La contestazione al comizio del campo largo a Napoli e le polemiche politiche che ne sono scaturite, offrono materia di riflessione sulla “faglia” che separa l’opzione del centro-sinistra da quella di una alternativa politica a tutto campo.
La stessa organizzazione del comizio dei leader di Pd, M5S, AVS parla da sola, fin dalla scelta della piazza; non proprio enorme e per quasi metà occupata da lavori stradali. Non erano certo attese “le masse”...
Pochissima gente comunque, come si è visto anche nelle tv più “amichevoli”, nonostante la presenza di leader nazionali; una prevalenza di funzionari, addetti stampa e professionisti della politica, senza i segmenti sociali di una metropoli fortemente contraddittoria come Napoli.
La totale sorpresa nel venire invece messi a confronto con questo tipo di contraddizioni – dai disoccupati agli attivisti che da tempo e con dovizia di dettagli segnalano i buchi della governance del centro-sinistra sia a livello comunale che regionale (dove governa il “campo largo”, non la destra) – segnala piuttosto un’ormai mortifera abitudine a vivere “nel palazzo”, nelle sue regole, consuetudini, mediazioni senza visione né contatto col mondo popolare.
La somma di queste “manchevolezze” dice molto, quindi, sul fatto che il campo largo di CENTRO-sinistra (i rapporti di forza sono chiari...) stenta e stenterà parecchio a indicare una prospettiva attraente per la massa di persone che da tempo lo ritengono parte del problema, non la soluzione.
A ben poco, e a torto, valgono le accuse lanciate contro gli attivisti del Potere al Popolo di “fare un favore alla Meloni” o di “contestare il centro-sinistra invece che la destra”. Sulla seconda questione parlano le centinaia di denunce collezionate dagli attivisti di Potere al Popolo nelle mille manifestazioni contro il governo, i suoi ministri o gli esponenti sionisti. Manifestazioni da cui gli esponenti del campo largo si sono sempre tenuti a timorosa distanza.
Un riflesso condizionato, automatico, per chi nella testa e nell’anima ha introiettato il “bipolarismo obbligato” tra campi politici che, una volta al governo, devono soltanto seguire le indicazioni del “pilota automatico” inserito nei trattati europei e in quelli Nato.
Un automatismo che da 35 anni (crollo della Prima Repubblica e “discesa in campo” di Berlusconi) esclude qualsiasi ipotesi di alternativa dal novero delle possibilità concrete. Chi ci vive dentro non immagina più neanche che “fuori” le cose possano andare diversamente. Tutti allineati dietro il suprematismo europeo ed occidentale, tutti convinti di vivere nel “giardino”, felici di starci perché fuori “c’è la giungla”.
Certo, c’è qualche differenza tra centrodestra e centrosinistra. Un po’ di ambientalismo contro il negazionismo climatico assoluto, un po’ di diritti civili contro un bigottismo ipocrita e fuori tempo massimo, ma nulla di importante sulla condizione dei lavoratori, nessun limite allo strapotere delle imprese, nessuno scarto sui vincoli dei trattati internazionali.
È l’accettazione del mondo dopo l’illusione della “fine della storia”, della globalizzazione a guida statunitense, senza alternative (il “Tina” thatcheriano diventato “costituente”).
Eppure proprio quel mondo sta sfaldandosi sotto i nostri occhi. Gli scricchiolii che erano emersi con la fuga Usa/Nato dall’Afghanistan sono diventati tuoni con l’impasse contro l’Iran, la guerra in Ucraina, l’emersione del mondo multipolare.
Su questo non c’è nessun “pilota automatico” a indirizzare il ceto politico residuale. Che infatti si frantuma subito ad ogni domanda. Sì o no al riarmo? Sì o no al genocidio dei palestinesi? Sì o no alle guerre in Medio Oriente e contro la Russia? Per cosa dovrebbe spendere lo Stato? Restare o uscire dalle alleanze militari che preparano la guerra mondiale? Limitare o no il dispotismo delle aziende?
Invece di rispondere in modo “testardamente unitario”, il cosiddetto campo largo è un deserto di proposte, un cimitero di slogan innocui e impotenti o di proposte divaricanti. Tutta la prospettiva resta chiusa alla delimitazione di un “campo interno”, a livello nazionale, per tenere viva la possibilità di un’alternanza al governo che non diventerà mai un’alternativa.
Farglielo notare in piazza – l’unico luogo in cui il diritto di parola non può essere occultato neanche dal sistema mediatico-imprenditoriale – diventa così un’offesa personale. Come quando si indica che il re è nudo.
Il ritornello dell’“unità contro la destra”, anche e soprattutto “obtorto collo”, era inefficace già ai tempi dell’antiberlusconismo retorico che ha “suicidato” la sinistra. Riproporlo oggi, in un mondo in evoluzione veloce verso un radicale cambiamento d’epoca, ponendolo peraltro come unica motivazione valida per ingoiare il rospo, ha scarsissime possibilità di riuscita.
La logica del “meno peggio” non cattura più nessuno. L’astensionismo crescente lo dimostra ad ogni tornata elettorale.
La gente non voterà il campo largo solo per fare un dispetto a Meloni e al campo neofascista. Ne abbiamo avuto già parecchie prove. E “moderare” le istanze di cambiamento – il classico ruolo di Avs – non servirà ad attrarre voti “moderati”, ma solo ad allontanare interessi sociali che nessuno vuol rappresentare, se non per finta.
Sviluppare un’alternativa di sistema, paradossalmente, è l’unico tentativo concreto per invertire una tendenza che altrimenti sembra già segnata: crisi, dispotismo, guerra.
Su questo, pare chiaro, il “campo largo” reagirà sempre col terrore negli occhi.
La contestazione di Potere al Popolo di questo parla. Ed è stata persino condotta in modo civile, limitata a tutte le contraddizioni note del campo largo.
La Storia, quando bussa alla porta, è in genere assai meno educata.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
11/07/2026
C’è una faglia tra noi e il campo largo
05/07/2026
Trump riscopre l’anticomunismo, ma a fini interni
Si potrebbe facilmente ironizzare sull’idiozia di chi nega il cambiamento climatico ed è costretto a rinviare più volte e infine a «stringere» il lungo discorso che aveva annunciato perché diversi temporali di eccezionale portata hanno investito Washington, al punto da far evacuare in cerca di un riparo la folla radunata al National Mall, per poi farla rientrare ed essere sottoposta nuovamente ai severi controlli di sicurezza.
Altrettanto si potrebbe fare con la sua insistita e recitata esibizione di «religiosità»: «Come ci dice la nostra Dichiarazione di Indipendenza, siamo tutti creati a immagine di un unico Dio onnipotente». Ora si tratterebbe solo di decidere se debba essere il dio dei cristiani (universale e inclusivo), oppure quello dei sionisti (riservato al solo «popolo di Israele», quindi razzista nei confronti delle proprie creature).
Ovvero, tradotto in politica internazionale, se questo implica una possibile divaricazione tra gli interessi Usa e quelli del proprio «cane pazzo» in Medio Oriente.
Ma la chiave centrale del suo solito blaterare è stata questa volta l’anticomunismo. “Il comunismo è un perdente, e lo sarà sempre”, “In tutto il mondo cercano di essere come noi, nessuno può essere come noi, e con l’aiuto di Dio, saremo sempre così, o anche meglio”.
Il riferimento indiretto è ovviamente alla Cina, potenza in continua ascesa che si mostra ormai competitiva o addirittura in vantaggio nell’evoluzione tecnologica. Ma anche a Cuba, che ha «il difetto» di rappresentare da 75 anni un’alternativa di sistema a poche miglia dalle coste statunitensi, mai piegata nonostante un bloqueo di identica durata, eccezionalmente appesantito negli ultimi tempi.
Fin qui, però, siamo nel business as usual. Tutto il sistema politico americano, e soprattutto la destra repubblicana, si è sempre distinto per l’avversione a qualsiasi forma di socialismo. Trump, in particolare, deve la sua «formazione» come businessman a Roy Cohn, avvocato nazisionista che entrò nella storia come pubblica accusa nel processo ai coniugi Rosenberg – comunisti sospettati di spionaggio a favore dell’URSS – ottenendo la condanna a morte di entrambi.
Non è un dettaglio il fatto che fossero anche loro ebrei, al pari di Cohn, a riprova che l’anticomunismo viscerale conta più della religione condivisa, in quell’universo «valoriale».
La novità sta invece nella declinazione «interna» agli Stati Uniti: “Non vogliamo comunisti nel nostro paese”, ha detto. “Non ha mai funzionato e non funzionerà mai”. “Il comunismo è un perdente, e lo sarà sempre”.
Chi segue in modo attento ma distaccato le vicende politiche interne agli Usa – non a là Rampini, insomma – si è da qualche tempo accorto che sta crescendo in tutto il paese una opposizione esplicitamente «socialista» che sta scalzando in molti territori l’establishment «democratico».
Il caso più famoso è ovviamente quello di Zorhan Mamdani, eletto sindaco di New York, ma nelle primarie per scegliere i candidati alle prossime elezioni di midterm – a inizio novembre – si vanno imponendo anche altri «socialisti». E non solo a New York, che resta pur sempre un’«altra America» per ricchezza culturale e melting pot tutto sommato riuscito.
Pochi giorni fa un reazionario senza se e senza ma come Steve Bannon – ex stratega elettorale di Trump – intervistato da POLITICO, lanciava lo stesso «allarme rosso» segnalando che la «marea marxista» andava avanzando ormai ben al di là del ridotto newyorkese. E citava la vittoria appena ottenuta da Melat Kiros, una socialista democratica di 29 anni sostenuta da Bernie Sanders, che ha sconfitto un democratico in carica al Congresso da prima ancora che la stessa Kiros nascesse.
Il fattore scioccante, per Bannon, è che questo era avvenuto in una primaria a Denver, Colorado. Nel cuore di quel far west che costituisce il nocciolo duro della mitologia yankee.
I nostri lettori sanno bene che «socialista», negli Stati Uniti, è un insulto prima che un termine con cui si indica qualcosa di ben poco «alternativo». Basta essere sostenitori di un po’ di welfare là dove tutto è affidato «al mercato» e una massa crescente di persone finisce sul bordo della povertà assoluta (quella da poco sconfitta in Cina, secondo tutti gli istituti internazionali). Asili nido, buoni pasto, trasporti e mense a prezzo calmierato...
Nulla di rivoluzionario, insomma, ma già troppo per le abitudini statunitensi.
La «pericolosità» di questo socialismo – secondo Bannon e i reazionari come lui – non sta nel fatto che sia «radicale», ma che lo sembri. Perché intercetta bisogni che nessun altro rappresenta sul piano politico. Bisogni che motivano anche una scelta di voto diversa dal solito. In fondo i Biden e gli Obama non hanno fatto qualcosa di diverso dai Bush e dallo stesso Trump, su quel piano.
Il risultato è l’emersione di una generazione di attivisti che va a coprire il territorio parlando porta-a-porta con le persone e che distrugge anche il modello classico della politica Usa: tanti soldi per condurre campagne elettorali fatte di spot e interviste televisive, gruppi di interesse consolidati e qualche «evento» aggregante per dare l’immagine di una forza «popolare». Un comizio alla Trump, insomma, ma con attori meno persuasivi.
