Alle 6,30 di mattina, decine di genovesi sono già in coda da diversi minuti. Accade a Bolzaneto, un altro quartiere simbolo dell’emergenza viabilità a Genova.
Ultimo casello per chi arriva da Milano, primo e unico per chi deve uscire da Genova o andare a levante. In questi giorni Bolzaneto sta vivendo sulla pelle dei suoi cittadini tutte le problematiche legate all’interruzione viaria della Valpolcevera, che si riverbera sulle sue strade intasate praticamente tutto il giorno.
Come ricordano i cittadini, però, il crollo di Ponte Morandi ha reso impossibile una situazione già abbastanza critica in precedenza, con un casello che ogni mattina risultava “bloccato” per via del senso unico alternato fai-da-te dei tir: il piccolo viadotto che supera le carreggiate autostradali, infatti, per difetto di progettazione, non permette a due camion, che transitano nelle due diverse direzioni, di “incontrarsi", poiché il raggio di sterzate delle curve non lo consente.
Dopo il crollo, questo disagio è diventato l’inferno. La rabbia dei cittadini però sta iniziando a salire, soprattutto alla luce di un servizio pubblico di trasporto, sicuramente potenziato, ma che non riesce ad assorbire le molteplici esigenze di chi si deve spostare da una parte all’altra della città con orari certi e spalmati su tutto il giorno.
“Organizziamo la Valpolcevera e andiamo sotto la Regione”, si legge sui gruppi social territoriali, dando sfogo alla rabbia che sta salendo: il sistema rischia di collassare veramente e lo sconforto ha raggiunto livelli inediti. E di tutto ciò non se ne vede la fine.
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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22/09/2018
24/05/2018
Università di Campobasso: va di scena la difesa di ufficio per la “macelleria messicana” al G8 di Genova
A Campobasso, ospite dell’Università degli Studi del Molise e dell’Ordine dei Giornalisti, il Comandante Alfa che ha parlato dei fatti accaduti durante il vertice del G8 nel luglio 2001 a Genova, insultando Carlo Giuliani e la sua famiglia e giustificando tutti i comportamenti delle forze dell’ordine.
Si è tenuta oggi, mercoledì 23 maggio 2018, alle ore 10.00, nell’Aula Magna del Dipartimento Giuridico, l’incontro-dibattito con il Comandante Alfa, co-fondatore del GIS (Gruppo Intervento Speciale) dei Carabinieri, sul tema “Missioni di pace in contesti internazionali”
“La conferenza – che si inserisce nel quadro delle iniziative e delle attività seminariali della filiera didattica di Scienze politiche – si propone di fornire agli studenti alcuni elementi per l’analisi del mondo contemporaneo e della sua complessità, desunta da un osservatorio privilegiato”
Cita così il comunicato pubblicato sul sito dell’Università degli Studi del Molise che stamattina ha ospitato il Comandante Alfa nell’Aula Magna della Facoltà di Giurisprudenza, evento che rientra anche nella formazione triennale prevista dall’Ordine dei Giornalisti del Molise.
Gli elementi per l’analisi del mondo contemporaneo e della sua complessità, ora, non solo non sono stati minimamente analizzati dall’incappucciato Comandante, se non in maniera retorica e superficiale, ma sono stati presentati, davanti ad un pubblico fatto soprattutto di studenti chiamati ad ascoltare l’ “illustre ospite”, in maniera distorta e faziosa.
Il Comandante ha fatto delle precise dichiarazioni relative all’utilizzo della violenza nelle manifestazioni, sostenendo che davanti ai violenti non si può che rispondere con la violenza e stravolgendo completamente la verità storica dei fatti di Genova 2001.
Dopo aver offeso Carlo Giuliani e la sua famiglia, riferendosi a lui e ai suoi cari con un tono spregiativo e denigratorio, è passato a difendere l’indifendibile: le responsabilità dei poliziotti nell’assalto alla scuola Diaz e nelle torture svolte nella caserma di Bolzaneto.
Nei luoghi citati, in particolare nella caserma di Bolzaneto, lo ricordiamo, il personale delle forze dell’ordine utilizzò violenze fisiche e psicologiche, annullando ogni rispetto dei diritti degli imputati come quello ad essere assistiti da un legale o di informare qualcuno del proprio stato di detenzione; gli arrestati riferirono, inoltre, chiari episodi di tortura uniti ad un clima di euforia tra le forze dell’ordine per la possibilità di infierire sui manifestanti, e riportarono anche invocazioni a dittatori e ad ideologie dittatoriali di matrice fascista, nazista e razzista, nonché minacce a sfondo sessuale nei confronti di alcune manifestanti.
Per quanto riguarda i fatti della scuola Diaz, nel quartiere di Albaro, a Genova, ricordiamo al Comandante il quale, dopo aver espresso un preciso giudizio dei fatti accaduti, ha tuttavia dichiarato di non sapere nulla, perché non presente, come la sera del 21 luglio 2001, tra le ore 22 e mezzanotte, nelle scuole Diaz, Pertini e Pascoli, divenute centro del coordinamento del Genoa Social Forum, facevano irruzione i Reparti mobili della Polizia di Stato con il supporto operativo di alcuni (non tutti) battaglioni dei Carabinieri.
Furono fermati 93 attivisti e furono portati in ospedale 61 feriti, dei quali 3 in prognosi riservata e uno in coma. Finirono sotto accusa 125 poliziotti, compresi dirigenti e capisquadra, per quello che fu definito un pestaggio da “macelleria messicana” dal vicequestore Michelangelo Fournier.
Nell’aprile del 2015 la Corte europea dei diritti dell’uomo, condannando lo Stato italiano al pagamento di un risarcimento di 45.000 euro nei confronti di Arnaldo Cestaro, uno dei feriti che aveva fatto ricorso alla corte, ha evidenziato come durante l’operazione fossero avvenuti eventi contrari agli articoli 3, 6, 13 e 34 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, relativo alla tortura e alle condizioni e punizioni degradanti ed inumane.
Il 22 giugno 2017 la stessa Corte ha nuovamente condannato l’Italia per i fatti della scuola Diaz, riconoscendo che le leggi dello Stato risultano inadeguate a punire e a prevenire gli atti di tortura commessi dalle forze dell’ordine.
Ricordiamo come Amnesty International richiese ufficialmente nel 2002 un’indagine sull’operato delle forze dell’ordine nella gestione dell’ordine pubblico durante il G8 italiano, criticandone l’eccessiva violenza e chiedendo anche indagini in merito alle istruzioni impartite dai vertici. Amnesty International, pur accogliendo con favore l’apertura di una serie di indagini penali da parte dell’autorità giudiziarie italiane, ritenne che, vista l’ampiezza e la gravità delle accuse e il gran numero di cittadini stranieri con conseguente elevato livello di preoccupazione a livello internazionale, esse non fossero sufficienti per fornire una risposta adeguata. Raccomandò quindi l’istituzione di un’apposita commissione d’inchiesta indipendente, ritenendo insoddisfacente e viziato da disaccordo e acrimonia il lavoro svolto dalla prima commissione nel 2001.
Nel suo rapporto sui fatti di Genova, l’associazione ha parlato di “una violazione dei diritti umani di proporzioni mai viste in Europa nella storia recente”.
Il Comandante, però, non doveva avere bene in mente né le valutazioni di Amnesty International, né la realtà storica dei fatti, né gli esisti delle indagini e delle sentenze, nè la dichiarazione unanime della Corte dei diritti dell’uomo che il 7 aprile 2015 ha dichiarato che a Genova è stato violato l’articolo 3 sul “divieto di tortura e di trattamenti inumani o degradanti”, né la responsabilità ammessa dall’Italia il 6 aprile 2017 per gli atti di tortura subìti presso la caserma di Bolzaneto, ma solo la sua visione faziosa e distorta dei fatti, se ha ben pensato di presentarla ad una platea di giovani, che probabilmente dei fatti di Genova sanno poco o nulla, e pertanto avranno accolto le parole dell’ “illustre ospite” come vere, visto che erano lì per acquisire (citato sempre dal comunicato stampa di cui sopra) alcuni elementi per l’analisi del mondo contemporaneo e della sua complessità.
E l’illustre comandante ha poi dato ai suoi giovani un valido esempio di come si reagisce di fronte al dissenso. Contestato da un collega (di chi scrive) dell’Ordine dei Giornalisti – che ha organizzato l’evento e che successivamente (almeno fino al momento in cui tale articolo viene redatto) è rimasto in silenzio innanzi a tale episodio – il Comandante Alfa ha inveito contro il giornalista intimandogli di stare zitto, di uscire dall’aula e di vergognarsi.
