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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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04/08/2020

Le stanche menzogne di Franceschini


In questi giorni assistiamo a diversi tentativi di “scrivere un’altra Storia”. A farlo è il blocco di potere dominante, attraverso i media, allenati a “gonfiare” e sgonfiare “dettagli” – spesso inventati o ininfluenti – che cambierebbero il senso dei fatti.

Il tutto dentro una “nuova narrazione” che allontana dal potere politico e dallo Stato ogni responsabilità per le stragi avvenute in questo Paese, su suo ordine (with a little help da parte della Cia) ed eseguite quasi sempre da fascisti “atlantizzati”.

Molta produzione “giornalistica” sfornata per l’anniversario della strage di Bologna rientra in questa categoria, anche se la gran massa è pura “panna montata” fatta di retorica mattarelliana e strafalcioni.

Nel “genere revisionista” entra pure la solita intervista ad Alberto Franceschini, dissociato-pentito delle Brigate Rosse, come sempre incentrata su un solo punto: consolidare l’ombra del sospetto su Mario Moretti, leader indiscusso della formazione armata più importante tra quante (diverse decine) praticarono la lotta armata negli anni ‘70.

Come facciamo sempre, l’abbiamo tranquillamente ignorata.

Ma stavolta c’è stato un fatto nuovo. Pierluigi Zuffada – membro del “nucleo storico” delle Br al pari di Franceschini, Curcio, Moretti, Mara Cagol e altri – che aveva fin qui scelto di star lontano dai riflettori e dalle discussioni tra ex, ha preso carta e penna per smontare pezzo pezzo le menzogne del primo.

Perché è importante questa “testimonianza”? Per molti buoni motivi. Intanto perché non comporta alcun vantaggio per colui che l’offre. E non è argomento secondario, visto che “dissociati” e “pentiti”, al contrario, hanno avuto benefici (di legge e anche non, come nel caso proprio di Franceschini) per dire quel che hanno detto. Semmai il buon “Zuffolo” potrebbe riceverne qualche fastidio...

In secondo luogo. Un’organizzazione clandestina ha una modalità di esistenza alquanto diversa dalle confuse assemblee della “sinistra” cui tutti ci siamo abituati negli ultimi 30 anni, dove si presenta e parla gente che nessuno conosce, si divaga per ore senza costrutto e dove non si decide mai nulla di concreto.

Un’organizzazione clandestina ha – per forza di cose – una precisa gerarchia, dove la discussione politica è “comune a tutti”, ma gli aspetti operativi di ogni singola azione sono a conoscenza solo dei pochi che vi partecipano.

Buona parte delle menzogne di Franceschini, a ben vedere, si basano sul fatto che su alcuni dei fatti che “narra” (nel senso letterario-fiction del termine) non ci sono stati fin qui altri testimoni. Mara Cagol è morta nel 1975, Curcio e altri (come lo stesso Zuffada fino ad oggi), non hanno voluto controbattere. Moretti “non conta”, dal punto di vista dei media di regime. Anzi, è il bersaglio dell’operazione...

In più, la testimonianza di Zuffada inchioda Franceschini alla sua stessa inadeguatezza come “guerrigliero”. Comportamenti, diciamo così, un po’ “distratti” per un clandestino (si allontana dal “covo” senza nemmeno chiudere le finestre, va ad un appuntamento cui non doveva essere presente). Un militante che però, una volta catturato, ritiene di dover essere “il primo” a venire liberato dai suoi compagni ma che, per le medesime sue leggerezze, rende impossibile farlo...

Una personalità “autocentrata”, che può essere contenuta e “corretta” in un organismo collettivo in cui la “forte determinazione” non manca, ma che straborda quando non trova ostacoli all’altezza. In alcuni libri, ricordiamo, si cita il soprannome di Franceschini quando era in carcere: “Mega”. Per un piccolo gruppo di suoi seguaci era il diminutivo di “grande capo megagalattico”. Per tutti gli altri, semplicemente “megalomane”.

Pinzillacchere, certo, ma che aiutano a definire meglio un personaggio che da decenni vive – in molti sensi – di menzogne sulla sua stessa storia e quella di chi ha avuto la sfortuna di frequentarlo.