“Stiamo affrontando una nuova politica. Stiamo vedendo morire la vecchia politica davanti a noi”, ha detto Bannon nell’intervista. “La vediamo bruciare fino a terra davanti ai nostri occhi”.
Per il partito democratico – data la legge elettorale Usa, qualsiasi tentativo «alternativo» è escluso dalla competizione, a meno che non conquisti la maggioranza dentro uno dei due «poli» consolidati – si tratta di uno shock simile a quello subito dai repubblicani con l’arrivo di Trump.
Insomma, «questo è come un Tea Party, ma è un Tea Party più ideologico, e l’ideologia non è il populismo. Questo è un movimento marxista, jihadista, e non si fermeranno».
Sorvoliamo sulla serietà scientifica delle definizioni di Bannon, che sono comunque rivelatrici del funzionamento automatico della mentalità reazionaria (i marxisti come gli islamici, cioè «nemici» dei liberisti in vario modo «cristiani»). Il dato importante è la rottura generale del quadro politico statunitense.
Tra i repubblicani lo smottamento a destra è avvenuto prima, assumendo la veste retrograda del «Make America Great Again», con una agenda tutta rivolta al passato (dalla reindustrializzazione fatta pagare agli «alleati» asiatici o europei alle discriminazioni razziali e sessiste, con una risposta tutta militare alla evidente crisi di egemonia globale, ecc.).
Ma ora che tocca ai «democratici» si scopre che la stessa crisi produce anche una risposta «di sinistra» (naturalmente ricordando che si tratta pur sempre di una «sinistra con caratteristiche americane»). Nessuna «corsa al centro», ossia a destra. Perché è scomparso il terreno che garantiva la permanenza di un establishment bipartisan. Ossia l’egemonia Usa.
Dovendo trovare una soluzione ad una crisi imprevista, o comunque sempre esclusa dall’orizzonte delle possibilità, non ci sono soluzioni già pronte, soltanto da applicare. Bisogna inventarne di (relativamente) nuove in quel panorama politico.
Bisogna insomma usare la creatività e l’immaginazione, non affidarsi all’«intelligenza artificiale» (ovvero alle soluzioni già note per problemi già risolti).
Nel suo modo becero Trump ha intuito che la vera alternativa al mondo Maga non può essere la resurrezione dell’establishment bipartisan (democratici bideniani e «repubblicani perbene»), ma soltanto quella galassia multicolore che in modo certamente confuso ma generoso e potente, prova a rimettere al centro della politica Usa i problemi della collettività, invece che quelli di poche ma gigantesche «piattaforme private».
Riscoprire l’anticomunismo è il minimo della pena, dunque. Anche qui con lo sguardo rivolto al passato, più che al futuro. Una risposta «conservativa», paradossalmente, più che autenticamente «reazionaria». Che presupporrebbe invece possibilità di rilancio dell’imperialismo statunitense al momento del tutto invisibili.
Proprio dagli Usa, insomma, si vede meglio l’avanzare dell’alternativa senza più mediazioni possibili, quella tra socialismo e barbarie. Anche se quel «socialismo» lì è sicuramente «con caratteristiche americane».
Fonte
25/06/2026
La sinistra e la conquista della fortezza digitale del capitalismo
La battaglia per la liberazione socialista nel XXI secolo non può essere combattuta con le armi del secolo scorso. In un’era in cui gli algoritmi dominano, in cui l’influenza dell’intelligenza artificiale sui media, la cultura, l’istruzione e il lavoro continua ad espandersi, e in cui le politiche e le strategie economiche vengono formulate sulla base dei big data e dell’analisi algoritmica, la sinistra si trova ad affrontare una domanda esistenziale: come possono i movimenti che si organizzano ancora secondo logiche tradizionali far fronte a un capitalismo digitale che ha raggiunto un livello di avanzamento tecnologico senza precedenti?
Questo testo non è meramente un appello a sviluppare strumenti, è un appello a trasformare la coscienza organizzativa e intellettuale verso una profonda comprensione della natura della battaglia digitale.
Il divario in questione non è semplicemente un divario nel “dominio tecnico”, è un divario nella comprensione del fatto che lo spazio digitale è diventato un campo di battaglia di classe in cui il capitalismo domina, programma e sottomette, mentre la sinistra soffre di una presenza ridotta e dell’assenza di una visione digitale chiara.
Colmare questo divario non è più un lusso; è una condizione per la sopravvivenza della sinistra stessa, poiché la battaglia di oggi si combatte negli algoritmi e nelle reti tanto quanto si combatte sul terreno.
La lotta per la tecnologia non è una battaglia contro la scienza, è una battaglia contro il monopolio che i poteri dominanti esercitano su di essa al fine di aumentare i propri profitti. L’intelligenza artificiale non deve essere considerata una minaccia in sé, ma piuttosto un campo di lotta le cui caratteristiche sono determinate dall’equilibrio delle forze sociali, politiche ed economiche.
Negli ultimi anni si è osservata un’accelerazione senza precedenti nella concentrazione del potere digitale nelle mani di un numero limitato di corporazioni giganti che controllano l’infrastruttura dell’intelligenza artificiale, il cloud computing e i dati globali, il che conferisce loro un’influenza economica, politica e culturale che, talvolta, supera quella di numerosi Stati.
La tecnologia come mezzo del capitalismo per superare le proprie crisi
Quando si trova ad affrontare una crisi, il capitalismo corre a riprodursi attraverso strumenti scientifici avanzati che gli permettono di superare le sfide senza toccare la sua essenza sfruttatrice. Nella crisi del 2008, sono state utilizzate la tecnologia e i metodi scientifici per salvare il sistema finanziario, scaricando al contempo il costo delle perdite sulle classi lavoratrici.
Durante la pandemia di COVID-19 del 2020, il capitalismo è riuscito a superare la crisi rafforzando l’automazione, l’intelligenza artificiale e il lavoro a distanza, garantendo la continuità della produzione attraverso nuovi meccanismi che hanno ridotto la dipendenza dalla manodopera umana e aumentato i profitti aziendali, a costo di condizioni lavorative instabili per milioni di persone.
Con il grande boom dell’intelligenza artificiale a partire dal 2023, il capitalismo è entrato in una nuova fase di ristrutturazione del mercato del lavoro. La dipendenza dall’automazione e dai sistemi intelligenti si è estesa a numerosi settori, e sono emerse crescenti preoccupazioni sul futuro di milioni di posti di lavoro, anche mentre le aziende tecnologiche ottengono enormi profitti come risultato del loro monopolio sulla nuova infrastruttura digitale e della conoscenza.
Queste politiche mostrano come il capitalismo tragga vantaggio dalla scienza come strumento per strutturare il sistema e garantirne la continuità. Talvolta, prende persino in prestito alcune idee socialiste, come l’intervento statale, come misure temporanee per garantire la stabilità, solo per fare marcia indietro su questi progressi una volta che la crisi è passata e riprodurre lo sfruttamento attraverso meccanismi più avanzati.
La flessibilità scientifica e la rivoluzione digitale come lotta di classe moderna
Alla luce di queste sfide, la sinistra deve sfruttare il progresso scientifico riformulando il proprio discorso e i propri strumenti in maniera scientifica. Ciò richiede l’uso di strumenti moderni per analizzare i problemi sociali e sviluppare un discorso realistico, insieme a meccanismi organizzativi flessibili capaci di attrarre i giovani che sono cresciuti in un mondo dominato dalla tecnologia. Investire in strumenti scientifici non significa identificarsi con i valori capitalisti; è una strategia per sfruttarli al servizio della giustizia sociale e ridurre la disuguaglianza di classe, come passo verso la costruzione di un sistema socialista più umano.
Se le precedenti rivoluzioni industriali hanno trasformato la produzione attraverso la macchina a vapore, poi l’elettricità e successivamente l’informatica, la fase attuale – basata sull’intelligenza artificiale, i big data e le piattaforme digitali – sta riconfigurando la produzione, il lavoro, la conoscenza e la comunicazione umana in modo più profondo e di più ampia portata.
In questa era, i dati, gli algoritmi e i sistemi di intelligenza artificiale sono diventati strumenti fondamentali per riprodurre la dominazione in modi relativamente invisibili, influenzando l’opinione pubblica, dirigendo il comportamento individuale e collettivo e controllando l’accesso alla conoscenza e all’informazione.
Tuttavia, la maggior parte delle organizzazioni di sinistra sono digitalmente arretrate, il che le pone in una posizione di debolezza. Questo ritardo riflette l’incapacità di comprendere che lo sviluppo digitale è diventato una condizione esistenziale per la lotta socialista.
La mancanza di strumenti digitali e di conoscenze moderne da parte della sinistra la colloca in un confronto impari con un sistema capitalista che è padrone delle piattaforme globali, dei dati e dell’infrastruttura informatica e di intelligenza artificiale, strumenti che gli conferiscono una capacità senza precedenti di plasmare la coscienza e influenzare il comportamento sociale e politico.
Riprendere l’iniziativa
Sebbene la sinistra stia attualmente perdendo una delle battaglie per considerare la tecnologia come uno strumento secondario, la guerra non è ancora stata decisa. La vittoria richiede di tradurre la visione in programmi d’azione concreti basati sull’uso consapevole della tecnologia. La sinistra non può rimanere in una posizione difensiva; deve diventare un attore attivo nella riconfigurazione del futuro della tecnologia per integrarla nel suo progetto liberatore.
Tuttavia, la tecnologia non sostituisce l’organizzazione umana cosciente. Il potere reale risiede negli esseri umani organizzati, capaci di sfruttare questi mezzi al servizio dei propri obiettivi. L’intelligenza artificiale è uno strumento efficace per la mobilitazione, l’organizzazione e l’analisi; tuttavia, non sostituirà mai la solidarietà e il lavoro di base, che rimangono il motore principale del cambiamento.
Verso alternative digitali di sinistra: espugnare la fortezza e liberare gli strumenti
Come sinistra, storicamente siamo riusciti a offrire alternative nei campi dell’economia, della giustizia e della politica; tuttavia, oggi affrontiamo una sfida decisiva: non abbiamo ancora sviluppato una visione digitale alternativa e integrale capace di spezzare il dominio tecnologico del capitalismo.
La lezione dialettica più importante che dobbiamo assimilare è che la tecnologia non è uno “strumento neutrale” che cade dal cielo; piuttosto, è un campo di battaglia di classe per eccellenza.
Il problema fondamentale non risiede nell’essenza dell’intelligenza artificiale o dell’automazione, ma nei “rapporti di proprietà” che le governano; cioè, nel monopolio che le grandi corporazioni esercitano su questi strumenti al fine di acuire il conflitto di classe, sorvegliare le masse e standardizzare la coscienza umana al servizio dell’accumulazione di profitti.
Su questa base, non è più sufficiente che la sinistra adotti la posizione di “critica” o di “spettatrice”, poiché deve proporre meccanismi nuovi e audaci per utilizzare la tecnologia all’interno di quadri democratici, partecipativi e trasparenti.
Abbiamo bisogno di una “intelligenza artificiale popolare” che operi sotto supervisione sociale e si sviluppi attraverso cooperative digitali, con l’obiettivo di distribuire la ricchezza e organizzare la produzione al servizio dei bisogni umani genuini, piuttosto che dei capricci del mercato e del rafforzamento della dominazione e del militarismo.
