Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Aldo Giannuli. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Aldo Giannuli. Mostra tutti i post

17/04/2021

Il rischio è nostro, gli affari sono loro

Esattamente undici mesi fa, il 16 maggio 2020, l'allora presidente del consiglio Conte annunciava la riapertura pressoché totale del paese entro i dieci giorni successivi, affermando che si trattava di un “rischio calcolato”.

Il 16 aprile 2021 il presidente del consiglio Draghi ha annunciato anch’egli la riapertura totale di ciò che era rimasto chiuso, nello stesso tempo di dieci giorni. Per Draghi si tratta di un “rischio ragionato”, ma si sa i banchieri ragionano coi calcoli, quindi le parole sono esattamente le stesse.

Quando Conte dichiarò la fine del lockdown, sicuramente ben più rigido di quello attuale, i positivi al Covid erano circa 70.000, di cui poco più di 800 in un solo giorno. I ricoverati in ospedale erano 10.000 e quelli in terapia intensiva meno di 800. I morti in un solo giorno 153 e quelli totali 31.000.

La dichiarazione di apertura di Draghi avviene invece con oltre 500.000 persone attualmente positive, 24.000 in ospedale e 3.400 in terapia intensiva. I morti giornalieri sono oltre 400, mentre quelli totali oltre 116.000.

Dalla riapertura di Conte a quella di Draghi si sono aggiunti 85.000 morti. Erano nei calcoli del governo Conte, o quei calcoli erano sbagliati e non prevedevano la strage poi avvenuta?

Non lo sappiamo, ma la stessa domanda va ora rivolta a Draghi: quanti altri morti comporta il suo rischio ragionato? Molti meno sarà la risposta perché ci sono i vaccini.

Già, i vaccini, il cui piano di somministrazione finora è semplicemente fallito. Basta confrontare le previsioni di tre mesi fa con quanto davvero fatto. E sulla sanità pubblica, sulla medicina territoriale, sulla prevenzione e sul controllo cosa hanno fatto Conte e Draghi in questi undici mesi, per rendere ragionevole il “rischio ragionato”? Nulla.

Più che calcolo e ragionamento sul rischio, quella di Draghi e Conte è dunque una scommessa.

Entrambi i capi di governo hanno scommesso sul fatto che la maggioranza degli italiani si adatti e si abitui a convivere con la strage, nel nome del lavoro e del PIL. Esattamente come da decenni avviene a Taranto. Esattamente come è avvenuto in questi undici mesi, dove se scuole, ristoranti e teatri sono stati chiusi, le fabbriche sono rimaste sempre aperte.

Oramai un intero paese è sottoposto al ricatto tra la salute e il lavoro, da parte di un sistema infetto e marcio, ove la Confindustria ed il partito degli affari decidono sulla salute di tutti; e chi governa esegue.

Il rischio è nostro, gli affari sono loro.

Fonte

Cina - L'economia vola: +18,3% nel primo trimestre

L’economia cinese è cresciuta del 18,3 per cento su base annua nei primi tre mesi del 2021, il tasso più veloce di sempre, evidenziando la forza della sua ripresa dalla pandemia di coronavirus.

Il forte aumento del prodotto interno lordo è stato anche aiutato dalla debole performance dell’economia durante lo stesso periodo di un anno fa, quando la Cina ha subito una leggera contrazione per la prima volta in decenni, proprio a causa dell’epidemia che ha bloccato per due mesi Wuhan e la sua provincia (60 milioni di abitanti, la “Detroit cinese” perché lì si concentrano quasi tutte le fabbriche automobilistiche). Wuhan era stata messa in totale isolamento il 23 gennaio 2020, ma pochi mesi dopo era già in grado di ospitare eventi di massa senza pericoli per la salute.

I dati hanno sottolineato il rapido ritmo della ripresa in Cina, dove la frenesia dell’attività industriale e i bassi tassi di infezione del Covid-19 si sono combinati per spingere la crescita al di sopra dei livelli pre-pandemia entro la fine dello scorso anno, e ben oltre la performance di altre grandi economie.

Naturalmente, ogni media economico registra questa “combinazione”, senza però entrare nel merito di “come” le autorità cinesi siano riuscite a fermare l’epidemia in poco tempo, con relativamente poche vittime (4.845 morti, come il Guatemala, in pratica) e il minimo di danno economico. Pianificazione e programmazione, da queste parti, non sono concetti graditi…

Le cifre, addirittura, sono risultate marginalmente al di sotto delle aspettative degli analisti. E tutti stanno attendendo l’amministrazione di Xi Jinping che si prepara a celebrare il centenario della fondazione del partito comunista cinese, a luglio.

In vista delle celebrazioni, il partito ha ripetutamente sottolineato il suo successo nel contenere il Covid-19 e la robusta ripresa economica del paese, che segnano un confronto impietoso con i problemi degli occidentali, in particolare gli Stati Uniti.

“Siamo fiduciosi che l’attuale tendenza alla ripresa continuerà per tutto l’anno“, ha detto Liu Aihua, un portavoce dell’Ufficio Nazionale di Statistica, in un briefing.

Ma la NBS ha anche suonato una nota di cautela: “Dobbiamo essere consapevoli che l’epidemia di Covid-19 si sta ancora diffondendo a livello globale e il panorama internazionale è complicato da alte incertezze e instabilità“.

Il brusco salto in alto nel primo trimestre è stato sostenuto dalla produzione industriale: più 24,5% nel primo trimestre. Il che, insieme al boom delle esportazioni, ha aiutato a sostenere la crescita nell’ultimo anno (“solo” +14,1% su base annua).

L’espansione è stata sostenuta forse soprattutto dai consumi delle famiglie, in precedenza più moderata rispetto alla ripresa complessiva, ma che quest’anno dovrebbe giocare un ruolo maggiore. Le vendite al dettaglio come conseguenza dei continui aumenti salariali e dei progressivi sgravi fiscali sulle buste paga, hanno battuto le aspettative raggiungendo il +34,2 per cento a marzo.

Eswar Prasad, esperto di finanza cinese alla Cornell University, ha detto che anche dopo aver preso in considerazione “l’effetto fantasma” del confronto a bassa base dell’anno scorso, il dato del primo trimestre è stato “una chiara conferma della resilienza e dello slancio dell’economia cinese”.

L’attenzione in Cina si è spostata sulla politica monetaria, con segni di surriscaldamento in alcune parti dell’economia, nonostante la persistente bassa inflazione dei prezzi al consumo. Il governo sta cercando di limitare la leva finanziaria nel suo settore immobiliare, così come di tenere a freno i tassi record di produzione di acciaio a seguito di un boom edilizio.

Yue Su, dell’Economist Intelligence Unit, ha detto che tali preoccupazioni potrebbero indurre il governo a frenare le misure di stimolo agli investimenti.

“È improbabile che le autorità affrettino l’approvazione degli investimenti in infrastrutture nel secondo trimestre, anche se l’attività economica rallenta“, ha detto.

Prasad ha aggiunto: “La ripresa darà al governo più spazio per ridurre le politiche macroeconomiche stimolanti e intensificare l’attenzione sui rischi finanziari“.

Diversi funzionari di alto livello hanno messo in guardia sulla minaccia di alti prezzi degli asset negli ultimi mesi. Guo Shuqing, il massimo regolatore bancario cinese, ha detto a marzo che il paese era esposto a “bolle” nei mercati internazionali e nel proprio settore immobiliare.

La ripresa dalla pandemia ha anche aiutato la Cina a dominare il commercio globale, con esportazioni in aumento ogni mese dal giugno dello scorso anno. A marzo, le esportazioni sono aumentate del 30,6 per cento in termini di dollari rispetto allo stesso mese dell’anno precedente.

Malgrado le cifre da capogiro su base annua, i funzionari e gli economisti hanno suonato una nota di cautela sugli aspetti della ripresa, così come il suo ritmo rispetto al trimestre precedente, rispetto al quale è cresciuto dello 0,6 per cento.

