Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
01/05/2025
Franceschini: rivoluzionario divenuto torquemada, poi dissociato e infine dietrologo
Il Mega
In carcere Franceschini veniva chiamato con deferenza dai suoi fedelissimi: il «Mega». Una prova di immodestia che per quelle singolari coincidenze della storia non lo ha abbandonato neanche al momento della dipartita. Il soprannome gli era stato attribuito da alcuni detenuti politicizzatisi in carcere, appartenenti ai «proletari prigionieri» che dall’interno dei gironi infernali delle prigioni speciali avevano aderito alle «Brigate di campo», l’organizzazione carceraria messa in piedi dalle Brigate rosse nelle prigioni di massima sicurezza.
Le Brigate di campo, almeno nell’idea originaria, dovevano essere degli embrioni di democrazia del popolo detenuto: furono protagoniste nel loro momento migliore delle lotte all’interno delle carceri speciali per migliorare le condizioni di vita, gli spazi di agibilità e socialità, la libertà di discussione e studio, di rivolte come l’Asinara e Trani, di innumerevoli tentativi di evasione. Un formidabile strumento di contropotere e di democrazia dal basso.
Purtroppo finirono col tempo per divenire in alcune situazioni degenerate delle leve di potere e terrore in mano a pochi individui, identificati come «capi» per il loro carisma, che decidevano della vita e della morte degli altri prigionieri, tacciando immediatamente di «resa» al nemico, «tradimento» e «infamità» chiunque non fosse allineato.
Franceschini fu uno di questi, anzi fu l’indiscusso leader supremo di questo dispotismo carcerario che aprì la «caccia ai traditori» e provocò la morte di alcuni militanti a cui le forze di polizia avevano estorto informazioni sotto tortura, mentre altri furono salvati in extremis in situazioni dove i suoi adepti non avevano la forza per imporsi.
Il naufragio politico e umano
Fino a quando non aveva consolidato un ferreo potere carcerario, per tutti Franceschini era solo «Franz». Questo slittamento semantico, questa trasformazione del nome è stata la prima metamorfosi del personaggio, seguita da altre.
Occorre partire da qui, e in particolare dal tragico fallimento del Partito guerriglia, la fazione brigatista di breve durata nata nella primavera del 1981 da una scissione che dal carcere aveva lungamente ispirato, insieme a Curcio, per comprenderne le diverse vite e il suo definitivo naufragio politico e umano.
Nel 1982, dopo otto anni di carcere si dissocia dalla lotta armata, esce dalle carceri speciali ed entra nel circuito delle «aree omogenee», istituti di pena premiali pensati per chi aveva preso le distanze da conflitto armato, dove la pressione carceraria era attenuata e le condizioni di vita agevolate. Nel 1987, grazie all’ultima legge sulla dissociazione ottiene cospicui sconti di pena iniziando il percorso di uscita dalla prigione.
Ma più che ripudiare il proprio passato, o come direbbero i professionisti della correzione carceraria, «rivisitarlo criticamente», Franceschini elabora da quel momento una riscrittura della propria storia politica finalizzata a cancellare ogni traccia di quei momenti indicibili che avrebbero compromesso il suo percorso postcarcerario.
La figura del rinnegato è un classico dell’antropologia umana, la differenza che lo distingue da colui che ripensa in modo critico la propria esperienza sta nella attribuzione delle responsabilità, nella collocazione del proprio io all’interno del bilancio esistenziale. Il rinnegato fa l’autocritica degli altri, esime se stesso da ogni colpa e trova nell’altrui comportamento tutte le responsabilità.
Pinerolo
Punti chiave nella vita di Franceschini sono il momento della sua cattura e le ripetute fallite evasioni. Viene arrestato per caso nel settembre del 1974. Non doveva essere insieme a Curcio in quel di Pinerolo dove il generale Dalla Chiesa aveva teso una trappola utilizzando Silvano Girotto come esca.
I suoi compagni lo pensavano a Roma, rientrato nella base dove in quel periodo era sceso con Prospero Gallinari e Fabrizio Pelli per organizzare il sequestro di un politico democristiano e affondare così il colpo al «cuore dello Stato». Eppure anni dopo attribuì la responsabilità dell’accaduto a Mario Moretti, colpevole di non esser riuscito a rintracciare Curcio in tempo, dopo una rocambolesca ricerca notturna e il tortuoso percorso di un messaggio che avvertiva del pericolo.
Va detto che un ruolo centrale nella costruzione della leggenda contro Moretti l’ebbe Giorgio Semeria, un altro brigatista molto vicino a Franceschini. Anche qui decisiva fu la cattura e l’incapacità di accettare i propri errori. Arrestato una prima volta nel maggio del '72, seguendo Semeria la polizia realizzò una retata contro l’intera colonna milanese.
Scarcerato per scadenza dei termini, venne riarrestato e quasi ucciso nel marzo del 1976 da un carabiniere alla stazione centrale di Milano grazie all’attività di un confidente, Leonio Bozzato, operaio dell’Assemblea autonoma di Porto Marghera che operava come informatore per conto del Sid nella colonna veneta diretta proprio da Semeria.
Una volta in carcere, Semeria si convinse che dietro al suo arresto e quelli precedenti di Franceschini e Curcio ci fosse Moretti (del ruolo di Bozzato saprà solo anni dopo). Una ossessione sposata da Franceschini nonostante le smentite dei componenti dell’Esecutivo. Serve poco la politica ma tanta psicanalisi per leggere questi comportamenti che nei decenni successivi alimenteranno una dietrologia infinita.
La storia ci dice ben altro: Franceschini e Semeria, una volta dissociati, usciranno dal carcere ottenendo come premio cospicui sconti di pena, mentre Moretti dopo 44 anni è ancora in esecuzione pena con sei ergastoli sulle spalle.
Il ritorno nel Pci e la dietrologia
Una volta fuori Franceschini ritrova l’abbraccio del vecchio Pci emiliano da cui proveniva. Il suo ex segretario ai tempi della militanza nella Fgci di Regio Emilia l’accoglie e gli offre un posto di lavoro all’Arci, in cambio farà da sponda alle ricostruzioni dietrologiche della storia brigatista avviando una stretta collaborazione con il senatore Sergio Flamigni, membro di diverse commissioni parlamentari d’inchiesta sul sequestro Moro.
Il Pci aveva bisogno di Franceschini per dare forza all’alibi che doveva fornire una giustificazione al fallimento delle proprie strategie politiche: dal compromesso storico alla linea della fermezza durante il rapimento Moro.
A tavolino costruisce la leggenda delle prime Brigate rosse «buone», contrapposte alle «bierre» militariste, sanguinarie ed eterodirette di Moretti. Eppure era tra i militanti che scelsero il passaggio alla clandestinità, presente nell’estate del 1974 quando si avviarono le fondamenta della nuova struttura organizzativa che poi segnerà il funzionamento delle Br negli anni successivi.
Fu lui a gestire in prima persona il sequestro Sossi che segnava il cambio di strategia e l’attacco al cuore dello Stato. Sempre lui era sceso a Roma per compiere inizialmente quel sequestro di un esponente Dc che poi verrà portato a termine nel marzo 1978.
Inventò di sana pianta l’esistenza del legame di Moretti col Superclan per celare la propria appartenenza al servizio d’ordine diretto da Simioni e il fatto che Moretti fu il primo a rompere ogni rapporto con quel gruppo. Una storia rovesciata che lo vedeva sempre nel ruolo immacolato di puro e ragionevole. Alcuni collaboratori racconteranno dei rimproveri da lui lanciati contro i compagni esterni perché la morte di Margherita Cagol tardava ad essere vendicata.
Dal carcere si distinguerà per i continui inviti a elevare il livello di scontro all’esterno e organizzare evasioni. Richieste che distoglieranno le colonne esterne dal lavoro politico nei posti di lavoro e nei territori. E quando i tentativi di evasione falliranno, come quello messo in piedi dalla colonna romana dall’isola dell’Asinara, dopo averci lavorato una intera estate, imputerà il fallimento a una mancata volontà politica radicalizzando sempre più le sue posizioni fino a formulare, dopo un durissimo pestaggio subito nel carcere di Nuoro, richieste di rappresaglia che mettevano in luce i segni preoccupanti di squilibrio mentale, come “affondare uno dei traghetti” che collegavano la Sardegna al continente.
Scriveva Bertolt Brecht che non c’è peggior nemico per gli elefanti liberi dell’elefante addomesticato.
Fonte
28/04/2025
Franceschini: l’archetipo dell’infame
Nell’ombra. Assalito probabilmente dai suoi fantasmi. Circondato dal frastuono delle sue menzogne.
Fu, insieme a Renato Curcio ed altri, tra i cofondatori delle Brigate Rosse. Ovvero della più importante organizzazione armata comunista sorta negli anni ’70 in Italia e nel cuore dell’Occidente Capitalista.