Di cosa? Del fatto che il noto e professionalmente valido giornalista molisano si fosse permesso di dire che la versione dei fatti del Carabiniere delle forze speciali non era oggettiva, e che i fatti di Genova sono stati una gravissima violazione di diritti, come dimostrano le condanne di tanti colleghi del Comandante n.1 e che lui, il giornalista, a Genova c’era, ed era lì, tra i tanti giovani, anziani, donne, bambini, per combattere per un mondo migliore.
Il Comandante Alfa cuore di rondine gli ha intimato di vergognarsi.
Quello che è successo dopo nell’aula è ignoto, perché chi scrive ha abbandonato l’aula per solidarietà al collega giornalista preso a male parole.
(Ma l’avrebbe abbandonata comunque, anche se il collega non fosse intervenuto come coraggiosamente ha fatto innanzi ad un platea di giovani sì, ma anche di tanti adulti e giornalisti silenti).
L’esimio comandante che vive nell’ombra, autore anche di ben tre libri relativi alle sue vicende e alla sua quarantennale carriera nel GIS, Gruppo di Intervento Speciale nato nel 1978 per volere dell’allora Ministro dell’Interno Francesco Cossiga, ex parà, perché “prima di accedere al GIS si passa per il reggimento del Tuscania” sostiene che “i giovani non hanno bisogno di insegnamenti, hanno bisogno di esempi, soprattutto se parliamo di certi valori che si tramandano di generazione in generazione, il senso di Patria, l’orgoglio di essere italiani. Io vado anche nelle scuole e cerco di far capire ai ragazzi la bellezza della legalità e noi possiamo farlo, perché siamo un esempio”.
Grazie per l’esempio di oggi, Comandante.
Fonte
Si è tenuta oggi, mercoledì 23 maggio 2018, alle ore 10.00, nell’Aula Magna del Dipartimento Giuridico, l’incontro-dibattito con il Comandante Alfa, co-fondatore del GIS (Gruppo Intervento Speciale) dei Carabinieri, sul tema “Missioni di pace in contesti internazionali”
“La conferenza – che si inserisce nel quadro delle iniziative e delle attività seminariali della filiera didattica di Scienze politiche – si propone di fornire agli studenti alcuni elementi per l’analisi del mondo contemporaneo e della sua complessità, desunta da un osservatorio privilegiato”
Cita così il comunicato pubblicato sul sito dell’Università degli Studi del Molise che stamattina ha ospitato il Comandante Alfa nell’Aula Magna della Facoltà di Giurisprudenza, evento che rientra anche nella formazione triennale prevista dall’Ordine dei Giornalisti del Molise.
Gli elementi per l’analisi del mondo contemporaneo e della sua complessità, ora, non solo non sono stati minimamente analizzati dall’incappucciato Comandante, se non in maniera retorica e superficiale, ma sono stati presentati, davanti ad un pubblico fatto soprattutto di studenti chiamati ad ascoltare l’ “illustre ospite”, in maniera distorta e faziosa.
Il Comandante ha fatto delle precise dichiarazioni relative all’utilizzo della violenza nelle manifestazioni, sostenendo che davanti ai violenti non si può che rispondere con la violenza e stravolgendo completamente la verità storica dei fatti di Genova 2001.
Dopo aver offeso Carlo Giuliani e la sua famiglia, riferendosi a lui e ai suoi cari con un tono spregiativo e denigratorio, è passato a difendere l’indifendibile: le responsabilità dei poliziotti nell’assalto alla scuola Diaz e nelle torture svolte nella caserma di Bolzaneto.
Nei luoghi citati, in particolare nella caserma di Bolzaneto, lo ricordiamo, il personale delle forze dell’ordine utilizzò violenze fisiche e psicologiche, annullando ogni rispetto dei diritti degli imputati come quello ad essere assistiti da un legale o di informare qualcuno del proprio stato di detenzione; gli arrestati riferirono, inoltre, chiari episodi di tortura uniti ad un clima di euforia tra le forze dell’ordine per la possibilità di infierire sui manifestanti, e riportarono anche invocazioni a dittatori e ad ideologie dittatoriali di matrice fascista, nazista e razzista, nonché minacce a sfondo sessuale nei confronti di alcune manifestanti.
Per quanto riguarda i fatti della scuola Diaz, nel quartiere di Albaro, a Genova, ricordiamo al Comandante il quale, dopo aver espresso un preciso giudizio dei fatti accaduti, ha tuttavia dichiarato di non sapere nulla, perché non presente, come la sera del 21 luglio 2001, tra le ore 22 e mezzanotte, nelle scuole Diaz, Pertini e Pascoli, divenute centro del coordinamento del Genoa Social Forum, facevano irruzione i Reparti mobili della Polizia di Stato con il supporto operativo di alcuni (non tutti) battaglioni dei Carabinieri.
Furono fermati 93 attivisti e furono portati in ospedale 61 feriti, dei quali 3 in prognosi riservata e uno in coma. Finirono sotto accusa 125 poliziotti, compresi dirigenti e capisquadra, per quello che fu definito un pestaggio da “macelleria messicana” dal vicequestore Michelangelo Fournier.
Nell’aprile del 2015 la Corte europea dei diritti dell’uomo, condannando lo Stato italiano al pagamento di un risarcimento di 45.000 euro nei confronti di Arnaldo Cestaro, uno dei feriti che aveva fatto ricorso alla corte, ha evidenziato come durante l’operazione fossero avvenuti eventi contrari agli articoli 3, 6, 13 e 34 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, relativo alla tortura e alle condizioni e punizioni degradanti ed inumane.
Il 22 giugno 2017 la stessa Corte ha nuovamente condannato l’Italia per i fatti della scuola Diaz, riconoscendo che le leggi dello Stato risultano inadeguate a punire e a prevenire gli atti di tortura commessi dalle forze dell’ordine.
Ricordiamo come Amnesty International richiese ufficialmente nel 2002 un’indagine sull’operato delle forze dell’ordine nella gestione dell’ordine pubblico durante il G8 italiano, criticandone l’eccessiva violenza e chiedendo anche indagini in merito alle istruzioni impartite dai vertici. Amnesty International, pur accogliendo con favore l’apertura di una serie di indagini penali da parte dell’autorità giudiziarie italiane, ritenne che, vista l’ampiezza e la gravità delle accuse e il gran numero di cittadini stranieri con conseguente elevato livello di preoccupazione a livello internazionale, esse non fossero sufficienti per fornire una risposta adeguata. Raccomandò quindi l’istituzione di un’apposita commissione d’inchiesta indipendente, ritenendo insoddisfacente e viziato da disaccordo e acrimonia il lavoro svolto dalla prima commissione nel 2001.
Nel suo rapporto sui fatti di Genova, l’associazione ha parlato di “una violazione dei diritti umani di proporzioni mai viste in Europa nella storia recente”.
Il Comandante, però, non doveva avere bene in mente né le valutazioni di Amnesty International, né la realtà storica dei fatti, né gli esisti delle indagini e delle sentenze, nè la dichiarazione unanime della Corte dei diritti dell’uomo che il 7 aprile 2015 ha dichiarato che a Genova è stato violato l’articolo 3 sul “divieto di tortura e di trattamenti inumani o degradanti”, né la responsabilità ammessa dall’Italia il 6 aprile 2017 per gli atti di tortura subìti presso la caserma di Bolzaneto, ma solo la sua visione faziosa e distorta dei fatti, se ha ben pensato di presentarla ad una platea di giovani, che probabilmente dei fatti di Genova sanno poco o nulla, e pertanto avranno accolto le parole dell’ “illustre ospite” come vere, visto che erano lì per acquisire (citato sempre dal comunicato stampa di cui sopra) alcuni elementi per l’analisi del mondo contemporaneo e della sua complessità.
E l’illustre comandante ha poi dato ai suoi giovani un valido esempio di come si reagisce di fronte al dissenso. Contestato da un collega (di chi scrive) dell’Ordine dei Giornalisti – che ha organizzato l’evento e che successivamente (almeno fino al momento in cui tale articolo viene redatto) è rimasto in silenzio innanzi a tale episodio – il Comandante Alfa ha inveito contro il giornalista intimandogli di stare zitto, di uscire dall’aula e di vergognarsi.
Di cosa? Del fatto che il noto e professionalmente valido giornalista molisano si fosse permesso di dire che la versione dei fatti del Carabiniere delle forze speciali non era oggettiva, e che i fatti di Genova sono stati una gravissima violazione di diritti, come dimostrano le condanne di tanti colleghi del Comandante n.1 e che lui, il giornalista, a Genova c’era, ed era lì, tra i tanti giovani, anziani, donne, bambini, per combattere per un mondo migliore.
