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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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28/04/2017

I giorni della Liberazione. 28 Aprile, giustizia è fatta /4


Walter Audisio “Valerio” e Aldo Lampredi “Guido” partono da Milano, con un plotone di 14 partigiani agli ordini del comandante Alfredo Mordini “Riccardo” e di Orfeo Landini “Piero”. Giunti a Como, Audisio e Lampredi esibiscono il lasciapassare di Cadorna al nuovo prefetto nominato dal CVL, Virginio Bertinelli, e al colonnello Sardagna, che erano entrambi dalla parte di chi voleva salvare Mussolini consegnandolo agli alleati, secondo le istruzioni di Cadorna.

Valerio e Guido debbono mentire per ottenere collaborazione, assicurando loro che avrebbero trasferito i prigionieri a Como e, in un secondo momento, a Milano, dove gli Alleati stavano prendendo il controllo. Trattenuto a Como fino alle 12.15 in cerca di un camion per il trasporto, Audisio si sposta infine a Dongo, dove giungerà alle 14.10.

Nel frattempo, giungono a Dongo da Como Oscar Sforni, segretario del CLN comasco, ed il maggiore Cosimo Maria De Angelis, responsabile militare del CLNAI per la zona di Como, inviati dal CLN comasco: anch’essi col compito di trasportare Mussolini a Como, consegnarlo agli alleati e salvargli la vita.

E’ un momento cruciale: Audisio è solo, perché Lampredi è momentaneamente assente, allontanatosi per andare alla sede del locale Partito Comunista nella ricerca del camion per il trasporto dei prigionieri.”Valerio” procede allora ad un atto estremo: i due (Sforni e De Angelis) saranno fatti imprigionare da “Valerio”, in modo da non intralciarne la missione, e verranno rilasciati solo ad operazione conclusa.

A Dongo – quindi – “Valerio” trova un ambiente difficile ed ostile: si incontra con il comandante Pier Luigi Bellini delle Stelle e gli rivela la verità, comunicandogli di aver avuto l’ordine di fucilare Mussolini e gli altri prigionieri.

“Pedro”, pur comandante di una Brigata Garibaldi, è un moderato, di origini nobili, e non un comunista o un azionista; protesta vivamente, ma dopo aver preso visione delle credenziali di Cadorna, e ritenendole sufficienti, correttamente ubbidisce ad un ufficiale di grado superiore e, pur disapprovando, muta atteggiamento rispetto alla notte precedente.

Il dittatore intanto, ignaro che per salvargli la vita si stanno battendo gli americani, gli inglesi, i badogliani, e una parte dei comandi partigiani “moderati”, passa una notte e una mattinata relativamente tranquille a casa De Maria a Bonzanigo di Mezzegra, con la Petacci. Non subiranno, da vivi, alcun maltrattamento.

Sembra quindi che, in quelle ore, fra i protagonisti diretti, solo i due giovani partigiani “Lino” e “Sandrino” che sorvegliano Mussolini, oltre al “capitano Neri” e “Pietro” e quelli della 52a Brigata, e massime il pugno di partigiani di “Valerio” e “Guido”, si battano per fare Giustizia. Molti altri, già sono pronti a delegarla ad un esercito straniero.

Fig. 19. La camera di Casa De Maria dove Mussolini e Petacci pernottarono la notte fra il 27 e il 28 aprile.

 Fig. 20. Fotografia di dubbia autenticità, ma comunque utile come ricostruzione. Rappresenta Mussolini seduto sul letto della stanza di casa De Maria, 28 aprile 1945. I dettagli della stanza da letto corrispondono al vero. Riconoscibile sul capo un inizio di fasciatura, posta per mascherarne la riconoscibilità, al momento del trasporto verso il luogo dell’esecuzione. Il viso di Mussolini appare però più grasso di come era l’aspetto del’ex duce negli ultimi giorni. L’altro corpo riverso sul letto corrisponderebbe a quello della Petacci, con la pelliccia. Se fosse stata autentica, sarebbe stata l’ultima foto di Mussolini da vivo: ma ripetiamo, il viso del Mussolini degli ultimi giorni non aveva la pinguedine nella zona del sottomento presente in questa foto, che è tuttora un mistero.

Walter Audisio “Valerio” si trova quindi – a metà giornata del 28 – a Dongo, con la sua squadra di partigiani, incaricato dal Comitato insurrezionale del CLNAI a Milano di eseguire la condanna a morte di Mussolini e dei gerarchi. Ha perduto tutta la mattina per vincere le resistenze dei partigiani e delle autorità locali, e in attesa di un camion per il trasporto.

Non fidandosi ancora completamente di lui, Audisio chiede al Comandante “Pedro” di andare a prelevare i gerarchi prigionieri a Germasino, in modo da riunirli tutti a Dongo, in vista del loro trasporto. A questo punto “Pedro” conosce già la sorte che li attende, ma come abbiamo già precisato obbedisce pur disapprovando agli ordini di un ufficiale superiore (Valerio), munito di un lasciapassare firmato personalmente da Cadorna. Valerio ha infatti già fatto compilare personalmente la lista dei fucilandi (v. in seguito).

Alle 15:15 – allontanatosi Pedro verso Germasino – “Valerio” rompe gli indugi e parte da Dongo in auto, in direzione di Bonzanigo, dove l’ex duce è prigioniero. Per essere più veloce e meno intercettabile, non si fa seguire neppure dalla sua esigua squadra, che lascia di presidio a Dongo, ma solo da Aldo Lampredi “Guido”, che condivide con lui il comando della missione da Milano, e da Michele Moretti “Pietro”, che conosceva i carcerieri ed il luogo, essendoci già stato la notte prima insieme a “Pedro” e “Neri”; con loro l’autista e partigiano Giovanni Battista Geninazza. Senza Michele Moretti, Audisio e Lampredi non avrebbero mai potuto individuare dove fossero stati nascosti Mussolini e la Petacci.

