Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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14/06/2021

Covid-19 - Continua a non andare “tutto bene”

Non sappiamo ancora tutto sulla povera ragazza di diciotto anni, morta dopo la somministrazione del vaccino AstraZeneca, ma oramai sappiamo che la gestione dei vaccini, come quella della pandemia, risponde a logiche che con la salute delle persone e con la scienza c’entrano fino ad un certo punto.

All’inizio il vaccino AZ fu somministrato proprio ai più giovani che lavoravano nelle strutture pubbliche non sanitarie e nella scuola. Poi dopo i primi casi di trombosi in Italia ed in Europa, il vaccino fu riservato solo agli anziani, non però ai più anziani e fragili cui vennero somministrati Pfizer e Moderna. Poi nelle ultime settimane il vaccino AZ è stato liberalizzato, nel solito confuso concerto tra stato e regioni, e con gli Open Day somministrato anche ai giovanissimi.

Ora dopo la tragica morte di Camilla quel vaccino torna solo a chi ha più di sessant’anni. Ma ovviamente si rischia un grave squilibrio nelle scorte. Sono tutte decisioni scientifiche e mediche o c’entrano altri fattori? Ovviamente no, per me sono state determinanti:

1) La disponibilità reale dei vaccini, che tutti i governi occidentali da un lato hanno accaparrato, dall’altro hanno lasciato in mano alle multinazionali, rifiutando al di là di chiacchiere ipocrite la condivisione di brevetti e la vaccinazione pubblica su scala mondiale. Non solo nel mondo povero, ma anche in Italia paghiamo un prezzo a questa scelta a favore di Big Pharma.

2) La gestione delle vaccinazioni, sempre più in funzione degli interessi commerciali e della stagione turistica e non dei principi sanitari. Come l’anno scorso si è riaperto incautamente tutto, con le conseguenze tragiche che abbiamo subìto, ora si sono liberalizzati i vaccini superando le rigorose divisioni per età, in un liberi vaccini per tutti che si è rivelato altrettanto incauto.

3) La mancata attuazione di un vero piano unico nazionale dei vaccini, con le regioni che ancora una volta si sono rivelate il problema e non la soluzione. Venti sistemi sanitari diversi ed in competizione tra loro sono una follia che non possiamo e non dovremmo più permetterci.

Ora non mi interessa la polemica di palazzo se Draghi e Figliuolo siano davvero meglio di Conte ed Arcuri, anche se la benevolenza dei mass media verso i primi due è oramai stomachevole. La realtà è che entrambi i governi hanno seguito dichiaratamente la stessa impostazione: convivere con il virus, adattare le ragioni della salute a quelle degli affari. E bisogna riconoscere che anche il sistema scientifico "istituzionale" si è piegato a questa logica che sacrifica vite umane in cambio di PIL.

Alla fine i guasti e la sottomissione del sistema ai soldi e agli affari, cui dobbiamo il triste primato di 127mila morti Covid, hanno pesato anche nella gestione dei vaccini. Che sono una conquista dell’umanità, che ci dimostrano cosa può fare di buono e grande la scienza, ma che ci confermano come profitto privato e salute per tutte e tutti siano incompatibili.

Finché la consapevolezza di questo non diventerà principio pubblico e coscienza comune, continuerà a non andare tutto bene.

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20/05/2021

Qualche domanda sui vaccini e non solo

Pare che la copertura del vaccino anglo-svedede AstraZeneca da 2,5 euro sia migliore e più duratura dello Pfizer che, invece, ci è costato, fin qui, mediamente, 15,50 euro. Peraltro, le prime 100 milioni di dosi del vaccino Pfizer sono state acquistate dai paesi dell’Unione Europea per 17,50 euro a dose con un incasso favoloso per il colosso farmaceutico USA.

Che la Pfizer abbia montato una gigantesca campagna mediatica contro AZ e ci abbia buggerati tutti?

Quanto alle reazioni avverse, anche l’altro vaccino statunitense (costo per monodose 8,50 euro), prodotto da Johnson & Johnson, avrebbe causato in USA qualche decina di casi di trombosi rare (donne tra i 30 ed i 39 anni). E lo stesso prodotto di Pfizer, pare abbia creato qualche raro problema come, ad esempio, le miocarditi (da verificare) soprattutto tra maschi sotto i 30 anni.

Il problema è che, allo stato attuale, si ignorano completamente i meccanismi che causano queste rare reazioni avverse e non è, pertanto, possibile far nulla per evitare questi episodi, pena fermare tutte le campagne vaccinali in corso, il che sarebbe una tragica follia.

E, in ogni caso, stiamo parlando di qualche decina di casi su una popolazione di 328 milioni di persone.

Più probabile che ci cada in testa un meteorite o che ci becchi un fulmine durante un temporale.

E comunque, per tornare al punto, circola da ieri la notizia che AstraZeneca funzioni bene anche con la variante indiana e che dai test seriologici emerga che i vaccinati AZ abbiano una risposta anticorpale mediamente più significativa.

E allora, viene da chiedersi: non è che, per caso, il vaccino di AstraZeneca sia stato ostracizzato proprio a causa del prezzo molto basso? Che, forse, le grandi multinazionali del farmaco abbiano mal digerito la concorrenza di AZ?

E qui si ritorna alla vere questioni.

Si può lasciare in mano alle case farmaceutiche più potenti del pianeta (Big Pharma) la gestione di una gravissima pandemia mondiale come quella in atto?

È giusto che la ricerca sui vaccini si faccia con i finanziamenti pubblici per poi lasciare che i risultati siano sfruttati da colossi farmaceutici privati che, speculando sulle emergenze epidemiologiche e sanitarie mondiali, accumulino immensi profitti?

Si può sconfiggere una pandemia come quella da Covid-19, che ha investito l’umanità intera, seguendo le logiche del profitto e del “libero mercato”?

Si può sconfiggere la pandemia da Covid-19 senza consentire l’accesso libero e gratuito ai vaccini anche ai paesi poveri?

Tutto qui.

Io, dal mio canto, posso solo farmi e farvi delle domande.

Alcune sono di carattere scientifico e lascio a chi ha una formazione specifica l’onere – e l’onore – di trovare delle risposte anche solo minimamente attendibili se non, addirittura, efficaci.

Altre sono di carattere politico ed attengono alla responsabilità collettiva di noi tutti e, su queste, l’unico modo di trovare delle risposte è aprire un conflitto con chi ha scelto di subordinare il diritto (universale) alla salute ed alle cure, agli interessi delle grandi lobbies farmaceutiche mondiali mantenendo la proprietà privata sui brevetti dei vaccini.

Venerdì 21 maggio, a Roma, si incontreranno i rappresentanti del G-20, ovvero, dei venti paesi più ricchi al mondo per il “Vertice Mondiale della Salute”.

Come al solito faranno dichiarazioni di circostanza sulla necessità di accelerare la campagna di vaccinazione, su qualche finanziamento al programma Covax per redistribuire qualche briciola ai paesi più poveri.

Ma, ne sono certo, niente di concreto verrà fatto per affrontare le vere questioni: l’abolizione del brevetto sui vaccini e l’aumento della loro produzione.

Si va a Roma il 22 maggio a fargli capire che con 164 Milioni di casi, 3,5 milioni di morti ed il coronavirus ancora circolante, le chiacchiere, stavolta, stanno, davvero, a zero.

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29/04/2021

AstraZeneca: iniziata la causa intentata dalla Ue. Problemi sul Pfizer in Israele

A Bruxelles è iniziata oggi a la causa avviata dalla Commissione europea nei confronti della multinazionale anglo-svedese AstraZeneca per le mancate forniture del suo vaccino anti-Covid. I legali della Ue chiedono consegne immediate dei vaccini concordati nel contratto da tutti i siti produttivi della società, inclusi quelli nel Regno Unito. La prima udienza è terminata dopo un’ora e le parti hanno concordato di tenerne altre due il prossimo 26 maggio. La decisione dei giudici è attesa per giugno.

Durante l’udienza, uno dei legali della Commissione europea ha precisato che la Ue pretende spedizioni anche dagli impianti di AstraZeneca situati in Gran Bretagna, nonostante questa non faccia più parte dell’Unione europea.

Uno dei legali che rappresenta AstraZeneca ha replicato che non esistono obblighi contrattuali di inviare i vaccini da tutti i siti di produzione. Oltre agli impianti in Gran Bretagna, l’azienda conta stabilimenti anche in Belgio e Olanda. “AstraZeneca accoglie con profondo rammarico la decisione della Commissione europea di avviare questa azione legale in relazione all’accordo di fornitura dei vaccini”, ha sottolineato Hakim Boularbah, legale dell’azienda, per poi aggiungere: “Ci auguriamo di risolvere questo contenzioso il prima possibile”.

