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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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24/03/2014

"I misteri sul caso Moro? Una miniera per truffatori..."


Per la milionesima volta la misteriologia sul sequestro e la morte di Aldo Moro è ricomparsa sui giornali. E soltanto lì voleva tornare. Possiamo dirlo con certezza, perché il nuovo fornitore di “scoop” si è rivolto all'agenzia di stampa Ansa, mica alla magistratura... Come sarebbe stato logico per un normalissimo cittadino. Figuriamoci per un ex ispettore della Digos torinese, tale Enrico Rossi, ora in pensione (“nonostante la giovane età”, chiosa il sempre prudente Giovanni Bianconi, sul Corriere della Sera, uno dei giornalisti italiani con più esperienza in materia di processi per lotta armata).

La vicenda recente è semplice: quattro anni fa un misterioso individuo che affermava di esser stato a bordo della famosa “moto Honda di via Fani” scrive una lettera anonima a La Stampa, in cui afferma di esser stato lì come “agente dei servizi segreti”, agli ordini del “colonnello Guglielmi” del Sismi, con l'incarico di “proteggere le Brigate Rosse” impegnate contro la scorta del presidente della Democrazia Cristiana.

Notizia bomba, se avesse qualche riscontro plausibile. Ma i problemi iniziano già con il testo della lettera anonima originaria:
«Quando riceverete questa lettera, saranno trascorsi almeno sei mesi dalla mia morte come da mie disposizioni. Ho passato la vita nel rimorso di quanto ho fatto e di quanto non ho fatto e cioè raccontare la verità su certi fatti. Ora è tardi, il cancro mi sta divorando e non voglio che mio figlio sappia. La mattina del 16 marzo ero su di una moto e operavo alle dipendenze del colonnello Guglielmi, con me alla guida della moto un altro uomo proveniente come me da Torino; il nostro compito era quello di proteggere le Br nella loro azione da disturbi di qualsiasi genere. Io non credo che voi giornalisti non sappiate come veramente andarono le cose ma nel caso fosse così, provate a parlare con chi guidava la moto, è possibile che voglia farlo, da allora non ci siamo più parlati, anche se ho avuto modo di incontrarlo ultimamente... Tanto io posso dire, sta a voi decidere se saperne di più».
E continuano con l'operato di Enrico Rossi, incaricato di trovare i riscontri e informare la Procura di Torino (dove in quel momento regnava Giancarlo Caselli, non certo uno che si tira indietro davanti a “notizie di reato” di questo genere). Quel che trova viene consegnato, vagliato e girato per competenza alla Procura di Roma. Che archivia per mancanza di riscontri.

Finita la storia. L'investigatore pensionato, una volta pensionato, ci ripensa e va a cercare l'Ansa, oppure ha cercato dopo aver risentito qualche giornalista de La Stampa (ieri sera, nell'edizione online, ne scriveva Massimo Numa, sì proprio quel simpatico e imparziale cronista che si occupa in genere dei No Tav e sosteneva di esser stato “tenuto sotto controllo” per quasi un anno, insieme al senatore Esposito del Pd, da misteriosi e numerosissimi “anarchici” ovviamente collegati con la Val Susa). E giù paginate di quotidiani a sollevare la polvere dei secoli, i fantasmi del mar dei Sargassi e il voyerismo misteriosofico.

Come i nostri lettori sanno, abbiamo in materia le nostre idee, ma non molta conoscenza diretta dei fatti. Quindi abbiamo sentito Francesco Piccioni, all'epoca militante delle Br a Roma.

Hai visto le ultime novità “storiche”?
Siamo nell'era dei truffatori da due soldi, ormai. Quella che era una storia a suo modo grande, su cui ci si scontrava tra dietrologi sedicenti “di sinistra” e protagonisti di quella stagione rivoluzionaria, è ormai ridotta a magazzino di reperti in cui ogni coglione che pensa di guadagnarci qualcosa entra, dà un'occhiata in giro, e spara la sua scemenza.

Su che basi dici questo?

