In questa foto ricavata da un filmato, sotto lo striscione della “Brigata Ebraica” Eyal Mizrahi, quello di “definisci bambino”, chiede al PD Emanuele Fiano “se far deviare la brigata ebraica a destra o far manganellare questi qua”. E Fiano risponde “no, non ci spostiamo”… Poi invece la polizia, una volta tanto saggiamente, non ha manganellato nessuno e ha fatto spostare il gruppetto dei manifestanti pro Israele, pro Trump e Netanyahu, pro Shah.
Decine di migliaia di antifascisti avevano giustamente deciso di non volere costoro nel corteo del 25 aprile. È a quel punto che Emanuele Fiano ha dichiarato alle telecamere di aver sentito dire da una persona: “siete saponette mancate”. Una frase infame, che nessuna ignoranza giustifica e che solo un nazifascista può pronunciare. Già ma chi l’aveva detta? Sicuramente nessuno dei manifestanti antifascisti che erano lì, le cui parole erano solo contro la guerra e il fascismo, per la Palestina e contro il genocidio a Gaza.
NESSUNO, ripeto nessuno tra i manifestanti, ha sentito pronunciare quella frase vergognosa. Solo Fiano l’ha sentita, anche se nemmeno lui ha potuto dire che venisse dai manifestanti. Ebbene sui grandi giornali e nelle tv un poco alla volta quella frase è dilagata e ha finito per coprire tutte le voci del popolo antifascista.
È stata cacciata la brigata ebraica mentre si gridava “saponette mancate”, questa è diventata la verità mediatica; e questo falso costruito e diffuso ci mostra ancora una volta come funzioni la propaganda sionista. Che per coprire i crimini degli israeliani ha un principale strumento: accostare ogni protesta al nazismo.
Netanyahu e i suoi accusano di antisemitismo chiunque li critichi, e così Trump e le destre in tutto il mondo.
Ma questa accusa nei mass media e nella politica va ben oltre i confini della destra reazionaria.
Abbiamo visto giornali e tv scatenarsi contro la protesta popolare verso i seguaci o i complici di Netanyahu. E gran parte dei politici, compresi quelli del campo largo, hanno balbettato o addirittura fatto propria la condanna della sacrosanta indignazione antifascista.
I crimini di Israele si nutrono di questi falsi e di questa propaganda, che ha un nome preciso: HASBARA.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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28/04/2026
08/03/2026
La propaganda sionista fa causa a Israele per i mancati pagamenti
La Hasbara, la complessa macchina di disinformazione e propaganda sionista, è pur sempre fatta da mercenari che son ben disposti a esaltare o nascondere un genocidio, a seconda delle necessità, purché i soldi continuino ad arrivare. Altrimenti, l’adesione al progetto criminale di Israele lascia il passo all’unica vera “nazionalità” di queste figure senza scrupoli: quella del dollaro (magari cambiato in shekel, in questo caso).
Secondo un’inchiesta pubblicata dal quotidiano economico Calcalist il 5 marzo, numerosi influencer, consulenti e società di media hanno intentato cause milionarie contro il governo di Tel Aviv, accusandolo di non aver pagato le prestazioni professionali svolte per sostenere la narrazione ufficiale durante il conflitto a Gaza.
Tutto ha avuto inizio nelle settimane successive all’operazione militare di Hamas del 7 ottobre 2023. L’Ufficio del Primo Ministro ha reclutato egli stesso professionisti dei media e delle piattaforme social per contrastare lo sviluppo nell’opinione pubblica globale di qualsiasi opposizione al genocidio dei palestinesi.
Tuttavia, l’indagine di Calcalist rivela che molti di questi “soldati del web” sono stati arruolati senza regolari contratti o procedure di gara. Per aggirare la burocrazia, il governo avrebbe utilizzato società di produzione private come strumenti per veicolare i pagamenti verso influencer e consulenti all’estero.
Quando ti immischi in canali sotterranei e illegali, devi però assicurarti di pagare, altrimenti la questione torna indietro come un boomerang. Oggi, diverse di queste società sostengono che ora lo stato israeliano si rifiuta di saldare i debiti contratti.