Vi sono molte versioni contrastanti su come andò, da quel punto in avanti; nella sostanza, si può dire che gli esecutori giungono a casa De Maria, sempre sorvegliata da “Sandrino” e “Lino”, prelevano Mussolini e la Petacci, raccontando loro di essere venuti a liberarli per ottenere collaborazione dall’ex duce nel trasferimento, e li portano in auto nel luogo precedentemente scelto per l’esecuzione, poco distante: un vialetto, via XXIV Maggio a Giulino di Mezzegra, in posizione riparata davanti alla cancellata di una villa, Villa Belmonte. Fatti scendere i due, Moretti e Lampredi sono inviati da Audisio a bloccare la strada nelle due direzioni, mentre a Mussolini viene fatto cenno di dirigersi verso il cancello. “Valerio” sospinge Mussolini verso l’inferriata e pronuncia la sentenza: “Per ordine del Comando Generale del Corpo Volontari della Libertà sono incaricato di rendere giustizia al popolo italiano“. Mussolini e Petacci sono paralizzati contro il muretto a sinistra, vicino al cancello. Audisio tenta di procedere all’esecuzione, ma il suo mitra si inceppa; Lampredi si avvicina, estrae la sua pistola, ma anche da questa il colpo non parte; chiama allora Moretti che, di corsa, sopraggiunge con il suo mitra. Con tale arma il “colonnello Valerio” – oppure Lampredi o più probabilmente Moretti stesso, secondo altre versioni – scarica una raffica mortale di cinque colpi su Mussolini. La Petacci non si muove dal fianco di Mussolini, supplica di lasciarlo stare, e nonostante i solleciti a spostarsi, vuol seguirlo fino all’ultimo istante. Viene accontentata, muore colpita dalla raffica. Viene poi inferto un colpo di grazia al cuore di Mussolini, con la pistola, da Lampredi. Sono le ore 16.10 del giorno 28 aprile 1945.

Figura 20a – La pistola Beretta di Lampredi, che inferse a Mussolini il colpo di grazia, 28 aprile 1945.

Figura 20b – Fucile mitragliatore di produzione francese Mas 38, l’arma del “Colonnello Valerio”, Valter Audisio, 28 aprile 1945.

Alcune versioni danno come esecutore materiale Lampredi, altre ancora Michele Moretti, che era in quel periodo l’unico partigiano combattente sui luoghi, mentre Audisio e Lampredi operavano con ruoli dirigenziali presso i vertici del CVL a Milano. Ci paiono, alla fine, dettagli, difficili da appurare: i referti autoptici (si veda in seguito) confermano che i proiettili che colpirono Mussolini da vivo, incluso quello ritenuto mortale, partirono effettivamente da queste due armi.

Da più parti si sostenne poi che Audisio – figura abbastanza secondaria nel Partito Comunista fino ad allora – prese, su indicazione di Longo e Sereni, sulle sue spalle il merito (e il peso) di diventare “il partigiano che aveva giustiziato Mussolini”, in quanto Lampredi aveva un ruolo pubblico più delicato nel Partito e non era opportuno attribuirgli l’uccisione dei due. Michele Moretti, anch’egli del Partito Comunista, si contraddistinse sempre per una certa discrezione sull’accaduto, in osservanza probabilmente ai dettami del Partito, che tesero ad accreditare una sola “versione ufficiale”.

Il relativo mistero sugli ultimi istanti di vita di Mussolini generò, nei decenni successivi, una ridda di versioni alternative. Vi sono ad esempio delle ricostruzioni che datano la morte di Mussolini al mattino, la più documentata delle quali resta secondo noi quella del giornalista, di parte neofascista, Giorgio Pisanò, autore di una inchiesta notevole, molto dettagliata e di prima mano, condotta nell’arco di decenni di lavoro [Giorgio Pisanò, Gli ultimi cinque secondi di Mussolini, Milano, Il saggiatore, 1996]

Ma le ricostruzioni che datano la morte di Mussolini al mattino contrastano con molti dati di fatto, soprattutto i migliori referti autoptici: i più affidabili e recenti [Pierluigi Baima Bollone, Le ultime ore di Mussolini, Milano, Mondadori, 2005], ad opera del dott. Baima Bollone, noto medico legale, che riesaminò tutti i referti redatti a suo tempo dal prof. Cattabeni in occasione dell’autopsia del 30 aprile (vedi in seguito), datano la morte di Mussolini a non prima delle ore 16:00 del 28 aprile; l’argomento principale a sostegno di una morte prima di pranzo”è al mattino, ovvero la mancanza di residui di cibo nello stomaco dell’ex duce, viene smontata dalla stessa fonte [Baima Bollone], venendo spiegata essere compatibile con le sue caratteristiche fisiologiche.

“Valerio”, il partigiano che giustiziò Mussolini, era veramente con ogni probabilità proprio Audisio, insieme a Lampredi e Moretti, come abbiamo visto. Non era – come sostenuto da alcune ricostruzioni di parte revisionista – Luigi Longo “Gallo”, dirigente del CVL e futuro segretario del Partito Comunista, che nel primo pomeriggio del 28 partecipava alla sfilata della Liberazione a Milano, come testimoniano fotografie (vedi sotto).

Il primo resoconto di Walter Audisio, ancora anonimo, apparve sulla prima pagina dell’Unità del 1 maggio 1945. Pur carente e in alcuni punti romanzato, risulterà poi sufficientemente aderente ai fatti. Una ricostruzione più completa, questa volta firmata da Audisio, apparve in cinque puntate sulla stessa “Unità” del 25-26-27-28-29 marzo 1947.

Fig. 21. Il primo resoconto di Walter Audisio, ancora anonimo, sulla prima pagina dell’Unità del 1 maggio 1945.

