Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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03/05/2020
Ci sarà un maxi-processo per chi ha moltiplicato la strage?
Se avete sintomi da Covid-19 e chiamate il 118, l’operatore vi risponderà: “Stia a casa, prenda la tachipirina e ci richiami solo quando avrà una crisi respiratoria grave”. Avete, pertanto, ottime possibilità di crepare prima che arrivi l’autoambulanza oppure più tardi attaccato ad un ventilatore.
Va bene che il virus era sconosciuto, molto contagioso ed, in taluni casi, letale etc. Ma la causa di questo enorme numero di morti (ad oggi 28.710 di cui quasi 7.000 anziani nelle RSA) che ci sono stati in Italia – Lombardia in primis – non si spiega solo con le caratteristiche del coronavirus.
È, anche e soprattutto, la conseguenza della devastante sottrazione di risorse e personale degli ultimi 10 anni al SSN, della privatizzazione selvaggia di ospedali e laboratori e della deterritorializzazione (drastica riduzione dei medici di base e della medicina preventiva) del servizio.
Sono numeri impressionanti quelli che spiegano perché l’Italia è arrivata impreparata da un punto di vista ospedaliero e sanitario ad affrontare l’epidemia da Covid-19.
Sono stati resi noti appena qualche settimana dalla Fondazione Gimbe che ha pubblicato un dettagliato rapporto sui tagli alla sanità nel decennio 2010-2019.
I responsabili della situazione drammatica in cui il nostro Servizio Sanitario Nazionale sta affrontando la pandemia da Covid-19, quindi, hanno un nome e un cognome e sono coloro che hanno approvato, firmato e permesso un taglio complessivo di 0,4 punti percentuali del Pil nazionale in 10 anni alla sanità pubblica sia sotto forma di riduzione del budget sia per mancata erogazione di fondi promessi e mai stanziati.
Vale la pena di ricordarli.
Mario Monti tra il 2012 e il 2013 ha applicato tagli alla sanità per 8 miliardi di euro; il governo guidato da Enrico Letta, con la finanziaria del 2014 ha fatto sparire dal SSN 8,4 miliardi di euro; Matteo Renzi nel triennio successivo (2015-2017) è riuscito a tagliare al Ssn 16,6 miliardi di euro.
Con la finanziaria del 2018 Paolo Gentiloni ha proseguito nel solco tracciato dai suoi predecessori e a ospedali e strutture sanitarie nazionali sono stati tagliati 3,3 miliardi di euro. Giuseppe Conte ha chiuso il cerchio con un taglio di 0,6 miliardi.
Di ciò, dunque, sono responsabili tutti i partiti che hanno governato il paese e le regioni italiane negli ultimi 10 anni e sono davvero tanti, come i mafiosi messi dentro da Falcone e Borsellino tanto che ci vorrebbe per loro un nuovo maxi-processo per strage colposa e prolungata.
Ma non sottovalutiamo la grande spinta dei grandi gruppi assicurativi di cui ormai Cgil, Cisl e Uil sono solo degli sportelli sul territorio e nei posti di lavoro.
Certo, in Lombardia questa pratica criminosa di speculare sulla salute delle persone ha raggiunto livelli inimmaginabili accompagnata da una corruzione endemica e sistematica. E tuttavia anche il Lazio di Zingaretti e l’Emilia Romagna di Bonaccini non è che abbiano seguito strade molto diverse.
In attesa della prevedibile nuova ondata di contagi e decessi dato il recentissimo cedimento governativo ai desiderata del nuovo falco di Confindustria Bonomi, vedremo se i magistrati faranno quel che dovrebbero fare o ubbidiranno agli ordini dei loro capicorrente che – come ha certificato il caso Palamara & co. – li tengono appesi a favori, trasferimenti e progressioni di carriera in cambio di addomesticamenti, omissioni e manovre contro colleghi invisi alla camarilla di turno.
Ma il fatto che proprio quell’indagine della Procura di Perugia sia sparita dai radar, che si siano perse le tracce del procedimento disciplinare del Csm e che anche la decisione dei probiviri dell’Anm sulle toghe coinvolte nel caso “Palamara” sia finita nel cassetto, certo, non depone bene.
