Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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20/09/2026

Santa Caterina delle armi

La Beretta è una fabbrica che esporta armi in tutto il mondo. Oggi i movimenti pacifisti giustamente pongono la necessità della riconversione civile dell’industria militare. Invece con il riarmo NATO e UE sta avvenendo esattamente il contrario, è l’industria di pace che viene riconvertita in strumento di guerra. Ovviamente la Beretta, multinazionale familiare sempre più potente a Brescia e in Italia, va a nozze con la politica guerrafondaia che dilaga. Così la Festa Patronale a Gardone diventa Festa di Stato.

Le Frecce tricolori percorrono l’azzurro della Valtrompia, mentre Giorgia Meloni scende dall’alto dei cieli e atterra in elicottero militare a Gardone per omaggiare la famiglia Beretta e dare testimonianza dell’imperialismo straccione che anima il governo.

È la festa di chi vuole innalzare al 5% del PIL la spesa per le armi, ed è festa grande per la famiglia Beretta. Il 5% non è più soltanto uno slogan: al vertice NATO dell’Aja del giugno 2025 i governi alleati hanno assunto l’impegno di portare entro il 2035 la spesa annuale per la difesa e la sicurezza al 5% del PIL, con almeno il 3,5% destinato alle esigenze militari fondamentali e fino all’1,5% ad altre spese connesse a difesa e sicurezza.

Una vecchia canzone operaia – “Santa Caterina dei Pastai” – prendeva in giro una festa aziendale organizzata dal padrone di una fabbrichetta, festa poi pagata dagli stessi operai con una trattenuta sulla busta paga.

La Festa di Stato per la Beretta non la pagano direttamente gli operai dell’azienda, ma la paghiamo tutti noi. Perché i soldi in più per le armi sono soldi in meno per la sanità, la scuola e i servizi sociali. Perché se Beretta esporta più armi, vuol dire che ci sono più guerre nel Mondo.

E qui viene da chiedersi che cosa abbia fatto davvero, in questi quasi quattro anni, il governo guidato da Giorgia Meloni sul piano economico-sociale. L’ opposizione dei salotti televisivi racconta spesso una Meloni che non avrebbe fatto quasi nulla. Non è vero. Ha fatto un sacco di cose, e tutte in una determinata direzione, quella auspicata da gente come i Beretta.

Il 4 settembre 2026 il governo Meloni ha trionfalmente celebrato il primato di longevità di un esecutivo non solo della storia della Repubblica, ma anche dell’intera storia dell’Italia unita (dal 1861 ad oggi), ove si eccettui quello di Mussolini Duce degli Italiani, da lei considerato del resto uno dei più grandi statisti di tutti i tempi e quindi ineguagliabile.

E allora guardiamo alle battaglie che il governo ha combattuto. Il centrosinistra aveva presentato in Parlamento un disegno di legge per l’introduzione di un salario minimo legale di 9 euro lordi l’ora. Proposta, peraltro, molto cauta. Ma il governo ha immediatamente alzato le barricate e scelto una strada diversa, affidandosi alla “valorizzazione della contrattazione collettiva” e al principio della “retribuzione proporzionata e sufficiente”. Cioè – all’atto pratico – se CGILCISLUIL firmano un rinnovo contrattuale di categoria che preveda una retribuzione a 6 euro lordi l’ora, quello diventa il “salario giusto”.

Anche sui congedi parentali il confronto è istruttivo. Le proposte parlamentari dell’opposizione chiedevano un rafforzamento della tutela per entrambi i genitori a parità di retribuzione; il governo ha solo aumentato l’indennità per alcuni periodi di congedo, arrivando nel 2024 a due mesi indennizzati all’80% in determinate condizioni, mentre la misura in generale resta comunque regolata entro i limiti di prima.

E quanto alla sicurezza nei luoghi di lavoro la legge delega del 2023 ha previsto espressamente la “semplificazione, il coordinamento e la programmazione dei controlli sulle imprese”, cioè, tanto per dirne una, preavvisi con settimane di anticipo agli “imprenditori” prima delle ispezioni nelle aziende. Di introduzione del reato di omicidio sul posto di lavoro neanche a parlarne, ovviamente.

Tutto questo per tacere del reddito di cittadinanza abolito e della legge Fornero addirittura peggiorata. 

Poi c’è il grande capitolo del riarmo. Mentre si discuteva di salari, servizi e condizioni di lavoro, l’Italia partecipava alla scelta NATO di portare – come abbiamo detto – la spesa per la difesa fino al 5% del PIL entro il 2035.

A questo punto allora vale la pena guardare anche a chi ha contribuito economicamente alla crescita del partito della Presidente del Consiglio.

Nei soli anni 2022 e 2023  Fratelli d’Italia ha ricevuto complessivamente 8.207.582 euro di “erogazioni liberali” da persone fisiche e persone giuridiche (imprese e aziende): 4.225.614 euro nel 2022 e 3.981.968 euro nel 2023. Una cifra mostruosa.

Sono gli anni della conquista del potere da parte dei postfascisti e del consolidamento del governo Meloni. Il dato resta lì, nero su bianco: in due anni, oltre otto milioni di euro arrivati al partito da privati, imprese e aziende che attendevano evidentemente che Meloni facesse le cose che abbiamo descritto sopra. E Meloni le ha fatte tutte, comprese le strette repressive contro manifestazioni e proteste.

No, uno Stato che rispetti l’articolo 11 della Costituzione non dovrebbe spendere risorse pubbliche per festeggiare un’azienda di armi, per di più privata.

A Gardone invece hanno fatto Santa Caterina delle Armi.

E viene da pensare che, mentre i lavoratori invocano invano salari dignitosi, maggiori diritti e maggiore sicurezza, mentre la sanità e la scuola aspettano risorse, l’industria degli armamenti può contare su un’altra prospettiva: quella di un enorme aumento della spesa militare.

Allora, guardando ai milioni raccolti da Fratelli d’Italia negli anni decisivi 2022-2023 viene spontanea una domanda: se questo era ciò che i finanziatori si aspettavano dalla politica di Giorgia Meloni, quanto è costato e quanto ha reso il loro investimento? Senza dubbio chi l’ha pagata ha fatto un ottimo affare.

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07/09/2026

Nazisti al governo in Sassonia. È merito dei liberali

di Giorgio Cremaschi

La schiacciante vittoria di AFD, estrema destra razzista e reazionaria, nelle elezioni regionali della Sassonia in Germania, è il prodotto di decenni di politiche neoliberali di austerità e ora anche di riarmo e guerra.

I primi colpevoli del ritorno del fascismo e persino del nazismo in Europa sono loro, i liberaldemocratici, quelli dei supremi valori occidentali, che diventavano valori in borsa per i ricchi e tagli dei salari e dei diritti sociali per tutti gli altri. Sono i governi e i campi più o meno larghi che, invece di rafforzare, hanno smontato lo stato sociale, che era il vero baluardo democratico in Europa.

Sono i liberali e i socialdemocratici che assieme alle destre hanno votato al Parlamento Europeo che il comunismo è come il nazismo. E il nazismo è risorto dalle ceneri dove l’aveva sepolto prima di tutto l’Armata Rossa sovietica.

Sono loro, i cosiddetti europeisti, i governanti “volonterosi” di armi e guerra, che hanno smontato pezzo dopo pezzo l’economia di pace per fare armi e per riportare l’Europa al fronte contro la Russia. E tra costoro spicca proprio Merz, il più impopolare capo di governo della Germania dal 1945, che ha appena varato un programma di miliardi di riarmo finanziato anche con il taglio delle pensioni.

Stiano tranquilli i guerrafondai, se AFD dovesse andare al governo continuerà la guerra, come fa Meloni. Trump ha mostrato che l’estrema destra non vuole la pace, ma il dominio feroce sulla società. E poi c’è sempre il sostegno ad Israele che unisce liberali e fascisti,

Cosi i padroni di Cernobbio si sono messi avanti con il lavoro, offrendo un bel palco a Vannacci.

Guai a legittimare o sottovalutare i fascisti, state sicuri che un modo per far capire chi siano lo trovano sempre. Ma la colpa del loro ritorno è di Draghi, che ha voluto farci scegliere tra condizionatori e cannoni, nell’epoca della crisi climatica. La colpa è di Ursula von der Leyen, che vuole 800 miliardi di armi, e che fa proclami di guerra. È colpa loro, di chi sta con loro e di chi si allea con chi sta con loro.

Non mi venite a parlare di antifascismo se prima non siete disposti a spazzar via chi il fascismo l’ha fatto rinascere.

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29/08/2026

Cacciatori di bambini, ma non si può dire

“Ciao Giorgio Cremaschi. Il tuo account Instagram è stato sospeso. Il motivo è che il tuo account o la relativa attività non rispetta i nostri Standard della community in materia di persone e di organizzazioni pericolose”.

