Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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08/12/2024

Quando la Terra diventò piatta

di Giovanni Iozzoli

Sembra passato un secolo, vero? I virologi onnipresenti a reti unificate. I grafici con l’andamento della mortalità. Le mascherine, gli elicotteri in spiaggia e i droni sui tetti dei palazzi. Il divieto di uscire di casa, ma l’obbligo sostanziale di andare a lavorare. Un tizio con aria solenne che si affaccia sulle reti tv e fa un elenco di cosa “è consentito”. Un paio d’anni di follia, ma anche di ardite sperimentazioni sociali e inedite tecniche di governance. In quella stagione Milano conobbe il più alto numero di manifestazioni consecutive, mai viste dopo il ’77. Quasi in tutta Italia si coagularono aggregati sociali (e social) nel cui caos poteva nuotare di tutto: nazisti e anarchici, fautori della Costituzione e complottisti estremi. Tutti uniti non da una visione comune – sui vaccini o sul mondo – ma da una diffidenza ostile e irredimibile verso “il potere” o una qualche sua rappresentazione immaginaria.

L’unica cosa che teneva davvero insieme quei mondi, era lo stigma – potentissimo e unanime – che veniva riversato su di essi dai media mainstream e dalle forze politiche. Come se una parte del paese fosse stata dichiarata fuori dal consesso civile. Non c’era programmino tv, dalla satira ai tg e perfino le trasmissioni sportive, in cui quelle persone non venissero impunemente insultate da giornalisti, esperti, soubrette e sottosegretari: terrapiattisti era l’epiteto più gentile. Chi di noi non aveva un parente o un collega o un vicino di casa “renitente” al vaccino o semplicemente ostile al green pass? Questa normale condizione critica venne trasformata in ostracismo civile. La massa informe e anonima dei renitenti non aveva diritto di replica. Solo con i “putiniani” si sarebbe riprodotto lo stesso scenario di conformismo di regime: chi non si fida, chi mostra dubbi, chi è riottoso – in quel caso rispetto alle politiche Nato – va bastonato e censurato. Perché la post-modernità (o quel che diavolo siamo) si fonda essenzialmente sulla fede, proprio come il Medioevo. Cambiano solo gli idoli e i profeti.

Che tutto quel travaglio sociale che spaccò le opinioni pubbliche occidentali, potesse semplicemente dissolversi senza lasciare tracce, era una pia illusione. Tornare alle coordinate socio-politiche “pre covid” senza scossoni o rotture, era impensabile. Le contraddizioni di quella stagione hanno continuato a marciare sotto traccia, lente e profonde, insieme a molte altre preesistenti, costituendo una enorme faglia sismica attiva in attesa di esplodere. E la vittoria di Trump è stata anche – non solo, ovviamente – il segno che quelle isole livorose di opposizione “antisistemica” (così amano definirsi, pur non avendo alcuna lettura comune di cosa sia il sistema), non solo non si erano eclissate ma stavano assumendo una egemonia silenziosa dentro il corpo sociale.

La nomina di Robert Kennedy al ministero della salute, è una nemesi potente: non solo perché durante la stagione del Covid si è posto come punto di riferimento globale dei movimenti no vax, ma anche perché il cognome che porta, collocato in questo dato contesto storico, rappresenta il sostanziale rovesciamento del sogno americano. Se la memoria della prima generazione Kennedy evocava la “nuova frontiera”, la spaziosità in cui viaggia l’eterno enterprise americano, l’omonimo nipote prefigura invece la chiusura un pò paranoide di ogni illusione, la presa d’atto che il “secolo americano” è definitivamente esaurito – altro che again great… Quel cognome, al di là dell’affiliazione democratica o repubblicana, reca in sé un tale potenziale evocativo, un tale volume di suggestioni, che un Kennedy ministro non può essere considerato un mero incidente della storia.

Tra l’altro, una delle farneticazioni profetiche della rete Qanon, riguardava proprio un altro Kennedy – John jr, il figlio del presidente JFK – che non sarebbe mai morto nel 1999 nelle fredde acque dell’Atlantico, ma avrebbe scelto di entrare in uno stato – quasi mistico – di occultamento, pronto a ricomparire per rovesciare il Deep State e la “Cabala” magico-satanica che governa gli States. Curiosamente è il tema centrale dell’arci nemico sciita: l’Imam nascosto in attesa di irrompere nella storia e spezzare la trama anticristica. Il Mito americano per eccellenza, incarnato dal clan Kennedy, subisce una torsione e un adattamento paradossale. E la nomina governativa di Robert darà qualche conforto ai seguaci delle profezie complottiste: un Kennedy è arrivato effettivamente al potere, al fianco di Trump, e sfiderà niente meno che Big Pharma.

Naturalmente è una ingenuità imperdonabile, pensare che un leader politico americano possa osare tanto. Semplicemente non sarebbe lì, se avesse serie velleità di contrastare i giganti del settore. Molto probabilmente il nuovo potere esecutivo e i giganti dell’industria farmaceutica rinverdiranno il loro patto affaristico, magari sul terreno delle assicurazioni sanitarie (meno monoteismo vaccinale, in cambio di un rilancio della centralità delle assicurazioni private). Dietro alla campagna elettorale di Trump c’è un pezzo importante del capitalismo americano – e dopo la vittoria, tutto il resto si accoderà.

Tra il 2021 e il 2022 le manifestazioni di dissenso durante la crisi pandemica, nel mondo e in Italia, avevano toccato il loro apice. Coinvolgevano settori importanti di opinione pubblica, anche se solo una frazione di questi mondi si esponeva pubblicamente nelle piazze. L’assenza di forze solide organizzate, di intellettuali di rilievo e soprattutto di un filo di ragionamento comune, dava a queste armate la parvenza di un esercito sbrindellato, aperto a ogni infiltrazione, rabbioso e incoerente. La crociata dei pezzenti, per citare il primo velleitario tentativo di assalto occidentale in Terra Santa. Ora, passati tre anni da quel ciclo, possiamo dire che i crociati pauperes hanno finalmente trovato il loro Sovrano, affiancato tra l’altro da un tecno-Rasputin miliardario. Quei settori di opinione pubblica vilipesi e oltraggiati dal “razionalismo” progressista, sono in qualche modo giunti al potere: e nella maniera più conclamata possibile.

