Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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01/05/2025

Franceschini: rivoluzionario divenuto torquemada, poi dissociato e infine dietrologo

di Paolo Persichetti

Il Mega

In carcere Franceschini veniva chiamato con deferenza dai suoi fedelissimi: il «Mega». Una prova di immodestia che per quelle singolari coincidenze della storia non lo ha abbandonato neanche al momento della dipartita. Il soprannome gli era stato attribuito da alcuni detenuti politicizzatisi in carcere, appartenenti ai «proletari prigionieri» che dall’interno dei gironi infernali delle prigioni speciali avevano aderito alle «Brigate di campo», l’organizzazione carceraria messa in piedi dalle Brigate rosse nelle prigioni di massima sicurezza.

Le Brigate di campo, almeno nell’idea originaria, dovevano essere degli embrioni di democrazia del popolo detenuto: furono protagoniste nel loro momento migliore delle lotte all’interno delle carceri speciali per migliorare le condizioni di vita, gli spazi di agibilità e socialità, la libertà di discussione e studio, di rivolte come l’Asinara e Trani, di innumerevoli tentativi di evasione. Un formidabile strumento di contropotere e di democrazia dal basso.

Purtroppo finirono col tempo per divenire in alcune situazioni degenerate delle leve di potere e terrore in mano a pochi individui, identificati come «capi» per il loro carisma, che decidevano della vita e della morte degli altri prigionieri, tacciando immediatamente di «resa» al nemico, «tradimento» e «infamità» chiunque non fosse allineato.

Franceschini fu uno di questi, anzi fu l’indiscusso leader supremo di questo dispotismo carcerario che aprì la «caccia ai traditori» e provocò la morte di alcuni militanti a cui le forze di polizia avevano estorto informazioni sotto tortura, mentre altri furono salvati in extremis in situazioni dove i suoi adepti non avevano la forza per imporsi.

Il naufragio politico e umano

Fino a quando non aveva consolidato un ferreo potere carcerario, per tutti Franceschini era solo «Franz». Questo slittamento semantico, questa trasformazione del nome è stata la prima metamorfosi del personaggio, seguita da altre.

Occorre partire da qui, e in particolare dal tragico fallimento del Partito guerriglia, la fazione brigatista di breve durata nata nella primavera del 1981 da una scissione che dal carcere aveva lungamente ispirato, insieme a Curcio, per comprenderne le diverse vite e il suo definitivo naufragio politico e umano.

Nel 1982, dopo otto anni di carcere si dissocia dalla lotta armata, esce dalle carceri speciali ed entra nel circuito delle «aree omogenee», istituti di pena premiali pensati per chi aveva preso le distanze da conflitto armato, dove la pressione carceraria era attenuata e le condizioni di vita agevolate. Nel 1987, grazie all’ultima legge sulla dissociazione ottiene cospicui sconti di pena iniziando il percorso di uscita dalla prigione.

Ma più che ripudiare il proprio passato, o come direbbero i professionisti della correzione carceraria, «rivisitarlo criticamente», Franceschini elabora da quel momento una riscrittura della propria storia politica finalizzata a cancellare ogni traccia di quei momenti indicibili che avrebbero compromesso il suo percorso postcarcerario.

La figura del rinnegato è un classico dell’antropologia umana, la differenza che lo distingue da colui che ripensa in modo critico la propria esperienza sta nella attribuzione delle responsabilità, nella collocazione del proprio io all’interno del bilancio esistenziale. Il rinnegato fa l’autocritica degli altri, esime se stesso da ogni colpa e trova nell’altrui comportamento tutte le responsabilità.

Pinerolo

Punti chiave nella vita di Franceschini sono il momento della sua cattura e le ripetute fallite evasioni. Viene arrestato per caso nel settembre del 1974. Non doveva essere insieme a Curcio in quel di Pinerolo dove il generale Dalla Chiesa aveva teso una trappola utilizzando Silvano Girotto come esca.

I suoi compagni lo pensavano a Roma, rientrato nella base dove in quel periodo era sceso con Prospero Gallinari e Fabrizio Pelli per organizzare il sequestro di un politico democristiano e affondare così il colpo al «cuore dello Stato». Eppure anni dopo attribuì la responsabilità dell’accaduto a Mario Moretti, colpevole di non esser riuscito a rintracciare Curcio in tempo, dopo una rocambolesca ricerca notturna e il tortuoso percorso di un messaggio che avvertiva del pericolo.

Va detto che un ruolo centrale nella costruzione della leggenda contro Moretti l’ebbe Giorgio Semeria, un altro brigatista molto vicino a Franceschini. Anche qui decisiva fu la cattura e l’incapacità di accettare i propri errori. Arrestato una prima volta nel maggio del '72, seguendo Semeria la polizia realizzò una retata contro l’intera colonna milanese.

Scarcerato per scadenza dei termini, venne riarrestato e quasi ucciso nel marzo del 1976 da un carabiniere alla stazione centrale di Milano grazie all’attività di un confidente, Leonio Bozzato, operaio dell’Assemblea autonoma di Porto Marghera che operava come informatore per conto del Sid nella colonna veneta diretta proprio da Semeria.

Una volta in carcere, Semeria si convinse che dietro al suo arresto e quelli precedenti di Franceschini e Curcio ci fosse Moretti (del ruolo di Bozzato saprà solo anni dopo). Una ossessione sposata da Franceschini nonostante le smentite dei componenti dell’Esecutivo. Serve poco la politica ma tanta psicanalisi per leggere questi comportamenti che nei decenni successivi alimenteranno una dietrologia infinita.

La storia ci dice ben altro: Franceschini e Semeria, una volta dissociati, usciranno dal carcere ottenendo come premio cospicui sconti di pena, mentre Moretti dopo 44 anni è ancora in esecuzione pena con sei ergastoli sulle spalle.

Il ritorno nel Pci e la dietrologia

Una volta fuori Franceschini ritrova l’abbraccio del vecchio Pci emiliano da cui proveniva. Il suo ex segretario ai tempi della militanza nella Fgci di Regio Emilia l’accoglie e gli offre un posto di lavoro all’Arci, in cambio farà da sponda alle ricostruzioni dietrologiche della storia brigatista avviando una stretta collaborazione con il senatore Sergio Flamigni, membro di diverse commissioni parlamentari d’inchiesta sul sequestro Moro.

Il Pci aveva bisogno di Franceschini per dare forza all’alibi che doveva fornire una giustificazione al fallimento delle proprie strategie politiche: dal compromesso storico alla linea della fermezza durante il rapimento Moro.

A tavolino costruisce la leggenda delle prime Brigate rosse «buone», contrapposte alle «bierre» militariste, sanguinarie ed eterodirette di Moretti. Eppure era tra i militanti che scelsero il passaggio alla clandestinità, presente nell’estate del 1974 quando si avviarono le fondamenta della nuova struttura organizzativa che poi segnerà il funzionamento delle Br negli anni successivi.

Fu lui a gestire in prima persona il sequestro Sossi che segnava il cambio di strategia e l’attacco al cuore dello Stato. Sempre lui era sceso a Roma per compiere inizialmente quel sequestro di un esponente Dc che poi verrà portato a termine nel marzo 1978.

Inventò di sana pianta l’esistenza del legame di Moretti col Superclan per celare la propria appartenenza al servizio d’ordine diretto da Simioni e il fatto che Moretti fu il primo a rompere ogni rapporto con quel gruppo. Una storia rovesciata che lo vedeva sempre nel ruolo immacolato di puro e ragionevole. Alcuni collaboratori racconteranno dei rimproveri da lui lanciati contro i compagni esterni perché la morte di Margherita Cagol tardava ad essere vendicata.

Dal carcere si distinguerà per i continui inviti a elevare il livello di scontro all’esterno e organizzare evasioni. Richieste che distoglieranno le colonne esterne dal lavoro politico nei posti di lavoro e nei territori. E quando i tentativi di evasione falliranno, come quello messo in piedi dalla colonna romana dall’isola dell’Asinara, dopo averci lavorato una intera estate, imputerà il fallimento a una mancata volontà politica radicalizzando sempre più le sue posizioni fino a formulare, dopo un durissimo pestaggio subito nel carcere di Nuoro, richieste di rappresaglia che mettevano in luce i segni preoccupanti di squilibrio mentale, come “affondare uno dei traghetti” che collegavano la Sardegna al continente.

Scriveva Bertolt Brecht che non c’è peggior nemico per gli elefanti liberi dell’elefante addomesticato.

Fonte

22/03/2025

«Ascolta la memoria che parla»...

«La verità fa odio», proverbio ciociaro e del Sud dell’Italia

«La verità suona come l’odio alle orecchie di quelli che odiano la verità», Malcom X

Identità popolari, revisionismo storico e «dissociazione»

Esiste nel Sahel, in Africa dell’Ovest, una casta di genealogisti, depositari della storia e delle tradizioni dei popoli discendenti dall’Impero Mandingo, che nel periodo del suo apogeo, il XIVesimo secolo, si estendeva dal Mali e la Guinea fino al Burkina Faso, al Senegal e alla Costa d’Avorio.

In Europa, questi guardiani della conoscenza trasmessa per via orale son chiamati griot, espressione probabilmente mutuata dal portoghese «criado», che vuol dire «servitore», o «persona ben educata».

Nella lingua dei Bambara, une delle etnie principali della regione subsahariana dell’attuale Mali, questi uomini e donne, legati a un mestiere trasmesso ancor oggi di generazione in generazione, hanno il titolo di djeli, temine il cui significato in bambara è «sangue».

Quando un djeli, o una djelimusso (la donna-griot), declina le genealogie delle famiglie del Mandé accompagnandosi con l’arpa e cantando con uno stile struggente di nostalgia, gli eventi del passato risorgono e, come per incanto, la coesione dell’insieme del clan si ritrova rinforzata nell’identità comune.

Il passato è un campo di battaglia

La rimembranza degli avvenimenti lontani svela antichi legami e relazioni tra lignaggi che hanno avuto ragione del tempo...

Queste forme di divulgazione hanno il vantaggio di presentare una Storia non riducibile ai grandi avvenimenti e protagonisti. Una Storia che integra il vissuto delle genti, le loro culture, spiritualità, migrazioni.

«Se ascolti la parola del griot, tu ascolti la memoria che parla»… I griot, o djeli, sono il sangue che scorre nelle vene delle società ovest-africane, la linfa vitale che ha permesso loro di sopravvivere, resistere e rialzarsi dopo secoli di oppressioni e di violenze subite.

La trasmissione della conoscenza storica è la barriera invalicabile contro la quale si sono urtati e si urtano i disegni di dominazione e di conquista dell’invasore, di tutti gli invasori. Questo è vero da più di 500 anni in Africa e nel Sud Globale, in America del Sud e nei Caraibi in particolare.

Marcus Garvey, il pensatore jamaicano annoverato tra i precursori del panafricanismo, affermava che «un popolo che ignora la sua storia è come un albero senza radici».

Fondatore e rappresentante principale del movimento letterario della Negritudine, il martinichese Aimé Césaire diceva che «un popolo senza storia è un popolo senza avvenire». Sottolineando, come un avvertimento visionario, che la Storia resta un’arma che può essere manipolata e sottoposta a revisione.

Di fronte a questo rischio evidente di perversione della Storia, lo psichiatra e militante anti-coloniale Franz Fanon, anche lui originario della Martinica, invitava a smantellare tutte le strutture di potere dei coloni e a «provocare un’insurrezione delle coscienze al fine di dissolvere le narrazioni coloniali... Il passato è un campo di battaglia dove si gioca l’avvenire dei popoli. Parlare del passato non è solo un tributo alla memoria, è un’arma di giustizia e uno strumento di lotta contro l’oblio e la falsificazione storica».

Dettata dagli interessi del potere, di tutti i poteri, la revisione del passato è un’opera formidabile di induzione della rimozione e dell’amnesia collettive. È la creazione artificiale di una «zona di conforto» delle menti e dell’opinione, in cui la dimenticanza delle asprezze del passato, così artificialmente introdotta, dovrebbe essere il lievito di un quieto vivere, in cui tutti i conflitti, compreso quello tra capitale e lavoro, si estinguono.