Un’organizzazione di classe, nata dalle grandi fabbriche del Nord e dalla cultura rivoluzionaria del movimento operaio, che per un decennio fece tremare le strutture dello Stato borghese con il suo comitato d’affari.
Quel “comitato” composto allora soprattutto dalla Democrazia Cristiana e dai suoi alleati, di destra e di centrosinistra: Liberali, Repubblicani, Missini, Socialdemocratici.
Una storia di lotta e di insorgenza che Franceschini ha poi radicalmente tradito, diventando uno dei più ignobili fiancheggiatori degli apparati repressivi dello Stato e dei media di regime.
Dai servizi alla magistratura, dagli organi di informazione al corifeo della teoria del complotto – Sergio Flamigni – chiunque volesse gettare discredito sui suoi ex compagni, o ottenere informazioni taroccate per moltiplicare le pagine della più sgangherata pubblicistica dietrologica, non aveva che da rivolgersi a lui.
Narcisista, paranoico, affetto da delirio di onnipotenza, Franceschini in carcere si faceva chiamare il Mega. E megalomane lo fu di certo, soprattutto dopo la dissociazione. Attiva, anzi iperattiva...
Alberto Franceschini, infatti, non fu un semplice dissociato/pentito e collaboratore. Franceschini costituisce, potremmo dire, l’archetipo dell’infame.
Una convinzione che avevamo sempre coltivato ma che ci apparve ancora più chiara all’indomani di un’intervista pubblicata da Repubblica nel luglio del 2020, e dopo la quale scrivemmo un pezzo che qui riporto quasi integralmente.
Un pezzo che in occasione della sua dipartita non sconfessò. Anzi, rilanciò. Perché nel corso di quelle dichiarazioni Franceschini asseriva qualcosa che va al di là della semplice dissociazione/pentimento e della pur ignobile “confessione”.
Qualcosa che coinvolge l’etica rivoluzionaria e dunque esita nell’abiezione morale di un uomo che, incapace di sopportare il peso delle sue azioni, avrebbe preteso di salvare sé stesso addossando la responsabilità della Lotta Armata – e nello specifico delle Brigate Rosse – esclusivamente ai suoi compagni.
Soprattutto a Mario Moretti. Infangadone l’ineccepibile figura politica, di combattente e di uomo. Un uomo che ancora oggi, sebbene in regime di semilibertà, sconta il carcere. Dopo 44 anni.
Barbara Balzerani, una donna, una rivoluzionaria, ma soprattutto un’ amica la cui morte pesa come un macigno, ebbe a definirlo «un arlecchino dai mille servigi». Mai appellativo fu più appropriato.
Di seguito invece, le parole che scrissi nel 2020:
Franceschini è tre volte infame. Una volta perché rinnega la storia delle Brigate Rosse, lavandosi la coscienza con la viscida genuflessione morale al potere che intendeva combattere.Ahimè, ci ha pensato la natura. E allora, giunti al termine, mi sia consentito scomodare un gigante.
Una volta perché con essa rinnega i suoi compagni che in quella storia hanno creduto e per quella storia hanno sacrificato, con l’onore e la dignità che un vigliacco come lui non potrà mai comprendere, la loro vita. Tra morti e secoli di galera.
Una volta perché, con quel procedere strisciante tipico dei serpenti a sonaglie, afferma di non avere mai ucciso, ma di portare su di sé il peso della violenza che insanguinò l’Italia.
E, immediatamente dopo, accusa apertamente Moretti: «Le responsabilità di Moretti sono totali. Non credo che abbia fatto autocritica di nessun tipo». Praticamente, scarica su Mario Moretti e sulle azioni che le Br compirono, successivamente al suo (di Franceschini) arresto, tutto il peso della Lotta Armata comunista e delle decisioni capitali. Quelle, per intendersi, che dovevano e potevano condurre ad una vittoria finale delle forze rivoluzionarie.
Dimenticando di dire, dal basso gradino della sua ipocrisia, che c’era, almeno fino ad un certo momento (fine anni '70 inizio '80) un accordo quasi totale tra il fronte delle carceri – al quale Franceschini apparteneva e nel quale agiva con responsabilità di dirigente – e le brigate fuori, in merito alle azioni da condurre.
Questo ignobile personaggio, la statura etica del guerrigliero, che apparteneva e ancora appartiene a compagni come Moretti, non ha neanche lontanamente idea di cosa sia. Qualcuno avrebbe dovuto avere con lui la stessa fredda determinazione e la stessa intransigenza che, in quanto dirigente, Franceschinii ha riservato ad alcuni compagni. Altro che “non ho ucciso”. Ma non si può mai sapere. La Rivoluzione ha la memoria lunga.
Scriveva il compagno Mao: «La morte di chi si sacrifica per gli interessi del popolo ha più peso del Monte Tai, ma la morte di chi serve i fascisti, di chi serve gli sfruttatori e gli oppressori, è più leggera di una piuma».
La morte di Alberto Franceschini è per noi più insignificante di una semplice piuma. E presto verrà spazzata dal vento.
Fonte
29/03/2025
Rapimento Moro, il vicolo cieco del complottismo /2
Un capitolo a sé lo merita il lavoro dell’ex senatore Sergio Flamigni, membro delle commissioni parlamentari d’inchiesta sul caso Moro, che tra i suoi libri ne ha dedicato uno in particolare a Mario Moretti dal titolo più che eloquente «La sfinge delle Brigate rosse». Nel libro sei molti critico, per usare un eufemismo, verso il suo lavoro: perché?
Flamigni era un grigio funzionario della sezione Affari dello Stato del Pci, il ministero dell’Interno di Botteghe oscure. Privo di qualunque latitudine politica è rimasto ottusamente legato alla vecchia propaganda complottista elaborata dal suo partito a metà degli anni '80 per trovare un alibi al fallimento completo della strategia politica messa in piedi nella seconda metà degli anni '70. Quando Ugo Pecchioli, responsabile di quella struttura, in una delle sue ultime prese di posizione, prima di morire, a metà degli anni '90, affermò che ormai era necessaria un’amnistia che chiudesse la pagina della lotta armata perché quel fenomeno aveva concluso il suo ciclo e non aveva più senso tenere in piedi l’apparato di contrasto ideologico-complottista, Flamigni – come accade spesso alle terze linee – non è stato in grado di riformattare il proprio pensiero e dare un senso più proficuo alla propria vita. Il vecchio apparatčik della disinformazione ha continuato il proprio lavoro di intossicazione elaborando, grazie al monopolio delle fonti all’epoca nelle mani solo degli apparati, della magistratura e delle commissioni d’inchiesta parlamentare con il loro circo Barnum di consulenti, un metodo narrativo che avrebbe fatto rabbrividire persino l’Ovra fascista: ignorare i documenti scomodi, manipolarne altri, inventare menzogne, diffondere calunnie. I suoi libri sono una compilazione di questa tecnica disinformativa che nel tempo rivela anche aspetti divertenti: come la riduzione a poche righe o la scomparsa delle pagine dedicate a ricostruzioni che successivamente si sono dimostrate false. Mai una riflessione autocritica o una presa d’atto delle clamorose bufale diffuse in precedenza. Cito alcuni esempi: Flamigni ignora il verbale del 1994 nel quale il teste Alessandro Marini, quello che racconta della moto Honda, spiegava che il parabrezza del suo motorino si era rotto cadendo a terra nei giorni precedenti il sedici marzo e quindi non era vero che fosse stato distrutto dagli spari dei due fantasmi in motocicletta. Mentre si ostina a cercare lo sparatore da destra, non vede le numerose foto del motorino di Marini, parcheggiato sul marciapiede sinistro di via Fani, col parabrezza tenuto insieme da una vistosa striscia di nastro adesivo. Cita ripetutamente una frase di D’Ambrosio, generale amico del colonnello Guglielmi, per insinuare che questi avesse coordinato l’attacco in via Fani, omettendo l’integrità del verbale d’interrogatorio, acquisito finalmente dalla Commissione Moro 2, che smentisce completamente le sue affermazioni. Per anni confonde il ruolo di un notaio che aveva svolto solo la funzione di sindaco supplente, dunque nemmeno effettivo, nella società immobiliare Gradoli proprietaria di alcuni appartamenti, ma non di quello abitato dai brigatisti, con quello di amministratore della stessa società. Quando glielo hanno spiegato ha cambiato obiettivo prendendo di mira Domenico Catracchia, l’amministratore del civico 96, piccolo imprenditore immobiliare privo di scrupoli che affittava seminterrati a stranieri clandestini. Ossessionato dalla presenza di un quarto uomo in via Montalcini, informazione ricevuta durante i colloqui con due brigatisti dissociati, quando emergerà che la sua identità era quella del brigatista Germano Maccari, e non di un «misterioso» agente segreto, sosterrà che ve n’era per forza un quinto, non delle Br ovviamente. Passa al setaccio tutti i proprietari degli appartamenti situati nelle strade che hanno interessato il sequestro, per denunciare i loro nomi quando si tratta di persone ai suoi occhi sospette, ma dimentica di rivelare che accanto al civico 8 di via Montalcini abitava il senatore Giuseppe D’Alema, padre di Massimo. Calunnia Balzerani e Moretti, sostenendo che sono loro ad aver fatto il nome di Maccari, evitando di citare la confessione della Faranda. E mi fermo qui!
