di Paolo Persichetti
«Gli elementi acquisiti nelle indagini preliminari non sono in alcun modo idonei a fondare nei confronti della persona indagata una “ragionevole previsione di condanna”, e ciò per le ragioni analiticamente espresse dal pm nella sua richiesta di archiviazione (leggi qui) che evidenziano anzi positivamente l’infondatezza della notizia di reato, ragioni che questo Ufficio integralmente condivide».
Sono definitive le parole utilizzate lo scorso 19 giugno 2025 dal gip Valerio Savio per liquidare, seppur tardivamente, l’inchiesta che il 9 giugno 2021 portò al sequestro del mio archivio e dei miei strumenti di lavoro, nonché di foto, documentazione strettamente familiare, amministrativa e clinica della mia famiglia.
Dodici magistrati per una girandola d’imputazioni
Uno degli aspetti più significativi dell’inchiesta è stata la girandola di imputazioni che si sono rincorse e accavallate tra l’ufficio del pm Eugenio Albamonte, la procura generale nella persona dell’allora procuratore generale Michele Prestipino (dimessosi dalla magistratura dopo essere stato indagato dalla procura di Caltanissetta – non è uno scherzo – per rivelazione di segreto d’ufficio), che volle includere persino il reato di associazione sovversiva, il tribunale della libertà, il gip, la cassazione e di nuovo il pm. Ben dodici magistrati, tra giudici e pm, tutti impegnati nella caccia al reato introvabile, a una colpa che doveva esserci ma non veniva fuori, al sospetto eletto come prova, all’incriminazione del lavoro storico, del rapporto con le fonti documentali e orali. Una riedizione di quel diritto penale d’autore (o del nemico), dove ciò che è punibile non è più il reato ma il reo, per «quello che è» o «è stato», non per «quello che ha fatto», anche se in questo caso i due aspetti si sovrappongono inevitabilmente. Perché l’indagato, ovvero l’autore di queste articolo, dopo essere stato condannato molti decenni prima per fatti di lotta armata, è diventato un ricercatore che studia il decennio nel quale quel fenomeno politico si è manifestato: una sovrapposizione inammissibile per taluni, una chimica pericolosa per altri.
Gli ignavi
Il pavido mondo dell’accademia, timorosa di confondersi con la mia biografia, ritenuta indigesta, non ha riflettuto abbastanza sugli aspetti inquietanti che hanno segnato questa vicenda: la pretesa degli apparati di polizia, del ministero dell’Interno e della Direzione centrale della polizia di prevenzione di sindacare sulle modalità dell’inchiesta storiografica e sulla legittimità delle fonti interrogate dallo studioso. E ora, anche se la polizia ha fatto cilecca sulle sue pretese di controllo del lavoro storico, il precedente è sancito e incombe su tutti in un’epoca dove la libertà di ricerca e pensiero non ha più lidi sicuri.
Cosa era successo?
La perquisizione e il sequestro dell’archivio sembravano inizialmente legati al possesso di una copia della prima bozza di relazione, e all’invio di alcune sue pagine, che la seconda commissione parlamentare sul sequestro e l’uccisione del leader democristiano Aldo Moro aveva approvato nel dicembre 2015. Col passare dei mesi e dei ricorsi, si era capito, in realtà, che fulcro della indagine erano i miei scambi con un anziano rifugiato delle Brigate rosse che, a sua volta, era in contatto con un altro rifugiato riparato in Nicaragua, coinvolti entrambi nel sequestro Moro: ormai cittadino svizzero l’uno e nicaraguense l’altro. Li avevo interpellati nel corso dei lavori preparatori di un libro sulla storia delle Br che sarebbe apparso nel 2017, Brigate rosse, dalle fabbriche alla campagna di primavera. Inizialmente, quando l’inchiesta era ancora contro ignoti, il primo reato ipotizzato fu la «violazione di segreto d’ufficio», la successiva perquisizione e il sequestro vennero giustificati ipotizzando il «favoreggiamento» e l’«associazione sovversiva». Ma poiché mancavano le «condotte di reato», anziché cassare il sequestro il tribunale di sorveglianza ebbe la bella idea si suggerire una nuova imputazione: la «rivelazione di notizie riservate stabilite dall’autorità». Successivamente il pubblico ministero rinunciava al reato di associazione sovversiva per confermare il favoreggiamento, anche se il gip osservava come nel fascicolo mancasse una chiara individuazione del reato, «una formulata incolpazione anche provvisoria».
L’archiviazione
Nel suo provvedimento il dottor Savio liquida uno alla volta i vari capi di imputazione partoriti durante l’indagine:
– la ricettazione (648 cp), ritenuta «non ipotizzabile, in ogni caso», anche perché non era stata accolta dalla stessa accusa, «non per nulla non ipotizzato e neanche iscritto ex art. 335 cpp dal pm»;
– il favoreggiamento personale (378 cp), giudicato «non perseguibile sia in dipendenza dell’inconsistenza dell’offensività della condotta di rivelazione di segreto ufficio (caduta su atti poi pubblicati, e dopo pochi giorni dal fatto) sia per la natura delle informazioni acquisite da Casimirri Alessio e Lojacono Alvaro con i documenti loro trasmessi dall’indagato, dati che – al di là della loro successiva pubblica diffusione – non erano e non sono idonei a consentire ulteriori incriminazioni o anche solo ulteriori investigazioni in ordine al ruolo da loro avuto nel sequestro di Aldo Moro, vicenda per la quale sono stati già giudicati; Reato comunque estinto poiché le condotte risalgono al dicembre 2015»;
– la rivelazione e utilizzazione di segreto d’ufficio (326 cp) – poiché «non si è potuto ricostruire se la violazione del segreto d’ufficio sia avvenuta per condotte dolose o colpose, ed in quale esatto contesto; Reato comunque estinto poiché le condotte risalgono al dicembre 2015».
Imputazione – va sottolineato – che semmai era ascrivibile alla persona che in totale trasparenza, senza alcun dolo ma con obiettivi legati all’ufficio che svolgeva, aveva consegnato a me, e ad altri ricercatori e studiosi, copie della bozza di relazione annuale poche ore prima della sua approvazione finale, con l’unico – per altro legittimo obiettivo – di elaborare degli emendamenti al testo.
Le indagini sul Moro sexies all’origine dell’inchiesta
Esaminando il fascicolo finalmente depositato integralmente, oggi scopriamo che tutto ha avuto inizio nel marzo 2020, quando la polizia di prevenzione stilava un primo rapporto sulla base di comunicazioni pervenute dalla Fbi relative all’intercettazione di alcune e-mail di Alessio Casimirri, ex brigatista condannato per il sequestro Moro, rifugiato e naturalizzato da decenni in Nicaragua.
Questo episodio avveniva mentre la procura di Roma, ordinaria e generale, da diverso tempo stavano nuovamente indagando sul sequestro Moro. Su input della commissione Moro 2 avevano riaperto alcuni filoni d’inchiesta su aspetti del sequestro, seguiti ad accertamenti svolti nell’ambito dei lavori della commissione parlamentare, che per semplicità sono stati riassunti sotto la definizione di Moro sexies. Alle prime tre inchieste già avviate in quel momento (2016-17-18): presunti rapporti con la ‘ndrangheta, indagati senza esito da quasi un decennio dalla procura generale e ancora in corso; indagini sulle tracce biologiche ritrovate su alcuni mezzi utilizzati in via Fani, sulla Renault 4 e in via Gradoli e su un falso cartellino fotosegnaletico attribuito ad Alessio Casimirri (queste ultime condotte dal pm Albamonte e formalmente archiviate dal gip), e di cui parleremo meglio in un prossimo articolo, si sono aggiunte altre due inchieste aperte nel 2020, sempre da Albamonte, e poi sdoppiate successivamente.
La nuova inchiesta del marzo 2020
«Dal complesso della già menzionata documentazione, acquisita mediante rogatoria internazionale a cura della procura generale di Roma e riversata in atti, emergevano – scriveva il pm Albamonte nella sua richiesta di archiviazione del settembre 2024 – numerosi scambi di messaggi tra il Casimirri e Alvaro Lojacono Baragiola. Anche questi ex Br e latitante in Svizzera».
In alcune mail che i due si scambiavano appariva in carbon copy anche un mio account. Come sopra accennato, nel marzo e nel giugno 2020 pervenivano una serie di rapporti di polizia sulla base di informazioni inviate dal magistrato di collegamento presso l’ambasciata degli Stati uniti a Roma, Josh Cavinato, che aveva raccolto «delle registrazioni per le autorità italiane relative ad un account e-mail riconducibile ad Alessio Casimirri».
Le intercettazioni della FBI
Una comunicazione proveniente da Michael Duclos, procuratore presso il Cyber team, Office of international affairs criminal division, del dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti, ci permette di comprendere meglio l’origine di queste attività di intercettazione preventiva: si afferma, infatti, che le registrazioni erano state svolte dalle forze di polizia statunitensi e poi fatte pervenire all’Italia. Per poter dare seguito all’attività di assistenza giudiziaria internazionale, Duclos chiedeva, inoltre, se «le autorità italiane avevano ancora necessità che il nostro ufficio ottenga registrazioni direttamente da Google?» e poi «quali fossero gli elementi di prova in possesso delle autorità italiane in grado di dimostrare che le comunicazioni e informazioni presenti negli account indicati fossero pertinenti con reati oggetto di indagine? Si prega di descrivere fatti e prove».
La risposta del procuratore generale
Dopo aver indicato i vecchi profili penali dei titolari degli account messi sotto sorveglianza, il procuratore generale Francesco Piantoni rispondeva – siamo sempre nel marzo del 2020, anche se l’assistenza giudiziaria internazionale è ancora attiva nel maggio del 2022 (nota della Dcpp, n.224/B1/Sez. 2/9699/2022) – che «le comunicazioni intercorse tra i due ex brigatisti latitanti (Casimirri e Loiacono) e tra questi e i due ex terroristi Persichetti e Piccioni (redattore del giornale online “Contropiano”, ndr) sono di rilevante interesse investigativo nell’ambito del presente procedimento, finalizzato all’individuazione di eventuali corresponsabili dell’eccidio di via Fani».
Ad avviso della procura, appariva sospetta la cronologia dei contatti, perché tre delle cinque comunicazioni tra Casimirri e Loiacono, intercettate nel 2018, erano avvenute a ridosso del quarantennale del rapimento Moro, che aveva avuto una importante risonanza mediatica. Non solo, i motivi di sospetto – proseguiva il magistrato – erano dovuti al fatto che nel 2018 si erano chiusi i «lavori della Commissione parlamentare d’inchiesta sul rapimento e sulla morte di Aldo Moro», nonché «per l’attivo interesse che Persichetti Paolo e Piccioni Francesco hanno dimostrato, in questi ultimi anni, con interventi pubblici e pubblicazioni che hanno accompagnato i lavori della Commissione parlamentare […] In più circostanze, infatti, sia Persichetti che Piccioni hanno preso posizione sostenendo sempre, anche a fronte delle nuove acquisizioni della Commissione, quanto affermato dai brigatisti rossi nel corso dei processi è delle audizioni in Commissione e dell’impegno profuso nel seguire i lavori della Commissione parlamentare e nell’intervenire pubblicamente per smentire la necessità di qualsiasi ulteriore approfondimento investigativo».
Lo stralcio dei fascicoli
Questo nuovo filone d’indagine aperto nel 2020 contro ignoti, si scindeva nel 2021 con la mia iscrizione nel registro degli indagati e l’avvio di una ulteriore inchiesta incentrata sul ruolo di Casimirri, volta ad approfondire vecchi aspetti, degli ever green del sequestro Moro: l’abbandono delle macchine del commando brigatista in via Licinio Calvo, l’ampia letteratura dietrologica su via dei Massimi e altri aspetti affrontati dalla Cm2. Indagine, anche questa, che ha condotto alla clamorosa smentita delle ipotesi investigative.
Le frustrazioni dell’antiterrorismo
Ci siano consentite, infine, alcune considerazioni sulle parole del procuratore generale Francesco Piantoni, condivise dal pubblico ministero Albamonte (oggi passato alla Dnaa): a suo avviso svolgere lavoro storico e giornalistico a distanza di quarant’anni dai fatti esaminati (nel frattempo siamo arrivati a 48), decostruire le fake news e le narrazioni complottiste sul rapimento Moro, per altro con riscontri storici di rilievo, mettere in discussione i limiti e le imprecisioni della verità giudiziaria e le narrazioni mainstream, sono un atteggiamento sospetto da indagare, perché – ritiene sempre il procuratore – volti a nascondere la verità, inquinare le prove, coprire dei complici. Tutte ragioni che ai suoi occhi giustificavano addirittura lo svolgimento di rogatorie internazionali con gli Stati Uniti e l’intercettazione del traffico mail degli interessati, fino al sequestro di un archivio e degli strumenti di lavoro di un ricercatore e allo sconvolgimento della vita di una famiglia.
Nel fascicolo dell’inchiesta emergono continue ed evidenti dimostrazioni della spasmodica ricerca, all’interno della mole enorme di materiale digitale e carte sequestrate, di rivelazioni inedite su persone e circostanze. Emerge una costante frustrazione che segna tutta l’inchiesta e la fallimentare caccia ai fantasmi, dovuta ad un appiattimento sulle tesi della dietrologia, messa in piedi dal baraccone dell’antiterrorismo, sempre più bisognoso di spettri da creare per giustificare la propria esistenza.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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20/02/2026
«Infondata la notizia di reato», dopo quattro anni il gip archivia l’inchiesta sul sequestro dell’archivio storico di Persichetti sul caso Moro
14/08/2024
Un ricordo di Emilio Quadrelli
di Francesco Piccioni
Sono stufo di scrivere quando muoiono amici e compagni di una vita stranamente lunga.
Con Emilio abbiamo condiviso vicinanze strettissime e lontananze filosofiche, parlando a bassa voce in ogni caso, come sa di dover fare chi ha imparato l’educazione stando a tavola con gente egualmente armata.
Abbiamo condiviso per esempio un tentativo di evasione da un camerone del carcere speciale di Cuneo, mesi di lavoro silenzioso in un piano in cui le spie del maresciallo Incandela erano quasi più numerose dei “bravi ragazzi”.
Mesi di messa alla prova della nostra pazienza, abilità, concentrazione, senso dell’equilibrio, condivisi con altri due fratelli di cui ho poi perso le tracce.
Anche con Emilio ci eravamo ad un certo punto persi di vista, per sua fortuna, visto il buco nero che stavano diventando gli “speciali” a metà degli anni ‘80, quando la lotta armata esterna era diventata ormai politicamente irrilevante o quasi.
“Per sua fortuna” perché la sua condanna era molto meno grave, e le porte del carcere gli si aprirono pochi anni dopo.
Lo ritrovai quando, ormai semilibero anch’io, dalla scrivania de il manifesto lo scoprii assistente di Alessandro Dal Lago, all’università di Genova.
Era insomma diventato un sociologo, certo molto sui generis, appassionato frequentatore dell’“oggetto” di studio, così come aveva vissuto in gioventù a metà strada tra la compagneria e le “batterie” locali, bande giovanili nate nei quartieri operai che cercavano un riscatto tra rapine e sequestri di persona, senza mai lasciarsi anche nelle difficoltà più estreme.
Quasi leggendaria, ai tempi, quella della sua città – con Mario Rossi (l’“altro Mario”, non il compagno della XXII Ottobre) e Paolo Dongo – capace di arrivare ad assaltare un blindato dei carabinieri per liberare uno di loro.
Leggo che qualcuno lo ascrive, oggi, alla corrente “operaista”, facendogli probabilmente un torto che gli farebbe storcere la bocca. Era un appassionato lettore e analista delle rivolte sociali – questo sì – confidando sempre che dalle esplosioni spontanee potesse emergere l’occasione di una rottura radicale dell’esistente. Cosa per me piuttosto improbabile, come la Storia mi sembra dimostri.
Ma al di là di questa pervicace ricerca di un elemento primigenio e irriducibile della ribellione ben poco d’altro lo accomunava all’“operaismo” italiano.
Volendo spiegare la differenza, era un operaio in rivolta capace di rifletterci sopra, più che un “operaista” pronto a cantarla. Era sicuramente un “uomo del fare” (rivolta) anche quando cominciò a scrivere di banlieue, immigrati, seconde e terze generazioni, colonialismo e neocolonialismo, sfruttamento sulle “linee del colore”.