Per chiudere, invitandovi a leggere la lettera integrale di “Zuffolo”, pubblicata da Insorgenze.net, ci preme sottolineare un criterio “storiografico” che seguiamo nell’approcciare questa parte della Storia del nostro Paese. Per rispondere alla domanda che qualche volta ci è stata posta: ma come fate a decidere che una certa versione è preferibile ad un’altra?

Da materialisti, osserviamo questa situazione assurda, che certifica quanto sia collassata l’intelligenza sociale sotto la pressione delle “narrazioni” di regime, e in special modo sotto l’operare della “dietrologia”:

Abbiamo davanti, da un lato, un traditore certificato, a termini di legge, che ha per questo ricevuto sostanziosi sconti di pena ed è totalmente libero da oltre un trentennio.

Dall’altro un prigioniero da oltre 39 anni, sia pure ora nella forma attenuata della “semilibertà” (si esce la mattina dal carcere, vi si torna la sera, con forti limitazioni alla libertà di movimento durante il giorno).

Che il primo accusi il secondo di essere “ambiguo”, insomma, è soprattutto un insulto all’intelligenza di tutti noi. Voi lettori compresi.

Buona lettura.

*****

Con questa lettera inviata a Silvia De Bernadinis, una ricercatrice che si occupa della storia delle Brigate rosse, Pieluigi Zuffada, militante della prima ora delle Br, tecnico alla Sit-Siemens di Milano dove partecipò alla costruzione della Brigata di fabbrica, risponde alle dichiarazioni di Alberto Franceschini raccolte da Concetto Vecchio su Repubblica del 30 luglio 2020 (qui). Il valore storico delle affermazioni di Zuffada merita sicuramente un ulteriore approfondimento, anche alla luce delle novità storiografiche emerse negli ultimi tempi (la vicenda di Silvano Girotto, la telefonata a Levati e le circostanze dell’arresto di Semeria) che rafforzano la sua versione dei fatti contro quella di Franceschini. Ne riparleremo presto.

*****

Cara Silvia buongiorno.

Ormai è trascorso tanto tempo dall’ultimo incontro e sinceramente mi dispiace rifarmi vivo per una questione esterna al nostro rapporto, quasi imposta. Mi riferisco all’intervista di Franceschini pubblicata su La Repubblica on line.

Della mia militanza nelle Brigate Rosse non ho mai parlato con chiunque, tantomeno pubblicamente. La mia storia è tutta mia, e ciò che oggi sono è il frutto di tutti i miei 74 anni di vita, di ciò che pensavo e ho fatto, e delle persone con cui ho avuto rapporti.

In sostanza, come succede ad ogni persona, la mia coscienza deriva dall’intero percorso della mia vita, ed è il risultato di una doppia e simultanea operazione: guardarsi dentro per guardare fuori, guardare i mutamenti del fuori per capire i mutamenti dentro di te.

Ma arrivo all’intervista di Franceschini. Non c’è molto da dire, tantomeno ragionare sui motivi che hanno spinto Repubblica a costruirla e pubblicarla. Un mio amico sostiene che la giustificazione è come il buco del culo: anche per le cose più ignobili, se ne trova sempre una. Mi piace, invece, parlare di alcuni fatti.

La liberazione di Curcio dal carcere di Casale Monferrato e l’ingenuità di Franceschini a Pianosa

Il primo riguarda la liberazione di Renato. La liberazione è stata decisa dall’Esecutivo dell’organizzazione all’interno di un programma per la liberazione dei compagni dalle galere.

L’inchiesta ha portato a scegliere il carcere di Casale Monferrato come primo obiettivo, e tale scelta è stata imposta dalle allora capacità operative dell’Organizzazione, soprattutto dall’inesperienza nell’assaltare un carcere.

Nella decisione di scegliere Casale hanno pesato soprattutto le argomentazioni di “Mara” Cagol. In contemporanea era stata fatta un’inchiesta sul carcere di Saluzzo, dove Franceschini era recluso, e addirittura in seguito al suo trasferimento a Pianosa, Moretti ha portato avanti inchieste per pianificare un’evasione da Pianosa.