Ma se AstraZeneca è stata portata in tribunale per le mancate forniture, qualche problema sta emergendo anche sul vaccino della Pfizer che fino ad oggi ha potuto godere ampiamente delle disgrazie della concorrente AstraZeneca (anche aumentando i prezzi delle proprie dosi di vaccino e quindi incassando molto di più). La Pfizer infatti, secondo quanto dichiarato dall’amministratore delegato Ugur Sahin, starebbe raccogliendo dati in Israele sui casi di infiammazione cardiaca riscontrati tra le persone alle quali è stato inoculato il suo vaccino.

Secondo alcuni giornali israeliani i dettagli di un rapporto inedito del Ministero della Salute di Israele sugli effetti collaterali del vaccino Pfizer-BioNtech, hanno sollevato preoccupazioni sul fatto che potrebbe esserci un collegamento tra la seconda dose del vaccino e diverse dozzine di casi di miocardite, un’infiammazione del muscolo cardiaco, in particolare negli uomini sotto i 30 anni.

Le preoccupazioni emergono da un rapporto intermedio che è stato presentato al consiglio dei ministri e alla Pfizer nelle ultime settimane. Alcuni passaggi dal rapporto trapelati alla stampa, hanno sottolineato che gli investigatori non hanno dimostrato in modo definitivo un collegamento, ma che manifestano preoccupazioni significative.

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09/04/2021

La Germania guarda allo Sputnik. L’Ema rema contro i vaccini non “made in Usa”

L’ultimo pronunciamento “scaricabarile” sul vaccino AstraZeneca da parte dell’Ema (Agenzia Europea del Farmaco), deve essere stata un po’ la goccia che ha fatto traboccare il vaso.

I balbettii dell’Ema sull’AstraZeneca – ossia il vaccino meno costoso e non prodotto dagli Usa – e poi l’aver rinviato ai singoli Stati europei le decisioni se continuare ad usarlo, sembrano coincidere con la decisione del governo tedesco di avviare colloqui diretti con l’istituto russo Gamaleya e l’Istituto di ricerca microbiologia per acquisire il vaccino Sputnik.

Di fronte all’evidente fallimento della campagna europea sulle vaccinazioni, la stessa Ue ha deciso di fare buon viso a cattivo gioco. Rispetto al vaccino russo Sputnik “gli Stati membri dell’Ue sono liberi di comprarlo in autonomia” ha detto il portavoce capo della Commissione Europea Eric Mamer, durante il briefing con la stampa a Bruxelles.

La dichiarazione, che indica una sorta di “libera tutti”, è arrivata dopo che il ministro della Salute tedesco Jens Spahn ha annunciato che la Germania potrebbe trattare in via bilaterale con Mosca l’acquisto di dosi del vaccino russo, se verrà autorizzato dall’Ema.

In Germania, come in altri paesi europei, stanno crescendo le polemiche per la lentezza della campagna vaccinale (nella efficiente Germania siamo appena al 12,9% della popolazione a cui è stata somministrata una prima dose). Le nuove incertezze sul vaccino AstraZeneca (alcune delle quali segnalate anche dalla stessa Germania), non inducono certo un aumento del ritmo nella somministrazione dei vaccini anti Covid alla popolazione.

Il ministro alla Sanità, Jens Spahn, ha così annunciato ufficialmente l’inizio del confronto con Mosca in vista di una possibile distribuzione dello Sputnik in Germania, anche se è tornato a precisare che “Prima è necessaria l’approvazione dell’Ema e a tale scopo la Russia deve fornire i dati necessari”.

Ma finora la Commissione europea ha fatto sapere che non intende firmare un contratto per lo Sputnik V. Ragione per cui il ministro alla Sanità di Berlino ha riferito che la Germania “avvierà colloqui bilaterali con la Russia“, cominciando a discutere di possibili quantità da spedire nei centri vaccinali tedeschi.

Anche il presidente della Commissione permanente per i vaccini (Stiko), sembra d’accordo: “I dati finora pubblicati sullo Sputnik sembrano buoni“, ha detto Thomas Mertens alla Zdf, “non sappiamo se l’Ema ha ulteriori informazioni: non avrei niente da obiettare se questo vaccino verrà valutato e approvato“.

Ma a rompere gli indugi e l’ostruzionismo dell’Ema sullo Sputnik, erano stati soprattutto i governi locali dei Laender tedeschi.

Mercoledì si era diffuso l’annuncio da parte del land della Baviera in merito ad un pre-accordo per acquistare 2,5 milioni di dosi di Sputnik prima ancora di una eventuale approvazione da parte dell’Ema.

Anche nel land del Meclemburgo il ministro regionale della Salute starebbe mettendo in campo un contratto per la distribuzione di un milione di dosi di Sputnik, che sarebbero disponibili già tra la fine di maggio e l’inizio di giugno.

Ad esprimersi favorevolmente all’uso della Sputnik risulta essere anche il governatore del Brandeburgo: “Per il successo della campagna vaccinale si dovrebbe utilizzare ogni possibile e affidabile vaccino a disposizione. E questo vale anche per lo Sputnik“, ha affermato il governatore, e in termini simili si è espresso anche il presidente della Sassonia.

In Germania la curva dei contagi stenta a scendere: ieri, 8 aprile, sono stati registrati dal Robert Koch Institut, il centro epidemiologico tedesco, oltre 20 mila casi e 306 vittime.

In questi mesi, un po’ come avviene in Italia tra governo e regioni, tra la Merkel e i governatori dei Laender sono state spesso scintille sulle misure anticovid da adottare, fino alla decisione della cancelliera di esautorare i Laender e decidere centralmente le misure per tutto il paese.

Non solo. Ha preso corpo anche un’iniziativa di tre parlamentari della Cdu/Csu per avviare una apposita riforma legislativa. A detta dei parlamentari promotori dell’iniziativa, “un’intesa a favore di un’azione unitaria non è stata più possibile“. Ovvio il riferimento ai contrasti e alle diversificazioni delle misure anticovid che spesso variano da Laender a Laender, e alle divergenze tra i governatori e la cancelliera.

Secondo la proposta di legge presentata, si tratta “di chiudere rapidamente le lacune della legge per la protezione dalle infezioni“. Il presidente della Commissione Esteri del Bundestag e firmatario dell’iniziativa, Norbert Roettgen ha spiegato sulla Bild Zeitung che “non si tratta di indebolire i Laender, ma di mettere il governo federale in condizioni di agire“.

Ma se da un lato il governo della Merkel intende mettere in riga i governi locali dei Laender (cosa che auspichiamo venga fatta in Italia con le Regioni), dall’altro emerge che i tempi e le modalità delle autorità europee (Ema, ma anche Commissione) non consentono più di perdere troppo tempo e lasciare il monopolio dei vaccini alle sole multinazionali statunitensi.

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25/03/2021

Il “tesoretto” di Anagni. Pronte da mesi milioni di dosi di vaccino AstraZeneca

In Italia ci sono almeno 29 milioni di dosi del vaccino AstraZeneca. E non solo. Ci sono probabilmente anche quelli della Johnson&Johnson, e la produzione di vaccini AstraZeneca ad Anagni era cominciata già da ottobre 2020, anche senza il via libera dell’Ema.

Questi vaccini si trovano ad Anagni, in provincia di Frosinone, dentro lo stabilimento della Catalent, una multinazionale statunitense. E sono pronte per essere spedite all’estero, mentre le forniture dello stesso vaccino all’Italia scarseggiano.

Ma sono state scoperte dalle autorità italiane dopo una segnalazione della Commissione europea. In realtà l’esistenza di questo tesoretto di vaccini prodotti in Italia, ma destinati altrove, era stata segnalata già il 17 marzo sul Financial Times.

Non solo. Cercando meglio, si scopre che nello stabilimento della Catalent di Anagni, la produzione dei vaccini AstraZeneca era iniziata addirittura già ad ottobre 2020.

La Catalent, multinazionale Usa con sede a Somerset, nel New Jersey, nel 2019 ha acquistato lo stabilimento della ex Bristol di Anagni. Risulta però avere in Italia anche uno stabilimento ad Aprilia (provincia di Latina).

Fonti tedesche rivelano che nello stabilimento di Anagni è addirittura da ottobre 2020 che si stanno producendo i vaccini per AstraZeneca, anche quando il via libera dell’Agenzia Europea del Farmaco era ancora al di là da venire. Secondo una dirigente della stessa Catalent, la produzione era già stata avviata “confidando nell’idoneità del vaccino, sviluppato sulla base di meccanismi già studiati in passato”.

La Catalent è il principale fornitore globale di tecnologie avanzate di consegna, sviluppo e produzione di soluzioni per farmaci, farmaci biologici, terapie cellulari e geniche e prodotti per la salute dei consumatori; ha annunciato una partnership ampliata non solo con AstraZeneca ma anche con con Janssen Pharmaceutica NV e Janssen Pharmaceuticals, Inc., ossia due delle divisioni farmaceutiche della Janssen, proprietaria della Johnson & Johnson.

