1942, agosto, Rommel avanza verso l’Egitto e gli inglesi sono nel panico, non hanno truppe in loco, perciò organizzano in tutta fretta un Reggimento Palestinese nel Mandamento loro attribuito dalla Società delle Nazioni, che controllavano in Terra Santa, forza che arrivò ad avere 7000 uomini arruolati al suo apice, 3800 ebrei e 3200 arabi palestinesi.
Gli ebrei erano tutti volontari, raccolti dall’Agenzia Ebraica per la Palestina (precorritrice del governo del futuro Stato d’Israele) fra i molti che da inizio secolo si erano man mano spostati lì dall’Europa, dove l’antisemitismo era cresciuto fuori misura, fino agli abomini dei campi di concentramento e di sterminio del Reich, che ormai dominava gran parte del continente, dalla Francia al Volga.
In solidarietà con i correligionari, furono in totale 30mila gli ebrei del Mandamento Palestinese che si arruolarono in svariati reparti dell’esercito di sua Maestà britannica. Il nazifascismo era ovviamente percepito come il peggior nemico al mondo di tutti gli ebrei del pianeta.
Gli arabi del Reggimento Palestinese non erano volontari, furono raccolti malvolentieri dai loro maggiorenti locali per compiacere i dominatori britannici. C’erano già state le prime, intense frizioni fra l’immigrazione ebraica e le popolazioni autoctone, che comprendevano bene le mire dell’Agenzia, la quale acquisiva terreni e case, in modi non sempre ortodossi.
I palestinesi lottavano per la propria indipendenza insieme agli altri ebrei e cristiani in loco da secoli, diffidando di quell’invasione europea, sempre più numerosa.
La Brigata Ebraica (Jewish Infantry Brigade Group) nacque dal rapido disfacimento di questo più grande Reggimento Palestinese misto e fu perciò anch’essa un’unità combattente dell’esercito britannico.
Fu attiva dal settembre 1944 al 1946; quando fu sciolta dagli inglesi era di stanza fra l’Olanda e il Belgio.
Combatté in Italia solo a guerra praticamente finita, fra marzo e aprile 1945, mentre i tedeschi sbaraccavano gli ultimi presidi mantenuti al Nord, nella moribonda Repubblica di Salò di Mussolini. La brigata era composta principalmente da volontari ebrei provenienti dalla Palestina del mandamento britannico, presa alla Turchia dopo la prima guerra mondiale; la nuova Brigata Ebraica combatté poco, sotto una propria bandiera con la stella azzurra di Davide.
Ai 3800 soldati ebrei provenienti dal Reggimento Palestinese, anch’esso in precedenza impiegato con parsimonia nei teatri di guerra, in funzioni di presidio e sorveglianza e mai in combattimento, tanto che pagò qualche perdita solo nell’assedio di Bengasi, svuotatosi in seguito per diserzioni, defezioni e contrasti della componente araba, si aggiunsero altri 1200 volontari, sempre e solo questa volta ebrei, reclutati anch’essi fra quelli residenti in Palestina.
Reclutamenti fatti dal governo ombra dell’Agenzia Ebraica, decisione presa nell’ottobre 1944 dopo prolungate discussioni fra Winston Churchill e Chaim Weizmann (capo dell’Organizzazione Sionista Mondiale, che sarà in seguito il primo presidente dello Stato di Israele) con presente una rappresentanza della Jewish Agency.
La dimensione finale della Brigata Ebraica fu perciò di circa 5000 soldati. Comprendeva il 1º, 2º e 3º battaglione del precedente Palestine Regiment, un reparto di Artiglieria, uno del Genio e un ospedale da campo. Comandante fu il brigadiere canadese Ernest Frank Benjamin, con ufficiali anglo-ebrei all’inizio, ma successivamente sempre più i comandanti furono solo ebrei palestinesi.
Reclutata principalmente tra gli ebrei del Yishuv (la Palestina ebraica mandataria), includeva anche volontari di 54 diverse nazionalità, provenienti da tutto il mondo, ma soprattutto dall’Europa dell’Est, dove più intense erano state le infamie naziste.
Curioso, ma non troppo, che non ci fosse fra loro alcun ebreo italiano, salvo uno già residente in Palestina, gli ebrei invece furono numerosi nella Resistenza, inquadrati nelle brigate comuniste garibaldine o di Giustizia e Libertà, circa 2000 furono gli ebrei italiani in armi contro il nazismo, nessuno nella Brigata Ebraica, strumento neanche troppo nascosto del futuro Stato di Israele per il quale operò in Italia. Dalla Brigata Ebraica molti ufficiali andarono a formare l’ossatura dell’esercito israeliano delle prima guerra palestinese del 1948.
Per afferrare esattamente il peso e il ruolo della Brigata Ebraica bisogna guardare alle loro numerose organizzazioni, legali e clandestine, presenti allora nel territorio fra il fiume Giordano e il Mediterraneo.
C’era l’Agenzia Ebraica, di cui abbiamo detto, collegata al Consiglio Nazionale Ebraico, suo vero e proprio braccio esecutivo legale, che organizzò materialmente i reclutamenti, alcuni dei quali provenivano dalla clandestina Haganah, organizzazione paramilitare e spesso terrorista ebraica, operativa dal 1920, che terminò di esistere con la fondazione dell’esercito di Israele (Idf) e del Mossad, nel 1948, con la Repubblica d’Israele.
Pur non essendo radicale e totalmente dedita al terrore come l’Irgun di Menachem Begin o la Banda Stern, parecchi episodi di violenze non difensive sono stati attribuiti direttamente all’Haganah, sui cui quadri fu poi costituito tutto l’esercito del nuovo Paese che si presentava sulla scena internazionale.
La Brigata Ebraica, pur inquadrata nell’esercito inglese, operò in Italia nella più assoluta indipendenza, per un anno dopo la liberazione, nel ruolo soprattutto di punto di raccolta, smistamento e imbarco di ebrei devastati dalla guerra verso la Palestina, compito che l’Haganah svolgeva peraltro fin dal 1920.
La Brigata Ebraica, che poco combatté contro fascisti e nazisti, funzionò perfettamente come collettore della disperazione ebraica, dirigendola a rimpinguare la componente ebreo-europea della popolazione della Palestina. Ma lasciamo parlare date e numeri.
Morirono, nelle due sole operazioni di guerra in cui fu coinvolta la Brigata Ebraica, 83 soldati secondo le stime di quest’anno, che scendono però a soli 30 più si va a ritroso verso le fonti dell’epoca. Nel totale della campagna d’Italia morirono più di 45mila militari inglesi, o meglio, del Commonwealth, compresi perciò quelli di tutti i possedimenti coloniali inglesi e dominions della Corona, che pagarono il prezzo più alto fra gli alleati ‘liberatori’ d’Italia.
Per fare solo un esempio, che però spiega tutto, fra i 50mila indiani e gurkha nepalesi dell’esercito britannico, ne morirono 5782 sul suolo italiano, più del 10 per cento, un tributo di sangue molto alto, ampiamente merito loro fu lo sfondamento alleato della linea gotica e fu sicuramente il gruppo combattente più sacrificato in prima linea dell’intera campagna d’Italia.
Fin dallo sbarco a Taranto (nell’Italia liberata) nel gennaio 1945, la brigata si distinse in quello che era il compito loro precipuamente assegnato dall’Agenzia, ovvero la raccolta dei moltissimi profughi ebrei provenienti dai Balcani, il reperimento di carrette del mare simili a quelle che oggi sbarcano sulle nostre coste siciliane e l’invio delle medesime stracariche verso Tel Aviv da dove furono indirizzate o nell’esercito o nell’occupazione di terre e case sottratte ai palestinesi originari.
Come detto, il loro impegno nella guerra fu scarsissimo, con le truppe tedesche in ritirata, ma per quel mese e mezzo furono distratte dal compito loro principale, l’accumulo di nuova popolazione per lo Stato nascente.
Vi sono documenti dell’Esercito inglese che rivelano un forte fastidio per questo corpo, quasi estraneo e poco obbediente alla disciplina, dedito più all’Aliyah Bet (immigrazione clandestina, osteggiata dagli inglesi verso la Palestina mandataria) che a funzioni operative militari.
La prima carretta partì da Taranto mentre il grosso della Brigata combatteva sulla linea gotica, il 5 marzo 1945, ma altre logistiche furono sapientemente impiantate, soprattutto a Bari e nel Salento e altre carrette acquistate per poche lire, in partenza anche da porti del nord, come Vado Ligure, La Spezia, Civitavecchia, Venezia (Pellestrina).
Nel frattempo si consolidò anche quella struttura segreta che si sarebbe poi chiamata Mossad. Vi fu a Selvino un poco chiaro caso di 800 bambini ebrei rinvenuti in valle, alcune fattorie vennero impiegate come luoghi di transito mentre si organizzavano le partenze nei vari porti.
Questa logistica fu impiantata dalla Brigata Ebraica, sempre più scomoda per il comando inglese che dopo un anno di disobbedienze la sciolse definitivamente.
Per anni non se ne sentì più parlare finché non cominciarono ad apparire alle manifestazioni del 25 aprile i primi striscioni, e bandiere e bracciali biancazzurri della rediviva “brigata”, spacciata per italiana e perciò sospinta nella propaganda dal governo Renzi, e poi Gentiloni, che ebbero la bella idea di concederle la medaglia d’oro al valor militare con un’apposita legge approvata in Parlamento che consentì il decreto con cui il presidente Mattarella conferì l’onorificenza, che fu consegnata dal nostro ambasciatore in Israele Gianluigi Benedetti alla 7ª Brigata dell’Idf (esercito israeliano) come erede naturale della brigata premiata.
Nessuno controllò i precedenti della 7ª Brigata ebraica che nel 1948, il 30 ottobre, era entrata nel villaggio del nord palestinese di Saliha, dove massacrò 100 palestinesi nel corso della prima grande espulsione di palestinesi (la Nakba, 700mila espulsi) proseguendo poi nella ‘pulizia etnica’ nel resto della Galilea.
Come nessuno avrebbe potuto aspettarsi che la 7ª Brigata corazzata dell’Idf fosse impiegata dopo il 7 ottobre 2023 in operazioni poco chiare su Gaza City, la parte più densamente abitata a Nord della Striscia, per le quali l’intero apparato dirigente dell’esercito israeliano è oggi sotto inchiesta per crimini contro l’umanità nei tribunali internazionali.
Beh, di motivi ce n’erano a iosa, per contestare queste presenze provocatorie nei cortei dello scorso 25 aprile.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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30/04/2026
29/04/2026
Individuato lo sparatore del 25 aprile a Roma: è della Brigata ebraica
Le indagini sull’uomo che ha sparato a pallini contro due manifestanti dell’Anpi a Roma lo scorso 25 aprile hanno portato ad un fermo. Il sospettato è un ragazzo di 21 anni legato alla Comunità ebraica di Roma. Il giovane, Eithan Bondi, che avrebbe ammesso la propria responsabilità, è stato fermato nella notte ed è stato interrogato dai pm e dagli investigatori della Digos di Roma.
I fatti sono avvenuti nei pressi di Parco Schuster, lo scorso 25 aprile dove era in corso la conclusione del corteo per la Festa della Liberazione dal nazifascismo, organizzata dall’Anpi.
Il ragazzo a bordo di uno scooter bianco e vestito un giubbotto verde militare, è accusato di essersi avvicinato a una coppia di militanti dell’Anpi e di aver sparato diversi colpi con una pistola ad aria compressa. Le vittime sono marito e moglie, Nicola Fasciano, 65 anni, e Rossana Gabrieli, 62 anni. L’uomo è stato colpito vicino al collo e alla guancia, la donna invece alla spalla. I due non indossavano la kefiah palestinese tanto odiata dai sionisti ma il fazzoletto dei partigiani dell’Anpi.
Il giovane, Eithan Bondi, è stato raggiunto dalla Digos nella serata di ieri presso la sua abitazione ed è stato perquisito. L’accusa è di tentato omicidio e porto d’armi abusivo. Bondi avrebbe dichiarato di far parte della Brigata Ebraica di Roma. Gli investigatori sono riusciti ad individuarlo grazie alle telecamere di sorveglianza che hanno seguito la sua fuga dalla Basilica di San Paolo prima verso Piramide, poi per via del Porto Fluviale e infine per il Lungotevere. Durante il tragitto il ragazzo aveva gettato la pistola softair in un cassonetto.
Gli interrogativi posti da questa vicenda sono parecchi. La zona di Roma in cui è avvenuto l’attentato – Ostiense/Marconi – è da tempo oggetto di ripetute aggressioni e attentati attribuiti ai gruppi di ultrà sionisti della Capitale contro attivisti o locali filopalestinesi. Ultima in ordine di tempo la vandalizzazione dell’aula studenti all’università di Roma Tre due giorni fa.
Alla particolare aggressività di questi settori della comunità ebraica romana va connesso anche l’alto numero di cittadini con doppio passaporto italiano-israeliano che sono andati a combattere in questi tre anni in Israele nelle forze armate. Degli 828 individuati, molti infatti sono romani.
Fonte
I fatti sono avvenuti nei pressi di Parco Schuster, lo scorso 25 aprile dove era in corso la conclusione del corteo per la Festa della Liberazione dal nazifascismo, organizzata dall’Anpi.
Il ragazzo a bordo di uno scooter bianco e vestito un giubbotto verde militare, è accusato di essersi avvicinato a una coppia di militanti dell’Anpi e di aver sparato diversi colpi con una pistola ad aria compressa. Le vittime sono marito e moglie, Nicola Fasciano, 65 anni, e Rossana Gabrieli, 62 anni. L’uomo è stato colpito vicino al collo e alla guancia, la donna invece alla spalla. I due non indossavano la kefiah palestinese tanto odiata dai sionisti ma il fazzoletto dei partigiani dell’Anpi.
Il giovane, Eithan Bondi, è stato raggiunto dalla Digos nella serata di ieri presso la sua abitazione ed è stato perquisito. L’accusa è di tentato omicidio e porto d’armi abusivo. Bondi avrebbe dichiarato di far parte della Brigata Ebraica di Roma. Gli investigatori sono riusciti ad individuarlo grazie alle telecamere di sorveglianza che hanno seguito la sua fuga dalla Basilica di San Paolo prima verso Piramide, poi per via del Porto Fluviale e infine per il Lungotevere. Durante il tragitto il ragazzo aveva gettato la pistola softair in un cassonetto.
Gli interrogativi posti da questa vicenda sono parecchi. La zona di Roma in cui è avvenuto l’attentato – Ostiense/Marconi – è da tempo oggetto di ripetute aggressioni e attentati attribuiti ai gruppi di ultrà sionisti della Capitale contro attivisti o locali filopalestinesi. Ultima in ordine di tempo la vandalizzazione dell’aula studenti all’università di Roma Tre due giorni fa.
Alla particolare aggressività di questi settori della comunità ebraica romana va connesso anche l’alto numero di cittadini con doppio passaporto italiano-israeliano che sono andati a combattere in questi tre anni in Israele nelle forze armate. Degli 828 individuati, molti infatti sono romani.
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La cacciata dei sionisti dal corteo di Milano: un segnale per l’alternativa
Nei giorni scorsi avevamo preso parola, in relazione al 25 aprile milanese, su quello che abbiamo definito l’elefante nella stanza nel campo di chi, come noi, in questa città si pone su un terreno radicale, antagonista, di conflitto e di alternativa: vale a dire la vera natura del corteo istituzionale e la funzione che da almeno trent’anni ricopre, sussumendo, disinnescando o riconducendo nell’alveo della compatibilità al “centrosinistra” anche ogni generoso tentativo di incidere sul segno politico di quella piazza (vedi “25 aprile a Milano: se il nemico marcia alla tua testa”).
La cacciata “a furor di popolo”, durante questo 25 aprile, della Brigata ebraica e dell’internazionale nera al suo seguito (sionisti, pro-Sciah, sostenitori del regime nazi-golpista di Kiev e ultrà di Trump; coadiuvati, inoltre, dalla giovanile di Forza Italia), ci porta quindi a riprendere quel ragionamento per provare a cogliere alcune implicazioni e potenzialità rispetto a quanto accaduto in piazza.
La misura era ed è colma: da tre anni a questa parte la passività o direttamente la complicità della classe politica tutta davanti al genocidio del popolo palestinese ha fatto saltare il tappo che aveva fin qui, tra narrazioni ipocrite e falsità pure, fatto accettare anche al cosiddetto popolo della sinistra, tra malesseri e mal di pancia, le peggiori porcherie dei suoi referenti politici e sindacali.
Gli argini si sono rotti con il movimento del “Blocchiamo tutto” lo scorso autunno e da allora diverse – per intensità, modalità e chiarezza di direzione politica – sono state le manifestazioni di questo scollamento tra larghe fasce di popolazione e classe politica, ultima la vittoria del No al referendum contro il governo Meloni.
La reazione di sacrosanta rabbia delle centinaia di manifestanti che sabato hanno contestato e bloccato la palese provocazione dello spezzone nero, fino a costringerlo ad abbandonare il corteo, è stata un’ulteriore manifestazione di questo scollamento, plasticamente rappresentato dalla distanza, fisica e “sentimentale” della testa istituzionale del corteo che intanto proseguiva incurante sul suo percorso.
Per gli organizzatori il problema si limitava infatti ai “patti non rispettati”, come spiegato da Pagliarulo: “quest’anno vista la situazione”, non dovevano portare le bandiere di Israele.
D’altronde la presenza della Brigata Ebraica, che ha sempre portato bandiere di Israele, era prevista come sempre e negli anni scorsi non si era fatto nulla per impedire la presenza di bandiere non solo di Israele ma anche della NATO, ed invece si era cercato di impedire la presenza delle bandiere e dei palestinesi sul palco. Ci hanno pensato le accuse posteriori dei sionisti a ribadire paradossalmente le responsabilità di quanto accaduto intestandole a quella testa istituzionale, suo malgrado e imbarazzo.
Il fatto è che Anpi, Pd, Cgil e corpi intermedi si trovano a fare i conti da una parte con una contraddizione gigantesca che loro stessi si sono portati in casa e che ora non riserva loro la stessa cortesia ricevuta in anni e anni di ingiustificabile legittimazione; dall’altra a dover recuperare una credibilità – fin dove possono, cioè molto poco, pensiamo alla vicenda del gemellaggio tra Milano e Tel Aviv – fette crescenti di società che ne ha viste e accettate troppe per sfilare anche e proprio il 25 aprile dietro le bandiere di uno stato genocida e di tutta la nuova internazionale nera al gran completo.
Salutata con il dovuto entusiasmo la cacciata dello spezzone nero da parte di centinaia e centinaia di manifestanti che hanno poi proseguito festanti fino a piazza Duomo, l’elefante nella stanza è però ancora lì: la cacciata di sionisti, monarchici iraniani, ecc., dal corteo produce spontaneamente un’alternativa ed è stata sufficiente a “rendere potabile” quella manifestazione?