Tra i casi più eclatanti figura quello della Intellect Production and Publishing Group, che ha citato in giudizio l’ufficio di Netanyahu per circa 1,7 milioni di shekel (circa 550.000 dollari). La società avrebbe anticipato i costi di viaggio e le operazioni mediatiche organizzate per contrastare le manifestazioni pro-Palestina durante le udienze presso la Corte Internazionale di Giustizia (ICJ) all’Aja.
Un’altra azienda, la Speedy Call, reclama oltre 600.000 shekel per aver gestito uno studio televisivo attivo 24 ore su 24 all’interno della Kirya, il quartier generale militare di Tel Aviv, utilizzato dallo stesso Primo Ministro e da alti funzionari per interviste internazionali.
Il Foreign Agents Registration Act statunitense, una legge che obbliga attori stranieri che fanno attività di lobbying nel paese a essere registrati e informare il Dipartimento della Giustizia delle proprie operazioni, ha segnato pagamenti fino a 7 mila dollari per singolo post ad alcuni influencer per promuovere contenuti pro-Israele su TikTok e Instagram. A ciò vanno aggiunti i viaggi organizzati all’interno di Gaza per mostrare una inesistente efficienza nella distribuzione degli aiuti umanitari, nel tentativo di smentire i rapporti ONU sulla carestia nella Striscia.
Anche volti noti della comunicazione israeliana sono rimasti coinvolti. Eylon Levy, ex portavoce del governo di origine britannica, ha confermato di avanzare crediti nei confronti di Tel Aviv. Secondo quanto rivelato, lo stipendio mensile di Levy (circa 13.000 dollari) veniva versato tramite la società Intellect anziché direttamente dal governo.
Sebbene Levy non sia coinvolto nella causa legale e abbia dichiarato di non essere ancora intenzionato a tentare di recuperare i soldi, il suo caso solleva – fra l’altro, anche se sembra quasi marginale rispetto alla fabbricazione di una propaganda pro-genocidio – ulteriori dubbi sulla trasparenza nell’uso dei fondi pubblici israeliani.
Va inoltre sottolineato come, lo scorso settembre, il governo Netanyahu abbia stanziato ulteriori 150 milioni di shekel per la “diplomazia pubblica” – così chiamano la disinformazione sionista – sottraendoli direttamente al budget destinato all’istruzione superiore.
L’Ufficio del Primo Ministro israeliano, pur ammettendo “irregolarità nelle pratiche contrattuali della direzione della diplomazia pubblica”, si è rifiutato di rilasciare ulteriori dichiarazioni in virtù dei procedimenti legali in corso. Resta il fatto che quella che doveva essere una strategia d’assalto per conquistare i cuori e le menti dell’Occidente si trova in difficoltà, sia sul lato “egemonico” sia su quello economico e legale.
Fonte
Secondo un’inchiesta pubblicata dal quotidiano economico Calcalist il 5 marzo, numerosi influencer, consulenti e società di media hanno intentato cause milionarie contro il governo di Tel Aviv, accusandolo di non aver pagato le prestazioni professionali svolte per sostenere la narrazione ufficiale durante il conflitto a Gaza.
Tutto ha avuto inizio nelle settimane successive all’operazione militare di Hamas del 7 ottobre 2023. L’Ufficio del Primo Ministro ha reclutato egli stesso professionisti dei media e delle piattaforme social per contrastare lo sviluppo nell’opinione pubblica globale di qualsiasi opposizione al genocidio dei palestinesi.
Tuttavia, l’indagine di Calcalist rivela che molti di questi “soldati del web” sono stati arruolati senza regolari contratti o procedure di gara. Per aggirare la burocrazia, il governo avrebbe utilizzato società di produzione private come strumenti per veicolare i pagamenti verso influencer e consulenti all’estero.
Quando ti immischi in canali sotterranei e illegali, devi però assicurarti di pagare, altrimenti la questione torna indietro come un boomerang. Oggi, diverse di queste società sostengono che ora lo stato israeliano si rifiuta di saldare i debiti contratti.