Gli investimenti in attività fisse sono aumentati del 25,6% nel primo trimestre. Il tasso di disoccupazione urbana è stato del 5,3%.

Fonte

14/04/2021

Presidio di San Didero sotto sgombero

I cantieri del TAV tentano di ripartire con il favore delle tenebre. Nella notte di ieri è stato disposto un massiccio dispiegamento di forze dell’ordine intorno al presidio di San Didero, l’ex-autoporto in bassa valle gestito dal Movimento NoTav e luogo nel quale si concentreranno i lavori nel prossimo futuro.

La militarizzazione è stata – come sempre quando si tratta di TAV – impressionante. Blindati, idranti, auto e camionette, partite in gran parte da Torino, hanno praticamente assediato il presidio di San Didero. Sulle strade i posti di blocco che impediscono ai solidali di arrivare al presidio non si contano più, nonostante questo durante la notte il Movimento NoTav ha risposto all’occupazione militare ordinata dalla questura.

Nei boschi intorno al presidio sembra di stare su uno scenario di guerra, le forze di polizia per rispondere ai tentativi di rallentamento dei lavori hanno usato ogni mezzo tra cui il lancio dei lacrimogeni ad altezza d’uomo (vietati nei teatri di guerra).

La ripartenza dei lavori avviene con un tempismo che sarebbe sciocco ritenere casuale. Infatti, oggi ci sarà l’udienza per Dana, attualmente detenuta nel carcere di le Valette. Una provocazione bella e buona che si inserisce nella strategia di criminalizzazione degli attivisti del movimento NoTav per giustificarne la violenta repressione che questi stanno subendo da anni.

La notte di ieri in valle dimostra plasticamente – come se ce ne fosse bisogno – la vera natura del governo Draghi, in stretta continuità con i governi precedenti e sempre al servizio del partito trasversale degli affari. Si continua a finanziare un cantiere dannoso per la popolazione della valle, oltre che inutile, con il solo obiettivo di assicurare profitti a quelle ditte che speculano sulle grandi opere come il TAV. Le misure per il contenimento del COVID si usano direttamente per reprimere chi lotta contro TAV – e non solo – e si spendono migliaia di euro per occupare militarmente una valle. Nel frattempo in Europa si supera il milione di morti ma evidentemente, per la classe dirigente, convivere con il virus significa costruire il TAV e mantenere gli ospedali sulla soglia del collasso.

Fonte

Dovete morire, voi lì sotto

Il fallimento della campagna vaccinale è ormai evidente. Fa il paio e prosegue il fallimento delle campagna di prevenzione e contrasto della pandemia, malamente messa in campo dal governo precedente.

L’elemento di continuità però non è tanto quell’anima senza spina dorsale del ministro Speranza – lui o un altro non cambia – ma la ferocia con cui gli imprenditori, tutti, pretendono di “poter lavorare” come se la pandemia non esistesse.

Si sono fatti un po’ più furbi, rispetto a un anno fa, e dunque non negano più l’esistenza del virus, né cercano di minimizzarne la pericolosità paragonandolo a “una semplice influenza”. Ora dicono tutti “riaprire in sicurezza, ma subito”. Ossia “assicurano” loro stessi l’efficacia delle misure di sicurezza sui loro luoghi di lavoro.

Che però, nel caso di ristoranti, palestre, bar, ecc, sono anche luoghi di intrattenimento e dunque di assembramento. Assistiamo di nuovo a numeri come quelli di Santanché o Briatore, la scorsa estate, che “assicuravano” sul fatto che “non c’è luogo più sicuro delle discoteche”.

Dovunque ci si giri, la schizofrenia è identica. Chi presidia i luoghi di cura – medici e infermieri – segnalano che gli ospedali sono pieni e la gestione è al limite. Il prezzo in vite umane viene pagato non solo dai malati Covid, ma anche da tutti quelli che non riescono più a farsi curare per altre patologie.

Dal lato imprenditoria privata, invece, viene il grido opposto: “abbiamo bisogno di riaprire a data certa”. Come se i virus prendessero appuntamento, come se si trattasse di prenotare un tavolo o una stanza...

Non consola che l’identica situazione sia comune a tutta Europa. Significa infatti che il “modello” di contrasto della pandemia è lo stesso: chiudere quando i posti di terapia intensiva sono al limite della capacità, riaprire non appena si fa un po’ di spazio. Nessun tracciamento, nessun lockdown delle aree-focolaio (se non in casi “facili” come le Rsa), nessun blocco delle attività economiche (se non appunto quelle legate alla vacanza e al tempo libero).

E soprattutto nessuna autonomia sul rifornimento di vaccini, senza di cui la battaglia viene sicuramente persa.

Il governo Conte aveva fallito nella politica di contenimento perché aveva obbedito ai diktat di Confindustria & friends, rifiutandosi di chiudere le fabbriche (la strage in Val Seriana resterà negli annali di storia come il sequel de “la colonna infame”). E al tempo stesso per l’incapacità – la mancanza di strumenti – di condurre uno screening di massa (tamponi, ecc.) per identificare e fermare la circolazione dei contagiati.

Fin dal primo momento si sapeva – non mancavano gli scienziati seri – che l’unico modo di fermare la pandemia era il “modello Wuhan” (replicato anche in paesi di cultura liberista, ma orientali): tutto chiuso nelle aree focolaio (territori più o meno ristretti) e tamponi per tutti gli abitanti in quelle aree.

In questo modo si lasciava aperto il resto del paese – e le attività economiche – con un basso costo in termini di Pil e anche di vite umane. Perché le due cose vanno palesemente insieme, visto che l’economia funziona attraverso gli umani e non da sola.

Obbedendo allora a Confindustria, si è invece lasciato quasi tutto aperto. Milioni di persone hanno continuato a circolare e a contagiarsi, portando il virus in ogni angolo del territorio (sia nazionale che europeo); le campagne di tracciamento non sono mai partite; lo screening di massa nemmeno.

Tutto è stato affidato all’arrivo dei vaccini. Che in Europa non vengono prodotti, se non in stabilimenti di alcune multinazionali di Big Pharma che poi li fa viaggiare sui “mercati” che ritiene più vantaggiosi. Ma come in ogni guerra, se non hai le munizioni non spari, non combatti e dunque puoi solo soccombere.

Su questo l’Unione Europea ha dato una dimostrazione pratica di cosa significa essere subordinati all’interesse privato delle multinazionali: contratti capestro, senza condizioni né penali in caso di mancata consegna dei quantitativi previsti.

Mezzo miliardi di esseri umani, nel continente che è stato culla della civiltà occidentale, in balìa di quattro o cinque consigli di amministrazione (meno di 100 persone in tutto).

Quando, com’era prevedibile, si è verificata qualche “controindicazione” post-vaccinazione, si è scatenato il panico da parte di quei campioni dell’imbecillità che gridavano tutti insieme “niente panico”. Il sistema mediatico, insomma, da tempo incapace di qualsiasi critica al sistema imperante.

Le previsioni più serie per i prossimi mesi sono plumbee. Si può sperare che l’estate, come lo scorso anno, diradi un po’ la trasmissione del contagio. Ma non è detto, visto che le nuove varianti del virus sono più veloci nella propagazione e una – quella detta “sudafricana” – anche in grado di “bucare” il vaccino Pfizer.

Di sicuro il Covid-19 sta diventando una endemia, ossia una pandemia a cadenza annuale come la classica influenza. Ma decine di volte più mortale. Non solo per gli anziani – come speravano i nuovi seguaci di Mengele ed Auschwitz – ma anche per “le braccia in età da lavoro”.

Dunque bisognerebbe attrezzarsi per vaccinare tutta la popolazione – in Italia, in Europa, sul pianeta – ogni anno.