Abbiamo sentito condanne del genocidio ai danni del popolo palestinese e delle aggressioni imperialiste in tutto il mondo?
Sono cambiate le posizioni di chi quella manifestazione la guida e sta contribuendo a riarmo, alla prosecuzione della guerra in Europa, ha coperto con ogni mezzo possibile Israele, attacca a ogni piè sospinto le condizioni di vita dei lavoratori, taglia servizi, sanità e stipendi?
Oltre ad interrogarsi in maniera ancora più stringente sulla natura e sulla funzione politica e ideologica di quella piazza, crediamo invece che occorra interrogarsi sul come dare voce e corpo a un’alternativa in grado di intercettare quella crescente insofferenza che si manifesta nella società e che in parte si è manifestata sabato, come potenziale disponibilità al conflitto, non solo tra lavoratori, giovani e classi popolari, ma anche su un piano ideologico e valoriale in quella parte del popolo della sinistra che, ingannato e sistematicamente tradito, ha invece per anni digerito di tutto e non è più disposto a farlo.
Il movimento “Blocchiamo tutto” dell’autunno scorso crediamo abbia dato già una parziale ma importante verifica in questo senso: determinazione e chiarezza degli obiettivi politici, praticando il terreno dell’indipendenza da quel “centrosinistra” che si vergognava anche solo a chiamare un genocidio col suo nome, non solo erano la cosa giusta da fare, ma hanno permesso di rompere trent’anni di passività e rassegnazione, riportando a scioperare e a scendere in piazza milioni di persone.
La domanda torna al nostro campo: ammesso e non concesso, ripulito il 25 aprile dai sionisti più spudorati e dallo “spezzone nero”, ritorniamo a marciare a ruota del nemico di classe che se li era coccolati e portati a braccetto fino a ieri, pensando di condizionarne le scelte o di modificare i rapporti di forza agendo di fatto, volenti o nolenti, dall’interno del loro campo, oppure ci attrezziamo per lavorare anche il 25 aprile, che è storia nostra, ad una prospettiva indipendente e conflittuale, e quindi credibile per i tanti che non sono più disposti ad accettare l’ipocrisia e il presente di guerra e miseria a cui ci sta condannando, da destra a “sinistra”, questa classe dirigente, spalancando proprio la strada alle peggiori destre reazionarie?
Fonte
La cacciata “a furor di popolo”, durante questo 25 aprile, della Brigata ebraica e dell’internazionale nera al suo seguito (sionisti, pro-Sciah, sostenitori del regime nazi-golpista di Kiev e ultrà di Trump; coadiuvati, inoltre, dalla giovanile di Forza Italia), ci porta quindi a riprendere quel ragionamento per provare a cogliere alcune implicazioni e potenzialità rispetto a quanto accaduto in piazza.
La misura era ed è colma: da tre anni a questa parte la passività o direttamente la complicità della classe politica tutta davanti al genocidio del popolo palestinese ha fatto saltare il tappo che aveva fin qui, tra narrazioni ipocrite e falsità pure, fatto accettare anche al cosiddetto popolo della sinistra, tra malesseri e mal di pancia, le peggiori porcherie dei suoi referenti politici e sindacali.
Gli argini si sono rotti con il movimento del “Blocchiamo tutto” lo scorso autunno e da allora diverse – per intensità, modalità e chiarezza di direzione politica – sono state le manifestazioni di questo scollamento tra larghe fasce di popolazione e classe politica, ultima la vittoria del No al referendum contro il governo Meloni.
La reazione di sacrosanta rabbia delle centinaia di manifestanti che sabato hanno contestato e bloccato la palese provocazione dello spezzone nero, fino a costringerlo ad abbandonare il corteo, è stata un’ulteriore manifestazione di questo scollamento, plasticamente rappresentato dalla distanza, fisica e “sentimentale” della testa istituzionale del corteo che intanto proseguiva incurante sul suo percorso.
Per gli organizzatori il problema si limitava infatti ai “patti non rispettati”, come spiegato da Pagliarulo: “quest’anno vista la situazione”, non dovevano portare le bandiere di Israele.
D’altronde la presenza della Brigata Ebraica, che ha sempre portato bandiere di Israele, era prevista come sempre e negli anni scorsi non si era fatto nulla per impedire la presenza di bandiere non solo di Israele ma anche della NATO, ed invece si era cercato di impedire la presenza delle bandiere e dei palestinesi sul palco. Ci hanno pensato le accuse posteriori dei sionisti a ribadire paradossalmente le responsabilità di quanto accaduto intestandole a quella testa istituzionale, suo malgrado e imbarazzo.
Il fatto è che Anpi, Pd, Cgil e corpi intermedi si trovano a fare i conti da una parte con una contraddizione gigantesca che loro stessi si sono portati in casa e che ora non riserva loro la stessa cortesia ricevuta in anni e anni di ingiustificabile legittimazione; dall’altra a dover recuperare una credibilità – fin dove possono, cioè molto poco, pensiamo alla vicenda del gemellaggio tra Milano e Tel Aviv – fette crescenti di società che ne ha viste e accettate troppe per sfilare anche e proprio il 25 aprile dietro le bandiere di uno stato genocida e di tutta la nuova internazionale nera al gran completo.
Salutata con il dovuto entusiasmo la cacciata dello spezzone nero da parte di centinaia e centinaia di manifestanti che hanno poi proseguito festanti fino a piazza Duomo, l’elefante nella stanza è però ancora lì: la cacciata di sionisti, monarchici iraniani, ecc., dal corteo produce spontaneamente un’alternativa ed è stata sufficiente a “rendere potabile” quella manifestazione?
Abbiamo sentito condanne del genocidio ai danni del popolo palestinese e delle aggressioni imperialiste in tutto il mondo?
Sono cambiate le posizioni di chi quella manifestazione la guida e sta contribuendo a riarmo, alla prosecuzione della guerra in Europa, ha coperto con ogni mezzo possibile Israele, attacca a ogni piè sospinto le condizioni di vita dei lavoratori, taglia servizi, sanità e stipendi?
Oltre ad interrogarsi in maniera ancora più stringente sulla natura e sulla funzione politica e ideologica di quella piazza, crediamo invece che occorra interrogarsi sul come dare voce e corpo a un’alternativa in grado di intercettare quella crescente insofferenza che si manifesta nella società e che in parte si è manifestata sabato, come potenziale disponibilità al conflitto, non solo tra lavoratori, giovani e classi popolari, ma anche su un piano ideologico e valoriale in quella parte del popolo della sinistra che, ingannato e sistematicamente tradito, ha invece per anni digerito di tutto e non è più disposto a farlo.
Il movimento “Blocchiamo tutto” dell’autunno scorso crediamo abbia dato già una parziale ma importante verifica in questo senso: determinazione e chiarezza degli obiettivi politici, praticando il terreno dell’indipendenza da quel “centrosinistra” che si vergognava anche solo a chiamare un genocidio col suo nome, non solo erano la cosa giusta da fare, ma hanno permesso di rompere trent’anni di passività e rassegnazione, riportando a scioperare e a scendere in piazza milioni di persone.
La domanda torna al nostro campo: ammesso e non concesso, ripulito il 25 aprile dai sionisti più spudorati e dallo “spezzone nero”, ritorniamo a marciare a ruota del nemico di classe che se li era coccolati e portati a braccetto fino a ieri, pensando di condizionarne le scelte o di modificare i rapporti di forza agendo di fatto, volenti o nolenti, dall’interno del loro campo, oppure ci attrezziamo per lavorare anche il 25 aprile, che è storia nostra, ad una prospettiva indipendente e conflittuale, e quindi credibile per i tanti che non sono più disposti ad accettare l’ipocrisia e il presente di guerra e miseria a cui ci sta condannando, da destra a “sinistra”, questa classe dirigente, spalancando proprio la strada alle peggiori destre reazionarie?
Fonte
28/04/2026
Bologna. La Repubblica ammette che la foto sul nostro redattore era modificata con l’AI
Tana. Come avevamo denunciato già da domenica sul nostro giornale, la foto pubblicata da La Repubblica e veicolata sui social da tutti i volenterosi guerrafondai filo-ucraini, era stata ritoccata con l’intelligenza artificiale per corroborare una versione distorta dei fatti e demonizzare il nostro redattore Giacomo Marchetti reo di aver tenuta a distanza e – lo ripetiamo ancora: lo ha fatto con garbo – un anziano che voleva entrare con una bandiera dell’Ucraina in una manifestazione per il 25 aprile apertamente convocata e schierata contro la Nato e il riarmo. Insomma nel corteo sbagliato.
L’edizione bolognese di La Repubblica – un quotidiano che ormai sulle guerre in Ucraina, Iran, Gaza sta dando il peggio di se stesso – ha dovuto ammettere che la foto pubblicata era stata manipolata con l’IA, una manipolazione realizzata per dimostrare che il nostro Giacomo avesse messo le mani addosso all’anziano professore sostenitore dell’Ucraina, cosa che si è ben guardato dal fare, per scelta e per indole.
La Repubblica riconosce di aver preso la foto da quelle che circolavano in rete, sulla quale i bellicosi sostenitori della Slava Ukraina da giorni stanno attaccando Giacomo Marchetti e il nostro giornale.
Particolarmente penosi sono i tentativi di mettere in evidenza l’età avanzata del professore filo-ucraino e militante renziano. Non ci pare che abbiano avuto la stessa sensibilità o premura quando i giovanottoni filo-ucraini hanno preso di petto un altro anziano professore come Angelo D’Orsi. Al contrario, venivano istigati dall’alto a farlo con convinzione.
All’elenco dei dispensatori di lezioni si è aggiunto poi un altro volenteroso che non poteva mancare: Adriano Sofri che attacca Giacomo Marchetti e Contropiano dalle pagine dell’autorevolissimo Il Foglio, ossia uno dei giornali da mazzetta mattutina più filo-sionista e filo Nato.
Le realtà politiche della sinistra alternativa bolognese hanno già fatto sapere la loro valutazione sulla manifestazione del 25 aprile e su quella riteniamo che andrebbe concentrato il dibattito e l’attenzione politica.
Ci teniamo a far sapere, sia ai nostri lettori che ai detrattori, che questi attacchi non ci impensieriscono affatto. Dalle nostre parti non si fa un passo indietro. Il nostro lavoro editoriale e quotidiano ha questioni più importanti da seguire e da resocontare.
Fonte
L’edizione bolognese di La Repubblica – un quotidiano che ormai sulle guerre in Ucraina, Iran, Gaza sta dando il peggio di se stesso – ha dovuto ammettere che la foto pubblicata era stata manipolata con l’IA, una manipolazione realizzata per dimostrare che il nostro Giacomo avesse messo le mani addosso all’anziano professore sostenitore dell’Ucraina, cosa che si è ben guardato dal fare, per scelta e per indole.
La Repubblica riconosce di aver preso la foto da quelle che circolavano in rete, sulla quale i bellicosi sostenitori della Slava Ukraina da giorni stanno attaccando Giacomo Marchetti e il nostro giornale.
Particolarmente penosi sono i tentativi di mettere in evidenza l’età avanzata del professore filo-ucraino e militante renziano. Non ci pare che abbiano avuto la stessa sensibilità o premura quando i giovanottoni filo-ucraini hanno preso di petto un altro anziano professore come Angelo D’Orsi. Al contrario, venivano istigati dall’alto a farlo con convinzione.
All’elenco dei dispensatori di lezioni si è aggiunto poi un altro volenteroso che non poteva mancare: Adriano Sofri che attacca Giacomo Marchetti e Contropiano dalle pagine dell’autorevolissimo Il Foglio, ossia uno dei giornali da mazzetta mattutina più filo-sionista e filo Nato.
Le realtà politiche della sinistra alternativa bolognese hanno già fatto sapere la loro valutazione sulla manifestazione del 25 aprile e su quella riteniamo che andrebbe concentrato il dibattito e l’attenzione politica.
Ci teniamo a far sapere, sia ai nostri lettori che ai detrattori, che questi attacchi non ci impensieriscono affatto. Dalle nostre parti non si fa un passo indietro. Il nostro lavoro editoriale e quotidiano ha questioni più importanti da seguire e da resocontare.
Fonte
Così funziona la propaganda sionista
In questa foto ricavata da un filmato, sotto lo striscione della “Brigata Ebraica” Eyal Mizrahi, quello di “definisci bambino”, chiede al PD Emanuele Fiano “se far deviare la brigata ebraica a destra o far manganellare questi qua”. E Fiano risponde “no, non ci spostiamo”… Poi invece la polizia, una volta tanto saggiamente, non ha manganellato nessuno e ha fatto spostare il gruppetto dei manifestanti pro Israele, pro Trump e Netanyahu, pro Shah.
Decine di migliaia di antifascisti avevano giustamente deciso di non volere costoro nel corteo del 25 aprile. È a quel punto che Emanuele Fiano ha dichiarato alle telecamere di aver sentito dire da una persona: “siete saponette mancate”. Una frase infame, che nessuna ignoranza giustifica e che solo un nazifascista può pronunciare. Già ma chi l’aveva detta? Sicuramente nessuno dei manifestanti antifascisti che erano lì, le cui parole erano solo contro la guerra e il fascismo, per la Palestina e contro il genocidio a Gaza.
NESSUNO, ripeto nessuno tra i manifestanti, ha sentito pronunciare quella frase vergognosa. Solo Fiano l’ha sentita, anche se nemmeno lui ha potuto dire che venisse dai manifestanti. Ebbene sui grandi giornali e nelle tv un poco alla volta quella frase è dilagata e ha finito per coprire tutte le voci del popolo antifascista.
È stata cacciata la brigata ebraica mentre si gridava “saponette mancate”, questa è diventata la verità mediatica; e questo falso costruito e diffuso ci mostra ancora una volta come funzioni la propaganda sionista. Che per coprire i crimini degli israeliani ha un principale strumento: accostare ogni protesta al nazismo.
Netanyahu e i suoi accusano di antisemitismo chiunque li critichi, e così Trump e le destre in tutto il mondo.
Ma questa accusa nei mass media e nella politica va ben oltre i confini della destra reazionaria.
Abbiamo visto giornali e tv scatenarsi contro la protesta popolare verso i seguaci o i complici di Netanyahu. E gran parte dei politici, compresi quelli del campo largo, hanno balbettato o addirittura fatto propria la condanna della sacrosanta indignazione antifascista.
I crimini di Israele si nutrono di questi falsi e di questa propaganda, che ha un nome preciso: HASBARA.
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Decine di migliaia di antifascisti avevano giustamente deciso di non volere costoro nel corteo del 25 aprile. È a quel punto che Emanuele Fiano ha dichiarato alle telecamere di aver sentito dire da una persona: “siete saponette mancate”. Una frase infame, che nessuna ignoranza giustifica e che solo un nazifascista può pronunciare. Già ma chi l’aveva detta? Sicuramente nessuno dei manifestanti antifascisti che erano lì, le cui parole erano solo contro la guerra e il fascismo, per la Palestina e contro il genocidio a Gaza.
NESSUNO, ripeto nessuno tra i manifestanti, ha sentito pronunciare quella frase vergognosa. Solo Fiano l’ha sentita, anche se nemmeno lui ha potuto dire che venisse dai manifestanti. Ebbene sui grandi giornali e nelle tv un poco alla volta quella frase è dilagata e ha finito per coprire tutte le voci del popolo antifascista.
È stata cacciata la brigata ebraica mentre si gridava “saponette mancate”, questa è diventata la verità mediatica; e questo falso costruito e diffuso ci mostra ancora una volta come funzioni la propaganda sionista. Che per coprire i crimini degli israeliani ha un principale strumento: accostare ogni protesta al nazismo.
Netanyahu e i suoi accusano di antisemitismo chiunque li critichi, e così Trump e le destre in tutto il mondo.
Ma questa accusa nei mass media e nella politica va ben oltre i confini della destra reazionaria.
Abbiamo visto giornali e tv scatenarsi contro la protesta popolare verso i seguaci o i complici di Netanyahu. E gran parte dei politici, compresi quelli del campo largo, hanno balbettato o addirittura fatto propria la condanna della sacrosanta indignazione antifascista.
I crimini di Israele si nutrono di questi falsi e di questa propaganda, che ha un nome preciso: HASBARA.
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Il 25 aprile a Milano è andato in scena il fallimento e la pericolosità del DDL sull’antisemitismo
Il 25 aprile è diventato una sorta di festa del provocatore, un palcoscenico per chi vuole (più o meno scientemente) accreditare la narrazione sulla festa divisiva, vuole distorcere la storia per legittimare le guerre di oggi, in generale cerca attenzione, vuole frenare qualunque cosa di sinistra respiri, fiancheggiare le destre, comprese quelle di diretta derivazione missina (che proprio non ci stanno nemmeno dopo 80 anni a chiedere scusa e ad accettare le radici della Costituzione).
A questo quadro si aggiunga il ruolo del cosiddetto “terzo polo” (ottavo, nono, decimo nelle urne ma primo sui giornali) e dei c.d. riformisti, che riescono sempre a prodigarsi in distinguo e in indignazione di sorta perfetta per mettere in difficoltà l’opposizione (perchè loro sono l’opposizione che fa opposizione all’opposizione) e per favorire la narrazione delle destre.
Per esempio, sui giornali italiani (persino sulla home page di Repubblica) è arrivato il caso di un anziano professore bolognese in pensione, militante di Italia Viva, che si è presentato al corteo antagonista e anti-atlantista del 25 aprile, per esserne poi allontanato.
A prescindere dal dispiacere che l’anziano avrà provato pur non essendo stato dissuaso in malo modo, a leggere distrattamente le notizie sembrava quasi che dal corteo ufficiale del 25 aprile, nel caso specifico dalla manifestazione di piazza Maggiore, fosse stato allontanato qualcuno perchè aveva la bandiera dell’Ucraina.
Nella stampa italiana mi pare che solo Bologna Today abbia inquadrato la questione nella chiave giusta, “sforzandosi” di leggere il comunicato degli organizzatori (corteo contro il riarmo e l’atlantismo) così da far capire chiaramente che quella del professore è stata una provocazione politica, voluta o meno, ma pur sempre tale: un vegetariano ad una festa di carnivori o viceversa.
Ma veniamo a Milano dove, sabato 25 aprile 2026, ha sfilato la cosiddetta “Brigata Ebraica”. Come già accaduto a Roma in passato (si veda in particolare il 2022), chi era dietro a quello striscione si è reso protagonista di una provocazione
Il 25 aprile a Milano è andata così: la Brigata Ebraica si è messa in testa al corteo dove non avrebbe dovuto essere. Perché non avrebbe dovuto esserci? Perché l’ordine concordato e messo nero su bianco dagli organizzatori la prevedeva in dodicesima posizione (Andrea Sparaciari del Fatto ha pubblicato la sequenza degli spezzoni come prevista).