Da notare che Franceschini si è fatto beccare sul tetto di quel carcere durante una ricognizione per scappare, vanificando di fatto tutto il progetto di fuga. Se non ricordo male, né lui, né i suoi compagni di cella sono mai stati incriminati per tentata evasione, o danneggiamento delle sbarre della finestra.

Ma ritornando a Casale, nella fase di pianificazione dell’azione sono stati evidenziati errori “tecnici”, per il superamento di uno di questi io sono stato chiamato da Mario Moretti: una volta corretto, ho insistito per parteciparvi attivamente, e in seguito processato e condannato.

Non potendo attaccare Mara, Franceschini ha preso di mira Moretti

Ma a partire dalla liberazione di Renato, Franceschini ha iniziato a imputare a Mario di non essere andato a liberarlo: la sua “visione” su Moretti è stata rafforzata dall’aver preferito Renato a lui.

Non poteva prendersela con Mara, conoscendo bene come era fatta: lei non gliela avrebbe mai fatta passare. Si può dire che Franceschini abbia tratto un vantaggio dalla morte di Mara, nel senso che si è trovato un testimone in meno per contrastare la sua versione.

La vera storia della cattura di Pinerolo

Ma da dove parte l’idea di Mario come infiltrato, agente più o meno segreto, doppio-triplo giochista? Dalla sua cattura a Pinerolo, insieme a Renato, mentre si accingevano ad incontrare Girotto, “frate mitra” come alcuni giornali lo presentavano.

Innanzitutto Franceschini non doveva andare a quell’appuntamento, a cui doveva essere presente solo Renato. Ma ancor prima di quell’incontro con il “guerrigliero”, Mara aveva avvisato Renato e Franceschini che Girotto non la raccontava giusta. Secondo lei, Girotto non era mai stato sulle montagne o le foreste della Bolivia o di qualche altro paese andino, perché lui... non aveva il passo da montanaro.

Chi vive per un lungo periodo in montagna assume posture e andature del tutto particolari. Girotto non le aveva, e Mara aveva iniziato a sospettare di lui. Ma i sospetti di Mara non hanno trovato credito, altrimenti i due non si sarebbero fatti arrestare.

Ma la cosa non finisce lì. La sera prima dell’appuntamento, alla colonna milanese arriva una “soffiata”: l’appuntamento tra Renato e Girotto era una trappola. Non siamo riusciti MAI a risalire alla fonte originaria di quella soffiata, in quanto della notizia erano a conoscenza solo i Carabinieri di Dalla Chiesa e la Procura di Torino.

In base a quella soffiata Mario, accompagnato da due compagni, inizia un folle viaggio di notte alla ricerca di Renato per avvisarlo della trappola. Non sapevano dove abitasse a Torino, per cui decisero di andare da Franceschini, di cui conoscevano l’alloggio a Piacenza. La decisione di andare da Franceschini fu presa perché lui conosceva dove Renato abitava.

Arrivati a Piacenza, scoprono che Franceschini non è in casa; i compagni lo aspettano in strada perché pensano che sia andato al cinema, in quanto la finestra dell’appartamento che dava sulla strada era aperta, segno evidente che lui non poteva essere andato lontano e, soprattutto, che di lì a poco sarebbe rientrato in casa.

Quando dopo l’una di notte non lo vedono rincasare, i compagni partano per l’Astigiano per avvisare Mara, che conosce l’abitazione di Renato, ma non la trovano. Pensano che sia a Torino a casa di Renato, per cui da lì vanno a Torino per cercarli, sperando che un contatto del luogo potesse conoscere l’abitazione di Renato.

Non trovano il contatto, e in quel momento Mario e i due compagni prendono una decisione folle, anche perché era arrivata la mattina: vanno al luogo dell’appuntamento a Pinerolo nella speranza di avvisare Renato prima dell’incontro con Girotto, rischiando di cadere anch’essi nella trappola. Pensavano che ad accompagnarlo fosse Mara, non certo che Franceschini fosse presente all’appuntamento.

Si accorgono di una situazione strana, nel senso che il luogo pullula di agenti in borghese. La trappola era già scattata, i compagni riescono a svignarsela.

Da quel giorno, Franceschini individua in Mario Moretti il responsabile della sua cattura, idea rafforzata in seguito dal fatto che Mario non venne catturato. Sic!