Tra i casi più eclatanti figura quello della Intellect Production and Publishing Group, che ha citato in giudizio l’ufficio di Netanyahu per circa 1,7 milioni di shekel (circa 550.000 dollari). La società avrebbe anticipato i costi di viaggio e le operazioni mediatiche organizzate per contrastare le manifestazioni pro-Palestina durante le udienze presso la Corte Internazionale di Giustizia (ICJ) all’Aja.
Un’altra azienda, la Speedy Call, reclama oltre 600.000 shekel per aver gestito uno studio televisivo attivo 24 ore su 24 all’interno della Kirya, il quartier generale militare di Tel Aviv, utilizzato dallo stesso Primo Ministro e da alti funzionari per interviste internazionali.
Il Foreign Agents Registration Act statunitense, una legge che obbliga attori stranieri che fanno attività di lobbying nel paese a essere registrati e informare il Dipartimento della Giustizia delle proprie operazioni, ha segnato pagamenti fino a 7 mila dollari per singolo post ad alcuni influencer per promuovere contenuti pro-Israele su TikTok e Instagram. A ciò vanno aggiunti i viaggi organizzati all’interno di Gaza per mostrare una inesistente efficienza nella distribuzione degli aiuti umanitari, nel tentativo di smentire i rapporti ONU sulla carestia nella Striscia.
Anche volti noti della comunicazione israeliana sono rimasti coinvolti. Eylon Levy, ex portavoce del governo di origine britannica, ha confermato di avanzare crediti nei confronti di Tel Aviv. Secondo quanto rivelato, lo stipendio mensile di Levy (circa 13.000 dollari) veniva versato tramite la società Intellect anziché direttamente dal governo.
Sebbene Levy non sia coinvolto nella causa legale e abbia dichiarato di non essere ancora intenzionato a tentare di recuperare i soldi, il suo caso solleva – fra l’altro, anche se sembra quasi marginale rispetto alla fabbricazione di una propaganda pro-genocidio – ulteriori dubbi sulla trasparenza nell’uso dei fondi pubblici israeliani.
Va inoltre sottolineato come, lo scorso settembre, il governo Netanyahu abbia stanziato ulteriori 150 milioni di shekel per la “diplomazia pubblica” – così chiamano la disinformazione sionista – sottraendoli direttamente al budget destinato all’istruzione superiore.
L’Ufficio del Primo Ministro israeliano, pur ammettendo “irregolarità nelle pratiche contrattuali della direzione della diplomazia pubblica”, si è rifiutato di rilasciare ulteriori dichiarazioni in virtù dei procedimenti legali in corso. Resta il fatto che quella che doveva essere una strategia d’assalto per conquistare i cuori e le menti dell’Occidente si trova in difficoltà, sia sul lato “egemonico” sia su quello economico e legale.
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15/11/2025
Hasbara in crisi: Israele ora investe milioni per rilanciare la sua immagine
di Michele Giorgio
L’analista Munir Dahir, il mese scorso, su Yediot Ahronot ha tracciato un quadro a tinte fosche della hasbara, la diplomazia pubblica condotta dal governo e dalle istituzioni durante i due anni di offensiva israeliana a Gaza. Secondo Dahir, si sarebbe rivelata un fallimento totale la strategia di pubbliche relazioni e comunicazione adottata dall’esecutivo guidato da Benyamin Netanyahu per promuovere a livello internazionale l’immagine di Israele e delle sue azioni a Gaza. In linea con le conclusioni contenute nelle 136 pagine del «Grande Rapporto della Hasbara» sul comportamento dei rappresentanti israeliani negli ultimi due anni, Dahir ha scritto che «il fallimento del 7 ottobre non è stato solo militare, ma anche comunicativo, percettivo e morale». «Nell’era mediatica odierna, l’emozione prevale sulla logica», ha affermato.