Si è creato così “un tappo” che ha complicato non di poco il corteo, mettendo in stallo migliaia di persone, con la tensione che saliva.
Altro problema, la c.d. “Brigata Ebraica” aveva le bandiera di Israele (oltre a quelle del sanguinoso regime monarchico iraniano) cioè quelle di uno Stato che non solo ha commesso un genocidio ma occupa terre non sue dove implementa un regime d’apartheid e conduce una pulizia etnica. Insomma nulla a che vedere con l’antifascismo e con la festa della liberazione.
Torniamo quindi all’esempio di cui sopra: vegetariani ad una festa di carnivori o viceversa.
Sorvoliamo sul fatto che in prima fila dietro lo striscione ci fosse quello che è stato soprannominato “Mr. Definisci Bambini”, il presidente di “Amici di Israele”, Eyal Mizrahi, diventato noto per le sue gravissime dichiarazioni in uno scontro tv con Enzo Iachetti.
Come si è sciolto l’ingorgo? Con il ritiro dello spezzone della “Brigata Ebraica”. La cosa mi ha fatto pensare allo stretto di Hormuz e a Trump il cui grande successo vuole essere la riapertura dello stretto che la guerra da lui avviata ha fatto chiudere.
Cosa è accaduto dopo? Che ovviamente i vertici della comunità ebraica milanese (notoriamente schierati con La Russa e Fratelli d’Italia, in uno dei paradossi storici dei nostri tempi) ha gridato “ebrei cacciati dal corteo” e ha immancabilmente denunciato l’“antisemitismo” (un capovolgimento della realtà ben riassunto in questa raccolta di testimonianze). A supportarli i soliti sestopolisti e riformisti, nel loro eterno ruolo da sabotatori della sinistra (e dell’opposizione in genere).
L’accusa di ”Antisemitismo” risuonava mentre quasi nessuno si preoccupava di due feriti alla manifestazione romana a riprova dell’egemonia della narrazione bellicista. L’accusa di antisemitismo ha spinto l’ANPI ad annunciare una querela.
E qui arriviamo al punto. Il DDL Romeo è passato al Senato ma non alla Camera. Non è ancora legge. Cosa sarebbe successo se fosse già stato convertito?
Fonte
A questo quadro si aggiunga il ruolo del cosiddetto “terzo polo” (ottavo, nono, decimo nelle urne ma primo sui giornali) e dei c.d. riformisti, che riescono sempre a prodigarsi in distinguo e in indignazione di sorta perfetta per mettere in difficoltà l’opposizione (perchè loro sono l’opposizione che fa opposizione all’opposizione) e per favorire la narrazione delle destre.
Per esempio, sui giornali italiani (persino sulla home page di Repubblica) è arrivato il caso di un anziano professore bolognese in pensione, militante di Italia Viva, che si è presentato al corteo antagonista e anti-atlantista del 25 aprile, per esserne poi allontanato.
A prescindere dal dispiacere che l’anziano avrà provato pur non essendo stato dissuaso in malo modo, a leggere distrattamente le notizie sembrava quasi che dal corteo ufficiale del 25 aprile, nel caso specifico dalla manifestazione di piazza Maggiore, fosse stato allontanato qualcuno perchè aveva la bandiera dell’Ucraina.
Nella stampa italiana mi pare che solo Bologna Today abbia inquadrato la questione nella chiave giusta, “sforzandosi” di leggere il comunicato degli organizzatori (corteo contro il riarmo e l’atlantismo) così da far capire chiaramente che quella del professore è stata una provocazione politica, voluta o meno, ma pur sempre tale: un vegetariano ad una festa di carnivori o viceversa.
Ma veniamo a Milano dove, sabato 25 aprile 2026, ha sfilato la cosiddetta “Brigata Ebraica”. Come già accaduto a Roma in passato (si veda in particolare il 2022), chi era dietro a quello striscione si è reso protagonista di una provocazione
Il 25 aprile a Milano è andata così: la Brigata Ebraica si è messa in testa al corteo dove non avrebbe dovuto essere. Perché non avrebbe dovuto esserci? Perché l’ordine concordato e messo nero su bianco dagli organizzatori la prevedeva in dodicesima posizione (Andrea Sparaciari del Fatto ha pubblicato la sequenza degli spezzoni come prevista).
Si è creato così “un tappo” che ha complicato non di poco il corteo, mettendo in stallo migliaia di persone, con la tensione che saliva.
Altro problema, la c.d. “Brigata Ebraica” aveva le bandiera di Israele (oltre a quelle del sanguinoso regime monarchico iraniano) cioè quelle di uno Stato che non solo ha commesso un genocidio ma occupa terre non sue dove implementa un regime d’apartheid e conduce una pulizia etnica. Insomma nulla a che vedere con l’antifascismo e con la festa della liberazione.
Torniamo quindi all’esempio di cui sopra: vegetariani ad una festa di carnivori o viceversa.
Sorvoliamo sul fatto che in prima fila dietro lo striscione ci fosse quello che è stato soprannominato “Mr. Definisci Bambini”, il presidente di “Amici di Israele”, Eyal Mizrahi, diventato noto per le sue gravissime dichiarazioni in uno scontro tv con Enzo Iachetti.
Come si è sciolto l’ingorgo? Con il ritiro dello spezzone della “Brigata Ebraica”. La cosa mi ha fatto pensare allo stretto di Hormuz e a Trump il cui grande successo vuole essere la riapertura dello stretto che la guerra da lui avviata ha fatto chiudere.
Cosa è accaduto dopo? Che ovviamente i vertici della comunità ebraica milanese (notoriamente schierati con La Russa e Fratelli d’Italia, in uno dei paradossi storici dei nostri tempi) ha gridato “ebrei cacciati dal corteo” e ha immancabilmente denunciato l’“antisemitismo” (un capovolgimento della realtà ben riassunto in questa raccolta di testimonianze). A supportarli i soliti sestopolisti e riformisti, nel loro eterno ruolo da sabotatori della sinistra (e dell’opposizione in genere).
L’accusa di ”Antisemitismo” risuonava mentre quasi nessuno si preoccupava di due feriti alla manifestazione romana a riprova dell’egemonia della narrazione bellicista. L’accusa di antisemitismo ha spinto l’ANPI ad annunciare una querela.
E qui arriviamo al punto. Il DDL Romeo è passato al Senato ma non alla Camera. Non è ancora legge. Cosa sarebbe successo se fosse già stato convertito?
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27/04/2026
I “volenterosi guerrafondai” isterici verso Contropiano
Non sorprendono nessuno le consuete polemiche successive alle manifestazioni del 25 Aprile. È così ormai tutti gli anni e, dopo aver raggiunto l’apice in un paio di giorni, spesso ritornano nella routine.
Dobbiamo confessare che anche noi eravamo tentati dall’adeguarci a questo ritmo già sperimentato, se non fosse che il nostro giornale è stato tirato in ballo, arbitrariamente e in modo offensivo (i nostri avvocati ci stanno lavorando sopra) da quegli ambienti di “volenterosi guerrafondai” prosperati con varie sfaccettature sulla questione dell’Ucraina.
Alcuni fatti sono noti. Un nostro redattore di Bologna, Giacomo Marchetti, ha evitato con molto garbo che un anziano signore con tanto di bandiera ucraina e della UE entrasse in un corteo che quelle bandiere non le gradiva affatto.
Consapevole che la provocazione potesse innescare tensioni durante il corteo, lo ha tenuto alla larga – con garbo e il dovuto rispetto per l’età avanzata – per evitare che magari qualcuno meno educato lo facesse in modi più spicci. Il video è talmente evidente che per piegarlo ad una visione distorta sono stati costretti a ricorrere all’intelligenza artificiale su singoli fotogrammi.
Il video che mostra il nostro Giacomo in quella delicata situazione, è stato diffuso ampiamente sui social da tutta quella rete di volenterosi sostenitori della guerra in Ucraina – e non solo – che da tempo stanno conducendo una sistematica campagna di provocazione e diffamazione contro le manifestazioni, assemblee, dibattiti, conferenze di chi si oppone alla guerre e alle aggressioni imperialiste.
Ma l’episodio di Bologna – che non intendiamo affatto lasciar cadere e che vedrà a breve un incontro pubblico convocato dal nostro giornale in quella città – consente di avanzare una dovuta riflessione su chi e come sono le forze contro cui ci dovremo battere in questo paese per contrastare le derive guerrafondaie e reazionarie. Del resto è fin troppo evidente che mentre sulla Palestina uno deve aspettarsi gli attacchi dai giornali e partiti della destra, sull’Ucraina tra questi killer politici devi aspettarti anche settori ampiamente articolati del centro-sinistra.
Il consorte dell’europarlamentare Pina Picierno, costituitosi come una sorta di commissione di censura e controllo su chi prende parola in Italia sulla guerra in Ucraina, noto per gli attacchi ad Angelo D’Orsi e altri, ha preso di petto il nostro Giacomo Marchetti e calunniato Contropiano su X, definendolo “giornalaccio online russobruno”. Sul piano legale ne dovrà rendere conto, ma sul piano politico questo ci consente di fare chiarezza.
Invece che delle stupidaggini di questi personaggi, prendiamo spunto da un più stimolante articolo comparso su Micromega a commento delle manifestazioni del 25 Aprile. Nell’articolo, l’autrice – spesso correttamente impegnata sulla questione palestinese – lamenta invece che sull’Ucraina non si assista alla medesima empatia e solidarietà con “questa causa”, addebitando il motivo al cosiddetto “campismo”.
Ma l’aspetto più grave contenuto nell’articolo è quando si lamenta che “la causa ucraina non è considerata da ampi settori dell’antifascismo italiano degna della nostra solidarietà e che la propaganda di un regime fascista è riuscita a penetrare così in profondità”. In pratica si liquidano ampi settori dell’antifascismo italiano sostanzialmente come degli inetti o, peggio ancora, delle “quinte colonne” della Russia, una sintesi niente affatto veritiera né dimostrabile, ma sicuramente offensiva.
Non solo. A proposito del campismo, sia l’autrice che coloro che ne ritengono pertinenti le tesi, devono piuttosto fare i conti con il “campismo di fatto” realizzato visivamente dai gruppi filo-ucraini insieme a quelli sionisti, ai monarchici iraniani e agli estimatori di Trump, che a Milano si sono presentati insieme in uno stesso spezzone al corteo. Che ovviamente e giustamente è stato messo fuori dalla manifestazione del 25 aprile.
Non era la prima volta che in presidi e manifestazioni sventolano insieme le bandiere ucraine, quelle israeliane e degli iraniani nostalgici dello Sciah. E se queste “cause” vengono ritenute tutte simili e “dalla stessa parte” da chi le sostiene, non si capisce perché non possa o debba fare altrettanto chi le critica o osteggia.
Ma quello che è diventato visibile a livello di supporter è ancora più visibile a livello di Stati. La collaborazione militare e la convergenza ideologica tra Ucraina e Israele è fin troppo nitida, così come lo è la funzione che la Nato e l’imperialismo hanno affidato a questi due “porcospini d'acciaio” nell’Europa dell’est e in Medio Oriente.
E la gente che va in piazza – ma anche quella che resta a casa – queste cose le nota, le collega e ne ha tratto le logiche conclusioni. Motivo per cui le bandiere israeliane e quelle ucraine non sono viste come “istanze di liberazione” da condividere nelle manifestazioni antifasciste. Diversamente, invece, le bandiere palestinesi o libanesi sono ammesse ed applaudite. Così come la presenza degli ebrei antisionisti. Del resto è difficile provare empatia per un paese che riceve miliardi di finanziamenti e armamenti da tutti i paesi Nato e i governi reazionari d’Europa contro cui ci si batte quotidianamente qui a casa nostra. I Palestinesi o i libanesi non hanno mai avuto di queste fortune.
Contropiano non deve comunque alcuna spiegazione ai volenterosi collaboratori della Nato o delle forze guerrafondaie a livello internazionale. Parlano la sua storia e la sua attività editoriale dal 1993 a oggi, sia in formato cartaceo che online.
Vogliamo dire chiaramente che sosteniamo senza se e senza ma il nostro Giacomo Marchetti e apprezzeremo sempre chi, nelle piazze o nell’informazione, fa chiarezza su chi siano i nemici principali dell’umanità.
Fonte
Dobbiamo confessare che anche noi eravamo tentati dall’adeguarci a questo ritmo già sperimentato, se non fosse che il nostro giornale è stato tirato in ballo, arbitrariamente e in modo offensivo (i nostri avvocati ci stanno lavorando sopra) da quegli ambienti di “volenterosi guerrafondai” prosperati con varie sfaccettature sulla questione dell’Ucraina.
Alcuni fatti sono noti. Un nostro redattore di Bologna, Giacomo Marchetti, ha evitato con molto garbo che un anziano signore con tanto di bandiera ucraina e della UE entrasse in un corteo che quelle bandiere non le gradiva affatto.
Consapevole che la provocazione potesse innescare tensioni durante il corteo, lo ha tenuto alla larga – con garbo e il dovuto rispetto per l’età avanzata – per evitare che magari qualcuno meno educato lo facesse in modi più spicci. Il video è talmente evidente che per piegarlo ad una visione distorta sono stati costretti a ricorrere all’intelligenza artificiale su singoli fotogrammi.
Il video che mostra il nostro Giacomo in quella delicata situazione, è stato diffuso ampiamente sui social da tutta quella rete di volenterosi sostenitori della guerra in Ucraina – e non solo – che da tempo stanno conducendo una sistematica campagna di provocazione e diffamazione contro le manifestazioni, assemblee, dibattiti, conferenze di chi si oppone alla guerre e alle aggressioni imperialiste.
Ma l’episodio di Bologna – che non intendiamo affatto lasciar cadere e che vedrà a breve un incontro pubblico convocato dal nostro giornale in quella città – consente di avanzare una dovuta riflessione su chi e come sono le forze contro cui ci dovremo battere in questo paese per contrastare le derive guerrafondaie e reazionarie. Del resto è fin troppo evidente che mentre sulla Palestina uno deve aspettarsi gli attacchi dai giornali e partiti della destra, sull’Ucraina tra questi killer politici devi aspettarti anche settori ampiamente articolati del centro-sinistra.
Il consorte dell’europarlamentare Pina Picierno, costituitosi come una sorta di commissione di censura e controllo su chi prende parola in Italia sulla guerra in Ucraina, noto per gli attacchi ad Angelo D’Orsi e altri, ha preso di petto il nostro Giacomo Marchetti e calunniato Contropiano su X, definendolo “giornalaccio online russobruno”. Sul piano legale ne dovrà rendere conto, ma sul piano politico questo ci consente di fare chiarezza.
Invece che delle stupidaggini di questi personaggi, prendiamo spunto da un più stimolante articolo comparso su Micromega a commento delle manifestazioni del 25 Aprile. Nell’articolo, l’autrice – spesso correttamente impegnata sulla questione palestinese – lamenta invece che sull’Ucraina non si assista alla medesima empatia e solidarietà con “questa causa”, addebitando il motivo al cosiddetto “campismo”.
Ma l’aspetto più grave contenuto nell’articolo è quando si lamenta che “la causa ucraina non è considerata da ampi settori dell’antifascismo italiano degna della nostra solidarietà e che la propaganda di un regime fascista è riuscita a penetrare così in profondità”. In pratica si liquidano ampi settori dell’antifascismo italiano sostanzialmente come degli inetti o, peggio ancora, delle “quinte colonne” della Russia, una sintesi niente affatto veritiera né dimostrabile, ma sicuramente offensiva.
Non solo. A proposito del campismo, sia l’autrice che coloro che ne ritengono pertinenti le tesi, devono piuttosto fare i conti con il “campismo di fatto” realizzato visivamente dai gruppi filo-ucraini insieme a quelli sionisti, ai monarchici iraniani e agli estimatori di Trump, che a Milano si sono presentati insieme in uno stesso spezzone al corteo. Che ovviamente e giustamente è stato messo fuori dalla manifestazione del 25 aprile.
Non era la prima volta che in presidi e manifestazioni sventolano insieme le bandiere ucraine, quelle israeliane e degli iraniani nostalgici dello Sciah. E se queste “cause” vengono ritenute tutte simili e “dalla stessa parte” da chi le sostiene, non si capisce perché non possa o debba fare altrettanto chi le critica o osteggia.
Ma quello che è diventato visibile a livello di supporter è ancora più visibile a livello di Stati. La collaborazione militare e la convergenza ideologica tra Ucraina e Israele è fin troppo nitida, così come lo è la funzione che la Nato e l’imperialismo hanno affidato a questi due “porcospini d'acciaio” nell’Europa dell’est e in Medio Oriente.
E la gente che va in piazza – ma anche quella che resta a casa – queste cose le nota, le collega e ne ha tratto le logiche conclusioni. Motivo per cui le bandiere israeliane e quelle ucraine non sono viste come “istanze di liberazione” da condividere nelle manifestazioni antifasciste. Diversamente, invece, le bandiere palestinesi o libanesi sono ammesse ed applaudite. Così come la presenza degli ebrei antisionisti. Del resto è difficile provare empatia per un paese che riceve miliardi di finanziamenti e armamenti da tutti i paesi Nato e i governi reazionari d’Europa contro cui ci si batte quotidianamente qui a casa nostra. I Palestinesi o i libanesi non hanno mai avuto di queste fortune.
Contropiano non deve comunque alcuna spiegazione ai volenterosi collaboratori della Nato o delle forze guerrafondaie a livello internazionale. Parlano la sua storia e la sua attività editoriale dal 1993 a oggi, sia in formato cartaceo che online.
Vogliamo dire chiaramente che sosteniamo senza se e senza ma il nostro Giacomo Marchetti e apprezzeremo sempre chi, nelle piazze o nell’informazione, fa chiarezza su chi siano i nemici principali dell’umanità.
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26/04/2026
Il 25 Aprile è “divisivo”, inevitabilmente
Il 25 aprile si celebra la Liberazione, ma da cosa? Dal nazifascismo, storicamente e praticamente.
Grazie a chi? Grazie a chi ha combattuto contro quei mostri, permettendo a questo paese, a tutta Europa e a gran parte dell’Asia di cercare ognuno la propria strada senza più quel sistema di sfruttamento razzista e suprematista sul groppone e che aveva trascinato il mondo in guerra.
Poi abbiamo il 25 Aprile in Italia, il 9 maggio (la conquista del Reichstag, a Berlino da parte dell’Armata Rossa sovietica) per tutta Europa, il 6 e 9 Agosto – dopo due bombe atomiche statunitensi, però – per l’Asia orientale.
Date diverse, con feste diverse, per partecipazioni popolari differenti quanto a dimensioni, radicalità, peso politico e militare.