Con questa comunicazione il mio account Instagram è stato sospeso il 26 agosto e automaticamente lo stessa sorte è toccata a quello su Facebook.

Ho fatto ricorso come da procedura, ma due giorni dopo, mentre scrivo, la sospensione è ancora in vigore.

L’intelligenza artificiale di Meta, con cui ho comunicato tramite Whatsapp, mi ha scritto che questi tempi più lunghi di sospensione sono dovuti al fatto che il mio account sia sotto esame di un “revisore umano”. Questo perché i miei account erano già già stati sospesi il 18 agosto, ma già il 19 erano stati riammessi senza alcuna limitazione.

Allora era stato l’algoritmo a decidere che non dovevo essere censurato, ora dovrà essere una persona in carne ed ossa. Evidentemente anche nel regno dell’IA sono le burocrazie aziendali viventi che hanno l’ultima parola.

Ma perché mi è stata addebitata l’accusa di non rispettare gli standard In materia di “persone e organizzazioni pericolose”? Non c’è alcuna motivazione al riguardo, l’accusa ed il giudizio successivo non solo sono insindacabili, ma non sono neppure argomentati.

Così funziona la “libertà” dei social, che sono in realtà imprese super miliardarie private, gestite con potere assolutamente privato. E tante e tanti possono raccontare di come i grandi social controllino e censurino ciò che si scrive e limitino o sospendano l’accesso a chi pubblichi cose sgradite alla proprietà.

Per quanto mi riguarda, la sospensione è avvenuta subito dopo la pubblicazione di questo post, che riporto integralmente:

“CACCIATORI DI BAMBINI. Non fate volare gli aquiloni altrimenti uccidiamo.”

Questo l’ultimatum che Netanyahou ha rivolto agli abitanti di Gaza. E i genitori hanno deciso di proibire ai figli di giocare con gli aquiloni. Si sa, le minacce di Israele vanno prese sul serio, perché ai bambini i soldati IDF sparano e alcuni di essi se ne vantano pure.
Anni fa ebbe un grande successo il libro “Il cacciatore di aquiloni” di Khaled Hosseini, che raccontava della proibizione degli aquiloni nell’Afghanistan dei Talebani. Che ora pare ci abbiano ripensato.
Invece oggi il volo degli aquiloni a Gaza è proibito dal governo israeliano, con la motivazione ufficiale che potrebbe essere usato da Hamas per sue azioni.
La verità è che Israele perseguita e uccide i bambini palestinesi perché vuole cancellare il futuro del loro popolo. Non sono solo cacciatori di aquiloni ma cacciatori di bambini, con il sostegno e la complicità di governanti, politici e giornalisti occidentali.”
Questo il mio testo, corredato dall’immagine di un bimbo di Gaza con l’aquilone. Poco tempo dopo la sua pubblicazione, che aveva fatto in tempo a raccogliere insulti e minacce, è scattata la sospensione dell’account.

Chi sarebbero dunque le persone o le organizzazioni pericolose? Leggendo il mio post si potrebbe pensare che siano Netanyahu ed Israele, ma non è sicuramente questo ciò che muove la censura di Instagram e Facebook. Per essa pericoloso è chi denuncia i crimini israeliani. Da sempre sappiamo che la censura social colpisce chi pubblica le immagini del genocidio a Gaza e in Palestina. “Troppa violenza” è la motivazione, non in chi la compie, ma in chi la fa conoscere.

Il regime e le organizzazioni sioniste investono cifre e potere enormi per controllare e distorcere a loro favore la comunicazione. L’accusa di antisemitismo contro chi sta con la Palestina, che ora è anche un progetto di legge che in settembre va alla nostra Camera, è il più grande successo della propaganda sionista.

Nell'autunno scorso la mobilitazione per Gaza non aveva solo sfondato nelle piazze, ma anche sui social, i cui padroni sono subito corsi ai ripari, stringendo le maglie della censura. Così Meta di Zuckerberg da un lato patteggia negli USA una multa di 18 miliardi (a proposito di quanto guadagnano i padroni dei social...); dall’altro incrementa la censura sionista. Come il governo USA, che colpisce con sanzioni alcune organizzazioni antifasciste e pro Palestina per intimidire tutti, così sui social alcuni vengono sospesi perché tutti capiscano.

Farò sapere come andrà a finire, ma intanto bisogna proprio che cominciamo a ragionare su come combattere e rovesciare il potere di pochi padroni sui social e sulla rete, cioè sulla libertà.

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08/08/2026

Cos’è l’antifascismo oggi?

di Giorgio Cremaschi

Se hanno ragione i principali esponenti di AVS, che ora affermano che la priorità sia “battere la destra”, allora l’alleanza che propongono con Renzi è anche troppo piccola. Infatti se la destra di governo dovesse ragionare come loro, si alleerebbe sicuramente con Vannacci, così come in fondo spera il centrosinistra. E allora anche Calenda e simili dovrebbero stare con il campo largo e naturalmente Rifondazione, la cui maggioranza è già disponibile, e chiunque altro.

Due schieramenti che si contendono il governo senza alcuna vera discriminante al proprio interno, se non quella di battere l’avversario. Il tutto nel quadro di una legge truffa che regalerebbe fino al 17% di deputati in più alla prima coalizione che raggiungesse il 42%.

Due campi opposti dove ci sarebbe tutto e il suo contrario in ogni schieramento. Due campi con Meloni da un lato, Schlein o Conte (o Salis) dall’altro, ad occupare tutta la scena, ognuno spiegando che “le differenze nel proprio schieramento sono fisiologiche” e che comunque “decide il capo”. Due campi che si contenderebbero la vittoria in un mare di astensionismo senza precedenti.

È questo che vogliono i “realisti” della “sinistra del campo largo”, mentre gli altri – gli euroatlantici puri e duri – hanno già fissato i loro punti insormontabili, dal riarmo europeo, alle armi all’Ucraina, al sostegno alla NATO e anche a Israele?

Se il rischio in Italia è quello di una dittatura fascista, in continuità con quella di Mussolini, AVS, il PD e quelli come loro nel M5S avrebbero ragione e anzi potrebbero essere accusati di non dire la verità con sufficiente chiarezza.

Ma se invece le spinte autoritarie fasciste e razziste del governo e in una parte della società hanno una origine nelle politiche economiche liberiste e in quelle di guerra, allora i fautori del campo larghissimo hanno torto marcio.

Il piano UE di 800 miliardi in armi serve a preparare la guerra totale alla Russia; entro il 2030 ha dichiarato ufficialmente il governo della Germania.

I paesi europei sono sottoposti alle ristrettezze delle politiche di austerità, dalle quali “si può uscire solo con le spese militari”. Le sanzioni alla Russia e la guerra commerciale alla Cina hanno sottomesso ancora di più l’economia europea a quella USA, alla faccia delle dichiarazioni di circostanza contro Trump. Tutto questo produce una crisi economica che alimenta rabbia, insicurezza e perciò domanda di “ordine”.

Poi ci sono i migranti, a cui tutta la UE risponde con una gara a chi è più efficace nei respingimenti e nelle deportazioni: “ne ho rimpatriati più io, no io!”

Infine c’è Israele, che continua il genocidio senza subire neanche una sanzione, neppure di quelle che non costano nulla.

Ecco se tutto questo non è decisivo, allora ci si può alleare con chi tutto questo lo sostiene, spesso a spada tratta. Si può fare il “campo larghissimo” anche se le posizioni di coloro con cui ci si allea sono le stesse che prevalgono nel campo avverso.

Se invece la guerra, il riarmo, l’economia di guerra, il sostegno a Israele, sono le prime discriminanti oggi, allora l’alleanza tra chi ha votato “no” alle armi e chi ne vuole “di più” è un danno alla stessa lotta per la democrazia.

La spinta reazionaria nelle società occidentali viene dalle ingiustizie sociali, dalle politiche di guerra, dai muri contro i migranti, dal modello israeliano sempre più importato. Se non si parte da qui, si opera di fatto per rafforzare la destra.

Negli USA la sinistra vince le primarie contro l’establishment democratico perché ha imparato lo lezione: non si combatte Trump sul suo terreno, ma su quello del rifiuto del riarmo, della guerra e del razzismo di Stato, a favore dei diritti sociali per tutte e tutti. Negli USA c’è una sinistra che si dichiara esplicitamente “socialista”, in Italia invece la sinistra ufficiale spera di vincere contro la destra contendendole il consenso dell’establishment guerrafondaio.

Se si tiene davvero alla democrazia, oggi più che mai bisogna rifiutare le unioni costruite solo “per vincere”, anziché per rappresentare.

