Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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04/05/2023

[Contributo al dibattito] - Cronache marsigliesi 1/2, alcune luci e molte ombre


di Emilio Quadrelli

Dread Lock’s + Black Blocks (Anonimo)

Quanto sta andando in scena in Francia è sotto gli occhi di tutti. Ciò che, con questo breve testo, ci proponiamo è offrire una lettura degli eventi in corso attraverso la voce di chi vi è direttamente coinvolto. Lo facciamo focalizzando l’attenzione su Marsiglia la quale, secondo quanto argomentato nelle interviste, può essere una valida cartina tornasole di quanto si sta consumando nel resto del paese. I nostri interlocutori sono stati una ragazza del Collectif Boxe Marseilles, M. L., un uomo del Collectif Autonome Précaires et Chȏmeurs Marseille e una ragazza, S. D., del Collectif Boxe Marseilles ma attiva, soprattutto, nel lavoro territoriale dei “quartieri Nord”. Partiamo con C. A., del Collectif Autonome Précaires et Chȏmeurs Marseille.

Come puoi ben immaginare in Italia vi è un grosso interesse per quanto, e non da ora, sta accadendo in Francia. In presa diretta vorremmo ascoltare il punto di vista di chi queste lotte le sta vivendo in prima persona. Vai pure a ruota libera e, nel caso, ti interrompo per puntualizzare passaggi che magari a un pubblico italiano non sono né ovvi, né scontati.

Va bene. Intanto faccio una premessa, parlerò soprattutto di Marsiglia perché ritengo che questa città incarni appieno la storia del futuro prossimo. A differenza di altri, che considerano Marsiglia il punto arretrato del ciclo capitalista noi la consideriamo il punto più avanzato, un vero e proprio laboratorio economico e sociale di ciò che ha in mente il comando capitalistico.

Ti interrompo subito per porti una domanda che, in Italia, in molti si pongono, perché Macron si è lanciato in ciò che, a quanto pare, è un azzardo non proprio da poco?

Questa è una buona domanda perché mi permette di entrare direttamente nelle questioni e prendere il toro per le corna. Prima devo però fare una premessa al fine di non creare malintesi. Questa lotta è senza alcun dubbio una lotta strategica perché se Macron vince le ricadute saranno pesantissime su tutta la classe operaia e il proletariato francese ma, a mio avviso, una sconfitta in Francia sarebbe anche un colpo durissimo per tutto il proletariato europeo. La Francia, di fatto, incarna il punto più alto di lotta e conflittualità sociale, in termini di resistenza ma non di offesa e su questo poi ci torniamo, per cui sfondare in Francia significa avere mano libera in tutto il Continente. Quindi nessun tentennamento nello stare dentro queste lotte e ad assumerne il livello strategico. Detto ciò, e qua veniamo al presunto azzardo di Macron, alcune cose importanti vanno dette. Ciò che va osservato è che a entrare pesantemente in lotta è stata la classe operaia del settore pubblico oltre alle università e parte delle scuole superiori mentre il settore privato, i precari, i disoccupati e gli studenti dei professionali sono stati coinvolti solo marginalmente e questo vuol dire che l’azzardo di Macron sicuramente c’è ma non è proprio un salto nel buio in quanto mira a colpire un determinato segmento, dai numeri sicuramente importanti, di classe operaia ma non l’insieme del proletariato francese. Per una grossa fetta di classe operaia, proletariato e studenti francesi questa lotta non significa molto perché le loro condizioni sono decisamente diverse da quelle degli operai scesi in lotta. Non per caso ho sottolineato che si tratta di una lotta di resistenza e non di una lotta offensiva. L’attacco di Macron è un attacco a quella rigidità operaia che la classe operaia e i lavoratori del pubblico sono stati, almeno sino a ora, in grado di mantenere e difendere. Queste condizioni, però, se esci dal settore pubblico non le trovi lì, per capirsi, trovi una situazione molto più simile a quella italiana.

Ma qual è la sostanziale differenza tra la Francia e l’Italia?

La prima cosa, sicuramente, è il numero di classe operaia pubblica che è certamente imparagonabile a quella italiana. Lo stato francese ha mantenuto la sua presenza in tantissime attività considerate strategiche e qua l’organizzazione operaia era ed è molto forte per cui ogni attacco a una qualunque forma della rigidità operaia scatena reazioni di massa come si sta vedendo. In più, altro aspetto molto diverso dall’Italia, in Francia i sindacati non sono mai stati inglobati nelle strutture di potere e di comando. In Italia la differenza tra le grosse centrali sindacali, i padroni e i governi non c’è. In Francia la cosa è molto diversa. In passato, ma si tratta di un’epoca ormai remota, la CGT era un sindacato riformista e spesso controrivoluzionario in quanto cinghia di trasmissione del PCF ma, da quando il PCF è imploso, la CGT è diventata un contenitore dove dentro si può trovare un po’ di tutto anche se, questo bisogna dirlo, le redini centrali sono saldamente in mano a dei bonzi del tutto compatibili e interni alle logiche del nazionalismo francese però, nel momento in cui il vecchio mondo di sinistra è imploso, la CGT ha perso buona parte dei suoi quadri e, soprattutto, ha avuto un vuoto tra i suoi quadri intermedi. Questo ha permesso a molti di entrare, soprattutto nelle sue ramificazioni periferiche, nella CGT portando avanti pratiche e discorsi che sarebbero stati impensabili in altri tempi ma tutto questo è vero perché c’è una classe operaia strutturata che non è per nulla piegabile alle logiche della destrutturazione e deregolamentazione che Macron cerca di imporre nel settore pubblico. La questione delle pensioni è solo un aspetto. Se Macron passa su questo, in tempi assai rapidi, tutta la forza del vecchio mondo operaio crollerà ma non solo. Se Macron passa qua le ricadute saranno pesanti anche per chi è già fuori dalle garanzie di questa classe operaia perché la condizione di precarietà conoscerà un ulteriore aggravamento.

Mi sembra di capire, da quello che dicevi, che al momento una grossa fetta di classe operaia e proletariato non è entrata direttamente in gioco. Hai parlato del settore privato dei precari, dei disoccupati, degli studenti dei professionali. Sulla base di ciò vorrei porti due domande. Come si è prodotta questa differenziazione così forte tra i due mondi operai e proletari? Cosa può succedere nelle prossime settimane? Anche questi altri settori di classe entreranno in lotta e in che modo?

Intanto non è una cosa che nasce ieri. Sono almeno una trentina di anni che abbiamo una situazione simile. Se pensi alla rivolta delle banlieue del 2005 la cosa diventa molto più chiara. Lì a entrare in lotta è stata una composizione di classe del tutto diversa, precaria, disoccupata e razzializzata. Lì, non per caso, la lotta ha assunto contorni decisamente più radicali perché in ballo non c’era questo o quello aspetto del comando capitalista, insomma la deriva riformista non era possibile, ma proprio un sistema di potere razzista e fondato sulla marginalità e l’esclusione politica e sociale di queste masse operaie e proletarie. Quelle lotte, da subito, si sono dovute misurare con lo stato e la sua macchina militare e poliziesca. In Francia, come in tutta Europa, vi sono due classi operaie e due proletariati per voi, in Italia, non dovrebbe essere difficile capirlo visto che siete stati proprio voi, i primi, a parlare di garantiti e non garantiti. Il problema è capire come e se, oggi, sia possibile dentro questa lotta trovare delle convergenze tra questi due poli. La cosa non è semplice e qua a Marsiglia ne abbiamo una riprova evidente.

Ecco, volevo tornare proprio su Marsiglia. La struttura economica e sociale di Marsiglia che cosa rappresenta? Alla scala del modello capitalistico francese ne incarna una tendenza o ne rappresenta una realtà del tutto marginale?

Marsiglia, secondo noi, incarna la storia del presente e del futuro. Marsiglia è una città di precari e disoccupati contornata da tutta una serie di città satelliti operaie, del settore privato, dove la condizione operaia è del tutto simile a quella dei marsigliesi. I settori operai e proletarie pubblici ci sono, ma sono una minoranza. Per questo riteniamo che Marsiglia sia un laboratorio avanzato del modello capitalista presente. Le condizioni di vita del proletariato marsigliese sono lo specchio del modello che Macron, e tutte le filiere del comando che rappresenta, intende generalizzare.

Sulla scia di quanto ascoltato proviamo a approfondire alcuni aspetti con M.L., una pugile, ma che svolge anche una certa attività politica, del Collectif Boxe.

Qual è la risposta, dentro la “sala boxe”, a quanto sta andando in scena in questi giorni in Francia?

Una risposta abbastanza tiepida. È una lotta che tocca ben pochi di loro che vivono condizioni di lavoro e di vita sociale del tutto diversi.

Quindi non c’è stata partecipazione allo sciopero?

Chi lavora nel settore privato non ha scioperato e la stessa cosa vale per la stragrande maggioranza dei precari. I disoccupati sono scesi in piazza ma senza troppo entusiasmo. Tutto questo è facile da capire: questa lotta loro non li tocca. Perché vi sia un salto occorrerà vedere se vi sarà la capacità di radicalizzare questa lotta su un terreno che coinvolga questi settori di classe.

Così ci siamo lasciati domenica 26 marzo, in attesa delle mobilitazioni del 28. Come si è visto non poche ombre si stagliavano sulla solarità che, in particolare nel nostro paese, sembrava aleggiare sulla lotta dei francesi. Nel frattempo vi sono stati gli eventi di Sainte–Soline dove un manifestante, tra l’altro cugino di un militante del Collectif Autonome Précaires et Chȏmeurs Marseille, versa in fin di vita. Il 28 poteva essere un banco di prova per molte cose. Di questo abbiamo parlato con una ragazza algerina, attiva soprattutto nel Collectif Boxe e nel Coordinamento dei collettivi dei quartieri Nord. Un punto di vista estremamente interessante perché, in virtù della sua esperienza diretta, fornisce una versione della mobilitazione molto meno entusiasta di quanto è stata descritta in Italia.

Hai sentito le cose dette sino a ora, perciò andiamo subito al dunque. Come sono andate le cose il 28?

Diciamolo chiaramente, non troppo bene o meglio si è confermato quanto espresso in precedenza. Da parte nostra, mi riferisco alle reti che abbiamo costruito, possiamo anche dire di aver fatto un piccolo passo in avanti perché siamo riusciti a mobilitare più persone delle scorse volte ma, e questo dice tanto, meno di quante siano scese in piazza con noi l’8 marzo. La gran parte del proletariato precario e disoccupato, che a Marsiglia è la maggioranza, non si è mosso e se lo ha fatto lo ha fatto con poco entusiasmo. Inutile girarci intorno: se i contorni di questa lotta rimarranno questi, molti settori operai e proletari ne rimangono fuori perché sono obiettivi del tutto estranei alla loro condizione. Questa è una lotta dei garantiti, oggettivamente di retroguardia. O si trova il modo, concreto e materiale, di legare questa lotta a quella degli altri settori operai e proletari, al momento il comparto privato non si è mosso, oppure questa lotta non potrà che perdere. Del resto lo Stato, in termini repressivi, ci sta andando piuttosto cauto perché presuppone che, rimanendo questa la cornice del conflitto, non si andrà chiaramente oltre una certa soglia. In Italia, come mi è stato possibile vedere sui social, vi siete molto entusiasmati per l’attacco al Municipio di Bordeaux, non avete notato però che quell’assalto è stato condotto da un gruppo di destra. Ciò che dovete capire è che, mediamente, i livelli di violenza poliziesca quotidiana in Francia sono molto più elevati di ciò che si sta vedendo in piazza. Il livello di violenza, da parte della polizia, a cui è abituato il proletariato di banlieue non è paragonabile a ciò che si è visto nelle piazze così come i livelli di scontro posti in atto nel corso delle mobilitazioni alle quali hanno aderito i banlieuesards sono stati esponenzialmente incommensurabili. In poche parole, oggi, la banlieue è alla finestra, la sua entrata in campo dipende da molte cose ma perché possa esserci una reale unità di lotta occorre che gli obiettivi vadano ben oltre i perimetri dei lavoratori garantiti, altrimenti è difficile pensare che qualcuno scenda in piazza per le pensioni quando lui, di fatto, in pensione non ci andrà mai. Capisco che per voi quello che vedete nelle piazze francesi oggi può sembrare chissà che cosa, ma il problema, semmai, è la vostra arretratezza non il livello avanzato della Francia. In molti, e questo succede anche in Francia tra alcuni gruppi di estrema sinistra, si fanno prendere dall’estetica dello scontro ma, appunto, si tratta semplicemente di estetica.

Quindi, per capirsi, secondo te occorre spostare l’attenzione su altre cose. Per esempio?

Sicuramente il salario massimo garantito, quindi l’abolizione di ogni forma di lavoro precario e la lotta al potere poliziesco e al suo razzismo. Sappiamo che tutto questo non sarà il frutto di una spallata ma di una lotta lunga e difficile. Ciò che dobbiamo iniziare a porre in atto sono forme di potere operaio e proletario in grado di contrastare il potere dello Stato. Questi sono i presupposti per tirare dentro la lotta tutti quei settori di classe che osservano quanto sta accadendo come qualcosa che riguarda sostanzialmente i bianchi.

Cioè?

