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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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22/11/2024

Ombre Rosse, scatta prescrizione per Raffaele Ventura

Raffaele Ventura era uno dei rifugiati politici a Parigi per i quali l’Italia aveva chiesto l’estradizione che era stata negata dalla magistratura francese. Adesso per Raffaele Ventura condannato in origine a 27 anni di reclusione per fatti di lotta armata fra i quali il “concorso morale” nell’omicidio del poliziotto Antonino Custrà arriva la dichiarazione di estinzione della pena residua, 14 anni, decisa il 30 ottobre scorso dalla corte di appello di Milano.

Ieri la procura generale, che non ha presentato ricorso in Cassazione, ha deciso la revoca del mandato di arresto europeo.

Ventura, 75 anni, a Parigi dal 1981, è libero di tornare in Italia. La Corte di appello aveva applicato la norma secondo cui la pena si estingue col decorso di un tempo pari al doppio della pena inflitta e, in ogni caso, non superiore a trenta e non inferiore a dieci anni.

L’“operazione Ombre Rosse” era stata decisa dal ministro Marta Cartabia e ispirata dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella quando il giorno del rientro di Cesare Battisti aveva dichiarato: “E adesso gli altri”.

Ma la sezione istruttoria della corte di appello di Parigi negava la consegna dei rifugiati per il motivo che tutti erano stati condannati in contumacia, condizione non ammessa dalla legge francese.

Tutti a eccezione di Giorgio Pietrostefani, per il delitto Calabresi. Ma in questo caso avevano usato il troppo tempo trascorso (mezzo secolo dal 1972) e le condizioni di salute dell’ex dirigente di Lotta Continua.

Insomma a Parigi adesso c’è un rifugiato politico in meno. Se ne farà una ragione l’Italia che non solo con questo governo continua a cercare di artigliare in giro per il mondo persone per fatti di 50 anni fa.

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30/05/2023

Italia e Francia evitano un nuovo «schiaffo di Tunisi» parlando di migranti, grandi opere e giustizia

Nel lessico giornalistico e storiografico lo «schiaffo di Tunisi» è il nome dato alla crisi diplomatica che segnò lo stabilirsi del protettorato francese in Tunisia, bruciando sul tempo le mire di Roma. In questi giorni invece Tunisi è al centro della ricomposizione delle relazioni tra Italia e Francia.

Il 25 maggio la ministra degli Esteri dell’Esagono, Catherine Colonna, ha incontrato a Roma il suo omologo italiano, Antonio Tajani, per procedere su diversi dossier su cui i due governi sono impegnati. In particolare, quello dell’immigrazione rappresenta uno dei nodi più urgenti.

A inizio maggio il ministro dell’Interno francese, Gérald Darmanin, aveva accusato Giorgia Meloni di incapacità nella gestione dei flussi migratori, e non poteva essere altrimenti avendo fatto “promesse sconsiderate” ai suoi elettori. Il viaggio di Tajani a Parigi era stato dunque subito cancellato.

Al Consiglio d’Europa Macron aveva subito cercato di riaprire il dialogo, riconoscendo che l’Italia non può essere lasciata sola su questa questione. Del resto, gli interessi strategici convergenti rendono questo scambio una semplice scaramuccia, tipico anticipo di trattative su pratiche delicate.

E dunque, alla Farnesina, alla fine l’incontro tra i ministri degli Esteri si è svolto, e l’esito è stato “molto positivo”, parole dello stesso Tajani. Sia lui sia la Colonna hanno sottolineato che la collaborazione deve continuare nello spirito e attraverso i canali del Trattato del Quirinale, che ha dato vita a un nuovo asse nelle gerarchie dell’Unione Europea.

Al centro del confronto c’è stata la questione migratoria, a partire dal ruolo della Tunisia, da cui oggi partono la maggior parte dei migranti. “Dobbiamo aumentare la nostra cooperazione con la Tunisia attraverso il canale europeo, ovviamente, e anche attraverso i reciproci rapporti bilaterali”, ha detto la Colonna.

Durante l’incontro si è discusso anche della Libia e del Sudan, dopo il riesplodere della crisi politica e militare. Non è mancata attenzione anche alla rotta balcanica, in contemporanea alle elezioni in Turchia e al continuare della guerra in Ucraina, verso cui hanno ribadito il sostegno dentro la cornice di rafforzamento di una difesa europea.

Si è continuato a parlare dell’aiuto promesso da Macron per l’alluvione in Romagna. Sul tavolo è stato messo anche il traforo del Monte Bianco, dopo che governo e Valle d’Aosta, d’accordo con Confindustria e con la società italiana di gestione della struttura (SITMB), avevano avviato il confronto con la Francia per un eventuale raddoppio del tunnel.

Infine, durante il colloquio Tajani ha sollevato anche il tema degli esuli politici in Francia. La Cassazione francese a marzo ha confermato il rifiuto ad estradare dieci militanti che appartenevano alle Brigate Rosse, ennesimo capitolo di una lunga storia di cui spesso da noi si dimentica di ricordare tutti i dettagli.

Il ministro degli Esteri italiano ha “dovuto ricordare il voto di ieri del parlamento della Repubblica”, cioè la richiesta al governo di sostenere i familiari delle vittime nel loro ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo. Tajani ha comunque evidenziato che Macron si era espresso in favore dell’Italia, ma è stata ovviamente la magistratura francese a prendere la decisione.

Insomma, il governo dei post-fascisti che non si è nemmeno costituito parte civile al processo di Piazza della Loggia tenta ancora di chiudere il capitolo del grande ciclo di lotte sociali e politiche degli anni Settanta e Ottanta in maniera vendicativa. E lo fa approfittando di altri dossier delicati.

Per ora, dunque, le relazioni tra Italia e Francia si sono ricomposte, anche se alcuni aspetti rimangono in bilico. Ma è evidente che proprio la gestione delle migrazioni, mentre guerra e devastazione ambientale continuano a macinare nelle contraddizioni della crisi capitalistica, rendono necessario parlarsi. Staremo a vedere quali (non) soluzioni troveranno.

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30/03/2023

I mal di pancia dell’ex procuratore Giancarlo Caselli

Per l’ex procuratore capo di Torino Giancarlo Caselli, oggi in pensione, la decisione della corte di Cassazione francese, che ha confermato il rigetto delle domande di estradizione pronunciato in precedenza dalla corte di Appello di Parigi dei dieci rifugiati italiani, ex militanti delle formazioni della sinistra armata degli anni 70, sarebbe solo un gesto di «arrogante intolleranza», figlio della irresistibile tentazione francese di «insegnare a tutti gli altri (gli italiani in particolare modo) come si sta al mondo».

I contenuti giuridici della decisione – sempre secondo l’ex pm – oscillerebbero tra «il paradossale e l’incredibile». In particolare Caselli non sembra digerire l’articolo 8 della Convenzione europea dei diritti umani, richiamato dai giudici parigini per tutelare i diritti acquisiti nel corso della pluridecennale permanenza sul suolo francese dei dieci esuli italiani, sulla scorta di decisioni giudiziarie, politiche e amministrative, pronunciate nel tempo dalla autorità del posto. Tutto ciò – a detta dell’ex procuratore – non avrebbe alcun valore. Per il diritto interno francese tutte le pene sono prescritte dopo un periodo massimo di venti anni, ciò vale anche per l’ergastolo, che nel nostro ordinamento è diventato invece imprescrittibile, al pari di un crimine contro l’umanità. Nell’ordinamento italiano, il periodo massimo oltre il quale scatta la prescrizione delle pene temporali è pari a trent’anni. Regola che l’autorità giudiziaria ha aggirato in tutti i modi mettendo in campo una serie di sotterfugi e artifici vergognosi pur di impedire che la prescrizione venisse riconosciuta a due dei dieci ex militanti richiesti. In un caso si è addirittura ricorsi ad una fraudolenta dichiarazione di pericolosità sociale, a quaranta anni dai fatti-reato, nei confronti di una persona ormai ultrasettantenne e che nel frattempo ha mantenuto una condotta penalmente irreprensibile sul suolo francese, pur di scongiurare l’applicazione della prescrizione.

Nella dottrina classica del diritto, il decorso del tempo faceva venire meno l’interesse punitivo dello Stato nei confronti del reo. Questo assunto traeva il suo fondamento penalistico dalla convinzione che fuori dal contesto sociale che lo aveva generato, il reato attenuava se non perdeva la sua portata lesiva dell’ordine sociale e politico infranto, perdeva la carica di allarme sociale in esso contenuta e il reo vedeva inevitabilmente modificarsi la sua personalità a distanza di trenta anni dai fatti. A questa concezione Caselli antepone la «punizione infinita», per altro strettamente limitata ai reati di natura politica e di contestazione sociale, secondo una visione etica dello Stato molto vicina ai presupposti culturali dell’attuale maggioranza di governo, a cui senza dubbio può dare molte lezioni.

Ai giudici francesi non è sfuggito questo atteggiamento generale della autorità politiche e giudiziarie italiane, nonché della grande stampa, tanto da aver ritenuto che il via libera alle estradizioni, a fronte dei ripetuti propositi meramente vendicativi enunciati e praticati da parte italiana, avrebbe comportato per gli estradandi un trattamento sproporzionato e iniquo, una violazione insanabile della vita familiare e privata acquista da molti decenni in Francia, infrangendo il percorso di recupero sociale realizzato.

A rendere ancora più furibondo Caselli è stato poi il richiamo al giusto processo, sancito dall’articolo 6 della Cedu. Norma finalizzata a garantire che la persona a rischio di estradizione non sia esposta, nello Stato richiedente, a un flagrante diniego di giustizia che può derivare, in particolare, dall’impossibilità di ottenere una nuova pronuncia giudiziaria sul merito dell’accusa nonostante la condanna sia stata pronunciata in sua assenza. Diverse richieste di estradizione riguardavano, infatti, persone processate e condannate in contumacia. Chi ha seguito tutte le udienze davanti alla corte di appello di Parigi sa bene che i giudici hanno ripetutamente chiesto chiarimenti e garanzie alla parte italiana affinché una volta riconsegnate, le persone condannate in contumacia potessero avere garantito il diritto a un nuovo processo. Per tutta risposta le autorità italiane hanno balbettato, tergiversato a lungo perché incapaci di fornire delle garanzie inesistenti nel nostro ordinamento processuale. Atteggiamento che ha definitivamente convinto la corte francese a rifiutare le domande di estradizione.

Per Caselli tutto ciò sarebbe solo una prova della supponenza d’Oltralpe e non una manifesta deficienza italiana, una incapacità a comprendere che la cultura della eccezione giudiziaria che ha dominato la fase repressiva della lotta armata non è sovrapponibile alle altre culture giuridiche europee a cui sfugge questa eterna riproposizione di logiche d’eccezione originate da contesti non più attuali, conclusi da oltre trent’anni.

Alla ricerca disperata di argomenti per puntellare le proprie tesi, Caselli ricorre ad un esempio surreale, il processo di Torino al nucleo storico delle Brigate rosse, definito un modello del rispetto dei diritti degli imputati. Oggi sappiamo che fu la federazione del Pci torinese a reclutare i giudici popolari di quel processo, come ha raccontato Giuliano Ferrara che quella operazione gestì in prima persona. Sono noti anche i rapporti stretti che Caselli teneva con la federazione torinese del partito comunista, in nome di quella concezione schierata e combattente del ruolo della magistratura che contrasta con la pretesa di dare lezioni morali al mondo, soprattutto se poi è la sua ex procura, in linea con le autorità di governo francesi (cosa c’entra la magistratura di Parigi che per altro nel dossier estradizioni non si è piegata ai diktat dell’Eliseo), a perseguire con uno zelo facinoroso quegli attivisti che sostengono i migranti alla frontiera tra i due paesi.

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29/03/2023

Francia - La Cassazione chiude alla vendetta sugli esuli italiani

La Cassazione francese ha confermato la decisione già presa dalla Corte d’Appello di Parigi di negare l’estradizione in Italia dei dieci ex militanti dell’estrema sinistra che nell’aprile 2021 erano stati arrestati su richiesta del “partito della vendetta”, e successivamente liberati. Il parere negativo della Cassazione sulle richieste di estradizione è dunque definitivo.