Certo, proprio come avvenne nel 1096, dopo l’agitazione sconclusionata “dal basso”, stanno arrivando i Principes, quelli che condurranno la vera Crociata, quella in cui si decide l’egemonia americana contro il mondo “non bianco”. Siamo dentro un enorme riassetto dei poteri negli Usa e su scala globale, ma non a rovesciamenti o svolte epocali. L’arrivo di Trump tenderà più alla continuità che alla rottura: la presidenza degli Stati Uniti è sempre la risultante di un riequilibrio dinamico dei centri istituzionali, amministrativi e finanziari. Tale dinamismo funziona anche quando ammazzano i presidenti: e si metterà in moto pure dentro la terribile crisi di egemonia che le classi dirigenti americane stanno attraversando – e che genera appunto fenomeni di degenerazione come il Trumpismo.

Del resto chi crede che Trump abbia il potere di decidere le svolte della storia, coltiva una lettura puerile del sistema mondo. Il presidente degli Stati Uniti non è mai stato una specie di “sovrano universale”, che appicca o spegne le guerre seduto nello Studio Ovale, come un Demiurgo assiso fra le stelle. Non ha mai funzionato così… Gli Usa hanno più o meno perso tutte le guerre che hanno combattuto dal ’45 ad oggi – se si eccettua il vile bombardamento della Serbia. E se questo valeva prima, figuriamoci nel mondo odierno, già multipolare. Altrimenti si cade nel delirio qannonista e si imputano alla Presidenza americana poteri magico-taumaturgici che non ha mai avuto.

Man mano che si rivela la squadra di governo di Trump, viene fuori il campionario di “freaks” di cui Donald ama circondarsi. Sono figure tra l’orrido e il disgustoso. E l’indignazione delle nostre Lilligruber sollecita anche riflessioni più profonde: si tira fuori il Luckas che vede l’irrazionalismo come filosofia della fase decadente dell’imperialismo. E il fatto che l’arcipelago complottista sia arrivato alla Casa Bianca potrebbe autorizzare questa lettura. Non si capisce però quale sarebbe la parte “razionalista” che si contrappone ai mostri trumpiani. Il vecchio Biden che mentre va in pensione ci accompagna giulivo verso la terza guerra mondiale? Oppure Obama che prima si prende il Nobel per la Pace e poi innesca la distruzione della Libia e della Siria? O i sostenitori in servizio permanente, di ogni golpe o rivoluzione colorata dalla Georgia alla Moldavia, oggi più operosi che mai: sarebbero costoro gli eredi del “progetto illuminista”? E la filosofia Woke non è una mitopoiesi che serve a contrastare e distinguersi dalle ideologie dei mondi “autocratici”, in mancanza di visioni sistemiche davvero alternative su cui costruire competizioni, come fu durante la guerra fredda? Diciamo che “l’irrazionalismo” è la cifra filosofica del presente: le due fazioni – che si dividono e si giustappongono confusamente su transizione green, globalismo e protezionismo – per noi pari sono, anche se per il momento la cordata più grezza e impresentabile, riesce a prevalere nell’immaginario collettivo dell’Occidente in decadenza. Ciò che accomuna i due fronti resta la sacra centralità dell’impresa e la corsa demente e autodistruttiva verso il profitto.

Piuttosto rivolgiamo a noi stessi una domanda autocritica: quali osservatori abbiamo messo in campo, nell’ultimo decennio, per decifrare e individuare le correnti sociali profonde che attraversano il corpo sociale? Quali capacità di lettura abbiamo oggi, di questi movimenti tellurici che nel nostro paese sono cominciati con i forconi del 2012, e che compaiono carsicamente determinando svolte elettorali e priorità dell’agenda pubblica? Perché stiamo parlando di un fenomeno massiccio ed epocale: la crisi dei ceti medi, cioè del bastione della stabilità capitalistica costituitosi durante i “Trenta gloriosi”. Il baricentro di ogni blocco sociale di consenso. Li ricordiamo i “mercatari” della periferia torinese e gli autotrasportatori siciliani nel 2012? E il ciclo dei Gilets Jaunes francesi – che tra l’altro dimostrò che una seria contesa politica può sottrarre questi mondi all’egemonia delle destre? La scomposizione di classi, ceti, territori, come la intercettiamo, dall’alto e dal basso, nella povertà dei nostri strumenti d’intervento attuali? Melanchon e Sara Wegenknecht stanno provando empiricamente, sul campo, degli esperimenti politici non solo elettoralistici e non socialmente irrilevanti. Si può sbagliare, certo, ma agire significa in ogni caso raccogliere segnali di ritorno dalla società. E capire qualcosa di più di questo ginepraio.

È importante che anche in Italia si inizi a costruire le forme e il metodo di un nuovo agire politico: classista ma autenticamente popolare, in quanto non settario o elitario. Il progetto anticapitalistico riparte da qui, non dai busti in gesso di Lenin recuperati nei mercatini dell’usato. La decantazione dei ceti medi sarà rapida e deflagrante. Quando le destre riescono a navigare su quelle onde, possono esercitare egemonia sui “nostri” mondi, come l’onda trumpiana lascia ben vedere. Il corto circuito nei prossimi mesi sarà terribile, tra le ansie della piccola borghesia in caduta libera e la rabbia dei tanti quartieri Corvetto che si sono costituiti negli ultimi vent’anni dentro le nostre metropoli. Che ruolo giocheremo, in questi tempi pericolosi e gravidi di futuro?