Per la ripresa della democrazia sarebbe necessario che le coalizioni si scomponessero, che nessuna aggregazione raggiungesse la soglia che fa scattare il super-premio di maggioranza, cosicché il Parlamento fosse eletto in modo proporzionale, seppure con la falsificazione dello sbarramento al 3%.

Se non scattasse la legge truffa per nessuno, finalmente andrebbe in crisi quel sistema maggioritario che ha progressivamente svuotato la Costituzione antifascista. E finalmente il no alla guerra diventerebbe una grande discriminante politica e non solo una ipocrisia elettoralistica.

L’antifascismo oggi è prima di tutto ripudio della guerra e disarmo e se il campo largo non ci sta, è necessario che ci sia un campo indipendente che faccia propria questa discriminante. Serve alla pace e alla democrazia.

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02/08/2026

Ceuta parla di noi, ma siamo sordi

Abbiamo visto tutti la valanga di esseri umani, che a rischio della vita, si gettavano in acqua, emergevano sulla riva della città spagnola di Ceuta, ultimo residuo in Marocco di un immenso impero coloniale, e poi in massa si riversavano nelle vie.

Ecco “l’invasione”, rappresentata così come l’annunciano i fascisti e i razzisti in tutto l’Occidente. I franchisti di Vox hanno urlato contro il primo ministro socialista Sanchez: è colpa del suo permissivismo! Giorgia Meloni e il suo governo hanno minacciato di chiudere le frontiere con la Spagna, anche se con quel paese di frontiere non ne abbiamo.

Il governo spagnolo ha subito inviato l’esercito, mentre fioccano le spiegazioni che ignorano la sostanza, ma che servono al dibattito politico.

La Corte Costituzionale spagnola ha recentemente sentenziato che chi viene dal mare non può essere respinto come chi viene da terra.

Anni fa la polizia aveva brutalmente fermato i migranti attorno ai muri e alle barriere di fili spinato di Ceuta, massacrandoli di botte. Ora sui social si era subito diffusa la voce che per chi veniva dal mare anziché dal deserto, non ci sarebbe stata la stessa feroce accoglienza. E così migliaia di persone si sono buttate nel braccio di mare che separa la costa del Marocco dalla città spagnola.

Sì, ma come è possibile che la polizia marocchina non li abbia fermati, si chiedono politica e media. E allora ecco le spiegazioni geopolitiche: il regno del Marocco è totalmente legato a Trump e Netanyahu, cosa verissima, e quindi ha permesso ai migranti di invadere la Spagna, per punire Sanchez delle sue posizioni sulla Palestina, di quelle sulla guerra in Iran e dei suoi accordi con l’Algeria. Anche questo è sicuramente vero.

In Marocco c’è una dittatura poliziesca che controlla tutto, decine di migliaia di migranti possono muoversi tutti assieme solo se il regime lo permette. Quindi è chiaro che “l’invasione umana” a Ceuta è frutto di decisioni politiche, ma qui anche c’è tutta la miseria e l’ottusità colonialista con cui l’Europa, come gli USA, affronta la questione migrante.

I paesi europei erigono ovunque muri e barriere contro i migranti, e poi finanziano e sostengono chi fa il lavoro sporco, chi fa l’aguzzino dall’altra parte.

L’Italia fa questo con i governi libici, la Spagna con il Marocco, la Francia con le sue ex colonie. E poi ci sono i muri dell’est Europa. Vi ricordate quando la polizia polacca bombardava di acqua gelata e lacrimogeni gli accampamenti di migranti, alla frontiera con la Bielorussia? E Ursula von der Leyen applaudiva, proclamando che quei migranti fossero “armi improprie” della Russia.

Ecco quello che ancora una volta tutte le spiegazioni geopolitiche ignorano e cancellano: la realtà umana della questione migrante.

Il fatto che decine di migliaia, milioni di persone, rischino la vita in mare, nei deserti, nel gelo, per arrivare qui in Europa, dovrebbe essere affrontato come una gigantesca questione sociale, civile e morale, invece che come un problema di sicurezza.

Eppure tutti i paesi europei oramai considerano la questione migrante come un problema di ordine pubblico. Ed è ovvio che se quella poliziesca è la sola vera risposta politica, crescono i fascisti e i razzisti che continuano ad urlare: “non siete sufficientemente feroci”.

Il sistema capitalista europeo e occidentale sta sempre più diventando un sistema razziale. I migranti servono in modo determinante all’economia, ma purché stiano al posto loro e con regole fatte solo per loro. È l’apartheid verso i migranti che si sta diffondendo in Europa e anche gran parte delle forze che si dichiarano progressiste non intendono metterlo in discussione

“I migranti abbassano i salari, rubano le case, deteriorano la sanità pubblica”, questo è il messaggio che, con un uso reazionario del “socialismo”, diffonde l’odio antimigrante tra le classi popolari native dei paesi europei.

Non è così, la distruzione dei diritti dei lavoratori e dello stato sociale è opera delle politiche economiche liberiste attuate da decenni, e non delle migrazioni, ma cosa conta la realtà rispetto ad una narrazione martellante intollerante?

Se non si saprà affrontare la questione migrante senza finanziare i lager di regimi tirannici, ma contribuendo davvero allo sviluppo dei paesi poveri, senza colonialismo. Se non si accolgono i migranti con parità di diritti per far crescere i diritti di tutti. Se insomma non si affronta la questione migrante come la prima questione sociale della nostra epoca. Se si rimuove il fatto che coloro che si gettano in mare a Ceuta sono persone come noi, il degrado dell’Europa verso i peggiori mostri della sua storia sarà sempre più rapido.

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25/07/2026

Puro veleno

di Giorgio Cremaschi

Per il governo Meloni e i suoi fan essere giovani è socialmente pericoloso, se poi si è giovani e figli di migranti si è potenzialmente criminali, se inoltre si sventola la bandiera della Palestina, allora l'allarme è ai massimi livelli.

Il sionismo, il razzismo e l’odio di classe verso le ragazze e i ragazzi del popolo si uniscono nel disegno di legge “anti maranza” di questo governo, sempre più abietto.

Alla base della legge c’è la mostruosità giuridica dell’inversione della prova, vantata dal Ministro Nordio: se hai 14 anni devi dimostrare di essere ancora un bimbo inconsapevole, altrimenti devi pagare per le tue colpe. 

“Chi sbaglia paga” ha proclamato Giorgia Meloni, con la faccia di bronzo della leader di un partito che ha appena impedito alla magistratura di ottenere i messaggi e le telefonate tra un sottosegretario e un camorrista.

Il centrosinistra ha accusato il governo di fare solo propaganda. Sì, ma quale? Perché non si ha il coraggio di aggiungere che quella del governo e di tutta la destra è PROPAGANDA RAZZISTA?

Nelle città, anche in quelle governate dal centrosinistra, i controlli vessatori sui giovani si diffondono. I sindaci, anche quelli di centrosinistra, sproloquiano di “sicurezza”. Non quella sociale e civile da ricostruire nelle periferie depredate. No, quella poliziesca contro i giovani che hanno la pelle scura, una fisionomia mediorientale e magari lo sguardo troppo fiero.

I “maranza” sono una espressione di identità giovanile popolare, nella quale si uniscono figli di migranti con quelli di italiani, superando le barriere etniche. Chi può odiare questo? Solo il razzismo di classe; del resto mica ce l’hanno coi giovani dei Parioli.

Si instilla la paura negli anziani poveri: “guarda che il maranza è pronto ad aggredirti”. E i media ingigantiscono ogni piccolo episodio che possa sostenere la narrazione securitaria razzista, mentre cancellano ogni fatto che la smentisca.

Altro che propaganda, è uno stato di polizia razziale, ora anche nemico dell’adolescenza, che il governo sta realizzando.

La legge anti giovani del Governo Meloni è puro veleno. Minimizzare è complicità.

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14/07/2026

Il campo del “ma anche”

Giuseppe Provenzano, fedelissimo di Elly Schlein e responsabile della politica estera del PD, ha dovuto riaffermare sul Corriere della Sera la posizione del suo partito su riarmo e guerra.

Dopo il bombardamento mediatico contro Conte, che aveva osato affermare che la minaccia russa è una invenzione del partito delle armi e della guerra, il PD, che ha una posizione opposta, non poteva tacere.

È vero che la tattica che Schlein ha in comune con Giorgia Meloni è quella dei sommergibili: inabissarsi subito di fronte a ciò che può essere una minaccia, ma stavolta la pressione del palazzo era troppo forte. Volete governare ? Allora dovete garantire che quelle di Conte siano solo parole. Le stesse che ogni tanto borbotta Salvini, per poi obbedire a Meloni.

Così è toccato a Provenzano ribadire che la Russia è sicuramente una minaccia e le armi in guerra si devono inviare. Poi ci deve essere anche la diplomazia , ma intanto si spara.

