Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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08/09/2023
Ottant’anni fa l’8 settembre
La particolare congiuntura in cui si trova il sistema politico italiano nel quale si trova al governo un partito di chiara estrazione post-fascista e a-costituzionale (fiancheggiato da altri soggetti di destra mentre si sta costruendo addirittura una opposizione estremista proprio sullo stesso versante) reclama un impegno particolare per ricordare la prossima scadenza dell’8 settembre della quale ricorrono gli ottant’anni.
Un ricordo che deve partire dalla constatazione che, in quel tempo, il giorno stesso dell’annuncio dell’armistizio e della fuga di Re e Governo da Roma, dai partiti antifascisti fu formato il CLN che poi assunse la guida della Resistenza e del Paese.
Eventi grandi, eccezionali, pongono i popoli e le donne e gli uomini che ne fanno parte davanti alla necessità di scelte drastiche e decisive per l’avvenire della loro nazione, della loro entità collettiva e per loro stessi.
Si verificano passaggi storici che quasi “costringono” a prendere coscienza di verità che, in precedenza, apparivano come latenti o la cui piena consapevolezza sembrava riservata a pochi.
Uno di questi avvenimenti, forse quello davvero decisivo nella storia d’Italia (almeno per la sua parte più recente) fu rappresentato dal vuoto istituzionale creatosi con l’armistizio dell’8 settembre 1943.
In quel contesto emerse la necessità, per i singoli, di compiere scelte cui la gran parte non aveva mai pensato di dover essere chiamata.
In quel drammatico frangente emerse la necessità di esplicitamente consentire o dissentire: il sistema stava crollando e gli obblighi verso lo Stato non costituivano più un sicuro punto di riferimento per i comportamenti individuali.
La scelta individuale compiuta al momento del “prendere o lasciare” determinata dall’invasione tedesca e dalla subalternità fascista era così maturata nella prefigurazione di un futuro diverso dove l’anelito alla libertà trovava sostanza nei principi fondativi di un’appartenenza politica.
Il radicamento dei partiti nella società italiana del dopoguerra ebbe certo uno dei suoi presupposti in questa loro presenza resistenziale e si può affermare ancora adesso, con sicurezza e con orgoglio, che su queste basi fu possibile poi, nel corso di frangenti quanto mai difficili, scrivere la Costituzione Repubblicana.
A 80 anni di distanza e nel momento del potere esercitato da una destra diretta erede di quella che il CLN aveva saputo combattere nel frangente più drammatico nella storia dell’umanità, è nostro dovere esprimere il meglio del ricordo.
Fonte
09/09/2019
La scelta dell’8 settembre
Non è vero che l’8 settembre rimanga come un nodo irrisolto nella storia d’Italia: atti, ruoli, protagonisti, responsabilità sono chiari e restano incontrovertibili nel delineare l’identità del nostro Paese per una intera fase storica.
Mi permetto quindi di riproporre questo testo nell’idea che si possa fornire ancora un contributo a delineare ciò che è avvenuto nel momento più critico nella storia dell’Italia dall’Unità in avanti.
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Eventi grandi, eccezionali, pongono i popoli e le donne e gli uomini che ne fanno parte davanti alla necessità di scelte drastiche e decisive per l’avvenire della loro nazione, della loro entità collettiva e per loro stessi.
Si verificano passaggi storici che quasi “costringono” a prendere coscienza di verità che, in precedenza, apparivano come latenti o la cui piena consapevolezza sembrava riservata a pochi.
Uno di questi avvenimenti, forse quello davvero decisivo nella storia d’Italia (almeno per la sua parte più recente) fu rappresentato dal vuoto istituzionale creatosi con l’armistizio dell’8 settembre 1943.
In quel contesto emerse la necessità, per i singoli, di compiere scelte cui la gran parte non aveva mai pensato di dover essere chiamata.
In quel drammatico frangente emerse la necessità di esplicitamente consentire o dissentire: il sistema stava crollando e gli obblighi verso lo Stato non costituivano più un sicuro punto di riferimento per i comportamenti individuali.
Lo Stato non era più in grado di pretendere quei “sacrifici per amore” di cui parla Jean Paul Sartre nell’intervista rilasciata nel 1969 a Rossana Rossanda, a proposito della guerra in Vietnam.
In questo senso Claudio Pavone, nel suo fondamentale “Una guerra civile, saggio storico sulla moralità della Resistenza” cita opportunamente Hobbes, riferendolo direttamente all’Italia del 1943: “ L’obbligo dei sudditi verso il sovrano s’intende che dura fino a che dura il potere, per il quale esso è in grado di proteggerli, e non più a lungo, poiché il diritto che gli uomini hanno per natura di proteggere se stessi, quando nessun altro può proteggerli, non può essere abbandonato a nessun patto.” “Il Leviatano pag.216″.
La scomparsa della presenza statale, come si verificò d’improvviso l’8 settembre 1943, poteva essere avvertita con un senso di smarrimento o come un’occasione di libertà.
Però quando le truppe tedesche di occupazione cominciarono a dare un minimo di formalizzazione alla loro violenza e quando, subito dopo, i fascisti crearono la Repubblica Sociale, quando cioè nell’Italia occupata il vuoto istituzionale fu in un qualche modo riempito da un diverso sistema di autorità, la scelta da compiere divenne più dura e drammatica, perché la spontanea, umana solidarietà “tra scampati” dei primi giorni non poteva essere più sufficiente.
La scelta doveva, infatti, esercitarsi fra una disobbedienza per la quale apparivano altissimi i prezzi da pagare e le lusinghe della, pur tetra, “normalizzazione” nazifascista.
Il primo significato di libertà che assunse la scelta resistenziale fu implicita nel suo rappresentare un atto di disobbedienza.
Non si trattò tanto di ribellione a un governo legale, perché su chi detenesse la legalità non c’erano dubbi, ma di ribellione verso chi disponeva, in quel momento, della forza per farsi obbedire.
Era, cioè (come precisò poi, nel 1986, Franco Venturi nel corso di un seminario tenuto alla Scuola Normale di Pisa) “una rivolta contro il potere dell’uomo sull’uomo, una riaffermazione dell’antico principio che il potere non deve averla vinta sulla virtù”.
Per la prima volta nella storia dell’Italia Unita le italiane e gli italiani vissero, in forme diverse anche rispetto alle realtà territoriali nelle quali si trovarono a dover vivere e operare, un’esperienza di disobbedienza di massa.
Il fatto va ricordato come di particolare rilevanza proprio per quella generazione che, nella scuola, era stata educata a una sorta di “culto dell’obbedienza”.
Un secondo elemento da analizzare attentamente è rappresentato dal fatto che, davanti a scelte prima di tutto individuali, si presentò il nesso “necessità – libertà”, che proprio nella scelta resistenziale assunse, insieme, problematicità e limpidezza nello stesso tempo.
Una scelta da compiere ,citando ancora Sartre (“La repubblica del silenzio”) “nella responsabilità totale e nella solitudine totale, cercando la rivelazione stessa della nostra libertà”.
La solitudine, cioè la piena responsabilità individuale della decisione (“ho fatto di mia spontanea volontà, perciò non dovete piangere” scrive a 19 anni Vito Salmi, partigiano garibaldino, fucilato a Bardi il 4 Maggio 1944) è come esaltata e insieme riscattata dalla percezione dell’ineliminabile necessità di scegliere tra comportamenti che recavano iscritti valori che come ha scritto Massimo Mila portavano a una “rivelazione a se stessi di una nuova possibilità di vita”.
Questo senso della vita che “ricomincia da capo” (come scrisse “Risorgimento Liberale” il 23 Novembre 1943) sebbene avesse assunto sotto tanti aspetti la veste della politica, andava ben oltre quel “correre il rischio del politico” che Carl Schimtt indica quale conseguenza ineluttabile del fatto che “tutti i cittadini vengono obbligati a prendere posizione nella guerra civile”.
Si trattò piuttosto , come scrive Hirschman, “della percezione improvvisa (o dell’illusione”) che posso agire per cambiare in meglio la società e che, inoltre, posso unirmi ad altre persone della stessa opinione”.
La politica irruppe così nella vita partigiana, allorquando la “banda” nata da un’iniziale spinta di rivolta antistituzionale, o almeno di supplenza all’eclisse delle istituzioni, evolvette rapidamente e in modi originali, secondo una linea che la portò a diventare, in termini weberiani, da una semplice “comunità” o “associazione”, vero e proprio “gruppo sociale” retto da un ordinamento in cui l’agire era orientato in vista di dotarsi di regole vincolanti ed esemplari.
Il tramite di quella che, sempre Claudio Pavone, indica come “la via di una nuova istituzionalizzazione” fu rappresentato dalla presenza dei partiti che, attraverso il CLN, avevano assunto il ruolo di punto di riferimento, di vera e propria “guida politica” dell’intero movimento resistenziale.
L’organizzazione di tipo militare non sarebbe stata da sola sufficiente a tenere unito un esercito partigiano, tanto variegato e geloso della propria autonomia.
I legami con i partiti fecero da contrappeso alle spinte autonomistiche e ribellistiche che pure erano ben presenti, come del resto a quelle localistiche.
Questi legami resero più omogenee al loro interno le singole formazioni, differenziandole dalle altre di diverso colore, ma nello stesso tempo operarono come fattore di unità perché non solo trasmisero alla base la politica unitaria del CLN, ma alimentarono la convinzione che fosse l’impegno politico in quanto tale a costituire il cemento sostanziale tra i partigiani.
La scelta individuale compiuta al momento del “prendere o lasciare” del momento dell’invasione tedesca e della subalternità fascista era così maturata nella prefigurazione di un futuro diverso dove l’anelito alla libertà trovava sostanza nei principi fondativi di un’appartenenza politica.
Il radicamento dei partiti nella società italiana del dopoguerra ebbe certo uno dei suoi presupposti in questa loro presenza resistenziale e si può affermare ancora adesso, con sicurezza e con orgoglio, che su queste basi fu possibile poi, nel corso di frangenti quanto mai difficili, scrivere la Costituzione Repubblicana.
Fu , però nelle scelte difficili e solitarie compiute all’inizio della lotta di Resistenza che si realizzò la saldatura tra chi aveva combattuto il fascismo nel Ventennio e chi era salito in montagna dopo l’8 Settembre: una saldatura che avrebbe formato una nuova classe dirigente, una “generazione lunga” che avrebbe, tra fatiche, contraddizioni, conflitti ricostruito una convivenza civile e una coscienza collettiva: ciascheduno per la propria parte, con le proprie convinzioni ma nell’idea di fondo che attraversò i resistenti italiani: non ci si poteva limitare alla disfatta tedesca, bisognava ricostruire prima di tutto un senso comune. Come scrisse Silvio Trentin “Vincere la guerra per vincere la pace”.
Si ricorda, infine, a futura imperitura memoria che il Comitato di Liberazione Nazionale (CLN) nasce il 9 settembre 1943 a Roma. L’indomani della “fellonia” della casa reale e del governo Badoglio. È il momento più difficile della storia nazionale unitaria: il territorio italiano, dopo lo sbarco alleato in Sicilia, quello in Calabria e quello a Salerno – che avviene lo stesso 9 settembre – è diventato una delle aree di guerra in cui le truppe anglo-americane e quelle tedesche si affrontano direttamente. L’annuncio dell’armistizio, il giorno 8, non è stato preparato in alcun modo e le forze armate italiane si trovano completamente allo sbando.