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19/03/2021

Bergamo - Passerella di Draghi nella città simbolo della strage pandemica

Draghi oggi va in visita a Bergamo per ricordare le vittime della pandemia. La città diventata simbolo della strage pandemica in Italia – siamo ben oltre le centomila vittime – è anche quella in cui i familiari di chi spesso è stato lasciato morire di Covid, da mesi chiedono verità e giustizia su come sono andate effettivamente le cose.

La Procura ha una indagine aperta. La Confindustria ha alzato da subito un fuoco di sbarramento per allontanare da sé ogni responsabilità e giocare il ruolo della vittima. La scorsa settimana esponenti della sinistra alternativa e del comitato familiari delle vittime di Bergamo hanno subito perquisizioni con l’accusa di associazione sovversiva.

Con il discorso di Mattarella di ieri e la visita di Draghi oggi si cerca così di trasformare l’indignazione in celebrazione di concordia nazionale e depotenziarne così la forza.

La strage pandemica di Bergamo pesa infatti come un macigno sulla classe dirigente nazionale e regionale e sulle loro responsabilità nell’aver smantellato negli anni la sanità pubblica, abbassato la testa ai diktat della Confindustria sulle chiusure, ed ora nel caos sulla campagna vaccinale.

Si resta infatti in attesa che l’Ema, l’agenzia europea del farmaco, si pronunci nel pomeriggio sul nuovo via libera al vaccino AstraZeneca. La campagna di vaccinazione, secondo palazzo Chigi è costata 200 mila somministrazioni in meno dopo la frenata impressa dal ‘caso AstraZeneca’. In tal senso Draghi potrebbe aspettare il pomeriggio per andare a Bergamo, ovvero dopo che l’Ema si sarà pronunciata sull’argomento e si possa diffondere un “messaggio rassicurante” piuttosto che incertezza.

A Bruxelles sui vaccini ormai sono in pappa. La von der Leyen ha alzato i toni chiedendo lo stop all’export dei vaccini prodotti in Europa se non c’è reciprocità.

Da diversi paesi dell’Unione Europea infatti nell’ultimo mese sono partite troppe fiale verso altri Paesi “mentre a noi non torna nulla e la collaborazione non può essere una strada a senso unico” ha detto la presidente della Commissione europea, la quale sottolinea che “Se la situazione non cambia dovremmo riflettere se permettere esportazioni verso Stati che producono vaccini e Paesi che hanno un tasso di vaccinazione superiore al nostro”.

La decisione in questo caso era stata anticipata dal governo italiano, che poche settimane fa era stato il primo a chiedere alla Commissione europea di non autorizzare un esportazione di 250mila dosi di AstraZeneca dall’Italia all’Australia.

Eppure le scelte concrete in materia di controllo, contrasto e azione contro la pandemia sembrano indicare percorsi tutt’altro che corretti.

Con l’avvento di Draghi ci sono state delle epurazioni prima nella Protezione Civile ed ora nel Comitato Tecnico Scientifico. Hanno messo fuori gli esperti più invisi alla Lega, alle regioni leghiste e alla Confindustria e sono stati messi dentro esperti che non ne avevano azzeccata una ma di provata fede leghista e confindustriale. Era il 14 febbraio quando Salvini tuonò contro il Cts. “Non ho parole. Non se ne può più di ‘esperti’ che parlano ai giornali, seminando paure e insicurezze, fregandosene di tutto e tutti. Confidiamo che con Draghi la situazione torni alla normalità”. Aveva fatto il nome di Giorgio Palù (presidente dell’Aifa) da inserire nel Cts. Detto fatto. Draghi lo ha accontentato.

Ma la paura del virus non può mitigare ancora a lungo l’indignazione e la rabbia. Sulla gestione della pandemia ci sembra opportuno ricorrere alle considerazioni di un osservatore piuttosto acuto come Guido Salerno Aletta.

In un editoriale su TeleBorsa di qualche giorno fa ha scritto:
“Per cautela sanitaria, si continua a mettere restrizioni alla popolazione, mentre le vaccinazioni procedono con esasperante lentezza e di “cure” non se ne parla affatto. Ed intanto, ad esempio in alcune zone della Francia, gli ospedali sono in difficoltà, con i reparti di terapia intensiva occupati all’80%: una soglia pericolosissima.

Ma questo significa mandare al massacro un intero sistema sociale ed economico: le risorse per gli aiuti pubblici non sono infinite, ed i conti delle imprese saranno catastrofici.

Serve aumentare la pressione mediatica sul numero dei contagi, dei morti e degli ospedali al collasso: solo la paura mitiga la rabbia. Ma nessuno può prevedere ancora per quanto tempo ci si riuscirà.

Quando saranno finiti i risparmi, quando gli stipendi non verranno più pagati e quando le pensioni non verranno più accreditate, la rabbia e l'esasperazione saranno incontenibili”.
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17/11/2019

La Francia dei Gilet Gialli: dalla marginalità alla rivolta

I Gilets Jaunes (gilet gialli o GJ) hanno aperto uno squarcio nella sensazione d’immobilità, depressione e impotenza che spesso ci portiamo dentro.

Quello che è successo negli ultimi mesi in Francia ha fatto tremare almeno un po’ il governo e il suo sistema di governance.

L’ha costretto a riorganizzarsi e rendere ancora più esplicito il suo apparato repressivo.

Molti che sono coinvolti da tempo nelle lotte sociali hanno incrociato e attraversato l’esperienza dei GJ rimanendovi impressionati e respirandone la novità e creatività.

Anche noi, che abbiamo avuto questa opportunità, abbiamo sentito il bisogno di condividere esperienze, riflessioni e discussioni per chiederci come l’esperienza dei GJ potesse contribuire attivamente anche alle lotte fuori dal perimetro esagonale dove sono nati.

Il nostro è uno sguardo soggettivo che tenta di rispondere a semplici domande sul movimento: chi sono? Come organizzano le loro lotte? Cosa vogliono?