Per quest’ultima, la Catalent Biologics aumenterà in modo significativo la sua capacità di produzione per la fornitura commerciale su larga scala del vaccino Covid-19 proprio presso lo stabilimento di produzione di Anagni, compresi i processi di infialamento, ispezione, etichettatura e confezionamento delle fiale di vaccino.

La Catalent ha una trentina di stabilimenti produttivi nel mondo: negli Stati Uniti, in Europa (in Belgio, Germania, Francia, Svizzera, Italia e Gran Bretagna), in Asia (Giappone, Cina e Singapore) e in America Latina (Argentina, Brasile, Uruguay). Ha una capacità produttiva di 70 miliardi di dosi l’anno su una gamma di quasi 7mila prodotti. Dispone di una estesissima rete di distribuzione globale che hanno portato ad entrate fiscali di ben 2,5 miliardi di dollari nel 2018.

È venuto fuori che almeno due dei lotti di AstraZeneca individuati nella Catalent di Anagni sono partiti con destinazione Belgio. La successiva destinazione al momento è ignota.

Ad ammetterlo è stato in Parlamento lo stesso Presidente del Consiglio Draghi annunciando che i lotti di vaccini rimasti dentro lo stabilimento della Catalent sono adesso sotto sorveglianza. Le forze dell’ordine stazionano da ieri pomeriggio intorno allo stabilimento.

Lo stesso premier ha rivelato che “Sabato sera ricevo una telefonata della presidente della Commissione Ue su alcuni lotti che non tornavano nei conti della Commissione e che sarebbero stati giacenti presso lo stabilimento di Anagni”, dove vengono infialati i vaccini di AstraZeneca.

“Mi si suggeriva un’ispezione. La sera stessa ho chiamato il ministro Speranza, da cui dipendono i Nas, e i Nas sono andati immediatamente e la mattina successiva, dopo aver lavorato tutta la notte, hanno identificato dei lotti in eccesso che a quel punto sono stati bloccati. Due oggi sono stati spediti in Belgio, dove c’è la casa madre. Ma sono lì, da lì dove andranno non so, ma intanto la sorveglianza continua per i lotti rimanenti”.

La destinazione finale dei vaccini infialati e stoccati ad Anagni non è certo un fatto secondario perché – se diretti in Gran Bretagna – scatterebbe il blocco, dato che l’Unione Europea è ora orientata a bloccare l’export di vaccini prodotti nei paesi membri al di fuori dalla Ue. Diverso sarebbe se la destinazione fosse davvero il Belgio cioè un paese dell’Unione.

Immediata la replica di AstraZeneca, secondo cui “Attualmente non sono pianificati export al di fuori dei paesi che aderiscono al piano COVAX. Ci sono 13 milioni di dosi di vaccino in attesa del controllo di qualità per essere poi spediti a COVAX come parte del nostro impegno per fornire milioni di dosi a paesi a basso reddito, il vaccino è stato prodotto fuori dalla Ue e poi portato allo stabilimento di Anagni per l’infialamento – scrive la multinazionale nella sua nota – Ci sono altre 16 milioni di dosi che sono pronte per essere spedite in Europa. Quasi 10 milioni di dosi saranno consegnate ai paesi Ue nell’ultima settimana di marzo. Non è corretto definire questo carico come scorta. La produzione del vaccino è un procedimento molto complesso che richiede tempo”.

Ma questo richiamo ai tempi lunghi, che AstraZeneca mette continuamente avanti, stride con il fatto che – ad esempio – la Catalent di Anagni ha una capacità produttiva di 70 miliardi di fiale o che la produzione dei vaccini sia iniziata già ad ottobre 2020, prima ancora che l’EMA desse il via libera.

Queste “sinergie” tra multinazionali del farmaco – come quelle tra AstraZeneca, Catalent, Johnson&Johnson – possono poi contare su reti di distribuzione comuni con numeri da paura. Una perfetta macchina da profitto che però si intoppa e si arena solo quando deve in qualche modo fare “sinergia” con gli interessi collettivi.

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19/03/2021

Bergamo - Passerella di Draghi nella città simbolo della strage pandemica

Draghi oggi va in visita a Bergamo per ricordare le vittime della pandemia. La città diventata simbolo della strage pandemica in Italia – siamo ben oltre le centomila vittime – è anche quella in cui i familiari di chi spesso è stato lasciato morire di Covid, da mesi chiedono verità e giustizia su come sono andate effettivamente le cose.

La Procura ha una indagine aperta. La Confindustria ha alzato da subito un fuoco di sbarramento per allontanare da sé ogni responsabilità e giocare il ruolo della vittima. La scorsa settimana esponenti della sinistra alternativa e del comitato familiari delle vittime di Bergamo hanno subito perquisizioni con l’accusa di associazione sovversiva.

Con il discorso di Mattarella di ieri e la visita di Draghi oggi si cerca così di trasformare l’indignazione in celebrazione di concordia nazionale e depotenziarne così la forza.

La strage pandemica di Bergamo pesa infatti come un macigno sulla classe dirigente nazionale e regionale e sulle loro responsabilità nell’aver smantellato negli anni la sanità pubblica, abbassato la testa ai diktat della Confindustria sulle chiusure, ed ora nel caos sulla campagna vaccinale.

Si resta infatti in attesa che l’Ema, l’agenzia europea del farmaco, si pronunci nel pomeriggio sul nuovo via libera al vaccino AstraZeneca. La campagna di vaccinazione, secondo palazzo Chigi è costata 200 mila somministrazioni in meno dopo la frenata impressa dal ‘caso AstraZeneca’. In tal senso Draghi potrebbe aspettare il pomeriggio per andare a Bergamo, ovvero dopo che l’Ema si sarà pronunciata sull’argomento e si possa diffondere un “messaggio rassicurante” piuttosto che incertezza.

A Bruxelles sui vaccini ormai sono in pappa. La von der Leyen ha alzato i toni chiedendo lo stop all’export dei vaccini prodotti in Europa se non c’è reciprocità.

Da diversi paesi dell’Unione Europea infatti nell’ultimo mese sono partite troppe fiale verso altri Paesi “mentre a noi non torna nulla e la collaborazione non può essere una strada a senso unico” ha detto la presidente della Commissione europea, la quale sottolinea che “Se la situazione non cambia dovremmo riflettere se permettere esportazioni verso Stati che producono vaccini e Paesi che hanno un tasso di vaccinazione superiore al nostro”.

La decisione in questo caso era stata anticipata dal governo italiano, che poche settimane fa era stato il primo a chiedere alla Commissione europea di non autorizzare un esportazione di 250mila dosi di AstraZeneca dall’Italia all’Australia.

Eppure le scelte concrete in materia di controllo, contrasto e azione contro la pandemia sembrano indicare percorsi tutt’altro che corretti.

Con l’avvento di Draghi ci sono state delle epurazioni prima nella Protezione Civile ed ora nel Comitato Tecnico Scientifico. Hanno messo fuori gli esperti più invisi alla Lega, alle regioni leghiste e alla Confindustria e sono stati messi dentro esperti che non ne avevano azzeccata una ma di provata fede leghista e confindustriale. Era il 14 febbraio quando Salvini tuonò contro il Cts. “Non ho parole. Non se ne può più di ‘esperti’ che parlano ai giornali, seminando paure e insicurezze, fregandosene di tutto e tutti. Confidiamo che con Draghi la situazione torni alla normalità”. Aveva fatto il nome di Giorgio Palù (presidente dell’Aifa) da inserire nel Cts. Detto fatto. Draghi lo ha accontentato.

Ma la paura del virus non può mitigare ancora a lungo l’indignazione e la rabbia. Sulla gestione della pandemia ci sembra opportuno ricorrere alle considerazioni di un osservatore piuttosto acuto come Guido Salerno Aletta.

In un editoriale su TeleBorsa di qualche giorno fa ha scritto:
“Per cautela sanitaria, si continua a mettere restrizioni alla popolazione, mentre le vaccinazioni procedono con esasperante lentezza e di “cure” non se ne parla affatto. Ed intanto, ad esempio in alcune zone della Francia, gli ospedali sono in difficoltà, con i reparti di terapia intensiva occupati all’80%: una soglia pericolosissima.

Ma questo significa mandare al massacro un intero sistema sociale ed economico: le risorse per gli aiuti pubblici non sono infinite, ed i conti delle imprese saranno catastrofici.

Serve aumentare la pressione mediatica sul numero dei contagi, dei morti e degli ospedali al collasso: solo la paura mitiga la rabbia. Ma nessuno può prevedere ancora per quanto tempo ci si riuscirà.