La frattura coloniale è tutta dentro l’organizzazione del lavoro. I non garantiti sono, per lo più, proletari e operai in pelle scura, donne, e qui entra prepotentemente in ballo il patriarcato come elemento fondante del modello capitalista, ai quali ovviamente si aggiunge anche una quota, e si aggiunge sempre di più, di proletariato bianco in via di declassamento.

Quindi, ciò che vedi, è una frattura piuttosto corposa tra due condizioni proletarie che rimandano a condizioni sociali e materiali ben poco affini?

Sì, questa è la realtà con la quale ci dobbiamo misurare. In una città come Marsiglia questo lo si può vedere in maniera macroscopica.

Quanto ascoltato è in gran parte spiazzante poiché, per noi, la “battaglia di Francia” sembrava incarnare caratteristiche di ben altra portata. Ciò che, invece, sembra emergere è una lotta, per quanto sacrosanta, di “resistenza”, portata avanti da settori operai e proletari che cercano di “conservare” il mondo di ieri ma che ben poco sembrano avere a che fare con la nuova composizione di classe la quale, per forza di cose, è del tutto estranea al mondo dei garantiti. Sotto questo aspetto il “silenzio della banlieue” è a dir poco significativo così come non proprio irrilevante è la frattura manifestatasi anche in campo studentesco visto che, anche in questo caso, gli “studenti di banlieue” sembrano stare alla finestra. Difficile fare previsioni sul futuro prossimo della “battaglia di Francia”, il 6 aprile una nuova giornata di lotta inonderà la Francia e, con ogni probabilità, molti nodi inizieranno a venire al pettine. Ciò che, sin da ora, possiamo dire è che solo la decisa scesa in campo della nuova composizione di classe potrà declinare in offensiva una lotta di resistenza la quale, per sua natura, non può che andare incontro a una sconfitta magari edulcorata da qualche piccola concessione. Il progetto di Macron è chiaro: destrutturare e precarizzare le vite della maggior parte degli operai e dei proletari e su questo è disposto a giocarsi molto. Rimanendo sulla difensiva si può solo che perdere ma l’offensiva è nelle mani e nelle corde di chi oggi è alla finestra. La sua discesa in campo è il vero ago della bilancia perché lì ed esattamente lì risiedono le divisioni strategiche della classe.

*****


di Emilio Quadrelli

Il mondo coloniale è un mondo a scomparti. (F. Fanon, I dannati della terra)

Ci siamo lasciati i primi giorni di aprile evidenziando come, a proposito di quanto stava andando in scena in Francia, vi fosse sicuramente della luce ma anche molte ombre e come, proprio l’insieme di queste ombre, obbligassero a una serie di interrogativi. Interrogativi che, nelle mobilitazioni dal 6 aprile in poi, avrebbero dovuto trovare una qualche risposta. Dal 6 aprile a oggi vi sono stati due nuovi scioperi generali mentre, il 15 aprile, il presidente Macron non ha fatto alcun passo indietro, firmando la legge che, dall’autunno prossimo, vedrà i francesi andare in pensione con due anni di ritardo rispetto a ora. In un articolo precedente (“Cronache marsigliesi. Non è tutto oro ciò che brilla” – Carmillaonline, 3 aprile 2023) avevamo evidenziato come il movimento contro il prolungamento dell’età pensionabile fosse, a conti fatti, molto circoscritto e come, nei suoi confronti, gran parte della classe operaia e del proletariato francese si mostrasse a dir poco tiepida. A uno sguardo minimamente attento era evidente come a scendere in piazza fosse quella quota, in Francia assai corposa, di classe operaia e proletariato garantito occupato nel settore pubblico mentre gli operai del settore privato, i precari e i disoccupati osservassero tutto ciò rimanendo alla finestra. La stessa adesione studentesca vedeva una sostanziale spaccatura tra gli studenti del ceto medio, entrati massicciamente in lotta al fianco dei lavoratori, e gli studenti proletari i quali, con questa lotta, hanno ben poco interagito.

Anche in questo caso, come la volta precedente, i nostri interlocutori sono stati V. R., una ragazza del Collectif Boxe Marseilles, M. L., un uomo del Collectif Autonome Précaires et Chȏmeurs Marseille e una ragazza, S. D., del Collectif Boxe Marseilles ma attiva, soprattutto, nel lavoro territoriale. A questi abbiamo aggiunto M. C, una donna precaria ex gilets jaunes, oggi attiva nel Collectif Autonome Précaires et Chȏmeurs Marseille con la quale ci è parso interessante porre a confronto il movimento odierno con quello dei gilets jaunes.

Iniziamo, pertanto, ascoltando V. R. operaia precaria delle pulizie e abitante nel quartiere Fèlix Pyat notoriamente conosciuto come uno dei quartieri più malfamati di Marsiglia. Ciò che ci sembrava importante capire era il tipo e il grado di coinvolgimento sia dei precari, sia degli abitanti del suo quartiere nelle mobilitazioni e se, dal 6 aprile in poi, vi fossero stati significative modifiche rispetto alle mobilitazioni precedenti.

Eravamo rimasti evidenziando quanto a dir poco tiepida fosse la partecipazione dei precari, dei disoccupati e in generale degli abitanti dei “quartieri malfamati” nei confronti della lotta sulle pensioni. Questo lo constatavamo prima del nuovo sciopero generale del 6 aprile al quale ha fatto seguito quello del 12. Macron, da parte sua, ha tirato dritto e ha firmato la legge che proroga di due anni l’accesso al pensionamento. Tutto ciò ha cambiato qualcosa tra di voi?

Come è facile constatare il movimento si è abbastanza ridotto. Qua a Marsiglia la cosa è stata quanto mai evidente. Questo è anche facilmente comprensibile se consideri il fatto che la città di Marsiglia ha circa 900.000 abitanti dei quali almeno 400.000 vivono nei quartieri segregati e quindi sono precari, disoccupati, illegali o, come spesso succede, tutte e tre le cose messe insieme. Io sono un’operaia precaria delle pulizie, mia madre precaria nella ristorazione, mio fratello è un po’ qua e un po’ là e mio padre, per fortuna, non lo vediamo da anni. Questa mia condizione non ha nulla di speciale ma riflette la condizione media dei nostri quartieri. I nostri problemi chiaramente sono altri, la polizia tanto per incominciare che con noi non simula lo scontro ma ci va giù pesante per qualunque cazzata. Il razzismo della polizia e delle istituzioni e la vita di merda che dobbiamo fare. Io vivo dentro questa realtà e con me la vivono almeno altri 400.000 marsigliesi ed è abbastanza chiaro che questa condizione ha ben poco a che fare con quella di chi è sceso in piazza o meglio il nesso c’è ma non è così facile farlo capire e soprattutto trovare delle convergenze in grado di unificare queste due condizioni proletarie.

Voi, come collettivi precari, di quartiere ma anche come collettivo boxe in questo periodo come vi siete mossi, che bilancio potete fare della vostra attività?

Noi siamo stati dentro a tutte le manifestazioni e agli scioperi organizzando dei nostri spezzoni ma, soprattutto, abbiamo continuato il nostro lavoro di organizzazione e di lotta sui posti di lavoro e nei quartieri. Nel terzo stiamo facendo molto bene soprattutto sul fronte delle occupazioni di case ma di questo è meglio che ne parli con un’altra compagna che dentro a questa cosa ci sta direttamente. Sicuramente possiamo rilevare una nostra crescita perché le lotte che stiamo mettendo in piedi hanno un seguito e quindi stiamo portando in piazza anche un certo numero di persone ma, questo bisogna dirlo, rispetto alla gran massa sono solo avanguardie anche se, questo mi sembra importante dirlo, non sono avanguardie politiche in senso generico ma avanguardie di lotta ossia compagne e compagni del tutto interni alle realtà operaie e proletarie. Questo ci permette di guardare all’immediato futuro con un po’ di ottimismo.

Quanto ascoltato offre già un quadro abbastanza preciso della realtà marsigliese. Sulla scia di ciò proseguiamo ascoltando S. D. proveniente anche lei dall’ambito del Collectif Boxe e attiva soprattutto nel lavoro di quartiere. Questo ci è sembrato particolarmente importante perché, proprio per le caratteristiche che la nuova composizione di classe riveste, l’ambito territoriale assume un aspetto spesso strategico. Questo almeno per tre buoni motivi. Per un verso l’obiettiva debolezza che le attuali condizioni di lavoro impongono dentro la produzione possono essere ribaltati sul territorio così che, a differenza del passato dove il “potere operaio” di fabbrica si espandeva sul territorio, l’organizzazione della forza operaia e proletaria sul territorio può riversarsi dentro i posti di lavoro; del resto, avendo a mente l’Italia, non si tratterebbe di un fenomeno poi così nuovo. Negli anni Settanta furono proprio le ronde e le squadre operaie a supportare dall’esterno le lotte operaie delle piccole fabbriche e aziende dove il controllo padronale e poliziesco inibiva ogni forma di organizzazione autonoma operaia. In seconda battuta, la lotta territoriale, consente di articolare una lotta sul salario indiretto che non è sicuramente meno importante della battaglia salariale sui posti di lavoro. Infine, e certamente non per ultimo, la lotta sul territorio consente di costruire spazi di contropotere effettivo e dare vita a “zone liberate” dove la gestione dello spazio pubblico sfugge al controllo statale. Molto sinteticamente abbiamo parlato di questo con la nostra pugile.

Voi, come precari e disoccupati, pur stando dentro al movimento che sta agitando la Francia avete svolto una attività parallela specificamente rivolta a quel settore di classe che non sembra particolarmente interessato alla lotta sulle pensioni. Potresti spiegarmi, molto sinteticamente, come avete maturato questa scelta e quali tipi di risposte avete ricevuto?

Abbiamo aperto un intervento all’interno del terzo, che è anche il mio quartiere, il quale è considerato uno dei quartieri più poveri d’Europa. È un quartiere prevalentemente arabo dove disoccupazione e illegalità sono ciò che Marsiglia offre ai suoi abitanti. Credo che sia persino inutile ricordare la violenza quotidiana che i suoi abitanti subiscono da parte della polizia, il razzismo che circonda questo quartiere insieme alla sua povertà. Chiaramente in questo quartiere una lotta come quella sulle pensioni non ha senso così come le modalità sostanzialmente pacifiche di questo movimento non hanno molto da dire agli abitanti del quartiere. Qui gli scontri con la polizia hanno ben altro tenore e non sono certo paragonabili a quelli che si sono visti nel corso degli scioperi generali. Insieme agli altri del collettivo di quartiere abbiamo individuato nel problema abitativo uno dei problemi essenziali delle persone che abitano qui. Su questo abbiamo deciso di muoverci. Chiaramente lo abbiamo fatto attraverso un lavoro di inchiesta, cioè non siamo arrivati dall’alto dicendo: “Occupiamo le casa” ma costruendo l’occupazione con le reti che abbiamo all’interno del quartiere. Abbiamo così individuato due stabili e li abbiamo occupati. Sarebbe interessante, e anche utile, raccontare la storia e le dinamiche di questa occupazione ma non è questo il luogo. Ciò che mi preme dire è come la gestione dell’occupazione sia stata ed è una vera e propria “scuola politica” per il quartiere. La sua gestione e la sua difesa è interamente in mano agli abitanti e molti di loro sono già, a tutti gli effetti, delle avanguardie di lotta. Questa prassi consente di costruire quadri e organizzazione. Vorrei aggiungere ancora una cosa che mi sembra veramente importante: il rapporto con le varie gang di zona. Anche qui si apre un capitolo che andrebbe affrontato in altro modo ma, anche se in poche battute, mi preme dire che proprio grazie al lavoro che stiamo facendo siamo riusciti a instaurare un buon rapporto con queste. Queste sono realtà che non si possono ignorare perché migliaia di ragazzi vi sono dentro e si tratta di gente nostra che non può e non deve essere abbandonata al suo destino. Dobbiamo, e lo stiamo facendo, lavorare con il proletariato a partire dalle sue forme concrete e le gang, piaccia o meno, ne sono una sua forma.

Questo, molto sinteticamente, l’aria che si respira tra le fila di quel proletariato che, sino a ora, è rimasto sostanzialmente alla finestra. Sulla scia di ciò passiamo a ascoltare M. C. focalizzando l’attenzione, in particolare, sull’esperienza dei gilet jaunes ponendole a confronto con quanto sta andando in scena in questi giorni.

Per prima cosa, anche se in maniera estremamente stringata, vorrei chiederti cosa ti ha portato dai gilet jaunes al movimento dei precari e dei disoccupati.