A un anno esatto dalla prima manifestazione dei GJ, vi proponiamo alcuni estratti di un testo più articolato intitolato“On est là”- Siamo qua – Gilets jaunes: il movimento tenace della Francia Invisibile.

Il 17 novembre 2018 in Francia l’appello per il blocco del paese, diffusosi a macchia d’olio sui social, diviene il detonatore di una lunga stagione di protesta insistendo soprattutto sull’iniquità dell’aumento della benzina in un momento di crisi economica che viene giustificata dal governo come “tassa per la transizione ecologica”.

Se pensiamo alla situazione italiana, questo tipo di appello al “blocco” a seguito delle troppe tasse, ci rimanda al cosiddetto movimento dei forconi della stagione 2012-13.

In Francia un’esperienza regionale si era già inscritta in un registro simile: il movimento bretone dei “bonnet rouges” nel 2013 contro una ecotassa e che già allora bloccava la circolazione, i ponti in particolare.

Tuttavia questi riferimenti sono da ritenersi piuttosto marginali per la genesi dei GJ.

La spontaneità delle occupazioni delle rotatorie (i rond-point) e delle prime mobilitazioni sembra emergere senza replicare modelli precedenti ispirandosi spesso all’immaginario della rivoluzione francese, oltre al tricolore.

A queste premesse si aggiunge l’elezione di un presidente della Repubblica, Macron, raggiunta con il più alto tasso di astensionismo e schede bianche dal 1969 e presentato come “meno peggio” rispetto ai fascisti del “Rassemblement National” (ex FN).

Macron, populista di centro, ha cercato in ogni modo di creare un rapporto presidente-popolo il più diretto possibile, spazzando via le consuetudini di dialogo con i corpi intermedi della società. Questa scelta si mostra come un elemento comune con i GJ, che dall’inizio del movimento hanno cocciutamente rifiutato portavoce, e mediazioni.

Nell’autunno scorso, l’inedita irruzione di folle con un giubbotto catarifrangente intente a bloccare incroci e traffico autostradale, ne ha imposto l’attenzione sulla scena pubblica, mediatica e politica, sorprendendo tutti per le sue modalità di organizzazione ed azione.

Ci sono stati numerosi tentativi di dare una definizione ai Gilets Jaunes: movimento sociale, un segmento di classe, un meme, una convergenza, un’insurrezione o... tutte queste insieme.

Si può dire senz’altro che è una ricomposizione tra soggetti diversi, tra segmenti (e frammenti) di classe che si mobilitano insieme.

All’interno di questa ricomposizione si trovano soprattutto persone non politicizzate in senso classico, cioè senza appartenenze a partiti o organizzazioni, con poca o nulla esperienza in mobilitazioni precedenti o scioperi.

Per una maggioranza di GJ vi è una forte distanza da ogni appartenenza politica e partitica, soprattutto rispetto alle preferenze di voto (quando praticato) e nella fiducia nei rappresentanti politici e sindacali.

Attraversando il movimento si percepisce immediatamente la sua eterogeneità per la presenza di generazioni distanti tra loro che si uniscono nonostante i passati, le provenienze e i desideri.

Cerco la testa del corteo, ma non la trovo.

Cerco di capire quale sarà il percorso, ma tutti mi rispondono che non si sa, ci sono dei luoghi dai quali si passa sempre, ma non si sa mai come ci si arriva e con quale ordine.


Girovagando incontro un bel po’ di giovani tra i 20 e i 30 anni ma, nella prima fase della manifestazione prima degli scontri all’imbrunire, la componente principale sembrerebbe quella dei cinquantenni, oltre ai pensionati spesso con i figli.

Vedo qualche gilet rosso della Cgt, un paio di gruppetti di giovani incappucciati che lasciano tag sui muri e sulle vetrine, la “batucada“ che suona le percussioni.

Faccio due chiacchiere con alcuni anarchici che riconosco per le scritte riportate sui loro gilet, mentre non passa inosservato il collettivo di studenti medi che cammina dietro al proprio striscione intonando cori anticapitalisti.

Ci sono dei gruppetti di giovanissimi vestiti in stile banlieue (tuta acetata, capellino, sneakers), accanto a qualche sovranista con cartelli Frexit (la versione francese della Brexit), alcuni brandiscono il simbolo della France Insoumise, mentre i trotskisti di Revolution Permanente volantinano.

I portatori di handicap (chi in sedia a rotelle, chi in stampelle, chi cieco) sono invece decisamente molti, soprattutto per essere una manifestazione che finisce matematicamente in scontri con la polizia. Inoltre nel corteo sono accolti con simpatia molti senza fissa dimora.


Una lettura della composizione sociale del movimento indica come una maggioranza delle soggettività presenti alle manifestazioni e alle azioni dei GJ venga dalle “periferie”.

Non tanto le spesso feticizzate banlieues, ma piuttosto quelle zone lontane geograficamente dai centri metropolitani e anch’esse abbandonate dai servizi.

Questo radicamento periferico si palesa nella scelta del nascente movimento di occupare le arterie e i nodi stradali al di fuori dei centri cittadini.

In molti si sentono presi in giro da un governo che mentre elimina la tassa patrimoniale a beneficio dei più ricchi, aumenta le accise sulla benzina giustificandola come misura ecologica.

Il volto di un ecologismo di facciata si mostra con il ghigno di un governo che tassa i poveri e fa arricchire i capitalisti che inquinano, niente di nuovo.

Una delle scintille dei GJ può essere ritrovata nell’essere colpevolizzati per usare l’automobile, alimentando le emissioni di gas serra, per poter accedere a tutte quelle opportunità e servizi altrimenti ad appannaggio esclusivo di chi ci abita accanto.

Attraverso i GJ una parte di questa popolazione periferica è stata in grado di organizzarsi, in un primo momento occupando le rotonde o i pedaggi, per poi convergere il sabato nelle manifestazioni che hanno offuscato (e talvolta danneggiato) i centri-vetrine delle principali città francesi.

