Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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30/03/2023

I mal di pancia dell’ex procuratore Giancarlo Caselli

Per l’ex procuratore capo di Torino Giancarlo Caselli, oggi in pensione, la decisione della corte di Cassazione francese, che ha confermato il rigetto delle domande di estradizione pronunciato in precedenza dalla corte di Appello di Parigi dei dieci rifugiati italiani, ex militanti delle formazioni della sinistra armata degli anni 70, sarebbe solo un gesto di «arrogante intolleranza», figlio della irresistibile tentazione francese di «insegnare a tutti gli altri (gli italiani in particolare modo) come si sta al mondo».

I contenuti giuridici della decisione – sempre secondo l’ex pm – oscillerebbero tra «il paradossale e l’incredibile». In particolare Caselli non sembra digerire l’articolo 8 della Convenzione europea dei diritti umani, richiamato dai giudici parigini per tutelare i diritti acquisiti nel corso della pluridecennale permanenza sul suolo francese dei dieci esuli italiani, sulla scorta di decisioni giudiziarie, politiche e amministrative, pronunciate nel tempo dalla autorità del posto. Tutto ciò – a detta dell’ex procuratore – non avrebbe alcun valore. Per il diritto interno francese tutte le pene sono prescritte dopo un periodo massimo di venti anni, ciò vale anche per l’ergastolo, che nel nostro ordinamento è diventato invece imprescrittibile, al pari di un crimine contro l’umanità. Nell’ordinamento italiano, il periodo massimo oltre il quale scatta la prescrizione delle pene temporali è pari a trent’anni. Regola che l’autorità giudiziaria ha aggirato in tutti i modi mettendo in campo una serie di sotterfugi e artifici vergognosi pur di impedire che la prescrizione venisse riconosciuta a due dei dieci ex militanti richiesti. In un caso si è addirittura ricorsi ad una fraudolenta dichiarazione di pericolosità sociale, a quaranta anni dai fatti-reato, nei confronti di una persona ormai ultrasettantenne e che nel frattempo ha mantenuto una condotta penalmente irreprensibile sul suolo francese, pur di scongiurare l’applicazione della prescrizione.

Nella dottrina classica del diritto, il decorso del tempo faceva venire meno l’interesse punitivo dello Stato nei confronti del reo. Questo assunto traeva il suo fondamento penalistico dalla convinzione che fuori dal contesto sociale che lo aveva generato, il reato attenuava se non perdeva la sua portata lesiva dell’ordine sociale e politico infranto, perdeva la carica di allarme sociale in esso contenuta e il reo vedeva inevitabilmente modificarsi la sua personalità a distanza di trenta anni dai fatti. A questa concezione Caselli antepone la «punizione infinita», per altro strettamente limitata ai reati di natura politica e di contestazione sociale, secondo una visione etica dello Stato molto vicina ai presupposti culturali dell’attuale maggioranza di governo, a cui senza dubbio può dare molte lezioni.

Ai giudici francesi non è sfuggito questo atteggiamento generale della autorità politiche e giudiziarie italiane, nonché della grande stampa, tanto da aver ritenuto che il via libera alle estradizioni, a fronte dei ripetuti propositi meramente vendicativi enunciati e praticati da parte italiana, avrebbe comportato per gli estradandi un trattamento sproporzionato e iniquo, una violazione insanabile della vita familiare e privata acquista da molti decenni in Francia, infrangendo il percorso di recupero sociale realizzato.

A rendere ancora più furibondo Caselli è stato poi il richiamo al giusto processo, sancito dall’articolo 6 della Cedu. Norma finalizzata a garantire che la persona a rischio di estradizione non sia esposta, nello Stato richiedente, a un flagrante diniego di giustizia che può derivare, in particolare, dall’impossibilità di ottenere una nuova pronuncia giudiziaria sul merito dell’accusa nonostante la condanna sia stata pronunciata in sua assenza. Diverse richieste di estradizione riguardavano, infatti, persone processate e condannate in contumacia. Chi ha seguito tutte le udienze davanti alla corte di appello di Parigi sa bene che i giudici hanno ripetutamente chiesto chiarimenti e garanzie alla parte italiana affinché una volta riconsegnate, le persone condannate in contumacia potessero avere garantito il diritto a un nuovo processo. Per tutta risposta le autorità italiane hanno balbettato, tergiversato a lungo perché incapaci di fornire delle garanzie inesistenti nel nostro ordinamento processuale. Atteggiamento che ha definitivamente convinto la corte francese a rifiutare le domande di estradizione.

Per Caselli tutto ciò sarebbe solo una prova della supponenza d’Oltralpe e non una manifesta deficienza italiana, una incapacità a comprendere che la cultura della eccezione giudiziaria che ha dominato la fase repressiva della lotta armata non è sovrapponibile alle altre culture giuridiche europee a cui sfugge questa eterna riproposizione di logiche d’eccezione originate da contesti non più attuali, conclusi da oltre trent’anni.

Alla ricerca disperata di argomenti per puntellare le proprie tesi, Caselli ricorre ad un esempio surreale, il processo di Torino al nucleo storico delle Brigate rosse, definito un modello del rispetto dei diritti degli imputati. Oggi sappiamo che fu la federazione del Pci torinese a reclutare i giudici popolari di quel processo, come ha raccontato Giuliano Ferrara che quella operazione gestì in prima persona. Sono noti anche i rapporti stretti che Caselli teneva con la federazione torinese del partito comunista, in nome di quella concezione schierata e combattente del ruolo della magistratura che contrasta con la pretesa di dare lezioni morali al mondo, soprattutto se poi è la sua ex procura, in linea con le autorità di governo francesi (cosa c’entra la magistratura di Parigi che per altro nel dossier estradizioni non si è piegata ai diktat dell’Eliseo), a perseguire con uno zelo facinoroso quegli attivisti che sostengono i migranti alla frontiera tra i due paesi.

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23/03/2016

Bruxelles e le Brigate Rosse?

Con le bombe di Bruxelles è arrivato anche il momento delle Brigate Rosse.

Sono passate alcune ore dagli attentati in Belgio e si comincia a parlare di loro. La lotta armata in Italia è un capitolo che molti hanno voluto chiudere in una scatola appiccicandoci sopra la parola “anni di piombo” per derubricarne la storia con una frase tanto condivisibile quanto inutile: condanna del terrorismo e solidarietà con le vittime. Inutile non nel senso, ma nell’uso che se ne fa per non parlare di quel che è realmente accaduto soprattutto alle vittime, tutte.

E allora ecco che la vulgata sulla lotta armata in Italia serve a mescolare le carte anche tra i fatti di Bruxelles. Maroni se la prende con Saviano quando dice “che l’unica risposta al terrorismo e’ accogliere” e la commenta con “Gia’, magari anche farci saltare in aria da soli, cosi non li disturbiamo” e aggiunge che “serve un intervento urgente e di emergenza democratica, come si fece contro il terrorismo delle brigate rosse”.

Hanif Kureishi, intervistato da Repubblica, sostiene che i jihadisti gli “ricordano le Brigate Rosse e l’ideologia dei rivoluzionari bolscevichi”.

La Stampa chiede lumi al “luminare dell’università di Louvain Felice Dassetto” che anche lui si ricorda degli anni ’70 perché la “gente è soprattutto spaesata, come nell’Italia delle Brigate Rosse”.

Achille Serra, una vita per la polizia, ma poi anche per la politica visto che è passato da Forza Italia al PD e poi all’UDC, dichiara che “non dobbiamo farci vincere dalla paura e rintanarci dentro le case. Non lo facemmo durante il periodo delle brigate rosse e non dobbiamo farlo adesso”, e dunque anche lui con un occhio guarda alla guerra santa e con l’altro alle BR.

Flavia Perina, giornalista che nasce nell’ambiente della militanza di destra, parla direttamente di Renato Curcio, tralasciando il fatto che le stragi le facevano proprio quelli di destra (non lei, ma nemmeno i comunisti). Il tempo passa e la polvere aiuta a confondere il rosso col nero.

Il più lucido e interessante è Gian Carlo Caselli. Forse l’unico con un minimo di memoria.

Anche lui si riferisce agli anni nei quali è stato un protagonista dalla parte delle istituzioni. Davanti ai morti del Belgio ricorda la sua esperienza, ma con qualche fondamentale differenza. “Il terrorismo brigatista era diverso, selettivo, non colpiva nel mucchio” ci ricorda. “Nel nostro Paese la macelleria che colpiva nel mucchio era di matrice fascista, quella delle stragi, da Piazza Fontana alla stazione di Bologna. I responsabili erano pochi e ben protetti dagli apparati”.

Ed ecco il primo intervento interessante. Parlare di terrorismo significa alzare un gran polverone per non mostrare nulla e nascondere quel che accade davvero. Le differenze ci sono e non puoi non vederle. Se gli 85 morti di Bologna sono vittime del terrorismo come Aldo Moro siamo accecati dalla polvere che mescolerà anche le persone uccise a Bruxelles e Parigi.

Ma c’è un’altra frase interessante in quella breve intervista per il Fatto Quotidiano. “Il solo contatto che vedo con la storia italiana è il favore di cui le Br del primo periodo hanno goduto”. E questo mi fa pensare all’arresto di Salah Abdeslam. Ci dicono che un centinaio di persone hanno manifestato contro la polizia. Ci danno tante spiegazioni. Ma se davvero dobbiamo inseguire questo fantasma delle BR in quest’altra storia, cerchiamo di ricordarci quel “favore di cui le Br del primo periodo hanno goduto”. Nel bene e nel male. Ragioniamoci prima di andare a bombardare qualche sito strategico in giro per il mondo.

SEGUE…

Ascanio Celestini da Facebook

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22/12/2015

No Tav. Non fu "terrorismo", e ora andatevene in pensione...

Non è terrorismo, lo dice anche la corte d’appello che quest’oggi ha assolto Chiara, Claudio, Nicolò e Mattia per questo reato andando poi a confermare la condanna di 3 anni e 6 mesi del primo grado.

Un ko secco, a fronte del tentativo della Procura Torinese di convincere la giuria popolare, attraverso argomenti “suggestivi”, ad inquadrare le azioni di lotta al cantiere nell’alveo del terrorismo e non in un contesto di lotta e conflitto più generali.

