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18/12/2018

Le ragioni politiche del deficit fiscale della Francia

Oggi, le attenzioni sulla Francia non sembrano più tanto riguardare le ormai prolungate proteste del movimento dei ‘gilet gialli’, quanto piuttosto una recente dichiarazione del Commissario Europeo Pierre Moscovici, il quale ha recentemente affermato che il governo Macron, a differenza del nostrano esecutivo gialloverde, avrà la facoltà di realizzare un deficit di bilancio piuttosto generoso, nell’ordine del 3,5%. Uno scenario ben diverso da quanto invece sta accadendo nella ‘trattativa’ tra Conte e i vertici di Bruxelles.

Vi sono tre ordini di ragioni che spiegano perché l’Europa redarguisce l’Italia per un deficit pubblico prossimo al 2% mentre consente alla Francia di superare abbondantemente il limite del 3% stabilito dai Trattati.

In primo luogo, questa apparente difformità nel metro di giudizio della disciplina fiscale risulta perfettamente coerente con la logica economica seguita dalle istituzioni europee. Da un lato, l’Italia ha un debito pubblico di oltre il 130% del PIL contro il 100% della Francia: poiché il Fiscal Compact prevede un rigido piano di riduzione del debito fino al 60%, chi è gravato da un debito maggiore deve fare sforzi maggiori. Ciò accade in quanto, secondo l’ideologia dominante, più hai vissuto ‘al di sopra delle tue possibilità’ e più devi stringere la cinghia per redimerti: è il circolo vizioso dell’austerità che ha portato in dieci anni la Grecia a distruggere la propria economia senza ridurre di un centesimo il proprio debito pubblico, ma addirittura accrescendolo.

D’altro canto, pesano sull’Italia prospettive di crescita fosche mentre la Francia può contare su una ripresa più solida. Sempre secondo il pensiero economico dominante, fatto proprio dalle istituzioni europee, il libero agire delle forze di mercato sarebbe in grado di garantire la migliore situazione possibile, con il pieno impiego del lavoro e del capitale e i giusti prezzi per ogni merce. Ne discende che l’intervento pubblico in economia rompe l’armonia dei mercati e distorce l’equilibrio della concorrenza: questa è la giustificazione teorica dei fatidici vincoli europei, concepiti come un limite all’interferenza dello Stato nel libero operare delle forze di mercato. In sostanza l’intervento pubblico finisce per configurarsi come ‘un di più’, un mero correttivo introdotto nell’economia di mercato per garantire minimi margini di equità ma sempre al costo di un peggioramento della produttività complessiva. Per questa ragione, i vincoli europei sono intrinsecamente pro-ciclici: garantiscono maggiori margini di spesa ai Paesi che crescono di più mentre riducono il campo d’azione della politica fiscale ai Paesi che crescono meno, in completa contraddizione con i principi economici keynesiani, secondo cui la crescita dipende innanzitutto dallo stimolo fiscale dato all’economia.

Spiega Keynes che la crescita e l’occupazione dipendono dal volume della domanda aggregata, e la spesa pubblica è uno degli elementi principali della domanda, nonché l’unico capace di reagire durante una flessione dell’economia, mentre consumi e investimenti privati fisiologicamente si comprimono insieme al reddito. Dunque, per Keynes lo strumento principale per stimolare l’economia è la spesa pubblica, tanto più utile quanto maggiore è la carenza di domanda che affligge un’economia.

Al contrario, i vincoli europei limitano la spesa pubblica in misura tanto maggiore quanto più l’economia è in difficoltà. Guardando sempre al primo laboratorio dell’austerità europea, la Grecia, notiamo che la rigida applicazione di questa logica economica ha cancellato il 22% della produzione nazionale, riportando il Paese indietro di vent’anni. Dunque, il fatto che alla Francia sia consentito di superare il 3% di deficit mentre noi finiamo nell’occhio del ciclone con il 2% (che si sostanzia in un aumento dello spread, oltre che nelle minacce di una procedura di infrazione) non appare arbitrario, ma è coerente con l’assurda gabbia costituita dai vincoli europei alla spesa pubblica e dalle logiche economiche su cui è fondata.

Tuttavia, sappiamo bene che l’Italia non sta affatto allentando la cinghia perché la manovra fiscale del Governo gialloverde risulta, a conti fatti, in perfetta continuità con l’austerità imposta dai governi precedenti: un avanzo primario di bilancio che sottrae risorse all’economia (circa l’1,5% del PIL) indebolendo la domanda e dunque la crescita. Questa continuità stride con il particolare livello di guardia che l’Europa mantiene verso la manovra italiana.

Un secondo ordine di ragioni aiuta dunque a comprendere perché l’Italia sia sotto l’occhio del ciclone. Il governo francese, infatti, è espressione diretta di quella classe politica ideologicamente europeista che domina oggi le istituzioni europee di ogni ordine e grado, mentre il governo italiano – eletto con il voto delle vittime dell’Europa dell’austerità – è espressione di quelle forze politiche nazionaliste o sovraniste che contendono agli europeisti la gestione dell’austerità: una vera e propria guerra tra bande che condividono appieno l’ideale liberista del funzionamento dell’economia mentre si distinguono per mere ragioni partitiche e culturali. In questo scontro tra fazioni tutto interno alla classe dirigente europea, il governo italiano rappresenta i parvenu, i nuovi barbari che la vecchia élite dominante nella burocrazia europea prova disperatamente ad arginare a colpi di spread, umiliazioni politiche e procedure di infrazione. Anche per questo motivo, dunque, assistiamo ad un fuoco di fila delle istituzioni europee contro il governo gialloverde mentre l’europeista Macron dorme sonni tranquilli con un deficit sensibilmente più grande di quello italiano: si tratta infatti di un disavanzo primario dell’1,8%, a differenza dell’avanzo primario di 1,5 punti che realizzerà il Governo Conte.

In realtà, e veniamo al terzo ordine di ragioni che spiegano questa diversità di trattamento tra Italia e Francia, i sonni di Macron ultimamente non sono proprio tranquilli. Il movimento dei ‘gilet gialli’ ha da settimane mosso guerra alle misure di austerità imposte dal Governo ricorrendo a tutti gli strumenti di lotta, dai blocchi stradali agli scioperi, dai cortei oceanici e pacifici a segnali di guerriglia urbana delle avanguardie. È la lotta di classe, spuria come sempre, che ha costretto Macron a forzare la mano con l’Europa per maggiori margini di spesa. La lotta dura paga, e la stessa Europa può essere costretta a sbugiardare la sua rigida disciplina di bilancio quando viene messa con le spalle al muro. In Italia tutto tace, e le poche fiammate di conflitto non riescono mai ad espandersi, ad incendiare la prateria, e l’Europa ha così mano libera nel continuare ad alzare l’asticella, con ripetute richieste capestro di disciplina fiscale che trovano solerti esecutori in questo governo di pagliacci, partito in fanfara per eliminare la povertà e combattere la cieca austerità e finito come un triste epigono dei governi Letta-Renzi-Gentiloni.

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