Il “mondo militante” all’interno delle manifestazioni ha superato – fortunatamente in maniera piuttosto tempestiva – lo scetticismo e ha preso parte alle manifestazioni, soprattutto quelle nelle città, apportando contributi importanti nei cortei di piazza allontanando in molti casi i neofascisti (e i royalisti).

Su questo però bisogna distinguere: una cosa è stata allontanare quei soggetti esplicitamente portatori di istanze fasciste e razziste, un’altra è stata quella di tollerare tutto un universo di persone che nella domanda di potersi riappropriare di un potere sulla propria vita vede con simpatia alcune istanze sovraniste come la fuoriuscita dall’UE, che ha un modo d’esprimersi sessista e talvolta anche con riferimenti di matrice antisemita e razzista.

Sebbene nelle prime settimane ci siano stati alcuni circoscritti episodi di matrice razzista ai blocchi dei ronds-points, la situazione poteva prendere una piega ben peggiore, soprattutto se pensiamo all’Italia.

Un secondo contributo del “mondo militante” è stato dare maggior forza e radicalità ai gilet gialli, costruendo insieme le azioni, portando pratiche di piazza più organizzate e incisive per divenire sempre più ingestibili per il presidente.

Immersione e spaesamento illustrano ciò che vivo in quei momenti: persone mai viste prima, visibilmente senza riferimenti militanti e nemmeno esperienza di cortei attraversano il centro di Parigi urlando e ululando con un’energia e una gioia contagiosa. Gli accenti sono forti a rappresentare i lunghi chilometri attraversati per essere nella capitale. Bandiere regionali quasi sconosciute sventolano qua e là svelando la provenienza di questo o quel gruppetto.

“Te l’avevo detto che quella rossa con il leone è la bandiera che vedi nella confezione del camembert, è la Normandia, non sono mica fasci quelli, sono i normanni...”, un esempio dello spaesamento militante di fronte ai gilet.

Nei gruppi ci sono molte donne, spesso di una certa età e non è affatto raro sentirle gridare indicazioni a quelli con loro.

I giovanissimi sono una minoranza, l’età mi sembra piuttosto alta, tra i 40 e i 50... tra gli uomini gente che sembra più avvezza ai lavori manuali che a indossare completi nei quartieri degli uffici della capitale. Manco la conoscono la capitale, infatti quando iniziamo ad addentrarci tra le viuzze, le domande di orientamento sono frequenti. Pochi parigini quest’oggi hanno il gilet.

I quartieri dello shopping si trasformano, la coda non è più per entrare da Zara dalla porta, ma dalle finestre spaccate. Il paesaggio è a tratti irreale, un amico fotografo non può farsi sfuggire la silhouette di un bus carico di latinos che salutano i gilet mentre scattano flash alla nube del fuoco delle barricate che oscura il colonnato dell’Opera.


La domanda di giustizia sociale diviene progressivamente l’asse centrale del movimento, che non si accontenta più di concessioni, ma vuole rovesciare il tavolo della cena di gala riservata ai ricchi macronisti. Vengono invocati l’aumento del salario minimo (lo SMIC) e dei minimi sociali, limitando la differenziazione tra popolazione precaria ma lavoratrice e quella precaria e disoccupata che poteva sentirsi più spesso nel primo periodo.

I mesi di mobilitazione dei GJ hanno mutato e fatto evolvere le parole d’ordine gridate e i loro obiettivi.

Si è passati da un insieme di rivendicazioni particolari magari contraddittorie, al consolidamento di una prospettiva condivisa di cambiamento radicale della società e del suo modo di produzione e sfruttamento. La questione anticapitalista ha conquistato spazio così come la consapevolezza della connessione tra disuguaglianze sociali e distruzione del vivente.

I GJ hanno rivendicato in maniera progressiva di essere la “pancia” del paese: i dimenticati, gli accantonati.

Un movimento popolare indifferente al gradualismo riformista e senza fiducia nelle promesse del governo.

Insomma, un movimento attraversato da una rabbia collettiva che si sostituisce alla frustrazione individuale nei confronti della propria situazione.

Una collera che nasce nella Francia periferica e che non si limita ad invadere i centri cittadini ma vuole conquistare anche lo spazio simbolico del potere che la relega ai margini.

1/continua...

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19/11/2018

Gilets gialli in Francia: radiografia della collera

Lo scorso mercoledì Emmanuel Macron ha fatto una dichiarazione con cui è difficile dissentire: “non sono riuscito a riconciliare il popolo francese con i suoi dirigenti”.

A diciotto mesi dalla sue elezione, questa constatazione ha assunto – dopo le mobilitazioni di sabato 17 novembre, promosse dal composito e proteiforme movimento dei “gillets jaunes” – una evidenza empirica incontestabile, confermando i sondaggi d’opinione che hanno registrato un costante calo di consensi nei confronti del leader di En Marche!, soprattutto a partire dallo scoppio dell’Affarie Benalla durante l’estate.

Queste ultime settimane erano state programmate per avviare un rilancio dell’immagine dell’esecutivo, dal recente rimpasto governativo in poi, nel tentativo di costruire la narrazione di una governance più attenta alle collettività territoriali e più incline all’ascolto dei bisogni popolari. Il viaggio a tappe serrate lungo i luoghi di confine teatro degli scontri bellici della Prima Guerra Mondiale – che sono tra l’altro i territori più colpiti dalla de-industrializzazione – aveva proprio questo fine.

Il discorso commemorativo solenne tenuto di fronte agli altri capi di Stato sulla Grande Guerra, alla fine di questa “itinérance” in cui aveva ribadito il ruolo geo-politico centrale della UE e della NATO, doveva riaccreditarlo come statista di grande livello, massimo esponente del popolo francese in grado di raccogliere il testimone come maggior rappresentante dell’“europeismo” in vista della ormai prossima uscita di scena di Angela Merkel; e dopo che La Republique en Marche (LREM) si era allineato al gruppo dei liberal-democatici europei (ALDE) a Madrid, appena una settimana prima, decidendo la propria collocazione all’interno dell’arco di forze in vista delle elezioni europee del maggio prossimo.