Abbiamo anche bisogno di modelli open source, piattaforme digitali progressiste e iniziative tecnologiche cooperative che non siano soggette alla logica del monopolio commerciale e che permettano alle comunità e alle masse di partecipare alla gestione della conoscenza e dei dati, nonché allo sviluppo di nuove tecnologie.
Un confronto genuino esige di “spezzare la fortezza digitale” del capitalismo, il che significa addentrarci nel cuore stesso del processo tecnico e comprendere la logica degli algoritmi per smantellarli e ricostruirli con un orientamento liberatorio. Il mero fatto di rimanere davanti ai muri di questa tecnologia e gridare condannando il suo sfruttamento non cambierà nulla nella realtà e lascerà la sinistra isolata in ghetti intellettuali obsoleti.
Siamo chiamati a impadronirci degli strumenti della nostra epoca, poiché così come Marx e Engels trasformarono le scienze economiche e filosofiche del loro tempo – da strumenti che giustificavano l’ordine esistente a un’arma teorica e pratica nelle mani della classe lavoratrice – la sinistra di oggi è chiamata a essere una forza attiva e programmatica in questo ambito.
Dobbiamo passare dalla posizione dell'“utente passivo”, soggetto ai termini delle piattaforme capitaliste, alla posizione del “produttore alternativo” che propone una tecnologia comunitaria, aperta e liberata.
La lotta intorno all’intelligenza artificiale non riguarda più semplicemente il futuro della tecnologia, riguarda il futuro del lavoro, della democrazia, della cultura e della giustizia sociale. Senza una presenza attiva della sinistra in questo campo, il capitalismo digitale continuerà a determinare la direzione dello sviluppo tecnologico al servizio dei propri interessi e continuerà a controllare lo sviluppo della mente umana e il futuro dell’umanità.
La vera forza della sinistra risiede nella sua capacità di integrare l’organizzazione umana di base con il dominio del digitale, in modo che lo spazio digitale diventi un palcoscenico di sostegno ed efficace, non un sostituto della lotta; piuttosto, un’ala sulla quale possa elevarsi verso un futuro socialista più umano e più giusto.
di Rezgar Akrawi scrittore, giornalista e pensatore politico iracheno di origine curda. Attualmente vive e lavora in Danimarca. Fondatore e coordinatore generale del forum web “Al-Hewar Al-Mutamaden – Modern discussion”, uno dei più grandi e importanti progetti della sinistra digitale nel mondo arabo, fondato nel 2001. Tra le sue pubblicazioni recenti, il libro “L’intelligenza artificiale capitalistica: le sfide della sinistra e le possibili alternative”.
Fonte
12/06/2026
Potere al Popolo: “La proposta è un campo politico indipendente”
Una lunga e articolata intervista con i due portavoce nazionali di Potere al Popolo – Marta Collot e Giuliano Granato – alla vigilia della assemblea nazionale del 14 giugno per costruire un “Campo politico Indipendente”.
Il prossimo 14 giugno ci sarà una assemblea nazionale a Roma per confrontarsi sulla costruzione di quello che definite un “campo politico indipendente”. Cosa intendete definire con questa proposta?
Marta Collot: Questo termine – “campo politico indipendente” – non è affatto generico. Quando parliamo di indipendenza, non intendiamo una semplice autonomia di manovra all’interno del sistema. Noi vogliamo rompere in modo netto e definitivo con due grandi blocchi di potere che si sono alternati al governo in questi decenni, ogni volta promettendo di cambiare le cose quando invece hanno sostanzialmente portato avanti le stesse politiche.
Da un lato, per noi l’indipendenza è dalle forze politiche. Non solo ovviamente da quelle di governo, ma anche da quelle che si dichiarano di opposizione. Che però, quando governano, accettano le regole del gioco: dall’austerità alla guerra, fino alla repressione del dissenso. Nessuna alleanza con il Partito Democratico, nessuna “corsia preferenziale” per il centrosinistra, nessuna subalternità al cosiddetto “campo largo”, nessun compromesso in cambio di qualche posto in qualche lista elettorale.
Dall’altro lato, rivendichiamo anche l’indipendenza dalle sigle sindacali complici. Lo dico senza mezzi termini: troppe volte i grandi sindacati confederali hanno firmato contratti che hanno peggiorato le condizioni dei lavoratori. Negli ultimi anni, hanno accettato il Jobs Act e lo smantellamento dei servizi pubblici. Hanno fatto da pompiere ai conflitti veri, quando non li hanno traditi apertamente. Per noi, un “campo politico indipendente” deve avere il coraggio di dire che i sindacati che hanno non solo accettato, ma teorizzato la pace sociale, non sono nostri alleati.
Quindi, per rispondere in modo diretto: il campo politico indipendente che proponiamo è uno spazio di rottura, è un progetto di classe che rifiuta le mediazioni al ribasso. Di questo vogliamo parlare domenica all’hotel Hive, con tutti quelli che credono serva costruire una reale alternativa.
Giuliano Granato: Quando pensiamo a quel che non funziona in questo Paese non ragioniamo semplicemente sulla classe politica al governo e all’opposizione, su quella che qualcuno definiva la “casta”.
Pensiamo, piuttosto, a un campo di interessi di cui oltre al potere politico, fanno parte potere economico, potere culturale, potere ideologico.
Un blocco di interessi e di potere che spesso si rivela politicamente trasversale a destre e centrosinistra.
Un esempio concreto: per la America’s Cup che si terrà a Napoli nel 2027 esulta tanto la giunta del campo largo di Manfredi (che riposa su una maggioranza che va da transfughi di Forza Italia a esponenti di AVS) quanto le destre. Non è un caso che la minoranza in Consiglio Comunque abbia scritto una lettera di sostegno al Sindaco piuttosto che fare opposizione in merito al “grande evento”.
I due schieramenti politici condividono l’ideologia/propaganda dei “grandi eventi” che sarebbero vettore di sviluppo. Alle spalle di entrambi ci sono pezzi di quel potere economico che costituisce la colonna vertebrale di tutti e due questi campi politici. E i media cittadini fanno il resto: esaltazione delle enormi opportunità che deriverebbero dalla America’s Cup e minimizzazione dei rischi, nonché occultamento/criminalizzazione delle proteste.
Per questo quando poniamo all’attenzione del dibattito e del confronto la necessità (e gli strumenti) per la costruzione di un “campo politico indipendente”, intendiamo la necessità di un campo che sia politico in senso ampio – laddove “politico” non si restringe né diventa mero sinonimo di “elettorale” – e sappia disputare ogni spazio: politico, sociale, economico, culturale, ideologico.
In questo campo politico indipendente quanto c’è delle mobilitazioni di autunno e quanto c’è del crescente disagio e rabbia sociale?
Marta Collot: L’autunno che abbiamo vissuto non è stato un normale ciclo di proteste. È stato un movimento radicale nei contenuti – rottura netta con ogni complicità verso Israele, sostegno esplicito a tutte le forme di resistenza del popolo palestinese, critica senza peli sulla lingua al governo Meloni e al suo sostegno al genocidio – ma anche radicale nelle pratiche. Per la prima volta dopo anni, abbiamo rivisto blocchi fisici del paese, scioperi che non erano rituali ma interruzioni reali della produzione e della logistica, assemblee permanenti nei territori. Insomma, abbiamo ripreso il vero significato della parola “sciopero”: non una bandierina rituale, ma un’arma in mano ai lavoratori e alle lavoratrici.
Noi di Potere al Popolo eravamo in quelle piazze e all’assemblea di domenica abbiamo invitato tutti i soggetti che le hanno animate: i lavoratori portuali dell’USB, le realtà palestinesi e gli attivisti della Global Sumud Flotilla, gli studenti e le studentesse che hanno occupato scuole e università.
Quindi il campo politico indipendente che stiamo costruendo non è un riflesso pallido o una traduzione elettorale di quelle mobilitazioni. È il tentativo di farle diventare permanenti, organizzate, capaci di colpire quando serve. Perché la rabbia sociale e il disagio già ci sono – basta pensare ai temi caldi di bollette, case, salari, sanità – ma manca una rappresentanza politica degna di questo nome. Noi non vogliamo addomesticare il movimento autunnale. Vogliamo costruire insieme le gambe per camminare tutto l’anno a venire e anche i prossimi.
Giuliano Granato: Disagio e rabbia sociale sono sentimenti che viviamo quotidianamente. E che vive un’enorme maggioranza del Paese. Un disagio che non ha dimensione solo materiale, ma anche psicologica, come registra l’aumento della sofferenza che si palesa in ansia e angoscia, ormai quasi “tratti psicologici” del presente.
Il disagio si accompagna a una rabbia genuina che, però, il blocco di potere esistente è al momento capace di canalizzare verso “nemici inventati” (vedi gli immigrati) o di trasformare in senso di impotenza, che dà vita a una profonda frustrazione.
In questa dinamica le mobilitazioni dell’autunno sono state una potente inversione di tendenza.
L’opposizione al genocidio israeliano in Palestina, alle complicità del nostro governo, che insieme agli alleati statunitensi ed europei lo rendono possibile; la solidarietà con il popolo e la resistenza palestinese, sono diventati il catalizzatore di quel disagio e di quella rabbia sociale.
Se la destra al Governo cercava di delegittimare quelle piazze e quelle giornate, sostenendo si trattasse di una mera manovra antigovernativa della “sinistra”; se il centrosinistra si affrettava a rinculare e a circoscriverle all’interno di un perimetro “umanitario”; noi abbiamo provato a capire le ragioni profonde che hanno spinto milioni di persone a mobilitarsi, a manifestare e a scioperare in tutto il Paese (oltre che contribuire a organizzare quelle giornate): la Palestina è diventata il punto di caduta del nostro “scontento”.
L’autunno scorso è nodo ineludibile per chiunque voglia tirare su un progetto trasformativo perché è all’interno di quelle mobilitazioni che si trovano chiavi ed energie per il futuro di breve e medio periodo.
Il campo largo del centro-sinistra non ha saputo raccogliere né l’onda lunga delle mobilitazioni né il voto di protesta giovanile del referendum costituzionale. Pensate che ci sia ancora possibilità di “capitalizzazione” o l’astensionismo è ormai irrecuperabile?
Giuliano Granato: Il centrosinistra è strutturalmente incapace di “raccogliere”, prima ancora che per le posizioni che esprime per il riflesso pavloviano di ridurre tutto e immediatamente al piano elettorale. Ha guardato alle mobilitazioni autunnali e al voto al referendum vedendo solo i possibili voti che avrebbe potuto catturare.
Significa disconoscere il senso profondo di piazze e urne, che non sono riducibili all’“andiamo a votare per cacciare la destra cattiva”. Nelle mobilitazioni autunnali e nel no al referendum c’è per tanti versi un rifiuto assai più ampio e profondo, che investe gli stessi partiti del centrosinistra e che allo stesso tempo sembra segnalare una disponibilità all’impegno in prima persona per questioni etiche, di senso profondo, che troppo spesso spariscono nella disputa politico elettorale del giorno dopo giorno.
Accanto a questo pezzo, ne esiste un altro: una metà del Paese che non solo non si reca alle urne, ma rinuncia alla partecipazione politica in senso lato. Sono due pezzi che quasi non parlano, che si allontanano sempre più.