Mario Moretti nel 1975 era ricercato, non poteva tornare in fabbrica, Franceschini mente anche su questo punto

Anche l’inadeguatezza di Moretti a far parte dell’Esecutivo delle Brigate Rosse, che Franceschini sostiene di aver detto personalmente a Mario in occasione dell’Esecutivo tenuto il giorno prima del suo arresto a Pinerolo, è una circostanza che non torna. Franceschini dice di aver sostenuto durante la riunione che Mario sarebbe dovuto tornare in fabbrica per correggere la “concezione sindacalista” del suo pensiero. E questo avrebbe potuto tranquillamente farlo, in quanto Mario, sempre secondo Franceschini, fino al ’76 non era ricercato. L’individuazione della base di Via Boiardo, in seguito alle indicazioni date alla polizia da Pisetta, ha portato alla “latitanza” di Mario, in seguito anche al ritrovamento nella base dei tentativi di sviluppo di fotografie, allo scopo di impratichirsi in quella tecnica. Quelle foto ritraevano il figlio di Mario. Immediatamente dopo la scoperta della base (il famoso “covo di via Boiardo”) furono eseguite perquisizioni nella casa della moglie di Mario allo scopo di ritrovare prove di reato. Era il maggio del 1972! Da quel momento Mario fu ricercato dalle forze di polizia. Da tenere presente che Mario entrò in clandestinità alla fine del 1971, ultimo anno in cui fu impiegato alla Sit-Siemens. Mario non fu mai un “latitante”, in quanto entrò in clandestinità per una scelta fatta dall’Organizzazione mesi prima del 1972.

La campagna di primavera fu gestita da tutte le componenti dell’organizzazione, durante il rapimento i militanti prigionieri ebbero un ruolo importante e quello di Franceschini fu decisivo
Ma arrivo con gli ultimi due punti. Nell’intervista Franceschini si ritiene responsabile di aver costruito un’organizzazione che, solo dopo la sua cattura, e quindi al di fuori di una sua partecipazione o decisione, si è macchiata di numerosi delitti. Considero solo il “caso
Moro”. La gestione politica della Campagna di Primavera è stata fatta da tutte le componenti dell’organizzazione. Ugualmente va detto che il Fronte delle Carceri ha avuto un peso non indifferente, anzi. Per inciso, a mio personale parere, e ripeto personale, l’aver richiesto con il Secondo Comunicato la liberazione dei compagni imprigionati in cambio della vita di Moro è stato un errore madornale, in quanto con quella richiesta si sono chiuse tutte le possibilità di manovra. Si sono chiuse cioè tutte le possibilità di evidenziare le contraddizioni in campo alle forze istituzionali e addirittura di aprirne delle nuove, e magari di trovare un’altra soluzione all’iniziativa. Con quella richiesta è stata facilitata l’intransigenza del Pci, da cui ha origine l’esito del rapimento e la morte di Moro. Al di là di un mio convincimento per nulla recente, proprio perché il Fronte carcerario ha avuto un peso notevole, Franceschini è completamente responsabile, se non addirittura il principale artefice della richiesta di liberazione dei prigionieri politici. E di come la storia sia finita.

Nel 1978 Andreotti aveva la scorta, Franceschini non sa quel che dice

Lascio perdere l’affermazione sulla presunta inadeguatezza di Mario a essere un dirigente delle Brigate Rosse: ricordo solo che il suo arresto avvenne nel 1981, dopo 10 anni di dirigenza dell’organizzazione. Franceschini inoltre afferma che in carcere «non gli fu mai spiegata» la scelta di rapire Moro e di uccidere gli agenti di scorta, invece di rapire Andreotti. Andreotti non era scortato (e non sarebbero di conseguenza stati sacrificati gli agenti della scorta), cosa che lui stesso aveva verificato prima dell’arresto a Pinerolo (avvenuto nel ’74): infatti Andreotti gironzolava per Roma, ovviamente senza scorta, e addirittura Franceschini afferma che «arrivai persino a toccargli la gobba». Consideriamo solo le date: indagine condotta a Roma da Franceschini nel 1974, rapimento Moro nel 1978. Sono passati 4 anni, di guerriglia e di ovvia ristrutturazione degli apparati dello Stato.