Questo processo d’azione psicologica per inverarsi nella realtà, sedimentarsi per «conquistare i cuori e le anime», non è esente dalla coercizione. La contro-verità deve essere protetta e la legislazione interviene con il suo seguito di procedure giudiziarie e poliziesche. Il caso del genocidio israeliano a Gaza è emblematico: la sua denuncia prevede l’accusa d’apologia del terrorismo, il fermo di polizia e la convocazione in Tribunale.

L’Italia degli anni ‘70

Gli esempi del revisionismo storico già in corso nelle cronache ufficiali sono molteplici. Quello della Palestina è tipico, mentre il racconto della guerra nell’Est della Repubblica democratica del Congo (RDC) è completamente stravolto nelle vulgate ufficiali attraverso l’inversione dei ruoli dei protagonisti e una moltitudine d’affabulazioni che ne offuscano la visione corretta.

Una caso particolare e poco segnalato è quello dell’Italia degli anni ’70.

Un caso che ci interpella direttamente. Ma che è anche necessario rimettere in evidenza per il ruolo che questo paese dovrebbe giocare come cerniera tra Nord e Sud del Mondo, una linea di frontiera che attraversa il suo centro, essendo il Mezzogiorno della Penisola tributario di influenze e lasciti provenienti dalle rive basse del Mediterraneo e fino alle savane dell’Africa Nera.

Ricordarlo è pertinente, perché fu proprio questa emergenza totale del Sud uno dei motori degli avvenimenti che ci accingiamo a trattare.

Qui in Italia, nel decennio a cui si fa riferimento, un grande sommovimento sociale di un’intensità fino allora sconosciuta si manifestò facendo tremare le mura del Palazzo. La ribellione nella sua crescita non rinunciò ad adottare tutti gli strumenti necessari per opporsi alla violenza statuale, né a contestarne il monopolio dell’uso della forza.

La guerra civile si mantenne a lungo in uno stadio di bassa intensità, in cui l’esplosione permanente delle lotte operaie e sociali si tradusse spesso in vere e proprie forme di contropotere e di liberazione.

Poi, per ragioni che non è possibile esaminare qui, comunque sia endogene che esterne, una curva d’involuzione segnò il declino progressivo del movimento. E nella fase crepuscolare di questo ciclo di conflittualità radicale, accompagnata da una guerriglia diffusa sull’insieme del territorio, il fenomeno della «dissociazione» sorse all’inizio degli anni ’80 all’interno delle carceri speciali. Il suo ideologo e promotore fu Toni Negri, che era stato tra i fondatori e i dirigenti della formazione della sinistra extra-parlamentare Potere Operaio.

Diversi gruppi di detenuti provenienti dalle numerose tendenze della lotta armata furono sollecitati dal potere, via l’autorità giudiziaria (in particolare i magistrati incaricati dell’inchiesta penale nei confronti dei prigionieri politici), all’abiura collettiva.

Per uscire dal cercare speciale, e non passarci il resto o gran parte della loro vita, fu posta loro come condizione di rinnegare non solo della lotta armata, ma anche qualsiasi forma di uso della violenza (per esempio, i picchetti durante gli scioperi nelle fabbriche, o il blocco stradale) nel conflitto sociale.

L’elogio dell’oblio

Soprattutto, quelli che aderivano a questo movimento di dissociazione dovevano accettare di riconoscersi nello statuto di «terroristi» e pentirsene, compiere il loro autodafé in un atto ufficiale.

Si trattava così, e attraverso questa formulazione sintetica, di ridurre il decennio 1970 a un’oscura stagione di «terrorismo» – i cosiddetti «anni di piombo» – cancellandone le svariate e diffuse manifestazioni dell’insubordinazione delle classi subalterne, che ne avevano invece caratterizzato gli avvenimenti.

Perché l’evocazione sinistra degli «anni di piombo» doveva sostituirsi, nell’immaginario dell’opinione e per la posterità, all’antagonismo delle masse, alla rivolta, anche violenta, contro l’ordine costituito. E cancellandone dalla memoria quella sua sublime bellezza che si esprime talora con la lotta, in cui la sospensione del potere deriva nella festa popolare.

L’ingiunzione statuale non ammise repliche.

Il messaggio dello storytelling era chiaro e suonava così nei cupi avvertimenti ai «reprobi»:

Ricordatevi, come un monito terribile, delle vittime del «terrorismo» e del sangue sparso dalle sua bande e dimenticate Valle Giulia, Corso Traiano, Battipaglia, Castel Volturno...

Dimenticate milioni di ore di scioperi selvaggi, i cortei interni, i picchetti duri contro i crumiri, i bulloni lanciati contro i capi-reparto nelle grandi concentrazioni operaie, le sommosse dei braccianti meridionali, gli atenei occupati e la chiusura, da parte dei giovani proletari, dei centri del lavoro nero nelle periferie delle agglomerazioni urbane.

Soprattutto, dimenticate la strage di Piazza Fontana e quelle dell’Italicus e di Bologna, i morti di Avola e la defenestrazione di Pinelli, il tentato golpe di Junio Valerio Borghese e le squadre speciali del ministero degli Interni che agivano fuori gerarchia durante le manifestazioni di piazza, come nel giorno dell’assassinio di Giorgiana Masi, il 12 maggio 1977 a Roma.

Dimenticate le esecuzioni extra-giudiziarie di Mara Cagol e dei quattro militanti delle Brigate Rosse, uccisi nel sonno a via Fracchia dai carabinieri del generale Carlo Alberto dalla Chiesa, il 28 marzo 1980 a Genova.

Perché, come diceva Franz Fanon, «parlare del passato... è un’arma di giustizia» contro l’impunità, e quella del potere deve essere salvaguardata.

Allora bisogna dimenticare, perché la storia ufficiale è rimozione di fatti e la memoria degli anni dell’antagonismo devono far posto alla vulgata del potere, abitata da terroristi pentiti e allo sbando.

L’assassinio della memoria intrinseco al discorso statuale assegnato ai dissociati si traduceva, nella migliore delle ipotesi, nella separazione delle lotte da coloro che se ne sarebbero fatti gli epigoni in forma violenta; mentre questa violenza era consustanziale alle lotte stesse, perché anti-statuale.

Nell’ipotesi più conseguente, si dovevano perciò riscrivere in toto i fatti, avviare un processo di manipolazione e revisione.

Riscrivere il tempo che fu

Il compito assegnato al «partito della dissociazione» era in questa prospettiva duplice: da una parte e nell’immediato, assestare il colpo decisivo a un movimento di lotta e ai suoi militanti più agguerriti, giunti nella fase calante per ragioni che tratteremo altrove; dall’altra, tramandare la versione della Storia dettata dai «vincitori»: gli anni ’70 non furono quelli delle lotte contro lo Stato e il padronato, ma quelli del «terrorismo».

Per questa ragione, il movimento della «dissociazione» è eminentemente politico e trascende se stesso: aldilà dei suoi protagonisti, promotori ed esecutori – per non parlare di quelli che ne furono discriminati e ne subirono le conseguenze sul piano penale – la sua portata è inscritta in una strategia più ampia che va aldilà di quegli anni.

Se il suo contributo è stato importante per lo Stato, perché gli ha permesso di voltare la pagina della guerra civile di bassa intensità del decennio precedente, esso fa parte di un dispositivo classico di coercizione e di dissuasione utilizzato dal potere, ovviamente lungi dall’essere fenomeno peculiare dell’Italia, e dell’Italia del periodo a cui facciamo riferimento.

La «dissociazione» è la narrazione del potere, la sua revisione della storia fattuale. La formulazione discorsiva di cui si serve la classe dirigente per riscrivere il passato e nasconderne le cause profonde soggiancenti alla crisi trascorsa, una crisi del rapporto capitale / lavoro e classe / Stato, che aveva minacciato le fondamenta del comando capitalista e del suo apparato istituzionale.

L’assassinio della memoria è il presupposto del «racconto» del potere, seguendo un metodo oggi applicato con costanza e con un alto grado di sofisticazione nelle crisi principali che attraversano il mondo.

Per tornare al caso della Palestina, l’atto di resistenza del 7 ottobre 2023 non è stato catalogato come un «pogrom», per occultare l’infamia originaria della costituzione coloniale dello Stato d’Israele e la Nakba, l’epurazione etnica della popolazione palestinese? E in quello della Repubblica democratica del Congo (RDC), la lotta di liberazione del Movimento del 23 marzo (M23) contro il regime etnocida di Kinshasa non è completamente travisata in una narrazione, fabbricata in Occidente, in cui la ribellione è presentata come una manipolazione di un altro paese africano, il Ruanda ?

La messa in scena mediatica, comunicazionale e diplomatica dei fatti, secondo le versioni ufficiali veicolate dai detentori del potere, si manifesta sempre di più in quanto arma di guerra e di distruzione, sotto tutte le latitudini, non solo delle lotte contro l’oppressione, ma soprattutto della loro memoria storica. Condizione, quest’ultima, necessaria per impedire una possibile nuova insorgenza delle prime.

Riscoprire le culture subalterne

Per quello che riguarda l’Italia e il fenomeno della «dissociazione», la funzione di quest’ultima è stata e resta quella di fare tabula rasa nell’immaginario popolare del ricordo della sovversione sociale, più che l’annichilimento di quelli che furono, se si vuole, i suoi epifenomeni (absit iniuria verbis...).

Perché, e senza assolutamente sottovalutare il ruolo importante che i militanti rivoluzionari hanno giocato per oltre dieci anni, questi ultimi non sarebbero esistiti in quanto tali senza la vasta esplosione delle classi sfruttate.

In sintesi se ne evince che nella trasmissione della conoscenza storica da parte del potere, la definizione/trasmissione artefatta degli eventi che sottintendono la crisi è, in ultima istanza, prioritaria rispetto a quella dei suoi protagonisti. Il loro ruolo è secondario rispetto alle modalità di presentazione degli avvenimenti.

Sono questi ultimi che vanno riadattati, riformulati, o addirittura misconosciuti nella narrazione ufficiale. È questa la regola applicata da quando l’Occidente produce la storia, l’arma di manipolazione di massa con cui la sua doxa s’impone come dominazione del mondo.

Ed è sul crinale che separa lo storytelling ufficiale, in quanto opera di persuasione e di organizzazione del consenso, dalle memorie popolari, che Antonio Gramsci sottolineava lo scarto tra le «credenze» delle culture subalterne e quelle delle culture dominanti. E l’urgenza di assumere questo scarto come terreno di scontro nella lotta per l’emancipazione delle classi dominate.

La «dissociazione» non è e non è stata mero processo giudiziario, ma episteme della realtà imposta con un autodafé collettivo, spettacolo del riscatto simbolico dei vinti che dalla terra del rimorso dovevano approdare a quella del perdono... La miseria sua e dei suoi epigoni è tutta in questa sorta di scambio ineguale, in cui la catarsi accordata dallo Stato esigeva, ed esige ancor oggi – a causa della sedimentazione di un’ideologia appropriata – l’apporto alla ricostruzione storica di parte dettata dai «vincitori»... quelli che avevano sconfitto il «terrorismo».

Noi siamo qui sul terreno della battaglia culturale. Una battaglia di decisiva importanza per la sopravvivenza e la riabilitazione delle culture popolari minacciate di estinzione dal Leviatano imperiale euro-atlantico.

Combattere contro la trasmissione deviante della Storia che si manifesta nella narrazione statuale e decostruire il discorso ufficiale è opera indispensabile di resistenza della memoria collettiva «autoctona» delle classi popolari.

Essa è alla base del permanere o meno di un’ostinata identità alternativa al comando del capitale, della sua macchina statuale e del suo apparato ideologico.

La memoria alimenta l’immaginario delle genti: tramandare il ricordo cupo di «anni di piombo» è ben altra cosa che rinviare le menti a una lunga stagione di lotte in cui le masse furono l’attore pubblico, protagonista dello spazio sociale e politico.

Fonte

23/12/2023

Due o tre cose che vanno dette su Toni Negri

di Francesco Piccioni

È tradizione soprattutto mediterranea, almeno a far data dall’Eneide, quella del parce sepulto, ossia l’invito a non parlar male dei defunti, anche se hanno avuto delle colpe.

L’invito è rispettabile sotto molti aspetti, ma non può essere esteso oltre misura, fino a cancellare ogni critica per quanto fatto o detto o scritto dal dipartito. Altrimenti ogni progresso storico specifico sarebbe congelato come le lapidi di un cimitero.