Qual è il tuo giudizio sul Memoriale Morucci-Faranda, detto che seppur la loro collaborazione mirava ad ottenere degli sconti di pena e una più agevole collocazione penitenziaria, al contempo «ripudiavano le letture dietrologiche degli eventi».
Parliamo di un Memoriale che raccoglie le deposizioni di Valerio Morucci e Adriana Faranda davanti alla magistratura e a cui i due dissociati, poi divenuti collaboratori, per ottenere l’accesso ai benefici penitenziari aggiunsero i nomi dei partecipanti all’azione di via Fani, prima indicati solo con dei numeri. Secondo Flamigni, poi ripreso dalla Commissione Moro 2, si tratterebbe di un testo che avrebbe suggellato un patto di omertà tra brigatisti e Democrazia cristiana per nascondere, «tombare» secondo l’espressione di Giuseppe Fioroni, la verità indicibile sul sequestro. Si tratta nella realtà di un resoconto che nella parte politica valorizza la loro dissidenza contro la dirigenza brigatista. Non si capisce quale interesse avrebbero avuto gli esponenti delle Br a fare proprio un testo a loro ostile. Non solo, oggi sappiamo che del Memoriale Morucci-Faranda vennero messi al corrente Pecchioli e Cossiga che sulla questione si consultarono. Se anche il Pci era della partita, perché il patto occulto riguarderebbe solo la Dc? Inoltre i fautori di questa tesi non sono in grado di fornire informazioni essenziali sui tempi e i luoghi dell’accordo, oltre che sull’oggetto dello scambio: Morucci e Faranda erano nel carcere per pentiti di Paliano, mentre Moretti e compagni si trovavano sparpagliati nelle prigioni speciali. Inesistenti i rapporti tra loro, segnati dalle precedenti rotture traumatiche (Morucci e Faranda rubarono armi e soldi della Colonna romana) e ostilità per le scelte dissociative e collaborative. Flamigni, consapevole di questo vulnus, si inventa che l’accordo si sarebbe materializzato nei giorni finali del sequestro, così la toppa è peggiore del buco. Il rifiuto della trattativa per liberare Moro si sarebbe materializzato nell’accordo per farlo sopprimere: come, dove, quando? E il vantaggio ricavato? I secoli di carcere ricevuti nelle sentenze? Un abisso logico senza risposta. In un altro volume ho ricostruito la dinamica del sequestro e della via di fuga avvalendomi delle testimonianze degli altri partecipanti che in alcuni punti hanno persino corretto dei dettagli, dovuti ad errori di memoria, presenti nella ricostruzione di Morucci.
Alberto Franceschini dopo la sua cattura, avvenuta a Pinerolo nel 1974, ha detto che successivamente le Br si sono macchiate di numerosi delitti, oltre ad aver giudicato Mario Moretti di essere inadeguato a far parte dell’esecutivo nazionale delle Br. Da dove nasce il dissidio tra Franceschini e Moretti?
La figura del rinnegato è un classico antropologico nella storia dell’umanità. La differenza che lo distingue da colui che ripensa in modo critico il proprio passato, fino anche a ripudiarlo, sta nella attribuzione delle responsabilità, nella collocazione del proprio io all’interno del bilancio esistenziale. Il rinnegato fa l’autocritica degli altri, esime se stesso da ogni colpa e trova nell’altrui comportamento tutte le responsabilità. Punti chiave nella vita di Franceschini sono il momento della sua cattura e le ripetute fallite evasioni. Viene arrestato per caso, non doveva stare con Curcio a Pinerolo dove il generale Dalla Chiesa aveva teso una trappola con l’esca Girotto, eppure attribuisce la responsabilità dell’accaduto a Moretti. Va detto che un ruolo centrale nella costruzione delle leggenda nera su Moretti la gioca Giorgio Semeria. Arrestato una prima volta nel maggio del '72, seguendo lui i carabinieri realizzano la retata contro l’intera colonna milanese. Riarrestato e quasi ucciso da un carabiniere nel marzo del 1976 alla stazione centrale di Milano, grazie all’attività di un confidente, Leonio Bozzato, operaio dell’Assemblea autonoma di Porto Marghera arruolato nella colonna veneta, Semeria una volta in carcere sostiene che dietro il suo arresto e quelli precedenti di Franceschini e Curcio ci fosse sempre Moretti. Quella di Semeria, chiamato «Fiaschetta» dai suoi compagni, è una ossessione costante con cui martella gli altri prigionieri fino a convincerli, tanto da spingerli a chiedere all’esecutivo esterno di verificare la posizione di Moretti. C’è poco di politico e tanto male di vivere nella costruzione di questa diffidenza che si sfalderà poi nel tempo. Franceschini e Semeria si dissoceranno uscendo dal carcere, mentre Moretti è ancora in esecuzione pena dopo 44 anni di detenzione. Ma veniamo agli argomenti sollevati ex-post da Franceschini dopo essersi dissociato ed essere stato riaccolto a braccia aperte dal vecchio Pci emiliano, Rino Serri in testa, ex segretario della Fgci dalla quale egli stesso proveniva. È con questa nuova funzione che inizia la sua collaborazione con Flamigni. Nel corso del sequestro Sossi, dopo aver forzato un posto di blocco, spara colpi di mitra contro una macchina che seguiva, senza accorgersi che al suo interno c’era Mara Cagol. L’episodio dimostra come personalmente fosse già pronto al conflitto a fuoco e ipoteticamente a uccidere nonostante le Br all’epoca fossero ancora lontane da una scelta del genere. È tra i militanti che scelgono il passaggio alla clandestinità ed è presente quando nell’estate del 1974 si avvia la discussione interna per creare quella nuova struttura organizzativa che poi caratterizzerà il funzionamento delle Br negli anni successivi. Dal carcere si distinguerà per i continui inviti a elevare il livello di scontro all’esterno e chiedere di organizzare evasioni. Richieste che distoglieranno le colonne esterne dal lavoro politico nei posti di lavoro e nei territori. E quanto i tentativi di evasione falliranno, come quello messo in piedi dalla colonna romana dall’isola dell’Asinara, dopo averci lavorato una intera estate, imputerà il fallimento a una mancata volontà politica radicalizzando sempre più le sue posizioni fino a formulare, dopo un durissimo pestaggio subito a Nuoro, richieste di rappresaglia che mettevano in luce un suo squilibrio mentale, come affondare uno dei traghetti che collegavano la Sardegna al continente. Figura instabile e sempre più carica di risentimento, alla ricerca continua di capri espiatori fece del sospetto un rovello ossessivo fino a sfociare in un delirio paranoico durante la stagione delle torture e dei pestaggi praticati dalle forze di polizia sui militanti appena catturati. Con Semeria decretò la caccia ai «traditori», ovvero a quei militanti ai quali erano state estorte dichiarazioni con l’uso della forza. In un clima di caccia alle streghe, dove le divergenze d’opinione, una diversa linea politica, il mancato allineamento alle tesi del «Mega», soprannome con cui amava farsi chiamare con deferenza nelle carceri speciali, veniva immediatamente tacciata di «resa» al nemico, «tradimento» e «infamità», un piano inclinato che portò lo stesso Semeria a macchiarsi dell’omicidio di Giorgio Soldati. Flamigni non avrebbe potuto scegliersi miglior collaboratore.
Infine, ha destato una certa sorpresa il giudizio assai tranciante di Dino Greco su Rossana Rossanda, accusata rispetto alla sua intervista a Mario Moretti con Carla Mosca di aver costruito un artefatto, rimanendo affascinata dalla figura tutt’altro che cristallina di Mario Moretti. Cosa pensi di questo perentorio giudizio?