Quando saranno finiti i risparmi, quando gli stipendi non verranno più pagati e quando le pensioni non verranno più accreditate, la rabbia e l'esasperazione saranno incontenibili”.
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16/03/2021

AstraZeneca, il flop che azzoppa il piano vaccinale

Bloccate per tre giorni, “in via del tutto precauzionale”, le vaccinazioni con il prodotto AstraZeneca. Vanno avanti quelle con Pfizer (parecchie dosi) e Moderna (pochissime), in attesa che presto l’Ema – Agenzia europea del farmaco – autorizzi lo Sputnik V russo e altri prodotti ormai in dirittura d’arrivo (il tedesco Curevac, lo statunitense Novavax, un paio di quelli cinesi).

Johnson & Johnson è già approvato, dovrebbe cominciare ad arrivare tra un mese, ma anche questa multinazionale ha annunciato una riduzione nelle forniture previste nel contratto. Si vede che hanno trovato chi paga di più.

La decisione è stata presa praticamente da tutta l’Unione Europea, da giorni sotto pressione per il ripetersi di casi con “controindicazioni” gravi, soprattutto trombosi, fino alla morte di alcune persone subito dopo la vaccinazione. “Correlazione temporale” che non implica una correlazione pratica, ma certamente non induce alla fiducia.

Ieri hanno fermato tutto Germania, Italia, Francia e Spagna. Ma nei giorni precedenti avevano fatto altrettanto molti piccoli paesi (i baltici, Danimarca, Islanda, Norvegia, ecc). Troppi casi e troppo diversi tra loro per derubricare il tutto a generico “allarmismo”.

Sgombriamo subito il campo dalle scemenze. Un virus si combatte davvero soltanto con i vaccini (le misure di sicurezza, anche applicate seriamente come in Cina e altrove, possono contenere il pericolo, non eliminarlo).

Ed è altrettanto ovvio che, come tutti i farmaci, abbiano anch’essi delle “controindicazioni” ma che – nel complesso – i vantaggi sono straordinariamente superiori ai pericoli (detta con brutale cinismo: se anche si dovessero registrare 100 morti in seguito a somministrazione di vaccino, questi sono infinitamente meno degli oltre 100.000 decessi da Covid-19 che abbiamo già avuto in questo solo Paese).

Ma ogni vaccino è diverso dall’altro per principio attivo, metodo di conservazione, modalità di fabbricazione (e stabilimento di produzione, visto che si tratta sempre di multinazionali) e “infialamento” (per qualche imperscrutabile ragione alcuni vaccini vengono prodotti in un luogo, ma le fialette vengono riempite in un altro).

Dunque si possono sempre verificare problemi in qualche punto della catena produttiva e distributiva. E un certo prodotto vaccinale che dà luogo a numerosi casi problematici va verificato a fondo, prima di dire a chi dovrà farselo iniettare lo scontato “stai sereno”.

Anche perché Big Pharma ha una lunga storia di truffe, intossicazioni, nascite abnormi, avvelenamenti, tossicodipendenze indotte, ecc. E dunque la diffidenza di massa ha avuto parecchie decine di occasioni per consolidarsi.

Il problema è che questo stop, anche se breve, avrà conseguenze sul già non molto brillante “piano vaccinale” di tutta Europa, visto che la maggior parte delle dosi “previste” nei contratti erano proprio di provenienze AstraZeneca, vista la facilità di conservazione rispetto ai molto più impegnativi, logisticamente, Pfizer e Moderna.

Questo costringe tutti i governi continentali, e soprattutto il nostro, più incline della media a promettere molto e fare poco, ad agire molto sulla “comunicazione” mentre l’apparato logistico di distribuzione – descritto ora come “formidabile” perché militarizzato e con un generale al comando – è fermo in attesa di qualcosa da distribuire.

La questione, a volerla dire tutta seriamente, non nasce dalle “inefficienze del pubblico”, e tantomeno dalle “incertezze della scienza”, ma dalla “carognaggine del privato” (le multinazionali, in questo caso del farmaco) e dall’asservimento dell’Unione Europea – e dunque di tutti i Paesi membri – agli interessi di un pugno di aziende che fanno il bello e il cattivo tempo con la salute di miliardi di persone.

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12/03/2021

Brancaccio - Vaccini: protezionismo o comunismo?

RAI radio uno – eresie – 12 marzo 2021 – Il governo Draghi blocca l’export verso l’Australia di 250 mila dosi di Astrazeneca, e il governo australiano accusa l’Italia di attuare una politica di “protezionismo dei vaccini”, una strategia inedita destinata a provocare disastri. Ma a ben vedere non si tratta di una novità: dagli Stati Uniti alla stessa Australia i blocchi all’export di vaccini sono stati numerosi, in questa pandemia come nelle precedenti. Il vero problema è che il protezionismo dei vaccini non è una soluzione, né per superare la scarsità né per selezionare i farmaci che abbiano meno controindicazioni e siano efficaci contro le varianti. Piuttosto, l’Italia farebbe meglio a sostenere le campagne portate avanti da paesi in via di sviluppo e associazioni per rendere la conoscenza tecnica contro il virus un bene pubblico globale. Chiamiamolo “comunismo scientifico contro il covid” o anche in altri modi, se proprio vogliamo evitare di épater le bourgeois. Ma bisogna agire in questa direzione, prima che sia tardi. Come ogni venerdì su RAI radio uno, il commento dell’economista Emiliano Brancaccio dell’Università del Sannio.


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Crolla AstraZeneca. Nelle forniture e nella credibilità

Gestire una pandemia delegando ai “privati” la produzione della materia prima fondamentale – i vaccini – può solo produrre disastri, caos, complottismi e follia.

E puntualmente accade.

I problemi erano cominciati subito, con la firma da parte dell’Unione Europea di contratti che non prevedono alcun impegno concreto delle multinazionali di Big Pharma, tanto da doverli secretare e cospargere di “omissis” al momento della pubblicazione (un po’ come i verbali di “Antelope Cobbler”, per chi vuole risalire lontano negli scandali del passato...).

Si erano moltiplicati poi, con il taglio delle forniture “promesse” all’Unione Europea, mentre si moltiplicavano quelle per Usa e Gran Bretagna (paesi-base di tutte e quattro le società che hanno visto approvare fin qui un loro vaccino) e misteriosi “intermediari” si presentavano agli amministratori di diverse istituzioni (le Regioni, qui da noi) offrendo pacchi di vaccino; ovviamente a un prezzo un po’ più alto.

Anche a livello strettamente scientifico, le incertezze non sono mai mancate. Specie per quanto riguarda il prodotto AstraZeneca, di cui ancora oggi non si riesce a sapere in modo definitivo la percentuale di efficacia (i numeri sparati sui media vanno dal 61 al 90%, a piacere dell’esperto intervistato).

Anche per quanto riguarda la platea, all’inizio era stato autorizzato soltanto per persone in buona salute e sotto i 55 anni. Poi, vista la pressione della necessità, era stato definito “ottimo e abbondante” anche per gli over 55, e infine per qualsiasi età. Procedura un po’ disturbante, ma siamo in emergenza, mica starete a sottilizzare...

Il colpo definitivo all’immagine pubblica è arrivato però con il ritiro disposto dall’Aifa, in via precauzionale e su tutto il territorio nazionale, del lotto ABV2856 della stessa AstraZeneca, dopo quattro casi sospetti di morte, a seguito di una somministrazione del siero. Una professoressa, un militare, un poliziotto e un bidello.

L’agenzia statale precisa che non è stato stabilito alcun nesso di causalità tra la somministrazione del vaccino e le reazioni avverse gravi, e che saranno quindi necessarie ulteriori indagini. Le dosi appartenenti a questo lotto sono state distribuite in tutta Italia, visto che si parla di circa 500mila pezzi.

Diversi paesi europei, nel frattempo, avevano deciso per proprio conto di fermare le somministrazioni del prodotto AstraZeneca: Danimarca, Austria, Estonia, Lituania, Lussemburgo e Lettonia (tutte rifornite con un lotto diverso da quello “italiano”), cui si sono aggiunte Norvegia, Islanda e Bulgaria. Per prudenza.

Come se non bastasse, stamattina la multinazionale anglo-svedese ha annunciato un altro taglio del 25% alle forniture contrattualmente dovute. Dei 40 milioni di dosi che avrebbero dovuto arrivare (per tutta la Ue) entro la fine di marzo ne verranno consegnate solo 30,1 milioni. Altri 20 milioni ad aprile, forse...

Questo caos, complice anche un sistema mediatico ottuso e “sensazionalista”, eccita nuovamente i complottismi NoVax e similari, senza mai centrare la realtà dei problemi.

Il primo dei quali impatta violentemente sul pilastro principale dell’attuale sistema neoliberista occidentale: non si può affidare la salute e la sopravvivenza di miliardi di persone a un pugno di multinazionali che hanno come unico scopo quello di massimizzare i guadagni.