Nel caso di Toni Negri, in questi giorni, abbiamo visto molte “dimenticanze” da parte dei vecchi o seminuovi protagonisti della stagione dei “movimenti”, i soliti insulti da parte della destra trinariciuta, qualche ricordo non demonizzante anche su alcuni media mainstream.

Ci sta. I ricordi di gioventù sono sempre più dolci che non i sentimenti in tempo reale. E l’odio da parte del nemico spinge a mettere da parte le critiche, a suggerire “compattezza” anche quando questa non c’è stata, neanche in pieno conflitto.

Ma onestà intellettuale vuole che il parce sepulto, nel suo caso, non sia applicabile almeno per quanto riguarda le due principali influenze che a Negri vengono riconosciute: quella sul pensiero politico e sulle pratiche politiche “di movimento”.

Perché la sua influenza è stata – sì – decisamente importante, ma altrettanto decisamente negativa.

E mi sembra necessario che quel poco o tanto di nuova mobilitazione antagonista sia perlomeno informata sugli aspetti più critici, in modo da decidere liberamente su come e se farci i conti. Non c’è infatti nulla di meno rivoluzionario dell’accodarsi a una “narrazione” edulcorata, priva di rilievi critici, accomodante… Inevitabilmente fasulla.

Pensatore, ok, ma non proprio “marxista”

La sua produzione teorica è vasta, cambia da un periodo all’altro, e una ricostruzione analitica argomentata richiederebbe quanto meno lo spazio di un libro, cosa che eccede ovviamente le intenzioni e le possibilità di un ricordo in tempo reale. Perciò spero che mi possa essere perdonata la sbrigatività assertiva di alcune considerazioni, rinviando ad altro momento eventuali singoli approfondimenti.

Non rientro nelle polemiche storiche sul contributo del filone “operaista” italiano alla movimentazione del pensiero politico comunista di questo paese, spesso svilito a giustificazione teorica delle scelte del Pci. Panzieri, Alquati, Morandi sono stati autentici innovatori, discutibili come tutti i pensatori, ma certamente capaci di stimolare una riflessione sulla realtà della “condizione operaia” nel capitalismo dopo la Seconda guerra mondiale.

In quel filone e su quei contributi Negri (e Tronti, prima di lui) si è inserito con abilità, “surfando” disinvoltamente su assunti teorici già in gran parte definiti. Il dominio e il sabotaggio resta per molti una pietra miliare nella formazione di una parte consistente della generazione del ’68.

Il suo “rapporto con Marx”, però, è stato – a giudizio non solo mio – una “libera interpretazione”, spesso arbitraria, delle categorie marxiane. Fino alla trasformazione di semplici battute incidentali, scritte da Marx nei suoi appunti, in “categorie” che dovevano illustrare il mondo… secondo Toni.

Esemplare, in questo senso, il suo uso dei Grundrisse in chiave “anti-sovietica”, sorvolando allegramente sul fatto che quei quaderni – sicuramente decisivi per capire molti dei passaggi analitici compiuti da Marx nel suo percorso per arrivare alla sistematizzazione de Il Capitale – fossero stati pubblicati tra il 1939 e il 1941 dalla MEGA, grazie soprattutto all’opera di David Rjazanov. Quindi a Mosca, all’inizio della Seconda guerra mondiale… addirittura sotto Stalin.

Impossibile ripercorrere qui la storia delle discussioni intorno ai Grundrisse, che costituiscono certamente una tappa fondamentale marxiana e come tali vanno studiati. Ma altrettanto certamente negli anni ‘70 Negri è stato tra quanti ne ha proposto una lettura molto “eretica” rispetto ai risultati poi consolidati ne Il Capitale (quanto meno nel primo libro, di cui Marx curò personalmente l’edizione; gli altri due da Engels, co-fondatore della stessa teoria).

Ma è ovvio che contrapporre o dilatare le differenze tra due testi che rappresentano tappe diverse di un unico percorso non è il massimo della correttezza intellettuale…

Per brevità ricordo soltanto il “successo di chiacchiera” goduto all’espressione general intellect, che si può ritrovare in questo paragrafo dei Grundrisse:
“La natura non costruisce macchine, né locomotive, ferrovie, telegrafi elettrici, muli automatici, ecc. Questi sono prodotti dell’industria umana; materiali naturali trasformati in organi della volontà umana sulla natura, o della partecipazione umana nella natura. Sono organi del cervello umano, creati dalla mano umana; il potere della conoscenza, oggettivato.

Lo sviluppo del capitale fisso indica in che misura la conoscenza sociale generale è diventata una forza diretta di produzione e in che misura, quindi, le condizioni del processo di vita sociale stesso sono entrate sotto il controllo del general intellect e sono state trasformate in conformità ad esso. In che misura le potenze della produzione sociale sono state generate, non solo sotto forma di conoscenza, ma anche come organi immediati della pratica sociale, del processo di vita reale.”
Una notazione che appare quasi marginale e scontata, rispetto all’indagine. Perché è abbastanza difficile per qualsiasi comunità umana far funzionare il processo di produzione sociale indipendentemente dalla «facoltà di pensare e di parlare» o contro le conoscenze – scientifiche tecnologiche, ecc – consolidate. Si può e deve svilupparle, naturalmente, ma a partire da quel che già è noto, verificato, comunicato.

In un sintagma di due parole, riferite al più generale o generico dei concetti (o a un modo di dire nell’uso abituale in Inghilterra a metà ‘800), si può certo provare a infilare un po’ di tutto, gonfiandolo come una mongolfiera. Ma anche questa non è un’operazione innocente…

Per chiunque abbia provato a studiare qualche parte della produzione marxiana nella forma espositiva finale destinata alla pubblicazione (per esempio, il libro primo de Il Capitale) è palese che il Moro di Treviri fa un uso scientifico e univoco delle “categorie”, al punto da ripeterle nella loro formulazione durante tutta la trattazione, evitando con cura ogni abbreviazione, allusione, vaghezza.

Per capirci: il “capitale produttivo di interesse” (da prestito, insomma) è una figura o categoria diversa dal “capitale produttivo” in generale. E non troverete mai una delle due espressioni usata al posto dell’altra o di altre categorie che pure contengono le parole “capitale produttivo…”.

Visto questo metodo espositivo senza eccezioni, dovrebbe esser chiaro a tutti che se una espressione è stata da Marx usata una volta sola in tutti i suoi scritti (svariati metri cubi di carte, nella maggior parte appunti o versioni “grezze” di studi da completare) quella espressione non è una sua “categoria” analitica, ma poco più di una “battuta” buttata lì per abbreviare la scrittura, un promemoria per se stesso, mentre si tiene ferma l’attenzione sul processo che si sta osservando (“Contraddizione tra la fondazione della produzione borghese [il valore come misura] e il suo sviluppo. Macchine, ecc”, si intitola il capitolo in cui è inserito il paragrafo appena citato).

Marx, del resto, è con Engels il fondatore di una teoria scientifica su come funziona il capitale, ma non l’ha “inventata” con un colpo di fulmine, già completa in ogni sua parte come Minerva dalla mente di Giove. Ha lavorato per decenni, modificando spesso in corso d’opera l’architettura generale del suo edificio teorico, man mano che a lui stesso si chiarivano alcuni processi reali del capitale in azione e la loro precisa interconnessione in un sistema teorico che deve corrispondere al processo reale.

Dunque, se il buon Marx, una sera di metà Ottocento, ha messo lì un general intellect e poi, nel corso dei decenni, non l’ha più ripreso né “rielaborato”, non possiamo noi – gente del XX secolo poi sopravvissuta fino al XXI – farla diventare una “categoria marxiana” con cui colorare questo o quell’aspetto del mondo che abbiamo davanti oggi.

Ma Toni Negri, com’è noto, ne ha fatto uno dei “tratti caratteristici” del proprio modo di violentare Marx (per tentare di andare “oltre Marx”).

Altrettanto può dirsi di un altro cavallo di battaglia della lunga narrativa negriana, quasi sempre incentrata sulla individuazione di un “soggetto spontaneamente rivoluzionario” che non abbisognava di una conoscenza scientifica del modo di produzione, di una teoria rivoluzionaria conseguente, di un’organizzazione adeguata, ecc.

Dall’operaio massa perché inserito come un ingranaggio nel meccanismo infernale della fabbrica – caratteristico della fase più feconda e stimolante dell’”operaismo” italiano, poco prima e contemporaneamente all’esplosione dell’“autunno caldo” – Negri transita in un attimo alla teorizzazione di un altro “soggetto centrale”, che ha perso però molte determinazioni concrete: l’operaio sociale.

Una figura che può stare un po’ dappertutto e che ognuno può riempire come preferisce, in cui “tutte le vacche sono nere”. O meglio, un qualcosa di indistinto che serve da “àncora” fisica per far apparire concreto un discorso decisamente svolazzante.

Fino all’ultima trasfigurazione, all’alba del terzo millennio, le moltitudini, che non hanno più caratteristiche né forma, perse come sono nello spazio spianato dell’Impero senza più confini. Ma ci arriveremo...

La militanza rivoluzionaria

Su questo piano, invece, ci sono ben pochi spazi per interpretazioni benevole dell’”influenza negriana”. Che vive, anche qui, due fasi nettamente diverse.

Non c’è dubbio che tra la fine degli anni ‘60 e l’inizio degli ‘80 abbia esercitato un ruolo importante, fondando tra gli altri Potere Operaio. Né possono esserci dubbi , a partire dallo scioglimento dei gruppi extraparlamentari (dal ‘73 in poi), abbia contribuito con grande peso sulla formazione della galassia dell’Autonomia Operaia.

Una galassia protagonista di una stagione di grande conflittualità sociale e politica, molto differenziata al proprio interno, ma complessivamente – e ideologicamente – rappresentata soprattutto dal gruppo ristretto intorno a Negri (con l’ala romana, “i Volsci”, in posizione sempre piuttosto critica).

Si può condividere o meno molto di quel che l’Autonomia Operaia ha prodotto in quegli anni, ma sembra pacifico affermare che il “modello organizzativo” adottato garantiva al ristretto gruppo dirigente il potere di indirizzare politicamente l’insieme, senza le incombenze – e le responsabilità – tipiche di un “vertice”, mentre ogni area territoriale si strutturava in modo più o meno forte.

Quando Negri & co. hanno preso a “flirtare” anche con pratiche armate di una certa rilevanza questa separazione tra “autorità di indirizzo” e “irresponsabilità organizzativa” ha prodotto diversi episodi ben poco commendevoli (i compagni condannati per la rapina di Argelato, per esempio, non ne conservano affatto un buon ricordo).

Ma fu l’inchiesta denominata “7 aprile”, condotta da un magistrato privo di scrupoli sulla base delle illazioni di un collaboratore fornito dal Pci, a creare la confusione più completa.

Negri venne accusato di essere “il capo delle Brigate Rosse” e addirittura l’autore di una delle telefonate decisive durante la prigionia di Aldo Moro.

Un’invenzione pura e semplice, sbirrescamente “utile” solo a produrre qualche decina di arresti. Ma che si fondava sulla “certezza” – senza molte prove, prima che qualche arrestato non non cominciasse a “collaborare” – che “gli autonomi” fossero i responsabili di un gran numero di azioni, diciamo così, “a bassa intensità” (le “notti dei fuochi”, ecc.).

Negri verrà anni dopo condannato solo per le azioni condotte dai militanti che a lui facevano diretto riferimento, e non per altro.

In particolare per essere stato il “mandante” del sequestro per autofinanziamento di Carlo Saronio, a lungo attivista nello stesso gruppo, di ottima famiglia (industriali farmaceutici), morto per l’imperizia di chi aveva il compito di trattenerlo.

Non entro naturalmente nel merito delle accuse. Ricordo bene che nei processi di quel tempo – e di quella stessa Corte – si distribuivano secoli di condanne con criteri all’ingrosso, con ben poca attenzione ai dettagli e alle responsabilità individuali.

Ma so altrettanto bene che in una qualsiasi organizzazione degna di questo nome – qualunque siano i criteri di funzionamento – la “direzione politica” non può dirsi estranea a ciò che i militanti di base o intermedi hanno ritenuto giusto fare. Né che questi ultimi abbiano agito all’insaputa dei vertici.

Quindi il fatto che mi sembra rilevante – e negativo – ancora oggi non è “cosa effettivamente Negri ha fatto o deciso”, ma la sua perpetua pretesa di essere considerato al di sopra e fuori dalla normale pratica quotidiana dell’insieme politico che a lui faceva riferimento. “Innocente” in termini giuridici, ossia irresponsabile secondo quelli politici.

