Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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08/07/2016

Genova 2001: solo una multa al poliziotto che inventò l’accoltellamento

Tra pochi giorni saranno trascorsi 15 anni esatti dalla ‘macelleria messicana’ di Genova, quando decine di migliaia di giovani, attivisti, giornalisti provenienti da tutta Italia e dal resto del mondo si trovarono di fronte il vero volto dello stato, la brutalità dei suoi apparati, la violenza delle sue istituzioni.

A quindici anni di distanza, e a pochi giorni dall’inizio delle varie iniziative convocate per ricordare quei tremendi giorni e l’omicidio di Carlo Giuliani da parte di un carabiniere, arriva una notizia che sa davvero di beffa. Si scopre infatti solo ora che ai poliziotti responsabili del pestaggio indiscriminato dei manifestanti e dei medi attivisti che dormivano nella scuola Diaz, alcuni dei quali responsabili anche della fabbricazione di prove false e di falsa testimonianza, la punizione inflitta dallo stato fu... una multa di 47 euro e 57 centesimi. Una ammenda pari ad una giornata di lavoro decurtata dai contributi.

Tutto qui.

Come riporta l’articolo della sezione genovese di Repubblica, scritto dall’ottimo Marco Preve:
“l’assistente capo (era semplice agente nel 2001) Massimo Nucera condannato a 3 anni e cinque mesi per falso e lesioni (queste ultime prescritte) a natale del 2013 era stato condannato dal Consiglio provinciale di disciplina della polizia ad una sospensione dello stipendio di un mese. Ma neppure un anno dopo, nel marzo del 2014, il suo ricorso veniva accolto dall’allora capo della polizia in persona, Alessandro Pansa – da pochi mesi è diventato capo dei servizi segreti italiani – che riduceva da 30 giorni a un solo giorno la sanzione. Incredibilmente Nucera veniva ritenuto responsabile di un comportamento colposo e non doloso, il che avrebbe fatto lievitare automaticamente la pena disciplinare. Nella mite sentenza firmata da Pansa, Nucera è ritenuto responsabile di un “comportamento non conforme al decoro delle funzioni... dimostrando di non aver operato con senso di responsabilità...”. Un buffetto per aver partecipato a quegli eventi che i giudici di Appello e Cassazione così hanno descritto “L’enormità di tali fatti, che hanno gettato discredito sulla Nazione agli occhi del mondo intero”. Lo stesso Pansa, per altro, un anno dopo, nel giugno del 2015, denunciava al Consiglio Superiore della Magistratura il pm del processo Diaz, Enrico Zucca, il quale in un dibattito avvenuto durante la manifestazione “Repubblica delle Idee” aveva ricordato alcuni passaggi della durissima sentenza con cui la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo aveva condannato l’Italia per i fatti della Diaz in merito all’assenza di leggi e norme finalizzate a punire la tortura e i torturatori. Tra le ragioni della condanna quella relativa all’assenza di qualsiasi forma cautelare per sospendere dal servizio, o almeno bloccarne la carriera, pubblici funzionari anche solo indagati o sospettati di gravi violazioni come appunto quelle avvenute alla scuola Diaz o nella prigione lager di Bolzaneto. (...) Quando Nucera viene giudicato dal Consiglio di disciplina (presieduto dal dirigente Lorenzo Suraci all’epoca numero due della questura di Roma) nel suo curriculum non c’è soltanto la condanna definitiva per i fatti genovesi del luglio 2001 relativa anche alla bufala della coltellata ricevuta da parte di un occupante della Diaz (Nucera consegnò il proprio giubbotto strappato ma le indagini dei carabinieri svelarono che si era auto inferto la coltellata). Pochi anni dopo, nel 2005, a Teramo, sempre indossando al divisa del VII Reparto Mobile di Roma, finisce di nuovo nei guai. Due celerini picchiano un tifoso della squadra di basket locale e Nucera viene accusato di aver coperto i colleghi raccontando, ancora una volta, delle bugie. E’ condannato per falsa testimonianza a un anno e quattro mesi ma di nuovo la prescrizione lo salva in Appello. Questo precedente però non interferisce con il super sconto disciplinare del prefetto Pansa. Anche per una questione di equità. Infatti, per determinare la giusta sanzione, si legge nel provvedimento, è necessario tenere conto che “la situazione penale del Nucera è comparabile con altro coimputato sanzionato con pena pecuniaria di 1/30 che non giustifica la diversità delle sanzioni preposte”. In altre parole altri poliziotti condannati per la Diaz hanno ricevuto sanzioni disciplinari minime. Chi? Forse tra altri 15 anni lo sapremo”.
Insomma Nucera, che aveva “accusato di tentato omicidio una persona” ma si era procurato da solo o con l’aiuto di un altro agente i maldestri tagli sul giubbotto, è stato sì condannato per falso ma grazie alla prescrizione si è visto la condanna cancellata. E neanche la condanna ‘interna’ ad un mese di sospensione della paga è sembrata una sentenza equa al Capo della Polizia Alessandro Pansa, che lo ha graziato, infliggendogli la simbolica quanto beffarda condanna alla sottrazione di un solo giorno di stipendio. Oggi Nucera non solo non è stato cacciato dalle forze di sicurezza, ma addirittura promosso ad Assistente Capo della Polizia...