Giudicate voi: nell’Unione Europea, in tre mesi e mezzo di “campagna vaccinale di massa”, sono state somministrate poco meno di 100 milioni di dosi, con circa 30 milioni di persone che hanno ricevuto anche la seconda. Di questo passo ci vorrebbero realisticamente 50 mesi (quattro anni) per vaccinare tutti. In Italia siamo, ad oggi, ad appena il 6,7% della popolazione.

Ma nel frattempo, come detto il virus muta, evolve, supera quelle difese. E in ogni caso la “copertura vaccinale” – differente da prodotto a prodotto – è limitata a pochi mesi. In pratica, i vaccinati a gennaio cominciano a rischiare già dall’autunno...

I governi promettono che “i vaccini arriveranno”, ma non passa giorno che non vi sia qualche rinvio consistente (ultimo quello di Johnson&Johnson). Perché di fatto, come detto, mezzo miliardi di esseri umani, in questo continente, sono in balia di quattro o cinque consigli di amministrazione. Non solo: è un continente governato da servi imbecilli che si sono persino opposti alla richiesta – prevista dai trattati internazionali in caso di pandemia – di liberalizzazione dei brevetti sui vaccini.

Bisognerebbe, secondo logica, investire qualche miliardo per comprare bioreattori in grado di sfornare milioni di dosi al mese, in stabilimenti che già esistono ma “sono privati”, assicurandosi l’autonomia vaccinale – e magari anche la possibilità di esportare. Si risparmierebbero altre decine di miliardi in “ristori” per aziendine zombie che forse riapriranno, forse no.

Questi problemi e questi calcoli sono assolutamente estranei alla cosiddetta “politica”, dal boss Mario Draghi in giù. Si preferisce gingillarsi con “apriamo subito” e “no, tra qualche giorno”, come se fosse una cosa dirimente.

E avanza ormai esplicitamente una “linea Bolsonaro” – il golpista che guida il Brasile verso l’autodistruzione – a suo tempo sintetizzata da un oscuro industriale marchigiano con un agghiacciante “Non bisogna chiudere, bisogna far andare avanti gli affari e pazienza se qualcuno morirà”.

I nuovi teorici del “muoiano pure, io devo far soldi” si sono fatti più accorti. Si lamentano, piangono, strillano, minacciano. Pretendono. E mandano avanti opinion maker da brivido come l’ex Cgil (socialista berlusconiano, peraltro) Giuliano Cazzola.

Uno che su La7 è riuscito nell’ardua impresa di presentare i dati Inail sulle denunce di infortunio sul lavoro per Covid (ovviamente inferiori ai dati reali, per la difficoltà di certificare “dove” sia avvenuto il contagio) come un prova del fatto che “si può riaprire tutto in sicurezza”, su autocertificazione delle aziende.

Oltre 150.000 contagiati, parecchi dei quali con strascichi che dureranno una vita, 500 morti... scrollati via dalla giacca come forfora antiestetica.

Il potere si sta abituando a considerare la nostra morte, in massa, un “prezzo accettabile” pur di riprendere ad accumulare profitti.

Ma quando la vita umana vale meno delle attività che producono il reddito necessario a mantenerla, la barbarie è già qui.

Fonte

Giannuli - Turchia e Italia

11/04/2021

Un milione di occupati in meno, ma i competenti hanno la soluzione: licenziare

Un milione di lavoratori in meno. Comincia così, con un affresco drammaticamente crudo dell’attuale situazione del mercato del lavoro in Italia, un commento apparso lo scorso 7 aprile su Repubblica, a firma Tito Boeri. Personaggio, costui, che ha fatto in più occasioni capolino sul nostro blog, difficilmente per ricevere apprezzamenti. Le migliori intenzioni sembrano animare l’ex presidente dell’INPS: il titolo del suo intervento, ‘Come creare nuovo lavoro’, sembra una manna dal cielo, qualcosa di cui, vista la situazione in cui verte lo scenario occupazionale in Italia da ormai molti anni, ci sarebbe estremamente bisogno. L’articolo di Boeri, tuttavia, non si cimenta in un’analisi di lungo periodo delle dinamiche del mercato del lavoro italiano, ma si sofferma unicamente su quanto accaduto all’occupazione ‘dai giorni dei primi tre contagiati di coronavirus’, ossia dallo scorso febbraio ad oggi.

Boeri parte da una fotografia asettica della distruzione di lavoro che la pandemia ci ha portato: un crollo dei dipendenti con contratti temporanei (-13%), una sensibile riduzione dei lavoratori autonomi (-7%), e una perdita occupazionale (1 milione di lavoratori in meno) che ha maggiormente colpito le fasce più fragili della classe lavoratrice, quali donne e giovani. Inoltre, Boeri ci ricorda che all’aumento dei disoccupati ha fatto seguito anche una crescita degli inattivi, ossia di coloro che non hanno un lavoro, ma che al momento non lo stanno cercando. Tra questi, numerosi sono coloro che non cercano in modo attivo un lavoro, pur avendone in verità bisogno, perché scoraggiati dalle condizioni di enorme difficoltà del mercato del lavoro, o perché costretti dai vincoli familiari in assenza di alternative: emblematico il caso dei genitori, quasi sempre madri, senza lavoro che, con le scuole chiuse, non possono più permettersi di lavorare in quanto impegnati nel lavoro di cura.

Un’eredità occupazionale, quella lasciataci dalla pandemia, molto pesante, come giustamente riporta lo stesso autore. In questa palude, che fare? Ed è qui che Boeri tira fuori il meglio di sé, proponendo tre specifiche ricette.

La prima consisterebbe nel favorire la contrattazione decentrata, ossia la contrattazione a livello aziendale. A detta dell’autore, la ripresa occupazionale sarebbe favorita dall’aumento del lavoro di prossimità, tramite la maggiore capacità dei datori di scegliere i lavoratori più adeguati alle proprie esigenze. Trattasi naturalmente di una copertura ideologica per nascondere il vero ed unico fine della contrattazione a livello aziendale, ovvero l’indebolimento drammatico della capacità contrattuale dei lavoratori che vedrebbero spostare una parte consistente delle proprie rivendicazioni da un piano ampio e universale – nazionale – ad una dimensione piccola, quella aziendale, molto più facilmente soggetta ai ricatti dei datori di lavoro.

In secondo luogo, Boeri sottolinea il ruolo di un ‘servizio pubblico per l’impiego funzionante’. In altre parole, l’autore suggerisce di ricorrere alle cosiddette politiche attive del mercato del lavoro, ossia a misure in grado di riqualificare la forza lavoro e di favorire il ricollocamento della stessa verso le imprese sopravvissute alla tempesta pandemica. Tanto per cambiare, il disoccupato, colui che ha perso il lavoro a causa di un’emergenza sanitaria e di una crisi economica senza precedenti, è visto come un rottame, una risorsa non più al passo con i tempi, una persona da riqualificare perché, si sa, le imprese virtuose non vedono l’ora di ricominciare ad assumere… Un’impostazione, quella di Boeri, tutta ideologica e non suffragata dall’evidenza empirica. Nessun riferimento, come del resto potevamo attenderci dalla sua penna, al fatto che in Italia la disoccupazione a due cifre – quel mare magnum di senza lavoro e di sottoccupati in cui sguazzano i capitalisti per reperire manodopera à bon marché – permane ormai da anni, figlia di decennali politiche di austerità di matrice europea. Per quanto riguarda invece le supposte frizioni, quella contrattazione collettiva che, a detta di Boeri, impedirebbe l’incontro tra domanda e offerta di lavoro quasi a due passi da casa, l’autore dimentica che in Italia è in atto un processo trentennale di progressiva flessibilizzazione del mercato del lavoro: dal pacchetto Treu del 1997, al Jobs Act, il mercato del lavoro è stato reso sempre più rispondente alle logiche di mercato e la contrattazione collettiva depotenziata. Il problema vero è allora un altro, ovvero la cronica carenza di domanda di lavoro capace di assorbire i disoccupati: in altri termini, specialmente in questo periodo caratterizzato da una frenata generale dell’economia, non vi sono imprese in cerca di lavoratori.