Quanto al riarmo, l’esponente PD ha detto che il 5% del PIL è insostenibile, lo afferma anche Giorgetti, ma l’alternativa non è il disarmo, bensì “la difesa comune europea”. Cioè un debito comune europeo che finanzi tante belle cose, ma anche le armi se serve.

E per non restare troppo nel fumo, Provenzano ha affermato che il PD è per ricorrere al famigerato SAFE, il prestito europeo per comprare armi che persino il Governo Meloni finora ha cercato di evitare.

Insomma Provenzano ha ribadito le ragioni per cui il PD in Europa vota sempre come Giorgia Meloni su riarmo e guerra.

Quanto al M5S di Conte, è evidente che per il PD deve fare ciò che fa la Lega: affermare un cosa, ma anche votare il suo esatto opposto.

Vi ricordate quando il PD fu fondato da Valter Veltroni con una fila di “ma anche” su cui imperversò la satira? Ecco, il campo largo è allo stesso punto: noi vogliamo la pace, ma siamo anche per la guerra. Solo così stanno assieme, nel centrosinistra come a destra, con il “ma anche”.

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03/07/2026

I meloniani di CGIL-CISL-UIL

di Giorgio Cremaschi

E così Giorgia Meloni ha fatto filotto.

Dopo l’invito al congresso della CGIL, non appena era stata eletta Presidente del Consiglio; dopo la calda accoglienza nel sindacato di casa, la CISL; ora Meloni ha raccolto grandi applausi dalla UIL. Ci sta.

Giorgia Meloni ha trionfalmente ricordato di essere l’unico capo di governo che è intervenuto in tutti i congressi dei tre sindacati confederali. E ha anche vantato che la piattaforma del governo sul “salario giusto” sia la stessa di CGIL-CISL-UIL. È proprio così.

I sindacati guidati da Landini, Fumarola e Bombardieri, al di là delle chiacchiere, stanno assieme al padronato e al governo nelle peggiori schifezze. Ultima è il sequestro del tfr dei nuovi assunti, a favore dei fondi pensione di cui CGIL-CISL-UIL sono promotori e cogestori.

Il segretario della UIL ha elogiato Meloni, affermando che mai il sindacato aveva ricevuto tanta positiva attenzione dal governo. È tutto reciproco.

Del resto CGIL-CISL-UIL da più di trent’anni firmano contratti al ribasso che non recuperano neanche l’inflazione; e ora propongono alle controparti imprenditoriali un altro patto sociale, che continui questa politica sindacale in perdita. In perdita per i lavoratori naturalmente, ma non per le burocrazie sindacali, che in cambio della loro complicità hanno raccolto ruolo e riconoscimento. E ora è arrivato anche il plauso di Giorgia Meloni.

In questo collaborazionismo confederale con padronato e governo, la posizione della CGIL è forse quella più penosa, perché da un lato fa proclami di lotta, dall’altro accetta tutto quello che passa il convento.

Così Meloni, mentre va in difficoltà su tutto, proprio con CGIL-CISL-UIL raccoglie ancora successi. E questo oramai non dovrebbe stupire nessuno.

Fonte

20/06/2026

CGIL-CISL-UIL sostengono Meloni

di Giorgio Cremaschi

Il 17 giugno CGIL-CISL-UIL hanno sottoscritto tra loro un patto che peggiorerà ancora le condizioni delle lavoratrici dei lavoratori e che rappresenta un chiaro sostegno al governo Meloni e alla sua politica del lavoro.

Il documento delle segreterie confederali ha lo scopo di aprire un negoziato per giungere a un “accordo quadro” con tutte le principali controparti imprenditoriali, dalla Confindustria, alla Confcommercio, alla Confedilizia, eccetera. Lo scopo è quello di sottoscrivere un accordo sugli accordi, che disciplini tutta la contrattazione dall’alto, in modo, questo è ciò che enunciano le confederazioni, di evitare i cosiddetti “contratti pirata”.

Sostanzialmente CGIL-CISL-UIL propongono di estendere a tutti i settori lavorativi il “Patto della Fabbrica”, sottoscritto con la Confindustria nel 2018. A sua volta quell’accordo riassumeva (e peggiorava) trent’anni di patti di concertazione, a partire da quelli del ’92/’93 che abolirono la scala mobile, ridussero il contratto nazionale al recupero, in ritardo e parziale, del potere d’acquisto e la contrattazione aziendale alle elargizioni dell’impresa.

Come sappiamo i lavoratori italiani sono gli unici, tra quelli dei paesi dell’OCSE, ad aver perso potere d’acquisto negli ultimi decenni ed è evidente a tutti, tranne che ai gruppi dirigenti confederali, che i tanti accordi di concertazione centralizzata tra le “parti sociali” siano corresponsabili di questo disastro.

Dalla sigla del Patto della Fabbrica nel 2018 ad oggi, secondo l’Istat i salari dei lavoratori hanno perso dall’8,5 all’11% rispetto all’inflazione, una mensilità in meno.

Ebbene, invece che trarre un bilancio dal fallimentare accordo sottoscritto, le confederazioni si propongono di estenderlo a tutti i settori.

Nella proposta sindacale è ribadita la distinzione tra TEM, trattamento economico minimo, la paga base dei contratti nazionali, e TEC, trattamento economico complessivo, tutto il resto, compresa l’eventuale riduzione d’orario, i benefit, la sanità privata e quant’altro.

È bene sottolineare che questo concetto pseudo sindacale del trattamento economico complessivo è alla base del decreto del Governo Meloni sul “salario giusto”, che ha escluso il salario minimo di legge.

Se un contratto nazionale ha una paga contrattuale di 6 euro all’ora, ma poi si distribuisce nella paga oraria tutto ciò che il lavoratore percepisce, o ciò di cui usufruisce, in un anno, si arriva magari a 11 e più euro. Che in realtà sono fittizi.

Il TEC è un trucco contabile che serve a far sembrare i salari più alti di quello che sono davvero. Lo hanno inventato CGIL-CISL-UIL e Confindustria, ora lo adotta di buon grado il governo.

Il sistema riproposto da CGIL-CISL-UIL prevede che gli aumenti dei contratti nazionali siano determinati dal famigerato IPCA-NEI , un indice dell‘inflazione sempre in ritardo e che esclude i “beni energetici importati”. Si proprio così, i lavoratori pagano l’aumento del gasolio, ma non possono recuperarlo nei contratti. Tutto il resto va giustificato con l’aumento della produttività.

Insomma è vietato chiedere un aumento delle paghe dei lavoratori solo perché esse sono troppo basse. È il rifiuto del conflitto sociale e di classe che diviene sistema contrattuale; se nel 1969 ci fossero state le regole contrattuali di oggi, i lavoratori non avrebbero conquistato nulla.

L’accordo quadro e la centralizzazione della contrattazione non servono ai lavoratori, ma agli apparati di CGIL-CISL-UIL e anche a quelli delle loro controparti. Sindacati e imprese costruiscono un proprio sistema, che si autolegittima e che respinge interventi esterni, siano essi della politica che degli stessi lavoratori.

È un patto corporativo di contenimento dei salari, è il trionfo del modello CISL, che va benissimo a Giorgia Meloni, che ha pure assunto al governo l’ex segretario di quel sindacato.

Quanto alla CGIL, la sua è una resa, almeno rispetto a quanto essa stessa proclamava. La CGIL abbandona il salario minimo di legge, il rifiuto del decreto 62/2026 del governo Meloni, la radicalità conflittuale propagandata in questi mesi, che resterà pure in qualche comizio, ma non dove si fanno le scelte vere.

Il patto di CGIL-CISL-UIL conferma che per cambiare le condizioni del mondo del lavoro bisogna rompere il monopolio sindacale confederale, che da decenni scambia il peggioramento di salari e diritti con il riconoscimento del proprio ruolo, in un sistema sempre più corporativo e autoritario.

Sostenere il sindacalismo conflittuale oggi non serve solo ai lavoratori, ma alla democrazia.

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01/05/2026

Il “decreto Primo Maggio” è contro i lavoratori

di Giorgio Cremaschi

Il cosiddetto decreto Primo Maggio del governo Meloni è una truffa e una doppia lesione, anche costituzionale, dei diritti del lavoro.

È una truffa perché non stanzia un solo centesimo per i lavoratori, mentre finanzia le imprese con circa un miliardo di euro, distribuito su tre anni. L’unica spesa del decreto è costituita dai soldi che vengono donati alle imprese che assumono o che confermano a tempo indeterminato i giovani e i lavoratori del mezzogiorno.

È la solita esenzione contributiva che in realtà viene pagata dagli stessi lavoratori, cui vengono a mancare i fondi per l’Inps. E forse abbiamo sbagliato a dire che il governo non dà nulla ai lavoratori, in realtà il governo Meloni toglie un miliardo ai lavoratori per finanziare le imprese.