Ma proprio questo è stato fatto. Smontando, per riuscirci, anche le normali precauzioni che un qualsiasi Stato è abituato a tenere in piedi nei settori “strategici”. Per esempio: ogni Stato di una certa rilevanza cerca di mantenere il controllo sulla produzione di armi, in modo da non trovarsi inerme in caso di “pressioni” o attacchi esterni.

Nel comparto farmaceutico, invece, e soprattutto nel settore dei vaccini, si è lasciato andare tutto “al mercato”. Ricerca e sviluppo nella sanità sono state oggetto per 30 anni – almeno – di tagli. Poi, davanti all’emergenza pandemica, sono state finanziate le ricerche condotte dai “privati”, ma senza nulla a pretendere in cambio.

Quindi ora tutto l’Occidente capitalistico (un po’ meno soltanto Usa e GB, come detto) è dipendente da quattro o cinque consigli di amministrazione che decidono in base ai propri interessi. Peggio: non avendo una propria base autonoma – sia per la ricerca sia per la produzione – non può neanche svincolarsi in tempi brevi (quelli utili a contrastare la pandemia) e procedere sfanculando Big Pharma.

Mario Draghi e Ursula von der Leyen, in teoria i massimi vertici dell’”europeismo istituzionale”, si sono consultati ieri sul problema cavandone fuori una conclusione degna di Alberto Sordi ne La grande guerra: “non c’è alcuna evidenza di un nesso tra i casi di trombosi registrati in Europa e la somministrazione del vaccino Astrazeneca”. Quel vaccino sarebbe insomma e comunque “ottimo e abbondante”.

Ci troviamo così di fronte a una alternativa del diavolo: fidarsi o no dei vaccini disponibili (quello russo, i cinesi e il cubano, per motivi diversi, non sono per ora accessibili, in Italia).

Chiaro che qui prova a infilarsi il NoVax... e va stroncato sul posto.

Sul piano scientifico la risposta è netta: l’unica arma contro i virus sono i vaccini. Dunque vaccinarsi è giusto e necessario, anzi è l’unica possibilità di uscire da questo incubo infinito.

Ma passando al piano materiale la domanda diventa: ci si può fidare di questi vaccini?

Sono stati validati dalle agenzie del farmaco statunitense, inglese, europea e le varie nazionali. Dunque non è lecito, né logico, dubitare. Ma il diavolo sta sempre nei dettagli. Non tutti i “lotti” escono perfetti, non sempre si riesce a mantenere perfettamente integra la “catena del freddo” (addirittura -70 gradi per i prodotti Pfizer e Moderna) dalla fabbrica al banco dell’inoculazione individuale.

Ma non esiste nessuna soluzione valida – né scientificamente né socialmente – se si resta in balia di quattro stronzi avidi e lontanissimi dalla rabbia dei popoli.

L’unica via – ma ogni giorno perso è di troppo – è produrre autonomamente i vaccini che risultano migliori all’analisi di scienziati affidabili e indipendenti da Big Pharma. Ma questo è impossibile in un sistema costruito per servire quattro stronzi avidi e irraggiungibili.

Dall’alternativa del diavolo si esce facendo saltare il banco...

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06/03/2021

Il “blocco farlocco” dell’esportazione dei vaccini

“L’Italia blocca le dosi di AstraZeneca. La linea dura del Vertice UE verso le Big Pharma”. Bella notizia... se fosse vera.

Ma comunque rivelatrice del modo contorto e oscuro con cui avviene la produzione e distribuzione delle dosi di vaccino tra i vari paesi del pianeta.

Intanto vediamo cosa è successo davvero. Il governo italiano ha utilizzato per la prima volta il “Meccanismo di trasparenza e autorizzazione per le esportazioni di vaccini anti Covid-19”, una norma europea risalente al gennaio scorso, per bloccare uno stock di 250.000 dosi che dovevano partire dallo stabilimento italiano partner di AstraZeneca in direzione dell’Australia.

I media l’hanno brutalmente tradotta in “blocco delle esportazioni”, solleticando l’immaginario autarchico-sovranista. Avevano fatto altrettanto per l’infame opposizione di Draghi alla proposta francese-tedesca di “regalare” un po’ di dosi ad alcuni paesi africani poverissimi.

La decisione, in apparenza, sembra davvero “sovranista”, ma non è neanche così. È peggio. Ma intanto squaderna una serie di notizie ignorate da tutti.

La prima, apparentemente più succosa, è che anche in Italia esistono stabilimenti in grado di produrre un tipo di vaccino. Ma quella produzione va da un’altra parte, perché una multinazionale privata decide cosa fare della sua merce senza neanche interfacciarsi con il governo locale.

In realtà, nello stabilimento Catalent di Anagni non si “fabbrica” il vaccino, ma semplicemente lo si mette nelle fialette monodose (“infialamento”) che vediamo continuamente girare in tv sui nastri trasportatori.

Il liquido contenente il principio attivo viene prodotto altrove (altri paesi, altri continenti), in stabilimenti che hanno bioreattori di un certo tipo. Poi viene trasportato qui (e altrove) e confezionato pronto all’uso.

Un giro complicato, planetario (stiamo parlando di multinazionali, mica di padroncini...), e anche parecchio dispendioso. Ma tanto poi tutti i costi economici entrano nel prezzo finale, pagato dagli Stati con le tasse dei cittadini... (per quelli ambientali non c’è soluzione).

Dunque sarebbe inutile “commissariare” la fabbrica di Anagni. Verrebbe a mancare immediatamente il liquido da infialare, per decisione di AstraZeneca.

Però non è fisicamente impossibile per uno Stato (uno qualsiasi o per l’Unione Europea), requisire o creare stabilimenti dotati dei bioreattori adatti. Quei macchinari sono costruiti in Europa, spesso, e anche in Italia, che ha una lunga e seria tradizione nel settore. E infatti, dopo mesi di inazione – sa italica che europea – qualcosa si sta muovendo.

Il ministro dello “sviluppo economico” italiano, il leghista Giancarlo Giorgetti, ha spiegato alla Camera che “si sta procedendo a individuare le aziende che, dal punto di vista infrastrutturale e tecnologico, potrebbero essere in grado in un ristretto arco temporale, di produrre vaccini in Italia anche sulla base di accordi commerciali con le multinazionali detentrici dei brevetti”.

Stesso discorso fatto dal suo omologo francese e, con molta lentezza, dalla stessa UE.

Il “problema” è che tutta questa frotta di ministri, in teoria pressata dalla necessità urgente di vaccinare al più presto la popolazione, si muove camminando sulle uova per non toccare i diritti (economici) sui vaccini garantiti alle multinazionali dai brevetti.

Lasciamo pure stare, per il momento, l’assurdità di una proprietà privata su qualcosa che serve immediatamente per salvare la vita di milioni di persone nel mondo. E lasciamo anche stare il fatto che la ricerca per trovare quei vaccini è stata finanziata quasi sempre dagli Stati – ossia dal “pubblico” – ma regalata alle multinazionali.

E infatti “nell’ambito della Strategia europea sui vaccini dello scorso 17 giugno, l’UE ha stipulato diversi Accordi preliminari di acquisto (APA) per sostenere lo sviluppo dei vaccini”. In pratica, la Commissione UE ha finanziato una parte dei costi iniziali sostenuti dai produttori di vaccini come contropartita del diritto di acquistare un determinato numero di dosi entro un dato periodo. Un “acconto”, diciamo, di parecchi miliardi.

Ma è il momento in cui bisogna andare di fretta, inutile ricordare tutto...

Però proprio l’urgenza del “fare” entra in conflitto con i tempi necessari a trovare la quadra tra interessi privatissimi e bisogni universali.

Per esempio. Il governo Draghi sarebbe pronto a mettere in campo strumenti come i contratti di sviluppo; una prima tornata di fondi potrebbe vedere già la luce nel decreto Sostegno dove le risorse potrebbero ammontare a 2 miliardi di euro. Se tutto va bene, qualche mese prima di cominciare a fare davvero qualcosa...

E infatti dai due tavoli tra il MISE, Farmindustria, AIFA e Invitalia sarebbe emerso che l’Italia potrebbe contribuire sia alla fase di produzione dei vaccini, sia a quella dell’infialamento. Da un lato, infatti, “è stata verificata la disponibilità di alcune aziende a produrre i bulk, ossia il principio attivo e gli altri componenti del vaccino anti Covid, perché già dotate, o in grado di farlo a breve, dei necessari bioreattori e fermentatori”.

Con comodo. Prima si vede come fare i contratti in modo da far guadagnare Big Pharma, poi si scrivono, poi si firmano, quindi si comincia a costruire qualcosa, a ordinare i macchinari, e a produrre (pagando le royalties sui brevetti, certo...) i principi attivi, e poi...