L’esperienza con i gilet jaunes è stata molto utile e importante ma aveva un limite la sua incapacità di costruire organizzazione e programma politico tra gli operai e i proletari. In poche parole non aveva, e per sua natura neppure poteva averla, una linea di classe. Questo è abbastanza normale in movimenti che mettono insieme diversi settori e strati sociali e, almeno all’inizio, questo ci sta. Nelle situazioni di crisi entrano in gioco tutti quelli che della crisi sono vittime per cui la genericità del movimento è più che comprensibile, ma se questa genericità si perpetua allora diventa un limite enorme. Questo è ciò che è accaduto con i gilet jaunes. Bisogna rilevare, infatti, che non si è stati in grado di bloccare la produzione, di organizzare uno sciopero generale nonostante, nel movimento la presenza di operai, precari e disoccupati fosse notevole. È indicativo il fatto che le nostre manifestazioni si tenessero il sabato e non avessimo mai neppure pensato di bloccare la Francia in un qualche altro giorno. Inevitabilmente quel movimento, privo di una chiara linea di classe, si è spento. Personalmente avevo iniziato a distaccarmene, nel senso che non avevo più un ruolo attivo e militante, già prima che il movimento si esaurisse e mi sono indirizzata verso l’attività del Collectif Chomeurs Precaires che qua a Marsiglia iniziava a muovere i suoi primi passi. Ho fatto questo perché, come ti ho detto, ciò che ho riscontrato dentro l’esperienza dei gilet jaunes è stata proprio l’assenza di un programma operaio e proletario ma vorrei anche precisare meglio quanto detto proprio perché il collegamento tra l’esperienza dei gilet jaunes e l’approdo al Collectif ha una sua continuità. Come ti ho detto dentro i gilet jaunes vi era una componente proletaria rilevante ma di quale proletariato stiamo parlando? La componente proletaria presente tra i gilet jaunes era proprio quel proletariato precario, disoccupato e quella classe operaia impiegata nel settore privato, cioè la nuova composizione di classe la quale vive una condizione di marginalizzazione ed esclusione politica e sociale. Una condizione che, tra l’altro, mi appartiene. Questo il motivo per cui, dopo l’esperienza dei gilet jaunes, mi sono collocata in una realtà formata essenzialmente da precari e disoccupati. Una condizione che, qui a Marsiglia, è quella ormai maggioritaria.

Sulla base della tua esperienza ci sono, e nel caso di che tipo, delle differenze tra il movimento che sta scuotendo la Francia in questi giorni e i gilet jaunes?

Sicuramente sì, le differenze ci sono e non di poco conto. Per prima cosa la composizione di classe. Il movimento sulle pensioni è essenzialmente un movimento legato al lavoro subordinato pubblico le cui condizioni sono del tutto diverse da quelle degli altri operai e proletari. Per capirsi ormai c’è una grossa fetta di proletariato per il quale la pensione è solo un miraggio per cui è ovvio che nei confronti di questa lotta è abbastanza tiepido. Nella loro confusione i gilet jaunes esprimevano una loro radicalità, generica, indistinta, tanto è vero che dentro c’era un po’ di tutto, anche molta frustrazione propria delle classi sociali che più che in via di proletarizzazione sono in via di pauperizzazione anche se, questa è una cosa che in molti non notano, oggi proletarizzazione e pauperizzazione tendono a essere la stessa cosa, insomma per quanto caotico e senza alcuna prospettiva, era un movimento carico di una notevole radicalità. Tutto ciò, nel movimento attuale, non c’è. Basta vedere le dinamiche di piazza e i comportamenti della polizia.

Cioè?

Se guardi a quello che succedeva nel corso dei sabati dei gilet jaunes e a ciò che accade nelle manifestazioni attuali, la cosa è evidente. Il livello di scontro è imparagonabile e teniamo presente, perché è fondamentale, che in quel caso la pratica della violenza aveva veramente una dimensione di massa con anche forme di auto organizzazione non proprio trascurabili. Nel movimento di oggi questo non c’è e i rari episodi di scontri e attacchi, continuamente sovra esposti dai media, sono soprattutto il frutto di alcuni gruppi con l’estetica del conflitto che battaglie di strada vere e proprie. Dei gilet jaunes si può dire tutto, e io non credo di essermi sottratta a una critica anche piuttosto dura nei loro confronti, ma non che avessero l’estetica o la simbologia del conflitto. Nei sabati dei gilet jaunes la battaglia di strada c’è stata a tutti gli effetti. Il comportamento della polizia mi sembra abbastanza eloquente. Oggi la polizia, nei confronti di questo movimento, si muove con il freno a mano tirato sapendo benissimo che, in fondo, siamo di fronte a delle scaramucce e nulla di più. Al proposito basta confrontare il modus operandi della polizia a Sainte – Soline a quello che si è visto nelle piazze recenti. Il livello di scontro è decisamente basso e la polizia, o meglio il governo, si guarda bene dall’innalzarlo. A Sainte – Soline la polizia ha operato dentro uno scenario di guerra perché di fronte aveva un movimento con determinate caratteristiche non certamente prono a una qualche forma di mediazione cosa che, invece, mi sembra si possa tranquillamente dire della stragrande maggioranza dell’attuale movimento sulle pensioni.

Quindi, secondo te, questo movimento non è in grado di radicalizzare lo scontro e non ne ha neppure l’intenzione poiché, alla fine, immagina di poter giungere a una qualche forma di accordo?

La cosa non è così scontata perché la situazione è in movimento e tante tensioni sono nell’aria. Certo è che se a dominare la scena sarà la composizione di classe che ha condotto la lotta sino a questo momento le prospettive non sono delle migliori basta pensare che il massimo che c’è stato dopo la firma di Macron sono state le battiture delle pentole ma, come ti ho appena detto, la partita è tutt’altro che chiusa perché la possibilità che nell’immediato futuro a scendere in campo siano anche gli altri settori operai e proletari non è così impensabile. Mi auguro che non sia solo una mia speranza.

Giunti a questo punto chiudiamo la seconda puntata delle nostre “Cronache marsigliesi” ascoltando M. L. al quale abbiamo chiesto un approccio maggiormente politico e analitico.

Ciao, la prima cosa che vorrei domandarti è una valutazione complessiva su quanto sta accadendo in Francia e, ovviamente, con un occhio particolare sulla realtà marsigliese. Hai avuto modo di sentire quanto raccontato nelle precedenti interviste per cui ti chiederei, per capirsi, di essere più astratto che concreto.

Intanto cominciamo con il dire che tanto la giornata del 6 quanto quella del 12 hanno visto un certo riflusso. Inutile nasconderlo i numeri sono calati. Il Congresso della CGT ha visto l’affermazione della sua ala più destra che, nell’immediato, ha comportato l’epurazione di tutte quelle situazioni dove militanti di estrema sinistra avevano raggiunto un qualche ruolo organizzativo. La CGT ha asfaltato la sinistra e tutti quegli spazi che per un certo periodo si erano aperti al suo interno si sono chiusi. Vedo che in Italia in molti guardano alla CGT, bé dalla Francia posso dire che è un abbaglio clamoroso e lo dice uno che, comunque, non si è fatto problemi a interagire con questa organizzazione. Qua a Marsiglia, dove per la sua composizione sociale, questa lotta è di fatto una lotta di minoranza, l’entusiasmo è stato notevolmente ridotto. Gli altri settori di classe non sono entrati in gioco e quindi, tutto quello che quel movimento poteva dare lo ha dato. La natura sociale di questo movimento è riformista poiché si tratta di quella composizione di classe che ha il “patto socialdemocratico” nel suo DNA. Quindi, il suo orizzonte, è sempre stato tutto interno al sistema capitalistico il che non significa che questo settore di classe non abbia fatto, almeno in passato, lotte di notevole spessore e radicalità. Sicuramente il “patto socialdemocratico” è stato anche nelle corde della borghesia che su quello ha costruito interi decenni di dominio ma occorre anche ricordare che i termini di questo “patto” sono sempre stati oggetto di una lotta serrata perché la borghesia mirava a costruire un patto al ribasso, concedendo il minimo, mentre gli operai miravano al massimo. Le condizioni di vita di questo proletariato garantito sono state il frutto di lotte e battaglie e, usando un termine che a voi italiani piace molto, una forma non proprio irrilevante di esercizio di potere operaio. Tutto ciò, ovviamente, appartiene alla storia di ieri perché il modello capitalistico attuale non prevede alcuna possibilità di “patto”. L’attacco di Macron mira esattamente a questo, destrutturare del tutto le posizioni di forza di ciò che, in qualche modo, possiamo definire come "aristocrazia operaia". Si tratta di un progetto non solo francese tanto che, qualcosa di simile, lo stiamo osservando anche in Inghilterra e Germania. Anche in quei paesi tutto ciò che rimanda a forme di rigidità operaia, posizioni di forza, esercizio di potere sui posti di lavoro è sotto attacco. A fronte di ciò mi sembra che si possa parlare di offensiva unitaria del comando capitalista contro le vecchie fortezze operaie. Questo movimento, se rimane all’interno delle coordinate attuali, non può che essere sconfitto poiché non si rende conto che i padroni hanno completamente cambiato le regole di gioco.

Quindi consideri questa battaglia inesorabilmente persa?

Non sarei così drastico o meglio credo che questa situazione sia in movimento e alcuni inizi di rottura all’interno di questo fronte iniziano a manifestarsi. Per dire, qui a Marsiglia, l’occupazione spontanea della stazione ferroviaria e il blocco dei treni è stata opera dei ferrovieri, cioè di quella composizione di classe che è scesa in piazza dietro alla CGT. Dobbiamo tenere presente che Macron vuole spazzare via e destrutturare le condizioni di vita di questo proletariato e che non vi sarà mediazione possibile. Qualcuno lo sta capendo, bisogna vedere se il fenomeno sarà limitato o assumerà connotati di massa.

Secondo te, questo movimento potrebbe cambiare pelle?

Cambiare proprio pelle non credo perché è difficile pensare che un settore sociale abituato a vivere in un certo modo, diciamo da ceto medio, possa approdare a modalità di lotta e di scontro di un certo tipo ed è anche difficile che, in tempi brevi, metabolizzi il fatto che è la borghesia a imporre un determinato livello di scontro. Quello che può succedere è che inizino a esserci delle contaminazioni tra questo settore di classe e il resto del proletariato, in questo caso lo scenario inizierebbe a cambiare ma anche in questo caso dobbiamo andare cauti con i facili entusiasmi. Per essere chiari, capisco l’entusiasmo che in molti nutrono per la banlieue ma se tutto quel potenziale non trova una forma politica organizzata rischia di essere, come già sta accadendo, semplice materiale per la saggistica sociologica.

Ma voi, come precari, disoccupati, organismi di quartiere come vi state muovendo?

Intanto stiamo preparando, attraverso continue iniziative di lotta, il Primo Maggio che potrebbe essere già un primo banco di prova di tutto ciò che si sta muovendo. Per il resto lavoriamo alla costruzione di forme di organizzazione stabili perché lotta e organizzazione non possono che marciare unite. Le lotte senza organizzazione non vanno da nessuna parte, l’organizzazione senza le lotte è solo micro burocrazia.

Chiudiamo qui, in attesa del Primo Maggio, la seconda puntata delle “Cronache marsigliesi”. Sono molti i nodi che queste corrispondenze stanno portando al pettine per questo, dopo il Primo Maggio, cercheremo di ragionare, sulla base di quanto i “materiali empirici” ci hanno fornito, in termini decisamente più analitici per il momento auguriamoci solo che i “siberiani” non rimangano alla finestra.

02/12/2021

Tre anni dopo cosa resta dei “gilet gialli”

Francia, perché l’impennata dei prezzi non porta a un’esplosione sociale? Non c’è un legame meccanico tra un contesto e una mobilitazione. Inchiesta di Mediapart

La primavera sarà calda, l’autunno sarà turbolento, l’inverno sarà incessante… Così come la retorica militante ha spesso cercato di mobilitare le sue truppe annunciando in anticipo movimenti che non sempre si sono verificati, sembra difficile spiegare l’assenza di mobilitazione quando il contesto sembra prestarsi ad essa.

La coincidenza tra i prezzi della benzina più alti che mai e il terzo anniversario della rivolta dei “gilet gialli” solleva domande sulle ragioni dell’attuale apatia sociale: la prospettiva delle elezioni presidenziali e il confronto elettorale? Specificità della mobilitazione delle rotonde troppo inedite? La portata della repressione è stata realizzata? Assenza strutturale di correlazione tra mobilitazioni sociali e condizioni socio-economiche? Effetti di coda lunga dell’epidemia di coronavirus?

Quando, il 17 novembre 2018, il movimento dei Gilet Gialli è emerso, ha colto di sorpresa gli osservatori e le autorità. Questi ultimi riuscirono a spegnerlo solo dopo molti mesi, ricorrendo contemporaneamente a un’intensa repressione e a varie procedure pseudo-deliberative. All’epoca, l’annuncio di un aumento della tassazione sul carburante ha fornito la scintilla per la mobilitazione, che è stata originale nella sua forma, nella sua sociologia e nei suoi metodi di azione. Più in generale, la questione dei vincoli di spesa è stata al centro della conversazione nazionale.

Quest’autunno, tuttavia, lo spettro del “costo della vita elevato” è riapparso. Alla pompa, il prezzo del diesel o della benzina senza piombo ha superato i livelli raggiunti alla vigilia dei primi blocchi delle rotonde del 17 novembre 2018. Anche il costo del gas e dell’elettricità è alle stelle. Il fenomeno, di portata globale, sta già scatenando proteste popolari vicino a casa, come in Spagna, dove i sindacati del trasporto stradale minacciano di scioperare prima di Natale. Ma in Francia prevale la calma. In questa fase, non emerge alcun risveglio dei gilet gialli, né alcuna dinamica di un movimento che riprenda gli stessi temi.