Possiamo dire che c’è l’hanno messa tutta, partendo dai fatti universalmente riconosciuti come attacchi terroristici (metropolitana di Londra tra gli altri) fino a rispolverare la storia di casa nostra, dalle Brigate Rosse ai Nar…

Ci ha provato anche oggi Il procuratore generale Maddalena nelle sue repliche, stimolando ulteriormente la sua memoria storica fino a citare la morte di Giangiacomo Feltrinelli durante un’azione di sabotaggio nel 1972 a Segrate.

Maddalena, Padalino e Rinaudo avevano la missione di far trionfare il teorema del pensionato Caselli, ma hanno fallito clamorosamente. Certo, magari faranno ricorso perché una battaglia personale la si porta avanti fino alla fine, ma nulla cambierà.

Noi possiamo dire però ciò che resta di questa brutta storia ed è l’immagine di una procura che si fa politica e decide di provare a fermare un movimento popolare come il nostro che fa paura ai poteri forti di questo paese.

Restano impressi i volti di questi personaggi in cerca di gloria che concedono interviste e trattano con disprezzo ed arroganza chiunque provi a mettersi sulla loro strada.

Resta la collusione e il silenzio imbarazzante di molti, della stampa in genere in primis, che non ha risparmiato spazi alla loro propaganda mentre ha volentieri taciuto le nostre ragioni e tentativi di difesa.

Quello che abbiamo fatto noi invece è stato lottare dal primo fino all’ultimo giorno, insieme agli imputati No Tav, raccontando fino allo sfinimento le nostre ragioni e la realtà di quel pezzo di montagna che stanno distruggendo con la militarizzazione e la violenza.

Ne avremo molte di cose da dire, ma ci riserviamo di farlo poco alla volta.

Ora invitiamo Maddalena ad andarsene finalmente in pensione, di organizzare col suo amico Caselli, che non crediamo gli porterà rancore, qualche torneo di scopone nei circoli chic che di sicuro già frequentano. Altri, accomunati dall’età e dagli stessi valori morali, ne troveranno a tenergli compagnia…

Che si lascino tutto alle spalle, dichiarando la sconfitta e il loro fallimento.

Non ci aspettiamo di sicuro che qualcuno li chiami a rispondere delle schifezze a loro attribuibili, ma almeno non vedremo più quotidianamente la loro faccia sui tg, né sentiremo pronunciare in maniera ossequiosa i loro nomi.

Quelli, oramai, rimarranno scritti in tutte le sentenze del processo per il compressore bruciato con a fianco la parola FALLITI.

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03/10/2015

NoTav, i pm si aggrappano al caso Moro e alla jihad

Al fine di dimostrare che l’azione contro il cantiere di Chiomonte fu eseguita con la finalità di terrorismo da parte dei NoTav (tesi smentita dalla corte d’assise di Torino e per ben due volte dalla Cassazione) i pm Andrea Padalino e Antonio Rinaudo si aggrappano al caso Moro e agli attentati della jihad  ”rimproverando” i giudici che avevano assolto gli imputati dall’accusa specifica.

I giudici di primo grado avevano assolto i militanti NoTav dall’aggravante relativa al terrorismo spiegando che l’azione contro il cantiere è cosa profondamente diversa dal comportamento delle Br che, in cambio della liberazione di Moro, chiesero la scarcerazione di persone legittimamente detenute e da richieste analoghe avanzate da esponenti del fondamentalismo islamico.

Per la corte d’assise “anche l’armamentario usato non era indice di una volontà diretta a nuocere alle persone”. I giudici ricordavano inoltre che nell’azione di Chiomonte non c’erano armi da fuoco.

I pm torinesi ribaltano la frittata, accusando i giudici di pretendere di circoscrivere la natura terroristica di un’azione a eventi di rilevanza mondiale, nel ricorso in corte d’appello dove il processo è fissato per il 15 ottobre ma potrebbe essere rinviato in attesa che la Cassazione depositi le motivazioni della sua decisione proprio sull’accusa relativa all’aggravante.

I pm scrivono che al processo di primo grado emerse che la società Ltf  ”fu costretta all’adozione di un’area di sicurezza per garantire la respirabilità all’aria degli operai in caso di attacco. “Sarebbe sufficiente solo questo dato per evidenziare l’inconsistenza delle affermazioni sopra riportate” aggiungono i magistrati dell’accusa secondo i quali la finalità di terrorismo può qualificare qualsiasi condotta illecita. Quindi anche la rottura di un compressore come avvenne nel cantiere di Chiomonte quando vennero lanciate alcune molotov.

Insomma i pm non hanno ancora digerito la sconfessione del teorema Caselli da parte della Cassazione e si aggrappano persino ai fantasmi del passato nel tentativo di spuntarla. Ci sarebbe da ridere se non ci fosse da piangere, davanti a una determinazione e a una pervicacia degna di cause migliori. Per esempio andare a verificare gli appalti dell’alta velocità che appaiono come gli unici onesti e trasparenti in un paese dove si indaga per corruzione ovunque. Evidentemente con l’alta velocità sono in gioco i destini della patria. Insieme a quello delle banche finanziatrici dell’opera e che direttamente o meno hanno il controllo dei mezzi di informazione. Anche per questa ragione i magistrati dell’accusa si sono “scapricciati” sul terrorismo.

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18/03/2015

Caselli, Mafia: se non ne parli la ignori. E allora non parliamone...

Riceviamo questo contributo da un imputato del maxi-processo Notav, ci sembra importante sottolineare questi passaggi dopo le strumentalizzazioni e i finti allarmismi portati avanti da Pd, istituzioni e realtà filo-istituzionali, in seguito alla contestazione a Caselli al Polo di Novoli (il quale, ricordiamolo, non si è nemmeno presentato). Ma del resto, si sa, “i fatti hanno la testa dura”...

*****

Mafia: se non ne parli la ignori. E allora non parliamone…

Dove si scopre come il Pool anti-Movimento No Tav della Procura, istituito da Caselli, non permette di parlare di Mafia nelle aule di Tribunale

Si fa presto a dire: lotta alla mafia.

Soprattutto poi se la Mafia è rappresentata come piace tanto ai media, cioè ai tirapiedi del Potere, che per questo usano alcuni loro valletti, come Saviano o don Ciotti (e la sua Libera): il picciotto con coppola in testa e doppietta a tracolla a spasso (magari su un somaro) per le campagne siciliane. La Mafia ha da tempo appeso al chiodo coppola e doppietta, ed ha indossato il colletto bianco e il doppiopetto.

Si fa presto a dire: lotta alla Mafia.

Ma intanto mai si parla delle ingenti somme di denaro che alle mafie provengono dal traffico e commercio dell’eroina. Altrimenti si dovrebbe parlare di come queste montagne di soldi vengono “ripuliti” dalle banche, a cominciare da quella vaticana (lo Ior). Di come, con queste montagne di soldi le Mafie finanziano migliaia di piccoli-medi imprenditori di tutti i settori industriali; di come, sempre grazie a queste immense cifre riescano a infiltrarsi in tutti i gangli del Potere.

Si fa presto a dire: lotta alla Mafia.

Salvo poi proteggere tutti (sempre pochi) i politici che cadono nelle maglie seppur larghissime della Magistratura, che non combatte le Mafie ma deve comunque far credere al popolo di farlo.
Salvo poi il non doverne parlare nelle aule di Tribunale dove si processano i Movimenti di Lotta. Come è accaduto in due anni di Processo contro i 53 accusati per le giornate di Resistenza del 27 giugno e 3 luglio 2011. Siamo in quel di Torino e il Processo riguarda il Movimento No Tav.

Facciamo un passo indietro e andiamo un attimo a quelle giornate. Il 27 giugno circa 2.000 f.d.o. attaccano con una violenza inaudita e senza “nessun limite d’ingaggio”, nonché con l’utilizzo di più di 1.000 lacrimogeni al CS (gas proibiti nei teatri di guerra dalle convenzioni internazionali); ma sopratutto con mezzi meccanici messi a disposizione da una ditta (Italcoge) in odore di Mafia, quali una ruspa per abbattere le barricate erette dai dimostranti. Come della stessa ditta è pure la benna che nello stesso giorno lavora in autostrada per abbattere il guard rail e permettere alle f.d.o di occupare la Libera Repubblica della Maddalena. Lavorando oltretutto a pochi centimetri dalle facce dei dimostranti posti sulla barricata Stalingrado.

Anche il 3 luglio non manca il supporto di mezzi meccanici della stessa ditta. Ancora una ruspa, che nel tentativo di allontanare i dimostranti, percorrerà con i suoi cingolati la zona archeologica della Maddalena, distruggendo tombe neolitiche. Ma Il signor Lazzaro (padron Italcoge) andrà molto oltre e metterà a disposizione della Procura (sic!) molte fotografie della stessa giornata che la stessa Procura utilizzerà come prove in Tribunale.

Ritorniamo al Processo per affermare che agli avvocati della difesa che ripetutamente chiedono di acquisire materiale riguardante le infiltrazioni mafiose in Val di Susa (Caselli fa lo gnorri, ma noi ricordiamo assai bene che il Comune di Bardonecchia, in alta Val di Susa, detiene il triste primato di primo comune del nord sciolto per infiltrazioni mafiose, nel 1995), come pure nel cantiere di Chiomonte, la Procura diretta da Caselli Giancarlo oppone sempre il proprio diniego. E non si tratta di documentazione “eversiva”, ma più semplicemente di articoli di giornali. Riguardanti ad esempio l’arresto di Lazzaro del 13 novembre 2014 (http://www.notav.info/post/lazzaro-povero-imprenditore-tav-arrestato-per-turbativa-dasta/), oppure delle indagini sull’operazione San Michele del 1 luglio 2014 (http://www.corriere.it/cronache/14_luglio_01/ndrangheta-piemonte-infiltrazioni-appalti-venti-arresti-1d1f65fa-00e1-11e4-b768-bebbb8a7659d.shtml).

Ma peggio ancora quando i procuratori (ricordiamoci che il Caselli aveva istituito un Pool specifico per combattere il Movimento No Tav, diversi sostituti impegnati solo su questo, per loro, fronte), respingono la richiesta di acquisire materiale prodotto dalla stessa Procura torinese.