È nelle cose che stanno sui giornali oggi, il problema è che sono pochissimi ormai quelli che sanno leggere... Andiamo con ordine. C'è una lettera scritta cinque anni fa da un “ex agente dei servizi” che si ritrova in punto di morte e si vuole, dice, “scaricare la coscienza”. E cosa fa? Scrive che lui stava su quella moto, che stava agli ordini di Guglielmi, ma “di più non posso dire”? Per il resto “cercate voi”? Ma come!? La lettera – l'hai disposto tu stesso – verrà inviata solo sei mesi dopo la tua sepoltura e ti tieni il segreto vero e proprio? Una boiata pazzesca, e questo senza neanche affrontare la dinamica dell'azione di via Fani, che evidentemente non conosceva e non si era nemmeno studiato bene...

Ma una moto è stata vista...

Sì, certo. È passata una moto... hai capito quant'è strano, a Roma... Ma di sicuro non avevamo “bisogno di protezione” contro dei passanti. Basta leggere gli atti dei processi, o anche i giornali d'allora, o la memorialistica di ex combattenti - "pentiti" e non -  per verificare che qualsiasi gruppo guerrigliero era abituato a garantirsi da solo una “copertura” da eventuali imprevisti. L'elemento decisivo non è il passaggio di una moto, ma il tentativo di farlo diventare “il dettaglio che cambia la Storia”; una bufala, insomma.

E infatti i giudici archiviano la “rivelazione”... Ma perché è così facile strappare decine di pagine di giornali sparando “scemenze” su via Fani?

Perché non c'è uno “Stato” vero e proprio, alla francese, a controllare la memoria storica. Questa è res nullius, ogni parte politica può raccontarsela come vuole. Abbiamo visto gente Giorgio Pisanò o Giampaolo Pansa “riscrivere la Resistenza”, senza che nessun potere statuale avesse niente da eccepire; e dire che siamo “una Repubblica nata dalla Resistenza”... È esistita anche una “dietrologia di destra”, con l'on. Fragalà e pochi altri. Diceva le stesse scemenze degli ex Pci, sugli stessi episodi; si limitava a mettere un agente del Kgb al posto di uno della Cia o del Sisde. Poca fantasia... si vede che gli sceneggiatori migliori sono collocati “a sinistra”. Stiamo parlando dell'evento più importante di oltre un decennio di guerriglia urbana, l'unico che abbia coinvolto uno dei pochissimi leader-chiave della politica italiana. Tutto il resto è stato dimanticato, Moro viene riesumato ogni volta che serve. O che qualcuno vuole guadagnarci quealcosa.

C'è qualche analogia con l'infortunio occorso a Ferdinando Imposimato?

Si tratta più o meno della stessa cosa. Anche qui c'è un ex poliziotto – lì era una guardia di finanza – che ha “sfiorato” un fatto centrale della Storia e cerca visibilità, interviste, soldi o chissà che altro. Possono provarci perché, ripeto, non c'è una “memoria certificata”, in qualche misura definitiva. E quindi giocano sui “desideri” di questa o quella cordata politica, riciclando vecchi “misteri” e proponendosi come “variante sul tema”. Penso che ce ne saranno ancora altri, perché trovano terreno fertilissimo nell'analfabetismo politico di ritorno, anche in personaggi che pure dovrebbero avere una “struttura” intellettuale e critica abbastanza solida.

Pensi sempre a gente che viene dal Pci?

