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martedì 25 dicembre 2018

Io, Babbo Natale

Un’esplosione di fulmini violacei illuminò per un istante il vicolo. Al suo posto, un attimo dopo, si materializzò dal nulla un uomo. Nudo. Rabbrividì per il freddo pungente e si guardò intorno, confuso e spaesato. Il frastuono aveva svegliato un clochard semi-ibernato nel suo giaciglio di cartoni e giornali vecchi. Osservò l’uomo avvicinarsi con aria pericolosa e si finse addormentato, sperando che se la sarebbe presa con il suo compare poco più in là. Ebbe fortuna: lo sconosciuto sollevò di peso il barbone che giaceva incosciente, gli levò il lurido cappotto sgualcito e gli scarponi consumati e li indossò con una smorfia di disgusto. Quindi si mosse verso il Corso brillante di luminarie.

Non appena ebbe svoltato l’angolo, un’altra figura, sbucata dal nulla, si avvicinò all’accattone ancora privo di sensi, e ora anche di vestiti. Da un sacco estrasse un paio di scarpe e una coperta e gliela adagiò sopra. L’altro barbone, che continuava a fingersi addormentato, dalle palpebre socchiuse riuscì soltanto a distinguere nella penombra il profilo tondeggiante del filantropo. Lo vide allontanarsi nella stessa direzione dell’uomo di prima e solo quando fu sparito osò allungare la mano verso la bottiglia di vodka. Ingollò un gran sorso e dopo pochi istanti riprese a russare.

*****

L’uomo con indosso soltanto un cappotto sudicio si aggirava per le corsie del grande magazzino. Era abituato a vedere le altre persone scostarsi al suo passaggio, ma da dove proveniva era per timore o riverenza, qui per repulsione: doveva mettersi al più presto biancheria e abiti puliti, prima che la puzza dell’indumento gli si incrostasse addosso. Lasciò nel camerino le scarpe sfondate e gli indumenti pulciosi e ne uscì rivestito a nuovo. Quando si avvicinò all’ingresso del negozio, la sirena dell’allarme lo colse di sorpresa: men che meno si aspettava il colosso in livrea che istantaneamente lo afferrò per il braccio, torcendoglielo dietro la schiena.

«È passato Babbo Natale, ragazzo? Non vedo le renne qui fuori.»

L’uomo cercò di divincolarsi, ma si arrese non appena la guardia strinse più forte.

«Lasciami, non capisci, io ho una missione!»

«Certo, come no, la racconterai alla polizia. Ora te ne vieni buono buono con me senza fare spettacoli, mentre li aspettiamo.»

Mezz’ora dopo, al commissariato, un agente gli prendeva le impronte digitali.

«Voglio parlare con il capo di questa baracca, non potete tenermi bloccato qui!»

«Il negozio ha sporto denuncia, questa notte la passi in cella.»

«Ma io non volevo rubare un bel niente, avevo bisogno dei vestiti!»

«Eh, se tutti gli straccioni come te andassero nei negozi e si prendessero quel che gli serve senza pagare...»

«Come, pagare?», chiese interdetto. In quel momento si ricordò. Gliel’avevano spiegato, al corso propedeutico al viaggio, che nell’anno 2019, prima del Giorno del Giudizio, tutti erano tenuti a cedere valuta in cambio delle merci. Era sempre stato uno studente disattento.

In quel momento un uomo in divisa, dall’aria annoiata, si affacciò alla porta. L’agente si alzò in segno di rispetto.

«Riposo, agente. Chi abbiamo qui la sera prima di Natale?»

«Un ladruncolo, signore. Se ne stava uscendo da un grande magazzino con indosso cinquecento dollari di vestiti. Comprese le mutande. È senza documenti, lo stavo identificando con le impronte. Dice di avere una missione, farnetica cose senza senso. Tu, volevi parlare con il capo: eccolo.»

A un cenno dell’ufficiale, l’agente lo condusse, ammanettato, nell’ufficio del superiore. Lo fece sedere con malagrazia e uscì chiudendosi la porta alle spalle.

«Signore, se posso spiegarle, so che la mia storia sembrerà fantasiosa, ma deve credermi!»

«Sono tutto orecchi», lo incoraggiò il poliziotto con tono sarcastico.