Per chi, dunque, il 25 Aprile è “divisivo”? Solo per chi allora è stato giustamente sconfitto. Che pure è sopravvissuto e addirittura governa, costretto magari a far finta di non essere davvero una filiazione diretta di quell’orrore.
Il 25 Aprile, in Italia, è insomma una festa per noi antifascisti – senza neanche stare a distinguere tra comunisti, socialisti, popolari, ecc. – e una tragedia per “loro”.
Poi, sicuramente, questa data è diventata nel tempo una ricorrenza quasi senza contenuto, una scadenza sul calendario da celebrare burocraticamente, addirittura abbozzando vergognosi tentativi di equiparazione tra opposti combattenti (cominciò Luciano Violante, da presidente della Camera, eletto col Pci e ci ha riprovato in questi giorni La Russa come presidente del Senato).
Le istituzioni hanno fatto di tutto, in modo bipartisan, per renderla innocua. La realtà storica, con la sua sincera brutalità, l’ha rimessa al centro dello scontro politico e ideale. Diciamo, da qualche anno...
In tutta Italia, ieri, chi voleva festeggiare in modo politicamente sano questa data – anche senza voler star lì a distinguere tra comunisti, socialisti, popolari etc. – ha dovuto affrontare diverse provocazioni. Diverse ma convergenti, sia politicamente che internazionalmente.
Non è un mistero, infatti, che Israele, Ucraina, l’ormai inesistente “Persia dello Scià”, gli Stati Uniti di Trump, etc, fascisti nascosti o dichiarati di tutta Europa, al governo o lì lì per arrivarci, siano oggi “l’Internazionale nera” che ha assunto i caratteri genetici del nazifascismo come propria identità: il suprematismo (per alcuni di “razza”, per altri “di “cultura”, o “fede economica”, o un mix di queste con la “religione”), la propensione al genocidio, l’uso della forza come unico strumento di governo (nazionale e internazionale).
Cercare di portare i vessilli dei governi genocidi nelle manifestazioni per la Liberazione antifascista è insomma una provocazione cosciente, deliberata, premeditata. E come tale va trattata. Per fortuna così è stato.
Gli episodi chiave sono avvenuti a Roma e Milano. Nella Capitale la componente ultrasionista della comunità ebraica – la più grande e violentemente sionista d’Italia (con addirittura membri nelle forze armate israeliane partecipanti al genocidio di Gaza, ed anche qualche caduto) – aveva finalmente rinunciato a provocare disordini ed aggressioni, ma è stata sostituita da una pattuglietta minima di “radicali” (una decina al massimo) venuta alla manifestazione soltanto per sventolare bandiere ucraine.
La cosa interessante da ricordare – e uno come Gad Lerner potrebbe sicuramente raccontarlo con molti dettagli, venendo la sua famiglia da quelle parti – è che l’attuale governo di Kiev, insediato con un golpe statunitense nel 2014 (il “majdan”), è da allora composto da nazisti dichiarati che, non per caso, hanno riesumato il mito di Stepan Bandera: collaboratore dei nazisti, membro delle SS, sterminatore di ebrei e comunisti, che chiuse la sua vita una decina di anni dopo la fine della guerra in Germania, giustiziato dal Kgb.
Che l’attuale presidente ucraino sia un ebreo è interessante solo per registrare che quella lontana inimicizia totale dei nazisti verso i fedeli di questa religione è stata infine superata “grazie” al sionismo. Oggi Israele è uno dei primi alleati del regime di Kiev, con grandi scambi di tecnologia ed esperienze militari. Il genocidio li divideva, il genocidio (dei palestinesi, però) li unisce.
A Milano, invece, se ne sono dovuti andare dal corteo i sedicenti rappresentanti della “Brigata ebraica” presentatisi nello stesso spezzone con i monarchici iraniani e i fascisti ucraini, con grande scorno e lamentazioni dei sionisti tutti d’un pezzo, tipo quell’Emanuele Fiano – membro del Pd e dell’ala “Sinistra per Israele”, dato in uscita anche da quel partito perché “troppo tenero” con i palestinesi (!) – che alle telecamere racconta di aver sentito da una singola persona ignota la frase sicuramente ignobile “Siete saponette mancate”. Roba che manco un seguace di Goebbels direbbe oggi in una piazza antifascista (per autotutela, se non altro)...
È stato l’unico a sentire una cosa del genere. Conoscendolo, si sarebbe potuto scommettere sul fatto che se l’è inventata. Ma non abbiamo trovato un allibratore disposto ad accettare la puntata. Troppo scontata...
Anche su questo vanno ricordate un po’ di cose. La “Brigata ebraica” davvero esistita era un piccolo reparto dell’esercito inglese, che operò in Italia sotto il Comando Alleato, negli ultimi rastrellamenti di fascisti e tedeschi, ormai in fuga, assommando in tutto una trentina di caduti nel più grande massacro che la Storia ricordi. Onore a loro, sicuramente. Nessuna “resistenza”, però, nessuna partecipazione all’insurrezione partigiana, ma una parte marginale in un esercito regolare. Al pari dei gurka nepalesi o dei marocchini, insomma. Di cui nessuno si ricorda più, nonostante perdite certamente superiori.
C’è da segnalare anche che fino al 2006 neanche le Comunità ebraiche si ricordavano di quella “Brigata”, tanto da partecipare al 25 Aprile in forma privata, chi voleva, chi condivideva l’antifascismo, mica in forma organizzata sotto le bandiere in un altro Stato etnico-religioso basato sull’apartheid...
Poi, improvvisamente, la pretesa di rappresentare una parte “decisiva” nella Resistenza partigiana, portando così le bandiere di Israele in un contesto in cui – a Gaza e in Cisgiordania – i massacri si susseguivano a intervalli regolari come le stagioni.
Di lì era iniziata l’annuale contrapposizione tra “sedicenti resistenti” fasciosionisti e sinistra autentica. Di lì lo scivolamento complice dei “democratici” e di alcuni dirigenti dell’Anpi verso una condiscendenza silente nei confronti delle politiche israeliane. Fino al genocidio di Gaza, che ha squarciato il velo...
Dopo ieri, non sarà più possibile condividere la stessa piazza, neanche per “quieto vivere”, con gente che ritiene giusto e normale un genocidio o la supremazia razziale. Neanche per chi, da “democratico”, ha sempre desiderato una celebrazione “non divisiva”.
Non siamo noi a dirlo. Lo ha fatto capire esplicitamente quel criminale che a Roma ha sparato – ad aria compressa, per fortuna – contro una coppia di antifascisti democratici con al collo il fazzoletto dell’Anpi, cercando di colpirli in faccia per fare danni seri.
Perché si può far finta quanto si vuole che un “vaffanculo” in piazza sia “violenza inaccettabile”. Ma per un vaffa non è mai morto nessuno, neanche nell’amor proprio.
I fascisti come lo sparatore di Roma, invece, non fanno di queste bizantine distinzioni tra “democratici” e comunisti, rivoluzionari, antagonisti.
I fascisti sparano nel mucchio. Proprio come l’Idf o il battaglione Azov…
P.S. La distinzione tra “ebreo” e “sionista” è semplice (un po’ come quella tra “cattolico” e “inquisitore”, tra “italiano” e “fascista”, o tra “tedesco” e “nazista”, ecc.) e ognuno la capisce al volo. A Milano, per esempio, nel corteo c’erano diversi ebrei, con il loro striscione antifascista, e nessuno si è sognato di allontanarli. Anzi...
Fonte
Grazie a chi? Grazie a chi ha combattuto contro quei mostri, permettendo a questo paese, a tutta Europa e a gran parte dell’Asia di cercare ognuno la propria strada senza più quel sistema di sfruttamento razzista e suprematista sul groppone e che aveva trascinato il mondo in guerra.
Poi abbiamo il 25 Aprile in Italia, il 9 maggio (la conquista del Reichstag, a Berlino da parte dell’Armata Rossa sovietica) per tutta Europa, il 6 e 9 Agosto – dopo due bombe atomiche statunitensi, però – per l’Asia orientale.
Date diverse, con feste diverse, per partecipazioni popolari differenti quanto a dimensioni, radicalità, peso politico e militare.
Per chi, dunque, il 25 Aprile è “divisivo”? Solo per chi allora è stato giustamente sconfitto. Che pure è sopravvissuto e addirittura governa, costretto magari a far finta di non essere davvero una filiazione diretta di quell’orrore.
Il 25 Aprile, in Italia, è insomma una festa per noi antifascisti – senza neanche stare a distinguere tra comunisti, socialisti, popolari, ecc. – e una tragedia per “loro”.
Poi, sicuramente, questa data è diventata nel tempo una ricorrenza quasi senza contenuto, una scadenza sul calendario da celebrare burocraticamente, addirittura abbozzando vergognosi tentativi di equiparazione tra opposti combattenti (cominciò Luciano Violante, da presidente della Camera, eletto col Pci e ci ha riprovato in questi giorni La Russa come presidente del Senato).
Le istituzioni hanno fatto di tutto, in modo bipartisan, per renderla innocua. La realtà storica, con la sua sincera brutalità, l’ha rimessa al centro dello scontro politico e ideale. Diciamo, da qualche anno...
In tutta Italia, ieri, chi voleva festeggiare in modo politicamente sano questa data – anche senza voler star lì a distinguere tra comunisti, socialisti, popolari etc. – ha dovuto affrontare diverse provocazioni. Diverse ma convergenti, sia politicamente che internazionalmente.
Non è un mistero, infatti, che Israele, Ucraina, l’ormai inesistente “Persia dello Scià”, gli Stati Uniti di Trump, etc, fascisti nascosti o dichiarati di tutta Europa, al governo o lì lì per arrivarci, siano oggi “l’Internazionale nera” che ha assunto i caratteri genetici del nazifascismo come propria identità: il suprematismo (per alcuni di “razza”, per altri “di “cultura”, o “fede economica”, o un mix di queste con la “religione”), la propensione al genocidio, l’uso della forza come unico strumento di governo (nazionale e internazionale).
Cercare di portare i vessilli dei governi genocidi nelle manifestazioni per la Liberazione antifascista è insomma una provocazione cosciente, deliberata, premeditata. E come tale va trattata. Per fortuna così è stato.
Gli episodi chiave sono avvenuti a Roma e Milano. Nella Capitale la componente ultrasionista della comunità ebraica – la più grande e violentemente sionista d’Italia (con addirittura membri nelle forze armate israeliane partecipanti al genocidio di Gaza, ed anche qualche caduto) – aveva finalmente rinunciato a provocare disordini ed aggressioni, ma è stata sostituita da una pattuglietta minima di “radicali” (una decina al massimo) venuta alla manifestazione soltanto per sventolare bandiere ucraine.
La cosa interessante da ricordare – e uno come Gad Lerner potrebbe sicuramente raccontarlo con molti dettagli, venendo la sua famiglia da quelle parti – è che l’attuale governo di Kiev, insediato con un golpe statunitense nel 2014 (il “majdan”), è da allora composto da nazisti dichiarati che, non per caso, hanno riesumato il mito di Stepan Bandera: collaboratore dei nazisti, membro delle SS, sterminatore di ebrei e comunisti, che chiuse la sua vita una decina di anni dopo la fine della guerra in Germania, giustiziato dal Kgb.
Che l’attuale presidente ucraino sia un ebreo è interessante solo per registrare che quella lontana inimicizia totale dei nazisti verso i fedeli di questa religione è stata infine superata “grazie” al sionismo. Oggi Israele è uno dei primi alleati del regime di Kiev, con grandi scambi di tecnologia ed esperienze militari. Il genocidio li divideva, il genocidio (dei palestinesi, però) li unisce.
A Milano, invece, se ne sono dovuti andare dal corteo i sedicenti rappresentanti della “Brigata ebraica” presentatisi nello stesso spezzone con i monarchici iraniani e i fascisti ucraini, con grande scorno e lamentazioni dei sionisti tutti d’un pezzo, tipo quell’Emanuele Fiano – membro del Pd e dell’ala “Sinistra per Israele”, dato in uscita anche da quel partito perché “troppo tenero” con i palestinesi (!) – che alle telecamere racconta di aver sentito da una singola persona ignota la frase sicuramente ignobile “Siete saponette mancate”. Roba che manco un seguace di Goebbels direbbe oggi in una piazza antifascista (per autotutela, se non altro)...
È stato l’unico a sentire una cosa del genere. Conoscendolo, si sarebbe potuto scommettere sul fatto che se l’è inventata. Ma non abbiamo trovato un allibratore disposto ad accettare la puntata. Troppo scontata...
Anche su questo vanno ricordate un po’ di cose. La “Brigata ebraica” davvero esistita era un piccolo reparto dell’esercito inglese, che operò in Italia sotto il Comando Alleato, negli ultimi rastrellamenti di fascisti e tedeschi, ormai in fuga, assommando in tutto una trentina di caduti nel più grande massacro che la Storia ricordi. Onore a loro, sicuramente. Nessuna “resistenza”, però, nessuna partecipazione all’insurrezione partigiana, ma una parte marginale in un esercito regolare. Al pari dei gurka nepalesi o dei marocchini, insomma. Di cui nessuno si ricorda più, nonostante perdite certamente superiori.
C’è da segnalare anche che fino al 2006 neanche le Comunità ebraiche si ricordavano di quella “Brigata”, tanto da partecipare al 25 Aprile in forma privata, chi voleva, chi condivideva l’antifascismo, mica in forma organizzata sotto le bandiere in un altro Stato etnico-religioso basato sull’apartheid...
Poi, improvvisamente, la pretesa di rappresentare una parte “decisiva” nella Resistenza partigiana, portando così le bandiere di Israele in un contesto in cui – a Gaza e in Cisgiordania – i massacri si susseguivano a intervalli regolari come le stagioni.
Di lì era iniziata l’annuale contrapposizione tra “sedicenti resistenti” fasciosionisti e sinistra autentica. Di lì lo scivolamento complice dei “democratici” e di alcuni dirigenti dell’Anpi verso una condiscendenza silente nei confronti delle politiche israeliane. Fino al genocidio di Gaza, che ha squarciato il velo...
Dopo ieri, non sarà più possibile condividere la stessa piazza, neanche per “quieto vivere”, con gente che ritiene giusto e normale un genocidio o la supremazia razziale. Neanche per chi, da “democratico”, ha sempre desiderato una celebrazione “non divisiva”.
Non siamo noi a dirlo. Lo ha fatto capire esplicitamente quel criminale che a Roma ha sparato – ad aria compressa, per fortuna – contro una coppia di antifascisti democratici con al collo il fazzoletto dell’Anpi, cercando di colpirli in faccia per fare danni seri.
Perché si può far finta quanto si vuole che un “vaffanculo” in piazza sia “violenza inaccettabile”. Ma per un vaffa non è mai morto nessuno, neanche nell’amor proprio.
I fascisti come lo sparatore di Roma, invece, non fanno di queste bizantine distinzioni tra “democratici” e comunisti, rivoluzionari, antagonisti.
I fascisti sparano nel mucchio. Proprio come l’Idf o il battaglione Azov…
P.S. La distinzione tra “ebreo” e “sionista” è semplice (un po’ come quella tra “cattolico” e “inquisitore”, tra “italiano” e “fascista”, o tra “tedesco” e “nazista”, ecc.) e ognuno la capisce al volo. A Milano, per esempio, nel corteo c’erano diversi ebrei, con il loro striscione antifascista, e nessuno si è sognato di allontanarli. Anzi...
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Un 25 aprile senza sconti per nessuno
Migliaia e migliaia di persone sono scese in piazza oggi (ieri -ndR) in tutte le città italiane per celebrare la giornata della Liberazione dal nazifascismo.
Spinte anche dal risultato del referendum di marzo che ha rappresentato uno durissimo stop ad un governo in cui i fascisti sono nella cabina di regia – e non perdono occasione per dimostrarlo – le manifestazioni hanno visto una enorme partecipazione popolare.
A creare tensione nei giorni precedenti c’erano state le esternazioni del presidente del Senato La Russa, secondo cui il 25 aprile occorre celebrare anche i miliziani fascisti della Repubblica di Salò in nome di una pacificazione difficilmente riscontrabile negli altri 364 giorni dell’anno. Queste tensioni si sono materializzate oggi con i colpi di pistola sparati a Roma contro i manifestanti nei pressi del Parco Schuster.
Ma alla vigilia c’erano stati anche gli annunci di quella che ormai si configura come l’Internazionale nera – ovvero l’alleanza tra sionisti e filo-israeliani, monarchici iraniani e fascisti ucraini – di voler dare vita a spezzoni comuni dentro le manifestazioni che celebrano la Resistenza antifascista.
Tutti gli occhi erano puntati, come di consueto, sulle manifestazioni di Milano e di Roma. E infatti in queste due città sono avvenuti episodi di sacrosanta contrapposizione tra gli antifascisti/antisionisti verso chi vorrebbe inquinare le manifestazioni del 25 aprile con istanze che ne rappresentano la negazione.
A Milano lo spezzone dei sionisti rinverditi con la Brigata Ebraica, monarchici iraniani e fascisti ucraini ha sfilato nel corteo fino a quando è stato bloccato dai manifestanti che ne hanno chiesto l’estromissione e alla fine sono riusciti a metterli fuori dalla manifestazione. Ne è conseguito il solito profluvio di polemiche e vittimismo al quale questi soggetti ci hanno abituato da anni ma che sembra non funzionare più.
Anche a Roma un gruppo con bandiere ucraine – tra cui Matteo Hallisey in prima fila nell’aggressione contro il prof. D’Orsi all’università di Napoli – sono stati allontanati in modo piuttosto perentorio dalla manifestazione a Porta San Paolo. Anche qui c’è stato lo scontato e immediato codazzo di interviste a manetta all’insegna del vittimismo aggressivo al quale sono ormai addestrati questi gruppi di provocatori. Nella Capitale quest’anno si sono evitate le tensioni e gli scontri degli anni scorsi a causa della arrogante presenza dei gruppi sionisti nelle manifestazioni del 25 aprile. Quest’anno infatti non si sono presentati in piazza.
A Milano intorno alla manifestazione centrale conclusasi a Piazza Duomo sono proliferate altre manifestazioni, collaterali o alternative, che si sono concluse in piazze diverse da quella dove era stato allestito il palco centrale o, in alcuni casi, si sono svolte in altre zone della città proprio per l’insofferenza ormai diffusa verso celebrazioni della Giornata della Liberazione che cercano di tenere dentro tutto e tutti senza tenere conto degli sviluppi della realtà.
Anche a Roma oltre alla manifestazione centrale si è svolta il consueto corteo del 25 aprile a Roma Est, da Centocelle a Quarticciolo, alla quale hanno partecipato migliaia di persone.
Se negli anni scorsi si era fatto fatica a far riconoscere la centralità della lotta di liberazione dei palestinesi, anche quest’anno era evidente il tentativo di “santificare” l’Europa e l’Unione Europea come baluardi democratici mentre rappresentano ormai tutto il peggio del ciarpame guerrafondaio, riarmista e reazionario del continente.
