di Paolo Persichetti
Il Mega
In carcere Franceschini veniva chiamato con deferenza dai suoi fedelissimi: il «Mega». Una prova di immodestia che per quelle singolari coincidenze della storia non lo ha abbandonato neanche al momento della dipartita. Il soprannome gli era stato attribuito da alcuni detenuti politicizzatisi in carcere, appartenenti ai «proletari prigionieri» che dall’interno dei gironi infernali delle prigioni speciali avevano aderito alle «Brigate di campo», l’organizzazione carceraria messa in piedi dalle Brigate rosse nelle prigioni di massima sicurezza.
Le Brigate di campo, almeno nell’idea originaria, dovevano essere degli embrioni di democrazia del popolo detenuto: furono protagoniste nel loro momento migliore delle lotte all’interno delle carceri speciali per migliorare le condizioni di vita, gli spazi di agibilità e socialità, la libertà di discussione e studio, di rivolte come l’Asinara e Trani, di innumerevoli tentativi di evasione. Un formidabile strumento di contropotere e di democrazia dal basso.
Purtroppo finirono col tempo per divenire in alcune situazioni degenerate delle leve di potere e terrore in mano a pochi individui, identificati come «capi» per il loro carisma, che decidevano della vita e della morte degli altri prigionieri, tacciando immediatamente di «resa» al nemico, «tradimento» e «infamità» chiunque non fosse allineato.
Franceschini fu uno di questi, anzi fu l’indiscusso leader supremo di questo dispotismo carcerario che aprì la «caccia ai traditori» e provocò la morte di alcuni militanti a cui le forze di polizia avevano estorto informazioni sotto tortura, mentre altri furono salvati in extremis in situazioni dove i suoi adepti non avevano la forza per imporsi.
Il naufragio politico e umano
Fino a quando non aveva consolidato un ferreo potere carcerario, per tutti Franceschini era solo «Franz». Questo slittamento semantico, questa trasformazione del nome è stata la prima metamorfosi del personaggio, seguita da altre.
Occorre partire da qui, e in particolare dal tragico fallimento del Partito guerriglia, la fazione brigatista di breve durata nata nella primavera del 1981 da una scissione che dal carcere aveva lungamente ispirato, insieme a Curcio, per comprenderne le diverse vite e il suo definitivo naufragio politico e umano.
Nel 1982, dopo otto anni di carcere si dissocia dalla lotta armata, esce dalle carceri speciali ed entra nel circuito delle «aree omogenee», istituti di pena premiali pensati per chi aveva preso le distanze da conflitto armato, dove la pressione carceraria era attenuata e le condizioni di vita agevolate. Nel 1987, grazie all’ultima legge sulla dissociazione ottiene cospicui sconti di pena iniziando il percorso di uscita dalla prigione.
Ma più che ripudiare il proprio passato, o come direbbero i professionisti della correzione carceraria, «rivisitarlo criticamente», Franceschini elabora da quel momento una riscrittura della propria storia politica finalizzata a cancellare ogni traccia di quei momenti indicibili che avrebbero compromesso il suo percorso postcarcerario.
La figura del rinnegato è un classico dell’antropologia umana, la differenza che lo distingue da colui che ripensa in modo critico la propria esperienza sta nella attribuzione delle responsabilità, nella collocazione del proprio io all’interno del bilancio esistenziale. Il rinnegato fa l’autocritica degli altri, esime se stesso da ogni colpa e trova nell’altrui comportamento tutte le responsabilità.
Pinerolo
Punti chiave nella vita di Franceschini sono il momento della sua cattura e le ripetute fallite evasioni. Viene arrestato per caso nel settembre del 1974. Non doveva essere insieme a Curcio in quel di Pinerolo dove il generale Dalla Chiesa aveva teso una trappola utilizzando Silvano Girotto come esca.
I suoi compagni lo pensavano a Roma, rientrato nella base dove in quel periodo era sceso con Prospero Gallinari e Fabrizio Pelli per organizzare il sequestro di un politico democristiano e affondare così il colpo al «cuore dello Stato». Eppure anni dopo attribuì la responsabilità dell’accaduto a Mario Moretti, colpevole di non esser riuscito a rintracciare Curcio in tempo, dopo una rocambolesca ricerca notturna e il tortuoso percorso di un messaggio che avvertiva del pericolo.
Va detto che un ruolo centrale nella costruzione della leggenda contro Moretti l’ebbe Giorgio Semeria, un altro brigatista molto vicino a Franceschini. Anche qui decisiva fu la cattura e l’incapacità di accettare i propri errori. Arrestato una prima volta nel maggio del '72, seguendo Semeria la polizia realizzò una retata contro l’intera colonna milanese.
Scarcerato per scadenza dei termini, venne riarrestato e quasi ucciso nel marzo del 1976 da un carabiniere alla stazione centrale di Milano grazie all’attività di un confidente, Leonio Bozzato, operaio dell’Assemblea autonoma di Porto Marghera che operava come informatore per conto del Sid nella colonna veneta diretta proprio da Semeria.
Una volta in carcere, Semeria si convinse che dietro al suo arresto e quelli precedenti di Franceschini e Curcio ci fosse Moretti (del ruolo di Bozzato saprà solo anni dopo). Una ossessione sposata da Franceschini nonostante le smentite dei componenti dell’Esecutivo. Serve poco la politica ma tanta psicanalisi per leggere questi comportamenti che nei decenni successivi alimenteranno una dietrologia infinita.
La storia ci dice ben altro: Franceschini e Semeria, una volta dissociati, usciranno dal carcere ottenendo come premio cospicui sconti di pena, mentre Moretti dopo 44 anni è ancora in esecuzione pena con sei ergastoli sulle spalle.
Il ritorno nel Pci e la dietrologia
Una volta fuori Franceschini ritrova l’abbraccio del vecchio Pci emiliano da cui proveniva. Il suo ex segretario ai tempi della militanza nella Fgci di Regio Emilia l’accoglie e gli offre un posto di lavoro all’Arci, in cambio farà da sponda alle ricostruzioni dietrologiche della storia brigatista avviando una stretta collaborazione con il senatore Sergio Flamigni, membro di diverse commissioni parlamentari d’inchiesta sul sequestro Moro.
Il Pci aveva bisogno di Franceschini per dare forza all’alibi che doveva fornire una giustificazione al fallimento delle proprie strategie politiche: dal compromesso storico alla linea della fermezza durante il rapimento Moro.
A tavolino costruisce la leggenda delle prime Brigate rosse «buone», contrapposte alle «bierre» militariste, sanguinarie ed eterodirette di Moretti. Eppure era tra i militanti che scelsero il passaggio alla clandestinità, presente nell’estate del 1974 quando si avviarono le fondamenta della nuova struttura organizzativa che poi segnerà il funzionamento delle Br negli anni successivi.
Fu lui a gestire in prima persona il sequestro Sossi che segnava il cambio di strategia e l’attacco al cuore dello Stato. Sempre lui era sceso a Roma per compiere inizialmente quel sequestro di un esponente Dc che poi verrà portato a termine nel marzo 1978.
Inventò di sana pianta l’esistenza del legame di Moretti col Superclan per celare la propria appartenenza al servizio d’ordine diretto da Simioni e il fatto che Moretti fu il primo a rompere ogni rapporto con quel gruppo. Una storia rovesciata che lo vedeva sempre nel ruolo immacolato di puro e ragionevole. Alcuni collaboratori racconteranno dei rimproveri da lui lanciati contro i compagni esterni perché la morte di Margherita Cagol tardava ad essere vendicata.
Dal carcere si distinguerà per i continui inviti a elevare il livello di scontro all’esterno e organizzare evasioni. Richieste che distoglieranno le colonne esterne dal lavoro politico nei posti di lavoro e nei territori. E quando i tentativi di evasione falliranno, come quello messo in piedi dalla colonna romana dall’isola dell’Asinara, dopo averci lavorato una intera estate, imputerà il fallimento a una mancata volontà politica radicalizzando sempre più le sue posizioni fino a formulare, dopo un durissimo pestaggio subito nel carcere di Nuoro, richieste di rappresaglia che mettevano in luce i segni preoccupanti di squilibrio mentale, come “affondare uno dei traghetti” che collegavano la Sardegna al continente.
Scriveva Bertolt Brecht che non c’è peggior nemico per gli elefanti liberi dell’elefante addomesticato.
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28/04/2025
Franceschini: l’archetipo dell’infame
È morto Alberto Franceschini. Se n’è andato l’11 Aprile. Da infame, così come ha vissuto la maggior parte della sua vita.
Nell’ombra. Assalito probabilmente dai suoi fantasmi. Circondato dal frastuono delle sue menzogne.
Fu, insieme a Renato Curcio ed altri, tra i cofondatori delle Brigate Rosse. Ovvero della più importante organizzazione armata comunista sorta negli anni ’70 in Italia e nel cuore dell’Occidente Capitalista.
Un’organizzazione di classe, nata dalle grandi fabbriche del Nord e dalla cultura rivoluzionaria del movimento operaio, che per un decennio fece tremare le strutture dello Stato borghese con il suo comitato d’affari.
Quel “comitato” composto allora soprattutto dalla Democrazia Cristiana e dai suoi alleati, di destra e di centrosinistra: Liberali, Repubblicani, Missini, Socialdemocratici.
Una storia di lotta e di insorgenza che Franceschini ha poi radicalmente tradito, diventando uno dei più ignobili fiancheggiatori degli apparati repressivi dello Stato e dei media di regime.
Dai servizi alla magistratura, dagli organi di informazione al corifeo della teoria del complotto – Sergio Flamigni – chiunque volesse gettare discredito sui suoi ex compagni, o ottenere informazioni taroccate per moltiplicare le pagine della più sgangherata pubblicistica dietrologica, non aveva che da rivolgersi a lui.
Narcisista, paranoico, affetto da delirio di onnipotenza, Franceschini in carcere si faceva chiamare il Mega. E megalomane lo fu di certo, soprattutto dopo la dissociazione. Attiva, anzi iperattiva...
Alberto Franceschini, infatti, non fu un semplice dissociato/pentito e collaboratore. Franceschini costituisce, potremmo dire, l’archetipo dell’infame.
Una convinzione che avevamo sempre coltivato ma che ci apparve ancora più chiara all’indomani di un’intervista pubblicata da Repubblica nel luglio del 2020, e dopo la quale scrivemmo un pezzo che qui riporto quasi integralmente.