Ci siamo ritrovati a discuterne in occasioni sempre troppo rare, su traiettorie di vita che a volte ci mettevano insieme per qualche dibattito pubblico, in cui spiegavamo con pazienza e a bassa voce la nostra differenza di vedute teoriche per raggiungere l’identico obiettivo strategico, in qualche modo solidamente rappresentata dalle nostre vite politiche, vicine ma non eguali.
Anche fisicamente lo avevo ritrovato trasformato. Dal ragazzo longilineo e capellone di questa vecchia foto in carcere, a strutturato culturista quasi più largo che lungo. Prese le mie preoccupazioni di lottatore “al naturale” su questo fronte nel suo solito modo (“non un passo indietro, comunque vada”).
Il suo libro più sentito, e che meglio ne rappresenta il nesso inscindibile tra fare e pensare rivolta, è in ogni caso Andare ai resti. Espressione che può comprendere fino in fondo solo chi ha vissuto, scegliendola, una rivolta in carcere, dove ti giochi tutto – la vita o almeno l’integrità fisica – perché hai capito che non puoi accettare di arretrare ancora.
Perché quel che ti resta da difendere è così poco, e in via di eliminazione, che vale la pena di “giocarselo” puntando a rovesciare la condizione. Tanto, peggio di così, non potrà andare...
Un estraneo, da fuori, parla in casi come questi di “follia”, vista la sproporzione abissale di forza tra i rivoltosi e il nemico. Eppure la storia è ricca di manifestazioni del genere, come si è visto a Gaza o nel ghetto di Varsavia.
E se avessimo fatto in tempo a discuterne si sarebbe probabilmente appassionato a trovare le tante similitudini esistenti nelle rivolte di prigionieri di ieri e di oggi. In carceri occidentali come in quartieri mediorientali sotto assedio perenne, nel fondo di un tunnel scavato da militanti islamici o da ebrei comunisti che non hanno voluto attendere – e subire – il genocidio in silenzio.
Me ne diede una copia e tempo dopo mi chiese se mi ero riconosciuto in uno degli episodi lì narrati. In quel libro giustamente senza nomi, di tanti fatti che avevo vissuto direttamente o per vicinanza, m’era sfuggita una scena che mi vedeva protagonista. Ma erano gesti per me dovuti, e non me li segnavo come meriti. Se li ricordano certamente meglio gli altri...
È l’ultimo mio rammarico. Appena rientrato da un viaggio di quasi tre mesi, sfiorando guerre in atto o che stanno per esplodere, non ce l’ho fatta a prendere subito un treno per andarlo a trovare prima della fine. E non c’è rimedio possibile.
Ciao Emilio, non un passo indietro, vada come vada.
Fonte
Sono stufo di scrivere quando muoiono amici e compagni di una vita stranamente lunga.
Con Emilio abbiamo condiviso vicinanze strettissime e lontananze filosofiche, parlando a bassa voce in ogni caso, come sa di dover fare chi ha imparato l’educazione stando a tavola con gente egualmente armata.
Abbiamo condiviso per esempio un tentativo di evasione da un camerone del carcere speciale di Cuneo, mesi di lavoro silenzioso in un piano in cui le spie del maresciallo Incandela erano quasi più numerose dei “bravi ragazzi”.
Mesi di messa alla prova della nostra pazienza, abilità, concentrazione, senso dell’equilibrio, condivisi con altri due fratelli di cui ho poi perso le tracce.
Anche con Emilio ci eravamo ad un certo punto persi di vista, per sua fortuna, visto il buco nero che stavano diventando gli “speciali” a metà degli anni ‘80, quando la lotta armata esterna era diventata ormai politicamente irrilevante o quasi.
“Per sua fortuna” perché la sua condanna era molto meno grave, e le porte del carcere gli si aprirono pochi anni dopo.
Lo ritrovai quando, ormai semilibero anch’io, dalla scrivania de il manifesto lo scoprii assistente di Alessandro Dal Lago, all’università di Genova.
Era insomma diventato un sociologo, certo molto sui generis, appassionato frequentatore dell’“oggetto” di studio, così come aveva vissuto in gioventù a metà strada tra la compagneria e le “batterie” locali, bande giovanili nate nei quartieri operai che cercavano un riscatto tra rapine e sequestri di persona, senza mai lasciarsi anche nelle difficoltà più estreme.
Quasi leggendaria, ai tempi, quella della sua città – con Mario Rossi (l’“altro Mario”, non il compagno della XXII Ottobre) e Paolo Dongo – capace di arrivare ad assaltare un blindato dei carabinieri per liberare uno di loro.
Leggo che qualcuno lo ascrive, oggi, alla corrente “operaista”, facendogli probabilmente un torto che gli farebbe storcere la bocca. Era un appassionato lettore e analista delle rivolte sociali – questo sì – confidando sempre che dalle esplosioni spontanee potesse emergere l’occasione di una rottura radicale dell’esistente. Cosa per me piuttosto improbabile, come la Storia mi sembra dimostri.
Ma al di là di questa pervicace ricerca di un elemento primigenio e irriducibile della ribellione ben poco d’altro lo accomunava all’“operaismo” italiano.
Volendo spiegare la differenza, era un operaio in rivolta capace di rifletterci sopra, più che un “operaista” pronto a cantarla. Era sicuramente un “uomo del fare” (rivolta) anche quando cominciò a scrivere di banlieue, immigrati, seconde e terze generazioni, colonialismo e neocolonialismo, sfruttamento sulle “linee del colore”.
Ci siamo ritrovati a discuterne in occasioni sempre troppo rare, su traiettorie di vita che a volte ci mettevano insieme per qualche dibattito pubblico, in cui spiegavamo con pazienza e a bassa voce la nostra differenza di vedute teoriche per raggiungere l’identico obiettivo strategico, in qualche modo solidamente rappresentata dalle nostre vite politiche, vicine ma non eguali.
Anche fisicamente lo avevo ritrovato trasformato. Dal ragazzo longilineo e capellone di questa vecchia foto in carcere, a strutturato culturista quasi più largo che lungo. Prese le mie preoccupazioni di lottatore “al naturale” su questo fronte nel suo solito modo (“non un passo indietro, comunque vada”).
Il suo libro più sentito, e che meglio ne rappresenta il nesso inscindibile tra fare e pensare rivolta, è in ogni caso Andare ai resti. Espressione che può comprendere fino in fondo solo chi ha vissuto, scegliendola, una rivolta in carcere, dove ti giochi tutto – la vita o almeno l’integrità fisica – perché hai capito che non puoi accettare di arretrare ancora.
Perché quel che ti resta da difendere è così poco, e in via di eliminazione, che vale la pena di “giocarselo” puntando a rovesciare la condizione. Tanto, peggio di così, non potrà andare...
Un estraneo, da fuori, parla in casi come questi di “follia”, vista la sproporzione abissale di forza tra i rivoltosi e il nemico. Eppure la storia è ricca di manifestazioni del genere, come si è visto a Gaza o nel ghetto di Varsavia.
E se avessimo fatto in tempo a discuterne si sarebbe probabilmente appassionato a trovare le tante similitudini esistenti nelle rivolte di prigionieri di ieri e di oggi. In carceri occidentali come in quartieri mediorientali sotto assedio perenne, nel fondo di un tunnel scavato da militanti islamici o da ebrei comunisti che non hanno voluto attendere – e subire – il genocidio in silenzio.
Me ne diede una copia e tempo dopo mi chiese se mi ero riconosciuto in uno degli episodi lì narrati. In quel libro giustamente senza nomi, di tanti fatti che avevo vissuto direttamente o per vicinanza, m’era sfuggita una scena che mi vedeva protagonista. Ma erano gesti per me dovuti, e non me li segnavo come meriti. Se li ricordano certamente meglio gli altri...
È l’ultimo mio rammarico. Appena rientrato da un viaggio di quasi tre mesi, sfiorando guerre in atto o che stanno per esplodere, non ce l’ho fatta a prendere subito un treno per andarlo a trovare prima della fine. E non c’è rimedio possibile.
Ciao Emilio, non un passo indietro, vada come vada.
Fonte
23/12/2023
Due o tre cose che vanno dette su Toni Negri
di Francesco Piccioni
È tradizione soprattutto mediterranea, almeno a far data dall’Eneide, quella del parce sepulto, ossia l’invito a non parlar male dei defunti, anche se hanno avuto delle colpe.
L’invito è rispettabile sotto molti aspetti, ma non può essere esteso oltre misura, fino a cancellare ogni critica per quanto fatto o detto o scritto dal dipartito. Altrimenti ogni progresso storico specifico sarebbe congelato come le lapidi di un cimitero.
Nel caso di Toni Negri, in questi giorni, abbiamo visto molte “dimenticanze” da parte dei vecchi o seminuovi protagonisti della stagione dei “movimenti”, i soliti insulti da parte della destra trinariciuta, qualche ricordo non demonizzante anche su alcuni media mainstream.
Ci sta. I ricordi di gioventù sono sempre più dolci che non i sentimenti in tempo reale. E l’odio da parte del nemico spinge a mettere da parte le critiche, a suggerire “compattezza” anche quando questa non c’è stata, neanche in pieno conflitto.
Ma onestà intellettuale vuole che il parce sepulto, nel suo caso, non sia applicabile almeno per quanto riguarda le due principali influenze che a Negri vengono riconosciute: quella sul pensiero politico e sulle pratiche politiche “di movimento”.
Perché la sua influenza è stata – sì – decisamente importante, ma altrettanto decisamente negativa.
E mi sembra necessario che quel poco o tanto di nuova mobilitazione antagonista sia perlomeno informata sugli aspetti più critici, in modo da decidere liberamente su come e se farci i conti. Non c’è infatti nulla di meno rivoluzionario dell’accodarsi a una “narrazione” edulcorata, priva di rilievi critici, accomodante… Inevitabilmente fasulla.
Pensatore, ok, ma non proprio “marxista”
La sua produzione teorica è vasta, cambia da un periodo all’altro, e una ricostruzione analitica argomentata richiederebbe quanto meno lo spazio di un libro, cosa che eccede ovviamente le intenzioni e le possibilità di un ricordo in tempo reale. Perciò spero che mi possa essere perdonata la sbrigatività assertiva di alcune considerazioni, rinviando ad altro momento eventuali singoli approfondimenti.
Non rientro nelle polemiche storiche sul contributo del filone “operaista” italiano alla movimentazione del pensiero politico comunista di questo paese, spesso svilito a giustificazione teorica delle scelte del Pci. Panzieri, Alquati, Morandi sono stati autentici innovatori, discutibili come tutti i pensatori, ma certamente capaci di stimolare una riflessione sulla realtà della “condizione operaia” nel capitalismo dopo la Seconda guerra mondiale.
In quel filone e su quei contributi Negri (e Tronti, prima di lui) si è inserito con abilità, “surfando” disinvoltamente su assunti teorici già in gran parte definiti. Il dominio e il sabotaggio resta per molti una pietra miliare nella formazione di una parte consistente della generazione del ’68.
Il suo “rapporto con Marx”, però, è stato – a giudizio non solo mio – una “libera interpretazione”, spesso arbitraria, delle categorie marxiane. Fino alla trasformazione di semplici battute incidentali, scritte da Marx nei suoi appunti, in “categorie” che dovevano illustrare il mondo… secondo Toni.
Esemplare, in questo senso, il suo uso dei Grundrisse in chiave “anti-sovietica”, sorvolando allegramente sul fatto che quei quaderni – sicuramente decisivi per capire molti dei passaggi analitici compiuti da Marx nel suo percorso per arrivare alla sistematizzazione de Il Capitale – fossero stati pubblicati tra il 1939 e il 1941 dalla MEGA, grazie soprattutto all’opera di David Rjazanov. Quindi a Mosca, all’inizio della Seconda guerra mondiale… addirittura sotto Stalin.
Impossibile ripercorrere qui la storia delle discussioni intorno ai Grundrisse, che costituiscono certamente una tappa fondamentale marxiana e come tali vanno studiati. Ma altrettanto certamente negli anni ‘70 Negri è stato tra quanti ne ha proposto una lettura molto “eretica” rispetto ai risultati poi consolidati ne Il Capitale (quanto meno nel primo libro, di cui Marx curò personalmente l’edizione; gli altri due da Engels, co-fondatore della stessa teoria).
Ma è ovvio che contrapporre o dilatare le differenze tra due testi che rappresentano tappe diverse di un unico percorso non è il massimo della correttezza intellettuale…
Per brevità ricordo soltanto il “successo di chiacchiera” goduto all’espressione general intellect, che si può ritrovare in questo paragrafo dei Grundrisse:
In un sintagma di due parole, riferite al più generale o generico dei concetti (o a un modo di dire nell’uso abituale in Inghilterra a metà ‘800), si può certo provare a infilare un po’ di tutto, gonfiandolo come una mongolfiera. Ma anche questa non è un’operazione innocente…
Per chiunque abbia provato a studiare qualche parte della produzione marxiana nella forma espositiva finale destinata alla pubblicazione (per esempio, il libro primo de Il Capitale) è palese che il Moro di Treviri fa un uso scientifico e univoco delle “categorie”, al punto da ripeterle nella loro formulazione durante tutta la trattazione, evitando con cura ogni abbreviazione, allusione, vaghezza.
Per capirci: il “capitale produttivo di interesse” (da prestito, insomma) è una figura o categoria diversa dal “capitale produttivo” in generale. E non troverete mai una delle due espressioni usata al posto dell’altra o di altre categorie che pure contengono le parole “capitale produttivo…”.
Visto questo metodo espositivo senza eccezioni, dovrebbe esser chiaro a tutti che se una espressione è stata da Marx usata una volta sola in tutti i suoi scritti (svariati metri cubi di carte, nella maggior parte appunti o versioni “grezze” di studi da completare) quella espressione non è una sua “categoria” analitica, ma poco più di una “battuta” buttata lì per abbreviare la scrittura, un promemoria per se stesso, mentre si tiene ferma l’attenzione sul processo che si sta osservando (“Contraddizione tra la fondazione della produzione borghese [il valore come misura] e il suo sviluppo. Macchine, ecc”, si intitola il capitolo in cui è inserito il paragrafo appena citato).
Marx, del resto, è con Engels il fondatore di una teoria scientifica su come funziona il capitale, ma non l’ha “inventata” con un colpo di fulmine, già completa in ogni sua parte come Minerva dalla mente di Giove. Ha lavorato per decenni, modificando spesso in corso d’opera l’architettura generale del suo edificio teorico, man mano che a lui stesso si chiarivano alcuni processi reali del capitale in azione e la loro precisa interconnessione in un sistema teorico che deve corrispondere al processo reale.
Dunque, se il buon Marx, una sera di metà Ottocento, ha messo lì un general intellect e poi, nel corso dei decenni, non l’ha più ripreso né “rielaborato”, non possiamo noi – gente del XX secolo poi sopravvissuta fino al XXI – farla diventare una “categoria marxiana” con cui colorare questo o quell’aspetto del mondo che abbiamo davanti oggi.
Ma Toni Negri, com’è noto, ne ha fatto uno dei “tratti caratteristici” del proprio modo di violentare Marx (per tentare di andare “oltre Marx”).
Altrettanto può dirsi di un altro cavallo di battaglia della lunga narrativa negriana, quasi sempre incentrata sulla individuazione di un “soggetto spontaneamente rivoluzionario” che non abbisognava di una conoscenza scientifica del modo di produzione, di una teoria rivoluzionaria conseguente, di un’organizzazione adeguata, ecc.
Dall’operaio massa perché inserito come un ingranaggio nel meccanismo infernale della fabbrica – caratteristico della fase più feconda e stimolante dell’”operaismo” italiano, poco prima e contemporaneamente all’esplosione dell’“autunno caldo” – Negri transita in un attimo alla teorizzazione di un altro “soggetto centrale”, che ha perso però molte determinazioni concrete: l’operaio sociale.
Una figura che può stare un po’ dappertutto e che ognuno può riempire come preferisce, in cui “tutte le vacche sono nere”. O meglio, un qualcosa di indistinto che serve da “àncora” fisica per far apparire concreto un discorso decisamente svolazzante.