Intanto la pandemia cresce, gli ospedali scoppiano e solo quando cominciano a scoppiare si prendono decisioni di limitazione – parzialissima – di alcune attività. Ma senza mai procedere, anche nei periodi di blocco, allo screening con tampone dell’intera popolazione, in modo da separare nettamente i contagiati dai “sani”, fino a guarigione.

Non c’è da stupirsi che là dove “il pubblico” non è al servizio dei “privati” (né nazionali né multinazionali) il processo sia stato molto più rapido, efficace, efficiente. E il virus sia stato contenuto con pochissime perdite, sia umane sia economiche.

Ma noi viviamo nel “migliore dei mondi possibili”, a cui “non c’è alternativa”, nel capitalismo neoliberista occidentale... Dove i profitti di cinque o sei consigli di amministrazione contano assai più della vita, della salute e del benessere di qualche miliardo di persone.

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24/02/2021

UE - Doccia fredda sui vaccini, AstraZeneca dimezza le forniture

La doccia fredda è arrivata con una dichiarazione rilanciata all’agenzia Reuters. Secondo questa fonte, AstraZeneca prevede di consegnare alla UE nel secondo trimestre meno della metà delle dosi già concordate in sede contrattuale.

A rivelarlo alla Reuters è stato un funzionario dell’Unione Europea secondo cui la multinazionale anglo-svedese riuscirà a consegnare “meno di 90 milioni di dosi nel secondo trimestre”.

Per la UE si tratta di un batosta materiale e di immagine che potrebbe mettere a rischio l’obiettivo di vaccinare il 70% della popolazione adulta entro l’estate per avvicinarsi cosi all’obiettivo dell’immunità di gregge.

Secondo i termini contrattuali con la UE, AstraZeneca si era impegnata a consegnare 180 milioni di dosi fra aprile e giugno. “Poiché stiamo lavorando incredibilmente duro per aumentare la produttività della nostra catena di rifornimenti europea, e stiamo facendo tutto il possibile per sfruttare la nostra catena globale – ha dichiarato un portavoce di AstraZeneca – speriamo di riuscire a portare le nostre consegne in linea con gli accordi del pre-ordine”.

La Reuters sottolinea come l’Unione Europea abbia anche dovuto affrontare ritardi nelle consegne dei vaccini sviluppati da Pfizer e BioNTech così come quello di Moderna che, insieme ad AstraZeneca finora sono gli unici vaccini approvati dall’agenzia del farmaco europea. Il vaccino di AstraZeneca è stato autorizzato alla fine di gennaio ma ci sono alcuni stati membri dell’UE come l’Ungheria che ormai stanno utilizzando i vaccini sviluppati in Cina e Russia.

L’appello lanciato in Europa – e in Italia da Potere al Popolo – rammenta come i brevetti siano l’ostacolo che impedisce oggi di sviluppare in tempi brevi il vaccino per tutti i popoli del mondo, come chiesto a gran voce da India e Sudafrica; sono il tappo a qualsiasi forma di trasparenza sugli studi condotti finora e sulla reale efficacia delle molecole attualmente disponibili, su tutto ciò che riguarda la loro commercializzazione, i contratti stipulati, i costi di produzione, per finire a quanti di questi costi siano stati scaricati sugli Stati acquirenti e quindi, indirettamente, sulle tasche di noi cittadine e cittadini.

A tale scopo decine di migliaia di cittadine e cittadini europei stanno promuovendo la campagna No Profit On Pandemic (Nessun profitto sulla pandemia!) e daranno vita il prossimo 11 marzo ad una giornata di mobilitazione internazionale per non lasciare nelle mani di aziende private il potere di decidere chi abbia accesso a cure e vaccini e a quale prezzo.

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27/01/2021

Il piano vaccinazioni sta saltando. Le multinazionali fanno il loro gioco

Il piano di vaccinazioni contro il Covid 19 in Italia sta saltando, rimettendo in discussione la tabella di marcia prevista. Sono diventate troppe le incognite legate ai ritardi sulle consegne dei vaccini prima da parte della Pfizer (con tagli alla forniture del 29% e poi del 20% su due lotti) e poi di AstraZeneca che solo venerdì 29 gennaio incasserà il via libera dell’Ema al suo vaccino, ma che ha già annunciato tagli del 60% sulle forniture ed entro marzo ne consegnerà poco più di 3 milioni di dosi invece degli 8 milioni previsti.

A questo punto è saltato l’obiettivo di raggiungere l’immunità di gregge (almeno il 70% degli italiani vaccinati) dopo l’estate, mentre il rischio è di arrivare alla fine dell’anno o addirittura a inizio 2022.

I dati più definiti al momento appaiono due: entro marzo, se non ci saranno altre sorprese, l’Italia avrà a disposizione solo 14 milioni di dosi: 8,7 milioni dalla Pfizer, 1,3 milioni da Moderna e 3,4 milioni da AstraZeneca. Con questi numeri si potrà mettere in sicurezza solo la prima fase del piano vaccinale: ossia concludere le immunizzazioni di 2 milioni di operatori sanitari e ospiti delle Rsa iniziate da gennaio e ora alle prese con la seconda dose e far partire le vaccinazioni per 4,4 milioni di over 80 e dei 400mila pazienti con patologie gravi ma con uno slittamento di tre/quattro settimane rispetto al previsto.

Il secondo obiettivo, raggiungibile solo con un recupero immediato dei ritardi nelle consegne, è che la seconda fase – quella delle vaccinazioni di massa – potrebbe slittare di diverse settimane per mancanza di dosi di vaccino. Secondo il piano vaccinale presentato in Parlamento dal ministro della Salute Speranza, da aprile si contava di iniziare le somministrazioni a tutti gli ultra sessantacinquenni – più o meno 13,4 milioni di persone – e coinvolgere anche una prima quota del personale scolastico.

Ma le multinazionali del farmaco continuano a giocare la loro partita, in modo sempre più spregiudicato.

“L’obiettivo è recapitare all’Ue 17 milioni di dosi entro la fine di febbraio, appena avremo l’approvazione Ema, Di queste, 2,5 circa in Italia” (quindi un milione in meno di quanto indicato dalle autorità italiane, ndr). Ad affermarlo è il Ceo di AstraZeneca, Pascal Soriot, che in un’intervista a Repubblica replica alle accuse di Italia e Ue per i ritardi nelle consegne dei vaccini. “Non c’è alcun obbligo verso l’Ue”, ha sottolineato Soriot, “nel contratto con gli europei c’è scritto chiaramente: ‘Best effort’. Ossia: ‘faremo del nostro meglio’. Lo scorso agosto, l’Unione Europea voleva avere la stessa capacità produttiva del Regno Unito, nonostante il contratto firmato tre mesi dopo Londra. Noi di AstraZeneca abbiamo risposto: ‘Ok, faremo del nostro meglio. Ma non possiamo impegnarci contrattualmente perché abbiamo tre mesi di ritardo rispetto al Regno Unito’.

Ma Bruxelles ha contestato queste dichiarazioni del Ceo di AstraZeneca, Pascal Soriot, ed ha chiesto lo svincolo dalla clausola di segretezza per poter pubblicare il contratto. In particolare, le fonti chiariscono che non è previsto che la produzione delle dosi per l’Ue debba essere limitata alla fabbrica in Belgio, ma può avvenire anche nel Regno Unito. Oggi alle 18.30 è prevista una riunione del comitato direttivo sui vaccini Ue con AstraZeneca, in cui si insisterà sulla consegna delle dosi.

Nell’intervista Soriot si è anche prodotto in una disquisizione che è una vera e propria lezione per capire la struttura del capitalismo nell’epoca delle multinazionali. “I problemi in Ue sono stati un caso e di certo non sono intenzionali. Io sono francese, molti dirigenti sono europei, la nostra multinazionale è britannico-svedese: come potremmo mai fare una cosa simile all’Ue? Tra l’altro, al momento, all’Europa va il 17% della produzione totale del vaccino di Oxford/AstraZeneca, nonostante gli europei siano il 5% della popolazione mondiale. E poi questo è un vaccino no profit per noi. Non ne ricaviamo un soldo”.

Adesso capite perchè quando sentiamo la parola multinazionali o no profit la mano corre alla ricerca di un corpo contundente?

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24/01/2021

Niente vaccini, “grazie” allo strapotere dei privati

Tutta la strategia di contrasto della pandemia, nei paesi neoliberisti occidentali, si basava sui vaccini. Avendo messo l’attività delle grandi imprese private al posto di comando, invece che la salute dei cittadini, per questi paesi si è trattato di “convivere con il virus”.

In pratica, sono stati freddamente messi in preventivo centinaia di migliaia di morti (la sola Europa si avvia rapidamente verso il mezzo milione, mentre gli Usa sfiorano già i 420mila), sapendo fin dall’inizio che sarebbero stati soprattutto gli anziani a lasciarci la pelle.