In molti è penetrato quel presunto “buon senso” del “tanto non cambia niente”. Che in parte è reale, considerato che chiunque vinca le elezioni, a prescindere dalle promesse elettorali, nulla (o quasi) cambia nella vita quotidiana delle classi popolari.
In parte, però, questo disimpegno è il prodotto di un processo di passivizzazione spinto dall’alto: se il protagonismo popolare può trasformare la realtà, il blocco di potere fa molta attenzione a che non si diano le condizioni per tale attivazione. Non è un destino scontato. Anche questo è spazio di disputa: di senso, di possibilità. E non bastano le parole, serve ricostruire un tessuto di relazioni prima ancora che organizzativo, serve riuscire a rianimare la speranza attraverso vittorie anche piccole ma che incidano nella quotidianità dei nostri e delle nostre, anche di coloro che non partecipano alla vita politica.
Marta Collot: Parto da un fatto che per noi è pacifico: il campo largo non solo non ha saputo raccogliere, ma non avrebbe potuto farlo. Perché chi scende in piazza per bloccare il paese, per sostenere la resistenza palestinese senza se e senza ma, è oggettivamente inconciliabile con una sinistra che va a genuflettersi al Quirinale, che vota i finanziamenti alla guerra, che discute di “responsabilità di unità nazionale”.
Quindi non è un problema di capacità tecnica di capitalizzazione. È un problema politico di fondo: il campo largo non ci rappresenta e non ci ha mai rappresentati. E i giovani – la generazione Gaza, quelli che hanno votato No al referendum costituzionale – lo hanno capito benissimo. Hanno detto no nelle urne di quel referendum perché non era una riforma innocua: era un taglio della democrazia, un accentramento di potere, ma soprattutto era un voto politico contro il Governo Meloni.
Ora, veniamo all’astensionismo. C’è chi dice che è un processo irreversibile, che la popolazione non crede più in nessuna opzione politica. Noi non siamo così fatalisti, ma neanche ingenui. Diciamo una cosa chiara: esiste una differenza fondamentale tra spazio politico e spazio elettorale. La sinistra tradizionale ha sempre sbagliato a sovrapporli, pensando che fare politica significasse rincorrere voti con false promesse, dimenticandosi di costruire davvero un’alternativa nel quotidiano, nei conflitti, nei territori.
Il risultato è che oggi larghe parti della popolazione – e soprattutto i giovani – sono disilluse. Non credono più alle nostre parole? No: non credono più alle false promesse. Ed è giusto così. L’astensionismo non è pigrizia: è l’istinto di chi ha capito che andare a votare per scegliere tra due padroni non cambia nulla.
Allora cosa facciamo? Ci rassegniamo? No. La nostra scommessa è un’altra: ricostruire credibilità politica prima ancora di chiedere voti. Lo spazio politico esiste – l’autunno lo ha dimostrato. Le lotte esistono, i sogni esistono, i bisogni di chi non arriva a fine mese e non si accontenta esistono. Lo spazio elettorale non è scontato. Può esistere solo se è in connessione organica con quello politico – non come una scorciatoia. Se saremo capaci di costruire un’alternativa reale, credibile, combattiva, allora anche il voto potrà arrivare. Ma non sarà mai un fine. Sarà un effetto collaterale positivo di una pratica politica che oggi, in Italia, semplicemente non esiste più.
Il radicamento sociale e territoriale rimane ancora un fattore decisivo oppure la comunicazione ha preso definitivamente il sopravvento nella lotta politica?
Giuliano Granato: La comunicazione viene spesso considerata come mero spazio di trasmissione dei propri contenuti e delle proprie posizioni. Invece, a maggior ragione in epoca di ipertrofia della comunicazione, diventa spazio di esercizio di potere ideologico e, al contempo, di costruzione dei soggetti. È pertanto un fronte di battaglia su cui dovremmo lavorare più e meglio e partire dal riconoscere che anche su questo terreno le destre hanno costruito un vantaggio notevole.
Ciò però non intacca l’importanza del lavoro di organizzazione, radicamento, sedimentazione. Che è anche quello un lavoro di “comunicazione” se vogliamo, quello in cui il medium principale diventa il proprio stesso corpo, la propria stessa presenza.
Senza un intenso lavoro organizzativo non disporremo mai della forza necessaria a conseguire le trasformazioni per cui ci battiamo.
Marta Collot: Il radicamento sociale e territoriale rimane un fattore decisivo e insostituibile. Nessuna strategia comunicativa, per quanto efficace, può sostituire la presenza concreta nei luoghi di lavoro, nei quartieri, nelle scuole, nelle università e dentro i conflitti sociali. La comunicazione può amplificare un messaggio, renderlo più visibile, ma da sola non costruisce rapporti di fiducia, organizzazione e forza collettiva.
Negli ultimi decenni si è cercato spesso di accreditare l’idea che la politica potesse ridursi alla comunicazione, alla leadership mediatica o alla gestione dei social network. Abbiamo visto, come conseguenza, da un lato la proliferazione di “generali senza esercito”: coloro che hanno lanciato il loro partito o proposta politica, pensando che il carisma del singolo potesse essere una scorciatoia per il lavoro quotidiano necessario a costruire una forza di rappresentanza politica.
Dall’altro, la ricerca spasmodica del centrosinistra di nuovi astri nascenti, per poter supplire alla e nascondere l’impresentabilità del Partito Democratico e, oggi, del “campo largo”: la santificazione di Silvia Salis è l’ultimo esempio di una lunga lista.
Parallelamente, è stata demonizzata l’organizzazione collettiva, mentre venivano colpiti tutti quei luoghi in cui si costruisce partecipazione dal basso: i posti di lavoro, i quartieri popolari, le strutture associative e sindacali. Il risultato è stato un indebolimento della capacità delle classi popolari di difendere i propri interessi.
Per noi il radicamento non è un elemento accessorio, ma la condizione necessaria per incidere realmente nella società. È dal lavoro quotidiano nei territori e nelle lotte che nasce la forza necessaria per portare avanti idee, rivendicazioni e progetti di trasformazione. Senza organizzazione, le idee restano opinioni. Quando invece trovano radicamento sociale diventano una forza materiale capace di cambiare i rapporti di forza esistenti.
Questa è l’unica via percorribile, soprattutto se si pensa che i canali in cui avviene la comunicazione oggi sono truccati. Sono in pratica tutti dominati da multinazionali che usano la comunicazione come strumento per creare un “mercato” politico in cui ogni alternativa viene silenziata.
Per noi, la comunicazione è importante, fondamentale anche, ma deve essere al servizio dell’organizzazione, non il suo sostituto. Una politica che esiste solo sugli schermi è destinata a essere fragile, mentre una politica che vive nei territori e nei conflitti sociali può invece costruire consenso, resistenza e cambiamento duraturo.
Potere al Popolo ormai ha quasi otto anni di età. Che bilancio traete dall’esperienza fin qui realizzata? Quanto ha pesato o pesa ancora “l’ansia da prestazione” nel conseguimento degli obiettivi?
Marta Collot: Intanto c’è un dato che consideriamo tutt’altro che scontato: dopo quasi otto anni Potere al Popolo esiste ancora, è presente nei territori e continua a crescere. Se guardiamo a ciò che è accaduto a molti cartelli elettorali della sinistra nati negli ultimi decenni, spesso dissoltisi dopo una o due tornate elettorali, questo risultato non solo non era scontato, ma esprime proprio lo scopo con cui siamo nati: mettere fine a quel tipo di politica.
Fin dall’inizio abbiamo scelto di non ridurci a un progetto costruito esclusivamente attorno alle scadenze elettorali. Abbiamo investito sul radicamento sociale, aprendo decine di Case del Popolo, sostenendo vertenze territoriali, partecipando alle lotte dei lavoratori, dei migranti e degli studenti, e promuovendo campagne nazionali su temi concreti come il salario minimo, la sicurezza sul lavoro e il contrasto al carovita.
Insieme ad altre organizzazioni, come l’USB, abbiamo anche sostenuto la battaglia per l’introduzione del reato di omicidio sul lavoro e la legge di iniziativa popolare per l’introduzione di un salario minimo.
Abbiamo animato dal primo momento le lotte contro la guerra, contro il progetto di riarmo o difesa comune europea e l’aumento delle spese militari, legandole con il contrasto allo scivolamento verso un’economia di guerra e animando diverse manifestazioni nazionali negli ultimi anni. Siamo stati in prima linea nella lotta contro l’imperialismo, nella difesa del popolo palestinese e delle sue legittime resistenze, nel sostegno alla rivoluzione di Cuba socialista contro il criminale bloqueo statunitense.
Naturalmente non pensiamo di essere arrivati. La strada è ancora lunga se vogliamo costruire una presenza davvero capillare nel Paese e riconquistare la fiducia delle classi popolari, dimostrando nei fatti di essere qualcosa di diverso e di alternativo a chi negli anni ha tradito le loro aspettative e i loro interessi.
Quanto “all’ansia da prestazione”, direi che non ha mai segnato la nostra azione. Sappiamo che non esistono scorciatoie. La costruzione di un’organizzazione politica popolare richiede tempo, pazienza, continuità e capacità di resistere anche quando i risultati non sono immediatamente visibili.
Per questo, per misurare l’efficacia del nostro lavoro, certo non ignoriamo i termini elettorali, ma guardiamo soprattutto alla capacità di costruire organizzazione, coscienza e rapporti di forza reali nella società.
Giuliano Granato: Già il fatto di aver spento le candeline per il compleanno numero 8 è in sé un piccolo miracolo. Anzi, miracolo è il termine sbagliato perché fa pensare a qualcosa di trascendente: invece, se dopo 8 anni siamo qui con migliaia di militanti, decine di case del popolo e una presenza che, a macchia di leopardo, copre un po’ tutto il Paese e raggiunge anche l’estero, è solo grazie al lavoro quotidiano di chi, dal primo giorno a oggi, ha lavorato affinché questa organizzazione politica non fosse l’ennesima meteora elettorale, ma diventasse un progetto politico con l’ambizione altissima di trasformare nel profondo il nostro Paese (e non solo). È grazie al lavoro paziente di migliaia e migliaia di militanti se siamo all’ottava candelora.
Siamo nati e cresciuti in tempi difficili, tutt’altro che alle nostre spalle. Crescendo, abbiamo imparato a non drammatizzare eccessivamente passi falsi, a non montarci la testa per qualche vittoria. Viviamo in tempi di montagne russe emotive, in cui cioè si alternano esaltazione e depressione, su e giù anche dall’oggi al domani; sarebbe strano se come militanti non ne fossimo in qualche modo toccate/i anche noi, abbiamo perciò bisogno di dotarci di una tranquillità rivoluzionaria, necessaria a un progetto che si pensa e si costruisce per il medio-lungo periodo e non solo per le incursioni di breve periodo.
Nel vostro appello per un campo politico indipendente, c’è un passaggio significativo quanto impegnativo quando affermate di “percepirvi e agire come parte di un movimento per e verso il Socialismo”. Potete spiegare meglio questo passaggio?
Giuliano Granato: C’è chi si batte per migliorare la situazione all’interno del quadro dato e che, quando tocca i limiti, si ritrae, per paura, incapacità, mancanza di volontà.