Al di là delle discrepanze nel suo racconto, è invece certo che senza la ostinata e spiccia determinazione di Audisio ad eseguire la sentenza, a vincere le resistenze locali, causate da quelle ai vertici del CVL, e soprattutto a far presto, battendo sul tempo gli Alleati che stavano per prendere militarmente sotto controllo la zona, Mussolini si sarebbe salvato, sarebbe stato sottratto – volenti o nolenti – ai partigiani e consegnato agli alleati. Visto il poco o nulla che scontarono anche alti gerarchi superstiti, responsabili diretti o indiretti di molti crimini di guerra e non, come Rodolfo Graziani, o il già citato Borghese, e la ondata di amnistie del dopoguerra, di sicuro Mussolini avrebbe avuto salva la vita. E – magari – come disse Sandro Pertini nella già citata sua intervista all’Avanti del 1965, avrebbe avuto nell’Italia del dopoguerra un ruolo politico e sarebbe stato eletto in Parlamento con il Movimento Sociale, sedendo grazie all’immunità parlamentare sugli stessi banchi di Pertini, Parri, Longo. E di Giacomo Matteotti.

Giustizia – invece – fu fatta.

Fig. 23. Giulino di Mezzegra (CO) – Cancello e vialetto innanzi a Villa Belmonte, in un immagine precedente l’esecuzione di Mussolini

Fig. 24. Giulino di Mezzegra (CO). Cancello di Villa Belmonte, in un immagine del dicembre 1945, dopo l’esecuzione di Mussolini. Visibili due piccoli croci nere.

Fig. 25. Giulino di Mezzegra (CO) Cancello di Villa Belmonte, oggi. Visibile la croce in legno “Benito Mussolini, 28 APRILE 1945"

Audisio, Lampredi e Moretti lasciano sul luogo dell’esecuzione i cadaveri dell’ex duce e della Petacci e tornano velocemente a Dongo: occorreva completare l’incarico e sovrintendere anche all’esecuzione dei gerarchi fascisti, che nel frattempo erano stati radunati in Municipio. La lista con i nomi era già stata fatta compilare personalmente da “Valerio” prima di partire per Giulino di Mezzegra: con sono 15 nomi, tanti quanti i partigiani, che, per rappresaglia, il 10 agosto 1944, i tedeschi avevano fatto fucilare dai fascisti ed esporre al pubblico in Piazzale Loreto a Milano per l’intera giornata, senza consentire ai familiari di raccoglierli. Il riferimento a Piazzale Loreto come una strage da vendicare spiega poi gli avvenimenti del giorno dopo.

La lista comprendeva:

1) Alessandro Pavolini, segretario nazionale del Partito Fascista Repubblicano

2) Paolo Porta, federale di Como e comandante delle Brigate Nere

3) Francesco Maria Barracu, sottosegretario alla presidenza del consiglio

4) Nicola Bombacci, tra i fondatori del Partito Comunista d’Italia nel 1921, poi fervido ideologo e propagandista del fascismo

5) Augusto Liverani, Ministro delle Comunicazioni

6) Ruggero Romano, Ministro dei Lavori Pubblici

7) Ferdinando Mezzasoma, Ministro della Cultura Popolare

8) Paolo Zerbino, Ministro dell’Interno

9) Goffredo Coppola, Rettore dell’Università di Bologna e Presidente dell’Istituto Nazionale di Cultura Fascista

10) Ernesto Daquanno, giornalista, direttore della Agenzia Stefani

11) Mario Nudi, comandante dei Moschettieri del Duce

12) Luigi Gatti, segretario personale di Mussolini

13) Pietro Calistri, ufficiale dell’Aeronautica Nazionale Repubblicana

14) Vito Casalinuovo, ufficiale di collegamento fra Mussolini e la GNR

15) Idreno Utimpergher, comandante delle Brigate Nere di Lucca.

Il sindaco del paese, Giuseppe Rubini, cerca di opporsi. La determinazione di “Valerio” non gli consente alcun risultato: Rubini dà le dimissioni, ritira dalla finestra del municipio la bandiera esposta e si rinchiude in casa.

I condannati vengono allineati contro la ringhiera metallica del lungolago del paese; dopo aver ricevuto l’assoluzione, vengono giustiziati alle ore 17:48. Il plotone di esecuzione è comandato da Alfredo Mordini “Riccardo”, già combattente garibaldino nella guerra civile spagnola, Comandante del gruppo partigiano partito la mattina da Milano.

Marcello Petacci, fratello di Clara, spacciatosi invano per diplomatico spagnolo e smascherato, fu poi scambiato per Vittorio Mussolini; successivamente identificato, fu comunque fucilato, anche se venne ucciso dopo gli altri, perché i gerarchi non lo consideravano dei loro e chiesero un’esecuzione separata, richiesta che venne accettata. Però, arrivato il suo turno, riuscì a fuggire e a gettarsi nelle acque del lago dove venne raggiunto da una pioggia di proiettili che lo finirono. Il cadavere venne ripescato e posto insieme ai fucilati.

Alla maggior parte dei sedici fucilati appare direttamente applicabile, viste le loro cariche e responsabilità, la condanna a morte secondo l’articolo 5 del già citato decreto del CLNAI del 25 aprile. Oltre a Marcello Petacci, appare discutibile l’esecuzione dell’ufficiale dell’Aeronautica Pietro Calistri. Walter Audisio passò attraverso, nel dopoguerra, un processo per giudicare i suoi atti del 28 aprile 1945: la Giustizia italiana, d’altra parte così prodiga di amnistie ed assoluzioni per i fascisti rimasti in vita, non poté che riconoscere che quanto fece Audisio quel giorno era da configurarsi all’interno di un’operazione di guerra, e pertanto – date le circostanze – non era perseguibile.

Fig. 26. Dongo, 28 aprile. Corteo dei condannati a morte in Piazza, innanzi si distingue Pavolini con cappotto lungo e braccio fasciato

Fig. 27. Alcuni condannati a morte prima dell’esecuzione a Dongo, 28 aprile 1945. Da sinistra: Nicola Bombacci, Francesco Maria Barracu, Idreno Utimperghe, Alessandro Pavolini, Vito Casalinuovo, Paolo Porta, Fernando Mezzasoma, Ernesto Daquanno.

Fig. 28. I condannati a morte ricevono l’assoluzione dal frate francescano Padre Accursio Ferrari. Dongo, 28 aprile 1945.