Ritornando tra le braccia del Pci, Franceschini si è ritagliato il ruolo di suggeritore degli scenari dietrologici utili a quel partito

Per ultimo. Franceschini conosce bene i suoi polli: c’è cresciuto, si è alimentato, c’è ritornato. Sto parlando del Pci. Grazie al Pci di allora ha trovato una collocazione sociale e lavorativa in seguito alla sua dissociazione. Ma per portare acqua al suo mulino, Franceschini sa bene che doveva dare qualcosa in più. E il “qualcosa in più” fa parte proprio della sua personalità: lui si considerava il più intelligente e ... il più furbo, proprio così. E conoscendo i suoi polli, sapendo che la sola dissociazione non era poi la carta definitiva da giocare, ecco che trova la via maestra da percorrere tutta, insieme a Flamigni e soci: grazie alla veste politica e culturale del “redento”, inizia a suggerire argomenti che sicuramente avrebbero fatto presa nei suoi interlocutori, a rafforzare cioè la ricerca di chi sta dietro alle “sedicenti”, o “cosidette” Brigate Rosse. La risposta per Franceschini è semplice: ma sicuramente Moretti. Poiché è difficile sostenere che Moretti sia al servizio del Kgb o della Cia, Franceschini insistere su una presunta ambiguità del “capo”, lasciando poi ai suoi interlocutori/padroni il compito di ricamarci a dovere, cosa di cui sono veramente abili, facendo continuo sfoggio pur indossando abiti via via diversi, a seconda della convenienza del momento: dal Pci verso la Dc, cavalcando oggi il Pd. Sembra il testo di una canzone di Rino Gaetano. Fra parentesi, Moretti sta espiando ancora una pena, a 39 anni e mezzo dalla sua cattura! Già, dimostrazione evidente della sua presunta ambiguità.

Concludo. Mi sembra ormai giunto il momento di chiudere definitivamente con queste storie, e questa lettera che scrivo la interpreto come un piccolissimo contributo a chiudere con le polemiche. La società in cui sono nate, sono cresciute, hanno avuto importanza e sono morte le varie componenti del movimento rivoluzionario degli anni '70 e '80, non esiste più. Le contraddizioni sociali e di classe oggi marciano su altri mezzi e per altre strade, irriconoscibili da quelle di allora. Per cui ... mi sembra opportuno finire di dare elementi concreti di verità a coloro che li usano per distruggere ogni attuale possibilità di antagonismo. Penso che bisognerebbe lottare per l’ignoranza del potere.
Fonte

08/09/2019

Calci a un bambino di 3 anni. Fermato il fratello di un “pentito” sotto protezione

L’episodio è del tipo che resta in testa a lungo. Fin dall’inizio era sembrato esserci “qualcosa di più” del semplice razzismo fascioleghista. Che un bambino di 3 anni si avvicini alla carrozzina del tuo è gesto troppo normale e tranquillo per motivare – “giustificare” è ovviamente impossibile – un gesto assurdo come il prenderlo a calci, in mezzo alla strada.

Poi le notizie si sono arricchite. Il tizio è il fratello di un camorrista pentito, sotto protezione della polizia con tutta la famiglia. E allora ti puoi solo immaginare – con qualche esperienza alle spalle è più facile – il groviglio di cazzate che abita una mente. Dal superomismo camorrista a quello poliziottesco, fatto di frequentazioni quotidiane e discorsi “complici” su quei poveracci – tutti noi, di qualsiasi colore e nazonalità – che dovremmo vivere solo abbassando la testa. Davanti a un mafioso o a una divisa, specie se racchiuse in una “crisi di identità” che le riassume entrambe.

Un “pentito” assume il punto di vista della repressione, diventa la punta di lancia delle indagini della magistratura; la scorta armata incrementa questo senso di “potere tutto”. Figuriamoci su un bambino di tre anni, colpevole di essere curioso e nero di pelle.