Una deresponsabilizzazione che si è cominciata a vedere fisicamente dal momento della svolta dalla militanza rivoluzionaria alla collaborazione con il potere dominante. Ovvero con lo Stato.

Quel momento l’ho visto dal vivo e comincia a prendere corpo nei giorni successivi alla rivolta nel carcere speciale di Trani (fine dicembre 1980). Passate le 24 ore in cui “il calore della comunità prigioniera” aveva momentaneamente unito tutte le componenti presenti (dai brigatisti ai piellini, agli “autonomi” delle diverse anime, ai detenuti “comuni”), la battaglia contro le forze speciali dei carabinieri e i successivi pestaggi sanguinosi ad opera delle guardie avevano riportato tutti alla dura “normalità”. Eravamo in mano al nemico.

Toni subì un pestaggio violento e “dedicato”, in cui si mescolavano istintive antipatie di classe, anticomunismo viscerale, odio specifico per “quelli famosi” e altre carinerie “normali” per gli agenti di un carcere speciale.

Non fu quello che ne prese di più, certo, ma in certi casi non si sta a sottilizzare o a far classifiche.

È necessario anche ricordare che quella rivolta, in coincidenza con il sequestro del giudice D’Urso, seguita a poche ore di distanza dall’esecuzione del generale dei carabinieri Galvaligi (a capo della sorveglianza esterna delle carceri speciali, Trani compresa), portò alla chiusura definitiva del supercarcere dell’Asinara, il più infame fino ad allora messo in funzione.

Una vittoria parziale ma significativa, insomma, anche se in un fase molto problematica e segnata da una accentuazione feroce della repressione.

Da lì in poi le strade di Toni Negri e di gran parte dei suoi si separarono da quelle degli altri prigionieri politici. Cominciarono a circolare documenti un po’ strambi (il più noto diventò Do you remember revolution?, quasi un “addio alle armi”), bizantine differenziazioni che ben presto si sarebbero trasformate nella solita distinzione tra “prigionieri cattivi” (quelli che resistevano, solo successivamente chiamati “irriducibili”) e “semi-buoni”.

Presero forma prima le “aree omogenee”, ossia gruppi di prigionieri che venivano trasferiti in carceri “normali”, senza le notevoli restrizioni di quelle “speciali”.

A seguire, l’”omogeneità” precipitò in “movimento della dissociazione”, finalizzato ad ottenere una legge che garantisse robusti sconti di pena per chi ammetteva i propri reati, facesse pubblica ammenda sugli “eccessi” di una generazione, mentre su tutti gli altri prigionieri politici calava la cortina di ferro dell’”articolo 90” – l’ultimo del Codice penitenziario, che annullava tutti i precedenti ottantanove.

In quel contesto maturò anche la sua candidatura alle elezioni politiche nelle liste del Partito Radicale (era possibile, non avendo ancora fin lì subito alcuna condanna), e quindi l’ingresso in Parlamento con la pattuglia di Marco Pannella, allo scopo – veniva detto – di facilitare la realizzazione dell’agognata legge pro “prigionieri buoni”.

Le cose non andarono benissimo, i reazionari (nella Dc e nel Pci) scalpitavano, le condanne – anche agli “aspiranti dissociati” – fioccavano regalando secoli di carcere e Negri stesso vide la possibilità concreta di essere spogliato dell’immunità parlamentare e quindi essere nuovamente arrestato.

Se ne andò prima che avvenisse, e non tutti i suoi seguaci in carcere la presero benissimo. Ma l’agognata legge per i “dissociati” andò avanti comunque, seppur più lentamente e con quel tanto di “paletti” supplementari che la resero quasi una seconda legge sui “pentiti” (di “nuove rivelazioni” a quel punto – 1987 – era impossibile farne, bastava spesso confermare le proprie responsabilità già testimoniate da un “pentito” e stracciarsi le vesti q.b.).

Non è una mia interpretazione malevola. Ci sono i verbali di interrogatorio, scritti nel linguaggio questurino che non permette troppi voli pindarici e arzigogoli semantici. Perché quando “a domanda risponde”, l’imputato deve essere chiaro. Altrimenti ne seguono altre, fin quando non resta da dire un “sì” o un “no”…

Un rivoluzionario, davanti al giudice, può scegliere di tacere oppure di difendersi (con un buon avvocato), nella misura in cui è innocente rispetto alle accuse mossegli. Di “terze vie” ne sono state tentate molte, ma non ne ricordo di funzionanti, praticamente, Ancor meno di onorevoli…

Da lì in poi il Negri “rivoluzionario” scomparve per sempre, anche se restò nell’aria la fama di “cattivo maestro” che solleva ancor oggi il sopracciglio dei reazionari, la nostalgia di molti reduci e magari qualche curiosità in chi è arrivato al mondo molto dopo.

L’Impero (“del bene”?)

Nella fase post-dissociazione l’impostazione filosofica non marxista di Negri diventa più trasparente. Resta l’enfasi tonitruante, il parlare da profeta che non ammette confronto, la profusione di immagini più fascinose che illuminanti, la vaghezza dei fenomeni concreti posti a fondamento di obiettivi e strategie, a volte pure la rivendicazione di un “comunismo” declinato in termini di fantasiosa utopia… ma il gioco diventa più facile da scoprire.

Se si vuole, certo. I laudatores, totalmente acritici, continuano a non mancare e si sperticano in genuflessioni.

È Impero il suo ultimo successo, sia “di movimento” sia in libreria, che pretende di “sussumere” da un lato il movimento no global che stava in quel periodo attraversando il mondo e dall’altro l’egemonia statunitense sul pianeta, al termine dell’era clintoniana, in un connubio apparentemente inspiegabile in termini razionali.

Ma tutto si tiene, nella narrativa negriana, perché “il capitale lavora per noi”, come diceva – con altri orizzonti – ai tempi dell’antagonismo radicale. Una banalizzazione pericolosa del concetto marxiano che individua nell’affermarsi del capitale una “forza progressiva” che demolisce il vecchio mondo pre-industriale, nonché tutte le istituzioni relative e la “cultura generale”. Una forza che, insomma, affermandosi sul mondo produce anche le condizioni oggettive per il proprio stesso superamento.

Una banalizzazione che vernicia di “progresso” il passaggio alla cosiddetta “globalizzazione”, ossia alla lunga fase dell’incontrastata egemonia statunitense sul mondo (oggi palesemente in crisi), ma che regge per pochissimo tempo.

Quando le elezioni presidenziali portarono alla Casa Bianca, pochi mesi dopo, George W. Bush – che certo poteva essere accusato di tutto, tranne che di essere espressione delle forze del “progresso” – al povero Negri non restò che lamentarsi del “golpe” avvenuto nell’Impero.

Più seriamente, la critica a quella narrativa venne per esempio da Giovanni Arrighi, che – pur condividendo benevolmente le “intenzioni” del testo – ne contestò i fondamenti utilizzando gli argomenti che padroneggiava da maestro.
“L’asserzione di Hardt e Negri relativa a una progressiva riduzione della distanza tra Nord e Sud è dunque chiaramente falsa. Non tengono neppure le loro affermazioni in merito alla direzione e all’estensione dei flussi contemporanei di capitale e lavoro.

In primo luogo, esagerano molto nel dire che tali flussi sono senza precedenti. Questo è vero in particolare quando definiscono “lillipuziane” le migrazioni dell’Ottocento in rapporto a quelle di fine Novecento. In realtà, in proporzione, quelle ottocentesche furono molto più ampie, specialmente se si includono le migrazioni dall’Asia e all’interno dell’Asia stessa.

Inoltre, è vera solo in parte anche l’affermazione che il capitale speculativo e finanziario ha continuato ad andare “dove il costo del lavoro è più basso e dove è più alta la capacità amministrativa di garantire lo sfruttamento”.

È vera soltanto se manteniamo uguali un mucchio di altre cose, e in particolare il reddito pro capite nazionale. Ma gran parte delle altre cose – e soprattutto il reddito pro capite nazionale – non sono per niente uguali nelle diverse regioni e giurisdizioni del mondo.

Ne consegue che la fetta di gran lunga maggiore dei flussi di capitali avviene tra i paesi ricchi (dove il costo del lavoro è relativamente alto e la forza amministrativa in grado di garantire lo sfruttamento è relativamente bassa), e solo una quota proporzionalmente molto minore di capitali passa dai paesi ricchi a quelli poveri.

Queste non sono le sole affermazioni di fatto che, nelle pagine di Empire, si rivelano false a un’osservazione ravvicinata. Eppure esse sono tra le più decisive ai fini della credibilità sia della ricostruzione delle tendenze in atto, sia delle conclusioni politiche contenute nel libro.”
Mi sembra molto importante questa critica porta in tono persino amichevole, perché individua alcune caratteristiche centrali del “metodo” sempre usato da Negri (e imitato dai seguaci): noncuranza per i dati empirici, soprattutto quelli brutalmente economici; assolutizzazione di singoli fenomeni utili a sostenere le proprie tesi e silenziamento di quelli che le smentiscono.

La considerazione sulle dimensioni dei fenomeni migratori, per dirne una, rivelano per di più una visione del tutto “occidentalo-centrica”, che fa chiudere gli occhi su quanto è avvenuto o avviene nel resto del mondo.

Ma come si può prendere sul serio un pensiero politico che fa volentieri a meno dell’analisi concreta della situazione concreta (i dati e i fenomeni reali) e tratteggia impressionisticamente le evoluzioni possibili di una realtà che andrebbe modificata tramite l’azione politica progettuale? Che progetto politico può essere, in altri termini, quello che non conosce né vuole riconoscere il reale com’è? Come può aiutare a cambiare davvero il mondo una visione che lo “racconta” invece di capire com’è fatto?

È questa, in definitiva, la critica finale che Arrighi muove a Negri e che ripropongo all’attenzione dei compagni che vogliono capirne di più, senza affidarsi alle romanticherie mitologiche dei “come eravamo”, redatti secondo la regola del parce sepulto.
“L’ottimismo di Hardt e Negri nel ritenere che la globalizzazione apra nuove possibilità di liberazione della moltitudine dal bisogno e dall’oppressione poggia largamente sul loro assunto che, sotto l’Impero, il capitale tende a una doppia equalizzazione delle condizioni di esistenza della moltitudine: l’equalizzazione derivante dalla mobilità del capitale dal Nord al Sud e quella derivante dalla mobilità del lavoro dal Sud al Nord.

Ma se questi meccanismi non funzionano – come sembra avvenire per ora – la strada verso la cittadinanza globale e verso un reddito garantito per tutti i cittadini può rivelarsi molto più lunga, sconnessa e piena di insidie di quanto Hardt e Negri vorrebbero farci credere”.
Non ci sarebbe molto da aggiungere, sul piano teorico e concettuale. Ma può risultare illuminante un evento concreto che chiarisce in modo lampante in che modo Negri abbia preso lucciole per lanterne tratteggiando il presunto “progressismo” della cosiddetta globalizzazione.

Nella tarda primavera del 2005 Francia e Olanda tennero un referendum popolare per approvare il progetto di “costituzione europea”, una bozza di trattato elaborata nella relazione Méndes de Vigo-Leinen, già approvata dal Parlamento europeo ma istituzionalmente bisognosa di ratifica da parte degli Stati membri.

Un testo che appariva più un trattato commerciale che non una vera Costituzione, contenente buona parte dei “pilastri” istituzionali poi approvati con singoli trattati.

Negri, ormai residente a Parigi, aveva caldeggiato il voto per il “Sì” da parte della sinistra locale.

Entrambi i referendum registrarono la nettissima vittoria del “No”. Della “costituzione europea” non si parlò più. Di far votare i popoli sull’architettura istituzionale della UE, neanche.

Ce n’è di distanza da Il dominio e il sabotaggio, non vi pare?

Fonte

23/04/2021

Memoria conflittuale e merda nel ventilatore

La calunnia è un venticello, un’auretta assai gentile, che insensibile, sottile, leggermente, dolcemente, incomincia a sussurrar. Piano piano, terra terra, sotto voce sibilando, va scorrendo, va ronzando, nelle orecchie della gente. S’introduce destramente, e le teste ed i cervelli fa stordire e fa gonfiar.