Come si può spiegare questa apparente apatia, quando le giustificazioni materiali per una nuova rivolta esistono e si sono già verificate? Il governo teme il ripetersi di un movimento di protesta, dal momento che si è sentito obbligato a disegnare una “indennità di inflazione” di 100 euro per i francesi che guadagnano meno di 2.000 euro, che però è mal calibrata per rispondere a tutte le potenziali difficoltà generate dall’attuale aumento dei prezzi.

Il primo elemento di risposta, avanzato dalla maggior parte dei ricercatori intervistati da Mediapart, consiste nel sottolineare l’assenza di un legame meccanico tra un certo tipo di “condizioni oggettive” e l’avvento di una mobilitazione. “Anche quando passi parte del tuo tempo ad analizzare i movimenti sociali, sei preso alla sprovvista da ciò che accade e ti chiedi perché certe cose non accadono”, ride Erik Neveu, professore a Sciences-Po Rennes.

L’idea che si possano tracciare correlazioni tra la situazione socio-economica e le rivolte politiche è ereditata dall’analisi dello storico Ernest Labrousse (1895-1988), che riteneva che la rivoluzione francese fosse legata all’aumento del prezzo del pane: una dimensione riassunta dalla citazione apocrifa attribuita alla regina Maria Antonietta: “Se non hanno pane, che mangino brioche.

Tuttavia, anche se la Rivoluzione francese fu effettivamente scatenata in un periodo di alti prezzi del grano, essa seguì altri periodi di alti prezzi del grano che non scatenarono alcuna rivolta. L’analisi labroussiana è stata ampiamente contestata dalla storiografia più recente, in particolare dal ricercatore britannico E. P. Thompson, il quale ha dimostrato che, sebbene le questioni di bilancio e le condizioni di vita potessero essere alla base delle mobilitazioni, non c’era alcun determinismo al riguardo: “economie morali” e situazioni politiche potevano altrettanto facilmente innescare una rivolta quanto un aumento dei prezzi.

Analizziamo sempre a posteriori il modo in cui nascono le rivoluzioni e le esplosioni sociali”, conferma la storica Danielle Tartakowsky, autrice di Pouvoir est dans la rue – Crises politiques et manifestations en France XIXe-XXe siècles (Flammarion). Non c’è un legame obbligatorio tra questi e una determinata situazione economica. Sappiamo molto bene, contrariamente a quanto credeva il movimento comunista negli anni ’20, che la miseria non porta con sé la protesta o la rivoluzione”.

“Nel 2007 e nel 2011”, nota da parte sua il sociologo Pierre Blavier, che ha appena pubblicato Gilets jaunes, la révolte des budgets contraints (PUF), “il prezzo della benzina aveva già raggiunto i livelli del 2018, e questo senza che ne derivasse alcuna esplosione sociale. Ora, la benzina è ancora più cara, e l’elettricità e il gas si aggiungono, senza che il movimento prenda per il momento slancio.

Per Olivier Fillieule, professore di sociologia politica all’Università di Losanna, co-direttore del Dizionario dei movimenti sociali (Presses de Sciences-Po), che ha studiato il movimento dei Gilet Gialli nel Sud-Est, questa rivolta non si spiega meccanicamente con l’aumento del prezzo della benzina. “La rabbia è esplosa il 17 novembre 2018, ma stava fermentando dall’inizio dell’anno. I gruppi di Facebook esistono da mesi. Le frustrazioni legate agli autovelox o al limite di velocità di 80 km/h sono precedenti alla scintilla”.

Le persone che sono uscite sulle rotonde”, aggiunge, “sono molto raramente dei militanti, nel senso di persone per le quali le associazioni militanti e l’impegno in cause talvolta multiple strutturano la loro esistenza; e che per questo stesso fatto sanno che possono perdere una volta e vincere un’altra volta. Al contrario, i Gilet Gialli della prima ora si sono mobilitati con una logica rivoluzionaria, pensando che sarebbero tornati a casa solo quando avessero ottenuto la soluzione ai loro problemi, spronati da un senso di urgenza e necessità. Per molti di loro, questo impegno improvviso e totale ha sconvolto la loro vita, hanno litigato con parenti e amici, e sono usciti da questo momento cresciuti ed esausti. Tenendo conto di tutto questo, è facile capire perché il recente aumento dei costi dell’energia non può bastare da solo a ravvivare una dinamica di mobilitazione. C’è bisogno di qualcos’altro per galvanizzare il morale piuttosto basso delle truppe.

Il fatto stesso che il movimento dei Gilet Gialli sia nato tre anni fa sulla base di rivendicazioni legate all’alto costo della vita non fornisce una ragione sufficiente per pensare che possa ripetersi allo stesso modo. In primo luogo, perché, a parte le modalità di azione più routinarie, è raro che le eruzioni popolari si ripetano nello stesso modo: il maggio 68 ha prodotto effetti, ma non si è mai ripetuto così. In secondo luogo, perché il modo in cui le autorità hanno risposto ai gilet gialli può aver minato le condizioni per un tale replay.

Come documentato da Mediapart, e in particolare da David Dufresne, il livello di coercizione esercitato dallo Stato contro i gilet gialli è stato molto alto, tanto che si dovrebbe tornare indietro di diversi decenni per osservare un uso così massiccio della forza. Danielle Tartakowsky giudica che la repressione dei gilet gialli “ha rotto la volontà di alcuni manifestanti, sia per quelli che hanno marciato a Parigi che per quelli che hanno visto le immagini”. È sorprendente, a questo proposito, vedere la differenza, in termini di polizia, tra il trattamento dei gilet gialli e quello degli anti-vax e degli anti-pass”.

Olivier Fillieule, coautore con Fabien Jobard, di Politiques du désordre – Police et manifestation en France (Le Seuil), tuttavia, offre uno sguardo sfumato sulla questione. “Nell’ultimo anno, abbiamo sentito molti intervistati dire che a causa della violenza, della repressione legale e finanziaria, era meglio per loro non presentarsi alle manifestazioni. Questo è particolarmente vero per le persone con responsabilità familiari che non possono scaricare. Ma al contrario, altri intervistati sono stati radicalizzati dall’insolita violenza del trattamento poliziesco delle manifestazioni, dalla pioggia di multe, dalla ferocia della comparsa immediata e, più in generale, dall’ingiusto trattamento giudiziario, per non parlare dell’esperienza del carcere.

Qualunque sia la coercizione esercitata contro di loro, la mancata ricomparsa dei gilet gialli deve anche essere legata alle caratteristiche stesse del movimento. Nata fuori dai sindacati e coltivando un’ignoranza, persino una diffidenza nei loro confronti, si è dimostrata resistente a qualsiasi forma di centralizzazione e gerarchizzazione.

“I movimenti mal organizzati, da membri con poco capitale militante, sono una rarità storica e sono più fragili di altri”, osserva Laurent Jeanpierre, professore di scienze politiche all’Università di Parigi I e autore di In Girum – Les Leçons politiques des ronds-points (La Découverte, 2019).

“I leader dei gilet gialli erano per lo più locali”, ricorda Erik Neveu, che crede anche che il loro indebolimento nel tempo derivi in parte da una mancanza di strutture di coordinamento. “Non tutto può essere organizzato attraverso le reti sociali, senza un sistema di portavoce o un minimo di istituzionalizzazione”. Un argomento che si può trovare, sviluppato da altri contesti, dalla sociologa americano-turca Zeynep Tüfekçi. Nel suo studio Twitter et les gaz lacrymogènes (C&F éditions, 2019), mostra che la “protesta connessa” può permettere una mobilitazione massiccia a una velocità senza precedenti, ma ottiene l’efficacia della decisione collettiva, e quindi la reattività e la durata del movimento interessato.

Se non c’è mai un legame meccanico tra condizioni socio-economiche oggettive e mobilitazione sociale, e se le caratteristiche dei gilet gialli e la repressione a cui furono sottoposti non depongono a favore della ripetizione di un movimento simile, altri due elementi cruciali spiegano perché non è ancora emersa una forte mobilitazione contro il caro vita.

Le elezioni e la pandemia

Da un lato, il contesto pre-elettorale, con le elezioni presidenziali a soli cinque mesi, non è molto favorevole. La prospettiva della “grande spiegazione” attraverso il voto potrebbe essere qualcosa a cui aggrapparsi? L’idea che la battaglia sarà combattuta alle urne è già stata prevalente in passato”, nota Danielle Tartakowsky. Questo è stato il caso del 1981, che ha portato a un crollo della mobilitazione sociale prima dell’elezione di François Mitterrand. Fu così anche nel 1936: le mobilitazioni su base antifascista o anti-crisi erano state forti nei due anni precedenti, ma da marzo in poi, le organizzazioni che componevano il raggruppamento popolare si preoccuparono di evitare qualsiasi cosa che potesse dare luogo a provocazioni, suscettibili di avere un effetto negativo sul voto di aprile.

Per alcuni ricercatori, l’argomento non è decisivo. Erik Neveu ci ricorda che i tratti socio-demografici dei gilet gialli li dispongono soprattutto a “un debole interesse per la politica istituzionale”. Per coloro che hanno occupato le rotonde, aggiunge Pierre Blavier, “il sistema partitico ed elettorale è completamente vuoto”.

Olivier Fillieule sottolinea anche che le tre elezioni precedenti (europee, comunali e regionali) hanno fornito la loro parte di fallimenti e di amara disillusione per coloro che avevano cercato di investire nel campo istituzionale. “Durante le elezioni europee, sulle rotonde, tutti erano convinti che Macron avrebbe ricevuto uno schiaffo e la delusione è stata immensa. Solo il Rassemblement National e France Insoumis hanno cercato di radunarli durante il movimento. In realtà, il voto dei gilet gialli non è una questione elettorale, dato il loro piccolo numero e la loro persistenza nel rimanere lontani dalle urne. Questo spiega in parte la facilità con cui una parte del movimento, qua e là, è passata al movimento anti-pass, poiché il movimento può incarnarsi, per molti, solo nella presenza fisica nello spazio pubblico, nelle occupazioni e nelle manifestazioni”.

Tuttavia, se guardiamo oltre gli stessi gilet gialli e guardiamo ad altri attivisti che potrebbero alimentare un movimento sociale, la vicinanza delle elezioni presidenziali mantiene la sua importanza. “In Francia, gli attivisti più esperti sono molto pochi e spesso mobilitati in diverse cause”, spiega Laurent Jeanpierre. Con la campagna elettorale, la loro energia è incanalata, non hanno più abbastanza tempo per indirizzarla altrove. Da parte dei cittadini, può prevalere una forma di atteggiamento di attesa, anche senza grandi speranze di cambiamento. Se dovessimo cercare di identificare una tendenza a lungo termine”, conferma Danielle Tartakowsky, “sarebbe una diminuzione della mobilitazione nel periodo pre-elettorale piuttosto che un aumento.

Anche se questo non costituisce una legge storica, possiamo osservare che le eruzioni sociali più significative in Francia sono state post-elettorali. Gli scioperi del 1936 seguirono la vittoria dei partiti del Fronte Popolare; il maggio 68 avvenne un anno dopo le elezioni legislative e tre anni dopo le prime elezioni presidenziali a suffragio universale della Quinta Repubblica; il grande movimento sociale del 1995 seguì poco dopo l’elezione di Jacques Chirac; e la stessa cosa è successa con i gilet gialli.

Inoltre, e questo è forse il fattore di handicap più grave, la pandemia di coronavirus è passata nel frattempo. Su scala globale, come ha mostrato il ricercatore Alain Bertho, le mobilitazioni strettamente sociali si sono ritirate rispetto al 2019, che era stato segnato da una dinamica di lotte emancipatorie senza precedenti. I confinamenti successivi, le limitazioni imposte ai raggruppamenti, ma anche l’esaurimento personale causato dalla crisi sanitaria, hanno pesato sulla capacità di mobilitazione.

“I vincoli alla costruzione pratica di un collettivo sono più forti di due anni fa, mentre erano già più forti di dieci anni fa”, dice Laurent Jeanpierre, che invita anche a “non minimizzare la stanchezza”, che è difficile da oggettivare, ma che è stata osservata in ambienti molto diversi, e in particolare nei settori tradizionalmente più mobilitati della società.

Possiamo allora ancora immaginare, in questo contesto di crescente quotidianità, una nuova mobilitazione su larga scala, anche se sarebbe necessariamente diversa da quella dei gilet gialli di tre anni fa? “Affinché un movimento sociale riunisca diversi settori e realizzi il suo potenziale rivoluzionario, è necessario raggiungere una de-settorializzazione che, fino ad ora, è stata solo molto parziale”, giudica Pierre Blavier.

Secondo lui, ci sono potenziali “ponti” tra le categorie di popolazione che hanno strutturato la mobilitazione del 2018 e altre frazioni della popolazione. In questa fase, tuttavia, il loro verificarsi rimane improbabile. “Almeno quattro settori potrebbero collegarsi con i gilet gialli in una logica di classe”, crede. Il settore sanitario, che era regolarmente presente nel movimento. Quella dei piccoli pensionati, che hanno fornito diversi battaglioni di gilet gialli. Ma anche gli insegnanti, la cui paga è molto bassa, che si trovano anche di fronte a tensioni di bilancio, per esempio per l’alloggio, ma non hanno aderito affatto al movimento. E i movimenti in difesa dei servizi pubblici, per i quali non si è verificato nemmeno lo snodo.