Dulcis in fundo, Boeri rispolvera il Jobs Act: l’autore vede nella misura di renziana memoria lo strumento migliore per far sì che i contratti a tempo determinato vengano trasformati, attraverso incentivi fiscali, in contratti a tempo indeterminato, e, udite udite, ‘gioverà grandemente’ (sì, vengono usate proprio queste parole) a questo passaggio lo sblocco dei licenziamenti, misura sulla quale il Governo, a detta di Boeri, sta colpevolmente traccheggiando. Un triplo tuffo carpiato: per far nascere posti di lavoro occorrerebbe dar modo alle imprese di licenziare. Come se negli ultimi anni, contrassegnati, ben prima dell’emergenza Covid, da una dinamica occupazionale debolissima, non vi fosse stata quella smaccata libertà di licenziamento plasmata dalle modifiche della legge Fornero e del Jobs Act all’articolo 18.

Insomma, come creare occupazione, stando alle parole di uno dei maggiori esponenti del pensiero liberista in Italia? Le ricette, ahinoi, sono sempre le stesse: ogni volta che si ha a che fare con la disoccupazione, una piaga economica e sociale che morde più di tre milioni di persone, non si perde occasione di puntare il dito o contro i lavoratori, considerati non sufficientemente formati o qualificati per determinate mansioni, o contro le più basilari forme di regolamentazione del mercato del lavoro, come ad esempio la contrattazione collettiva, considerate colpevoli di limitare la fluidità del mercato del lavoro e, in questo modo, di non permettere alla disoccupazione di riassorbirsi.

Ancora una volta, i competenti corrono in soccorso di un Governo che sembra sempre più orientato a mettere mano al mondo del lavoro in senso regressivo: mentre la fine del blocco dei licenziamenti viene invocata da Confindustria, diverse propaggini dell’attuale esecutivo avanzano l’idea di un sistema di ammortizzatori sociali che prescinda dalla prosecuzione del rapporto di lavoro e che sia invece basato sulle politiche attive. Politiche inutili e dannose, che anziché affrontare il problema della disoccupazione a partire dalla sua vera causa, la carenza cronica di domanda aggregata di beni e servizi, ergono il disoccupato a capro espiatorio del proprio destino.

La pandemia finirà, ci auguriamo presto. Gli strali del mondo liberista, spesso scoccati da un’accademia asservita agli interessi dominanti, non termineranno, e non si fermano nemmeno di fronte all’attuale catastrofe economica. Impariamo a riconoscerli.

Fonte

Giannuli - Qualche pagina di storia turca per capire il presente

10/04/2021

Dopo la Brexit, Londra sogna l’Impero

Nel corso del 2020 la Gran Bretagna non si è affatto distinta per la capacità di limitare i danni economici prodotti dalle misure anti-Covid né per la gestione sanitaria dell’emergenza: l’economia britannica ha infatti perso circa il 10% del proprio valore, facendo registrare uno dei peggiori risultati europei, se non globali. Un altro primato negativo del Regno Unito riguarda i morti per Covid, il cui numero ha superato la soglia dei 130mila.

Nonostante queste problematiche almeno per il momento la Brexit non ha portato con sé il disastro da cui, secondo alcuni osservatori, il Regno Unito non avrebbe potuto sottrarsi. Le problematiche economiche che Londra si trova ad affrontare sono infatti da ricondurre in larga misura alle conseguenze dell’emergenza Covid: questo è il motivo per cui il governo britannico ha scommesso sulla campagna vaccinale che, evidenziando una notevole capacità logistica ed organizzativa, sta procedendo a ritmi record. La vaccinazione di massa viene infatti ritenuta da Londra il prerequisito fondamentale per la ripresa economica.

Benché l’aumento dei prezzi e la tendenza inflattiva complichino il quadro economico, Londra è riuscita per il momento a contenere la disoccupazione favorendo le assunzioni e tamponando con sussidi le attività costrette alla chiusura anti-Covid.

Oltremanica, le problematiche legate all’identità non si esauriscono nella questione nordirlandese ed in quella scozzese. Secondo il sondaggio condotto dal “British Foreign Policy Group” la percentuale di cittadini britannici che rifiuta di considerarsi “cittadino globale” è passata dal 34% del 2019 al 46% del 2020. Un dato che, insieme a quello emerso con il referendum sulla Brexit, evidenzia l’atteggiamento di una larga parte di società britannica, poco propensa a rinunciare alla propria identità nazionale: questo il contesto con cui si rapporta l'élite britannica nelle sue ambizioni di dominio ed egemonia, sintetizzate per la prima volta nell’espressione “Gran Bretagna globale” dal primo ministro Teresa May già nel 2017.

Lo scorso novembre il Primo Ministro Boris Johnson ha anticipato in un discorso alla Camera dei Comuni le linee guida della strategia della nuova “Gran Bretagna globale”, dettagliatamente descritti nella “Rassegna integrata di Sicurezza, Difesa, Sviluppo e Politica Estera” pubblicato dal governo britannico (Figura 1). Nello stesso discorso Boris Johnson ha dichiarato che nel prossimo futuro la Gran Bretagna tornerà ad essere in possesso “della forza navale più potente d’Europa” (Figura 2).

Quella che sottende l’espressione “Gran Bretagna globale” è dunque la più ambiziosa strategia su cui Londra abbia scommesso sin dalla fine della seconda guerra mondiale (Figura 3).

Nonostante le relazioni economiche che legano Londra a Pechino e Mosca, tutta la strategia della “Global Britain” si impernia sul presupposto antirusso e anticinese. La tradizionale pulsione antirussa di Londra non potrà esimersi dal fare i conti con gli interessi dell’oligarchia russa di stanza a Londra e legata all’alta finanza britannica (Figura 4), nonché dalla parziale dipendenza energetica dal gigante post-sovietico. Considerando l’ostinazione antirussa a cui Londra sembra non voler rinunciare, si può ipotizzare che la Gran Bretagna possa voler minimizzare le importazioni di idrocarburi russi. Questa scelta porterebbe con sé la necessità fisiologica di altri approvvigionamenti, che potrebbero essere colmati sia da un aumento delle importazioni energetiche provenienti dagli Stati Uniti – in particolare il gas naturale liquefatto (LNG) così come dai quei paesi del Vicino Oriente legati a doppio filo agli interessi britannici.

Uno degli obiettivi fondamentali della strategia post-Brexit di Londra riguarda il contrasto dell’espansione commerciale ed economica di Pechino, e la sua crescente influenza globale. L’interscambio commerciale tra Cina e Gran Bretagna nel 2020 ha raggiunto un valore superiore agli 80 miliardi di sterline, con una bilancia commerciale favorevole alla Cina per oltre 20 miliardi: un dato che si somma ad un’importante presenza cinese nell’economia britannica e nei settori strategici di questa, in particolare quello energetico. Nonostante ciò il primo ministro britannico Boris Johnson sembra voler continuare a far la voce grossa con la Cina, sostenendo, tra l’altro, di voler concedere la cittadinanza britannica ai cittadini di Hong Kong intenzionati a richiederla.

Nell’anno in cui è la Gran Bretagna a presiedere la presidenza del G7, le ambizioni post-Brexit di Lord Johnson sembrano essere viste con scetticismo e preoccupazione da importanti porzioni della società britannica. Tra le varie voci che hanno esplicitato questo punto di vista c’è quella del “Guardian”, che ha liquidato le scelte del governo britannico come una mancanza di strategia effettiva pur in presenza di un aumento significativo della spesa militare. Durissima anche la presa di posizione dello Scottish National Party, che nelle parole del suo portavoce Stewart McDonald ha stigmatizzato la scelta di accrescere l’arsenale atomico britannico come “uno spreco di milioni di sterline per delle armi di distruzione di massa” e ancora “una decisione vergognosa e regressiva”.