Il ridicolo poi, lo si rasenta quando i procuratori si oppongono alla richiesta di acquisizione di materiale riguardante sempre la Mafia (in questo caso l’operazione Minotauro, dove sono sempre coinvolte le ditte di Lazzaro e di Martina) da parte non degli avvocati della difesa, ma bensì dell’avvocatura di stato (https://www.facebook.com/photo.php?fbid=10202992975322731&set=a.10201721139047619.1073741829.1154771467&type=3&theater)

Chiudo riportando una articolo di NoTav.info sulle ditte che hanno lavorato e tuttora lavorano al cantiere di Chiomonte: http://www.notav.info/post/nel-cantiere-di-virano-parte-terza/ .

Dunque: Caselli afferma di voler colpire chi ha compiuto reati, quali tirare sassi, Resistere, opporsi alla Grande Opera. Ma intanto sta (meglio dire: stava. Perché adesso è in pensione) unicamente proteggendo una Opera che rappresenta un bancomat di Mafie e partiti, ad iniziare dal Pd, maggiore sponsor del Tav in Val di Susa, nonché padrino della CMC che di questa opera, come di tante altre (e tutte infiltrate dalla Mafie), ha vinto la gara d’appalto.

Che nel cantiere di Chiomonte lavorino ditte senza certificato antimafia è sempre stato da tutti risaputo, eccetto ovviamente che dalla Procura di Caselli, che con la complicità dei giornali ha cercato di tenere nascosto questo stato di illegalità. Ci ha pensato però il Movimento a scoprire le carte sporche di LTF e CMC, come nel caso della Pato srl di Rovigo (http://www.alinews.it/2013/05/20/i-no-tav-scoprono-una-ditta-con-certificato-antimafia-non-in-regola/).

A questa illegalità ha provveduto il Governo a risolvere la faccenda. Ha liberato il cantiere da questa esigenza di legge, semplicemente permettendo di utilizzare le leggi francesi per concedere gli appalti. Legge che non prevede alcun certificato antimafia, non esistendo in quel paese un problema mafia.


Proprio delle belle personcine i baluardi della legalità adorati dai manettari di ogni risma.

26/12/2014

Accanimenti ad alta velocità

Nelle foto: Il Tirreno alfiere della disinformazione e delle calunnie contro un movimento popolare, radicato e informato come i NO TAV. Addirittura nella seconda foto Il Tirreno presenta un bel montaggio con uno sportellino di plastica con il tag TAU (che non è altro che la firma di un writer) e una freccia per dimostrare che c'è stata una rivendicazione dei NO TAV. La miseria de Il Tirreno continua... Di seguito l'articolo di Infoaut sulla manipolazione dell'evento.   

Redazione, 25 dicembre 2014

tratto da www.infoaut.org

Il 17 dicembre la Corte d’Assise di Torino ha assolto Chiara, Claudio, Mattia e Niccolò dall’accusa di terrorismo, ribadendo di fatto l’inconsistenza, già evidenziata dalla Cassazione nel mese di giugno, del teorema costruito dalla Procura.

Da lì, è stato tutto un susseguirsi di dichiarazioni d’indignazione e frustrazione verso la sentenza del Tribunale da parte di chi, in questi anni, si è affannato senza successo nel tentativo di attaccare il movimento No Tav per difendere i propri interessi.

E’ il caso, tra gli altri, dell’ex Procuratore Giancarlo Caselli, che affiancato dai solerti Padalino e Rinaudo si è fatto per primo portatore della crociata giudiziaria contro i No Tav. Caselli ha inizialmente preferito mandare avanti uno dei suoi avvocati, Vittorio Barosio, che dalle colonne de La Repubblica ha pontificato caparbiamente sulla condotta a suo dire terroristica dei quattro imputati. Ma l’ex Procuratore non ha poi disdegnato di tornare a rilasciare interviste qua e là in prima persona, per cercare di ridare qualche credibilità ai suoi teoremi, usciti sonoramente sconfitti dalle aule di Tribunale.

Il primo premio dell’accanimento va però senza dubbio al ministro dei Trasporti Maurizio Lupi, da sempre fiero portatore del vessillo Sì Tav, che in questi ultimi giorni deve aver sentito traballare un po’ la propria poltrona e si è lanciato in un crescendo di livore e figuracce contro il nemico pubblico No Tav.

A poche ore dalla sentenza di primo grado nei confronti di Chiara, Claudio, Mattia e Niccolò, infatti, il ministro cinguettava indignato dal proprio profilo Twitter, non riuscendo a capacitarsi di come una lotta popolare e ventennale in difesa del territorio e del futuro di tutti non potesse essere forzatamente inserita in terminologie che non le appartengono. È curioso che gli stessi personaggi che con fare da inquisitori chiedono pene esemplari contro chi esce dal tracciato del “consentito dalla legge” si scaglino poi con tanta energia contro una sentenza emessa da quegli stessi Tribunali che sarebbero chiamati a tutelare la tanto retorica quanto (da loro) invocata “legalità”.

Pochi giorni dopo Lupi è poi sbarcato al cantiere di Chiomonte, il set perfetto per proseguire lo show: da qui il ministro si è lagnato delle spese di sicurezza che sono state necessarie per fare di quel cantiere un fortino militare, affermando con un’ipocrisia senza precedenti che quei soldi si sarebbero potuti utilizzare per aiutare chi non arriva a fine mese (sic!). Probabilmente Lupi guardava altrove tutte le volte in cui il movimento No Tav ha messo sotto gli occhi del paese intero l’enorme sperpero di denaro che la Torino-Lione comporterebbe, ricordando quante cose più utili si potrebbero fare con quei miliardi...

Ma la ciliegina sulla torta arriva il giorno successivo con l’incendio alla stazione di Bologna, quando il ministro si toglie la toga da magistrato per vestire i panni del detective e, spalleggiato da tutti i principali quotidiani nazionali in una corsa vertiginosa alla perdita di ogni parvenza di dignità, chiude il caso in pochi minuti: le prove (una tag hip hop...) non lasciano spazi a dubbi, è colpa dei No Tav!

Verrebbe quasi da ridere se non fosse che dietro a queste sparate c'è la dignità di lotte e persone reali e che la libertà di chi è stato criminalizzato per le proprie scelte è una cosa seria, che va oltre le disquisizioni giuridiche degli amici di Caselli sulle pagine di qualche quotidiano embedded. Dal canto suo, il movimento No Tav può contare sul coro di voci sempre più grande che in questi mesi ha respinto l’etichetta del terrorismo, rivendicando in maniera altrettanto compatta la pratica del sabotaggio contro un’opera inutile e devastante. Ma si sa che non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire e Lupi & co. di cattiva fede han dimostrato di averne in abbondanza...

25 dicembre 2014

22/10/2014

Chi vuole mettere il bavaglio a Contropiano?

Vedersi arrivare nello stesso giorno le ordinanze di apertura d'indagine da due procure, - Torino e Napoli - può far parte dei rischi del mestiere. In entrambi i casi, la redazione di Contropiano è stata denunciata per diffamazione a mezzo stampa. Ma nel caso di Torino, il querelante è decisamente d'eccellenza, trattandosi del dott. Caselli, ex procuratore capo ritiratosi a gennaio. Il dott. Caselli si è sentito diffamato da un articolo pubblicato dal nostro giornale proprio in quella occasione, articolo nel quale segnalavamo l'accanimento contro gli attivisti del Movimento No Tav e le infiltrazioni mafiose negli appalti dei lavori per l'Alta Velocità, anche in Val di Susa.

E' ancora misterioso il provvedimento emesso invece dalla Procura di Napoli. Si sa che il motivo è lo stesso (art.585 cp), quindi diffamazione a mezzo stampa, ma a tutt'oggi non ci è stato comunicato di quale articolo si tratti.

In questi giorni, casualmente ma non in contrasto con la fase storica in cui ci tocca vivere ed agire, in Parlamento si sta discutendo proprio della messa a punto delle misure sulla diffamazione a mezzo stampa. Si parla di abolizione della detenzione per i direttori e i giornalisti responsabili degli articoli, di misure più “stringenti” sulle rettifiche, ma nulla si dice sulle querele temerarie, cioè su quelle azioni che costringono il giornalista querelato ad eliminare l'articolo sotto accusa, ancora prima che un tribunale si sia pronunciato e sotto la minaccia di risarcimenti milionari.

Continua, ad esempio, ad essere ignorato il rapporto delle Nazioni Unite sulla libertà d'espressione che raccomandava fosse riservata al querelante sconfitto in sede giudiziaria, una sanzione pari al risarcimento richiesto al giornalista querelato, oltre, s'intende, al pagamento delle spese legali. L'assenza di questo “deterrente” fa si che i giornalisti, soprattutto di piccole testate incapaci di pagare eventuali risarcimenti milionari, debbano continuare a scrivere costantemente sotto la minaccia della querela temeraria, spesso usata come clava sia per imporre il bavaglio che - e questo sotto certi aspetti è ancora peggiore - l'autocensura.

Contropiano, come dimostrano i dati sulle visite e le letture, in questi anni ha saputo diventare un quotidiano online dandosi come ragione sociale proprio quella di informare, controinformare e incentivare il pensiero critico. Colpisce, in tal senso, che personalità che dispongono di enorme visibilità su tutti i mass media si sentano preoccupati o diffamati nella loro immagine da un piccolo giornale online. Delle due l'una: o ci sottovalutiamo noi o sono così incerti sulla propria autorevolezza che devono preoccuparsi anche delle voci difformi più piccole.

Se dovremo andare in tribunale, andremo in tribunale e affronteremo tutti i processi. Lo faremo non solo per la libertà di stampa; ma per riaffermare le libertà politiche e di espressione in uno dei periodi più bui della storia recente del nostro paese. Quando il potere ti chiede il silenzio, stare zitti è complicità.

Invitiamo i nostri lettori, i compagni, i giornalisti indipendenti e i democratici a sostenerci in questa battaglia o meglio, a sentirla anche come la loro battaglia.

Fonte

24/03/2014

"I misteri sul caso Moro? Una miniera per truffatori..."


Per la milionesima volta la misteriologia sul sequestro e la morte di Aldo Moro è ricomparsa sui giornali. E soltanto lì voleva tornare. Possiamo dirlo con certezza, perché il nuovo fornitore di “scoop” si è rivolto all'agenzia di stampa Ansa, mica alla magistratura... Come sarebbe stato logico per un normalissimo cittadino. Figuriamoci per un ex ispettore della Digos torinese, tale Enrico Rossi, ora in pensione (“nonostante la giovane età”, chiosa il sempre prudente Giovanni Bianconi, sul Corriere della Sera, uno dei giornalisti italiani con più esperienza in materia di processi per lotta armata).