Le estradizioni erano state richieste dal governo italiano nel 2021: riguardavano Giorgio Pietrostefani, tra i fondatori del movimento Lotta Continua; gli ex brigatisti Giovanni Alimonti, Roberta Cappelli, Marina Petrella, Sergio Tornaghi, Maurizio Di Marzio ed Enzo Calvitti; l’ex militante di Autonomia Operaia Raffaele Ventura; Luigi Bergamin dei Proletari Armati per il Comunismo e Narciso Manenti dei Nuclei armati per il Contropotere Territoriale.

Hanno tra i 62 e i 79 anni e vivono in Francia da almeno venticinque anni.

“È un immenso sollievo, sono veramente molto emozionata. Questa decisione della Corte di Cassazione rappresenta la vittoria del diritto a cui ho sempre creduto contro gli smarrimenti politici“. Ad affermarlo all’Adnkronos è Irene Terrel, l’avvocata francese di sette dei dieci ex militanti italiani fermati in Francia nell’ambito della cosiddetta operazione ‘Ombre rosse’ del 2021 commentando la decisione della Corte di Cassazione che respinge la richiesta di estradizione degli esuli politici italiani rifigiati in Francia.

“Questa decisione definitiva – sottolinea Terrel – si basa sul merito e sul fondo. Riconosce che il procedimento in contumacia come previsto in Italia viola l’articolo 6 e dall’altro perché viene violato l’articolo 8 sul diritto alla vita privata e famigliare, i principi fondamentali previsti dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo come aveva affermato la Corte di Appello di Parigi. E’ la consacrazione giudiziaria del diritto di asilo e chiude un capitolo lungo 40 anni“, conclude Terrel.

“Cosa dovevano fare? Portare in Italia una persona di 75 anni per rieducarla? Una persona che da 50 anni vive in Francia e che conduce una vita del tutto diversa”, commenta l’avvocato Giovanni Ceola, legale italiano di Luigi Bergamin, uno dei dieci ex militante delle Pac per i quali la Cassazione francese ha confermato il rifiuto all’estradizione.

“Valuto positivamente questa decisione – ha aggiunto il legale, parlando con l’ANSA – ce l’aspettavamo, è un esito scontato. Lo stesso procuratore generale aveva chiesto il rigetto di un ricorso che era stato fatto solo perché chiesto dal presidente della Repubblica francese”. Quello di oggi, ha concluso, “è un verdetto che si basa sui principi della Corte europea”.

Alla base della decisione dei giudici francesi il fatto che molti degli arrestati erano stati giudicati in Italia in loro assenza, e non avrebbero avuto la possibilità di difendersi in un nuovo processo poiché la legge italiana non offre questa garanzia. Poi il tribunale ricordava ai colleghi italiani che i rifugiati vivevano in Francia da ormai 25-40 anni.

Questo significava una vita nuova familiare, sociale e lavorativa rompendo qualsiasi legame con l’Italia e la vecchia vita. Dunque per i giudici francesi la loro estradizione avrebbe provocato un danno sproporzionato al loro diritto a una vita privata e famigliare. Tutte motivazioni già espresse nel giugno 2022 e che la Corte di cassazione considera oggi sufficienti e respinge quindi il ricorso.

*****

Fin qui la cronaca, riassunta da Osservatorio Repressione. Due considerazioni politiche vanno però a questo punto fatte.

Questa sentenza è un cazzotto in faccia a chi due anni fa ha voluto a tutti i costi “una retata nelle Rsa” (data l’età degli estradandi) pur di procurarsi una facile passerella televisiva in cui mostrare la propria ridicola “fermezza”. In primo luogo, dunque, a Mario Draghi e Marta Cartabia, protagonisti – non solitari – di questo naufragio giuridico. Nonché a Macron, che aveva azzardato un’inversione di rotta rispetto agli ultimi 40 anni.

Ma lo è anche per l’intera magistratura italiana, ormai da decenni formata sui binari dell'”emergenza” e quindi complessivamente priva di qualsiasi “sensibilità giuridica”, o attenzione alla sostenibilità logica delle norme in un quadro di “Stato di diritto”.

La “legge”, nell’interpretazione italiota del termine, coincide ormai di fatto con “la volontà del governante di turno”, in un delirio continuo di “strette” approntate ad hoc per dare lustro momentaneo ai ministri in carica, ma che poi restano a corrodere come un cancro ciò che resta dell’antica “civiltà giuridica” italiana.

Si possono fare decine di esempi, ma quello più chiaro riguarda Alfredo Cospito, rinchiuso in regime di 41bis – su decisione ancora una volta di Cartabia e del governo Draghi (Pd protagonista, insomma) – perché una Procura ha pensato bene di contestargli la “strage politica contro la personalità dello Stato” per un episodio (una bomba esplosa nella notte, vicino Cuneo, senza neanche un ferito e danni trascurabili) che in qualsiasi codice penale europeo viene trattato alla stregua di un reato minore.

Si segnala che la “strage politica”, che prevede come unica pena l’ergastolo “ostativo” (su cui peraltro pende un giudizio di incostituzionalità, visto che la pena dovrebbe mirare al “recupero del condannato”), non era mai stata contestata, neanche per Piazza Fontana, la Stazione di Bologna o le stragi di mafia. Che certo ebbero qualche “rilievo politico” più consistente dell’innocuo “petardone” di Fossano…

Va sottolineato inoltre che per l’unico “reato di sangue” per cui è stato condannato – il ferimento di un dirigente dell’Ansaldo Nucleare – Cospito ha già scontato per intero la pena. E probabilmente proprio la coincidenza temporale con il suo caso ha contribuito a convincere la Cassazione francese che i colleghi italiani siano ormai fuori dalla logica e dalla pratica giuridica, persi negli astratti furori della vendetta desiderata da politici senza altra qualità.

Del resto, la critica – francese ed europea – al modo italico di “fare le leggi” risale per l’appunto ad oltre 40 anni fa. Ricordiamo infatti che i combattenti della lotta armata espatriati in Francia vennero accolti proprio per due “consuetudini” dei giudici italiani che risultavano abnormi rispetto ai codici d’Oltralpe.

Il primo era il “concorso morale”, escamotage sbrigativo con cui qualsiasi azione armata poteva essere contestata a qualsiasi membro di una certa organizzazione, anche se non era presente o addirittura ne ignorava la preparazione. Con questo trucchetto da azzeccagarbugli in questo paese sono state condannate anche venti o trenta persone per qualcosa compiuto da quattro o cinque…

Il secondo, più formale, riguarda le condanne emesse in contumacia, ovvero al termine di processi in cui l’imputato non era presente (perché ancora non arrestato). E non sembra davvero un cavillo la considerazione per cui un imputato assente “si difende” decisamente peggio di uno presente...

In più possiamo aggiungere proprio la considerazione sulla “funzione della pena”. In ogni Costituzione democratica, e dunque anche nel codice penale nonché in quello carcerario, una condanna punta a “recuperare socialmente il reo”, chiunque esso sia (e non mancano certo alla magistratura gli strumenti per valutare questo processo nel corso di tutto il periodo di detenzione...).

Un “recupero” che nel caso degli esuli da 40 anni in Francia è ampiamente dimostrato dai fatti e che dunque rende “socialmente inutile” il rinchiuderli in carcere in attesa della morte.

Stando così le cose, la Cassazione francese ha semplicemente confermato la differenza fondamentale tra uno Stato di diritto e “la vendetta del governo”, considerando dunque l’attuale “cultura giuridica” italiana semplicemente irricevibile in un contesto civile.

E non stiamo certo parlando di uno stato “tenero” con gli oppositori politici. basta guardare come agisce la polizia nelle strade francesi, in questi giorni. Ma se c’è una possibilità di essere peggiori di tutti, non manca mai un governo italiano capace di cogliere l’occasione...

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06/07/2022

Giustizia o vendetta? La partita sulla pelle degli esuli

La Chambre de l’Instruction della Corte d’Appello di Parigi ha reso note le motivazioni della sentenza con cui ha deciso di negare l’estradizione richiesta dall’Italia per i dieci esuli italiani, fuggiti dal nostro paese circa 40 anni fa e inseguiti da decine di mandati di cattura per reati legati agli anni della lotta armata.

Erano stati arrestati nell’ambito dell’operazione “Ombre rosse”, nell’aprile 2021. Nel solco di quella subcultura, l’attuale ministro della giustizia francese ha imposto alla Procura Generale di ricorrere in Cassazione. Si vedrà con quali tempi ed esiti.

Lasciamo da parte le facili petizioni di principio utilizzate nella peggiore propaganda politica, sciorinata anche dal ministro Dupond-Moretti (quanta ironia semina la Storia…), e analizziamo gli argomenti sollevati dalla corte francese. Perché illustrano con enorme chiarezza la differenza tra uno Stato di diritto (borghese, certo) e uno “Stato penale” ma che meriterebbe epiteti assai meno educati.

Non potrebbe essere altrimenti visto che gli argomenti con cui media, governo e partiti che lo sostengono hanno “difeso” la richiesta di estradizione, non sono molto diversi dalle chiacchiere da ubriachi in un’osteria leghista intorno a mezzanotte.

Giudizio effettivamente un po’ forte, ma pienamente in linea con le ragioni proposte dai giudici francesi.

I quali ricordano che le sentenze di condanna in Italia sono state emesse quando gli imputati erano “latitanti e contumaci”, condizione non prevista da quasi nessun codice di procedura penale europeo (borghese, certo).

Questo era un argomento giuridico centrale ai tempi della “dottrina Mitterand” che, banalmente, prendeva atto della differenza abissale tra leggi francesi (niente affatto tenere con l’opposizione sociale e politica, come ben sanno ancora oggi i gilet jaunes) e “leggi di emergenza antiterrorismo” varate in Italia dai governi Dc-Pci (poi anche da Pri, Psi, ecc).

La Francia, già allora, faceva notare ai governi italiani che non poteva far parte della cultura e della pratica giuridica liberale (borghese, certo) il fatto che degli imputati venissero “condannati al termine di una procedura alla quale non erano presenti”.

Come si vede, la magistratura francese non aveva e non ha nulla da obiettare contro il fatto che i combattenti rivoluzionari vengano processati e nel caso condannati (lo hanno fatto anche laggiù, con i militanti di Action Directe), ma seguendo appunto una procedura penale da “Stato di diritto”. Ovvero con gli imputati in aula e difesi da una avvocato di fiducia.

E non da un avvocato d’ufficio scelto dal Tribunale stesso in un elenco dei legali disponibili (non c’è ovviamente nulla di male nel rendersi disponibili a difendere quasi gratuitamente qualsiasi imputato, anzi, ma certo si può avanzare qualche dubbio circa la fiducia e la conoscenza dei problemi che dovrebbe per forza correre tra “cliente” e “difensore”).

Una furiosa approssimazione processuale da cui non si è mai usciti, tanto che i giudici francesi – ancora oggi – sono costretti a far presente che “le autorità italiane non sono state in grado di indicare” se gli imputati “fossero stati assistiti da un avvocato scelto effettivamente” dagli stessi interessati.

Se poi si guarda alla pratica concreta dei tribunali speciali italiani degli anni Ottanta, è facile constatare una consuetudine al “processo di massa”, in cui un gran numero di imputati venivano considerati come una sola cosa, difesi da avvocati “in prestito”, soltanto per coprire una necessità “pro forma”...

Si sa, inoltre, che le condanne furono emanate “all’ingrosso”, senza troppe analisi dei profili individuali e delle responsabilità specifiche, usando come “livella” l’istituto – unico, in Europa – del “concorso morale”.

Traduciamo per i non addetti ai lavori o i più giovani: qualunque imputato, in quei processi, poteva essere condannato per qualsiasi reato commesso dall’organizzazione di cui faceva parte (e spesso anche quando non ne faceva effettivamente parte), anche se non era stato materialmente presente alla commissione del reato. Bastava appunto ipotizzare che esistesse un “concorso morale” derivante dal “vincolo associativo”.

