Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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10/11/2025

Fine di un’epoca, fine del “centro”

Veniamo da un lungo periodo – quasi 40 anni –, qui nell’Occidente euro-atlantico, in cui la dialettica sociale e politica è stata gestita con il “pilota automatico”, ben prima che quest’espressione fosse esplicitata da Mario Draghi.

Scomparsa l’alternativa possibile – il “socialismo reale”, per quanto poco attrattivo fosse diventato nella fase finale – era pacifico che l’assetto sociale fosse sagomato sulla centralità degli interessi dell’impresa e la dinamica politica, di conseguenza, affidata alla “convergenza al centro”, eliminando o disincentivando le ali estreme, a sinistra più che a destra, ma obbedendo allo stesso input strutturale.

Del resto, se “l’Europa” poteva essere costruita a forza di trattati vincolanti ma sottratti al voto popolare – gli esiti catastrofici dei referendum del 2005 sulla “Costituzione europea”, in Francia e Olanda, hanno sconsigliato di insistere – non c’era più motivo di esporre la direzione di marcia dei singoli paesi all’esito sempre incerto di elezioni politiche.

Era bastato lavorare sull’ideologia, sulle leggi elettorali (il “bipolarismo obbligato”, premiando le coalizioni e imponendo alte soglie di sbarramento) e sul controllo ferreo dei media d’ogni genere, e il gioco era fatto.

L’“alternanza” tra due coalizioni obbligate a rispettare il “vincolo esterno”, e quindi sostanzialmente lo stesso programma di governo, sostituiva stabilmente “l’alternativa”, ossia la possibilità di sterzare o contrapporsi al dominio assoluto della triade impresa-Unione Europea-Nato. La punizione della Grecia di Siryza fu l’esempio rivendicato di come il potere e i suoi ordini non potevano essere messi in discussione.

Ognuno insomma poteva votare, ma per punire ex post questo o quel gruppo di esecutori di ordini altrui, non per scegliere una razionale rappresentanza politica dei propri interessi. Al massimo poteva “buttare il voto” su qualche lista senza speranze oppure astenersi (oltre la metà dell'elettorato, di conseguenza, non vota più).

Idem sul piano sindacale, dove si poteva “scegliere” tra diversi sindacati “concertativi” sostanzialmente identici oppure dei sindacati conflittuali condannati dai media all’invisibilità.

Era lo “schema statunitense”, vigente praticamente da sempre, almeno a far data dal secondo dopoguerra: c’è un establishment bipartisan, che corrisponde in pieno alla centralità dell’impresa e si differenzia internamente, a seconda del ciclo economico, per la maggiore o minore importanza da dare alle esigenze di quelle piccole e medie, oppure di quelle grandi; ma sempre a rimorchio del grande capitale multinazionale, sia produttivo che finanziario.

Le classi popolari, per veder migliorare le condizioni di vita, dovevano e potevano soltanto sperare che le “proprie” aziende avessero successo e aumentassero i profitti al punto che qualche briciola sarebbe caduta dall’alto verso terra.

Di qui è nato l’undicesimo comandamento, ovvero il primo della politica: “si vince al centro”, ed è inutile provare a costruire un qualsiasi progetto alternativo. “Destra e sinistra” in quello schema si sovrappongono, a parte qualche dettaglio marginale. “Il centro”, esplicito o di fatto, domina.

Quel tipo di assetto aveva mostrato le prime crepe con un deciso smottamento a destra, personificato dalla prima – ma “contenuta” – presidenza Trump e dal crescere, sotterraneo ma costante, delle destre europee.

Questa fetida presenza giustificava, nel vecchio schema, l’esaltazione del liberal-liberismo come “spazio democratico virtuale” e unica àncora di salvezza contrapponibile alla canea reazionaria montante. Ancora di più, quindi, diventava necessario “andare al centro”, cancellare le spinte “a sinistra”, rinunciare a qualsiasi rivendicazione pur di “non far vincere la destra”.

Nessun sospetto, insomma, che l’emersione del “Mule” trumpiano fosse il sintomo di qualcosa di più profondo. Che lo sfarinarsi dell’egemonia statunitense fosse in realtà anche la crisi del “modello capitalistico” in auge dalla caduta del Muro.

Non è bastata neanche la più frontale delle sconfitte – il ritorno di Trump alla Casa Bianca e il dilagare, stavolta, della reazione “Maga” – a far cambiare registro.

Ma il protagonismo prepotente delle destre ha cancellato la mano di vernice “buonista” stesa sul dominio di classe e sulla centralità delle imprese e dell’imperialismo euro-atlantico, mettendo allo scoperto un verminaio di problemi che va dai salari al di sotto del livello della sopravvivenza alla spesa per il riarmo, collegando fisicamente la logica dello sfruttamento inumano alla pratica del genocidio, a Gaza e altrove.