Come segnalato, infatti, dal Riformista del 20 gennaio scorso, dal Palazzaccio di piazza Cavour, sede dell’Anm, non si hanno da mesi più notizie sullo stato del fascicolo per violazione del codice etico aperto a carico dei magistrati coinvolti nelle cene dello scorso maggio con i deputati del Pd Cosimo Ferri, ora Italia viva, e Luca Lotti, dove si discuteva delle nomine di alcune Procure, iniziando da quella di Roma.
Fonte
05/08/2015
Tagliare i salari pubblici per dare ossigeno al capitale finanziaio
Dall’opuscolo: La guerra del governo contro gli sfruttati
3. Blocco contratti del pubblico impiego: derubare i lavoratori per ingrassare i capitalisti
Nella lettera che la BCE scrisse, con firma congiunta Trichet e Draghi, al governo italiano nell’agosto 2011 indicando le misure che dovevano essere prese per risanare il bilancio statale si leggeva fra l’altro:
Seguendo le indicazioni della BCE (si scrive indicazioni si legge diktat), il governo Monti operò un blocco degli aumenti delle pensioni superiori ai 1500 euro lordi, in pratica operando lo stesso meccanismo già sperimentato sui contratti pubblici.
Dopo le sentenze della Corte Costituzionale che ha sancito l’incostituzionalità sia del blocco delle pensioni sia di quello dei contratti statali, sappiamo che buona parte del “risanamento” operato dai vari governi succedutesi negli ultimi anni è stato fatto sulla pelle di queste due categorie: 50 miliardi di euro che il governo ha risparmiato e che vanno aggiunti ai tagli sulla sanità, sulla scuola, sui servizi sociali. Segni indelebili sulla società italiana a cui vanno sommati la disoccupazione giovanile di massa, la precarizzazione dei rapporti di lavoro, i licenziamenti, ecc. al fine di realizzare la contrazione della domanda interna (per diminuire le importazioni e favorire le esportazioni, panacea di tutti i mali, secondo le sanguisughe della finanza mondiale).
E’ evidente come i governi violino ormai abitualmente le leggi dello Stato: la Corte Costituzionale ha evidenziato l'illegittimità dei provvedimenti sul contratto degli statali e sul blocco delle pensioni, è recente la decisione di far riaprire con un decreto legge governativo gli stabilimenti di Monfalcone e Taranto, bloccati da provvedimenti della magistratura dopo gravi inadempienze delle Società Fincantieri e Ilva. Il tutto con la scusa di salvaguardare i posti di lavoro!
Per tornare ai dipendenti pubblici è stato calcolato che il blocco dei contratti sia costato, in media, circa il 10% dei loro salari per un totale di circa 35 miliardi di euro in cinque anni, mentre negli ultimi anni si sono persi 221mila posti di lavoro nel pubblico impiego. Soldi che lo stato ha risparmiato e che sono serviti a ripagare il debito verso gli speculatori internazionali, a finanziare le spese e le avventure militari all’estero, a salvare le banche. E’ notizia di questi giorni che lo Stato italiano è divenuto il secondo socio per importanza del Monte dei Paschi di Siena grazie ad un prestito, mai restituito, di circa 5 miliardi di euro.
Insomma: un enorme travaso di soldi dalle tasche dei lavoratori, dei pensionati, dei precari a quelle dei capitalisti.
Fonte
3. Blocco contratti del pubblico impiego: derubare i lavoratori per ingrassare i capitalisti
Nella lettera che la BCE scrisse, con firma congiunta Trichet e Draghi, al governo italiano nell’agosto 2011 indicando le misure che dovevano essere prese per risanare il bilancio statale si leggeva fra l’altro:
E’ possibile intervenire ulteriormente nel sistema pensionistico, rendendo più rigorosi i criteri di idoneità per le pensioni di anzianità e riportando l’età del ritiro delle donne nel settore privato rapidamente in linea con quella stabilita per il settore pubblico, così ottenendo dei risparmi già nel 2012. Inoltre, il Governo dovrebbe valutare una riduzione significativa dei costi del pubblico impiego, rafforzando le regole per il turnover e, se necessario, riducendo gli stipendi.Il governo Berlusconi aveva in realtà già provveduto a bloccare i contratti degli impiegati pubblici fin dall’anno prima, riducendo di fatto gli stipendi agli statali. Stipendi che di fatto erano già fermi visto che ormai da almeno 10 anni il rinnovo contrattuale nel pubblico impiego si limitava a reintegrare solo l’inflazione programmata dal governo (e quindi neppure quella reale, sempre superiore) e quindi non comportava di fatto aumenti reali. Il blocco deciso da Berlusconi verrà poi confermata sia dal governo Monti, il “sobrio” tecnico inviatoci dai poteri forti della finanza europea, sia da quello Letta, un altro politico molto ben visto in tali ambienti, che da quello Renzi, lo scendiletto di Francoforte e Bruxelles.