Più o meno sì, perché chi è passato per i gruppi extraparlamentari o l'autonomia dovrebbe essere un po' più corazzato. Qualche settimana fa, per esempio, ero stato invitato a presentare un romanzo che ricostruiva la militanza di un comunista bolognese dalla Resistenza agli anni '80. Una “storia romanzata”, diciamo, ben scritta e ottimamente documentata; ma che quando arriva al sequestro di Aldo Moro accetta supinamente la “misteriosofia”. Faccio il mio intervento, parlo bene di quel che mi è piaciuto, ma obietto che intorno alla vicenda delle Brigate Rosse e quell'episodio particolare proprio non ci siamo. Del resto, tutta questa dietrologia si regge ormai soltanto sull'allungare “ombre di ambiguità” su Mario Moretti; che, spiego, è anche l'unico brigatista di via Fani ancora in galera. Il che, tra persone intelligenti, taglia la testa al toro: ma come, dici che ha “fatto un favore” al potere uno che sta ancora in galera dopo 33 anni? Si alza Mauro Zani, vecchio e solido dirigente del Pci bolognese, ex eurodeputato, ecc, a dire “Non è vero! È in semilibertà...”. Non so se è chiaro cosa significa: stai in galera, la mattina esci e vai a lavorare, sei controllabile e controllato sul lavoro, così come a casa dove passi a mangiare prima di rientrare di nuovo in carcere la sera; se vuoi avere qualche giorno di “licenza” devi chiedere permesso al giudice; se la vuoi passare in un luogo diverso dalla tua abitazione (chessò, al mare, se hai una famiglia), la polizia viene mandata a verificare l'abitazione; se sei ospitato da qualcuno parte un'indagine sull'ospitante... Nel caso di Mario si è arrivati a questo assurdo: aveva chiesto di venire a Roma per la presentazione di un libro, e Erri De Luca si era offerto di ospitarlo. Diavolo! un ospite conosciuto, famoso, uno scrittore tradotto in parecchie lingue... Beh, la polizia risponde che “a loro risulta che De Luca Erri sia in realtà un muratore con precedenti per manifestazioni non autorizzate, ecc”. E il giudice – che evidentemente non conosce neanche lui Erri – rifiuta il permesso di venire a Roma.

Questa è la vita quotidiana di uno che viene “premiato” per aver “lavorato per il potere”? E ai nemici che gli fanno, allora? Vorrei timidamente ricordare che un “agente” vero, la galera, non la vede proprio; nemmeno quando viene scoperto. Persino un agente condannato, ad un certo punto, per la strage di piazza Fontana – Guido Giannettini – non ha fatto più di sei mesi in tutto, prima di essere scarcerato con tutti gli onori e messo al sicuro in un posto di suo gradimento.

Mario sta invece dentro da 33 anni, di cui gli ultimi in “semilibertà”. E un politico con l'esperienza di Zani – uno che ha fatto in tempo a vedere la polizia sparare sui manifestanti e i suoi compagni di partito finire arrestati – non sa più distinguere la realtà di un prigioniero (sia pur “semi”, dopo tantissimi anni di “totalmente”) dalla narrativa dietrologica? Se è così – ed è così, purtroppo – qualsiasi truffatore che sia passato vicino a questa storia può “tentare” la sua mossa. Troverà sempre qualcuno disposto a giocarlo mediaticamente. E' business storiografico. Rende sempre, e torna utile per spezzettare la Storia in romanzetti sporchi. Certo, ci vuole un "pubblico" di bocca buona... Ma sembra che se lo siano creato a immagine e somiglianza, grazie anche agli ex Pci.

Fonte

06/11/2013

Imposimato e Moro. La verità incoffessabile


Mi è capitato spesso di scrivere che dietro i cosiddetti “misteri del caso Moro” ci sono sempre due tipi di ragioni: quelle politiche (prevalenti per numero di casi e per “potenza di fuoco” mediatica) e quelle “monetarie”. Ma vanno sempre a braccetto, non si separano mai. Nemmeno potrebbero, del resto, perché si possono “far soldi” speculando sul sequestro Moro solo “rispondendo al bisogno” della manipolazione politica.

Il buco nero attraverso cui passano, da sempre, le peggiori speculazioni “affaristiche” su questa storia è la “versione dei fatti” imposta a sinistra dal Pci. Una versione inventata, densa di “misteri”, che è servita – in medias res – a combattere la battaglia “ideale” contro i rivoluzionari degli anni '70; e subito dopo, dagli anni '80 fin oltre la caduta del Muro, a legittimare l'ex Pci come plausibile forza di governo.