Fino all’ultima trasfigurazione, all’alba del terzo millennio, le moltitudini, che non hanno più caratteristiche né forma, perse come sono nello spazio spianato dell’Impero senza più confini. Ma ci arriveremo...
La militanza rivoluzionaria
Su questo piano, invece, ci sono ben pochi spazi per interpretazioni benevole dell’”influenza negriana”. Che vive, anche qui, due fasi nettamente diverse.
Non c’è dubbio che tra la fine degli anni ‘60 e l’inizio degli ‘80 abbia esercitato un ruolo importante, fondando tra gli altri Potere Operaio. Né possono esserci dubbi , a partire dallo scioglimento dei gruppi extraparlamentari (dal ‘73 in poi), abbia contribuito con grande peso sulla formazione della galassia dell’Autonomia Operaia.
Una galassia protagonista di una stagione di grande conflittualità sociale e politica, molto differenziata al proprio interno, ma complessivamente – e ideologicamente – rappresentata soprattutto dal gruppo ristretto intorno a Negri (con l’ala romana, “i Volsci”, in posizione sempre piuttosto critica).
Si può condividere o meno molto di quel che l’Autonomia Operaia ha prodotto in quegli anni, ma sembra pacifico affermare che il “modello organizzativo” adottato garantiva al ristretto gruppo dirigente il potere di indirizzare politicamente l’insieme, senza le incombenze – e le responsabilità – tipiche di un “vertice”, mentre ogni area territoriale si strutturava in modo più o meno forte.
Quando Negri & co. hanno preso a “flirtare” anche con pratiche armate di una certa rilevanza questa separazione tra “autorità di indirizzo” e “irresponsabilità organizzativa” ha prodotto diversi episodi ben poco commendevoli (i compagni condannati per la rapina di Argelato, per esempio, non ne conservano affatto un buon ricordo).
Ma fu l’inchiesta denominata “7 aprile”, condotta da un magistrato privo di scrupoli sulla base delle illazioni di un collaboratore fornito dal Pci, a creare la confusione più completa.
Negri venne accusato di essere “il capo delle Brigate Rosse” e addirittura l’autore di una delle telefonate decisive durante la prigionia di Aldo Moro.
Un’invenzione pura e semplice, sbirrescamente “utile” solo a produrre qualche decina di arresti. Ma che si fondava sulla “certezza” – senza molte prove, prima che qualche arrestato non non cominciasse a “collaborare” – che “gli autonomi” fossero i responsabili di un gran numero di azioni, diciamo così, “a bassa intensità” (le “notti dei fuochi”, ecc.).
Negri verrà anni dopo condannato solo per le azioni condotte dai militanti che a lui facevano diretto riferimento, e non per altro.
In particolare per essere stato il “mandante” del sequestro per autofinanziamento di Carlo Saronio, a lungo attivista nello stesso gruppo, di ottima famiglia (industriali farmaceutici), morto per l’imperizia di chi aveva il compito di trattenerlo.
Non entro naturalmente nel merito delle accuse. Ricordo bene che nei processi di quel tempo – e di quella stessa Corte – si distribuivano secoli di condanne con criteri all’ingrosso, con ben poca attenzione ai dettagli e alle responsabilità individuali.
Ma so altrettanto bene che in una qualsiasi organizzazione degna di questo nome – qualunque siano i criteri di funzionamento – la “direzione politica” non può dirsi estranea a ciò che i militanti di base o intermedi hanno ritenuto giusto fare. Né che questi ultimi abbiano agito all’insaputa dei vertici.
Quindi il fatto che mi sembra rilevante – e negativo – ancora oggi non è “cosa effettivamente Negri ha fatto o deciso”, ma la sua perpetua pretesa di essere considerato al di sopra e fuori dalla normale pratica quotidiana dell’insieme politico che a lui faceva riferimento. “Innocente” in termini giuridici, ossia irresponsabile secondo quelli politici.
Una deresponsabilizzazione che si è cominciata a vedere fisicamente dal momento della svolta dalla militanza rivoluzionaria alla collaborazione con il potere dominante. Ovvero con lo Stato.
Quel momento l’ho visto dal vivo e comincia a prendere corpo nei giorni successivi alla rivolta nel carcere speciale di Trani (fine dicembre 1980). Passate le 24 ore in cui “il calore della comunità prigioniera” aveva momentaneamente unito tutte le componenti presenti (dai brigatisti ai piellini, agli “autonomi” delle diverse anime, ai detenuti “comuni”), la battaglia contro le forze speciali dei carabinieri e i successivi pestaggi sanguinosi ad opera delle guardie avevano riportato tutti alla dura “normalità”. Eravamo in mano al nemico.
Toni subì un pestaggio violento e “dedicato”, in cui si mescolavano istintive antipatie di classe, anticomunismo viscerale, odio specifico per “quelli famosi” e altre carinerie “normali” per gli agenti di un carcere speciale.
Non fu quello che ne prese di più, certo, ma in certi casi non si sta a sottilizzare o a far classifiche.
È necessario anche ricordare che quella rivolta, in coincidenza con il sequestro del giudice D’Urso, seguita a poche ore di distanza dall’esecuzione del generale dei carabinieri Galvaligi (a capo della sorveglianza esterna delle carceri speciali, Trani compresa), portò alla chiusura definitiva del supercarcere dell’Asinara, il più infame fino ad allora messo in funzione.
Una vittoria parziale ma significativa, insomma, anche se in un fase molto problematica e segnata da una accentuazione feroce della repressione.
Da lì in poi le strade di Toni Negri e di gran parte dei suoi si separarono da quelle degli altri prigionieri politici. Cominciarono a circolare documenti un po’ strambi (il più noto diventò Do you remember revolution?, quasi un “addio alle armi”), bizantine differenziazioni che ben presto si sarebbero trasformate nella solita distinzione tra “prigionieri cattivi” (quelli che resistevano, solo successivamente chiamati “irriducibili”) e “semi-buoni”.
Presero forma prima le “aree omogenee”, ossia gruppi di prigionieri che venivano trasferiti in carceri “normali”, senza le notevoli restrizioni di quelle “speciali”.
A seguire, l’”omogeneità” precipitò in “movimento della dissociazione”, finalizzato ad ottenere una legge che garantisse robusti sconti di pena per chi ammetteva i propri reati, facesse pubblica ammenda sugli “eccessi” di una generazione, mentre su tutti gli altri prigionieri politici calava la cortina di ferro dell’”articolo 90” – l’ultimo del Codice penitenziario, che annullava tutti i precedenti ottantanove.
In quel contesto maturò anche la sua candidatura alle elezioni politiche nelle liste del Partito Radicale (era possibile, non avendo ancora fin lì subito alcuna condanna), e quindi l’ingresso in Parlamento con la pattuglia di Marco Pannella, allo scopo – veniva detto – di facilitare la realizzazione dell’agognata legge pro “prigionieri buoni”.
Le cose non andarono benissimo, i reazionari (nella Dc e nel Pci) scalpitavano, le condanne – anche agli “aspiranti dissociati” – fioccavano regalando secoli di carcere e Negri stesso vide la possibilità concreta di essere spogliato dell’immunità parlamentare e quindi essere nuovamente arrestato.
Se ne andò prima che avvenisse, e non tutti i suoi seguaci in carcere la presero benissimo. Ma l’agognata legge per i “dissociati” andò avanti comunque, seppur più lentamente e con quel tanto di “paletti” supplementari che la resero quasi una seconda legge sui “pentiti” (di “nuove rivelazioni” a quel punto – 1987 – era impossibile farne, bastava spesso confermare le proprie responsabilità già testimoniate da un “pentito” e stracciarsi le vesti q.b.).
Non è una mia interpretazione malevola. Ci sono i verbali di interrogatorio, scritti nel linguaggio questurino che non permette troppi voli pindarici e arzigogoli semantici. Perché quando “a domanda risponde”, l’imputato deve essere chiaro. Altrimenti ne seguono altre, fin quando non resta da dire un “sì” o un “no”…
Un rivoluzionario, davanti al giudice, può scegliere di tacere oppure di difendersi (con un buon avvocato), nella misura in cui è innocente rispetto alle accuse mossegli. Di “terze vie” ne sono state tentate molte, ma non ne ricordo di funzionanti, praticamente, Ancor meno di onorevoli…
Da lì in poi il Negri “rivoluzionario” scomparve per sempre, anche se restò nell’aria la fama di “cattivo maestro” che solleva ancor oggi il sopracciglio dei reazionari, la nostalgia di molti reduci e magari qualche curiosità in chi è arrivato al mondo molto dopo.
L’Impero (“del bene”?)
Nella fase post-dissociazione l’impostazione filosofica non marxista di Negri diventa più trasparente. Resta l’enfasi tonitruante, il parlare da profeta che non ammette confronto, la profusione di immagini più fascinose che illuminanti, la vaghezza dei fenomeni concreti posti a fondamento di obiettivi e strategie, a volte pure la rivendicazione di un “comunismo” declinato in termini di fantasiosa utopia… ma il gioco diventa più facile da scoprire.
Se si vuole, certo. I laudatores, totalmente acritici, continuano a non mancare e si sperticano in genuflessioni.
È Impero il suo ultimo successo, sia “di movimento” sia in libreria, che pretende di “sussumere” da un lato il movimento no global che stava in quel periodo attraversando il mondo e dall’altro l’egemonia statunitense sul pianeta, al termine dell’era clintoniana, in un connubio apparentemente inspiegabile in termini razionali.
Ma tutto si tiene, nella narrativa negriana, perché “il capitale lavora per noi”, come diceva – con altri orizzonti – ai tempi dell’antagonismo radicale. Una banalizzazione pericolosa del concetto marxiano che individua nell’affermarsi del capitale una “forza progressiva” che demolisce il vecchio mondo pre-industriale, nonché tutte le istituzioni relative e la “cultura generale”. Una forza che, insomma, affermandosi sul mondo produce anche le condizioni oggettive per il proprio stesso superamento.
Una banalizzazione che vernicia di “progresso” il passaggio alla cosiddetta “globalizzazione”, ossia alla lunga fase dell’incontrastata egemonia statunitense sul mondo (oggi palesemente in crisi), ma che regge per pochissimo tempo.
Quando le elezioni presidenziali portarono alla Casa Bianca, pochi mesi dopo, George W. Bush – che certo poteva essere accusato di tutto, tranne che di essere espressione delle forze del “progresso” – al povero Negri non restò che lamentarsi del “golpe” avvenuto nell’Impero.
Più seriamente, la critica a quella narrativa venne per esempio da Giovanni Arrighi, che – pur condividendo benevolmente le “intenzioni” del testo – ne contestò i fondamenti utilizzando gli argomenti che padroneggiava da maestro.
La considerazione sulle dimensioni dei fenomeni migratori, per dirne una, rivelano per di più una visione del tutto “occidentalo-centrica”, che fa chiudere gli occhi su quanto è avvenuto o avviene nel resto del mondo.
Ma come si può prendere sul serio un pensiero politico che fa volentieri a meno dell’analisi concreta della situazione concreta (i dati e i fenomeni reali) e tratteggia impressionisticamente le evoluzioni possibili di una realtà che andrebbe modificata tramite l’azione politica progettuale? Che progetto politico può essere, in altri termini, quello che non conosce né vuole riconoscere il reale com’è? Come può aiutare a cambiare davvero il mondo una visione che lo “racconta” invece di capire com’è fatto?
È questa, in definitiva, la critica finale che Arrighi muove a Negri e che ripropongo all’attenzione dei compagni che vogliono capirne di più, senza affidarsi alle romanticherie mitologiche dei “come eravamo”, redatti secondo la regola del parce sepulto.
Nella tarda primavera del 2005 Francia e Olanda tennero un referendum popolare per approvare il progetto di “costituzione europea”, una bozza di trattato elaborata nella relazione Méndes de Vigo-Leinen, già approvata dal Parlamento europeo ma istituzionalmente bisognosa di ratifica da parte degli Stati membri.
Un testo che appariva più un trattato commerciale che non una vera Costituzione, contenente buona parte dei “pilastri” istituzionali poi approvati con singoli trattati.
Negri, ormai residente a Parigi, aveva caldeggiato il voto per il “Sì” da parte della sinistra locale.
Entrambi i referendum registrarono la nettissima vittoria del “No”. Della “costituzione europea” non si parlò più. Di far votare i popoli sull’architettura istituzionale della UE, neanche.
Ce n’è di distanza da Il dominio e il sabotaggio, non vi pare?
Fonte
È tradizione soprattutto mediterranea, almeno a far data dall’Eneide, quella del parce sepulto, ossia l’invito a non parlar male dei defunti, anche se hanno avuto delle colpe.
L’invito è rispettabile sotto molti aspetti, ma non può essere esteso oltre misura, fino a cancellare ogni critica per quanto fatto o detto o scritto dal dipartito. Altrimenti ogni progresso storico specifico sarebbe congelato come le lapidi di un cimitero.
Nel caso di Toni Negri, in questi giorni, abbiamo visto molte “dimenticanze” da parte dei vecchi o seminuovi protagonisti della stagione dei “movimenti”, i soliti insulti da parte della destra trinariciuta, qualche ricordo non demonizzante anche su alcuni media mainstream.
Ci sta. I ricordi di gioventù sono sempre più dolci che non i sentimenti in tempo reale. E l’odio da parte del nemico spinge a mettere da parte le critiche, a suggerire “compattezza” anche quando questa non c’è stata, neanche in pieno conflitto.
Ma onestà intellettuale vuole che il parce sepulto, nel suo caso, non sia applicabile almeno per quanto riguarda le due principali influenze che a Negri vengono riconosciute: quella sul pensiero politico e sulle pratiche politiche “di movimento”.
Perché la sua influenza è stata – sì – decisamente importante, ma altrettanto decisamente negativa.
E mi sembra necessario che quel poco o tanto di nuova mobilitazione antagonista sia perlomeno informata sugli aspetti più critici, in modo da decidere liberamente su come e se farci i conti. Non c’è infatti nulla di meno rivoluzionario dell’accodarsi a una “narrazione” edulcorata, priva di rilievi critici, accomodante… Inevitabilmente fasulla.
Pensatore, ok, ma non proprio “marxista”
La sua produzione teorica è vasta, cambia da un periodo all’altro, e una ricostruzione analitica argomentata richiederebbe quanto meno lo spazio di un libro, cosa che eccede ovviamente le intenzioni e le possibilità di un ricordo in tempo reale. Perciò spero che mi possa essere perdonata la sbrigatività assertiva di alcune considerazioni, rinviando ad altro momento eventuali singoli approfondimenti.
Non rientro nelle polemiche storiche sul contributo del filone “operaista” italiano alla movimentazione del pensiero politico comunista di questo paese, spesso svilito a giustificazione teorica delle scelte del Pci. Panzieri, Alquati, Morandi sono stati autentici innovatori, discutibili come tutti i pensatori, ma certamente capaci di stimolare una riflessione sulla realtà della “condizione operaia” nel capitalismo dopo la Seconda guerra mondiale.
In quel filone e su quei contributi Negri (e Tronti, prima di lui) si è inserito con abilità, “surfando” disinvoltamente su assunti teorici già in gran parte definiti. Il dominio e il sabotaggio resta per molti una pietra miliare nella formazione di una parte consistente della generazione del ’68.
Il suo “rapporto con Marx”, però, è stato – a giudizio non solo mio – una “libera interpretazione”, spesso arbitraria, delle categorie marxiane. Fino alla trasformazione di semplici battute incidentali, scritte da Marx nei suoi appunti, in “categorie” che dovevano illustrare il mondo… secondo Toni.
Esemplare, in questo senso, il suo uso dei Grundrisse in chiave “anti-sovietica”, sorvolando allegramente sul fatto che quei quaderni – sicuramente decisivi per capire molti dei passaggi analitici compiuti da Marx nel suo percorso per arrivare alla sistematizzazione de Il Capitale – fossero stati pubblicati tra il 1939 e il 1941 dalla MEGA, grazie soprattutto all’opera di David Rjazanov. Quindi a Mosca, all’inizio della Seconda guerra mondiale… addirittura sotto Stalin.
Impossibile ripercorrere qui la storia delle discussioni intorno ai Grundrisse, che costituiscono certamente una tappa fondamentale marxiana e come tali vanno studiati. Ma altrettanto certamente negli anni ‘70 Negri è stato tra quanti ne ha proposto una lettura molto “eretica” rispetto ai risultati poi consolidati ne Il Capitale (quanto meno nel primo libro, di cui Marx curò personalmente l’edizione; gli altri due da Engels, co-fondatore della stessa teoria).