Dino Greco contro Rossana Rossanda? Con tutto il rispetto per il mio ex direttore, abbandonerei qualunque idea di confronto tra i due. Capisco che a un «berlingueriano immaginario», come Greco, bruci il giudizio storico di una intellettuale comunista dello spessore di Rossanda. Dico berlingueriano immaginario perché quando lavoravo a Liberazione ne ho visti circolare diversi tipi: quelli che all’epoca erano ancora in fasce e Berlinguer lo hanno conosciuto attraverso l’iconografia postuma, e quelli che negli anni '70-'80 erano su altre posizioni politiche ben più estreme, per non dire extraparlamentari. Si trattava dunque di una singolare fascinazione postuma, una reinvenzione del personaggio che si suddivideva in due categorie: i nostalgici del compromesso storico, raffigurati nel recente film di Segre, e quelli che assolutizzavano la svolta dell’alternativa democratica: il Berlinguer dei cancelli alla Fiat e della questione morale, per intenderci. Greco all’epoca era tra i secondi, ma oggi mi pare sia ritornato sui suoi passi. A differenza di lui, Rossanda non ha realizzato una compilazione selezionata di pubblicazioni dietrologiche ma, come si diceva una volta, ha fatto l’inchiesta. È andata ai processi, ha letto le carte, ha fatto verifiche, ha incontrato i mostruosi brigatisti, ci ha discusso, si è confrontata. Ha sentito tante voci, persone e studiosi che la realtà delle fabbriche del Nord o della periferia romana conoscevano davvero. Un percorso lungo, maturato nel tempo modificando i pregiudizi ideologici iniziali che ha poi messo da parte. Una conoscenza che le ha permesso di superare anche il giudizio che espresse nel famoso articolo sull’album di famiglia, dove pur riconoscendo la filiazione delle Brigate rosse con la storia del movimento comunista, le rappresentava erroneamente come epigoni dello zdanovismo cominformista e non parte della nuova sinistra post-'68. Trascinata dalla polemica con le posizioni di Botteghe oscure rinfacciava al Pci una paternità che invece, sul piano sociologico, politico e culturale, era tutta dentro la storia di quel che era accaduto a cavallo dei decenni '60-'70. Dubito che Greco abbia mai letto un documento primario, una carta processuale. Cita la terza relazione della Moro 2 che riassume i lavori del 2017 (la Moro 2 non ha mai prodotto una relazione conclusiva) ma non credo abbia mai letto le relazioni del Ris sul garage di via Montalcini, le analisi splatter sulle macchie di sangue o la perizia acustica. Avrebbe scoperto che i carabinieri riconoscono la compatibilità del luogo e della dinamica, fino ad aver ricostruito la fattezza originaria del box, oggi modificato e ristretto a seguito di alcuni lavori. Per non parlare della nuova perizia tridimensionale della polizia scientifica che tanto ha mandato fuori di testa Flamigni e i membri più dietrologi della commissione parlamentare. La ricerca e la riflessione storica sono altra cosa dalla difesa di una posizione politica, per giunta smentita dalla storia.
12/04/2021
Moretti infiltrato? Una leggenda nera fabbricata a tavolino da Sergio Flamigni
Arrestato a Milano il 4 aprile del 1981, dopo una trappola tesa in
realtà ad Enrico Fenzi da un ex detenuto divenuto informatore della
polizia, Mario Moretti, 75 anni compiuti il 16 gennaio 2021, ha
raggiunto il suo quarantesimo anno di esecuzione pena. È l’unico membro
del nucleo storico e del comitato esecutivo delle Brigate rosse ad
essere ancora in carcere, in regime di semilibertà, misura ottenuta nel
1997 e che ha visto in questi anni chiusure, riaperture, restrizioni.
Una
circostanza che da sola dovrebbe fare giustizia dell’accusa che da più
parti gli viene mossa di essere stato un infiltrato all’interno delle
Brigate rosse. Nel corso dei decenni trascorsi è stata costruita sulla
sua persona una leggenda nera che lo rappresenta come una figura
ambigua, un doppiogiochista che ha operato per conto di imprecisati
Servizi segreti la cui nazionalità, o campo di appartenenza, varia di
volta in volta secondo le opinioni e gli schieramenti dei suoi
accusatori. Nonostante la presenza di una ricca pubblicistica e
filmografia che lo rappresenta in questo modo, prove anche minime di
queste affermazioni non ne esistono. Ma in questi casi non servono,
basta il brusio di fondo, il gioco di specchi e di echi reciproci dove
il rimbalzo delle parole dell’uno e dell’altro diventa fonte del vero.
Una macchina del fango a cui basta inchiodare la persona al sospetto,
all’illazione, alla congettura.
Le diffamazioni del «Mega»
A puntare il dito contro di lui, trasformando la dialettica politica, la diversità di punti vista sul modo di fare la lotta armata in attacchi alla purezza e integrità politica personale, sono stati all’inizio due suoi ex compagni. Alberto Franceschini e Giorgio Semeria, membri del nucleo storico delle Br, con grande disinvoltura gli attribuirono la responsabilità dei loro arresti chiedendo agli altri membri dell’Esecutivo esterno di aprire un’inchiesta nei suoi confronti. Indagine che venne svolta con molta discrezione da Lauro Azzolini e Franco Bonisoli, ma non da Rocco Micaletto che della iniziativa non fu messo al corrente, e appurò l’infondatezza dei sospetti. I due dirigenti reggiani delle Br risposero che nulla di irregolare era emerso sulla condotta di Moretti. Ma la cosa non finì lì, il sospetto, divenuto un rovello ossessivo fino a sfociare in un delirio paranoico, lavorò nella testa di Franceschini e Semeria: durante la stagione delle torture e dei pestaggi praticati dalle forze di polizia sui militanti appena catturati, i due decretarono la caccia ai «traditori» ai quali erano state estorte dichiarazioni con l’uso della forza. In un clima di caccia alle streghe, dove le divergenze d’opinione, una diversa linea politica, il mancato allineamento alle tesi del «Mega», soprannome con cui Franceschini amava farsi chiamare con deferenza nelle carceri speciali, veniva immediatamente tacciata di «resa» al nemico, «tradimento» e «infamità», un piano inclinato che portò Semeria a macchiarsi dell’omicidio di Giorgio Soldati. Proveniente da Prima Linea, gruppo ormai in dissoluzione, il 12 novembre 1981 Soldati venne catturato insieme a Nando Della Corte all’interno della stazione centrale di Milano dopo un conflitto a fuoco nel quale trovò la morte un poliziotto. I due stavano allacciando rapporti con il Partito Guerriglia, formazione distaccatasi dalle Br e che dal carcere Franceschini e Semeria avevano sponsorizzato per sabotare la gestione politica delle Br incarnata proprio da Moretti. In questura, dopo un interrogatorio violento, Della Corte cominciò a collaborare, mentre a Soldati vennero estorte solo delle dichiarazioni. Giunto nel carcere di Cuneo, Franceschini e Semeria lo processarono. Abbagliati da un’allucinatoria fuga dalla realtà ritenevano che le ammissioni rese non erano parole estorte con la forza ma la prova di una resa politica, un segno di imborghesimento, un tradimento della causa.
L’arrivo del bugiardo di Stato
Terminati gli anni del furore purificatorio e clamorosamente sconfitta, tra pentimenti e torture, l’esperienza del Partito Guerriglia su cui avevano scommesso tutte le loro carte, Franceschini e Semeria si avviarono sulla strada della dissociazione. Questa nuova postura tuttavia non ha modificato il loro male di vivere, l’impasto di risentimento e frustrazione che li ha spinti, nel più classico dei transfert, ad esportare sugli altri responsabilità e fallimenti personali. Ne approfittarono per acquisire vantaggi premiali in cambio di una narrazione della loro esperienza militante subordinata agli interessi di apparati politici che fuori dal carcere li accolsero a braccia aperte. Alle abituali sentenze di morte sostituirono l’arma raffinata della diffamazione che trovava nel senatore Sergio Flamigni (Pci-Pds e successivi) un abile divulgatore. Più volte membro delle diverse commissioni parlamentari che hanno indagato sulla vicenda Moro, Il suo volume, La sfinge delle Brigate rosse. Delitti, segreti e bugie del capo terrorista Mario Moretti, scritto per le edizioni Kaos nel 2004, raccoglie, rielabora e amplifica sotto forma di biografia nera le congetture di Franceschini contro Moretti. Quella di Flamigni è un’ossessione dichiarata, un «fatto personale», come scrive in appendice al suo volume, ma anche redditizia sul piano della notorietà e della carriera politico-parlamentare, con relativi benefit annessi. Pierluigi Zuffada, un brigatista della prima ora, formatosi all’interno della Sit-Siemens, spiega così il ritorno all’ovile di Franceschini: «Grazie al Pci di allora ha trovato una collocazione sociale e lavorativa in seguito alla sua dissociazione. Ma per portare acqua al suo mulino, Franceschini sa bene che doveva dare qualcosa in più. E il “qualcosa in più” fa parte proprio della sua personalità: lui si considerava il più intelligente e ... il più furbo, proprio così. E conoscendo i suoi polli, sapendo che la sola dissociazione non era poi la carta definitiva da giocare, ecco che trova la via maestra da percorrere tutta, insieme a Flamigni e soci: grazie alla veste politica e culturale del “redento”, inizia a suggerire argomenti che sicuramente avrebbero fatto presa nei suoi interlocutori, a rafforzare cioè la ricerca e di chi sta dietro alle “sedicenti”, o “cosiddette” Brigate Rosse. La risposta per Franceschini è semplice: ma sicuramente Moretti. Poiché è difficile sostenere che Moretti sia al servizio del Kgb o della Cia, Franceschini insiste su una presunta ambiguità del “capo”, lasciando poi ai suoi interlocutori/padroni il compito di ricamarci a dovere, cosa di cui sono veramente abili»1.