Il CLN unisce in un unico organismo i diversi partiti dell’antifascismo storico, ognuno con un suo rappresentante. Sotto la presidenza di Ivanoe Bonomi (1873-1951), rappresentante di Democrazia del Lavoro antico socialista riformista e futuro presidente del Consiglio, ci sono esponenti del Partito Comunista (Mauro Scoccimarro e Giorgio Amendola), del Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria (Pietro Nenni e Giuseppe Romita), del Partito d’Azione (Ugo La Malfa e Sergio Fenoaltea), della Democrazia Cristiana (Alcide De Gasperi), della Democrazia del Lavoro (Meuccio Ruini) e del Partito Liberale (Alessandro Casati). Il Comitato, che fungerà da “direzione politica” della lotta di Liberazione, si prefigge il compito di «chiamare gli italiani alla resistenza» contro il nazifascismo e «riconquistare all’Italia il posto che le compete nel consesso delle libere nazioni».
Insomma l’Italia fu fatta, in quell’occasione, superando anche i limiti del Risorgimento ( la gramsciana “rivoluzione mancata”) dai tanto vituperati, in seguito, partiti: fra i quali i grandi partiti di massa, il cui modello è stato incautamente abbandonato per abbracciare l’idea dei partiti personali e della governabilità esaustivamente intesa quale unica cifra dell’agire politico nell’omissione della necessità di rappresentanza.
Fonte
08/09/2018
Le scelte dell’8 settembre
Il ricordo dell’8 settembre, crocevia decisivo per la storia d’Italia, deve accompagnarsi necessariamente con la rappresentazione della Resistenza.
La memoria della Resistenza è direttamente connessa con le scelte compiute in quella giornata.
Scelte individuali e collettive.
La più importante fra queste scelte fu adottata il giorno dopo l’annuncio dell’Armistizio e l’abbandono completo dello Stato da parte di chi avrebbe dovuto rappresentarlo e costituirne l’autorità: la Monarchia e il Governo.
Il Comitato di Liberazione Nazionale (CLN) nasce il 9 settembre 1943 a Roma.
L’indomani della “fellonia” della casa reale e del governo Badoglio.
È il momento più difficile della storia nazionale unitaria: il territorio italiano, dopo lo sbarco alleato in Sicilia, quello in Calabria e quello a Salerno – che avviene lo stesso 9 settembre – è diventato una delle aree di guerra in cui le truppe anglo-americane e quelle tedesche si affrontano direttamente.
L’annuncio dell’armistizio, il giorno 8, non è stato preparato in alcun modo e le forze armate italiane si trovano completamente allo sbando.
E’ la scelta più difficile, i partiti si sono appena ricostruiti dopo venti anni di dittatura.
Eppure si trova la forza di proclamarsi rappresentanza e guida dell’intero popolo italiano.
La costituzione del CLN unisce in un unico organismo i diversi partiti dell’antifascismo storico, ognuno con un suo rappresentante.
Sotto la presidenza di Ivanoe Bonomi rappresentante di Democrazia del Lavoro antico socialista riformista e futuro presidente del Consiglio, ci sono esponenti del Partito Comunista (Mauro Scoccimarro e Giorgio Amendola), del Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria (Pietro Nenni e Giuseppe Romita), del Partito d’Azione (Ugo La Malfa e Sergio Fenoaltea), della Democrazia Cristiana (Alcide De Gasperi), della Democrazia del Lavoro (Meuccio Ruini) e del Partito Liberale (Alessandro Casati). Il Comitato, che fungerà da “direzione politica” della lotta di Liberazione, si prefigge il compito di «chiamare gli italiani alla resistenza» contro il nazifascismo e «riconquistare all’Italia il posto che le compete nel consesso delle libere nazioni».
Era la giornata del 9 settembre 1943, mentre la divisione Granatieri era impegnata nella difesa ad oltranza del ponte della Magliana, nella città, abbandonata a se stessa, in mezzo alla ridda delle voci contrastanti, i gruppi politici antifascisti cercavano faticosamente d’orientarsi sulla situazione e di prendere contatto con gli organi del governo Badoglio. Il Comitato delle opposizioni delega a questo scopo nelle prime ore del mattino Bonomi e Ruini, i quali si recano al Viminale e vi apprendono la notizia della fuga del re. Li ha preceduti una missione dell’Associazione combattenti richiedendo la distribuzione di armi per potersi battere a fianco dell’esercito. La richiesta, benché appoggiata dagli emissari del Comitato delle opposizioni, è «respinta con un no freddo. Anzi qualcuno, da parte monarchica, aggiunge che non bisogna esasperare gli invasori».
Posto di fronte alla più drammatica delle situazioni, con la sensazione di avere dinnanzi a sé il vuoto più assoluto d’ogni «autorità costituita» il Comitato delle opposizioni reagisce immediatamente; constatando la frattura decisiva determinata dall’8 settembre e traendo da questa constatazione l’indicazione delle sue nuove responsabilità, alle ore 14,30 esso approva la seguente mozione:
“Nel momento in cui il nazismo tenta restaurare in Roma e in Italia il suo alleato fascista, i partiti antifascisti si costituiscono in Comitato di liberazione nazionale, per chiamare gli italiani alla lotta e alla resistenza per riconquistare all’Italia il posto che le compete nel consesso delle libere nazioni.”Si trattò del passaggio decisivo questo della costituzione del CLN perché si verificasse l’indispensabile connessione tra l’individuale e il collettivo in una dimensione politica plurale: una grande novità dopo l’imposizione ventennale del totalitarismo fascista.
Si può ben dire che in quell’occasione si cominciò a costruire l’Italia repubblicana superando anche i limiti del Risorgimento (la gramsciana “rivoluzione mancata”) dai tanto vituperati, in seguito, partiti: fra i quali i grandi partiti di massa, il cui modello è stato incautamente abbandonato per abbracciare l’idea dei partiti personali, della governabilità esaustivamente intesa quale unica cifra dell’agire politico nell’omissione della necessità di rappresentanza come si sta pericolosamente imponendo in questa difficile fase storica.
La costituzione del CLN corrispondeva a un insieme di scelte individuali che le donne e gli uomini stavano compiendo in tutto il Paese: al Nord si andavano già costituendo le prime formazioni partigiane. Migliaia di militari sbandati si concentrano in zone di montagna con le armi di ordinanza pronti a difendersi, soprattutto in Piemonte per la dissoluzione della IV Armata dal rientro dalla Francia.
Era il momento delle scelte.
Prima di tutto non si può affermare che l’8 settembre rimanga come un nodo irrisolto nella storia d’Italia: atti, ruoli, protagonisti, responsabilità sono chiari e restano incontrovertibili nel delineare l’identità del nostro Paese per un’intera fase storica.
Si verificano passaggi storici che quasi “costringono” a prendere coscienza di verità che, in precedenza, apparivano come latenti o la cui piena consapevolezza sembrava riservata a pochi.
In quel drammatico frangente emerse la necessità di esplicitamente consentire o dissentire: il sistema stava crollando e gli obblighi verso lo Stato non costituivano più un sicuro punto di riferimento per i comportamenti individuali.
In questo senso Claudio Pavone, nel suo fondamentale “Una guerra civile, saggio storico sulla moralità della Resistenza” cita opportunamente Hobbes, riferendolo direttamente all’Italia del 1943:
“L’obbligo dei sudditi verso il sovrano s’intende che dura fino a che dura il potere, per il quale esso è in grado di proteggerli, e non più a lungo, poiché il diritto che gli uomini hanno per natura di proteggere se stessi, quando nessun altro può proteggerli, non può essere abbandonato a nessun patto.”La scelta doveva, infatti, esercitarsi fra una disobbedienza per la quale apparivano altissimi i prezzi da pagare e le lusinghe della pur tetra, “normalizzazione” nazifascista.
Il primo significato di libertà che assunse la scelta resistenziale fu implicita nel suo rappresentare un atto di disobbedienza.
Non si trattò tanto di ribellione a un governo legale, perché su chi detenesse la legalità non c’erano dubbi e la legalità non stava certo dalla parte dei nazifascisti, ma di ribellione verso chi disponeva, in quel momento, della forza per farsi obbedire.
Per la prima volta nella storia dell’Italia Unita le italiane e gli italiani vissero, in forme diverse anche rispetto alle realtà territoriali nelle quali si trovarono a dover vivere e operare, un’esperienza di disobbedienza di massa.
La solitudine, cioè la piena responsabilità individuale della decisione (“ho fatto di mia spontanea volontà, perciò non dovete piangere” scrive a 19 anni Vito Salmi, partigiano garibaldino, fucilato a Bardi il 4 maggio 1944) è come esaltata e insieme riscattata dalla percezione dell’ineliminabile necessità di scegliere tra comportamenti che recavano iscritti valori che come ha scritto Massimo Mila portavano a una “rivelazione a se stessi di una nuova possibilità di vita”.
Questa somma di scelte soggettive trovò allora il suo punto di coagulo, il suo riferimento, nella costituzione del CLN, nella capacità dei partiti antifascisti di costituire comunque un saldo elemento di coesione e di legittimità, sostituendosi immediatamente al vuoto creato dalla fuga del Re e di Badoglio e respingendo la pretesa dei nazisti e dei fascisti di colmarlo rappresentando un nuovo potere del terrore.
Così nacque la Resistenza tra scelte individuali e grande disegno collettivo di costruzione di una nuova Italia.
Di tutto questo dobbiamo mantenere e trasmettere memoria.
Una memoria che continua a intrecciarsi con quella dei fatti storici fondamentali non soltanto per l’identità di un Paese, ma dei singoli soggetti che la vivono.
E’ allora che si assiste, si legge, si riflette attorno ad un fenomeno collettivo: un patrimonio “nostro” dei valori comuni che ci appartengono e che determinano – appunto – la nostra identità.
Nel rievocare la Resistenza si può, allora, affermare che la memoria nasce dal dolore: dalla profondità del dolore, quello del quale si sente, quasi, la rappresentazione fisica della sofferenza morale, dell’afflizione dell’animo, dell’affanno.
Come se, tutti assieme, ci trovassimo lì a vegliare i nostri morti.
Non tutto però può esaurirsi nel dolore quando questo incontra la memoria: un intreccio da cui nasce la volontà di costruire il futuro.
La storia non era finita, dal sacrificio dei martiri poteva nascere l’attesa di una vita diversa, di una era di giustizia e di libertà alla fine di tante sopraffazioni.
Memoria, dolore, futuro legate assieme da un’unica idea di una nuova costruzione sociale, di una diversa identità.
Non si cadde allora, e non dobbiamo neppure farlo adesso, in una visione semplificato di un cosiddetto pessimismo leopardiano (o speranze, speranze, ameni inganni) perché i nostri martiri vivranno in eterno, non in un’immortalità solitaria ma per continuare a testimoniare l’idea, la necessità, l’urgenza di costruire un’altra costruzione sociale, diversa e alternativa da quella fondata sulla sopraffazione e lo sfruttamento.