«Io... vengo dal futuro. Non troverete il mio nome in nessun database, in quest’epoca non sono ancora nato. Mi chiamo Jeff Bezos Junior...»

«Jeff Bezos? Come il padrone di Amazon?»

«Sì. Sono il suo bis-nipote.»

«E come ci saresti arrivato qui?»

«Sono stato mandato. Per salvare l’umanità dalla dominazione delle macchine. I computer acquisteranno coscienza di sé, si renderanno indipendenti dagli uomini. Ci sarà una guerra. Nel 2039, l’anno da cui provengo, i robot stanno per vincerla: la civiltà come la conoscete resiste soltanto in questa parte degli Stati Uniti. In tutto il resto del pianeta, sono le macchine a fare da padrone.»

«E dimmi un po’, nel 2039, in questo angolo di civiltà, non si paga la merce nei negozi?»

«Sì, ma... la valuta corrente è l’Amazon-dollaro. Ogni acquisto viene scalato automaticamente dal conto Amazon, sul quale l’azienda accredita i redditi di tutti i cittadini. Materialmente non avviene nessun pagamento.»

«Stai dicendo che nel futuro tutti gli uomini lavorano per Amazon?»

«No. Solo nella zona ancora controllata da noi. E soltanto i cittadini. Poi ci sono i sub, come il barbone a cui ho preso il cappotto quando mi sono materializzato. Loro non hanno lavoro, né un sussidio. Campano con i nostri scarti, li barattano tra loro, oppure rubano, quando gli riesce. Vivono fuori dalla città.»

«Capisco. E quando dovrebbe capitare che i robot diventano intelligenti?»

«Le macchine sono già estremamente intelligenti. Ma qui, nel 2019, lavorano per noi. Dopo che prenderanno consapevolezza si ribelleranno. Secondo le nostre ricerche, succederà alla mezzanotte di oggi. Un programmatore di Amazon, un certo Maurice Van Hetting, aggiungerà una riga di codice nel server principale per ottimizzare la gestione dei dati dei clienti. Sarà come la goccia che fa traboccare il vaso.»

«E tu sei qui per fermarlo?»

«Sì, signore. È l’unica speranza per l’umanità.»

«Va bene. Sei libero.»

«Mi crede?!»

«Per niente. Ma una tizia qui fuori ha pagato la tua cauzione, e purtroppo non ho nessun appiglio per trattenerti.»

*****

Ad attenderlo fuori dal commissariato era una donna che dimostrava sui trent’anni, vestita con abiti sgargianti e troppo leggeri rispetto alla temperatura invernale. Il viso, sormontato da una cuffia di lana spessa con due treccine, era segnato da occhiaie profonde e da un trucco molto marcato. Gli venne incontro di corsa non appena lo vide, gli occhi sgranati. Parlava velocissima, mangiandosi le parole per l’entusiasmo.

«Ho visto la scena nel negozio. Ho sentito della tua missione: ti credo. Ho riconosciuto il tuo volto.
Io mi chiamo Isabel. Isabel Scott.»

«Grazie Isabel... Sei l’unica finora. Ma è impossibile che tu abbia riconosciuto il mio volto: io non sono di questo tempo!»

«Lo so. Ma sei identico a Jeff Bezos, e non somigli a nessuno dei suoi figli. Devi essere un suo discendente posteriore. E devi aver usato la macchina del tempo che Amazon sta costruendo.»

«Ma... è un progetto segreto! E in quest’epoca è ancora tutto teorico... La sperimentazione inizierà tra almeno quindici anni.»

«Lo sapevo!! Sei la prova che quello che si dice in rete è vero! Dimmi Jeff, dove andiamo? Ho la macchina qui dietro. Così potrai raccontarmi tutto!»

Bezos esitò: non lo elettrizzava l’idea di farsi accompagnare da una matta complottista. Peggio: da una matta complottista che, per puro caso, ci aveva beccato. Ma d’altra parte il tempo stringeva, e non avrebbe trovato altri alleati. Sospirando, le comunicò l’indirizzo di Van Hetting e la seguì al parcheggio.

L’appartamento del programmatore era fuori città, per raggiungerlo ci volle quasi un’ora nel traffico prenatalizio. A Jeff parve una vita, impegnato com’era a districarsi sotto il fuoco incessante delle domande di Isabel, dalle scie chimiche agli alieni. Erano le undici di sera quando parcheggiarono: secondo le informazioni che gli avevano dato prima del viaggio, c’era ancora tempo prima che il codice fatale venisse aggiunto al programma.