La “passività delle masse”, così gelosamente conservata nel frigo dell’assenza di conflitto e dell’assenza di alternative, ha cominciato a scongelarsi.

Qui da noi l’abbiamo visto con gli scioperi generali del 22 settembre e del 3 ottobre, le oceaniche manifestazioni che li hanno accompagnati (immensa quella del 4/10). E altrove, in Europa, con le stesse caratteristiche, persino nella Germania dove l’antisionismo è di fatto diventato un reato.

Negli Usa, inutile ripetersi, l’esigenza di ricomporre un blocco sociale degli sfruttati e marginalizzati, ridefinire una visione del futuro sociale in grado di indirizzare la lotta anche al di là delle esigenze del momento, sfondare il tombino sotto cui era stata nascosta l’umanità che produce, ha addirittura rimesso al centro la parola maledetta: “socialismo”.

Perché davvero tertium non datur: o si esce da questa fase infernale rompendo il collare delle infinite subordinazioni, oppure ci si rassegna allo “sterminismo” (guerra nucleare, collasso ambientale e innumerevoli genocidi).

Siamo solo all’inizio. Inutile fissarsi sui singoli personaggi, cercando improbabili certezze e garanzie. Sono ancora tutti “sintomi” della fine di un’epoca – quanto meno del neoliberismo –, non la sintesi per una soluzione avanzata o arretrata.

La società si polarizza tra interessi sociali contrapposti, e la politica segue. Il “centro” evapora, per fortuna (Calenda docet...). C’è da cambiare tutto a partire da dove stiamo, ed è un compito immane. Ma inaggirabile. È l’ora di schierarsi e darsi da fare, non di storcere il naso e restarsene in disparte.

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19/06/2015

Il derby di Milano


Nella primavera prossima si voterà per il sindaco di Milano, ma forse anche di quello di Roma e, in questo caso, sarà un appuntamento decisivo per le sorti di tutte le forze politiche. Ma, anche la sola Milano, sarà un test suscettibile di dare indicazioni più generali. Vediamo nell’ordine cosa può attendersi e cosa temere ciascun partito.

Il Pd è sicuramente quello più esposto dopo la batosta (pardon: il successo) del 31 maggio e se la tendenza al calo dovesse confermarsi o proseguire, le politiche non sarebbero più così scontatamente vinte dal Pd e, probabilmente, si aprirebbe una "notte dei lunghi coltelli" già da prima. Vice versa, se la lista di partito dovesse avere un buon risultato, cioè più verso il risultato massimo delle europee, anche se, per un caso, dovesse esser perso il sindaco, per il Pd sarebbe il segnale di ripresa dopo la doccia fredda del 31 maggio.

Le cose si metterebbero molto male se dovesse esserci anche Roma. Un sondaggio di questi giorni, segnala questi valori: M5s 30%, Marchini 20%, Pd 17%. Dunque, il Pd sarebbe escluso anche dal ballottaggio e sarebbe molto più che dimezzato rispetto alle europee, un risultato catastrofico. Ovviamente, il Pd farà carte false per evitare le elezioni anticipate a Roma, ma, per come si sta mettendo, la vedo piuttosto difficile da scansare. Ovviamente non è detto che il risultato debba essere quel crollo che il sondaggio dice, ma è ragionevole pensare che comunque ci sarà una flessione e nemmeno tanto leggera. Così come è facile prevedere che il tema di “Mafia capitale” terrà banco riflettendosi anche sulle altre consultazioni, esattamente come il caso De Luca ha avuto effetti anche a Genova, Veneto o Umbria. Forse al Pd converrebbe andare a nuove elezioni a Roma subito, già in autunno, per evitare il cumulo con Milano. Per quanto si tratti di elezioni comunali, sarebbe difficile dire che il governo non c’entra nulla: sarebbe una nuova legnata dopo quella di quest’anno e nelle due città più importanti del paese.
E se la flessione dovesse andare al di là di un certo segno, queste elezioni potrebbero essere la tomba del fiorentino.

Forza Italia, o quel che verrà dopo di essa, può solo sperare di mantenersi fra il 9 e l’11%, ma è molto probabile che scenda ben al di sotto dell’8%: sarebbe il definitivo “rompete le righe” e sarà interessante, in quel caso, vedere come si distribuiscono gli elettori. Comunque, una sconfitta a Milano (non parliamo di Roma) sarebbe il capolinea anche se magari un candidato sindaco di Fi dovesse avere qualche risultato grazie all’accordo con la Lega.