Fig. 29. Il momento della fucilazione dei gerarchi fascisti, Dongo, 28 aprile 1945. Di schiena il comandante del plotone di esecuzione, Alfredo Mordini “Riccardo”.

Fig. 30. Milano, 28 aprile 1945, pomeriggio. Parata della Liberazione. In prima fila (terzo da destra) riconoscibile Luigi Longo “Gallo”.

A Dongo, sul Lago di Como, alle 18 del 28 aprile, i 16 fucilati vengono caricati su un camion, coperti da un telone dove si issano e viaggiano dei partigiani del drappello venuto la mattina stessa da Milano. Una piccola colonna con il veicolo e un'auto parte per Milano, fermandosi nelle vicinanze per recuperare i corpi di Mussolini e della Petacci, sul luogo dell’esecuzione. Durante il viaggio di ritorno la colonna è costretta a fermarsi in diversi posti di blocco partigiani per controlli; rifiutandosi sempre di rivelare – per prudenza – il contenuto del camion, in alcuni casi “Valerio” ed i suoi passano i controlli dopo molte difficoltà. Il camion arriva a Milano alle tre del mattino seguente, 29 aprile. Viaggiare in quei giorni fra il lago di Como e Milano (120 km circa, nelle strade in precarie condizioni, di allora) non è facile, il camion di “Valerio” ci mette nove ore: questo rende improbabile che Luigi Longo possa esserci andato e tornato il giorno prima, in poche ore, per compiere di persona l’esecuzione di Mussolini.

“Valerio” si dirige con il camion verso Piazzale Loreto, teatro di un eccidio nazifascista l’anno prima.

Nel frattempo, tutti i beni sequestrati dalla 52ª Brigata Garibaldi, tra quelli in possesso di Mussolini e i gerarchi al momento della cattura (il così detto “Oro di Dongo”), vengono parzialmente inventariati quello stesso giorno nel Municipio di Dongo, dalla partigiana Giuseppina Tuissi “Gianna” e dall’impiegata comunale Bianca Bosisio. Nel tardo pomeriggio, il capo di stato maggiore della brigata, Luigi Canali, “Capitano Neri”, firma un ordine di consegna temporaneo di tutti i beni recuperati ed inventariati alla federazione comunista di Como, di cui è responsabile Dante Gorreri, figura centrale nell’aver causato le molte ambiguità e misteri della vicenda dell’Oro di Dongo.

Enrico Mattei, futuro protagonista dell’economia italiana, responsabile amministrativo di tutte le formazioni partigiane durante la Resistenza, testimonierà in seguito – al processo di Gorreri – che “il bottino delle azioni di guerra apparteneva alle formazioni che lo catturavano, e poteva essere messo a disposizione dei comandi“. Appare probabile quindi che quel bottino, appartenente alle Brigate Garibaldi, sia stato consegnato da Gorreri al suo partito, il Partito Comunista.

I misteri che riguardano “l’oro di Dongo” sono essenzialmente dovuti non tanto al bottino stesso, pare non così ingente come si favoleggia, ma alle dispute che seguirono, nei giorni del maggio-giugno 1945, fra Gorreri e altri dirigenti locali del Partito Comunista ed ex partigiani, e sull’incertezza su dove esattamente finirono quei denari. Inoltre, proprio in seguito a queste dispute, vi furono successive morti violente e sparizioni, anche di alcuni dei protagonisti della vicenda, fra i quali lo stesso “Neri” (scomparso dal 7 maggio 1945) e “Gianna” (uccisa il 22 giugno dello stesso anno), fatti per i quali vi furono indagini e processi a carico di Gorreri e altri, ma che esulano da questo racconto.

Gorreri – nel processo a suo carico – fu poi scagionato – per quanto riguardava l’oro di Dongo – dalla citata testimonianza di Enrico Mattei ed alla fine i reati penali dei quali era imputato furono prescritti: fu deputato all’Assemblea Costituente e nella III, IV e V Legislatura alla Camera.

Gorreri stesso fu poi probabile protagonista – in maniera tutt’altro che limpida – della vicenda della sparizione del Carteggio Churchill-Mussolini, documenti in possesso di Mussolini al momento dell’arresto e ben più importanti dal punto di vista storico.

Fig. 31. Luigi Canali, “capitano Neri” e Giuseppna Tuissi “Gianna”
Fonte

27/04/2017

I giorni della Liberazione. 27 Aprile, la cattura /3


Ventisette aprile

Mussolini e i suoi gerarchi (con le famiglie, circa 100 persone) partono da Menaggio (Como), aggregati ad una colonna tedesca di militari in ritirata verso Merano e la Germania. La colonna, lunga circa un chilometro, alle 07:15, appena fuori dall’abitato di Musso, poco più a nord, viene fermata ad un posto di blocco delle Brigate Garibaldi: si tratta di pochi uomini della 52ª Brigata Garibaldi “Luigi Clerici”, comandata da Pier Luigi Bellini delle Stelle, “Pedro”, commissario politico Michele Moretti “Pietro Gatti”, vice commissario politico Urbano Lazzaro “Bill” e capo di stato maggiore Luigi Canali “Capitano Neri”.

Fig. 10. Pier Luigi Bellini delle Stelle “Pedro”, comandante della 52a Brigata Garibaldi, al centro con barba e baffi.

Dopo una breve sparatoria, iniziano le trattative, che si protrarranno fino al primo pomeriggio. I tedeschi, in numero e armamento assai maggiore dei partigiani, non si rendono conto di avere innanzi a loro un blocco con un numero assai esiguo di uomini, che potrebbero facilmente sopraffare. Trattano, ed alla fine ottengono il permesso di poter proseguire la ritirata, a condizione che venga effettuata un’ispezione, al posto di blocco partigiano successivo (cioè a Dongo), e siano consegnati tutti gli italiani presenti nel convoglio. L’esito pomeridiano della trattativa, con l’accordo con i tedeschi, non deve apparire strano: il comandante Pedro aveva già avuto informazione, attraverso un prete del luogo, della possibile presenza di Mussolini e degli alti gerarchi fascisti nella colonna, ed acconsente quindi a lasciar proseguire i tedeschi. I quali, d’altro canto, non faranno molta strada. Riportiamo alcuni stralci dell’articolo, già citato per alcune fonti iconografiche.