Per la storica Danielle Tartakowsky, “data la situazione, dovremmo teoricamente avere un movimento, ma non possiamo dirlo perché è impossibile identificare delle costanti basate su condizioni “oggettive”. Questo non significa che non si possa essere sorpresi. E la sorpresa raramente prende le forme previste...

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15/08/2021

Francia - Nuove manifestazioni contro l’obbligo del Green Pass

Per il quinto sabato consecutivo in Francia sono previste oggi manifestazioni contro il pass sanitario, con più di 200 iniziative convocate in tutto il paese nonostante il Green Pass sia ormai obbligatorio solo per accedere alla maggior parte dei luoghi pubblici da lunedì scorso.

Questo dispositivo viene percepito come un attentato alle “libertà” e come un “obbligo vaccinale" mascherato.

Si attendono “circa 250.000 manifestanti” marciare in tutto il Paese, ha detto una fonte della polizia all’Afp.

A Parigi oggi sono previsti tre diversi cortei. Una prima manifestazione, organizzata da Florian Philippot e dal suo movimento di destra Patriots, partirà da Place de la Catalogne verso le 14:30. L’altra manifestazione, convocata dai “gilet gialli” che si rifiutano di marciare insieme alla destra, partirà dalla Porte Dorée verso le 13. Un terzo corteo partirà da Place de la Bourse alle 13:30.

Le ragioni delle proteste francesi vengono così riassunte da Jean Luc Melenchon, leader de La France Insoumise: “da una crisi sanitaria sta diventando una crisi politica. Perché con la tessera sanitaria, per la Francia, inizia l’era della libertà condizionata. Tutto resta libero, a patto che il regime macronista, i suoi stati di emergenza e pass di ogni genere, diano il permesso. La libertà condizionata, come per tutti i detenuti che si sono comportati bene, è la società del controllo permanente. Il pass sanitario verrà controllato cento volte al giorno, tra l’altro, scannerizzerai e riesaminerai l’intera popolazione, da tutti i tipi di persone senza mandato, e anche da coloro che non lo vogliono. È il caso dei 200.000 ristoratori e caffetterie incaricati di monitorare i propri clienti. Li minacci: una multa di 9.000 euro e la chiusura amministrativa dell’esercizio”.

I manifestanti accusano il governo di aver sottovalutato la protesta contro il Green Pass sanitario. La protesta sta ancora crescendo ma finora senza alcun incidente di rilievo. Le manifestazioni vedono una composizione estremamente eterogenea – famiglie, manifestanti apolitici alle prime armi, sindacalisti, operatori sanitari o vigili del fuoco, militanti della destra e della sinistra – e pare andare oltre i movimenti tradizionalmente No Vax.

L’esecutivo teme però una radicalizzazione del movimento anti-pass. Mercoledì, il Ministro degli Interni Gérald Darmanin ha ordinato una sorveglianza rafforzata intorno ai centri di vaccinazione, agli screening o alle farmacie, a seguito di una serie di atti dolosi.

Il governo vuole raggiungere l’obiettivo di 50 milioni di francesi che hanno ricevuto una prima iniezione di vaccino entro la fine di agosto.

Dall’inizio della pandemia in Francia, il virus ha colpito più di 6 milioni di persone e ne ha uccise 111.000. Un recente studio ha mostrato che l’85% dei pazienti ricoverati in ospedale a causa del COVID-19 e il 78% di quelli deceduti non erano vaccinati a luglio 2021. Ad oggi, più di 40 milioni di francesi hanno ricevuto almeno una dose di vaccino.

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05/05/2021

Ombre rosse. L’arresto degli esuli politici italiani degli anni ‘70

È stato un lapsus del poliziotto inconsapevole o uno scherzo perverso dei rappresentanti di uno Stato italiano che non smetterà mai di far pagare la paura che una parte della sua popolazione gli ha provocato alla fine del dopoguerra?

L’operazione congiunta delle forze di polizia francesi e italiane, che ha preso di mira dieci rifugiati politici italiani, aveva il nome in codice “Ombre rosse”. Questo è il titolo esatto in francese – “L’ombre rouge” – del secondo romanzo poliziesco di Cesare Battisti, pubblicato nel 1994 (Gallimard, Serie Noire), ambientato sullo sfondo della situazione di questi superstiti della latente guerra civile degli anni ‘60 e ‘70.

Al bisogno di una postura “antiterrorista” inerente a uno Stato francese incapace di affrontare le ragioni sistemiche del terrorismo jihadista individuale si è aggiunto – come spiega Alessandro Stella di seguito – il bisogno sempre rinnovato dello Stato italiano di cancellare la “traccia rossa” del più grande e duraturo movimento sociale del dopoguerra in Occidente.

La guerra della memoria non è che un episodio della guerra sociale. Come ha dimostrato il bellissimo, combattivo e applaudito corteo della manifestazione parigina del Primo Maggio, la lotta per la libertà dei nostri compagni è appena iniziata.

*****

L’operazione che ha portato, il 28 aprile 2021 a Parigi, all’arresto di dieci ex militanti rivoluzionari italiani degli anni ‘70, è stata chiamata dalla polizia francese e italiana “Ombres Rouges”. Gli arresti sono stati effettuati nelle prime ore del mattino dalle forze speciali della polizia antiterrorismo francese, assistite dai loro colleghi italiani. Un’idea probabilmente presa dalla cultura poliziesca, con John Wayne contro i “cattivi pellerossa”.

Termini che si riferiscono a immagini scure, inquietanti, dove l’ombra assume il colore del rosso, del sangue. Un’immagine e una definizione che dice molto sul pensiero degli ispiratori politici di questa operazione di polizia.

Qual è lo scopo politico dei governi italiano e francese nel dare la caccia agli ex rivoluzionari che avevano consegnato le armi e vissuto normalmente in Francia per decenni, 40 o anche 50 anni dopo i fatti, promettendo loro che avrebbero finito gli ultimi anni della propria vita in prigione?

Per 40 anni, tutti i governi italiani, di destra e di sinistra, hanno fatto dello spettro del ritorno del “terrorismo rosso” il mezzo di controllo e di repressione di ogni movimento di protesta sociale, di ogni forma di lotta collettiva antisistema.

Una bandiera rossa sventolata permanentemente dai governanti davanti agli occhi dell’opinione pubblica, ricordando loro “gli anni di piombo”, che è diventata sinonimo nella narrativa dei vincitori di un periodo oscuro e omicida, durante il quale il colore rosso delle bandiere comuniste aveva macchiato crimini e delitti.

Uno spettro che infesta il sonno di tutti i buonisti italiani, di tutti i sostenitori dell’ordine immutabile della società, di tutti i sostenitori dell’ordine di polizia, dell’autorità dello Stato, dell’autorità stessa. Uno spettro incarnato da donne e uomini chiamati Marina, Enzo, Roberta, Giovanni, Giorgio, Raffaele, Maurizio, Luigi, Narciso, Sergio.

Tutti loro hanno ormai più di 65 anni e, dopo una gioventù vissuta a tutta velocità all’inseguimento di sogni rivoluzionari, hanno dovuto rassegnarsi a una vita ordinaria fatta di lavoro, preoccupazioni, amore, piccoli piaceri e routine. Persone con un percorso di vita ricco e complesso, che non può essere ridotto a pochi anni della loro vita, e tanto meno a qualche episodio di lotta armata a cui sono accusati di aver partecipato.

Donne e uomini presentati come simboli da abbattere dagli Stati e dalle loro forze di polizia, preoccupati delle loro strategie e senza alcuna remora per il destino di reclusione fino alla morte promesso a queste persone.

La storia dei vincitori di questo “embrione di guerra civile” – come disse Francesco Cossiga, ex Presidente della Repubblica e ministro dell’Interno nel 1977-78 – è servita per 40 anni a installare una pedagogia della paura tra la popolazione italiana, costruita sulla fantasia del ritorno delle Brigate Rosse o dei loro emulatori.

Una macchina politica ben servita dai media, dai giudici, dalla polizia, e che ha plasmato il pensiero conformista di milioni di italiani che oggi plaudono alla cattura e al confino in regime punitivo fino al sadismo del “mostro” Cesare Battisti. Una macchina di influenza psicologica di massa che rende ripugnante il ricordo stesso degli anni ‘70.

Una macchina che è diventata sistematica, basata su una narrazione storica distorta e partigiana. Perché cancella e vuole far dimenticare che gli anni ‘70 sono stati prima di tutto anni di grandi lotte sociali e di sperimentazione di nuove forme di relazioni tra le persone, di lotte internazionaliste, antimilitariste, antiautoritarie e infine femministe e LGBT.

Anni in cui la bandiera rossa aveva i colori della rivoluzione proletaria e della libertà. Dietro il quale marciavano milioni di vecchi lavoratori comunisti e milioni di giovani proletari alla ricerca di un mondo migliore. Durante il lungo maggio ‘68 italiano, l’uso delle armi da parte di migliaia di militanti rivoluzionari fu solo la punta di un iceberg, solo una parte di un insieme di lotte che utilizzavano altre armi, dagli scioperi alle occupazioni, dalle manifestazioni agli esperimenti di autogestione.

Nella narrazione dei vincitori, il vasto movimento rivoluzionario attivo nell’Italia degli anni ‘70 è dipinto come una lunga serie di uccisioni senza motivo da parte di attivisti di estrema sinistra in nome di un’ideologia passata.

Mentre la storia ci dice che, molto prima che qualche attivista rivoluzionario uccidesse qualcuno, circa duecento manifestanti erano stati uccisi dalla polizia dal 1948.

Il primo omicidio commesso da attivisti rivoluzionari, quello del commissario Luigi Calabresi, è emblematico. Fu ucciso la mattina del 17 maggio 1972 da un commando del gruppo Lotta Continua (uno dei compagni di cui l’Italia chiede oggi l’estradizione, Giorgio Pietrostefani, è stato condannato per questo), che stava facendo quello che milioni di italiani chiedevano da tre anni.

Il commissario Calabresi fu responsabile dell’omicidio di Giuseppe Pinelli, ferroviere anarchico milanese, ingiustamente arrestato e accusato di aver messo la bomba alla Banca dell’Agricoltura di Piazza Fontana, il 12 dicembre 1969. Una bomba che causò la morte di 17 persone, e che fu di fatto l’opera di gruppi fascisti alleati a poliziotti e militari di ideologia fascista, attuando una strategia di tensione con un obiettivo anticomunista e di governo dell’Ordine.

L’omicidio del commissario Calabresi è stato quindi un omicidio politico, una risposta alla violenza della polizia e dello Stato, l’attuazione di una volontà popolare allora ampiamente condivisa. Va anche sottolineato che questo è stato l’unico omicidio commesso da attivisti di Lotta Continua, che stavano anche conducendo lotte all’interno delle fabbriche (Fiat in particolare), nei quartieri popolari e nelle università, nelle caserme e nei porti.

Gli anni ‘70 in Italia, che il pensiero dominante vorrebbe ridurre a immagini di morte, furono anni di entusiasmo rivoluzionario condiviso da milioni di persone e declinato in mille iniziative che propugnavano il cambiamento dell’intero sistema di oppressione. È un periodo di insubordinazione e di protesta generalizzata – contro tutti i pilastri dello Stato capitalista – che i governanti politici ed economici temono, e sono queste immagini di rivolta che tormentano le loro menti.

Per il governo francese e il Presidente Macron, che hanno sigillato questo scellerato patto di estradizione sulla pelle di dieci persone, lo spettro da scacciare sarebbe piuttosto quello delle “ombre gialle”. Il colore può cambiare, ma nel mirino ci sono sempre i movimenti sociali incontrollabili.

Dopo un’ondata crescente di insurrezione antisistema ai quattro angoli della Francia, di diffusione e condivisione di esperienze collettive di auto-organizzazione, di sfida allo Stato, alle gerarchie, ai partiti e alla democrazia rappresentativa, la repressione feroce che lo Stato e i suoi poliziotti hanno esercitato contro i Gilets Jaunes ha finalmente frenato il movimento.

Il regime di paura messo in atto dallo Stato, con LBD, granate, colpi di manganello, fermi di polizia, prigione, ha finito per assottigliare le file dei Gilets Jaunes e sgonfiare il movimento. Ma i dirigenti dello Stato francese sanno perfettamente che tutte le cause dell’esplosione della rabbia popolare sotto i colori dei “gilet gialli” sono ancora lì, e persino aggravate dalla crisi di Covid.

Sanno che nonostante il lockdown, il coprifuoco, lo stato di emergenza e tutto l’arsenale giuridico-poliziesco messo in atto dallo Stato per difendersi dai proletari in rivolta, la brace rimane calda. E hanno paura che le “ombre gialle” tornino a turbare la dolce vita della borghesia nei quartieri alti, a marciare sugli Champs Élysées invece di leccare le finestre.

Temono che invece di aspettare in depressione le prossime elezioni, i Gilets Jaunes riprendano l’autogestione in ogni villaggio, ogni quartiere, ogni incrocio, collettivamente, senza leader, senza gerarchia di sorta, costruendo quotidianamente un mondo socialmente vivibile.

In rosso o in un altro colore, uno spettro infesta l’Italia, la Francia, il mondo intero: lo spettro della Comune, del comunismo.