Lega: ovviamente la scommessa di Salvini è conquistare il comune e, comunque, avere un buon risultato di lista. I guai potrebbero esserci se ci fossero anche le comunali a Roma: qui difficilmente la Lega prenderebbe più del 4-5%, il che significherebbe il tramonto del sogno dell’egemonia leghista sulla destra. Con il 5% a Roma ed il 2 o 3% nel sud, il polo della lega sarebbe sconfitto in partenza. Anche il trucchetto della doppia alleanza (una al Nord direttamente incentrata sulla Lega, una al Sud più fascistoide e con i resti di Fi) sul modello di quella fatta da Berlusconi nel 1994 non funzionerebbe, perché conta chi è il candidato Presidente del Consiglio e se è Salvini, da Roma in giù si va molto sotto il 5%, come dire che, per vincere, la coalizione (o la lista) dovrebbe prendere percentuali plebiscitarie al nord. Se Salvini vuole imporsi come leader dello schieramento di destra, deve sfondare da Roma in giù, non gli basta Milano. Se si dovesse votare solo nel capoluogo lombardo e le cose dovessero andar bene per la Lega, Salvini avrebbe una prova d’appello. Ma se si votasse anche a Roma, le cose si farebbero difficili.

Un altro problema che ha Salvini è se candidarsi personalmente come sindaco, scelta difficile perché, se riuscisse, poi sarebbe difficile svincolarsi per candidarsi alla Presidenza del consiglio due anni dopo. Se non riuscisse sarebbe una sconfitta che lo danneggerebbe. Se poi decidesse di non candidarsi, chi tira fuori? Non mi pare che la Lega abbia tante risorse a disposizione.

M5s: se si votasse a Roma sarebbe il biglietto vincente della lotteria:  anche se alle amministrative il M5s dà pessima prova di sé, però lo scandalo di Mafia Capitale gonfierebbe le sue vele e farebbe balenare il sogno di tornare ad un 25% nazionale o anche qualcosa di più. Più complessa è la vicenda milanese: la giunta Pisapia è stata un disastro ed il giovane Mattia Calise è bravo e si è dato molto da fare, però non so se il M5s sia in grado, in questo contesto, di superare il gap delle amministrative. Non so se decideranno di candidare come Sindaco Di Pietro, sin qui non c’è stato né un si né un no netto. Il M5s per sua convinzione (che personalmente trovo abbastanza insulsa) non fa coalizioni, neppure con liste civiche, per cui non so, se Di Pietro accetterebbe di candidarsi con una lista secca del M5s (al quale, peraltro, non mi risulta che aderisca). Comunque, una candidatura del genere (al di là del giudizio che si possa dare sull’ex magistrato e sull’auspicabilità politica di essa) avrebbe un peso e piazzerebbe il M5s in buona posizione, vice versa sarà importante vedere quale nome tireranno fuori dal cilindro. Ho l’impressione che la trovata del “cittadino qualunque” totalmente sconosciuto, sia un espediente un po’ logoro.

Sinistra Radicale: salvo la Liguria, la tornata del 31 maggio è stata avara di successi con la sinistra “radicale”. Da questo dovrebbe derivare che a Milano (e forse a Roma) dovrebbe esserci una lista unica che vada da Civati a Rifondazione, da Sel ai comunisti italiani ecc. Questo in teoria, in pratica le cose sono meno semplici ed abbastanza nebulose. In primo luogo nessuno capisce che intenzioni ha Landini. Personalmente sono convinto che la sua coalizione sociale non sposti più dell’1 o 2%, ma, a quanto pare, molti pensano il contrario e, prima di decidere cosa fare, vogliono sapere cosa fa lui. Poi c’è il problema: candidatura da soli o in coalizione con il PD? Sel, ci scommetto quel che volete, è pronta ad andare in coalizione con il Pd. Civati non so, ma sarebbe paradossale fare una scissione per poi andare al soccorso di quello da cui ti sei separato. Vice versa, suppongo che Rifondazione e simili non intendano fare alleanza con il Pd e il problema si porrà già dalle primarie che potrebbero allettare qualcuno come occasione di pubblicità. Ma se ti presenti alle primarie, a meno di non accusare di brogli, poi è difficile tirarsi fuori. Insomma più facile a dirsi che a farsi una lista di tipo genovese. Una cosa è sicura: chiunque si presenti con il Pd, si autodefinisce come “cespuglio” e si condanna alla marginalità politica.