Un pezzo che in occasione della sua dipartita non sconfessò. Anzi, rilanciò. Perché nel corso di quelle dichiarazioni Franceschini asseriva qualcosa che va al di là della semplice dissociazione/pentimento e della pur ignobile “confessione”.
Qualcosa che coinvolge l’etica rivoluzionaria e dunque esita nell’abiezione morale di un uomo che, incapace di sopportare il peso delle sue azioni, avrebbe preteso di salvare sé stesso addossando la responsabilità della Lotta Armata – e nello specifico delle Brigate Rosse – esclusivamente ai suoi compagni.
Soprattutto a Mario Moretti. Infangadone l’ineccepibile figura politica, di combattente e di uomo. Un uomo che ancora oggi, sebbene in regime di semilibertà, sconta il carcere. Dopo 44 anni.
Barbara Balzerani, una donna, una rivoluzionaria, ma soprattutto un’ amica la cui morte pesa come un macigno, ebbe a definirlo «un arlecchino dai mille servigi». Mai appellativo fu più appropriato.
Di seguito invece, le parole che scrissi nel 2020:
Scriveva il compagno Mao: «La morte di chi si sacrifica per gli interessi del popolo ha più peso del Monte Tai, ma la morte di chi serve i fascisti, di chi serve gli sfruttatori e gli oppressori, è più leggera di una piuma».
La morte di Alberto Franceschini è per noi più insignificante di una semplice piuma. E presto verrà spazzata dal vento.
Fonte
Nell’ombra. Assalito probabilmente dai suoi fantasmi. Circondato dal frastuono delle sue menzogne.
Fu, insieme a Renato Curcio ed altri, tra i cofondatori delle Brigate Rosse. Ovvero della più importante organizzazione armata comunista sorta negli anni ’70 in Italia e nel cuore dell’Occidente Capitalista.
Un’organizzazione di classe, nata dalle grandi fabbriche del Nord e dalla cultura rivoluzionaria del movimento operaio, che per un decennio fece tremare le strutture dello Stato borghese con il suo comitato d’affari.
Quel “comitato” composto allora soprattutto dalla Democrazia Cristiana e dai suoi alleati, di destra e di centrosinistra: Liberali, Repubblicani, Missini, Socialdemocratici.
Una storia di lotta e di insorgenza che Franceschini ha poi radicalmente tradito, diventando uno dei più ignobili fiancheggiatori degli apparati repressivi dello Stato e dei media di regime.
Dai servizi alla magistratura, dagli organi di informazione al corifeo della teoria del complotto – Sergio Flamigni – chiunque volesse gettare discredito sui suoi ex compagni, o ottenere informazioni taroccate per moltiplicare le pagine della più sgangherata pubblicistica dietrologica, non aveva che da rivolgersi a lui.
Narcisista, paranoico, affetto da delirio di onnipotenza, Franceschini in carcere si faceva chiamare il Mega. E megalomane lo fu di certo, soprattutto dopo la dissociazione. Attiva, anzi iperattiva...
Alberto Franceschini, infatti, non fu un semplice dissociato/pentito e collaboratore. Franceschini costituisce, potremmo dire, l’archetipo dell’infame.
Una convinzione che avevamo sempre coltivato ma che ci apparve ancora più chiara all’indomani di un’intervista pubblicata da Repubblica nel luglio del 2020, e dopo la quale scrivemmo un pezzo che qui riporto quasi integralmente.
Un pezzo che in occasione della sua dipartita non sconfessò. Anzi, rilanciò. Perché nel corso di quelle dichiarazioni Franceschini asseriva qualcosa che va al di là della semplice dissociazione/pentimento e della pur ignobile “confessione”.
Qualcosa che coinvolge l’etica rivoluzionaria e dunque esita nell’abiezione morale di un uomo che, incapace di sopportare il peso delle sue azioni, avrebbe preteso di salvare sé stesso addossando la responsabilità della Lotta Armata – e nello specifico delle Brigate Rosse – esclusivamente ai suoi compagni.
Soprattutto a Mario Moretti. Infangadone l’ineccepibile figura politica, di combattente e di uomo. Un uomo che ancora oggi, sebbene in regime di semilibertà, sconta il carcere. Dopo 44 anni.
Barbara Balzerani, una donna, una rivoluzionaria, ma soprattutto un’ amica la cui morte pesa come un macigno, ebbe a definirlo «un arlecchino dai mille servigi». Mai appellativo fu più appropriato.
Di seguito invece, le parole che scrissi nel 2020:
Franceschini è tre volte infame. Una volta perché rinnega la storia delle Brigate Rosse, lavandosi la coscienza con la viscida genuflessione morale al potere che intendeva combattere.Ahimè, ci ha pensato la natura. E allora, giunti al termine, mi sia consentito scomodare un gigante.
Una volta perché con essa rinnega i suoi compagni che in quella storia hanno creduto e per quella storia hanno sacrificato, con l’onore e la dignità che un vigliacco come lui non potrà mai comprendere, la loro vita. Tra morti e secoli di galera.
Una volta perché, con quel procedere strisciante tipico dei serpenti a sonaglie, afferma di non avere mai ucciso, ma di portare su di sé il peso della violenza che insanguinò l’Italia.
E, immediatamente dopo, accusa apertamente Moretti: «Le responsabilità di Moretti sono totali. Non credo che abbia fatto autocritica di nessun tipo». Praticamente, scarica su Mario Moretti e sulle azioni che le Br compirono, successivamente al suo (di Franceschini) arresto, tutto il peso della Lotta Armata comunista e delle decisioni capitali. Quelle, per intendersi, che dovevano e potevano condurre ad una vittoria finale delle forze rivoluzionarie.
Dimenticando di dire, dal basso gradino della sua ipocrisia, che c’era, almeno fino ad un certo momento (fine anni '70 inizio '80) un accordo quasi totale tra il fronte delle carceri – al quale Franceschini apparteneva e nel quale agiva con responsabilità di dirigente – e le brigate fuori, in merito alle azioni da condurre.
Questo ignobile personaggio, la statura etica del guerrigliero, che apparteneva e ancora appartiene a compagni come Moretti, non ha neanche lontanamente idea di cosa sia. Qualcuno avrebbe dovuto avere con lui la stessa fredda determinazione e la stessa intransigenza che, in quanto dirigente, Franceschinii ha riservato ad alcuni compagni. Altro che “non ho ucciso”. Ma non si può mai sapere. La Rivoluzione ha la memoria lunga.
Scriveva il compagno Mao: «La morte di chi si sacrifica per gli interessi del popolo ha più peso del Monte Tai, ma la morte di chi serve i fascisti, di chi serve gli sfruttatori e gli oppressori, è più leggera di una piuma».
La morte di Alberto Franceschini è per noi più insignificante di una semplice piuma. E presto verrà spazzata dal vento.
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04/03/2023
Da Bergamo a Crotone, speculare sulla morte altrui...
Due inchieste giudiziarie ai poli opposti dello Stivale – Bergamo e Crotone – gettano loro malgrado una luce fortissima sull’inconsistenza, o l’atteggiamento criminogeno, della “nuova classe politica” emersa nell’ultimo decennio.
Diciamo subito che non nutriamo alcuna illusione sul fatto che queste due inchieste arrivino al traguardo indenni. Sappiamo per lunga esperienza che il potere politico, per quanto fragile e impresentabile, difficilmente paga dazio. Se non per le vicende di corruzione, le uniche rimaste “sensibili” dai tempi di Mani Pulite, attraverso la stagione del populismo manettaro.
La stessa Mani Pulite, per altro, è oggi facilmente rileggibile come la prima operazione-test di lawfare, con cui i vertici multinazionali dell’imperialismo hanno poi decapitato sistemi o partiti non più utili o facilmente soggiogabili (in America Latina, per esempio, con Lula, Lugo e altri).
Più semplice, per certa magistratura, mostrarsi “durissima” con gli anarchici o le mobilitazioni sociali – dai No Tav alla logistica – interpretando al millimetro gli obiettivi indicati dai governi e dai “servizi”.
Comunque sia le inchieste per ora ci sono e ci mostrano un quadro di agghiacciante cinismo misto a palese incapacità. Ma questo filo comune non nasconde la differenza, rimarchevole anche se egualmente ignobile.
A Bergamo, come abbiamo scritto subito, tre anni fa, la decisione di non decretare una “zona rossa” in Val Seriana poteva avere una sola conseguenza: diffondere la pandemia in tutto il Paese.
Nella bergamasca, e poi in tutta Italia, abbiamo dunque avuto una strage di massa di proporzioni bibliche – ad oggi oltre 188mila morti ufficialmente registrati – per una ragione squisitamente economica cui l’intera classe politica non sapeva, poteva o voleva contrastare.
Nessuna forza politica è stata estranea a questa decisione. E chi pure era all’opposizione (l’attuale compagine governativa) ha semmai cavalcato successivamente la dietrologia “no vax”, non certo le priorità della salute collettiva.
Le imprese devono fare comunque profitto, voi potete anche morire a mucchi. Chiaro?
L’ordine è stato eseguito...
Il caso del naufragio in Calabria è effettivamente diverso, sia per i numeri (più di 60 persone, diversi bambini), sia per la nazionalità (tutti stranieri di paesi lontani come Siria, Iraq o Afghanistan), sia per la ragione.
A Crotone – se saranno confermate le ipotesi di reato sul “mancato salvataggio” – la motivazione è forse ancora più ignobile: lo sperato “ricavo elettorale”, o di generico consenso politico, a vantaggio delle forze di governo.
Non c’è naturalmente una graduatoria possibile nell’abissale infamia che le due inchieste rivelano. Servirebbe un Borges per descriverla appieno, e non abbiamo quella sapienza di scrittura.
Però possiamo dire che non ci potranno essere dimissioni – dovute, obbligate, persino “convenienti” per qualcuna della forze di questa maggioranza a scapito di altre – che potranno mai riempire quell’abisso.
Questa è la classe dirigente (imprese, politica, media, ecc.) che, accodata al treno “euro-atlantico”, per ragioni economiche o di calcolo politico, ci sta portando nella più totale inconsapevolezza verso un sempre più probabile conflitto mondiale.
Abituati come sono a considerare la morte altrui in termini di possibile “vantaggio”, non pensano neanche per un attimo di poter far parte, stavolta, della schiera che ci rimetterà le penne.
Fonte
Diciamo subito che non nutriamo alcuna illusione sul fatto che queste due inchieste arrivino al traguardo indenni. Sappiamo per lunga esperienza che il potere politico, per quanto fragile e impresentabile, difficilmente paga dazio. Se non per le vicende di corruzione, le uniche rimaste “sensibili” dai tempi di Mani Pulite, attraverso la stagione del populismo manettaro.
