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martedì 18 dicembre 2018

“Disoccupate le strade dai sogni”, in Francia e ovunque

Ormai i segnali che giungono dall’establishment francese sono inequivocabili e sembrano ripetere instancabilmente il mantra del “partito dell’ordine”: il movimento deve cessare, la nostra pazienza è finita.

Fino adesso il mix di bastone e carota non ha sortito alcun effetto evidente, gettando invece benzina sul fuoco.

Questa reazione contraria è stata provocata anche dalla sproporzione evidente tra le parzialissime concessioni tardive e la forza poliziesca e giudiziaria usata per far regnare l’ordine repubblicano.

Le varie prese di posizione che si sono succedute da sabato dal Presidente dell’Assemblea Nazionale, Richard Ferrand, passando per il ministro dell’interno Christophe Castener, hanno tutte l’ennesimo obiettivo intimidatorio nei confronti della mobilitazione e preparano il terreno per un giro di vite che, a questo punto, diviene l’unica strategia d’uscita – per l’attuale esecutivo – dall’impasse politico che si è determinato, oltre al probabile (e prossimo) sacrificio del personale politico che lo compone sull’altare della governance neo-liberista.

Qualche esempio per capire. Gilles Legendre, capogruppo dei deputati di LREM, ha fatto “autocritica” rispetto all’operato dell’esecutivo dichiarando che l’errore è consistito nell’essere stati “troppo intelligenti”!

Più precisamente: “non abbiamo spiegato a sufficienza ciò che noi facciamo. E un secondo errore è stato fatto: il fatto di essere stati troppo intelligenti, troppo sottili, troppo tecnici nella spiegazione delle misure sul potere d’acquisto”. Sembra di sentire Renzi negli ultimi giorni a palazzo Chigi...

Queste affermazioni da “Ancien Régime” ben si sposano con la visione del mondo delle élites ordo-liberali nei confronti del popolo e fanno forse comprendere perché la ghigliottina sia fortemente presente nell’immaginario dei Gilets Jaunes.

Il movimento è tutt’altro che “in riflusso”, come mostra una banale verifica dei numeri di piazze e strade delle città dell’Esagono che sono state teatro delle mobilitazioni di questo sabato; la tenuta dei presidi e le azioni – sempre più mirate – che anche lunedì hanno caratterizzato l’iniziativa dei Gilets Jaunes, le prossime tappe che coinvolgono anche la CGT e le mobilitazioni studentesche già da questo martedì.

A questo punto, al governo, non rimane che sgomberare i presidi il più presto possibile e compiere un ennesimo giro di vite sul diritto a manifestare, o semplicemente d’incontrarsi, riportando a più miti consigli tutte le componenti che avevano visto nella mobilitazione iniziata il 17 novembre una breccia attraverso quale rompere l’accerchiamento imposto dall’operato dell’esecutivo ed il divide et impera messo in campo dal governo. Non è semplice, perché gli imprevisti non mancano...

Contemporaneamente, il potere deve assolutamente cambiare regime discorsivo, cancellando dal dibattito pubblico i temi che hanno fatto irruzione grazie al movimento dei gilets jaunes, implementati da quelli portati dai soggetti che sono scesi in campo successivamente, imponendo una “narrazione” che faciliti un output a destra per le prossime elezioni europee, una volta eliminato lo spazio fisico di dibattito creato dal movimento nelle rotonde e nei caselli autostradali.

Il governo andrebbe in quel caso avanti anche senza consenso, ma in assenza di un movimento politico-sociale in grado di incalzarlo, tirando dritto per la propria strada con le varie riforme promesse con la benedizione di Bruxelles e Francoforte, “confrontandosi” solo con una falsa opposizione di destra concentrata esclusivamente a parlare di immigrazione; un’opposizione che non lo impensierisce con altri argomenti, perché sulla stessa lunghezza onda e soprattutto dai destini profondamente intrecciati.

La sopravvivenza della Macronie, a questo punto, è diretta conseguenza della prosperità della destra nel suo insieme.

Un gioco delle parti reso evidente dai contenuti del discorso di Macron di lunedì scorso, probabilmente ispirato dal più navigato Sarkozy, come farebbe supporre l’incontro avuto tra i due i giorni precedenti, e in perfetta sintonia con gli obiettivi del Rassemblement National (ex-FN) di Marine Le Pen e della LR di Laurent Wauquiez, presto defilatisi dal movimento e concentrati ad aprire la propria campagna elettorale.

D’altronde la “destra populista” in tutto il continente ha ribadito coi fatti la propria fedeltà al neo-liberalismo, e poca importa alle oligarchie europee se, per essere in grado di affrontare la sfida globale con gli altri attori geo-politici rilevanti, devono cooptare questi istrioni. Figuriamoci se li preoccupa una Le Pen...

Questo combinato disposto, da cui non sono aliene alcune figure del PS che cercano di tornare in auge – come lo stesso Hollande o Segolene-Royale – è stato probabilmente suggerito sia dal padronato francese sia dalle oligarchie della UE, entrambi seriamente impensieriti dalla piega che stanno prendendo gli eventi anche a livello continentale, dove tra l’altro il Gilet Giallo è divenuto simbolo di riscatto in cui riconoscersi; e in cui rischia di aprirsi un pericoloso spazio politico che ha in nuce una sua configurazione (Maintenant le Peuple) ed un punto di riferimento continentale (France Insoumise), che agisce da “delegato politico”, dentro le istituzioni (e con il risalto mediatico che questo ancora garantisce) di un movimento sempre più “anti-sistemico”.

In questo modo, da una tattica di “logoramento” tesa a far decantare la rabbia sociale – ricordandogli costantemente in ogni caso chi detiene le leve del comando e il monopolio della violenza – si sta passando ad una strategia più offensiva, che già la discussione sulla possibile applicazione dell’“etat d’urgence” faceva presagire.

Come questa verrà applicata, quale sarà la reazione e come se ne avvantaggeranno gli uni e gli altri attori politici non è ancora dato sapere.

Chiaramente lo sgombero del retroterra organizzativo materiale del movimento sarebbe un duro colpo, ma non comprometterebbe automaticamente la sua esistenza, magari sotto altre forme ed in altri luoghi.

Sappiamo però che lo spazio politico che si è aperto non dev’essere rinchiuso, perché apre dei margini per l’azione in tutto il continente, crea un immaginario in cui le classi subalterne possono riconoscersi, rimette al centro l’intreccio tra rivendicazioni sociali ed aspirazioni politiche nel loro rapporto di implicazione reciproca, impedisce che la rabbia sociale venga catalizzata dalla destra populista per essere poi incanalata in una forma di governance dove la legge del libero mercato si coniuga con il volto più razzista, sessista e autoritario che il potere può esprimere.

Dobbiamo impedire che questa salutare boccata d’ossigeno venga soffocata, affinché anche nel nostro Paese l’aria sia meno irrespirabile ed il futuro meno distopico.

“Disoccupate le strade dai sogni,
non ci sarà posto per la fantasia,
nel paradiso pulito operoso,
della nostra nuova...”

Oligarchia.

Fonte

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