Infine, le numerose interviste autocritiche dovevano tendere a mitigare quell’“ostilità” radicata “nei rimproveri che i francesi fanno al presidente”. Critiche che innanzitutto sono dovute a due fattori: “arroganza e il fatto che non ascolti [...]. più che la critica al ‘presidente dei ricchi’, che non è più in testa” alle rilevazioni, come ha dichiarato a “Le Monde” Bernard Sananes, presidente dell’istituto di sondaggi Elabe.

Ma il “mea culpa di Macron”, come l’ha definito “Le Monde” in un articolo dello scorso venerdì, da cui abbiamo tratto la citazione, e le misure “tampone” tese a disinnescare la protesa annunciate dall’esecutivo, sono servite veramente a poco.

Ancora meno sono servite le “minacce repressive” fatte dal governo, quando ha ribadito che “l’ostacolo alla circolazione” è un reato penale punibile con due anni di carcere, 4.500 euro di multa, con la penalizzazione di sei punti sulla patente e l’eventuale sequestro del mezzo.

Il movimento dei gillet gialli è sintomo di una frattura tra la Francia dei piccoli centri abitati e delle zone rurali con l’establishment.

Negli ultimi anni le fasce medio-basse della popolazione hanno lasciato i grandi agglomerati urbani, a causa di una speculazione edilizia che li ha spinti in zone dove l’automobile è l’unico mezzo di spostamento possibile, e dove si è costretti ad una media di 60 kilometri al giorno per il tragitto casa-lavoro-casa. Questa Francia rurale e dei piccoli centri abitativi ha conosciuto un impoverimento complessivo dei servizi (ospedali, uffici postali, tribunali, ecc.), la desertificazione del piccolo commercio di prossimità, oltre al depauperamento del sistema del trasporto pubblico.

Inoltre le fasce di classi lavoratrici, a causa del “non ritorno” in termini di servizi erogati, hanno cominciato a percepire le tasse come un fardello.

I contribuenti – spiega Alexis Spire, direttore del CNRS, che a settembre ha pubblicato un libro d’inchiesta sul rapporto tra i francesi e le imposte – nella fascia bassa della scala sociale non vedono più la contropartita di ciò che pagano.

Vista la drastica diminuzione dei servizi, prosegue il ricercatore citato da “Le Monde”, in un articolo uscito sabato scorso: “la contropartita dell’imposta non è più tangibile. Hanno l’impressione che siano prelevate per permettere alle élite politiche di intrattenere una vita sontuosa.”

In questo contesto l’innalzamento delle accise sul carburante diesel previsto dal primo gennaio – sei centesimi al litro e tre per la benzina – è servito da detonante per un movimento nato su Facebook, che secondo i sondaggi ha trovato tre francesi su quattro favorevoli, prima dei blocchi, senza che nessun corpo intermedio l’appoggiasse – al di là della partecipazione dei singoli aderenti – e il sostegno di tutte le forze politiche dell’opposizione sia di destra che di sinistra (ad esclusione dei verdi).

L’aumento, va detto, colpisce di più, in proporzione, le fasce a basso reddito, costrette a ricorrere all’auto per gli spostamenti quotidiani.

Questa sorta di austerity “ecologica”, tesa a colpire i singoli cittadini che spesso non hanno altra scelta per la propria mobilità, e non i veri responsabili dell’inquinamento, ha catalizzato il risentimento di fasce ampie di popolazione che, nella discussione sul possibile ampliamento di una ipotetica piattaforma rivendicativa non formalizzata, hanno suggerito la modifica di alcune misure sociali: l’innalzamento del salario minimo intercategoriale, la gratuità dei trasporti, o la soppressione del 1,7% di incremento della contribution social généralisé (CSG) sulle pensioni.

Gli incontri organizzativi, che avevano come strumento di comunicazione Messenger, si sono svolti nei parcheggi dei centri commerciali che costellano la Francia profonda, spesso con una netta sproporzione tra la partecipazione effettiva e l’interesse suscitato sui socials, che però dà la cifra del consenso.

Al blocco di Parigi, prima della riunione preparatoria, circa 50.000 persone hanno annunciato che avrebbero partecipato, e circa 200.000 si sono detti interessati.

Come ricorda Erik Neveu, professore all’istituto politico di Rennes: il primo partito delle classi popolari, è l’astensione. Dunque il sentimento che dietro la mobilitazione non ci sia né un movimento politico, né un movimento sindacale, li rassicura e facilita la loro partecipazione.

E in effetti, al di là del maldestro tentativo della destra, anche quelle estrema, di strumentalizzare la mobilitazione, e l’appoggio della France Insoumise, che si è concretizzato non solo nelle numerose dichiarazioni del suo leader ma non nella partecipazione diretta dei suoi aderenti, la mobilitazione si è auto-rappresentata come un “movimento cittadino” allergico alle forze politiche.

Le varie “operazioni lumaca” sparse su tutto il territorio dell’Esagono, sono state l’ennesimo effetto boomerang per un governo che ha azzerato il “dialogo sociale”, marginalizzando il ruolo dei corpi intermedi sindacali, ridotti a soggetti non più chiamati a discutere con l’esecutivo le sue scelte; Macron si è ritrovato con una mobilitazione che non aveva dei portavoce, né una piattaforma ufficiale, né un piano d’azione stimabile e quindi in qualche misura contenibile attraverso precise misure di “ordine pubblico”.

Lo spauracchio della repressione paventato martedì ai microfoni di BFM-TV dal ministro dell’Interno Christophe Castaner, secondo cui “il blocco totale” non sarebbe stato tollerato e che “ovunque ci sarà un blocco e dunque, un rischio per gli interventi di natura securitaria e per la libera circolazione, noi interverremo”, non ha certo intimorito la protesta ma, forse, ha scaldato maggiormente gli animi.