Che vuol dire, in pratica? Che, per esempio, un “omicidio” o un ferimento realizzato da quattro o cinque combattenti riuniti in “nucleo operativo” poteva essere addebitato – con relativa condanna – anche ad altri venti o trenta imputati che nel momento del reato stavano a centinaia di chilometri di distanza. Con buona pace della “responsabilità individuale” prevista da ogni codice liberale.

Questo caos processuale non sarebbe stato magari di ostacolo all’estradizione se lo Stato italiano fosse stato in grado almeno di garantire un nuovo “processo equo” agli esuli, una volta riportati in Italia. Sappiamo com’è andata, ad esempio, con Cesare Battisti...

Ma naturalmente “nessuna versione dell’articolo 175 del codice penale italiano (che organizza il diritto al ricorso contro il processo in contumacia) dà al condannato in assenza la facoltà incondizionata di esercitare un ricorso e di essere nuovamente giudicato”.

Neanche questa argomentazione è però determinante.

Quella costituzionalmente decisiva – anche con riferimento alla Costituzione italiana – prende invece in considerazione l’articolo 8 della Convenzione Europea dei diritti dell’uomo.

Per i giudici francesi, infatti, “la passività delle autorità italiane, durata 30 anni prima di riformulare una richiesta di estradizione, ha contribuito alla costruzione di una vita privata e familiare sul suolo francese”. Durante la quale quelle persone (e altre nel frattempo andate “in prescrizione”) “non hanno commesso più atti illegali”.

A parte la sottile ironia – “vi siete svegliati ora, dopo 30 anni?” – i giudici francesi ricordano alle autorità italiane la funzione che ogni codice liberale (borghese, certo, ma in questo sistema viviamo tutti, Draghi compreso) attribuisce alla pena. Ossia alla privazione della libertà.

Come recita la formula Costituzionale italiana, all’art. 27, “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso d’umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”.

Persone che da 40 anni vivono legalmente in un paese di democrazia liberale senza commettere “reati” sono di fatto da considerare “rieducate” o “recuperate” (qualsiasi cosa vogliano dire queste parole). Dunque, quale scopo avrebbe il rinchiuderle – a ormai 70 anni, in media – in un carcere?

Sicuramente non alla “rieducazione”. Al massimo al farli vedere mentre muoiono tra le sbarre, per la gioia di qualche talk show parafascista.

Vendetta, insomma, non altro. Nessuna “giustizia”, nessun “fine superiore”. Solo una medaglietta da incollare sul petto di qualche governante incapace di fare o pensare altro per apparire “socialmente utile”.

I giudici francesi, infine, non si occupano del “dolore dei familiari delle vittime” per il buon motivo che – in uno Stato di diritto (borghese, certo) – è in prima persona lo Stato a farsi carico degli interessi delle vittime predisponendo un processo, l’eventuale condanna e l’esecuzione della pena.

Dunque è in qualche modo scontato che le vittime siano rappresentate dalle istituzioni repubblicane e non siano invece queste ultime a “nascondersi” dietro il dolore dei cittadini danneggiati da un qualsiasi reato. Altrimenti saremmo ancor alla legge del taglione, dove è la vittima a stabilire la pena e il risarcimento (“occhio per occhio, dente per dente”). La quale vittima, anche per il furto di un’autoradio, a caldo, potrebbe pretendere la condanna a morte...

Facciamo anche noi, nel nostro piccolo, modestamente notare che “il dolore dei familiari delle vittime” è sempre ugualmente non riparabile. Sia nei casi di guerra civile, sia negli incidenti sul lavoro; sia nella “malasanità” (causa tagli di bilancio), sia per le centinaia di uccisi “per errore” dalle forze dell’ordine, ecc.

La differenza la fa “la politica”, ossia chi guida lo Stato. Che decide, facendo leggi, quali “familiari delle vittime” hanno diritto a vedersi riconosciuto il diritto al “massimo della pena” per i decenni a venire oppure niente, oppure ancora un contentino formale.

Inquadrata così, diventa evidente che l’“implacabilità” dei governanti italioti nei confronti degli esuli della lotta armata degli anni ‘70 è una volgare esibizione di forza vendicativa verso chi ha osato sfidare, in altre epoche, il potere (borghese, non per caso).

Mentre “il dolore delle vittime”, in tutti gli altri casi – dagli omicidi sul lavoro a quelli per i disastri ambientali – conta meno di nulla, agli occhi dei “migliori”.

Inquadrata così, la partita che si gioca sulla pelle degli esuli a Parigi riguarda tutti noi. Perché il tipo di Stato con cui dobbiamo fare i conti, nel quotidiano conflitto politico e sociale, dice di essere “di diritto”, ma in realtà si comporta come altra cosa...

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29/06/2022

Francia - No all’estradizione degli esuli politici, fallita l’operazione “Ombre Rosse”

Si chiude nel migliore dei modi possibili l’ennesimo tentativo, tanto vergognoso quanto infame, da parte dello Stato italiano di soddisfare la sua sete di vendetta, accanendosi contro dieci esuli politici italiani che da 40 anni vivono e lavorano in Francia.

La Chambre de l’Instruction della Corte d’Appello di Parigi ha pronunciato ieri un “avis défavorable” in merito alla domanda di estradizione richiesta dall’Italia nei loro confronti.

Quella che era stata battezzata come l’operazione “Ombre Rosse” si chiude quindi con un fallimento totale per lo Stato italiano, nonostante il clamore mediatico e gli ignobili articoli della stampa mainstream assetata di vendetta, a seguito dell’arresto un anno fa di alcuni di questi esuli condotto dalla Direzione anti-terrorismo francese (SDAT) in collaborazione con l’Antiterrorismo della Polizia italiana e Servizio di cooperazione internazionale della Criminalpol.

All’udienza di ieri erano presenti Enzo Calvitti, Narciso Manenti, Giovanni Alimonti, Roberta Cappelli, Marina Petrella, Sergio Tornaghi, Maurizio di Marzio, Raffaele Ventura e Luigi Bergamin. L’unico assente era Giorgio Pietrostefani, le cui gravi condizioni di salute non gli avevano già consentito di essere presente alle precedenti udienze che lo riguardavano.

Al Tribunale erano anche presenti alcuni provocatori che, guidati dal deputato della Lega Daniele Belotti, hanno gridato “assassini” durante la lettura della decisione. Speravano in un esito diverso, ovvero di veder condannati questi esuli (in gran parte settantenni) a pene detentive dalle condizioni psico-fisiche disumane.

Dal PD si esprime “delusione” per questa sentenza, giudicandola una “decisione grave” invocando “la sofferenza dei familiari e la memoria delle vittime”, dimenticandosi delle migliaia di giovani, militanti e non, uccisi dalla violenza dello stragismo fascista e di Stato o torturati nei commissariati e nelle carceri speciali.

Considerazioni squallide da parte di due partiti che si trovano uniti sotto il governo Draghi, battezzato proprio dall’arresto degli esuli in Francia che aveva accresciuto l’aura di legittimazione costruita dai media mainstream asserviti intorno a “Super Mario” come salvatore della patria.

Dall’altro lato, invece, quest’anno è stato affrontato con uno stato d’animo ed emotivo sofferto, con la paura di vedere distrutta un’intera vita ricostruita con sacrifici e difficoltà nel corso di questi 40 anni in Francia: relazioni familiari, amicizie, impegni in ambito sociale, accanto ad un comportamento irreprensibile sempre sotto occhiuta sorveglianza.

Una paura che aveva cominciato a farsi sentire quando, dopo l’arresto di Cesare Battisti in Bolivia e la sua estradizione in Italia accolta in gran pompa mediatica da Salvini e Di Maio, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella si augurava che “tutti i latitanti fuggiti all’estero” fossero “consegnati alla giustizia italiana per scontare la pena per i gravi crimini di cui si sono macchiati”.

Se qualcuno sperava in una “estradizione rapida”, in realtà l’operazione aveva cominciato a sgonfiarsi già nelle sue prime settimane. Nel corso di quest’anno ha avuto luogo una lunga serie di udienze, spesso rinviate per consentire l’invio dall’Italia del “complemento di informazioni” relativo alle condanne pronunciate in molti casi oltre 30 anni fa, oltre agli elementi riguardanti la prescrizione dei reati e la condanna in contumacia.

La giustizia francese ha respinto la domanda di estradizione, nonostante i tentativi politici di influenzarne la decisione: dalla presenza dell’avvocato William Julié in qualità di rappresentante dello Stato italiano alle dichiarazioni dell’ex ministro della Giustizia francese Eric Dupond-Moretti, il quale aveva paragonato gli “ex terroristi italiani” arrestati in Francia ai jihadisti del massacro del Bataclan: “Avremmo mai accettato che uno dei terroristi del Bataclan, ad esempio, se ne fosse andato a vivere 40 anni, tranquillamente, in Italia?”.

Si è scongiurato il rischio che i corpi e la memoria di questi esuli, che in Francia hanno trovato una forma de facto di “asilo” grazie ai principi della comunemente nota “dottrina Mitterand”, diventassero merce di scambio tra il governo francese e quello italiano per rafforzare la loro intesa reciproca.

Tuttavia, la loro cooperazione nefasta continuerà sul piano securitario, nell’escalation militare della guerra in Ucraina e su altri aspetti strategici internazionali dall’Africa al Medioriente.

In questi mesi di “battaglia processuale”, non è mai venuta meno la solidarietà nei confronti degli esuli a rischio estradizione. Oltre all’appello pubblicato a maggio scorso sul quotidiano francese Le Monde, firmato da oltre 300 persone appartenenti al mondo accademico, culturale e associativo, è stato diffuso recentemente un testo di professionisti della salute mentale in cui un’eventuale estradizione viene qualificata come una “catastrofe esistenziale”.

Senza dimenticare la lettera consegnata dal professor Luciano Vasapollo, dirigente della Rete dei Comunisti e rappresentante della “Rete di intellettuali e artisti in difesa dell’umanità”, a Papa Francesco lo scorso dicembre.

La risposta ufficiale, arrivata da uno dei più alti responsabili della Segreteria dello Stato Vaticano, aveva evocato come la “vicenda giudiziaria causa di preoccupazione per diverse persone e per le loro famiglie” per auspicare che si possano realizzare “le legittime aspirazioni di ciascuno, ispirando nel rispetto della giustizia gesti concreti di reciproca comprensione e riconciliazione”.

Nel corso di quest’anno, la Rete dei Comunisti ha organizzato numerose proiezioni-dibattiti, in Italia e in Francia, del mini-documentario “Le radici per aria. Appunti per una Storia di classe” con l’obiettivo di ricostruire il filo rosso che collega l’esperienza di quegli anni alla situazione attuale e alla prospettiva di trasformazione sociale futura, per aiutare a comprendere le lotte politiche e sociali degli anni ‘60 e ‘70 in Italia, le ragioni di quello scontro politico e perché lo Stato non vuole chiudere quella stagione e di cosa ha ancora paura.

Oggi la vendetta dello Stato italiano ha subito una sconfitta importante; a noi il compito di continuare a salvaguardare la memoria storico-politica di quelle lotte e portare avanti la rivendicazione di un’amnistia sociale per i “reati politici” di ieri e di oggi come viatico per rompere la gabbia del “diritto del nemico” in cui si sono imprigionati gli anni ‘70 e si vuole tutt’ora detenere la lotta di classe nel nostro Paese.

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22/07/2021

Maurizio Di Marzio è libero, con l’obbligo di firma

Si mettano il cuore in pace i politici, i partiti e i giornali che avevano gioito per l’arresto a Parigi di Maurizio Di Marzio, ex Br, perché il gestore della Taverna Baraonda è tornato in libertà e dovrà solo firmare il registro in gendarmerie ogni 15 giorni.

Tajani aveva parlato o meglio straparlato del frutto di una brillante operazione e di grande collaborazione internazionale. Salvini aveva invitato i radical chic a non protestare. Tutto finito dopo una notte.

Per Di Marzio viene avviato l’iter per l’estradizione al pari degli altri rifugiati fermati il 28 aprile e poi rilasciati nell’ambito dell’operazione “Ombre rosse”.