Da Lundimatin. Alessandro Stella è stato membro di Potere Operaio e poi di Autonomia Operaia. Rifugiato in Francia all’inizio degli anni ‘80, è oggi direttore di ricerca in antropologia storica al CNRS e insegna all’EHESS di Parigi. È autore di diversi saggi, tra cui “Années de rêves et de plomb: Des grèves à la lutte armée en Italie (1968-1980)” (Agone, 2016).

Fonte

30/09/2020

Francia - “La Polizia è fuori controllo e potenzialmente golpista”

Questa polizia è maledetta, razzista nel profondo, fuori controllo, impazzita per la violenza, bloccata nella negazione collettiva e ha solo episodi di attacchi terroristici per rifarsi l’immagine”. Intervista a Frédéric Lordon

È da poco uscito nelle librerie “Police”, opera collettiva pubblicata dalla casa editrice La Fabrique, in cui viene analizzata, grazie ai contributi eterogenei dei diversi autori, la natura storica e sociale della polizia, il suo ruolo e le sue funzioni all’interno dell’attuale società capitalista, la “legittimità” della violenza, la “degenerazione” aggressiva e la fascistizzazione dei suoi agenti. Partendo dalle enormi mobilitazioni di piazza degli ultimi anni in Francia – da quelle contro la Loi Travail fino al movimento dei Gilets Jaunes – e sull’onda lunga delle manifestazioni contro le violenze brutali e spesso letali (Geroge Floyd, Jacob Blake, Breonna Taylor, Dijon Kizzee, Deon Kay...) della polizia statunitense, viene investigato a fondo lo stretto legame oggi vigente tra politiche neoliberiste, repressione del dissenso e controllo sociale.

Di seguito la traduzione della prima parte dell’intervista ad uno degli autori, Frédéric Lordon, realizzata da Selim Derkaoui e Nicolas Framont per la “rivista indipendente di critica sociale per il grande pubblico” Frustration.

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Nel lavoro collettivo “Police” vi chiedete “Quale “violenza legittima”?”, espressione usata regolarmente dall’“alto” della gerarchia, che poi parla di “monopolio della violenza legittima” (come la prefettura, la DGSI, il governo, i politologi e gli esperti di televisione, ecc.). Tuttavia, tra le violenze della polizia nei quartieri popolari, che esistono già da diversi decenni, e la repressione dei Gilets Jaunes, i/le francesi sono sempre più diffidenti nei confronti della loro polizia [solo il 43% dei francesi si “fida” della polizia, secondo un sondaggio dell’Ifop pubblicato su L’Express, ndt]. Ma da dove viene questa “legittimità”, che oggi sembra essere contestata?

In effetti, dobbiamo cominciare a chiederci quale sia la legittimità – in generale – poiché, quando si tratta della polizia e della sua violenza, essa è diventata oggetto di dibattito. La legittimità non è una qualità occulta, come dicevano gli Scolastici, né una qualità sostanziale, acquisita una volta per tutte – per esempio attraverso la prova elettorale. La legittimità è il prodotto di una formazione immaginaria collettiva, come tale costantemente da produrre e riprodurre. In parole povere, un’istituzione è legittima se e fintanto che la gente la considera tale. Si potrebbe dire che questa è una perfetta circolarità. Questo è vero. Ma il mondo sociale funziona costantemente grazie a questo tipo di circolarità. Perché è la circolarità della convinzione, il mondo sociale è pieno di credenze, non è pieno di nient’altro. Riprodurre un ordine sociale, riprodurre le sue istituzioni, mantenerle in “legittimità”, suppone riprodurre e mantenere la convinzione – la convinzione che queste istituzioni sono buone, che la loro azione è giusta e giustificata, ecc. Per questo motivo ogni ordine sociale, per perseverare, deve mobilitare, oltre alle forze fisiche, anche forze simboliche dell’ordine; le prime hanno la vocazione di minimizzare il ricorso alle seconde e di rendere accettabile questo ricorso quando deve comunque avvenire. Così l’ordine sociale e il potere producono continuamente discorsi e immagini sulla polizia, il cui consolidamento simbolico è una questione vitale poiché la polizia è la soluzione di ultima istanza per la sopravvivenza – questo è ciò che la mobilitazione dei Gilets Jaunes ha dimostrato in maniera cruda: ora sappiamo come vanno le cose quando un potere è tenuto insieme solo dalla sua polizia.

A proposito, è qui che vediamo cosa sia l’egemonia nel senso di Gramsci: qualsiasi altra cosa che non sia l’azione propagandistica di un singolo polo come il potere dello Stato. L’egemonia è l’effetto diffuso ma penetrante di una moltitudine di istanze di produzione simbolica, le cui azioni sono apparentemente del tutto indipendenti l’una dall’altra, ma il cui coordinamento delle opinioni, dei messaggi, è oggettivo e oggettivamente adeguato all’ordine sociale. Per esempio, nessuno ha bisogno di riunire e coordinare formalmente Christophe Barbier, Jacques Attali, Emmanuel Lechypre, Philippe Aghion, Dominique Seux, Jean Tirole, Didier Migaud, Bruno Le Maire, Léa Salamé, Geoffroy Roux de Bézieux, per ottenere discorsi perfettamente e oggettivamente coordinati – che alla fine diventano uno solo: il discorso del neoliberalismo economico.

In sostanza, l’egemonia di Gramsci è l’equivalente politico dell’habitus di Bourdieu a livello sociologico: produce effetti di orchestrazione senza richiedere alcun direttore d’orchestra (Bourdieu). Lo stesso vale per la polizia. Il discorso legittimante della polizia è costituito dalla congiunzione di una moltitudine di discorsi, o produzioni simboliche, formalmente indipendenti, ma notevolmente allineate, in cui si trovano ovviamente i discorsi istituzionali del potere politico e dell’amministrazione della polizia, della giustizia anche nelle sue operazioni di copertura, ma anche del giornalismo di prefettura, che è caratteristico di quasi tutti i media audiovisivi, più tutto il lavoro di giustificazione degli “esperti” e degli editori, soprattutto i continui canali di informazione, e infine, e forse soprattutto, il lavoro a lungo termine, fittizio o “documentario”, per impregnare le menti di immagini positive della polizia. Il testo di Julien Coupat sulla serie Engrenages è esemplare di ciò di cui sto parlando. Anche in questo caso, Engrenages si occupa di esplorare il “lato oscuro” degli individui – senza conseguenze politiche, rassicuriamoci, come sempre, si tratta di “problemi personali”. Un misto di apologetica e asepsi perfetta – anche per i poliziotti, deve sembrare molto strano vedere l’immagine delle loro disgustose stazioni di polizia trasformate in locali di start-up o laboratori high-tech – il tutto sotto la guida di un principio costante: i poliziotti sono persone bellissime, interamente dedicate al bene pubblico.

Ma nell’ordine delle bastonate simboliche, c’è di peggio: ci sono tutti questi programmi di giornalismo embedded, il culmine del falso realismo, quindi sotto questo aspetto infinitamente più feroci della “finzione”, poiché questa è presumibilmente la “realtà”. La TNT, che è una fogna televisiva a cielo aperto, riversa ogni giorno questa marea di propaganda mascherata da obiettività giornalistica. Non c’è una serata della settimana senza che uno di questi canali, a volte diversi, trasmetta un “rapporto” con una telecamera di bordo sulla polizia municipale di Cap d’Agde o di Tolone (“Incidenti, furti con scasso e notti calde”), la gendarmeria autostradale, o la GIGN. Con un copione unico: nella società ci sono persone buone, ma il male si annida ovunque: persone irresponsabili più o meno pericolose, delinquenti incalliti, per fortuna c’è la polizia. Sono sempre perfettamente rispettosi della gente, vuoi arrestarli regolarmente, non ti arrabbiare mai e poi mai, non parlarne. La falsità di queste immagini può essere facilmente paragonata a quella di stazioni di polizia stellari fittizie. Questo è il fascino dell’egemonia nel capitalismo: abbiamo film che potrebbero essere stati commissionati direttamente dalla questura, ma che sono stati realizzati spontaneamente da una miriade di produttori formalmente indipendenti – il meglio dei due mondi.

Chomsky parlava della fabbrica del consenso, ci siamo proprio in mezzo. E, a proposito della polizia e della produzione della legittimità della polizia, quando apriamo il tetto della fabbrica, vediamo tutto questo: da Darmanin e Macron a “Enquête sous haute tension” (C8), “Enquête d’action” (W9), “Au coeur de l’enquête” (C star), “Urgences” (NRJ 12), passando per Yves Calvi, Alain Bauer e lo staff permanente di FranceInfo. È così che consolidiamo le basi simboliche di “un pays qui se tient sage”, come direbbe David Dufresne.

Per inciso, questo la dice lunga sui livelli che la violenza della polizia ha dovuto raggiungere negli ultimi anni per attestare una tale base di granito. Ma ecco, tanto di cappello, è fatta. Inoltre, si potrebbe pensare che l’intensificarsi del lavoro di propaganda delle forze dell’ordine su tutti i fronti, fino ad arrivare al massacro quotidiano, sia il segno di un ordine di dominio forzato sulla difensiva, di cui tutti i tentativi di legittimazione (economica, sociale) falliscono, cosicché lo sforzo di legittimazione si stringe attorno all’ultimo baluardo da proteggere: la polizia, uno sforzo di ultima istanza, poiché qui l’intervento delle forze dell’ordine simboliche funziona solo per sostenere l’intervento delle forze fisiche dell’ordine – cioè se si sente come se fosse al capolinea. La funzione della periferia come “laboratorio” di repressione, funzione che è stata individuata solo negli ambienti più consapevoli (oltre che, inutile dirlo, a quelli più interessati), si rivela costantemente a fasce sempre più ampie della popolazione proprio perché queste fasce vivono oggi, oltre che attraverso la televisione, l’incontro con la polizia. Tale è stato in definitiva lo shock simbolico dei Gilets Jaunes.

La repressione della polizia contro il movimento dei Gilets Jaunes è un passo importante in questa progressiva delegittimazione della polizia agli occhi della popolazione. Tuttavia, all’inizio del movimento, a causa della sociologia e della geografia relativamente vicina tra i manifestanti e la polizia, c’è stata una certa “intesa cordiale”, prima della tempesta, tra i due.

Se volete, parliamone con le categorie della stampa: i “francesi”, tutto ciò che c’è di più “normale”, inseriti nella forza lavoro stipendiata, a volte anche con una bandiera, insomma il tipico ritratto della “brava gente” secondo TF1 o un canale del gruppo Bolloré, hanno rivelato il loro stato di miseria, disordine, abbandono totale. Nella disperazione, contro il loro stesso habitus, scendono in strada. È allora che incontrano la polizia. Il punto importante è la disposizione in cui si trovano al momento di questo incontro. Pochissimi sono inclini a “odiare la polizia”, anzi, al contrario: da un lato, da anni escono dalla fogna di TNT e prendono quotidianamente in testa il flusso della propaganda incastrata; dall’altro, come voi sottolineate, c’è un principio di prossimità nello spazio sociale, da loro intuitivamente percepito e che li dispone spontaneamente all’affinità, forse anche alla simpatia, anche alle speranze di “fraternizzazione”. Solo che, subito, vengono picchiati, gasati, portati via, tutto quanto. Bisogna misurare la violenza dello shock della stupefazione, e il crollo simbolico che ne consegue. “La polizia, non è quello che ci è stato detto; la polizia, ecco cos’è”. In realtà, c’è una dinamica che non può che aumentare: man mano che il disastro neoliberista si diffonde, man mano che sempre più ampie fasce della popolazione vengono colpite, in quanto sperimentano l’assoluta inanità dei consueti canali (elettorali, sindacali) di protesta, sono destinate ad identificare la strada come l’ultima soluzione possibile, e quindi a confrontarsi con le forze dell’ordine nelle condizioni che la situazione generale determina oggi.

Naturalmente, la domanda diventa così la seguente: possiamo fare a meno della polizia in Francia in modo permanente, o almeno, possiamo affrontarla, nella misura in cui la sua sociologia e la sua posizione sociale (al di fuori della gerarchia) la rende di fatto appartenente alla classe lavoratrice?

Se le situazioni non sono strettamente identiche, sono abbastanza vicine da far sì che la congiunzione Portland-Parigi abbia prodotto l’esplosione che abbiamo visto. E nella circolazione transatlantica di immagini e slogan, abbiamo visto apparire l’idea di “abolire la polizia”. Qui, vorrei dire una parola sull’eterogeneità delle posizioni dei vari autori del lavoro “Police” – eterogeneità che mi sembra un’ottima cosa. Per esempio, Eric Hazan, in linea con l’argomento della vicinanza sociologica che voi avete appena citato, al quale non manca di aggiungere un’analisi storica e strategica, è l’unico che detiene sfacciatamente una posizione di “polizia con noi”, contro il “tutti odiano la polizia” che è diventato un’evidenza primaria nei nostri circoli. Sull'“abolizione della polizia”, che sicuramente vincerà in questi stessi circoli perché può essere presentata come una sorta di conseguenza dedotta dalla premessa “tutti odiano la polizia”, penso che mi ritroverò in minoranza a non condividerla.