Il palese tentativo di falsare il numero dei blocchi e minimizzare la partecipazione alla protesta, compiuto il giorno stesso della mobilitazione, e l’atteggiamento di totale chiusura teso a proseguire per la propria strada da parte del governo, nonché le dichiarazioni di membri dell’establishment, non fanno che ampliare un solco già profondo tra la popolazione e l’attuale classe dirigente, e concorrere alla messa in crisi della “macronismo”, che non riesce a trovare il modo di rilanciarsi; e dire che non sono certo mancati i tentativi messi in campo... Un insuccesso che alimenta tra l’altro le paure delle oligarchie europee circa questo sempre più fragile esponente dei propri interessi a livello continentale.

Quello “spazio immenso e vuoto” che il filosofo Alexis Tocqueville descriveva nella sua opera sull’Ancien Régime e la Rivoluzione, fustigando i regimi centralizzati tendenti a distruggere tutti i corpi intermedi, è stato riempito da un magma sociale composito che, pur se non riesce a trovare una sintesi organica delle proprie aspirazioni, esprime comunque una crisi di legittimità delle élites politiche, agisce al di fuori della sfera diretta di influenza dei corpi intermedi, catalizza una rabbia che trova nello strumento del “blocco” una modalità per incidere sulla realtà, appoggiandosi ad un consenso che va oltre quello dei protagonisti diretti di queste pratiche.

Nei giorni che seguiranno sapremo quale sarà l’output politico di questa mobilitazione e cosa sedimenterà nella coscienza dei suoi protagonisti, in una battaglia aperta tra i vari soggetti che riusciranno a tradurre meglio questa collera, orientandola in una direzione invece che in un’altra.

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22/09/2018

Bolzaneto, un quartiere in coda dall’alba al tramonto: “Organizziamoci e andiamo sotto i palazzi”

Alle 6,30 di mattina, decine di genovesi sono già in coda da diversi minuti. Accade a Bolzaneto, un altro quartiere simbolo dell’emergenza viabilità a Genova.

Ultimo casello per chi arriva da Milano, primo e unico per chi deve uscire da Genova o andare a levante. In questi giorni Bolzaneto sta vivendo sulla pelle dei suoi cittadini tutte le problematiche legate all’interruzione viaria della Valpolcevera, che si riverbera sulle sue strade intasate praticamente tutto il giorno.

Come ricordano i cittadini, però, il crollo di Ponte Morandi ha reso impossibile una situazione già abbastanza critica in precedenza, con un casello che ogni mattina risultava “bloccato” per via del senso unico alternato fai-da-te dei tir: il piccolo viadotto che supera le carreggiate autostradali, infatti, per difetto di progettazione, non permette a due camion, che transitano nelle due diverse direzioni, di “incontrarsi", poiché il raggio di sterzate delle curve non lo consente.

Dopo il crollo, questo disagio è diventato l’inferno. La rabbia dei cittadini però sta iniziando a salire, soprattutto alla luce di un servizio pubblico di trasporto, sicuramente potenziato, ma che non riesce ad assorbire le molteplici esigenze di chi si deve spostare da una parte all’altra della città con orari certi e spalmati su tutto il giorno.

“Organizziamo la Valpolcevera e andiamo sotto la Regione”, si legge sui gruppi social territoriali, dando sfogo alla rabbia che sta salendo: il sistema rischia di collassare veramente e lo sconforto ha raggiunto livelli inediti. E di tutto ciò non se ne vede la fine.

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24/11/2015

I territori possono produrre jihadismo? Le banlieue, Daesh e il terrore

di CAROLE DES MERES – Parigi

Oltre ad aver effettivamente portato all’instaurazione di un clima di terrore e una reazione violenta da parte dei militari francesi, la risposta agli attentati dello scorso 13 Novembre a Parigi ha profondamente toccato il Belgio e in particolare il comune di Molenbeek, indicato come «territorio-incubatore» di jihadisti. È proprio in quel comune, infatti, che un terrorista francese risiedeva in attesa dell’attentato. A seguito di questa scoperta le autorità di Francia e Belgio si sono affrettate a scaricare l’una sull’altra non solo la responsabilità di aver incubato gli attentatori, ma anche quella di proporre qualche soluzione.

Media e politici francesi sono stati molto cauti nell’affermare pubblicamente una relazione tra banlieue e terrorismo. Nessuna cautela invece in Italia, dove tra talkshow e interventi pubblici alla Salvini, accompagnati da alcuni pseudo-giornalisti – di «Libero» come del «Manifesto» – l’idea che sia necessario «risanare le periferie per sconfiggere il terrorismo» ha stabilito con chiarezza un legame tanto scontato quanto problematico tra un territorio specifico e un problema che gli «apparterrebbe», un problema cioè dei suoi residenti, che sarebbero il prodotto del luogo in cui risiedono. Detto altrimenti, il fatto che alcuni jihadisti fossero banlieuesard viene immediatamente tradotto nella capacità intrinseca delle banlieue di produrre jihadisti. Come uno spazio periferico urbano possa produrre il «problema jihadista» è meno scontato di quanto ci si possa immaginare, perché dovremmo necessariamente pensare allo spazio come a un attore attivo e autonomo nella produzione di un fatto. Bisogna insomma domandarsi: che cosa può trasformare le periferie in spazi potenzialmente «jihadizzanti»?