Ci vorranno mesi se non anni prima della decisione. Era stato arrestato Di Marzio con una interpretazione molto restrittiva e retroattiva delle norme sulla prescrizione, utilizzando un fermo a fini estradizionali del 1994 che allungava la scadenza fino al 2022.

Seguendo la stessa logica col nuovo arresto si arriverebbe addirittura al 2049 facendo ripartire da zero i 28 anni, il doppio della condanna a 14 anni per fatti di 40 anni fa.

Insomma sugli anni ‘70 la prescrizione è mobile perché la ministra Marta Cartabia, santificata da alcune anime belle perché parla appunto a parole di “meno carcere”, ha scelto di artigliare persone rifugiate in Francia da tempo. In omaggio al suo mentore Mattarella che il giorno del rientro di Cesare Battisti ripreso dagli smartphone di Bonafede e Salvini aveva urlato: “E adesso gli altri...”.

Insomma siamo ben lontani da quella soluzione politica che tra gli altri viene invocata da Irene Terrel l’avvocato francese dei rifugiati.

L’Italia vuole vendicarsi di un periodo storico sul quale non ha voluto e continua a non voler aprire una discussione seria. E cercando di vendicarsi rivalendosi su chi partecipò decenni fa al più serio tentativo di rivoluzione nel cuore dell’Europa, lancia un messaggio a chi si oppone oggi.

A iniziare dai NoTav e dai lavoratori della logistica. Il messaggio è fin troppo chiaro: “Se non la smettete sarete perseguiti e perseguitati fino a 90 anni”. Con la promessa aggiuntiva di prendere loro il Dna anche a 43 anni dai fatti.

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20/07/2021

La “giustizia ad personam” dietro l’arresto di Di Marzio

Il fragore mediatico di regime è certamente molto più elevato del fatto concreto. A Parigi è stato arrestato anche Maurizio Di Marzio, il decimo tra gli esuli italiani rifugiatisi in Francia e che aveva potuto usufruire della cosiddetta “dottrina Mitterand”, per cui i ricercati per lotta armata in Italia potevano restare in quel paese, ovviamente rispettandone tutte le leggi.

La sproporzione si vede dalla “pena residua” che Di Marzio deve teoricamente “espiare”: cinque anni e nove mesi. In pratica, Maurizio aveva scontato in “carcerazione preventiva in attesa di processo” buona parte della condanna poi comminata. E una volta liberato per “scadenza dei termini di custodia cautelare” aveva giustamente deciso di non attendere la sentenza finale ed andare in Francia.

Per chiunque abbia una qualche dimestichezza con le storie degli anni Settanta e Ottanta una “pena residua” di quelle dimensioni significa che Maurizio era “quasi innocente”, come si diceva allora. Aveva insomma partecipato alla “banda armata”, ma senza essere coinvolto in “fatti di sangue”. Anche se poi, in sede di sentenza, venne coinvolto con molti altri nel ferimento del vice-capo della Digos, Nicola Simone, e in quello del dirigente dell’Ufficio provinciale di collocamento Enzo Retrosi.

Se si vanno a vedere le sentenze relative, si scopre che per lo stesso “episodio specifico” venivano quasi sempre condannate un gran numero di imputati (anche 20 o 30).

Il che era materialmente impossibile, visto che le stesse ricostruzioni giudiziarie, tramite i testimoni o i “pentiti”, ammettevano che gli “esecutori materiali” non erano mai più di 4 o 5 (tranne che per azioni clamorose come via Fani o l’assalto alla sede regionale della Democrazia Cristiana, in Piazza Nicosia).

L’usanza della magistratura di allora era infatti quella di abbondare nell’attribuzione del “concorso morale”, al di là di ogni effettiva partecipazione materiale, cosicché si poteva largheggiare sia nel numero delle condanne che nella quantità di anni di carcere comminati.

Il ragionamento è facile: se per “partecipazione a banda armata” potevi esser condannato a un massimo di 6-10 anni, per un “tentato omicidio” – com’è definito penalmente un ferimento – si poteva arrivare anche ai 20 anni. Un frutto della “legislazione d’emergenza”, avviata da Cossiga e incrudita ulteriormente dai governi successivi, con l’”appoggio esterno” anche del Pci. E che non veniva accettato dalle legislazioni di altri paesi, a cominciare dalla Francia (che contestava sia il ricorso al “concorso morale”, ma esistito nel loro codice penale, sia la prassi delle condanne in contumacia, ovvero senza la presenza dell’imputato).

Da tutta questa serie di necessarie premesse, insomma, emerge con chiarezza che Maurizio Di Marzio aveva ricevuto una condanna “bassa” (per le abitudini di allora), in considerazione del ben minimo coinvolgimento nell’organizzazione della BR.

Ma non è questo l’aspetto principale della vicenda. La cosa infatti più inquietate è la trasformazione delle disposizioni di legge in materia “elastica”. Un mondo dove non vige più l’applicazione di “regole” note e accettate alle due parti in causa (la magistratura e gli imputati, difesi da avvocati), ma dove le regole si cambiano in vista dell’ottenimento di un risultato voluto.

Come riferiscono tutti i giornali, la pena di Di Marzio andava in prescrizione il 10 di maggio, guarda caso pochi giorni dopo il cosiddetto “blitz” contro gli esuli (termine ridicolo per alcuni arresti di settantenni all’interno delle proprie abitazioni ufficialmente registrate all’anagrafe...).

La prescrizione – istituto diventato famoso “grazie” alla fantasia grillina di tal Bonafede, incautamente elevato alla poltrona di Guardasigilli – è l’atto con cui lo Stato rinuncia a far espiare la condanna dopo un certo tempo, che è definito senza equivoci da una legge apposita.

Il calcolo dei tempi entro cui “scatta la prescrizione” è dunque univoco, oggettivamente determinato e non modificabile “a piacere” da questo o quel giudice.

Nel caso di Di Marzio, a sorpresa, un provvedimento depositato l’8 luglio dalla Corte d’Assise di Roma ha stabilito infatti che “non è ancora prescritta la sua pena”. Nessuno sa perché, in base a quale legge, con quali motivazioni. È come per il povero Zaky in Egitto, in qualche misura: non esiste una “certezza della legge”, che dirime gli opposti interessi delle parti in causa, ma solo la “certezza della pena”.

Anche per un altro degli esuli parigini – Luigi Bergamin, 72 anni – è stato fatto un inghippo similare. All’inizio di maggio la Corte d’Assise di Milano aveva dichiarato estinta la pena per prescrizione, essendo passati 30 anni dalla data del reato.

Alla fine di marzo, però, il giudice di sorveglianza Gloria Gambitta applica la declaratoria di delinquenza abituale per Bergamin in modo da interrompere la prescrizione. Su quella base, il 10 maggio, la Procura di Milano ha chiesto e ottenuto dalla Corte d’Assise di Milano la revoca della prescrizione.

Il carattere del tutto strumentale di queste “innovazioni guridiche” promosse da singoli magistrati è evidente: portare in carcere qualcuno nonostante la legge.

Per Maurizio, però, non c’è stata neanche alcuna “declatoria di delinquenza abituale” (40 anni dopo? Per un noto ristoratore parigino che aveva avuto tra i suoi clienti anche l’ambasciatore italiano?).

E allora perché? A cosa serve questa persecuzione idiota a 40 anni di distanza persino verso un “quasi innocente” che qualche anno di galera – e brutta, come solo gli “speciali” italiani possono essere – in fondo se li è fatti?

Involontariamente, come accade per i media di regime, la possibile spiegazione esce fuori dalle righe del Corriere della Sera: “Nell’aprile scorso, quando Macron ha annunciato l’arresto dei fuoriusciti a conferma della relazione privilegiata che intrattiene con il premier italiano Mario Draghi, l’Eliseo ha ricordato di agire sulla base della dottrina Mitterrand originaria, che in teoria non avrebbe mai ammesso l’accoglienza in Francia per ex terroristi colpevoli di crimini di sangue. Si apre adesso, anche per Maurizio Di Marzio, la lunga fase procedurale davanti alla giustizia francese.

Dal momento dell’arresto a quello della firma del decreto di estradizione, che spetta al ministro della Giustizia francese, potrebbero passare anche tre anni. La pena ancora da scontare non è molto più lunga, ed è quindi possibile – per lui come per gli arrestati ad aprile – che non finirà realmente in carcere in Italia o lo farà per un periodo relativamente breve.

Quel che però è importante, nella vicenda delle domande di estradizione finalmente accolte dal governo francese, è il riconoscimento dell’Italia come Stato di diritto, e la fine del sentimento di impunità per alcuni dei protagonisti degli anni di piombo.”


Insomma: l’importante non è neanche che DI Marzio e gli altri esuli tornino davvero in carcere in Italia (può accadere, forse, solo per i condannati all’ergastolo).

È solo un pretesto politico: siccome adesso “abbiamo Draghi”, l’Italia fascistizzata in un quarantennio di legislazione “d’emergenza” vien ripulita nell’immagine tramite la persecuzioni di alcuni “nonnetti” che nello stesso periodo erano stati considerati “cittadini modello” (altrimenti sarebbero stati estradati prima).

A chi osserva tutto questo non può non venire in mente che, in realtà, è la Francia – e l’intera Unione Europea, visto il peso che Parigi possiede – a scivolare rapidamente verso la fine dello Stato di diritto. Quello in cui la legge non è soggetta ai “tiramenti” del potente di turno, ma si “evolve” ad personam...

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19/06/2021

Per la fine di tutti i processi contro le “Ombre Rosse” perseguitate dalla vendetta di Stato

La Francia non deve consegnare alle prigioni italiane donne e uomini che hanno trovato asilo politico de facto sotto la sua protezione per 40 anni.

Mercoledì 28 aprile, nove uomini e donne italiani sono stati arrestati in relazione al procedimento di estradizione verso l’Italia, dove saranno condannati al carcere, in alcuni casi a vita. Gli uomini e le donne vivono in Francia, dove erano stati accolti decenni fa.

In quel periodo, l’Italia stava arrivando alla fine di un lungo periodo di scontri politici e sociali su larga scala e talvolta con grande violenza. I presunti reati risalgono a più di 40 anni fa e le condanne in Italia si sono basate su indagini aleatorie e in base a una legislazione d’eccezione (legge Reale del 1975, decreti legge del 1978, 1979 e 1980).

Nel 1985, la Francia decise quindi, di concerto con il governo italiano, di non estradare questi militanti politici che erano stati perseguiti o condannati durante gli “anni di piombo” per crimini e reati contro la “personalità dello Stato”, a condizione che uscissero dalla clandestinità, rinunciassero a ogni violenza politica e si integrassero nella società francese.

Questa decisione iniziale di François Mitterrand è durata per 40 anni, sotto 4 Presidenti della Repubblica, diventando così un elemento della politica internazionale della Francia.

Questa decisione di concedere l’asilo è stata consolidata, durante tutti questi anni, dalle misure legali necessarie alla loro integrazione e non estradizione: rilascio di permessi di soggiorno, anche permanenti, non registrazione nel Sistema di Informazione Schengen, non esecuzione di pareri a favore dell’estradizione. Sono state così ricostruite delle vite e fondate delle famiglie.

Inizialmente coinvolta da 300-400 persone, questa politica d’asilo si è ridotta, tra prescrizioni e riduzioni di pena, a una manciata di persone che ora sono ingiustamente minacciate da una decisione discriminatoria.

Avviando le procedure d’estradizione 40 anni dopo i fatti, di concerto con il governo italiano nel quadro dell’operazione “Ombre Rosse”, il governo francese propone di negare la propria politica d’asilo duratura, violando il principio della sicurezza giuridica e i diritti acquisiti dalle famiglie francesi grazie a questo stesso asilo.

La decisione politica del governo francese, denunciata da un appello collettivo su Le Monde, è in contraddizione con tutti i principi superiori del diritto penale. Viola la nozione di “tempo ragionevole” affermata dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo. È una negazione della legge.

La giustizia deve ora pronunciarsi e fermare questa procedura vergognosa.

Esigiamo la sospensione dell’estradizione, la fine dei processi e la totale libertà per queste donne e questi uomini perseguitati da una vendetta di Stato senza limiti e senza principio.