*****

Arrestato l’aggressore del bimbo preso a calci in strada a Cosenza

Ha un nome e un volto l’uomo che martedì scorso a Cosenza ha preso a calci un bambino marocchino di tre anni perché si era avvicinato al passeggino del figlio. Lui e la moglie sono stati individuati, fermati e denunciati a piede libero con l’accusa di lesioni personali aggravate. Al momento sono state diffuse solo le iniziali dei loro nominativi. Si tratta di T. D. di 22 anni e M. V. di 24.

Non si conoscono ancora le motivazioni che hanno spinto l’uomo a compiere un atto così folle e crudele. Gli inquirenti stanno cercando di capire se il gesto sia stato aggravato da istinti xenofobi. L’uomo non è cosentino. Fratello di un camorrista collaboratore di giustizia, si trovava a Cosenza in regime di protezione e nella giornata di ieri le autorità ne hanno disposto il trasferimento in altra località. Si è difeso negando qualsiasi movente razzista. Avrebbe agito in preda ad un raptus.

La storia è stata raccontata in anteprima da questo giornale. Il bimbo nordafricano era in compagnia dei due fratellini di 8 e 10 anni. La madre dei piccoli si era allontanata pochi minuti prima dai figli per recarsi in uno studio medico e ritirare dei certificati. Avvicinatisi al passeggino, i giovanissimi migranti hanno incontrato la reazione violenta del papà del neonato, che all’inizio li ha strattonati per poi sferrare un forte calcio nell’addome del più giovane. In difesa del bambino sono intervenuti diversi passanti, costringendo l’aggressore alla fuga e richiedendo l’intervento di un’ambulanza e della polizia. Trasportato in ospedale, il piccolo è stato medicato e dimesso dopo pochi minuti.

Rocambolesche le modalità con cui gli investigatori sono pervenuti all’identità della coppia. È stato uno dei tre fratelli, camminando per strada, a riconoscerli nel pomeriggio di venerdì. La madre dei bambini ha subito allertato la polizia. Giunti sul posto, gli agenti hanno identificato i due, procedendo poi con i riconoscimenti. Determinanti nelle indagini anche le numerose telecamere a circuito chiuso, presenti nella zona, ma soprattutto le testimonianze di alcuni dei passanti accorsi.

La più coraggiosa è stata una ragazza, Jennifer Castiglia, che dopo aver soccorso i tre fratellini, ha inseguito l’uomo col passeggino. Non riuscendo a raggiungerlo perché si è dileguato tra la folla che ogni sera riempie il corso principale, ha denunciato subito l’episodio dal suo profilo social, raccogliendo le testimonianze indignate di altri concittadini che avevano assistito alla terribile scena.

La famiglia del bambino vive in Italia dal 2003, abita in un centro a pochi chilometri dalla città. Intervistata dal manifesto, Sara, la mamma del piccolo, scarica la tensione di questi giorni. «Mentre ero in sala d’attesa, nello studio medico – spiega la signora – ho notato che i miei figli giocavano tra di loro. Per evitare che dessero fastidio agli altri pazienti, ho chiesto al più grandicello, che quest’anno frequenterà il primo anno di scuola superiore, di accompagnare i fratellini al bar all’angolo, per prendere un gelato. Pochi minuti dopo, quando sono uscita dallo studio medico, davanti ai miei occhi ho trovato il più piccolo dei miei figli, cianotico, a terra, che non riusciva a respirare, ed il fratellino maggiore con la manina al ginocchio, anch’esso contuso da un calcio. Intorno tante persone che urlavano e si agitavano. Da quella sera non riesco a dormire». La signora è riuscita a contattare Jennifer: «Ho voluto ringraziarla di persona. In quanto donna, mi sento meglio sapendo che in giro ci sono ragazze pronte a difendere i bambini».

Netta la condanna del sindaco Mario Occhiuto: «Qualsiasi sia il motivo, se di natura razzista o di cieca follia, certamente si tratta di un gesto gravissimo che non può trovare alcuna giustificazione né deve passare sottaciuto. Non possiamo assolutamente tollerare l’odio inconsulto e cruento, specie quando la vittima è un bimbo piccolissimo e specie se tale violenza si verifica a Cosenza, storicamente città di inclusione e accoglienza».