Questa è la truffa, poi ci sono due gravissime lesioni a danno delle retribuzioni dei lavoratori, che il governo ha titolato sotto il nome beffardo di “salario giusto”.

La prima, gravissima, è lo stravolgimento dell’articolo 36 della Costituzione.

Il testo costituzionale recita che la retribuzione dei lavoratori debba essere: “…in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”. Ed è proprio rifacendosi a questo principio costituzionale che molte sentenze della magistratura hanno annullato accordi e contratti con salari da fame.

Così ha fatto il tribunale di Milano per lavoratori che avevano paghe inferiori ai quattro euro all’ora, a seguito di regolari contratti sottoscritti da CGILCISLUIL. Anche la Corte di Cassazione ha ribadito che il principio della “equa retribuzione” non coincide affatto con quello della contrattazione e viene prima di essa.

Invece il governo Meloni ha ribaltato questo dettato costituzionale, come del resto ha fatto per diversi principi della costituzione antifascista, e ha affermato che i contratti, purché firmati da sindacati “comparativamente più rappresentativi”, siano già un’equa retribuzione. Quindi sono gli accordi firmati da CGILCISLUIL a definire cosa sia un salario giusto. Non è un caso che la segretaria della CISL abbia ringraziato il governo per il regalo incostituzionale ricevuto.

La seconda lesione ai diritti del lavoro è una correzione della prima. Infatti se a CGILCISLUIL viene concesso il potere di fare contratti che valgono come la Costituzione, alle imprese viene offerta la convenienza a non firmare gli accordi.

Il governo Meloni ha stabilito che se un contratto non venisse rinnovato da più di dodici mesi, allora le imprese dovrebbero pagare ai lavoratori un’indennità del 30% della rivalutazione delle paghe dovuta all’indice IPCA dell’inflazione. A parte che questo indice è già penalizzante per i lavoratori e CGILCISLUIL sono anche riusciti a peggiorarlo, eliminando da esso i costi del petrolio e del gas, con questo decreto si incentivano le imprese a non firmare.

Se non firmano il contratto, devono pagare meno di un terzo del già poco dovuto per recuperare l’aumento dei prezzi. Più allunghi il tempo del contratto, meno paghi.

Diverso sarebbe stato se il governo avesse approvato la norma, annunciata in precedenza, secondo la quale alla firma del contratto le imprese avrebbero dovuto pagare tutti gli arretrati dalla data di scadenza del contratto stesso. Firmi dopo due anni? In ogni caso mi paghi tutto fin dal primo giorno. Era una buona proposta che avrebbe messo pressione sulle aziende, era strano che fosse venuta a Meloni, che infatti l’ha abbandonata.

Cosi mentre i dati ufficiali ISTAT ci fanno sapere che i lavoratori dal 2021 hanno perso più del 7% per l’inflazione, quasi un mese di salario, il Governo Meloni incentiva il moderatismo rivendicativo di CGILCISLUIL e l’intransigenza contrattuale delle imprese.

Cosi il precipizio verso il basso dei salari sarà ancora più rapido. E anche come imprenditore il governo Meloni colpisce i salari. Nella sanità pubblica il governo offre un aumento dei salari attorno al 6%, di fronte ad una perdita di potere d’acquisto dei lavoratori del 12%. Un contratto che riduce le retribuzioni, con CGILCISLUIL che si dichiarano disponibili.

Ci vogliono un salario minimo di almeno 12 euro all’ora, il ripristino della scala mobile, una retribuzione effettiva di almeno 2000 euro netti al mese, per far uscire il mondo del lavoro dalla catastrofe sociale nella quale è affondato. Il decreto del Governo Meloni invece incentiva a continuare come nel passato e peggio del passato e il moderatismo contrattuale di CGILCISLUIL di tutto questo è complice.

Ci vuole una rottura sociale vera, prima di tutto contro il Governo Meloni, poi contro la trentennale politica dei bassi salari, infine per rovesciare la concertazione sindacale; altrimenti le paghe dei lavoratori continueranno a sprofondare. Questo è il messaggio che deve venire da questo Primo Maggio.

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28/04/2026

Così funziona la propaganda sionista

In questa foto ricavata da un filmato, sotto lo striscione della “Brigata Ebraica” Eyal Mizrahi, quello di “definisci bambino”, chiede al PD Emanuele Fiano “se far deviare la brigata ebraica a destra o far manganellare questi qua”. E Fiano risponde “no, non ci spostiamo”… Poi invece la polizia, una volta tanto saggiamente, non ha manganellato nessuno e ha fatto spostare il gruppetto dei manifestanti pro Israele, pro Trump e Netanyahu, pro Shah.

Decine di migliaia di antifascisti avevano giustamente deciso di non volere costoro nel corteo del 25 aprile. È a quel punto che Emanuele Fiano ha dichiarato alle telecamere di aver sentito dire da una persona: “siete saponette mancate”. Una frase infame, che nessuna ignoranza giustifica e che solo un nazifascista può pronunciare. Già ma chi l’aveva detta? Sicuramente nessuno dei manifestanti antifascisti che erano lì, le cui parole erano solo contro la guerra e il fascismo, per la Palestina e contro il genocidio a Gaza.

NESSUNO, ripeto nessuno tra i manifestanti, ha sentito pronunciare quella frase vergognosa. Solo Fiano l’ha sentita, anche se nemmeno lui ha potuto dire che venisse dai manifestanti. Ebbene sui grandi giornali e nelle tv un poco alla volta quella frase è dilagata e ha finito per coprire tutte le voci del popolo antifascista.

È stata cacciata la brigata ebraica mentre si gridava “saponette mancate”, questa è diventata la verità mediatica; e questo falso costruito e diffuso ci mostra ancora una volta come funzioni la propaganda sionista. Che per coprire i crimini degli israeliani ha un principale strumento: accostare ogni protesta al nazismo.

Netanyahu e i suoi accusano di antisemitismo chiunque li critichi, e così Trump e le destre in tutto il mondo.

Ma questa accusa nei mass media e nella politica va ben oltre i confini della destra reazionaria.

Abbiamo visto giornali e tv scatenarsi contro la protesta popolare verso i seguaci o i complici di Netanyahu. E gran parte dei politici, compresi quelli del campo largo, hanno balbettato o addirittura fatto propria la condanna della sacrosanta indignazione antifascista.

I crimini di Israele si nutrono di questi falsi e di questa propaganda, che ha un nome preciso: HASBARA.

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25/04/2026

L’Internazionale nera, sionista e liberale

di Giorgio Cremaschi

Spesso ricorre la definizione di “internazionale nera” per quelle forze di estrema destra che hanno in Trump il primo riferimento e che in Europa sono anche stati chiamati “sovranisti”.

Orban e Le Pen, Meloni, Abascal e altri loro simili, al di là delle diverse scelte politiche, condividono una comune matrice ideologica reazionaria sintetizzabile nel loro slogan: Dio Patria Famiglia. Stato di polizia anti migranti è ciò che li caratterizza prima di tutto, per questo è facile presentare tutti costoro come avversari nel profondo della democrazia liberale.

Tuttavia i confini dell’“internazionale nera” sono molto più aperti di quello che viene presentato dalla narrazione politica dominante e molti dei liberali che si indignano contro i fascisti, sono in realtà più o meno direttamente collegati a loro.

Maria Corina Machado, venezuelana reazionaria e golpista, è una fanatica di Netanyahu, di cui ha esaltato il genocidio a Gaza augurandosi che si faccia lo stesso nel suo paese contro la sinistra. Per ottenere questo ha donato a Trump il suo immeritato Premio Nobel per la Pace, pregandolo di non accontentarsi del rapimento del legittimo presidente Maduro e di suo moglie, ma di bombardare il Venezuela come l’Iran.

E a proposito di Iran, Machado ha abbracciato il pretendente al trono Reza Pahlavi, figlio dello shah tiranno rovesciato dalla rivoluzione, play boy internazionale e devoto di Israele. Il pretendente imperatore, che esulta per l’attacco terroristico di USA e Israele contro il suo paese, è stato subito accreditato come combattente per la libertà da diverse cancellerie occidentali ed in particolare è stato abbracciato da Zelensky: la nostra è la stessa lotta ha detto il dittatore (nel senso tecnico del termine perché in Ucraina sono state annullate le elezioni presidenziali).

Naturalmente anche Zelensky è un fanatico sostenitore di Netanyahu, al quale ha offerto i suoi droni per combattere quelli dell’Iran. Però il capo del governo di Israele è sempre restio a pubblici affratellamenti con il collega di Kiev, perché in troppi non gradiscono l’esaltazione che si fa oggi in Ucraina del nazista sterminatore di ebrei Bandera.