Il Comandante Alfa cuore di rondine gli ha intimato di vergognarsi.
Quello che è successo dopo nell’aula è ignoto, perché chi scrive ha abbandonato l’aula per solidarietà al collega giornalista preso a male parole.
(Ma l’avrebbe abbandonata comunque, anche se il collega non fosse intervenuto come coraggiosamente ha fatto innanzi ad un platea di giovani sì, ma anche di tanti adulti e giornalisti silenti).
L’esimio comandante che vive nell’ombra, autore anche di ben tre libri relativi alle sue vicende e alla sua quarantennale carriera nel GIS, Gruppo di Intervento Speciale nato nel 1978 per volere dell’allora Ministro dell’Interno Francesco Cossiga, ex parà, perché “prima di accedere al GIS si passa per il reggimento del Tuscania” sostiene che “i giovani non hanno bisogno di insegnamenti, hanno bisogno di esempi, soprattutto se parliamo di certi valori che si tramandano di generazione in generazione, il senso di Patria, l’orgoglio di essere italiani. Io vado anche nelle scuole e cerco di far capire ai ragazzi la bellezza della legalità e noi possiamo farlo, perché siamo un esempio”.
Grazie per l’esempio di oggi, Comandante.
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26/10/2017
Strasburgo ri-condanna l’Italia per le torture di Bolzaneto
Gli atti commessi dalle “forze dell’ordine” a Bolzaneto nei giorni del G8 del 2001 sono a tutti gli effetti atti di tortura.
Lo ha stabilito la Corte europea dei diritti umani che ha condannato l’Italia per le azioni dei membri delle “forze dell’ordine”, e perché lo Stato non ha condotto – un eufemismo – un’indagine efficace. I giudici hanno riconosciuto ai ricorrenti il diritto a ricevere tra 10mila e 85mila euro a testa per i danni morali.
Tortura anche in carcere ad Asti – Alcune guardie carcerarie di Asti nel 2004 hanno torturato due detenuti, Andrea Cirino e Claudio Renne. Lo ha stabilito la Corte europea dei diritti umani che – in un secondo giudizio dopo quello su Bolzaneto – ha condannato l’Italia per le azioni delle guardie e perché i responsabili non sono stati puniti a causa della mancanza di leggi adeguate. La Corte ha inoltre stabilito che lo Stato dovrà versare 80 mila euro per danni morali ad Andrea Cirino e alla figlia di Claudio Renne, morto in carcere lo scorso gennaio.
Fonte
Lo ha stabilito la Corte europea dei diritti umani che ha condannato l’Italia per le azioni dei membri delle “forze dell’ordine”, e perché lo Stato non ha condotto – un eufemismo – un’indagine efficace. I giudici hanno riconosciuto ai ricorrenti il diritto a ricevere tra 10mila e 85mila euro a testa per i danni morali.
Tortura anche in carcere ad Asti – Alcune guardie carcerarie di Asti nel 2004 hanno torturato due detenuti, Andrea Cirino e Claudio Renne. Lo ha stabilito la Corte europea dei diritti umani che – in un secondo giudizio dopo quello su Bolzaneto – ha condannato l’Italia per le azioni delle guardie e perché i responsabili non sono stati puniti a causa della mancanza di leggi adeguate. La Corte ha inoltre stabilito che lo Stato dovrà versare 80 mila euro per danni morali ad Andrea Cirino e alla figlia di Claudio Renne, morto in carcere lo scorso gennaio.
Fonte
24/07/2017
Genova 2001 - C’è ancora chi vede solo l’estintore
La gestione dell’ordine pubblico durante il G8 a Genova nel 2001.
Questo documentario ricostruisce in maniera accurata come è stato gestito l’ordine pubblico durante il G8 tenutosi a Genova nel 2001, mostrando come ciò che ci è stato raccontato è decisamente diverso da quello che è successo.
Fonte
08/07/2016
Genova 2001: solo una multa al poliziotto che inventò l’accoltellamento
A quindici anni di distanza, e a pochi giorni dall’inizio delle varie iniziative convocate per ricordare quei tremendi giorni e l’omicidio di Carlo Giuliani da parte di un carabiniere, arriva una notizia che sa davvero di beffa. Si scopre infatti solo ora che ai poliziotti responsabili del pestaggio indiscriminato dei manifestanti e dei medi attivisti che dormivano nella scuola Diaz, alcuni dei quali responsabili anche della fabbricazione di prove false e di falsa testimonianza, la punizione inflitta dallo stato fu... una multa di 47 euro e 57 centesimi. Una ammenda pari ad una giornata di lavoro decurtata dai contributi.
Tutto qui.
Come riporta l’articolo della sezione genovese di Repubblica, scritto dall’ottimo Marco Preve:
“l’assistente capo (era semplice agente nel 2001) Massimo Nucera condannato a 3 anni e cinque mesi per falso e lesioni (queste ultime prescritte) a natale del 2013 era stato condannato dal Consiglio provinciale di disciplina della polizia ad una sospensione dello stipendio di un mese. Ma neppure un anno dopo, nel marzo del 2014, il suo ricorso veniva accolto dall’allora capo della polizia in persona, Alessandro Pansa – da pochi mesi è diventato capo dei servizi segreti italiani – che riduceva da 30 giorni a un solo giorno la sanzione. Incredibilmente Nucera veniva ritenuto responsabile di un comportamento colposo e non doloso, il che avrebbe fatto lievitare automaticamente la pena disciplinare. Nella mite sentenza firmata da Pansa, Nucera è ritenuto responsabile di un “comportamento non conforme al decoro delle funzioni... dimostrando di non aver operato con senso di responsabilità...”. Un buffetto per aver partecipato a quegli eventi che i giudici di Appello e Cassazione così hanno descritto “L’enormità di tali fatti, che hanno gettato discredito sulla Nazione agli occhi del mondo intero”. Lo stesso Pansa, per altro, un anno dopo, nel giugno del 2015, denunciava al Consiglio Superiore della Magistratura il pm del processo Diaz, Enrico Zucca, il quale in un dibattito avvenuto durante la manifestazione “Repubblica delle Idee” aveva ricordato alcuni passaggi della durissima sentenza con cui la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo aveva condannato l’Italia per i fatti della Diaz in merito all’assenza di leggi e norme finalizzate a punire la tortura e i torturatori. Tra le ragioni della condanna quella relativa all’assenza di qualsiasi forma cautelare per sospendere dal servizio, o almeno bloccarne la carriera, pubblici funzionari anche solo indagati o sospettati di gravi violazioni come appunto quelle avvenute alla scuola Diaz o nella prigione lager di Bolzaneto. (...) Quando Nucera viene giudicato dal Consiglio di disciplina (presieduto dal dirigente Lorenzo Suraci all’epoca numero due della questura di Roma) nel suo curriculum non c’è soltanto la condanna definitiva per i fatti genovesi del luglio 2001 relativa anche alla bufala della coltellata ricevuta da parte di un occupante della Diaz (Nucera consegnò il proprio giubbotto strappato ma le indagini dei carabinieri svelarono che si era auto inferto la coltellata). Pochi anni dopo, nel 2005, a Teramo, sempre indossando al divisa del VII Reparto Mobile di Roma, finisce di nuovo nei guai. Due celerini picchiano un tifoso della squadra di basket locale e Nucera viene accusato di aver coperto i colleghi raccontando, ancora una volta, delle bugie. E’ condannato per falsa testimonianza a un anno e quattro mesi ma di nuovo la prescrizione lo salva in Appello. Questo precedente però non interferisce con il super sconto disciplinare del prefetto Pansa. Anche per una questione di equità. Infatti, per determinare la giusta sanzione, si legge nel provvedimento, è necessario tenere conto che “la situazione penale del Nucera è comparabile con altro coimputato sanzionato con pena pecuniaria di 1/30 che non giustifica la diversità delle sanzioni preposte”. In altre parole altri poliziotti condannati per la Diaz hanno ricevuto sanzioni disciplinari minime. Chi? Forse tra altri 15 anni lo sapremo”.Insomma Nucera, che aveva “accusato di tentato omicidio una persona” ma si era procurato da solo o con l’aiuto di un altro agente i maldestri tagli sul giubbotto, è stato sì condannato per falso ma grazie alla prescrizione si è visto la condanna cancellata. E neanche la condanna ‘interna’ ad un mese di sospensione della paga è sembrata una sentenza equa al Capo della Polizia Alessandro Pansa, che lo ha graziato, infliggendogli la simbolica quanto beffarda condanna alla sottrazione di un solo giorno di stipendio. Oggi Nucera non solo non è stato cacciato dalle forze di sicurezza, ma addirittura promosso ad Assistente Capo della Polizia...