La colonna tedesca, dopo la perquisizione nel pomeriggio del venerdì 27 sul lungolago di Dongo, fu lasciata sfilare lungo la strada “Regina” verso Nord, passando per Gravedona. I partigiani poi la bloccarono e ne trattarono la resa con la firma finale il 28 aprile 1945 presso l’Albergo Isola Bella di Colico: due giovani Comandanti partigiani, Iach e Sam, firmarono la resa della colonna tedesca.

Torniamo a Musso, ed al 27 pomeriggio. Mussolini, su consiglio del capo della sua scorta SS, il tenente Fritz Birzer, indossa un cappotto e un elmetto da sottufficiale della Wehrmacht, sale sul camion numero 34 (targato WH 529507), occultandosi in fondo al pianale, vicino alla cabina di guida, ricoperto da una coperta militare: finge di dormire, come fosse ubriaco. A nessun altro italiano sarà concesso di tentare di seguire Mussolini nel convoglio nascondendosi come lui.

La pubblicistica revisionista ha tentato di negare il travestimento dell’ex duce, sempre per malintese questioni di “onore”. La già citata intervista di Fritz Birzer chiarisce anche questo punto:

«Su questo episodio nessuno può minimamente smentirmi, perché fui io stesso a ordinare a un sergente della Flak di consegnare a Mussolini il suo cappotto e il suo elmetto. Lo feci perché ritenevo che soltanto in quel modo, confondendosi con i nostri soldati, egli sarebbe forse riuscito a sfuggire ai partigiani. Il capitano Kisnat era presente alla scena, ma non disse nulla, né per opporsi alla mia iniziativa né per approvarla. Claretta Petacci invece supplicò il Duce di ascoltare il mio consiglio. Cosi Mussolini, anche se malvolentieri, indossò il cappotto della Flak e si mise l’elmo d’acciaio sotto il braccio. Salì poi sul camion dalla parte posteriore per non essere visto dai partigiani che si trovavano davanti alla nostra colonna».

Intanto – durante le convulse ore che seguono l’arresto mattutino della colonna a Musso – alcuni gerarchi componenti la colonna (Ruggero Romano con il figlio Costantino, Ferdinando Mezzasoma, Paolo Zerbino, Augusto Liverani, Nicola Bombacci, Luigi Gatti, Ernesto Daquanno, Goffredo Coppola e Mario Nudi) si consegnano al parroco di Musso, don Enea Mainetti, sperando di nascondersi e di scamparla. Essi – tradendo la consegna del silenzio assoluto sulla presenza dell’ex duce – confidano al prete che Mussolini è presente nella colonna. Il prete – però – correttamente consegna i fascisti ai partigiani e avverte il Comandante Pedro di quanto ha da loro saputo: ciò spiega anche – come detto – l’accordo sulla perquisizione con il permesso di proseguire consegnando tutti gli italiani, nonché l’accuratezza della successiva ispezione, fino all’individuazione di Mussolini. In quanto ai gerarchi traditori – essendo tutti condannati a morte per decreto del CLNAI del 25 aprile, articolo 5 (vedi in seguito) – saranno fucilati il giorno seguente, a parte ovviamente il giovane Costantino Romano, che venne rilasciato.

Fig. 11. L’intervista del 1981 a Fritz Birzer. Fonte: http://www.larchivio.org/xoom/birzer.htm

Fig. 12. Uno dei camion della Colonna tedesca a Dongo, 27 aprile 1945

Durante l’ispezione della colonna tedesca in piazza a Dongo, – condotta dai partigiani sotto la direzione di un maresciallo della finanza, Francesco Di Paola – Mussolini, nascosto sotto una panca del camion n. 34, viene riconosciuto dal partigiano Giuseppe Negri. Vi è stata su questo punto una certa diversità di versioni, su chi avesse “riconosciuto Mussolini” e “arrestato Mussolini”, tuttavia praticamente risolta, al contrario della questione sull’esecutore materiale della sentenza di morte.

Risale al 2002 un’intervista a Ivo Bitetti, romano, futuro rugbysta e pallanotista nazionale abbastanza noto, che trovandosi a Dongo e conoscendo il tedesco, da civile venne chiamato dai partigiani a fungere da interprete, durante l’ispezione. Nella sua intervista Bitetti sostiene di aver notato per primo il corpulento soldato tedesco steso sul fondo del camion come se dormisse ubriaco. Ma di Bitetti e del suo preteso ruolo non vi è traccia nella relazione del Maresciallo Di Paola, assai accurata e che riporteremo dopo. Appare tranciante, infine, la dichiarazione da parte del Comandante Pedro e del Commissario Urbano Lazzaro “Bill”: fu Giuseppe Negri a scoprire e riconoscere Mussolini (Figura 12a)

Figura 12a – Dichiarazione del Comandante Pedro e del Commissario Urbano Lazzaro “Bill”: fu Giuseppe Negri a scoprire e riconoscere Mussolini.

La rivelazione di Bitetti appare quindi non corrispondente a piena verità, sebbene sia accertato da altre fonti la sua effettiva presenza sul posto in quei giorni e la sua collaborazione con la Brigata Garibaldi e al momento della perquisizione. Tuttavia la dichiarazione da parte dei comandanti Pedro e Bill sull’effettivo ruolo di Giuseppe Negri è nota e verificabile da tempo, essendo stata pubblicata sul Diario di un nipote di Giuseppe Negri stesso, e nel volume dell’Anpi e ISSREC di Sondrio a pag.214 dal titolo “Valtellina e Valchiavenna dal fascismo alla democrazia” [vedi: Pierfranco Mastalli, L’arresto di Mussolini a Dongo e la resa della Colonna Tedesca a Morbegno e a Colico (27 e 28 aprile 1945)”, Rivista di Storia e Cultura del Territorio “Archivi di Lecco e della Provincia” n 2 (monografico), aprile/giugno 2011 (Ed.Cattaneo)].