Ora, perché il dibattito possa sembrare tale, dobbiamo chiarire di cosa stiamo parlando, e in particolare cosa intendiamo per “polizia”. Se per “polizia” intendiamo l’istituzione di polizia così come l’abbiamo sotto gli occhi, simile a quella che vediamo in altri paesi, in particolare negli Stati Uniti, penso che non ci sia dubbio che questa istituzione è maledetta, razzista nel profondo, fuori controllo, impazzita per la violenza, bloccata nella negazione collettiva e sfrutta solo episodi di attacchi terroristici per rifarsi l’immagine, e va a briglia sciolta tutto il resto del tempo. Vive in un tale stato di separazione dal corpo sociale e di macerazione interna, che la sociologia del particolare prevale, di gran lunga, sulla sociologia generale.

Questo è quanto ha dimostrato l’episodio dei Gilets Jaunes, con un’argomentazione a fortiori: nelle condizioni di massima vicinanza sociologica a priori, GJ e la polizia hanno dato quello che sappiamo. Questa forza di polizia non è selvaggia. Oppure richiederebbe prima una trasformazione completa delle strutture più una trasfusione ex sanguigna... cioè prima una quasi distruzione. Segue la ricostruzione dal basso verso l’alto. Tuttavia, l’esercizio di un’architettura istituzionale astratta rischierebbe di incorrere in problemi se si dimenticasse delle pesanti predeterminazioni che la sua appartenenza al moderno Stato borghese – lo Stato del capitale – pone fin dall’inizio all’istituzione di polizia. È certo che, partendo da dove siamo partiti, c’è, anche in questo quadro, un margine di miglioramento, ma non per trasformare la zucca in una carrozza. È abbastanza chiaro che la posizione abolizionista ha (o deve avere) come presupposto implicito di essere situata in una formazione sociale post-capitalistica. In ogni caso, il dibattito inizia a questo punto: distruggere la polizia allora, ma non lasciare nulla al suo posto? Se questo è il significato di “abolire la polizia”, è da lì che non posso andare avanti.

Concettualmente, la polizia è l’insieme dei mezzi e (soprattutto) delle persone alle quali un collettivo consegna una delega di potere per assumere la funzione di interposizione in caso di controversia. Il termine “disputa” va inteso in tutta la sua generalità, non è vero che può andare da un disturbo notturno a un omicidio. In ogni caso, dobbiamo partire da una caratterizzazione così astratta per poter ri-immaginare l’immensa variabilità delle forme concrete che la polizia, così ridefinita, può assumere – ben oltre ciò che l’ordine capitalistico ci impone. Un comitato di quartiere con persone riconosciute come mediatori è una forza di polizia. È chiaro che non c’è paragone con ciò che abbiamo per le mani come forze di polizia – tranne, ma è importante, che entrambe le forme rientrano nella stessa definizione astratta. Mi ha molto interessato l’intervista a Kristian Williams, uno scrittore e attivista anarchico che vive a Portland ed è in prima linea nella lotta per “il definanziamento e l’abolizione della polizia”. Gli viene presentata la domanda-osservazione che di solito viene avanzata contro la posizione abolizionista: “Come rispondete a coloro che prevedono o temono che in un mondo senza polizia, il caos, la vendetta personale diventeranno la norma?”. La risposta di Williams differisce significativamente da quella che ci si aspetta spontaneamente: “Questa preoccupazione non è folle. Con questo intendo dire che dubito che vogliamo vivere in un mondo dove assolutamente nessuno proteggerebbe i deboli e pacifici dai forti e dai predatori... L’agenda abolizionista non può semplicemente rimuovere l’istituzione a cui ci opponiamo. Deve anche offrire alternative per risolvere le controversie, limitare i conflitti, assicurare la pace e rispondere al crimine”. Non c’è bisogno di cavillare sul fatto che questa è un’abolizione che non abolisce, almeno non tutto, e la firmo con entrambe le mani. Quello che io, per esempio, trovo folle è la negazione: la negazione della possibilità della violenza. Non della sua fatalità, perché chi vede Hobbes ovunque lo distorce: della sua possibilità. L’uomo non è essenzialmente né buono né cattivo (non c’è “essenza umana”), ma è capace di essere entrambi. In quali proporzioni? È la configurazione generale di una forma di vita che risponde essenzialmente a questa domanda, è la particolare configurazione della “polizia” che racconta come la comunità sta facendo il male di entrambi.

Probabilmente non ci si dovrebbe ossessionare con i problemi concettuali, ma non si dovrebbe nemmeno ignorarli completamente, se non per ritrovarsi a essere addestrati a dire qualcosa. Vivere senza le forze di polizia che abbiamo oggi, possiamo sicuramente farcela. Vivere del tutto senza polizia, cioè senza una qualche forma istituzionale che assuma la funzione di polizia, cioè la funzione di interposizione delegata dalla comunità, non si può. Quindi, nello stesso momento in cui ci prepariamo ad abolire “questa polizia che è nostra oggi”, dobbiamo pensare a cosa verrà al suo posto, perché non ci può essere nulla. Abbiamo ancor più motivo di pensarlo, perché dobbiamo preoccuparci di quello che è un difetto molto generale delle istituzioni di qualsiasi tipo, cioè la loro tendenza a cominciare a vivere una vita propria, separata dall’ambiente che le ha create o che le ha richieste. Non c’è motivo di escludere la possibilità che una forma di polizia “ammissibile” all’inizio possa diventare odiosa a causa di abusi successivi. Ma riguardo all’imperativo di supervisionare i supervisori, o di sorvegliare i supervisori, le cose sono state dette da molto tempo.

La questione di “questa polizia”, della sua abolizione e del chiedersi con cosa e come sostituirla, sta gradualmente diventando una riflessione inevitabile e necessaria a sinistra. Va bene, ma non finisce per prendere un posto troppo egemonico, soprattutto in diversi movimenti sociali o in alcuni media indipendenti, al punto da dimenticare i nostri obiettivi politici iniziali? Non cadiamo forse nella trappola di questo Stato repressivo, feticizzando la polizia come oggetto principale di protesta e di lotta (manifestazioni contro la violenza della polizia, comizi davanti a una determinata prefettura, ecc.), a scapito del razzismo sistemico in modo più globale, del furto di manodopera nell’impresa capitalista, o del controllo sociale permanente che grava sui poveri attraverso lo “Stato sociale”?

Non è illogico che la polizia diventi un punto di condensazione della congiuntura politica dal momento in cui il regime può resistere solo con la forza armata. Tuttavia, sono meno preoccupato di voi: non credo che i vari settori in lotta vengano inghiottiti, come voi suggerite, dal buco nero della “questione poliziesca” e perdano di vista le loro ragioni primarie per essere in lotta. Stando così le cose, sono sensibile alla vostra domanda perché mi sento molto preoccupato per il rischio di perdermi, tanto che il comportamento della polizia mi respinge. Il rischio di andare fuori strada, infatti, è quello di cominciare a pensare, come a volte faccio io, che la polizia sia “il problema numero uno” nella società francese. Ma io mi rimetto in sesto e vedo il disastro economico del neoliberismo, vedo, come il Comité Adama, che il problema è il razzismo istituzionale e la segregazione di cui sono vittime le popolazioni decoloniali, come i Gilets Jaunes, che il problema sono le abissali ingiustizie sociali, come gli attivisti per il clima che il problema è la devastazione capitalistica del pianeta, ecc. E non credo che nessuno di questi settori, essendosi tutti confrontati con la violenza della polizia, abbia dimenticato cosa li ha spinti a scendere in strada.

Ora c’è anche un senso nel fare della polizia la questione numero uno: il senso delle considerazioni tattiche. Perché la polizia è l’unico e solo blocco. Abbiamo vissuto abbastanza a lungo l’incapacità definitiva dei meccanismi istituzionali, sia politici sia sindacali, di ottenere qualcosa di significativo – e nella situazione attuale, è più che “significativo” quello che sarà necessario. La soluzione dell’ultima risorsa – la strada – rende fatale il confronto con la polizia. Quindi, in un certo senso, dato il suo ruolo di baluardo finale, sì, la questione della polizia, dello scontro della popolazione con la polizia, o della svolta della polizia, dal punto di vista di Eric Hazan, diventa centrale – ma a livello tattico. Non credo che ci siano molte persone inclini a confrontarsi con la polizia per il gusto di confrontarsi con la polizia. La gente si confronta con la polizia perché la polizia è l’ostacolo a qualcosa che è politicamente desiderato.

Aggiungo un’altra cosa: in una situazione di crisi organica sempre più profonda e nel processo di crollo della legittimità istituzionale, l’ipotesi di una “presa di potere” da parte delle forze armate – mettiamola così: un putsch – non sembra più del tutto fantasiosa. Non lo vedo dal punto di vista dell’esercito, ma dal punto di vista della polizia ho l’impressione che tutto sia diventato possibile a questo punto. O meglio, al punto in cui la polizia è arrivata: il punto di una milizia totalmente egocentrica, radicalmente tagliata fuori dalla società, rinchiusa nella fortezza della negazione e della destra, armata ovviamente, fascista al 50% se vogliamo credere agli studi sul suo comportamento elettorale.

Gli ultimi anni hanno dimostrato quanto possa essere tentato anche da comportamenti faziosi – dimostrazioni notturne in uniforme, con veicoli, ecc. Evoco questa ipotesi in modo un po’ distopico e fantascientifico, ma come uno scenario la cui probabilità, anche se probabilmente non molto elevata, non è più rigorosamente zero (a proposito, avete notato quanto la parola “distopia”, che era di uso molto ristretto, quasi accademico, abbia acquisito una diffusione notevolmente più ampia? Se questo non è un segno dei tempi...). O il potere politico designato sarà abbastanza affascinato da se stesso da far sentire la polizia perfettamente a suo agio, o si stabilirà un assordante equilibrio di potere nell’apparato statale, con il quale la polizia assumerà l’ascendente su un potere ritenuto un po’ troppo morbido (un ascendente che si basa sul fatto che la polizia tiene in mano il destino di qualsiasi potere, che lo conosce, e che anche il potere conosce), oppure il potere non si piegherà (siamo qui nell’ipotesi eroica di un governo di sinistra), tutto è possibile. In ogni caso, la polizia è un problema molto serio, non il problema centrale ma, direi, il problema del collo di bottiglia: il problema in cui vengono a confluire tutti gli altri problemi.

(prima parte dell’intervista a Frédéric Lordon)

traduzione di Andrea Mencarelli

Fonte

03/01/2020

Francia - Nessuna tregua con l’anno nuovo


La mobilitazione contro la riforma delle pensioni iniziata il 5 dicembre ha superato la “soglia psicologica” dei 22 giorni consecutivi di sciopero, la durata del movimento vittorioso contro la riforma pensionistica di Alain Juppé nell’inverno del 1995.

Questo giovedì 2 gennaio ha eguagliato con la sua 29sima giornata consecutiva di sciopero la più lunga fermata nei trasporti del 1986-1987...

Se il tasso di partecipazione allo sciopero è leggermente diminuito nelle ferrovie, ed in dose minore nella metro parigina, l’astensione dal lavoro ed il traffico sono ancora perturbati e lontani dall’assumere il profilo della “normalità”.

Gli auspici dell’Esecutivo per una “pausa” durante le vacanze natalizie – che aveva avuto l’appoggio delle direzioni confederali della CFDT e della UNSA – sono stati resi lettera morta perché la base del 4° sindacato nelle ferrovie (la CFDT) e del primo nella RAPT (UNSA) è stata indisponibile ad una tregua.

Il sostegno della popolazione appare ancora maggioritario e negli scorsi giorni una delle iniziative principali di raccolta fondi per gli scioperanti promossa da una branca della CGT – Info’Com CGT – ha superato il milione e mezzo di euro con l’anno nuovo.

Una iniziativa di solidarietà concreta che permette di dare un contributo effettivo anche a coloro che sono impossibilitati di fatto a fare sciopero, considerando che chi ha fatto lo sciopero ad oltranza vedrà di fatto azzerata la propria busta paga.

Si attende la nuova giornata di sciopero inter-categoriale e inter-generazionale del 9 gennaio per ridare nuovo slancio alla mobilitazione con importanti iniziative che precederanno ed accompagneranno il quarto sciopero generale in poco più di un mese.

Il collettivo “SOS Retraites”, che raggruppa una quindicina di professioni liberali che dispongono di un regime autonomo – tra cui differenti profili del settore sanitario oltre che avvocati, esperti contabili e del comparto del trasporto aereo – ha chiamato allo sciopero già da questo venerdì.

Anche se i piloti hanno disdetto l’avviso di sciopero dal 3 gennaio che avevano precedentemente depositato, dopo le assicurazioni governative sulla possibilità di mantenere la cassa autonoma complementare di categoria e l’età di pensionamento a 60 anni, si attende una mobilitazione massiccia, considerato che – come aveva dichiarato a settembre in una tribuna del “Journal de Dimanche” – il collettivo SOS Retraits rappresenta un bacino di 700 mila persone con differenti profili professionali.

Dal 6 gennaio anche gli avvocati hanno annunciato che sciopereranno per una settimana, e potrebbero continuare oltre.

Accusano il governo di essere sordo e di rifiutare il dialogo; e di essere quindi l’unico responsabile delle conseguenze sul funzionamento della giustizia e sui diritti dei giudicati.

In un comunicato, pubblicato a fine anno da differenti associazioni di categoria, affermano: «non c’è altra scelta che quella di indurire il quadro dello sciopero e dell’azioni di blocco che si svolgeranno a partire da lunedì 6 gennaio.»