Se l’accordo con Zelensky resta sottobanco, quello con il presidente argentino Milei viene esaltato. L’ammiratore di Pinochet che ha portato alla fame la maggioranza del suo popolo, si è appena recato in Israele per fanatizzare il suo sionismo. Milei è sicuramente un fascista, ma è anche un seguace esaltato del liberismo economico e della ferocia genocida israeliana. E paradossalmente proprio per questo ha estimatori in Europa che si definiscono liberali.

Liberali che non dicono una parola contro il blocco genocida che Trump ha rafforzato contro Cuba, e che anzi sperano che il potere socialista nell’isola venga distrutto.

Insomma se proviamo a ricostruire la catena dell’internazionale nera attraverso le foto degli abbracci, vediamo che al centro di essa stanno saldamente Trump e Netanyahu, con guerre e genocidio.

Però attorno a costoro ruotano tanti che sono altrettanto reazionari, ma che vengono accreditati come campioni della libertà, anche tra chi si dichiari contrario a Trump e Netanyahu.

Ricordiamo che anche il PD ha salutato con commozione il Nobel a Machado; e le bandiere monarchiche di Pahlavi si sono unite a quelle di Israele e a quelle ucraine nel nome della libertà, anche nelle, sparute, piazze dell’europeismo italiano.

Per combattere davvero l’internazionale nera bisogna sapere che essa è sionista e arriva fino ai liberali.

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23/04/2026

Contro l’austerità di guerra europea

E così per solo un decimo di punto, il Governo Meloni ha sforato il vincolo europeo del 3% nel deficit di bilancio. È una piccola discrepanza rispetto a un debito pubblico che ha superato ogni record andando oltre i tremila miliardi di euro, ma i suoi effetti saranno devastanti per il paese; a maggior ragione con l’economia che si sta fermando a causa delle guerre di Trump e Netanyahu.

Accettando il nuovo patto di stabilità e non opponendosi al restauro del vincolo del 3%, il Governo Meloni voleva ottenere il pieno riconoscimento di un ruolo guida a livello europeo, invece si è messo nei guai, assieme al paese che vorrebbe governare.

Il tetto al deficit è nato con il Trattato di Maastricht, che nel 1992 istituì l’Unione Europea. Quel vincolo faceva parte di tutte le restrizioni imposte dalla Banca centrale tedesca ai paesi “spendaccioni”, per avere l’onore di unirsi alla potenza economica tedesca.

Il Trattato di Maastricht prescriveva che il debito pubblico non dovesse mai superare il 60% del prodotto interno di un paese, e che il deficit tra entrate e uscite del bilancio pubblico annuale non potesse essere superiore al 3%, pena misure punitive economiche e sociali.

Erano vincoli stupidi, come li definì proprio l’europeista Romano Prodi, che poi li ha sempre rispettati. Ma quei vincoli hanno avuto una funzione di politica economica fondamentale: imporre, con l’austerità di bilancio, il liberismo, le privatizzazioni e lo smantellamento dello stato sociale. Tutti i paesi europei, con maggiore o minore pesantezza, hanno subìto questa politica, destra e sinistra si sono alternate nei governi, ma hanno sempre attuato le stesse scelte di fondo.

“Lo vuole l’Europa” è stato il mantra che ha accompagnato le controriforme; ed è proprio dalla devastazione delle conquiste sociali europee che le radici essiccate del fascismo hanno ricevuto nuova linfa.

Con la pandemia i vincoli di Maastricht erano stati sospesi, perché era impossibile che l’economia sopravvisse al combinato disposto tra arresto delle attività e austerità di bilancio. Lo stato doveva spendere per impedire il collasso economico.

Poi però tutta quell’esperienza è stata rimossa, e le élite politico finanziarie che comandano nella UE hanno imposto il ritorno ai vincoli di Maastricht.

In realtà questo ritorno è stato a metà, perché tutti gli Stati, compresi i “ virtuosi” del Nord e la Germania, hanno un debito pubblico ben superiore al 60% del PIL. Restava solo il famigerato “tre per cento” come principio guida, che veniva aggiornato con una aggravante. Infatti la UE, che ha deciso il folle aumento delle spese militari in obbedienza alla NATO e a Trump, ha anche permesso ai paesi che applicano il rigore di bilancio, di tener fuori dal deficit quello che si spende per le armi.

È chiaro l’orrore? Per la sanità, la scuola, i servizi sociali vale il vincolo del 3%, per cannoni, missili e droni no. È l’austerità di guerra europea, quella annunciata e propagandata da Draghi, che a suo tempo la sintetizzò con la battuta: per armarsi contro la Russia si può anche rinunciare ai condizionatori. A ben più dei condizionatori dovrà rinunciare la grande maggioranza della popolazione italiana.

Lo sforamento del patto di stabilità fa sì che l’Italia non possa mettere le spese militari fuori dal deficit di bilancio. Cosi il riarmo ci costerà due volte: perché ogni euro in più per le armi dovrà essere direttamente sottratto alla spesa sociale, E il Governo Meloni ha accettato che la spesa per armi arrivi fino al 5%del PIL. Ci rendiamo conto di che catastrofe per il nostro paese significhi il doppio vincolo dell’austerità di bilancio e del riarmo?

È bene ricordare che già oggi il bilancio dello Stato è in “attivo primario”. Cioè lo Stato prende dai cittadini in tasse e contribuiti PIÙ di quello che restituisce in servizi e stipendi. Il deficit è dovuto unicamente al fatto che tutto l’attivo del bilancio, più altro debito, serve a pagare gli interessi del debito pubblico.

Insomma il 3% di tetto al deficit di bilancio ed il 5% di obiettivo per la spesa militare sono insostenibili separatamente, distruttivi assieme.

Oggi più che mai la politica estera è anche politica interna e il vincolo euroatlantico, accettato da Meloni e non denunciato dal campo largo, ci porterà ad una mostruosa recessione economica.

Il solo modo per difendere davvero i salari e le condizioni di vita della popolazione è rompere con i vincoli UE e NATO e rifiutare l’austerità di guerra europea. Ogni altra politica ci porta verso il collasso sociale e la guerra.

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25/02/2026

Da quanto dura la guerra in Ucraina

Nel maggio del 2017 mi sono svegliato una notte in albergo a Donetsk, nel Donbass, mentre la città subiva un bombardamento. Per fortuna a noi non successe nulla, ma poi ci spiegarono subito che quella era la normalità, perché le truppe del governo di Kiev bombardavano regolarmente il territorio delle Repubbliche di Donetsk e Lugansk, che si erano dichiarate indipendenti dal governo centrale ucraino dopo il 2014.

In quell’anno un golpe sostenuto dagli USA e dalla NATO aveva rovesciato il governo regolarmente eletto dell’Ucraina e stabilito un regime nazionalista etnico. Le province di popolazione russa del Donbass erano insorte ed una parte di esse, con il sostegno della Russia, si erano costituite in stati indipendenti.

Da allora, dal 2014, c’è la guerra in Ucraina.

Nel 2017 partecipai ad una iniziativa di solidarietà con le popolazioni del Donbass, guidata e organizzata dal gruppo musicale della Banda Bassotti e dalla USB. Con noi c’era anche Eleonora Forenza, allora europarlamentare di Rifondazione comunista.

Abbiamo portato medicinali, quaderni e giocattoli, abbiamo incontrato la popolazione e abbiamo visto i rifugi di campagna dove venivano protetti i bambini, quando piovevano le bombe delle truppe di Kiev. Quei rifugi, di cui pubblico una foto, mi avevano particolarmente colpito perché mi ricordavano le immagini del Vietnam.

Insomma nel 2017 in Ucraina la guerra c’era già da tre anni. Chi oggi vuol far davvero far finire questa tremenda guerra, deve partire dal 2014 e non da quattro anni fa. Chi cambia la data d’inizio della guerra in Ucraina, ha intenzione di continuarla.

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22/12/2025

Elsa Meloni Fornero

di Giorgio Cremaschi

Il governo Meloni odia le donne e gli operai.

Avevano presentato peggioramenti brutali della legge pensionistica più feroce d’Europa. Poi, di fronte alla vergogna che travolgeva Matteo Salvini che aveva fatto tutte le sue campagne elettorali contro la legge Fornero, hanno fatto una parziale marcia indietro.

Si tolgono truffe incostituzionali come quella che sostanzialmente annullava il riscatto della laurea. Si attenua l’aumento dell’età della pensione, ma non lo si ferma. Così mese dopo mese si avvicina la pensione a settant’anni.

Resta il regalo ai fondi pensione privati, con la rapina a loro favore del TFR dei nuovi assunti. Resta la mancata vera indicizzazione delle pensioni, il che vuol dire che sempre più pensionati vedranno diminuire il loro reddito reale e peggiorare la loro vita.