Seguendo le indicazioni della BCE (si scrive indicazioni si legge diktat), il governo Monti operò un blocco degli aumenti delle pensioni superiori ai 1500 euro lordi, in pratica operando lo stesso meccanismo già sperimentato sui contratti pubblici.
Dopo le sentenze della Corte Costituzionale che ha sancito l’incostituzionalità sia del blocco delle pensioni sia di quello dei contratti statali, sappiamo che buona parte del “risanamento” operato dai vari governi succedutesi negli ultimi anni è stato fatto sulla pelle di queste due categorie: 50 miliardi di euro che il governo ha risparmiato e che vanno aggiunti ai tagli sulla sanità, sulla scuola, sui servizi sociali. Segni indelebili sulla società italiana a cui vanno sommati la disoccupazione giovanile di massa, la precarizzazione dei rapporti di lavoro, i licenziamenti, ecc. al fine di realizzare la contrazione della domanda interna (per diminuire le importazioni e favorire le esportazioni, panacea di tutti i mali, secondo le sanguisughe della finanza mondiale).
E’ evidente come i governi violino ormai abitualmente le leggi dello Stato: la Corte Costituzionale ha evidenziato l'illegittimità dei provvedimenti sul contratto degli statali e sul blocco delle pensioni, è recente la decisione di far riaprire con un decreto legge governativo gli stabilimenti di Monfalcone e Taranto, bloccati da provvedimenti della magistratura dopo gravi inadempienze delle Società Fincantieri e Ilva. Il tutto con la scusa di salvaguardare i posti di lavoro!
Per tornare ai dipendenti pubblici è stato calcolato che il blocco dei contratti sia costato, in media, circa il 10% dei loro salari per un totale di circa 35 miliardi di euro in cinque anni, mentre negli ultimi anni si sono persi 221mila posti di lavoro nel pubblico impiego. Soldi che lo stato ha risparmiato e che sono serviti a ripagare il debito verso gli speculatori internazionali, a finanziare le spese e le avventure militari all’estero, a salvare le banche. E’ notizia di questi giorni che lo Stato italiano è divenuto il secondo socio per importanza del Monte dei Paschi di Siena grazie ad un prestito, mai restituito, di circa 5 miliardi di euro.
Insomma: un enorme travaso di soldi dalle tasche dei lavoratori, dei pensionati, dei precari a quelle dei capitalisti.
Fonte
02/05/2015
Blocco delle pensioni? Incostituzionale e arbitrario
Governi della Troika, governi incostituzionali. Non solo o non tanto nel meccanismo formale della loro formazione, quanto proprio nella “testa”. Ovvero nel modo di concepire l'azione di governo come finalizzata al raggiungimento di obiettivi estranei e “nemici” del patto costituzionale vigente dentro un paese.
La sentenza con cui oggi la Corte Costituzionale ha bocciato il blocco della “perequazione delle pensioni” – deciso dal governo Monti-Fornero pochi giorni dopo il proprio insediamento, a dicembre 2011, con il famoso “decreto Salva-Italia – è una plastica dimostrazione di questa estraneità.
La storia aveva suscitato opposizione sociale ma, com'è ormai regola dei governi decisi a Bruxelles e imposti da Giorgio Napolitano, se ne sono fottuti allegramente. In pratica, tutti coloro che ricevono un assegno pensionistico di un importo “tre volte superiore al minimo” (da 1.217 euro netti in su) si sono visti fermare per un periodo indefinito l'adeguamento all'inflazione. Le esigenze del bilancio pubblico, di fatto, sono state considerate in quel caso prevalenti su ogni diritti acquisito, ovvero su ogni altra legge dello Stato.