Non ci piace – è noto – perdere il nostro tempo a inseguire le calunnie altrui. Per come è ridotta “la sinistra” in Italia, non resterebbe tempo di fare altro.

Però non possiamo ammettere neanche che si infanghi la serietà del nostro impegno politico e del nostro lavoro. Né accettare qualsiasi insulto.

Dunque, eccoci qui costretti a rimandare al mittente l’accusa infamante rivolta a uno dei nostri collaboratori, Achille Lollo, esperto di Brasile per esserci vissuto a lungo da esule – uno delle centinaia prodotte dal conflitto degli anni ‘70.

Pochi giorni fa, sulla sua pagina Facebook, Enrico Galmozzi, ex dirigente di Prima Linea e ora – scrivono – “grossista di scatole per gioielli a Milano” nonché “scrittore di libri sull’impresa fiumana di D’Annunzio”, ha postato poche frasi che non possono restare “venticello” che continua a circolare.

Il testo: “16 aprile 1973: Primavalle. Come ti riciclo un pirla. Uno dei condannati per il rogo, Achille Lollo, dopo una lunga latitanza, nel 2011, a condanna prescritta torna in Italia e per prima cosa va dai giudici e fa i nomi dei complici fra cui tre mai indagati. Diventa uno dei promotori e “firma” dell’Antidiplomatico e scrive regolarmente su Contropiano, portavoce degli stalin sovranisti di sinistra.”

Galmozzi ha scontato una pena ridotta – 13 anni effettivi sui 27 comminati in sentenza – usufruendo della legge sulla dissociazione (legge 18 febbraio 1987, n. 34, Misure a favore di chi si dissocia dal terrorismo). Per lo stesso tipo di reati, altri prigionieri politici hanno ricevuto e scontato l’ergastolo che, anche quando non era “ostativo”, è pena assai più impegnativa.

Ognuno può pensarla come vuole, ma a noi – militanti comunisti “semplici” – non piace chi scambia identità politica con sconti di pena. E ancor meno, naturalmente, chi collabora con “il nemico” e fa arrestare i suoi compagni di lotta.

Galmozzi ha anche una lunga abitudine al protagonismo social, spesso prendendosela con ex prigionieri di altre organizzazioni (specie se non pentiti né dissociati), altre volte sfruttando qualche clamore mediatico occasionale (una presunta busta con proiettili indirizzata a Salvini, l’omicidio del carabiniere Cerciello Rega, ecc.). Ma ognuno si diverte come può e sa...

L’accusa ad Achille di essere “un infame”, e di aver fatto “i nomi dei complici fra cui tre mai indagati” non è però di quelle su cui fare spallucce. Perché poi magari qualche anima candida ci crede e “condivide”...

Come sa chiunque abbia un briciolo di esperienza in vicende simili, le “voci” si possono dividere sommariamente in due campi.

Il campo oggettivamente più scivoloso è quello in cui si parla di possibili infiltrati o informatori. Figure che sono sempre esistite nella lotta di classe e sempre esisteranno, che è bene saper riconoscere e tener lontane. Però, in questi casi, è difficile poter ottenere ed esibire “prove”. Si possono inanellare episodi sospetti, frequentazioni oscure, comportamenti inspiegabili, stili di vita incongruenti, ecc.

“Indizi”, insomma, che possono consigliare prudenza e interruzione dei rapporti. Ma non “prove documentali”. Perché gli agenti dei servizi o gli informatori (“collaboratori a progetto” dei servizi, per capirci) non vanno certo in giro sventolando il tesserino e presentandosi come tali.

Cosa del tutto diversa è invece la “chiamata di correo”, ossia il coinvolgimento di altri – fin lì ignoti agli inquirenti – nelle azioni o reati per cui si è imputati.

In questo caso ci sono verbali firmati davanti a un giudice o a ufficiali di polizia (o carabinieri, ecc.). Materiali che fanno sviluppare altre indagini, producono “avvisi di reato”, interrogatori, eventualmente arresti, processi e relative condanne.

Dunque, in casi come quello che stiamo affrontando, o si possono esibire i verbali – sono atti giudiziari depositati, non segreti di stato – oppure sono solo parole di merda buttate nel ventilatore. Nella speranza che diventino “seminali”...

Per la parte che ci riguarda direttamente – “Contropiano, portavoce degli stalin sovranisti di sinistra” – si può solo sorridere davanti all’ignoranza di chi, in tutta evidenza, cavalca i luoghi comuni del mainstream più svaccato.

Per la parte che riguarda Achille, invece, lasciamo ovviamente la parola al diretto interessato.

*****

Un linciaggio mediatico dietrologico praticato per 45 anni

Achille Lollo

È vero: come altri compagni degli anni '70, anche Achille Lollo, in termini professionali, è un giornalista che per più di quarant’anni ha esercitato la professione in vari paesi e in diversi organi di informazione. Per questo forse do fastidio, anche e quando scrivo solo sul Brasile. Forse do fastidio, innanzitutto, perché nella Costituzione non è contemplata la pena di morte.

In secondo luogo perché con i miei 70 anni continuo a scrivere, a filmare ed a pubblicare analisi di politica internazionale che molti non vorrebbero che siano scritte, non solo sui giornali o televisioni legate al sistema, ma anche sui nostri giornali. Infatti, mi sembra che sia sempre in voga l’ordine di proibire, con un nuovo linciaggio mediatico, quello che scrivo su un giornale web come CONTROPIANO che ha, ancora, il coraggio di qualificarsi comunista.

Per questo motivo, dopo aver letto – solo il 19/04/2021 – quello che il “dissociato” di Prima Linea, Chicco Galmozzi ha pubblicato su Facebook, vorrei precisare ciò che segue:

1) Gli unici miei due complici (Marino Clavo e Manlio Grillo), riusciti a fuggire dopo il mio arresto, sono stati indagati nel 1973 e poi condannati tutti insieme nel 1994, sia nel processo penale e poi in quello civile.

2) Al mio ritorno in Italia, nel 2010, a causa di una mia intervista sul Corriere della Sera, con Rocco Cotroneo, sono stato nuovamente indagato. Però davanti al giudice, e alla presenza dell’avvocato Tommaso Mancini, il 17/01/2011, mi sono rifiutato di rispondere al PM Tescaroli e di confermare quello che era stato pubblicato dal suddetto giornale.

3) Di conseguenza e non risultando altri elementi “probanti” il giudice ha chiuso quell’istruttoria senza rinviare a giudizio altri possibili indagati.

4) Non ho mai accettato la dissociazione e tanto meno il “pentimento”. Soprattutto non ho voluto capitalizzare la mia personale autocritica politica per ottenere benefici editoriali o riconoscenze dai “servizi” e rispettivi associati.

5) A questo proposito ricordo al “dissociato” Enrico (Chicco) Galmozzi che nel 1985 rifiutai l’offerta dell’ambasciatore Giorgio Vecchi, in Angola, relativa alla possibilità di “...risoluzione definitiva della situazione giuridica...” se avessi collaborato con i servizi italiani, visto che all’epoca ero molto impegnato nelle attività del Ministero della Difesa e del Ministero del Petrolio/SADCC Energia angolani!

6) Sappia, il “dissociato” Enrico (Chicco) Galmozzi che: a) non sono mai stato stalinista, continuando a mantenermi legato all’ideologia del marxismo leninismo. Tanto è vero che nel 2005, uscendo dal PT (Partido dos Trabalhadores) firmai il documento per la formazione del nuovo partito PSOL (Partido Socialismo e Liberdade), di cui la maggior parte dei 109 firmatari erano ex-militanti del PT legati a correnti trozkiste.

7) A questo proposito suggerisco al “dissociato” Enrico (Chicco) Galmozzi e ai suoi informatori che, prima di promuovere il linciaggio mediatico con l’etichetta di “stalinista sovranista”, andassero a sfogliare le riviste brasiliane “Nação Brasil, Conjuntura Internacional e Critica Social” — di cui sono stato direttore dal 2004 al 2010 — in cui James Petras, Ricardo Antunes, Mario Maestri, José Luis Fiori e Michel Chossudovsky, Robert Kurtz, e Michel Lowy erano stretti collaboratori.

8) Lo stesso dicasi del cosiddetto “sovranismo”, visto che mi sono sempre considerato e comportato come un militante comunista internazionalista, che ha dedicato la sua vita a lavorare con il MPLA, la SWAPO, l’ANC, il FRETILIN, Il PT (Força Socialista, corrente interna petista), il PSOL e infine con il ELN colombiano. In Italia non ho aderito a nessun movimento o gruppetto sovranista.

Considerazioni personali sull’iniziativa mediatica di Chicco Galmozzi

Non è più una casualità, ma tutte le volte che scrivo qualcosa di “pesante”, che critica e mette in discussione la legittimità di un governo o degli ambienti associati a questi, immediatamente spunta fuori qualcuno dal nulla che, ricorrendo alla dietrologia più efferata, rievoca il passato per silenziare la mia attività di analista di politica internazionale, cercando anche di infangare la mia militanza politica con una ben orchestrata operazione di linciaggio mediatico.

Un’operazione che il “dissociato” di Prima Linea, Enrico (Chicco) Galmozzi, ha già tentato in passato con altri compagni e non certo per una sua pseudo-geniale iniziativa di deontologia giornalistica!

In realtà si tratta di una diffamazione in cui salta fuori il solito “dossier informativo” che le differenti antenne dei servizi — attualmente presenti nella rete, oltre che, indirettamente nei vari organi informativi — forniscono ai vari “addetti ai lavori”!

Approfitto per citare alcune operazioni di linciaggio mediatico dietrologico, realizzate nei miei confronti, dai “servizi” e dalle rispettive antenne destroidi, con l’evidente obbiettivo di censurare qualsiasi mia attività giornalistica, soprattutto quando questa attività cominciava a moltiplicare i suoi followers. Ma possono risultare istruttive in senso più generale.

– LA STAMPA 08 Novembre 2016 – Per sputtanare il Movimento 5 Stelle e soprattutto per squalificare l’allora deputato Alessandro Di Battista, il giornale LA STAMPA ricorre alla dietrologia del 1973 per creare un link organico tra il M5S e Achille Lollo con il titolo “L’Antidiplomatico, così un sito divulga la linea filo-russa del M5S”, con sottotitolo “Tra i collaboratori spunta Achille Lollo”. Infatti Jacopo Jacoboni, a pagina 13, dopo aver citato gli incontri che i deputati Di Battista e Di Stefano avrebbero avuto a Mosca “...con personaggi chiave del partito di Putin, uno dei quali assai discusso. È in questa fase che diventa di riferimento, nel divulgare la linea, un sito l’ANTIDIPLOMATICO...”. Per poi concludere “...In questo milieu matura il sito che in questi mesi sta vedendo lievitare i suoi accessi, e l’influenza tra i parlamentari cinque stelle che si occupano di geopolitica...”.

– IL MESSAGGERO 09 Novembre 2016 – Apre la prima pagina con il titolo “M5S arruola Achille Lollo”, poi Claudio Marincola e Stefania Piras aprono la pagina 47 con il titolo “Lollo consulente del M5S”, e con sottotitolo “...Anche quando si rifugiò in Angola collaborò con le TV, oggi purtroppo lo fa da uomo libero...”; per attaccare logicamente il M5S e il sito L’ANTIDIPLOMATICO, i due giornalisti sottolineano nelle prime righe della pagina il seguente: “Libero di suggerire analisi, divulgare pensieri, dispensare consigli. Se non fosse che le sue riflessioni pubblicate su un sito frequentato dall’intellighenzia grillina stanno ispirando la politica estera del M5S. Lui è Achille Lollo...”. E infine ricordare di nuovo “...Lollo dispensa pillole di politica estera apprezzate nell’ambiente pentastellato...”.

– IL TEMPO 09 Novembre 2016 – Sempre per attaccare l’ex-deputato Di Battista e il M5S, Antonio Rapisarda così titola il suo articolo a pagina 9: “Lollo scrive sul sito L’ANTIDIPLOMATICO – Così lo staff di Battista lavora con l’assassino dei fratelli Mattei”. Per poi far capire che Achille Lollo non può, in assoluto, fare il giornalista, soprattutto se quello che scrive ha credito.