A Roma, prima della partenza del corteo centrale, un altro corteo partito dalla sede della Fao ha sfilato su Viale Aventino in direzione di Porta San Paolo per ricongiungersi con l’appuntamento centrale, ma prima ha fatto una significativa tappa davanti all’ambasciata di Cuba dove è stata consegnata una corona per i 32 combattenti cubani uccisi dalle forze speciali USA mentre difendevano il presidente venezuelano Maduro successivamente sequestrato e imprigionato negli Stati Uniti.
L’ambasciatore di Cuba ha salutato i manifestanti in un momento decisamente emozionante. Il corteo ha poi ripreso la sua marcia verso Porta San Paolo.
C’è chi vorrebbe fare del 25 aprile un momento di annebbiamento e revisionismo storico riabilitando anche i miliziani fascisti di Salò.
C’è poi chi vorrebbe farne una giornata di celebrazioni ufficiali completamente depotenziate da ogni significativo richiamo alla Resistenza o al ruolo in essa svolta dai comunisti.
C’è infine chi vive questa giornata come momento di lotta sulle resistenze di oggi – ad esempio contro la crescente aggressività imperialista – e di rivendicazione di memoria storica resistente e antifascista su quanto avvenuto ieri in questo paese. E costoro è da tempo che hanno deciso che il 25 aprile non si fanno più sconti a nessuno.
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Spinte anche dal risultato del referendum di marzo che ha rappresentato uno durissimo stop ad un governo in cui i fascisti sono nella cabina di regia – e non perdono occasione per dimostrarlo – le manifestazioni hanno visto una enorme partecipazione popolare.
A creare tensione nei giorni precedenti c’erano state le esternazioni del presidente del Senato La Russa, secondo cui il 25 aprile occorre celebrare anche i miliziani fascisti della Repubblica di Salò in nome di una pacificazione difficilmente riscontrabile negli altri 364 giorni dell’anno. Queste tensioni si sono materializzate oggi con i colpi di pistola sparati a Roma contro i manifestanti nei pressi del Parco Schuster.
Ma alla vigilia c’erano stati anche gli annunci di quella che ormai si configura come l’Internazionale nera – ovvero l’alleanza tra sionisti e filo-israeliani, monarchici iraniani e fascisti ucraini – di voler dare vita a spezzoni comuni dentro le manifestazioni che celebrano la Resistenza antifascista.
Tutti gli occhi erano puntati, come di consueto, sulle manifestazioni di Milano e di Roma. E infatti in queste due città sono avvenuti episodi di sacrosanta contrapposizione tra gli antifascisti/antisionisti verso chi vorrebbe inquinare le manifestazioni del 25 aprile con istanze che ne rappresentano la negazione.
A Milano lo spezzone dei sionisti rinverditi con la Brigata Ebraica, monarchici iraniani e fascisti ucraini ha sfilato nel corteo fino a quando è stato bloccato dai manifestanti che ne hanno chiesto l’estromissione e alla fine sono riusciti a metterli fuori dalla manifestazione. Ne è conseguito il solito profluvio di polemiche e vittimismo al quale questi soggetti ci hanno abituato da anni ma che sembra non funzionare più.
Anche a Roma un gruppo con bandiere ucraine – tra cui Matteo Hallisey in prima fila nell’aggressione contro il prof. D’Orsi all’università di Napoli – sono stati allontanati in modo piuttosto perentorio dalla manifestazione a Porta San Paolo. Anche qui c’è stato lo scontato e immediato codazzo di interviste a manetta all’insegna del vittimismo aggressivo al quale sono ormai addestrati questi gruppi di provocatori. Nella Capitale quest’anno si sono evitate le tensioni e gli scontri degli anni scorsi a causa della arrogante presenza dei gruppi sionisti nelle manifestazioni del 25 aprile. Quest’anno infatti non si sono presentati in piazza.
A Milano intorno alla manifestazione centrale conclusasi a Piazza Duomo sono proliferate altre manifestazioni, collaterali o alternative, che si sono concluse in piazze diverse da quella dove era stato allestito il palco centrale o, in alcuni casi, si sono svolte in altre zone della città proprio per l’insofferenza ormai diffusa verso celebrazioni della Giornata della Liberazione che cercano di tenere dentro tutto e tutti senza tenere conto degli sviluppi della realtà.
Anche a Roma oltre alla manifestazione centrale si è svolta il consueto corteo del 25 aprile a Roma Est, da Centocelle a Quarticciolo, alla quale hanno partecipato migliaia di persone.
Se negli anni scorsi si era fatto fatica a far riconoscere la centralità della lotta di liberazione dei palestinesi, anche quest’anno era evidente il tentativo di “santificare” l’Europa e l’Unione Europea come baluardi democratici mentre rappresentano ormai tutto il peggio del ciarpame guerrafondaio, riarmista e reazionario del continente.
A Roma, prima della partenza del corteo centrale, un altro corteo partito dalla sede della Fao ha sfilato su Viale Aventino in direzione di Porta San Paolo per ricongiungersi con l’appuntamento centrale, ma prima ha fatto una significativa tappa davanti all’ambasciata di Cuba dove è stata consegnata una corona per i 32 combattenti cubani uccisi dalle forze speciali USA mentre difendevano il presidente venezuelano Maduro successivamente sequestrato e imprigionato negli Stati Uniti.
L’ambasciatore di Cuba ha salutato i manifestanti in un momento decisamente emozionante. Il corteo ha poi ripreso la sua marcia verso Porta San Paolo.
C’è chi vorrebbe fare del 25 aprile un momento di annebbiamento e revisionismo storico riabilitando anche i miliziani fascisti di Salò.
C’è poi chi vorrebbe farne una giornata di celebrazioni ufficiali completamente depotenziate da ogni significativo richiamo alla Resistenza o al ruolo in essa svolta dai comunisti.
C’è infine chi vive questa giornata come momento di lotta sulle resistenze di oggi – ad esempio contro la crescente aggressività imperialista – e di rivendicazione di memoria storica resistente e antifascista su quanto avvenuto ieri in questo paese. E costoro è da tempo che hanno deciso che il 25 aprile non si fanno più sconti a nessuno.
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25/04/2025
Un 25 Aprile all’altezza delle sfide
Mai come dopo ottanta anni dalla Liberazione del paese dal nazifascismo e dalla fine della Seconda Guerra Mondiale il Mondo in cui viviamo sta facendo i conti con i mostri che pensava di aver seppellito otto decenni fa.
Le contraddizioni che portarono al più devastante conflitto in Europa sembrano addensarsi una in fila all’altra: guerre commerciali, riarmo, competizione esasperata sui mercati e sul piano ideologico.
Come ci ricorda lo storico Graham Allison le guerre vengono scatenate sicuramente per motivi economici e geopolitici (e questi ci stanno tutti), ma anche per “questioni di onore”, ovvero reputazione e perdita di autorevolezza di questo o quel governo. E le classi dominanti europee oggi danno questa esatta sensazione, alimentando un avventurismo militare estremamente pericoloso.
La sconfitta del nazifascismo che pose fine alla Seconda Guerra Mondiale aprì una nuova fase storica dopo quella che con la Prima Guerra Mondiale aveva messo fine alla Belle Epoque, ossia la prima grande globalizzazione del sistema capitalista mondiale avviata negli ultimi venti anni dell’Ottocento.
In quella nuova fase storica i comunisti ebbero un ruolo da protagonisti, sia perché in molti paesi avevano dato vita alla Resistenza partigiana contro l’occupazione nazista, anche senza attendere l’arrivo delle truppe alleate o sovietiche, sia perché i comunisti misero in campo una idea di società alternativa a quella delle disuguaglianze e della guerra che aveva trascinato il Mondo nella catastrofe.
I liberali in Occidente si professano antinazisti e anticomunisti e così hanno provato a riscrivere la storia in Europa a loro immagine e somiglianza.
Ma è sufficiente grattare appena un po’ sotto la superficie di documenti come la Risoluzione adottata e rinnovata ogni anno dal Parlamento europeo, per verificare come siano molto più determinati come anticomunisti che come antinazisti. Nel secondo caso il loro timore riguarda la sfera della politica, nel primo, oltre la politica, riguarda soprattutto la rimessa in discussione dei rapporti di proprietà, un tema al quale liberali e capitalisti sono molto più sensibili che alla stessa libertà.
È questa la ragione per cui una certa retorica antifascista liberale non può che suscitare forti perplessità.
Anche in Italia l’antifascismo liberale – di destra e “di sinistra” – si limita a condannare gli errori del fascismo limitandoli a quelli della entrata in guerra e delle leggi razziali. Di tutto il resto se ne vorrebbero far perdere le tracce, talvolta in modo sfrontato, altre invitando “alla sobrietà” nelle celebrazioni del 25 aprile.
L’antifascismo a intermittenza e limitato ad un “lontano passato” è diventato spesso una critica debolissima e del tutto inefficace, soprattutto per le nuove generazioni, alle quali andrebbero invece spiegate le responsabilità del neofascismo anche dal dopoguerra a oggi, quello coinvolto nelle stragi di stato, negli omicidi politici, nel sostegno a tutte le avventure belliche all’estero e reazionarie all’interno.
Alla prova del fuoco – la guerra – possiamo dunque verificare come le convergenze tra destra (neofascista o liberale) e liberali di “sinistra” diventino fin troppo evidenti, nei linguaggi come nelle scelte concrete, sia sul fronte ucraino che su Gaza. Ed è così che assistiamo alla stessa complice inerzia verso un genocidio in corso, quello dei palestinesi.
Questo 25 aprile ha un suo grande valore politico non solo perché celebra a cifra tonda l’anniversario della Liberazione del nostro paese e della sconfitta del nazifascismo in Europa. Per noi è stato sempre un momento per rivendicare il diritto alla resistenza di ogni popolo, incluso quello palestinese.
Ma il 25 aprile di quest’anno sarà anche un passaggio della urgente mobilitazione contro la guerra e il riarmo delle prossime settimane e della rivendicazione del ruolo dei comunisti nella sconfitta del nazismo che in tanti intendono a negare, rimuovere o addirittura criminalizzare.
Facciamo sì che ogni giorno che ci attende sia un 25 Aprile, una resistenza tenace, permanente, offensiva.
Fonte
Le contraddizioni che portarono al più devastante conflitto in Europa sembrano addensarsi una in fila all’altra: guerre commerciali, riarmo, competizione esasperata sui mercati e sul piano ideologico.
Come ci ricorda lo storico Graham Allison le guerre vengono scatenate sicuramente per motivi economici e geopolitici (e questi ci stanno tutti), ma anche per “questioni di onore”, ovvero reputazione e perdita di autorevolezza di questo o quel governo. E le classi dominanti europee oggi danno questa esatta sensazione, alimentando un avventurismo militare estremamente pericoloso.
La sconfitta del nazifascismo che pose fine alla Seconda Guerra Mondiale aprì una nuova fase storica dopo quella che con la Prima Guerra Mondiale aveva messo fine alla Belle Epoque, ossia la prima grande globalizzazione del sistema capitalista mondiale avviata negli ultimi venti anni dell’Ottocento.
In quella nuova fase storica i comunisti ebbero un ruolo da protagonisti, sia perché in molti paesi avevano dato vita alla Resistenza partigiana contro l’occupazione nazista, anche senza attendere l’arrivo delle truppe alleate o sovietiche, sia perché i comunisti misero in campo una idea di società alternativa a quella delle disuguaglianze e della guerra che aveva trascinato il Mondo nella catastrofe.
I liberali in Occidente si professano antinazisti e anticomunisti e così hanno provato a riscrivere la storia in Europa a loro immagine e somiglianza.
Ma è sufficiente grattare appena un po’ sotto la superficie di documenti come la Risoluzione adottata e rinnovata ogni anno dal Parlamento europeo, per verificare come siano molto più determinati come anticomunisti che come antinazisti. Nel secondo caso il loro timore riguarda la sfera della politica, nel primo, oltre la politica, riguarda soprattutto la rimessa in discussione dei rapporti di proprietà, un tema al quale liberali e capitalisti sono molto più sensibili che alla stessa libertà.
È questa la ragione per cui una certa retorica antifascista liberale non può che suscitare forti perplessità.
Anche in Italia l’antifascismo liberale – di destra e “di sinistra” – si limita a condannare gli errori del fascismo limitandoli a quelli della entrata in guerra e delle leggi razziali. Di tutto il resto se ne vorrebbero far perdere le tracce, talvolta in modo sfrontato, altre invitando “alla sobrietà” nelle celebrazioni del 25 aprile.
L’antifascismo a intermittenza e limitato ad un “lontano passato” è diventato spesso una critica debolissima e del tutto inefficace, soprattutto per le nuove generazioni, alle quali andrebbero invece spiegate le responsabilità del neofascismo anche dal dopoguerra a oggi, quello coinvolto nelle stragi di stato, negli omicidi politici, nel sostegno a tutte le avventure belliche all’estero e reazionarie all’interno.
Alla prova del fuoco – la guerra – possiamo dunque verificare come le convergenze tra destra (neofascista o liberale) e liberali di “sinistra” diventino fin troppo evidenti, nei linguaggi come nelle scelte concrete, sia sul fronte ucraino che su Gaza. Ed è così che assistiamo alla stessa complice inerzia verso un genocidio in corso, quello dei palestinesi.
Questo 25 aprile ha un suo grande valore politico non solo perché celebra a cifra tonda l’anniversario della Liberazione del nostro paese e della sconfitta del nazifascismo in Europa. Per noi è stato sempre un momento per rivendicare il diritto alla resistenza di ogni popolo, incluso quello palestinese.
Ma il 25 aprile di quest’anno sarà anche un passaggio della urgente mobilitazione contro la guerra e il riarmo delle prossime settimane e della rivendicazione del ruolo dei comunisti nella sconfitta del nazismo che in tanti intendono a negare, rimuovere o addirittura criminalizzare.
Facciamo sì che ogni giorno che ci attende sia un 25 Aprile, una resistenza tenace, permanente, offensiva.
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28/04/2024
25 aprile/4. Mussolini voleva scappare? Chiediamolo ai nazisti...
di Massimo Zucchetti
Dopo il 25 aprile, tutto crollò, per Mussolini. Il duce dimostrò, in quei giorni che gli restavano, molta confusione e indecisione, ma con il parametro costante della fuga e del tradimento, anche dei pochi che gli rimasero fedeli. I peggiori giorni della sua vita.
Spiace dover disilludere i nostalgici, ma la ricerca storica recente ha fugato i dubbi: anche con l’aiuto delle interviste ai nazisti SS della sua scorta. Molta letteratura, revisionista, ma anche non esplicitamente tale, nega l’intenzione di Mussolini di fuggire in Svizzera, basandosi più che altro sulle dichiarazioni pubbliche che l’ex-duce stesso fece nei mesi e nelle settimane precedenti.
Lo stupore ci prende ogni volta, quando viene dato credito, a volte anche da storici seri, alle dichiarazioni di Mussolini, sia pubbliche che private: era un uomo che si serviva della menzogna in maniera, per così dire, abile ed abituale [1, 2, 3].
Prima fuga: da Milano, la sera del 25 aprile
Mussolini, dopo la fallita trattativa in Arcivescovado, rientra in Prefettura e fugge da Milano, dove inizia l’insurrezione. L’ordine di partenza, impartito da Mussolini col motto “Precampo a Como!”, lascia ancora intendere ad Alessandro Pavolini, segretario del PFR e grande sostenitore del “Ridotto in Valtellina” (un progetto per trasferire quel che resta della RSI in montagna), che Mussolini ed i suoi lo attenderanno a Como per poi proseguire per Lecco e la Valtellina.
Ma prestiamo attenzione ai particolari. Appena prima di fuggire, Mussolini fa diramare un comunicato, fra gli ultimi della RSI, dove chiama tutti i fascisti della provincia o comunque nelle vicinanze a convergere su Milano, in zona Prefettura e Piazza San Sepolcro, per una estrema resistenza: un’ultima bordata di retorica basata sul “ritorno alle origini”, poiché in Piazza San Sepolcro a Milano vennero fondati nel 1919 i fasci di combattimento.
Il comunicato viene trasmesso per radio, ma anche attraverso altoparlanti a Milano: lo testimonia Sandro Pertini in una lunga intervista a Enzo Biagi.(1)
Da parte di Mussolini, questo è quindi un vero e proprio tradimento dei suoi ultimi seguaci, utilizzandoli per generare confusione ed approfittarne per svignarsela: parte per Como con i gerarchi e con la “scorta” SS del tenente Fritz Birzer. Gli ultimi fascisti milanesi lo implorano di non abbandonarli e di resistere con loro. Invano, naturalmente.
Seconda fuga: da Como, la mattina presto del 26 aprile
Nelle giornate del 25 e 26 aprile, a Como, si concentrano numerosi gruppi di fascisti, provenienti dalle zone circostanti: Giorgio Bocca [2] parla della presenza di 6.000-7.000 uomini in totale a Como, ampiamente sufficienti – nonostante la demoralizzazione e la scarsa qualità – per asserragliarsi a difesa di possibili attacchi partigiani e attendere l’arrivo degli Alleati.
Invece, Mussolini scarta innanzitutto definitivamente l’opzione Valtellina: non ha nessuna intenzione di porsi alla testa dei suoi ultimi seguaci, ritenendo – forse giustamente – che quell’atto fosse soltanto il preludio alla sua cattura, evento al quale non era del tutto rassegnato.
Appare poi evidente che Mussolini – percorrendo la riva occidentale del lago di Como e non quella orientale, come aveva suggerito Pavolini la sera del 25 aprile – non si precluse la possibilità di fuga oltreconfine.
Como è molto vicina alla Svizzera, ma è anche un valico troppo noto, ed era andato riempiendosi di fascisti che si aspettavano di seguire il “capo”: ma un esodo di massa verso la Svizzera era improponibile, il valico di Chiasso era già stato chiuso dalle autorità svizzere; da qui, la decisione per la fuga antelucana di Mussolini verso Menaggio, con pochi seguaci.
Mussolini, oltre che tutti gli irriducibili di Como, cercò di ingannare anche Fritz Birzer e la scorta tedesca, che, scoperti i preparativi per la fuga da Como nelle ore antelucane del 26, volevano impedirglielo con i mitra puntati.
Assai significative sono le dichiarazioni dello stesso capo della sua scorta tedesca, Fritz Birzer, in una intervista rilasciata quasi quarant’anni dopo i fatti (Figura 3) e della quale riportiamo alcuni stralci, anche in seguito utilissimi(2):
Non furono da meno i gerarchi fascisti – presenti in folto numero a Como quella mattina del 26; nessuno ebbe il coraggio di restare a Como per organizzare la difesa e affrontare lo scontro coi partigiani: terrorizzati, tutti i pesci grossi seguirono Mussolini in fuga, mentre gli altri scapparono disordinatamente per proprio conto.