Ma è ovvio che contrapporre o dilatare le differenze tra due testi che rappresentano tappe diverse di un unico percorso non è il massimo della correttezza intellettuale…
Per brevità ricordo soltanto il “successo di chiacchiera” goduto all’espressione general intellect, che si può ritrovare in questo paragrafo dei Grundrisse:
“La natura non costruisce macchine, né locomotive, ferrovie, telegrafi elettrici, muli automatici, ecc. Questi sono prodotti dell’industria umana; materiali naturali trasformati in organi della volontà umana sulla natura, o della partecipazione umana nella natura. Sono organi del cervello umano, creati dalla mano umana; il potere della conoscenza, oggettivato.Una notazione che appare quasi marginale e scontata, rispetto all’indagine. Perché è abbastanza difficile per qualsiasi comunità umana far funzionare il processo di produzione sociale indipendentemente dalla «facoltà di pensare e di parlare» o contro le conoscenze – scientifiche tecnologiche, ecc – consolidate. Si può e deve svilupparle, naturalmente, ma a partire da quel che già è noto, verificato, comunicato.
Lo sviluppo del capitale fisso indica in che misura la conoscenza sociale generale è diventata una forza diretta di produzione e in che misura, quindi, le condizioni del processo di vita sociale stesso sono entrate sotto il controllo del general intellect e sono state trasformate in conformità ad esso. In che misura le potenze della produzione sociale sono state generate, non solo sotto forma di conoscenza, ma anche come organi immediati della pratica sociale, del processo di vita reale.”
In un sintagma di due parole, riferite al più generale o generico dei concetti (o a un modo di dire nell’uso abituale in Inghilterra a metà ‘800), si può certo provare a infilare un po’ di tutto, gonfiandolo come una mongolfiera. Ma anche questa non è un’operazione innocente…
Per chiunque abbia provato a studiare qualche parte della produzione marxiana nella forma espositiva finale destinata alla pubblicazione (per esempio, il libro primo de Il Capitale) è palese che il Moro di Treviri fa un uso scientifico e univoco delle “categorie”, al punto da ripeterle nella loro formulazione durante tutta la trattazione, evitando con cura ogni abbreviazione, allusione, vaghezza.
Per capirci: il “capitale produttivo di interesse” (da prestito, insomma) è una figura o categoria diversa dal “capitale produttivo” in generale. E non troverete mai una delle due espressioni usata al posto dell’altra o di altre categorie che pure contengono le parole “capitale produttivo…”.
Visto questo metodo espositivo senza eccezioni, dovrebbe esser chiaro a tutti che se una espressione è stata da Marx usata una volta sola in tutti i suoi scritti (svariati metri cubi di carte, nella maggior parte appunti o versioni “grezze” di studi da completare) quella espressione non è una sua “categoria” analitica, ma poco più di una “battuta” buttata lì per abbreviare la scrittura, un promemoria per se stesso, mentre si tiene ferma l’attenzione sul processo che si sta osservando (“Contraddizione tra la fondazione della produzione borghese [il valore come misura] e il suo sviluppo. Macchine, ecc”, si intitola il capitolo in cui è inserito il paragrafo appena citato).
Marx, del resto, è con Engels il fondatore di una teoria scientifica su come funziona il capitale, ma non l’ha “inventata” con un colpo di fulmine, già completa in ogni sua parte come Minerva dalla mente di Giove. Ha lavorato per decenni, modificando spesso in corso d’opera l’architettura generale del suo edificio teorico, man mano che a lui stesso si chiarivano alcuni processi reali del capitale in azione e la loro precisa interconnessione in un sistema teorico che deve corrispondere al processo reale.
Dunque, se il buon Marx, una sera di metà Ottocento, ha messo lì un general intellect e poi, nel corso dei decenni, non l’ha più ripreso né “rielaborato”, non possiamo noi – gente del XX secolo poi sopravvissuta fino al XXI – farla diventare una “categoria marxiana” con cui colorare questo o quell’aspetto del mondo che abbiamo davanti oggi.
Ma Toni Negri, com’è noto, ne ha fatto uno dei “tratti caratteristici” del proprio modo di violentare Marx (per tentare di andare “oltre Marx”).
Altrettanto può dirsi di un altro cavallo di battaglia della lunga narrativa negriana, quasi sempre incentrata sulla individuazione di un “soggetto spontaneamente rivoluzionario” che non abbisognava di una conoscenza scientifica del modo di produzione, di una teoria rivoluzionaria conseguente, di un’organizzazione adeguata, ecc.
Dall’operaio massa perché inserito come un ingranaggio nel meccanismo infernale della fabbrica – caratteristico della fase più feconda e stimolante dell’”operaismo” italiano, poco prima e contemporaneamente all’esplosione dell’“autunno caldo” – Negri transita in un attimo alla teorizzazione di un altro “soggetto centrale”, che ha perso però molte determinazioni concrete: l’operaio sociale.
Una figura che può stare un po’ dappertutto e che ognuno può riempire come preferisce, in cui “tutte le vacche sono nere”. O meglio, un qualcosa di indistinto che serve da “àncora” fisica per far apparire concreto un discorso decisamente svolazzante.
Fino all’ultima trasfigurazione, all’alba del terzo millennio, le moltitudini, che non hanno più caratteristiche né forma, perse come sono nello spazio spianato dell’Impero senza più confini. Ma ci arriveremo...
La militanza rivoluzionaria
Su questo piano, invece, ci sono ben pochi spazi per interpretazioni benevole dell’”influenza negriana”. Che vive, anche qui, due fasi nettamente diverse.
Non c’è dubbio che tra la fine degli anni ‘60 e l’inizio degli ‘80 abbia esercitato un ruolo importante, fondando tra gli altri Potere Operaio. Né possono esserci dubbi , a partire dallo scioglimento dei gruppi extraparlamentari (dal ‘73 in poi), abbia contribuito con grande peso sulla formazione della galassia dell’Autonomia Operaia.
Una galassia protagonista di una stagione di grande conflittualità sociale e politica, molto differenziata al proprio interno, ma complessivamente – e ideologicamente – rappresentata soprattutto dal gruppo ristretto intorno a Negri (con l’ala romana, “i Volsci”, in posizione sempre piuttosto critica).
Si può condividere o meno molto di quel che l’Autonomia Operaia ha prodotto in quegli anni, ma sembra pacifico affermare che il “modello organizzativo” adottato garantiva al ristretto gruppo dirigente il potere di indirizzare politicamente l’insieme, senza le incombenze – e le responsabilità – tipiche di un “vertice”, mentre ogni area territoriale si strutturava in modo più o meno forte.
Quando Negri & co. hanno preso a “flirtare” anche con pratiche armate di una certa rilevanza questa separazione tra “autorità di indirizzo” e “irresponsabilità organizzativa” ha prodotto diversi episodi ben poco commendevoli (i compagni condannati per la rapina di Argelato, per esempio, non ne conservano affatto un buon ricordo).
Ma fu l’inchiesta denominata “7 aprile”, condotta da un magistrato privo di scrupoli sulla base delle illazioni di un collaboratore fornito dal Pci, a creare la confusione più completa.
Negri venne accusato di essere “il capo delle Brigate Rosse” e addirittura l’autore di una delle telefonate decisive durante la prigionia di Aldo Moro.
Un’invenzione pura e semplice, sbirrescamente “utile” solo a produrre qualche decina di arresti. Ma che si fondava sulla “certezza” – senza molte prove, prima che qualche arrestato non non cominciasse a “collaborare” – che “gli autonomi” fossero i responsabili di un gran numero di azioni, diciamo così, “a bassa intensità” (le “notti dei fuochi”, ecc.).
Negri verrà anni dopo condannato solo per le azioni condotte dai militanti che a lui facevano diretto riferimento, e non per altro.
In particolare per essere stato il “mandante” del sequestro per autofinanziamento di Carlo Saronio, a lungo attivista nello stesso gruppo, di ottima famiglia (industriali farmaceutici), morto per l’imperizia di chi aveva il compito di trattenerlo.
Non entro naturalmente nel merito delle accuse. Ricordo bene che nei processi di quel tempo – e di quella stessa Corte – si distribuivano secoli di condanne con criteri all’ingrosso, con ben poca attenzione ai dettagli e alle responsabilità individuali.
Ma so altrettanto bene che in una qualsiasi organizzazione degna di questo nome – qualunque siano i criteri di funzionamento – la “direzione politica” non può dirsi estranea a ciò che i militanti di base o intermedi hanno ritenuto giusto fare. Né che questi ultimi abbiano agito all’insaputa dei vertici.
Quindi il fatto che mi sembra rilevante – e negativo – ancora oggi non è “cosa effettivamente Negri ha fatto o deciso”, ma la sua perpetua pretesa di essere considerato al di sopra e fuori dalla normale pratica quotidiana dell’insieme politico che a lui faceva riferimento. “Innocente” in termini giuridici, ossia irresponsabile secondo quelli politici.
Una deresponsabilizzazione che si è cominciata a vedere fisicamente dal momento della svolta dalla militanza rivoluzionaria alla collaborazione con il potere dominante. Ovvero con lo Stato.
Quel momento l’ho visto dal vivo e comincia a prendere corpo nei giorni successivi alla rivolta nel carcere speciale di Trani (fine dicembre 1980). Passate le 24 ore in cui “il calore della comunità prigioniera” aveva momentaneamente unito tutte le componenti presenti (dai brigatisti ai piellini, agli “autonomi” delle diverse anime, ai detenuti “comuni”), la battaglia contro le forze speciali dei carabinieri e i successivi pestaggi sanguinosi ad opera delle guardie avevano riportato tutti alla dura “normalità”. Eravamo in mano al nemico.
Toni subì un pestaggio violento e “dedicato”, in cui si mescolavano istintive antipatie di classe, anticomunismo viscerale, odio specifico per “quelli famosi” e altre carinerie “normali” per gli agenti di un carcere speciale.
Non fu quello che ne prese di più, certo, ma in certi casi non si sta a sottilizzare o a far classifiche.
È necessario anche ricordare che quella rivolta, in coincidenza con il sequestro del giudice D’Urso, seguita a poche ore di distanza dall’esecuzione del generale dei carabinieri Galvaligi (a capo della sorveglianza esterna delle carceri speciali, Trani compresa), portò alla chiusura definitiva del supercarcere dell’Asinara, il più infame fino ad allora messo in funzione.
Una vittoria parziale ma significativa, insomma, anche se in un fase molto problematica e segnata da una accentuazione feroce della repressione.
Da lì in poi le strade di Toni Negri e di gran parte dei suoi si separarono da quelle degli altri prigionieri politici. Cominciarono a circolare documenti un po’ strambi (il più noto diventò Do you remember revolution?, quasi un “addio alle armi”), bizantine differenziazioni che ben presto si sarebbero trasformate nella solita distinzione tra “prigionieri cattivi” (quelli che resistevano, solo successivamente chiamati “irriducibili”) e “semi-buoni”.
Presero forma prima le “aree omogenee”, ossia gruppi di prigionieri che venivano trasferiti in carceri “normali”, senza le notevoli restrizioni di quelle “speciali”.
A seguire, l’”omogeneità” precipitò in “movimento della dissociazione”, finalizzato ad ottenere una legge che garantisse robusti sconti di pena per chi ammetteva i propri reati, facesse pubblica ammenda sugli “eccessi” di una generazione, mentre su tutti gli altri prigionieri politici calava la cortina di ferro dell’”articolo 90” – l’ultimo del Codice penitenziario, che annullava tutti i precedenti ottantanove.
In quel contesto maturò anche la sua candidatura alle elezioni politiche nelle liste del Partito Radicale (era possibile, non avendo ancora fin lì subito alcuna condanna), e quindi l’ingresso in Parlamento con la pattuglia di Marco Pannella, allo scopo – veniva detto – di facilitare la realizzazione dell’agognata legge pro “prigionieri buoni”.
Le cose non andarono benissimo, i reazionari (nella Dc e nel Pci) scalpitavano, le condanne – anche agli “aspiranti dissociati” – fioccavano regalando secoli di carcere e Negri stesso vide la possibilità concreta di essere spogliato dell’immunità parlamentare e quindi essere nuovamente arrestato.
Se ne andò prima che avvenisse, e non tutti i suoi seguaci in carcere la presero benissimo. Ma l’agognata legge per i “dissociati” andò avanti comunque, seppur più lentamente e con quel tanto di “paletti” supplementari che la resero quasi una seconda legge sui “pentiti” (di “nuove rivelazioni” a quel punto – 1987 – era impossibile farne, bastava spesso confermare le proprie responsabilità già testimoniate da un “pentito” e stracciarsi le vesti q.b.).
Non è una mia interpretazione malevola. Ci sono i verbali di interrogatorio, scritti nel linguaggio questurino che non permette troppi voli pindarici e arzigogoli semantici. Perché quando “a domanda risponde”, l’imputato deve essere chiaro. Altrimenti ne seguono altre, fin quando non resta da dire un “sì” o un “no”…
Un rivoluzionario, davanti al giudice, può scegliere di tacere oppure di difendersi (con un buon avvocato), nella misura in cui è innocente rispetto alle accuse mossegli. Di “terze vie” ne sono state tentate molte, ma non ne ricordo di funzionanti, praticamente, Ancor meno di onorevoli…
Da lì in poi il Negri “rivoluzionario” scomparve per sempre, anche se restò nell’aria la fama di “cattivo maestro” che solleva ancor oggi il sopracciglio dei reazionari, la nostalgia di molti reduci e magari qualche curiosità in chi è arrivato al mondo molto dopo.
L’Impero (“del bene”?)
Nella fase post-dissociazione l’impostazione filosofica non marxista di Negri diventa più trasparente. Resta l’enfasi tonitruante, il parlare da profeta che non ammette confronto, la profusione di immagini più fascinose che illuminanti, la vaghezza dei fenomeni concreti posti a fondamento di obiettivi e strategie, a volte pure la rivendicazione di un “comunismo” declinato in termini di fantasiosa utopia… ma il gioco diventa più facile da scoprire.
Se si vuole, certo. I laudatores, totalmente acritici, continuano a non mancare e si sperticano in genuflessioni.
È Impero il suo ultimo successo, sia “di movimento” sia in libreria, che pretende di “sussumere” da un lato il movimento no global che stava in quel periodo attraversando il mondo e dall’altro l’egemonia statunitense sul pianeta, al termine dell’era clintoniana, in un connubio apparentemente inspiegabile in termini razionali.
Ma tutto si tiene, nella narrativa negriana, perché “il capitale lavora per noi”, come diceva – con altri orizzonti – ai tempi dell’antagonismo radicale. Una banalizzazione pericolosa del concetto marxiano che individua nell’affermarsi del capitale una “forza progressiva” che demolisce il vecchio mondo pre-industriale, nonché tutte le istituzioni relative e la “cultura generale”. Una forza che, insomma, affermandosi sul mondo produce anche le condizioni oggettive per il proprio stesso superamento.
Una banalizzazione che vernicia di “progresso” il passaggio alla cosiddetta “globalizzazione”, ossia alla lunga fase dell’incontrastata egemonia statunitense sul mondo (oggi palesemente in crisi), ma che regge per pochissimo tempo.
Quando le elezioni presidenziali portarono alla Casa Bianca, pochi mesi dopo, George W. Bush – che certo poteva essere accusato di tutto, tranne che di essere espressione delle forze del “progresso” – al povero Negri non restò che lamentarsi del “golpe” avvenuto nell’Impero.
Più seriamente, la critica a quella narrativa venne per esempio da Giovanni Arrighi, che – pur condividendo benevolmente le “intenzioni” del testo – ne contestò i fondamenti utilizzando gli argomenti che padroneggiava da maestro.
“L’asserzione di Hardt e Negri relativa a una progressiva riduzione della distanza tra Nord e Sud è dunque chiaramente falsa. Non tengono neppure le loro affermazioni in merito alla direzione e all’estensione dei flussi contemporanei di capitale e lavoro.Mi sembra molto importante questa critica porta in tono persino amichevole, perché individua alcune caratteristiche centrali del “metodo” sempre usato da Negri (e imitato dai seguaci): noncuranza per i dati empirici, soprattutto quelli brutalmente economici; assolutizzazione di singoli fenomeni utili a sostenere le proprie tesi e silenziamento di quelli che le smentiscono.