La Cassazione, nelle 186 pagine di motivazioni parlò di “sconsiderata violenza adoperata dalla polizia” nell’irruzione alla scuola Diaz. In quella notte terribile, 61 attivisti furono feriti, alcuni in modo anche molto grave. A seguito di quei fatti ben 125 agenti vennero messi sotto inchiesta. La Cassazione sentenziò che vi fu una “consapevole preordinazione di un falso quadro accusatorio ai danni degli arrestati, realizzato in un lungo arco di tempo intercorso tra la cessazione delle operazioni ed il deposito degli atti in Procura”. Tra questi agenti c’era anche Nucera.
Nel frattempo si è scoperto che i nomi dei poliziotti condannati per quelle brutali e ingiustificate violenze inflitte ai manifestanti e ai giornalisti 15 anni fa nella scuola Diaz e nella Caserma di Bolzaneto sono stati prima cancellati e poi ripubblicato sul registro online della Corte di Cassazione, ma solo grazie ad una interrogazione parlamentare del senatore Luigi Manconi (che, se ha davvero a cuore certi temi e certe battaglie, farebbe bene a stare alla larga dal Partito Democratico). I nomi dei condannati sono ora ricomparsi improvvisamente due settimane fa mentre per molti mesi erano stati rimossi dalle sentenze di condanna. Ma nessuna manipolazione informatica potrà cancellare la memoria di quanto avvenne a Genova in quei terribili giorni del luglio del 2001.
Fonte
21/04/2015
Anche a Bolzaneto fu tortura. La perizia scientifica conferma
Le pratiche di tortura scaricate sugli inquilini temporanei della scuola genovese Diaz, forse, sarebbero passate indenni al vergognoso testo con cui un parlamento minuscolo ha risposto alla condanna europea. Ma quanto è accaduto nella caserma di Bolzaneto sarebbe definito tortura, tra alti lamenti polizieschi, anche secondo quel meccanismo bislacco.
La perizia elaborata dal Dipartimento di Psicologia della violenza dell'Università di Padova, nella sua perizia sulle sevizie messe in atto a Bolzaneto, stabilisce senza alcuna ombra di dubbio che proprio di tortura si è trattato. Secondo gli standard internazionali e non solo. Quello schifo di disegno di legge attualmente in discussione, infatti stabilisce che si può parlare di tortura solo se le «acute sofferenze fisiche o psichiche» sono state provocate in «una persona privata della libertà personale o affidata alla sua custodia o autorità o potestà o cura o assistenza», e al fine di “ottenere informazioni o dichiarazioni, per infliggere una punizione, per vincere una resistenza”. Ma tutti i manifestanti portati a Bolzaneto erano giuridicamente in stato di fermo, quindi tecnicamente “in custodia” dello Stato e dei suoi terminali penitenziari. Quindi agli avvocati difensori degli sbirri torturatori non resterebbe che contestare l'accusa asserendo che le sevizie non avevano alcuno scopo come “ottenere informazioni o dichiarazioni, per infliggere una punizione, per vincere una resistenza”; ma venivano praticate per puro sadismo. Magari trovano qualcuno disposto a starli ad ascoltare...
Non gli scienziati padovani, comunque. Quelle “persone costrette a restare in piedi per ore nella stessa posizione, con l’obbligo di tenere sempre la testa china”, tra insulti verbali, molestie sessuali, schiaffi e altre violenze, sono state indubitabilmente torturate da agenti, medici e personale non identificato in servizio quei giorni a Bolzaneto. La perizia, elaborata su richiesta degli avvocati delle vittime, è stata peraltro trasmessa proprio oggi alla Corte Europea dei Diritti Umani di Strasburgo. Non si è trattato peraltro di un'indagine frettolosa, visto che è durata ben 14 anni.
Il coordinatore del pool padovano, prof. Adriano Zamperini, ha illustrato il risultato dei lavori spiegando innanzitutto il metodo «rigorosamente scientifico della psicologia sociale e psicologia di comunità» con cui «abbiamo intervistato centinaia di persone, i testimoni, chi era stato coinvolto negli scontri a Genova, i famigliari o semplici spettatori degli eventi».
Un lavoro lungo, puntuale, prudentissimo, che è stato già raccolto in diverse pubblicazioni scientifiche nazionali e internazionali. «Su Bolzaneto non esistono immagini, né riprese di alcun tipo, a differenza di quanto accaduto alla Diaz o lungo le strade. Bolzaneto è un buco nero che ha inghiottito centinaia di persone, li hanno definiti i desaparecidos italiani. A causa della mancanza di un registro degli arrestati non si conosce neppure il numero esatto, ma si parla di circa 500». Uno scenario da golpe argentino, in cui appunto alle vittime non viene riconosciuta neanche una identità anagrafica, semplici corpi anonimi da calpestare e smaltire senza tenerne traccia alcuna.
«Possiamo affermare che a Bolzaneto fu praticata tortura bianca che provoca sofferenza mentale e psicologica, come indicato dall’articolo 1 della Convenzione di Ginevra». Perché c’è stata una prima fase di «desocializzazione dell’individuo» fatta di pestaggi, catture a casaccio nelle strade o addirittura nei pronto soccorso cittadini. E in secondo luogo perché nessuna delle garanzie legali dovute a qualsiasi persona tratta in arresto è stata rispettata: niente contatti con l’esterno, obbligo di tenere la testa china, divieto di guardare in giro e quindi eventualmente riconoscere altre vittime o i torturatori stessi. Uno scenario argentino, ripetiamo, che la dice lunga sull'abisso reazionario in cui è sprofondato lo Stato italiano e soprattutto i suoi corpi repressivi.
Uno scenario dichiaratamente nazifascista (tutti i nuovi fermati venivano pestati da una “squadretta di benvenuto” che li accoglieva al grido di “benvenuti ad Auschwitz”), particolarmente infame nei confronti delle donne, apostrofate – mentre venivano seviziate in modo fisico o psicologico – con i più sordidi epiteti machofascisti.
Ma ci sono anche aspetti di tortura più raffinati, come il provocare nelle vittime «stati alterati di coscienza» mediante posizioni forzate del corpo («stress position») appositamente studiate per generare il blackout nella trasmissione nervosa tra arti e cervello. Tanto che anche ad anni di distanza sussistono nelle vittime di Bolzaneto sindromi paragonabili a quelle dei sopravvissuti nei lager nazisti.
Questo è lo Stato con cui abbiamo a che fare. Non viene fuori tutti giorni, ma fa sempre fatica a tenere a freno la sua vera natura...
Fonte
La perizia elaborata dal Dipartimento di Psicologia della violenza dell'Università di Padova, nella sua perizia sulle sevizie messe in atto a Bolzaneto, stabilisce senza alcuna ombra di dubbio che proprio di tortura si è trattato. Secondo gli standard internazionali e non solo. Quello schifo di disegno di legge attualmente in discussione, infatti stabilisce che si può parlare di tortura solo se le «acute sofferenze fisiche o psichiche» sono state provocate in «una persona privata della libertà personale o affidata alla sua custodia o autorità o potestà o cura o assistenza», e al fine di “ottenere informazioni o dichiarazioni, per infliggere una punizione, per vincere una resistenza”. Ma tutti i manifestanti portati a Bolzaneto erano giuridicamente in stato di fermo, quindi tecnicamente “in custodia” dello Stato e dei suoi terminali penitenziari. Quindi agli avvocati difensori degli sbirri torturatori non resterebbe che contestare l'accusa asserendo che le sevizie non avevano alcuno scopo come “ottenere informazioni o dichiarazioni, per infliggere una punizione, per vincere una resistenza”; ma venivano praticate per puro sadismo. Magari trovano qualcuno disposto a starli ad ascoltare...
Non gli scienziati padovani, comunque. Quelle “persone costrette a restare in piedi per ore nella stessa posizione, con l’obbligo di tenere sempre la testa china”, tra insulti verbali, molestie sessuali, schiaffi e altre violenze, sono state indubitabilmente torturate da agenti, medici e personale non identificato in servizio quei giorni a Bolzaneto. La perizia, elaborata su richiesta degli avvocati delle vittime, è stata peraltro trasmessa proprio oggi alla Corte Europea dei Diritti Umani di Strasburgo. Non si è trattato peraltro di un'indagine frettolosa, visto che è durata ben 14 anni.