La stessa Mani Pulite, per altro, è oggi facilmente rileggibile come la prima operazione-test di lawfare, con cui i vertici multinazionali dell’imperialismo hanno poi decapitato sistemi o partiti non più utili o facilmente soggiogabili (in America Latina, per esempio, con Lula, Lugo e altri).
Più semplice, per certa magistratura, mostrarsi “durissima” con gli anarchici o le mobilitazioni sociali – dai No Tav alla logistica – interpretando al millimetro gli obiettivi indicati dai governi e dai “servizi”.
Comunque sia le inchieste per ora ci sono e ci mostrano un quadro di agghiacciante cinismo misto a palese incapacità. Ma questo filo comune non nasconde la differenza, rimarchevole anche se egualmente ignobile.
A Bergamo, come abbiamo scritto subito, tre anni fa, la decisione di non decretare una “zona rossa” in Val Seriana poteva avere una sola conseguenza: diffondere la pandemia in tutto il Paese.
“Dal punto di vista sanitario la scelta del governo Conte è completamente inutile, o almeno ampiamente insufficiente, così come tutte quelle precedenti. Per due ordini di motivi.Quella scelta del governo Conte 2 rispondeva perciò in modo criminale alla domanda: “il Pil o la vita?”. Tutto il capitale privato italiano, e del Nord innanzitutto, metteva il Pil con tabù intoccabile e pretendeva perciò che nulla potesse “disturbare la produzione“. Un comandamento poi diventato esplicito solo con il governo Meloni, ma che riassume al meglio le caratteristiche di ogni governo degli ultimi 30 anni.
Il primo, e principale, sta nell’assurda decisione di autorizzare spostamenti e permanenza in spazi chiusi, anche pieni di persone, ‘per motivi di lavoro’. In questo modo sicuramente il contagio continuerà ad espandersi, con oltre 20 milioni di lavoratori (e dirigenti) che in varia percentuale si infetteranno sul posto di lavoro e poi contageranno la famiglia, in teoria ‘messa al sicuro’ a forza di messaggi ‘io resto a casa’.
Il secondo, altrettanto importante, era già inserito invece nel decreto di sabato notte, quello che dichiarava ‘zona rossa’ tutta la Lombardia e altre 14 province del centro-nord. Lì, annullando il confinamento delle prime zone ritenute ‘focolaio’ per il numero eccezionale di casi positivi al Covid-19, veniva ‘liberato’ il virus su un’area eccezionalmente vasta.”
Nella bergamasca, e poi in tutta Italia, abbiamo dunque avuto una strage di massa di proporzioni bibliche – ad oggi oltre 188mila morti ufficialmente registrati – per una ragione squisitamente economica cui l’intera classe politica non sapeva, poteva o voleva contrastare.
Nessuna forza politica è stata estranea a questa decisione. E chi pure era all’opposizione (l’attuale compagine governativa) ha semmai cavalcato successivamente la dietrologia “no vax”, non certo le priorità della salute collettiva.
Le imprese devono fare comunque profitto, voi potete anche morire a mucchi. Chiaro?
L’ordine è stato eseguito...
Il caso del naufragio in Calabria è effettivamente diverso, sia per i numeri (più di 60 persone, diversi bambini), sia per la nazionalità (tutti stranieri di paesi lontani come Siria, Iraq o Afghanistan), sia per la ragione.
A Crotone – se saranno confermate le ipotesi di reato sul “mancato salvataggio” – la motivazione è forse ancora più ignobile: lo sperato “ricavo elettorale”, o di generico consenso politico, a vantaggio delle forze di governo.
Non c’è naturalmente una graduatoria possibile nell’abissale infamia che le due inchieste rivelano. Servirebbe un Borges per descriverla appieno, e non abbiamo quella sapienza di scrittura.
Però possiamo dire che non ci potranno essere dimissioni – dovute, obbligate, persino “convenienti” per qualcuna della forze di questa maggioranza a scapito di altre – che potranno mai riempire quell’abisso.
Questa è la classe dirigente (imprese, politica, media, ecc.) che, accodata al treno “euro-atlantico”, per ragioni economiche o di calcolo politico, ci sta portando nella più totale inconsapevolezza verso un sempre più probabile conflitto mondiale.
Abituati come sono a considerare la morte altrui in termini di possibile “vantaggio”, non pensano neanche per un attimo di poter far parte, stavolta, della schiera che ci rimetterà le penne.
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08/09/2018
Le scelte dell’8 settembre
Il ricordo dell’8 settembre, crocevia decisivo per la storia d’Italia, deve accompagnarsi necessariamente con la rappresentazione della Resistenza.
La memoria della Resistenza è direttamente connessa con le scelte compiute in quella giornata.
Scelte individuali e collettive.
La più importante fra queste scelte fu adottata il giorno dopo l’annuncio dell’Armistizio e l’abbandono completo dello Stato da parte di chi avrebbe dovuto rappresentarlo e costituirne l’autorità: la Monarchia e il Governo.
Il Comitato di Liberazione Nazionale (CLN) nasce il 9 settembre 1943 a Roma.
L’indomani della “fellonia” della casa reale e del governo Badoglio.
È il momento più difficile della storia nazionale unitaria: il territorio italiano, dopo lo sbarco alleato in Sicilia, quello in Calabria e quello a Salerno – che avviene lo stesso 9 settembre – è diventato una delle aree di guerra in cui le truppe anglo-americane e quelle tedesche si affrontano direttamente.
L’annuncio dell’armistizio, il giorno 8, non è stato preparato in alcun modo e le forze armate italiane si trovano completamente allo sbando.
E’ la scelta più difficile, i partiti si sono appena ricostruiti dopo venti anni di dittatura.
Eppure si trova la forza di proclamarsi rappresentanza e guida dell’intero popolo italiano.
La costituzione del CLN unisce in un unico organismo i diversi partiti dell’antifascismo storico, ognuno con un suo rappresentante.
Sotto la presidenza di Ivanoe Bonomi rappresentante di Democrazia del Lavoro antico socialista riformista e futuro presidente del Consiglio, ci sono esponenti del Partito Comunista (Mauro Scoccimarro e Giorgio Amendola), del Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria (Pietro Nenni e Giuseppe Romita), del Partito d’Azione (Ugo La Malfa e Sergio Fenoaltea), della Democrazia Cristiana (Alcide De Gasperi), della Democrazia del Lavoro (Meuccio Ruini) e del Partito Liberale (Alessandro Casati). Il Comitato, che fungerà da “direzione politica” della lotta di Liberazione, si prefigge il compito di «chiamare gli italiani alla resistenza» contro il nazifascismo e «riconquistare all’Italia il posto che le compete nel consesso delle libere nazioni».
Era la giornata del 9 settembre 1943, mentre la divisione Granatieri era impegnata nella difesa ad oltranza del ponte della Magliana, nella città, abbandonata a se stessa, in mezzo alla ridda delle voci contrastanti, i gruppi politici antifascisti cercavano faticosamente d’orientarsi sulla situazione e di prendere contatto con gli organi del governo Badoglio. Il Comitato delle opposizioni delega a questo scopo nelle prime ore del mattino Bonomi e Ruini, i quali si recano al Viminale e vi apprendono la notizia della fuga del re. Li ha preceduti una missione dell’Associazione combattenti richiedendo la distribuzione di armi per potersi battere a fianco dell’esercito. La richiesta, benché appoggiata dagli emissari del Comitato delle opposizioni, è «respinta con un no freddo. Anzi qualcuno, da parte monarchica, aggiunge che non bisogna esasperare gli invasori».
Posto di fronte alla più drammatica delle situazioni, con la sensazione di avere dinnanzi a sé il vuoto più assoluto d’ogni «autorità costituita» il Comitato delle opposizioni reagisce immediatamente; constatando la frattura decisiva determinata dall’8 settembre e traendo da questa constatazione l’indicazione delle sue nuove responsabilità, alle ore 14,30 esso approva la seguente mozione:
“Nel momento in cui il nazismo tenta restaurare in Roma e in Italia il suo alleato fascista, i partiti antifascisti si costituiscono in Comitato di liberazione nazionale, per chiamare gli italiani alla lotta e alla resistenza per riconquistare all’Italia il posto che le compete nel consesso delle libere nazioni.”Si trattò del passaggio decisivo questo della costituzione del CLN perché si verificasse l’indispensabile connessione tra l’individuale e il collettivo in una dimensione politica plurale: una grande novità dopo l’imposizione ventennale del totalitarismo fascista.
Si può ben dire che in quell’occasione si cominciò a costruire l’Italia repubblicana superando anche i limiti del Risorgimento (la gramsciana “rivoluzione mancata”) dai tanto vituperati, in seguito, partiti: fra i quali i grandi partiti di massa, il cui modello è stato incautamente abbandonato per abbracciare l’idea dei partiti personali, della governabilità esaustivamente intesa quale unica cifra dell’agire politico nell’omissione della necessità di rappresentanza come si sta pericolosamente imponendo in questa difficile fase storica.
La costituzione del CLN corrispondeva a un insieme di scelte individuali che le donne e gli uomini stavano compiendo in tutto il Paese: al Nord si andavano già costituendo le prime formazioni partigiane. Migliaia di militari sbandati si concentrano in zone di montagna con le armi di ordinanza pronti a difendersi, soprattutto in Piemonte per la dissoluzione della IV Armata dal rientro dalla Francia.
Era il momento delle scelte.
Prima di tutto non si può affermare che l’8 settembre rimanga come un nodo irrisolto nella storia d’Italia: atti, ruoli, protagonisti, responsabilità sono chiari e restano incontrovertibili nel delineare l’identità del nostro Paese per un’intera fase storica.
Si verificano passaggi storici che quasi “costringono” a prendere coscienza di verità che, in precedenza, apparivano come latenti o la cui piena consapevolezza sembrava riservata a pochi.
In quel drammatico frangente emerse la necessità di esplicitamente consentire o dissentire: il sistema stava crollando e gli obblighi verso lo Stato non costituivano più un sicuro punto di riferimento per i comportamenti individuali.