Noi, al contrario, crediamo che le battaglie della quotidianità si debbano accompagnare e inserire in una lotta più ampia che lavori proprio per abbattere i limiti strutturali della logica del sistema in cui viviamo.
Se l’obiettivo diventa la soddisfazione dei bisogni delle nostre e dei nostri non ci possiamo certo fermare davanti ai vincoli di bilancio o alla paura di scatenare reazioni nelle classi dominanti.
Lavoriamo, cioè, per la transizione a un altro sistema che, per l’appunto, chiamiamo socialismo: un orizzonte che consideriamo necessario perché la logica del capitale si dimostra giorno dopo giorno distruttiva, tanto dell’ambiente quanto della vita umana.
Ai suoi albori il movimento socialista e comunista aveva l’enorme forza del futuro dalla sua: in maniera a volte anche ingenua, prometteva attraverso la lotta non solo qualche soldo in più in busta paga, ma la trasformazione dei rapporti di potere, un domani che per tanti versi si presentava come negazione completa del presente e suo ribaltamento. Questo orizzonte è come se si fosse rotto, viviamo in un eterno presente e il futuro spesso ci si staglia di fronte come perdita più che come conquista. È il frutto avvelenato di una sconfitta storica. Ma la storia non finisce e le guerre si possono vincere anche in seguito a brucianti sconfitte.
Lavorare come parte di un movimento internazionale per e verso il socialismo significa anche uscire dall’ottica meramente “reattiva” e ricostruire invece questo orizzonte, una traiettoria di liberazione collettiva.
Marta Collot: Quando affermiamo di percepirci e agire come parte di un movimento per e verso il Socialismo, non stiamo facendo un richiamo nostalgico. Stiamo partendo da un’analisi molto concreta della realtà che abbiamo di fronte.
La barbarie di questo sistema è sotto gli occhi di tutti. Lo vediamo nelle guerre che si moltiplicano, nel sostegno economico, militare e diplomatico che l’Occidente continua a garantire al genocidio dei palestinesi, nei bombardamenti che devastano tutto il Vicino Oriente, nella subalternità della politica italiana alle scelte della NATO e agli interessi geopolitici delle grandi potenze. Non è aggiungendo al loro novero anche la UE che si risolverebbe la questione: si aggiungerebbe solo un altro attore a questo gioco macabro.
La barbarie la vediamo anche nella vita quotidiana delle persone: salari che non permettono di arrivare alla fine del mese, precarietà, sfratti, smantellamento dei servizi pubblici, devastazione ambientale e crisi climatica, razzismo e violenza di genere. Ogni aspetto della vita viene subordinato alla logica della sopraffazione sull’altro e del profitto.
Ma c’è un altro elemento che ci spinge a parlare di Socialismo: questo sistema non è soltanto ingiusto, è sempre più incapace di rispondere ai bisogni fondamentali della maggioranza della popolazione. La ricchezza cresce, ma si concentra nelle mani di pochi; aumentano le possibilità tecnologiche e produttive, ma peggiorano le condizioni di vita di milioni di persone.
Per questo riteniamo che oggi non basti un maquillage del sistema, qualche correzione marginale o una stagione di piccole riforme. Serve la capacità di indicare un orizzonte alternativo, una prospettiva di trasformazione profonda della società, che sia fondata sulla proprietà collettiva delle risorse strategiche, sulla pianificazione democratica dell’economia, sulla pace, sulla giustizia sociale e ambientale.
In questo senso guardiamo con interesse e rispetto a tutte quelle esperienze che hanno cercato e cercano di costruire modelli alternativi alla logica del capitale. Pensiamo, ad esempio, alla resistenza di Cuba, che da decenni affronta un blocco economico durissimo senza rinunciare a principi di solidarietà internazionale che il mondo ha conosciuto attraverso l’invio di medici e personale sanitario, non di eserciti e bombardieri. “Medici e non bombe” non è soltanto uno slogan: è una diversa idea di relazioni internazionali e di società.
Quando parliamo di Socialismo, quindi, parliamo della necessità di costruire un’alternativa reale a un sistema che riesce a produrre solo guerra, disuguaglianza e devastazione. Non una semplice gestione più “umana” dell’esistente, ma un progetto di trasformazione generale e strutturale, capace di mettere al centro i bisogni delle persone e non i profitti di una minoranza.
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29/04/2026
La cacciata dei sionisti dal corteo di Milano: un segnale per l’alternativa
La cacciata “a furor di popolo”, durante questo 25 aprile, della Brigata ebraica e dell’internazionale nera al suo seguito (sionisti, pro-Sciah, sostenitori del regime nazi-golpista di Kiev e ultrà di Trump; coadiuvati, inoltre, dalla giovanile di Forza Italia), ci porta quindi a riprendere quel ragionamento per provare a cogliere alcune implicazioni e potenzialità rispetto a quanto accaduto in piazza.
La misura era ed è colma: da tre anni a questa parte la passività o direttamente la complicità della classe politica tutta davanti al genocidio del popolo palestinese ha fatto saltare il tappo che aveva fin qui, tra narrazioni ipocrite e falsità pure, fatto accettare anche al cosiddetto popolo della sinistra, tra malesseri e mal di pancia, le peggiori porcherie dei suoi referenti politici e sindacali.
Gli argini si sono rotti con il movimento del “Blocchiamo tutto” lo scorso autunno e da allora diverse – per intensità, modalità e chiarezza di direzione politica – sono state le manifestazioni di questo scollamento tra larghe fasce di popolazione e classe politica, ultima la vittoria del No al referendum contro il governo Meloni.
La reazione di sacrosanta rabbia delle centinaia di manifestanti che sabato hanno contestato e bloccato la palese provocazione dello spezzone nero, fino a costringerlo ad abbandonare il corteo, è stata un’ulteriore manifestazione di questo scollamento, plasticamente rappresentato dalla distanza, fisica e “sentimentale” della testa istituzionale del corteo che intanto proseguiva incurante sul suo percorso.
Per gli organizzatori il problema si limitava infatti ai “patti non rispettati”, come spiegato da Pagliarulo: “quest’anno vista la situazione”, non dovevano portare le bandiere di Israele.
D’altronde la presenza della Brigata Ebraica, che ha sempre portato bandiere di Israele, era prevista come sempre e negli anni scorsi non si era fatto nulla per impedire la presenza di bandiere non solo di Israele ma anche della NATO, ed invece si era cercato di impedire la presenza delle bandiere e dei palestinesi sul palco. Ci hanno pensato le accuse posteriori dei sionisti a ribadire paradossalmente le responsabilità di quanto accaduto intestandole a quella testa istituzionale, suo malgrado e imbarazzo.
Il fatto è che Anpi, Pd, Cgil e corpi intermedi si trovano a fare i conti da una parte con una contraddizione gigantesca che loro stessi si sono portati in casa e che ora non riserva loro la stessa cortesia ricevuta in anni e anni di ingiustificabile legittimazione; dall’altra a dover recuperare una credibilità – fin dove possono, cioè molto poco, pensiamo alla vicenda del gemellaggio tra Milano e Tel Aviv – fette crescenti di società che ne ha viste e accettate troppe per sfilare anche e proprio il 25 aprile dietro le bandiere di uno stato genocida e di tutta la nuova internazionale nera al gran completo.
Salutata con il dovuto entusiasmo la cacciata dello spezzone nero da parte di centinaia e centinaia di manifestanti che hanno poi proseguito festanti fino a piazza Duomo, l’elefante nella stanza è però ancora lì: la cacciata di sionisti, monarchici iraniani, ecc., dal corteo produce spontaneamente un’alternativa ed è stata sufficiente a “rendere potabile” quella manifestazione?
Abbiamo sentito condanne del genocidio ai danni del popolo palestinese e delle aggressioni imperialiste in tutto il mondo?
Sono cambiate le posizioni di chi quella manifestazione la guida e sta contribuendo a riarmo, alla prosecuzione della guerra in Europa, ha coperto con ogni mezzo possibile Israele, attacca a ogni piè sospinto le condizioni di vita dei lavoratori, taglia servizi, sanità e stipendi?
Oltre ad interrogarsi in maniera ancora più stringente sulla natura e sulla funzione politica e ideologica di quella piazza, crediamo invece che occorra interrogarsi sul come dare voce e corpo a un’alternativa in grado di intercettare quella crescente insofferenza che si manifesta nella società e che in parte si è manifestata sabato, come potenziale disponibilità al conflitto, non solo tra lavoratori, giovani e classi popolari, ma anche su un piano ideologico e valoriale in quella parte del popolo della sinistra che, ingannato e sistematicamente tradito, ha invece per anni digerito di tutto e non è più disposto a farlo.
Il movimento “Blocchiamo tutto” dell’autunno scorso crediamo abbia dato già una parziale ma importante verifica in questo senso: determinazione e chiarezza degli obiettivi politici, praticando il terreno dell’indipendenza da quel “centrosinistra” che si vergognava anche solo a chiamare un genocidio col suo nome, non solo erano la cosa giusta da fare, ma hanno permesso di rompere trent’anni di passività e rassegnazione, riportando a scioperare e a scendere in piazza milioni di persone.
La domanda torna al nostro campo: ammesso e non concesso, ripulito il 25 aprile dai sionisti più spudorati e dallo “spezzone nero”, ritorniamo a marciare a ruota del nemico di classe che se li era coccolati e portati a braccetto fino a ieri, pensando di condizionarne le scelte o di modificare i rapporti di forza agendo di fatto, volenti o nolenti, dall’interno del loro campo, oppure ci attrezziamo per lavorare anche il 25 aprile, che è storia nostra, ad una prospettiva indipendente e conflittuale, e quindi credibile per i tanti che non sono più disposti ad accettare l’ipocrisia e il presente di guerra e miseria a cui ci sta condannando, da destra a “sinistra”, questa classe dirigente, spalancando proprio la strada alle peggiori destre reazionarie?
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09/04/2026
Gli anni della ricostruzione
Bellissima vittoria referendaria. Euforia post-depressione. La discesa in campo della generazione Gaza. La politicizzazione del malessere sociale. La riattivazione delle classi popolari. La stupenda mobilitazione No Kings. Tanta roba, certo, ma la domanda adesso è: di tutto questo, che ne facciamo? Dall’autunno antisionista alla primavera anti-Meloni il clima nel Paese è cambiato, su questo non c’è dubbio. Ma senza la grondaia che raccolga la pioggia, senza un impianto che la canalizzi e senza un invaso che la trattenga, l’acqua evapora e si perde.
È chiaro che adesso il “caso italiano” si sta collocando più nella dimensione politica che in quella sociale. Cioè, non si può più parlare di un presunto ritardo della società rispetto alle urgenze del presente, ma al contrario c’è una movimentazione sociale ricca e plurale che si scontra con una inadeguatezza evidente dell’offerta politica.
Perché il “ciclo di marzo”, così come quello d’autunno, manifesta un divario enorme tra la potenza sociale che evocano piazze e urne referendarie, e le pallide figurine progressiste che salgono su palchi improvvisati fingendo di rappresentare quelle realtà. È evidente che il cosiddetto centrosinistra – che ogni giorno manifesta una crepa o un imbarazzo nuovo, su questo o quel tema – non riuscirà mai a rappresentare quei quattordici milioni di italiani che hanno scelto il referendum per dare un calcio a Meloni. E questo vale persino per quelli che li votano, che ormai lo fanno obtorto collo e senza alcuna aspettativa realistica.