Firma e diffondi la petizione

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23/05/2021

“Lo Stato non deve procedere all’estradizione degli esuli politici italiani”

Appello pubblicato sul quotidiano francese Le Monde; la lista completa dei firmatari è disponibile qui.

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Quelle “ombre rosse” perseguitate da una vendetta di Stato.

Mercoledì 28 aprile, una grande operazione di polizia ha arrestato nove esuli italiani nel quadro di una procedura di estradizione per rinviare 10 uomini e donne in Italia, dove rischiano l’ergastolo. Le 10 persone coinvolte dalla procedura di estradizione, iniziata quel giorno, vivono in Francia dove sono state accolte decenni fa.

Le vite sono state ricostruite, le famiglie fondate, protette dal rifiuto di principio della Francia di rispondere alle richieste di estradizione degli attivisti politici. In Corte d’appello, la giustizia francese ha deciso diversi gradi di libertà vigilata in attesa delle udienze previste a giugno per ciascuno di loro davanti alla Camera istruttoria per esaminare la richiesta di estradizione in Italia.

Arrestare persone in esilio quarant’anni dopo è una vergogna per l’immagine internazionale della Francia, in totale contraddizione con i valori universali che dice di difendere. Queste persone in esilio in Francia vi avevano trovato una fragile protezione contro la repressione e la giustizia d’eccezione che allora imperversava nel loro paese.

A partire dalla fine degli anni ‘70, diverse centinaia di italiani ricercati dalla giustizia del loro paese sono fuggiti in Francia, dove alcuni si sono stabiliti. L’Italia era alla fine di un decennio di scontri politici e sociali su vasta scala, a volte con grande violenza.

Dall’attentato neofascista di Piazza Fontana a Milano nel dicembre 1969 a quello alla stazione di Bologna nell’agosto 1980, due terzi dei 362 omicidi attribuiti ai militanti di estrema sinistra dal ministro della giustizia francese Eric Dupond-Moretti, sono stati commessi dall’estrema destra, abile in attacchi indiscriminati che hanno ucciso decine di persone in luoghi pubblici.

Questa estrema destra, le cui ramificazioni nell’apparato statale sono ormai provate, è stata perseguita solo marginalmente.

I presunti reati risalgono a più di 40 anni fa. Le persone interessate sono state processate e condannate in Italia in condizioni di repressione feroce e di massa (60.000 processi, 6.000 prigionieri politici), segnate da numerose incarcerazioni senza condanna, basate su indagini aleatorie.

Marina Petrella [tra gli arrestati del 28 aprile], per esempio, ha passato otto anni in detenzione preventiva in Italia. Le procedure utilizzate per imporre le condanne sono state considerate all’epoca incompatibili con i principi dello stato di diritto francese. In quel periodo, infatti, fu messo in atto in Italia un arsenale di legislazione eccezionale, diretto soprattutto contro l’estrema sinistra.

La Legge Reale del 1975 e i decreti legge del 1978, 1979 e 1980 hanno rafforzato i poteri della polizia, aumentato le pene e militarizzato la lotta al terrorismo. Il sistema del “pentimento” permetteva la remissione della pena agli imputati che denunciavano altre persone. È nel quadro di queste leggi e sulla base di tali dichiarazioni che sono state pronunciate molte condanne.

Questa legislazione eccezionale, denunciata da Amnesty International e da altre organizzazioni per i diritti umani, è stata alla base della decisione della Francia di non estradare le persone che si erano rifugiate sul suo territorio, a condizione che abbandonassero ogni attività illegale.

Non solo nessuno di loro è stato coinvolto in alcun atto legalmente riprovevole dal loro arrivo in Francia, ma hanno dovuto ricostruire le loro vite nella precarietà permanente dell’esilio, senza lo status legale di rifugiati politici. Eppure, hanno trovato i mezzi per investire se stessi nella loro vita professionale ma anche nella vita sociale e culturale.

Inoltre, stiamo parlando di persone ormai anziane, tutte vicine ai 70 anni, delle quali non si può far credere che rappresentino un pericolo per qualcuno. D’altra parte, nulla è cambiato nel diritto italiano negli ultimi quarant’anni. Al contrario, lo Stato italiano ha ulteriormente degradato i diritti della difesa.

Invertendo questa decisione, il governo francese sta attuando un accordo fatto su una lista nominativa con Matteo Salvini, il leader di estrema destra, quando era ministro dell’interno. È stato quest’ultimo ad ottenere nel 2019 l’estradizione di Cesare Battisti, rifugiato in Bolivia.

Il rifiuto di qualsiasi amnistia, a volte mezzo secolo dopo il fatto, è scioccante, quando è stata concessa a fascisti e collaboratori subito dopo la guerra (legge del 1944 e amnistia di Togliatti del 1946).

Ma concedere l’amnistia significherebbe riconoscere la natura politica del conflitto che ha scosso l’Italia in quegli anni, e smettere di trattare gli attivisti politici come delinquenti, o addirittura mafiosi.

Per cancellare dalla memoria e dalla storia dieci anni di lotte sociali e operaie, ribattezzati gli “anni di piombo”, lo Stato italiano, senza alcun riguardo per l’umanità, vuole far morire uomini e donne in carcere mezzo secolo dopo il fatto.

Questa operazione di estradizione, negoziata tra i due stati, è stata chiamata “Ombre rosse”. L’ostinato desiderio di vendetta di Stato che il governo italiano sta riattivando si incontra ora con la strategia ultra-securitaria del governo francese, che sta mettendo in atto una legislazione liberticida.

Accogliendo questa richiesta di estradizione per la prima volta collettivamente, lo Stato francese non solo sarebbe complice di questa operazione di riscrittura della Storia, ma farebbe un altro passo sul suo territorio verso la criminalizzazione di coloro che si oppongono al potere in nome della lotta al terrorismo.

Dopo la richiesta dell’Italia, saranno soddisfatte anche le richieste dei regimi antidemocratici di estrema destra in America Latina, Africa, Asia o Medio Oriente, e ora anche in Europa? E come possiamo assicurare agli esuli politici che il governo francese non li estraderà per motivi geopolitici di “buon vicinato”?

Per noi, gli esuli italiani non sono “ombre”, ma donne e uomini inseguiti da una vendetta di Stato senza limiti, che hanno pagato caro il diritto di vivere dove hanno ricostruito la loro vita per quarant’anni. Per questo chiediamo la loro totale libertà, la sospensione dell’estradizione e la fine delle persecuzioni giudiziarie.

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12/05/2021

Parigi - Bergamin e Di Marzio tornano liberi e non estradabili

Si affloscia giorno dopo giorno la “struttura giuridica” (si fa per dire...) dell’operazione mediatica organizzata a Parigi nei giorni scorsi e cinematograficamente intitolata “ombre rosse”.

Nelle ultime 24 ore due dei dieci esuli che l’Italia di Draghi aveva “chiesto indietro” alla Francia di Macron sono definitivamente diventati uomini liberi a tutti gli effetti. Per entrambi è infatti scattata la prescrizione del reato e delle relative condanne.

Converrà entrare nei dettagli, perché in questa materia l’ignoranza (insieme alla menzogna) regna sovrana.

Partiamo dalla definizione stessa di “latitanti”, usata a pene di segugio dalla stampa italiana e anche dalle “istituzioni” (a conferma che l’autorità nel comandare non si sposa sempre con l’autorevolezza e la serietà).

Come già scritto ieri, “latitante” è chi si nasconde, adotta un’identità di copertura, non può possedere o comprare nulla. Un fantasma che il paese ospitante neanche sa di avere nel suo territorio.

“Rifugiato” è invece chi ha ottenuto un permesso dal paese ospitante, con tutte le conseguenze legali del caso (documenti, diritto di proprietà, residenza, lavoro, ecc). Un essere umano che vive ed agisce con il suo nome alla luce del sole e secondo le leggi del paese ospitante.

E veniamo alla notizia del giorno.

La Corte d’Assise di Milano ha dichiarato estinta per intervenuta prescrizione la pena a 16 anni, 11 mesi e un giorno che doveva scontare Luigi Bergamin, ex militante dei Proletari Armati per il Comunismo (Pac), costituitosi lo scorso 29 aprile in Francia, un giorno dopo l’operazione che ha portato all’arresto di sette ex membri di organizzazioni estremiste di sinistra.

La decisione dei giudici è arrivata all’indomani dell’incidente di esecuzione sollevato con un ricorso della difesa. Bergamin, oggi 72enne, il 30 marzo era stato improvvisamente dichiarato “delinquente abituale” dal Tribunale di Sorveglianza di Milano, su richiesta della Procura.

La ragione? Una sola: il ministero della giustizia stava preparando la “grande operazione” e dunque era necessario interrompere il decorso della prescizione, in modo da poterlo arrestare all’estero pochi giorni prima che scattasse.

La logica tutta politica di questa mossa non ha però tenuto conto neppure delle leggi italiane. Quel provvedimento inventato (“delinquente abituale” è chi vive di reati contro il patrimonio, ovvero ladri, rapinatori, al limite spacciatori, ecc. non certo chi da 40 anni ha un lavoro retribuito o un’attività propria), come ogni altro, può essere impegnato dall’avvocato difensore.

Cosa che è avvenuta (e probabilmente la Procura sperava che la lontananza di Bergamin rendesse meno probabile l’azione del difensore) e dunque a rigor di legge quella dichiarazione non era ancora “irrevocabile”.

La Corte d’Assise di Milano che ha esaminato il ricorso non ha potuto far altro che registrare la successione dei tempi e dichiarare pertanto non valida la decisione del Tribunale di Sorveglianza. Pronunciandosi invece per l’avvenuta prescrizione della pena inflitta a suo tempo a Bergamin.

Nella sentenza si dice infatti: “Risultano essere trascorsi non solo più di quaranta anni dai gravissimi fatti di reato per cui Bergamin è stato ritenuto responsabile, ma soprattutto più di trenta anni dall’irrevocabilità della pronuncia di condanna della cui esecuzione si discute”.

Per i giudici va rimarcato come “il legislatore” abbia ritenuto che “a seguito del decorso di trenta anni” dalla irrevocabilità della sentenza che riconosce la colpevolezza di un soggetto e che gli infligge una pena temporanea, “debba ritenersi venuto meno l’interesse dello Stato all’esecuzione della stessa e ciò anche se il termine di 30 anni è inferiore al doppio della pena inflitta o è, come nel caso di specie, non di molto superiore a quella originariamente comminata”.

Strano che ai vertici del ministero della giustizia non conoscano le basi del codice penale italiano...

Sempre ieri è scattata la prescrizione anche per Maurizio Di Marzio, l’unico che si era reso irreperibile e non si era presentato alle autorità francesi. Nel suo caso non ci potevano essere neanche i piccolissimi margini di manovra escogitati invece per Bergamin. La sua pena residua da scontare – 5 anni e 9 mesi – lo rendeva comunque quello con la posizione meno “pesante” tra i dieci esuli interessati dalla “grande operazione”.

Da oggi può tornare uomo libero.

Chissà se ai vertici del governo e del ministero comincia a circolare il sospetto di aver fatto una scemenza di proporzioni colossali. Conoscendo un po’ la loro psicologia, e il loro bisogno di intestarsi “successi facili”, questo mezzo fallimento li renderà ancora più feroci nei confronti degli altri otto...

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10/05/2021

La retata di Parigi. Intervista con Enzo Traverso

Viste le reazioni scomposte che hanno accompagnato l’indegna retata parigina del 28 aprile 2021 abbiamo chiesto a Enzo Traverso – tra i massimi storici del mondo contemporanea – di ragionare insieme sulla «stagione della conflittualità» tra storia, memoria, politica e giustizia.

Tra questi termini il grande convitato di pietra è infatti la Storia, cioè il lavoro di comprensione degli eventi del passato. In che senso l’arresto di un pugno di uomini e donne dai capelli bianchi aiuterebbe l’Italia a «fare i conti con la Storia» – se non proprio col Novecento – come hanno scritto alcuni?

Da una parte questi ex militanti politici sono trattati come criminali comuni secondo i dettami di un’ideologia presentista tra le più becere e ignoranti. Dall’altra è convocata (impropriamente) tutta la panoplia dei memory studies per imporre una narrazione del trauma, fondata sul paradigma vittimario.