Ma proprio l’aver messo le aziende private al posto di comando ha provocato ora gli “intoppi” sulla fornitura delle dosi dovute in base a contratti commerciali regolarmente firmati con i governi dei vari Paesi.

Dopo Pfizer, che ha unilateralmente ridotto di oltre il 30% le forniture ai paesi europei, ora anche AstraZeneca – il cui prodotto sarà esaminato dall’Ema il 29 gennaio ed eventualmente distribuito a partire dal 15 del mese successivo – ha annunciato il taglio del 60% delle forniture dovute nel primo trimestre.

Del vaccino Moderna non si sa più nulla, e la mancanza di dosi ha fatto velocemente rivalutare quello russo – Sputnik 5 – di cui era vietato parlare fino a qualche giorno fa, etichettato come “non sicuro” mentre era ancora in fase di studio.

Pfizer è azienda statunitense. Il neopresidente Biden ha promesso di vaccinare velocemente almeno 100 milioni di statunitensi ed è evidente che la società privata si è rivelata “sensibile” a questa esigenza, corroborata peraltro da un robusto aumento del prezzo offerto del nuovo governo Usa.

AstraZeneca è invece britannica, ma anche lì il governo – messo all’angolo dalla stupidità della classe politica locale e dal dilagare della “variante inglese” del virus (più contagiosa e, pare, anche più letale) – ha messo sul piatto patriottismo e soldi per assicurarsi che Londra sia privilegiata rispetto ad altri acquirenti.

Non c’è da stupirsi troppo. Se lasci fare alle aziende private la soluzione è obbligata: i vaccini (o qualunque altra cosa) vanno a chi paga meglio, o a chi ha più strumenti di “pressione”. Come ha denunciato pochi giorni fa l’Organizzazione Mondiale della Sanità – non più guardata dai media con sospetto, visto che ora gli Usa ci sono rientrati – fin ad ora circa 28 milioni di dosi sono state iniettate in 46 Paesi. Quelli a più alto reddito. Per gli altri niente. È la “linea Moratti”, in fondo; una linea classista e velatamente eugenetica: muoiano i poveri, chissenefrega, ce ne saranno sempre abbastanza...

Arriviamo dunque al governicchio italico, svillaneggiato più della media europea dalle scelte dei privati di Big Pharma, nonostante il suo servilismo senza riserve.

Davanti alla necessità di fermare e riprogrammare la campagna di vaccinazione – con relativa crescita dei contagi e dei morti nel frattempo – il presidente del consiglio Conte ha annunciato una decisione ridicola: “Promuoveremo azioni legali anche contro di loro”.

Campa cavallo... ve la immaginate quanto sarà rapida ed efficace una causa legale contro multinazionali che possono giocare su più passaporti e “sedi legali” sicure?

In ogni caso, anche un’eventuale “vittoria” legale non salverebbe neanche una delle sicure vittime in più che dovremo registrare nei prossimi mesi.

Il post su Facebook di Conte è un inquietante miscuglio di impotenza e spirito patriottico, ma disarmato: “I rallentamenti delle consegne dei vaccini costituiscono gravi violazioni contrattuali, che producono danni enormi all’Italia e agli altri Paesi europei, con ricadute dirette sulla vita e la salute dei cittadini e sul nostro tessuto economico-sociale già fortemente provato da un anno di pandemia. Se fosse confermata la riduzione del 60% delle dosi che verranno distribuite nel primo trimestre significherebbe che in Italia verrebbero consegnate 3,4 milioni di dosi anziché 8 milioni. Ricorreremo a tutti gli strumenti e a tutte le iniziative legali, come già stiamo facendo con Pfizer-Biontech, per rivendicare il rispetto degli impegni contrattuali e per proteggere in ogni forma la nostra comunità nazionale”.

Il problema concreto da affrontare è decisamente un altro: vaccinare quanti più cittadini si può, nel più breve tempo possibile. E qui si vede la differenza tra uno Stato serio e uno scafesso.

Uno Stato serio – che ha tra le priorità la salute pubblica di tutti i suoi cittadini – non avrebbe mai permesso che la capacità tecnologica di produrre vaccini e altri medicinali salvavita fosse delegata agli interessi esclusivi di aziende private. Le quali – lo hanno già fatto, non è un’ipotesi – si fondo, si vendono, fanno accordi, delocalizzano, chiudono eccellenze.

Ma questo riguarda il passato, direte voi. Bene. Nel presente uno Stato serio manderebbe a quel paese ogni “diritto di brevetto” e obbligherebbe alcune aziende farmaceutiche basate sul proprio territorio a riconvertire la propria produzione sfornando vaccini. Ci sono certamente problemi tecnologici seri (i vaccini con Rna messaggero sono prodotti con tecniche diverse da quelli fin qui utilizzati), ma niente impedisce di acquisire (comprandole) quelle tecnologie.

L’unica cosa che non può fare uno Stato è dire “io non ci posso fare niente”. Mentre la gente si contagia e muore.

Ed è quello che sta facendo lo Stato italiano, senza fanfare e inni, tra una minaccia legale e il nulla operativo.

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06/08/2020

Brasile - Il percorso equivoco del primo vaccino Covid sperimentato sull’uomo


La frenesia globale della caccia al vaccino anti-Covid, ha fornito al governo di Jair Bolsonaro il pretesto ideale per distrarre l’opinione pubblica interna e internazionale dalla pessima gestione della pandemia in corso, culminata con il siluramento e le dimissioni di ben due ministri della Salute nel giro di un mese, Luiz Henrique Mandetta e Nelson Teich – rispettivamente ortopedico e oncologo affermati – i quali si erano battuti, il primo soprattutto, per rafforzare la prevenzione attraverso lo screening di massa e la chiusura delle attività commerciali.

Le uniche armi su cui la più grande nazione sudamericana poteva puntare per evitare lo sterminio attuale, data la precarietà della sua sanità pubblica, e lo stato di promiscuità domestica di oltre metà della popolazione – 110 milioni di individui – ammassata in favelas e “bairros” popolari senza fognature e acqua potabile, sovente costretta in baracche di 40-50 mq dove vivono stipate una media di 7-8 persone per unità abitativa.

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Dopo essersi liberato dei due medici che lo contraddicevano sulle linee-guida, il presidente ha deciso di affidare la direzione del ministero al generale Pazuello, militare esperto in logistica ma senza alcuna cognizione medica.

Costui, mettendo a disposizione della multinazionale farmaceutica AstraZeneca – che detiene con l’università di Oxford il brevetto del vaccino omonimo – strutture e volontari per i tre stadi di sperimentazione dello stesso sugli esseri umani, punta ad annullare o perlomeno a rintuzzare gli effetti devastanti dell’assoluta mancanza di strategia da parte del suo datore di lavoro, che ha portato il Brasile a essere secondo in assoluto per casi di contagio e mortalità dopo gli Stati Uniti.

Una scelta obbligata

AstraZeneca ha una delle filiali più importanti proprio in Brasile, che offre le condizioni “ideali” ai fini della sperimentazione: contagi diffusi in maniera capillare lungo tutto il territorio nazionale, scarso impatto terapeutico dei farmaci utilizzati – a cominciare dalla clorochina, propagandata da Donald Trump e dal suo pappagallo brasiliano, ma suffragata da risultati alterni nel protocollo sanitario federale – e un numero elevato di decessi, anche se la percentuale di questi sui casi dichiarati è bassa (3,6%).

Però le cifre sono impressionanti: oltre 2.800.000 contagi e 95.000 morti (dati del 5 agosto 2020).

Il governo, attraverso Camile Sachetti, la direttrice del Departamento de Ciência e Tecnologia do Ministério da Saúde, se n’è uscito recentemente con una dichiarazione sconcertante: il Brasile, prima nazione a sperimentare un vaccino nuovo su 5.000 volontari – oltre al Regno Unito, che lo ha preceduto nel percorso, essendo la casa farmaceutica inglese – produrrà una versione propria del vaccino originale, essendo in trattativa con AstraZeneca per l’acquisto del principio attivo.

Ma lo farà prima che il vaccino di Oxford sia regolarmente omologato, passaggio finale che avverrà alla fine del monitoraggio dei volontari, entro giugno 2021.

La prestigiosa Oswaldo Cruz Foundation con sede nella capitale Brasilia (FioCruz) è in contatto con la farmaceutica inglese per il trasferimento della tecnologia nel suo laboratorio Bio-Manguinhos, con l’obiettivo di produrre e distribuire 100 milioni di dosi del vaccino entro i primi mesi del 2021.

30.400.000 a fine anno, mentre le restanti saranno pronte entro febbraio 2021.

L’intervista rilasciata dalla signora Sachetti al notiziario della Camera dei Deputati contiene dei passaggi che si commentano da soli: “dobbiamo correre questo rischio, poiché non possiamo rimanere indietro proprio adesso che tutti i paesi stanno rincorrendo questo vaccino. Siamo noi i primi ad entrare nella fase 3″. (L’ultima, quella della sperimentazione massiccia – N.d.A.).