Fonte
27/04/2017
I giorni della Liberazione. 27 Aprile, la cattura /3
Ventisette aprile
Mussolini e i suoi gerarchi (con le famiglie, circa 100 persone) partono da Menaggio (Como), aggregati ad una colonna tedesca di militari in ritirata verso Merano e la Germania. La colonna, lunga circa un chilometro, alle 07:15, appena fuori dall’abitato di Musso, poco più a nord, viene fermata ad un posto di blocco delle Brigate Garibaldi: si tratta di pochi uomini della 52ª Brigata Garibaldi “Luigi Clerici”, comandata da Pier Luigi Bellini delle Stelle, “Pedro”, commissario politico Michele Moretti “Pietro Gatti”, vice commissario politico Urbano Lazzaro “Bill” e capo di stato maggiore Luigi Canali “Capitano Neri”.
| Fig. 10. Pier Luigi Bellini delle Stelle “Pedro”, comandante della 52a Brigata Garibaldi, al centro con barba e baffi. |
Dopo una breve sparatoria, iniziano le trattative, che si protrarranno fino al primo pomeriggio. I tedeschi, in numero e armamento assai maggiore dei partigiani, non si rendono conto di avere innanzi a loro un blocco con un numero assai esiguo di uomini, che potrebbero facilmente sopraffare. Trattano, ed alla fine ottengono il permesso di poter proseguire la ritirata, a condizione che venga effettuata un’ispezione, al posto di blocco partigiano successivo (cioè a Dongo), e siano consegnati tutti gli italiani presenti nel convoglio. L’esito pomeridiano della trattativa, con l’accordo con i tedeschi, non deve apparire strano: il comandante Pedro aveva già avuto informazione, attraverso un prete del luogo, della possibile presenza di Mussolini e degli alti gerarchi fascisti nella colonna, ed acconsente quindi a lasciar proseguire i tedeschi. I quali, d’altro canto, non faranno molta strada. Riportiamo alcuni stralci dell’articolo, già citato per alcune fonti iconografiche.
La colonna tedesca, dopo la perquisizione nel pomeriggio del venerdì 27 sul lungolago di Dongo, fu lasciata sfilare lungo la strada “Regina” verso Nord, passando per Gravedona. I partigiani poi la bloccarono e ne trattarono la resa con la firma finale il 28 aprile 1945 presso l’Albergo Isola Bella di Colico: due giovani Comandanti partigiani, Iach e Sam, firmarono la resa della colonna tedesca.
Torniamo a Musso, ed al 27 pomeriggio. Mussolini, su consiglio del capo della sua scorta SS, il tenente Fritz Birzer, indossa un cappotto e un elmetto da sottufficiale della Wehrmacht, sale sul camion numero 34 (targato WH 529507), occultandosi in fondo al pianale, vicino alla cabina di guida, ricoperto da una coperta militare: finge di dormire, come fosse ubriaco. A nessun altro italiano sarà concesso di tentare di seguire Mussolini nel convoglio nascondendosi come lui.
La pubblicistica revisionista ha tentato di negare il travestimento dell’ex duce, sempre per malintese questioni di “onore”. La già citata intervista di Fritz Birzer chiarisce anche questo punto:
«Su questo episodio nessuno può minimamente smentirmi, perché fui io stesso a ordinare a un sergente della Flak di consegnare a Mussolini il suo cappotto e il suo elmetto. Lo feci perché ritenevo che soltanto in quel modo, confondendosi con i nostri soldati, egli sarebbe forse riuscito a sfuggire ai partigiani. Il capitano Kisnat era presente alla scena, ma non disse nulla, né per opporsi alla mia iniziativa né per approvarla. Claretta Petacci invece supplicò il Duce di ascoltare il mio consiglio. Cosi Mussolini, anche se malvolentieri, indossò il cappotto della Flak e si mise l’elmo d’acciaio sotto il braccio. Salì poi sul camion dalla parte posteriore per non essere visto dai partigiani che si trovavano davanti alla nostra colonna».
Intanto – durante le convulse ore che seguono l’arresto mattutino della colonna a Musso – alcuni gerarchi componenti la colonna (Ruggero Romano con il figlio Costantino, Ferdinando Mezzasoma, Paolo Zerbino, Augusto Liverani, Nicola Bombacci, Luigi Gatti, Ernesto Daquanno, Goffredo Coppola e Mario Nudi) si consegnano al parroco di Musso, don Enea Mainetti, sperando di nascondersi e di scamparla. Essi – tradendo la consegna del silenzio assoluto sulla presenza dell’ex duce – confidano al prete che Mussolini è presente nella colonna. Il prete – però – correttamente consegna i fascisti ai partigiani e avverte il Comandante Pedro di quanto ha da loro saputo: ciò spiega anche – come detto – l’accordo sulla perquisizione con il permesso di proseguire consegnando tutti gli italiani, nonché l’accuratezza della successiva ispezione, fino all’individuazione di Mussolini. In quanto ai gerarchi traditori – essendo tutti condannati a morte per decreto del CLNAI del 25 aprile, articolo 5 (vedi in seguito) – saranno fucilati il giorno seguente, a parte ovviamente il giovane Costantino Romano, che venne rilasciato.
| Fig. 11. L’intervista del 1981 a Fritz Birzer. Fonte: http://www.larchivio.org/xoom/birzer.htm |
| Fig. 12. Uno dei camion della Colonna tedesca a Dongo, 27 aprile 1945 |
Durante l’ispezione della colonna tedesca in piazza a Dongo, – condotta dai partigiani sotto la direzione di un maresciallo della finanza, Francesco Di Paola – Mussolini, nascosto sotto una panca del camion n. 34, viene riconosciuto dal partigiano Giuseppe Negri. Vi è stata su questo punto una certa diversità di versioni, su chi avesse “riconosciuto Mussolini” e “arrestato Mussolini”, tuttavia praticamente risolta, al contrario della questione sull’esecutore materiale della sentenza di morte.
Risale al 2002 un’intervista a Ivo Bitetti, romano, futuro rugbysta e pallanotista nazionale abbastanza noto, che trovandosi a Dongo e conoscendo il tedesco, da civile venne chiamato dai partigiani a fungere da interprete, durante l’ispezione. Nella sua intervista Bitetti sostiene di aver notato per primo il corpulento soldato tedesco steso sul fondo del camion come se dormisse ubriaco. Ma di Bitetti e del suo preteso ruolo non vi è traccia nella relazione del Maresciallo Di Paola, assai accurata e che riporteremo dopo. Appare tranciante, infine, la dichiarazione da parte del Comandante Pedro e del Commissario Urbano Lazzaro “Bill”: fu Giuseppe Negri a scoprire e riconoscere Mussolini (Figura 12a)
| Figura 12a – Dichiarazione del Comandante Pedro e del Commissario Urbano Lazzaro “Bill”: fu Giuseppe Negri a scoprire e riconoscere Mussolini. |
La rivelazione di Bitetti appare quindi non corrispondente a piena verità, sebbene sia accertato da altre fonti la sua effettiva presenza sul posto in quei giorni e la sua collaborazione con la Brigata Garibaldi e al momento della perquisizione. Tuttavia la dichiarazione da parte dei comandanti Pedro e Bill sull’effettivo ruolo di Giuseppe Negri è nota e verificabile da tempo, essendo stata pubblicata sul Diario di un nipote di Giuseppe Negri stesso, e nel volume dell’Anpi e ISSREC di Sondrio a pag.214 dal titolo “Valtellina e Valchiavenna dal fascismo alla democrazia” [vedi: Pierfranco Mastalli, L’arresto di Mussolini a Dongo e la resa della Colonna Tedesca a Morbegno e a Colico (27 e 28 aprile 1945)”, Rivista di Storia e Cultura del Territorio “Archivi di Lecco e della Provincia” n 2 (monografico), aprile/giugno 2011 (Ed.Cattaneo)].
Si confronti anche l’articolo che riproduce la dichiarazione in figura sopra, frutto del lavoro di ricostruzione di Pierfranco Mastalli.
| Figura 12b – Mussolini fu riconosciuto da Giuseppe Negri. Articolo di Marco Luppi per “La Provincia”, 28 maggio 2015. Cortesia di Pierfranco Mastalli. |
Tornando al momento nel quale Negri scopre l’ex duce nascosto, viene subito avvertito il più alto in grado nelle immediate vicinanze, cioè il vicecommissario politico Urbano Lazzaro “Bill”. Bill riconosce Mussolini, lo invita ad alzarsi, lo disarma del mitra e di una pistola, ed arrestatolo e presolo in consegna, lo porta nella sede comunale, dove gli vengono sequestrate due borse di cui era in possesso (v. Appendice, “Carteggio Churchill-Mussolini”). Tutti gli altri componenti italiani al seguito, oltre cinquanta, vengono scoperti ed arrestati. Si tratta di quasi tutti i maggiori gerarchi e ministri della RSI; mancano Buffarini Guidi e Tarchi (già arrestati il giorno precedente), Rodolfo Graziani (ministro della guerra e capo dell’esercito repubblichino), che non aveva seguito Mussolini durante la sua fuga da Milano, il ministro della Giustizia Pisenti (anch’egli rimasto a Milano e salvato grazie all’intervento di Corrado Bonfantini), Colombo (arrestato e giustiziato altrove il 28) e pochi altri. A Dongo, oltre ai gerarchi arrestati, vi sono anche componenti delle famiglie, che non subiscono rappresaglie (eccezion fatta per Marcello Petacci, vedi in seguito).
Un Rapporto dettagliato dell’ispezione è reso dal Maresciallo Capo Francesco Di Paola, comandante della brigata della Guardia di Finanza di Dongo. Nelle giornate dell’insurrezione, Di Paola prestava servizio per il mantenimento dell’ordine pubblico, in collaborazione con la 52a brigata partigiana, e “Bill” lo incaricò di dirigere la ricognizione, effettuata dai partigiani. Riportiamo – letterale – uno stralcio della Relazione:
“Io iniziai la visita per mio conto senza mai stancarmi di raccomandare ai patrioti che mi erano vicino di eseguire le visite minuziosamente, guardando bene tra le valigie e cassette di cui erano cariche le macchine. Nonostante però le raccomandazioni ognuno agiva per proprio conto e non si vide altro che una grande confusione, specialmente quando furono trovati i primi italiani vestiti da tedeschi (come il ministro Romano, Coppola ecc.). Tutti gli armati e borghesi scendevano e salivano sui camion ma senza risultati positivi, appunto perché le visite venivano fatte superficialmente. Visto tale confusione iniziai per mio conto un servizio di osservazione per studiare le mosse dei tedeschi che occupavano gli autocarri. Giunto presso un autocarro già visitato parecchie volte, notai che l’atteggiamento dei militari tedeschi che vi erano a bordo era sospetto fino al punto di farmi pensare con certezza che su quel automezzo si trovava qualche gerarca nascosto. Allora subito ordinai al partigiano Negri Giuseppe da Dongo di salire su quel autocarro ed eseguire una minuziosa perquisizione indicandogli anche di guardare bene sotto i materiali che si trovavano dietro il posto di guida perché vi era qualche cosa che assomigliava alla figura di un uomo. Il Negri obbedì e salito sul camion iniziava la perquisizione mentre io sorvegliavo sempre le mosse dei soldati tedeschi. Quando il Negri si avvicinò al punto dove io precedentemente gli avevo indicato ed alzate le coperte, mi accorsi che i militari suddetti dichiararono qualche cosa al Negri, ma non mi fu possibile capire le vere parole che poi seppi che gli avevano dichiarato che ivi era un loro camerata ubriaco. Il Negri non si convinse delle dichiarazioni dei militari tedeschi e alzata la coperta vide Mussolini. Fingeva di nulla e continuava la perquisizione fino a guardare bene tutto il camion. Terminata la perquisizione scese ed io subito gli chiesi il risultato della visita da me ordinata, ma il Negri era talmente confuso fino al punto di rispondermi balbettando qualche parola e precisamente “c’è su il bello”. Intanto io ancora insistentemente gli chiedevo che cosa aveva visto, insieme ci portammo verso la piazza. In quel momento appariva Bill – Lazzaro Urbano – ex Guardia di Finanza, al quale il Negri si fece incontro gridando “Bill su quel camion c’è Mussolini”. Io, Bill e alcuni uomini ci precipitammo verso il camion. Bill salì sull’automezzo e scorto Mussolini lo invitò a scendere. Mussolini lo seguì e si portò verso la parte posteriore del camion per scendere. I soldati tedeschi rimasero fermi al loro posto, mentre Mussolini li guardava e quasi con lo sguardo li invitava a reagire, come poi si è saputo che Mussolini era convinto che alla sua scoperta i militari tedeschi dovevano fare uso delle armi.”