Il percorso politico-sindacale di Moretti
Nato a porto San Giorgio nelle Marche, orfano minorenne di padre in una famiglia con altri tre figli e una madre in difficoltà per crescerli, Moretti frequenta un convitto di salesiani a Fermo dove termina gli studi per raggiungere Milano grazie all’interessamento della marchesa Casati, sollecitata da una sua zia che aveva una portineria in un palazzo milanese della nobildonna. Questa vita di provincia è dipinta da Flamigni con toni foschi, Moretti viene descritto come un predestinato, un giovane «di destra» cresciuto in un «humus clericale» che dovrà infiltrare la sinistra (sic!), solo perché arriva alla politica e alla militanza rivoluzionaria a 22 anni, nella Milano del 1968-69, come tanti suoi coetanei. Anche il passaggio all’università Cattolica, l’unica che consentiva in quegli anni di frequentare corsi serali ad uno studente lavoratore come Moretti, che con il suo stipendio sostiene l’anziana madre e i tre fratelli, diviene la prova della sua ambiguità culturale, anche se in quella università con l’occupazione del novembre 1967 si manifestò uno degli eventi anticipatori della rivolta del 1968. In quella stessa università fece i suoi studi anche Nilde Jotti, ma a quanto pare per lei la regola di Flamigni non vale. Nemmeno la formazione politico-sindacale all’interno della Sit-Siemens, azienda che impiegava alla catena di montaggio tecnici diplomati come il giovane Moretti, placa il pregiudizio di Flamigni2. Anche il ruolo d’avanguardia nelle lotte all’interno della fabbrica, insieme a Gaio Di Silvestro e Ivano Prati, e che porta alla nascita del Gruppo di studio impiegati, contemporaneo alla formazione del primo Cub Pirelli, che poi si trasformerà nel Gruppo di studio operai-impiegati, «esperimento – racconterà lo stesso Moretti – di organizzazione autonoma dei lavoratori in fabbrica, tra il sindacato e la politica, tra la critica al modo di produzione capitalistico e il sogno di una progettualità democratica, rivoluzionaria»3, è per Flamigni motivo di maldicenza, ottusa dimostrazione della inadeguatezza culturale di un funzionario del Pci di fronte a quel che avveniva nelle fabbriche di quegli anni.
Gli arresti di Pinerolo
Ispirato
dalle accuse di Franceschini, Flamigni rincara la dose attribuendo a
Moretti responsabilità dirette nel primo arresto di Curcio e dello
stesso Franceschini 4.
Ma a smentire i due sono le stesse parole di Curcio e quelle di
Pierluigi Zuffada. Alberto Franceschini sa perfettamente di essere il
primo responsabile della propria cattura. Non doveva trovarsi a Pinerolo
con Curcio e Moretti nemmeno sapeva della sua presenza all’appuntamento
con “Frate Mitra”, glielo dirà Mara Cagol dopo il disperato tentativo
di intercettare i due lungo la strada per Pinerolo. I tre si erano visti
a Parma il sabato 7 settembre 1974, dove c’era un appartamento in cui
si tenevano gli incontri del «Nazionale». Era definita così, in quella
fase in cui non esisteva ancora un Esecutivo formalizzato, la sede di
coordinamento tra le varie colonne. A Milano operava Moretti, a Torino
Margherita Cagol e Curcio, Franceschini era sceso a Roma con altri
membri del gruppo, Bonavita e Pelli. Terminata la riunione nel tardo
pomeriggio, Moretti rientra a Milano. Sa che Curcio il giorno successivo
dovrà rivedere per la terza volta Girotto a Pinerolo. Lo raggiungerà
direttamente da Parma dove resterà a dormire mentre Franceschini sarebbe
rientrato a Roma. In realtà, mutando i programmi stabiliti,
Franceschini non va a Roma ma accompagna Curcio a Torino. I due poi la
domenica partono per Pinerolo. Il venerdì sera era arrivata una
telefonata ad Enrico Levati, un medico del gruppo di Borgomanero, vicino
Novara, che aveva contatti periferici con le Br. Nella telefonata un
anonimo diceva che la domenica successiva Renato Curcio sarebbe stato
arrestato all’appuntamento con Girotto. Levati raggiunse Milano ma ebbe
grosse difficoltà per riuscire a trovare il contatto giusto negli
ambienti delle fabbriche milanesi e far pervenire l’informazione. Quando
questa arrivò alle Br, Moretti aveva già lasciato Milano per Parma. Al
suo rientro trovò ad attenderlo con la notizia Attilio Casaletti, membro
della colonna milanese. Sicuro di trovare ancora Curcio, Moretti fece
ritorno a Parma dove arrivò intorno alle 22 insieme a Casaletti, ma non
trovò nessuno nella base. A questo punto, racconta Curcio, «Moretti
tenta di rintracciarmi nella mia casa di Torino, dove era venuto una
volta, ma non ricorda l’indirizzo e neppure sa come fare ad arrivarci.
Allora prova a ripescare Margherita, che doveva trovarsi in un’altra
casa, ma anche lei era appena partita per non so dove. Come ultima
possibilità convoca, in piena notte di sabato, un gruppo di compagni di
Milano e gli dice di creare dei “posti di blocco” sulle strade tra
Torino e Pinerolo»5.
Tentativo che Moretti racconta in questo modo: «andiamo sulla strada
per Pinerolo, separandoci sui due percorsi che portano a quella
cittadina, e ci mettiamo nel bordo sperando che Curcio ci noti mentre
passa»6. Zuffada
aggiunge altri dettagli: «i compagni partano per l’Astigiano per
avvisare Mara, che conosce l’abitazione di Renato, ma non la trovano.
Pensano che sia a Torino a casa di Renato, per cui da lì vanno a Torino
per cercarli, sperando che un contatto del luogo potesse conoscere
l’abitazione di Renato. Non trovano il contatto, e in quel momento Mario
e i due compagni prendono una decisione folle, anche perché era
arrivata la mattina: vanno sul luogo dell’appuntamento a Pinerolo nella
speranza di avvisare Renato prima dell’incontro con Girotto, rischiando
di cadere anch’essi nella trappola. Pensavano che ad accompagnarlo fosse
Mara, non certo che Franceschini fosse presente all’appuntamento. Si
accorgono di una situazione strana, nel senso che il luogo pullula di
agenti in borghese. La trappola era già scattata, i compagni riescono a
svignarsela»7.
Conclude Curcio, «Moretti non sapeva che non avevo viaggiato sulle
strade statali, ma su strade bianche e percorsi miei che non rivelavo a
nessuno. Dunque tutti i tentativi di raggiungermi vanno a vuoto»8.
Zuffada
e Moretti, smentendo Flamigni, sostengono che sulla figura di Girotto, a
parte Curcio, ci fosse nel gruppo una perplessità generale, in
particolare della Cagol. Secondo i piani di Curcio, l’ex frate avrebbe
dovuto essere inserito nel fronte logistico in costituzione. Diffidenza
rimasta anche dopo il secondo incontro a cui partecipò lo stesso Moretti
(presidiato da un folto gruppo di brigatisti che controllavano la zona
in armi, dissuadendo così le forze di Dalla Chiesa dall’intervenire).
L’arruolamento programmato di Girotto derogava una regola ferrea,
spiegherà successivamente Moretti: «nelle Br si arriva dopo una
militanza nel movimento, sperimentata e verificata. Per Girotto non
poteva essere così. Decidemmo almeno di essere rigidissimi sulla
compartimentazione. Stabilimmo che avrebbe lavorato solo con Curcio in
una struttura periferica, alla cascina Spiotta»9.
Sulle successive recriminazioni di Franceschini, Zuffada fornisce
alcune chiavi di lettura interessanti: «A partire dalla liberazione di
Renato [nel carcere di Casale Monferrato, Ndr], Franceschini ha
iniziato a imputare a Mario di non essere andato a liberarlo: la sua
“visione” su Moretti è stata rafforzata dall’aver preferito Renato a
lui. Non poteva prendersela con Mara, conoscendo bene come era fatta:
lei non gliela avrebbe mai fatta passare. Si può dire che Franceschini
abbia tratto un vantaggio dalla morte di Mara, nel senso che si è
trovato un testimone in meno per contrastare la sua versione»10.