La Cassazione, nelle 186 pagine di motivazioni parlò di “sconsiderata violenza adoperata dalla polizia” nell’irruzione alla scuola Diaz. In quella notte terribile, 61 attivisti furono feriti, alcuni in modo anche molto grave. A seguito di quei fatti ben 125 agenti vennero messi sotto inchiesta. La Cassazione sentenziò che vi fu una “consapevole preordinazione di un falso quadro accusatorio ai danni degli arrestati, realizzato in un lungo arco di tempo intercorso tra la cessazione delle operazioni ed il deposito degli atti in Procura”. Tra questi agenti c’era anche Nucera.

Nel frattempo si è scoperto che i nomi dei poliziotti condannati per quelle brutali e ingiustificate violenze inflitte ai manifestanti e ai giornalisti 15 anni fa nella scuola Diaz e nella Caserma di Bolzaneto sono stati prima cancellati e poi ripubblicato sul registro online della Corte di Cassazione, ma solo grazie ad una interrogazione parlamentare del senatore Luigi Manconi (che, se ha davvero a cuore certi temi e certe battaglie, farebbe bene a stare alla larga dal Partito Democratico). I nomi dei condannati sono ora ricomparsi improvvisamente due settimane fa mentre per molti mesi erano stati rimossi dalle sentenze di condanna. Ma nessuna manipolazione informatica potrà cancellare la memoria di quanto avvenne a Genova in quei terribili giorni del luglio del 2001.

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03/05/2016

Le nomine di Renzi: quante novità!

Le recenti nomine di Renzi rappresentano un’evoluzione della Costituzione materiale del nostro paese che merita d’essere analizzata con attenzione, segnalando le novità che essa porta con sé sia sul piano del metodo che su quello del merito.

Da sempre le nomine ai vertici di alcune istituzioni (Arma dei Carabinieri, Aise, Aisi, Guardia di Finanza, Polizia, Eni, Finmeccanica eccetera) sono fatte essenzialmente con criteri di “vicinanza politica” e non potrebbe essere diversamente: spettano al Governo (ed in particolare al suo Capo), non esistono criteri oggettivi di merito né procedure concorsuali ecc, per cui non è possibile stabilire chi è il più idoneo a coprire un posto, ed il governo sceglie quelli che ritiene più “amici”.

Al massimo ci sono criteri generici per poter accedere alla rosa dei “papabili”, per cui il direttore del servizio militare deve essere un generale di divisione o ammiraglio, il direttore di quello civile deve essere parimenti un generale divisionario o un prefetto o dirigente superiore di Polizia e così via, ma questo serve solo a formare liste di candidati piuttosto ampie. Non esistono né automatismi (per cui il vice succede al direttore uscente), né criteri di anzianità, né punteggi.