Il coordinatore del pool padovano, prof. Adriano Zamperini, ha illustrato il risultato dei lavori spiegando innanzitutto il metodo «rigorosamente scientifico della psicologia sociale e psicologia di comunità» con cui «abbiamo intervistato centinaia di persone, i testimoni, chi era stato coinvolto negli scontri a Genova, i famigliari o semplici spettatori degli eventi».
Un lavoro lungo, puntuale, prudentissimo, che è stato già raccolto in diverse pubblicazioni scientifiche nazionali e internazionali. «Su Bolzaneto non esistono immagini, né riprese di alcun tipo, a differenza di quanto accaduto alla Diaz o lungo le strade. Bolzaneto è un buco nero che ha inghiottito centinaia di persone, li hanno definiti i desaparecidos italiani. A causa della mancanza di un registro degli arrestati non si conosce neppure il numero esatto, ma si parla di circa 500». Uno scenario da golpe argentino, in cui appunto alle vittime non viene riconosciuta neanche una identità anagrafica, semplici corpi anonimi da calpestare e smaltire senza tenerne traccia alcuna.
«Possiamo affermare che a Bolzaneto fu praticata tortura bianca che provoca sofferenza mentale e psicologica, come indicato dall’articolo 1 della Convenzione di Ginevra». Perché c’è stata una prima fase di «desocializzazione dell’individuo» fatta di pestaggi, catture a casaccio nelle strade o addirittura nei pronto soccorso cittadini. E in secondo luogo perché nessuna delle garanzie legali dovute a qualsiasi persona tratta in arresto è stata rispettata: niente contatti con l’esterno, obbligo di tenere la testa china, divieto di guardare in giro e quindi eventualmente riconoscere altre vittime o i torturatori stessi. Uno scenario argentino, ripetiamo, che la dice lunga sull'abisso reazionario in cui è sprofondato lo Stato italiano e soprattutto i suoi corpi repressivi.
Uno scenario dichiaratamente nazifascista (tutti i nuovi fermati venivano pestati da una “squadretta di benvenuto” che li accoglieva al grido di “benvenuti ad Auschwitz”), particolarmente infame nei confronti delle donne, apostrofate – mentre venivano seviziate in modo fisico o psicologico – con i più sordidi epiteti machofascisti.
Ma ci sono anche aspetti di tortura più raffinati, come il provocare nelle vittime «stati alterati di coscienza» mediante posizioni forzate del corpo («stress position») appositamente studiate per generare il blackout nella trasmissione nervosa tra arti e cervello. Tanto che anche ad anni di distanza sussistono nelle vittime di Bolzaneto sindromi paragonabili a quelle dei sopravvissuti nei lager nazisti.
Questo è lo Stato con cui abbiamo a che fare. Non viene fuori tutti giorni, ma fa sempre fatica a tenere a freno la sua vera natura...
Fonte
16/06/2013
Bolzaneto, l'Italia è il Paese della tortura
La Cassazione conferma l'impianto della sentenza di secondo grado. Assolti i carabinieri, condannati tutti gli altri.
«L'Italia è un Paese in cui si pratica la tortura, ma si fa finta che non sia così», sbotta Lorenzo Guadagnucci uscendo dal Palazzaccio. Da pochi istanti è stata pronunciata la sentenza di Cassazione per i massacri e gli abusi commessi a Bolzaneto nel 2001. La Quinta sezione penale della Cassazione ha messo un paletto definitivo sul capitolo delle violenze avvenute nella caserma di Bolzaneto, carcere provvisorio del G8 di Genova, confermando 7 condanne e concedendo 4 assoluzioni. Oronzo Doria, Franco, Trascio e Talu, sono i nomi degli agenti assolti. Mentre sono state confermate le condanne - inflitte dalla Corte d'appello di Genova il 5 marzo 2010 - per l'assistente capo della polizia Luigi Pigozzi (3 anni e 2 mesi), che divaricò le dita delle mano di un detenuto fino a strappare la carne, gli agenti di polizia penitenziaria Marcello Mulas e Michele Colucci Sabia (1 anno) e il medico Sonia Sciandra.
Pene confermate a un anno per gli ispettori della polizia Matilde Arecco, Mario Turco e Paolo Ubaldi che avevano rinunciato alla prescrizione. Anche nei confronti di Amenza i giudici della Suprema Corte hanno cancellato la condanna per il reato di minaccia. Ma la quinta sezione penale del Palazzaccio - presieduta da Gaetanino Zecca - ha fatto di più, riducendo i risarcimenti nei confronti delle vittime delle violenze. Il verdetto, infatti, stabilisce che i danni subiti dai manifestanti, dovranno essere rideterminati da un giudice civile «per assenza di prova».
Ad attendere la sentenza, assieme ai loro legali, c'erano alcune vittime di Bolzaneto e della Diaz, alcuni reduci di quel luglio più qualche sparuto militante più giovane.
C'è Marco Poggi, l'"infame", lui ci scherza su ma da quando ha deciso di testimoniare sugli orrori del carcere provvisorio per le retate del G8 non ha più lavorato come infermiere penitenziario. Solo 8 anni dopo avrebbe potuto fare il suo mestiere ma in un Opg. Da allora fa il sindacalista. Di Bolzaneto ricorda gli occhi strabuzzati del ragazzo coi rasta a cui il medico della prigione strappò via il piercing così, per sfregio. Vide dar calci e pugni sulle reni. Li sentiva cantare Facetta nera, gliela facevano sentire agli "ospiti" anche dai finestroni, con i telefonini. Lì dentro c'era gente come Lorenzo di Roma, che aveva 21 anni, e lo pescarono il sabato 21, in corso Torino mentre era con alcuni amici, non stava facendo nulla se non prendere parte a un corteo contro il G8. Uscì da Bolzaneto con le costole incrinate e tantissima paura. Da allora non gli va mica di farsi vedere in giro. Evandro, torinese, era più anziano di diciotto anni. Fu preso quando spezzarono il corteo del sabato mentre fuggiva in una via laterale e poi nella rampa di un garage. E giù cazzotti sul muso e quella manganellata a freddo all'ingresso del carcere di Alessandria.
«Non ho ancora sentito una parola da parte del presidente della Repubblica e dei ministri. Dopo due sentenze su quello che è successo a Genova ci aspettiamo le scuse da parte dello Stato - dice Enrica Bartesaghi, presidente del comitato Verità e giustizia per Genova e madre di una ragazza picchiata alla Diaz e inghiottita da Bolzaneto - chi è stato coinvolto in questa vicenda faccia un passo indietro». Un passo indietro, certo, l'ha fatto la politica, specie la "sinistra" per bene, quella non rancorosa, in giro per il Palazzaccio c'è solo Italo Di Sabato, che segue per Rifondazione le cose di repressione, e Vittorio Agnoletto.
Quelli accaduti nel luglio 2001 nella caserma di Bolzaneto a Genova sono "soprusi" e "vessazioni" assolutamente "inqualificabili", aveva detto il pg di Cassazione, Giuseppe Volpe, nella sua requisitoria.
E "correttamente la Corte d'appello di Genova ha tenuto conto di questo a differenza del primo giudice che si limitò a valutare una percezione de visu". In primo grado, infatti, nel luglio 2008, vennero pronunciate 30 assoluzioni e 15 condanne.
Tale verdetto venne ribaltato in appello, il 5 marzo 2010, quando tutti gli imputati vennero ritenuti responsabili di quanto accaduto: per 7 ci fu la condanna penale, per 37 fu dichiarata la prescrizione del reato, ma per tutti venne stabilita la condanna a risarcire le vittime. Il pg Volpe, quindi, ha rilevato come chi a Bolzaneto rivestiva in quei giorni "posizioni di garanzia" sia responsabile di "omissioni, che hanno consentito il verificarsi degli eventi delittuosi. La percezione di ciò che avveniva era resa possibile anche dal contesto, dagli odori e dalle urla".
Il pg aveva chiesto di confermare le condanne ma di ridurre i risarcimenti stabiliti dai giudici d'appello per i no-global vittime delle violenze. Le parti civili che non presentarono appello, secondo Volpe, che nella sua requisitoria ha citato ampia giurisprudenza su questo tema, "non hanno interesse ad avere risarcimenti".