Non fare seriamente i conti con la Storia produce mostri. Tutto sarebbe stato più semplice e chiaro se, passato il momento più aspro del conflitto, gli eredi dell'ex Pci avessero laicamente preso atto di come le cose erano andate, liberando se stessi, il paese, la memoria collettiva da un tumore maligno che ne impedisce – non da solo, ovviamente – l'evoluzione. In Italia, per quasi un ventennio a partire dal '68, è stata presente una componente comunista rivoluzionaria capace di mettere in discussione gli equilibri politici del paese. Ne è stata capace sul piano della mobilitazione di massa e delle battaglie di strada, ma anche su quello del conflitto armato. A volte con grande forza e lucidità politica, in altre molto meno.

Si può legittimamente giudicare “negativo” che sia esistita questa componente, ma non si può giudicare nulla onestamente se non si riconosce intanto la realtà delle cose. Una torsione falsificante del reale per giustificare scelte politiche contingenti (il “compromesso storico” scritto nel libro dei sogni piccisti, la “solidarietà nazionale” guidata da Andreotti nel mondo reale), non rimossa subito dopo il breve periodo della sua “utilità bellica”, si è trasformata in un mostro tenebroso in cui chiunque può provare a infilare le mani per trarne un qualche vantaggio: politico o economico, più spesso entrambi.

Un esempio? Diciotto anni di Commissione bicamerale d'inchiesta sul sequestro e la morte di Aldo Moro hanno alimentato una vera e propria industria, che ha dato ricchezza e fama ad altrimenti oscuri giornalisti di cronaca nera, parlamentari diventati tali a forza di “scoop” sempre meno clamorosi o credibili, “consulenti” pagati a peso d'oro – per 18 anni! – per dare quel “tocco di mistero” che permetteva di andare avanti, di prolungare il business oltre ogni limite di tollerabilità. Persino la destra, con Fragalà e Guzzanti capifila, trovò ad un certo punto “vantaggioso” sposare le dietrologie ex Pci, rovesciandole ovviamene di segno (banalmente: “dietro” le BR ci sarebbe stato il Kgb sovietico).

Per sintetizzare: se invece di Storia si costruisce una letteratura, allora tutto diventa “possibile”. E scompare ogni criterio di misura, verifica, attendibilità.

*****

Perdonate la forse troppo lunga premessa, ma suppongo che molti di quelli che approcciano a questa vicenda abbiano bisogno di una “inquadratura” almeno sommaria per orizzontarsi in una foresta di fatti e/o menzogne altrimenti inestricabile.

L'occasione per tornare sul tema viene da una notizia di questi giorni: “Dietro le principali novità del libro «I 55 giorni che hanno cambiato l'Italia» di Ferdinando Imposimato si nasconde una fonte che per la procura di Roma è un impostore. Di più un calunniatore. Si tratta dell'ex brigadiere della Guardia di finanza in pensione Giovanni Ladu, 57 anni [già in pensione? Chissà che ne pensano i minatori sardi... ndr], cagliaritano di origini ma residente da tempo a Novara, che con l'autore del libro si è spacciato per un ufficiale di Gladio con nome da battaglia Oscar Puddu”.

In pratica: Ferdinando Imposimato ha scritto l'ennesimo libro misteriosofico sul “caso Moro”, contenente una serie di “nuove scoperte” completamente false. L'impostore aveva avuto “la fortuna” di entrare, insieme proprio a Imposimato, nel “covo di via Montalcini”, dove Moro era stato tenuto prigioniero per 55 giorni. Aveva 22 anni, era un militare di leva (allora c'era la “leva obbligatoria” per tutti i cittadini maschi, tra i 18 e 26 anni) ed era capitato lì quasi per sbaglio, forse come “rafforzamento” della scorta istituzionale di cui Imposimato – il pubblico ministero che ha istruito l'inchiesta sul sequestro insieme a Domenico Sica – era normalmente dotato.

Sfiorare la Storia senza essersi guadagnato un ruolo può obnubilare menti anche più addestrate di quella di un giovane militare di leva. Fatto sta che, alle soglie della pensione, quel giovane Giovanni Ladu - poi diventato “militare professionista” - sembra aver deciso di trarre anche lui il suo piccolo “vantaggio” da quella “fortunata coincidenza”. Si inventa almeno tre “notizie-chiave” di cui sarebbe stato testimone o comunque sarebbe venuto a conoscenza: “Gladio [di cui si spacciava membro, ndr] sapeva dov'era il covo delle Br con Moro prigioniero; lo sorvegliava, con tanto di intercettazioni, da un appartamento al piano di sopra; la liberazione di Moro saltò per volontà della regia omicida che si nascondeva dietro le Br, ovvero Francesco Cossiga e Giulio Andreotti”.