In primo luogo, esagerano molto nel dire che tali flussi sono senza precedenti. Questo è vero in particolare quando definiscono “lillipuziane” le migrazioni dell’Ottocento in rapporto a quelle di fine Novecento. In realtà, in proporzione, quelle ottocentesche furono molto più ampie, specialmente se si includono le migrazioni dall’Asia e all’interno dell’Asia stessa.
Inoltre, è vera solo in parte anche l’affermazione che il capitale speculativo e finanziario ha continuato ad andare “dove il costo del lavoro è più basso e dove è più alta la capacità amministrativa di garantire lo sfruttamento”.
È vera soltanto se manteniamo uguali un mucchio di altre cose, e in particolare il reddito pro capite nazionale. Ma gran parte delle altre cose – e soprattutto il reddito pro capite nazionale – non sono per niente uguali nelle diverse regioni e giurisdizioni del mondo.
Ne consegue che la fetta di gran lunga maggiore dei flussi di capitali avviene tra i paesi ricchi (dove il costo del lavoro è relativamente alto e la forza amministrativa in grado di garantire lo sfruttamento è relativamente bassa), e solo una quota proporzionalmente molto minore di capitali passa dai paesi ricchi a quelli poveri.
Queste non sono le sole affermazioni di fatto che, nelle pagine di Empire, si rivelano false a un’osservazione ravvicinata. Eppure esse sono tra le più decisive ai fini della credibilità sia della ricostruzione delle tendenze in atto, sia delle conclusioni politiche contenute nel libro.”
La considerazione sulle dimensioni dei fenomeni migratori, per dirne una, rivelano per di più una visione del tutto “occidentalo-centrica”, che fa chiudere gli occhi su quanto è avvenuto o avviene nel resto del mondo.
Ma come si può prendere sul serio un pensiero politico che fa volentieri a meno dell’analisi concreta della situazione concreta (i dati e i fenomeni reali) e tratteggia impressionisticamente le evoluzioni possibili di una realtà che andrebbe modificata tramite l’azione politica progettuale? Che progetto politico può essere, in altri termini, quello che non conosce né vuole riconoscere il reale com’è? Come può aiutare a cambiare davvero il mondo una visione che lo “racconta” invece di capire com’è fatto?
È questa, in definitiva, la critica finale che Arrighi muove a Negri e che ripropongo all’attenzione dei compagni che vogliono capirne di più, senza affidarsi alle romanticherie mitologiche dei “come eravamo”, redatti secondo la regola del parce sepulto.
“L’ottimismo di Hardt e Negri nel ritenere che la globalizzazione apra nuove possibilità di liberazione della moltitudine dal bisogno e dall’oppressione poggia largamente sul loro assunto che, sotto l’Impero, il capitale tende a una doppia equalizzazione delle condizioni di esistenza della moltitudine: l’equalizzazione derivante dalla mobilità del capitale dal Nord al Sud e quella derivante dalla mobilità del lavoro dal Sud al Nord.Non ci sarebbe molto da aggiungere, sul piano teorico e concettuale. Ma può risultare illuminante un evento concreto che chiarisce in modo lampante in che modo Negri abbia preso lucciole per lanterne tratteggiando il presunto “progressismo” della cosiddetta globalizzazione.
Ma se questi meccanismi non funzionano – come sembra avvenire per ora – la strada verso la cittadinanza globale e verso un reddito garantito per tutti i cittadini può rivelarsi molto più lunga, sconnessa e piena di insidie di quanto Hardt e Negri vorrebbero farci credere”.
Nella tarda primavera del 2005 Francia e Olanda tennero un referendum popolare per approvare il progetto di “costituzione europea”, una bozza di trattato elaborata nella relazione Méndes de Vigo-Leinen, già approvata dal Parlamento europeo ma istituzionalmente bisognosa di ratifica da parte degli Stati membri.
Un testo che appariva più un trattato commerciale che non una vera Costituzione, contenente buona parte dei “pilastri” istituzionali poi approvati con singoli trattati.
Negri, ormai residente a Parigi, aveva caldeggiato il voto per il “Sì” da parte della sinistra locale.
Entrambi i referendum registrarono la nettissima vittoria del “No”. Della “costituzione europea” non si parlò più. Di far votare i popoli sull’architettura istituzionale della UE, neanche.
Ce n’è di distanza da Il dominio e il sabotaggio, non vi pare?
Fonte
20/09/2020
Rossana Rossanda, per la verità
Non è facile parlare di Rossana Rossanda, e si sarebbe molto arrabbiata con chiunque l’avesse voluta ricordare come una “icona”, ossia qualcosa di fondamentalmente innocuo e rassicurante.
Non è facile per me, che le devo l’ingresso a il manifesto, 25 anni fa, nonostante i mugugni di molti.
In queste ore abbondano i ricordi personalizzati, ritagliati sulla misura del “testimone” di questo o quell’episodio. Credo perciò che il modo più serio di ricordarla sia per un ruolo politico-culturale, dunque collettivo.
Mi riferisco alla funzione avuta nell’impedire che “a sinistra”, si cementasse come “pensiero unico” la lettura dietrologica degli anni ‘70, vicende della lotta armata compresa. Non furono molti – anche dentro a il manifesto, e l’attuale decadenza lo dimostra – a condividere la sua volontà di capire la radicalità di scelte che certo non aveva apprezzato, e anzi combattuto.
A motivare quella che solo i superficiali possono chiamare “curiosità” giocarono certamente diversi fattori.
Di sicuro l’esperienza personale di giovanissima studentessa istriana che si offrì come staffetta partigiana, in piena guerra, andando a parlare con Aurelio Macchioro, tra i fondatori del pensiero economico italiano, comunista e allora docente in Veneto.
Sapeva per vita vissuta, insomma, che la Storia impone ai singoli di fare scelte dure, radicali per la serietà delle conseguenze che comportano – non per “estetica del gesto estremo” – che dividono un Paese, una generazione, addirittura famiglie.
Influì moltissimo, e lo spiegava con chiarezza, la vita passata nel PCI – come dirigente politico e poi come giornalista – di cui conosceva i meccanismi, i vizi, le subculture e i riti, quel “realismo conservatore” che aveva lentamente soffocato e sostituito l’originario spirito rivoluzionario.
L’aveva sperimentato sulla propria pelle, insieme agli altri redattori de il manifesto rivista (Valentino Parlato, Luigi Pintor, Michelangelo Notarianni, Eliseo Milani, Aldo Natoli, Lucio Magri, ecc), quando furono espulsi dal partito per la posizione presa sulla “primavera di Praga”.
E soprattutto quando, trasformando la rivista in quotidiano sull’onda del ‘68, insieme ai suoi compagni sentì tuonare contro di sé l’osceno “chi vi paga?” con cui veniva bollato chiunque – alla “sinistra del Partito” – osasse non solo fare una diversa politica, ma addirittura proporre organizzazione, giornali, attività. Che sicuramente “costavano”, ma che in quella temperie storica trovavano un supporto di massa straordinario. Anche dal punto di vista del crowfunding, si direbbe oggi.
Esperta, in quanto “vittima”, dei meccanismi tipici agli albori della “dietrologia”, insomma, non poteva certo farsene condizionare. Ed andò contestando tante ricostruzioni d’accatto, comprese certe scivolate assurde del suo stesso giornale, dove non mancavano i creduloni.
Fino a parlare esplicitamente di “album di famiglia” a proposito della composizione sociale e della “cultura di fondo”, sia delle Brigate Rosse che di altre formazioni più o meno combattenti.
“Album di famiglia” in senso stretto, in alcuni casi, come per esempio Reggio Emilia, dentro la cui federazione giovanile erano cresciuti insieme per anni alcuni tra i fondatori delle Br (Gallinari, Franceschini, Ognibene, Paroli, Zuffada, Bonisoli, ecc.) e alcuni futuri dirigenti di PCI, Fiom, Cgil, Rifondazione.
Non è un dettaglio “complottistico” o da buco della serratura. Significava che di quei giovani “il partito” aveva saputo tutto fin dalla nascita: tipo di famiglia (quasi tutte di iscritti/dirigenti locali del PCI), studi, frequentazioni, passioni, amori, stipendi... Per chi non ne sa nulla, basta leggersi la precisa lettera di Pierluigi Zuffada, che riporta sulla terra molte questioni da decenni castellate nell’aria.
Ma “album di famiglia” anche per il momento storico. Almeno due generazioni di militanti erano cresciute nel mito della Resistenza, della rivoluzione a Cuba, delle imprese di Fidel, Che Guevara e altri; nel sostegno organizzato (soldi, medicine, ecc.) ai VietCong e altri movimenti clandestini e guerriglie (anche in Europa, dove Portogallo, Grecia e Spagna sono state sotto dittatura fascista fino a metà degli anni ‘70 e oltre).
Se quello era il mood dell’epoca, come poteva essere “incomprensibile” che una fetta di quelle generazioni non provasse a sua volta a dare l’assalto al cielo? Come poteva essere che tutte le guerriglie fossero “nostre” (poi, certo, più lontane avvenivano, meglio era) meno quella che era nelle nostre strade, i cui caduti e prigionieri erano figli nostri?
Con questo spirito, e nessuna condiscendenza, organizzò insieme a Carla Mosca un ciclo di interviste con Mario Moretti, fatto prigioniero nell’aprile del 1981 – e tuttora in carcere, in regime di semilibertà, ricordiamo sempre ai dietrologi più indifferenti alla realtà dei fatti – da cui uscì uno dei pochi libri attento alla verità su quella storia, fin nel titolo (Brigate Rosse. Una storia italiana), per spazzar via le “manine occulte” e lo scemenzaio “di sinistra”.
Questo per ricordare il rigore con cui Rossana Rossanda ha affrontato l’impegno politico e giornalistico: riconoscere la realtà è la condizione indispensabile per provare a modificarla.
In questo credo, ci sia il suo legame più profondo con il pensiero e l’epistemologia marxiana, il suo materialismo.
Il che, come sempre, non impedisce di prendere decisioni politiche sbagliate come quelle giuste, condivisibili o criticabili.
Ma stando al di sopra di quell’asticella invisibile – specie nelle “subculture” oggi dominanti – che separa un pensiero stimolante dal bla bla soporifero.
Fonte
Non è facile per me, che le devo l’ingresso a il manifesto, 25 anni fa, nonostante i mugugni di molti.
In queste ore abbondano i ricordi personalizzati, ritagliati sulla misura del “testimone” di questo o quell’episodio. Credo perciò che il modo più serio di ricordarla sia per un ruolo politico-culturale, dunque collettivo.
Mi riferisco alla funzione avuta nell’impedire che “a sinistra”, si cementasse come “pensiero unico” la lettura dietrologica degli anni ‘70, vicende della lotta armata compresa. Non furono molti – anche dentro a il manifesto, e l’attuale decadenza lo dimostra – a condividere la sua volontà di capire la radicalità di scelte che certo non aveva apprezzato, e anzi combattuto.
A motivare quella che solo i superficiali possono chiamare “curiosità” giocarono certamente diversi fattori.
Di sicuro l’esperienza personale di giovanissima studentessa istriana che si offrì come staffetta partigiana, in piena guerra, andando a parlare con Aurelio Macchioro, tra i fondatori del pensiero economico italiano, comunista e allora docente in Veneto.
Sapeva per vita vissuta, insomma, che la Storia impone ai singoli di fare scelte dure, radicali per la serietà delle conseguenze che comportano – non per “estetica del gesto estremo” – che dividono un Paese, una generazione, addirittura famiglie.
Influì moltissimo, e lo spiegava con chiarezza, la vita passata nel PCI – come dirigente politico e poi come giornalista – di cui conosceva i meccanismi, i vizi, le subculture e i riti, quel “realismo conservatore” che aveva lentamente soffocato e sostituito l’originario spirito rivoluzionario.
L’aveva sperimentato sulla propria pelle, insieme agli altri redattori de il manifesto rivista (Valentino Parlato, Luigi Pintor, Michelangelo Notarianni, Eliseo Milani, Aldo Natoli, Lucio Magri, ecc), quando furono espulsi dal partito per la posizione presa sulla “primavera di Praga”.
E soprattutto quando, trasformando la rivista in quotidiano sull’onda del ‘68, insieme ai suoi compagni sentì tuonare contro di sé l’osceno “chi vi paga?” con cui veniva bollato chiunque – alla “sinistra del Partito” – osasse non solo fare una diversa politica, ma addirittura proporre organizzazione, giornali, attività. Che sicuramente “costavano”, ma che in quella temperie storica trovavano un supporto di massa straordinario. Anche dal punto di vista del crowfunding, si direbbe oggi.
Esperta, in quanto “vittima”, dei meccanismi tipici agli albori della “dietrologia”, insomma, non poteva certo farsene condizionare. Ed andò contestando tante ricostruzioni d’accatto, comprese certe scivolate assurde del suo stesso giornale, dove non mancavano i creduloni.
Fino a parlare esplicitamente di “album di famiglia” a proposito della composizione sociale e della “cultura di fondo”, sia delle Brigate Rosse che di altre formazioni più o meno combattenti.
“Album di famiglia” in senso stretto, in alcuni casi, come per esempio Reggio Emilia, dentro la cui federazione giovanile erano cresciuti insieme per anni alcuni tra i fondatori delle Br (Gallinari, Franceschini, Ognibene, Paroli, Zuffada, Bonisoli, ecc.) e alcuni futuri dirigenti di PCI, Fiom, Cgil, Rifondazione.
Non è un dettaglio “complottistico” o da buco della serratura. Significava che di quei giovani “il partito” aveva saputo tutto fin dalla nascita: tipo di famiglia (quasi tutte di iscritti/dirigenti locali del PCI), studi, frequentazioni, passioni, amori, stipendi... Per chi non ne sa nulla, basta leggersi la precisa lettera di Pierluigi Zuffada, che riporta sulla terra molte questioni da decenni castellate nell’aria.
Ma “album di famiglia” anche per il momento storico. Almeno due generazioni di militanti erano cresciute nel mito della Resistenza, della rivoluzione a Cuba, delle imprese di Fidel, Che Guevara e altri; nel sostegno organizzato (soldi, medicine, ecc.) ai VietCong e altri movimenti clandestini e guerriglie (anche in Europa, dove Portogallo, Grecia e Spagna sono state sotto dittatura fascista fino a metà degli anni ‘70 e oltre).
Se quello era il mood dell’epoca, come poteva essere “incomprensibile” che una fetta di quelle generazioni non provasse a sua volta a dare l’assalto al cielo? Come poteva essere che tutte le guerriglie fossero “nostre” (poi, certo, più lontane avvenivano, meglio era) meno quella che era nelle nostre strade, i cui caduti e prigionieri erano figli nostri?
Con questo spirito, e nessuna condiscendenza, organizzò insieme a Carla Mosca un ciclo di interviste con Mario Moretti, fatto prigioniero nell’aprile del 1981 – e tuttora in carcere, in regime di semilibertà, ricordiamo sempre ai dietrologi più indifferenti alla realtà dei fatti – da cui uscì uno dei pochi libri attento alla verità su quella storia, fin nel titolo (Brigate Rosse. Una storia italiana), per spazzar via le “manine occulte” e lo scemenzaio “di sinistra”.
Questo per ricordare il rigore con cui Rossana Rossanda ha affrontato l’impegno politico e giornalistico: riconoscere la realtà è la condizione indispensabile per provare a modificarla.
In questo credo, ci sia il suo legame più profondo con il pensiero e l’epistemologia marxiana, il suo materialismo.
Il che, come sempre, non impedisce di prendere decisioni politiche sbagliate come quelle giuste, condivisibili o criticabili.
Ma stando al di sopra di quell’asticella invisibile – specie nelle “subculture” oggi dominanti – che separa un pensiero stimolante dal bla bla soporifero.