Alcuni fascisti cercano di fuggire durante le convulse ore del 27 aprile: sperano di nascondersi presso la popolazione locale; a questo scopo tentano di corrompere la popolazione offrendo denaro e gioielli: nessuno accetta di nasconderli.
Pavolini e gli occupanti dell’autoblindo sono gli unici a cercare di resistere: una manovra improvvisa dell’autoblindo, come se cercasse di sganciarsi dal convoglio e fuggire, scatena un breve scontro a fuoco con i partigiani: gli occupanti vengono catturati. Pavolini tenta di fuggire nascondendosi nelle rive del lago, fra la vegetazione, ma viene ripreso e nel tentativo di fuga rimane ferito.
La notizia dell’arresto di Mussolini si sparge rapidamente: inizia una partita a tempo fra coloro che vogliono sia eseguita la sentenza capitale del CLNAI e coloro che invece vogliono consegnare l’ex duce agli alleati, in pratica salvandolo dall’esecuzione.
Il comandante Bellini delle Stelle, dopo l’interrogatorio di Mussolini nel Municipio di Dongo, intorno alle 18.30 del 27 aprile, valuta come poco sicuro il luogo di detenzione di Mussolini: lo trasferisce nella caserma della Guardia di Finanza di Germasino, un paesino sopra Dongo. A fine giornata verrà ivi fatta sottoscrivere da Mussolini una breve dichiarazione autografa, l’ultimo scritto dell’ex duce, su richiesta del finanziere Buffelli [55], dove si attestava l’avvenuto arresto e il trattamento corretto ricevuto dall’ex duce. Altri gerarchi saranno trasferiti a Germasino e trattenuti fino al primo pomeriggio del 28 aprile, per essere poi riportati a Dongo.
Il luogo appare sufficientemente isolato e sicuro, tuttavia “Pedro”, probabilmente contattato nel frattempo dal tenente colonnello Sardagna, rappresentante del CVL a Como, decide di trasferire nuovamente l’ex duce: Sardagna, su richiesta del Comandante del CVL generale Raffaele Cadorna, gli ha chiesto di trasferire Mussolini in un “luogo sicuro”, ma per poterlo consegnare poi agli alleati. In tarda serata e prima nottata, quindi, Mussolini viene spostato in auto in altri luoghi nei dintorni, in particolare al molo di Moltrasio, dove doveva venire traghettato e posto in salvo. Alla fine, sfumato come vedremo il piano, egli giungerà a pernottare, ricongiunto alla Petacci e sorvegliato da due soli giovani partigiani (Guglielmo Cantoni “Sandrino Menefrego” e Giuseppe Frangi “Lino”), in una casa isolata a Bonzanigo, una frazione di Mezzegra, presso la famiglia De Maria, conoscenti di lunga data del “capitano Neri” e di cui il capo partigiano si fida assolutamente. Il Comandante “Pedro” ritorna a Dongo, mentre “Neri” e gli altri partigiani, fra cui Michele Moretti (“Pietro”, il cui ruolo sarà essenziale l’indomani) vanno a Como.
E’ l’ultima notte di Mussolini, mentre a Milano si decide del suo destino.
Ricevuta comunicazione dell’arresto dell’ex duce, in serata, il Comitato insurrezionale del CLNAI di Milano, formato da Sandro Pertini, Leo Valiani, Emilio Sereni e Luigi Longo, si riunisce d’urgenza e decide di agire subito, inviando una missione a Como per procedere all’esecuzione di Mussolini, secondo quanto decretato dal CLNAI il 25 aprile. La rapida decisione fu presa anche in modo da aggirare il comportamento equivoco del generale Cadorna, diviso tra i doveri di comandante del CVL e le pressioni degli Alleati, che volevano Mussolini vivo. Si ricordi che il giorno dopo le truppe alleate iniziarono ad occupare la zona di Como, e che quindi il controllo militare da parte dei partigiani era destinato a svanire nel giro di breve tempo.
Importante da segnalare l’atteggiamento fermo, e privo di ambiguità compromissorie, di Sandro Pertini, rappresentante del Partito Socialista (allora PSIUP, Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria), in totale accordo con gli altri membri Comunisti (Longo, Sereni) ed Azionisti (Valiani).
| Fig. 15. Sandro Pertini parla durante il Comizio della Liberazione a Milano, 28 aprile 1945. |
Con il diffondersi della notizia dell’arresto di Mussolini, intanto, era giunto al comando del CLNAI un telegramma degli Alleati con la richiesta di consegnare loro “tutti i membri di governo della RSI“, ex duce incluso, citando la corrispondente clausola numero 29 dell’armistizio di Cassibile, siglato da Eisenhower e Badoglio nel settembre 1943. Appare evidente la pretestuosità del citare quell’accordo, siglato da un’autorità italiana (il Governo del Regno del Sud con a capo Badoglio) che era aliena alla Resistenza; l’accordo era stato sottoscritto in tempi relativamente recenti (soltanto 20 mesi prima), ma lontanissimi, visto quanto era successo in Italia nel frattempo.
Erano invece da applicarsi a tutti gli effetti i Decreti del CLNAI del 25 aprile 1945, come già citati, e dei quali ribadiamo l'articolo 5: “I membri del governo fascista e i gerarchi fascisti colpevoli di aver contribuito alla soppressione delle garanzie costituzionali, d’aver distrutto le libertà popolari, creato il regime fascista, compromesso e tradito le sorti del paese e di averlo condotto all’attuale catastrofe, sono puniti con la pena di morte e, nei casi meno gravi con l’ergastolo”.
Mussolini e gli alti gerarchi e ministri in fuga con lui erano già stati, perciò, condannati a morte. Non restava che eseguire la sentenza, contro l’attuazione della quale agivano gli alleati e il generale Raffaele Cadorna. Occorreva far presto, se si voleva far Giustizia.
Nella notte fra il 27 e il 28 aprile, alle 3 del mattino, il servizio radio del CLNAI trasmette agli alleati un fonogramma in risposta alla loro richiesta di consegna di Mussolini, giunta al CLNAI qualche ora prima: “Spiacenti non poter soddisfare vostra richiesta consegna Mussolini, in quanto già processato dal Tribunale popolare e fucilato nello stesso luogo ove precedentemente fucilati da nazifascisti quindici patrioti“. Il messaggio anticipava di un giorno quanto poi sarebbe successo e aveva lo scopo di depistare gli alleati. Se ne evince anche che l’idea di portare i fascisti, vivi o cadaveri, a Piazzale Loreto, a Milano (dove appunto nel 1944 vi fu la fucilazione da parte dei nazifascisti di 15 partigiani) era già stata decisa dal Comitato Insurrezionale del CLNAI nella riunione del 27 sera.
| Fig. 16. Prima pagina del “Corriere del Mattino” di Firenze del 28 aprile 1945. L’autorità del CLNAI fu riconosciuta anche dal Consiglio dei Ministri del Regno d’Italia. |
Walter Audisio, “colonnello Valerio”, ufficiale addetto al comando generale del CVL e Aldo Lampredi “Guido”, ex combattente della guerra di Spagna e ispettore del comando generale delle Brigate Garibaldi, uomo di fiducia di Luigi Longo, vengono incaricati dal CLNAI, nella sera del 27 a Milano, di andare a prendere l’ex duce e i suoi complici e di riportarli a Milano, vivi o morti, in modo da eseguire la sentenza di condanna a morte.
| Fig. 17. Walter Audisio, “colonnello Valerio” durante un comizio alla Basilica di Massenzio a Roma nel 1947 (Istituto Luce) |
Il generale Raffaele Cadorna, posto a comando del CVL come figura istituzionale di compromesso fra Alleati, Badoglio e il CLN, ma non un vero partigiano, ha una condotta – in quel frangente – duplice. Da un lato, sotto pressione di Longo, Pertini, Valiani e Sereni, rilascia i salvacondotti necessari ad Audisio e Lampredi per superare i molti posti di blocco fra Milano e Como, e per ottenere collaborazione e eventualmente imporre obbedienza ai partigiani locali, e in particolare la 52a Brigata Garibaldi che aveva catturato e deteneva Mussolini. Salvacondotti che si riveleranno, l’indomani, essenziali per la riuscita della missione di Audisio e Lampredi.
Dall’altro lato, Cadorna contatta il tenente colonnello Sardagna, rappresentante del CVL a Como, chiedendogli di sottrarre Mussolini ai partigiani, trasferirlo in “luogo sicuro” al fine di consegnarlo agli alleati.
Sardagna contatta telefonicamente il comandante “Pedro” e lo convince a tentare di porre in salvo Mussolini consegnandolo agli alleati.
Durante il peregrinare dei trasferimenti notturni dell’ex duce, la notte fra il 27 e il 28, per arrivare infine a casa De Maria, “Pedro” agisce per far riuscire il piano di Cadorna: il comandante del CVL aveva predisposto il traghettamento del prigioniero dal molo di Moltrasio sino alla villa dell’industriale Remo Cademartori a Blevio, sull’altra sponda del Lago di Como. Era questo un luogo sicuro e fortificato, dove l’ex duce sarebbe facilmente stato prelevato dagli alleati. “Pedro”, conducendo il piccolo gruppo di partigiani che sta trasferendo l’ex duce (fra cui Luigi Canali “Capitano Neri”, Michele Moretti “Pietro” e Giuseppina Tuissi “Gianna”), riesce a portare Mussolini e la Petacci sul molo di Moltrasio, ma non viene rinvenuta nessuna imbarcazione e il progetto sfuma.
Intanto, in lontananza, si odono echi di sparatorie: si tratta di una prima avanguardia della 34a Divisione statunitense che sta entrando in Como. Nella notte, una decina di Jeep con soldati alleati perlustreranno la zona di Como per cercare di assicurarsi la consegna di Mussolini.
Fra i partigiani che trasportano Mussolini, nell’allarme e incertezza conseguenti, il capo di stato maggiore della 52a Brigata, Luigi Canali “Capitano Neri” alla fine convince “Pedro” e gli altri a portare Mussolini e Petacci in un rifugio sicuro e segreto: si lascia Moltrasio e Mussolini è nascosto in casa dei fidati De Maria, a Bonzanigo. Solo “Sandrino” e “Lino” restano a custodire i due, e per oltre 12 ore Mussolini sarà nelle loro esclusive mani: non tradiranno la consegna, lo custodiranno senza maltrattamenti, ma senza neppure accettare le sue profferte per essere lasciato andare.