La vicenda recente è semplice: quattro anni fa un misterioso individuo che affermava di esser stato a bordo della famosa “moto Honda di via Fani” scrive una lettera anonima a La Stampa, in cui afferma di esser stato lì come “agente dei servizi segreti”, agli ordini del “colonnello Guglielmi” del Sismi, con l'incarico di “proteggere le Brigate Rosse” impegnate contro la scorta del presidente della Democrazia Cristiana.

Notizia bomba, se avesse qualche riscontro plausibile. Ma i problemi iniziano già con il testo della lettera anonima originaria:
«Quando riceverete questa lettera, saranno trascorsi almeno sei mesi dalla mia morte come da mie disposizioni. Ho passato la vita nel rimorso di quanto ho fatto e di quanto non ho fatto e cioè raccontare la verità su certi fatti. Ora è tardi, il cancro mi sta divorando e non voglio che mio figlio sappia. La mattina del 16 marzo ero su di una moto e operavo alle dipendenze del colonnello Guglielmi, con me alla guida della moto un altro uomo proveniente come me da Torino; il nostro compito era quello di proteggere le Br nella loro azione da disturbi di qualsiasi genere. Io non credo che voi giornalisti non sappiate come veramente andarono le cose ma nel caso fosse così, provate a parlare con chi guidava la moto, è possibile che voglia farlo, da allora non ci siamo più parlati, anche se ho avuto modo di incontrarlo ultimamente... Tanto io posso dire, sta a voi decidere se saperne di più».
E continuano con l'operato di Enrico Rossi, incaricato di trovare i riscontri e informare la Procura di Torino (dove in quel momento regnava Giancarlo Caselli, non certo uno che si tira indietro davanti a “notizie di reato” di questo genere). Quel che trova viene consegnato, vagliato e girato per competenza alla Procura di Roma. Che archivia per mancanza di riscontri.

Finita la storia. L'investigatore pensionato, una volta pensionato, ci ripensa e va a cercare l'Ansa, oppure ha cercato dopo aver risentito qualche giornalista de La Stampa (ieri sera, nell'edizione online, ne scriveva Massimo Numa, sì proprio quel simpatico e imparziale cronista che si occupa in genere dei No Tav e sosteneva di esser stato “tenuto sotto controllo” per quasi un anno, insieme al senatore Esposito del Pd, da misteriosi e numerosissimi “anarchici” ovviamente collegati con la Val Susa). E giù paginate di quotidiani a sollevare la polvere dei secoli, i fantasmi del mar dei Sargassi e il voyerismo misteriosofico.

Come i nostri lettori sanno, abbiamo in materia le nostre idee, ma non molta conoscenza diretta dei fatti. Quindi abbiamo sentito Francesco Piccioni, all'epoca militante delle Br a Roma.

Hai visto le ultime novità “storiche”?
Siamo nell'era dei truffatori da due soldi, ormai. Quella che era una storia a suo modo grande, su cui ci si scontrava tra dietrologi sedicenti “di sinistra” e protagonisti di quella stagione rivoluzionaria, è ormai ridotta a magazzino di reperti in cui ogni coglione che pensa di guadagnarci qualcosa entra, dà un'occhiata in giro, e spara la sua scemenza.

Su che basi dici questo?

È nelle cose che stanno sui giornali oggi, il problema è che sono pochissimi ormai quelli che sanno leggere... Andiamo con ordine. C'è una lettera scritta cinque anni fa da un “ex agente dei servizi” che si ritrova in punto di morte e si vuole, dice, “scaricare la coscienza”. E cosa fa? Scrive che lui stava su quella moto, che stava agli ordini di Guglielmi, ma “di più non posso dire”? Per il resto “cercate voi”? Ma come!? La lettera – l'hai disposto tu stesso – verrà inviata solo sei mesi dopo la tua sepoltura e ti tieni il segreto vero e proprio? Una boiata pazzesca, e questo senza neanche affrontare la dinamica dell'azione di via Fani, che evidentemente non conosceva e non si era nemmeno studiato bene...

Ma una moto è stata vista...

Sì, certo. È passata una moto... hai capito quant'è strano, a Roma... Ma di sicuro non avevamo “bisogno di protezione” contro dei passanti. Basta leggere gli atti dei processi, o anche i giornali d'allora, o la memorialistica di ex combattenti - "pentiti" e non -  per verificare che qualsiasi gruppo guerrigliero era abituato a garantirsi da solo una “copertura” da eventuali imprevisti. L'elemento decisivo non è il passaggio di una moto, ma il tentativo di farlo diventare “il dettaglio che cambia la Storia”; una bufala, insomma.

E infatti i giudici archiviano la “rivelazione”... Ma perché è così facile strappare decine di pagine di giornali sparando “scemenze” su via Fani?

Perché non c'è uno “Stato” vero e proprio, alla francese, a controllare la memoria storica. Questa è res nullius, ogni parte politica può raccontarsela come vuole. Abbiamo visto gente Giorgio Pisanò o Giampaolo Pansa “riscrivere la Resistenza”, senza che nessun potere statuale avesse niente da eccepire; e dire che siamo “una Repubblica nata dalla Resistenza”... È esistita anche una “dietrologia di destra”, con l'on. Fragalà e pochi altri. Diceva le stesse scemenze degli ex Pci, sugli stessi episodi; si limitava a mettere un agente del Kgb al posto di uno della Cia o del Sisde. Poca fantasia... si vede che gli sceneggiatori migliori sono collocati “a sinistra”. Stiamo parlando dell'evento più importante di oltre un decennio di guerriglia urbana, l'unico che abbia coinvolto uno dei pochissimi leader-chiave della politica italiana. Tutto il resto è stato dimanticato, Moro viene riesumato ogni volta che serve. O che qualcuno vuole guadagnarci quealcosa.

C'è qualche analogia con l'infortunio occorso a Ferdinando Imposimato?

Si tratta più o meno della stessa cosa. Anche qui c'è un ex poliziotto – lì era una guardia di finanza – che ha “sfiorato” un fatto centrale della Storia e cerca visibilità, interviste, soldi o chissà che altro. Possono provarci perché, ripeto, non c'è una “memoria certificata”, in qualche misura definitiva. E quindi giocano sui “desideri” di questa o quella cordata politica, riciclando vecchi “misteri” e proponendosi come “variante sul tema”. Penso che ce ne saranno ancora altri, perché trovano terreno fertilissimo nell'analfabetismo politico di ritorno, anche in personaggi che pure dovrebbero avere una “struttura” intellettuale e critica abbastanza solida.

Pensi sempre a gente che viene dal Pci?

Più o meno sì, perché chi è passato per i gruppi extraparlamentari o l'autonomia dovrebbe essere un po' più corazzato. Qualche settimana fa, per esempio, ero stato invitato a presentare un romanzo che ricostruiva la militanza di un comunista bolognese dalla Resistenza agli anni '80. Una “storia romanzata”, diciamo, ben scritta e ottimamente documentata; ma che quando arriva al sequestro di Aldo Moro accetta supinamente la “misteriosofia”. Faccio il mio intervento, parlo bene di quel che mi è piaciuto, ma obietto che intorno alla vicenda delle Brigate Rosse e quell'episodio particolare proprio non ci siamo. Del resto, tutta questa dietrologia si regge ormai soltanto sull'allungare “ombre di ambiguità” su Mario Moretti; che, spiego, è anche l'unico brigatista di via Fani ancora in galera. Il che, tra persone intelligenti, taglia la testa al toro: ma come, dici che ha “fatto un favore” al potere uno che sta ancora in galera dopo 33 anni? Si alza Mauro Zani, vecchio e solido dirigente del Pci bolognese, ex eurodeputato, ecc, a dire “Non è vero! È in semilibertà...”. Non so se è chiaro cosa significa: stai in galera, la mattina esci e vai a lavorare, sei controllabile e controllato sul lavoro, così come a casa dove passi a mangiare prima di rientrare di nuovo in carcere la sera; se vuoi avere qualche giorno di “licenza” devi chiedere permesso al giudice; se la vuoi passare in un luogo diverso dalla tua abitazione (chessò, al mare, se hai una famiglia), la polizia viene mandata a verificare l'abitazione; se sei ospitato da qualcuno parte un'indagine sull'ospitante... Nel caso di Mario si è arrivati a questo assurdo: aveva chiesto di venire a Roma per la presentazione di un libro, e Erri De Luca si era offerto di ospitarlo. Diavolo! un ospite conosciuto, famoso, uno scrittore tradotto in parecchie lingue... Beh, la polizia risponde che “a loro risulta che De Luca Erri sia in realtà un muratore con precedenti per manifestazioni non autorizzate, ecc”. E il giudice – che evidentemente non conosce neanche lui Erri – rifiuta il permesso di venire a Roma.

Questa è la vita quotidiana di uno che viene “premiato” per aver “lavorato per il potere”? E ai nemici che gli fanno, allora? Vorrei timidamente ricordare che un “agente” vero, la galera, non la vede proprio; nemmeno quando viene scoperto. Persino un agente condannato, ad un certo punto, per la strage di piazza Fontana – Guido Giannettini – non ha fatto più di sei mesi in tutto, prima di essere scarcerato con tutti gli onori e messo al sicuro in un posto di suo gradimento.

Mario sta invece dentro da 33 anni, di cui gli ultimi in “semilibertà”. E un politico con l'esperienza di Zani – uno che ha fatto in tempo a vedere la polizia sparare sui manifestanti e i suoi compagni di partito finire arrestati – non sa più distinguere la realtà di un prigioniero (sia pur “semi”, dopo tantissimi anni di “totalmente”) dalla narrativa dietrologica? Se è così – ed è così, purtroppo – qualsiasi truffatore che sia passato vicino a questa storia può “tentare” la sua mossa. Troverà sempre qualcuno disposto a giocarlo mediaticamente. E' business storiografico. Rende sempre, e torna utile per spezzettare la Storia in romanzetti sporchi. Certo, ci vuole un "pubblico" di bocca buona... Ma sembra che se lo siano creato a immagine e somiglianza, grazie anche agli ex Pci.