Non trascurabile è il possibile risvolto antieuropeo con cui la “Gran Bretagna globale” potrebbe caratterizzarsi, intendendo scongiurare un miglioramento nei rapporti tra l’Europa occidentale e le due principali potenze dello spazio continentale, Mosca e Pechino.

Da un lato per ammortizzare i contraccolpi pandemici – così come quelli che potrebbero derivare dall’uscita dall’Unione Europea – dall’altro per cercare di dare sostanza alle proprie ambizioni globali, Londra ha negoziato numerosi accordi commerciali bilaterali – ma anche multilaterali – con i paesi attorno ai quali sta filando la propria tela strategica (Figura 5).

Prima dell'ufficializzazione dell'accordo di libero scambio con la Turchia, la Gran Bretagna aveva già ufficializzato un accordo simile con l'Egitto, oltre che con Svizzera, Norvegia, Canada e Giappone. Ad un mese dalla firma dell’accordo tra Unione Europea e Gran Bretagna, il primo ministro britannico Boris Johnson ha formalizzato la richiesta di aderire all’accordo TPP, area di libero scambio alla quale aderiscono Australia, Brunei, Canada, Cile, Giappone, Malesia, Messico, Perù, Nuova Zelanda, Singapore e Vietnam.

A risultare evidente è il risvolto anticinese di queste manovre: a confermare ciò ci sono le trattative con l’India, con la quale Londra sta negoziando un accordo di libero scambio ormai prossimo alla conclusione. Secondo le valutazioni britanniche il valore potenziale dell’accordo sarebbe stimabile nell’ordine di 100 miliardi di sterline: l’accordo potrebbe essere chiuso alla fine di aprile 2021 con la visita di Boris Johnson a Nuova Delhi.

La Gran Bretagna intende dunque costruire un rapporto privilegiato con l’India così come con la Turchia con il fine di ridurre al minimo la propria dipendenza dalle merci cinesi. E allontanarla il più possibile dalla Russia, con cui l’India ha stretto importanti accordi per la produzione del vaccino Sputnik V (200 milioni di dosi) e di carattere militare.

Nel 2018 e nel 2019 la Gran Bretagna ha vista confermata la sua preminenza nella vendita di armi nel mondo che, con un valore di circa 11 miliardi di sterline all’anno, è seconda solo a quella degli Stati Uniti. Ad essere seconda per capillarità (sempre dopo gli Stati Uniti) è anche la rete di basi ed infrastrutture militari di cui dispone la Gran Bretagna sul pianeta: la presenza militare britannica nel mondo si può infatti riassumere in 145 siti militari dislocati in ben 42 paesi o aree del pianeta. Londra mantiene una presenza militare in ben sette paesi africani quali Mali, Nigeria, Sierra Leone, Malawi, Gibuti, Somalia e Kenya – e nelle monarchie arabe del Vicino Oriente, come Oman, Emirati Arabi, Qatar ed Arabia Saudita. Sono presenti siti militari britannici in ben cinque paesi nelle zone terrestri e nelle acque a ridosso della Cina.

Nel quadro della nuova strategia adottata da Londra, le forze armate britanniche subiranno una sensibile riduzione dell’organico che verrà messa in atto insieme ad una forte scommessa sull’innovazione tecnologica: secondo il Capo di Stato Maggiore delle forze armate britanniche Nick Carter nel 2030 addirittura il 25% dell’intero organico delle forze armate britanniche potrebbe essere costituito da robot: circa 30mila soldati-robot su un totale complessivo di circa 125mila effettivi.

Seguendo le linee strategiche antirusse, anticinesi e anti-iraniane, le aree che per la proiezione navale della Gran Bretagna post-Brexit si configurato come prioritarie sono quella indopacifica, quella del Mediterraneo allargato e quella artica (Figura 6). Nel solco della scommessa tecnologica di Londra si inserisce il progetto per la sorveglianza dei cavi oceanici – da cui dipende il traffico internet   così come la creazione della Forza cibernetica nazionale”, gestita congiuntamente dal Ministero della Difesa e dall’Intelligence.

Insieme alla guerra mediatica e alla guerra cibernetica, il sanzionamento economico si profila come uno dei principali strumenti di guerra ibrida utilizzati dalla Gran Bretagna, reso possibile dal ruolo esercitato da Londra nelle dinamiche finanziarie globali.

Un interrogativo fondamentale che attiene la strategia della “Global Britain” riguarda il rapporto con gli Stati Uniti: in questo nuovo disegno Londra appare strategicamente complementare a Washington. L’incertezza domina la politica statunitense sul piano interno così come sul piano internazionale: quella che il mondo ha sotto gli occhi è la più profonda crisi di identità della storia statunitense. Una crisi con cui la presidenza Biden-Harris non potrà esimersi dal fare i conti, nonostante le colossali immissioni di liquidità messe a disposizione della società americana.

Malgrado la tradizionale vocazione globalista-dem, gli Stati Uniti potrebbero comunque trovarsi costretti ad aumentare il grado della propria introspezione politica, lasciando così spazio alle nuove pulsioni globali della “Perfida Albione”.

Fonte

USB non firma i protocolli anti-Covid e sulla vaccinazione nei luoghi di lavoro

L’USB ha deciso di non firmare la revisione del Protocollo sulle misure anti-Covid nei luoghi di lavoro la cui prima stesura, nel marzo 2020 allo scoppio della pandemia, avevamo già ritenuto assolutamente inadeguata e insufficiente a garantire la sicurezza nei luoghi di lavoro, tanto da aver proclamato uno sciopero generale il 25 marzo a tutela dei lavoratori e delle lavoratrici esposte al rischio di contagio.

Se la logica sottesa al Protocollo rimane la stessa, cioè la produzione e il profitto delle imprese ad ogni costo, l’aggiornamento riesce persino a peggiorare la versione iniziale, soprattutto alla luce del fatto che le giustificazioni emergenziali della prima ora non possono di certo essere riproposte ad un anno di distanza e in un Paese che ha visto oltre 110mila morti causati dalla pandemia.

Le misure inadeguate sul distanziamento, che non recepiscono neanche le raccomandazioni emanate dal Ministero della Salute e dall’ISS alla luce delle nuove varianti del virus, sulla scelta e sull’utilizzo dei DPI, sul mancato obbligo per i datori di aggiornare il DVR, continuano a evidenziare che più che sulla salute e la sicurezza dei lavoratori e delle lavoratrici l’attenzione sia centrata sulla tutela delle imprese.

Una sorta di scudo per mettere al riparo le imprese e una pezza calda sulla coscienza dei sindacati firmatari.

Vengono mantenute nella disponibilità delle aziende l’avvio delle procedure della CIG, l’utilizzo delle ferie, delle ROL, della banca ore e, nel caso non fossero sufficienti, si prevede l’utilizzo delle ferie arretrate e di quelle non ancora fruite.

Dopo oltre un anno di stipendi e tredicesima impoveriti dalla cassa integrazione, non c’è alcun passaggio che preveda la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, l’unica risposta necessaria per rimodulare l’organizzazione del lavoro garantendo salario e salute.

Nessun aggiornamento sugli effetti dello smart working, sull’esercizio dei diritti sindacali, sulle prerogative degli RLS e delle RSU in tema di sicurezza.

Identico rifiuto opponiamo al “Protocollo per la vaccinazione nei luoghi di lavoro” che, fin dalla premessa, rivendica il ruolo del governo, Confindustria e Cgil Cisl e Uil nell’aver consentito “l’obiettivo primario” della prosecuzione delle attività commerciali e produttive in piena pandemia che, ad oggi, ha prodotto 160mila infortuni sul lavoro; un numero che fotografa solo la punta dell’iceberg di un fenomeno ben più vasto, considerate le numerose categorie non tutelate dall’Inail.