Centro: altra partita difficile è quella del centro che ha qui l’ultima occasione per individuarsi come polo distinto da quello di destra salviniano. E’ un’area terribilmente frammentata, quasi quanto la sinistra “radicale” (Popolari di Alfano e Casini, Fittiani, Tosiani, Spacchiani, Mastelliani, residui di Scelta Civica ecc.). Però Tosi, Fitto e Spacca non sono andati affatto male ed alla congrega, a determinate condizioni, potrebbe aggiungersi Verdini. Insomma potrebbero rifare un polo del 10% forse decisivo al ballottaggio. Il primo problema è che gli manca in soggetto federatore sia come partito che come personaggio. Passera lo vedo un po deboluccio, anche se, forse, come sindaco di Milano potrebbe essere la scelta giusta per l’area.

Il vero asso nella manica potrebbe essere Marchini a Roma: due anni fa prese il 10% e, con lo scandalo, è possibile che raddoppi, se poi arrivasse al ballottaggio potrebbe anche farcela. Un grande successo a Roma, soprattutto se si accompagnasse ad un insuccesso leghista e ad una nuova flessione di Fi, potrebbe mettere in pista il centro e dare molte sorprese.

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14/06/2011

Le facce da culo.


La maschera rossa è già entrata nel castello dove sono trincerati i partiti. Loro, però, fanno finta di nulla. L'allegra brigata crede di essere immune al cambiamento, alla peste che la distruggerà. E' come un morto che cammina, ma non sa di esserlo. Le cinte di mura che ha costruito in tanti anni di regno, in apparenza solide come quelle di Costantinopoli, per escludere i cittadini da ogni aspetto della cosa pubblica cominciano a franare. La partitocrazia si crede invulnerabile e, fino ad ora, ha avuto buoni motivi per pensarlo. Vive da decenni tra agi e privilegi, opera per editti indiscutibili da coloro che tratta da sudditi. Si è autoeletta e si è propagata in ogni ganglio del Paese, in ogni struttura pubblica e privata, come una metastasi della democrazia. In alcuni momenti si è sentita perduta, ma non si è mai persa d'animo, ha fatto una capovolta come nel '92, si è rifatta il belletto e si è ripresentata all'elettorato. Ci hanno pensato poi i giornali e la televisione a trasformare in vergini delle vecchie baldracche.
Ora il gioco è finito, la Rete ne mostra le rughe, le falsità, i bubboni. Le eterne facce da culo abbozzano, depistano, confondono. Credono, come i vecchi mafiosi, che il vento passerà e sia sufficiente farsi canna per poi rialzarsi quando il tempo tornerà al sereno. Dopo il risultato del referendum si sono presentate di fronte agli italiani da vecchie maitresse consumate per recitare la solita stanca parte, non accorgendosi che non se le vuole trombare più nessuno. Hanno trasformato la vittoria degli italiani in una loro vittoria. Un voto per il futuro del Paese per un voto politico.
Fini, Casini e Rutelli hanno dichiarato: "La grande partecipazione popolare ai Referendum dimostra la volontà degli italiani di tornare ad essere protagonisti: e' ormai chiaro che la maggioranza e il governo sono totalmente sordi, incapaci di capire ciò che vogliono gli italiani'. Dopo Fukushima Fini era ancora nuclearista senza tentennamenti e Casini pure. Fini: "Il problema della sicurezza nucleare va al di là dei confini nazionali. Ci sono centrali in Slovenia e in Francia e se lì ci fossero dei disastri colpirebbero anche noi. Da più parti inoltre ho letto che le centrali giapponesi non sono di ultimissima generazione. In Italia si parla di centrali nucleari di ultimissima generazione. Il mio auspicio è che non si decida sull'onda dell'emozione". Casini: "Sarebbe il caso che il governo passasse dalle parole ai fatti altrimenti tra dieci anni saremo ancora fermi a discutere". Il supercazzolaro Vendola che non ha reso pubblica la gestione dell'acqua in Puglia, non si è smentito: "Oggi vince l'Italia dei beni comuni, perde l'Italia delle lobbies, perde un pezzo abbastanza pregiato dell'ideologia liberista che ha governato le sorti del mondo".
Le due maitresse anziane, quelle con più esperienza, hanno espresso la loro migliore faccia da culo per l'occasione. Bersani ha spiegato con la sua esse blesa che l'acqua "per forza" non va bene, ma l'acqua privatizzata "per volontà" dei pubblici amministratori è più buona. Il Pdmenoelle ha già una legge calda-calda. Il cadavere di Berlusconi ha affermato "Dovremo impegnarci fortemente sul settore delle energie rinnovabili". E' lo stesso figuro che rassicurava fino a ieri Sarkozy sul nucleare e bombarda il fratello Gheddafi. Gargamella Bersani ha detto che il Paese ha divorziato dal centro destra. Non è vero. Il Paese ha divorziato dai partiti, ma le facce da culo non lo hanno ancora capito.

Fonte.

Il Paese ha davvero divorziato dai partiti?  Mi riservo il beneficio del dubbio.