Sdegno e preoccupazione nel mondo dell’associazionismo cosentino. Da più parti arrivano accorati appelli alla mobilitazione civile contro l’intolleranza e a sostegno dei diritti dei bambini. «Ci siamo spesso mobilitati anche per meno – afferma Radio Ciroma in una nota –. L’episodio del bambino preso a calci nella storia di questa città è il più grave fatto di razzismo. Rimanere ancorati solo all’indignazione che si manifesta attraverso i social non basta. Chiamare a raccolta la Cosenza solidale diventa urgente. Usciamo dal virtuale. Concordiamo insieme un momento di mobilitazione, riempiamo Via Macallè di colori, seminiamo la cultura dell’integrazione, non facciamoci trascinare da questo pensiero intossicato».

Fonte

26/03/2014

L'Honda di via Fani, un faro nel buio


Sentiamo un bisogno disperato di aria pulita, bombardati – come ci sentiamo – da merda e vari inquinanti colloidali, di quelli che non riesci mai a scrollarti di dosso, per quanti solventi si usino.

L'ultima sortita sull'”Honda di via Fani” è la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso della nostra pazienza. Il nostro articolo “a caldo” lo trovate qui. Ma ora ci sembra il caso di farla finita con questa stronzata, anche se sappiamo perfettamente che niente fermerà il gorgogliare incomposto di interessi politici, privati, sbirreschi, dietrologici, idioti che alimenta di continuo l'almanacco dei “misteri”.

Scriviamo perciò quanto compagni d'esperienza, giornalisti di lungo corso e soprattutto magistrati addetti ai lavori sanno da sempre:

la moto apparsa ad un certo punto in via Fani, un attimo prima che scattasse l'attacco delle Brigate Rosse alla scorta di Aldo Moro, era guidata da Giuseppe Biancucci. Il quale, naturalmente, non era affatto un uomo dei “servizi segreti”, ma uno dei tanti “compagni di movimento d'allora”.

Era in via Fani perché aveva appena finito il turno di notte nel garage gestito dal padre, una traversa più in là, e stava andando a casa insieme alla sua compagna, Roberta Angelotti. Lavorava lì come "ripiego provvisorio", visto che era uscito dal carcere da pochi giorni, a causa di uno scontro con i fascisti di Terza Posizione, in quello stesso quartiere, un paio di mesi prima.

Il “collegamento” tra la sua moto e i brigatisti, negli occhi dei confusissimi testimoni d'allora (è un dato di fatto accertato scientificamente: i testimoni, specie se di eventi traumatici, non riescono mai a fornire un resoconto attendibile di quello che è avvenuto sotto i loro occhi), fu stabilito da un rallentamento della moto in prossimità degli “steward dell'Alitalia” (il travestimento usato da quattro dei brigatisti). “Peppe” aveva immediatamente riconosciuto Valerio Morucci, con cui aveva condiviso il liceo alla fine degli anni '60, e Alessio Casimirri, con il quale aveva militato per anni nel “collettivo Primavalle”. Un attimo di esitazione, poi l'immediato “realizzare” che quegli “steward” sono lì per qualcosa cui è meglio non assistere, apre il gas e scompare.

Un attimo dopo cambia la Storia di questo paese.

Erano anni violenti, lo ricordiamo benissimo. Anni in cui “noi” era un concetto largo abbastanza da comprendere compagni che nel Pci soffrivano la linea filo-Nato di Berlinguer fino alle frange più estreme del “movimento”, gruppi armati compresi. E “fare la spia” era ancora un'infamia senza giustificazione alcuna. Ancora non c'era stata la stagione dei cosiddetti “pentiti”, ancora non era stato cambiato il lessico e le ideologie ad esso collegate.

“Peppe” non corse dalla polizia a dire “so chi è stato”. E i brigatisti non ebbero nemmeno bisogno di dirglielo. Funzionava così. Era un mondo in cui si respirava aria pulita anche quando si sentiva odore di polvere da sparo, fumo di molotov e sentore di lacrimogeno.

Fu un “pentito” – Raimondo Etro – a spiegare ai magistrati (Antonio Marini, per la precisione) chi erano quei due sulla “famosa Honda”. Pur parlando de relato, visto che lui in via Fani non c'era, raccontò che "ad un certo punto sono passati i due cretini di Primavalle ed hanno anche fatto ciao ciao con la manina".