Disoccupazione, povertà, gentrification, scarsa integrazione, esclusione sociale, degrado fisico: sarebbero questi gli ingredienti che, quando spazialmente concentrati, creerebbero il «problema-jihadista». Infatti, è solo quando questi elementi paiono concentrarsi in specifici territori che tutto lo spazio tende a divenire problema, oltre che riproduttore stesso di problemi. Su un piano politico, affermare che dei territori producano jihadisti può avere diverse conseguenze. In primo luogo rischia di aprire la strada a una gestione straordinaria di questi territori, in nome di una prioritarizzazione di quegli spazi, ovvero di un processo che li fa divenire priorità da governare, nonostante questa primazia sia politicamente prodotta e fondata quasi esclusivamente su un approccio securitario che rischia di condurre a inedite forme di esclusione e a violenze a opera dello Stato stesso. La Francia, con i suoi «quartieri sensibili», ovvero con le sue aree ad alta concentrazione di problemi socio-economici, nei confronti delle quali lo Stato finanzia delle politiche fondate su un principio di discriminazione positiva (dare di più a chi ha meno), ha riservato una particolare attenzione a questi territori, un’attenzione paternalistica, compensata da una gestione securitaria dai tratti violenti, razzisti e repressivi a cui sono dovute molte delle rivolte degli ultimi decenni.

In secondo luogo, il rischio, valido tanto nel contesto italiano, quanto in quello francese, riguarda il modo in cui la questione «quartiere produttore di jihadisti» viene accolta da chi abita quegli spazi. Definire un luogo attraverso un problema, infatti, ha come esito certo che chi ci vive dovrà necessariamente fare i conti con questo problema e il modo di farlo dipenderà in gran parte da come ci si confronta con esso. Detto altrimenti, se il problema jihadista diviene per qualcuno il problema jihadista-musulmano, il rischio è che scoppino sacche di rabbia laddove non era necessariamente presente o non era presente in quella forma. È per questo secondo motivo, in particolare, che la Francia, almeno a parole, tende a non dar eccessivo spazio a questa relazione causale tra spazi specifici e i problemi che li attraversano.

Infine, il rischio è quello di culturalizzare e spazializzare un problema, quello di Daesh, con il solo risultato di deresponsabilizzare totalmente altri attori centrali nel processo di affermazione del «problema-jihadista» e di alimentare l’illusione che il problema possa essere governato semplicemente circoscrivendolo. Se lo spazio e la cultura di cui la banlieue sarebbe incubatrice (una cultura definita come poco incline all’integrazione) divengono le matrici del divenire jihadista, tutto il resto risulta irrilevante poiché apparentemente incapace di cambiare il destino che il territorio-trappola riserva ai suoi giovani, discolpando ogni altro possibile soggetto dall’esito inevitabile. Allo stesso tempo, però, attribuendo una geografia certa alla produzione di jihadisti, si tenta di affermare una capacità di gestione del rischio da parte della Nazione, che è prima di tutto individuazione del rischio stesso.

Si deve aggiungere che, cosi facendo, si nega ogni capacità critica e (mal)pensante a questi jihadisti, facendone dei soggetti culturalmente e geograficamente problematici alla nascita, al punto che l’influenza delle origini spaziali, oltre a definire il problema di cui sarebbero portatori, detta addirittura la direzione assunta dalla «patologia». Ciò emerge dalle parole dello stesso sindaco del comune di Sens, a 100 Km da Parigi, da ieri sottoposto a coprifuoco a causa del ritrovamento di alcune armi, secondo cui anche i gusti criminali dei suoi banlieuesard dipenderebbero dal fatto di essere geograficamente prossimi a Parigi e ai problemi delle sue banlieue («una delinquenza più vicina a quella della regione parigina che a quella delle altre città di provincia»).

Per quanto anche la Francia non sia immune da questa lettura spaziale del jihadista, è altrettanto vero che in Italia il dibattito che lega periferie e terrorismo è nettamente più evidente. Il motivo potrebbe essere di natura storica e dipendere da esperienze diverse. Lo Stato francese ha un’esperienza di ormai quarant’anni nelle politiche prioritarie dirette a specifiche banlieue ritenute sensibili. La Politique de la Ville francese, che indica un corpus di leggi, programmi e progetti rivolti ai quartieri «in difficoltà» con il fine di «rivalorizzarli», già dagli anni ‘80 ha stabilito un legame tra territori periferici, devianza e migrazioni, duramente criticato e via via modificato, che rende difficile l’affermarsi di un’ulteriore relazione causale tra banlieue e terrorismo jihadista senza che questa venga a priori cassata. Le conseguenze di queste prioritarizzazioni e di queste causalità apparenti e costruite, infatti, si sono rese visibili nei conflitti nati a seguito degli scontri tra forze dell’ordine e giovani residenti dei comuni più esterni che hanno animato le strade francesi nel 2005, durante i quali dei giovani banlieuesard persero la vita innescando una reazione di massa da parte dei residenti contro le violenze subite. Allo stesso tempo, è altrettanto evidente che per quanto nessuno si esprima in merito a questa relazione, sono soprattutto le banlieue a essere oggetto delle perquisizioni recenti delle forze dell’ordine parigine, mentre molta meno attenzione pare essere riservata al centro città. Mancherà quindi una presa di posizione ufficiale e politica, ma certamente anche la Francia tende a fare dei suoi margini urbani il centro dei suoi problemi.

Una localizzazione totale della questione jihadista mette volutamente in ombra gli aspetti globali entro cui questa si struttura realmente, gli aspetti finanziari, economici e spesso deterritorializzati che attraversano e definiscono il terrorismo jihadista. È politicamente comodo pensare che i Daesh siano frutto dello scarso effetto delle politiche di integrazione nei confronti di un quartiere, piuttosto che connettere le questioni micro-territoriali con le dinamiche globali per cercare di comprendere quelle traiettorie per nulla lineari in cui il problema jihadista si forma. Ciò che questi terroristi ci hanno fatto chiaramente comprendere, infatti, è che loro non sono frutto di un «brutto posto», contro il quale vogliono vendicarsi, ma che la loro visione del terrorismo è globale e sceglie i suoi obiettivi attraverso una ricostruzione complessa delle relazioni di potere, una ricostruzione che tiene assieme singoli territori locali, esperienze individuali di sfruttamento, precarizzazione e razzismo e geografie mondiali. Un terrorismo che cresce all’interno di un sistema fondato sui confini e sul governo della mobilità e ne fa un enorme punto di forza su cui costruire la propria iniziativa anonima e violenta.