Fonte
07/11/2017
100 anni dopo. Ascesa e crisi del movimento comunista internazionale nel ‘900
A
100 anni dalla Rivoluzione d’Ottobre, ci sembra utile accompagnare il
ricordo della prima e straordinaria vittoria duratura della
Rivoluzione con una riflessione che non si nasconde quel che è accaduto
dopo. Ma che, al tempo stesso, non cade nel vecchio vizio di andare a
“trovare l’errore decisivo” nel comportamento di Tizio o Caio o
addirittura – come fanno i pentiti di ogni epoca – nell’idea stessa di
Rivoluzione. Viene tracciata un’ipotesi di ricerca storiografica,
certamente complessa ma almeno all’altezza dell’oggetto.
A
voi l’intervento elaborato da Francesco Piccioni per il convegno ‘Il
vecchio muore ma il nuovo non può nascere’, di dicembre 2016.
*****
Idee per un programma di ricerca
Se
si guarda alla storia del movimento comunista, oggi, l’impressione è
spesso quella di trovarsi davanti a un deserto di macerie. In cui vagano
alcuni fantasmi che, se si incontrano, si mandano a quel paese...
Dopo
un secolo, bisogna però essere ambiziosi o rassegnarsi a scomparire.
Sarebbe un peccato, perché solo ora il modo di produzione capitalistico
funziona esattamente come lo aveva ricostruito Marx.
Perciò bisogna assumere su di sé, per quanto poco si sia adeguati allo scopo, il compito di fare il punto nella storia del movimento comunista internazionale e determinare le coordinate del possibile sviluppo.
La dico alla Mao Zedong: non si può fare più nemmeno un passo in avanti se tagliamo il piede per farlo entrare nella scarpa. Tradotto: saremo anche un piccolo insieme di sfigati e nostalgici, ma bisogna darsi il compito di pensare in grande.
E agire di conseguenza. Naturalmente, pensare in grande è il contrario
della supponenza boriosa. Significa misurarsi con compiti giganteschi,
senza alcun provincialismo nella testa, sapendo in ogni istante che
siamo troppo piccoli per “mettere le mutande al mondo”. Ma fare il
contrario, ossia adattare la dimensione dei compiti alla nostra piccolezza non serve a nessuno, neanche a noi.
Per questo, qui, non si propone un lavoro conclusivo, ma un programma di ricerca. Uno sforzo come quello che bisogna fare richiede infatti un intellettuale collettivo – a livello internazionale, va da sé – che punti a superare il punto di crisi del movimento comunista.
Premesse metodologiche
1 Dobbiamo inquadrare i problemi, non le facce.
Gli incagli e le disfatte, così come le vittorie, sono eventi che
superano infinitamente qualsiasi capacità individuale, anche geniale. Le
facce passano, i processi storici sono molto più lunghi e duraturi. A
volte questi si ripresentano, in forme trasformate; la facce mai. Per
questo sarebbe necessario fare una storia senza nomi. Luoghi, date e problemi bastano e avanzano per capire, senza farsi distrarre da personalismi fuori stagione.
2 La Storia non si fa con i se...
Nel ricercare l’origine della crisi del movimento comunista – crisi
globale, nessuna esperienza ne è esente, con le ovvie e abissali
differenze tra la lenta caduta dell’Urss e la resistenza di Cuba – è
facile cadere in due errori speculari e speculativi:
a) addebitarlo ad un errore teorico della soggettività rivoluzionaria,
in uno qualsiasi degli snodi fondamentali che il movimento comunista ha
dovuto affrontare, dividendosi, la “colpa” di aver preso una strada
rivelatasi sbagliata;
b) arrovellarsi su cosa sarebbe successo “invece se”
fosse stata seguita una strada diversa, introvertendo così la relazione
causa-effetto e ogni altro aspetto dell’attività rivoluzionaria.
3 La Storia va come va.
Non esiste alcun determinismo storico-politico che decide a priori se
un tentativo rivoluzionario ha possibilità di riuscita o meno. Tutto –
marxianamente – dipende da condizioni date, livelli di sviluppo (economico, industriale, culturale, ecc), rapporti di forza sociali e capacità della soggettività.
Si è vinto là dove era considerato impossibile, si è perso spesso pur
avendo ragione sul piano teorico e nella capacità di rappresentare e
organizzare la classe. Siamo una parte in un conflitto; non tutto
dipende da noi, non tutto è nelle disponibilità del nemico. Alla fin
fine, nei momenti di conflitto che decidono le svolte storiche, ci si batte e poi si vede. Si è costretti dalle
circostanze a mettere in campo la forza costruita nelle fasi precedenti
e ci si gioca tutto, o quasi. Com’è risaputo, la nottola di Minerva
vola solo al tramonto...
4 La dialettica materialista non è una griglia d’acciaio da imporre alla realtà; la dialettica è automovimento del reale e va riconosciuta nell'evoluzione del reale stesso. La comprensione del reale dipende insomma dal nostro sforzo di riconoscimento (tenendo
presenti le categorie), non dall’applicazione più o meno esatta delle
categorie teoriche. La categorie ci consegnano un metodo e alcune leggi di funzionamento del capitale; l’analisi del contemporaneo è responsabilità nostra, dei viventi. In altre parole: bisogna assumere su di sé la fatica del concetto, bisogna guardare il mondo e comprenderne l’evoluzione. Le categorie interpretative del reale, del resto, vengono dedotte o scoperte nel
corso dell’analisi dell’evoluzione del modo di produzione
capitalistico. Evolvono anch’esse, in qualche misura. E’ accaduto anche a
Marx di scoprire inattese neoformazioni autonomizzatesi del
capitale nel corso di un’analisi iniziata pensando di trovarsi di
fronte a semplici manifestazioni del “già noto” (per esempio, nei tre
articoli scritti per il New York Daily Tribune a proposito della nascita, crescita e fallimento del Credit Mobilier, dove il secondo e terzo articolo “correggono” decisamente la lettura data nel primo; si vedano qui e Karl Marx, Il socialismo imperiale, Roma, Editori Riuniti, 1993). Oppure basti pensare alla categoria di imperialismo, individuata e strutturata a soli 30 anni dalla morte di Marx.
L’oggetto della ricerca
Il
movimento comunista è stato il protagonista assoluto del ‘900. Ha
inanellato una lunga serie di vittorie, tali da far sembrare vicino –
negli anni ’70 – un cambiamento generale a livello planetario. Solo 10
anni dopo cadeva il Muro, si dissolveva l’Urss, si scioglievano
nell’acido i partiti comunisti – o presunti tali – in ogni paese.
Le vittorie. Quasi tutte nel Terzo mondo, o comunque nei paesi meno sviluppati.
E anche la Russia, nel ’17, era un paese fondamentalmente medioevale
(con tanto di servitù della gleba, uomini e donne inchiodati a un
territorio, “semi-umani” di proprietà dei latifondisti), con alcune
isole di sviluppo capitalistico concentrate soprattutto a Mosca e San
Pietroburgo. Non rivoluzioni proletarie (classe operaia e lavoro
salariato come minoranza estrema, se non del tutto inesistente), in
larga misura, ma movimenti di liberazione nazionali, anticoloniali,
guidati da avanguardie politiche di formazione comunista. Dunque
movimenti popolari di modernizzazione progressista,
per forza di cose, che non potevano fornire alcun modello teorico o
pratico per l’avanzata della rivoluzione nei paesi sviluppati; e
facilmente esposti al ritorno prepotente dei “mercati” – in forme
diverse dal colonialismo militare – una volta dissolto il “fronte del
socialismo reale” (ad esempio, il Vietnam).
Le sconfitte. Un po’ dappertutto, ma soprattutto nei paesi avanzati,
dove – in linea generale, come conseguenza di Yalta – i partiti
comunisti di obbedienza sovietica nel secondo dopoguerra si trasformano
prima in socialdemocrazie di fatto, pur se “teoricamente fedeli”
all’ideale della rivoluzione; poi in formazioni politiche genericamente
“di sinistra”, dove la qualifica progressiva è data da una (relativa) attenzione ai diritti civili delle
persone o delle minoranze, anziché a quelli economico-sociali della
classe o del blocco sociale (tutele del lavoro, welfare, sanità,
istruzione, ecc).
Evoluzione interna al movimento comunista.
Lunga serie di scissioni, frazionamenti, conflitti (anche sanguinosi),
cristallizzazione in settarismi. Compresa la stagione di ripresa dello
“spirito rivoluzionario” successiva alla vittoria di Cuba, alla rottura
cinese con l’Urss, alle vittorie in Vietnam e tante altre ex colonie, al
moltiplicarsi di organizzazioni rivoluzionarie (anche nei paesi
industrializzati, Usa compresi, a cavallo o successivamente del ’68).
Una
dispersione di energie inarrestabile, assolutamente entropica e
introvertita, che non permette di sfruttare la seconda grande crisi –
nel solo XX secolo – del modo di produzione capitalista (anni ’60-’70) e facilita la
vittoria dell’imperialismo, fino al collasso del “socialismo reale”,
alla quasi scomparsa dei partiti o dei movimenti “comunisti”. Ovunque.
Permangono oggi in questa parte del mondo piccoli gruppi, in prevalenza
di stampo settario ed esterni alle forme di organizzazione del blocco
sociale; o in alcuni casi – al contrario – molto impegnati nel conflitto
sociale e nei movimenti territoriali, ma con dimensioni e prospettive
tali da non costituire un problema politico per il nemico o un’alternativa credibile per il blocco sociale degli sfruttati.
Quali le ragioni di una sconfitta epocale di questa portata?
Vanno scartate le stupidaggini.
Per esempio: il “tradimento dei gruppi dirigenti”. La selezione dei
dirigenti nel processo di riproduzione delle organizzazioni è infatti
parte integrante dei processi storici oggettivi,
e non ha nulla a che vedere con le motivazioni di tipo
psicologico-opportunista (ansie individuali di arricchimento, di
sopravvivenza, ecc.). Motivazioni che negli esseri umani esistono sempre,
in qualsiasi periodo storico e in qualsiasi organizzazione; dunque, il
loro eventuale prevalere in un’organizzazione rivoluzionaria è fenomeno
che va a sua volta spiegato, ma di per sé non spiega nulla.
Vanno inquadrati in modo non scolastico anche gli “errori della soggettività”.
Qualsiasi avanguardia politica o sociale commette errori più o meno
gravi, che possono addirittura distruggere anche l’organizzazione più
radicata e combattiva. Ma le avanguardie del conflitto sono a loro volta
il prodotto di determinate condizioni storiche, diverse da paese a
paese e da periodo a periodo; sono il prodotto della storia dei movimenti in certi paesi, della loro cultura, della tradizione politica e di classe, ecc. Gli errori della soggettività possono insomma spiegare singole sconfitte, non LA sconfitta storica e globale del movimento comunista.
A meno che non si producano nel luogo e nel momento di svolta epocale, ossia nel punto in cui si gioca la partita della Storia.
Sappiamo, grazie alla teoria marxiana, che una vera rivoluzione socialista costituisce il superamento
del modo di produzione capitalistico. Marx stesso ipotizzava che il
luogo dove la Rivoluzione avrebbe avuto più possibilità, non solo di
vincere uno scontro per il potere politico, ma di mettere in moto un modo di produzione socialista –
entro alcuni limiti anch’essi storicamente determinati, perché il modo
di riprodurre la vita non si cambia con un decreto – sono i paesi più avanzati nello sviluppo del modo di produzione capitalistico.
La storia del ‘900 ci presenta però un quadro effettivamente opposto,
almeno in apparenza. Si è vinto là dove sembrava impossibile, anche se
poi la storia si è presa la sua vendetta azzerando i tentativi di
“costruzione del socialismo” in condizioni di sviluppo troppo arretrate.
E persino lì dove – l’Unione Sovietica del secondo dopoguerra – il
livello di sviluppo sembrava almeno comparabile con quello del
capitalismo (vero nei settori strategici, soprattutto militari, ma non
nel complesso della produzione di massa).
Dunque?
O è sbagliata la teoria o è successo qualcosa che
ha determinato una divergenza secolare tra azione dei comunisti e
processi evolutivi del modo di produzione. Naturalmente stiamo parlando
di “trasformazione effettiva del mondo”, di passi in direzione della
“costruzione del socialismo”, non di difesa più o meno efficace degli
interessi di classe, di dedizione spesso eroica alla causa
rivoluzionaria e quant’altro di eccellente la storia del ‘900 ci ha
consegnato.
In
una lettura libresca della teoria dovremmo per esempio dire che la
Rivoluzione d’Ottobre è stata un errore di “volontarismo”, troppo in
anticipo rispetto ai tempi dello sviluppo capitalistico in un paese come
la Russia. E diremmo una scemenza. Una società si ribella alle
condizioni date che trova, quando il potere non è più in grado di
mantenersi, per una crisi di qualunque origine (economica, bellica,
ecc.). Ma i dottrinari se ne accorgono sempre post festum...
Proprio
il crollo del “socialismo reale” conferma però che si può – certo –
conquistare il potere politico, provare a creare un altro tipo di
relazioni sociali, ma è impossibile saltare dalla servitù della gleba
(il Medioevo) alla cittadinanza socialista senza
pagare un prezzo elevato, fino al fallimento del tentativo. La lista
delle condizioni che avrebbero potuto determinare un risultato diverso è
intuibile, e costituisce in buona parte la materia della ricerca qui
proposta.
Se invece è successo qualcosa di determinante – sul piano storico, con qualche terribile effetto anche sull’evoluzione della teoria – allora bisogna indagare la Storia per capire dove e come il processo rivoluzionario si è interrotto, bloccato, introvertito.
Questo
approccio è radicalmente diverso dal “cercate ancora” che ha dominato
tanta parte della “riflessione” dei marxisti del ‘900. Frase
generalmente interpretata nel senso di “trovare l’errore nell’impianto teorico marxiano che avrebbe determinato così tante sconfitte” e poi la dissoluzione tout court. Concetto che insomma invita all’introversione sul piano più astratto, invece che all’apertura dello sguardo sul mondo storico.
Stabilito questo...
La partita del XX secolo si è giocata a Berlino, nel gennaio 1919
L’unico
momento in cui la Rivoluzione è stata vicina alla vittoria in un paese
avanzato dello sviluppo capitalistico è rintracciabile nel breve periodo
tra la fine della I Guerra mondiale e l’insurrezione spartachista a
Berlino, nei primi giorni del 1919. In un contesto di crisi generale,
guerra guerreggiata, tracollo delle antiche monarchie dell’Europa
centrale e russa, sollevazione generale delle masse stremate da fame e
guerra (condizioni insomma abbastanza rare, nei paesi avanzati).
La
letteratura storiografica sull’argomento è sconfinata, non tutta di
carattere scientifico; c’è molta “propaganda di fazione”, memorialistica
rancorosa o disperata, ecc.
Ma la tesi che
si vuole qui sottoporre a ricerca prescinde ampiamente dai dettagli
storiografici. Sono infatti ben delineati alcuni fattori strategici:
– la Germania era il paese industrialmente più avanzato dell’Europa continentale;
–
la Germania aveva firmato la resa e accettato la sconfitta senza aver
perso un centimetro di territorio, una sola fabbrica o una sola grande
opera infrastrutturale (i bombardamenti aerei erano di là da venire, al
tempo);
–
la Germania (Austria compresa) aveva la più grande concentrazione di
scienziati da premio Nobel esistente a quel tempo, molti dei quali
protagonisti del salto di paradigma che ha preparato, accompagnato e
implementato l’irruzione rivoluzionaria della teoria della relatività;
–
non da ultimo, in Germania esisteva un movimento operaio organizzato
come “uno stato dentro lo Stato”, replicandone struttura e modalità di
funzionamento; un “esercito pacifico”, sempre in attesa di impossessarsi
“naturalmente” delle leve del potere politico, ma che si era
drasticamente diviso in corrispondenza della frattura generale del
movimento socialdemocratico mondiale sulla partecipazione o meno alla
guerra (subordinazione del movimento operaio alla borghesia nazionale
oppure azione internazionalista contro la borghesia di tutti i paesi in
guerra).
Non
è difficile comprendere – è l’unico “se” che utilizzo in questa
presentazione, ma solo a fini di esposizione – l’importanza di una
vittoria rivoluzionaria in un paese con queste caratteristiche.