Ma c’è una correzione della manovra che mostra tutto l’odio di classe di questo governo che finge di stare con il popolo. Hanno deciso di colpire il diritto ad andare in pensione prima per chi è andato a lavorare da ragazzo e per chi fa lavori usuranti, mentre hanno confermato l’abolizione del diritto delle donne alla pensione anticipata anche se con meno soldi.

Insomma gli operai devono rischiare salute e vita da anziani, mentre le donne si arrangino.

È bene ricordare che in Francia si continua ad andare in pensione a 62 anni, perché Macron ha per ora congelato la sua “legge Fornero”, mentre da noi siamo quasi a 68 anni di età e 44 di contributi.

Matteo Salvini continua ad imbrogliare, ma Giorgia Meloni in fondo è coerente. Lei ha scelto di essere l’obbediente esecutrice in Italia dell’austerità europea e del riarmo NATO. E questa sua scelta non è di oggi, perché la deputata Giorgia Meloni nel 2012 aveva proprio votato la legge Fornero.

Ora la porta avanti perché per la finanza internazionale quella legge è una vera e proprio bandiera. Elsa Meloni Fornero.

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17/12/2025

L’imbroglione


Vi ricordate quando Salvini chiedeva e prendeva i voti degli operai opponendosi fieramente alla Legge Fornero?

Oggi il governo Meloni ha definitivamente confermato quella legge iniqua e feroce, anzi l’ha peggiorata. Ancora mesi in più di lavoro e ci si avvicina ai 70 anni, mentre il pagamento della pensione viene ancora più ritardato.

Totalmente fregati coloro che avevano riscattato la laurea, che lavoreranno quasi tre anni in più. E poi ai giovani neoassunti viene rapinato il TFR, la liquidazione, a favore dei fondi pensioni delle compagnie di assicurazione. Infine nessun vero adeguamento all’inflazione delle pensioni, che continueranno a svalutarsi e a impoverirsi.

Un bel regalo alla finanza e alle banche da parte di Giorgia Meloni, che per questo può vantare il calo dello spread, perché taglia la spesa sociale, aumenta quella per le armi e obbedisce a tutti i banchieri e ai guerrafondai occidentali.

Un governo di imbroglioni, finti sovranisti e veri servi di Draghi, Ursula von der Leyen, loro padroni in comproprietà con Trump. Ma tra tutti gli imbrogli e gli imbroglioni il più ridicolo è Salvini; e più di lui fa pena chi ancora sta con lui.

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14/12/2025

Industria nomade – La rivincita di Cipputi

Difficile fare una sintesi adeguata della qualità dei contributi al convegno organizzato dall’Usb sabato a Roma dedicato alla “questione operaia” in questa fase storica. Rinviamo pertanto al video con tutte le relazioni e gli interventi che pubblichiamo qui sotto e che meritano di essere ascoltati tutti con grande attenzione.

Possiamo dire che l’Usb ha colto la contraddizione di una riemergente centralità degli operai in questo paese ma anche in Europa, ossia nei paesi a capitalismo avanzato alle prese con una serissima crisi di sistema – già leggibile in quasi tre anni di recessione continua – dove la classe operaia, dopo aver subito colpi pesantissimi, sta confermando una funzione decisiva sia sul piano della struttura produttiva che sul piano politico.

Non ci sono più solo le fabbriche della produzione estesasi e incagliata nelle filiere mondiali, ma anche le strutture impegnate nella circolazione delle merci, quella logistica che è venuta crescendo vertiginosamente (con 1,4 milioni di lavoratori), che è diventata fondamentale nella catena del valore ma che ha un forte potere contrattuale per la sua centralità nel bloccare i flussi strategici del capitale.

C’è da fare i conti con i progetti di conversione sul piano militare o del dual use delle produzioni civili nell’ambito di quella economia di guerra che le classi dominanti vedono come exit strategy dalla crisi industriale, alimentando però una tendenza alla guerra che sta mettendo l’umanità su un pericolosissimo piano inclinato.

C’è poi la ormai insopportabile situazione dei bassi salari in un contesto che ha visto invece crescere i profitti e aumentare le disuguaglianze sociali, oppure la desolante lista dei circa 120 tavoli sulle crisi industriali al Ministero dell’Industria.

Infine ci sono gli operai che sono tornati protagonisti anche dell’agenda politica. Non è un caso che l’appello al Blocchiamo tutto a sostegno del popolo palestinese, che ha attraversato come uno tsunami mobilitante tutto il paese, sia partito dai portuali di Genova, così come le recenti immagini delle manifestazioni operaie sempre a Genova, hanno ridato la dovuta visibilità ad un soggetto sociale che in molti volevano relegato per sempre in condizione subalterna e rassegnata.

Il convegno, aperto dalla introduzione di Sasha Colautti (Usb), ha visto contributi analitici di qualità con le relazioni di Luciano Vasapollo, Franco Russo, Giorgio Cremaschi, Vladimiro Giacchè, Roberto Montanari, Mauro Casadio e con gli interventi dei rappresentanti di fabbrica di ex-Ilva, St Microelectronics, Piaggio, Jabil, Stellantis. Ed anche il contributo degli studenti che hanno riaffermato il valore di questa alleanza sociale “figlia della stessa rabbia”.

Le conclusioni sono state tirate da Pierpaolo Leonardi che ha evocato l’ambizione dell’Usb ad una iniziativa di dimensione europea sullo stesso tema trattato dal convegno, ad una manifestazione operaia nei prossimi mesi ma anche il progetto di una nuova “inchiesta di classe” tra lavoratrici e lavoratori che aggiorni quella realizzata venticinque anni fa, i cui risultati sono stati riassunti nella pubblicazione “La coscienza di Cipputi”.

Qui sotto il video con tutti gli interventi. Seguitelo con attenzione, ne vale la pena.


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13/12/2025

Crisi industriali. Bloccare tutto per non chiudere

di Giorgio Cremaschi

Quasi nello stesso momento nel quale si festeggiava l’assegnazione alla cucina italiana del riconoscimento UNESCO di patrimonio dell’umanità, i dati ISTAT gelavano il vuoto ottimismo governativo sullo stato dell’industria.

Dopo quasi due anni di calo continuativo della produzione industriale, nello scorso mese di settembre c’era stata un ripresa. La crisi industriale è finita, avevano subito proclamato i seguaci di Giorgia Meloni, che prima avevano negato l’esistenza stessa della crisi.

Invece i dati di ottobre hanno registrato un nuovo calo per tutti i settori manifatturieri, non compensato dalla tenue crescita del settore dell’energia. Si è così confermata la tendenza di fondo alla stagnazione e contrazione del sistema industriale italiano, una tendenza che è lo specchio della regressione economica e sociale complessiva del Paese.

L’Italia è ancora il secondo paese industriale d’Europa, dopo la Germania. Ma la crisi è aggravata proprio dalla subordinazione del nostro sistema produttivo a quello tedesco, entrato in una fase di stagnazione e recessione strategica.

A peggiorare la situazione c’è qui la distruzione dell’industria automobilistica, la cui produzione crolla più del 20%.

Nessun grande paese industriale al mondo è privo di una forte industria dei mezzi di trasporto e giganteschi sono gli investimenti nel settore per la riconversione elettrica. L’Italia, per colpa della famiglia Agnelli Elkann e di tutte le complicità politiche con essa, ha venduto o smantellato non solo le fabbriche di auto, ma anche quelle dei veicoli industriali e dei treni. Ora ciò che resta in casa nostra è il residuo dei disegni di ristrutturazione delle multinazionali estere: Stellantis per le auto, Tata per i camion, sono qui solo per chiudere.

In Italia gli addetti al sistema produttivo manifatturiero sono ancora 5,5 milioni e pensare di salvare l’occupazione con qualche migliaio di posti in più nella produzione di armi non è solo criminale, ma è stupido.

Altrettanto stupido è pensare che l’occupazione industriale possa essere rimpiazzata da quella creata dal turismo, magari anche grazie al riconoscimento UNESCO.

A parte il fatto che l’occupazione nei servizi del turismo e della ristorazione in Italia è tra quelle che fanno più precipitare in basso i salari, anche il turismo se non pianificato e gestito può diventare devastante. Le città non reggono il modello turistico invasivo e deregolato, questo può provocare danni come l’industria più inquinante.

Ciò che va messo in discussione, nel turismo come nell’industria come in tutta l’economia, è la rinuncia colpevole del potere pubblico alla pianificazione, al controllo e all’intervento diretto rispetto al mercato. Il lasciar fare liberista dei passati governi di centrosinistra e ora di quello di destra, sempre più subalterno ai vincoli dell’austerità europea, non solo non ha risolto la crisi, ma l’ha aggravata.