Di solito, a quei livelli, tutti i “papabili” hanno curricula rispettabili (e se non li hanno si fa in modo di farli risultare), per cui è oggettivamente difficile stabilire se il generale Verdi sia più meritevole del questore Rossi o del Prefetto Bianchi: uno ha diretto la tale operazione di peacekeeping in Africa, l’altro ha diretto una grande operazione antiterrorismo ed il terzo ha coordinato i soccorsi per il terremoto di sei anni fa ed è stato nella missione diplomatica nucleare a Vienna: chi è il più meritevole dei tre? E, peraltro, non sappiamo come siano andate le singole operazioni elencate. Peraltro, anche negli incarichi precedenti hanno pesato amicizie, relazioni ecc, per cui il fatto che uno abbia fatto una cosa piuttosto che un’altra non attesta affatto che sia più adatto di uno che non ha avuto quella opportunità.

Insomma, la legge lascia piena discrezionalità al decisore politico che, ovviamente, sceglie quello che più è nelle sue grazie: se non ripensiamo totalmente il meccanismo sarà sempre così.

Ai tempi della Prima Repubblica, quando c’erano governi di coalizione, c’era una spartizione fra i diversi capi partito, il che dava luogo ad un mercato piuttosto indecente, (non lo nego) la famigerata “lottizzazione”, ma, nello stesso tempo, distribuiva le diverse leve di potere evitando pericolose concentrazioni. E così, almeno in parte, è stato anche nel periodo della Seconda Repubblica che, pur in modo molto attenuato, riproduceva i meccanismi del governo di coalizione.

Le nomine di Renzi rappresentano, invece una decisa novità, saltando del tutto i meccanismi della mediazione fra forze politiche e concentrando tutto nelle mani del Presidente del Consiglio (e Capo del partito che da solo dispone di quasi la metà dei deputati) che si consulta con il solo Presidente della Repubblica (ed anche su questo c’è qualche particolare da approfondire di cui diciamo dopo). Il mercato sparisce ma solo per lasciare il posto ad una pericolosa concentrazione di potere accentuata dalla seconda novità di queste nomine: la durata di due anni, sino alle prossime elezioni.

Sin qui il rapporto fra alte cariche (soprattutto militari e di sicurezza) e potere politico era sottoposto ad un riallineamento in caso di elezioni, ma senza nessun particolare automatismo, come invece accade nei sistemi di democrazia bipartitica in cui vige lo spoil system. La lunga vigenza del sistema proporzionale che originava governi di coalizione, che non duravano l’intera legislatura, ha impedito questa forma di dipendenza particolarmente rigida dell’amministrazione dell’autorità politica, attenuandola considerevolmente.

La consuetudine voleva che in particolare i responsabili di Dis, Aisi ed Aise, mettessero loro nomine a disposizione del nuovo governo che invitava i direttori a restare in carica; dopo alcuni mesi venivano le nuove nomine, ma  in qualche caso il periodo di permanenza poteva protrarsi anche 1 anno o addirittura poteva esserci una conferma. Ancora meno automatica era la nomina del vertici militari, dell’Arma, della Polizia e della Guardia di Finanza ed ancor più lenta era la sostituzione al vertice degli enti economici di Stato. Questo anche perché la durata dei governi è sempre stata variabile e non ha mai coinciso né con l’intera legislatura né con la durata del mandato, soprattutto dei manager di Stato. Questo andamento ondulare garantiva una relativa autonomia dei dirigenti di enti e corpi militari e di sicurezza, attenuandone la dipendenza dal governo del momento.

Con queste nomine si introduce un meccanismo che fa fare un salto verso lo spoil system: il termine secco e preventivo dei due anni (resta da capire, se lo scioglimento anticipato del Parlamento possa abbreviarlo o resterebbe comunque valido sino al 2018), da un lato allinea tutte le nomine in unico ”pacchetto”, dall’altro rende direttamente dipendete dal successo dell’attuale maggioranza governativa l’eventuale permanenza nel posto degli attuali capi designati che, ovviamente, sono implicitamente sollecitati a collaborare a tale successo.

E nel merito le nomine hanno già un segno abbastanza preciso. Per non disperderci su ogni singolo caso, concentriamo l’attenzione su tre di esse che hanno un segno politico più evidente: la cyber security, per la quale il Presidente del Consiglio insiste sul nome del suo amico Marco Carrai, la mancata conferma di Massolo e la nomina del nuovo capo della GdF. E le cose sono connesse.