Nel comparto chimico, Thierry Dufresne – delegato della CGT alla Total – ha annunciato che dal 7 al 10 gennaio verranno totalmente bloccate tutte le raffinerie e non uscirà alcun prodotto per 96 ore, compresi i terminal petroliferi e i depositi di carburanti.

«Alla fine delle 96 ore di sciopero ci porremo la domanda se si passa alla fase del fermo delle installazioni», ha dichiarato Dufresne.

L’ultima “arrivata” è la raffineria di Feyzin, entrata in sciopero sabato scorso. Come ha dichiarato Pedro Afonso, delegato sindacale della CGT, nessun prodotto petrolifero esce dalla raffineria per andare ad alimentare le stazioni di servizio.

«I salariati hanno voluto raggiungere il movimento nazionale delle raffinerie per influire sul governo e ottenere il ritiro della riforma delle pensioni», ha spiegato Afonso.

Una seconda giornata di “porti morti” ha riguardato gli scali francesi, bloccati per tutta la giornata del 30 dicembre.

Le Havre, Rouen, Lorient, e altri porti sono stati al centro di queste azioni, ed altre iniziative sono in programma nei prossimi giorni.

Il manifesto della maggiore organizzazione sindacale degli insegnanti della scuola secondaria – SNES-FSU – che chiama allo sciopero del 9 gennaio, ed è piuttosto esplicito sul prosieguo del movimento: “Pensioni nessuna risposta, 2020 in collera...”.

Le reazioni al discorso di capodanno di Macron di Benoît Teste, segretario della FSU, come del resto quella degli altri leader dell’inter-sindacale, testimoniano l’insoddisfazione di un settore che ha visto per tre volte consecutive scioperare oltre la metà degli effettivi nelle medie inferiori e superiori; non solo contro la riforma pensionistica, ma contro lo stravolgimento che il Ministro dell’Istruzione Blanquer vuole attuare rispetto alla condizione dell’insegnante.

Il calcolo pensionistico per il corpo docente viene attualmente svolto a fine carriera e parametrato sullo stipendio degli ultimi sei mesi lavorativi, mentre la “riforma” pretende di calcolare la pensione su tutta la vita lavorativa. Per una categoria che entra relativamente “tardi” in servizio, e che per la maggior parte della carriera percepisce – rispetto agli studi fatti e sforzi effettuati – remunerazioni piuttosto basse, anche rispetto ai propri colleghi europei è un colpo mortale.

La promessa di aumenti salariali per il comparto come per la sanità – ribadita nel discorso di capodanno di Macron e su cui è previsto un lungo tavolo di lavoro – appare per ora tale: una promessa e nulla più.

Teste non ha ravvisato nel discorso presidenziale «gli elementi che possano costituire delle vie d’uscita».

Ma forse l’immagine-simbolo di questo lungo sciopero con cui si è concluso il 2019 è quella delle ballerine dell’Opèra di Parigi, che hanno rappresentato all’aperto gratuitamente una parte del “Lago dei Cigni” e che hanno rifiutato di accettare la proposta governativa della cosiddetta clausola “del nonno”, per cui sarebbero escluse dalla riforma – che riguarderebbe comunque altri profili del settore dello spettacolo – e ricadrebbe solo le future generazioni di ballerine non ancora in attività e quindi che non potrebbero godere della pensione a 42 anni.

La loro dichiarazione è una delle più belle manifestazioni della lotta di classe nell’Esagono: «Ci è stato proposto di esser personalmente escluse dalle misure, per vederle applicate solo alle prossime generazioni. Ma noi non siamo che un piccolo anello di una catena vecchia di 350 anni. Questa catena deve prolungarsi nel futuro: noi non possiamo essere la generazione che avrà sacrificato le successive».

Veniamo al discorso di Macron, che assume completamente la dimensione dello scontro, e dà la cifra della polarizzazione politica in corso Oltralpe.

“Due France si trovano ormai faccia a faccia”, è scritto nell’editoriale di “Le Monde”: quella di Macron e quella della CGT per il quotidiano francese.

In realtà il fronte sindacale è ben più ampio, come dimostrano le reazioni dei vari responsabili sindacali, da FO alla combattiva SUD.

Nel 27simo giorno di “sciopero ad oltranza”, il 31 dicembre, il Presidente Macron durante la sua locuzione di fine anno durata 18 minuti ha preso per la prima volta la parola dall’inizio del movimento, affermando che la riforma delle pensioni «sarà portata a termine».

È stato lapidario nel voler dare un segno di discontinuità rispetto alle esperienze dei precedenti quinquenni presidenziali, che a metà del loro mandato avevano mostrato di ascoltare le voci d’opposizione al proprio operato, ricalibrando la propria azione, anche per non dilapidare il proprio consenso con l’avvicinarsi delle elezioni (ci saranno le municipali, questa Primavera).

Macron tira perciò dritto per la propria strada, costi quel che costi.

Non ritornerà sui principi che ispirano la “riforma” – come il regime universale e l’età pivot, o di “riequilibrio” – «si aspetta che il governo di Edouard Philippe trovi la strada di un compromesso rapido nel rispetto dei princìpi» con «le organizzazioni sindacali e padronali che lo desiderano».

Cioè, traduciamo noi con quelle disposte ad affossare il movimento rendendosi complici dell’esecutivo.

Più volte è tornato sulla volontà di continuare nel suo operato: «voglio assicurarvi che non cederò per niente al pessimismo e all’immobilismo».

Quindi si è giocato la carta dell’esasperazione del conflitto, dopo aver cercato in modo fallimentare di disinnescarlo nelle ferrovie e nella metro, e ancor prima di criminalizzarlo nell’opinione pubblica...

Philippe Martinez, segretario della CGT, anche in risposta all’allocuzione del Presidente, il 1 gennaio ha annunciato in un intervista a BFMTV e RMC: «Da lunedì (...) chiamiamo a fare delle assemblee generali e a discutere delle mobilitazioni (...) bisogna fare scioperi ovunque, nel pubblico, nel privato, solo in questo modo possono ascoltarci».

Quella del segretario della CGT non è stata una boutade, ma una indicazione precisa che le strutture dell’organizzazione sindacale stanno ora concretizzando, come dimostrano una serie di iniziative previste di tentativi di generalizzazione dello sciopero.

Ma nonostante gli annunci, il cosiddetto principio del “regime universale” sta conoscendo significative deroghe mantenendo di fatto i “regimi speciali” per quei lavoratori che il governo vuole non vengano coinvolti nell’attuale mobilitazione per depotenziarne l’impatto: poliziotti, marinai, piloti, ecc.

Questo è il segno tangibile che il principio annunciato non è poi così granitico e, in secondo luogo, che la mobilitazione mette in seria difficoltà l’Esecutivo e un Presidente che usa toni auto-compiacenti e vive immerso in una “bolla”, ma pronto a rivendicare la necessità dello scontro anziché la conciliazione.

Come ha brillantemente commentato il leader di La France Insoumise, Jean-Luc Mélenchon, l’allocuzione di Macron: «È una dichiarazione di guerra ai milioni di francesi che rifiutano la sua riforma (...) ha parlato un extra-terrestre»

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Il 5 dicembre del 2019 è stata una “data di cesura” nella storia contemporanea francese, così come lo fu poco più di un anno prima il 17 novembre, primo giorno dei blocchi dei gilets jaunes, che hanno fatto entrare l’Esagono in una nuova fase politica di conflittualità permanente non ancora conclusasi.

Con la “marea gialla” è stato azzerato il capitale di consenso – se non per la ristretta cerchia sociale medio-alta da cui proviene e di cui è espressione – di Emmanuel Macron, divenuto presidente nell’estate del 2017.

È innegabile che l’attuale mobilitazione ha fatto tesoro della sconfitta delle mobilitazioni contro l’introduzione della “Lois Travaille”, durante la presidenza Hollande nel 2016, così come di quella relativa ai lavoratori delle ferrovie della primavera del 2018.

Questi movimenti nel primo caso non hanno portato al ritiro del “Job Act” francese nel 2016 – anche se è costato la carriera politica ad Hollande e ha costituito il requiem del partito socialista – e nel secondo caso non hanno impedito la privatizzazione strisciante delle SNCF, di fatto iniziata il primo gennaio di quest’anno.

Allo stesso tempo la marea gialla ha notevolmente influenzato la coscienza politico-sociale delle classi subalterne in Francia, al di là del talvolta difficile rapporto tra organizzazioni sindacali e giacche gialle, la cui distanza sembra ora ridursi sempre di più nella comune pratica di azioni dirette, “coup de poign”, che colpiscono il cuore dell’economia: dai blocchi agli hub logistici alle operazioni di “pedaggio gratuito”, dalle azioni nei depositi di carburante a quelle ai centri di smistamento postali. Tutte azioni che continuano anche in questi giorni.

I tagli all’energia elettrica alle aziende più importanti quotate in borsa nel CAC40, la “manomissione” dei contatori di ultimissima generazione Linky (utilizzati dai gestori per ridurre l’erogazione di corrente a chi non è in grado di pagare le bollette), sono espressione di questa tendenza all’azione diretta.

Si è spostato in parte il teatro dell’azione sindacale dalla “sfilata in piazza” all’azione, quasi come unico strumento di pressione sui gangli dell’economia per “bloccarla” (come è comunemente rivendicato), per fare avanzare il rapporto di forza con il governo.

Questo percorso di convergenza pone le basi per una ricomposizione politica di classe contro lo stesso nemico – il Presidente dei Ricchi – sebbene i due fenomeni siano parzialmente espressione di porzioni di classe differenti. Le “giacche rosse” della CGT, o i militanti sindacali di base, in genere sono la punta di lancia del movimento operaio organizzato, che ha ancora “punti di forza” in settori strategici dell’economia nel pubblico (trasporti, settori dell’energia, porti) ed in dose minore nel privato (le raffinerie). Le “giacche gialle”, invece, sono espressione del precariato diffuso, degli strati più vulnerabili della working class, così come di quelle figure colpite da un processo di immiserimento crescente della ex-classe media.

Questa convergenza nel movimento contro la riforma pensionistica trae la sua forza dal carattere “decentrato” delle varie iniziative, fin dalla mobilitazione del 5 novembre che ha visto circa 250 manifestazioni locali in tutto l’Esagono – ripetutasi, per numeri ed estensione, nel terzo sciopero generale.

In misura maggiore, questa caratteristica policentrica e diffusa “erede” della marea gialla si concretizza nei momenti di iniziative “non programmate”, con quello che potremmo definire – con un neologismo cacofonico – la “gilet-jaunizzazione” del movimento sindacale.

In questo processo convergono settori “relativamente protetti” della classe lavoratrice, parti di due gangli vitali dell’organizzazione economica come l’istruzione e la sanità pubblica, che vedono sempre più ridefinito in peggio il proprio status all’interno di sistemi in accelerata trasformazione e ormai sull’orlo del collasso.

Il personale della sanità, che ha visto nei lavoratori dei pronto soccorso i precursori dell’attuale mobilitazione trasversale, ha adottato una forma di coordinamento orizzontale “intra-ospedaliera” dopo che, proprio durante la marea gialla, non era raro trovare GJ che denunciavano lo stato di salute del settore partecipando al movimento e prestavano soccorso ai manifestanti colpiti dalla polizia, assumendo coscientemente questa funzione durante i vari sabati di mobilitazione.

I medici avevano poi denunciato le ferite da guerra procurate dai vari dispositivi utilizzati dalle “forze dell’ordine”, dopo aver visto con i propri occhi i risultati della violenza poliziesca (dalle amputazioni dovute all’esplosione delle granate dis-accerchianti, alle mutilazioni oculari procurate dalle “pallottole di gomma” o dai lacrimogeni sparati ad altezza uomo).

La violenza della polizia, in quest’anno, ha lasciato tracce profonde nella società francese, specie nelle generazioni più giovani, operando uno “scatto di coscienza” anche a settori sociali relativamente assopiti.

Nelle Assemblee Generali, non è raro che gli insegnanti facciano riferimento ai “gilets gialli”.

Così come le “rotatorie” prima, le cabanes dopo e le Assemblee Generali locali poi, erano state in fasi successive delle “Agorà” in cui le classi subalterne “in giallo” avevano ri-politicizzato la discussione su aspetti decisivi dell’attuale sistema politico-sociale, allo stesso modo le Assemblee Generali sul posto di lavoro – vero baricentro della mobilitazione attuale – dal 5 dicembre in poi sono state il complemento di un processo di ri-politicizzazione del movimento operaio organizzato che aveva conosciuto venticinque anni di sconfitte, ma non si è arreso.

Questo è un aspetto importante, perché le direzioni sindacali della CGT e della SUD non avevano accettato una logica “compromissoria” con il personale politico durante gli anni dell’offensiva neo-liberista; mentre in alcune centrali – come FO – la base ha messo in discussione l’operato troppo moderato delle proprie direzioni.

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Siamo quindi ad una nuova fase della “lotta di classe dall’alto” che rivendica lo scontro in atto, ostentando indifferenza rispetto al fatto che la propria azione incontri consenso o meno.

Dalla parte opposta vi è ora la determinazione ad essere all’altezza dello scontro, per sviluppare un rapporto di forza in grado di far retrocedere il governo.

La lotta di classe, insomma, torna ad essere feroce anche nel Vecchio Continente.

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