Manca la politica, dunque. Manca la visione complessiva, manca la proiezione del movimento sociale sul terreno politico generale, manca un dispositivo che sappia condensare i forti elementi di critica anti-liberista e anti-bellicista che sono già presenti nell’immaginario diffuso del “popolo della sinistra”, evitandone la dispersione o il velleitarismo.
Ricette in tasca non ne ha nessuno, sia chiaro. Gli sforzi di tutti sono ben accetti e utili, per quanto parziali. Ma l’impressione è che senza un protagonismo dei territori – in termini di radicamento reale e di consistenza organizzativa – operazioni di altro segno, calate dall’alto, sono destinate a dimostrarsi effimere o velleitarie. La politica anticapitalistica è fatta di corpi, non di eventi. Corpi che si riconoscono e si organizzano. Soggettività che sono in grado di esprimere egemonia “in casa loro”, nelle arene di prossimità in cui vivono le forme della convivenza e della loro riproduzione sociale.
Mentre i grandi eventi nazionali sono i segnalatori del clima sociale, i territori costituiscono il retroterra, la miniera, il serbatoio di queste energie. Grandi sfilate romane ne abbiamo prodotte a iosa, in questi anni, anche nei momenti peggiori: ma è la trama del quotidiano, quella che intercorre tra un evento e l’altro, a fare la differenza nella competizione contro le destre. Cosa rappresentiamo sui territori? Come e quanto interagiamo con i punti di crisi – povertà urbana, aziende in crisi, caro affitti e caro-vita, militarizzazione delle forme sociali – che costellano il nostro vissuto, i nostri quartieri? E sul tema guerra/riarmo/genocidio, le nostre batterie sono sempre cariche, o inseguiamo freneticamente scadenze e suggestioni? E questa attività sul territorio sociale, di che strumentazione organizzativa si dota? Non è un dettaglio o una fregola “organizzativistica”. È una rappresentazione adeguata quella di una pletora di collettivi e gruppetti, magari in concorrenza tra loro, senza una lettura unitaria delle cose, senza una sigla che si ponga come riferimento per la società civile del territorio, senza un minimo di strutturazione che identifichi questa soggettività e la renda attrattiva per le persone in libera uscita da vecchie appartenenze?
Riusciamo ad aprire una fase costituente in cui la rappresentanza sociale sui territori riesce a darsi forme, visibilità, una continuità di presenza e iniziativa, al di là dei comitati di scopo? Non abbiamo bisogno di sfornare altri partitini iper-rivoluzionari (quelli che ci sono bastano, avanzano e speriamo non facciano troppi danni). Abbiamo piuttosto bisogno di veri organismi popolari di massa. Che pesino, che facciano ombra alle istituzioni e le pieghino a una qualche forma di nuova decretazione dal basso. Che siano di per sé deterrenti di fronte a qualsiasi tentazione repressiva. Questo chiede la fase.
E delle marionette del centrosinistra che ne facciamo? Niente. Lasciamole a interpretare la loro parte. Non pretendiamo di spaccare né lasciamoci dividere da politicismi di serie B. Dalle forze politiche attuali non c’è niente di buono da aspettarsi e un governo alternativo alle destre “purché sia” sarebbe la peggiore iattura.
Siamo in una fase eroica, storica, in cui bisogna ricostruire su macerie epocali lasciate dalle democrazie liberali. Useremo per ricostruire anche i materiali di risulta che restano sul terreno, come l’uomo ha sempre fatto per millenni. Cerchiamo di unire i dispersi e i confusi, senza appiccicare loro etichette. Offriamo argomenti e forza agli scettici. Non diamo aut aut velleitari a persone che vogliono solo essere ascoltate e organizzate, non catechizzate.
Oggi, contro la società di guerra, è necessario il fronte popolare largo. Dandosi, certo, qualche linea rossa da non parlare con chi in parlamento si astiene in merito al ddl Romeo sull’antisemitismo.
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29/03/2026
Una grande manifestazione marcia sulla testa dei Re, ma chi marcerà alla sua testa?
Una grande manifestazione ha attraversato ieri le strade di Roma. Sicuramente molte più persone delle 15.000 indicate alla vigilia o delle 25.000 dichiarate dalla Questura.
Oltre a moltissime associazioni, reti sociali, e la Cgil, erano presenti – anche se in modo discreto – diversi esponenti politici e sindacali, tra cui Maurizio Landini, Angelo Bonelli, Nicola Fratoianni e Ilaria Salis. Quest’ultima di prima mattina era stata oggetto di una provocazione da parte della polizia che si era presentata alla porta della sua stanza di albergo “per un controllo” richiesto dalla Germania (??). Una provocazione del tutto gratuita che non lasciava – e non lascia – presagire nulla di buono. Su questo vedi l’articolo su altra parte del giornale.
Chi auspicava tensioni o scontri tirando in ballo la presenza del centro sociale Askatasuna o degli anarchici è rimasto deluso. La manifestazione è stata, come si dice, pacifica e di massa. Askatasuna ha sfilato pacificamente come gli altri e gli anarchici hanno dato vita ad un presidio lungo il corteo con uno striscione che ricordava i due militanti morti nell’esplosione di Roma.
Ad aprire il corteo, lo striscione “Per un mondo libero dalle guerre” seguito da una grande bandiera della pace. Lungo il percorso non sono mancati cori e slogan contro il governo ma non la richiesta di dimissioni.
Una volta raggiunta piazza San Giovanni, gli organizzatori hanno chiesto e ottenuto di poter proseguire fino a piazzale del Verano a causa della grande numero di manifestanti. Il corteo è stato quindi prolungato su via Carlo Felice, Porta Maggiore, via dello Scalo San Lorenzo e la Tangenziale Est, che è stata occupata dalla manifestazione, rievocando in qualche modo le manifestazioni del Blocchiamo Tutto di settembre e ottobre.
Le manifestazioni No Kings, nate negli Stati Uniti in risposta alle brutalità dell’amministrazione Trump, ieri si sono svolte non solo in centinaia di città statunitensi ma anche a Parigi, Londra ed altre città europee.
In Italia la mobilitazione ha assunto un caratteristica particolare andando a raccogliere l’onda lunga del No al referendum costituzionale che ha segnato un pesante stop per il governo Meloni ed ha palesato una esigenza di opposizione e indignazione rimasta sottotraccia per troppo tempo ma già annunciata dalle grandi manifestazioni per la Palestina dell'autunno 2025.
Una manifestazione quella di ieri a Roma decisamente grande e partecipata. Come spesso avvenuto, questo paese e le sue realtà sociali hanno saputo produrre momenti di massa in cui la genericità dei contenuti favorisce l’inclusione, mentre la chiarezza viene allontanata in quanto divisiva. Ma questa mezza verità lascia lo spazio anche alla grande bugia sulle prospettive, quando tutta questa disponibilità alla mobilitazione e le aspettative che crea viene sintetizzato dalla “politica”.
E qui si rischia di ricominciare un eterno gioco dell’oca in cui si ritorna sempre alla casella di partenza. I “movimenti” riempiono le piazze, alimentano aspettative, annunciano rotture sociali importanti, ma invece di definire un proprio spazio politico indipendente vengono poi reclutati e recintati dalla “politica” per diventare il paracarro del centro-sinistra e del Pd alle prossime elezioni, come ci ripropongono esplicitamente Sinistra Italiana/AVS.
È stato questo lo scenario di questi ultimi trenta anni che ha portato ai disastri a sinistra che abbiamo visto, vissuto, verificato. E che, appunto, ci viene ora riproposto da chi marcia alla testa di bellissimi cortei come quello di ieri.
Non è un mistero che riteniamo questa ipotesi niente affatto attraente. Non lo è stata in passato, non lo è nemmeno oggi. Abbiamo scelto di definire – e definirci – dentro uno spazio politico indipendente e incompatibile, a tutto campo.
Fonte
25/03/2026
“Dimissioni!”, l’urlo che sale dalla società
E lo è stato non solo per le caratteristiche sociali e geografiche di chi ha votato NO, ma lo è anche per il segnale tutto politico che ha inviato sia al governo che al cosiddetto “campo largo” dell’opposizione. Su questo invitiamo a leggere con attenzione il grafico in coda a questo articolo.
Se si guarda alla composizione sociale del voto, quello giovanile è stato decisivo sia per l’aumento dell’affluenza che per il risultato. Tra studenti e studentesse il NO arriva a punte del 63%.
È il segno che la “generazione Gaza” – quella che ha riempito le piazze dell’indignazione in autunno – ha voluto concretizzare alla prima occasione questo suo ripudio politico e morale del governo in carica sia sui problemi interni che internazionali. È il segno di uno spirito critico attivo, magari ancora indeterminato nei suoi sbocchi politici, ma che sa riconoscere con certezza l’avversario principale da battere.
Anche se si guarda al voto degli italiani all’estero, il NO prevale tra quelli costretti ad emigrare in Europa (soprattutto giovani), e il SI in quelli integrati, conservatori e magari benestanti nei paesi “extracomunitari”.
Il dato interessante – e decisivo – di questo referendum è che la politicizzazione, e la conseguente polarizzazione, sono state la carta vincente, una vera rivelazione delle potenzialità di cambiamento esistenti nella società.
Sbagliava dunque chi nei mesi scorsi ha cercato di depoliticizzare il referendum, temendo la sconfitta, e ora insiste nello stesso atteggiamento suicida tappandosi la bocca sulla richiesta di dimissioni alla Meloni.
Era fin troppo evidente che il tema dell’ordinamento giudiziario non aveva le caratteristiche, “nel merito”, per animare una battaglia di chiarezza di cui, al contrario, c’era estrema necessità di fronte alle scelte antipopolari, liberticide e guerrafondaie dell’esecutivo.
Il basso profilo scelto dalle forze dell’opposizione parlamentare vedeva infatti i pronostici dare in vantaggio il SI sostenuto dalla destra, ma anche da un pezzo dello stesso “campo largo”.
Bene hanno fatto invece le forze che hanno dato vita al “NO sociale”, che ha politicizzato e articolato – socialmente, appunto – la battaglia referendaria, arricchendola di contenuti e indicando sin da subito la sua alterità al governo.
È stata infatti la politicizzazione e la polarizzazione che hanno spinto ad un aumento dell’affluenza alle urne – in controtendenza rispetto alla crescita sistematica dell’astensionismo – facendo materializzare un palese e crescente ripudio verso il governo Meloni che da mesi andava maturando nel paese.
Alla luce del risultato referendario ci sentiamo di dire che quella che si apre è la fase del coraggio e della coerenza politica.
La pavidità dei leader del centro-sinistra, o dello stesso Landini, che li spinge a non chiedere le dimissioni del governo alla luce del risultato referendario, è emblematica dell’inadeguatezza del “campo largo” a rappresentare la necessità di cambiamenti sostanziali, sia in materia di giustizia sociale e libertà politiche, sia in politica internazionale, cominciando dunque a “sganciare” il paese da tutti quegli automatismi e obbedienze che ci stanno trascinando nella recessione economica e nelle avventure belliche in Europa e in Medio Oriente.