Peccato, veramente un peccato, che la Costituzione nata dalla Resistenza non contemplasse i criteri ragionieristi come prevalenti. Così l'art. 24 del decreto legge 201/2011 da oggi non esiste più. E si apre un clamoroso buco di bilancio per il governo che giurava di aver messo da parte un “tesoretto” con cui fare un po' di spot “di sinistra”. Tutti i pensionati – tranne quelli che nel frattempo sono morti – che in questi quattro anni si sono visti azzerare ogni rivalutazione dovranno infatti essere risarciti con la restituzione del maltolto. L'unica fortuna del governo è insomma nel fatto che l'inflazione nel frattempo si è praticamente azzerata, anzi in questi ultimi mesi è scesa sottozero. Quindi le cifre pro capite da pagare non saranno poi un granché. L'impatto sui conti pubblici, stimato dall'Avvocatura dello Stato al momento dell'udienza pubblica, sarebbe di circa 1,8 miliardi per il 2012 e circa 3 miliardi per il 2013. Ci vanno perciò aggiunti almeno altri 3 miliardi, portando così il “buco” ad almeno 8 miliardi.
In quel governo c'era il “dissidente” Stefano Fassina, in qualità addirittura di viceministro dell'economia. Che naturalmente approvò la decisione per “causa di forza maggiore”, così come tutti gli altri piddini di punta e di coda.
Addirittura oggi Elsa Fornero ha provato ad allontanare da sé la responsabilità di quella decisione oggi bocciata, sostenendo in modo penoso che “fu una scelta del governo, non mia”. Come se invece che per fare il ministro del lavoro si trovasse lì per caso...
Nella sentenza depositata oggi c'è scritto che «l'interesse dei pensionati, in particolar modo i titolari di trattamenti previdenziali modesti, è teso alla conservazione del potere di acquisto delle somme percepite, da cui deriva in modo consequenziale il diritto a una prestazione previdenziale adeguata». Tale diritto, «costituzionalmente fondato, risulta irragionevolmente sacrificato nel nome di esigenze finanziarie non illustrate in dettaglio».
Ricordiamo infatti ai colleghi della stampa mainstream che 1.217 euro al mese non sono un “privilegio”, ma un livello quasi minimo di sopravvivenza. Neanche paragonabile, del resto, con quello che percepiranno o percepiscono loro (si può scrivere tranquillamente anche oltre i 70 anni, cumulando pensione e collaborazioni, al contrario dei mestieri fatti da quasi tutti coloro che prendono 1.200 euro).
La Consulta, nell'argomentare la bocciatura, bacchetta anche lo stile ragioniseristico frettoloso del governo Monti (confermato poi da quelli Letta e Renzi). Quando decidono di tagliare, infatti, portano nei decreti motivazioni generiche, mentre l'esito per chi viene “tagliato” (in questo casi i pensionati) ha conseguenze pesanti. «Deve rammentarsi che, per le modalità con cui opera il meccanismo della perequazione, ogni eventuale perdita del potere di acquisto del trattamento, anche se limitata a periodi brevi, è, per sua natura, definitiva. Le successive rivalutazioni saranno, infatti, calcolate non sul valore reale originario, bensì sull'ultimo importo nominale, che dal mancato adeguamento è già stato intaccato».
Peggio ancora per quanto riguarda la misura del taglio deciso. «La censura relativa al comma 25 dell'art. 24 del decreto legge n. 201 del 2011, se vagliata sotto i profili della proporzionalità e adeguatezza del trattamento pensionistico induce a ritenere che siano stati valicati i limiti di ragionevolezza e proporzionalità, con conseguente pregiudizio per il potere di acquisto del trattamento stesso e con irrimediabile vanificazione delle aspettative legittimamente nutrite dal lavoratore per il tempo successivo alla cessazione della propria attività».
Un decreto insomma che è stato scritto da analfabeti o da consapevoli golpisti contro i diritti costituzionali dei cittadini. «Risultano, dunque, intaccati i diritti fondamentali connessi al rapporto previdenziale, fondati su inequivocabili parametri costituzionali: la proporzionalità del trattamento di quiescenza, inteso quale retribuzione differita (art. 36 Costituzione) e l'adeguatezza (art. 38).
Ci voleva la Corte Costituzionale per ricordare a tutti che le pensioni non sono un “regalo dello Stato”, ma retribuzione differita. Ossia soldi guadagnati con il lavoro e accantonati per riaverli poi, a rate e secondo un criterio di solidarietà complessiva, quando le forze per lavorare inevitabilmente finiscono.
I parametri della Costituzione confliggono con quelli di Maastricht o del Fiscal Compact. Per questo tutti i governi della Troika vogliono smontarla.