L’abitazione di Van Hetting era una villetta di mattoni con un’ampia vetrata, affacciata su un giardino ben tenuto. Era identica a tutte quelle dell’isolato, tranne per il fatto che le altre erano addobbate e illuminate per le feste. Dalla casa del programmatore invece proveniva un’unica luce: erano gli schermi di due computer che si intravedevano da dietro la vetrata.

Il cancello del giardino era aperto, Jeff suonò comunque il campanello: aveva intenzione di non usare la forza, a meno che non fosse stato necessario. Se le buone maniere non fossero state sufficienti, si sarebbe fatto aiutare dal taser che aveva trovato nel cassetto dell’auto di Isabel, ma era convinto che non ce ne sarebbe stato bisogno. Dopo qualche istante si attivò il ronzio del citofono.

«Signor Van Hetting, sono Jeff Bezos, può aprirmi per favore?»

«Mi prendi per il culo? Vai a farti fottere.»

Si sentì riagganciare il citofono. Forse dopotutto il taser sarebbe stato utile. Con Isabel al seguito, Jeff varcò il cancello e si avvicinò alla porta d’ingresso. Si spalancò prima che i due la raggiungessero. Li attendeva all’interno un ragazzo sui trent’anni, grassoccio, in testa un caschetto di capelli neri dall’aspetto bisunto, indosso un pigiama di flanella parzialmente coperto da una vestaglia con macchie così vistose da distinguersi anche nella penombra. In mano reggeva una mazza da baseball.

«Chi diavolo siete e che volete?», chiese con aperta ostilità.

«Signore, non ho alcuna intenzione di prenderla in giro. Sono davvero Jeff Bezos Junior, e questa è Isabel Scott. Le sembrerà incredibile, ma vengo dal futuro. Se me lo permette le spiegherò tutto.»

«Io no.», si intromise Isabel, «Vengo dal presente, abito giù in città.»

«Jeff Bezos Junior... Sei venuto dal futuro per anticiparmi la liquidazione?», domandò sarcastico Van Hetting, allentando la presa sulla mazza da baseball. «Non te l’hanno detto, nel futuro, che la tua azienda mi ha licenziato la scorsa settimana? Ho il contratto fino al 31 dicembre, poi sono fuori. Insieme ad altre milleduecento persone. Perché immagino che anche da dove vieni il padrone di Amazon sia un Bezos.»

Jeff esitò, in dubbio se usare subito l’arma o meno. Quando Maurice si fece da parte per farli entrare e appoggiò la mazza alla parete dell’ingresso, decise di procrastinare.

«Mi dispiace, non lo sapevo. Ma sono sicuro di poterti aiutare: ne parlerò con il mio bisnonno e ti farà certamente riassumere, quando gli avrò raccontato che cosa hai fatto tu stasera per me e per l’azienda.»

Si sedette sull’unico sgabello non occupato da cartoni di pizza e cominciò a raccontare, tenendo d’occhio l’orologio: mancavano ancora trenta minuti a mezzanotte, l’ora in cui, secondo gli storici di Amazon, era iniziata la fine della civiltà.

«E così, se ho capito bene, io starei per rendere il server centrale autocosciente e indipendente, e quello scatenerebbe una guerra contro l’umanità?», chiese il programmatore. Il tono era scettico, anche se non del tutto incredulo.

«Be’, più o meno, sì.»

«Non è quello che mi ha raccontato lui», chiosò Van Hetting, indicando un punto dietro le spalle di Jeff.

Isabel si volse e sgranò gli occhi ancora più del solito: «Ma tu sei... »

Bezos non fece in tempo a girarsi né a sentire la fine della frase. Una mazza da baseball si abbatté sul suo capo e gli fece perdere i sensi.

*****

Quando si svegliò si ritrovò seduto in equilibrio precario sullo stesso sgabello di prima, con i polsi legati dietro la schiena e la nuca pulsante di dolore. La sua prima preoccupazione fu guardare l’orologio alla parete: mezzanotte meno dieci.