Ai partigiani – che hanno lottato per 20 lunghi mesi contro i nazifascisti – viene, ovunque in Italia, lasciato poco tempo per la caccia ai fascisti e la resa dei conti. In questo caso, poi, vista la massima posta in gioco (Mussolini e i gerarchi) già dal 27 aprile, con ancora gli alleati per strada, si medita di sottrarre loro il controllo, eventualmente anche con l’uso della forza. Si sono ritrasformati – in quelle ore – già da cacciatori nuovamente in cacciati. Da carcerieri possono diventare prigionieri, se non consegnano Mussolini dopo averlo catturato: gli Alleati ed elementi “moderati” della Resistenza si battono per salvare la vita del dittatore, responsabile della rovina d’Italia, dopo averla privata della democrazia, e dell’uccisione di migliaia e migliaia di italiani durante la dittatura e in tempo di guerra. Era il 27 aprile 1945, due giorni dopo la data convenzionale della Liberazione, (25 aprile) già c’erano i prodromi del tradimento.
| Fig. 18. Bonzanigo di Mezzegra (CO) – Vista dell’epoca di Casa De Maria, dove pernottò Mussolini con la Petacci la notte fra il 27 e il 28 aprile 1945. |
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Walter Audisio
08/09/2016
8 Settembre 1943: morte, continuità, palingenesi dello Stato
(un abbozzo di ricostruzione storica)
Per non dimenticare e per resistere
A settantatré anni di distanza dai fatti è ancora importante ricordare ciò che accadde l’8 Settembre 1943, giorno nel quale fu reso noto l’armistizio, stipulato cinque giorni prima, tra il governo italiano e gli alleati: si apriva così una pagina assolutamente decisiva nella storia del nostro Paese che non può assolutamente essere obliata.
Nella storia dell’Italia contemporanea l’8 Settembre è stato più volte paragonato a Caporetto, sia per le dimensioni della disfatta militare e politica, sia per l’aspro dibattito sollevato circa le responsabilità.
Ma già nella prima ricostruzione delle vicende italiane tra i due dopoguerra novecenteschi Federico Chabod (L’Italia contemporanea 1918 – 1948, Torino 1961) sottolineava anzitutto il distacco tra regime e nazione segnalato dalla mancanza per la prima volta dall’unificazione dei volontari nella guerra del ’40.
Chabod individuava una profonda diversità tra il 1917 e il 1943 proprio nella definitiva rottura consumata tra il fascismo e gli italiani.
Emergeva una divisione netta tra regime e nazione e la volontà popolare aspirava, prima di tutto, a chiudere con la guerra.
I partiti antifascisti usciti allo scoperto con il 25 Luglio commisero però nei 55 giorni l’errore di lasciare ai responsabili della disfatta, la Monarchia e l’Esercito, il difficile sganciamento dall’alleato nazista, nella convinzione che la dinastia risultasse ancora in grado di gestire da sola, con il sostegno delle potenze alleate, l’uscita dalla guerra iniziata e condotta per oltre 3 anni a fianco dei nazisti.
Lo sfacelo dell’8 settembre risultò dunque, insieme, come il risultato della sconfitta di un regime che aveva puntato avventurosamente sulla guerra e della dinastia che aveva pensato di poter transitare indenne tra opposti schieramenti internazionali e diversi sistemi politici interni.
Risaltò così, in quel frangente, l’assoluta inadeguatezza delle classi dirigenti del paese nei vari campi incapaci di compiere nei momenti decisivi scelte condividendo la responsabilità dei possibili esiti che ne derivassero.
Il ventennio fascista si era chiuso con una profonda lacerazione del tessuto nazionale, che il regime si era proposto di rafforzare procedendo a una forma d’integrazione di massa attuata attraverso l’esaltazione di miti effimeri (nazionalismo, addirittura razza, prolificità) elargendo anche i primi consumi individuali (la radio, i treni popolari) ed elementi di parziale sicurezza (le ferie, la previdenza sociale).
Questi elementi avevano prodotto un’adesione, però superficiale e sostanzialmente passiva, rapidamente dileguatasi nel durissimo confronto con la prova bellica nel corso della quale si era dimostrata, via via la debolezza di un regime nazionalista costruito in maniera del tutto insufficiente rispetto alla pretesa di porsi come potenza militare.
La fuga del Re e di Badoglio a Brindisi assicurò la continuità dello Stato monarchico italiano, pur ridotto negli esigui confini del “regno del Sud” che comprendeva soltanto alcune province pugliesi.
Il “regno del Sud” era soggetto anche al rigido controllo alleato secondo i dettami del “lungo armistizio”.
La nascita pressoché in contemporanea della Repubblica Sociale sanciva, in quel momento, il dissolvimento dello Stato nazionale Italiano, così come questo era stato costruito nel corso del Risorgimento.
L’Italia a quel punto si trovava sotto il dominio dell’esercito tedesco nel Centro – Nord e sotto il controllo delle armate anglo – americane nel Sud.
L’analisi a quel punto non poteva che soffermarsi sulla disfatta del paese, la perdita dell’indipendenza, della sovranità, dell’unità dello Stato.
Nell’estate del ’43 era scomparsa la sostanza, anche se non la forma, dello Stato italiano e si erano dissolti, insieme, i vincoli di solidarietà e di lealtà annodati, a seguito di passaggi storici molto difficili e complicati, tra ceti sociali, orientamenti ideali e religiosi, interessi e distinzioni territoriali spesso fortemente conflittuali tra loro, lungo un processo di costruzione nazionale unitaria meno che secolare (E. Renan. Che cos’è una nazione? Introduzione di Silvio Lanaro, Roma 1993).
Andava considerata nel giusto conto il peso della storia, come memoria, tradizione, coscienza collettiva, che aveva gravato sull’Italia in forme eccezionali per durata e continuità ultramillenarie e andava considerata insieme alle incertezze sui tempi e le forme dell’identità della nazione anche il ritardo della sua costituzione come Stato unitario e la rapida consunzione delle idee e del termine di patria.
Gli avvenimenti dell’8 Settembre ponevano in luce come restasse irrisolto il punto fondamentale di un equilibrio nel rapporto tra governanti e governati, tra classi dirigenti e masse.
L’Italia dopo l’8 Settembre 1943 sembrava tornare a essere considerata poco più di un’espressione geografica (Claudio Pavone, Tre governi e due occupazioni, in “Italia contemporanea” 1985, n.160).
Il punto di svolta, rispetto al quadro che si delineava in quel momento, fu rappresentato dalla formazione, ad opera delle forze politiche antifasciste, del Comitato di Liberazione Nazionale (CLN) il 10 Settembre, nella Roma occupata dai tedeschi.
Il CLN chiama le italiane e gli italiani alla lotta e alla resistenza contro il nazismo e il fascismo.
L’Italia sconfitta e dissolta non ha più soltanto una rappresentanza formale nella screditata dinastia dei Savoia ma può fare riferimento ad una struttura politica, ancora debole e attraversata da contrasti come quello riguardante il futuro istituzionale del paese, che possiede però la suo interno la capacità di porsi come nuova autorità anzitutto morale e anche organizzativa, intorno cui ricostituire il lacerato tessuto nazionale, ancora debole e attraversato da contrasti come quello riguardante il futuro istituzionale del paese, che possiede però la suo interno la capacità di porsi come nuova autorità anzitutto morale e anche organizzativa, intorno cui ricostituire il lacerato tessuto nazionale.
In questo tragico momento i partiti antifascisti si fanno carico dei destini del paese con l’appello alla lotta armata contro i nazisti: è questo l’elemento che li legittima agli occhi della popolazione come i protagonisti della liberazione nazionale.
Per il CLN la sconfitta non significa rinuncia: anzi l’appello del 10 settembre segna l’inizio di una lunga e sanguinosa battaglia resistenziale che dal settembre del ’43 fino all’aprile del ’45 diventa l’imperativo categorico e l’impegno prioritario delle forze antifasciste.
La Resistenza, guidata dal CLN, come esperienza collettiva di una minoranza del popolo italiano che aveva difeso in armi il diritto alla libertà e alla indipendenza di se stessi e del proprio paese, era diventata il più alto riferimento morale e il fondamento etico – politico del travagliato processo di ricostruzione dell’unità statale e dell’identità nazionale.
La Resistenza si configurava quindi come il momento essenziale del riscatto italiano dopo la disfatta del fascismo e come tale continua a rappresentare ancor oggi il carattere più elevato e il connettivo più solido per la ricostituzione dell’ordinamento dello Stato.
Il risultato complessivo di quelle convulsioni storiche è stato rappresentato dalla Costituzione Repubblicana e dalle scelte politiche che il suo contenuto ha dettato nel corso degli anni: anche qui tra fortissime contraddizioni e difficoltà.
Tra queste scelte la più importante è sicuramente quella riguardante la forma della democrazia parlamentare e rappresentativa.
Una forma della democrazia già sufficientemente attaccata nel corso degli anni dalla reazione individualistica, autoritaria, dell’imposizione di un artificiale dominio di un insensato modello mediatico.
Una forma della democrazia che oggi si intende ridurre drasticamente deformando lo stesso testo del dettato costituzionale.
Un tentativo da respingere aggregando le forze più sane che ancora resistono in questa Repubblica.
Per compilare questo testo sono stati consultati: “Storia dell’Italia Repubblicana” volume I “La costruzione della democrazia” Einaudi, Torino 1995 e Simona Colarizi “Storia dei partiti nell’Italia repubblicana”, Laterza Roma – Bari 1994
Fonte
Per non dimenticare e per resistere
A settantatré anni di distanza dai fatti è ancora importante ricordare ciò che accadde l’8 Settembre 1943, giorno nel quale fu reso noto l’armistizio, stipulato cinque giorni prima, tra il governo italiano e gli alleati: si apriva così una pagina assolutamente decisiva nella storia del nostro Paese che non può assolutamente essere obliata.
Nella storia dell’Italia contemporanea l’8 Settembre è stato più volte paragonato a Caporetto, sia per le dimensioni della disfatta militare e politica, sia per l’aspro dibattito sollevato circa le responsabilità.
Ma già nella prima ricostruzione delle vicende italiane tra i due dopoguerra novecenteschi Federico Chabod (L’Italia contemporanea 1918 – 1948, Torino 1961) sottolineava anzitutto il distacco tra regime e nazione segnalato dalla mancanza per la prima volta dall’unificazione dei volontari nella guerra del ’40.
Chabod individuava una profonda diversità tra il 1917 e il 1943 proprio nella definitiva rottura consumata tra il fascismo e gli italiani.
Emergeva una divisione netta tra regime e nazione e la volontà popolare aspirava, prima di tutto, a chiudere con la guerra.
I partiti antifascisti usciti allo scoperto con il 25 Luglio commisero però nei 55 giorni l’errore di lasciare ai responsabili della disfatta, la Monarchia e l’Esercito, il difficile sganciamento dall’alleato nazista, nella convinzione che la dinastia risultasse ancora in grado di gestire da sola, con il sostegno delle potenze alleate, l’uscita dalla guerra iniziata e condotta per oltre 3 anni a fianco dei nazisti.
Lo sfacelo dell’8 settembre risultò dunque, insieme, come il risultato della sconfitta di un regime che aveva puntato avventurosamente sulla guerra e della dinastia che aveva pensato di poter transitare indenne tra opposti schieramenti internazionali e diversi sistemi politici interni.
Risaltò così, in quel frangente, l’assoluta inadeguatezza delle classi dirigenti del paese nei vari campi incapaci di compiere nei momenti decisivi scelte condividendo la responsabilità dei possibili esiti che ne derivassero.
