia, peraltro attesa, della scomparsa di Domenico Losurdo (nato nel 1941, a Sannicandro, in Puglia), mi è venuto alla mente Antonio Labriola, filosofo socratico, che poco amava scrivere ed affidava il suo sapere perlopiù alla parola detta, più che a quella fermata sulla carta: Labriola morì di un cancro alla gola, che gli impedì di parlare prima di strapparlo alla vita. Losurdo, storico e filosofo, militante comunista, docente, studioso di altissimo livello, scrittore prolifico, e insomma, quel che si dice “una gran testa”, è morto di un tumore al cervello che se l’è portato via in tutta fretta, lasciandoci attoniti. Quel cervello che sembrava inarrestabile, generoso quanto rigoroso, una vera macchina da guerra, sconfitto da una stupida malattia.
Il suo attivismo quasi frenetico, sia che si trattasse di scrivere un articolo, di lavorare a una ricerca, o di tenere una conferenza, era sempre pronto. Saliva su un treno, con un piccolo bagaglio, con le sue camicie a righe, sempre senza cravatta, con abiti sempre da mezza stagione, e macinava chilometri e chilometri, per portare una sua visione del mondo in giro per l’Italia, per l’Europa, per il mondo: sono pochi i Paesi in cui Losurdo non sia stato invitato, per convegni, lezioni, o presentazioni di traduzioni dei suoi libri. E sono stati davvero tanti, quei libri, tutti ricchi di dottrina, persino ridondanti. Un regesto, anche incompleto, risulterebbe improponibile in uno spazio come questo. Il fatto è che Domenico, Mimmo per gli amici, è stato uomo davvero dai molteplici interessi, tra filosofia e dottrine politiche, in grado di coprire, grazie ad una erudizione sterminata, campi assai vasti del sapere.
Di formazione filosofo, Losurdo aveva a differenza di buona parte dei suoi colleghi, non solo il massimo rispetto per la storia, compresa la dimensione biografica degli autori che studiava, ma ha nutrito ogni suo scritto di storicità. Era ben conscio che, per citare ancora Labriola, “le idee non cascano dal cielo”, e dietro, sotto, le idee egli cercò sempre le basi strutturali, i contesti ideologici, cercando, da autentico e ferrato storico materialista, di mettere in luce le connessioni tra economia e ideologia, tra interessi sociali e dibattiti culturali. Un marxista per convinzione, sia per gli ideali politici, sia per una precisa scelta metodologica. Era persuaso, Losurdo, che senza mettere in luce quelle connessioni, senza scavare nel backstage delle idee politiche, non si potesse averne piena cognizione.
Comunista non pentito, aveva aderito al tentativo del piccolo partito cui era iscritto, il PdCI di dare vita a un nuovo, possibilmente grande partito comunista italiano: quando alle prime prove gli esiti elettorali furono modesti e, con un po’ di malizia, glielo feci notare, egli senza scomporsi mi rispose: “Noi lavoriamo sui tempi lunghi”, reiterando l’invito ad aggregarmi. Che non raccolsi, naturalmente, né, del resto, condividevo tutti gli orientamenti di Losurdo, anche se ho recensito e presentato parecchi suoi libri, e soprattutto abbiamo condotto molte battaglie in comune, in primo luogo quelle contro la retorica sionista pronta a usare il tabù dell’antisemitismo per emarginare e condannare all’isolamento chiunque criticasse i governanti israeliani.
Discutendo alcuni suoi lavori, non ho rinunciato alle critiche, sempre mettendo in evidenza da un lato la prodigiosa capacità produttiva, e dall’altro l’originalità di molte sue analisi, mai scontate, anche se, talvolta, per chi conosceva il pensiero losurdiano, prevedibili. Aveva il chiodo fisso dell’antimperialismo, e si batteva perché la stessa categoria teorica di “imperialismo” e quella ad essa vicinissima di “colonialismo” ricuperassero piena cittadinanza nelle analisi geopolitiche. Ammiratore critico (ossia tutt’altro che becero, ma il dissenso qui tra noi era sensibile) di Stalin, come grande protagonista della lotta mondiale al nazifascismo, negli ultimi anni si era molto occupato della Cina, diventandone un esperto, sul piano dell’analisi ideologica. Ma rimase fino alla fine un militante, un combattente, e nei suoi interventi pubblici non abbandonava mai un certo tono comiziante, capace di tener desto l’uditorio, e di animarlo, anche se non sempre di convincerlo.
A lungo docente di Storia della filosofia nell’Ateneo di Urbino, ne era diventato poi professore emerito, e ricopriva diversi prestigiosi incarichi scientifici a livello internazionale, specie nel mondo degli studi hegeliani e marxengelsiani.
Nella vastissima bibliografia losurdiana, arbitrariamente, scelgo questi titoli: La comunità, la morte, l’Occidente (Bollati Boringhieri, 1991), forse il suo libro più affascinante; Il revisionismo storico. Problemi e miti (Laterza, 1996), caposaldo teorico della lotta antirevisionistica; Nietzsche, il ribelle aristocratico (Bollati Boringhieri, 1997), un autentico capolavoro, a dispetto della sua mole impressionante; Controstoria del liberalismo (Carocci, 2005), un affresco che svela il “lato oscuro” della pseudo-democrazia liberale; Il linguaggio dell’Impero (Laterza, 2007), un’analisi tanto più preziosa oggi davanti al “trumpismo”; La lotta di classe. Una storia politica e filosofica (Laterza, 2015), una lettura originale dell’eterno scontro tra oppressi e oppressori; Un mondo senza guerre (Carocci, 2016), libro che aggiunge a una sapiente analisi del mondo bellicistico una prospettiva di alternativa radicale. E l’ultimo: Il marxismo occidentale (Laterza, 2017), del quale è rilevante il sottotitolo: “Come nacque, come morì, come può rinascere”, dove si nota perfettamente la natura duplice dell’autore: studioso e militante. E la sua scomparsa, dunque, suona come un mesto messaggio per il mondo degli studi, ma anche per il quello della militanza politica. Anche sotto questo aspetto, Domenico Losurdo appare una figura oggi insostituibile. Il che rende la sua perdita gravissima.
(28 giugno 2018)
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