Terza fuga: da Menaggio verso la Svizzera, il 26 aprile 1945 pomeriggio
Mussolini e i gerarchi giungono a Menaggio verso le sei del mattino, senza incontrare ostacoli. Successivamente, dopo un breve riposo, in tarda mattinata, proseguono da Menaggio, ma non lungo il lago: imboccano una ripida strada che ascende verso Grandola e il confine svizzero lungo una valle laterale, abbandonando quindi la strada lungolago.
Grandola dista appena quindici chilometri di strada carrozzabile lungo la sponda nord del lago di Lugano; anche contando le cattive condizioni delle strade e gli ostacoli di allora, Mussolini era a venti minuti dalla salvezza in Svizzera.
Pare che Mussolini avesse avuto notizia che, nella caserma della 53a Compagnia della Milizia Confinaria di Grandola, si concentrasse ancora un numeroso contingente di militi fascisti, che avrebbero potuto liberarlo dalla sua prigionia di fatto.
Mussolini, in quella sua colonna in fuga, aveva come unica forza armata la scorta tedesca di Birzer, che assolutamente non voleva e poteva permettergli di fuggire in Svizzera. Forse il duce avrebbe potuto affrancarsi dal suo ruolo di prigioniero de facto dei tedeschi, forte di una ritrovata milizia di seguaci fascisti. Forse poteva far scontrare e uccidersi fra loro i miliziani fascisti e gli SS tedeschi, mentre lui, “Benito il coraggioso”, incurante delle perdite (altrui) scappava verso la Svizzera.
Immaginiamo la delusione dell’uomo, quando, giunto a Grandola, trovò la caserma praticamente deserta, abbandonata in gran fretta dai miliziani fascisti nei giorni precedenti.
Mussolini si trattenne a pranzo a Grandola, ma sempre prigioniero de facto delle SS di Birzer. Due gerarchi, Buffarini Guidi e Tarchi, partirono in auto costeggiando la sponda nord del lago di Lugano, direzione Albogasio e Svizzera.
Buffarini Guidi era convinto che, se anche le autorità svizzere non avessero fornito loro asilo, i due avrebbero sfondato le barriere con la macchina e “una volta di là, ci tengono”: non aveva previsto di non riuscire ad arrivarci, al confine.
Meta della fuga era la tranquilla cittadina di confine di Albogasio-Oria, sul Lago di Lugano, un valico con la Svizzera che si pensava fosse poco sorvegliato, a due passi da Lugano: il percorso, da farsi interamente in automobile, prevedeva di percorrere l’attuale Strada Statale 340 lungo il tratto della sponda nord del Lago di Lugano in territorio italiano, passando da Porlezza, Cima e appunto Albogasio.
Ma a metà strada fra Grandola e il confine, a Porlezza, i due gerarchi fascisti mandati in avanscoperta, nonostante i documenti falsi e la loro non eccessiva notorietà, oltretutto in piccolo gruppo, vengono comunque riconosciuti ed arrestati dai finanzieri che – anche qui come a Milano e a Dongo – collaboravano coi partigiani.
Mentre due automobili con i gerarchi in avanscoperta sono state bloccate, una terza è riuscita a tornare indietro e ad avvertire il duce. Mussolini capisce che fuggire in Svizzera non è più possibile, e torna a Menaggio, sperando di mescolarsi ai tedeschi in fuga verso la Germania.
Ancora Birzer dice:
Quarta fuga: da Menaggio verso la Germania, il 27 aprile mattina
Sopraggiunge a Menaggio, in serata del 26 aprile, un convoglio militare tedesco – della contraerea “FlaK” – in ritirata verso Merano e la Germania, che si ferma appunto nel paese per la notte: 38 autocarri e oltre 200 soldati ben armati. Sembra una fortunata coincidenza, anche se sono molte formazioni militari tedesche, in quelle convulse giornate, che si ritirano verso il Brennero.
Fritz Birzer, il tenente tedesco che scorta Mussolini, con il compito di condurlo in Germania, caldeggia naturalmente l’idea di aggregarsi tutti alla ben munita colonna dei camerati tedeschi, e la mattina seguente proseguire con loro per Merano e poi per l’agognato Brennero.
Mussolini e i suoi gerarchi (con le famiglie, quasi cento persone), partono verso le 6:00 del mattino del 27, aggregati alla colonna della FlaK; lunga circa un chilometro, alle 07:15, viene bloccata appena fuori dall’abitato di Musso, 12 km più a nord, da un posto di blocco delle Brigate Garibaldi: si tratta di alcuni tronchi d’albero messi di traverso in un punto molto stretto della via lungolago, presidiati da pochi uomini della 52ª Brigata Garibaldi “Luigi Clerici” [5-6], comandata da Pier Luigi Bellini delle Stelle, “Pedro”.
Dopo una breve sparatoria, i partigiani (inizialmente, non più di una dozzina, armati di pistole e mitra) intimano la resa alla colonna di oltre 200 militi. Solo fino ad un mese prima, sarebbe stata una carneficina per il gruppetto partigiano, ma ora si era a fine aprile: iniziano le lunghe trattative, che si protrarranno fino al primo pomeriggio.
Il Brigadiere della Guardia di Finanza Giorgio Buffelli, che con gli altri suoi commilitoni collaborò quel giorno a Dongo con i partigiani della 52a per mantenere l’ordine, scrisse nella sua relazione sui fatti di Musso [3].
L’esito della trattativa, con l’accordo con i tedeschi, non deve apparire strano: il comandante Pedro aveva già avuto informazione della possibile presenza di Mussolini e degli alti gerarchi fascisti nella colonna: era importantissimo poterli catturare.
Quinta fuga: travestimento finale!
A quel punto, ultimo colpo di teatro: Mussolini, su consiglio di Birzer e con il permesso del Comandante della colonna tedesca, indossa un cappotto e un elmetto da sottufficiale tedesco, sale sul camion numero 34 (targato WH 529507), occultandosi in fondo al pianale, vicino alla cabina di guida, ricoperto da una coperta militare: finge di dormire, come fosse ubriaco.
A nessun altro italiano sarà concesso di tentare di imitare il comportamento di Mussolini nel convoglio, nascondendosi come lui. La letteratura revisionista ha tentato di negare il travestimento del duce, sempre per malintese questioni di “onore”. La già citata intervista di Fritz Birzer chiarisce anche questo punto:
Bill sale sul camion, riconosce Mussolini, lo invita ad alzarsi [6]: “Camerata!”, “Eccellenza!”, dice a voce alta Bill, ma Mussolini fa finta di nulla e non si muove. Bill allora dice a voce ancora più alta “Cavaliere Benito Mussolini!”. Al che “il duce” ha un soprassalto e lentamente si alza in piedi: Bill lo disarma del mitra e di una pistola, lo arresta e lo porta nella sede comunale.
Riferimenti
[1] Giorgio Bocca, Storia dell’Italia partigiana, Laterza 1966.
[2] Giorgio Bocca, La Repubblica di Mussolini, Mondadori, 1995.
[3] Massimo Zucchetti, Mussolini ultimi giorni, Smashwords 2018, scaricabile gratuitamente qui.
[4] Pierfranco Mastalli, L’arresto di Mussolini a Dongo e la resa della Colonna Tedesca a Morbegno e a Colico (27 e 28 aprile 1945)”, Rivista di Storia e Cultura del Territorio “Archivi di Lecco e della Provincia” n 2 (monografico), Ed. Cattaneo, aprile/giugno 2011.
[5] Pier Luigi Bellini delle Stelle, Urbano Lazzaro, Dongo ultima azione, Mondadori, Milano, 1962
[6] Urbano Lazzaro, Il compagno Bill: diario dell’uomo che catturò Mussolini, SEI, Torino, 1989
Note
1) Enzo Biagi, Pertini ricorda l’incontro con Mussolini, 25 aprile 1945. Dal minuto 6:40.
2) Jean Pierre Jouvet, Da Como a Dongo. Verità sull’arresto di Mussolini. Intervista con Fritz Birzer, Il Comandante della scorta tedesca, “L’Arena” di Verona, 1.3.81 e 3.3.81.
3) Giuseppe Grazzini, “Il Tenente (sic) Kisnat sono io”, Epoca, 18 e 25 agosto, 1968, n° 934-935.
Fonte
Dopo il 25 aprile, tutto crollò, per Mussolini. Il duce dimostrò, in quei giorni che gli restavano, molta confusione e indecisione, ma con il parametro costante della fuga e del tradimento, anche dei pochi che gli rimasero fedeli. I peggiori giorni della sua vita.
Spiace dover disilludere i nostalgici, ma la ricerca storica recente ha fugato i dubbi: anche con l’aiuto delle interviste ai nazisti SS della sua scorta. Molta letteratura, revisionista, ma anche non esplicitamente tale, nega l’intenzione di Mussolini di fuggire in Svizzera, basandosi più che altro sulle dichiarazioni pubbliche che l’ex-duce stesso fece nei mesi e nelle settimane precedenti.
Lo stupore ci prende ogni volta, quando viene dato credito, a volte anche da storici seri, alle dichiarazioni di Mussolini, sia pubbliche che private: era un uomo che si serviva della menzogna in maniera, per così dire, abile ed abituale [1, 2, 3].
Prima fuga: da Milano, la sera del 25 aprile
Mussolini, dopo la fallita trattativa in Arcivescovado, rientra in Prefettura e fugge da Milano, dove inizia l’insurrezione. L’ordine di partenza, impartito da Mussolini col motto “Precampo a Como!”, lascia ancora intendere ad Alessandro Pavolini, segretario del PFR e grande sostenitore del “Ridotto in Valtellina” (un progetto per trasferire quel che resta della RSI in montagna), che Mussolini ed i suoi lo attenderanno a Como per poi proseguire per Lecco e la Valtellina.
Ma prestiamo attenzione ai particolari. Appena prima di fuggire, Mussolini fa diramare un comunicato, fra gli ultimi della RSI, dove chiama tutti i fascisti della provincia o comunque nelle vicinanze a convergere su Milano, in zona Prefettura e Piazza San Sepolcro, per una estrema resistenza: un’ultima bordata di retorica basata sul “ritorno alle origini”, poiché in Piazza San Sepolcro a Milano vennero fondati nel 1919 i fasci di combattimento.
Il comunicato viene trasmesso per radio, ma anche attraverso altoparlanti a Milano: lo testimonia Sandro Pertini in una lunga intervista a Enzo Biagi.(1)
Da parte di Mussolini, questo è quindi un vero e proprio tradimento dei suoi ultimi seguaci, utilizzandoli per generare confusione ed approfittarne per svignarsela: parte per Como con i gerarchi e con la “scorta” SS del tenente Fritz Birzer. Gli ultimi fascisti milanesi lo implorano di non abbandonarli e di resistere con loro. Invano, naturalmente.
Seconda fuga: da Como, la mattina presto del 26 aprile
Nelle giornate del 25 e 26 aprile, a Como, si concentrano numerosi gruppi di fascisti, provenienti dalle zone circostanti: Giorgio Bocca [2] parla della presenza di 6.000-7.000 uomini in totale a Como, ampiamente sufficienti – nonostante la demoralizzazione e la scarsa qualità – per asserragliarsi a difesa di possibili attacchi partigiani e attendere l’arrivo degli Alleati.
Invece, Mussolini scarta innanzitutto definitivamente l’opzione Valtellina: non ha nessuna intenzione di porsi alla testa dei suoi ultimi seguaci, ritenendo – forse giustamente – che quell’atto fosse soltanto il preludio alla sua cattura, evento al quale non era del tutto rassegnato.
Appare poi evidente che Mussolini – percorrendo la riva occidentale del lago di Como e non quella orientale, come aveva suggerito Pavolini la sera del 25 aprile – non si precluse la possibilità di fuga oltreconfine.
Como è molto vicina alla Svizzera, ma è anche un valico troppo noto, ed era andato riempiendosi di fascisti che si aspettavano di seguire il “capo”: ma un esodo di massa verso la Svizzera era improponibile, il valico di Chiasso era già stato chiuso dalle autorità svizzere; da qui, la decisione per la fuga antelucana di Mussolini verso Menaggio, con pochi seguaci.
Mussolini, oltre che tutti gli irriducibili di Como, cercò di ingannare anche Fritz Birzer e la scorta tedesca, che, scoperti i preparativi per la fuga da Como nelle ore antelucane del 26, volevano impedirglielo con i mitra puntati.
Assai significative sono le dichiarazioni dello stesso capo della sua scorta tedesca, Fritz Birzer, in una intervista rilasciata quasi quarant’anni dopo i fatti (Figura 3) e della quale riportiamo alcuni stralci, anche in seguito utilissimi(2):
Quando durante la sosta alla prefettura di Como, riuscii a mettermi in contatto telefonico con un aiutante dell’ambasciatore Rahn che si trovava al consolato tedesco di Milano e gli chiesi istruzioni, temendo un tentativo di fuga di Mussolini in Svizzera, la risposta che ricevetti fu: “Qui non c’è più nessuno, non so cosa dirle. Agisca come meglio crede e se Karl Heinz tenta di fuggire, lo uccida”.Mussolini, davanti ai mitra puntati dei tedeschi, convinse ancora Birzer a far abbassare i mitra ai suoi ed a seguirlo verso Menaggio, teoricamente in direzione Merano e poi Brennero: in realtà, come vedremo, con un ultimo guizzo in direzione Grandola, Albogasio e la Svizzera.
Karl Heinz era il nome in “codice” usato da noi tedeschi per riferirci a Mussolini. Dopo la telefonata al consolato mi recai dal comandante del presidio militare tedesco di Como e gli dissi: “Signor Ortskommandant, sono qui col duce e temo che voglia tagliare la corda. Che cosa mi consiglia di fare?”
Mi rispose: “Io ho a disposizione trenta uomini, e lei quanti ne ha?” “Una trentina anch’io”, precisai. “Bene – osservò il capitano – allora insieme abbiamo sessanta uomini e siamo abbastanza forti per trattenerlo. Lo faccia prigioniero!”
Non furono da meno i gerarchi fascisti – presenti in folto numero a Como quella mattina del 26; nessuno ebbe il coraggio di restare a Como per organizzare la difesa e affrontare lo scontro coi partigiani: terrorizzati, tutti i pesci grossi seguirono Mussolini in fuga, mentre gli altri scapparono disordinatamente per proprio conto.
Terza fuga: da Menaggio verso la Svizzera, il 26 aprile 1945 pomeriggio
Mussolini e i gerarchi giungono a Menaggio verso le sei del mattino, senza incontrare ostacoli. Successivamente, dopo un breve riposo, in tarda mattinata, proseguono da Menaggio, ma non lungo il lago: imboccano una ripida strada che ascende verso Grandola e il confine svizzero lungo una valle laterale, abbandonando quindi la strada lungolago.
Grandola dista appena quindici chilometri di strada carrozzabile lungo la sponda nord del lago di Lugano; anche contando le cattive condizioni delle strade e gli ostacoli di allora, Mussolini era a venti minuti dalla salvezza in Svizzera.
Pare che Mussolini avesse avuto notizia che, nella caserma della 53a Compagnia della Milizia Confinaria di Grandola, si concentrasse ancora un numeroso contingente di militi fascisti, che avrebbero potuto liberarlo dalla sua prigionia di fatto.
Mussolini, in quella sua colonna in fuga, aveva come unica forza armata la scorta tedesca di Birzer, che assolutamente non voleva e poteva permettergli di fuggire in Svizzera. Forse il duce avrebbe potuto affrancarsi dal suo ruolo di prigioniero de facto dei tedeschi, forte di una ritrovata milizia di seguaci fascisti. Forse poteva far scontrare e uccidersi fra loro i miliziani fascisti e gli SS tedeschi, mentre lui, “Benito il coraggioso”, incurante delle perdite (altrui) scappava verso la Svizzera.
Immaginiamo la delusione dell’uomo, quando, giunto a Grandola, trovò la caserma praticamente deserta, abbandonata in gran fretta dai miliziani fascisti nei giorni precedenti.
Mussolini si trattenne a pranzo a Grandola, ma sempre prigioniero de facto delle SS di Birzer. Due gerarchi, Buffarini Guidi e Tarchi, partirono in auto costeggiando la sponda nord del lago di Lugano, direzione Albogasio e Svizzera.
Buffarini Guidi era convinto che, se anche le autorità svizzere non avessero fornito loro asilo, i due avrebbero sfondato le barriere con la macchina e “una volta di là, ci tengono”: non aveva previsto di non riuscire ad arrivarci, al confine.
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| Figura 3. L’intervista del 1981 a Fritz Birzer, pubblicata in due puntate (1.3.81 e 3.3.81) sul quotidiano veronese “L’Arena”. |
Meta della fuga era la tranquilla cittadina di confine di Albogasio-Oria, sul Lago di Lugano, un valico con la Svizzera che si pensava fosse poco sorvegliato, a due passi da Lugano: il percorso, da farsi interamente in automobile, prevedeva di percorrere l’attuale Strada Statale 340 lungo il tratto della sponda nord del Lago di Lugano in territorio italiano, passando da Porlezza, Cima e appunto Albogasio.
Ma a metà strada fra Grandola e il confine, a Porlezza, i due gerarchi fascisti mandati in avanscoperta, nonostante i documenti falsi e la loro non eccessiva notorietà, oltretutto in piccolo gruppo, vengono comunque riconosciuti ed arrestati dai finanzieri che – anche qui come a Milano e a Dongo – collaboravano coi partigiani.
Mentre due automobili con i gerarchi in avanscoperta sono state bloccate, una terza è riuscita a tornare indietro e ad avvertire il duce. Mussolini capisce che fuggire in Svizzera non è più possibile, e torna a Menaggio, sperando di mescolarsi ai tedeschi in fuga verso la Germania.
Ancora Birzer dice:
Fu a Como che incominciai a capirlo. Per recarsi in Valtellina, da Milano, non si passa da Como, e tanto meno si sceglie la via occidentale del lago.Nella scorta di Mussolini – dal 26 aprile – era presente anche il Capitano Otto Kisnat (Kriminal Inspektor dei servizi segreti di sicurezza delle SS). Kisnat in una sua intervista del 1968 al giornale “Epoca”(3) (Fig. 4), riferisce un particolare riguardante l’arresto dei gerarchi Buffarini Guidi e Tarchi; Kisnat asserisce che Mussolini gli disse, a Grandola:
Ma i miei dubbi aumentarono quando Mussolini tentò di partire da Como a mia insaputa, alle 4.40 del 26 aprile. Perché voleva andarsene senza la sua scorta tedesca, da lui tante volte elogiata? E tutti sanno che glielo impedii con i mitra dei miei uomini puntati.
A Grandola poi i miei dubbi si fecero più consistenti. Perché Mussolini era salito in quella località, a pochi chilometri dal confine svizzero, abbandonando la litoranea Menaggio-Dongo? E perché aveva mandato Buffarini-Guidi e il ministro Tarchi al confine?