In questo senso Claudio Pavone, nel suo fondamentale “Una guerra civile, saggio storico sulla moralità della Resistenza” cita opportunamente Hobbes, riferendolo direttamente all’Italia del 1943:
“L’obbligo dei sudditi verso il sovrano s’intende che dura fino a che dura il potere, per il quale esso è in grado di proteggerli, e non più a lungo, poiché il diritto che gli uomini hanno per natura di proteggere se stessi, quando nessun altro può proteggerli, non può essere abbandonato a nessun patto.”La scelta doveva, infatti, esercitarsi fra una disobbedienza per la quale apparivano altissimi i prezzi da pagare e le lusinghe della pur tetra, “normalizzazione” nazifascista.
Il primo significato di libertà che assunse la scelta resistenziale fu implicita nel suo rappresentare un atto di disobbedienza.
Non si trattò tanto di ribellione a un governo legale, perché su chi detenesse la legalità non c’erano dubbi e la legalità non stava certo dalla parte dei nazifascisti, ma di ribellione verso chi disponeva, in quel momento, della forza per farsi obbedire.
Per la prima volta nella storia dell’Italia Unita le italiane e gli italiani vissero, in forme diverse anche rispetto alle realtà territoriali nelle quali si trovarono a dover vivere e operare, un’esperienza di disobbedienza di massa.
La solitudine, cioè la piena responsabilità individuale della decisione (“ho fatto di mia spontanea volontà, perciò non dovete piangere” scrive a 19 anni Vito Salmi, partigiano garibaldino, fucilato a Bardi il 4 maggio 1944) è come esaltata e insieme riscattata dalla percezione dell’ineliminabile necessità di scegliere tra comportamenti che recavano iscritti valori che come ha scritto Massimo Mila portavano a una “rivelazione a se stessi di una nuova possibilità di vita”.
Questa somma di scelte soggettive trovò allora il suo punto di coagulo, il suo riferimento, nella costituzione del CLN, nella capacità dei partiti antifascisti di costituire comunque un saldo elemento di coesione e di legittimità, sostituendosi immediatamente al vuoto creato dalla fuga del Re e di Badoglio e respingendo la pretesa dei nazisti e dei fascisti di colmarlo rappresentando un nuovo potere del terrore.
Così nacque la Resistenza tra scelte individuali e grande disegno collettivo di costruzione di una nuova Italia.
Di tutto questo dobbiamo mantenere e trasmettere memoria.
Una memoria che continua a intrecciarsi con quella dei fatti storici fondamentali non soltanto per l’identità di un Paese, ma dei singoli soggetti che la vivono.
E’ allora che si assiste, si legge, si riflette attorno ad un fenomeno collettivo: un patrimonio “nostro” dei valori comuni che ci appartengono e che determinano – appunto – la nostra identità.
Nel rievocare la Resistenza si può, allora, affermare che la memoria nasce dal dolore: dalla profondità del dolore, quello del quale si sente, quasi, la rappresentazione fisica della sofferenza morale, dell’afflizione dell’animo, dell’affanno.
Come se, tutti assieme, ci trovassimo lì a vegliare i nostri morti.
Non tutto però può esaurirsi nel dolore quando questo incontra la memoria: un intreccio da cui nasce la volontà di costruire il futuro.
La storia non era finita, dal sacrificio dei martiri poteva nascere l’attesa di una vita diversa, di una era di giustizia e di libertà alla fine di tante sopraffazioni.
Memoria, dolore, futuro legate assieme da un’unica idea di una nuova costruzione sociale, di una diversa identità.
Non si cadde allora, e non dobbiamo neppure farlo adesso, in una visione semplificato di un cosiddetto pessimismo leopardiano (o speranze, speranze, ameni inganni) perché i nostri martiri vivranno in eterno, non in un’immortalità solitaria ma per continuare a testimoniare l’idea, la necessità, l’urgenza di costruire un’altra costruzione sociale, diversa e alternativa da quella fondata sulla sopraffazione e lo sfruttamento.
Fonte
26/02/2018
“Il tradimento tedesco”, di Erich Kuby
Ci sono libri che bisogna assolutamente leggere e fare conoscere, libri che tolgono il velo di Maya delle narrazioni folkloristiche della storia e la mostrano in tutta la loro crudezza mostrando anche la miseria della dimensione umana di supposti potenti. Uno di questi libri è “Il Tradimento Tedesco” di Erich Kuby, giornalista ed editorialista tedesco sempre molto critico con la Germania postbellica, troppo incline a perdonare e dimenticare, una Germania che solo sotto la spinta di Kuby e di altri giornalisti come Hannah Arendt ha fatto molto parzialmente i conti con la Germania Nazista e gli orrori da essa creati.
Purtroppo questo libro, come molti altri di valore, dagli anni '90 del secolo scorso non è stato più ristampato, mentre non mancano le ristampe di narrazioni false e tossiche di chi descrive supposti assassini e supposte atrocità da parte dei partigiani, o che parla, con la lacrimuccia facile, di “sangue dei vinti”.
Kuby non appartiene a questa schiera; soldato della Wehrmacht sino alla fine della guerra, obtorto collo come molti suoi camerati, non ha mai risparmiato critiche al tentativo poco velato di una bella lenzuolata per cancellare tutto. In questo ed altri suoi libri, come “I Russi a Berlino”, critica ferocemente il regime nazista non solo accusandolo delle atrocità commesse, ma anche della pochezza, meschinità, squallore di tutti i suoi appartenenti e mostrando Hitler per quel mostro che è stato.
Ne “Il Tradimento Tedesco” svela molto chiaramente, utilizzando interviste e documenti storici inoppugnabili, come i nazisti, ed Hitler in primo luogo, abbiano sempre e comunque disprezzato e svilito i loro alleati italiani e lo stesso regime fascista, di come abbiano ingannato e mentito sottacendo anche informazioni indispensabili, non tenendo in alcun conto il loro “primo alleato”.
Per esempio, è ormai acclarato che l’informazione dell’invasione dell’URSS sia stata data a Mussolini nella notte, ormai a invasione iniziata, come si fa con un servitore.
Ancora di più Kuby si sofferma su Mussolini ed i suoi gerarchi, accusando – con prove – il primo di essere ondivago, indeciso, incerto, di non avere una politica estera, di essere soggiogato dalla fascinazione per Hitler ed alla fine di fare sempre tutto ciò che gli ordinava il mostro. Parole di apprezzamento ha invece per la figura di Ciano che, ancora in carica come ministro degli esteri, scongiurava “il Duce” prima di non allearsi con i tedeschi, poi di non entrare in guerra e infine, dopo il Gran Consiglio in cui Mussolini fu esautorato dai suoi stessi camerati, di mantenere una parte di “dirittura morale” (per quanto ne potesse avere un gerarca) e di essere stato condannato a morte da Hitler, che ordinò la vendetta a Mussolini.
Ciò che segui fu l’occupazione e la spoliazione dell’intera penisola, con 800.000 deportati fra militari e operai specializzati, la creazione della Repubblica di Salò, un fantoccio diretta in tutto e per tutto dai tedeschi e le stragi e le distruzioni che ne seguirono.
Da giornalista rigoroso, Kuby tratteggia con disprezzo la figura di Vittorio Emanuele III, della casa reale e dell’alto comando dell’esercito che si diedero alla fuga, abbandonando, come ben si sa, la nazione nel caos e facile preda delle divisioni naziste incalzanti. Da notare come questa situazione fosse già stata prevista e pianificata dall’OKW (Ober Kommando der Wehrmacht) che con un piano particolareggiato aveva pianificato l’occupazione e le ruberie in Italia. Mussolini sapeva tutto questo, magari anche solo in parte, dato che l’“alleato germanico” lo tenne prigioniero fino alla fine.
In particolare l’autore sottolinea lo squallore della gerarchia fascista, in maggioranza fuggita in Germania a fare la bella vita ed in parte nascosta, pronta a vendersi ai tedeschi o a consegnarsi agli alleati; e che, dopo la costituzione dell’RSI si abbandonò a corruzione e ruberie accumulando ingenti patrimoni.
Kuby non risparmia nemmeno Badoglio, che durante il fascismo si era arricchito a dismisura e, dopo avere abbandonato i suoi soldati ed essersi consegnato mani e piedi agli alleati, continuerà ad arricchirsi.
Solo pochi furono coloro che scelsero di unirsi ai gruppi partigiani in formazione, Kuby ricorda con particolare apprezzamento il colonnello Montezemolo che, dopo l’8 settembre, divenne una colonna portante di coloro che operavano in clandestinità a Roma sotto i nazisti.
Da ultimo l’autore disegna la ferocia delle SS, in particolare Kappler a Roma, trovando incredibile che, dopo essere stato condannato all’ergastolo, fosse poi liberato con un’azione clandestina dai contorni oscuri e che avesse potuto rientrare in Germania; “e poco mancò che nel paesello si adornassero di bandiere per festeggiare il ritorno del figlio”.
Non mancano neanche testimonianze sui soldati tedeschi e membri della SD e delle SS. I primi, capaci delle peggiori atrocità contro civili inermi per poi ritrovarsi con i propri camerati a sparlare di Hitler; gli altri, come fedeli servitori “che operavano su cuscinetti a sfera” efficienti e feroci nella loro banalità, tanto ben tratteggiata dalla Arendt nel processo ad Eichmann.
Ci sarebbero tanti altri particolari di rilievo, ma voglio solo ricordare le testimonianze sul comportamento dei gerarchi e su Graziani in particolare, alla fine della guerra, tutti a correre verso gli alleati e a spergiurare di non essere mai stati veramente fascisti, tranne coloro che furono giustamente fucilati dai partigiani, gli unici a conservare la dignità.
Tutto questo e molto di più si trova nel libro, corredato e corroborato da prove storiche inoppugnabili. Invito tutti a leggerlo per fare chiarezza su un periodo storico che non è terminato nel 1945, ma proseguito con i lutti che ben sappiamo fino alla riabilitazione dell’orrendo periodo ai giorni nostri.
Il testo può essere trovato in varie edizioni nel commercio on line, ma suggerisco l’edizione Supersaggi Bur del 1996, secondo me la più completa; in alternativa può essere trovato in biblioteche pubbliche mediamente fornite. Da leggere e fare conoscere.
Fonte
Purtroppo questo libro, come molti altri di valore, dagli anni '90 del secolo scorso non è stato più ristampato, mentre non mancano le ristampe di narrazioni false e tossiche di chi descrive supposti assassini e supposte atrocità da parte dei partigiani, o che parla, con la lacrimuccia facile, di “sangue dei vinti”.