E quando sono le nuove generazioni a dare indicazione in questa direzione, il senso di autoconservazione del ceto politico – di destra o di “sinistra” – rischia di produrre danni seri.
È tempo che emerga e si materializza una ipotesi di alternativa politica e sociale al cupo quadro dell’esistente.
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15/03/2026
Il NO sociale riempie la piazza e materializza una alternativa
Il colpo d’occhio sulla piazza di ieri a Roma restituisce l’immagine di una manifestazione più che riuscita. Il corteo convocato del No sociale ha visto in piazza almeno 20mila persone contro il Governo Meloni!
Ma soprattutto ha visto definirsi con decisione un NO alla controriforma costituzionale sulla giustizia, alle politiche di guerra che impoveriscono il paese e alle misure repressive che il governo sforna ormai a ritmi ossessivi sin dal suo insediamento.
Insomma molto di più della sola indicazione di votare no al referendum del 22 e 23 marzo.
Il lungo serpentone umano si è snodato da Piazza della Repubblica per concludersi a Piazza San Giovanni con gli interventi dal camion-palco aperto da uno striscione che recitava il NO al referendum, alla guerra e al governo liberticida.
C’erano le lavoratrici e i lavoratori protagonisti degli scioperi di questo autunno, c’erano le famiglie in lotta per il diritto all’abitare, ma soprattutto c’erano tantissime e tantissimi giovani e studenti che hanno chiesto le dimissioni di un Governo sempre più nemico delle fasce popolari, piegato alle politiche belliciste di NATO, UE e USA e che sta condannando il Paese a un futuro di guerra, precarietà e sfruttamento. A richiamare l’emergenza della guerra in corso in piazza anche un gruppo di cittadini iraniani. Tante le bandiere palestinesi, cubane e venezuelane.
“È il momento di dire basta con questo governo di guerra e carovita: votiamo no al referendum, verso la mobilitazione operaia in primavera” annuncia l’USB.
Durante il corteo sono state bruciate le immagini del ministro Nordio e della Meloni, quelle di Trump e Netanyahu e una bandiera statunitense. Stizzite le reazioni della destra e del governo ma anche quelle di Giuseppe Conte e dell’Anm. La Digos fa sapere che denuncerà gli autori per vilipendio.
“Era una provocazione carnevalesca per non far sparire un corteo di 20mila persone! Lo sanno tutti che in questo paese chi non fa parte del club esclusivo della destra e del centrosinistra viene silenziato” scrive in un comunicato Potere al Popolo che poi risponde anche a Conte “Magari stavolta, guardando il dito arrivate anche alla Luna. Non se ne abbiano a male Nordio e Meloni, sempre a fare le vittime”.
Il problema infatti è anche questo. Le manifestazioni pacifiche e popolari, anche se partecipatissime, vengono ignorate e silenziate dai media. È sufficiente però bruciare un cartone per costringerle a parlarne. E allora...
Ma se la reazione della destra e del governo si capisce, la stigmatizzazione di Conte colpisce.
Le forze del campo largo dell’opposizione hanno condotto una battaglia per il no nel referendum di bassissimo profilo, quasi esclusivamente nei talk show televisivi, poco o nulla nelle strade o tra la gente. La segretaria del PD Schlein è arrivata ad affermare che in caso di vittoria del No non chiederà le dimissioni della Meloni, mentre in Parlamento l’opposizione articola una opposizione spesso più “spettacolare” che organizzata, rendendo nuovamente attuale la definizione di “cretinismo parlamentare”.
“È contro tutto questo che siamo scesi in piazza oggi, e con questo spirito che voteremo NO al referendum e continueremo a mobilitarci contro il governo Meloni e le finte opposizioni, sempre più complici dell’esecutivo” – denuncia Potere al Popolo al termine della manifestazione – “Costruiamo l’alternativa politica e sociale autonoma e indipendente, mandiamo a casa il Governo e fermiamo la guerra al fianco dei popoli che resistono, per rimettere al centro le necessità delle fasce popolari”.
La battaglia politica per il NO al referendum andava sostanziata nel paese e questo ha fatto il Comitato per il NO sociale sia sui territori che nella riuscita manifestazione nazionale di ieri a Roma. L’alternativa sta prendendo forma ma deve marciare sulle idee e sulle gambe delle donne e degli uomini non nei salotti televisivi.
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25/01/2026
Conflitto sociale, classi e alternativa dentro la crisi del XXI Secolo. Una discussione sul che e il come fare
In ordine i contributi di Mauro Casadio, Sergio Cararo, Franco Russo, Emidia Papi, Giorgio Cremaschi, Cinzia Della Porta, Michele Franco, Paolo Spena, Paolo Ferrero, Bruno Papale, Marcella Grasso, Walter Tucci.
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09/01/2026
Dalle piazze all’alternativa. La mobilitazione politica è oggi più forte di quella sociale?
C’è un dato che ha colpito tutti negli scioperi generali “politici” del 22 settembre, del 3 ottobre e del 28 novembre scorsi così come nelle grandi manifestazioni di questi mesi: non solo migliaia di lavoratrici, lavoratori, studenti hanno scioperato ma lo hanno fatto con numeri superiori agli scioperi sindacali su questioni sociali anche fondamentali.
Il fatto che uno sciopero chiaramente “politico” come il ripudio del genocidio dei palestinesi e il sostegno alla Global Sumud Flotilla sia stato una leva mobilitante superiore rispetto agli scioperi vertenziali, è un fattore che merita di essere approfondito e discusso.
Per anni infatti si era ritenuto che il conflitto sociale fosse più forte e credibile agli occhi delle “masse” di quello politico, sia per il crollo di credibilità della politica mutatasi in farsa – per le stesse forze della sinistra – sia perché le vertenze e la logica vertenziale (nei posti di lavoro come nei territori) sembravano svolgere una funzione di supplenza rispetto a obiettivi dichiaratamente politici. Insomma sembrava che il particolare fosse più convincente del generale.
Ma negli ultimi decenni la fine di ogni mediazione, sociale, sindacale, politica, ha prodotto un processo di politicizzazione delle contraddizioni e dei conflitti. Di fronte al muro alzato delle classi dominanti, la reazione “politica” ha ripreso il sopravvento rispetto alla sua dimensione sociale e vertenziale affossata a tutti i livelli con la collaborazione attiva della sinistra e dei sindacati complici.
Nel periodo successivo alla crisi del debito del 2011, questa tendenza si è più volte manifestata in forme anomale: dal populismo leghista al vaffa di Grillo, fino anche allo spirito rottamatore di Renzi.
Tutte quelle forme di “rappresentanze” si affermarono perché buona parte della società prendeva atto che non si poteva modificare nulla e la reazione all’impotenza si sfogava con il voto per “vendetta”. Ma anch’esso è divenuto oggi poco credibile di fronte alla giravolta della Meloni che è passata dal dire alla UE che “la pacchia è finita” a fare lo zerbino di Trump e della Von Der Leyen.
Uno dei risultati è stato l’aumento esponenziale dell’astensionismo alle elezioni, che ormai supera la metà degli aventi diritto al voto.
È decisivo comprendere come questo processo sia venuto dall’alto, ovvero come conseguenza della frammentazione dell’economia mondiale, dell’affermarsi della competizione su scala globale rispetto ai decenni della concertazione/globalizzazione e da una evidente crisi di credibilità ed egemonia delle classi dirigenti.
Se la politicizzazione delle contraddizioni e del conflitto oggi si materializza inaspettatamente, questa è stata accompagnata anche da altri due processi profondi e oggi irreversibili: quello della velocizzazione dei processi stessi e quello della centralizzazione a livello statuale e finanziario che completano il quadro generale in cui agiamo e di cui dobbiamo tenere conto.
Questo passaggio ha reso visibile la crisi di egemonia delle classi dominanti rivelatesi inadeguate a gestire le contraddizioni che loro stesse avevano prodotto e accumulato nei decenni precedenti. Non solo. Questa crisi di egemonia ha impresso una visibile svolta reazionaria e guerrafondaia delle classi dominanti.
In questo passaggio di fase storica, a nostro avviso, i comunisti tornano a poter svolgere un ruolo decisivo sia sul piano ideologico – e con una visione complessiva del cambiamento politico – sia sul piano della organizzazione degli interessi e delle istanze sociali che aspirano al cambiamento.
Il ripudio del genocidio del popolo palestinese e l’indignazione diffusa per la complicità dei governi occidentali con il genocidio stesso, ha innescato un detonatore tutto politico che è diventato senso comune tra ampissimi strati della popolazione di tutte le età.
Negli ultimi tre anni la guerra e l’economia di guerra sono entrati nell’agenda sindacale e sociale. L’azzeccato slogan “Abbassate le armi, alzate i salari” ha rappresentato ad esempio una sintesi nella quale si sono riconosciute tantissime lavoratrici e lavoratori e non solo.
È emersa infatti una voglia di coerenza e di radicalità che la parola d’ordine “Blocchiamo tutto” ha interpretato con grande efficacia a partire dall’appello dei portuali genovesi e poi con gli scioperi generali del 22 settembre e del 3 ottobre fino all’enorme manifestazione del 4 ottobre.
Ma la questione palestinese, apparentemente più lontana dal clima di guerra che ormai si respira a pieni polmoni in Europa, ha avuto la forza di intercettare, sintetizzare e rappresentare un sentimento diffuso di indignazione che ha mobilitato, anche in modalità diverse tra loro, decine di migliaia di persone in tutto il paese.
Questa crescita della mobilitazione popolare sul piano “politico” sta preoccupando seriamente il governo ma sta preoccupando anche le forze del centro-sinistra.
Le mobilitazioni hanno rivelato un potenziale blocco composto dalle categorie sociali massacrate da anni di austerity e frammentazione che sembrano indicare una possibile rottura della “letargia di classe” che ha pesato per anni sul paese.
La nuova fase appare ipotecata dalla ridefinizione strategica degli interessi imperialisti degli Stati Uniti: in competizione aperta con l’Europa e la Cina e con ritrovati appetiti egemonici sull’America Latina.
La retorica colonialista del Piano Trump per la Palestina, ha confermato come nel momento stesso in cui a Gaza sono cessate le ostilità (nonostante le centinaia di palestinesi uccisi), le forze normalizzatrici, gli agenti dell’imperialismo e i complici del genocidio hanno cercato di riprendersi lo spazio che avevano perso in questi mesi. Contemporaneamente i guerrafondai europei intendono approfittare di questa crisi nei rapporti con gli USA per rilanciare la guerra, l’economia di guerra in Europa e imporre una torsione autoritario “sul fronte interno”.
Ma se nel paese cresce una domanda di politica e indipendenza politica adeguata alla turbolenta e violenta fase storica che stiamo attraversando, le forze che agiscono per una alternativa politica di sistema come possono e devono rispondere a tale esigenza? Come possono e devono individuare le forme della sedimentazione delle forze che si stanno esprimendo in questi mesi?
Di questo e su questo la Rete dei Comunisti intende discutere pubblicamente nel paese in un momento di confronto a livello nazionale sabato 24 gennaio a Roma e successivamente articolare questa discussione nei territori.