Si confronti anche l’articolo che riproduce la dichiarazione in figura sopra, frutto del lavoro di ricostruzione di Pierfranco Mastalli.

Figura 12b – Mussolini fu riconosciuto da Giuseppe Negri. Articolo di Marco Luppi per “La Provincia”, 28 maggio 2015. Cortesia di Pierfranco Mastalli.

Tornando al momento nel quale Negri scopre l’ex duce nascosto, viene subito avvertito il più alto in grado nelle immediate vicinanze, cioè il vicecommissario politico Urbano Lazzaro “Bill”. Bill riconosce Mussolini, lo invita ad alzarsi, lo disarma del mitra e di una pistola, ed arrestatolo e presolo in consegna, lo porta nella sede comunale, dove gli vengono sequestrate due borse di cui era in possesso (v. Appendice, “Carteggio Churchill-Mussolini”). Tutti gli altri componenti italiani al seguito, oltre cinquanta, vengono scoperti ed arrestati. Si tratta di quasi tutti i maggiori gerarchi e ministri della RSI; mancano Buffarini Guidi e Tarchi (già arrestati il giorno precedente), Rodolfo Graziani (ministro della guerra e capo dell’esercito repubblichino), che non aveva seguito Mussolini durante la sua fuga da Milano, il ministro della Giustizia Pisenti (anch’egli rimasto a Milano e salvato grazie all’intervento di Corrado Bonfantini), Colombo (arrestato e giustiziato altrove il 28) e pochi altri. A Dongo, oltre ai gerarchi arrestati, vi sono anche componenti delle famiglie, che non subiscono rappresaglie (eccezion fatta per Marcello Petacci, vedi in seguito).

Un Rapporto dettagliato dell’ispezione è reso dal Maresciallo Capo Francesco Di Paola, comandante della brigata della Guardia di Finanza di Dongo. Nelle giornate dell’insurrezione, Di Paola prestava servizio per il mantenimento dell’ordine pubblico, in collaborazione con la 52a brigata partigiana, e “Bill” lo incaricò di dirigere la ricognizione, effettuata dai partigiani. Riportiamo – letterale – uno stralcio della Relazione:

“Io iniziai la visita per mio conto senza mai stancarmi di raccomandare ai patrioti che mi erano vicino di eseguire le visite minuziosamente, guardando bene tra le valigie e cassette di cui erano cariche le macchine. Nonostante però le raccomandazioni ognuno agiva per proprio conto e non si vide altro che una grande confusione, specialmente quando furono trovati i primi italiani vestiti da tedeschi (come il ministro Romano, Coppola ecc.). Tutti gli armati e borghesi scendevano e salivano sui camion ma senza risultati positivi, appunto perché le visite venivano fatte superficialmente. Visto tale confusione iniziai per mio conto un servizio di osservazione per studiare le mosse dei tedeschi che occupavano gli autocarri. Giunto presso un autocarro già visitato parecchie volte, notai che l’atteggiamento dei militari tedeschi che vi erano a bordo era sospetto fino al punto di farmi pensare con certezza che su quel automezzo si trovava qualche gerarca nascosto. Allora subito ordinai al partigiano Negri Giuseppe da Dongo di salire su quel autocarro ed eseguire una minuziosa perquisizione indicandogli anche di guardare bene sotto i materiali che si trovavano dietro il posto di guida perché vi era qualche cosa che assomigliava alla figura di un uomo. Il Negri obbedì e salito sul camion iniziava la perquisizione mentre io sorvegliavo sempre le mosse dei soldati tedeschi. Quando il Negri si avvicinò al punto dove io precedentemente gli avevo indicato ed alzate le coperte, mi accorsi che i militari suddetti dichiararono qualche cosa al Negri, ma non mi fu possibile capire le vere parole che poi seppi che gli avevano dichiarato che ivi era un loro camerata ubriaco. Il Negri non si convinse delle dichiarazioni dei militari tedeschi e alzata la coperta vide Mussolini. Fingeva di nulla e continuava la perquisizione fino a guardare bene tutto il camion. Terminata la perquisizione scese ed io subito gli chiesi il risultato della visita da me ordinata, ma il Negri era talmente confuso fino al punto di rispondermi balbettando qualche parola e precisamente “c’è su il bello”. Intanto io ancora insistentemente gli chiedevo che cosa aveva visto, insieme ci portammo verso la piazza. In quel momento appariva Bill – Lazzaro Urbano – ex Guardia di Finanza, al quale il Negri si fece incontro gridando “Bill su quel camion c’è Mussolini”. Io, Bill e alcuni uomini ci precipitammo verso il camion. Bill salì sull’automezzo e scorto Mussolini lo invitò a scendere. Mussolini lo seguì e si portò verso la parte posteriore del camion per scendere. I soldati tedeschi rimasero fermi al loro posto, mentre Mussolini li guardava e quasi con lo sguardo li invitava a reagire, come poi si è saputo che Mussolini era convinto che alla sua scoperta i militari tedeschi dovevano fare uso delle armi.”

Fig. 13. Urbano Lazzaro “Bill”, il partigiano che arrestò Mussolini. Qui fotografato nel novembre del 1945 davanti al cancello di villa Belmonte, mentre ricostruisce l’esecuzione di Mussolini, alla quale tuttavia egli non partecipò. Secondo Pierfranco Mastalli [55], questa foto fa parte di una serie di foto scattate dal fotografo Federico Patellani ai primi di novembre del 1945 (data desunta da una foto della serie che riprende una fiera di merci e bestiame detta dei Morti a Sorico, colta nel passaggio per fotografare il Ponte del Passo dove fu bloccata per una notte la colonna tedesca della Flak ancora armata), per un servizio sul giornale “Corriere Lombardo” con la presenza in Alto Lario di Bill e Pedro, che in quel periodo soggiornavano a Como [56].

Alcuni fascisti cercano di fuggire durante le convulse ore del 27 aprile: sperano di nascondersi presso la popolazione locale; a questo scopo tentano di corrompere la popolazione offrendo denaro e gioielli: nessuno accetta di nasconderli.

