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lunedì 17 dicembre 2018

In cosa si stanno trasformando i Gilet Gialli? Materiali e spunti raccolti nelle ultime due settimane

Nelle scorse settimane, su Twitter abbiamo segnalato diversi testi e video che ci sembravano rendere conto della situazione francese, della sua complessità e della sua ricchezza, proponendo chiavi di lettura non banali.

Oggi abbiamo risegnalato tutti di fila i materiali più significativi, costruendo anche un «momento». Si intitola In cosa si trasformeranno i Gilets Jaunes?→ si trova qui.

La descrizione è: «Analisi da dentro e “da accanto”, da punti di vista anticapitalisti o comunque problematizzanti, contro la narrazione dominante in Italia (ma ormai scomparsa in Francia) secondo cui quella dei Gilet Gialli sarebbe solo una lotta “destrorsa”.»

Quando, ormai un mese e mezzo fa, sono partiti i primi blocchi stradali, in Italia si è pensato subito ai cosiddetti «Forconi». Vedendo che il casus belli riguardava una nuova tassa “ecologica” sul carburante proposta dal governo, e vedendo la composizione inevitabilmente “spuria” della mobilitazione, ci si è lanciati in ogni sorta di paragone coi nostri qualunquismi: non solo i Forconi ma il Partito degli automobilisti, i grillini ecc.

In un oggettivo gioco delle parti, da un lato le destre italiane hanno subito cercato di appropriarsi del movimento, dall’altro i benpensanti liberal – quelli che hanno come modello di giornalismo Repubblica – lo hanno tacciato di fascismo, sovranismo, antiecologismo, negazionismo climatico e quant’altro. Hanno dato la colpa ai social, all’ignoranza, al razzismo e chi più ne ha più ne metta.

Tutto molto semplicistico e frettoloso.

Lasciamo perdere l’incoerenza della destra che, simultaneamente, applaude i blocchi stradali e il Decreto Salvini (che criminalizza i blocchi stradali). Come hanno fatto notare molti studiosi, la cultura di destra non è basata sulla coerenza e sulla logica, è una pentola dove ribolle un poltiglia di simboli e miti gettati dentro a cazzo di cane. È una brodaglia di cazzi di cane.

È importante invece soffermarsi sul provincialismo e sui riflessi condizionati tanto dei nostri fascioleghisti quanto dei nostri liberal: entrambi hanno subito pensato che la mobilitazione francese fosse «di destra», perché entrambi credono che le sinistre e i movimenti francesi siano ridotti come i nostri. Cosa che è molto, molto lontana dal vero.

Nel caso dei liberal, c’è un elemento in più: meno di due anni fa hanno fatto l’apologia di Macron in quanto presunto «argine al populismo», e il PD renziano lo ha sempre indicato come modello. A giugno Renzi ha annunciato un’alleanza europea tra lui, Macron e il partito di destra spagnolo Ciudadanos. Insomma l’investimento su «Manu» è stato ingente.

Ora che la conflittualità sociale ha disintegrato la popolarità e la reputazione di Macron (e chissà che non c’entri qualcosa anche il «tocco di Mida al contrario» del PD), che i suoi fan italiani abbiano il dente avvelenato è comprensibile; dunque, che taccino di «fascismo» quel che si muove contro l’Eliseo è normale.

Quanto alle parole d’ordine «qualunquiste» e «antiecologiche», la nuova «eco»-tassa proposta da Macron è stata solo la scintilla iniziale. La protesta si è presto estesa a tutto il sistema.

Detto questo, è giustissimo, è sacrosanto lottare contro la tassazione regressiva, cioè contro il tentativo di far pagare la crisi – anche ambientale, in questo caso – solo ai più poveri. In Francia come in Italia, le politiche liberiste hanno drasticamente ridotto il trasporto pubblico, tagliato presunti «rami secchi» ferroviari, spostato gli investimenti dal servizio capillare e universale all’alta velocità che collega solo i grandi centri. Se prima non si interviene su questo, ogni tassa sul carburante colpirà solo chi, per andare a lavorare, non ha più alternative all’automobile.
Dulcis in fundo, se al principio nei blocchi stradali era dominante il ceto medio proletarizzato, bianco e di provincia (il che comunque non implica per forza appartenenza politica di destra), presto la composizione si è fatta più complessa e variegata. Anche politicamente.

Quando abbiamo visto, con sempre maggiore frequenza, scene di neofascisti individuati nei cortei, picchiati, cacciati via, abbiamo capito che la composizione stava cambiando.
Nelle grandi sommosse parigine degli scorsi sabati è entrata in azione la stessa soggettività che ha animato l’ultimo grande ciclo di lotte, contro la Loi Travail e non solo. C’erano le persone che si erano riunite nelle Nuits Débout e quelle che erano partite nei radicalissimi «cortei di testa»; c’erano gli studenti che hanno più volte occupato – e tuttora occupano! – licei e università e i lavoratori protagonisti dell’ultima ondata di scioperi generali (ben visibili i ferrovieri); e c’erano gli attivisti che hanno difeso la ZAD di Notre Dame des Landes. E non erano solo adesioni individuali: si trattava proprio delle stesse sigle, degli stessi collettivi e coordinamenti.

Quando lo abbiamo fatto notare, qui in Italia ci hanno fatto controesempi di bandiere fasciste ai blocchi stradali, di slogan razzisti, del tal punto del «programma» dei Gilet Gialli ecc.

A parte che – lo abbiamo sempre visto – quando un movimento reale si sviluppa, qualunque confuso «programma» iniziale diventa subito carta da culo. A parte ciò, non è davvero questione di «ottimismo»: è che non vogliamo semplificare, etichettare, scomunicare da lontano.

Se è bastato che anche i movimenti già in lotta indossassero il gilet giallo, ovvero ne facessero un détournement, significa che si sono aperti spazi, e le contraddizioni che si acuiscono vanno sfruttate anziché rigettate.

Soprattutto, non vogliamo leggere la situazione francese, che è molto più avanzata, con occhiali italiani, visto che la nostra situazione al momento è più arretrata. Siamo gli ultimi a poter giudicare le lotte altrui, e a poter fare la morale a una lotta perché “spuria”.

Dire che in Francia ci sono «i forconi» rivela un approccio italocentrico. Oltreché italocentrico, è un paragone fallace, perché i forconi furono un fuoco di paglia, un surrogato di conflitto reale tipico di quando la lotta di classe è flebile – la lotta di classe dal basso verso l’alto, perché quella dall’alto verso il basso è sempre feroce – e la sinistra, autodistruggendosi, ha lasciato un buco. In Francia, all’opposto, la lotta di classe infuria da anni e il buco di cui sopra non c’è.

Buona lettura.

E, per citare Carlo Rosselli, «oggi in Francia, domani in Italia».

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