Lo stesso Etro li indicò allora anche come “possibili esecutori” dell'omicidio del ventunenne Mauro Amato, all’uscita del ristorante “Sora Assunta” di Roma, l'8 luglio 1977. Uno spaventoso “errore di persona”, in quanto il vero obiettivo era invece Domenico Velluto, l'agente di custodia che aveva ucciso Mario Salvi (“er Gufo” di Primavalle) un anno prima, in una traversa di via Arenula. Accusa poi caduta ovviamente nel nulla, visto che si trattava solo di una personalissima “supposizione”. Per l'omicidio di Mauro Amato non è mai stato imputato nessuno.

La presenza di “Peppe” e della sua moto in via Fani fu invece confermata da Valerio Morucci e Adriana Faranda, nel frattempo “pentiti” a loro volta. Biancucci venne anche “riconosciuto” dall'ingegner Marini (il testimone di via Fani contro cui nessuno sparò mai un colpo, tanto meno da quella moto). “Peppe” e Roberta furono interrogati, ammisero di esser passati lì quella mattina. Ma non avevano mai fatto parte delle Br e quindi rilasciati. Anche perché, nel frattempo – gli anni erano passati, la vita era diventata complicata – “Peppe” era stato arrestato per altri motivi: ad un certo punto, da sommozzatore, si era prestato a recuperare un carico di hashish da una imbarcazione affondata al largo di Santa Marinella.

Tutto qui. "Peppe" è morto nel 2010, ma non si è portato dietro alcun mistero. Era stato un compagno simpatico e onesto; poi si era "arrangiato" a vivere, come tanti, ma senza perdere quel tratto distintivo che è stato il segno migliore di una generazione: "nun se fà la spia".

Si tratta di uno scoop? Macché... La storia fu pubblicata addirittura su Il Messaggero, il 23 aprile 1998, con tanto di nomi e cognomi di “Peppe e Peppa”, come venivano chiamati nel “comitato di quartiere” di vent'anni prima.

Il vero “mistero”, dunque, è come mai una storia nota anche ai giornalisti – almeno quelli più seri – può essere riciclata ancora una volta in altra salsa.

Torna alla mente il caso del “quarto uomo di via Montalcini” (l'appartamento dove Moro venne tenuto prigioniero per 55 giorni). Anni di dietrologia, con in testa il senatore Sergio Flamigni (del Pci, naturalmente), finché non venne arrestato, lo avevano dipinto come il “vero capo delle Br”, naturalmente un “uomo dei servizi segreti” (a scelta: Sismi, Sisde, Cia, Kgb, Mossad, ecc), uno che “parlava almeno tre lingue”... Poi i “pentiti” Morucci e Faranda fecero arrestare Germano Maccari, che ammise di esser stato “l'ingegnere Altobelli” che aveva acquistato l'appartamento insieme ad Anna Laura Braghetti ed era stato lì durante il sequestro. Era – purtroppo per i dietrologi – un normale compagno di Centocelle, ex Potere Operaio, di professione idraulico.

Ricordiamo la prima reazione del sen. Flamigni alla notizia: “allora ce ne deve essere un quinto”. O magari un intero stadio...

Ma di questa merda colloidale è fatta la dietrologia, soprattutto “ex Pci”, che ha sedimentato un modus operandi praticamente utilizzabile da qualsiasi potere. Basta ripetere all'infinito una serie di menzogne, più o meno abilmente mescolate a qualche verità (Moro fu effettivamente sequestrato, gli uomini della sua scorta furono uccisi davvero, ecc.), e ad un certo punto diventa fisicamente e intellettualmente impossibile distinguere il vero dal falso.

È una tecnica – ripetiamolo – utilizzabile soltanto dal potere, perché presuppone un controllo diretto su buona parte dei media più importanti. È un modo di “imporre l'agenda” a tutti i media mainstream, anche di quelli non embedded; e persino di tanta informazione “libera” ma impossibilita a condurre indagini approfondite.

È una tecnica nazista, non per caso. Elaborata in forma sinteticissima da Joseph Goebbels, il ministro della propaganda del Terzo Reich: «Mentite, mentite, qualcosa resterà».

Merda putrefatta e scarti di idrocarburi.