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07/01/2014

Quel che è Stato è Stato - Ciò che i media non dicono su Giancarlo Caselli

(Introduzione a una Piccola controbiografia di Giancarlo Caselli)

Perché incensare Caselli? Beh, si dirà, anzitutto per il suo coraggio nella lotta alla mafia; ma se chiediamo ai suoi ammiratori di raccontarci l’esatta storia di Caselli in Sicilia, non saranno in grado di rispondere, o quantomeno si mostreranno sorpresi nello scoprire i rapporti del magistrato con i vertici dei Ros mentre questi trattavano con Provenzano, l’ordine di non perquisire la villa di Riina, l’istruttiva vicenda del depistaggio su via d’Amelio durante il quale Caselli difese pubblicamente, e a più riprese, l’uomo che torturò per mesi un innocente ragazzo palermitano (Vincenzo Scarantino) per fargli confessare ciò che non aveva fatto e accusare altre sei persone innocenti, al fine di tutelare i veri esecutori, che a quanto pare agirono anche per conto dello Stato. Quel torturatore, Arnaldo La Barbera, amico di Caselli, ce lo ritroveremo davanti alla scuola Diaz, a Genova, il 21 luglio 2001, a dare il via insieme a Mortola e a Canterini al bel pestaggio di massa e alle sevizie, successive, alla caserma di Bolzaneto. Ma per Caselli, come disse a Palermo mentre la gente scendeva in strada nei quartieri, contro quelle (meno conosciute) torture, La Barbera era “un uomo la cui eccellente professionalità non può essere messa in discussione”. E ci mancherebbe.

Non mettiamo in evidenza queste cose per “gettare fango” sul nostro avversario di questi anni: il fango, se c’è, prima o poi si vede e noi, se proprio dobbiamo – Caselli lo sa: e questo è il nostro saluto – preferiamo gettare altre cose. Né siamo interessati a leggere la storia siciliana degli anni di Caselli nel segno di una retorica dello stupore riguardo ai “rapporti”, ai “misteri”, alle “trattative”, del tutto normali in un paese a economia capitalista – dove chi possiede capitali, legali o illegali, fa affari con tutti gli altri. Lo stato è garante di questo scambio, nonostante gli incidenti di percorso, dove può capitare che un imprenditore di origini troppo “popolari” faccia saltare in aria dei giudici o uccida i politici suoi servitori quando non rispettano più i patti; e il cinico, si badi, non è chi di questa verità lampante prende atto, contrapponendosi tanto a quel capitale quanto alle sue istituzioni, senza farsi distrarre dal velo di Maya delle decorazioni giuridiche, ma chi finge di ignorarla, sperando magari che prosperi ancora mille anni. (E noi non siamo, inoltre, neanche lontanamente vicini alla lettura legalitaria della situazione siciliana, e più in generale meridionale o italiana: la contrapposizione, per noi, non sarà mai tra cittadini e delinquenti, ma tra chi è sfruttato e chi non lo è; ad ogni latitudine e in qualsiasi impresa, più o meno “di stato”, più o meno “privata”, più o meno “mafiosa”).

Torture, depistaggi, insabbiamenti, sparizione di prove e uomini d’affari e di governo che stringono accordi per il futuro. Caselli, intervistato da Fabio Fazio a Che tempo che fa nel febbraio del 2012, dopo aver concluso la sua abituale filippica contro i No Tav, di fronte alla domanda sulla “trattativa”, cambia discorso con una nonchalance che lascia di sasso persino il non proprio vivace intervistatore (guardare su youtube per credere). Nel suo ultimo libro, scritto con Ingroia, afferma di non aver mai saputo, né compreso, mentre era a Palermo, che tanto chi stava sotto di lui (i vertici di polizia e carabinieri) tanto chi stava sopra (il ministro dell’Interno, il ministro della Giustizia, il presidente della repubblica) aveva messo in piedi questa “disgustosa trattativa”. Vogliamo essere magnanimi, gli diamo il beneficio del dubbio: è stato un idiotés, uno che si è isolato per sottrarsi al difficile sforzo di pensare il politico – secondo l’etimo greco; una tigre di carta utile per la TV, in una “battaglia” che, pur con morti ed ergastoli, nella vera sostanza non è mai esistita.

L’errore di Caselli, insomma, è stata l’ingenuità: credere che quegli uomini, che l’avevano servito con tale abnegazione quando si trattava di arrestare o uccidere i sovversivi degli anni Settanta (come il generale dei carabinieri Mario Mori, protagonista dei famosi colloqui con Vito Ciancimino nei rari momenti in cui, tra fine 1992 e inizio 1993, non era a pranzo o a cena con Caselli), avrebbero messo lo stesso impegno nel debellare ciò che ancora il procuratore pensava essere una folkloristica società occulta siciliana. Oppure l’errore fu credere che l’autorità giudiziaria, che lui credeva il faro dell’Italia perché aveva distribuito un po’ di galera contro chi aveva contestato tutto quel sistema corrotto pochi anni prima, avrebbe spedito in carcere colui contro il quale i contestatori avevano gridato e tentato di sovvertire, ossia il Divo Andreotti.

No, procuratore: come ha visto durante l’arco della sua carriera, non funziona così. Oggi ancora pochissimi hanno un’immagine corretta di ciò che la parabola professionale di questo magistrato ha significato – assieme a quelle di molti suoi colleghi – per l’Italia. L’azione della magistratura italiana negli anni Settanta è ancora un tabù. Affermare che le informazioni ottenute al fine di sgominare, ad esempio, le organizzazioni armate di sinistra, furono ottenute grazie all’uso non estemporaneo o casuale, ma sistematico e scientifico della tortura – dal water boarding allo stupro delle accusate con bottiglie di vetro – è oggi ancora dire qualcosa di sconvolgente, nonostante da pochi mesi anche una sentenza della cassazione lo abbia confermato (senza che per noi la parola di un giudice valga più di quelle, gridate nel silenzio assordante da quarant’anni, dei reduci; anzi!). Certo, si dirà, chi dichiara guerra allo stato riceve guerra in cambio; ma se da un lato sono possibili criteri di comportamento anche in guerra (e va detto che chi attaccò lo stato uccise, e anche molto, ma non torturò), va sottolineato che Caselli non ha mai smesso di propinare la favola secondo cui il “terrorismo” sarebbe stato sconfitto “nelle aule dei tribunali”, ossia nell’alveo della costituzione. Balle.

Come una balla è che la magistratura e la sua polizia giudiziaria, in quegli anni, abbiano operato soltanto contro la lotta armata, quando in realtà attaccarono soprattutto l’iceberg dei movimenti sociali e delle loro avanguardie, anche disarmate, per far affondare in ultima battuta la punta dei gruppi militarizzati (e anche loro, i servitori dello stato, uccisero, e molto, per raggiungere questi obiettivi – ma non lo dicono). La chiusura delle Radio Libere, gli arresti di massa, l’uso arbitrario (per anni, e non per mesi, come avviene oggi) della detenzione preventiva in carcere, senza processo; gli omicidi di manifestanti, i pestaggi sistematici, i ricatti allucinanti di cui nessuno sa, e che soltanto i ricattati raccontano, e ancora adesso hanno paura, se sono ancora vivi. Soprattutto il grande piano, la grande alleanza che purtroppo funzionò, tra magistratura “democratica”, da un lato (Caselli, Laudi, Violante) e alti ambienti militari, non “democratici” che avevano stabilivano in segreto il piano Solo, il piano Borghese, piazza Fontana, e ora stabilivano piazza della Loggia e la stazione di Bologna, Gladio, la P2 e la Rosa dei Venti. Lo stato “deviato”: balle. Quegli apparati non sono mai stati “deviati”: erano, semplicemente, gli apparati dello stato, del nostro stato, la repubblica italiana.

Nel suo ultimo libro, Marco Travaglio evidenzia che in un discorso di qualche anno fa Giorgio Napolitano criticò “certa storiografia che ha sdoganato o teorizzato la teoria del doppio stato”. Travaglio fa notare che, dalle bombe degli anni Settanta a quelle del 1993, il doppio stato è una di quelle evidenze che è un dovere civico ammettere e smascherare, proprio contro chi, come Napolitano, pretende ancora di celarle dietro l’immagine eterea di uno stato “unico”, democratico e innocente. Secondo noi il discorso va capovolto. Gli stati possono essere due, anche tre o quattro (e in effetti, studiando la storia, ci si accorge che lo stato è nei fatti, in modi diversi nei tempi e nei luoghi, uno spazio attraversato anche da forze contraddittorie), ma in fin dei conti lo stato è sempre uno, è lo stato: ed è colpevole per conto di tutti gli stati bis, tris, quater che porta in seno, se è vero che in ultima analisi i morti delle stragi, da Milano a Lampedusa, o i torturati dai collaboratori di Caselli (non da lui in persona, per carità: lui è una persona pulita) preferirebbero, almeno su questo, non essere presi per il culo – né con la storia dello stato innocente, né con la storia del “doppio”, “triplo” o “quadruplo” stato.

Proprio così, cari studenti di giurisprudenza che volete fare i magistrati: chi sceglie di operare per conto delle istituzioni porta su di sé, direttamente, tutte le loro colpe e le loro responsabilità di fronte alla storia; si prende, se i giuramenti hanno un senso, tutto il pacchetto. Non vediamo oggi forse quanto sia diffusa l’incredibile abitudine di presentarsi in TV dopo aver commesso qualche misfatto (appoggiato riforme del mercato del lavoro, promulgato leggi elettorali, avvelenato popolazioni, istituito lager per migranti) e parlare come se niente fosse, con impressionante disinvoltura, di fronte a giornalisti compiacenti, lavandosi delle proprie responsabilità precise e oggettive davanti all’opinione pubblica, con un semplice, strabiliante, ripetere che “è proprio un dramma”, che “da adesso non possiamo più fallire” e che “bisogna proprio fare qualcosa”?

È questo sdoganamento politico e culturale del rifiutarsi di prendere e dare le responsabilità, per il presente e per la storia, che permette che Caselli sia un esempio e il suo amico La Barbera, quando è morto, sia stato compianto dai giornali; e a furia di disperdere il senso delle cause, dei nomi e delle istituzioni sugli anni Duemila, sugli anni Novanta o sugli anni Settanta, perderemo tutto, se è vero che è divenuto normale anche tornare ad attribuire la responsabilità delle colpe fasciste “all’Italia”, “agli italiani”, o magari a qualche generica “malattia morale” di crociana memoria.