«Così è stato - spiega Vittorio Agnoletto, che fu portavoce del Genoa social forum in quel 2001 tremendo - le modifiche sono avvenute solo su questioni formali. Ora che è concluso l'iter giudiziario dovrebbero entrare in scena l'Ordine dei medici e i comandi delle forze dell'ordine per i provvedimenti disciplinari contro i condannati». Resta, tanto per Agnoletto, quanto per Simonetta Crisci, uno degli avvocati di parte civile, lo scandalo dell'assenza del reato di tortura. Inammissibile, per la Cassazione, il ricorso della procura genovese che aveva posto la questione di legittimità costituzionale sul mancato adeguamento dell'Italia ai principi della Convenzione europea che sanciscono l'imprescrittibilità di ogni reato commesso in violazione della norma che pone il divieto di trattamenti inumani e degradanti. «Se ci fosse stato quel reato Bolzaneto non lo ricorderemmo per tutto questo - riprende Agnoletto - se la politica fosse intervenuta dopo non ci sarebbero stati gli omicidi di Aldrovandi, Cucchi, Uva ecc... perché un reato imprescrittibile funzionerebbe da deterrente».
Non vale nemmeno la pena commentare, ci vorrebbe troppo stomaco e lucidità che al momento proprio mi manca.
«L'Italia è un Paese in cui si pratica la tortura, ma si fa finta che non sia così», sbotta Lorenzo Guadagnucci uscendo dal Palazzaccio. Da pochi istanti è stata pronunciata la sentenza di Cassazione per i massacri e gli abusi commessi a Bolzaneto nel 2001. La Quinta sezione penale della Cassazione ha messo un paletto definitivo sul capitolo delle violenze avvenute nella caserma di Bolzaneto, carcere provvisorio del G8 di Genova, confermando 7 condanne e concedendo 4 assoluzioni. Oronzo Doria, Franco, Trascio e Talu, sono i nomi degli agenti assolti. Mentre sono state confermate le condanne - inflitte dalla Corte d'appello di Genova il 5 marzo 2010 - per l'assistente capo della polizia Luigi Pigozzi (3 anni e 2 mesi), che divaricò le dita delle mano di un detenuto fino a strappare la carne, gli agenti di polizia penitenziaria Marcello Mulas e Michele Colucci Sabia (1 anno) e il medico Sonia Sciandra.
Pene confermate a un anno per gli ispettori della polizia Matilde Arecco, Mario Turco e Paolo Ubaldi che avevano rinunciato alla prescrizione. Anche nei confronti di Amenza i giudici della Suprema Corte hanno cancellato la condanna per il reato di minaccia. Ma la quinta sezione penale del Palazzaccio - presieduta da Gaetanino Zecca - ha fatto di più, riducendo i risarcimenti nei confronti delle vittime delle violenze. Il verdetto, infatti, stabilisce che i danni subiti dai manifestanti, dovranno essere rideterminati da un giudice civile «per assenza di prova».
Ad attendere la sentenza, assieme ai loro legali, c'erano alcune vittime di Bolzaneto e della Diaz, alcuni reduci di quel luglio più qualche sparuto militante più giovane.
C'è Marco Poggi, l'"infame", lui ci scherza su ma da quando ha deciso di testimoniare sugli orrori del carcere provvisorio per le retate del G8 non ha più lavorato come infermiere penitenziario. Solo 8 anni dopo avrebbe potuto fare il suo mestiere ma in un Opg. Da allora fa il sindacalista. Di Bolzaneto ricorda gli occhi strabuzzati del ragazzo coi rasta a cui il medico della prigione strappò via il piercing così, per sfregio. Vide dar calci e pugni sulle reni. Li sentiva cantare Facetta nera, gliela facevano sentire agli "ospiti" anche dai finestroni, con i telefonini. Lì dentro c'era gente come Lorenzo di Roma, che aveva 21 anni, e lo pescarono il sabato 21, in corso Torino mentre era con alcuni amici, non stava facendo nulla se non prendere parte a un corteo contro il G8. Uscì da Bolzaneto con le costole incrinate e tantissima paura. Da allora non gli va mica di farsi vedere in giro. Evandro, torinese, era più anziano di diciotto anni. Fu preso quando spezzarono il corteo del sabato mentre fuggiva in una via laterale e poi nella rampa di un garage. E giù cazzotti sul muso e quella manganellata a freddo all'ingresso del carcere di Alessandria.
«Non ho ancora sentito una parola da parte del presidente della Repubblica e dei ministri. Dopo due sentenze su quello che è successo a Genova ci aspettiamo le scuse da parte dello Stato - dice Enrica Bartesaghi, presidente del comitato Verità e giustizia per Genova e madre di una ragazza picchiata alla Diaz e inghiottita da Bolzaneto - chi è stato coinvolto in questa vicenda faccia un passo indietro». Un passo indietro, certo, l'ha fatto la politica, specie la "sinistra" per bene, quella non rancorosa, in giro per il Palazzaccio c'è solo Italo Di Sabato, che segue per Rifondazione le cose di repressione, e Vittorio Agnoletto.
Quelli accaduti nel luglio 2001 nella caserma di Bolzaneto a Genova sono "soprusi" e "vessazioni" assolutamente "inqualificabili", aveva detto il pg di Cassazione, Giuseppe Volpe, nella sua requisitoria.
E "correttamente la Corte d'appello di Genova ha tenuto conto di questo a differenza del primo giudice che si limitò a valutare una percezione de visu". In primo grado, infatti, nel luglio 2008, vennero pronunciate 30 assoluzioni e 15 condanne.
Tale verdetto venne ribaltato in appello, il 5 marzo 2010, quando tutti gli imputati vennero ritenuti responsabili di quanto accaduto: per 7 ci fu la condanna penale, per 37 fu dichiarata la prescrizione del reato, ma per tutti venne stabilita la condanna a risarcire le vittime. Il pg Volpe, quindi, ha rilevato come chi a Bolzaneto rivestiva in quei giorni "posizioni di garanzia" sia responsabile di "omissioni, che hanno consentito il verificarsi degli eventi delittuosi. La percezione di ciò che avveniva era resa possibile anche dal contesto, dagli odori e dalle urla".
Il pg aveva chiesto di confermare le condanne ma di ridurre i risarcimenti stabiliti dai giudici d'appello per i no-global vittime delle violenze. Le parti civili che non presentarono appello, secondo Volpe, che nella sua requisitoria ha citato ampia giurisprudenza su questo tema, "non hanno interesse ad avere risarcimenti".
«Così è stato - spiega Vittorio Agnoletto, che fu portavoce del Genoa social forum in quel 2001 tremendo - le modifiche sono avvenute solo su questioni formali. Ora che è concluso l'iter giudiziario dovrebbero entrare in scena l'Ordine dei medici e i comandi delle forze dell'ordine per i provvedimenti disciplinari contro i condannati». Resta, tanto per Agnoletto, quanto per Simonetta Crisci, uno degli avvocati di parte civile, lo scandalo dell'assenza del reato di tortura. Inammissibile, per la Cassazione, il ricorso della procura genovese che aveva posto la questione di legittimità costituzionale sul mancato adeguamento dell'Italia ai principi della Convenzione europea che sanciscono l'imprescrittibilità di ogni reato commesso in violazione della norma che pone il divieto di trattamenti inumani e degradanti. «Se ci fosse stato quel reato Bolzaneto non lo ricorderemmo per tutto questo - riprende Agnoletto - se la politica fosse intervenuta dopo non ci sarebbero stati gli omicidi di Aldrovandi, Cucchi, Uva ecc... perché un reato imprescrittibile funzionerebbe da deterrente».