Una manna per i “dietrologi di sinistra”, roba da far venire l'acquolina in bocca. Ladu però viene rapidamente sbugiardato dalla Procura di Roma, che aveva riaperto appositamente un filone di indagine.

Che fa allora il Ladu? Si inventa uno pseudonimo – senza troppa fantasia regionale, Oscar Puddu – e tempesta il povero Imposimato con ben 84 mail in cui le “tre rivelazioni” vengono arricchite con ulteriori e succulenti dettagli.

Imposimato, va aggiunto, non era soltanto il pubblico ministero che indagò sul sequestro Moro, ma anche il referente del Pci in quella procura. Successivamente divenne senatore dall'87 al '92 nelle liste del Pci, per poi lentamente finire in quel dimenticatoio da cui soltanto le ricorrenti “nuove rivelazioni” erano capaci di trarlo fuori. George Romero ne avrebbe potuto trarre ispirazione per il migliore dei suoi capolavori; purtroppo non ne ha mai avuto notizia...

Ovvio, insomma, che le mail del Puddu-Ladu abbiano scoperchiato per l'ennesima volta la tomba e fatto uscir fuori l'ala della notte. Lì veniva scritto quel che da magistrato non era mai riuscito a dimostrare, inchiodato com'era – per legge e controllo procedurale collettivo – al rispetto della “verifica empirica”, del “riscontro”, dell'”onere della prova”.

L'Imposimato-letterato, ormai oltre le colonne d'Ercole della senilità, si può prendere libertà che l'Imposimato-inquirente in piena guerra "anti-terrorismo" neppure poteva osare pensare. E scrive «I 55 giorni che hanno cambiato l'Italia». Quando il libro esce qualcuno deve avergli chiesto: “ma chi cazz'è questo Oscar Puddu?”. Magari qualcuno dalla Guardia di Finanza può avergli addirittura detto: “guardi, senatore, che non abbiamo mai avuto un agente chiamato così”.

A quel punto Imposimato capisce d'esser stato fatto fesso e si rivolge alla magistratura (adoro la Storia, quando spinge l'ironia fino alla cattiveria). Il pm Luca Palamara fa due rapide indagini e scopre che dietro le email ricevute da Imposimato a firma Oscar Puddu c'è in realtà Ladu. Il quale viene naturalmente indagato per calunnia di quanti, bene o male, s'erano occupati istituzionalmente del sequestro Moro (Imposimato compreso, dunque!).

Avrei in mente anche un altro reato ipotizzabile, di cui ora mi sfugge il nome completo ma che dovrebbe iniziare per “circonvenzione...”. I giornalisti si muovono a compassione e scrivono: “Il professor Imposimato ha agito in buona fede e si è fidato delle email di Puddu (che non ha mai visto di persona ed era certo, nonostante il dubbio, che non fosse Ladu) e si è rivolto alla Procura di Roma solo a libro stampato, la scorsa primavera” (da La Stampa).

Diciamola semplice. Un giornalista che pubblichi il contenuto di qualsiasi “confidenza” senza adeguata verifica viene indagato e processato per diffamazione a mezzo stampa o calunnia. Il “prof. Imposimato”, per carità in buonissima fede, non si è preoccupato neppure di verificare se il signor “Oscar Puddu” esistesse. Le sue mail erano miele per le sue orecchie, “verità rivelata” talmente evidente che non richiedeva “l'offesa” del riscontro.

Ma il prof. Imposimato – di cui conservo un ricordo alquanto solido – è stato addirittura il magistrato inquirente che ha firmato i mandati di cattura e il rinvio a giudizio per il sequestro Moro. Ha ascoltato decine di pentiti, scatoloni di dissociati; ha rivoltato – nel fior degli anni e dell'acume intellettivo – la materia fin negli angoli più reconditi. È quindi uno dei pochissimi che avrebbe potuto, se avesse dato retta ai suoi occhi e alla sua intelligenza, ovvero “alle carte” che lui stesso aveva raccolto, metter la parola fine sul sabba dei “misteri” che impedisce l'elaborazione di un pezzo fondamentale della storia di questo paese.