Kuby non appartiene a questa schiera; soldato della Wehrmacht sino alla fine della guerra, obtorto collo come molti suoi camerati, non ha mai risparmiato critiche al tentativo poco velato di una bella lenzuolata per cancellare tutto. In questo ed altri suoi libri, come “I Russi a Berlino”, critica ferocemente il regime nazista non solo accusandolo delle atrocità commesse, ma anche della pochezza, meschinità, squallore di tutti i suoi appartenenti e mostrando Hitler per quel mostro che è stato.
Ne “Il Tradimento Tedesco” svela molto chiaramente, utilizzando interviste e documenti storici inoppugnabili, come i nazisti, ed Hitler in primo luogo, abbiano sempre e comunque disprezzato e svilito i loro alleati italiani e lo stesso regime fascista, di come abbiano ingannato e mentito sottacendo anche informazioni indispensabili, non tenendo in alcun conto il loro “primo alleato”.
Per esempio, è ormai acclarato che l’informazione dell’invasione dell’URSS sia stata data a Mussolini nella notte, ormai a invasione iniziata, come si fa con un servitore.
Ancora di più Kuby si sofferma su Mussolini ed i suoi gerarchi, accusando – con prove – il primo di essere ondivago, indeciso, incerto, di non avere una politica estera, di essere soggiogato dalla fascinazione per Hitler ed alla fine di fare sempre tutto ciò che gli ordinava il mostro. Parole di apprezzamento ha invece per la figura di Ciano che, ancora in carica come ministro degli esteri, scongiurava “il Duce” prima di non allearsi con i tedeschi, poi di non entrare in guerra e infine, dopo il Gran Consiglio in cui Mussolini fu esautorato dai suoi stessi camerati, di mantenere una parte di “dirittura morale” (per quanto ne potesse avere un gerarca) e di essere stato condannato a morte da Hitler, che ordinò la vendetta a Mussolini.
Ciò che segui fu l’occupazione e la spoliazione dell’intera penisola, con 800.000 deportati fra militari e operai specializzati, la creazione della Repubblica di Salò, un fantoccio diretta in tutto e per tutto dai tedeschi e le stragi e le distruzioni che ne seguirono.
Da giornalista rigoroso, Kuby tratteggia con disprezzo la figura di Vittorio Emanuele III, della casa reale e dell’alto comando dell’esercito che si diedero alla fuga, abbandonando, come ben si sa, la nazione nel caos e facile preda delle divisioni naziste incalzanti. Da notare come questa situazione fosse già stata prevista e pianificata dall’OKW (Ober Kommando der Wehrmacht) che con un piano particolareggiato aveva pianificato l’occupazione e le ruberie in Italia. Mussolini sapeva tutto questo, magari anche solo in parte, dato che l’“alleato germanico” lo tenne prigioniero fino alla fine.
In particolare l’autore sottolinea lo squallore della gerarchia fascista, in maggioranza fuggita in Germania a fare la bella vita ed in parte nascosta, pronta a vendersi ai tedeschi o a consegnarsi agli alleati; e che, dopo la costituzione dell’RSI si abbandonò a corruzione e ruberie accumulando ingenti patrimoni.
Kuby non risparmia nemmeno Badoglio, che durante il fascismo si era arricchito a dismisura e, dopo avere abbandonato i suoi soldati ed essersi consegnato mani e piedi agli alleati, continuerà ad arricchirsi.
Solo pochi furono coloro che scelsero di unirsi ai gruppi partigiani in formazione, Kuby ricorda con particolare apprezzamento il colonnello Montezemolo che, dopo l’8 settembre, divenne una colonna portante di coloro che operavano in clandestinità a Roma sotto i nazisti.
Da ultimo l’autore disegna la ferocia delle SS, in particolare Kappler a Roma, trovando incredibile che, dopo essere stato condannato all’ergastolo, fosse poi liberato con un’azione clandestina dai contorni oscuri e che avesse potuto rientrare in Germania; “e poco mancò che nel paesello si adornassero di bandiere per festeggiare il ritorno del figlio”.
Non mancano neanche testimonianze sui soldati tedeschi e membri della SD e delle SS. I primi, capaci delle peggiori atrocità contro civili inermi per poi ritrovarsi con i propri camerati a sparlare di Hitler; gli altri, come fedeli servitori “che operavano su cuscinetti a sfera” efficienti e feroci nella loro banalità, tanto ben tratteggiata dalla Arendt nel processo ad Eichmann.
Ci sarebbero tanti altri particolari di rilievo, ma voglio solo ricordare le testimonianze sul comportamento dei gerarchi e su Graziani in particolare, alla fine della guerra, tutti a correre verso gli alleati e a spergiurare di non essere mai stati veramente fascisti, tranne coloro che furono giustamente fucilati dai partigiani, gli unici a conservare la dignità.
Tutto questo e molto di più si trova nel libro, corredato e corroborato da prove storiche inoppugnabili. Invito tutti a leggerlo per fare chiarezza su un periodo storico che non è terminato nel 1945, ma proseguito con i lutti che ben sappiamo fino alla riabilitazione dell’orrendo periodo ai giorni nostri.
Il testo può essere trovato in varie edizioni nel commercio on line, ma suggerisco l’edizione Supersaggi Bur del 1996, secondo me la più completa; in alternativa può essere trovato in biblioteche pubbliche mediamente fornite. Da leggere e fare conoscere.
Fonte
26/01/2018
La scelta infame di Alberto Bagnai e la paralisi economica delle sinistre
La candidatura di Alberto Bagnai nelle fila della Lega di Matteo Salvini
va definita per come è: una scelta infame. E’ infame perché porta, o
cerca di portare, consenso a un partito parafascista e perché pretende
di perpetuare il solito giochino politico: illudere che, con
qualche scelta mitizzata come chissà quale mossa del cavallo, si possano
promuovere politiche di sinistra dal campo della destra.
La politica e la politica economica non
sono però manovrabili da quella partita doppia che sta alla base delle
discipline contabili: se da sinistra si possono, e si sono viste, fare
politiche economiche di destra, da destra non si possono, e non si sono
mai viste, fare politiche economiche di sinistra.
Anche il concetto di “interesse nazionale” evocato da Bagnai per legittimare la propria candidatura – in un partito che fino a ieri ha stentato a riconoscere persino
l’esistenza dell’Italia, è maggiormente radicato al Nord e ha vinto
referendum che intendono trattenere le tasse di Lombardia e Veneto in
quelle regioni – francamente appare qualcosa di pasticciato, confuso e bizzarro. Senza nominare gli alleati di Salvini oggi – Berlusconi che va a Davos per rassicurare il capitale globalista delle scelte dell’Italia. Oppure di quelli che potrebbero esserlo, come il Movimento 5 stelle. Un
movimento in piena confusione dove un giorno si parla di politiche alla
Trump, un altro di ripristino dell’articolo 18, un altro ancora di
superamento del concetto stesso di Pil cioè di due cose che
fanno drammaticamente a pugni con le politiche di Trump (per non parlare
del fatto che Bagnai ha più volte definito il M5S “asservito al
progetto neoliberista” si veda qui). Per non parlare degli alleati di sempre della Lega, Fratelli d’Italia della Meloni, pronti a smantellare tutto ciò che è “di sinistra” una volta al governo.
Siamo di fronte a un nuovo Bombacci?
Per chi non avesse seguito la vicenda storica del personaggio, Bombacci
fu socialista, segretario della camera del lavoro di Modena, tra i
fondatori di spicco del Partito Comunista d’Italia nel ’21. Aderì alla
repubblica di Salò, di cui ne evidenziava i caratteri di “sinistra”,
finì fucilato insieme a Pavolini, al grido di “viva il socialismo”, ed
esposto a testa in giù a piazzale Loreto assieme a Mussolini, la Petacci
ed altri noti gerarchi.
Ora intendiamoci, Bagnai non è Bombacci. La
sua scelta, infame perchè favorisce destre regressive, non va liquidata
con il semplice giudizio negativo sul passaggio di campo.
Siamo di fronte infatti a un autore vero, nato nel campo della
sinistra, che, come nessuno in questi anni, è riuscito a spiegare che
l’euro esiste per impoverire i salari, deindustrializzare i paesi più
deboli, privatizzarne (dall’estero) i beni e valorizzare i capitali.
Bagnai in questi anni, a partire dall’orribile 2011, ha fatto attività
di vera e propria innovazione scientifica su questi temi, divulgazione e
disseminazione di ottima qualità. E, non è qui il terreno per essere
critici, ha avuto sostanzialmente ragione: l’euro è nato per
impoverire il lavoro e valorizzare i capitali, per deindustrializzare i
paesi periferici (tra cui il nostro), per favorire la tenuta dei
capitali a detrimento delle economie territoriali.
C’è stato
però un problema: la teoria, non quella in senso astratto ma quella in
grado di capire il mondo, nel momento in cui sa di essere vincente cerca
sempre una sponda politica. E qui, nonostante molte premesse
favorevoli, la sponda politica per Bagnai si è sempre mostrata a destra. Perchè? Diciamo che per i tipi di sinistre presenti sul campo nonostante l’ora della ricreazione sia suonata da tempo non hanno, come colui che è in preda a droghe che rallentano fortemente la percezione, ancora avvertito il suono della campanella.
Quindi Bagnai era troppo, una provocazione,
per la sinistra istituzionale, quella che si mette sull’attenti quando
parla Draghi. Ma era troppo anche per la sinistra che ha bisogno solo di
qualcuno che reciti bene la lista dei diritti violati e da
ripristinare. Lasciando perdere la sinistra istituzionale, che
ha promosso politiche di destra ben prima del taglio della scala mobile
seguito allo choc valutario del 1992, nessuna sinistra, diciamo,
radicale è davvero riuscita a dialogare con Bagnai. Perché oggi il
rapporto tra teoria e politica è troppo simmetrico, causa la scarsità di
istituzioni politiche che la contengono. O la teoria legittima
direttamente una politica, dicendo meccanicamente “cosa fare”, oppure
viene rigettata tra equivoci, incomprensioni, accuse. Saper far rimanere
una teoria allo stato puro, assieme al suo autore, magari favorendo
qualche interpretazione e realizzazione del suo pensiero meno
dirompente, senza far uscire l’autore dal campo della sinistra, fa parte
di un know-how di politica culturale oggi quasi del tutto scomparso.