– Infatti Rapisarda sottolinea “...Il punto è che ad occuparsi di Brasile ed America del Sud, con servizi dove abbonda il gergo vetero-anni '70 è proprio Achille Lollo del quale, tra le altre cose, l’ANTIDIPLMATICO ha anche ripreso un’intervista fatta direttamente a Di Battista due anni fa su governo Renzi, Trip, Tsipras e questioni migranti...”. All’epoca ero stato in effetti nominato ufficialmente dal giornale brasiliano “Brasil De Fato” come corrispondente estero alla Camera, al Senato, al Ministero degli Esteri e al Vaticano. Che è poi il motivo per cui fu realizzata l’intervista al deputato Alessandro Di Battista.

È evidente che nei miei confronti esiste da parte dei “servizi” o dei cosiddetti “addetti ai lavori” un monitoraggio sistematico su quello che scrivo, per poi usare il tutto nell’operazione di il linciaggio mediatico in forma diretta o indiretta. E dico questo poiché anche in passato, sia in Angola che in Brasile, è successo più di una volta. Per esempio:

1) Nel 1978, i servizi dell’ambasciata italiana in Angola (che all’epoca rappresentava anche gli Stati Uniti), dopo aver organizzato la fuga dell’alto funzionario del Ministero della Sicurezza Nazionale, Victor Jetoeira, gestirono il suo accomodamento in Italia permettendogli prima lo smercio di quel mezzo chilo di diamanti grezzi che aveva trafugato, per poi ricevere le foto del campo di addestramento della SWAPO, che il Ministero della Difesa aveva organizzato in Funda, dove io, nel 1976 mi occupavo della preparazione politica dei combattenti namibiani. In proposito IL MESSAGGERO scrisse una mezza pagina molto nebulosa.

Invece fu la rivista PANORAMA che – sulla base delle dichiarazioni dell’ex-agente della Sicurezza angolana – confezionò la tesi secondo cui Stefano De Stefani ed Achille Lollo stavano organizzando in Angola una “sezione dell’Internazionale Rossa”. A partire da quel momento per le antenne dei servizi italiani, e non solo, qualsiasi cosa io facessi divenne “top secret”, anche perché in quell’anno il Ministro della Difesa, Henrique Teles Carrera, mi incaricò, insieme ad altri due ufficiali angolani, di creare una redazione per poi pubblicare la “REVISTA MILITAR” (organo delle FAPLA, Forze Armate Popolare di Liberazione dell’Angola). In questa rivista firmavo gli articoli come “Germano”.

2) Nel 1980, passai a coordinare la redazione internazionale del “JORNAL DE ANGOLA” ed in seguito, con l’invasione sudafricana nel sud del paese, divenni anche inviato speciale nelle zone di guerra, realizzando molti reportage esclusivi, grazie alla mia relazione politica con le Forze Armate. Nello stesso tempo, firmando con pseudonimo, divenni collaboratore di AFRIQUE ASIE e di LE MATIN DE PARIS, oltre a scrivere alcuni articoli per l’AVANTI, il MANIFESTO, così come per la commissione dell’ONU contro l’Apartheid.

Quindi fu proprio in questo periodo di maggior attività giornalistica (1983) che Lolò Neto, il consigliere politico del presidente angolano Eduardo Dos Santos, ricevette un “dossier informale” dall’ambasciata italiana in cui mi si accusava di star organizzando una cellula delle Brigate Rosse a Luanda, visto che avevo aiutato il medico Sergio Adamoli – all’epoca ricercato dall’Interpol – e la sua giovane compagna a rimanere in Angola, lavorando (lui) presso l’Ospedale Militare e lei come insegnante, con la qualifica di “cooperanti”.

3) Nel 1984, essendo stato incaricato dal Ministro del Petrolio di coordinare – con la funzione di “editor” – la creazione delle riviste “SADCC ENERGY” e “SADCC ENERGIA” (organi bilingue della Commissione di Energia del SADCC, presieduta dall’Angola) e quindi di integrare le delegazioni angolane alle riunioni regionali di tecnici, ministri e presidenti, il corrispondente di FRANCE PRESS, Alain Port, ricevette un “dossier Informativo” in cui, per giustificare il preteso coinvolgimento della Repubblica Popolare di Angola con le Brigate Rosse e nella presunta “Internazionale Rossa del Terrorismo”, si diceva che io, approfittando del viaggio della delegazione angolana alla 12° Conferenza Mondiale sull’Energia (18-23/Settembre/1983) a New Delhi, in India, con scalo a Beirut, mi sarei incontrato con elementi responsabili del FPLP, a cui, per assurdo, avrei anche portato delle missive di alcuni dirigenti del MPLA.

Alain Port non pubblicò questo “scoop” perché, fortunosamente, lui si ricordava che in quella settimana io gli avevo chiesto una chromdioxid video-cassette broadcast (BASF KCA609) per fare le copie dell’intervista che avrei realizzato a Bruxelles con il Commissario della Comunità Europea, Edgar Pisani e del programma tv in cui ero stato invitato.

4) 1986: varie fonti legate all’ambasciata italiana riferivano al ministro degli esteri angolano, Paulo Jorge, che in caso di condanna e con l’aggravante di essere legato alle Brigate Rosse, il governo italiano avrebbe modificato le relazioni di cooperazione in caso di mancata estradizione.

Questo terrorismo diplomatico non impressionò il ministro che, a sua volta, mi informò dell’accaduto, oltre a garantirmi l’asilo, ricordando inoltre che tra Italia e Angola non esistevano accordi sull’estradizione.

Nonostante ciò e non volendo creare problemi all’Angola e al MPLA, che ho sempre considerato la mia seconda patria ed il mio secondo partito rivoluzionario, decisi di trasferirmi in Brasile.

5) 1991: subito dopo la mia condanna in appello, il mio avvocato brasiliano, Técio Lins e Silva, mi avvisò che gli uomini dei servizi italiani avevano presentato alla Polizia Federale brasiliana l’istanza di estradizione. Per cui, alcuni giorni dopo, quando alle 7:30 ricevetti una stranissima telefonata di alcuni italiani che, proclamandosi “...compagni italiani della Magliana mi invitavano nella stanza 702 dell’Hotel Intercontinental per stare con le ragazze...”, capii che era meglio avvisare l’avvocato ed attendere l’arrivo della Polizia Federale, che giunse alle 11:30.

In seguito, un ispettore mi confidò di essermi salvato, poiché se fossi andato a quell’appuntamento, sarei stato arrestato da una volante della Policia Militar con l’accusa di “aver trovato mezzo chilo di cocaina nella mia macchina...”.

In questo caso sarei stato arrestato come narco-trafficante e quindi immediatamente estradato in Italia con la stessa equipe dei servizi che aveva programmato la mia cattura davanti all’Hotel Intercontinental con la volante della Policia Militar!

6) 2004: dopo aver consolidato la pubblicazione da parte di Edizioni ADIA di tre riviste (Nação Brasil, Conjuntura Internacional e Critica Social) e iniziato la collaborazione con TVCRJ (TV Comunitaria do Rio) una deputata del MSI-AN e il rappresentante di questo partito in São Paulo, tal Di Marchesin, finanziò l’affissione di giganteschi poster in tutta la città di Rio de Janeiro in cui, qualificandomi come un “pericoloso terrorista”, richiedeva la mia estradizione, nonostante il Tribunale Superiore Federale l’avesse negata.

La stessa campagna di linciaggio dietrologico si allargava, con lettere a parlamentari, artisti, intellettuali e sindacalisti di sinistra che rappresentavano la maggioranza degli abbonati delle nostre riviste. In seguito il Tribunale Civile di Rio de Janeiro condannò ad una multa l’agenzia di pubblicità che aveva elaborato i poster.

7) 2008: dopo aver realizzato prima con Bernardo e poi, soprattutto con Milton Hernandez, della Commissione Internazionale dell’ELN colombiano, due progetti di video sul conflitto colombiano realizzati da TV ADIA, oltre a costruire nei sindacati, università e con alcuni parlamentari, una rete di solidarietà con il ELN in Brasile, a partire da Rio de Janeiro, con la divulgazione di documenti, interviste e conferenze con lo stesso Milton, la Polizia Federale mi convocò a Brasilia per rispondere ad alcuni “questionamentos” (domande informative) formulate da alcuni settori dell’Interpol.

Infatti, alla Polizia Federale erano state presentate alcune “note informative” secondo cui “...viaggiando clandestinamente in Colombia stavo per mettere in piedi, insieme al narcotrafficante Escadinha, una struttura per il commercio delle armi in favore delle FARC...”!!! Oltre a ciò le fonti occulte supponevano che il pagamento da parte delle FARC era con la cocaina.

Per mia fortuna avevo conservato “las papeletas de entrada y de saida” del posto di frontiera venezuelano di Santa Elena de Uairén e quelle dell’ingresso brasiliano di Pacaraina, mostrando poi allo stupefatto ispettore i dvd di tutte le interviste fatte in Colombia da me e da Gustavo, in cui i soggetti filmati erano, soprattutto avvocati, sindacalisti, gente del popolo e alcuni responsabili del Polo Democratico. Mentre le immagini di combattimenti, realizzate direttamente dal ELN, ci erano state fornite anteriormente da Milton Hernandez.

Quindi, la storia del traffico di armi con le FARC, che, oltretutto, all’epoca, occupavano aree e regioni differenti da quelle in cui operava il ELN, decadde. Cioè, nessuna traccia di traffici occulti ma, unicamente, le solite puttanesche supposizioni dei servizi, questa volta mascherati dietro l’etichetta dell’Interpol.

8) 2017: insieme ad alcuni compagni abbiamo scritto un libro sulla storia di un paese sudamericano, però a causa del probabile linciaggio mediatico l’editore mi chiese di usare uno pseudonimo!!!

Achille Lollo

Fonte

04/08/2020

Le stanche menzogne di Franceschini


In questi giorni assistiamo a diversi tentativi di “scrivere un’altra Storia”. A farlo è il blocco di potere dominante, attraverso i media, allenati a “gonfiare” e sgonfiare “dettagli” – spesso inventati o ininfluenti – che cambierebbero il senso dei fatti.

Il tutto dentro una “nuova narrazione” che allontana dal potere politico e dallo Stato ogni responsabilità per le stragi avvenute in questo Paese, su suo ordine (with a little help da parte della Cia) ed eseguite quasi sempre da fascisti “atlantizzati”.

Molta produzione “giornalistica” sfornata per l’anniversario della strage di Bologna rientra in questa categoria, anche se la gran massa è pura “panna montata” fatta di retorica mattarelliana e strafalcioni.

Nel “genere revisionista” entra pure la solita intervista ad Alberto Franceschini, dissociato-pentito delle Brigate Rosse, come sempre incentrata su un solo punto: consolidare l’ombra del sospetto su Mario Moretti, leader indiscusso della formazione armata più importante tra quante (diverse decine) praticarono la lotta armata negli anni ‘70.

Come facciamo sempre, l’abbiamo tranquillamente ignorata.

Ma stavolta c’è stato un fatto nuovo. Pierluigi Zuffada – membro del “nucleo storico” delle Br al pari di Franceschini, Curcio, Moretti, Mara Cagol e altri – che aveva fin qui scelto di star lontano dai riflettori e dalle discussioni tra ex, ha preso carta e penna per smontare pezzo pezzo le menzogne del primo.

Perché è importante questa “testimonianza”? Per molti buoni motivi. Intanto perché non comporta alcun vantaggio per colui che l’offre. E non è argomento secondario, visto che “dissociati” e “pentiti”, al contrario, hanno avuto benefici (di legge e anche non, come nel caso proprio di Franceschini) per dire quel che hanno detto. Semmai il buon “Zuffolo” potrebbe riceverne qualche fastidio...

In secondo luogo. Un’organizzazione clandestina ha una modalità di esistenza alquanto diversa dalle confuse assemblee della “sinistra” cui tutti ci siamo abituati negli ultimi 30 anni, dove si presenta e parla gente che nessuno conosce, si divaga per ore senza costrutto e dove non si decide mai nulla di concreto.

Un’organizzazione clandestina ha – per forza di cose – una precisa gerarchia, dove la discussione politica è “comune a tutti”, ma gli aspetti operativi di ogni singola azione sono a conoscenza solo dei pochi che vi partecipano.