Purtroppo Imposimato era del Pci. Credeva più alle menzogne politiche che facevano – momentaneamente – comodo al suo partito piuttosto che ai propri occhi. Questo, sì, è davvero un mistero.

dal blog Tempo Reale

Fonte

20/01/2013

Imposimato, Emilio Alessandrini, il Bilderberg

Ferdinando Imposimato è uno dei più noti e storici magistrati italiani. Oggi presidente onorario aggiunto della Suprema Corte di Cassazione, si è occupato, in ambito processuale, di alcuni dei casi più controversi della storia italiana: dal rapimento di Aldo Moro all'attentato a Papa Giovanni Paolo II, dall'omicidio Bachelet a quelli dei giudici Palma e Tartaglione, occupandosi quindi di mafia, camorra, terrorismo politico. Un indiscusso e profondo conoscitore di quell'intrecciato fenomeno che alle cronache risponde comunemente al nome di "strategia della tensione".
Nel breve video che vi presentiamo, Imposimato, con alcune secche dichiarazioni, delinea il quadro di una verità storica ormai accertata ma, è necessario dirlo, che si fatica a tradurre in azioni politiche per affrontare il sistema di potere ancora vigente in Italia.
Imposimato fa anche riferimento al famigerato Gruppo Bilderberg, ormai noto a tutti i complottisti che frequentano il web (e non solo), ma lo fa portando un elemento di estremo interesse. Il primo ad aver trovato un legame tra il Bilderberg e la strategia della tensione italiana fu il magistrato Emilio Alessandrini, ucciso nel 1979 da un gruppo terroristico di estrema sinistra contiguo alle Brigate Rosse, Prima Linea.
Le semplici note di wikipedia, dedicate a questo autentico e misconosciuto eroe della storia contemporanea italiana, suggeriscono in maniera limpida il contesto in cui è avvenuto l'omicidio di Alessandrini: "L'omicidio di Emilio Alessandrini è stato un atto terroristico avvenuto a Milano il 29 gennaio 1979, ad opera di militanti dell'organizzazione comunista Prima Linea. [...] Il 27 febbraio 1972, Alessandrini fu assegnato con Gerardo D'Ambrosio al processo sulla Strage di Piazza Fontana. [...] Oltre a Piazza Fontana, Alessandrini era stato molto impegnato nella lotta al terrorismo, soprattutto quello legato agli ambienti della destra estrema e della sinistra militante. Nell'ambito di queste indagini, arrivò a scoprire alcune attività di depistaggio del Servizio Informazioni Difesa, [... ovvero i servizi segreti militari istituzionali italiani...]. Alessandrini collegò il SID [...] ad alcune azioni terroristiche di ispirazione neofascista. Alessandrini, al momento dell'omicidio, stava lavorando per creare un pool antiterrorismo che raccogliesse magistrati da diverse procure, per coordinare meglio il lavoro. Già il 13 settembre 1978 durante un'irruzione nell'appartamento in Via Negroli del terrorista Corrado Alunni, era stata rinvenuta una scheda su Alessandrini: quel tipo di scheda, nel quale venivano raccolti tutti gli elementi necessari a organizzare un agguato, era in genere il primo passo verso un'azione violenta. La scheda era tanto dettagliata che Alessandrini sospettava fosse stata fornita dagli stessi servizi segreti".
http://it.wikipedia.org/wiki/Omicidio_di_Emilio_Alessandrini

Nel caso di Alessandrini, il "io so" pasoliniano appare esemplificato in maniera cristallina.
Buona visione.



Tutto molto interessante ed anche verosimile, tuttavia, quando Imposimato parte (non in questo video) con la teoria delle Brigate Rosse deviate dalla CIA per opera di Mario Moretti penso finisca prepotentemente nella supercazzola per le questioni di cui ho scritto qui.