Fonte
La sentenza con cui oggi la Corte Costituzionale ha bocciato il blocco della “perequazione delle pensioni” – deciso dal governo Monti-Fornero pochi giorni dopo il proprio insediamento, a dicembre 2011, con il famoso “decreto Salva-Italia – è una plastica dimostrazione di questa estraneità.
La storia aveva suscitato opposizione sociale ma, com'è ormai regola dei governi decisi a Bruxelles e imposti da Giorgio Napolitano, se ne sono fottuti allegramente. In pratica, tutti coloro che ricevono un assegno pensionistico di un importo “tre volte superiore al minimo” (da 1.217 euro netti in su) si sono visti fermare per un periodo indefinito l'adeguamento all'inflazione. Le esigenze del bilancio pubblico, di fatto, sono state considerate in quel caso prevalenti su ogni diritti acquisito, ovvero su ogni altra legge dello Stato.
Peccato, veramente un peccato, che la Costituzione nata dalla Resistenza non contemplasse i criteri ragionieristi come prevalenti. Così l'art. 24 del decreto legge 201/2011 da oggi non esiste più. E si apre un clamoroso buco di bilancio per il governo che giurava di aver messo da parte un “tesoretto” con cui fare un po' di spot “di sinistra”. Tutti i pensionati – tranne quelli che nel frattempo sono morti – che in questi quattro anni si sono visti azzerare ogni rivalutazione dovranno infatti essere risarciti con la restituzione del maltolto. L'unica fortuna del governo è insomma nel fatto che l'inflazione nel frattempo si è praticamente azzerata, anzi in questi ultimi mesi è scesa sottozero. Quindi le cifre pro capite da pagare non saranno poi un granché. L'impatto sui conti pubblici, stimato dall'Avvocatura dello Stato al momento dell'udienza pubblica, sarebbe di circa 1,8 miliardi per il 2012 e circa 3 miliardi per il 2013. Ci vanno perciò aggiunti almeno altri 3 miliardi, portando così il “buco” ad almeno 8 miliardi.
In quel governo c'era il “dissidente” Stefano Fassina, in qualità addirittura di viceministro dell'economia. Che naturalmente approvò la decisione per “causa di forza maggiore”, così come tutti gli altri piddini di punta e di coda.
Addirittura oggi Elsa Fornero ha provato ad allontanare da sé la responsabilità di quella decisione oggi bocciata, sostenendo in modo penoso che “fu una scelta del governo, non mia”. Come se invece che per fare il ministro del lavoro si trovasse lì per caso...
Nella sentenza depositata oggi c'è scritto che «l'interesse dei pensionati, in particolar modo i titolari di trattamenti previdenziali modesti, è teso alla conservazione del potere di acquisto delle somme percepite, da cui deriva in modo consequenziale il diritto a una prestazione previdenziale adeguata». Tale diritto, «costituzionalmente fondato, risulta irragionevolmente sacrificato nel nome di esigenze finanziarie non illustrate in dettaglio».
Ricordiamo infatti ai colleghi della stampa mainstream che 1.217 euro al mese non sono un “privilegio”, ma un livello quasi minimo di sopravvivenza. Neanche paragonabile, del resto, con quello che percepiranno o percepiscono loro (si può scrivere tranquillamente anche oltre i 70 anni, cumulando pensione e collaborazioni, al contrario dei mestieri fatti da quasi tutti coloro che prendono 1.200 euro).
La Consulta, nell'argomentare la bocciatura, bacchetta anche lo stile ragioniseristico frettoloso del governo Monti (confermato poi da quelli Letta e Renzi). Quando decidono di tagliare, infatti, portano nei decreti motivazioni generiche, mentre l'esito per chi viene “tagliato” (in questo casi i pensionati) ha conseguenze pesanti. «Deve rammentarsi che, per le modalità con cui opera il meccanismo della perequazione, ogni eventuale perdita del potere di acquisto del trattamento, anche se limitata a periodi brevi, è, per sua natura, definitiva. Le successive rivalutazioni saranno, infatti, calcolate non sul valore reale originario, bensì sull'ultimo importo nominale, che dal mancato adeguamento è già stato intaccato».
Peggio ancora per quanto riguarda la misura del taglio deciso. «La censura relativa al comma 25 dell'art. 24 del decreto legge n. 201 del 2011, se vagliata sotto i profili della proporzionalità e adeguatezza del trattamento pensionistico induce a ritenere che siano stati valicati i limiti di ragionevolezza e proporzionalità, con conseguente pregiudizio per il potere di acquisto del trattamento stesso e con irrimediabile vanificazione delle aspettative legittimamente nutrite dal lavoratore per il tempo successivo alla cessazione della propria attività».