Il ventennio fascista si era chiuso con una profonda lacerazione del tessuto nazionale, che il regime si era proposto di rafforzare procedendo a una forma d’integrazione di massa attuata attraverso l’esaltazione di miti effimeri (nazionalismo, addirittura razza, prolificità) elargendo anche i primi consumi individuali (la radio, i treni popolari) ed elementi di parziale sicurezza (le ferie, la previdenza sociale).
Questi elementi avevano prodotto un’adesione, però superficiale e sostanzialmente passiva, rapidamente dileguatasi nel durissimo confronto con la prova bellica nel corso della quale si era dimostrata, via via la debolezza di un regime nazionalista costruito in maniera del tutto insufficiente rispetto alla pretesa di porsi come potenza militare.
La fuga del Re e di Badoglio a Brindisi assicurò la continuità dello Stato monarchico italiano, pur ridotto negli esigui confini del “regno del Sud” che comprendeva soltanto alcune province pugliesi.
Il “regno del Sud” era soggetto anche al rigido controllo alleato secondo i dettami del “lungo armistizio”.
La nascita pressoché in contemporanea della Repubblica Sociale sanciva, in quel momento, il dissolvimento dello Stato nazionale Italiano, così come questo era stato costruito nel corso del Risorgimento.
L’Italia a quel punto si trovava sotto il dominio dell’esercito tedesco nel Centro – Nord e sotto il controllo delle armate anglo – americane nel Sud.
L’analisi a quel punto non poteva che soffermarsi sulla disfatta del paese, la perdita dell’indipendenza, della sovranità, dell’unità dello Stato.
Nell’estate del ’43 era scomparsa la sostanza, anche se non la forma, dello Stato italiano e si erano dissolti, insieme, i vincoli di solidarietà e di lealtà annodati, a seguito di passaggi storici molto difficili e complicati, tra ceti sociali, orientamenti ideali e religiosi, interessi e distinzioni territoriali spesso fortemente conflittuali tra loro, lungo un processo di costruzione nazionale unitaria meno che secolare (E. Renan. Che cos’è una nazione? Introduzione di Silvio Lanaro, Roma 1993).
Andava considerata nel giusto conto il peso della storia, come memoria, tradizione, coscienza collettiva, che aveva gravato sull’Italia in forme eccezionali per durata e continuità ultramillenarie e andava considerata insieme alle incertezze sui tempi e le forme dell’identità della nazione anche il ritardo della sua costituzione come Stato unitario e la rapida consunzione delle idee e del termine di patria.
Gli avvenimenti dell’8 Settembre ponevano in luce come restasse irrisolto il punto fondamentale di un equilibrio nel rapporto tra governanti e governati, tra classi dirigenti e masse.
L’Italia dopo l’8 Settembre 1943 sembrava tornare a essere considerata poco più di un’espressione geografica (Claudio Pavone, Tre governi e due occupazioni, in “Italia contemporanea” 1985, n.160).
Il punto di svolta, rispetto al quadro che si delineava in quel momento, fu rappresentato dalla formazione, ad opera delle forze politiche antifasciste, del Comitato di Liberazione Nazionale (CLN) il 10 Settembre, nella Roma occupata dai tedeschi.
Il CLN chiama le italiane e gli italiani alla lotta e alla resistenza contro il nazismo e il fascismo.
L’Italia sconfitta e dissolta non ha più soltanto una rappresentanza formale nella screditata dinastia dei Savoia ma può fare riferimento ad una struttura politica, ancora debole e attraversata da contrasti come quello riguardante il futuro istituzionale del paese, che possiede però la suo interno la capacità di porsi come nuova autorità anzitutto morale e anche organizzativa, intorno cui ricostituire il lacerato tessuto nazionale, ancora debole e attraversato da contrasti come quello riguardante il futuro istituzionale del paese, che possiede però la suo interno la capacità di porsi come nuova autorità anzitutto morale e anche organizzativa, intorno cui ricostituire il lacerato tessuto nazionale.
In questo tragico momento i partiti antifascisti si fanno carico dei destini del paese con l’appello alla lotta armata contro i nazisti: è questo l’elemento che li legittima agli occhi della popolazione come i protagonisti della liberazione nazionale.
Per il CLN la sconfitta non significa rinuncia: anzi l’appello del 10 settembre segna l’inizio di una lunga e sanguinosa battaglia resistenziale che dal settembre del ’43 fino all’aprile del ’45 diventa l’imperativo categorico e l’impegno prioritario delle forze antifasciste.
La Resistenza, guidata dal CLN, come esperienza collettiva di una minoranza del popolo italiano che aveva difeso in armi il diritto alla libertà e alla indipendenza di se stessi e del proprio paese, era diventata il più alto riferimento morale e il fondamento etico – politico del travagliato processo di ricostruzione dell’unità statale e dell’identità nazionale.
La Resistenza si configurava quindi come il momento essenziale del riscatto italiano dopo la disfatta del fascismo e come tale continua a rappresentare ancor oggi il carattere più elevato e il connettivo più solido per la ricostituzione dell’ordinamento dello Stato.
Il risultato complessivo di quelle convulsioni storiche è stato rappresentato dalla Costituzione Repubblicana e dalle scelte politiche che il suo contenuto ha dettato nel corso degli anni: anche qui tra fortissime contraddizioni e difficoltà.
Tra queste scelte la più importante è sicuramente quella riguardante la forma della democrazia parlamentare e rappresentativa.
Una forma della democrazia già sufficientemente attaccata nel corso degli anni dalla reazione individualistica, autoritaria, dell’imposizione di un artificiale dominio di un insensato modello mediatico.
Una forma della democrazia che oggi si intende ridurre drasticamente deformando lo stesso testo del dettato costituzionale.
Un tentativo da respingere aggregando le forze più sane che ancora resistono in questa Repubblica.
Per compilare questo testo sono stati consultati: “Storia dell’Italia Repubblicana” volume I “La costruzione della democrazia” Einaudi, Torino 1995 e Simona Colarizi “Storia dei partiti nell’Italia repubblicana”, Laterza Roma – Bari 1994
Fonte
05/05/2016
Visioni Militant(I): Il Terrorista, di Gianfranco De Bosio
Pochi giorni fa ci è capitato di riscoprire un film particolare sulla Resistenza. Stiamo parlando de “Il Terrorista”, film del 1963, opera prima del regista, ai più sconosciuto, Gianfranco De Bosio. Un evento in controtendenza rispetto alla narrazione revisionista, in particolare della storia novecentesca, presente sui principali organi mediatici: dai documentari sempre più anti-storicamente liberali e visceralmente anticomunisti, alle mediocri fiction riabilitanti anche le figure più discutibili del nostro passato nazionale. Capita anche alla Rai di tirare fuori qualche vecchio cimelio del glorioso cinema italiano, quello dell’impegno civile: evento più unico che raro, accaduto probabilmente per distrazione. Il film racconta le vicende della guerriglia gappista nella Venezia occupata nel 1944 dai nazifascisti. Un nucleo dei Gap, capitanati dall’ingegnere Renato Braschi, interpretato da un giovane e brillante Gian Maria Volonté, mette in atto una serie di azioni e agguati contro obiettivi militari fascisti. La storia in sé del film non presenta una trama particolarmente avvincente o inedita; quello che colpisce è la costruzione dei dialoghi e la capacità di raccontare un clima politico senza gli accomodamenti del senno del poi. Le sedute del Cln veneziano, che discutono dell’opportunità delle azioni “terroristiche” dei Gap, della liceità di un certo modo di operare, gli scontri profondi all’interno del Cln, che vengono ben rappresentati nel film, sono trattati senza retorica, mettendo in rilievo le diverse culture politiche. Le sedute del Comitato in cui comunisti, socialisti, azionisti, democristiani e liberali si confrontano e si scontrano ci danno la cifra della debolezza intrinseca del nuovo potere popolare in cui il vecchio mondo liberale e borghese si confronta con il nuovo protagonismo rappresentato dai comunisti e anche da una piccola borghesia antifascista e progressista che si vuole scrollare di dosso il tragico passato nazionale. Come sappiamo, il governo e lo spirito del Cln subito dopo la Resistenza verranno emarginati e successivamente archiviati, e nel film questo è visibile ed ermeticamente anticipato.
Un altro aspetto che colpisce è la viva durezza dell’agire partigiano: il film è scevro da ogni ammiccamento romantico o da retorica nazionale, non esiste un eroe, esiste una pratica dura e necessaria che non risparmia colpi al nemico di sempre. La figura dell’ingegnere è paradigmatica della durezza gappista, della solitudine dell’operare, della ferma volontà dell’agire, senza alcun romantico afflato della volontà, ma solo determinato dalla necessità della propria condizione e dal corso della storia. In un passaggio del film l’ingegnere, nel dialogo con la sua compagna, vista furtivamente, si chiede se dopo la Liberazione, con la libertà, dopo qualche decennio si tornerà indietro, se la gente si farà addormentare, anestetizzare da un po’ di pace e rinuncerà alla libertà e alle cose fondamentali per cui si sta combattendo. Bene a questa domanda posta a sé stesso e alla sua generazione, risponde che l’unico modo con cui si può cambiare un mondo sbagliato è la lotta. Ci sembra che in questo passaggio c’è un po’ tutta la disincantata lettura della stagione post-resistenziale. Una visione non certamente nichilista, ma una denuncia della restaurazione politica e culturale avvenuta nel paese. Calcolando che il film è uscito a pochi lustri dalle vicende raccontate, e che il regista ha vissuto direttamente da protagonista nella zona veneta la lotta partigiana, traspare questa lucida denuncia che dà al film un valore aggiunto.
Senza nostalgie passatiste, va però detto che il cinema nazionale, e non solo, oggi non è veramente in grado di leggere e raccontare la Storia o una storia a queste altezze senza ricadere nel minimalismo nanista, nel moralismo buonista o nell’estetismo fine a se stesso. Questo agire culturale concorre alla formazione di un pubblico incapace di vedere oltre le piccole storie del piccolo mondo disinteressato alle grandi questioni che agitano la nostra epoca e che soprattutto ama l’indifferenza e odia la partigianeria. Come manca un cinema dell’impegno civile, che sappia scendere in campo ed essere intelligentemente di parte, cattivo, perché di bontà e speranza non ne abbiamo bisogno.
Fonte
Un altro aspetto che colpisce è la viva durezza dell’agire partigiano: il film è scevro da ogni ammiccamento romantico o da retorica nazionale, non esiste un eroe, esiste una pratica dura e necessaria che non risparmia colpi al nemico di sempre. La figura dell’ingegnere è paradigmatica della durezza gappista, della solitudine dell’operare, della ferma volontà dell’agire, senza alcun romantico afflato della volontà, ma solo determinato dalla necessità della propria condizione e dal corso della storia. In un passaggio del film l’ingegnere, nel dialogo con la sua compagna, vista furtivamente, si chiede se dopo la Liberazione, con la libertà, dopo qualche decennio si tornerà indietro, se la gente si farà addormentare, anestetizzare da un po’ di pace e rinuncerà alla libertà e alle cose fondamentali per cui si sta combattendo. Bene a questa domanda posta a sé stesso e alla sua generazione, risponde che l’unico modo con cui si può cambiare un mondo sbagliato è la lotta. Ci sembra che in questo passaggio c’è un po’ tutta la disincantata lettura della stagione post-resistenziale. Una visione non certamente nichilista, ma una denuncia della restaurazione politica e culturale avvenuta nel paese. Calcolando che il film è uscito a pochi lustri dalle vicende raccontate, e che il regista ha vissuto direttamente da protagonista nella zona veneta la lotta partigiana, traspare questa lucida denuncia che dà al film un valore aggiunto.