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10/12/2025
Censis 2025. L’Italia “nell’età selvaggia” della crisi sistemica e dei guerrafondai
Se per i ricercatori dell’istituto siamo entrati in un’era in cui la violenza prevale sul diritto, la responsabilità è tutta sulle spalle delle guerre condotte sulla base di prove false e in barba alle opinioni del resto della comunità internazionale da parte degli imperialisti occidentali, dalla ex Jugoslavia alla rovinosa fuga dall’Afghanistan. Col culmine raggiunto nella copertura diplomatica e finanziaria del genocidio dei palestinesi.
Il dato economico più eclatante è il paradosso della produzione. Mentre l’industria italiana cala inesorabilmente da due anni e mezzo (-1,2% nei primi nove mesi del 2025), c’è un settore che registra un boom senza precedenti: le fabbriche di armamenti, che segnano un +31% rispetto all’anno scorso. È la fotografia di un’economia di guerra in tempo di pace apparente.
Per il Censis sembra quasi una manna dal cielo, ma l’istituto stesso ammette che è insufficiente a coprire il collasso industriale del paese. E deve poi ammettere anche un altro dato “il 66% ritiene che, se per riarmarsi l’Italia fosse obbligata a tagliare la spesa sociale, allora dovremmo rinunciare a rafforzare la difesa”. Nessun titolone per questo sondaggio.
Crollano i settori tradizionali del Made in Italy: il tessile perde l’11,8%, l’auto il 10,6%. Soffrono meccanica, metallurgia e farmaceutica. A tenere a galla il sistema restano solo l’alimentare e, appunto, la difesa. Ma anche l’alimentare potrebbe subire pesanti scossoni se le spinte protezionistiche ridurranno le opportunità di esportazione.
Intanto, la forbice sociale si allarga drammaticamente. Negli ultimi quattordici anni, la ricchezza reale delle famiglie è scesa dell’8,5%, ma il prezzo più alto lo ha pagato il ceto medio. Mentre il 5% delle famiglie più ricche detiene quasi la metà della ricchezza nazionale, una famiglia povera su due ha visto il proprio patrimonio ridursi di un quarto. Solo la fascia delle famiglie più ricche ha visto aumentare il proprio patrimonio, del 5,9%: è evidente come quello attuale sia un modello costruito sull’ingiustizia sociale.
Le retribuzioni reali del 2024 sono minori dell’8,7% rispetto al 2007. Il potere d’acquisto pro capite è crollato del 6,1%. Intanto, il carrello della spesa è aumentato del 23%, ma le quantità acquistate sono diminuite del 2,7%. Significa letteralmente mangiare meno perché non si hanno i soldi per pagare, così come non ci si cura perché le prestazioni sono troppo onerose.
In questo scenario, il welfare familiare è rimasto l’unico ammortizzatore sociale. I pensionati sono la cassaforte del Paese: il 61,8% dei “nonni” ha contribuito economicamente a spese ingenti per figli e nipoti (come l’acquisto della casa). I giovani riescono sempre meno a trovare un modo adeguato alla sopravvivenza per accedere al mondo del lavoro, e dunque aumentano gli inattivi e gli emigranti, come ha certificato recentemente anche il CNEL.
Su questo fallimento sistemico la propaganda della classe dirigente ha innestato una profonda percezione di insicurezza, utile solo a introdurre nuove misure lesive dei diritti a manifestare, con un duro attacco anche al diritto di sciopero. Non sorprende, dunque, che poi quasi un italiano su tre inizi a pensare che un regime autocratico sia più adatto della democrazia a competere in questo nuovo mondo.
Viviamo da tempo in democrature, in cui viene promossa la censura di qualsiasi contenuto che non si allinei alla narrazione ufficiale, in cui è stato creato addirittura una sorta di “ministero della Verità” per trasformare in disinformazione ogni posizione critica verso le decisioni di Bruxelles.
Il Parlamento Europeo, che già non conta nulla, è stato scavalcato sulla votazione del SAFE, mentre pochi giorni fa Ursula von der Leyen ha invocato “poteri emergenziali” per usare gli asset finanziari russi a favore dell'Ucraina, nonostante la contrarietà di chi quegli asset li gestisce, società e governo belga. Tanto è bastato per trasformare il Belgio in un paese “putiniano”.
L’autocrazia è diventata la regola in UE, ed dunque difficile distinguere la nostra democratura da quelle che vengono etichettate come autocrazie. Gli italiani ne concludono che queste sono le forme di organizzazione politica che si addicono ai tempi, perché del resto non c’è nessuna “primazia morale” da parte degli imperialisti occidentali – ripetiamo, vedasi quel che hanno fatto in Palestina.
Se però non rimane che la guerra e la democratura, quel che si realizza negli occhi degli italiani è, però, la perdita di ogni prospettiva. Il 46,8% degli italiani (percentuale che sale al 55,8% tra i giovani) non vede alcun futuro di progresso. La reazione è il ripiegamento nel privato.
Ma in questa crisi sociale, economica ed egemonica, l’opportunità di ricostruire un’alternativa che sia in grado di fornire un orizzonte di senso collettivo nuovo, più giusto e pacifico, c’è. Lo abbiamo visto con la politicizzazione espressasi nelle immense mobilitazioni per la Palestina negli scorsi mesi. Questa alternativa bisogna perciò costruirla e organizzarla, quartiere per quartiere.
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10/11/2025
Fine di un’epoca, fine del “centro”
Scomparsa l’alternativa possibile – il “socialismo reale”, per quanto poco attrattivo fosse diventato nella fase finale – era pacifico che l’assetto sociale fosse sagomato sulla centralità degli interessi dell’impresa e la dinamica politica, di conseguenza, affidata alla “convergenza al centro”, eliminando o disincentivando le ali estreme, a sinistra più che a destra, ma obbedendo allo stesso input strutturale.
Del resto, se “l’Europa” poteva essere costruita a forza di trattati vincolanti ma sottratti al voto popolare – gli esiti catastrofici dei referendum del 2005 sulla “Costituzione europea”, in Francia e Olanda, hanno sconsigliato di insistere – non c’era più motivo di esporre la direzione di marcia dei singoli paesi all’esito sempre incerto di elezioni politiche.
Era bastato lavorare sull’ideologia, sulle leggi elettorali (il “bipolarismo obbligato”, premiando le coalizioni e imponendo alte soglie di sbarramento) e sul controllo ferreo dei media d’ogni genere, e il gioco era fatto.
L’“alternanza” tra due coalizioni obbligate a rispettare il “vincolo esterno”, e quindi sostanzialmente lo stesso programma di governo, sostituiva stabilmente “l’alternativa”, ossia la possibilità di sterzare o contrapporsi al dominio assoluto della triade impresa-Unione Europea-Nato. La punizione della Grecia di Siryza fu l’esempio rivendicato di come il potere e i suoi ordini non potevano essere messi in discussione.
Ognuno insomma poteva votare, ma per punire ex post questo o quel gruppo di esecutori di ordini altrui, non per scegliere una razionale rappresentanza politica dei propri interessi. Al massimo poteva “buttare il voto” su qualche lista senza speranze oppure astenersi (oltre la metà dell'elettorato, di conseguenza, non vota più).
Idem sul piano sindacale, dove si poteva “scegliere” tra diversi sindacati “concertativi” sostanzialmente identici oppure dei sindacati conflittuali condannati dai media all’invisibilità.
Era lo “schema statunitense”, vigente praticamente da sempre, almeno a far data dal secondo dopoguerra: c’è un establishment bipartisan, che corrisponde in pieno alla centralità dell’impresa e si differenzia internamente, a seconda del ciclo economico, per la maggiore o minore importanza da dare alle esigenze di quelle piccole e medie, oppure di quelle grandi; ma sempre a rimorchio del grande capitale multinazionale, sia produttivo che finanziario.
Le classi popolari, per veder migliorare le condizioni di vita, dovevano e potevano soltanto sperare che le “proprie” aziende avessero successo e aumentassero i profitti al punto che qualche briciola sarebbe caduta dall’alto verso terra.
Di qui è nato l’undicesimo comandamento, ovvero il primo della politica: “si vince al centro”, ed è inutile provare a costruire un qualsiasi progetto alternativo. “Destra e sinistra” in quello schema si sovrappongono, a parte qualche dettaglio marginale. “Il centro”, esplicito o di fatto, domina.
Quel tipo di assetto aveva mostrato le prime crepe con un deciso smottamento a destra, personificato dalla prima – ma “contenuta” – presidenza Trump e dal crescere, sotterraneo ma costante, delle destre europee.
Questa fetida presenza giustificava, nel vecchio schema, l’esaltazione del liberal-liberismo come “spazio democratico virtuale” e unica àncora di salvezza contrapponibile alla canea reazionaria montante. Ancora di più, quindi, diventava necessario “andare al centro”, cancellare le spinte “a sinistra”, rinunciare a qualsiasi rivendicazione pur di “non far vincere la destra”.
Nessun sospetto, insomma, che l’emersione del “Mule” trumpiano fosse il sintomo di qualcosa di più profondo. Che lo sfarinarsi dell’egemonia statunitense fosse in realtà anche la crisi del “modello capitalistico” in auge dalla caduta del Muro.
Non è bastata neanche la più frontale delle sconfitte – il ritorno di Trump alla Casa Bianca e il dilagare, stavolta, della reazione “Maga” – a far cambiare registro.
Ma il protagonismo prepotente delle destre ha cancellato la mano di vernice “buonista” stesa sul dominio di classe e sulla centralità delle imprese e dell’imperialismo euro-atlantico, mettendo allo scoperto un verminaio di problemi che va dai salari al di sotto del livello della sopravvivenza alla spesa per il riarmo, collegando fisicamente la logica dello sfruttamento inumano alla pratica del genocidio, a Gaza e altrove.
La “passività delle masse”, così gelosamente conservata nel frigo dell’assenza di conflitto e dell’assenza di alternative, ha cominciato a scongelarsi.
Qui da noi l’abbiamo visto con gli scioperi generali del 22 settembre e del 3 ottobre, le oceaniche manifestazioni che li hanno accompagnati (immensa quella del 4/10). E altrove, in Europa, con le stesse caratteristiche, persino nella Germania dove l’antisionismo è di fatto diventato un reato.
Negli Usa, inutile ripetersi, l’esigenza di ricomporre un blocco sociale degli sfruttati e marginalizzati, ridefinire una visione del futuro sociale in grado di indirizzare la lotta anche al di là delle esigenze del momento, sfondare il tombino sotto cui era stata nascosta l’umanità che produce, ha addirittura rimesso al centro la parola maledetta: “socialismo”.
Perché davvero tertium non datur: o si esce da questa fase infernale rompendo il collare delle infinite subordinazioni, oppure ci si rassegna allo “sterminismo” (guerra nucleare, collasso ambientale e innumerevoli genocidi).
Siamo solo all’inizio. Inutile fissarsi sui singoli personaggi, cercando improbabili certezze e garanzie. Sono ancora tutti “sintomi” della fine di un’epoca – quanto meno del neoliberismo –, non la sintesi per una soluzione avanzata o arretrata.
La società si polarizza tra interessi sociali contrapposti, e la politica segue. Il “centro” evapora, per fortuna (Calenda docet...). C’è da cambiare tutto a partire da dove stiamo, ed è un compito immane. Ma inaggirabile. È l’ora di schierarsi e darsi da fare, non di storcere il naso e restarsene in disparte.
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