Pavolini e gli occupanti dell’autoblindo sono gli unici a cercare di resistere: una manovra improvvisa dell’autoblindo, come se cercasse di sganciarsi dal convoglio e fuggire, scatena un breve scontro a fuoco con i partigiani: gli occupanti vengono catturati. Pavolini tenta di fuggire nascondendosi nelle rive del lago, fra la vegetazione, ma viene ripreso e nel tentativo di fuga rimane ferito.

La notizia dell’arresto di Mussolini si sparge rapidamente: inizia una partita a tempo fra coloro che vogliono sia eseguita la sentenza capitale del CLNAI e coloro che invece vogliono consegnare l’ex duce agli alleati, in pratica salvandolo dall’esecuzione.

Figura 13a – Prima pagina del “Popolo Nuovo” del 28 aprile 1945. Sotto la notizia della Liberazione di Torino, si legge dell’arresto di Mussolini, con i suoi complici, durante la fuga. Era successo soltanto nel pomeriggio del giorno precedente.

Il comandante Bellini delle Stelle, dopo l’interrogatorio di Mussolini nel Municipio di Dongo, intorno alle 18.30 del 27 aprile, valuta come poco sicuro il luogo di detenzione di Mussolini: lo trasferisce nella caserma della Guardia di Finanza di Germasino, un paesino sopra Dongo. A fine giornata verrà ivi fatta sottoscrivere da Mussolini una breve dichiarazione autografa, l’ultimo scritto dell’ex duce, su richiesta del finanziere Buffelli [55], dove si attestava l’avvenuto arresto e il trattamento corretto ricevuto dall’ex duce. Altri gerarchi saranno trasferiti a Germasino e trattenuti fino al primo pomeriggio del 28 aprile, per essere poi riportati a Dongo.

Il luogo appare sufficientemente isolato e sicuro, tuttavia “Pedro”, probabilmente contattato nel frattempo dal tenente colonnello Sardagna, rappresentante del CVL a Como, decide di trasferire nuovamente l’ex duce: Sardagna, su richiesta del Comandante del CVL generale Raffaele Cadorna, gli ha chiesto di trasferire Mussolini in un “luogo sicuro”, ma per poterlo consegnare poi agli alleati. In tarda serata e prima nottata, quindi, Mussolini viene spostato in auto in altri luoghi nei dintorni, in particolare al molo di Moltrasio, dove doveva venire traghettato e posto in salvo. Alla fine, sfumato come vedremo il piano, egli giungerà a pernottare, ricongiunto alla Petacci e sorvegliato da due soli giovani partigiani (Guglielmo Cantoni “Sandrino Menefrego” e Giuseppe Frangi “Lino”), in una casa isolata a Bonzanigo, una frazione di Mezzegra, presso la famiglia De Maria, conoscenti di lunga data del “capitano Neri” e di cui il capo partigiano si fida assolutamente. Il Comandante “Pedro” ritorna a Dongo, mentre “Neri” e gli altri partigiani, fra cui Michele Moretti (“Pietro”, il cui ruolo sarà essenziale l’indomani) vanno a Como.

E’ l’ultima notte di Mussolini, mentre a Milano si decide del suo destino.

Fig. 14. L’ultimo scritto di Mussolini, redatto a Germasino, sopra Dongo, il 27 aprile 1945. “La 52a Brigata Garibaldina mi ha catturato oggi venerdì 27 aprile nella Piazza di Dongo. Il trattamento usatomi durante e dopo la cattura è stato corretto”.

Ricevuta comunicazione dell’arresto dell’ex duce, in serata, il Comitato insurrezionale del CLNAI di Milano, formato da Sandro Pertini, Leo Valiani, Emilio Sereni e Luigi Longo, si riunisce d’urgenza e decide di agire subito, inviando una missione a Como per procedere all’esecuzione di Mussolini, secondo quanto decretato dal CLNAI il 25 aprile. La rapida decisione fu presa anche in modo da aggirare il comportamento equivoco del generale Cadorna, diviso tra i doveri di comandante del CVL e le pressioni degli Alleati, che volevano Mussolini vivo. Si ricordi che il giorno dopo le truppe alleate iniziarono ad occupare la zona di Como, e che quindi il controllo militare da parte dei partigiani era destinato a svanire nel giro di breve tempo.

Importante da segnalare l’atteggiamento fermo, e privo di ambiguità compromissorie, di Sandro Pertini, rappresentante del Partito Socialista (allora PSIUP, Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria), in totale accordo con gli altri membri Comunisti (Longo, Sereni) ed Azionisti (Valiani).

Fig. 15. Sandro Pertini parla durante il Comizio della Liberazione a Milano, 28 aprile 1945.

Con il diffondersi della notizia dell’arresto di Mussolini, intanto, era giunto al comando del CLNAI un telegramma degli Alleati con la richiesta di consegnare loro “tutti i membri di governo della RSI“, ex duce incluso, citando la corrispondente clausola numero 29 dell’armistizio di Cassibile, siglato da Eisenhower e Badoglio nel settembre 1943. Appare evidente la pretestuosità del citare quell’accordo, siglato da un’autorità italiana (il Governo del Regno del Sud con a capo Badoglio) che era aliena alla Resistenza; l’accordo era stato sottoscritto in tempi relativamente recenti (soltanto 20 mesi prima), ma lontanissimi, visto quanto era successo in Italia nel frattempo.

Erano invece da applicarsi a tutti gli effetti i Decreti del CLNAI del 25 aprile 1945, come già citati, e dei quali ribadiamo l'articolo 5: “I membri del governo fascista e i gerarchi fascisti colpevoli di aver contribuito alla soppressione delle garanzie costituzionali, d’aver distrutto le libertà popolari, creato il regime fascista, compromesso e tradito le sorti del paese e di averlo condotto all’attuale catastrofe, sono puniti con la pena di morte e, nei casi meno gravi con l’ergastolo”.

Mussolini e gli alti gerarchi e ministri in fuga con lui erano già stati, perciò, condannati a morte. Non restava che eseguire la sentenza, contro l’attuazione della quale agivano gli alleati e il generale Raffaele Cadorna. Occorreva far presto, se si voleva far Giustizia.