In base a che cosa si dice che nella società italiana ci sarebbe una ferita aperta rispetto agli anni Settanta? Come in Francia per l’occupazione dell’Algeria, sembra piuttosto che si tratti di esplicito uso politico della storia, che niente ha a che fare con i processi sociali reali di elaborazione della memoria.

Intorno a questi temi, a partire dalla ‘retata parigina’, abbiamo intervistato Enzo Traverso per tentare di andare oltre il monologo collettivo che imperversa nel dibattito pubblico.

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Donne e uomini coi capelli grigi, tra i 60 e i 78 anni, tradotti in manette, all’alba, nelle camere di sicurezza dell’antiterrorismo. «Ombre rosse» è il nome scelto per la retata con cui, il 28 aprile 2021, sono stati arrestati 7 ex militanti della sinistra rivoluzionaria rifugiati in Francia da anni e accusati dalla giustizia italiana di una serie di delitti che vanno dall’associazione sovversiva all’omicidio commessi, secondo l’accusa, tra il 1972 e il 1982. Si tratta di «chiudere con il Novecento», come scrive «la Repubblica»?

Il Novecento è chiuso dal lontano 1989, quando cadde il muro di Berlino e finì la guerra fredda. Da allora il mondo è cambiato e con lui l’Italia, che non è più quella di trentadue anni fa. Sotto molti aspetti è ben peggiore: quelle che i media definiscono abitualmente la “seconda” e la “terza” repubblica ci fanno rimpiangere la prima, creata da uomini e donne che avevano combattuto il fascismo e creato un paese nuovo.

L’eredità del Novecento rimane tuttavia soverchiante e molti mali strutturali continuano ad affliggere il nostro paese. Basti pensare alla mafia, alla questione meridionale, al razzismo, alla corruzione. Alcuni si sono aggravati, se pensiamo alla disoccupazione giovanile e al razzismo postcoloniale, molto più forte da quando il paese è diventato terra di immigrazione.

Durante la seconda metà del Novecento, l’Italia era entrata a far parte del mondo occidentale più ricco; da trent’anni a questa parte se ne sta allontanando: conosce un costante declino demografico ma non vuole integrare gli immigrati, non concedendo la cittadinanza neppure a quelli di seconda generazione; le sue élite invecchiano, ma i giovani rimangono esclusi, e la penisola conosce una diaspora intellettuale impressionante, simile a quella dei paesi del Sud; le élite economiche si sono enormemente arricchite senza produrre sviluppo.

Di queste élite, «Repubblica» è uno degli specchi più fedeli, poiché ormai è l’amministratore delegato della Fiat che annuncia pubblicamente la nomina dei direttori di questo quotidiano. “Chiudere con il Novecento” significa affrontare questo nodo di problemi. Per «Repubblica» pare invece che significhi l’estradizione di Marina Petrella, Giorgio Pietrostefani e qualche altro rifugiato.

Nel panorama della politica istituzionale così come nella stampa italiana le reazioni sono state senza sorprese unanimi: «Il dovere di fare i conti con la storia» (Ezio Mauro) «dopo ferite particolarmente dolorose» (Marta Cartabia), ecc. Ti occupi ormai da molti anni del rapporto tra storia, memoria, giustizia e politica (utilissimo il tuo Il passato: istruzioni per l’uso. Storia, memoria, politica, pubblicato in italiano da Ombre corte nel 2006). Cosa pensi di questo linguaggio e questo uso della memoria? C’è davvero una ferita da rimarginare?

Per chi appartiene alla mia generazione e ha vissuto quegli anni, non c’è dubbio che si tratti di ferite dolorose che non si sono ancora rimarginate. Gli esuli arrestati in Francia sono i primi a riconoscerlo. Il problema è come fare i conti con la storia. Mario Calabresi, figlio del commissario assassinato nel 1972, ha dichiarato che la notizia dell’arresto di Giorgio Pietrostefani non ha suscitato in lui nessun sentimento di sollievo, soddisfazione, riparazione o giustizia, soltanto pena e imbarazzo.

In Italia, i media e la cultura ufficiale – quelli che Althusser chiamava gli “apparati ideologici di Stato” – non hanno saputo e soprattutto non hanno voluto elaborare la memoria degli anni di piombo. Hanno soltanto accompagnato ondate successive di leggi speciali e arresti, dipingendo come mostri i “nemici dello Stato”. I pentiti hanno ovviamente svolto il loro ruolo in questo dispositivo.

Gli ex terroristi, insieme a pochi storici, tra i quali vorrei ricordare Giovanni De Luna, sono probabilmente tra i pochi che hanno dato un vero contributo alla conoscenza, alla comprensione e alla costruzione di una memoria critica di quegli anni. Gli ex brigatisti hanno ammesso i loro delitti, talvolta i loro crimini, hanno riflettuto sui loro errori, hanno cercato di capire e spiegare le ragioni delle loro scelte.

L’intervista di Rossana Rossanda e Carla Mosca a Mario Moretti (1994) è molto più utile, sotto questo aspetto, di tutti gli articoli pubblicati da «Repubblica» e «Il Corriere della Sera» durante mezzo secolo. Non ho letto l’articolo di Ezio Mauro, ma chi possiede un minimo di onestà intellettuale dovrebbe riconoscere che “il dovere di fare i conti col passato” significa ben altra cosa di una repressione a scoppio ritardato, a oltre due generazioni di distanza dai fatti avvenuti.

In questi giorni si commemora l’anniversario della Comune di Parigi. La mia impressione è che i media e il mondo politico, in Italia, continuino, a cinquant’anni di distanza, a esorcizzare il terrorismo come la cultura francese fece nei confronti della Comune negli anni settanta dell’Ottocento.

La Comune non era una rivoluzione né il prodotto di una crisi sociale e politica, era un’epidemia, la propagazione di un virus contagioso che bisognava sconfiggere con i metodi più drastici. I comunardi non avevano un progetto politico, erano “licantropi”, bestie feroci, pazzi assetati di sangue, nemici della civiltà, piromani eccitati dall’alcol.

La repressione fu brutale, ma dieci anni dopo la Terza Repubblica decretò un’amnistia e i comunardi rientrarono dall’esilio e dalla deportazione. La Comune venne addirittura rivendicata come un’esperienza fondatrice della Repubblica. Mi sembra che in Italia il terrorismo e la violenza politica degli anni settanta continuino a essere visti con lo stesso sguardo miope e vendicativo di cinquant’anni fa.

I terroristi sono mostri che devono pagare il loro debito con la giustizia. Se questo è il messaggio che si vuole trasmettere a chi non ha vissuto quegli anni, si tratta a mio avviso del modo peggiore di assolvere al “dovere di fare i conti col passato”.

Un altro capitolo di quel tuo saggio su storia, memoria, politica è dedicato al rapporto tra «verità e giustizia». La ‘giuridicizzazione del passato’ (Henry Rousso) è un fenomeno inversamente proporzionale al collasso dell’orizzonte d’attesa, alla canzonetta sulla ‘fine delle ideologie’ che è l’architrave teorico su cui si fonda il ‘realismo capitalista’ di cui parla Mark Fisher. È questa la chiave con cui leggere la retata parigina?

Pensare di poter rispondere oggi, sul piano giuridico, all’assassinio di Aldo Moro e della sua scorta e a quello del commissario Calabresi, mettendo in carcere gli ultimi esuli, è espressione innanzi tutto della cecità e dell’incomprensione di cui ho appena parlato. Ma questa cecità e questa incomprensione non sono ovviamente frutto di ingenuità, sono state perseguite per decenni.

È anacronistico pensare di poter rispondere nel 2021, sul piano giudiziario, a fatti avvenuti negli anni settanta. Se si accetta il principio della loro imprescrittibilità, assimilando di conseguenza questi fatti a crimini contro l’umanità, si entra in un groviglio di contraddizioni indistricabili. Pietrostefani e Petrella = Eichmann?

Nel 1946, Palmiro Togliatti, ministro di grazia e giustizia del primo governo repubblicano, promulgò un’amnistia nei confronti di chi si era macchiato dei peggiori crimini fascisti durante la guerra civile. Come giustificare l’accanimento persecutorio, a decenni di distanza, nei confronti dei protagonisti degli anni di piombo che si sono rifugiati in Francia?

Dai tempi antichi – pensiamo alle guerre del Peloponneso – l’amnistia ha sempre concluso le guerre civili e le crisi politiche segnate dalla violenza. La legge di amnistia promulgata da Togliatti nel 1946 si inscriveva in una tendenza generale e aveva equivalenti in tutta Europa. Collaborazionisti ed ex fascisti riempivano prefetture, questure e uffici governativi di tutto il continente fino agli anni settanta.

In Italia, ha sottolineato Paul Ginsborg (1989), all’inizio degli anni sessanta, la totalità dei prefetti erano stati alti funzionari del regime fascista. In Spagna, durante la transizione alla democrazia, l’amnistia riguardò sia gli esuli antifascisti sia i responsabili del regime franchista.

La fine del Novecento ha visto nascere, in Sudafrica, uno sguardo nuovo, diverso, per cercare di “fare i conti col passato” e rimarginarne le ferite. Dopo la fine dell’Apartheid, questo paese ha creato commissioni di verità e giustizia che escludevano inchieste giudiziarie e condanne penali in cambio dell’accertamento della verità. L’esempio sudafricano è stato seguito da molti paesi, soprattutto in America latina, dal Perù alla Colombia.

Si tratta ovviamente di esperienze storiche non sovrapponibili, ma il principio rimane fruttuoso per uscire da una crisi e “fare i conti col passato”. In Italia, questo principio non è mai stato discusso.

Il paradosso italiano è che i soli ad aver raccontato la loro esperienza sono gli ex brigatisti, non i loro nemici. Lo Stato non ha fatto nulla o quasi per chiarire le trame golpiste, le infiltrazioni neofasciste, le “deviazioni” dei servizi segreti, la messa in atto della “strategia della tensione”, le violenze neofasciste che beneficiavano di coperture in seno agli apparati statali e che hanno fatto molte più vittime del terrorismo di sinistra.

Nessuno ha mai chiesto allo Stato di spiegare le centinaia di morti (militanti, giovani, studenti, operai) uccisi in quegli anni dalle forze di polizia. Chi rivendica “il dovere di fare i conti col passato” dovrebbe porsi queste domande.

Questa “patologia” italiana ha tuttavia una spiegazione. Lo Stato è inflessibile contro i suoi nemici, molto accomodante o compiacente nei confronti delle violenze messe in atto dai propri agenti e rappresentanti. Le trame golpiste e la collusione degli apparati dello Stato con i gruppi neofascisti che mettono le bombe nei treni vanno nascoste; la persecuzione dei terroristi di sinistra rafforza invece la solidità delle istituzioni.

Questo non vale soltanto per l’Italia. Molti studi hanno messo in luce come, nella Repubblica federale tedesca, le condanne inflitte ai membri della Raf superino di gran lunga quelle emesse tra il 1949 e il 1979 nei confronti degli ex nazisti.

Quando parliamo di “memoria” semplifichiamo sempre: la memoria è complessa, eterogenea, divisa. C’è la memoria degli ex terroristi e delle loro vittime (e la “post-memoria” dei loro figli); c’è la memoria collettiva dei movimenti sociali, ormai sopita o estinta; c’è la memoria culturale che plasma la sfera pubblica; e c’è anche la memoria delle istituzioni, la memoria dello Stato, che in tutta questa vicenda è probabilmente la più reticente.

Ciò spiega anche perché chi si è rifugiato in Francia, alcuni decenni fa, non si voleva consegnare a una giustizia che non nascondeva la sua volontà persecutoria ma offriva ben poche garanzie di imparzialità.

Una giustizia che non appariva credibile, come ha dimostrato Carlo Ginzburg in un famoso saggio sul processo Sofri (1991). Basti pensare al ruolo svolto dai pentiti in tanti processi. Non credo si possa dire semplicemente che i rifugiati si sono “sottratti alla giustizia”.