–
altri paesi dell’Europa occidentale (Italia, Ungheria, Francia, la
stessa Gran Bretagna, in qualche misura), già percorsi da un conflitto
sociale e politico fortissimo (a volte anche armato), avrebbero potuto
aggregarsi alla tendenza, andando a costituire un polo articolato,
industrialmente all’avanguardia e non facilmente aggredibile;
–
la neonata Unione Sovietica si sarebbe trovata nella posizione di poter
scambiare risorse naturali con sviluppo tecnologico-industriale
(evitando la nota “industrializzazione a tappe forzate”, o più
precisamente “accumulazione originaria in regime socialista”, quel tipo
di lotta contro i kulaki, lo scontro interno al gruppo dirigente del
Pcus, la sindrome dell’accerchiamento, il “socialismo in un paese solo” e
così via, fino al tracollo).
La
Storia del mondo sarebbe stata insomma parecchio diversa; un modo di
produzione più avanzato avrebbe potuto contare su una massa critica
sufficiente – risorse, conoscenze, forze produttive sviluppate – per
determinare un rapporto di produzione superiore, o quantomeno in grado di
tenere la tensione conflittuale con il capitalismo molto meglio di
quanto non abbia fatto il “campo socialista” del XX secolo.
Anche la teoria elaborata nel campo “marxista” sarebbe stata molto differente.
Ma la storia non si fa con i “se” e soprattutto “va come va”. E’ un risultato,
non è decisa in anticipo e non si può tornare indietro. È davvero una
brutta bestia, assolutamente feroce. Se è andata in questo modo, è
palese che le forze rivoluzionarie attive in quello scontro siano da considerare inadeguate a raggiungere l’obiettivo.
Un giudizio oggettivo, di merito, che individua un’asticella troppo
alta per quei saltatori, pur in presenza di molte “condizioni oggettive
favorevoli”.
In fase di ricerca eviterei perciò di ripercorrere – perdendoci così strada facendo – tutte
le infinite polemiche tra le varie e divergenti anime della parte
rivoluzionaria del movimento di classe tedesco e internazionale. Non è
infatti in questione “chi avesse meno torto” nella lunga lista delle
fazioni tutte sconfitte (il risultato
azzera le velleità oniriche di chiunque), e ancor meno è utile
esercitarsi su “come sarebbe andata se...” avesse prevalso la linea di una
delle tante fazioni rimaste minoritarie, come invece amano credere i
settari di tutte le sfumature. Banalmente, se una posizione non ha avuto
neanche
la forza di affermarsi nel nostro campo, figuriamoci se poteva avere
quella di affrontare – vittoriosamente! – il capitalismo dominante al
suo tempo.
Il punto di vista – più alto – da raggiungere concerne infatti il conflitto tra rivoluzione e controrivoluzione, i suoi esiti oggettivi, le sue conseguenze di portata storica.
E’
del resto evidente che il movimento tedesco avesse gravissimi problemi
irrisolti, pur potendo contare su un radicamento di massa oggi solo
sognabile, dirigenti di grande intelligenza ed esperienza, e persino su
un temporaneo ma fortissimo “spirito insurrezionale delle masse”.
Eppure...
In sintesi, possiamo dire che:
Quel movimento difettava di direzione e comando unitari, visione strategica d’insieme del conflitto, organizzazione coerente ed efficiente delle forze.
Quando il confronto tra rivoluzione e controrivoluzione diventa scontro per il potere politico, com’è accaduto in quel momento in Germania, la politica diventa guerra
e le regole che prevalgono sono queste ultime (pur essendo la
“continuazione” della prima, prevede per l’appunto “altri mezzi”). Chi
non le rispetta, perde tutto. Si può essere “un’aquila” sul piano
intellettuale, e avere molte ragioni, ma essere sconfitti e uccisi lo
stesso; sia che si scelga di combattere, sia che si cerchi di restare
sul piano della stretta legalità (se crolla il vecchio regime, il potere
– e dunque la “legalità” – va costituito ex novo, dal vincitore; ma non
esiste più, per tutto il periodo del conflitto).
In ogni caso, nel conflitto di classe – soprattutto quando diventa guerra per il potere (“per chi comanda”) – non c’è partita tra una parte organizzata e strutturata come un esercito (linee di comando univoche e indiscutibili, almeno nel momento operativo) e una parte che agisce come un branco disomogeneo,
o addirittura in competizione per l’“egemonia” al proprio interno.
L’unitarietà di progetto e comando non è una questione di “forma”,
perché anche nella guerra di guerriglia
– apparentemente praticata da bande autonome separate per territorio –
il comando politico è saldamente unitario oppure è condannata alla
sconfitta (i due diari del Che, a Cuba e in Bolivia, sono esemplari in
entrambi i casi).
Una breve citazione dalla testimonianza di un militante comunista a Berlino (da Pierre Broué, Rivoluzione in Germania, Einaudi)
“Fu
allora che accadde l’incredibile. Le masse erano lì da molto presto,
dalle nove, nel freddo e nella nebbia. E i capi sedevano da qualche
parte per deliberare. La nebbia aumentava e le masse aspettavano sempre.
I capi deliberavano. Arriva mezzogiorno, e con il freddo la fame. E i
capi deliberavano. E la nebbia aumentava ancora. Le masse erano in preda
all’eccitazione; esse volevano una parola che placasse la loro
tensione. Nessuno sapeva quale. I capi deliberavano. La nebbia aumentava
ancora mentre scendeva la sera. Tristemente le masse rientravano nelle
loro case: avevano voluto qualcosa di grande e non avevano realizzato
nulla. E i capi deliberavano. […] Ed erano ancora in seduta l’indomani
mattina, quando il giorno schiariva, ecc, ecc, ed essi deliberavano
ancora. E i gruppi tornavano di nuovo sulla Siegesallee e i capi erano
ancora lì in seduta e deliberavano, deliberavano, deliberavano”.
La
retorica anarchica (e similari) leggerebbe questa testimonianza nella
chiave più stupida: “le masse” che vogliono l’azione e “i capi” che
“frenano”. Non serve invece un genio per capire – scorrendo la
letteratura sulla Spartakusbund e le altre organizzazioni rivoluzionarie
presenti a Berlino – che quei “capi” erano divisi sul da farsi e
rappresentavano diverse organizzazioni “concorrenti”, senza un piano
comune, senza struttura decisionale e linee di comando efficaci, senza
quindi un legame operativo e unitario
con la classe scesa in armi per una insurrezione improvvisata. L’esatto
contrario di quel che c’era invece stato a San Pietroburgo, solo
tredici mesi prima.
Non è inutile comunque aggiungere che 24 ore dopo tutti quei “capi” erano morti o ricercati, non “venduti” e passati al nemico.
Le
numerose insurrezioni cittadine che scandiranno ancora per qualche anno
il conflitto di classe in Germania, nella prima parte degli anni ’20,
saranno sempre più deboli, isolate, facilmente circondate e represse.
Dopo Berlino, inevitabilmente, le divisioni iniziali si erano
incancrenite, non ridotte.
La sconfitta del movimento rivoluzionario in Germania ha dunque indubbiamente avuto almeno i seguenti effetti, anche se certamente un programma di ricerca potrebbe individuarne molti altri:
– la nascita e poi il trionfo del fascismo su scala europea, come reazione delle
borghesie nazionali contro la Rivoluzione (e il suo nucleo centrale, la
giovane Unione Sovietica), grazie anche a quel “piano Doves” imposto
dalle potenze vincitrici (pagamento dei danni di guerra e quindi
impoverimento drastico della Germania);
– il confinamento del “campo socialista” ad un solo paese, per quanto grande, per oltre 20 anni;
– il moltiplicarsi, duraturo ed esponenziale nel tempo, delle divisioni nel movimento comunista;
– la subordinazione della teoria rivoluzionaria alla linea politica dell’organizzazione, qualunque essa fosse, in ogni angolo del movimento comunista mondiale.
Teoria e politica
A ben guardare, molte delle conseguenze di quella sconfitta sono in varia misura imparentate con questa inversione tra
tensione scientifica e necessità contingenti della lotta. L’infinita
serie delle divisioni, lungi dall’essere ricollegata – come sarebbe
logico – a una diversità di vedute sul piano tattico e strategico (in
ogni caso pesanti e divisive, ma sempre recuperabili), è stata
ipostatizzata come antagonismo ontologico, ossia fatta risalire
addirittura a una diversa “appartenenza di classe” o a una opposta
impostazione teorica nella ricezione del patrimonio marxiano, leniniano
e chi più ne ha ne metta (ogni fazione “eretica” si è a sua volta divisa
in molti rivoli, con “santi” sempre più minimi e improbabili). Insomma a
un fraintendimento della teoria marxiana quasi inafferrabile, sempre
più soggettivo e “caratterizzante”, ma appunto per questo
“incomponibile” e “antagonista”. A un credo, in definitiva, ossia un atto di fede che divide chiese originate dall’identico ceppo.
È appena il caso di ricordare che Marx considera invece la teoria esattamente come la concepisce un fisico. Ovvero come un quadro organico di leggi
che nel loro insieme ricostruiscono e spiegano – in qualche misura, se
ben utilizzate, prevedono – un campo preciso di fenomeni (il modo di
produzione capitalistico, in generale). Insomma va alla ricerca delle leggi oggettive che
regolano i fenomeni; tende quasi sempre a raffigurarle addirittura con
formule matematiche; è consapevole che lo sviluppo del capitale (natura
viva, non materia inerte) produce autonomizzazione di sempre nuove
figure, che a loro volta vanno studiate e capite. Di sicuro, per
esempio, non poteva dedurre allora figure come i credit default swap, i fondi di investimento, i fondi pensione, i commercial paper,
i cdo e così via, pur rientrando tutte queste – forse – sotto la
fattispecie di “capitale per il commercio di denaro” e/o “capitale per
il commercio di merci”.
Fare teoria significa fare scienza, non discorsi “poco popolari”. Significa lavorare per individuare ciò che permane stabile nel fluire dei fenomeni (storici, economici, politici). Significa accantonare momentaneamente le “condizioni a contorno”, le specificità del tempo e del territorio, e individuare la struttura permanente che regola la continua trasformazione delle forme dei
fenomeni. Un esempio facile facile: la legge che regola la forza
gravitazionale afferma che tutti gli elementi si attraggono (“cadono”,
sulla Terra) alla stessa velocità, indipendentemente dalla materia e
dalla forma (cambia solo la forza esercitata da ogni corpo, dipendente
dalla massa). Si tratti insomma di una piuma, una palla di piombo o un
uomo appeso a un paracadute, si va verso terra. La legge è ovviamente di
validità universale, ma nell’analizzare un fenomeno particolare o nel
progettare qualcosa, bisogna re-introdurre almeno una “condizione a
contorno” che prima era stata eliminata: l’aria. Che oltretutto non è un
elemento stabile, ma sottoposto a variazioni continue di velocità
(venti) e densità (altimetrica).
La ricerca scientifica, anche e soprattutto quella rivoluzionaria, è ricerca della verità, storicamente determinata; perfettibile, confutabile, mai definitiva, ma verità. Ossia, corrispondenza di concetto e oggetto. Non tollera subordinazioni alle necessità contingenti. Altrimenti si corrompe, diventa agiografia ragionata ex post
delle scelte di partito (o di fazione), spesso mutevoli nell’arco di
pochi mesi o anni (ad esempio: la svolta della III Internazionale dal
“socialfascismo” ai “fronti popolari”).
È
infatti assolutamente ovvio che in guerra – e il movimento comunista ha
dovuto fare esperienza di ogni tipologia di conflitto, nei suoi 70 anni
più gloriosi – bisogna agire come la situazione richiede, in stato di necessità,
secondo regole e leggi non violabili impunemente, se si vuole
sopravvivere e vincere. Si deve esser pronti a cambiare tattica a ogni
angolo, e persino modificare la strategia quando si rivela superata,
tornare sui propri passi, annullare accordi solennemente presi,
cancellare alleanze, rivedere stile di lavoro e regole di comportamento,
ecc. Del resto, si possono fare le elezioni a febbraio e l’insurrezione
ad ottobre, no?
Se
però ognuna di queste svolte deve essere “giustificata teoricamente”,
anziché con la materialità del conflitto in atto, ecco che la scienza si
perverte in scolastica: e ogni gesto viene accompagnato con una
citazione ad hoc estratta dall’immenso corpus marxiano (o engelsiano, leniniano, ecc.).
Ciò che va perduto, in questo addomesticamento storico-politico, è l’unitarietà del sistema teorico, il suo statuto scientifico. Dunque la possibilità stessa di osservare il reale attraverso lenti affidabili.
Ogni
setta si dice marxista, ogni setta si scinde a suon di citazioni ben
scelte. Ma insignificanti – da sole – come pietre strappate a un
palazzo.
In altri termini: la teoria è – sì – una guida per l’azione politica. Ma tra teoria e azione politica c’è lo stesso rapporto esistente tra legge fisica (astratta) e condizione fisica concreta,
o meglio ancora tra scienza (universale) e tecnologia (specifica). In
mezzo ci sono quelle che in fisica si chiamano “condizioni a contorno”,
da cui si può e si deve fare astrazione per isolare la legge, ma di cui
bisogna tener conto quando ci si muove nel reale. Un altro esempio
semplice: le leggi fisiche sono costanti dappertutto (in ogni sistema di riferimento),
ma avranno effetti diversi su di noi a seconda che camminiamo in un
prato fiorito oppure sotto la neve a 30 sottozero, se ci muoviamo
sott’acqua o in un aereo che precipita.
Se
passiamo dall’ambito della fisica a quello storico-politico –
l’evoluzione della Storia umana e dei modi di riprodursi – abbiamo che
tra le leggi generali dell’accumulazione capitalistica (universali, quindi valide ovunque facendo astrazione dalle condizioni a contorno) e la realtà concreta (un continente, un paese, una regione, ecc, a un determinato grado di sviluppo) esiste una relazione mediata da
specificità non facilmente riducibili. Specificità storiche, politiche,
culturali, antropologiche, linguistiche, religiose, che si modificano
assai più lentamente di quanto non ci voglia a insediare un distretto
produttivo e poi delocalizzarlo.
Per semplificare molto, una cosa è far politica
nel cuore della metropoli occidentale, un’altra farla nelle periferie
semi-rurali; una cosa è agire in Europa, un’altra negli Stati Uniti, e
così via in Asia (e in quale parte dell’Asia?), in Africa o in America
Latina o in Medio Oriente. O persino nel nostro Mezzogiorno rispetto al
Nordest. Nell’agire quotidiano non pesano insomma soltanto le relazioni
sociali strutturali fissate dal modo di produzione, ma una serie di “tutti i rapporti stabili e irrigiditi, con il loro seguito di idee e di concetti antichi e venerandi” che vengono di continuo travolti dal rivoluzionamento capitalistico; ma intanto resistono, persistono, si riproducono, si modificano con tempi imprevedibili.
Per
guardare con distacco scientifico questo ambito variopinto bisognerebbe
probabilmente far ricorso anche agli strumenti dell’antropologia, che
solo la supponenza occidentale può considerare disciplina utile
unicamente “con i selvaggi” (come se non fossimo anche noi un “oggetto
culturale indagabile”). Basterebbe dover tener conto della religione,
infatti, per trovarci davanti a un quadro di “credenze” irriducibile –
per lo meno nei tempi brevissimi richiesti dal “mercato” – alle sole
leggi dell’accumulazione. E comunque: quale tipo di religione?
Non
da ultimo, è impossibile sottovalutare il peso strategico della
tipologia di regime politico entro cui si opera. Caratteristiche,
strategia, tattica, forme di lotta e stile di lavoro di
un’organizzazione comunista cambiano notevolmente da una democrazia
parlamentare (nelle sue molte varianti) a una dittatura e viceversa.
Pure restando entro un ambito di “dittatura della borghesia” che punta
in ogni caso a sterilizzare la soggettività comunista (schematizzando al
massimo: usando la coppia infiltrazione-corruzione oppure quella
infiltrazione-repressione).
Detto di nuovo, in termini più classici: la teoria tiene d’occhio soprattutto la struttura, l’azione politica deve fare i conti anche con tutta la sovrastruttura. La prima necessita di un’attenzione costante ai movimenti fondamentali del modo di produzione, per poterne ricavare una visione d’insieme sui tempi lunghi; la seconda deve basarsi sull’analisi concreta della situazione concreta. Come quando si va in montagna, per esempio, dove occorre possedere la
visione d’insieme del territorio (come una foto dall’aereo), per poter
mantenere la rotta verso l’obiettivo che si è scelto; ma
contemporaneamente occorre seguire il sentiero che c’è, o aprirne uno
nuovo, tenendo gli occhi su ogni sasso, perché qualsiasi dettaglio può
essere fatale.
