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14/12/2018

La collera dei Gilets Jaunes

di Angelo d’Orsi, da Parigi

Una decina di anni fa, Marc Ferro, grande storico d’Oltralpe, pubblicava un libretto intitolato “Le ressentiment dans l’histoire”. La storia, in effetti, gronda di esempi di atti compiuti sulla base (anche) del risentimento: individuale o collettivo, di persone singole o, talora, di interi popoli.

In queste giornate che sto vivendo in una Parigi inedita – non è il nuovo Sessantotto, ma molti lo evocano, e una fibrillazione generale sembra far palpitare le vene della città, evocando via via sempre più corposamente quel fantasma del maggio di cinquant’anni fa – il libro di questo grande studioso, erede della tradizione degli “Annales”, mi è ritornato alla mente più volte. E mi pare di aver compreso che nell’azione, dei Gilets Jaunes (GJ), prima scomposta e improvvisata, poi via via più organizzata e meglio motivata (la loro tavola di rivendicazioni è da prendere molto sul serio, e appare ormai quasi un programma di governo), il risentimento svolga un ruolo importante, forse sin qui sottovalutato.

Ieri sera, ascoltando commenti in diretta in un caffè del V arrondissement, ma non turistico, davanti al televisore che mostrava agli astanti il volto bambino di Emmanuel Macron, le mani giunte sul tavolo di rappresentanza all’Eliseo, infine, ho udito chiaramente la parola: “ressentiment”. Ed è una parola che ne richiama altre, che sono frequenti sulla bocca e nei cartelli dei manifestanti: rage, colère, deception, injustice, inégalité, mépris, e così via. La rabbia per essere emarginati da qualsivoglia decisione il potere prenda sulle loro teste, la collera che ormai muove le persone a uscire dal silenzio, la delusione per attese tradite, il sentimento di una gigantesca ingiustizia patita ogni giorno da milioni di francesi, l’impossibilità di tacere davanti allo spettacolo della disuguaglianza, divenuto insopportabile, il disprezzo che colgono, da sempre, nei comportamenti di Macron (un disprezzo insieme di classe e di casta). Tutto ciò rappresenta la base ideologica e prima ancora sentimentale (nel senso letterale del termine) di una protesta che non credo che si stia per esaurire.

Nella sua allocuzione (che più d’uno ha paragonato, per la pompa con cui è stata annunciata e predisposta, a quella famosa di De Gaulle del 24 maggio 1968, che in qualche modo pose fine alla protesta studentesca), per la prima volta, con aria finto-contrita, ma incapace di mettere da parte la propria inveterata albagìa, Macron ha confessato di aver forse sbagliato finora qualcosa, ma che, sconfitta la violenza, “che significa la fine di ogni libertà”, egli prometteva di andare incontro alle “giuste” richieste di chi protesta. Ma quel che è giusto per lui, figlio di una borghesia, che neppure ha idea di che cosa sia la sofferenza dei subalterni, difficilmente apparirà giusto a loro.

Certo, il tono è stato diverso, studiatamente diverso dal passato, con la messa in sordina dell’arroganza, per qualche minuto, fingendo di recepire le accuse di disprezzo per il popolo, ma il presidente ha nel contempo sottolineato che il programma del suo mandato non sarebbe cambiato. A cominciare dalla ISF (Impôt de Solidarité sur la Fortune, ossia una sorta di patrimoniale, un prelievo fiscale sui redditi più alti a vantaggio di quelli infimi), che, ha confermato, non verrà restaurata, come chiede la protesta: interessante ricordare che fu il “socialista” François Hollande a eliminarla, e il suo successore non intende ripristinarla perché, spiega Macron, quella tassa allontanava i ricchi dalla Francia senza sortire alcun effetto utile... E per venire incontro a un’altra richiesta fondamentale, la riduzione del centralismo e la concentrazione del potere (e del suo stesso potere), egli ha demandato ai sindaci, i più vicini, sul territorio, ai cittadini, di far percepire loro che solo essi sono la base della legittimità democratica. Ma dai commenti al bar, come da quelli letti su giornali l’indomani, mi pare che tutti o quasi abbiano compreso che si trattava di una presa in giro, sostanzialmente.

Alle manifestazioni, che impropriamente qualcuno da noi continua a considerare semplicisticamente “di destra”, i cartelli “Migrants Welcom”, erano numerosi, come numerosi erano i migranti in mezzo ai francesi di origine, e nella protesta la questione migranti è stata presa in seria considerazione, nel tentativo di risolvere le problematiche più spinose, anche se prevale una insistenza sull’essere francese, sul diventare francese, e via seguitando. È l’antica via dei transalpini verso l’integrazione.

Ad ogni modo, sul tema Macron non ha compiuto passi di apertura, ma al contrario ha sentenziato che il discorso era chiuso: in qualche modo ribadendo che la legislazione sull’immigrazione, una delle più severe d’Europa, non era in discussione, strizzando palesemente l’occhio alla destra, compresa, evidentemente, quella interna ai GJ (che, va da sé, è ideologicamente assai composito).