RIASSUNTO DELLE PUNTATE PRECEDENTI
Secondo i pm nella caserma sono state "inflitte alle persone fermate almeno quattro delle cinque tecniche di interrogatorio che, secondo la Corte Europea sui diritti dell'uomo, chiamata a pronunciarsi sulla repressione dei tumulti in Irlanda negli Anni Settanta, configurano 'trattamenti inumani e degradanti'". Nelle motivazioni della sentenza, vengono elencati numerose violenze che risultano provate ai danni dei manifestanti trattenuti (tra cui alcuni di quelli provenienti dalla scuola Diaz): "lunghe attese prima di essere accompagnati ai bagni" al punto da doversi urinare addosso, "distruzione di oggetti personali", "insulti di ogni tipo, da quelli a sfondo sessuale, diretti in particolare alle donne [...], a quelli razzisti [...] a quelli di contenuto politico" e varie minacce, "spruzzi di sostanze urticanti o irritanti nelle celle", "percosse in tutte le parti del corpo, compresi i genitali [...] inferte con le mani coperte da pesanti guanti di pelle nera e con i manganelli" anche senza motivo, l'obbligo di assumere posizioni scomode o vessatorie, anche nei confronti di manifestanti feriti, per lunghi periodi e senza motivazioni valide. I giudici commentano anche il fatto che l'assenza di uno specifico reato di tortura nell'ordinamento italiano ha costretto i pubblici ministeri a riferirsi al reato di abuso di ufficio, non adeguato alle condotte degli accusati ritenuti colpevoli, pur essendo le loro azioni "pienamente provate" e potendo esse "ricomprendersi nella nozione di "tortura" adottata nelle convenzioni internazionali". Nel testo delle motivazioni si legge che: «L'elenco delle condotte criminose poste in essere in danno delle persone arrestate o fermate transitate nella caserma di Bolzaneto nel giorni compresi tra il 20 e il 22 luglio 2001 consente di concludere, senza alcun dubbio, come ci si trovi dinanzi a comportamenti che rivestono, a pieno titolo, i caratteri del trattamento inumano e degradante e che, quantunque commessi da un numero limitato di autori, che hanno tradito il giuramento di fedeltà alle leggi della Repubblica Italiana e, segnatamente, a quella che ne costituisce la Grundnorme, la Carta Costituzionale, e in una particolare (e si spera irripetibile) situazione ambientale, hanno, comunque, inferto un vulnus gravissimo, oltre a coloro che ne sono stati vittime, anche alla dignità delle Forze della Polizia di Stato e della Polizia Penitenziaria e alla fiducia della quale detti Corpi devono godere, in virtù della meritoria attività quotidiana svolta dalla stragrande maggioranza dei loro appartenenti, nella comunità dei cittadini». « Purtroppo, il limite del presente processo è rappresentato dal fatto che, quantunque ciò sia avvenuto non per incompletezza nell'indagine, che è stata, invece, lunga, laboriosa e attenta da parte dell'ufficio del pm, ma per difficoltà oggettive (non ultima delle quali, come ha evidenziato la Pubblica Accusa, la scarsa collaborazione delle Forze di Polizia, originata, forse, da un malinteso "spirito di corpo") la maggior parte di coloro che si sono resi direttamente responsabili delle vessazioni risultate provate in dibattimento è rimasta ignoto».
Nelle motivazioni si riporta anche che dopo la morte di Carlo Giuliani il venerdì pomeriggio era stato deciso che i carabinieri presenti a Genova non avrebbero più svolto servizio in strada, per cui il sabato furono mandati a Bolzaneto. Secondo alcune testimonianze, rese nel processo e riportate nelle motivazioni, la condizione dei manifestanti trattenuti durante il periodo in cui di guardia alle celle vi erano i carabinieri (dal sabato sera all'alba di domenica) era meno vessatoria e si erano registrate meno violenze (per la giornata di sabato una relativa intermittenza del trattamento vessatorio accompagnato in diverse occasioni da un atteggiamento, definito più umano dalle stesse parti lese, tenuto dagli appartenenti all'Arma, i quali sono intervenuti in diverse occasioni, per quanto hanno potuto, al fine di impedire le vessazioni), oltre al fatto che ai detenuti era stato concesso di sedersi ed era stata data dell'acqua, mentre vi erano stati dei battibecchi tra dei poliziotti che volevano entrare nella zona delle celle e carabinieri che avevano l'ordine di non farli passare.
IL PROCESSO DI PRIMO GRADO
Il 14 luglio 2008, al termine di un processo dopo oltre 9 ore di camera di consiglio, la Prima sezione penale del tribunale di Genova, pronunciò una sentenza di condanna per 15 imputati e 30 assoluzioni tra poliziotti, funzionari della questura, medici e poliziotti della penitenziaria, comminando pene variabili fra i 5 mesi e i 5 anni per complessivi 23 anni e 9 mesi di reclusione. I reati contestati agli imputati, a vario titolo, erano abuso d'ufficio, violenza privata, falso ideologico, abuso di autorità nei confronti di detenuti o arrestati, violazione dell'ordinamento penitenziario e della convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali. Il tribunale aveva condannato Alessandro Perugini, all'epoca numero due della Digos di Genova, il funzionario di polizia con il grado più alto nella struttura, e l'ispettore Anna Poggi, rispettivamente a 2 anni e 4 mesi di reclusione ciascuno; Daniela Maida, ispettore superiore ad 1 anno e 6 mesi di reclusione; Antonello Gaetano, a 1 anno e 3 mesi, gli ispettori della polizia di Stato Matilde Arecco, Natale Parisi (poi deceduto), Mario Turco e Paolo Ubaldi ad 1 anno di reclusione ciascuno. Massimo Luigi Pigozzi, assistente capo della polizia a 3 anni e 2 mesi di reclusione; Barbara Amadei a 9 mesi, Alfredo Incoronato a 1 anno, Giuliano Patrizi a 5 mesi. Sono inoltre stati condannati i medici Giacomo Toccafondi ad 1 anno e 2 mesi di reclusione e Aldo Amenta a 10 mesi. La pena più alta, 5 anni, è stata inflitta a Biagio Gugliotta, ispettore della polizia penitenziaria responsabile della sicurezza del carcere di Bolzaneto a cui i giudici hanno lasciato la contestazione del reato di abuso d'ufficio doloso. I pm Patrizia Petruzziello e Ranieri Vittorio Miniati avevano chiesto condanne per oltre 76 anni complessivi di carcere con pene variabili da 6 mesi a 5 anni e 8 mesi e una sola assoluzione. Il tribunale di Genova aveva condannato i ministeri della Giustizia e degli Interni, responsabili civili, al risarcimento di numerose parti civili in solido con alcuni degli imputati condannati. Tra gli imputati assolti c'era il colonnello di polizia penitenziaria Oronzo Doria, ora generale, per il quale i pm avevano chiesto una condanna a 3 anni e 6 mesi. Sono stati inoltre assolti tutti i carabinieri imputati. Confermata per Giuseppe Fornasiere ufficiale della polizia penitenziaria l'assoluzione come avevano chiesto i pm.
LA SENTENZA DI APPELLO
La sentenza d'appello è stata pronunziata il 5 marzo 2010 dopo oltre 11 ore di camera di consiglio. La corte d'appello ha parzialmente riformato la sentenza di primo grado. Confermata la sentenza di primo grado a carico di quattro imputati mentre ha dichiarato il non doversi procedere per intervenuta prescrizione per altri 28 imputati tra i quali Alessandro Perugini, ex vicecapo della Digos della questura di Genova ai tempi del G8. Tutti, comunque, sono stati dichiarati responsabili dei reati ai soli effetti civili e condannati in solido al risarcimento del danno con i rispettivi ministeri. In riforma della sentenza di primo grado sono stati condannati anche quattro imputati per un totale di 6 anni e 6 mesi di reclusione. A tutti e quattro sono stati applicati i doppi benefici anche se devono rispondere in solido del risarcimento danni a favore di alcune parti civili. Un passaggio della sentenza è illuminante su quanto accadde, i cori fascisti e le suonerie dei telefonini di alcuni agenti inneggianti al fascismo.
Scrivono i giudici: «Richiamarsi platealmente al nazismo e al fascismo, al programma sterminatore degli ebrei, alla sopraffazione dell'individuo e alla sua umiliazione, proprio mentre vengono commessi i reati contestati o nei momenti che li precedono e li seguono, esprime il massimo del disonore di cui può macchiarsi la condotta del pubblico ufficiale».
Amnesty International, all'epoca, ha sottolineato l'importanza della sentenza, che riconosce che a Bolzaneto vi furono «gravi violazioni dei diritti umani». È stato fatto notare da diversi media che la prescrizione sarebbe stata impedita se l'Italia avesse già introdotto nel suo sistema penale il reato di tortura, come da obblighi derivanti dalla firma della Convenzione ONU contro la Tortura del 1988.
L'avvocatura dello Stato, ritenendo eccessive le somme liquidate alle parti civili (comprensive di spese legali), ne ha sospeso il pagamento e ha fatto ricorso alla corte di Cassazione per chiedere la sospensione delle condanne civili. La quinta sezione penale della Cassazione ha tuttavia rigettato il ricorso, ritenendo legittimi i risarcimenti.