E così Bagnai che, a suo modo, ha impattato
come una supernova sulla superficie della sinistra, di ogni tipo, ha
finito semplicemente per rimbalzarci. Nell’ostilità della
sinistra istituzionale e nell’incapacità di quella non istituzionale di
dialogare con questo autore per costruire le fondamenta di politiche
economiche rivolte ad un modello nuovo, necessariamente almeno
postcapitalista. E nel frattempo, mentre Bagnai è atterrato a
destra, dopo 10 anni di crisi non si intravedono modelli di uscita da
sinistra di una economia, quella ostaggio del primato della finanza,
che ha mostrato tutti i suoi gravi limiti. E, sempre nel frattempo,
Bagnai, a ragione su questo piano, non si è risparmiato certo le accuse
di tradimento della sinistra rispetto agli interessi dei ceti
subalterni.
Tradimento, in effetti, è una parola utile se si
ricorda che ciò che è rimasto della sinistra istituzionale è figlio di
gente come Trentin che ai convegni del Cespe (il centro studi
economici del PCI) andava letteralmente urlando che le vere lotte della
classe operaia erano quelle per “i sacrifici” (sic). E che il calore con il quale l’economista liberista Modigliani, un santone dell’austerità (per i lavoratori)
veniva accolto dallo stesso Cespe (sempre quando era il sancta
sanctorum economico del PCI). Sono cose che dovrebbero far capire molto
non solo del mondo di ieri ma anche quello di domani. Eppure non sono
cose che fanno passare a destra. Perché passare ad una destra che è
egemonica rispetto alla sinistra non porta certo a promuovere politiche
di sinistra. Elementare, Watson.
Il modo con cui Bagnai usa il concetto di
“interesse nazionale” è qualcosa che sta tra il romanticismo politico e
un malinteso utilitarismo. L’idea che nel “nazionale”, ci sia
sempre qualcosa che richiami a una certa cura delle condizioni sociali
dei ceti subalterni dovrebbe essere superata da tempo. Senza una forza
politica di questi ceti subalterni niente garantisce che questo avvenga.
E questo non è certo ciò che la destra, a cui Bagnai si è alleato,
vuole. Ecco il cerchio magico in cui è finito un economista importante,
brillante, utile a sinistra: invoca l’interesse nazionale che, con la
destra che ha scelto come partner politico, non è garanzia di tenuta
sociale.
Certo la sinistra oggi è economia morale e non un modello di economia reale tanto più necessario quando si pensa di uscire da finanza globale, vincoli esterni. Passare a un campo parafascista è pero’ infame, specie se porta persone a destra in un momento critico come questo.
Per quanto la sinistra, nelle sue tante variazioni, sia di fatto
qualcosa oggi di destra, passare a destra non porterà a realizzare
nessuna politica di sinistra. Quando le forze economiche guardano a
destra è della diseguaglianza della distribuzione delle risorse che
hanno bisogno. Il resto è decorazione.
Redazione, 26 gennaio 2018
13/08/2017
Stazzema, storia dei fascisti che aiutarono le SS
Quelli che gridano “prima gli italiani”, ricordateveli. Saranno sempre loro che quando ci sarà da fucilare qualcuno diranno la stessa cosa...
C’erano anche gli italiani nella 16esima divisione corazzata che compì la strage del 1944: alcuni portavano la divisa tedesca, altri arrivarono con abiti civili per non farsi riconoscere. Ma i superstiti santannini il loro modo di parlare lo ricordano ancora.
C’erano anche gli italiani con le SS a Sant’Anna di Stazzema. Non solo i civili costretti a portare di notte, lungo i tornanti, il peso delle munizioni fino al paese della Versilia e, una volta assolto il compito, fucilati. Ma anche i volontari. Alcuni, arruolati regolarmente nella divisione, non si distinguevano dai tedeschi, perché portavano la divisa; altri, i fascisti locali, giunsero a Sant’Anna con gli abiti civili e il volto coperto per non farsi riconoscere. Dimenticarono però di camuffare la voce. E il loro accento, i santannini lo ricordano ancora.
C’erano anche gli italiani nella 16esima divisione corazzata. Un pensiero che, a distanza di 71 anni, non dà pace a uno dei superstiti, Enio Mancini. Nelle retrovie della divisione, composta in gran parte da ragazzi tra i 17 e i 20 anni e che contava in totale tra i 10mila e i 12mila uomini, gli italiani erano quasi la metà. Lo confermarono, dopo la guerra, il generale Max Simon, ufficiale dell SS, e Frederich Knorr, comandante dei servizi della divisione. Tra i nostri connazionali, alcuni erano stati reclutati dai campi di concentramento, altri arruolati come volontari, altri ancora venivano dall’esercito italiano, disciolto dopo l’8 settembre. Lo storico Carlo Gentile, tra gli esperti chiamati a deporre nel processo del tribunale militare di La Spezia, ha individuato 25 repubblichini arruolati nella 16esima divisione Reichsführer, per gradi che andavano dai soldati scelti ai sergenti.
I “più viscidi”, nei ricordi dei superstiti, erano però i collaborazionisti locali. Furono loro, con ogni probabilità, a condurre le quattro colonne a Sant’Anna. Circondarono il paesino da ogni lato, bloccando ogni via di fuga. Arrivarono all’alba, passando per vie impervie e sconosciute se non ai versiliesi. Del resto Mauro Pieri, Genoveffa Moriconi, Lilia Pardini, Enio Mancini, Renato Bonuccelli, Ada Battistini e molti altri superstiti hanno detto e ripetuto con assoluta certezza di aver sentito parlare in versiliese quella mattina. Nel 1945, a meno di un anno dall’eccidio, lo scrittore Manlio Cancogni, classe 1916, scriveva sulla Nazione del Popolo: “Dei nomi, uno sopra tutti, girano da tempo sulle bocche degli abitanti dell’intera regione e ci si aspetta, forse invano, che prove definitive confermino la verità del sospetto”.
Tra gli accusati di collaborazionismo, c’era Aleramo Garibaldi, che, come ammise alla commissione statunitense che fece le indagini subito dopo i fatti, aveva portato le armi a Sant’Anna, ma negò qualsiasi coinvolgimento attivo. Dopo la guerra, però, una superstite, Maria Luisa Ghilarducci, riconobbe in lui l’uomo che aveva azionato la mitragliatrice contro il suo gruppo. Garibaldi fu scagionato dal fatto che a Sant’Anna furono uccise anche sua moglie e le sue due figlie, che infatti figurano nell’elenco delle vittime. Ma i sospetti su di lui non sono mai stati cancellati. Al contrario di altri portatori, una volta a Sant’Anna Garibaldi non fu fucilato. Anzi, gli fu dato un lasciapassare tedesco per entrare e uscire dalla città. Tra gli altri presunti collaborazionisti citati nel corso degli anni figurano anche Francesco Gatti ed Egisto Cipriani. Nessuno però fu mai condannato, per insufficienza di prove. A dare il colpo di spugna nel 1946, fu l’amnistia firmata dall’allora ministro della Giustizia Palmiro Togliatti, con cui il guardasigilli, in un primo tentativo di pacificazione, condonò i reati di collaborazionismo e di concorso in omicidio compiuti dopo l’8 settembre.
Sant’Anna non è stata l’unica strage nazista che porta il marchio dei collaborazionisti. In altri casi, intervennero, a fianco dei nazisti, vere e proprie formazioni fasciste, come la Decima Mas a Guadine e a Forno, la Brigata Nera Apuana a Vinca e a Bergiola, la Brigata Nera di Lucca in Garfagnana e a Camaiore.
Fonte
A fronte di questi fatti e di tutta la situazione che si venne a creare in Italia all'indomani dell'8 settembre 1943, Togliatti mai avrebbe dovuto firmare alcuna amnistia, anche al costo di scatenare una nuova guerra civile nel Paese.
Fu una decisione infame e scellerata sia politicamente, sia eticamente.
*****
C’erano anche gli italiani nella 16esima divisione corazzata che compì la strage del 1944: alcuni portavano la divisa tedesca, altri arrivarono con abiti civili per non farsi riconoscere. Ma i superstiti santannini il loro modo di parlare lo ricordano ancora.
C’erano anche gli italiani con le SS a Sant’Anna di Stazzema. Non solo i civili costretti a portare di notte, lungo i tornanti, il peso delle munizioni fino al paese della Versilia e, una volta assolto il compito, fucilati. Ma anche i volontari. Alcuni, arruolati regolarmente nella divisione, non si distinguevano dai tedeschi, perché portavano la divisa; altri, i fascisti locali, giunsero a Sant’Anna con gli abiti civili e il volto coperto per non farsi riconoscere. Dimenticarono però di camuffare la voce. E il loro accento, i santannini lo ricordano ancora.
C’erano anche gli italiani nella 16esima divisione corazzata. Un pensiero che, a distanza di 71 anni, non dà pace a uno dei superstiti, Enio Mancini. Nelle retrovie della divisione, composta in gran parte da ragazzi tra i 17 e i 20 anni e che contava in totale tra i 10mila e i 12mila uomini, gli italiani erano quasi la metà. Lo confermarono, dopo la guerra, il generale Max Simon, ufficiale dell SS, e Frederich Knorr, comandante dei servizi della divisione. Tra i nostri connazionali, alcuni erano stati reclutati dai campi di concentramento, altri arruolati come volontari, altri ancora venivano dall’esercito italiano, disciolto dopo l’8 settembre. Lo storico Carlo Gentile, tra gli esperti chiamati a deporre nel processo del tribunale militare di La Spezia, ha individuato 25 repubblichini arruolati nella 16esima divisione Reichsführer, per gradi che andavano dai soldati scelti ai sergenti.
I “più viscidi”, nei ricordi dei superstiti, erano però i collaborazionisti locali. Furono loro, con ogni probabilità, a condurre le quattro colonne a Sant’Anna. Circondarono il paesino da ogni lato, bloccando ogni via di fuga. Arrivarono all’alba, passando per vie impervie e sconosciute se non ai versiliesi. Del resto Mauro Pieri, Genoveffa Moriconi, Lilia Pardini, Enio Mancini, Renato Bonuccelli, Ada Battistini e molti altri superstiti hanno detto e ripetuto con assoluta certezza di aver sentito parlare in versiliese quella mattina. Nel 1945, a meno di un anno dall’eccidio, lo scrittore Manlio Cancogni, classe 1916, scriveva sulla Nazione del Popolo: “Dei nomi, uno sopra tutti, girano da tempo sulle bocche degli abitanti dell’intera regione e ci si aspetta, forse invano, che prove definitive confermino la verità del sospetto”.