Partiamo dalla cyber security, un ambito sin qui seguito dalle due agenzie di sicurezza (Aisi ed Aise), ma in parte anche dai corpi di polizia (in particolare le strutture che sono subentrate alla storica “colombaia” del servizio militare, all’escopost eccetera) con un blando coordinamento affidato al consigliere militare presso la Presidenza del Consiglio. E’ ragionevole pensare che, con lo sviluppo del cyber spazio si pensi a potenziare ed unificare le attività di controllo del settore. Resta da capire se questo debba dar luogo ad un servizio (comunque chiamato) specifico e direttamente dipendente dalla Presidenza del Consiglio o, piuttosto una sezione di coordinamento presso il Dis, dotato di maggiori poteri rispetto a quelli attuali. Ma, il punto è che la questione, nel ragionamento di Renzi, non è separabile dalla persona che dovrà dirigere questa attività che lui identifica nel suo amico Carrai. Basti riportare qualche sua dichiarazione:
Marco è una persona con cui lavoro da più di dieci anni. Gli ho chiesto di venire a darmi una mano nel settore dei big data che uno dei settori più interessanti al momento. Io vorrei venisse a lavorare con noi. Nel caso in cui Marco accettasse e con un blind trust smettesse di prendere tutti i soldi che prende, la sua vita peggiorerebbe e la nostra migliorerebbe.
Il guaio è che Carrai è un esterno al mondo della sicurezza che lo vede come un intruso e forse c’è anche altro di cui non sappiamo e non immaginiamo. Certo è che la sparata di D’Alema, di cui dicemmo a suo tempo, che accusava, non sappiamo con quanto fondamento, Renzi di essere uomo di Israele lascia perplessi.

Di molte di queste ragioni contro la nomina di Carrai si fece interprete il direttore del Dis Giampiero Massolo dinanzi al Copasir il 27 gennaio, quando si pensava di istituire addirittura un’agenzia di intelligence ad hoc da creare a Palazzo Chigi,  pur essendoci una legge che regola il comparto. Massolo sostenne che «serve un decreto non solo per nominare un super consulente di Palazzo Chigi alla cyber security, ma anche per affidargli il settore in questione, ora appannaggio del consigliere militare della presidenza del Consiglio. Inoltre la persona o la struttura che si occupa di sicurezza cibernetica (versante intelligence) al momento deve far parte dei Servizi». Cosa che Carrai non è.

Massolo, fra i vari responsabili in scadenza sembrava quello di più sicura riconferma: compirà 62 anni in ottobre, dunque non è in età da pensione, nessuno ha mai sollevato obiezioni sul suo operato, era gradito a Mattarella, tutti erano convinti – compreso l’interessato – della riconferma e sino a poche ore dalle riunione del Consiglio dei Ministri che lo ha sostituito. Ora si dice che andrà a dirigere la Fincantieri. Sembra che il nome poi scaturito, quello di Alessandro Pansa che lascia il posto di capo della Polizia a Franco Gabrielli, sia circolato all’improvviso nel primo pomeriggio con una serie di telefonate del sottosegretario delegato all’intelligence, Marco Minniti: che l’ha presentata come una scelta personale del presidente del Consiglio. C’è chi dice che questo passaggio sarebbe stato reso necessario per liberare la poltrona per Franco Gabrielli. Forse è così, ma i conti quadrano poco lo stesso: di Gabrielli alla polizia si era parlato già da giorni, ma non sembrava Massolo quello destinato ad essere sacrificato, anche perché riscuoteva il gradimento del Quirinale che condivideva le sue obiezioni alla nomina di Carrai.

La sera del 28 Renzi è stato a cena dal Presidente Mattarella, proprio per parlare delle nomine: gli ha parlato o no dell’intenzione di sostituire Massolo? Se si è strano come nel giorno dopo non ne siano stati informati tanto il Copasir quanto lo stesso Massolo. Se no e Mattarella è stato tenuto all’oscuro di tutto, sarebbe un grave sgarbo istituzionale e induce a chiedersi il perché di tanto mistero. Non sapremo mai come sono andate effettivamente le cose, ma la seconda ipotesi ci sembra più probabile così come ci sembra ragionevole che la decisione di giubilare Massolo, più che con il problema Gabrielli, abbia a che fare con la sua opposizione a Carrai e serva anche di esempio per gli altri.