La vaccinazione nei luoghi di lavoro si pone oggettivamente in concorrenza con la campagna vaccinale nazionale, bypassando completamente i criteri di età e fragilità, alimentando disuguaglianze tra i lavoratori – esclusi i lavoratori e le lavoratrici della Pubblica Amministrazione – e tra chi un lavoro ce l’ha e chi è costretto a pagare un ulteriore scotto alla disoccupazione, alla precarietà, al lavoro sommerso.

Un protocollo che aggiunge al danno la beffa di un servizio pubblico, l’Inail, chiamato a mettere a disposizione la propria rete territoriale e il proprio personale – in assoluta carenza – e ad accollarsi i costi delle vaccinazioni per le piccole imprese (il 60/70% del totale!) senza che neanche lo stesso personale dell’Inail – nonostante l’età media avanzata e la funzione pubblica svolta all’utenza – abbia la possibilità di accedere ai vaccini!

A oltre un anno dall’inizio della pandemia continuiamo ad assistere ad una sanità pubblica che arranca in assenza di strutture e personale, a cui si affianca una campagna vaccinale che, subordinata ai ricatti delle case farmaceutiche e alle politiche fallimentari della UE, è molto lontana dai numeri forniti dalla propaganda. Noi non saremo complici!

Fonte

09/04/2021

La Germania guarda allo Sputnik. L’Ema rema contro i vaccini non “made in Usa”

L’ultimo pronunciamento “scaricabarile” sul vaccino AstraZeneca da parte dell’Ema (Agenzia Europea del Farmaco), deve essere stata un po’ la goccia che ha fatto traboccare il vaso.

I balbettii dell’Ema sull’AstraZeneca – ossia il vaccino meno costoso e non prodotto dagli Usa – e poi l’aver rinviato ai singoli Stati europei le decisioni se continuare ad usarlo, sembrano coincidere con la decisione del governo tedesco di avviare colloqui diretti con l’istituto russo Gamaleya e l’Istituto di ricerca microbiologia per acquisire il vaccino Sputnik.

Di fronte all’evidente fallimento della campagna europea sulle vaccinazioni, la stessa Ue ha deciso di fare buon viso a cattivo gioco. Rispetto al vaccino russo Sputnik “gli Stati membri dell’Ue sono liberi di comprarlo in autonomia” ha detto il portavoce capo della Commissione Europea Eric Mamer, durante il briefing con la stampa a Bruxelles.

La dichiarazione, che indica una sorta di “libera tutti”, è arrivata dopo che il ministro della Salute tedesco Jens Spahn ha annunciato che la Germania potrebbe trattare in via bilaterale con Mosca l’acquisto di dosi del vaccino russo, se verrà autorizzato dall’Ema.

In Germania, come in altri paesi europei, stanno crescendo le polemiche per la lentezza della campagna vaccinale (nella efficiente Germania siamo appena al 12,9% della popolazione a cui è stata somministrata una prima dose). Le nuove incertezze sul vaccino AstraZeneca (alcune delle quali segnalate anche dalla stessa Germania), non inducono certo un aumento del ritmo nella somministrazione dei vaccini anti Covid alla popolazione.

Il ministro alla Sanità, Jens Spahn, ha così annunciato ufficialmente l’inizio del confronto con Mosca in vista di una possibile distribuzione dello Sputnik in Germania, anche se è tornato a precisare che “Prima è necessaria l’approvazione dell’Ema e a tale scopo la Russia deve fornire i dati necessari”.

Ma finora la Commissione europea ha fatto sapere che non intende firmare un contratto per lo Sputnik V. Ragione per cui il ministro alla Sanità di Berlino ha riferito che la Germania “avvierà colloqui bilaterali con la Russia“, cominciando a discutere di possibili quantità da spedire nei centri vaccinali tedeschi.

Anche il presidente della Commissione permanente per i vaccini (Stiko), sembra d’accordo: “I dati finora pubblicati sullo Sputnik sembrano buoni“, ha detto Thomas Mertens alla Zdf, “non sappiamo se l’Ema ha ulteriori informazioni: non avrei niente da obiettare se questo vaccino verrà valutato e approvato“.

Ma a rompere gli indugi e l’ostruzionismo dell’Ema sullo Sputnik, erano stati soprattutto i governi locali dei Laender tedeschi.

Mercoledì si era diffuso l’annuncio da parte del land della Baviera in merito ad un pre-accordo per acquistare 2,5 milioni di dosi di Sputnik prima ancora di una eventuale approvazione da parte dell’Ema.

Anche nel land del Meclemburgo il ministro regionale della Salute starebbe mettendo in campo un contratto per la distribuzione di un milione di dosi di Sputnik, che sarebbero disponibili già tra la fine di maggio e l’inizio di giugno.

Ad esprimersi favorevolmente all’uso della Sputnik risulta essere anche il governatore del Brandeburgo: “Per il successo della campagna vaccinale si dovrebbe utilizzare ogni possibile e affidabile vaccino a disposizione. E questo vale anche per lo Sputnik“, ha affermato il governatore, e in termini simili si è espresso anche il presidente della Sassonia.

In Germania la curva dei contagi stenta a scendere: ieri, 8 aprile, sono stati registrati dal Robert Koch Institut, il centro epidemiologico tedesco, oltre 20 mila casi e 306 vittime.

In questi mesi, un po’ come avviene in Italia tra governo e regioni, tra la Merkel e i governatori dei Laender sono state spesso scintille sulle misure anticovid da adottare, fino alla decisione della cancelliera di esautorare i Laender e decidere centralmente le misure per tutto il paese.

Non solo. Ha preso corpo anche un’iniziativa di tre parlamentari della Cdu/Csu per avviare una apposita riforma legislativa. A detta dei parlamentari promotori dell’iniziativa, “un’intesa a favore di un’azione unitaria non è stata più possibile“. Ovvio il riferimento ai contrasti e alle diversificazioni delle misure anticovid che spesso variano da Laender a Laender, e alle divergenze tra i governatori e la cancelliera.

Secondo la proposta di legge presentata, si tratta “di chiudere rapidamente le lacune della legge per la protezione dalle infezioni“. Il presidente della Commissione Esteri del Bundestag e firmatario dell’iniziativa, Norbert Roettgen ha spiegato sulla Bild Zeitung che “non si tratta di indebolire i Laender, ma di mettere il governo federale in condizioni di agire“.

Ma se da un lato il governo della Merkel intende mettere in riga i governi locali dei Laender (cosa che auspichiamo venga fatta in Italia con le Regioni), dall’altro emerge che i tempi e le modalità delle autorità europee (Ema, ma anche Commissione) non consentono più di perdere troppo tempo e lasciare il monopolio dei vaccini alle sole multinazionali statunitensi.

Fonte

08/04/2021

L’Unione Europea cade a vite

In che acque naviga il progetto neoliberista disegnato in un’altra epoca (gli anni ‘80 e ‘90, intorno alla caduta del Muro) e che non riesce a fare i conti con i nuovi tempi?

In pochi mesi di vera emergenza l’Unione Europea ha inanellato batoste su molti fronti, al punto che anche gli opinionisti più militarizzati cominciano a dubitare della capacità di tenuta del marchingegno tecnoburocratico innestato a Bruxelles.

Un breve e incompleto giro d’orizzonte può dare il quadro del disastro.

a) Gestione della pandemia

Nella primissima fase la UE è rimasta quasi indifferente, anche quando il precipitare della situazione in Italia doveva costringere tutta Europa a considerare l’epidemia un proprio problema, non isolato alla Cina o al lombardo-veneto (“beh, quei meridionali che non si lavano”, come “i cinesi che mangiano topi vivi” di Zaia).

Poi, una volta preso atto di esserci dentro con tutti e due i piedi, ha reagito secondo i desiderata dei grandi gruppi multinazionali, sia industriali che finanziari: la produzione è continuata, le fabbriche sono rimaste aperte, i trasporti e la circolazione anche, e se proprio si deve chiudere qualcosa che siano le attività commerciali minori, le scuole, i teatri, ecc.