Tra gli accusati di collaborazionismo, c’era Aleramo Garibaldi, che, come ammise alla commissione statunitense che fece le indagini subito dopo i fatti, aveva portato le armi a Sant’Anna, ma negò qualsiasi coinvolgimento attivo. Dopo la guerra, però, una superstite, Maria Luisa Ghilarducci, riconobbe in lui l’uomo che aveva azionato la mitragliatrice contro il suo gruppo. Garibaldi fu scagionato dal fatto che a Sant’Anna furono uccise anche sua moglie e le sue due figlie, che infatti figurano nell’elenco delle vittime. Ma i sospetti su di lui non sono mai stati cancellati. Al contrario di altri portatori, una volta a Sant’Anna Garibaldi non fu fucilato. Anzi, gli fu dato un lasciapassare tedesco per entrare e uscire dalla città. Tra gli altri presunti collaborazionisti citati nel corso degli anni figurano anche Francesco Gatti ed Egisto Cipriani. Nessuno però fu mai condannato, per insufficienza di prove. A dare il colpo di spugna nel 1946, fu l’amnistia firmata dall’allora ministro della Giustizia Palmiro Togliatti, con cui il guardasigilli, in un primo tentativo di pacificazione, condonò i reati di collaborazionismo e di concorso in omicidio compiuti dopo l’8 settembre.
Sant’Anna non è stata l’unica strage nazista che porta il marchio dei collaborazionisti. In altri casi, intervennero, a fianco dei nazisti, vere e proprie formazioni fasciste, come la Decima Mas a Guadine e a Forno, la Brigata Nera Apuana a Vinca e a Bergiola, la Brigata Nera di Lucca in Garfagnana e a Camaiore.
Fonte
A fronte di questi fatti e di tutta la situazione che si venne a creare in Italia all'indomani dell'8 settembre 1943, Togliatti mai avrebbe dovuto firmare alcuna amnistia, anche al costo di scatenare una nuova guerra civile nel Paese.
Fu una decisione infame e scellerata sia politicamente, sia eticamente.
19/05/2017
FCA di Melfi. Libere mazzette in “libero” sindacato
Vincenzo Mauriello è un dirigente sindacale del Fismic, il sindacato autonomo, noi diciamo giallo, che nella FCA assieme a Fim e Uim è complice di tutte le decisioni di Marchionne e come tale riconosciuto dall’azienda.
In qualità di rappresentante sindacale nello stabilimento di Melfi del gruppo, Mauriello ha chiesto e intascato circa 5000 euro da genitori che così pensavano di favorire l’assunzione del figlio. Il fatto non costituisce reato, ha dichiarato la Procura della Repubblica di Foggia, perché quei soldi sono stati versati al sindacalista a titolo della sua opera di “intermediazione”. Sì perché il giovane in questione effettivamente è stato assunto in FCA come lavoratore interinale collocato dalla Manpower, ma poi non è stato confermato dall’azienda, due giorni prima della scadenza del contratto. Quindi l’intermediazione di Mauriello almeno parzialmente avrebbe funzionato, se poi il risultato finale non ha corrisposto a quello voluto, chi ha pagato 5000 euro per un posto di lavoro, potrà sempre rivalersi in sede civile, come quando il meccanico non aggiusta l’auto come convenuto. Così la sentenza.
È bene ricordare che Manpower è ufficialmente una agenzia interinale, che già esercita il ruolo di intermediazione di manodopera in virtù della sciagurata legge Treu del 1997, che autorizzò ai privati ciò che prima era solo compito del collocamento pubblico e che altrimenti veniva punito come caporalato. Dunque lo scandaloso pronunciamento del magistrato foggiano legalizza un’altra intermediazione di manodopera che si aggiunge a quella ufficiale. Vuoi essere assunto da Manpower che ti colloca in FCA che forse col tempo ti assumerà a sua volta? Paga 5000 euro a Mauriello, libera mazzetta in libero mercato del lavoro. Esentasse naturalmente.
Questo degrado sociale ed umano, perfettamente legale per i magistrati competenti, era già stato denunciato pubblicamente dal vescovo di Melfi Todisco, che aveva bollato come vergognoso questo ulteriore infame sfruttamento del bisogno di lavoro. A lui aveva risposto offeso proprio il Fismic, accusandolo di sparare nel mucchio degli onesti sindacalisti e intimandogli di fare i nomi. Ora che l’autore della richiesta di soldi è noto, il Fismic ha ben pensato di promuoverlo a dirigente provinciale di Foggia.
Naturalmente tutto questo è avvenuto a totale insaputa delle direzioni sia della Manpower che della FCA che ora cascano dalle nuvole; nonostante queste imprese abbiano intere strutture che lavorano per saper cosa facciano e cosa pensino i lavoratori con cui hanno a che fare. Ma non si può sapere tutto e poi “nun sacciu” è diventata la posizione ufficiale di tutte la classi dirigenti di questo paese, di fronte ad ogni porcheria in cui siano coinvolte.
Tutti invece sanno che per lavorare in FCA, e non solo lì, bisogna avere il viatico dei sindacati complici del padrone, quelli che firmano tutti gli accordi, quelli che vengono presentati come moderni e responsabili dal regime e dalla sua stampa. E la raccomandazione di questi sindacati non serve solo per esseri assunti, ma anche dopo, per usufruire di quei diritti elementari che tutelano la persona sul lavoro e che ora sono diventati favori, che il padrone concede solo ai più fedeli.
Usufruire della “intermediazione” di certi sindacalisti può non essere sufficiente, ma è spesso necessario. E che per questa intermediazione qualcuno chieda e riceva il suo compenso, ora anche ad un magistrato appare perfettamente lecito.
La disoccupazione di massa, la precarizzazione e lo sfruttamento del lavoro, la fine del collocamento pubblico, le politiche ed i contratti nel nome del libero mercato ed i loro autori, l’ignavia di una parte della magistratura, tutti assieme hanno legalizzato l’infamia. E questo trionfo, oggi dichiarato perfettamente lecito, dei metodi mafiosi nel lavoro è stato chiamato progresso e innovazione.
Fonte
In qualità di rappresentante sindacale nello stabilimento di Melfi del gruppo, Mauriello ha chiesto e intascato circa 5000 euro da genitori che così pensavano di favorire l’assunzione del figlio. Il fatto non costituisce reato, ha dichiarato la Procura della Repubblica di Foggia, perché quei soldi sono stati versati al sindacalista a titolo della sua opera di “intermediazione”. Sì perché il giovane in questione effettivamente è stato assunto in FCA come lavoratore interinale collocato dalla Manpower, ma poi non è stato confermato dall’azienda, due giorni prima della scadenza del contratto. Quindi l’intermediazione di Mauriello almeno parzialmente avrebbe funzionato, se poi il risultato finale non ha corrisposto a quello voluto, chi ha pagato 5000 euro per un posto di lavoro, potrà sempre rivalersi in sede civile, come quando il meccanico non aggiusta l’auto come convenuto. Così la sentenza.
È bene ricordare che Manpower è ufficialmente una agenzia interinale, che già esercita il ruolo di intermediazione di manodopera in virtù della sciagurata legge Treu del 1997, che autorizzò ai privati ciò che prima era solo compito del collocamento pubblico e che altrimenti veniva punito come caporalato. Dunque lo scandaloso pronunciamento del magistrato foggiano legalizza un’altra intermediazione di manodopera che si aggiunge a quella ufficiale. Vuoi essere assunto da Manpower che ti colloca in FCA che forse col tempo ti assumerà a sua volta? Paga 5000 euro a Mauriello, libera mazzetta in libero mercato del lavoro. Esentasse naturalmente.
Questo degrado sociale ed umano, perfettamente legale per i magistrati competenti, era già stato denunciato pubblicamente dal vescovo di Melfi Todisco, che aveva bollato come vergognoso questo ulteriore infame sfruttamento del bisogno di lavoro. A lui aveva risposto offeso proprio il Fismic, accusandolo di sparare nel mucchio degli onesti sindacalisti e intimandogli di fare i nomi. Ora che l’autore della richiesta di soldi è noto, il Fismic ha ben pensato di promuoverlo a dirigente provinciale di Foggia.
Naturalmente tutto questo è avvenuto a totale insaputa delle direzioni sia della Manpower che della FCA che ora cascano dalle nuvole; nonostante queste imprese abbiano intere strutture che lavorano per saper cosa facciano e cosa pensino i lavoratori con cui hanno a che fare. Ma non si può sapere tutto e poi “nun sacciu” è diventata la posizione ufficiale di tutte la classi dirigenti di questo paese, di fronte ad ogni porcheria in cui siano coinvolte.
Tutti invece sanno che per lavorare in FCA, e non solo lì, bisogna avere il viatico dei sindacati complici del padrone, quelli che firmano tutti gli accordi, quelli che vengono presentati come moderni e responsabili dal regime e dalla sua stampa. E la raccomandazione di questi sindacati non serve solo per esseri assunti, ma anche dopo, per usufruire di quei diritti elementari che tutelano la persona sul lavoro e che ora sono diventati favori, che il padrone concede solo ai più fedeli.
Usufruire della “intermediazione” di certi sindacalisti può non essere sufficiente, ma è spesso necessario. E che per questa intermediazione qualcuno chieda e riceva il suo compenso, ora anche ad un magistrato appare perfettamente lecito.
La disoccupazione di massa, la precarizzazione e lo sfruttamento del lavoro, la fine del collocamento pubblico, le politiche ed i contratti nel nome del libero mercato ed i loro autori, l’ignavia di una parte della magistratura, tutti assieme hanno legalizzato l’infamia. E questo trionfo, oggi dichiarato perfettamente lecito, dei metodi mafiosi nel lavoro è stato chiamato progresso e innovazione.
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Vincenzo Mauriello
11/01/2016
Genova 2001. Le vittime respingono la "conciliazione amichevole"
L'abbrutimento di uno Stato lascia tracce nauseabonde. E i quasi 15 anni passati dalla mattanza di Genova ad oggi hanno peggiorato la situazione, non certo attenuata.
DI nauseabondo, volendo essere precisi, c'è un assalto a una scuola addetta a dormitorio, con pestaggio selvaggio di chiunque fosse all'interno.
C'è la tortura praticata sia lì che nella caserma di Bolzaneto, riconosciuta da sentenze internazionali. Tortura in senso stretto, non metaforico, con tanto di “specialisti” e medici indegni di ricoprire ancora questa fondamentale professione.
C'è la tutela e addirittura la promozione di tutti i funzionari di medio e alto livello che avevano organizzato e diretto quella mattanza, anche dopo condanne penali comunque tardive e molto – troppo – tenui, o addirittura processi portati sapientemente fino ai termini della prescrizione.
C'è il tentativo infame di costruire, sia prima che dopo, prove false a carico delle vittime della mattanza (le famose “molotov” e non solo).