Il secondo arresto di Curcio, la trappola contro Semeria e il delatore interno alla colonna veneta
Alcuni documenti recentemente desecretati e la testimonianza del giudice Carlo Mastelloni hanno permesso di ricostruire i retroscena che portarono al secondo arresto di Curcio nella base di via Maderno a Milano, il 18 gennaio del 1976, insieme a Nadia Mantovani, all’arresto nella stessa operazione di Angelo Basone, Vincenzo Guagliardo e di Silvia Rossi, moglie di quest’ultimo che però era estranea al gruppo. Le stesse fonti hanno permesso di ricostruire anche il nome di chi portò alla trappola tesa a Giorgio Semeria due mesi dopo, il 22 marzo 1976, sulla pensilina del rapido Venezia-Torino nella stazione centrale di Milano. Semeria provò a scendere dal treno ancora in movimento ma venne catturato e colpito al torace dal brigadiere Atzori quando era già stato immobilizzato. Il tentativo di omicidio nei suoi confronti spinse Semeria, allora responsabile del logistico nella colonna milanese, a ritenere che lo si volesse uccidere per coprire l’infiltrato che lo aveva venduto. In carcere, rimuginando insieme a Franceschini sulle circostanze dell’arresto, non trovò di meglio che indirizzare i sospetti contro Moretti, con il quale avrebbe dovuto incontrarsi il giorno successivo, chiedendo all’esecutivo di indagare su di lui. Accuse riprese da Flamigni nella sua monografia dedicata a Moretti11. Il delatore era, in realtà, un operaio veneto presente nella colonna fin dai suoi inizi e che lo aveva accompagnato alla stazione di Mestre, dove Semeria si era recato per rimettere in piedi la struttura locale. Secondo quanto riferito dal giudice Carlo Mastelloni nel suo libro Cuore di Stato, Semeria una volta in carcere fu avvertito dei sospetti che pesavano sull’operaio: due militanti veneti, Galati e Fasoli, che stavano per uscire dal carcere per scadenza dei termini di custodia cautelare, gli chiesero «di poter fare gli accertamenti del caso e colpire il presunto traditore». Semeria si oppose convinto che semmai l’operaio avesse avuto un ruolo, questi faceva parte di una rete di infiltrati che faceva capo a Moretti12. L’operaio venne arrestato da Mastelloni nel corso delle indagini sulla colonna veneta, «Ricordo – scrive Mastelloni – che qualche giorno dopo si precipitò nel mio ufficio per ottenere informazioni il colonnello Bottallo, capocentro a Padova del Sismi, già appartenente al vecchio Sid». Subito dopo questo intervento l’uomo venne rimesso in libertà13. In un appunto del generale Paolo Scriccia, consulente della Commissione Moro 2, presieduta da Giuseppe Fioroni, si può leggere che l’11 maggio 1993, nel corso di un esame testimoniale condotto dai pubblici ministeri romani Ionta e Salvi, il generale Nicolò Bozzo, collaboratore per il centro-nord del generale Dalla Chiesa, rivelò il nome di questo confidente: «ho notizia di un altro infiltrato nelle Brigate rosse e specificatamente di questo Tovo Maurizio che portò alla cattura di Curcio nel 1976 unitamente a Semeria Giorgio, Nadia Mantovani e Basone Angelo». Sempre nello stesso appunto troviamo un’altra testimonianza resa in commissione Stragi, il 21 gennaio del 1998, dove il generale Bozzo precisa: «noi abbiamo avuto un infiltrato, un certo Tovo Maurizio di Padova, nel 1975/1976. Questo Tovo Maurizio, Tovo o Lovo – io non l’ho mai visto e non ricordo bene – era una fonte del centro Sid di Padova. Il Sid, nella persona del generale Romeo. […] Seguendo questo soggetto siamo arrivati alla Mantovani, seguendo la Mantovani siamo arrivati al covo di via Maderno numero 10 [5 Ndr], dove la sera del 18 gennaio 1976 c’è stata un’irruzione, un conflitto a fuoco. Ferito Curcio e ferito gravemente il vicebrigadiere Prati. Sono stati catturati in due, Curcio e Mantovani. Da allora sono cessati gli infiltrati»14. In altri documenti dell’Aise, citati da Scriccia, si legge che l’infiltrato era indicato come fonte «Frillo». Nel l’ottobre 1990, sempre il generale Bozzo aveva rivelato in un altro interrogatorio che per quanto riguarda il Nord, i Carabinieri avevano avuto nel corso di tutta la loro attività di contrasto alle Brigate rosse, «solo tre infiltrati, tutti interni o fiancheggiatori, nessuno dei quali militare». Questi erano: «Silvano Girotto, nonché altri due, uno di Padova e uno della zona di Torino, i cui nomi sono noti ai magistrati che si interessarono delle relative vicende». Fonti – aggiunge Bozzo – che hanno collaborato «nell’anno 1974 (Girotto), nell’anno 1975/76 (quello di Padova) e nel 1979/80 (quello di Torino)». In realtà a Girotto non venne dato il tempo di infiltrarsi ma fu impiegato unicamente come esca. Dell’infiltrato torinese, parla invece il giudice Mastelloni nel suo libro: si trattava anche qui di un operaio della Fiat proveniente dal Pci che nel dicembre 1980 fece arrestare Nadia Ponti e Vincenzo Guagliardo, tornati a Torino per riorganizzare la colonna distrutta dalla collaborazione di Peci con i carabinieri di Dalla Chiesa. Contattato dalla staff di Dalla Chiesa – scrive Mastelloni – «l’uomo si accordò con i militari dietro promessa di un forte compenso economico per consegnare i due militanti clandestini, puntualmente bloccati all’interno di un bar del centro»15.
Note
1. Pierluigi Zuffada, Le bugie di Alberto Franceschini, https://insorgenze.net/2020/08/03/le-bugie-di-alberto-franceschini/, 3 agosto 2020.
2. Sergio Flamigni, La sfinge delle Brigate rosse, Kaos 2004, pp. 7-32.
3. Mario Moretti, Brigate rosse, una storia italiana, prima edizione Anabasi p. 7.
4. Sergio Flamigni, Idem, pp. 138-142.
5. Renato Curcio, A viso aperto, Mondadori 1993, p. 103-104.
6. M. Moretti, Idem, p. 76.
7. Pierluigi Zuffada, Idem, 3 agosto 2020.
8. R. Curcio, Idem, p. 104.
9. M. Moretti, Idem, p. 73-74.
10. Pierluigi Zuffada, Idem,
3 agosto 2020: «La liberazione è stata decisa dall’Esecutivo
dell’organizzazione all’interno di un programma per la liberazione dei
compagni dalle galere. L’inchiesta ha portato a scegliere il carcere di
Casale Monferrato come primo obiettivo, e tale scelta è stata imposta
dalle allora capacità operative dell’Organizzazione, soprattutto
dall’inesperienza nell’assaltare un carcere. Nella decisione di
scegliere Casale hanno pesato soprattutto le argomentazioni di “Mara”
Cagol. In contemporanea era stata fatta un’inchiesta sul carcere di
Saluzzo, dove Franceschini era recluso, e addirittura in seguito al suo
trasferimento a Pianosa, Moretti ha portato avanti inchieste per
pianificare un’evasione da Pianosa. Da notare che Franceschini si è
fatto beccare sul tetto di quel carcere durante una ricognizione per
scappare, vanificando di fatto tutto il progetto di fuga. Se non ricordo
male, né lui, né i suoi compagni di cella sono mai stati incriminati
per tentata evasione, o danneggiamento delle sbarre della finestra. Ma
ritornando a Casale, nella fase di pianificazione dell’azione sono stati
evidenziati errori “tecnici”, per il superamento di uno di questi io
sono stato chiamato da Mario Moretti: una volta corretto, ho insistito
per parteciparvi attivamente, e in seguito processato e condannato».
11. Sergio Flamigni, Idem, 162-164.
12. Carlo Mastelloni, Cuore di Stato, Mondadori 2017, p. 223.
13. Ibidem, p. 223.
14. CM Moro 2, Doc 799/3 del 2 novembre 2016, Appunto del generale Paolo Scriccia, declassificato il 2 febbraio 2018.
15. Carlo Mastelloni, Idem, pp. 103-104.
5
04/08/2020
Le stanche menzogne di Franceschini
In questi giorni assistiamo a diversi tentativi di “scrivere un’altra Storia”. A farlo è il blocco di potere dominante, attraverso i media, allenati a “gonfiare” e sgonfiare “dettagli” – spesso inventati o ininfluenti – che cambierebbero il senso dei fatti.
Il tutto dentro una “nuova narrazione” che allontana dal potere politico e dallo Stato ogni responsabilità per le stragi avvenute in questo Paese, su suo ordine (with a little help da parte della Cia) ed eseguite quasi sempre da fascisti “atlantizzati”.
Molta produzione “giornalistica” sfornata per l’anniversario della strage di Bologna rientra in questa categoria, anche se la gran massa è pura “panna montata” fatta di retorica mattarelliana e strafalcioni.
Nel “genere revisionista” entra pure la solita intervista ad Alberto Franceschini, dissociato-pentito delle Brigate Rosse, come sempre incentrata su un solo punto: consolidare l’ombra del sospetto su Mario Moretti, leader indiscusso della formazione armata più importante tra quante (diverse decine) praticarono la lotta armata negli anni ‘70.
Come facciamo sempre, l’abbiamo tranquillamente ignorata.