Ad ogni modo il movimento sembra non volersi lasciarsi ingabbiare dalle nuove promesse presidenziali; e al di là di questo risultato, prezioso anche sul piano simbolico (oltre ai risultati pratici, a loro volta non disprezzabili, anche se a carattere temporaneo) non v’è dubbio che non si tratti di una sommossa di “quelli che non vogliono pagare le tasse”, di un moto alla Poujade; ma piuttosto della rabbia antica, accumulata nel tempo, di quanti soffrono una vera e propria ingiustizia fiscale, che implementa il divario tra ricchi e poveri: un sociologo, Alexis Spire, ne ha parlato, quasi profeticamente, in un libro (“Résistances à l’impôt, attachement à l’Etat”) apparso proprio alla vigilia dell’inizio dell’agitazione. In fondo non viene contestato il fisco in quanto tale, bensì la sua iniquità.

I GJ si considerano e vogliono essere considerati dei “bons français”, dei patrioti, ed è proprio su tale base, non rifiutando lo Stato, né le sue norme, protestano: vogliono uno Stato che li rappresenti, che discuta con loro dei loro problemi, che tenga conto delle loro difficoltà, che sono andate crescendo nel corso degli anni, con la crisi, e aggravate da una fiscalità occhiuta e oppressiva, che appare debole coi forti e forte, anzi spietata, coi deboli. Misure come l’incremento delle pensioni minime dello 0,3%, previsto per il 2020, è apparsa quasi un insulto o uno sberleffo. Un movimento in cui la politica sta entrando un po’ alla volta, rischiarando un insieme di rivendicazioni che di per sé possono essere giudicate sostanzialmente corporative, benché vadano incontro a esigenze diffuse in larghe fette di popolazione, strati sociali medio-bassi, che faticano a combinare il pasto con la cena, come suol dirsi.

È stata dunque questa – la rabbia, il risentimento per l’ingiustizia fiscale, specchio di quella sociale – la molla che ha fatto scattare la protesta, nella quale si sono riconosciuti i GJ, al di là di coloro che sono scesi nelle strade (con la minoranza esigua ma ineliminabile dei “casseurs”, in cui non si può mai escludere la presenza di agenti provocatori). Non dunque un movimento paragonabile alla protesta della Lega Nord contro le quote latte, o al generico, plebeo moto di jacquerie urbana dei “forconi” (quello sì, con una forte connotazione di destra estrema), presto e giustamente dimenticato, bensì una rivendicazione della Francia schiacciata dall’ingiustizia, in entrata (reddito) e in uscita (fisco). Un Paese che grida il suo “basta!”. Basta ad uno Stato assente nel bisogno, uno Stato latitante nelle difficoltà, che diventa presente e ingombrante quando soltanto vuole riscuotere, e non conosce limiti, o remore, non concede tregua, non interloquisce, ma punisce, prima con il fisco, poi con la polizia. Limiti e remore invece compaiono se a pagare le tasse sono chiamati “les riches”, i ricchi. Uno Stato che non smette di chiedere sacrifici ai poveri, e stranamente non ne chiede ai ricchi.

Si tratta perciò di uno Stato che i manifestanti di queste settimane denunciano come di parte, uno Stato che incarna solo alcuni gruppi sociali, a scapito di altri. E loro sono appunto “gli altri”. Lo Stato di Giovanni Botero, potremmo dire, quello che il gesuita italiano del XVI secolo vede come incaricato di esercitare un “dominio fermo sui popoli”. Insomma, l’opposto dello Stato democratico, che dovrebbe incarnare il potere del popolo.

In tal senso, il movimento, mi pare stia cercando di capire meglio i meccanismi, anzi la microfisica del potere; e cerca sponde. Scuole e università, hanno cominciato a prestare eco alla protesta e sono in stato di mobilitazione: gli studenti in particolare cominciano ad aggiungere le proprie rivendicazioni a quelle dei GJ, e denunciano la mercantilizzazione e l’aziendalizzazione del sistema educativo, secondo criteri sempre più palesemente legati al censo, e inevitabilmente alla provenienza geografica, in seno alla Francia, e a quella etnica fuori dei confini nazionali. Gli studenti dei licei parigini Henri IV o Jean-Baptiste Say – per citare due esempi a caso di scuole destinate ai figli della borghesia – hanno l’avvenire assicurato; per gli altri il futuro è buio e sempre tempestoso.

La grande onda raggiungerà anche le fabbriche? E i GJ assumerà tratti di lotta di classe caratterizzata da precise opzioni politiche? Presto per rispondere: quello che si può dire è che il movimento ha riportato improvvisamente e clamorosamente le masse più estranee al dibattito politico al centro della scena.

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