Ci sono le condanne per le vittime, spesso esagerate, enormemente superiori a quelle comminate ad alcuni dei torturatori (prima della prescrizione o della riduzione in appello).
C'è il protervo rifiuto di una classe politica – ricattata in alcuni casi esplicitamente dai vertici delle “forze dell'ordine” – di arrivare a inserire nel codice penale perfino il reato di tortura, unico paese d'Europa.
C'è l'infamia esplicita delle motivazioni addotte contro un passaggio legislativo che sarebbe stato già tardivo: “l'introduzione del reato di tortura limiterebbe le capacità di indagine delle forze di polizia”. Una confessione quasi diretta: sì, in effetti nella caserme d'Italia si tortura abitualmente.
C'è anche l'infamia più spicciola, al limite del ridicolo, quella che rifiuta da allora persino l'obbligo di un codice numerico identificativo sulle divise, che “metterebbe in pericolo gli agenti” anche se la corrispondenza di quel numero a un nome sarebbe comunque nelle mani dei funzionari dirigenti, non certo della cittadinanza.
C'è stata, infine, l'infamia finale: l'offerta di 45.000 € per una “conciliazione amichevole”. Un gesto, fatto dal ministero degli esteri per la presenza di diversi cittadini stranieri tra i torturati, che presenta diversi profili di infamia.
Offerta rifiutata dalle due vittime tedesche, Moritz Von Hungher e Anna Julia Kutschkau, torturate a Bolzaneto, come “inaccettabile”. L'avvocato Riccardo Passeggi, difensore, insieme a Valerio Onida, ex presidente della Corte Costituzionale, e Barbara Randazzo, docente di diritto delle Corti europee alla Statale di Milano, è stato decisamente netto: “Rispetto ai fatti del G8 di Genova, le istituzioni e in particolare i governi italiani, indipendentemente dal colore politico, sono da 15 anni in fuga dalla realtà dei fatti. Noi andremo avanti fino in fondo”.
Non è mancata, neppure nel proporre l'offerta, un'infamia supplementare. “I miei clienti – ha spiegato l'avvocato – respingono formalmente questa offerta. Innanzitutto perchè nessuno ha mai chiesto loro scusa. E poi anche perché, dopo aver presentato un ricorso per la messa in mora del governo per la mancata introduzione del reato di tortura nel codice penale, questo reato non è stato ancora introdotto. Nella lettera c'è scritto sia che il governo ha 'seriamente sanzionato' l'accaduto ed è sotto gli occhi di tutti che sia una frottola sia che ai miei clienti è già stata offerta una somma, che loro avrebbero rifiutato, per chiudere la vicenda. Anche questo non è vero perché nessuno ci ha mai proposto niente”. Insomma, persino nella “concliazione” il governo ha provato a far passare l'idea che le vittime stessero solo cercando di massimizzare il risarcimento, invece che pretendere giustizia.
“Trovo sinceramente imbarazzante – ha concluso l'avvocato Passeggi – che il rappresentante del governo a Strasburgo racconti frottole alla Corte europea. Non è una questione di soldi: il governo deve sapere che in Italia e soprattutto all'estero c'è ancora chi sa cosa sia una questione di principio”.
Di fatto, quella del governo è una confessione travestita da gesto unilaterale. Se lo Stato non fosse colpevole e già condannato a livello internazionale non offrirebbe un euro a nessuno, come pretenderebbe chi allora era al governo (i berlusconidi, fascisti e leghisti). Ma un colpevole che vuol pagare per estinguere gli effetti civilistici della sua colpa dovrebbe quantomeno ammettere di esserlo, non far finta di esser benevolo.
In secondo luogo, si offre un risarcimento per evitare condanne peggiori e il ritiro delle cause in corso presso la Corte europea di Staraburgo. In modo da poter continuare a diffondere una narrazione infame secondo cui lo Stato, a Genova, "non ha fatto in fondo nulla di male”.
In terzo luogo, è infame persino la cifra offerta. Presa di peso dall'unico caso di risarcimento accettato da una delle vittime e inferiore a quella di prammatica negli incidenti stradali. Che, ricordiamo, sono eventi “colposi”, non volontari e premeditati come gli assalti e le torture.
Una monetizzazione della tortura che, paradossalmente, rischia addirittura di creare bei buchi nel bilancio pubblico, perché le persone torturate nelle caserme e nelle carceri sono migliaia. E molti non sopravvivono, quindi le cifre offerte dovrebbero in quei casi salire enormemente.
Ma per le varie polizie d'Italia lo Stato – questa classe politica, così come le precedenti – è disposto a fare questo ed altro. Tutto, pur di non introdurre il reato di tortura e neanche il numero identificativo sulle divise (che ormai ce l'hanno persino i soldati dell'esercito israeliano....).
Naturalmente la formalizzazione del reato era tra le promesse di Matteo Renzi. Un punto in più, tra le imputazioni a suo carico...
Fonte
DI nauseabondo, volendo essere precisi, c'è un assalto a una scuola addetta a dormitorio, con pestaggio selvaggio di chiunque fosse all'interno.
C'è la tortura praticata sia lì che nella caserma di Bolzaneto, riconosciuta da sentenze internazionali. Tortura in senso stretto, non metaforico, con tanto di “specialisti” e medici indegni di ricoprire ancora questa fondamentale professione.
C'è la tutela e addirittura la promozione di tutti i funzionari di medio e alto livello che avevano organizzato e diretto quella mattanza, anche dopo condanne penali comunque tardive e molto – troppo – tenui, o addirittura processi portati sapientemente fino ai termini della prescrizione.
C'è il tentativo infame di costruire, sia prima che dopo, prove false a carico delle vittime della mattanza (le famose “molotov” e non solo).
Ci sono le condanne per le vittime, spesso esagerate, enormemente superiori a quelle comminate ad alcuni dei torturatori (prima della prescrizione o della riduzione in appello).
C'è il protervo rifiuto di una classe politica – ricattata in alcuni casi esplicitamente dai vertici delle “forze dell'ordine” – di arrivare a inserire nel codice penale perfino il reato di tortura, unico paese d'Europa.
C'è l'infamia esplicita delle motivazioni addotte contro un passaggio legislativo che sarebbe stato già tardivo: “l'introduzione del reato di tortura limiterebbe le capacità di indagine delle forze di polizia”. Una confessione quasi diretta: sì, in effetti nella caserme d'Italia si tortura abitualmente.
C'è anche l'infamia più spicciola, al limite del ridicolo, quella che rifiuta da allora persino l'obbligo di un codice numerico identificativo sulle divise, che “metterebbe in pericolo gli agenti” anche se la corrispondenza di quel numero a un nome sarebbe comunque nelle mani dei funzionari dirigenti, non certo della cittadinanza.
C'è stata, infine, l'infamia finale: l'offerta di 45.000 € per una “conciliazione amichevole”. Un gesto, fatto dal ministero degli esteri per la presenza di diversi cittadini stranieri tra i torturati, che presenta diversi profili di infamia.
Offerta rifiutata dalle due vittime tedesche, Moritz Von Hungher e Anna Julia Kutschkau, torturate a Bolzaneto, come “inaccettabile”. L'avvocato Riccardo Passeggi, difensore, insieme a Valerio Onida, ex presidente della Corte Costituzionale, e Barbara Randazzo, docente di diritto delle Corti europee alla Statale di Milano, è stato decisamente netto: “Rispetto ai fatti del G8 di Genova, le istituzioni e in particolare i governi italiani, indipendentemente dal colore politico, sono da 15 anni in fuga dalla realtà dei fatti. Noi andremo avanti fino in fondo”.
Non è mancata, neppure nel proporre l'offerta, un'infamia supplementare. “I miei clienti – ha spiegato l'avvocato – respingono formalmente questa offerta. Innanzitutto perchè nessuno ha mai chiesto loro scusa. E poi anche perché, dopo aver presentato un ricorso per la messa in mora del governo per la mancata introduzione del reato di tortura nel codice penale, questo reato non è stato ancora introdotto. Nella lettera c'è scritto sia che il governo ha 'seriamente sanzionato' l'accaduto ed è sotto gli occhi di tutti che sia una frottola sia che ai miei clienti è già stata offerta una somma, che loro avrebbero rifiutato, per chiudere la vicenda. Anche questo non è vero perché nessuno ci ha mai proposto niente”. Insomma, persino nella “concliazione” il governo ha provato a far passare l'idea che le vittime stessero solo cercando di massimizzare il risarcimento, invece che pretendere giustizia.
“Trovo sinceramente imbarazzante – ha concluso l'avvocato Passeggi – che il rappresentante del governo a Strasburgo racconti frottole alla Corte europea. Non è una questione di soldi: il governo deve sapere che in Italia e soprattutto all'estero c'è ancora chi sa cosa sia una questione di principio”.
Di fatto, quella del governo è una confessione travestita da gesto unilaterale. Se lo Stato non fosse colpevole e già condannato a livello internazionale non offrirebbe un euro a nessuno, come pretenderebbe chi allora era al governo (i berlusconidi, fascisti e leghisti). Ma un colpevole che vuol pagare per estinguere gli effetti civilistici della sua colpa dovrebbe quantomeno ammettere di esserlo, non far finta di esser benevolo.
In secondo luogo, si offre un risarcimento per evitare condanne peggiori e il ritiro delle cause in corso presso la Corte europea di Staraburgo. In modo da poter continuare a diffondere una narrazione infame secondo cui lo Stato, a Genova, "non ha fatto in fondo nulla di male”.
In terzo luogo, è infame persino la cifra offerta. Presa di peso dall'unico caso di risarcimento accettato da una delle vittime e inferiore a quella di prammatica negli incidenti stradali. Che, ricordiamo, sono eventi “colposi”, non volontari e premeditati come gli assalti e le torture.
Una monetizzazione della tortura che, paradossalmente, rischia addirittura di creare bei buchi nel bilancio pubblico, perché le persone torturate nelle caserme e nelle carceri sono migliaia. E molti non sopravvivono, quindi le cifre offerte dovrebbero in quei casi salire enormemente.
Ma per le varie polizie d'Italia lo Stato – questa classe politica, così come le precedenti – è disposto a fare questo ed altro. Tutto, pur di non introdurre il reato di tortura e neanche il numero identificativo sulle divise (che ormai ce l'hanno persino i soldati dell'esercito israeliano....).
Naturalmente la formalizzazione del reato era tra le promesse di Matteo Renzi. Un punto in più, tra le imputazioni a suo carico...
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