Ma stavolta c’è stato un fatto nuovo. Pierluigi Zuffada – membro del “nucleo storico” delle Br al pari di Franceschini, Curcio, Moretti, Mara Cagol e altri – che aveva fin qui scelto di star lontano dai riflettori e dalle discussioni tra ex, ha preso carta e penna per smontare pezzo pezzo le menzogne del primo.
Perché è importante questa “testimonianza”? Per molti buoni motivi. Intanto perché non comporta alcun vantaggio per colui che l’offre. E non è argomento secondario, visto che “dissociati” e “pentiti”, al contrario, hanno avuto benefici (di legge e anche non, come nel caso proprio di Franceschini) per dire quel che hanno detto. Semmai il buon “Zuffolo” potrebbe riceverne qualche fastidio...
In secondo luogo. Un’organizzazione clandestina ha una modalità di esistenza alquanto diversa dalle confuse assemblee della “sinistra” cui tutti ci siamo abituati negli ultimi 30 anni, dove si presenta e parla gente che nessuno conosce, si divaga per ore senza costrutto e dove non si decide mai nulla di concreto.
Un’organizzazione clandestina ha – per forza di cose – una precisa gerarchia, dove la discussione politica è “comune a tutti”, ma gli aspetti operativi di ogni singola azione sono a conoscenza solo dei pochi che vi partecipano.
Buona parte delle menzogne di Franceschini, a ben vedere, si basano sul fatto che su alcuni dei fatti che “narra” (nel senso letterario-fiction del termine) non ci sono stati fin qui altri testimoni. Mara Cagol è morta nel 1975, Curcio e altri (come lo stesso Zuffada fino ad oggi), non hanno voluto controbattere. Moretti “non conta”, dal punto di vista dei media di regime. Anzi, è il bersaglio dell’operazione...
In più, la testimonianza di Zuffada inchioda Franceschini alla sua stessa inadeguatezza come “guerrigliero”. Comportamenti, diciamo così, un po’ “distratti” per un clandestino (si allontana dal “covo” senza nemmeno chiudere le finestre, va ad un appuntamento cui non doveva essere presente). Un militante che però, una volta catturato, ritiene di dover essere “il primo” a venire liberato dai suoi compagni ma che, per le medesime sue leggerezze, rende impossibile farlo...
Una personalità “autocentrata”, che può essere contenuta e “corretta” in un organismo collettivo in cui la “forte determinazione” non manca, ma che straborda quando non trova ostacoli all’altezza. In alcuni libri, ricordiamo, si cita il soprannome di Franceschini quando era in carcere: “Mega”. Per un piccolo gruppo di suoi seguaci era il diminutivo di “grande capo megagalattico”. Per tutti gli altri, semplicemente “megalomane”.
Pinzillacchere, certo, ma che aiutano a definire meglio un personaggio che da decenni vive – in molti sensi – di menzogne sulla sua stessa storia e quella di chi ha avuto la sfortuna di frequentarlo.
Per chiudere, invitandovi a leggere la lettera integrale di “Zuffolo”, pubblicata da Insorgenze.net, ci preme sottolineare un criterio “storiografico” che seguiamo nell’approcciare questa parte della Storia del nostro Paese. Per rispondere alla domanda che qualche volta ci è stata posta: ma come fate a decidere che una certa versione è preferibile ad un’altra?
Da materialisti, osserviamo questa situazione assurda, che certifica quanto sia collassata l’intelligenza sociale sotto la pressione delle “narrazioni” di regime, e in special modo sotto l’operare della “dietrologia”:
Abbiamo davanti, da un lato, un traditore certificato, a termini di legge, che ha per questo ricevuto sostanziosi sconti di pena ed è totalmente libero da oltre un trentennio.
Dall’altro un prigioniero da oltre 39 anni, sia pure ora nella forma attenuata della “semilibertà” (si esce la mattina dal carcere, vi si torna la sera, con forti limitazioni alla libertà di movimento durante il giorno).
Che il primo accusi il secondo di essere “ambiguo”, insomma, è soprattutto un insulto all’intelligenza di tutti noi. Voi lettori compresi.
Buona lettura.
Con questa lettera inviata a Silvia De Bernadinis, una ricercatrice che si occupa della storia delle Brigate rosse, Pieluigi Zuffada, militante della prima ora delle Br, tecnico alla Sit-Siemens di Milano dove partecipò alla costruzione della Brigata di fabbrica, risponde alle dichiarazioni di Alberto Franceschini raccolte da Concetto Vecchio su Repubblica del 30 luglio 2020 (qui). Il valore storico delle affermazioni di Zuffada merita sicuramente un ulteriore approfondimento, anche alla luce delle novità storiografiche emerse negli ultimi tempi (la vicenda di Silvano Girotto, la telefonata a Levati e le circostanze dell’arresto di Semeria) che rafforzano la sua versione dei fatti contro quella di Franceschini. Ne riparleremo presto.
Cara Silvia buongiorno.
Ormai è trascorso tanto tempo dall’ultimo incontro e sinceramente mi dispiace rifarmi vivo per una questione esterna al nostro rapporto, quasi imposta. Mi riferisco all’intervista di Franceschini pubblicata su La Repubblica on line.
Della mia militanza nelle Brigate Rosse non ho mai parlato con chiunque, tantomeno pubblicamente. La mia storia è tutta mia, e ciò che oggi sono è il frutto di tutti i miei 74 anni di vita, di ciò che pensavo e ho fatto, e delle persone con cui ho avuto rapporti.
In sostanza, come succede ad ogni persona, la mia coscienza deriva dall’intero percorso della mia vita, ed è il risultato di una doppia e simultanea operazione: guardarsi dentro per guardare fuori, guardare i mutamenti del fuori per capire i mutamenti dentro di te.
Ma arrivo all’intervista di Franceschini. Non c’è molto da dire, tantomeno ragionare sui motivi che hanno spinto Repubblica a costruirla e pubblicarla. Un mio amico sostiene che la giustificazione è come il buco del culo: anche per le cose più ignobili, se ne trova sempre una. Mi piace, invece, parlare di alcuni fatti.
La liberazione di Curcio dal carcere di Casale Monferrato e l’ingenuità di Franceschini a Pianosa
Il primo riguarda la liberazione di Renato. La liberazione è stata decisa dall’Esecutivo dell’organizzazione all’interno di un programma per la liberazione dei compagni dalle galere.
L’inchiesta ha portato a scegliere il carcere di Casale Monferrato come primo obiettivo, e tale scelta è stata imposta dalle allora capacità operative dell’Organizzazione, soprattutto dall’inesperienza nell’assaltare un carcere.
Nella decisione di scegliere Casale hanno pesato soprattutto le argomentazioni di “Mara” Cagol. In contemporanea era stata fatta un’inchiesta sul carcere di Saluzzo, dove Franceschini era recluso, e addirittura in seguito al suo trasferimento a Pianosa, Moretti ha portato avanti inchieste per pianificare un’evasione da Pianosa.
Da notare che Franceschini si è fatto beccare sul tetto di quel carcere durante una ricognizione per scappare, vanificando di fatto tutto il progetto di fuga. Se non ricordo male, né lui, né i suoi compagni di cella sono mai stati incriminati per tentata evasione, o danneggiamento delle sbarre della finestra.
Ma ritornando a Casale, nella fase di pianificazione dell’azione sono stati evidenziati errori “tecnici”, per il superamento di uno di questi io sono stato chiamato da Mario Moretti: una volta corretto, ho insistito per parteciparvi attivamente, e in seguito processato e condannato.
Non potendo attaccare Mara, Franceschini ha preso di mira Moretti
Ma a partire dalla liberazione di Renato, Franceschini ha iniziato a imputare a Mario di non essere andato a liberarlo: la sua “visione” su Moretti è stata rafforzata dall’aver preferito Renato a lui.
Non poteva prendersela con Mara, conoscendo bene come era fatta: lei non gliela avrebbe mai fatta passare. Si può dire che Franceschini abbia tratto un vantaggio dalla morte di Mara, nel senso che si è trovato un testimone in meno per contrastare la sua versione.
La vera storia della cattura di Pinerolo
Ma da dove parte l’idea di Mario come infiltrato, agente più o meno segreto, doppio-triplo giochista? Dalla sua cattura a Pinerolo, insieme a Renato, mentre si accingevano ad incontrare Girotto, “frate mitra” come alcuni giornali lo presentavano.
Innanzitutto Franceschini non doveva andare a quell’appuntamento, a cui doveva essere presente solo Renato. Ma ancor prima di quell’incontro con il “guerrigliero”, Mara aveva avvisato Renato e Franceschini che Girotto non la raccontava giusta. Secondo lei, Girotto non era mai stato sulle montagne o le foreste della Bolivia o di qualche altro paese andino, perché lui... non aveva il passo da montanaro.