Ora la nomina di Carrai è slittata a questa settimana e, sembra, avverrà sotto forma di consulenza, nello staff del Presidente del Consiglio. Insomma, Renzi ci tiene proprio a questa posizione.

Infine la nomina del generale Giorgio Toschi, attuale comandante in seconda, della Guardia di Finanza promosso alla prima posizione al posto di Saverio Capolupo che andrà in pensione tra poco. Anche questa è stata una nomina fortemente voluta personalmente da Renzi nonostante i dubbi del Quirinale a proposito dell’inchiesta in cui è coinvolto il fratello Andrea, ex presidente della banca Arner, arrestato due anni fa nell’ambito dell’inchiesta Sopaf.

D’altro canto, è ovvio che il comando generale della GdF sia una casella molto importante, soprattutto in tempi di scandali bancari (Etruria, CariMarche, Popolare Vicenza…) ed occorre scegliere bene.

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11/06/2015

Diaz, la polizia carica ancora: tutti contro il pm Zucca

Dopo le pressioni del capo della polizia Alessandro Pansa, il ministro dell'Interno Angelino Alfano ha chiesto al ministro della Giustizia di valutare un eventuale procedimento disciplinare contro il pm Enrico Zucca, che durante un incontro con il quotidiano la Repubblica aveva osato dire che, a suo parere, «la Diaz porta alla luce problemi endemici: allo stato attuale la polizia rifiuta di leggere se stessa, e a questo punto è difficile non si ripetano più quegli errori. È come se le diagnosi dei medici fossero state perennemente ignorate».

Tutto questo mentre gli avvocati del Genoa Legal Forum ricordano come «tutti i torturatori della Diaz e di Bolzaneto sono ancora in servizio, nessuno di loro è stato destituito, contrariamente a quanto richiesto dalle convenzioni internazionali e dal diritti interno».

Un classico caso di rovesciamento: è più grave dire che fare, le parole pesano più delle botte.

I fatti del G8 di Genova, a quattordici anni di distanza, continuano a rimanere un argomento difficile, almeno dalle parti del ministero dell'Interno. Ed è inutile sottolineare le tante sentenze di condanna nei confronti dell'operato delle forze dell'ordine. È inutile pure ricordare che quei giorni vennero definiti da Amnesty International «la più grande violazione dei diritti democratici in un paese occidentale dalla Seconda Guerra Mondiale» (con una certa dose di esagerazione, visto quanto accadeva e continua tuttora ad accadere in altri paesi europei). «Non a caso – scrivono ancora quelli del Genoa Legal Forum – alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo sono state negate le informazioni sui (mancati) procedimenti disciplinari nei confronti degli agenti, procedimenti che dovevano essere iniziati dopo le recenti sentenze di Cassazione; nessuna risposta è stata data alle interrogazioni parlamentari. Il segnale di continuità con il passato è stato ed è chiarissimo. Se Pansa e il ministro dell’Interno tengono al buon nome della polizia italiana possono iniziare a destituire i responsabili di quei fatti».

Intanto, a difesa del pm Zucca arriva anche una nota di Magistratura Democratica: «Siamo convinti che l’onorabilità e l’alta professionalità della Polizia italiana, presidi fondamentali della vita civile e democratica di questo Paese, non siano in alcun modo messe in discussione da un confronto franco e pubblico sugli episodi di violazione dell’art. 3 Cedu verificatesi nel nostro Paese, sulle ragioni e sulle conseguenze delle gravi violazioni dei diritti umani e sugli strumenti legislativi necessari per prevenirli. Tra i quali l’introduzione di una norma sul divieto di tortura fedele ai principi della Convenzione ONU del 1988. In democrazia occorre ragionare e capire, non rimuovere».

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15/04/2014

12 aprile, indagato il poliziotto “calpestatore” e “miope”


Ieri, in quella che i media avevano definito unanimemente ‘una dura presa di posizione’, il capo della Polizia Alessandro Pansa aveva affermato che l’agente calpestatore – quello che sabato pomeriggio era più volte salito su una ragazza già manganellata e buttata a terra dai suoi colleghi celerini insieme al ragazzo – era ‘un cretino’. Neanche una mela marcia, semplicemente un cretino. Categoria alquanto comoda se l’obiettivo è quello di distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica e dei media dal comportamento delle forze dell’ordine in quanto tali durante la repressione della manifestazione di sabato scorso a Roma e convogliare il pubblico ludibrio verso un unico, stolto agente.