Il sistema industriale italiano ha avuto il massimo sviluppo quando era composto da una forte industria pubblica e da grandi gruppi privati, sostenuti da un sistema bancario a maggioranza pubblica. Tutto questo oggi non c’è più e non solo dal lato dello stato, ma anche da quello dei privati.

La borghesia italiana, salvo poche eccezioni, ha svenduto le fabbriche alla finanza e alle multinazionali, esattamente come aveva fatto lo stato, ma a differenza del sistema pubblico ha accumulato ricchezza, spesso con domicilio fiscale estero.

Una ripresa produttiva equilibrata non può fondarsi sull’imprenditoria privata, né tantomeno sulle multinazionali, che hanno dato ampia prova negativa, ma sull’intervento pubblico diretto e sulla pianificazione economica.

Altrimenti il degrado industriale diventerà sempre di più degrado e frantumazione sociale del Paese, con il Mezzogiorno che andrà sempre peggio e con le zone deindustrializzate del Nord che diventeranno come il Mezzogiorno.

L’Italia scivolerà verso il sottosviluppo, con un’economia fondata sul terziario turistico e su posti di lavoro precari e mal pagati. L’Italia precipiterà verso quel modello di sviluppo coloniale da cui si sono emancipati la Cina, l’India, e tanti paesi di quello che una volta veniva definito “terzo mondo”.

Gli operai dell’Ilva che hanno bloccato Genova e che sono in lotta a Taranto, oggi indicano la via a tutto il Paese: bisogna bloccare la chiusura delle fabbriche e pretendere che lo stato intervenga per la continuità produttiva. Il sindacalista della USB, licenziato alla ex Jabil di Caserta perché faceva il suo dovere, mostra tutto l’imbroglio di soluzioni industriali raffazzonate e affidate a imprenditori privati. Lo stessa dimostrazione viene dalla resistenza degli operai della GKN.

Non si salveranno gli occupati e gli stabilimenti Stellantis e di tante altre realtà industriali senza una netta rottura con le politiche del passato.

Ci vuole una politica economica ed industriale dello Stato che impedisca e prevenga la chiusura delle fabbriche e per ottenerla sono necessarie lotte operaie radicali. Per bloccare la de-industrializzazione bisogna “bloccare tutto”.

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27/11/2025

Il pessimo contratto dei metalmeccanici rafforza le ragioni dello sciopero generale il 28 novembre

di Giorgio Cremaschi

Se si vuole cogliere dal vivo una delle principali ragioni per cui il sistema salariale italiano da anni precipita verso il basso ed è il peggiore tra i paesi più sviluppati, basta guardare al rinnovo del contratto dei metalmeccanici, appena sottoscritto tra Fim–Fiom–Uilm e Federmeccanica.

Negli ultimi anni la perdita di potere d’acquisto per un lavoratore metalmeccanico di livello medio è stata di più di 250 euro netti al mese. Per recuperare questa perdita, i salari contrattuali avrebbero dovuto crescere di circa 350 euro lordi. La richiesta dei sindacati confederali per il rinnovo del contratto triennale, dall’inizio del 2025 alla fine del 2027, è stata di 280 euro in più al mese.

Fim–Fiom–Uilm hanno spiegato questa richiesta, inferiore a ciò che sarebbe stato necessario per pareggiare i conti con la perdita salariale, con altre importanti rivendicazioni normative. Prima di tutto la riduzione dell’orario di lavoro a 35 ore settimanali, poi un potenziamento delle funzioni e dei poteri dei rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza, infine rivendicazioni contro il precariato e per i diritti individuali.

Il risultato finale, tanto esaltato in queste ore dai dirigenti sindacali e ancor più dagli industriali, cancella la piattaforma.

L’aumento salariale è di 205 euro lordi medi, con il prolungamento di un anno della durata del contratto. Allungare la durata del contratto è un classico metodo negli accordi sindacali per fare sembrare di più i soldi. Ma in realtà l’aumento effettivo è di 177 euro, perché 28 erano già stati erogati ai lavoratori nel giugno di quest’anno, in virtù del meccanismo di rivalutazione dei salari basato sull’IPCA. Questo indice dell’aumento dei prezzi è stato adottato dal contratto dei metalmeccanici, però con una pesante limitazione: i costi dei prodotti energetici importati non vengono calcolati. Cioè l’aumento dell’energia elettrica, del gas e della benzina per la busta paga non contano.

All’inizio della trattativa Federmeccanica aveva controproposto un aumento di 170 euro. Il risultato finale è dunque di 7 euro un più della proposta delle imprese, però con il contratto che dura anche nel 2028. Fino al giugno dell’anno prossimo i metalmeccanici non riceveranno alcun aumento, poi scatteranno circa 50 euro in più, mesi dopo seguiranno altre piccole tranches. L’ultima rata dell’aumento di oltre 60 euro sarà addirittura nel giugno del 2028.

Per quanta riguarda la riduzione dell’orario non si ottiene nulla, anzi c’è un peggioramento delle condizioni dei lavoratori, con l’aumento delle ore di flessibilità obbligatoria e la diminuzione della giornate di riposo libere. Nulla sulla salute e la sicurezza, pasticci e chiacchiere su tutto il resto.

Insomma un risultato negativo sul piano normativo e pessimo su quello salariale.

L’intesa Fim–Fiom–Uilm–Federmeccanica non recupera nulla di quanto i lavoratori hanno perso e rischia di peggiorare ancora nel tempo il valore reale delle retribuzioni. Un risultato persino inferiore a quello degli accordi in alcune categorie del pubblico impiego, accordi che la CGIL aveva rifiutato di sottoscrivere perché giudicati troppo bassi. Invece ora per Landini questo contratto è “una buona notizia per tutto il paese”.

La firma del contratto dei metalmeccanici conferma che è ancora pienamente in vigore il sistema di compressione dei salari definito con gli accordi di “concertazione” del 1992/93, sistema rinnovato e anche peggiorato in diverse intese, fino al “Patto della Fabbrica” del 2018.

Negli ultimi trent’anni l’Italia ha avuto la peggiore dinamica salariale tra i paesi OCSE, non solo per le politiche di austerità dei governi, ma per la complicità di CGIL–CISL–UIL con il sistema delle imprese.

I sindacati confederali hanno accettato di scambiare, con la Confindustria e le organizzazioni imprenditoriali, il riconoscimento del proprio ruolo con il salario dei lavoratori. Hanno accettato regole che impediscono di rivendicare veri aumenti della retribuzione e che impongono sempre di inseguire, in ritardo, l’aumento dei prezzi. Il sistema contrattuale italiano è come la carota appesa al bastone davanti all’asino, che per quanto cammini non riesce mai a raggiungere l’obiettivo.

Sembrava che stavolta i sindacati confederali dei metalmeccanici avessero provato a forzare un poco il sistema, ma dopo quaranta ore di sciopero hanno praticamente accettato ciò che gli industriali offrivano all’inizio. Abbiamo salvato il contratto nazionale, hanno dichiarato i dirigenti di Fim–Fiom–Uilm. No, hanno confermato un sistema contrattuale che fa sprofondare i salari e garantisce i profitti.

Tutto questo rafforza il significato e il valore dello sciopero generale del 28 novembre, proclamato dai sindacati di base e conflittuali. È infatti necessaria una profonda rottura del sistema contrattuale fondato sia sull’austerità di bilancio dei governi, sia sulla complicità tra sindacalismo confederale e imprese.

Senza questa rottura continuerà il disastro dei salari, che certo non sarà fermato dalla doppiezza di una CGIL che contesta a Giorgia Meloni ciò che accetta volentieri da Confindustria.

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19/11/2025

Il Consiglio Supremo di Difesa esalta la guerra e si appiattisce sulla Nato

Il comunicato del Quirinale dopo il Consiglio Supremo di Difesa voluto dal Presidente Mattarella, con Giorgia Meloni e tutti i principali ministri, è pessimo e gravissimo.

Nel comunicato si esalta la guerra totale contro la Russia, l’invio di armi e tutto il folle piano di riarmo UE e NATO. Con ipocrisia si denunciano le violenze in Palestina, senza neppur dire chi le compie, mentre si accusa di antisemitismo chi condanna il genocidio.

Il Consiglio di Difesa si schiera totalmente con il piano di Trump senza fare minimo accenno al diritto dei palestinesi ad uno Stato.

Infine il comunicato si conclude con il sostegno alla caccia alle streghe contro le cosiddette “campagne di disinformazione” della Russia, il che vuol dire solo censura e propaganda di guerra.

Se siamo ancora in democrazia bisogna poter dire che questa del Consiglio Supremo di Difesa è una delle posizioni peggiori e nefaste della storia della Repubblica.

Se siamo ancora in una democrazia bisogna potere dire pubblicamente NO NO NO alla propaganda di guerra della NATO e del governo israeliano, anche e quando viene dal Quirinale.

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