Quindi no, non fa eccezione Caselli, e ci mancherebbe: per i suoi arresti, le sue cacce alle streghe, le sue menzogne di oggi e di ieri, la sua disonestà intellettuale, le sofferenze che ha spalmato su chi si è ribellato in una vallata del nord o sulle popolazioni di quartieri palermitani vittima delle manovre dei piani alti dello stato. Sofferenze e manovre di cui lui era complice in quanto uomo di stato, difensore di questo apparato decrepito e immondo, convinto ideologo dell’imposizione a qualsiasi costo, prima di qualunque altra cosa, di queste regole farlocche, che non soltanto costituiscono ancora e sempre il solito, stantio e spietato, diritto di classe, ma sono regolarmente infrante proprio da chi, come lui, ha sempre piegato le garanzie giuridiche alle esigenze dell’accusa, e da chi, attorno a lui, le ha infrante a qualsiasi prezzo per difendere lo scranno e la bandiera dietro alle quali lui ha potuto proludere alle sue requisitorie. E già si ode arrivare il mesto ronzio: ma se criticate anche Caselli, anche un uomo come lui, buono e pulito, dovete essere delle cattive persone; dovete avere soltanto odio dentro. Invece no; chi ci arresta e ci indaga in nome della legge sarà sempre anche sotto indagine da parte nostra, con l’unico potere che ha chi non ha potere: il sapere.

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23/12/2013

L’ultimo 'regalo' di Caselli: una norma anti Al Qaeda per i No Tav

Notav = Nemico pubblico. Questo è quello che muove le menti dell’architettura giudiziaria che da oltre un anno ci vede impegnati quasi quotidianamente nelle aule dei tribunali torinesi. Da tempo affermiamo come sia la magistratura, seguita a ruota dall’informazione, la testa d’ariete usata per tentare di battere il movimento notav, visti i fallimenti della politica che sul piano del confronto ha perso da tempo.

La costruzione del nemico pubblico notav, dell’emergenza notav, prosegue con metodo da parte della magistratura capeggiata fino ad ora da Giancarlo Caselli e l’escalation di reati contestati al movimento conferma l’ossessione nei nostri confronti, sopratutto da chi, lasciando per pensionamento, ci dona l’ultima trovata: una norma che era stata preparata per combattere Al Qaeda fra quelle contestate ai No Tav arrestati per terrorismo lo scorso 9 dicembre.

Il capo d’accusa cita infatti un passo del codice penale introdotto nel 2005 da un decreto del governo all’indomani degli attentati di Londra e Sharm el Sheikh “per adeguare – come spiegò alla Camera dei deputati il ministro dell’interno Beppe Pisanu – il sistema giuridico alle caratteristiche insidiose e sfuggenti del terrorismo islamista”. Citando da la Repubblica “rispondono di “atto di terrorismo con ordigni micidiali o esplosivi”.

L’episodio contestato è un attacco al cantiere di Chiomonte che però, secondo gli inquirenti, va inquadrato in un contesto più ampio: l’obiettivo, infatti, sono le “finalità di cui all’articolo 270 sexies del codice penale” (quello introdotto dal decreto), vale a dire “arrecare un grave danno al Paese” e “costringere i poteri pubblici ad astenersi dal compiere un qualsiasi atto”. In questo caso, a non proseguire i lavori per la ferrovia ad alta velocità Torino-Lione.”

Ora si può ben comprendere che se parlassimo di un attacco al cantiere con esplosivo, kamikaze, botti piene di dinamite, il paragone potrebbe reggere. I fatti sono ben altri e per l’azione contestata ci risulta un generatore danneggiato. Certo è che con le proiezioni mentali elaborate dal procuratore e dal pool anti-notav tutto è purtroppo possibile.

Intanto la pensione di Caselli si tinge di quest’ultimo segno per non dimenticare qualche giorno fa quando il procuratore scopre le carte: oltre le manette servono i fondi per il Tav.

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12/11/2013

La buona novella 2: Caselli se ne va!

Ci deve essere qualcosa di immensamente positivo in questo autunno. E i guardiani feroci del "sì tav" devono aver intuito che la terra sta smottando sotto i loro piedi. Qualche giorno fa era stato il senatore piddino Esposito ad autosospendersi dal partito; non proprio delle dimissioni, ma un segno di crisi.

Oggi è toccato nientepopodimeno che a GIancarlo Caselli gettare la spugna. Leggiamo dalla sconsolata Repubblica:

E' ufficiale. Giancarlo Caselli lascia la magistratura. Dal 28 dicembre sarà in pensione. Il procuratore capo di Torino ha annunciato ieri la sua decisione con una lettera a tutti gli aggiunti e ai ai sostituti procuratori scrivendo: "Ecco una notizia che non avrei mai voluto comunicarvi ma tant'è: orami ci siamo. Oggi ho formalizzato la domanda di "pensionamento" a partitredal 28 dicembre 2013. Mi spiace lasciare il lavoro di Procura ma ancor più, credetemi non è frase fatta, lasciare tanti amici, cioè tutti voi che (ciascuno nel suo ruolo) avete fortemente contribuito, in maniera decisiva, a fare del ufficio un sistema funzionante a livelli di eccellenza. Ve ne sono e ve ne sarò sempre immensamente grato".

Non possiamo che unirci al giubilo dei movimenti che Caselli ha sempre perseguitato, da oltre 40 anni a questa parte. Un vero "campione" della prepotenza padronale che - sempre troppo tardi - lascia il campo. Occhio, comunque. Lascia degli eredi "formati" alla sua scuola...

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07/11/2013

Caselli lascia Magistratura Democratica "per colpa" di Erri?

Se un solo articolo, un testo peraltro breve, riesce a sciogliere un equivoco lungo 40 anni... deve trattarsi di un capolavoro. O comunque di una stringa di parole che trasuda verità di potenza solare.

L'equivoco è quello che vede Giancarlo Caselli come un "campione della sinistra", distaccato per ragioni politiche - è la tesi che Berlusconi condivide, rovesciando ovviamente il giudizio in negativo - nella magistratura e quindi, "naturalmente", esponente di una corrente che ha annoverato nelle sue fila molte figure assolutamente di rilievo. Basti citare Palombarini, per comprendere quanto sia stata importante persino in anni di oscuramento totale della democrazia giuridica - gli anni '70 e '80 - quando Caselli militava sul fronte "emergenziale", spaccando come una mela la stessa Magistratura democratica.

Il capolavoro è opera di Erri De Luca, scrittore e montanaro, che non ama il "politically correct" d'ordinanza nei salotti "dem" così come in quelli "democristian".

E grande merito va anche al presidente di MD, Luigi Marini, che ha deciso che questo articolo andava pubblicato "per la sua bellezza" sull'agenda 2014 edita dalla corrente (Agemda), nonostante fosse davvero urticante per la "sensibilità diffusa" all'interno di questo gruppo di magistrati.

Caselli non ha ancora confermato le voci sulle sue dimissioni da MD. Ma non le ha nemmeno smentite. Quindi sono un'opzione apertamente in campo. Visto quel che è riuscito a "partorire" contro il movimento No Tav, in effetti, sarebbe più logico vederlo in compagnia di Montebove. Un equivoco in meno...

Qui di seguito l'articolo di Erri, preceduto da una breve premessa della redazione dell'agenda 2014 di MD.

*****

Questa è la nota completa di Magistratura Democratica:

Dopo aver ricevuto e letto questo contributo, è stata forte la tentazione di non pubblicarlo, perché alcuni passaggi si prestano a interpretazioni ambigue, che non vogliamo in alcun modo avallare. Ma, per imitarne la conclusione, povero è il gruppo che censura uno scritto così bello, anche se altrettanto controverso, e così eccolo qua. Dei tanti temi che esso lambisce si è molto discusso, e si discuterà ancora. Noi non ci sottraiamo a questa discussione, ma partendo da una incrollabile certezza: la condanna e il rifiuto deciso, unanime, incondizionato, di ogni forma di violenza, qualunque ne sia la motivazione.

Con tale premessa, in questo pezzo leggiamo un potente richiamo all’impegno civile. Solo con l’impegno di tanti è possibile la compiuta realizzazione di quei nuovi diritti di cui Agemda si occupa. Speriamo che la passione per la giustizia si diffonda inarrestabile, come un virus allegro e pacifico, immune dalle degenerazioni e dalle aberrazioni del passato.


Questo è l’articolo integrale di Erri De Luca, uscito con il titolo: «Notizie su Euridice»:

Euridice alla lettera significa trovare giustizia. Orfeo va oltre il confine dei vivi per riportarla in terra. Ho conosciuto e fatto parte di una generazione politica appassionata di giustizia, perciò innamorata di lei al punto di imbracciare le armi per ottenerla. Intorno bolliva il 1900, secolo che spostava i rapporti di forza tra oppressori e oppressi con le rivoluzioni. Orfeo scende impugnando il suo strumento e il suo canto solista. La mia generazione è scesa in coro dentro la rivolta di piazza. Non dichiaro qui le sue ragioni: per gli sconfitti nelle aule dei tribunali speciali quelle ragioni erano delle circostanze aggravanti, usate contro di loro.

C’è nella formazione di un carattere rivoluzionario il lievito delle commozioni. Il loro accumulo forma una valanga. Rivoluzionario non è un ribelle, che sfoga un suo temperamento, è invece un’alleanza stretta con uguali con lo scopo di ottenere giustizia, liberare Euridice.

Innamorati di lei, accettammo l’urto frontale con i poteri costituiti. Nel parlamento italiano che allora ospitava il più forte partito comunista di occidente, nessuno di loro era con noi. Fummo liberi da ipoteche, tutori, padri adottivi. Andammo da soli, però in massa, sulle piste di Euridice. Conoscemmo le prigioni e le condanne sommarie costruite sopra reati associativi che non avevano bisogno di accertare responsabilità individuali. Ognuno era colpevole di tutto. Il nostro Orfeo collettivo e stato il più imprigionato per motivi politici di tutta la storia d’Italia, molto di più della generazione passata nelle carceri fasciste.

Il nostro Orfeo ha scontato i sotterranei, per molti un viaggio di sola andata. La nostra variante al mito: la nostra Euridice usciva alla luce dentro qualche vittoria presa di forza all’aria aperta e pubblica, ma Orfeo finiva ostaggio.