«Abbiamo un cretino da identificare», aveva detto Pansa. E poi: «Quel poliziotto va sanzionato perché ha preso a calci una ragazza che stava per terra, tutti quanti gli altri che hanno lavorato vanno invece applauditi per come hanno operato e agito, con grandissima correttezza e mantenendo l’ordine pubblico. Non eccedendo assolutamente nell’esercitare la forza nei limiti della correttezza, come previsto dall’ordinamento».

Insomma tutto a posto, tranne 'il cretino'. Senza nome e senza volto, speravano forse i dirigenti di Pubblica Sicurezza. Cosa c’è di meglio di un’invettiva contro ignoti? Pure Saviano aveva colto l'assist...

Il problema è che dopo poche ore la troupe di Servizio Pubblico ha pubblicato anche la foto del volto del ‘cretino’ di cui sopra, il che ha reso le cose assai più complicate. Tant’è che è stato lo stesso agente – secondo alcune fonti si tratterebbe di un artificiere – a presentarsi spontaneamente in Questura per raccontare la propria versione dei fatti. Che poi sarebbe questa: l’uomo non si sarebbe accorto che stava schiacciando e calpestando il corpo di una giovanissima e inerme ragazza, ma credeva si trattasse di uno zaino. Uno zaino!


“Pensavo di aver calpestato uno zainetto abbandonato in strada, non ho visto la persona” ha giustificato con i suoi colleghi l’accaduto. Nella relazione della Digos è stata allegata anche la ricostruzione del poliziotto. “Stavo guardando in aria – ha detto – per controllare che nella nostra direzione non stessero arrivando bombe carta. Non ho visto la manifestante”.

La scena è rimbalzata su tg, web e social network, e parla abbastanza chiaro. In quelle immagini, immortalate in un video – forse la presenza della troupe ha evitato conseguenze ben peggiori per i due malcapitati, che poi sono Debora e Andrea, due studenti di Viareggio – si vede una ragazza stesa a terra dopo le cariche in Piazza Barberini, e il fidanzato che cerca di proteggerla da altri colpi di manganello. Nel video la coppia a terra è sovrastata da un agente del reparto mobile in piedi a gambe divaricate sopra di loro e manganello in mano, mentre un altro agente immobilizza il ragazzo mettendogli il piede sulla caviglia. Il poliziotto in borghese si avvicina e sale con il piede destro e tutto il peso del corpo sull’addome della ragazza a terra, poi si allontana verso sinistra, con apparente disinvoltura. La giovane si dimena e urla, mentre un collega fa cenno all’agente calpestatore di smetterla (troppi fotoreporter in zona…). E poi, in un’altra sequenza, si vede anche il volto del poliziotto mentre trascina un manifestante per il bavero, a terra, come un sacco di patate.

Ora le agenzie di stampa ci informano che l’agente è indagato per “lesioni”. Il pm Eugenio Albamonte, che ha ricevuto una relazione sull’accaduto da parte della Digos, contesta all’agente, anche l’aggravate dall’abuso di potere. Al momento pare che al magistrato non sia arrivata alcuna denuncia da parte della giovane manifestante.
Chi sa qualcosa di codice penale sa che il reato di lesioni è perseguibile d’ufficio solo in caso di ferite giudicate guaribili in oltre venti giorni. Forse si potrebbe aggiungere, vista la incredibile scusa utilizzata dall’artificiere, il reato di miopia. Se solo il codice penale lo contemplasse…

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16/07/2013

Pensa:... Pansa!

Chi è il nuovo capo della polizia, quello chiamato già da subito a "sbrigare la rogna Ablyazov"? Alessandro Pansa è il nuovo capo della polizia. Tutti sembrano essersi dimenticati le inchieste che l'hanno visto indagato. Ecco una ripassata sul personaggio attraverso una serie di aneddoti inediti.