Secondo i pm nella caserma sono state "inflitte alle persone fermate almeno quattro delle cinque tecniche di interrogatorio che, secondo la Corte Europea sui diritti dell'uomo, chiamata a pronunciarsi sulla repressione dei tumulti in Irlanda negli Anni Settanta, configurano 'trattamenti inumani e degradanti'". Nelle motivazioni della sentenza, vengono elencati numerose violenze che risultano provate ai danni dei manifestanti trattenuti (tra cui alcuni di quelli provenienti dalla scuola Diaz): "lunghe attese prima di essere accompagnati ai bagni" al punto da doversi urinare addosso, "distruzione di oggetti personali", "insulti di ogni tipo, da quelli a sfondo sessuale, diretti in particolare alle donne [...], a quelli razzisti [...] a quelli di contenuto politico" e varie minacce, "spruzzi di sostanze urticanti o irritanti nelle celle", "percosse in tutte le parti del corpo, compresi i genitali [...] inferte con le mani coperte da pesanti guanti di pelle nera e con i manganelli" anche senza motivo, l'obbligo di assumere posizioni scomode o vessatorie, anche nei confronti di manifestanti feriti, per lunghi periodi e senza motivazioni valide. I giudici commentano anche il fatto che l'assenza di uno specifico reato di tortura nell'ordinamento italiano ha costretto i pubblici ministeri a riferirsi al reato di abuso di ufficio, non adeguato alle condotte degli accusati ritenuti colpevoli, pur essendo le loro azioni "pienamente provate" e potendo esse "ricomprendersi nella nozione di "tortura" adottata nelle convenzioni internazionali". Nel testo delle motivazioni si legge che: «L'elenco delle condotte criminose poste in essere in danno delle persone arrestate o fermate transitate nella caserma di Bolzaneto nel giorni compresi tra il 20 e il 22 luglio 2001 consente di concludere, senza alcun dubbio, come ci si trovi dinanzi a comportamenti che rivestono, a pieno titolo, i caratteri del trattamento inumano e degradante e che, quantunque commessi da un numero limitato di autori, che hanno tradito il giuramento di fedeltà alle leggi della Repubblica Italiana e, segnatamente, a quella che ne costituisce la Grundnorme, la Carta Costituzionale, e in una particolare (e si spera irripetibile) situazione ambientale, hanno, comunque, inferto un vulnus gravissimo, oltre a coloro che ne sono stati vittime, anche alla dignità delle Forze della Polizia di Stato e della Polizia Penitenziaria e alla fiducia della quale detti Corpi devono godere, in virtù della meritoria attività quotidiana svolta dalla stragrande maggioranza dei loro appartenenti, nella comunità dei cittadini». « Purtroppo, il limite del presente processo è rappresentato dal fatto che, quantunque ciò sia avvenuto non per incompletezza nell'indagine, che è stata, invece, lunga, laboriosa e attenta da parte dell'ufficio del pm, ma per difficoltà oggettive (non ultima delle quali, come ha evidenziato la Pubblica Accusa, la scarsa collaborazione delle Forze di Polizia, originata, forse, da un malinteso "spirito di corpo") la maggior parte di coloro che si sono resi direttamente responsabili delle vessazioni risultate provate in dibattimento è rimasta ignoto».
Nelle motivazioni si riporta anche che dopo la morte di Carlo Giuliani il venerdì pomeriggio era stato deciso che i carabinieri presenti a Genova non avrebbero più svolto servizio in strada, per cui il sabato furono mandati a Bolzaneto. Secondo alcune testimonianze, rese nel processo e riportate nelle motivazioni, la condizione dei manifestanti trattenuti durante il periodo in cui di guardia alle celle vi erano i carabinieri (dal sabato sera all'alba di domenica) era meno vessatoria e si erano registrate meno violenze (per la giornata di sabato una relativa intermittenza del trattamento vessatorio accompagnato in diverse occasioni da un atteggiamento, definito più umano dalle stesse parti lese, tenuto dagli appartenenti all'Arma, i quali sono intervenuti in diverse occasioni, per quanto hanno potuto, al fine di impedire le vessazioni), oltre al fatto che ai detenuti era stato concesso di sedersi ed era stata data dell'acqua, mentre vi erano stati dei battibecchi tra dei poliziotti che volevano entrare nella zona delle celle e carabinieri che avevano l'ordine di non farli passare.
IL PROCESSO DI PRIMO GRADO
Il 14 luglio 2008, al termine di un processo dopo oltre 9 ore di camera di consiglio, la Prima sezione penale del tribunale di Genova, pronunciò una sentenza di condanna per 15 imputati e 30 assoluzioni tra poliziotti, funzionari della questura, medici e poliziotti della penitenziaria, comminando pene variabili fra i 5 mesi e i 5 anni per complessivi 23 anni e 9 mesi di reclusione. I reati contestati agli imputati, a vario titolo, erano abuso d'ufficio, violenza privata, falso ideologico, abuso di autorità nei confronti di detenuti o arrestati, violazione dell'ordinamento penitenziario e della convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali. Il tribunale aveva condannato Alessandro Perugini, all'epoca numero due della Digos di Genova, il funzionario di polizia con il grado più alto nella struttura, e l'ispettore Anna Poggi, rispettivamente a 2 anni e 4 mesi di reclusione ciascuno; Daniela Maida, ispettore superiore ad 1 anno e 6 mesi di reclusione; Antonello Gaetano, a 1 anno e 3 mesi, gli ispettori della polizia di Stato Matilde Arecco, Natale Parisi (poi deceduto), Mario Turco e Paolo Ubaldi ad 1 anno di reclusione ciascuno. Massimo Luigi Pigozzi, assistente capo della polizia a 3 anni e 2 mesi di reclusione; Barbara Amadei a 9 mesi, Alfredo Incoronato a 1 anno, Giuliano Patrizi a 5 mesi. Sono inoltre stati condannati i medici Giacomo Toccafondi ad 1 anno e 2 mesi di reclusione e Aldo Amenta a 10 mesi. La pena più alta, 5 anni, è stata inflitta a Biagio Gugliotta, ispettore della polizia penitenziaria responsabile della sicurezza del carcere di Bolzaneto a cui i giudici hanno lasciato la contestazione del reato di abuso d'ufficio doloso. I pm Patrizia Petruzziello e Ranieri Vittorio Miniati avevano chiesto condanne per oltre 76 anni complessivi di carcere con pene variabili da 6 mesi a 5 anni e 8 mesi e una sola assoluzione. Il tribunale di Genova aveva condannato i ministeri della Giustizia e degli Interni, responsabili civili, al risarcimento di numerose parti civili in solido con alcuni degli imputati condannati. Tra gli imputati assolti c'era il colonnello di polizia penitenziaria Oronzo Doria, ora generale, per il quale i pm avevano chiesto una condanna a 3 anni e 6 mesi. Sono stati inoltre assolti tutti i carabinieri imputati. Confermata per Giuseppe Fornasiere ufficiale della polizia penitenziaria l'assoluzione come avevano chiesto i pm.
LA SENTENZA DI APPELLO
La sentenza d'appello è stata pronunziata il 5 marzo 2010 dopo oltre 11 ore di camera di consiglio. La corte d'appello ha parzialmente riformato la sentenza di primo grado. Confermata la sentenza di primo grado a carico di quattro imputati mentre ha dichiarato il non doversi procedere per intervenuta prescrizione per altri 28 imputati tra i quali Alessandro Perugini, ex vicecapo della Digos della questura di Genova ai tempi del G8. Tutti, comunque, sono stati dichiarati responsabili dei reati ai soli effetti civili e condannati in solido al risarcimento del danno con i rispettivi ministeri. In riforma della sentenza di primo grado sono stati condannati anche quattro imputati per un totale di 6 anni e 6 mesi di reclusione. A tutti e quattro sono stati applicati i doppi benefici anche se devono rispondere in solido del risarcimento danni a favore di alcune parti civili. Un passaggio della sentenza è illuminante su quanto accadde, i cori fascisti e le suonerie dei telefonini di alcuni agenti inneggianti al fascismo.
Scrivono i giudici: «Richiamarsi platealmente al nazismo e al fascismo, al programma sterminatore degli ebrei, alla sopraffazione dell'individuo e alla sua umiliazione, proprio mentre vengono commessi i reati contestati o nei momenti che li precedono e li seguono, esprime il massimo del disonore di cui può macchiarsi la condotta del pubblico ufficiale».
Amnesty International, all'epoca, ha sottolineato l'importanza della sentenza, che riconosce che a Bolzaneto vi furono «gravi violazioni dei diritti umani». È stato fatto notare da diversi media che la prescrizione sarebbe stata impedita se l'Italia avesse già introdotto nel suo sistema penale il reato di tortura, come da obblighi derivanti dalla firma della Convenzione ONU contro la Tortura del 1988.
L'avvocatura dello Stato, ritenendo eccessive le somme liquidate alle parti civili (comprensive di spese legali), ne ha sospeso il pagamento e ha fatto ricorso alla corte di Cassazione per chiedere la sospensione delle condanne civili. La quinta sezione penale della Cassazione ha tuttavia rigettato il ricorso, ritenendo legittimi i risarcimenti.
Non vale nemmeno la pena commentare, ci vorrebbe troppo stomaco e lucidità che al momento proprio mi manca.
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