Soltanto al ritorno da Grandola verso Menaggio, nella sera del 26, Mussolini mi disse: “Birzer, dica ai suoi uomini di prepararsi, partiamo subito per Merano”.
«Li ho mandati io a trattare con le autorità di confine la possibilità di passare in Svizzera col mio seguito... ma ora ciò non è più possibile. Partiremo domani, presto, per Merano».Da queste testimonianze, e da un semplice sguardo ad una cartina geografica, si può quindi capire il motivo della fuga di Mussolini.
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| Figura 4: Intervista a Otto Kisnat del 1968. Epoca, 18 e 25 agosto, 1968, n° 934-935 |
Quarta fuga: da Menaggio verso la Germania, il 27 aprile mattina
Sopraggiunge a Menaggio, in serata del 26 aprile, un convoglio militare tedesco – della contraerea “FlaK” – in ritirata verso Merano e la Germania, che si ferma appunto nel paese per la notte: 38 autocarri e oltre 200 soldati ben armati. Sembra una fortunata coincidenza, anche se sono molte formazioni militari tedesche, in quelle convulse giornate, che si ritirano verso il Brennero.
Fritz Birzer, il tenente tedesco che scorta Mussolini, con il compito di condurlo in Germania, caldeggia naturalmente l’idea di aggregarsi tutti alla ben munita colonna dei camerati tedeschi, e la mattina seguente proseguire con loro per Merano e poi per l’agognato Brennero.
Mussolini e i suoi gerarchi (con le famiglie, quasi cento persone), partono verso le 6:00 del mattino del 27, aggregati alla colonna della FlaK; lunga circa un chilometro, alle 07:15, viene bloccata appena fuori dall’abitato di Musso, 12 km più a nord, da un posto di blocco delle Brigate Garibaldi: si tratta di alcuni tronchi d’albero messi di traverso in un punto molto stretto della via lungolago, presidiati da pochi uomini della 52ª Brigata Garibaldi “Luigi Clerici” [5-6], comandata da Pier Luigi Bellini delle Stelle, “Pedro”.
Dopo una breve sparatoria, i partigiani (inizialmente, non più di una dozzina, armati di pistole e mitra) intimano la resa alla colonna di oltre 200 militi. Solo fino ad un mese prima, sarebbe stata una carneficina per il gruppetto partigiano, ma ora si era a fine aprile: iniziano le lunghe trattative, che si protrarranno fino al primo pomeriggio.
Il Brigadiere della Guardia di Finanza Giorgio Buffelli, che con gli altri suoi commilitoni collaborò quel giorno a Dongo con i partigiani della 52a per mantenere l’ordine, scrisse nella sua relazione sui fatti di Musso [3].
“Alle ore 13 circa fecero ritorno i parlamentari e il comandante Pedro ci comunicò che il comando di Chiavenna aveva deciso di lasciar passare i tedeschi, armati, senza fare uso delle armi; nessun italiano però doveva passare con la colonna stessa e per cui noi dovevamo visitare tutte le macchine per tale scopo. Per cui fu deciso di far proseguire la colonna fino a Dongo dove ebbe luogo la visita a tutti gli automezzi”
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| Figura 6. Musso (CO), punto esatto dove la colonna tedesca con Mussolini e i gerarchi venne bloccata dai partigiani della 52ª Brigata Garibaldi, la mattina presto del 27 aprile. |
L’esito della trattativa, con l’accordo con i tedeschi, non deve apparire strano: il comandante Pedro aveva già avuto informazione della possibile presenza di Mussolini e degli alti gerarchi fascisti nella colonna: era importantissimo poterli catturare.
Quinta fuga: travestimento finale!
A quel punto, ultimo colpo di teatro: Mussolini, su consiglio di Birzer e con il permesso del Comandante della colonna tedesca, indossa un cappotto e un elmetto da sottufficiale tedesco, sale sul camion numero 34 (targato WH 529507), occultandosi in fondo al pianale, vicino alla cabina di guida, ricoperto da una coperta militare: finge di dormire, come fosse ubriaco.
A nessun altro italiano sarà concesso di tentare di imitare il comportamento di Mussolini nel convoglio, nascondendosi come lui. La letteratura revisionista ha tentato di negare il travestimento del duce, sempre per malintese questioni di “onore”. La già citata intervista di Fritz Birzer chiarisce anche questo punto:
Su questo episodio nessuno può minimamente smentirmi, perché fui io stesso a ordinare a un sergente della FlaK di consegnare a Mussolini cappotto ed elmetto. Lo feci perché ritenevo che soltanto in quel modo, confondendosi con i nostri soldati, sarebbe forse riuscito a sfuggire ai partigiani.Durante l’ispezione della colonna tedesca in piazza a Dongo, – condotta dai partigiani sotto la direzione di un maresciallo della Finanza, Francesco Di Paola – Mussolini, nascosto sotto una panca del camion n. 34, viene riconosciuto dal partigiano Giuseppe Negri: viene subito avvertito il più alto in grado nelle immediate vicinanze, cioè il vicecommissario politico Urbano Lazzaro “Bill”.
Il capitano Kisnat era presente alla scena, ma non disse nulla, né per opporsi alla mia iniziativa né per approvarla. Claretta Petacci invece supplicò il duce di ascoltare il mio consiglio. Così Mussolini, anche se malvolentieri, indossò il cappotto della FlaK e si mise l’elmo d’acciaio sotto il braccio. Salì poi sul camion dalla parte posteriore per non essere visto dai partigiani che si trovavano davanti alla nostra colonna.
Bill sale sul camion, riconosce Mussolini, lo invita ad alzarsi [6]: “Camerata!”, “Eccellenza!”, dice a voce alta Bill, ma Mussolini fa finta di nulla e non si muove. Bill allora dice a voce ancora più alta “Cavaliere Benito Mussolini!”. Al che “il duce” ha un soprassalto e lentamente si alza in piedi: Bill lo disarma del mitra e di una pistola, lo arresta e lo porta nella sede comunale.
Riferimenti
[1] Giorgio Bocca, Storia dell’Italia partigiana, Laterza 1966.
[2] Giorgio Bocca, La Repubblica di Mussolini, Mondadori, 1995.
[3] Massimo Zucchetti, Mussolini ultimi giorni, Smashwords 2018, scaricabile gratuitamente qui.
[4] Pierfranco Mastalli, L’arresto di Mussolini a Dongo e la resa della Colonna Tedesca a Morbegno e a Colico (27 e 28 aprile 1945)”, Rivista di Storia e Cultura del Territorio “Archivi di Lecco e della Provincia” n 2 (monografico), Ed. Cattaneo, aprile/giugno 2011.
[5] Pier Luigi Bellini delle Stelle, Urbano Lazzaro, Dongo ultima azione, Mondadori, Milano, 1962
[6] Urbano Lazzaro, Il compagno Bill: diario dell’uomo che catturò Mussolini, SEI, Torino, 1989
Note
1) Enzo Biagi, Pertini ricorda l’incontro con Mussolini, 25 aprile 1945. Dal minuto 6:40.
2) Jean Pierre Jouvet, Da Como a Dongo. Verità sull’arresto di Mussolini. Intervista con Fritz Birzer, Il Comandante della scorta tedesca, “L’Arena” di Verona, 1.3.81 e 3.3.81.
3) Giuseppe Grazzini, “Il Tenente (sic) Kisnat sono io”, Epoca, 18 e 25 agosto, 1968, n° 934-935.
Fonte
26/04/2024
Sionisti esaltati e qualche domanda da porsi
La provocazione sionista non ha funzionato (nonostante alcuni media “complici”, che hanno propinato la versione già predisposta, senza neanche guardare quel che effettivamente è accaduto in piazza).
Primo punto fermo: è evidente che la “brigata ebraica” è oggi una sigla di comodo (ben pochi dei non molti membri storici sono oggi in vita, essendo passati 79 anni dai fatti).
Così come è evidente il tentativo di far passare la pressoché nulla operatività militare della “brigata ebraica” storica – peraltro inquadrata come reparto dell’esercito regolare del Commonwealth inglese, dunque senza alcuna autonomia – come protagonista della Resistenza italiana. Derubricando di fatto i partigiani a “comparse” (incredibile che ci possa essere in questo qualche dirigente attuale dell’Anpi disposto ad assecondare questo revisionismo).
Ancora più chiaramente, a Milano, lo striscione “identitario” esibito in piazza dichiarava spudoratamente il senso dell’operazione: “5.000 sionisti liberarono l’Italia“. Moltiplicando per quattro i numeri storici (ma sempre pochi restano...) e soprattutto chiarendo che “sionisti” ed “ebrei” non sono affatto sinonimi.
Quelli che oggi si riparano sotto questa sigla sono insomma la parte sionista e nazionalista (nel senso dello stato di Israele) della comunità ebraica, che meritoriamente può vantare numerosissimi esponenti di tutt’altra opinione.
Ma è chiaro che c’è stato un “salto di qualità” in quest’ala sionista, che ieri a Roma è arrivata determinata a cercare lo scontro fisico a tutti i costi, con una squadra di teppisti di cui alcuni a volto coperto (strano che la polizia non abbia neanche cercato di identificarli, vista la abbondante legislazione in proposito), praticamente “in divisa”. E immaginiamo cosa sarebbe accaduto, e cosa sarebbe stato scritto, a parti invertite.
È particolarmente indicativo il servizio in diretta di Rete4 (berlusconiana e governativa, dunque) in cui la cronista riferisce correttamente quel che era appena avvenuto e la responsabilità dei fatti (“una carica della ‘brigata ebraica‘”). Ma immediatamente interviene il ben noto Riccardo Pacifici che l’aggredisce negando l’evidenza, fino a quando la conduttrice della trasmissione cambia la versione smentendo la propria inviata sul campo (“non credo che ci sia stata alcuna carica“). Questa è l’informazione in Italia, ostaggio dei guerrafondai.
Viene in mente quella notizia, circolata nelle scorse settimane, che riferiva di 1.400 cittadini italiani di fede ebraica che stavano operando come riservisti militari a Gaza e in Cisgiordania, o ai confini col Libano. Sembra possibile che qualcuno abbia pensato di sfruttare una turnazione o i normali “periodi di licenza” per provare ad importare tecniche e “regole di ingaggio” apprese in combattimento (gestione dell’informazione compresa...).
È palese infatti il tentativo di applicare anche qui lo schema adottato dal governo Netanyahu (tutti i problemi si risolvono per via militare, e basta).
Il che getta anche una luce sinistra su quei “soldati di un esercito straniero in guerra” (Israele) che però possono sfruttare anche la nazionalità italiana e una condiscendenza politica decisamente eccessiva del cosiddetto “arco parlamentare”. È uno dei modi in cui la “guerra grande” che si sta combattendo in questa parte del mondo percola dentro il conflitto politico italiano e diventa “guerra interna”,
Troppi sospetti e pregiudizi? Mah, ci limitiamo a riportare – per esempio – la testimonianza de Il Faro di Roma, testata online cattolica, che in piazza ha visto quel che chiunque poteva – volendo – registrare.
Primo punto fermo: è evidente che la “brigata ebraica” è oggi una sigla di comodo (ben pochi dei non molti membri storici sono oggi in vita, essendo passati 79 anni dai fatti).
Così come è evidente il tentativo di far passare la pressoché nulla operatività militare della “brigata ebraica” storica – peraltro inquadrata come reparto dell’esercito regolare del Commonwealth inglese, dunque senza alcuna autonomia – come protagonista della Resistenza italiana. Derubricando di fatto i partigiani a “comparse” (incredibile che ci possa essere in questo qualche dirigente attuale dell’Anpi disposto ad assecondare questo revisionismo).
Ancora più chiaramente, a Milano, lo striscione “identitario” esibito in piazza dichiarava spudoratamente il senso dell’operazione: “5.000 sionisti liberarono l’Italia“. Moltiplicando per quattro i numeri storici (ma sempre pochi restano...) e soprattutto chiarendo che “sionisti” ed “ebrei” non sono affatto sinonimi.
Quelli che oggi si riparano sotto questa sigla sono insomma la parte sionista e nazionalista (nel senso dello stato di Israele) della comunità ebraica, che meritoriamente può vantare numerosissimi esponenti di tutt’altra opinione.
Ma è chiaro che c’è stato un “salto di qualità” in quest’ala sionista, che ieri a Roma è arrivata determinata a cercare lo scontro fisico a tutti i costi, con una squadra di teppisti di cui alcuni a volto coperto (strano che la polizia non abbia neanche cercato di identificarli, vista la abbondante legislazione in proposito), praticamente “in divisa”. E immaginiamo cosa sarebbe accaduto, e cosa sarebbe stato scritto, a parti invertite.
È particolarmente indicativo il servizio in diretta di Rete4 (berlusconiana e governativa, dunque) in cui la cronista riferisce correttamente quel che era appena avvenuto e la responsabilità dei fatti (“una carica della ‘brigata ebraica‘”). Ma immediatamente interviene il ben noto Riccardo Pacifici che l’aggredisce negando l’evidenza, fino a quando la conduttrice della trasmissione cambia la versione smentendo la propria inviata sul campo (“non credo che ci sia stata alcuna carica“). Questa è l’informazione in Italia, ostaggio dei guerrafondai.
Viene in mente quella notizia, circolata nelle scorse settimane, che riferiva di 1.400 cittadini italiani di fede ebraica che stavano operando come riservisti militari a Gaza e in Cisgiordania, o ai confini col Libano. Sembra possibile che qualcuno abbia pensato di sfruttare una turnazione o i normali “periodi di licenza” per provare ad importare tecniche e “regole di ingaggio” apprese in combattimento (gestione dell’informazione compresa...).
È palese infatti il tentativo di applicare anche qui lo schema adottato dal governo Netanyahu (tutti i problemi si risolvono per via militare, e basta).
Il che getta anche una luce sinistra su quei “soldati di un esercito straniero in guerra” (Israele) che però possono sfruttare anche la nazionalità italiana e una condiscendenza politica decisamente eccessiva del cosiddetto “arco parlamentare”. È uno dei modi in cui la “guerra grande” che si sta combattendo in questa parte del mondo percola dentro il conflitto politico italiano e diventa “guerra interna”,
Troppi sospetti e pregiudizi? Mah, ci limitiamo a riportare – per esempio – la testimonianza de Il Faro di Roma, testata online cattolica, che in piazza ha visto quel che chiunque poteva – volendo – registrare.
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25 Aprile. La Brigata Ebraica sfila a Porta San Paolo tirando sassi sui filopalestinesi
25 Aprile. La Brigata Ebraica sfila a Porta San Paolo tirando sassi sui filopalestinesi
Questa mattina [ieri, ndr] a Roma, in occasione delle celebrazioni per il 25 Aprile previste a Porta San Paolo, luogo simbolo dell’eroica Resistenza al Fascismo, è stato negato il diritto a manifestare a favore della Palestina e chiedere di fermare il genocidio in atto a Gaza.
I ragazzi di varie sigle della Sinistra dalle 7 di questa mattina erano impegnati a manifestare contro la guerra e le armi che stanno facendo strage anche di civili e bambini a Gaza e in Cisgiordania, quando alle 8.30 è sopraggiunto il corteo della Comunità Ebraica che ha tentato di avvicinarsi ai manifestanti, ma è stato contenuto dalla Polizia schierata in tenuta antisommossa.
In particolare a spingere sugli scudi e sul cordone delle forze dell’ordine è stato il servizio d’ordine della Comunità Ebraica, riferiscono alcuni cronisti.
Mentre si udivano le grida con insulti reciproci e l’accusa ai militanti della Sinistra di essere espressione di Hamas, è successo che alcuni esponenti del servizio d’ordine della Comunità ebraica hanno lanciato sassi contro i ragazzi filopalestinesi colpendo anche i cronisti che li riprendevano.
Sono due i giornalisti rimasti lievemente contusi. Un fotografo si recherà poi al Pronto Soccorso a farsi refertare e il cronista di un sito d’informazione online, benché colpito al naso da un sasso ha detto si colleghi: “vado avanti a lavorare, la manifestazione non è finita”.
Intanto, lentamente, si è allontanato il corteo della Brigata Ebraica percorrendo viale del Campo Boario diretto a piazza Bottego mentre le prime file in più di un’occasione hanno tentato di aggirare il cordone dei poliziotti
Le tensioni erano ampiamente annunciate. “Continuiamo la nostra lotta per chiedere lo stop al genocidio del popolo palestinese, che continua a resistere alle barbarie portate avanti da Israele e dell’imperialismo occidentale. Tutto accade con la collaborazione del nostro governo, che continua a schierarsi dalla parte del sionismo e che si dimostra sempre più a destra, con anche la collaborazione delle finte opposizioni”, recita un comunicato delle sigle filopalestinesi.
Fonte
Riflettendo sul 25 aprile/3. Resistenza “tollerata” e “tolleranza” del fascismo
di Massimo Zucchetti
Il «vento del Nord», come disse Pietro Nenni nel 1944, era quella spinta politica prodotta dalla Resistenza, che avrebbe dovuto spazzare via non solo il fascismo, ma anche tutte le «forze antidemocratiche, tutti gli interessi reazionari», essendo «una forza in irresistibile movimento, che non si accontenterà di parole sulla libertà e la democrazia, ma vorrà fondare la libertà su nuove istituzioni politiche e su nuovi ordinamenti economici».
Purtroppo, il vento del Nord diventò presto molto più tenue di quanto non pensassero i resistenti.
Resistenza tradita? Giorgio Bocca concluse con un “Resistenza incompiuta” la sua analisi storica del periodo. Noi, si parva licet, ci permettiamo di proporre un nostro “Resistenza tollerata”.
• La tollerarono obtorto collo gli anglo-americani durante la guerra, quando i partigiani liberarono tutte le principali città italiane (Roma esclusa), evitando agli Alleati tante mini-Stalingrado, o più vicino a noi, battaglie come la conquista sanguinosa di Aachen (Aquisgrana) nell’autunno 1944, o il massacro reciproco di sovietici e tedeschi per la conquista di Berlino nell’aprile 1945.
• La tollerarono, sempre gli anglo-americani, perché i tedeschi, per controllare e reprimere la Resistenza nel centro-nord, dovevano tenere impegnate diverse divisioni, sottratte al fronte.
• La tollerarono gli industriali, che tanta parte avevano avuto nel trionfo del fascismo vent’anni prima, e che nel ventennio avevano prosperato: furono assai veloci nell’annusare il cambiamento, e adeguarsi diventando anche fiancheggiatori dei resistenti. Pochi i veri antifascisti, è qui un dovere ricordare Enrico Mattei.