Nelle ultime righe dell’introduzione di un altro tuo saggio fondamentale (2007) rievochi brevemente la tua esperienza di ‘militante rivoluzionario’ del secondo Novecento quando il mondo vi sembrava attraversato da una nuova ‘guerra civile’. Nella narrazione intonata in coro alla notizia degli arresti, non manca l’altra parte, il contesto? Contro chi e perché combattevano questi uomini e queste donne?

Sì, manca il contesto: si sta discutendo di vicende che risalgono a più di quarant’anni fa, ossia due generazioni, ma che non sono ancora “storicizzate”. Esse non sono depositate in un passato di cui si conosca il profilo e al quale, soprattutto, si riesca ad attribuire un senso.

I rifugiati hanno ricostruito, fra molte difficoltà, la loro esistenza; hanno riflettuto sulla loro esperienza; continuano a fare i conti con la loro coscienza. Le vittime e le loro famiglie sono rimaste con il loro dolore. Ma la storicizzazione – l’elaborazione del passato per farlo entrare nella storia – significa appunto andare oltre i sentimenti.

È questa la condizione perché questi stessi sentimenti possano trovare accoglienza in uno spazio collettivo, dentro una coscienza storica, dentro la consapevolezza che un ciclo è finito.

La mia impressione è che in Italia la giustizia sia stata un ostacolo a questa elaborazione del lutto, a un processo di ricostruzione del passato che permetta finalmente di possederne una coscienza storica.

La violenza politica degli anni Settanta era parte di una stagione politica che si è conclusa con una sconfitta della sinistra, del movimento operaio, dei movimenti alternativi. Questa sconfitta non è mai stata elaborata. Questo passato è stato rimosso.

Ad alcuni decenni di distanza, il congresso con il quale il Pci decise di cambiare nome non appare come la sua “Bad Godesberg” ma piuttosto come una cerimonia di esorcismo. Potremmo parlare, in termini psicoanalitici, di “rimozione”. Gli anni di piombo sono stati inghiottiti da questa rimozione e sono entrati nelle cronache (e in archivi incompleti o inesplorati), non nella nostra coscienza storica.

Non voglio schivare la domanda personale, per quanto del tutto secondaria. Ricordo bene gli anni settanta, che sono gli anni della mia giovinezza. Ho partecipato alla mia prima manifestazione nel 1973, quando avevo sedici anni. Non ho mai avuto la tentazione del terrorismo e ho sempre criticato la scelta della lotta armata, non per ragioni di principio ma perché mi sembrava strategicamente e tatticamente sbagliata.

A partire dal 1979, buona parte della mia attività politica consisteva nel partecipare ad assemblee e manifestazioni contro la repressione. Non mi piaceva lo slogan “né con le Br né con lo Stato” perché stabiliva un’equazione tra due entità incommensurabili che non potevano essere combattute con gli stessi metodi.

Retrospettivamente, credo sia evidente non soltanto che la scelta della lotta armata fu nefasta e suicida, ma anche che contribuì largamente ad affossare i movimenti di protesta e a congelare una conflittualità politica diffusa. Le Br erano nate in una stagione di lotte come uno spezzone del movimento operaio, un gruppo che si considerava un’“avanguardia” e praticava l’“azione esemplare” o la “propaganda del fatto” per radicalizzare lo scontro sociale. Tendenze simili erano già apparse da almeno un secolo in diversi paesi, soprattutto in seno all’anarchismo. Uno storico come Mike Davis ne ha fornito un repertorio impressionante (2007).

In Italia queste pratiche sono passate al setaccio della memoria della Resistenza e della cultura comunista, ed è per questo che le Brigate rosse non facevano esplodere bombe ma selezionavano i loro bersagli. A poco a poco, per sfuggire alla repressione poliziesca, quindi per ragioni pratiche che furono teorizzate soltanto a posteriori, le Br si trasformarono in un’organizzazione clandestina, separata dai movimenti, che conduceva da sola la sua guerra contro lo Stato. È così rimasta risucchiata da una spirale il cui esito non poteva essere che il suo annientamento da parte dello Stato.

Una parte della sinistra radicale si illuse di poter “cavalcare” o “usare” il terrorismo: le Br scardinavano lo Stato, bisognava tenersi pronti alle sollevazioni che ne sarebbero seguite. Questi calcoli erano sbagliati e il prezzo di questi errori è stato molto alto. Ma questa è saggezza retrospettiva.

Io ero trotskista, ossia facevo parte di un movimento che criticava la lotta armata. A differenza di altri paesi, il trotskismo era minoritario in Italia, dove rimaneva intellettualmente insignificante rispetto alla creatività teorica dell’operaismo e politicamente marginale rispetto a movimenti che sperimentavano pratiche nuove, come Lotta continua. Il trotskismo possedeva tuttavia una coscienza storica più profonda che metteva in guardia contro alcuni rischi, come una sorta di vaccino.

Ma dire questo non significa vantare dei meriti. In quegli anni, l’adesione a un gruppo politico non era soltanto il frutto di una scelta ideologica, dipendeva da mille circostanze, spesso non immediatamente ideologiche (le emozioni e le forme della socializzazione svolgono un ruolo molto importante nella politica) e talvolta puramente casuali.

Non ho difficoltà ad ammettere che, in circostanze diverse ma perfettamente possibili, mi sarei ritrovato non soltanto con un casco durante una manifestazione ma anche con una pistola nella borsa. Perciò non posso sentirmi estraneo a questa vicenda e credo che, facendo prova di un minimo di onestà intellettuale, lo stesso debbano dire alcune decine di migliaia di persone che appartengono alla mia generazione.

Hai vissuto per molti anni in Francia prima di emigrare di nuovo, questa volta negli Stati Uniti. La retata del 28 aprile ha più a che fare con le prossime elezioni presidenziali francesi oppure si inscrive in logiche interne alla politica italiana?

Credo che i rifugiati italiani in Francia siano oggetto di un mercanteggio politico assai meschino. Draghi vuole legittimarsi come statista e provare che in poche settimane è riuscito a ottenere ciò che i governi italiani chiedevano da anni. In vista di una sua futura elezione alla presidenza della Repubblica, la mossa è astuta.

Macron vuole fornire un’ulteriore conferma della svolta autoritaria che lo induce oggi, in vista di una possibile rielezione, a mostrarsi più repressivo della destra e perfino dell’estrema destra. Nessuna indulgenza nei confronti dei “terroristi”, anche quelli che hanno cessato di esserlo da oltre quarant’anni, che non si sono mai nascosti, che rispettano le leggi della Francia, il paese in cui vivono legalmente da decenni, dove hanno messo le loro radici, e dove avevano ricevuto ospitalità.

Nessuno, neppure Marine Le Pen, gli chiedeva di estradare i rifugiati italiani. Probabilmente pensava, con questa misura, di rendere più credibile la sua lotta contro l’“islamo-gauchisme”.

Come la stragrande maggioranza dei politici che ci governano, Macron si preoccupa dei sondaggi d’opinione, non certo di “fare i conti col passato”. Per vincere le elezioni, sarebbe disposto a qualunque “politica della memoria”.

Bibliografia

Davis, M. (2007) Breve storia dell’autobomba: dal 1920 all’Iraq di oggi. Un secolo di esplosioni, Einaudi, Torino [I ed. London 2007]

Fisher, M. (2018) Realismo capitalista, Nero Editions, Roma [I ed. Ropley 2009]

Ginsborg, P. (1989) Storia d’Italia dal dopoguerra a oggi. Società e politica 1943-1988, Einaudi, Torino

Ginzburg, C. (1991) Il giudice e lo storico: considerazioni a margine del processo Sofri, Einaudi, Torino

Moretti, M., Mosca, C., Rossanda, R. (1994) Brigate rosse una storia italiana, Anabasi, Milano

Rousso H. (1998) La hantise du passé. Entretien avec Philippe Petit, Textuel, Paris

Traverso, E. (2006) Il passato: istruzioni per l’uso: storia, memoria e politica, Ombre corte, Verona [I. ed. Paris 2005] (2007) A ferro e fuoco. La guerra civile europea 1914-1945, il Mulino, Bologna

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06/05/2021

A giugno le udienze sull’estradizione dei rifugiati politici in Francia

La Corte di Appello di Parigi, secondo quanto ha appreso oggi l’Adnkronos, ha autorizzato formalmente l’intervento dello Stato italiano nell’ambito della procedura in corso nei confronti dei 9 rifugiati politici italiani che sono stati arrestati tra il 28 e il 29 aprile e che sono a rischio estradizione in Italia. Si tratta di una decisione definitiva che non potrà più essere contestata nel proseguo della procedura.

Le prime udienze sull’estradizione in Italia dei nove rifugiati politici italiani fermati in Francia nei giorni scorsi si sono concluse ieri alla Corte di Appello di Parigi. Le prossime udienze si svolgeranno a giugno e si svolgeranno in date diverse.

I nove rifugiati politici si sono presentati ieri in Tribunale ed hanno rifiutato l’estradizione.

Marina Petrella, ex militante delle Brigate Rosse, parlando con i giornalisti presenti in tribunale, così ha commentato: ​”Stiamo arrivando verso la fine. Stiamo raschiando il fondo del barile. Io ho vissuto tutti questi anni con un grande dolore. Dolore e compassione per le vittime, per tutte le vittime. Per le famiglie coinvolte, compresa la mia. Da parte mia ho fatto 10 anni di carcere tra Italia e Francia. E 30 di esilio, una pena senza sconti e senza grazie, che ti impedisce di tornare nella tua terra”.

“Noi – ha spiegato Marina Petrella – ci siamo assunti una responsabilità politica collettiva, mentre il compito della giustizia è quello di giudicare e condannare in rapporto alle responsabilità di ognuno. Ci sono state vittime, e ci sono stati tanti compagni che hanno pagato con il carcere, alcuni con l’ergastolo. Queste vittime non sono rimaste impunite, senza memoria.

Ma paragonare, come ha fatto il ministro della Giustizia francese, il sangue degli anni di piombo con la strage del Bataclan è di incredibile volgarità”
, sottolinea Marina Petrella. “Uno del Bataclan può essere paragonato a Piazza Fontana, a Brescia, alla stazione di Bologna, a Reggio Calabria? Io sono stata condannata sulla base dell’assunzione di una responsabilità collettiva”.

“Oggi è ancora presto – ha sottolineato Marina Petrella – ma non escludo che arrivi una riflessione su un modo diverso di provare a spiegarsi. Un linguaggio comune? Mi sembra impossibile. Piuttosto penso ad un avanzare, un progredire, perché ormai non ci sono più poste in gioco. Ricordiamoci che prima, anni fa, la parola non era libera, non era esente da un premio, fra dissociati e pentiti. Oggi siamo alla fine, stiamo raschiando il fondo del barile e non ci sono più queste poste in gioco, non ci sono più ricompense. Ma al tempo stesso, da parte dell’Italia, un paese che non è capace di fare i conti con la sua storia, non c’è nessuna apertura. Chiedere un’operazione di questo tipo è difficile. A chi rivolgersi?”.

A cosa ha portato la lotta armata? “Non era fine a se stessa – risponde Petrella – tante riforme sono state fatte anche grazie a quella conflittualità che saliva, che costruiva istanze nuove. C’era un modello di trasformazione, il socialismo al di là degli esempi storici, è solidarietà, fratellanza, condivisione. C’è stato un processo di scontro atroce per tutti. Per tutti”.

“Queste cose fanno parte della parte spirituale, intima, non ne voglio parlare e non ne parlerò mai. Quello di cui si parla qui è la sfera della vita civile. Io faccio un lavoro socialmente utile, posso fare del bene alla gente, per me è una sorta di riscatto simbolico”.

Sulla eventuale disponibilità di Italia e Francia ad ascoltare le voci di persone che hanno partecipato alla lotta armata, Petrella non si fa illusioni: “Non ci stiamo dirigendo verso un’apertura dello spirito critico, un’evoluzione, andiamo verso una chiusura, fra liberalismo e autoritarismo, sia in Francia, sia in Italia”. In Francia, forse, un po’ di più, fra appelli di intellettuali e sostegno di fedelissimi: “Gruppi di intellettuali hanno cominciato a firmare degli appelli e altri ne arriveranno. Non sento un calo dei sostegni, piuttosto una difficoltà nell’esprimersi, una specie di autocensura che si impone sempre di più”.