Dappertutto c’è stato lo stesso snervante stop-and-go di mezze chiusure e improvvise “riaperture”, scadenzato soltanto dal tasso di riempimento dei posti di terapia intensiva negli ospedali pubblici – dappertutto ridotti allo stremo, grazie alla politica europea di tagli alla sanità pubblica.

Una strategia incentrata sull’attesa dei vaccini. Che però, una volta pronti, si è dimostrata fallimentare. In tutta Europa non c’è più una sola società, anche privata, in grado di metterne a punto uno efficace. La francese Sanofi, che pure ci ha provato, ha di fatto alzato bandiera bianca.

L’assoluta mancanza di autonomia produttiva in materia di vaccini ha portato alla firma di contratti suicidi con le multinazionali di Big Pharma appartenenti al “campo occidentale”, con aperto boicottaggio di quelli russi o cinesi (e ormai prossimi, anche quelli cubani).

Mai si era visto un contratto tra Stati e società private che non prevedesse penali e sanzioni in caso di ritardo o mancata consegna del prodotto. Il problema è che i funzionari della Commissione Europea che hanno trattato con le multinazionali del farmaco avevano la stessa mentalità dei loro interlocutori, ragione per cui gli è sembrato “naturale” che i contratti non avessero quelle clausole.

È stato come andare in guerra sperando che prima o poi arrivino le munizioni. E intanto si muore in trincea...

Tre multinazionali Usa e una anglo-svedese hanno fatto fin qui come hanno voluto, privilegiando per molti motivi i paesi di appartenenza (Usa e Gran Bretagna), oltre ad Israele che ha offerto un prezzo triplo per le dosi.

Ciò nonostante, dopo 13 mesi di pandemia e a quattro dall’inizio delle campagne vaccinali, ancora non si provvede a produrre in loco – nelle fabbriche che pure hanno la capacità di farlo! – almeno parte della dotazione necessaria.

Anzi, tutta l’Unione Europea e i singoli Stati si sono opposti, in sede Wto, alla richiesta di India e Sudafrica di liberalizzare i brevetti. Sia mai detto che la UE non fa gli interessi delle multinazionali, a costo di fare strage in casa propria (oltre un milione di morti, fin qui...).

Il risultato è sotto i nostri occhi: vaccinazioni a rilento, alto numero di contagiati e morti ogni giorno, economia che non riesce mai a ripartire nonostante le fabbriche siano rimaste sempre tutte aperte.

b) La politica internazionale

Fino a quando la Casa Bianca era occupata da Donald Trump, sia la UE che diversi singoli Stati avevano esibito una certa autonomia, criticando apertamente alcune scelte Usa, anche se senza mai trascendere o ridurre la subordinazione.

Con l’arrivo di Biden anche quel poco di “friccicore” indipendente si è completamente congelato. Le sanzioni contro la Russia e la Cina sono ora accettate con qualche entusiasmo, anche se danneggiano soprattutto i Paesi europei. A maggior ragione quelle contro Venezuela e Cuba. Ed anche su quelle contro l’Iran c’è silenzio ufficiale, ma con la segreta speranza di riportare in vita l’accordo sul nucleare siglato insieme ad Obama.

Ma è nei rapporti con la Turchia che, in queste ore, si sta registrando l’inconsistenza completa di una “autorevolezza europea”. Lo “sgarbo diplomatico” riservato ad Ursula von der Leyen dimostra infatti qualcosa di più della “cultura maschilista” di Erdogan e dei suoi complici dittatoriali.

Il governo turco ha deliberatamente scelto di umiliare il “capo di governo” dell’Unione Europea – la Commissione che von der Leyen presiede equivale a questo ruolo – per ribadire che “non accetta lezioni”, sulla condizione femminile o sui diritti umani o sui curdi, perché tanto sa bene di possedere un’arma che la Ue teme moltissimo – alcuni milioni di profughi, dalla Siria e altri paesi mediorientali, fino all’Afghanistan – e per cui la Ue paga 3 miliardi di euro l’anno affinché restino nei campi turchi.

Lo sapeva bene anche Charles Michel, presidente del Consiglio Europeo (il coordinamento dei capi di governo della UE), che non ha fatto neanche la mossa di alzarsi o protestare per il trattamento riservato alla sua collega.

Della serie: “della condizione femminile non ce ne frega in realtà niente, anche se ne parliamo spesso, neppure quando riguarda una delle nostre personalità di primo piano; figuriamoci se ci vogliamo impicciare davvero della condizione delle donne turche. O curde”.

Quella di Michel è la stessa faccia fatta da Mario Draghi a Tripoli – dove ora comanda guarda caso la Turchia – quando ha ringraziato per i “salvataggi in mare” i rappresentanti politici degli scafisti libici.

In piena continuità, bisogna dire, con i Minniti e i Salvini che facevano mettere sotto intercettazione giornalisti ed avvocati che “si impicciavano” e disturbavano l’applicazione degli accordi per mantenere nei lager i migranti.

c) La crisi economica

Meno evidente, perché circondata da molte asperità “tecniche”, anche la gestione delle conseguenze economiche della crisi.

A tredici mesi dall’inizio, non un solo euro è stato stanziato ed erogato. Il Recovery Fund è appeso all’approvazione di tutti e 27 i Parlamenti nazionali e all’ok della Commissione sui singoli “piani di riforme” nazionali. È insomma un meccanismo fortemente condizionale, di lenta applicazione e sottoposto a continue verifiche (quindi a tutti i possibili “incidenti di percorso”).

Ma soprattutto è un fondo misero sia rispetto alle necessità (750 miliardi per un continente con 500 milioni di abitanti), sia a confronto con la potenza di fuoco che stanno mettendo in campo Cina e Usa.

Solo Washington sta mettendo a punto un piano da 4.000 miliardi di dollari (per 320 milioni di abitanti). E, cosa ancora più “sconvolgente”, va affermando la necessità di un “nuovo paradigma” di politica economica, di portata equivalente al passaggio segnato dalla Reaganomics all’inizio degli anni ‘80.

Il neoliberismo più dogmatico sembra invece dominare ancora nei pensieri e nelle decisioni di Bruxelles. E naturalmente sappiamo bene che a certi livelli non si decide in base ai manuali teorici, ma sotto la pressione di interessi molto concreti.

Conclusione temporanea

Potremmo andare avanti a lungo, ma ci sembra sufficiente. Emerge, da tutto questo, che l’Unione Europea è stata disegnata su interessi e visioni teoriche che sono ormai superate dai fatti.

La tecnoburocrazia di Bruxelles è stata a sua volta selezionata, fin dalle università, per applicare il sistema di regole scritto nei trattati. È dunque una struttura molto reattiva nello scoprire e segnalare – e sanzionare – ogni scelta che si muove fuori da quei solchi, disegnati appunto in un altro mondo.

Ma non sa cosa fare di fronte ai problemi nuovi. È una struttura che vigila sul passato e non prevede nulla. Che riduce continuamente l’ignoto al noto e quindi non trova – non inventa – nuove soluzioni per nuovi problemi.

È una macchina obsoleta che non sa prendere le curve e tenere la strada. Il problema è che noi siamo a bordo, ma non siamo noi a guidare. E il pilota è stupido e automatico, oltre che cieco. Ma si sente un dio...

Fonte

Vaccinazioni per fasce d’età: le solite balle

Circa un mese fa aveva destato scalpore l’accordo tra Regione Lombardia, Confindustria e Confapi che prevedeva l’effettuazione di vaccinazioni nelle aziende in totale dispregio del criterio di precedenza per età.

A quell’accordo erano seguite dichiarazioni e direttive, apparentemente imperiose, del governo che imponevano invece lo stretto rispetto della precedenza delle vaccinazioni sulla base dell’età ed erano stati stabiliti scaglioni precisi per le vaccinazioni. Tutto sembrava tornare a posto, ma si trattava solo della ormai abituale balla.