Chi vive per un lungo periodo in montagna assume posture e andature del tutto particolari. Girotto non le aveva, e Mara aveva iniziato a sospettare di lui. Ma i sospetti di Mara non hanno trovato credito, altrimenti i due non si sarebbero fatti arrestare.
Ma la cosa non finisce lì. La sera prima dell’appuntamento, alla colonna milanese arriva una “soffiata”: l’appuntamento tra Renato e Girotto era una trappola. Non siamo riusciti MAI a risalire alla fonte originaria di quella soffiata, in quanto della notizia erano a conoscenza solo i Carabinieri di Dalla Chiesa e la Procura di Torino.
In base a quella soffiata Mario, accompagnato da due compagni, inizia un folle viaggio di notte alla ricerca di Renato per avvisarlo della trappola. Non sapevano dove abitasse a Torino, per cui decisero di andare da Franceschini, di cui conoscevano l’alloggio a Piacenza. La decisione di andare da Franceschini fu presa perché lui conosceva dove Renato abitava.
Arrivati a Piacenza, scoprono che Franceschini non è in casa; i compagni lo aspettano in strada perché pensano che sia andato al cinema, in quanto la finestra dell’appartamento che dava sulla strada era aperta, segno evidente che lui non poteva essere andato lontano e, soprattutto, che di lì a poco sarebbe rientrato in casa.
Quando dopo l’una di notte non lo vedono rincasare, i compagni partano per l’Astigiano per avvisare Mara, che conosce l’abitazione di Renato, ma non la trovano. Pensano che sia a Torino a casa di Renato, per cui da lì vanno a Torino per cercarli, sperando che un contatto del luogo potesse conoscere l’abitazione di Renato.
Non trovano il contatto, e in quel momento Mario e i due compagni prendono una decisione folle, anche perché era arrivata la mattina: vanno al luogo dell’appuntamento a Pinerolo nella speranza di avvisare Renato prima dell’incontro con Girotto, rischiando di cadere anch’essi nella trappola. Pensavano che ad accompagnarlo fosse Mara, non certo che Franceschini fosse presente all’appuntamento.
Si accorgono di una situazione strana, nel senso che il luogo pullula di agenti in borghese. La trappola era già scattata, i compagni riescono a svignarsela.
Da quel giorno, Franceschini individua in Mario Moretti il responsabile della sua cattura, idea rafforzata in seguito dal fatto che Mario non venne catturato. Sic!
Mario Moretti nel 1975 era ricercato, non poteva tornare in fabbrica, Franceschini mente anche su questo punto
Anche l’inadeguatezza di Moretti a far parte dell’Esecutivo delle Brigate Rosse, che Franceschini sostiene di aver detto personalmente a Mario in occasione dell’Esecutivo tenuto il giorno prima del suo arresto a Pinerolo, è una circostanza che non torna. Franceschini dice di aver sostenuto durante la riunione che Mario sarebbe dovuto tornare in fabbrica per correggere la “concezione sindacalista” del suo pensiero. E questo avrebbe potuto tranquillamente farlo, in quanto Mario, sempre secondo Franceschini, fino al ’76 non era ricercato. L’individuazione della base di Via Boiardo, in seguito alle indicazioni date alla polizia da Pisetta, ha portato alla “latitanza” di Mario, in seguito anche al ritrovamento nella base dei tentativi di sviluppo di fotografie, allo scopo di impratichirsi in quella tecnica. Quelle foto ritraevano il figlio di Mario. Immediatamente dopo la scoperta della base (il famoso “covo di via Boiardo”) furono eseguite perquisizioni nella casa della moglie di Mario allo scopo di ritrovare prove di reato. Era il maggio del 1972! Da quel momento Mario fu ricercato dalle forze di polizia. Da tenere presente che Mario entrò in clandestinità alla fine del 1971, ultimo anno in cui fu impiegato alla Sit-Siemens. Mario non fu mai un “latitante”, in quanto entrò in clandestinità per una scelta fatta dall’Organizzazione mesi prima del 1972.
La campagna di primavera fu gestita da tutte le componenti dell’organizzazione, durante il rapimento i militanti prigionieri ebbero un ruolo importante e quello di Franceschini fu decisivo
Ma arrivo con gli ultimi due punti. Nell’intervista Franceschini si ritiene responsabile di aver costruito un’organizzazione che, solo dopo la sua cattura, e quindi al di fuori di una sua partecipazione o decisione, si è macchiata di numerosi delitti. Considero solo il “caso
Moro”. La gestione politica della Campagna di Primavera è stata fatta da tutte le componenti dell’organizzazione. Ugualmente va detto che il Fronte delle Carceri ha avuto un peso non indifferente, anzi. Per inciso, a mio personale parere, e ripeto personale, l’aver richiesto con il Secondo Comunicato la liberazione dei compagni imprigionati in cambio della vita di Moro è stato un errore madornale, in quanto con quella richiesta si sono chiuse tutte le possibilità di manovra. Si sono chiuse cioè tutte le possibilità di evidenziare le contraddizioni in campo alle forze istituzionali e addirittura di aprirne delle nuove, e magari di trovare un’altra soluzione all’iniziativa. Con quella richiesta è stata facilitata l’intransigenza del Pci, da cui ha origine l’esito del rapimento e la morte di Moro. Al di là di un mio convincimento per nulla recente, proprio perché il Fronte carcerario ha avuto un peso notevole, Franceschini è completamente responsabile, se non addirittura il principale artefice della richiesta di liberazione dei prigionieri politici. E di come la storia sia finita.
Nel 1978 Andreotti aveva la scorta, Franceschini non sa quel che dice
Lascio perdere l’affermazione sulla presunta inadeguatezza di Mario a essere un dirigente delle Brigate Rosse: ricordo solo che il suo arresto avvenne nel 1981, dopo 10 anni di dirigenza dell’organizzazione. Franceschini inoltre afferma che in carcere «non gli fu mai spiegata» la scelta di rapire Moro e di uccidere gli agenti di scorta, invece di rapire Andreotti. Andreotti non era scortato (e non sarebbero di conseguenza stati sacrificati gli agenti della scorta), cosa che lui stesso aveva verificato prima dell’arresto a Pinerolo (avvenuto nel ’74): infatti Andreotti gironzolava per Roma, ovviamente senza scorta, e addirittura Franceschini afferma che «arrivai persino a toccargli la gobba». Consideriamo solo le date: indagine condotta a Roma da Franceschini nel 1974, rapimento Moro nel 1978. Sono passati 4 anni, di guerriglia e di ovvia ristrutturazione degli apparati dello Stato.
Ritornando tra le braccia del Pci, Franceschini si è ritagliato il ruolo di suggeritore degli scenari dietrologici utili a quel partito
Per ultimo. Franceschini conosce bene i suoi polli: c’è cresciuto, si è alimentato, c’è ritornato. Sto parlando del Pci. Grazie al Pci di allora ha trovato una collocazione sociale e lavorativa in seguito alla sua dissociazione. Ma per portare acqua al suo mulino, Franceschini sa bene che doveva dare qualcosa in più. E il “qualcosa in più” fa parte proprio della sua personalità: lui si considerava il più intelligente e ... il più furbo, proprio così. E conoscendo i suoi polli, sapendo che la sola dissociazione non era poi la carta definitiva da giocare, ecco che trova la via maestra da percorrere tutta, insieme a Flamigni e soci: grazie alla veste politica e culturale del “redento”, inizia a suggerire argomenti che sicuramente avrebbero fatto presa nei suoi interlocutori, a rafforzare cioè la ricerca di chi sta dietro alle “sedicenti”, o “cosidette” Brigate Rosse. La risposta per Franceschini è semplice: ma sicuramente Moretti. Poiché è difficile sostenere che Moretti sia al servizio del Kgb o della Cia, Franceschini insistere su una presunta ambiguità del “capo”, lasciando poi ai suoi interlocutori/padroni il compito di ricamarci a dovere, cosa di cui sono veramente abili, facendo continuo sfoggio pur indossando abiti via via diversi, a seconda della convenienza del momento: dal Pci verso la Dc, cavalcando oggi il Pd. Sembra il testo di una canzone di Rino Gaetano. Fra parentesi, Moretti sta espiando ancora una pena, a 39 anni e mezzo dalla sua cattura! Già, dimostrazione evidente della sua presunta ambiguità.
Concludo. Mi sembra ormai giunto il momento di chiudere definitivamente con queste storie, e questa lettera che scrivo la interpreto come un piccolissimo contributo a chiudere con le polemiche. La società in cui sono nate, sono cresciute, hanno avuto importanza e sono morte le varie componenti del movimento rivoluzionario degli anni '70 e '80, non esiste più. Le contraddizioni sociali e di classe oggi marciano su altri mezzi e per altre strade, irriconoscibili da quelle di allora. Per cui ... mi sembra opportuno finire di dare elementi concreti di verità a coloro che li usano per distruggere ogni attuale possibilità di antagonismo. Penso che bisognerebbe lottare per l’ignoranza del potere.
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