• La tollerò nel dopoguerra chi stava al Governo d’Italia, cioè in sostanza i democristiani, con il protettorato degli Stati Uniti. La società italiana, negli ultimi decenni, ha pian piano appiattito ed annacquato il ricordo della Resistenza, in una specie di abbraccio generale all’insegna del “eravamo tutti fratelli”.
Proprio per questo è importante, anche a distanza di ormai otto decenni, non dimenticare. Questo è particolarmente un dovere verso i giovani, che sono le prime vittime di questa pluridecennale campagna di disinformazione strisciante e buonista.
Il fascismo – repubblicano per facciata, ma dittatoriale fino alla fine – rimase sempre ciò che era stato fin dagli inizi: servo dei padroni, industriali e agrari. Alcuni infingimenti populisti e socialistoidi, con i quali il “socialista” Mussolini aveva già tradito la causa del socialismo e della pace negli anni ’10, trascinando l’Italia nella Prima guerra mondiale, vennero rivangati da Mussolini stesso ed altri personaggi, durante quei mesi di agonia finale del regime, e finirono, come fu giusto, nella pattumiera della Storia.
Perché un altro equivoco – a tal proposito – va chiarito. Se il partito dell’industria, vista l’imminente sua fine, ad un certo punto mollò il fascismo per rivolgersi agli Alleati, ed i fascisti reagirono con rabbia, questo non fa dei fascisti dei rivoluzionari anticapitalisti, ma solo dei servi messi alla porta, perché oramai imbarazzanti e inutili.
Così come non fa degli industriali degli antifascisti, ma – come sempre – dei capitalisti senza scrupoli pronti a servirsi di chiunque ed a cavalcare qualunque tigre, pur di conservare i propri privilegi ed estenderli: ricordiamo che grazie agli industriali e agli agrari vi fu l’avvento del fascismo, e sempre a causa loro l’Italia del dopoguerra tradì le migliori aspettative della Resistenza e finì in mano ai democristiani, con la supervisione degli Alleati.
Torniamo agli ultimi sfrontati tentativi di trasformismo di Mussolini e dei “Repubblichini moderati”.
La guida decisa di Sandro Pertini e di Lelio Basso mantenne, nella primavera 1945, i socialisti fuori da qualunque ambiguità o compromesso. Un’ultima lettera “ai compagni socialisti” venne vergata da Mussolini dopo la fallita trattativa in Arcivescovado e prima della fuga, il 25 sera.
Conteneva ancora profferte di accordo “fra compagni socialisti” (sic). Recapitata a Sandro Pertini, ebbe la consueta risposta: “La lettera non sarà presa in considerazione alcuna“. Bravo, Sandro. Nessuna trattativa, nessuna “comprensione”, nessun perdono saranno mai possibili, con i fascisti di ieri e di oggi. Il perdono – dicono quelli che ci credono – “spetta a Dio”.
Molti dei fascisti attuali si professano – non si comprende con quale coraggio e sfrontatezza – credenti. Ovviamente cristiani, religione ipocrita che calza loro a pennello. Nostro compito di antifascisti è al massimo questo: facilitare il più possibile l’incontro con “Dio” dei suddetti fascisti, in modo che possano riceverne il tanto agognato perdono. Ogni mezzo fu utile nel 1945, ogni mezzo deve esserlo oggi, per aiutarli in questo.
Fonte
Il «vento del Nord», come disse Pietro Nenni nel 1944, era quella spinta politica prodotta dalla Resistenza, che avrebbe dovuto spazzare via non solo il fascismo, ma anche tutte le «forze antidemocratiche, tutti gli interessi reazionari», essendo «una forza in irresistibile movimento, che non si accontenterà di parole sulla libertà e la democrazia, ma vorrà fondare la libertà su nuove istituzioni politiche e su nuovi ordinamenti economici».
Purtroppo, il vento del Nord diventò presto molto più tenue di quanto non pensassero i resistenti.
Resistenza tradita? Giorgio Bocca concluse con un “Resistenza incompiuta” la sua analisi storica del periodo. Noi, si parva licet, ci permettiamo di proporre un nostro “Resistenza tollerata”.
• La tollerarono obtorto collo gli anglo-americani durante la guerra, quando i partigiani liberarono tutte le principali città italiane (Roma esclusa), evitando agli Alleati tante mini-Stalingrado, o più vicino a noi, battaglie come la conquista sanguinosa di Aachen (Aquisgrana) nell’autunno 1944, o il massacro reciproco di sovietici e tedeschi per la conquista di Berlino nell’aprile 1945.
• La tollerarono, sempre gli anglo-americani, perché i tedeschi, per controllare e reprimere la Resistenza nel centro-nord, dovevano tenere impegnate diverse divisioni, sottratte al fronte.
• La tollerarono gli industriali, che tanta parte avevano avuto nel trionfo del fascismo vent’anni prima, e che nel ventennio avevano prosperato: furono assai veloci nell’annusare il cambiamento, e adeguarsi diventando anche fiancheggiatori dei resistenti. Pochi i veri antifascisti, è qui un dovere ricordare Enrico Mattei.
• La tollerò nel dopoguerra chi stava al Governo d’Italia, cioè in sostanza i democristiani, con il protettorato degli Stati Uniti. La società italiana, negli ultimi decenni, ha pian piano appiattito ed annacquato il ricordo della Resistenza, in una specie di abbraccio generale all’insegna del “eravamo tutti fratelli”.
Proprio per questo è importante, anche a distanza di ormai otto decenni, non dimenticare. Questo è particolarmente un dovere verso i giovani, che sono le prime vittime di questa pluridecennale campagna di disinformazione strisciante e buonista.
Il fascismo – repubblicano per facciata, ma dittatoriale fino alla fine – rimase sempre ciò che era stato fin dagli inizi: servo dei padroni, industriali e agrari. Alcuni infingimenti populisti e socialistoidi, con i quali il “socialista” Mussolini aveva già tradito la causa del socialismo e della pace negli anni ’10, trascinando l’Italia nella Prima guerra mondiale, vennero rivangati da Mussolini stesso ed altri personaggi, durante quei mesi di agonia finale del regime, e finirono, come fu giusto, nella pattumiera della Storia.
Perché un altro equivoco – a tal proposito – va chiarito. Se il partito dell’industria, vista l’imminente sua fine, ad un certo punto mollò il fascismo per rivolgersi agli Alleati, ed i fascisti reagirono con rabbia, questo non fa dei fascisti dei rivoluzionari anticapitalisti, ma solo dei servi messi alla porta, perché oramai imbarazzanti e inutili.
Così come non fa degli industriali degli antifascisti, ma – come sempre – dei capitalisti senza scrupoli pronti a servirsi di chiunque ed a cavalcare qualunque tigre, pur di conservare i propri privilegi ed estenderli: ricordiamo che grazie agli industriali e agli agrari vi fu l’avvento del fascismo, e sempre a causa loro l’Italia del dopoguerra tradì le migliori aspettative della Resistenza e finì in mano ai democristiani, con la supervisione degli Alleati.
Torniamo agli ultimi sfrontati tentativi di trasformismo di Mussolini e dei “Repubblichini moderati”.
La guida decisa di Sandro Pertini e di Lelio Basso mantenne, nella primavera 1945, i socialisti fuori da qualunque ambiguità o compromesso. Un’ultima lettera “ai compagni socialisti” venne vergata da Mussolini dopo la fallita trattativa in Arcivescovado e prima della fuga, il 25 sera.
Conteneva ancora profferte di accordo “fra compagni socialisti” (sic). Recapitata a Sandro Pertini, ebbe la consueta risposta: “La lettera non sarà presa in considerazione alcuna“. Bravo, Sandro. Nessuna trattativa, nessuna “comprensione”, nessun perdono saranno mai possibili, con i fascisti di ieri e di oggi. Il perdono – dicono quelli che ci credono – “spetta a Dio”.
Molti dei fascisti attuali si professano – non si comprende con quale coraggio e sfrontatezza – credenti. Ovviamente cristiani, religione ipocrita che calza loro a pennello. Nostro compito di antifascisti è al massimo questo: facilitare il più possibile l’incontro con “Dio” dei suddetti fascisti, in modo che possano riceverne il tanto agognato perdono. Ogni mezzo fu utile nel 1945, ogni mezzo deve esserlo oggi, per aiutarli in questo.
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25/04/2024
25 aprile/2. Fu guerra civile, non solo di Liberazione: e lo rivendicate pure, fascisti?
di Massimo Zucchetti
Seconda metà di Aprile 1945, 79 anni fa. L’insurrezione scoppia in Italia dopo venti mesi di occupazione nazista e cinque anni di guerra: da allora, l’Italia antifascista festeggia con il 25 aprile la liberazione dal nazifascismo e la fine della guerra.
Una guerra che aveva visto il territorio del nostro Paese essere campo di battaglia per lungo periodo lasciando l’Italia quasi completamente distrutta, e causando circa 472.000 morti, fra militari (319.000) e civili (153.000), cioè circa il 1,07% della popolazione: un italiano su cento, ucciso dalla guerra.
Sono nato all’inizio degli anni ’60, e fin da bambino mi son stati familiari i termini “classici”: partigiani, Resistenza, antifascismo, 25 aprile Festa della Liberazione. Sembravano date certe, definizioni chiare, termini condivisi da tutti. Dagli anni '90, abbiamo assistito invece a vari tentativi di cambio di nomenclatura.
Ha iniziato il governo Berlusconi, a ventilare un cambio di nome del 25 aprile in “Festa della Libertà”: un tentativo talmente scoperto nelle intenzioni e goffo nelle motivazioni, da essere poi stato sepolto e dimenticato dalla sua stessa pochezza e contingenza.
Attualmente, trovando comunque insopportabile quel “Liberazione” (che sottintende, dal nazifascismo), gli eredi del neofascismo – tra l’altro al governo del paese – si limitano ad affermare che il 25 aprile sarebbe una “Ricorrenza divisiva”.
Ma qui possiamo tranquillamente dare loro ragione una prima volta: il 25 aprile divide chi lo festeggia (e si riconosce nell’antifascismo, uno dei valori fondanti della Repubblica Italiana) da chi non lo festeggia (ed ha una visione qualunquista o immemore della storia politica italiana, non si riconosce nei suoi ideali, oppure ammicca con simpatia a una certa destra antidemocratica. Oppure, direttamente, bazzica il neofascismo).
Personalmente, riteniamo che, se si tratta di dividere chi è antifascista da chi non lo è, ben venga la definizione del 25 aprile come ricorrenza divisiva: riteniamo giusto ed appropriato essere “divisi”, nel senso di distinti e differenti, dagli eredi e continuatori ideologici del fascismo, ora aggiornato in destra nazionalista, populista, razzista e portatrice di pseudo-valori – utilizzando un aggettivo un po’ moderno – tossici.
Un altro sintomo dell’allergia dei revisionisti al termine “Liberazione” ed al concetto che essa sottende, si è manifestato nel cambio di denominazione da “Guerra di Liberazione” a “guerra civile”.
È nato come un’altra goffa e scoperta operazione revisionista: fu guerra civile perché sia da una parte che dall’altra combattevano italiani – realtà incontestabile – “e quindi” vi erano due parti che in qualche modo si equivalevano – forzatura inaccettabile perché antistorica e falsa, sia nel contesto italiano, che nel contesto ideologico dell’intera guerra mondiale, vista come scontro fra democrazia e libertà da un lato, dittatura e razzismo dall’altro.
L’operazione ha visto però prender piede ed essere accettata anche da molti antifascisti. Noi non siamo contrari a questa ridefinizione, che si basa su una realtà di fatto.
L’Italia, in effetti, fu largamente fascista durante il ventennio, e un numero non trascurabile di italiani restarono fascisti anche durante la guerra di liberazione.
Ed è quindi vero: la Resistenza combatté anche contro gli italiani fascisti repubblichini, che in armi affiancarono l’esercito tedesco invasore, con compiti da cane da guardia nella repressione.
Un prezzo altissimo, pagò l’Italia, in quegli anni: se andiamo alla miriade di singoli episodi di crudeltà, vigliaccheria, sopruso, ruberia, assassinio, delinquenza, repressione, tradimento, i repubblichini di Salò furono, nel modo meschino loro tipico, anche peggio dei nazisti occupanti.
Se guerra civile fu, venne resa tale dalla presenza e dalla barbarie delle Brigate Nere, della X MAS, delle varie bande di delinquenti fascisti con l’uniforme della polizia.
Molti vecchi arnesi squadristi volentieri trasmisero ai neofascisti quella certa mentalità da assassini a tradimento che poi ritroveremo nel terrorismo neofascista del dopoguerra.
Senza di loro, senza i repubblichini, sarebbe stata più propriamente una guerra di liberazione: in questo senso non possiamo che essere d’accordo con i revisionisti, sebbene non si riesca a comprendere quale merito possano ascriversi, i fascisti di Salò, nell’aver trasformato di fatto in guerra civile la guerra di Liberazione dell’Italia.
Oltretutto considerando che, dal punto di vista militare, il loro contributo al fronte fu praticamente nullo. O quale sollievo ne possano trarre ora i loro eredi politici. Va riconosciuto però un fatto: la manovra revisionista ha messo in risalto una realtà triste e dura da accettare, ma verissima: l’Italia, nel 1943-1945, era ancora in parte fascista. E tale rimase, in tracce, persino dopo la Liberazione.
A fine guerra, questo tumore non venne completamente estirpato nemmeno con il 25 aprile e neppure con l’epurazione e la Resa dei conti: esso ha avuto modo di sopravvivere e di generare, nel dopoguerra e fino ai giorni nostri, molte e diverse metastasi. Per sopprimere le quali, riflettendoci, non c’è altra scelta – anche oggi come allora – della guerra partigiana.
Fonte
Seconda metà di Aprile 1945, 79 anni fa. L’insurrezione scoppia in Italia dopo venti mesi di occupazione nazista e cinque anni di guerra: da allora, l’Italia antifascista festeggia con il 25 aprile la liberazione dal nazifascismo e la fine della guerra.
Una guerra che aveva visto il territorio del nostro Paese essere campo di battaglia per lungo periodo lasciando l’Italia quasi completamente distrutta, e causando circa 472.000 morti, fra militari (319.000) e civili (153.000), cioè circa il 1,07% della popolazione: un italiano su cento, ucciso dalla guerra.
Sono nato all’inizio degli anni ’60, e fin da bambino mi son stati familiari i termini “classici”: partigiani, Resistenza, antifascismo, 25 aprile Festa della Liberazione. Sembravano date certe, definizioni chiare, termini condivisi da tutti. Dagli anni '90, abbiamo assistito invece a vari tentativi di cambio di nomenclatura.
Ha iniziato il governo Berlusconi, a ventilare un cambio di nome del 25 aprile in “Festa della Libertà”: un tentativo talmente scoperto nelle intenzioni e goffo nelle motivazioni, da essere poi stato sepolto e dimenticato dalla sua stessa pochezza e contingenza.
Attualmente, trovando comunque insopportabile quel “Liberazione” (che sottintende, dal nazifascismo), gli eredi del neofascismo – tra l’altro al governo del paese – si limitano ad affermare che il 25 aprile sarebbe una “Ricorrenza divisiva”.
Ma qui possiamo tranquillamente dare loro ragione una prima volta: il 25 aprile divide chi lo festeggia (e si riconosce nell’antifascismo, uno dei valori fondanti della Repubblica Italiana) da chi non lo festeggia (ed ha una visione qualunquista o immemore della storia politica italiana, non si riconosce nei suoi ideali, oppure ammicca con simpatia a una certa destra antidemocratica. Oppure, direttamente, bazzica il neofascismo).
Personalmente, riteniamo che, se si tratta di dividere chi è antifascista da chi non lo è, ben venga la definizione del 25 aprile come ricorrenza divisiva: riteniamo giusto ed appropriato essere “divisi”, nel senso di distinti e differenti, dagli eredi e continuatori ideologici del fascismo, ora aggiornato in destra nazionalista, populista, razzista e portatrice di pseudo-valori – utilizzando un aggettivo un po’ moderno – tossici.
Un altro sintomo dell’allergia dei revisionisti al termine “Liberazione” ed al concetto che essa sottende, si è manifestato nel cambio di denominazione da “Guerra di Liberazione” a “guerra civile”.
È nato come un’altra goffa e scoperta operazione revisionista: fu guerra civile perché sia da una parte che dall’altra combattevano italiani – realtà incontestabile – “e quindi” vi erano due parti che in qualche modo si equivalevano – forzatura inaccettabile perché antistorica e falsa, sia nel contesto italiano, che nel contesto ideologico dell’intera guerra mondiale, vista come scontro fra democrazia e libertà da un lato, dittatura e razzismo dall’altro.
L’operazione ha visto però prender piede ed essere accettata anche da molti antifascisti. Noi non siamo contrari a questa ridefinizione, che si basa su una realtà di fatto.
L’Italia, in effetti, fu largamente fascista durante il ventennio, e un numero non trascurabile di italiani restarono fascisti anche durante la guerra di liberazione.
Ed è quindi vero: la Resistenza combatté anche contro gli italiani fascisti repubblichini, che in armi affiancarono l’esercito tedesco invasore, con compiti da cane da guardia nella repressione.
Un prezzo altissimo, pagò l’Italia, in quegli anni: se andiamo alla miriade di singoli episodi di crudeltà, vigliaccheria, sopruso, ruberia, assassinio, delinquenza, repressione, tradimento, i repubblichini di Salò furono, nel modo meschino loro tipico, anche peggio dei nazisti occupanti.
Se guerra civile fu, venne resa tale dalla presenza e dalla barbarie delle Brigate Nere, della X MAS, delle varie bande di delinquenti fascisti con l’uniforme della polizia.
Molti vecchi arnesi squadristi volentieri trasmisero ai neofascisti quella certa mentalità da assassini a tradimento che poi ritroveremo nel terrorismo neofascista del dopoguerra.
Senza di loro, senza i repubblichini, sarebbe stata più propriamente una guerra di liberazione: in questo senso non possiamo che essere d’accordo con i revisionisti, sebbene non si riesca a comprendere quale merito possano ascriversi, i fascisti di Salò, nell’aver trasformato di fatto in guerra civile la guerra di Liberazione dell’Italia.
Oltretutto considerando che, dal punto di vista militare, il loro contributo al fronte fu praticamente nullo. O quale sollievo ne possano trarre ora i loro eredi politici. Va riconosciuto però un fatto: la manovra revisionista ha messo in risalto una realtà triste e dura da accettare, ma verissima: l’Italia, nel 1943-1945, era ancora in parte fascista. E tale rimase, in tracce, persino dopo la Liberazione.
A fine guerra, questo tumore non venne completamente estirpato nemmeno con il 25 aprile e neppure con l’epurazione e la Resa dei conti: esso ha avuto modo di sopravvivere e di generare, nel dopoguerra e fino ai giorni nostri, molte e diverse metastasi. Per sopprimere le quali, riflettendoci, non c’è altra scelta – anche oggi come allora – della guerra partigiana.
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