Cos’altro ha di meglio da fare una gioventù, se non scendere a liberare dai ceppi la sua Euridice? Chi della mia generazione si astenne, disertò. Gli altri fecero corpo con i poteri forti e costituiti e oggi sono la classe dirigente politica italiana. Cambiammo allora i connotati del nostro paese, nelle fabbriche, nelle prigioni, nei ranghi dell’esercito, nella aule scolastiche e delle università. Perfino allo stadio i tifosi imitavano gli slogan, i ritmi scanditi dentro le nostre manifestazioni. L’Orfeo che siamo stati fu contagioso, riempì di sé il decennio settanta. Chi lo nomina sotto la voce “sessantotto” vuole abrogare una dozzina di anni dal calendario. Si consumò una guerra civile di bassa intensità ma con migliaia di detenuti politici. Una parte di noi si specializzò in agguati e in clandestinità. Ci furono azioni micidiali e clamorose ma senza futuro. Quella parte di Orfeo credette di essere seguito da Euridice, ma quando si voltò nel buio delle celle dell’isolamento, lei non c’era.

Ho conosciuto questa versione di quei due e del loro rapporto, li ho incontrati all’aperto nelle strade. Povera è una generazione nuova che non s’innamora di Euridice e non la va a cercare anche all’inferno.


Fonte

Questo di De Luca è uno degli scritti più intensi che abbia mai letto.

04/11/2013

Un ministro al telefono. E le cose si aggiustano

“I domiciliari a Giulia Ligresti sono stati concessi per una serie di "circostanze obiettive" e "sarebbe arbitraria e del tutto destituita di fondamento ogni illazione che ricolleghi la concessione degli arresti domiciliari a circostanze esterne di qualunque natura" afferma in una nota il procuratore capo di Torino, Gian Carlo Caselli, in merito al caso Fonsai. Il procuratore è tornato ad intervenire fornendo tutti gli assist necessari al Ministro Cancellieri finito nella bufera per le telefonate sulle condizioni di salute della detenuta "eccellente" Giulia Ligresti.
Nel comunicato il dott. Caselli sottolinea che: "tutte le risultanze del fascicolo (ormai pubbliche e riscontrabili: documenti, acquisizioni processuali, atti d'indagine e accertamenti peritali) testimoniano in modo univoco e incontrovertibile che la concessione degli arresti domiciliari è avvenuta esclusivamente in base alla convergenza di decisive circostanze obiettive: le condizioni di salute verificate con consulenza medico-legale e l'intervenuta richiesta di “patteggiamento da parte dell'imputata, risalente al 2 agosto e perciò di molto antecedente le conversazioni telefoniche oggetto delle notizie". “È arbitraria e destituita di ogni fondamento ogni illazione che ricolleghi la concessione degli arresti domiciliari a circostanze esterne di qualunque natura» scrive Caselli insieme ai pm Vittorio Nessi e Marco Gianoglio, ricostruendo tempi e modalità della scarcerazione in modo tale da escludere un nesso causale tra l'interessamento del ministro (il 17 agosto) e la concessione dei domiciliari (il 28 agosto).

In realtà la prima telefonata del Ministro Cancellieri con Gabriella Fragni, la compagna del finanziere-costruttore milanese Salvatore Ligresti, risale ad un mese e mezzo prima, il 17 luglio, il giorno stesso dell’arresto di Giulia Ligresti.

Qui di seguito la telefonata del 17 luglio con la compagna di Salvatore Ligresti:

“Se tu vieni a Roma, proprio qualsiasi cosa adesso serva, non fate complimenti, guarda non è giusto, non è giusto”. Così Cancellieri si rivolge a Gabriella Fragni, compagna di Salvatore Ligresti e sua amica. Nella telefonata del 17 luglio scorso agli atti dell'inchiesta di Torino su Fonsai, il ministro esprime la sua vicinanza alla Fragni. «Io sono mesi che ti voglio telefonare per dirti che ti voglio bene, la vita mi scorre in una maniera indegna». “Comunque guarda - continua - qualsiasi cosa io possa fare conta su di me, non lo so io cosa posso fare, però guarda sono veramente dispiaciuta”.. “Sono veramente dispiaciuta - insiste - Ma sono mesi che ti voglio... poi ci sono state le vicende di Piergiorgio (Peluso, il figlio del ministro Cancellieri ndr) quindi... guarda... Eh vabbé io non so se quanto mai rientrerò a Milano, ma appena riesco ad arrivarci, ormai fino a tutto settembre, ti vengo subito a trovare. Però qualsiasi cosa veramente, con tutto l'affetto di sempre... con tutto l'affetto di sempre guarda, non...”. Qui la telefonata si conclude con la Cancellieri che termina così la conversazione: “Ti abbraccio con tantissimo affetto”. Il contesto sembra quello effettivamente di una telefonata molto personale con un ministro coinvolto affettivamente dalla conoscenza diretta delle persone coinvolte nel caso giudiziario. Il problema è che non è stata l'unica telefonata.

Giulia Ligresti era stata arrestata il 17 luglio nell’ambito dell’inchiesta sul falso in bilancio della Fonsai, ma dal 18 settembre era tornata una persona libera. Il gip Ilaria Guarriello, del tribunale di Torino, infatti aveva accolto la richiesta presentata dai difensori della donna, Alberto Mittone e Gianluigi Tizzoni, di revocare anche gli arresti domiciliari concessi ad agosto. La figlia dell'ingegner Salvatore Ligresti aveva patteggiato lo scorso 3 settembre, uscendo così dall'inchiesta su Fonsai.

Colpisce non poco un passaggio dell’articolo del Sole 24 Ore del 19 settembre secondo cui: “La scelta di Giulia ha spiazzato gli altri indagati, rompendo il fronte difensivo comune. E adesso i magistrati stanno lavorando anche per capire se, nei mesi scorsi, ci siano stati dei tentativi di influenzare le testimonianze da parte di qualcuno”.

L'udienza per il patteggiamento di Giulia Ligresti si è tenuta il 3 settembre davanti a un Gip del tribunale di Torino. La figlia dell'ingegnere di Paternò si trova in carcere dal 17 luglio scorso per le accuse di falso in bilancio aggravato e manipolazione del mercato. Ma la difesa dell'ex amministratrice del gruppo Fondiaria Sai aveva trovato un accordo con la procura di Torino per un patteggiamento a poco meno di tre anni e al versamento di un milione di euro. Giulia Ligresti dal momento della sua carcerazione aveva perso 6 chilogrammi e, stando a quanto aveva scritto il medico, le sue condizioni di salute erano incompatibili con la detenzione, che avrebbe acutizzato precedenti patologie. Il dimagrimento riscontrato, secondo il medico, se dovesse proseguire potrebbe avere delle gravi conseguenze sulla salute di Giulia Ligresti. Alla luce di questa situazione i magistrati - che già si erano espressi favorevolmente sulla richiesta della difesa di attenuare la misura cautelare - avevano fatto richiesta al Gip per la concessione degli arresti domiciliari… e la richiesta è stata accolta.

Il Ministro Cancellieri riferirà sulla vicenda martedì al Senato alle ore 16.00. Sul suo capo pende la richiesta di dimissioni presentata, per ora, solo da un gruppo parlamentare: il M5S. "Con questo atto, dovuto al cospetto di azioni svolte interamente in ambito privato e informale da parte del Guardasigilli, il MoVimento 5 Stelle intende non solo mettere il ministro di fronte alle proprie responsabilità, ma anche ricevere tutte le informazioni del caso rispetto alla rete che, alla sua richiesta di attivazione, ha tradotto i suoi desideri in azioni", spiega la nota dei pentastellati. "Questa mozione - concludono i deputati del M5S - non è dunque un atto circoscritto, ma riguarda una vicenda la cui ampiezza ha contorni che restano al momento ancora indefiniti".

Fonte

Poi ci vengono a parlare di senso dello Stato. Qui sono tutti uguali e il senso dello stato lo applicano esclusivamente quando la longa manus delle istituzioni viene bene per sistemare i cavolacci propri, alla faccia di chi era convinto che a gettar discredito sulle istituzioni fosse soltanto Berlusconi e le zozze con cui si accompagna.

03/09/2013

Val di Susa. La "profezia" di Erri De Luca

Il procuratore di Torino Giancarlo Caselli ha inserito anche lo scrittore Erri De Luca insieme al filosofo ed eurodeputato Gianni Vattimo nella lista nera di quelli che a sinistra "sottovalutano l'allarme terrorismo" in Val di Susa. Un cattivo maestro, per dirlo con il gergo della logica dello stato d'emergenza inaugurato alla fine degli anni '70  con la stagione dei blitz e degli arresti di massa contro intellettuali e militanti della sinistra antagonista. Ma lo scrittore, intervistato dall'HuffingtonPost.it, non si è lasciato intimidire ed ha replicato al giudice : "No Tav terroristi? Caselli esagera". Le molotov, le maschere anti-gas, le cesoie sequestrate agli attivisti? "Sì, pericoloso materiale da ferramenta. Proprio quello che normalmente viene dato in dotazione ai terroristi. Mi spiego meglio: la Tav va sabotata. Ecco perché le cesoie servivano: sono utili a tagliare le reti. Nessun terrorismo". Riassumendo: visto che l'opera è "nociva e inutile" sabotaggi e proteste sono un dovere morale. "Mi arrogo però una profezia - dice De Luca -: la Tav non verrà mai costruita. Ora l'intera valle è militarizzata, l'esercito presidia i cantieri mentre i residenti devono esibire i documenti se vogliono andare a lavorare la vigna. Hanno fallito i tavoli del governo, hanno fallito le mediazioni: il sabotaggio è l'unica alternativa". Oggi i bounty killer del Corriere della Sera sono andati puntuali all'attacco contro De Luca e Vattimo.
L'intervista di Erri all'edizione italiana dell'Huffington Post:

Tav. Erri De Luca: va sabotata, è l'unico modo che c'è per fermarla

“La Tav va sabotata”.
Lo scrittore Erri De Luca, raggiunto al telefono dall'HuffPost, commenta con scarne parole l'accusa che il procuratore Giancarlo Caselli lancia nei confronti degli intellettuali che a sinistra “sottovalutano pericolosamente l'allarme terrorismo” in Val di Susa.