Buona parte delle menzogne di Franceschini, a ben vedere, si basano sul fatto che su alcuni dei fatti che “narra” (nel senso letterario-fiction del termine) non ci sono stati fin qui altri testimoni. Mara Cagol è morta nel 1975, Curcio e altri (come lo stesso Zuffada fino ad oggi), non hanno voluto controbattere. Moretti “non conta”, dal punto di vista dei media di regime. Anzi, è il bersaglio dell’operazione...

In più, la testimonianza di Zuffada inchioda Franceschini alla sua stessa inadeguatezza come “guerrigliero”. Comportamenti, diciamo così, un po’ “distratti” per un clandestino (si allontana dal “covo” senza nemmeno chiudere le finestre, va ad un appuntamento cui non doveva essere presente). Un militante che però, una volta catturato, ritiene di dover essere “il primo” a venire liberato dai suoi compagni ma che, per le medesime sue leggerezze, rende impossibile farlo...

Una personalità “autocentrata”, che può essere contenuta e “corretta” in un organismo collettivo in cui la “forte determinazione” non manca, ma che straborda quando non trova ostacoli all’altezza. In alcuni libri, ricordiamo, si cita il soprannome di Franceschini quando era in carcere: “Mega”. Per un piccolo gruppo di suoi seguaci era il diminutivo di “grande capo megagalattico”. Per tutti gli altri, semplicemente “megalomane”.

Pinzillacchere, certo, ma che aiutano a definire meglio un personaggio che da decenni vive – in molti sensi – di menzogne sulla sua stessa storia e quella di chi ha avuto la sfortuna di frequentarlo.

Per chiudere, invitandovi a leggere la lettera integrale di “Zuffolo”, pubblicata da Insorgenze.net, ci preme sottolineare un criterio “storiografico” che seguiamo nell’approcciare questa parte della Storia del nostro Paese. Per rispondere alla domanda che qualche volta ci è stata posta: ma come fate a decidere che una certa versione è preferibile ad un’altra?

Da materialisti, osserviamo questa situazione assurda, che certifica quanto sia collassata l’intelligenza sociale sotto la pressione delle “narrazioni” di regime, e in special modo sotto l’operare della “dietrologia”:

Abbiamo davanti, da un lato, un traditore certificato, a termini di legge, che ha per questo ricevuto sostanziosi sconti di pena ed è totalmente libero da oltre un trentennio.

Dall’altro un prigioniero da oltre 39 anni, sia pure ora nella forma attenuata della “semilibertà” (si esce la mattina dal carcere, vi si torna la sera, con forti limitazioni alla libertà di movimento durante il giorno).

Che il primo accusi il secondo di essere “ambiguo”, insomma, è soprattutto un insulto all’intelligenza di tutti noi. Voi lettori compresi.

Buona lettura.

*****

Con questa lettera inviata a Silvia De Bernadinis, una ricercatrice che si occupa della storia delle Brigate rosse, Pieluigi Zuffada, militante della prima ora delle Br, tecnico alla Sit-Siemens di Milano dove partecipò alla costruzione della Brigata di fabbrica, risponde alle dichiarazioni di Alberto Franceschini raccolte da Concetto Vecchio su Repubblica del 30 luglio 2020 (qui). Il valore storico delle affermazioni di Zuffada merita sicuramente un ulteriore approfondimento, anche alla luce delle novità storiografiche emerse negli ultimi tempi (la vicenda di Silvano Girotto, la telefonata a Levati e le circostanze dell’arresto di Semeria) che rafforzano la sua versione dei fatti contro quella di Franceschini. Ne riparleremo presto.

*****

Cara Silvia buongiorno.

Ormai è trascorso tanto tempo dall’ultimo incontro e sinceramente mi dispiace rifarmi vivo per una questione esterna al nostro rapporto, quasi imposta. Mi riferisco all’intervista di Franceschini pubblicata su La Repubblica on line.

Della mia militanza nelle Brigate Rosse non ho mai parlato con chiunque, tantomeno pubblicamente. La mia storia è tutta mia, e ciò che oggi sono è il frutto di tutti i miei 74 anni di vita, di ciò che pensavo e ho fatto, e delle persone con cui ho avuto rapporti.

In sostanza, come succede ad ogni persona, la mia coscienza deriva dall’intero percorso della mia vita, ed è il risultato di una doppia e simultanea operazione: guardarsi dentro per guardare fuori, guardare i mutamenti del fuori per capire i mutamenti dentro di te.

Ma arrivo all’intervista di Franceschini. Non c’è molto da dire, tantomeno ragionare sui motivi che hanno spinto Repubblica a costruirla e pubblicarla. Un mio amico sostiene che la giustificazione è come il buco del culo: anche per le cose più ignobili, se ne trova sempre una. Mi piace, invece, parlare di alcuni fatti.

La liberazione di Curcio dal carcere di Casale Monferrato e l’ingenuità di Franceschini a Pianosa

Il primo riguarda la liberazione di Renato. La liberazione è stata decisa dall’Esecutivo dell’organizzazione all’interno di un programma per la liberazione dei compagni dalle galere.

L’inchiesta ha portato a scegliere il carcere di Casale Monferrato come primo obiettivo, e tale scelta è stata imposta dalle allora capacità operative dell’Organizzazione, soprattutto dall’inesperienza nell’assaltare un carcere.

Nella decisione di scegliere Casale hanno pesato soprattutto le argomentazioni di “Mara” Cagol. In contemporanea era stata fatta un’inchiesta sul carcere di Saluzzo, dove Franceschini era recluso, e addirittura in seguito al suo trasferimento a Pianosa, Moretti ha portato avanti inchieste per pianificare un’evasione da Pianosa.

Da notare che Franceschini si è fatto beccare sul tetto di quel carcere durante una ricognizione per scappare, vanificando di fatto tutto il progetto di fuga. Se non ricordo male, né lui, né i suoi compagni di cella sono mai stati incriminati per tentata evasione, o danneggiamento delle sbarre della finestra.

Ma ritornando a Casale, nella fase di pianificazione dell’azione sono stati evidenziati errori “tecnici”, per il superamento di uno di questi io sono stato chiamato da Mario Moretti: una volta corretto, ho insistito per parteciparvi attivamente, e in seguito processato e condannato.

Non potendo attaccare Mara, Franceschini ha preso di mira Moretti

Ma a partire dalla liberazione di Renato, Franceschini ha iniziato a imputare a Mario di non essere andato a liberarlo: la sua “visione” su Moretti è stata rafforzata dall’aver preferito Renato a lui.

Non poteva prendersela con Mara, conoscendo bene come era fatta: lei non gliela avrebbe mai fatta passare. Si può dire che Franceschini abbia tratto un vantaggio dalla morte di Mara, nel senso che si è trovato un testimone in meno per contrastare la sua versione.

La vera storia della cattura di Pinerolo

Ma da dove parte l’idea di Mario come infiltrato, agente più o meno segreto, doppio-triplo giochista? Dalla sua cattura a Pinerolo, insieme a Renato, mentre si accingevano ad incontrare Girotto, “frate mitra” come alcuni giornali lo presentavano.

Innanzitutto Franceschini non doveva andare a quell’appuntamento, a cui doveva essere presente solo Renato. Ma ancor prima di quell’incontro con il “guerrigliero”, Mara aveva avvisato Renato e Franceschini che Girotto non la raccontava giusta. Secondo lei, Girotto non era mai stato sulle montagne o le foreste della Bolivia o di qualche altro paese andino, perché lui... non aveva il passo da montanaro.

Chi vive per un lungo periodo in montagna assume posture e andature del tutto particolari. Girotto non le aveva, e Mara aveva iniziato a sospettare di lui. Ma i sospetti di Mara non hanno trovato credito, altrimenti i due non si sarebbero fatti arrestare.

Ma la cosa non finisce lì. La sera prima dell’appuntamento, alla colonna milanese arriva una “soffiata”: l’appuntamento tra Renato e Girotto era una trappola. Non siamo riusciti MAI a risalire alla fonte originaria di quella soffiata, in quanto della notizia erano a conoscenza solo i Carabinieri di Dalla Chiesa e la Procura di Torino.

In base a quella soffiata Mario, accompagnato da due compagni, inizia un folle viaggio di notte alla ricerca di Renato per avvisarlo della trappola. Non sapevano dove abitasse a Torino, per cui decisero di andare da Franceschini, di cui conoscevano l’alloggio a Piacenza. La decisione di andare da Franceschini fu presa perché lui conosceva dove Renato abitava.

Arrivati a Piacenza, scoprono che Franceschini non è in casa; i compagni lo aspettano in strada perché pensano che sia andato al cinema, in quanto la finestra dell’appartamento che dava sulla strada era aperta, segno evidente che lui non poteva essere andato lontano e, soprattutto, che di lì a poco sarebbe rientrato in casa.

Quando dopo l’una di notte non lo vedono rincasare, i compagni partano per l’Astigiano per avvisare Mara, che conosce l’abitazione di Renato, ma non la trovano. Pensano che sia a Torino a casa di Renato, per cui da lì vanno a Torino per cercarli, sperando che un contatto del luogo potesse conoscere l’abitazione di Renato.

Non trovano il contatto, e in quel momento Mario e i due compagni prendono una decisione folle, anche perché era arrivata la mattina: vanno al luogo dell’appuntamento a Pinerolo nella speranza di avvisare Renato prima dell’incontro con Girotto, rischiando di cadere anch’essi nella trappola. Pensavano che ad accompagnarlo fosse Mara, non certo che Franceschini fosse presente all’appuntamento.

Si accorgono di una situazione strana, nel senso che il luogo pullula di agenti in borghese. La trappola era già scattata, i compagni riescono a svignarsela.

Da quel giorno, Franceschini individua in Mario Moretti il responsabile della sua cattura, idea rafforzata in seguito dal fatto che Mario non venne catturato. Sic!

Mario Moretti nel 1975 era ricercato, non poteva tornare in fabbrica, Franceschini mente anche su questo punto

Anche l’inadeguatezza di Moretti a far parte dell’Esecutivo delle Brigate Rosse, che Franceschini sostiene di aver detto personalmente a Mario in occasione dell’Esecutivo tenuto il giorno prima del suo arresto a Pinerolo, è una circostanza che non torna. Franceschini dice di aver sostenuto durante la riunione che Mario sarebbe dovuto tornare in fabbrica per correggere la “concezione sindacalista” del suo pensiero. E questo avrebbe potuto tranquillamente farlo, in quanto Mario, sempre secondo Franceschini, fino al ’76 non era ricercato. L’individuazione della base di Via Boiardo, in seguito alle indicazioni date alla polizia da Pisetta, ha portato alla “latitanza” di Mario, in seguito anche al ritrovamento nella base dei tentativi di sviluppo di fotografie, allo scopo di impratichirsi in quella tecnica. Quelle foto ritraevano il figlio di Mario. Immediatamente dopo la scoperta della base (il famoso “covo di via Boiardo”) furono eseguite perquisizioni nella casa della moglie di Mario allo scopo di ritrovare prove di reato. Era il maggio del 1972! Da quel momento Mario fu ricercato dalle forze di polizia. Da tenere presente che Mario entrò in clandestinità alla fine del 1971, ultimo anno in cui fu impiegato alla Sit-Siemens. Mario non fu mai un “latitante”, in quanto entrò in clandestinità per una scelta fatta dall’Organizzazione mesi prima del 1972.

La campagna di primavera fu gestita da tutte le componenti dell’organizzazione, durante il rapimento i militanti prigionieri ebbero un ruolo importante e quello di Franceschini fu decisivo
Ma arrivo con gli ultimi due punti. Nell’intervista Franceschini si ritiene responsabile di aver costruito un’organizzazione che, solo dopo la sua cattura, e quindi al di fuori di una sua partecipazione o decisione, si è macchiata di numerosi delitti. Considero solo il “caso
Moro”. La gestione politica della Campagna di Primavera è stata fatta da tutte le componenti dell’organizzazione. Ugualmente va detto che il Fronte delle Carceri ha avuto un peso non indifferente, anzi. Per inciso, a mio personale parere, e ripeto personale, l’aver richiesto con il Secondo Comunicato la liberazione dei compagni imprigionati in cambio della vita di Moro è stato un errore madornale, in quanto con quella richiesta si sono chiuse tutte le possibilità di manovra. Si sono chiuse cioè tutte le possibilità di evidenziare le contraddizioni in campo alle forze istituzionali e addirittura di aprirne delle nuove, e magari di trovare un’altra soluzione all’iniziativa. Con quella richiesta è stata facilitata l’intransigenza del Pci, da cui ha origine l’esito del rapimento e la morte di Moro. Al di là di un mio convincimento per nulla recente, proprio perché il Fronte carcerario ha avuto un peso notevole, Franceschini è completamente responsabile, se non addirittura il principale artefice della richiesta di liberazione dei prigionieri politici. E di come la storia sia finita.