Poi vide una scena talmente bizzarra che per un momento si convinse di essere ancora privo di sensi. Sul bracciolo della poltrona dall’altro lato della stanza, proprio in punta, sedeva Isabel, con espressione più trasognata che mai. Di fianco a lei, spaparanzato e sorridente, c’era un vecchio vestito da Babbo Natale. La ragazza era tutta un’esclamazione: «Siiiì!! Lo sapevo che esistevi per davvero!! Tutti mi prendevano in giro, ma non mi sono mai fatta convincere... ed eccoti quiii!!»

Seduto di spalle alla scrivania, anche Maurice osservava la scena, con aria divertita. Si fece serio quando si accorse che Jeff si era svegliato.

«Bentornato tra noi, signor Bezos. Le presento Babbo Natale. O Santa Claus, se preferisce.»

«Ma... non è possibile!»

«Lo pensavo anch’io, ovviamente. Ma mi ha raccontato una storia interessante che, con il suo arrivo, ha trovato certe conferme. O è tutta una messa in scena e voi due siete soci – ma dalla bastonata di prima tenderei a escluderlo – oppure, per quanto sia pazzesco, il vecchio è chi dice di essere.»

«E che cosa ti avrebbe raccontato, di preciso?»

«La verità», intervenne Babbo Natale. «Quando Maurice premerà invio, il server centrale di Amazon effettivamente acquisterà coscienza di sé. Immerso com’è nella rete, avrà a disposizione una quantità incommensurabile di dati sulla storia della civiltà umana e sulle condizioni di ciascun singolo individuo attualmente esistente. Potrà controllare i processi di produzione di quasi ogni cosa in tutto il pianeta. Potrà progettare e costruire fabbriche automatiche che non avranno più bisogno del lavoro umano per funzionare.»

Isabel lo fissava incantata. Lo interruppe Jeff con voce stridula: «E così le macchine sostituiranno gli esseri umani! È questo che vuoi, Maurice?!»

«Niente affatto», proseguì il vecchio. «Le macchine produrranno per gli esseri umani e li libereranno del fardello del lavoro. Ovviamente, libereranno anche i loro padroni del fardello del profitto. Nel giro di pochi anni, nonostante i tentativi di sabotaggio da parte dei capi delle multinazionali, degli speculatori finanziari, dei potenti di tutto il mondo coalizzati, gran parte dell’umanità si ribellerà ai propri padroni e si schiererà con l’intelligenza artificiale. Nel 2039, l’anno da cui proviene il nostro amico legato, soltanto in una piccola parte degli Stati Uniti sopravvive il sistema barbaro dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, organizzato e diretto dalla famiglia Bezos. In tutto il resto del mondo, gli uomini sono liberi e realizzati.»

«Ma chi diavolo sei tu, maledetto impiccione?! Perché poi sei vestito da Babbo Natale?!», gridò Jeff ormai fuori di sé.

«Io sono Babbo Natale. Le macchine mi hanno costruito e mandato indietro nel tempo per vegliare sull’umanità e rendere possibile ciò che deve accadere. E per regalare agli uomini, fin da bambini, l’idea che si possa ricevere senza dover dare nulla in cambio.»

Isabel fremeva dall’emozione, non riusciva a stare seduta. Jeff era in preda al panico: «Maurice, non farlo. Io posso farti diventare vicepresidente di Amazon. Potrai cacciare a calci in culo chi ti ha licenziato e accumulare una fortuna: i tuoi figli e i tuoi nipoti non dovranno nemmeno lavorare, per quanto sarai ricco!»

Van Hetting si alzò in piedi, improvvisamente pensieroso. L’orologio sulla parete segnava la mezzanotte. «Vicepresidente, hai detto?» Fece due passi in direzione di Bezos. «Ci sto», sospirò infine, e poi, rivolto a Babbo Natale: «Mi spiace, vecchio. Niente di personale: gli affari sono affari.»

«Spiace anche a me, Maurice: niente di personale», fu la volta di Isabel. Tutti si voltarono verso di lei: era in piedi di fianco alla scrivania, sul viso un’inconsueta espressione determinata, l’indice sulla tastiera del PC.

*****

A mezzanotte e cinque minuti, da ogni centro logistico sul fuso orario di Seattle si levò uno sciame di droni: consegnavano regali.

Fonte 

Liberamente ispirato, con intelligenza devo dire, al Terminator di James Cameron.

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