Nella notte fra il 27 e il 28 aprile, alle 3 del mattino, il servizio radio del CLNAI trasmette agli alleati un fonogramma in risposta alla loro richiesta di consegna di Mussolini, giunta al CLNAI qualche ora prima: “Spiacenti non poter soddisfare vostra richiesta consegna Mussolini, in quanto già processato dal Tribunale popolare e fucilato nello stesso luogo ove precedentemente fucilati da nazifascisti quindici patrioti“. Il messaggio anticipava di un giorno quanto poi sarebbe successo e aveva lo scopo di depistare gli alleati. Se ne evince anche che l’idea di portare i fascisti, vivi o cadaveri, a Piazzale Loreto, a Milano (dove appunto nel 1944 vi fu la fucilazione da parte dei nazifascisti di 15 partigiani) era già stata decisa dal Comitato Insurrezionale del CLNAI nella riunione del 27 sera.

Fig. 16. Prima pagina del “Corriere del Mattino” di Firenze del 28 aprile 1945. L’autorità del CLNAI fu riconosciuta anche dal Consiglio dei Ministri del Regno d’Italia.

Walter Audisio, “colonnello Valerio”, ufficiale addetto al comando generale del CVL e Aldo Lampredi “Guido”, ex combattente della guerra di Spagna e ispettore del comando generale delle Brigate Garibaldi, uomo di fiducia di Luigi Longo, vengono incaricati dal CLNAI, nella sera del 27 a Milano, di andare a prendere l’ex duce e i suoi complici e di riportarli a Milano, vivi o morti, in modo da eseguire la sentenza di condanna a morte.

Fig. 17. Walter Audisio, “colonnello Valerio” durante un comizio alla Basilica di Massenzio a Roma nel 1947 (Istituto Luce)

Il generale Raffaele Cadorna, posto a comando del CVL come figura istituzionale di compromesso fra Alleati, Badoglio e il CLN, ma non un vero partigiano, ha una condotta – in quel frangente – duplice. Da un lato, sotto pressione di Longo, Pertini, Valiani e Sereni, rilascia i salvacondotti necessari ad Audisio e Lampredi per superare i molti posti di blocco fra Milano e Como, e per ottenere collaborazione e eventualmente imporre obbedienza ai partigiani locali, e in particolare la 52a Brigata Garibaldi che aveva catturato e deteneva Mussolini. Salvacondotti che si riveleranno, l’indomani, essenziali per la riuscita della missione di Audisio e Lampredi.

Dall’altro lato, Cadorna contatta il tenente colonnello Sardagna, rappresentante del CVL a Como, chiedendogli di sottrarre Mussolini ai partigiani, trasferirlo in “luogo sicuro” al fine di consegnarlo agli alleati.

Sardagna contatta telefonicamente il comandante “Pedro” e lo convince a tentare di porre in salvo Mussolini consegnandolo agli alleati.

Durante il peregrinare dei trasferimenti notturni dell’ex duce, la notte fra il 27 e il 28, per arrivare infine a casa De Maria, “Pedro” agisce per far riuscire il piano di Cadorna: il comandante del CVL aveva predisposto il traghettamento del prigioniero dal molo di Moltrasio sino alla villa dell’industriale Remo Cademartori a Blevio, sull’altra sponda del Lago di Como. Era questo un luogo sicuro e fortificato, dove l’ex duce sarebbe facilmente stato prelevato dagli alleati. “Pedro”, conducendo il piccolo gruppo di partigiani che sta trasferendo l’ex duce (fra cui Luigi Canali “Capitano Neri”, Michele Moretti “Pietro” e Giuseppina Tuissi “Gianna”), riesce a portare Mussolini e la Petacci sul molo di Moltrasio, ma non viene rinvenuta nessuna imbarcazione e il progetto sfuma.

Intanto, in lontananza, si odono echi di sparatorie: si tratta di una prima avanguardia della 34a Divisione statunitense che sta entrando in Como. Nella notte, una decina di Jeep con soldati alleati perlustreranno la zona di Como per cercare di assicurarsi la consegna di Mussolini.

Fra i partigiani che trasportano Mussolini, nell’allarme e incertezza conseguenti, il capo di stato maggiore della 52a Brigata, Luigi Canali “Capitano Neri” alla fine convince “Pedro” e gli altri a portare Mussolini e Petacci in un rifugio sicuro e segreto: si lascia Moltrasio e Mussolini è nascosto in casa dei fidati De Maria, a Bonzanigo. Solo “Sandrino” e “Lino” restano a custodire i due, e per oltre 12 ore Mussolini sarà nelle loro esclusive mani: non tradiranno la consegna, lo custodiranno senza maltrattamenti, ma senza neppure accettare le sue profferte per essere lasciato andare.

Ai partigiani – che hanno lottato per 20 lunghi mesi contro i nazifascisti – viene, ovunque in Italia, lasciato poco tempo per la caccia ai fascisti e la resa dei conti. In questo caso, poi, vista la massima posta in gioco (Mussolini e i gerarchi) già dal 27 aprile, con ancora gli alleati per strada, si medita di sottrarre loro il controllo, eventualmente anche con l’uso della forza. Si sono ritrasformati – in quelle ore – già da cacciatori nuovamente in cacciati. Da carcerieri possono diventare prigionieri, se non consegnano Mussolini dopo averlo catturato: gli Alleati ed elementi “moderati” della Resistenza si battono per salvare la vita del dittatore, responsabile della rovina d’Italia, dopo averla privata della democrazia, e dell’uccisione di migliaia e migliaia di italiani durante la dittatura e in tempo di guerra. Era il 27 aprile 1945, due giorni dopo la data convenzionale della Liberazione, (25 aprile) già c’erano i prodromi del tradimento.

Fig. 18. Bonzanigo di Mezzegra (CO) – Vista dell’epoca di Casa De Maria, dove pernottò Mussolini con la Petacci la notte fra il 27 e il 28 aprile 1945.
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