Per Dahir, a generare l’onda di sdegno globale che ha accompagnato le varie fasi dell’offensiva contro Gaza non sarebbero state le decine di migliaia di morti palestinesi innocenti, tra cui bambini, né la fame causata dalla chiusura dei valichi, né gli ospedali danneggiati e circondati, e neppure gli oltre due milioni di civili costretti a scappare da un punto all’altro della Striscia su ordine dell’esercito. Il merito, sostiene, è tutto di Hamas, che avrebbe avuto la capacità di «presentare gli abitanti di Gaza come vittime», mentre Israele «appariva a gran parte del mondo come una macchina potente e priva di empatia. E dove non c’è empatia, non può esserci legittimità». Infine, esorta Israele «a plasmare la narrazione» invece di inseguirla.
Le considerazioni di Dahir non sono isolate in Israele. Diverse voci, negando o ridimensionando la gravità di quanto è accaduto e accade a Gaza, hanno sostenuto che il netto peggioramento dell’immagine di Israele, specie in Occidente, sarebbe avvenuto esclusivamente per la presunta «abilità» dimostrata dal movimento islamico nel presentare la Striscia in una certa maniera. Da qui l’esigenza, invocata da molti israeliani, di avviare un’ampia campagna di comunicazione e informazione per rimettere le cose nel «modo giusto». Il ministero degli Esteri ha già ricevuto, dal bilancio 2025, mezzo miliardo di shekel (circa 145 milioni di dollari) per il rafforzamento della hasbara. Per lo stesso fine, il governo nel suo insieme spende circa 40 milioni di dollari. Tuttavia, fino a oggi, sottolinea il giornale Israel HaYom, ne è stata utilizzata solo una parte.
Quei fondi, ha spiegato alla Knesset un alto funzionario del ministero degli Esteri, verranno ora investiti anche con la collaborazione di influencer nei paesi oggetto della campagna mediatica e con l’aiuto di «celebrità arabe» per migliorare l’immagine di Israele e spezzare l’alleanza tra «islamisti e sinistra, tra verdi e rossi». Il campo di battaglia digitale, naturalmente, è quello più coinvolto. Eurovision News Spotlight riferisce che l’Israel Government Advertising Agency nota come Lapam utilizza le piattaforme pubblicitarie di Google e Meta per promuovere le versioni del governo Netanyahu. Il Google Ads Transparency Center riporta che, nel 2024, Lapam ha sponsorizzato 2.000 annunci, 900 dei quali rivolti alla popolazione nazionale e 1.100 a un pubblico internazionale in paesi selezionati.
Il coinvolgimento di «celebrità arabe» è uno dei pilastri del rilancio della diplomazia pubblica israeliana. Il nome e le immagini che circolano di più in queste settimane sono quelli di Rawan Osman, una siriana cresciuta in Libano e ora residente in Europa. Di recente, Osman è apparsa in un podcast del giornale di Tel Aviv Maariv, in cui ha raccontato il suo percorso personale, da ragazza che avrebbe subito «campagne d’odio contro Israele» a donna che ha abbracciato il sionismo e la difesa dello Stato ebraico. «Migliaia di vite avrebbero potuto essere salvate se gli arabi avessero accettato il compromesso territoriale con Israele. È stato questo atteggiamento a portare a un conflitto così complicato», ha affermato.
Osman, ribadendo concetti espressi innumerevoli volte da rappresentanti israeliani, attribuisce la «radicalizzazione delle accuse» contro lo Stato ebraico «a un’agenda islamista che vuole la diffusione dell’Islam a livello globale» e alla «sinistra che sembra aver adottato un’agenda anarchica». Afferma inoltre che molti arabi, in privato, sarebbero dalla sua parte «ma non possono dirlo pubblicamente».
Fonte
L’analista Munir Dahir, il mese scorso, su Yediot Ahronot ha tracciato un quadro a tinte fosche della hasbara, la diplomazia pubblica condotta dal governo e dalle istituzioni durante i due anni di offensiva israeliana a Gaza. Secondo Dahir, si sarebbe rivelata un fallimento totale la strategia di pubbliche relazioni e comunicazione adottata dall’esecutivo guidato da Benyamin Netanyahu per promuovere a livello internazionale l’immagine di Israele e delle sue azioni a Gaza. In linea con le conclusioni contenute nelle 136 pagine del «Grande Rapporto della Hasbara» sul comportamento dei rappresentanti israeliani negli ultimi due anni, Dahir ha scritto che «il fallimento del 7 ottobre non è stato solo militare, ma anche comunicativo, percettivo e morale». «Nell’era mediatica odierna, l’emozione prevale sulla logica», ha affermato.