La complessa quotidianità del giornalista precario ti porta sempre a rimandare quando si tratta di scrivere articoli, girare video, fare post, approfondire su temi che non fanno parte di quello che questa settimana dovrai produrre per i tuoi datori di lavoro. E’ fuori tema ... magari né scrivo quando ho tempo ... devo ricordarmi di farne un post sul blog. Così alla fine passa il tempo e di alcune cose proprio te ne dimentichi. Il prefetto Alessandro Pansa è stato nominato capo della polizia il 31 maggio scorso. In quei giorni ero a Francoforte a seguire le mobilitazioni contro la Bce della coalizione Blockupy Frankfurt. Le settimane si sono susseguite ed il tempo non l’ho mai trovato. A dire il vero ero saltato sulla sedia quando alcune settimane dopo la nomina del nuovo capo della polizia lessi, sull’edizione napoletana di La Repubblica, un editoriale del suo ex addetto stampa nella sezione lettere. Una sorta di affresco del personaggio definito un ottimo mediatore con le parti sociali tanto da, scriveva l’autore, far accettare la discarica ai manifestanti che protestavano a Chiaiano. Quando lessi questo passaggio sobbalzai. Mi resi anche conto che la storia parla da sé smentendo categoricamente quest’affermazione di un collega che evidentemente voleva spendere le proprie cartucce rispetto ad un ex datore di lavoro divenuto “very important person”.

La sua nomina è arrivata dopo lunghissime settimane di fronteggiamento tra centro destra e centro sinistra. Tra i due contendenti, ovvero il prefetto di Roma Giuseppe Pecoraro, sostenuto dal Ministro dell’Interno Alfano e dal centro destra ed il capo della Protezione Civile Franco Gabrielli, sostenuto dal Pd e dal premier Enrico Letta, lui ha fatto il terzo che gode.

Alessandro Pansa è stato Prefetto di Napoli prima di volare a Roma al Viminale a dirigere il Dipartimento Affari Territoriali. Proprio a Napoli ha avuto un ruolo molto delicato nella gestione di un periodo molto infuocato. Dal 2007 al 2010 fu Prefetto nella città dell’emergenza rifiuti, dove losche trame di potere si tessevano quotidianamente ed i conflitti di piazza erano all’ordine del giorno. Ricordo bene Pansa come un prefetto che a differenza dei suoi predecessori e soprattutto dei suoi successori, era molto attento al dialogo con le parti sociali. Gli va riconosciuta quanto meno la disponibilità a ricevere le infinite espressioni di conflitto sociale che si sviluppavano in quegli anni a Napoli, dai disoccupati organizzati che cominciavano i primi passi nel progetto Bros fino ai comitati contro le discariche. Una disponibilità che nulla aveva a che fare con la capacità di mediazione. Tutt’altro, Pansa era un custode degli interessi di quelli che erano i poteri forti di allora. Per farlo capire ai movimenti utilizzò l’arma della franchezza. Era il giugno del 2008 quando mi recai insieme ad un altro compagno ed ai rappresentanti degli enti locali in una lunghissima riunione che si tenne in prefettura a Napoli sul destino della discarica di Chiaiano. C’era un lungo tavolo al centro della stanza. Da una parte sedevano Guido Bertolaso ed Alessandro Pansa, accompagnati da militari e tecnici. Dall’altro i rappresentanti dei comuni e della municipalità. Dietro a questi ultimi, quasi in disparte c’eravamo noi. Fu un tavolo in cui il linguaggio del corpo diceva tutto. I primi si rivolgevano diretti ai secondi i quali dopo aver titubato qualche secondo si voltavano alle loro spalle per intuire in che modo dovevano rispondere alle sollecitazioni di quello che in quel momento era “Lo Stato”. Dopo qualche ora Pensa, accompagnato dall’allora capo della Digos di Napoli Antonio Sbordone, venne verso di noi. Ci fece segno di seguirlo fino all’imbocco di un corridoio che sfociava nel salone dove facevamo la riunione. Parliamo qui che lì ci stanno le telecamere ci disse. Ed attaccò così il suo ragionamento Vedete voi dite che non si deve fare una discarica? E loro propongono di fare due inceneritori. Voi dite che non vanno bene nemmeno quelli ? E loro dicono che ce ne vogliono tre! Allora statemi a sentire…non c’è niente da fare arrendetevi. Un discorso abbastanza disarmante. Per la cronaca la discarica di Chiaiano aprì ma è stata l’ultima aperta in Campania così come l’inceneritore di Acerra che resta il solo realizzato dei tre programmati. Ci furono tanti altri incontri con Pansa tra il 2007 ed il 2010, sempre votati alla schiettezza, senza mai lasciare, sebbene con grande signorilità, spazio a possibili spiragli. Quella stagione gli costò tanto. Il ragionamento che fece in quel corridoio lontano dalle telecamere di sorveglianza doveva esserselo fatto anche nella sua testa. Fu l’inchiesta “Rompiballe” a rovinare la sua permanenza a Napoli. Due pm, Paolo Sirleo e Giuseppe Noviello, si misero ad indagare sul sistema di smaltimento dei rifiuti nelle discariche campane. Pansa, da Prefetto, fu anche commissario straordinario all’emergenza rifiuti nel 2007. Fu lui ad individuare in un primo momento la discarica di Pianura come luogo dove portarci la monnezza di Napoli. Non ebbe grandi risultati. A lui subentrò Gianni De Gennaro a cui infine subentrò nel maggio del 2008 Bertolaso. La catena di comando prevedeva subito dopo il commissariato straordinario, la Prefettura come soggetto istituzionale di comando. Tra le accuse dei pm Noviello e Sirleo, c'é infatti quella di aver consentito in alcune occasioni che le balle di spazzatura – teoricamente rifiuti trattati e resi così idonei allo smaltimento in un termovalorizzatore – venissero aperte, e il contenuto inviato in discarica. Un disastro di cui ancora oggi paghiamo il conto. I due pm vennero osteggiati in maniera durissima dall’allora procuratore capo Giovandomenico Lepore. Il capo provò in tutti i modi a far desistere Noviello e Sirleo dal mettere sotto indagine il prefetto, a testimonianza di come quel patto tra poteri forti che tenne in scacco la Campania tra il 2007 ed il 2010 e che raccolse un’ondata di mobilitazioni e rabbia sociale ancora oggi ineguagliata, era trasversale a tutti i livelli istituzionali. Le intercettazioni ed il lavoro di indagine dei Noe dei Carabinieri parlavano chiaro, ma alla fine la posizione dell’allora prefetto fu archiviata. I due pm, gli stessi del processo Impregilo-Bassolino finito in una nuvola di prescrizioni poche settimane fa, decisero di lasciare Napoli dopo quell’incredibile tira e molla che vedeva impegnati in realtà, anche se in senso metaforico, la legalità contro la giustizia.