Senza nostalgie passatiste, va però detto che il cinema nazionale, e non solo, oggi non è veramente in grado di leggere e raccontare la Storia o una storia a queste altezze senza ricadere nel minimalismo nanista, nel moralismo buonista o nell’estetismo fine a se stesso. Questo agire culturale concorre alla formazione di un pubblico incapace di vedere oltre le piccole storie del piccolo mondo disinteressato alle grandi questioni che agitano la nostra epoca e che soprattutto ama l’indifferenza e odia la partigianeria. Come manca un cinema dell’impegno civile, che sappia scendere in campo ed essere intelligentemente di parte, cattivo, perché di bontà e speranza non ne abbiamo bisogno.
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08/09/2015
8 Settembre 1943. La caduta del regime
Nelle prime ore del mattino Badoglio trasmette al quartier generale alleato ad Algeri un messaggio con il quale informa che il governo italiano non può diffondere la notizia dell’armistizio firmato a Cassibile il 3 Settembre dal generale Castellano a causa della consistente presenza di truppe tedesche ammassate nei dintorni di Roma.
Eisenhower giudica impossibile l’invio di una divisione aviotrasportata a Roma essendo gli italiani nell’impossibilità di fornirle i mezzi di trasporto e respinge la richiesta di rinvio della comunicazione dell’avvenuto armistizio.
Alle ore 16:30 Radio New York anticipa la notizia.
In Italia settentrionale i reparti dell’armata tedesca comandata dal maresciallo Rommel iniziano i rastrellamenti dei soldati italiani e l’occupazione dei punti strategici delle aree industriali e delle vie di comunicazione.
Alle ore 18:45 al Quirinale si svolge una riunione per valutare la situazione. Vi partecipano il re, Badoglio, Acquarone, Guariglia (ministro degli Esteri), Carbone (comandante la piazza di Roma), e i ministri della guerra, della marina, dell’aeronautica. Durante la seduta giunge la notizia che Eisenhower ha annunciato l’armistizio con l’Italia.
Alle 19:45 Badoglio legge un comunicato con cui informa il Paese che “il governo italiano, riconosciuta l’impossibilità di continuare l’impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell’intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla Nazione, ha chiesto un armistizio al generale Eisenhower, comandante in capo delle forze anglo – americane. La richiesta è stata accolta. Conseguentemente ogni atto di ostilità contro le forze anglo – americane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse però reagiranno a eventuali attacchi di qualsiasi altra provenienza”. Prive di direttive precise le forze armate si sbandano.
Nella notte a Salerno gli Alleati iniziano le operazioni di sbarco, incontrando una violenta resistenza da parte delle truppe tedesche. Intorno a Roma le divisioni dei Granatieri di Sardegna, Piave e Ariete contrastano l’avanzata dei reparti tedeschi.
Alle ore 5:10 il re e Badoglio accompagnati da un gruppo di militari e di funzionari abbandonano Roma diretti a Pescara, dove un’unità della Marina li porteranno a Brindisi sotto la protezione degli alleati.
A Porta San Paolo e in altri quartieri della Capitale l’esercito, con l’appoggio della popolazione, si oppone all’avanzata dei tedeschi comandati dal maresciallo Kesserling. La resistenza durerà fino al giorno 10, quando le truppe italiane saranno costrette a capitolare e i tedeschi occuperanno Roma, formalmente dichiarata “Città aperta”.
Si costituisce il Comitato di Liberazione Nazionale e si compone il primo CLN (nel corso del mese di Ottobre si formeranno quelli regionali). Ne fanno parte Scoccimarro e Amendola per il PCI, Nenni e Romita per il PSIUP, La Malfa e Fenoaltea per il Partito d’Azione, Ruini per Democrazia del Lavoro, De Gasperi per la DC, Casati per il PLI.
Eventi grandi, eccezionali come quelli appena descritti, pongono i popoli e le donne e gli uomini che ne fanno parte davanti alla necessità di scelte drastiche e decisive per l’avvenire della loro nazione, della loro entità collettiva e per loro stessi.
Si verificano passaggi storici che quasi “costringono” a prendere coscienza di verità che, in precedenza, apparivano come latenti o la cui piena consapevolezza sembrava riservata a pochi.
Uno di questi avvenimenti, forse quello davvero decisivo nella storia d’Italia (almeno per la sua parte più recente) fu rappresentato dal vuoto istituzionale creatosi con l’armistizio dell’8 settembre 1943.
In quel contesto emerse la necessità, per i singoli, di compiere scelte cui la gran parte non aveva mai pensato di dover essere chiamata.
In quel drammatico frangente emerse la necessità di esplicitamente consentire o dissentire: il sistema stava crollando e gli obblighi verso lo Stato non costituivano più un sicuro punto di riferimento per i comportamenti individuali.
Lo Stato non era più in grado di pretendere quei “sacrifici per amore” di cui parla Jean Paul Sartre nell’intervista rilasciata nel 1969 a Rossana Rossanda, a proposito della guerra in Vietnam.
A questo proposito Claudio Pavone, nel suo fondamentale “Una guerra civile, saggio storico sulla moralità della Resistenza” cita opportunamente Hobbes, riferendolo direttamente all’Italia del 1943: “ L’obbligo dei sudditi verso il sovrano s’intende che dura fino a che dura il potere, per il quale esso è in grado di proteggerli, e non più a lungo, poiché il diritto che gli uomini hanno per natura di proteggere se stessi, quando nessun altro può proteggerli, non può essere abbandonato a nessun patto.” “Il Leviatano pag.216".
La scomparsa della presenza statale, come si verificò d’improvviso l’8 settembre 1943, poteva essere avvertita con un senso di smarrimento o come un’occasione di libertà.
Però, quando le truppe tedesche di occupazione cominciarono a dare un minimo di formalizzazione alla loro violenza e quando, subito dopo, i fascisti crearono la Repubblica Sociale, quando cioè nell’Italia occupata il vuoto istituzionale fu in un qualche modo riempito da un diverso sistema di autorità, la scelta da compiere divenne più dura e drammatica, perché la spontanea, umana solidarietà “tra scampati” dei primi giorni non poteva essere più sufficiente.
La scelta doveva, infatti, esercitarsi fra una disobbedienza per la quale apparivano altissimi i prezzi da pagare e le lusinghe della, pur tetra, “normalizzazione” nazifascista.
Il primo significato di libertà che assunse la scelta resistenziale fu implicita nel suo rappresentare un atto di disobbedienza.
Non si trattò tanto di ribellione a un governo legale, perché su chi detenesse la legalità non c’erano dubbi, ma di ribellione verso chi disponeva, in quel momento, della forza per farsi obbedire.
Era, cioè (come precisò poi, nel 1986, Franco Venturi nel corso di un seminario tenuto alla Scuola Normale di Pisa) “una rivolta contro il potere dell’uomo sull’uomo, una riaffermazione dell’antico principio che il potere non deve averla vinta sulla virtù”.
Per la prima volta nella storia dell’Italia Unita le italiane e gli italiani vissero, in forme diverse anche rispetto alle realtà territoriali nelle quali si trovarono a dover vivere e operare, un’esperienza di disobbedienza di massa.
Il fatto va ricordato come di particolare rilevanza proprio per quella generazione che, nella scuola, era stata educata a una sorta di “culto dell’obbedienza”.
Un secondo elemento da analizzare attentamente è rappresentato dal fatto che, davanti a scelte prima di tutto individuali, si presentò il nesso “necessità – libertà”, che proprio nella scelta resistenziale assunse, insieme, problematicità e limpidezza nello stesso tempo.
Una scelta da compiere, citando ancora Sartre (“La repubblica del silenzio”) “nella responsabilità totale e nella solitudine totale, cercando la rivelazione stessa della nostra libertà”.
La solitudine, cioè la piena responsabilità individuale della decisione (“ho fatto di mia spontanea volontà, perciò non dovete piangere” scrive a 19 anni Vito Salmi, partigiano garibaldino, fucilato a Bardi il 4 Maggio 1944) è come esaltata e insieme riscattata dalla percezione dell’ineliminabile necessità di scegliere tra comportamenti che recavano iscritti valori che come ha scritto Massimo Mila portavano a una “rivelazione a se stessi di una nuova possibilità di vita”.
Questo senso della vita che “ricomincia da capo” (come scrisse “Risorgimento Liberale” il 23 Novembre 1943) sebbene avesse assunto sotto tanti aspetti la veste della politica, andava ben oltre quel “correre il rischio del politico” che Carl Schimtt indica quale conseguenza ineluttabile del fatto che “tutti i cittadini vengono obbligati a prendere posizione nella guerra civile”.
Si trattò piuttosto, come scrive Hirschman, “della percezione improvvisa (o dell’illusione”) che posso agire per cambiare in meglio la società e che, inoltre, posso unirmi ad altre persone della stessa opinione”.
La politica irruppe così nella vita partigiana, allorquando la “banda” nata da un’iniziale spinta di rivolta antistituzionale, o almeno di supplenza all’eclisse delle istituzioni, evolvette rapidamente e in modi originali, secondo una linea che la portò a diventare, in termini weberiani, da una semplice “comunità” o “associazione”, a vero e proprio “gruppo sociale” retto da un ordinamento in cui l’agire era orientato in vista di dotarsi di regole vincolanti ed esemplari.
Il tramite di quella che, sempre Claudio Pavone, indica come “la via di una nuova istituzionalizzazione” fu rappresentato dalla presenza dei partiti che, attraverso il CLN, avevano assunto il ruolo di punto di riferimento, di vera e propria “guida politica” dell’intero movimento resistenziale.
L’organizzazione di tipo militare non sarebbe stata da sola sufficiente a tenere unito un esercito partigiano, tanto variegato e geloso della propria autonomia.
I legami con i partiti fecero da contrappeso alle spinte autonomistiche e ribellistiche che pure erano ben presenti, come del resto a quelle localistiche.
Questi legami resero più omogenee al loro interno le singole formazioni, differenziandole dalle altre di diverso colore, ma nello stesso tempo operarono come fattore di unità perché non solo trasmisero alla base la politica unitaria del CLN, ma alimentarono la convinzione che fosse l’impegno politico in quanto tale a costituire il cemento sostanziale tra i partigiani.
La scelta individuale compiuta al momento del “prendere o lasciare” del momento dell’invasione tedesca e della subalternità fascista era così maturata nella prefigurazione di un futuro diverso dove l’anelito alla libertà trovava sostanza nei principi fondativi di un’appartenenza politica.
Il radicamento dei partiti nella società italiana del dopoguerra ebbe certo uno dei suoi presupposti in questa loro presenza resistenziale e si può affermare ancora adesso, con sicurezza e con orgoglio, che su queste basi fu possibile poi, nel corso di frangenti quanto mai difficili, scrivere la Costituzione Repubblicana.