Infatti, il governo, per opera dei ministri Orlando e Speranza, ha firmato un accordo con le organizzazioni padronali, l’INAIL e i sindacati collaborativi CGIL CISL UIL per cui le vaccinazioni anti Covid si potranno fare in fabbrica e ovviamente non solo in Lombardia ma su tutto il territorio nazionale.

L’accordo prevede che dal mese di maggio si attiverà un canale di vaccinazioni parallelo a quello ordinario per fasce d’età che sarà gestito a proprie spese dalle aziende, in ragione della disponibilità di dosi.

L’istituzione di tale canale potrebbe essere un fatto positivo se la disponibilità dei vaccini fosse illimitata, ma così invece non è, per cui è semplice immaginare che tale operazione sottrarrà dosi di vaccino destinate al piano nazionale.

Tra l’altro, la malafede del governo è testimoniata dal fatto che molte regioni non hanno ancora oggi completato la vaccinazione degli ultraottantenni e non si sa quando lo faranno, così come non è noto quando si inizierà effettivamente quella dei settantenni, che in maggio non sarà certamente terminata.

In pratica, il governo ha, ancora una volta, riaffermato la priorità della produttività su quella della salute dei cittadini, già presente nella logica delle mezze misure di “mitigazione” della pandemia ben attente a non disturbare gli interessi padronali che peraltro vanno comunque molto bene negli ultimi mesi.

C’è poi qualcosa di ideologicamente molto inquietante in quest’ultima decisione, poiché le misure restrittive del governo sono tutte rivolte a ridurre gli spazi di socialità dei cittadini mandandoli comunque al massacro nei luoghi di lavoro e sui trasporti insicuri e affollati.

In pratica, tutti a contagiarsi ammassati sulla metro e poi in azienda, ma poi rientrare subito a casa, perché una birra al bar è pericolosa. In buona sostanza, trasformare il cittadino in un animale da produzione.

A questo proposito, sovvertire il giusto criterio di vaccinazione per fasce d’età con la vaccinazione in azienda, destinata a salvare la produzione, conferma che il governo ha tutta l’intenzione di trasformare il cittadino-lavoratore in animale che deve produrre.

Quanto agli anziani che continuano a morire, è già stato calcolato che l’INPS realizzerà, a causa della strage di pensionati in atto da un anno, un risparmio di 11,2 miliardi di euro, che potrà essere ulteriormente incrementato.

Fonte

Diminuita l’aspettativa di vita in Europa. È “sindemia”

La pandemia di Covid e le migliaia di morti che sta provocando hanno determinato la riduzione dell’aspettativa di vita nei paesi dell’Unione Europea. Sul piano della civiltà è una drammatica inversione di tendenza, sul piano del cinismo contabile degli istituti finanziari un desiderio mai espresso pubblicamente ma segretamente perseguito “con altri mezzi” (innalzamento dell’età pensionabile e riduzione degli standard sanitari).

Nel 2020, l’anno del Covid-19, infatti è tornata a calare l’aspettativa di vita nella stragrande maggioranza degli Stati della Ue dopo anni di aumenti costanti. L’inversione di tendenza viene certificata dagli ultimi dati pubblicati dall’Eurostat.

La diminuzione maggiore è stata registrata in Spagna con un calo di 1,6 anni rispetto al 2019, seguita dalla Bulgaria (-1,5), da Lituania, Polonia e Romania (-1,4). Invariati i dati di Cipro e della Lettonia mentre aumenta, anche se di poco (+0,1), l’aspettativa di vita in Danimarca e Finlandia.

In Italia il calo è stato di 1,2 anni con l’aspettativa di vita passata da 83,6 a 82,4 anni. Il problema non sembra legato all’età media e all'alta percentuale di anziani dell’Italia. La struttura per età può spiegare solo parzialmente le differenze di mortalità. In effetti, se si va a vedere la percentuale della popolazione oltre i 65 anni si rileva che tra le popolazioni più “anziane”, oltre all’Italia ci sono paesi come Giappone, Portogallo e Finlandia, per i quali registriamo una mortalità da Covid-19 molto più bassa.

Ma i dati dell’Eurostat non fanno che confermare quanto a marzo 2020 aveva già rilevato l’Istat attraverso il rapporto Bes.

Il rapporto rilevava come l’evoluzione positiva della speranza di vita alla nascita tra il 2010 e il 2019, pur con evidenti disuguaglianze geografiche e di genere, è stata duramente frenata dal Covid-19 che ha annullato, completamente nel Nord e parzialmente nelle altre aree del Paese, i guadagni in anni di vita attesi maturati nel decennio.

A fronte di una stima di circa 0,9 anni perduti complessivamente a livello nazionale (da 83,2 a 82,3 anni), emerge una forte eterogeneità tra i diversi territori, con uno svuotamento, in termini di anni vissuti, più marcato nelle regioni settentrionali (da 83,6 a 82,1 anni attesi), rispetto al Centro (da 83,6 a 83,1) e al Mezzogiorno (da 82,5 a 82,2).

Ma sarebbe errato addebitare questo processo alla sola pandemia di Covid. Tutti i fattori economico/sociali/sanitari concorrono infatti nell’inquadrare quella in corso più come una sindemia che come una classica pandemia.

Infatti anche nel 2020, un cittadino su 10 ha dichiarato di aver rinunciato, negli ultimi 12 mesi, a prestazioni sanitarie per difficoltà di accesso, pur avendone bisogno. Il forte aumento (6,3% nel 2019) è certamente legato a preoccupazioni sul rischio contagio; oltre il 50% di chi ha rinunciato a cure e visite mediche riferisce infatti motivazioni legate alla pandemia da Covid-19.

Il dato che si registra nel 2020 è certamente straordinario, in aumento rispetto all’ultimo anno di oltre il 40%, per la particolare situazione legata alla pandemia. Ma la tendenza si era già intravista prima della emergenza pandemica.

Un rapporto dell’Ocse nel 2019 – quindi prima della pandemia – riportava che se fino al 2008-2009 per aspettativa di vita l’Italia era terza dopo Giappone e Svizzera, negli ultimi anni era scesa al quarto posto, con una leggera diminuzione del risultato che passa, mediamente, dagli 83,3 anni alla nascita del 2016 agli 83 negli anni successivi. Nella classifica per primo rimaneva il Giappone con 84,2 anni, seguito dalla Svizzera (83,6) e dalla Spagna (83,4). Quest’ultima – un paese collocato nei Pigs come l’Italia – come abbiamo visto, sta subendo più pesantemente di altri le conseguenze della pandemia di Covid.

E in Italia, con la sanità pubblica portata al collasso da anni di tagli e dalle privatizzazioni delle prestazioni sanitarie, da tempo molte famiglie avevano già rinunciato o ridotto le spese per la salute. Il 7° Rapporto sulla povertà sanitaria, presentato nel 2019 dalla Fondazione Banco Farmaceutico e BFResearch, segnalava che le difficoltà non riguardano solo le persone indigenti: complessivamente 12,6 milioni di persone in Italia – prima del Covid – hanno dovuto limitare almeno una volta durante l’anno la spesa per visite mediche e controlli periodici di prevenzione (dentista, mammografia, pap-test) per ragioni economiche. In media ogni persona spende 816 euro l’anno per curarsi, contro i 128 di chi è povero.

Alla luce di questi dati si conferma come l’obiettivo della riduzione dell’aspettativa di vita nelle società a regime capitalista, sia in realtà un obiettivo perseguito da anni con cinismo e spregiudicatezza. Da questo punto di vista la pandemia di Covid 19 sta facendo felici non pochi profittatori ma sta anche acutizzando le disuguaglianze sociali anche sul terreno della salute e, appunto, della aspettativa di vita. In tal senso quella che stiamo vivendo somiglia sempre di più ad una sindemia che ad una pandemia.

Fonte