Il tribunale di Parigi dovrà decidere se approvare o meno l’estradizione di ognuno degli imputati dopo i 7 arresti avvenuti in Francia lo scorso 28 aprile. Il 29 aprile poi si erano costituiti altri due rifugiati politici che il 28 aprile non erano stati fermati. Tra chi è comparso in tribunale non c’è Maurizio Di Marzio che per ora non ha accettato di costituirsi e per il quale i termini di prescrizione scadono il prossimo 10 maggio.

Il quotidiano francese Liberatiòn ha dedicato spazio all‘appello di un gruppo di intellettuali diretto al presidente Emmanuel Macron contro la concessione dell’estradizione per dieci rifugiati politici italiani. Nell’appello si ricorda la concessione dell’accoglienza durante la presidenza di Francois Mitterrand, negli anni Ottanta, la nuova vita in Francia degli ex militanti italiani che hanno rinunciato alle armi, le loro nuove famiglie. Viene invocata l’amnistia in Italia, un gesto che – secondo loro – consentirebbe al Parlamento di “voltare pagina e di guardare al futuro”. L’appello è stato firmato da una trentina di personalità, fra le quali i registi Costa-Gavras e Jean-Luc Godard, Agnes B., Charles Berling, Valeria Bruni-Tedeschi,

In un’altra pagina di Liberation viene però ospitato anche un intervento dell’ex magistrato ed ex presidente della Camera, Luciano Violante, che attacca l’appello e i suoi firmatari: “Insorgere contro l’arresto di ex militanti di estrema sinistra italiani che da 40 anni vivono in Francia, significa misconoscere i crimini terroristici di cui sono stati autori in passato” scrive Violante, forse uno degli esponenti più irragionevoli di quello che in Italia può essere definito come “Il Partito della vendetta”.

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05/05/2021

Ombre rosse. L’arresto degli esuli politici italiani degli anni ‘70

È stato un lapsus del poliziotto inconsapevole o uno scherzo perverso dei rappresentanti di uno Stato italiano che non smetterà mai di far pagare la paura che una parte della sua popolazione gli ha provocato alla fine del dopoguerra?

L’operazione congiunta delle forze di polizia francesi e italiane, che ha preso di mira dieci rifugiati politici italiani, aveva il nome in codice “Ombre rosse”. Questo è il titolo esatto in francese – “L’ombre rouge” – del secondo romanzo poliziesco di Cesare Battisti, pubblicato nel 1994 (Gallimard, Serie Noire), ambientato sullo sfondo della situazione di questi superstiti della latente guerra civile degli anni ‘60 e ‘70.

Al bisogno di una postura “antiterrorista” inerente a uno Stato francese incapace di affrontare le ragioni sistemiche del terrorismo jihadista individuale si è aggiunto – come spiega Alessandro Stella di seguito – il bisogno sempre rinnovato dello Stato italiano di cancellare la “traccia rossa” del più grande e duraturo movimento sociale del dopoguerra in Occidente.

La guerra della memoria non è che un episodio della guerra sociale. Come ha dimostrato il bellissimo, combattivo e applaudito corteo della manifestazione parigina del Primo Maggio, la lotta per la libertà dei nostri compagni è appena iniziata.

*****

L’operazione che ha portato, il 28 aprile 2021 a Parigi, all’arresto di dieci ex militanti rivoluzionari italiani degli anni ‘70, è stata chiamata dalla polizia francese e italiana “Ombres Rouges”. Gli arresti sono stati effettuati nelle prime ore del mattino dalle forze speciali della polizia antiterrorismo francese, assistite dai loro colleghi italiani. Un’idea probabilmente presa dalla cultura poliziesca, con John Wayne contro i “cattivi pellerossa”.

Termini che si riferiscono a immagini scure, inquietanti, dove l’ombra assume il colore del rosso, del sangue. Un’immagine e una definizione che dice molto sul pensiero degli ispiratori politici di questa operazione di polizia.

Qual è lo scopo politico dei governi italiano e francese nel dare la caccia agli ex rivoluzionari che avevano consegnato le armi e vissuto normalmente in Francia per decenni, 40 o anche 50 anni dopo i fatti, promettendo loro che avrebbero finito gli ultimi anni della propria vita in prigione?

Per 40 anni, tutti i governi italiani, di destra e di sinistra, hanno fatto dello spettro del ritorno del “terrorismo rosso” il mezzo di controllo e di repressione di ogni movimento di protesta sociale, di ogni forma di lotta collettiva antisistema.

Una bandiera rossa sventolata permanentemente dai governanti davanti agli occhi dell’opinione pubblica, ricordando loro “gli anni di piombo”, che è diventata sinonimo nella narrativa dei vincitori di un periodo oscuro e omicida, durante il quale il colore rosso delle bandiere comuniste aveva macchiato crimini e delitti.

Uno spettro che infesta il sonno di tutti i buonisti italiani, di tutti i sostenitori dell’ordine immutabile della società, di tutti i sostenitori dell’ordine di polizia, dell’autorità dello Stato, dell’autorità stessa. Uno spettro incarnato da donne e uomini chiamati Marina, Enzo, Roberta, Giovanni, Giorgio, Raffaele, Maurizio, Luigi, Narciso, Sergio.

Tutti loro hanno ormai più di 65 anni e, dopo una gioventù vissuta a tutta velocità all’inseguimento di sogni rivoluzionari, hanno dovuto rassegnarsi a una vita ordinaria fatta di lavoro, preoccupazioni, amore, piccoli piaceri e routine. Persone con un percorso di vita ricco e complesso, che non può essere ridotto a pochi anni della loro vita, e tanto meno a qualche episodio di lotta armata a cui sono accusati di aver partecipato.

Donne e uomini presentati come simboli da abbattere dagli Stati e dalle loro forze di polizia, preoccupati delle loro strategie e senza alcuna remora per il destino di reclusione fino alla morte promesso a queste persone.

La storia dei vincitori di questo “embrione di guerra civile” – come disse Francesco Cossiga, ex Presidente della Repubblica e ministro dell’Interno nel 1977-78 – è servita per 40 anni a installare una pedagogia della paura tra la popolazione italiana, costruita sulla fantasia del ritorno delle Brigate Rosse o dei loro emulatori.

Una macchina politica ben servita dai media, dai giudici, dalla polizia, e che ha plasmato il pensiero conformista di milioni di italiani che oggi plaudono alla cattura e al confino in regime punitivo fino al sadismo del “mostro” Cesare Battisti. Una macchina di influenza psicologica di massa che rende ripugnante il ricordo stesso degli anni ‘70.

Una macchina che è diventata sistematica, basata su una narrazione storica distorta e partigiana. Perché cancella e vuole far dimenticare che gli anni ‘70 sono stati prima di tutto anni di grandi lotte sociali e di sperimentazione di nuove forme di relazioni tra le persone, di lotte internazionaliste, antimilitariste, antiautoritarie e infine femministe e LGBT.

Anni in cui la bandiera rossa aveva i colori della rivoluzione proletaria e della libertà. Dietro il quale marciavano milioni di vecchi lavoratori comunisti e milioni di giovani proletari alla ricerca di un mondo migliore. Durante il lungo maggio ‘68 italiano, l’uso delle armi da parte di migliaia di militanti rivoluzionari fu solo la punta di un iceberg, solo una parte di un insieme di lotte che utilizzavano altre armi, dagli scioperi alle occupazioni, dalle manifestazioni agli esperimenti di autogestione.

Nella narrazione dei vincitori, il vasto movimento rivoluzionario attivo nell’Italia degli anni ‘70 è dipinto come una lunga serie di uccisioni senza motivo da parte di attivisti di estrema sinistra in nome di un’ideologia passata.

Mentre la storia ci dice che, molto prima che qualche attivista rivoluzionario uccidesse qualcuno, circa duecento manifestanti erano stati uccisi dalla polizia dal 1948.

Il primo omicidio commesso da attivisti rivoluzionari, quello del commissario Luigi Calabresi, è emblematico. Fu ucciso la mattina del 17 maggio 1972 da un commando del gruppo Lotta Continua (uno dei compagni di cui l’Italia chiede oggi l’estradizione, Giorgio Pietrostefani, è stato condannato per questo), che stava facendo quello che milioni di italiani chiedevano da tre anni.

Il commissario Calabresi fu responsabile dell’omicidio di Giuseppe Pinelli, ferroviere anarchico milanese, ingiustamente arrestato e accusato di aver messo la bomba alla Banca dell’Agricoltura di Piazza Fontana, il 12 dicembre 1969. Una bomba che causò la morte di 17 persone, e che fu di fatto l’opera di gruppi fascisti alleati a poliziotti e militari di ideologia fascista, attuando una strategia di tensione con un obiettivo anticomunista e di governo dell’Ordine.

L’omicidio del commissario Calabresi è stato quindi un omicidio politico, una risposta alla violenza della polizia e dello Stato, l’attuazione di una volontà popolare allora ampiamente condivisa. Va anche sottolineato che questo è stato l’unico omicidio commesso da attivisti di Lotta Continua, che stavano anche conducendo lotte all’interno delle fabbriche (Fiat in particolare), nei quartieri popolari e nelle università, nelle caserme e nei porti.

Gli anni ‘70 in Italia, che il pensiero dominante vorrebbe ridurre a immagini di morte, furono anni di entusiasmo rivoluzionario condiviso da milioni di persone e declinato in mille iniziative che propugnavano il cambiamento dell’intero sistema di oppressione. È un periodo di insubordinazione e di protesta generalizzata – contro tutti i pilastri dello Stato capitalista – che i governanti politici ed economici temono, e sono queste immagini di rivolta che tormentano le loro menti.

Per il governo francese e il Presidente Macron, che hanno sigillato questo scellerato patto di estradizione sulla pelle di dieci persone, lo spettro da scacciare sarebbe piuttosto quello delle “ombre gialle”. Il colore può cambiare, ma nel mirino ci sono sempre i movimenti sociali incontrollabili.

Dopo un’ondata crescente di insurrezione antisistema ai quattro angoli della Francia, di diffusione e condivisione di esperienze collettive di auto-organizzazione, di sfida allo Stato, alle gerarchie, ai partiti e alla democrazia rappresentativa, la repressione feroce che lo Stato e i suoi poliziotti hanno esercitato contro i Gilets Jaunes ha finalmente frenato il movimento.

Il regime di paura messo in atto dallo Stato, con LBD, granate, colpi di manganello, fermi di polizia, prigione, ha finito per assottigliare le file dei Gilets Jaunes e sgonfiare il movimento. Ma i dirigenti dello Stato francese sanno perfettamente che tutte le cause dell’esplosione della rabbia popolare sotto i colori dei “gilet gialli” sono ancora lì, e persino aggravate dalla crisi di Covid.

Sanno che nonostante il lockdown, il coprifuoco, lo stato di emergenza e tutto l’arsenale giuridico-poliziesco messo in atto dallo Stato per difendersi dai proletari in rivolta, la brace rimane calda. E hanno paura che le “ombre gialle” tornino a turbare la dolce vita della borghesia nei quartieri alti, a marciare sugli Champs Élysées invece di leccare le finestre.

Temono che invece di aspettare in depressione le prossime elezioni, i Gilets Jaunes riprendano l’autogestione in ogni villaggio, ogni quartiere, ogni incrocio, collettivamente, senza leader, senza gerarchia di sorta, costruendo quotidianamente un mondo socialmente vivibile.

In rosso o in un altro colore, uno spettro infesta l’Italia, la Francia, il mondo intero: lo spettro della Comune, del comunismo.

Da Lundimatin. Alessandro Stella è stato membro di Potere Operaio e poi di Autonomia Operaia. Rifugiato in Francia all’inizio degli anni ‘80, è oggi direttore di ricerca in antropologia storica al CNRS e insegna all’EHESS di Parigi. È autore di diversi saggi, tra cui “Années de rêves et de plomb: Des grèves à la lutte armée en Italie (1968-1980)” (Agone, 2016).

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