Fu, però nelle scelte difficili e solitarie compiute all’inizio della lotta di Resistenza che si realizzò la saldatura tra chi aveva combattuto il fascismo nel Ventennio e chi era salito in montagna dopo l’8 Settembre: una saldatura che avrebbe formato una nuova classe dirigente, una “generazione lunga” che avrebbe, tra fatiche, contraddizioni, conflitti ricostruito una convivenza civile e una coscienza collettiva: ciascheduno per la propria parte, con le proprie convinzioni ma nell’idea di fondo che attraversò i resistenti italiani: non ci si poteva limitare alla disfatta tedesca, bisognava ricostruire prima di tutto un senso comune. Come scrisse Silvio Trentin “Vincere la guerra per vincere la pace”.
Oggi la pace sembra proprio essere in pericolo: ripensare e riflettere sulle tragedie del passato dovrebbe essere utile a ritrovare proprio quell'identità di valori e quella coscienza collettiva che appare ormai del tutto smarrita.
Fonte
Eisenhower giudica impossibile l’invio di una divisione aviotrasportata a Roma essendo gli italiani nell’impossibilità di fornirle i mezzi di trasporto e respinge la richiesta di rinvio della comunicazione dell’avvenuto armistizio.
Alle ore 16:30 Radio New York anticipa la notizia.
In Italia settentrionale i reparti dell’armata tedesca comandata dal maresciallo Rommel iniziano i rastrellamenti dei soldati italiani e l’occupazione dei punti strategici delle aree industriali e delle vie di comunicazione.
Alle ore 18:45 al Quirinale si svolge una riunione per valutare la situazione. Vi partecipano il re, Badoglio, Acquarone, Guariglia (ministro degli Esteri), Carbone (comandante la piazza di Roma), e i ministri della guerra, della marina, dell’aeronautica. Durante la seduta giunge la notizia che Eisenhower ha annunciato l’armistizio con l’Italia.
Alle 19:45 Badoglio legge un comunicato con cui informa il Paese che “il governo italiano, riconosciuta l’impossibilità di continuare l’impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell’intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla Nazione, ha chiesto un armistizio al generale Eisenhower, comandante in capo delle forze anglo – americane. La richiesta è stata accolta. Conseguentemente ogni atto di ostilità contro le forze anglo – americane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse però reagiranno a eventuali attacchi di qualsiasi altra provenienza”. Prive di direttive precise le forze armate si sbandano.
Nella notte a Salerno gli Alleati iniziano le operazioni di sbarco, incontrando una violenta resistenza da parte delle truppe tedesche. Intorno a Roma le divisioni dei Granatieri di Sardegna, Piave e Ariete contrastano l’avanzata dei reparti tedeschi.
Alle ore 5:10 il re e Badoglio accompagnati da un gruppo di militari e di funzionari abbandonano Roma diretti a Pescara, dove un’unità della Marina li porteranno a Brindisi sotto la protezione degli alleati.
A Porta San Paolo e in altri quartieri della Capitale l’esercito, con l’appoggio della popolazione, si oppone all’avanzata dei tedeschi comandati dal maresciallo Kesserling. La resistenza durerà fino al giorno 10, quando le truppe italiane saranno costrette a capitolare e i tedeschi occuperanno Roma, formalmente dichiarata “Città aperta”.
Si costituisce il Comitato di Liberazione Nazionale e si compone il primo CLN (nel corso del mese di Ottobre si formeranno quelli regionali). Ne fanno parte Scoccimarro e Amendola per il PCI, Nenni e Romita per il PSIUP, La Malfa e Fenoaltea per il Partito d’Azione, Ruini per Democrazia del Lavoro, De Gasperi per la DC, Casati per il PLI.
Eventi grandi, eccezionali come quelli appena descritti, pongono i popoli e le donne e gli uomini che ne fanno parte davanti alla necessità di scelte drastiche e decisive per l’avvenire della loro nazione, della loro entità collettiva e per loro stessi.
Si verificano passaggi storici che quasi “costringono” a prendere coscienza di verità che, in precedenza, apparivano come latenti o la cui piena consapevolezza sembrava riservata a pochi.
Uno di questi avvenimenti, forse quello davvero decisivo nella storia d’Italia (almeno per la sua parte più recente) fu rappresentato dal vuoto istituzionale creatosi con l’armistizio dell’8 settembre 1943.
In quel contesto emerse la necessità, per i singoli, di compiere scelte cui la gran parte non aveva mai pensato di dover essere chiamata.
In quel drammatico frangente emerse la necessità di esplicitamente consentire o dissentire: il sistema stava crollando e gli obblighi verso lo Stato non costituivano più un sicuro punto di riferimento per i comportamenti individuali.
Lo Stato non era più in grado di pretendere quei “sacrifici per amore” di cui parla Jean Paul Sartre nell’intervista rilasciata nel 1969 a Rossana Rossanda, a proposito della guerra in Vietnam.
A questo proposito Claudio Pavone, nel suo fondamentale “Una guerra civile, saggio storico sulla moralità della Resistenza” cita opportunamente Hobbes, riferendolo direttamente all’Italia del 1943: “ L’obbligo dei sudditi verso il sovrano s’intende che dura fino a che dura il potere, per il quale esso è in grado di proteggerli, e non più a lungo, poiché il diritto che gli uomini hanno per natura di proteggere se stessi, quando nessun altro può proteggerli, non può essere abbandonato a nessun patto.” “Il Leviatano pag.216".
La scomparsa della presenza statale, come si verificò d’improvviso l’8 settembre 1943, poteva essere avvertita con un senso di smarrimento o come un’occasione di libertà.
Però, quando le truppe tedesche di occupazione cominciarono a dare un minimo di formalizzazione alla loro violenza e quando, subito dopo, i fascisti crearono la Repubblica Sociale, quando cioè nell’Italia occupata il vuoto istituzionale fu in un qualche modo riempito da un diverso sistema di autorità, la scelta da compiere divenne più dura e drammatica, perché la spontanea, umana solidarietà “tra scampati” dei primi giorni non poteva essere più sufficiente.
La scelta doveva, infatti, esercitarsi fra una disobbedienza per la quale apparivano altissimi i prezzi da pagare e le lusinghe della, pur tetra, “normalizzazione” nazifascista.
Il primo significato di libertà che assunse la scelta resistenziale fu implicita nel suo rappresentare un atto di disobbedienza.
Non si trattò tanto di ribellione a un governo legale, perché su chi detenesse la legalità non c’erano dubbi, ma di ribellione verso chi disponeva, in quel momento, della forza per farsi obbedire.
Era, cioè (come precisò poi, nel 1986, Franco Venturi nel corso di un seminario tenuto alla Scuola Normale di Pisa) “una rivolta contro il potere dell’uomo sull’uomo, una riaffermazione dell’antico principio che il potere non deve averla vinta sulla virtù”.
Per la prima volta nella storia dell’Italia Unita le italiane e gli italiani vissero, in forme diverse anche rispetto alle realtà territoriali nelle quali si trovarono a dover vivere e operare, un’esperienza di disobbedienza di massa.
Il fatto va ricordato come di particolare rilevanza proprio per quella generazione che, nella scuola, era stata educata a una sorta di “culto dell’obbedienza”.
Un secondo elemento da analizzare attentamente è rappresentato dal fatto che, davanti a scelte prima di tutto individuali, si presentò il nesso “necessità – libertà”, che proprio nella scelta resistenziale assunse, insieme, problematicità e limpidezza nello stesso tempo.
Una scelta da compiere, citando ancora Sartre (“La repubblica del silenzio”) “nella responsabilità totale e nella solitudine totale, cercando la rivelazione stessa della nostra libertà”.
La solitudine, cioè la piena responsabilità individuale della decisione (“ho fatto di mia spontanea volontà, perciò non dovete piangere” scrive a 19 anni Vito Salmi, partigiano garibaldino, fucilato a Bardi il 4 Maggio 1944) è come esaltata e insieme riscattata dalla percezione dell’ineliminabile necessità di scegliere tra comportamenti che recavano iscritti valori che come ha scritto Massimo Mila portavano a una “rivelazione a se stessi di una nuova possibilità di vita”.
Questo senso della vita che “ricomincia da capo” (come scrisse “Risorgimento Liberale” il 23 Novembre 1943) sebbene avesse assunto sotto tanti aspetti la veste della politica, andava ben oltre quel “correre il rischio del politico” che Carl Schimtt indica quale conseguenza ineluttabile del fatto che “tutti i cittadini vengono obbligati a prendere posizione nella guerra civile”.
Si trattò piuttosto, come scrive Hirschman, “della percezione improvvisa (o dell’illusione”) che posso agire per cambiare in meglio la società e che, inoltre, posso unirmi ad altre persone della stessa opinione”.
La politica irruppe così nella vita partigiana, allorquando la “banda” nata da un’iniziale spinta di rivolta antistituzionale, o almeno di supplenza all’eclisse delle istituzioni, evolvette rapidamente e in modi originali, secondo una linea che la portò a diventare, in termini weberiani, da una semplice “comunità” o “associazione”, a vero e proprio “gruppo sociale” retto da un ordinamento in cui l’agire era orientato in vista di dotarsi di regole vincolanti ed esemplari.
Il tramite di quella che, sempre Claudio Pavone, indica come “la via di una nuova istituzionalizzazione” fu rappresentato dalla presenza dei partiti che, attraverso il CLN, avevano assunto il ruolo di punto di riferimento, di vera e propria “guida politica” dell’intero movimento resistenziale.
L’organizzazione di tipo militare non sarebbe stata da sola sufficiente a tenere unito un esercito partigiano, tanto variegato e geloso della propria autonomia.
I legami con i partiti fecero da contrappeso alle spinte autonomistiche e ribellistiche che pure erano ben presenti, come del resto a quelle localistiche.
Questi legami resero più omogenee al loro interno le singole formazioni, differenziandole dalle altre di diverso colore, ma nello stesso tempo operarono come fattore di unità perché non solo trasmisero alla base la politica unitaria del CLN, ma alimentarono la convinzione che fosse l’impegno politico in quanto tale a costituire il cemento sostanziale tra i partigiani.
La scelta individuale compiuta al momento del “prendere o lasciare” del momento dell’invasione tedesca e della subalternità fascista era così maturata nella prefigurazione di un futuro diverso dove l’anelito alla libertà trovava sostanza nei principi fondativi di un’appartenenza politica.
Il radicamento dei partiti nella società italiana del dopoguerra ebbe certo uno dei suoi presupposti in questa loro presenza resistenziale e si può affermare ancora adesso, con sicurezza e con orgoglio, che su queste basi fu possibile poi, nel corso di frangenti quanto mai difficili, scrivere la Costituzione Repubblicana.
Fu, però nelle scelte difficili e solitarie compiute all’inizio della lotta di Resistenza che si realizzò la saldatura tra chi aveva combattuto il fascismo nel Ventennio e chi era salito in montagna dopo l’8 Settembre: una saldatura che avrebbe formato una nuova classe dirigente, una “generazione lunga” che avrebbe, tra fatiche, contraddizioni, conflitti ricostruito una convivenza civile e una coscienza collettiva: ciascheduno per la propria parte, con le proprie convinzioni ma nell’idea di fondo che attraversò i resistenti italiani: non ci si poteva limitare alla disfatta tedesca, bisognava ricostruire prima di tutto un senso comune. Come scrisse Silvio Trentin “Vincere la guerra per vincere la pace”.
Oggi la pace sembra proprio essere in pericolo: ripensare e riflettere sulle tragedie del passato dovrebbe essere utile a ritrovare proprio quell'identità di valori e quella coscienza collettiva che appare ormai del tutto smarrita.
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