Ovviamente a rischiare non sarà lei, né i politici dietro a questa grande operazione di distrazione di massa, bensì gli oltre 30 milioni che faranno la fila per vaccinarsi, dato che il brasileiro medio si è sempre prestato a far da cavia entusiasta quando si tratta di collaudare novità, come le innumerevoli versioni dei remédios anti-gripal – farmaci anti influenzali – che si ammucchiano negli scomparti, alternandosi ai costosi vaccini per prevenire “a gripe”, ogni anno in edizione riveduta e corretta.

Anche per questo la scelta di AstraZeneca era praticamente obbligata.

La direttrice ha poi aggiunto: “Rimaniamo comunque aperti anche a vaccini provenienti da altri paesi, perché quello che è adatto adesso potrebbe non esserlo domani, e dobbiamo poter contare su una soluzione di riserva”.

Detto fatto: mentre è in corso la fase 3 del primo, altri due vaccini sono comparsi all’orizzonte brasiliano.

L’Agência Nacional de Vigilância Sanitária (Anvisa) ha autorizzato la farmaceutica cinese Sinovac Biotech ad avviare uno studio parallelo direttamente in fase tre su ben 9.000 nuovi volontari scelti negli Stati di Paraná, Rio Grande do Sul, São Paulo e nella capitale Brasilia.

L’autorizzazione è stata concessa solo sulla base di uno studio anteriore compiuto su animali.

Di recente si è aggiunta anche la newyorkese Pfizer.

La mina vagante degli asintomatici e le perle di Pazuello

Tutto questo grande entusiasmo rischia però di infrangersi sugli scogli di una realtà che è alla base del disastro attuale: qualsiasi vaccino deve essere inoculato su individui che siano prima risultati negativi al tampone naso-faringeo, il cosiddetto swab nasal – in sigla RT-PCR – e che abbiano dai 18 ai 55 anni, il range di età più a rischio.

Difatti, secondo la Secretaria de Saúde di Brasilia, la fascia più colpita dal Covid 19 è proprio quella che va dai 30 ai 39 anni, anche se molti di costoro sono asintomatici e altri guariscono. I veri untori sono loro e non gli anziani ai quali, dai 60 anni in poi, è stato pure vietato l’accesso a palestre e piste ciclabili, “grazie” all’ultimo decreto emesso dal governatore che presiede il Distrito Federal a Brasilia.

Essendo i tamponi insufficienti e, come strumento di prevenzione, ritenuti non necessari dai vertici sanitari – Pazuello, facendo il verso a Trump, lo ha ribadito in più occasioni, evidenziando la sua abissale ignoranza in materia – il virus si diffonde su tutte le fasce d’età, essendo impossibile isolare i portatori sani, infierendo ovviamente sugli anziani e sulle categorie a rischio quali immunodepressi, diabetici e obesi.

Siamo alle solite insomma: i vecchi non sono i veicoli principali del contagio, bensì le vittime designate, per cui gli si toglie anche la possibilità di rinforzare il sistema immunitario impedendo loro l’attività fisica. Geniale, non c’è che dire.

*****

In realtà per quando il vaccino brasiliano sarà pronto, cioè tra 6 mesi al massimo, la situazione tamponi minaccia di essere la stessa di oggi, se non peggiore.

Se si considera che in uno stato piccolo come il Distrito Federal ne sono stati applicati solo 403.708, individuando 36.142 positivi su 3.015.268 residenti, la situazione è ancora peggiore a livello nazionale: dall’inizio della pandemia, in Brasile sono stati eseguiti solo 1.732.000 tamponi su un totale di 212 milioni.

Cioè meno dell’1% di cui 1/4 coperto dal Distrito Federal che non è neanche uno stato ed ha un territorio piccolo paragonato agli altri.

Cosa succederà quando si dovranno sottoporre allo screening più di 30 milioni di persone in breve tempo prima di inoculare il vaccino?

Sarebbe una beffa arrivare a gennaio con le dosi pronte ma dover interrompere la vaccinazione perché gli RT-PCR sono terminati. L’acronimo sta per Reverse Transcription Polymerase Chain Reaction ed è un esame lungo e costoso: dal campione di saliva o di muco prelevato viene individuata una molecola RNA a singolo filamento. Con la tecnica della transcriptasi inversa, questa viene trasformata tramite un enzima artificiale in una molecola DNA a filamento doppio, che contiene le informazioni genetiche necessarie per individuare il virus.

Attraverso la separazione del doppio filamento – l’inserimento di una sonda fluorescente all’interno – l’attivazione del segnale – la ricostruzione del filamento – e infine la misurazione computerizzata del segnale, si arriva a stabilire se il virus è presente o meno.

Viene in pratica ricostruito artificialmente lo stesso procedimento che il virus HIV utilizza per trasportare il suo patrimonio genetico all’interno della cellula ospite dell’organismo infettato.

Un metodo accurato al 100% che richiede però reagenti freschi, strumentazione di prim’ordine, know-how appropriato dei tecnici addetti e soprattutto fino a 4 ore di tempo per svolgere l’analisi nel modo più adeguato.

Fattori determinanti che vengono a mancare quando bisogna analizzare centinaia di migliaia se non addirittura milioni di tamponi.

L’unica alternativa possibile, il test del sangue, noto in Italia come pungidito, che rileva la presenza di anticorpi nell’organismo in soli 20 minuti, è consigliato dalle UBS – Unidades Básicas de Saúde – solo dopo l’ottavo giorno dalla comparsa dei sintomi.

Chi lo vuole prima, deve recarsi nelle farmacie legate al circuito RedePharma o nei Centros de Saúde privati e pagarlo 270 real, per cui almeno la metà della popolazione a salario minimo (R$ 1050) non se lo può permettere.

Ci si limita quindi a testare solo i casi più avanzati, per cui la prevenzione sugli asintomatici, che sono il veicolo maggiore di contagio, va a farsi benedire.

E intanto il virus dilaga.

Conclusioni

La pandemia ha riportato sotto i riflettori un comparto, quello dei vaccini, che muove un giro d’affari pari a circa 35 miliardi di dollari.

Secondo l’inchiesta di Cnbc, testata finanziaria statunitense, i protagonisti del settore sono la britannica GlaxoSmithKline, la francese Sanofi, le americane Merck e Pfizer e la cinese Sinovac Biotech.

A questi si è aggiunta AstraZeneca, che finora li ha sorpassati sul Coronavirus; della serie “i cavalli vincenti si vedono all’arrivo”.

Scrive la testata “per ogni dollaro investito in vaccinazioni nei 94 Paesi al mondo con il reddito pro-capite più basso, il ritorno netto è di 44 dollari. Questo oligopolio è stato creato attraverso significativi consolidamenti di mercato. Il business dei vaccini paga quasi sempre un dividendo altissimo”.

Talmente alto da giustificare investimenti apparentemente a fondo perduto e nobilmente filantropi, come quelli che Bill Gates sbandiera nelle sue campagne “d’informazione”.

Anche negli USA le cavie umane sono quasi sempre entusiaste e “de graça” a gratis, per dirla alla brasileira: secondo un sondaggio condotto dalla Gates Foundation nel 2019, in tandem con la Johns Hopkins University, il 65% degli interpellati sarebbe pronto a testare un vaccino anche se questo fosse ancora in via sperimentale.

Paura e disperazione sono garanzie di successo.

Ultim’ora

La fondazione FioCruz ha chiuso due giorni fa l’accordo con AstraZeneca per la produzione di 100 milioni di dosi, precisando che prima di procedere alla vaccinazione, ANVISA (Vigilanza Sanitaria Nazionale) dovrà fare ulteriori accertamenti.

L’ente ribadisce che il vaccino di Oxford, come tutti i vaccini nuovi, non è comunque esente da rischi. Intanto il governatore dello stato di São Paulo, João Doria, ha annunciato che bar e ristoranti sono riaperti, e che il vaccino cinese Sinovac è già in fase 3.

Peccato però che questa avvenga senza l’approvazione della Commissione Nazionale di Etica e Ricerca che ha autorizzato il vaccino precedente. Difatti i vaccini dovrebbero ottenere prima l’avallo di due enti: Anvisa, la vigilanza sanitaria, la quale verifica che il vaccino abbia garanzie sufficienti per essere efficace a rischio contenuto, e poi il Conep, la Commissione Etica di Ricerca, per appurare che abbia superato la fase 1 e 2 su un ridotto numero di volontari (poche centinaia) prima di passare alla fase 3, cioè su diverse migliaia.

Sinovac ha ottenuto il nulla osta del primo, mentre il secondo è stato saltato, poiché il vaccino cinese è ammesso direttamente in fase 3, solo sulla base di sperimentazioni animali.

Le regole in Brasile sono sempre soggettive.

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