Del resto, in politica, si combatte contro qualcun altro, non contro un concetto.
Nella Storia, dunque, il criterio che regola l’affermarsi o il sopravvivere di una “linea strategica” non è dunque unicamente quello della corretta impostazione teorica posta a guida dell’azione politica
(conoscenza e saggia utilizzazione delle legge fondamentali del sistema
teorico, senza cui non si dà neppure la possibilità di un agire
politico mirante a un obiettivo di trasformazione sociale). Un ruolo
altrettanto decisivo – se non più, agli effetti pratici – è ricoperto da
un criterio assai più brutale: la soluzione più adatta in determinate condizioni.
Il
conflitto reale agisce insomma esattamente come la selezione naturale
di Darwin (non a caso l’unico studioso “di pari livello” citato da
Engels nel discorso per la morte di Marx), spazzando via tutte le forme,
i soggetti, le organizzazioni o gli uomini che non riescono a
sopravvivere nella competizione concreta con il capitalismo.
Abbiano o no la “giusta impostazione teorica”, così come il più grande
genio del pianeta può morire attraversando la strada sulle strisce...
Naturalmente
“la soluzione più adatta” non è per forza la più bella, piacevole,
perfettamente corrispondente ai dettami della teoria. Anzi. Le
variazioni richieste dalle infinite specificità storico-culturali, oltre
che dal concreto procedere del conflitto in una determinata area,
spingono per una differenziazione accentuata rispetto all’unitarietà
ideale dell’obiettivo (il superamento del modo di produzione
capitalistico).
Insomma: l’organizzazione, il partito, il movimento popolare “più adatto” può non essere “il più marxista” in circolazione, ma “solo” il soggetto che impedisce o ritarda al massimo il ritorno dell’ancien regime,
quello che difende meglio alcune conquiste, che non arretra davanti a
nessuna pressione, o addirittura quello che può vincere in certe
condizioni. Difficile sottovalutarne l’utilità temporanea, pur con questi limiti...
Ma se “il più adatto” disegna a propria immagine la teoria, quest’ultima non ne può uscire sana, nemmeno con le migliori intenzioni; anzi, con risultati opposti al desiderato... Tutte le caratteristiche che rendono temporaneamente vincente una soluzione storicamente determinata vengono in quel caso elevate a virtù assolute, immodificabili e dunque inadatte a resistere al cambiamento delle circostanze.
Non
c’è nulla di dissacrante in questa affermazione. Nel movimento
comunista – soprattutto nelle condizioni di guerra (come per esempio
nella Resistenza) – era normale distinguere le funzioni egualmente
dirigenti tra il “commissario politico” e il “comandante militare”.
Abilità e competenze diverse, tutte egualmente decisive (coesione politica della formazione e sua sopravvivenza militare), fatte convergere per il successo nella lotta. La competizione vera (o quella principale, direbbe Mao), in altre parole, dev’essere con il nemico, non interna.
Conseguenze di questo approccio
Quale
significato ha dunque la tesi che individua nella Germania del 1919 il
luogo della sconfitta storica che ha impedito alla Rivoluzione di
“costruire il socialismo”, ossia qualcosa di più avanzato del modo di
produzione capitalistico, in una parte rilevante del pianeta?
Intanto quella di fissare il punto della sconfitta nella storia reale, nel risultato di uno scontro, e non nell’impianto teorico marxiano.
Semmai, è stato quel risultato a innescare la proliferazione di
“errori”, sviste, improvvisazioni, corbellerie, negli impianti di tanti marxisti teorizzanti
(tutti compatti nel rifiutare il risultato della Storia, ma tutti
divisi tra l’adattamento realista e il sognare un numero pressoché
infinito di alternative).
Ogni evoluzione successiva trova infatti a partire da qui una spiegazione molto più logica – non ad hoc
– rispetto a pseudospiegazioni come il “tradimento dei chierici”, il
“culto della personalità”, la “collaborazione col nemico di classe” (che
spesso c’è stata, naturalmente, ma non costituisce una spiegazione
teorica), la necessità di trovare la “forma teorica pura da
contaminazioni” per poi sviluppare una organizzazione-setta (un rospo
che cerca di mangiare nella speranza di crescere fino a diventare una
mucca...).
L’elenco
dei passaggi storici è ovviamente molto lungo (un secolo!), e non può
qui neanche essere accennato (qualche spunto è venuto dagli esempi,
comunque). Starà alla ricerca, se prenderà vita, fissarne i momenti
salienti e le relative “formulazioni para-teoriche”.
Ciò naturalmente svuota di senso teorico e strategico gran parte delle divisioni moltiplicatesi nel movimento comunista. Soltanto una resta intoccata, anzi in qualche misura rafforzata: quella tra organizzazione e spontaneità,
tra progetto strutturato e “naturalità” dell’azione rivoluzionaria. Proprio la tragedia della Rivoluzione in Germania, infatti, ci consegna
una lezione che sarebbe da criminali dimenticare: davanti a un nemico di classe che di solito “non fa prigionieri”, e che ha assunto oggi forme di governance di dimensioni quantomeno continentali, è da dementi privilegiare il particulare, la differenza esasperata che però “distingue”, la concorrenza interna.
Sarebbe
ingenuo attendersi che questo “svuotamento di senso” possa essere
condiviso e dunque produrre una presa di coscienza nei “capetti” dei
vari rivoli (anche di quelli che ufficialmente disconoscono il ruolo dei
“capi”, pur producendone a iosa) e innescare perciò un processo
unificante. Le soggettività cresciute nella dimensione intellettuale
della setta – ovvero nel considerare “attività politica” la pura
“propaganda della (propria) teoria” – sono definitivamente sterili. Parliamo
ovviamente dei “quadri dirigenti” delle varie sette, di quanti (non
molti, in fondo) hanno trovato la propria ragion d’essere in una
dimensione proporzionata ad ambizioni ben limitate.
Questa
presa d’atto può esser opera solo di una soggettività che si pone
progettualmente il compito della trasformazione del reale e dunque si
lascia alle spalle – senza nostalgie – tutti i dibattiti sulla “vera
ortodossia” e/o sulla “fecondità dell’eresia”. Facendo definitivamente
il punto sulla Storia, rivendicandola tutta intera, come si cerca di
proporre qui. Non per ripeterla o identificarsi in qualche suo
frammento, ma per stare all’altezza dei compiti presenti.
Il
secondo significato, altrettanto utile, sta nel confronto con la fase
storica attuale, contrassegnata dalla rottura della “seconda
globalizzazione”. Sono evidenti le analogie con il periodo in cui si è
verificata quasi contemporaneamente la vittoria della Rivoluzione in
Russia e la sua sconfitta in Germania: rottura della “prima globalizzazione” (ottocentesca, governata-dominata dalla Gran Bretagna), evoluzione del capitalismo in imperalismo su base nazionale,
esplosione della crisi e sua introversione in guerra mondiale (due,
addirittura, per arrivare a un cambio di egemonia planetaria a favore
degli Usa).
La
rottura della seconda globalizzazione sta producendo per ora
multipolarismo conflittuale su diversi piani, guerre locali conto terzi,
guerra delle monete, tentativi di ri-localizzazione produttiva,
conseguente risorgere dei nazionalismi (con l’Unione Europea a metà del
guado, nel passaggio a imperialismo su basi continentali e non
“nazionali”). Una reazione politica che non corrisponde molto alle
necessità del capitale multinazionale, che aveva promosso e innervato il
processo di mondializzazione.
Di
molto diverso ci sono tante condizioni: allora c’era un movimento
operaio internazionale in prevalenza riformista, ma contrattualmente
esigente; oggi c’è un “proletariato liquido”, dal rapporto discontinuo e
variabile con la produzione capitalistica, disorganizzato al massimo,
assolutamente impossibilitato a conoscere il ciclo nella sua complessità
e quindi “spontaneamente” incapace di immaginare-ideare-programmare un
cambiamento di modo di produzione. A meno di non riuscire a stringere
una alleanza potente con le figure professionali di elevata competenza
tecnico-ingegneristica et similia, fondamentali in qualsiasi progettazione della produzione complessiva. E così via...
Ma
c’erano anche milioni di uomini appena usciti dalle trincee, senza
lavoro ma con una qualche professionalità da vendere: saper usare le
armi, rispettare le gerarchie, pochi scrupoli umanitari. Ovvero la base
di massa e di manovra del fascismo nascente. Quel che ci voleva – per un
capitalismo ancora nella fase “padronale” – per contrastare altri
milioni di uomini al lavoro nelle fabbriche, che avevano un’analoga
dimestichezza con le armi.
Di diverso c’è soprattutto il capitale:
finanziarizzato, multinazionale, svincolato da qualsiasi “interesse
sociale”, insofferente dei limiti politico-statuali, impossibile da
ricondurre entro i confini della “democrazia parlamentare”, pronto a
trasferirsi ovunque le condizioni di profittabilità appaiano anche
momentaneamente migliori; incapace dunque di qualsiasi “progetto” o,
tantomeno, “piano” che vada al di là dell’orizzonte aziendale;
managerializzato – gestione separata dalla proprietà – senza volto, che
non si incontra più per la strada. Praticamente irraggiungibile.
Di
diverso c’è soprattutto che la produzione manifatturiera è a un passo –
qualche anno... un respiro, sul piano della Storia – dall‘automazione della maggior parte delle mansioni manuali e intellettuali,
quelle più seriali e ripetitive. Cosa che svuoterà non solo le
fabbriche, le banche, gli uffici... ma la comprensibilità stessa di un
processo di produzione come base necessaria della riproduzione della
società. Come accade oggi ai bambini, convinti che i soldi (i redditi)
escano dal bancomat, anziché dal salario, dallo sfruttamento o dalla
rendita...
Cosa però che azzera o quasi anche l’estrazione di plusvalore, segando il ramo su cui è cresciuto questo modo di produzione.
Forze produttive e rapporti di produzione
La similitudine tra i due periodi di rottura del mercato mondiale capitalista ci riporta al tema teorico fondamentale: anche questa volta sta esplodendo la contraddizione sempre latente tra forze produttive e rapporti di produzione.
La
domanda teorica che va sciolta è relativa al manifestarsi – esplosivo,
appunto – di questa contraddizione fondamentale. Si dà soltanto una
volta, in prossimità della fine del percorso storico del modo di
produzione capitalistico? Oppure si produce più volte, a livelli
ovviamente più ciclopici e dunque rovinosi, in forma ciclica?
Quando si è manifestata – ad esempio: alla fine della “prima
globalizzazione” – era della stessa portata e natura? Poteva insomma
quella crisi innescare un regime change a livello del modo di produzione?
Oppure, in termini più politici: le condizioni della Rivoluzione si danno solo quando questa tensione esplode oppure anche quando
alcuni sottosistemi capitalistici collassano? La storia del ‘900 ha
mostrato che “si può fare” in molti altri casi, ma non si sfugge – nel
corso del tentativo di costruire un altro modo di riproduzione sociale –
ai vincoli stabiliti dal confronto con un modo di produzione
capitalistico che continua ad esistere ed evolvere.
Marx aveva impostato la risposta in questo modo:
nella
produzione sociale della loro esistenza, gli uomini entrano in rapporti
determinati, necessari, indipendenti dalla loro volontà, in rapporti di
produzione che corrispondono a un determinato grado di sviluppo delle
loro forze produttive materiali. L’insieme di questi rapporti di
produzione costituisce la struttura economica della società, ossia la
base reale sulla quale si eleva una sovrastruttura giuridica e politica e
alla quale corrispondono forme determinate della coscienza sociale. Il
modo di produzione della vita materiale condiziona, in generale, il
processo sociale, politico e spirituale della vita. Non è la coscienza
degli uomini che determina il loro essere, ma è, al contrario, il loro
essere sociale che determina la loro coscienza. A un dato punto del loro
sviluppo, le forze produttive materiali della società entrano in
contraddizione con i rapporti di produzione esistenti, cioè con i
rapporti di proprietà (che ne sono soltanto l’espressione giuridica)
dentro i quali tali forze per l’innanzi s’erano mosse. Questi rapporti,
da forme di sviluppo delle forze produttive, si convertono in loro
catene. E allora subentra un’epoca di rivoluzione sociale. Con il
cambiamento della base economica si sconvolge più o meno rapidamente
tutta la gigantesca sovrastruttura. Quando si studiano simili
sconvolgimenti, è indispensabile distinguere sempre fra lo
sconvolgimento materiale delle condizioni economiche della produzione,
che può essere constatato con la precisione delle scienze naturali, e le
forme giuridiche, politiche, religiose, artistiche o filosofiche, ossia
le forme ideologiche che permettono agli uomini di concepire questo
conflitto e di combatterlo. Come non si può giudicare un uomo dall’idea
che egli ha di se stesso, così non si può giudicare una simile epoca di
sconvolgimento dalla coscienza che essa ha di se stessa; occorre invece
spiegare questa coscienza con le contraddizioni della vita materiale,
con il conflitto esistente fra le forze produttive della società e i
rapporti di produzione. Una
formazione sociale non perisce finché non si siano sviluppate tutte le
forze produttive a cui può dare corso; nuovi e superiori rapporti di
produzione non subentrano mai, prima che siano maturate in seno alla
vecchia società le condizioni materiali della loro esistenza.
Ecco perché l’umanità non si propone se non quei problemi che può
risolvere, perché, a considerare le cose dappresso, si trova sempre che
il problema sorge solo quando le condizioni materiali della sua
soluzione esistono già o almeno sono in formazione. A grandi linee, i
modi di produzione asiatico, antico, feudale e borghese moderno possono
essere designati come epoche che marcano il progresso della formazione
economica della società. I rapporti di produzione borghese sono l’ultima
forma antagonistica del processo di produzione sociale; antagonistica
non nel senso di un antagonismo individuale, ma di un antagonismo che
sorga dalle condizioni di vita sociali degli individui. Ma
le forze produttive che si sviluppano nel seno della società borghese
creano in pari tempo le condizioni materiali per la soluzione di questo
antagonismo. Con questa formazione sociale si chiude dunque la preistoria della società umana.
Tra le le condizioni materiali per la soluzione di questo antagonismo c’è anche la soggettività
– coscienza consolidata in organizzazione e conoscenza scientifica del
modo di produzione in evoluzione – che può condurre il passaggio storico
da un modo di produzione a quello più avanzato, evitando per quanto
possibile la distruzione generalizzata connaturata al meccanismo di
“risoluzione delle crisi” tipico del capitalismo. Specie dopo la
creazione e diffusione delle armi nucleari, infatti, l’eventuale comune rovina delle classi in lotta può tecnicamente coincidere non tanto con un periodo di “medioevo”, ma con la scomparsa della specie.
Tra
proletariato e capitale la Storia ha proposto e propone più round,
insomma. E il capitalismo non si esaurirà “spontaneamente” o quasi, per
consunzione. La partita tra rivoluzione e controrivoluzione si è giocata
più volte. Nell’Ottocento (in forme molto embrionali) come nel
Novecento. E si ripropone ora, al decimo anno di crisi globale e alla
vigilia della più gigantesca espulsione del lavoro umano dai processi
produttivi che si sia mai immaginata (solo in Gran Bretagna, da qui al
2030, si calcolano 10-15 milioni di posti di lavoro in meno, su un
totale di 30).
Ogni
volta, però, si ripropone in forma più drastica, man mano che ci si
avvicina a quel punto in cui la presente formazione sociale deve
affrontare la sua fine. Qualcun altro, del resto, aveva sintetizzato il
dilemma in socialismo o barbarie.
Ma questo, per l’appunto, è l’oggetto di questo convegno...
Come
ultimo spunto, conseguenza anch’esso della lunga storia di sconfitte
incomprese e divisioni insensate, non si può evitare di sottolineare
come il
massimo di tensione mai registrata tra lo sviluppo delle forze
produttive e i rapporti di produzione corrisponda al punto forse più
basso fatto segnare dalla soggettività rivoluzionaria da un secolo a
questa parte.
Un problema teorico, certo, ma anche decisamente politico. Perché se
non c’è chi prende in mano la situazione, c’è solo la degenerazione...
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