Nel 1978 Andreotti aveva la scorta, Franceschini non sa quel che dice

Lascio perdere l’affermazione sulla presunta inadeguatezza di Mario a essere un dirigente delle Brigate Rosse: ricordo solo che il suo arresto avvenne nel 1981, dopo 10 anni di dirigenza dell’organizzazione. Franceschini inoltre afferma che in carcere «non gli fu mai spiegata» la scelta di rapire Moro e di uccidere gli agenti di scorta, invece di rapire Andreotti. Andreotti non era scortato (e non sarebbero di conseguenza stati sacrificati gli agenti della scorta), cosa che lui stesso aveva verificato prima dell’arresto a Pinerolo (avvenuto nel ’74): infatti Andreotti gironzolava per Roma, ovviamente senza scorta, e addirittura Franceschini afferma che «arrivai persino a toccargli la gobba». Consideriamo solo le date: indagine condotta a Roma da Franceschini nel 1974, rapimento Moro nel 1978. Sono passati 4 anni, di guerriglia e di ovvia ristrutturazione degli apparati dello Stato.

Ritornando tra le braccia del Pci, Franceschini si è ritagliato il ruolo di suggeritore degli scenari dietrologici utili a quel partito

Per ultimo. Franceschini conosce bene i suoi polli: c’è cresciuto, si è alimentato, c’è ritornato. Sto parlando del Pci. Grazie al Pci di allora ha trovato una collocazione sociale e lavorativa in seguito alla sua dissociazione. Ma per portare acqua al suo mulino, Franceschini sa bene che doveva dare qualcosa in più. E il “qualcosa in più” fa parte proprio della sua personalità: lui si considerava il più intelligente e ... il più furbo, proprio così. E conoscendo i suoi polli, sapendo che la sola dissociazione non era poi la carta definitiva da giocare, ecco che trova la via maestra da percorrere tutta, insieme a Flamigni e soci: grazie alla veste politica e culturale del “redento”, inizia a suggerire argomenti che sicuramente avrebbero fatto presa nei suoi interlocutori, a rafforzare cioè la ricerca di chi sta dietro alle “sedicenti”, o “cosidette” Brigate Rosse. La risposta per Franceschini è semplice: ma sicuramente Moretti. Poiché è difficile sostenere che Moretti sia al servizio del Kgb o della Cia, Franceschini insistere su una presunta ambiguità del “capo”, lasciando poi ai suoi interlocutori/padroni il compito di ricamarci a dovere, cosa di cui sono veramente abili, facendo continuo sfoggio pur indossando abiti via via diversi, a seconda della convenienza del momento: dal Pci verso la Dc, cavalcando oggi il Pd. Sembra il testo di una canzone di Rino Gaetano. Fra parentesi, Moretti sta espiando ancora una pena, a 39 anni e mezzo dalla sua cattura! Già, dimostrazione evidente della sua presunta ambiguità.

Concludo. Mi sembra ormai giunto il momento di chiudere definitivamente con queste storie, e questa lettera che scrivo la interpreto come un piccolissimo contributo a chiudere con le polemiche. La società in cui sono nate, sono cresciute, hanno avuto importanza e sono morte le varie componenti del movimento rivoluzionario degli anni '70 e '80, non esiste più. Le contraddizioni sociali e di classe oggi marciano su altri mezzi e per altre strade, irriconoscibili da quelle di allora. Per cui ... mi sembra opportuno finire di dare elementi concreti di verità a coloro che li usano per distruggere ogni attuale possibilità di antagonismo. Penso che bisognerebbe lottare per l’ignoranza del potere.
Fonte

02/07/2017

A chi dà fastidio Geraldina Colotti?


Da qualche giorno la compagna e giornalista del manifesto Geraldina Colotti è vittima di un vero e proprio linciaggio (per fortuna solo virtuale) scatenato dal dissociato Enrico Galmozzi. Poca roba e pure triste, se non fosse che la vicenda ha progressivamente assunto i sordidi caratteri della resa dei conti. A difendere l’attacco gratuito e meschino del dissociato sono infatti intervenuti addirittura diversi colleghi della stessa Geraldina. Mascherato da ambigue disquisizioni sulla deontologia giornalistica s’intravede un linciaggio politico per interposta polemica. Perché tutto questo? Noi siamo inevitabilmente di parte: Geraldina è una “nostra” compagna, mentre Galmozzi è solo un dissociato. Il discorso potrebbe chiudersi qua, eppure sentiamo comunque il bisogno di parlarne perché, nonostante la distanza siderale che divide le nostre posizioni politiche da quelle del manifesto, ne abbiamo un rispetto che travalica questa stessa distanza.

Il manifesto è, o per meglio dire potrebbe essere, ancora uno strumento utile e importante nel dibattito della sinistra. E’ un organo di informazione ma anche un luogo dove pezzi di questo dibattito emergono dal sottosuolo militante nel quale oggi sono forzatamente confinati. Svolge un ruolo politico e pubblico, notevolmente depotenziato dalle scelte politiche di quel collettivo di giornalisti, ma che va salvaguardato e, laddove possibile, orientato verso una pluralità di posizioni in grado di rispecchiare ciò che si muove a sinistra. Ecco perchè i caratteri di questo scontro ci interessano e in una qualche misura ci riguardano. Il linciaggio di Geraldina è un fatto pubblico perché i caratteri dello scontro sono tutti di natura politica, anche laddove presentati sotto altra forma.


Geraldina Colotti porta avanti da anni una chiara posizione politica sul Venezuela e il socialismo bolivariano. E’ l’unica “voce contro” che è possibile leggere o ascoltare nel panorama mediatico italiano di un qualche rilievo. Tutto il resto dell’universo mediatico, di destra, di sinistra, di centro, populista o anti-populista, combatte il processo politico bolivariano, in Venezuela come altrove in America latina. Il manifesto, grazie agli articoli di Geraldina, è l’unico luogo massmediatico dove è possibile leggere una difesa del socialismo del XXI secolo. Nel fare questa opera di meritoria contro-informazione Geraldina è sola. Da una parte c’è quella sinistra che non vede l’ora di sbarazzarsi di Maduro e del chavismo; dall’altra un piccolo giornale che non ha la forza economica di garantirsi un inviato stabile sul posto in grado di fare “vero giornalismo”, come si usa dire oggi anche tra compagni. Tanto basta però per metterla sul banco degli imputati e condannarla nel nome del sacro professionismo giornalistico, quello che non deve prendere posizione ma solo “riportare i fatti”, come se questi non fossero già orientati ideologicamente, manipolati alla radice e incapaci di far luce su alcunché se non attraverso operazioni di demistificazione costante. L’escamotage attraverso cui si vorrebbe colpire il punto di vista di Geraldina è allora non solo disonesto, ma anche frutto di quella torsione borghese che costringe il “giornalismo” a riflesso dell’esistente.

E’ il merito della critica ad affiorare dal velo metodologico attraverso cui viene presentata allora. Il problema è proprio la difesa di Maduro. Se infatti Geraldina si fosse limitata a non prendere posizione, ad operare quel “sano” distacco che presenta aggrediti e aggressori su di un piano di falsa parità, nessuno si sarebbe sognato di dire alcunché sulla caratura giornalistica degli articoli. Anzi, si sarebbe plaudito all’imparzialità, altro mito borghese ormai tracimato nella sinistra, con tanta pace dei fatti e della relativa stuoia di fonti che ne dovrebbero sorreggere la verifica.

[Esempio di solidarietà redazionale]

Il problema è politico, si sarebbe gridato una volta, e riguarda l’Italia, non il Venezuela. Ad essere condannata è la visione del mondo che emerge dagli articoli di Geraldina, che “sfrutta” l’esempio bolivariano per dire che, se esiste un futuro per la sinistra, questo si trova nella capacità di tenere insieme il conflitto, il consenso e il potere, in una traiettoria capace di spostare materialmente in avanti le condizioni di vita di milioni di subalterni. Il socialismo del XXI secolo è tutto fuorché un processo lineare e chiaro. Al contrario, è vittima di enormi contraddizioni interne e di giganteschi problemi oggettivi. Un fatto questo che ripetiamo da sempre. Ma nel momento in cui questo processo è sotto attacco da parte della borghesia nazionale e dall’imperialismo internazionale, le pur doverose critiche devono farsi da parte, sostenendo senza se e senza ma un esperimento comunque progressivo, comunque socialista. A dare fastidio non è (tanto) il socialismo, ma il socialismo che prende il potere, che si confronta con la complessità delle relazioni sociali. Il socialismo senza macchia degli sconfitti è destinato ad eccitare una certa intellettualità immateriale, ne siamo consci, ma la gestione del potere politico cambia il destino dei proletari. E’ questo fatto a costituire un terreno di scontro, scontro purtroppo – nel caso in questione – degradato rapidamente in squallida gogna pubblica.

In ultimo, però, è necessario sottolineare un’ulteriore questione di metodo. Non viviamo né abbiamo vissuto gli anni Settanta, siamo purtroppo irrimediabilmente lontani da quella stagione di lotte di classe. Non siamo allora reduci di alcunché, motivo per cui non ci accaloriamo neanche sui temi della dissociazione e del pentimento. Ma in politica, soprattutto nella politica rivoluzionaria, esistono dei paletti. Non abbiamo alcun accanimento verso questo o quel dissociato, a patto che questo abbia smesso con l’attività politica. Chi ha deciso di uscire dalla militanza politica attraverso la dissociazione non può rientrarci legittimato unicamente dall’oblio che circonda quella storia. La dissociazione è stato lo strumento utilizzato dallo Stato per spezzare una generazione di militanti politici, non solo quelli appartenenti alla lotta armata. Ha impedito negli anni Ottanta di riattivare percorsi di militanza rivoluzionaria, ha soffocato la sinistra di classe, ha stroncato la vita di molti compagni mentre altri uscivano puliti grazie alla svolta individuale di resa al nemico. Storie passate ma, come detto, che segnano un confine tra chi può e chi non può tornare a parlare di politica. Il dissociato Enrico Galmozzi non può. Può continuare a fare della sua vita ciò che vuole, ma non può trovare legittimato il suo pensiero politico, perché la dissociazione è un fatto collettivo i cui frutti ancora avvelenano le lotte di classe. Nel caso in questione, parliamo peraltro di un personaggio nel frattempo divenuto macchietta di se stesso. Ma anche ci fosse quel dissociato in grado di produrre un discorso serio, condivisibile, opportuno (e, nel tempo, li abbiamo incontrati, letti, ascoltati), rimane in piedi il paletto di cui sopra: un dissociato ha chiuso la sua esperienza politica. L’ha chiusa male, ma l’ha chiusa. Non può riaprirla non pagando lo scotto di ciò che è stato e che ha contribuito direttamente a generare, cioè la dissociazione come strumento di pacificazione sulla pelle di altri compagni. Non giudichiamo davvero: non sappiamo, se non per sentito dire, il peso della catastrofe che si abbatteva sui compagni sul finire degli anni Settanta. Non giudichiamo il cedimento di chi, magari addirittura sotto tortura o con lo spettro di marcire in galera, abbia scelto la fuga individuale. Capiamo chi, protagonista di quella storia, ancora giudica senza pietà. Non siamo fra questi, perché non siamo stati protagonisti di nulla. Il presente, al contrario, ci riguarda. Leggere di un dissociato che si permette di giudicare il lavoro di una compagna mai pentita, mai dissociata, mai arresasi allo Stato e ai suoi cani da guardia, ci racconta solo dell’imbarbarimento epocale che viviamo e che i social network hanno contribuito ad alimentare. Se c’è un’unica nota di inflessibilità in tutto il discorso, è questa. Ci dispiace che i compagni del manifesto stiano contribuendo ad alimentare questo equivoco, che si riversa direttamente su chi, come noi, continua ad essere un militante politico. Noi stiamo con Geraldina e, se ha ancora senso la parola solidarietà al tempo delle relazioni sociali virtualizzate, dovrebbero stare con Geraldina tutti i compagni, a prescindere dalle posizioni politiche di ciascuno.

Fonte