Caselli non fa i nomi dei “conniventi” ma nell'elenco, è chiaro, figurano il filosofo Gianni Vattimo e De Luca, che hanno manifestato pubblicamente il supporto agli attivisti No Tav finiti in carcere per sabotaggio. Pochi giorni or sono Vattimo è finito nelle attenzioni della Procura torinese per i suoi stretti legami con le frange più dure del movimento, mentre lo scrittore ha firmato un intervento durissimo nel volume appena uscito “Nemico pubblico. Oltre il tunnel dei media: una storia NoTav”, ebook dedicato alla lotta valligiana scritto con la giornalista Chiara Sasso, WuMing1 e Ascanio Celestini.
Ieri altri due ragazzi appartenenti ai No Tav sono stati arrestati mentre trasportavano in macchina molotov, maschere antigas, fionde, cesoie, chiodi a quattro punte e altro materiale destinato, secondo gli investigatori, a danneggiare i cantieri dell'Alta Velocità. È proprio questo ultimo episodio a spingere Caselli contro i cosiddetti cattivi maestri. De Luca ha letto le dichiarazioni del magistrato ma non si scompone. Non è un uomo loquace, risponde con fermezza e senza appello.

Erri De Luca, ha ragione il procuratore capo di Torino quando paventa il terrorismo No Tav?
Caselli esagera.


Forse esagera, ma in macchina i due ragazzi arrestati avevano caricato molotov...
(sorride ironicamente) ...Sì, pericoloso materiale da ferramenta. Proprio quello che normalmente viene dato in dotazione ai terroristi. Mi spiego meglio: la Tav va sabotata. Ecco perché le cesoie servivano: sono utili a tagliare le reti. Nessun terrorismo.


Dunque sabotaggi e vandalismi sono leciti?
Sono necessari per far comprendere che la Tav è un'opera nociva e inutile.


Sono leciti anche quando colpiscono aziende che lavorano per l'Alta Velocità come quella di Bussoleno, chiusa per i continui danneggiamenti? Non si rischia un conflitto tra lavoratori e valligiani?
La Tav non si farà. È molto semplice.


La posizione è chiara. Ma è antitetica a quella presa dal governo.
Non è una decisione politica, bensì una decisione presa dalle banche e da coloro che devono lucrare a danno della vita e della salute di una intera valle. La politica ha semplicemente e servilmente dato il via libera.


Di questo passo, afferma Caselli, arriveremo al terrorismo. Lei invece quale soluzione propone?
Non so cosa potrà succedere. Mi arrogo però una profezia: la Tav non verrà mai costruita. Ora l'intera valle è militarizzata, l'esercito presidia i cantieri mentre i residenti devono esibire i documenti se vogliono andare a lavorare la vigna. Hanno fallito i tavoli del governo, hanno fallito le mediazioni: il sabotaggio è l'unica alternativa.


Politicamente come si risolve?
Arriverà un governo che prenderà atto dell'evidenza: la valle non vuole i cantieri. E finalmente darà l'ordine alle truppe di tornare a casa.


Fonte

01/08/2013

Giancarlo "Erdogan" Caselli

Non c'è nulla di più triste di un vecchio tormentato dalla coazione a ripetere. Chi in questi giorni frequenta una spiaggia può rendersene conto con facilità. A ogni angolo anziani “conquistadores” in posa, con gli occhiali scuri, lo sguardo malandrino o finto disinteressato, in attesa di una donna – di qualsiasi età, il casanova anziano sa di doversi accontentare -. In riva al mare, con la pelle un po' flaccida sotto quelli che una volta erano i pettorali da richiamo e le cosce svuotate dei quadricipiti, esibiscono un rituale consaputo per cui non hanno più il fisico. La concorrenza più giovane li guarda, li salta, inventa altri rituali per l'identica religione. Un filo d'odio scorre dall'angolo dell'occhio dell'anziano assiso, invano proteso a cavar fuori dalla cascata di rughe la postura del “ghepardo di una volta”.

Accade anche in magistratura. Accade a Torino, dove una Procura d'altri tempi persegue reati immaginari dando loro i nomi di altri tempi, travisando il presente secondo “fattispecie” oggi irrintracciabili.

Prendiamo per un attimo sul serio l'accusa di “attentato per finalità terroristiche o di eversione dell’ordine democratico”, ai sensi dell’art. 280 codice penale, elevata contro alcuni attivisti No Tav. Si tratta di un'aggravante specifica che punisce con pene fino a venti anni di carcere chi “attenta alla vita od alla incolumità di una persona”.

Va da sé che per “attentare alla vita” bisogna disporre di mezzi d'offesa adeguati e organizzazione che preveda esplicitamente tra i propri obiettivi l'uccisione dei nemici; ovvero armi e organizzazione clandestina. Due caratteristiche completamente assenti nel movimento No Tav, i cui esponenti sono usi a intervenire pubblicamente e le cui “dotazioni militari” non vanno oltre – in singoli casi – i sassi e le maschere antigas (notoriamente strumento di difesa contro eserciti criminali che fanno uso di armi chimiche che la Convenzione di Ginevra condannerebbe anche in zona di guerra).

Resta quindi la domanda: perché la Procura di Torino ha preso questa strada così assurda da un punto di vista giuridico e reazionaria su quello politico?

Per provare a rispondere bisogna prima ricordare qual'è la “cultura giuridica” del Procuratore capo del capoluogo piemontese e subito dopo mettere in evidenza le conseguenze politiche di questa azione abnorme, nella prospettiva di un autunno che s'annuncia pieno di conflitto.

Come hanno notato osservatori insospettabili – persino il Corriere della Sera! - l'accusa “terroristica” è un “salto di qualità” nella strategia giudiziaria del pool guidato da Giancarlo Caselli, una “prima volta” nel lungo confronto tra movimenti di protesta sociali e potere repressivo dello Stato. Una “prima volta”, evidentemente, che riguarda le pratiche messe in atto.

In tutto e per tutto, le azioni del movimento No Tav fanno parte della normale strumentazione della protesta di piazza, per quanto sui terreni impervi tipici di una valle alpina. E mai era accaduto che simili pratiche venissero indicate come “terroristiche”. Per il buon motivo – anche giuridico – che mancava l'uso di “armi” (se non quelle messe in mostra con dubbia generosità dalle cosiddette “forze dell'ordine”) e quindi qualsiasi possibile intenzione di “attentare alla vita od alla incolumità di una persona”.

E questo senza nemmeno scomodare un'altra e più giustificata visione storica dei conflitti che non classifica come “terrorismo” neanche le guerriglie, ma soltanto l'uso di mezzi di distruzione di massa contro popolazioni civili. Ovvero quello che, tra gli altri, ha messo in atto lo Stato italiano nei confronti del proprio popolo dagli anni '60 in poi (la stranota “strategia della tensione”).

In questa decisione della Procura torinese pesa una visione dello strumento giudiziario come “arma di guerra”, senza nessun rapporto con la “legalità” e tanto meno con la “giustizia”. L'estensione dell'accusa di “terrorismo” alla normale protesta di massa, anche “robusta”, implica che nella testa di quei magistrati l'azione penale sia uno strumento “flessibile” da usare secondo una logica di guerra. Il magistrato inquirente cessa di perseguire un insieme codificato di “fattispecie” per adottare invece quelle accuse che meglio rispondono alla “necessità” di perseguire alcuni oppositori politici.

È come se per impedire che un semplice ladro di merendine possa “tornare a delinquere” in seguito alla scarcerazione – perché la “pena” è necessariamente breve – lo si accusasse di “rapina all'interno di un disegno criminoso” di più largo respiro. È come se una singola protesta contro un singolo progetto considerato letale per un territorio specifico venisse inquadrata giuridicamente come un “attentato ai poteri dello Stato”. Ai poteri, non alla sovranità, che ormai non esiste più nei fatti.

Per la Procura di Torino, insomma, va elevata l'accusa che fa più male agli accusati, non quella che il codice penale in certi casi prescriverebbe. In questo modo si torce il diritto in rovescio giuridico, si trasforma il contenzioso processuale in guerra. Contro una popolazione civile e la sua parte necessariamente più attiva: i giovani e chi ha più “visione” della protesta in atto. Non magistrati dunque, ma fabbri ferrai della repressione, “immaginifici” dell'accusa, “combattenti” di un potere insofferente di ogni manifestazione d'opposizione.

Sarebbe facile a questo punto definire “fascista” questa cultura. Ma sarebbe sbagliato. Qui non c'è alcun preteso “ordine valoriale superiore” da imporre con la forza. Non c'è alcuna “modernizzazione reazionaria” ostacolata strada facendo da interessi definiti sbrigativamente “arretrati”. La Tav Torino-Lione è un'opera inutile, che al momento non ha neppure la certezza di poter esser completata (la Francia ha rinviato la decisione sulla parte di lavori di sua competenza), portata avanti – tra le altre – anche da alcune imprese in odor di malavita. Non è insomma in gioco nulla di più che una marea di appalti finanziati con denaro pubblico per arricchire, mal che vada, un nucleo ristretto di sventratori di territorio.

Sul piano politico, la Procura caselliana indica la strumentazione adottabile nel conflitto sociale a venire, magari già in questo autunno. Dalla finanza al diritto “creativo” il passo è breve, ma verso gli inferi.

La provocazione ha una sua pericolosità. Punta infatti apertamente a “sollecitare” un analogo e suicida “salto di qualità” in alcune frange di movimento. Magari attivando alla bisogna quel manipolo di infiltrati che da molti anni lavora per portare attivisti e compagni inesperti tra le braccia poco amorevoli di questure e procure; e in qualche caso con “successo”. Per ora sono partite solo alcune lettere sconclusionate, ma l'agghiacciante subalternità dei media mainstream le ha traformate in “segnali politici”. Naturalmente a doppio senso.

Come a Gezi Park o in cento altri luoghi del presente capitalistico, un modo di produzione e riproduzione della vita, stretto nella morsa di una crisi da cui non sa più come uscire, reagisce nello stesso identico modo: dichiara “terrorista” la parte più intelligente, attiva, partecipe, lungimirante, della popolazione che dovrebbe in teoria rappresentare. Che a questa torsione reazionaria del capitalismo in crisi partecipi in prima fila l'ex gotha dell'ex Pci – al Quirinale come a Torino – non ci sorprende più di tanto. Ma in questa infima e stanca replica dello sciagurato “compromesso storico” non è più rintracciabile alcuna grandezza, per quanto fosca e gravida di lutti.

Solo una triste coazione a ripetere, tragicamente simile a quella dei vecchi “cucadores” con la testa imbiancata, affollata di ricordi di “grandi imprese” ormai impossibili.