Per Dahir, a generare l’onda di sdegno globale che ha accompagnato le varie fasi dell’offensiva contro Gaza non sarebbero state le decine di migliaia di morti palestinesi innocenti, tra cui bambini, né la fame causata dalla chiusura dei valichi, né gli ospedali danneggiati e circondati, e neppure gli oltre due milioni di civili costretti a scappare da un punto all’altro della Striscia su ordine dell’esercito. Il merito, sostiene, è tutto di Hamas, che avrebbe avuto la capacità di «presentare gli abitanti di Gaza come vittime», mentre Israele «appariva a gran parte del mondo come una macchina potente e priva di empatia. E dove non c’è empatia, non può esserci legittimità». Infine, esorta Israele «a plasmare la narrazione» invece di inseguirla.
Le considerazioni di Dahir non sono isolate in Israele. Diverse voci, negando o ridimensionando la gravità di quanto è accaduto e accade a Gaza, hanno sostenuto che il netto peggioramento dell’immagine di Israele, specie in Occidente, sarebbe avvenuto esclusivamente per la presunta «abilità» dimostrata dal movimento islamico nel presentare la Striscia in una certa maniera. Da qui l’esigenza, invocata da molti israeliani, di avviare un’ampia campagna di comunicazione e informazione per rimettere le cose nel «modo giusto». Il ministero degli Esteri ha già ricevuto, dal bilancio 2025, mezzo miliardo di shekel (circa 145 milioni di dollari) per il rafforzamento della hasbara. Per lo stesso fine, il governo nel suo insieme spende circa 40 milioni di dollari. Tuttavia, fino a oggi, sottolinea il giornale Israel HaYom, ne è stata utilizzata solo una parte.
Quei fondi, ha spiegato alla Knesset un alto funzionario del ministero degli Esteri, verranno ora investiti anche con la collaborazione di influencer nei paesi oggetto della campagna mediatica e con l’aiuto di «celebrità arabe» per migliorare l’immagine di Israele e spezzare l’alleanza tra «islamisti e sinistra, tra verdi e rossi». Il campo di battaglia digitale, naturalmente, è quello più coinvolto. Eurovision News Spotlight riferisce che l’Israel Government Advertising Agency nota come Lapam utilizza le piattaforme pubblicitarie di Google e Meta per promuovere le versioni del governo Netanyahu. Il Google Ads Transparency Center riporta che, nel 2024, Lapam ha sponsorizzato 2.000 annunci, 900 dei quali rivolti alla popolazione nazionale e 1.100 a un pubblico internazionale in paesi selezionati.
Il coinvolgimento di «celebrità arabe» è uno dei pilastri del rilancio della diplomazia pubblica israeliana. Il nome e le immagini che circolano di più in queste settimane sono quelli di Rawan Osman, una siriana cresciuta in Libano e ora residente in Europa. Di recente, Osman è apparsa in un podcast del giornale di Tel Aviv Maariv, in cui ha raccontato il suo percorso personale, da ragazza che avrebbe subito «campagne d’odio contro Israele» a donna che ha abbracciato il sionismo e la difesa dello Stato ebraico. «Migliaia di vite avrebbero potuto essere salvate se gli arabi avessero accettato il compromesso territoriale con Israele. È stato questo atteggiamento a portare a un conflitto così complicato», ha affermato.
Osman, ribadendo concetti espressi innumerevoli volte da rappresentanti israeliani, attribuisce la «radicalizzazione delle accuse» contro lo Stato ebraico «a un’agenda islamista che vuole la diffusione dell’Islam a livello globale» e alla «sinistra che sembra aver adottato un’agenda anarchica». Afferma inoltre che molti arabi, in privato, sarebbero dalla sua parte «ma non possono dirlo pubblicamente».
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