Quella resta comunque una vicenda mai chiarita da parte dell’attuale capo della Polizia così come i tanti buchi neri della sua esperienza napoletana di quegli anni. Pansa fu indagato anche nella inchiesta sulle bonifiche affidate dalla Regione Campania di Antonio Bassolino all’azienda romana Jacorossi nel 2009 e nel 2011, quando ormai era già a Roma, finì indagato insieme a 41 persone per la vicenda dello sversamento del percolato delle discariche campane in mare. Nella stessa inchiesta finirono anche alti dirigenti del Ministero dell’Ambiente e lo stesso Bertolaso.

Questioni tutt’altro che chiarite pubblicamente.

Fa davvero impressione notare che tra i tanti “strilloni” che sono in parlamento in questa legislatura a nessuno sia venuto in mente di chiedere al nuovo capo della polizia di chiarire quelle vicende. Curioso che nessun “teorico del complotto” non abbia avuto da lamentarsi sulla nomina di Pansa, con il suo passato di inchieste sui danni ambientali. Ma già quando lasciò Napoli il prefetto si sentiva più tranquillo. Lo incontrai di mattina presto in una giornata di primavera del 2011. Intorno alle sette del mattino mi recai a fare colazione in un bar su Corso Umberto proprio all’incrocio con Via Mezzocannone. Entrando notai le auto blu fuori e la scorta ferma vicino al bancone del barista. Ci riconoscemmo subito. Prefetto come va? Si sta bene a Roma? gli dissi.

Mi rispose sfoderando un gran sorriso Ah si guardi è tutto un altro mondo!

Infatti... s’è visto...

Fonte

Il giornalismo che mi piace!
PS: i grillini a sto giro dove stanno?