Un decreto insomma che è stato scritto da analfabeti o da consapevoli golpisti contro i diritti costituzionali dei cittadini. «Risultano, dunque, intaccati i diritti fondamentali connessi al rapporto previdenziale, fondati su inequivocabili parametri costituzionali: la proporzionalità del trattamento di quiescenza, inteso quale retribuzione differita (art. 36 Costituzione) e l'adeguatezza (art. 38).
Ci voleva la Corte Costituzionale per ricordare a tutti che le pensioni non sono un “regalo dello Stato”, ma retribuzione differita. Ossia soldi guadagnati con il lavoro e accantonati per riaverli poi, a rate e secondo un criterio di solidarietà complessiva, quando le forze per lavorare inevitabilmente finiscono.
I parametri della Costituzione confliggono con quelli di Maastricht o del Fiscal Compact. Per questo tutti i governi della Troika vogliono smontarla.
Fonte
11/02/2015
Sanzioni al business delle slot. Finisce a tarallucci e vino?
Ha impiegato ben 8 anni, per ridursi da 98 miliardi di euro a 857 milioni di euro ed ora sta giungendo a conclusione. Stiamo parlando dell’annosa e infida questione della sanatoria fatta dal governo Monti-Letta-Renzi, della sanzione di 98 mld di € (novantotto miliardi di euro!!) alle società concessionarie del gioco d'azzardo legalizzato.
La sentenza ha riguardato le sole due società (Bplus e Hbg) che avevano fatto ricorso alla precedente sentenza di condanna; accettata invece dalle altre (Cogetech, Sisal, Gamenet, Snai, G.Matica, Cirsa, Gtech e Codere), che avevano già chiuso la vertenza pagando il 30% delle somme dovute (430 milioni di euro) con il condono deciso nel 2013 dal governo Letta attraverso il decreto sull'Imu.
La vicenda ancora non è conclusa e definita in quanto è in arrivo un’ulteriore sessione giudiziaria prevista il prossimo 12 marzo, quando il Tar del Lazio sarà chiamato a pronunciarsi su una interdittiva antimafia emessa dal Prefetto di Roma (norma prevista dai regolamenti di autorizzazione, per la installazione delle Slot-machine, che nel sistema del “gioco Legalizzato” limita le autorizzazione alle società che hanno residenza fiscale nei “paradisi fiscali” o hanno contatti o collegamenti con associazioni di stampo illegale, mafioso e criminale, ndr).
Essendo stata emessa a fine luglio, la Procura di Milano ha chiesto il rinvio a giudizio, tra gli altri, di Francesco Corallo (proprietario della Bplus, oggi presente con altro nome societario ma erede diretto della precedente gestione) per un presunto finanziamento illecito elargito dalla Bpm (Banca Popolare di Milano) vicenda sulla quale è in corso un’inchiesta da parte della procura milanese: Inoltre la società ha oggi cambiato nome continuando però a drenare risorse verso la casa madre: 12 milioni a giugno, più altri 15 a luglio, riducendo la liquidità.
Su questo sta indagando la Direzione Distrettuale Antimafia per una presunta evasione fiscale da 23 milioni, in parte finiti all’estero; nel dicembre scorso, è stata emessa una nuova interdittiva, che segnala “rapporti contrattuali con esercenti con precedenti penali”, infrangendo così una delle normative previste dalla legge di autorizzazione per la concessione delle licenze per il settore “gioco”; prolungandone così il commissariamento. Si decide tutto il 12 marzo.
Che finisse a “tarallucci e vino” era cosa ormai accertata, e accettata dai molti esponenti; sia del governo sia da parte di quei parlamentari facente parte, delle lobbies delle stesse aziende del settore del “gioco d’azzardo legalizzato”!
L’altro, e forse ben più grave aspetto, consiste nel fatto che tutta questa vicenda si tramuti poi in una vera e propria “beffa” ai danni sia dei contribuenti sia delle autorità che hanno indagato su questo business collocato in una “zona grigia”, soprattutto per quanto riguarda i danni dell’erario attraverso l’enorme elusione-evasione fiscale per non aver collegato gli apparecchi al sistema informatico di controllo dei Monopoli, gestito dalla Sogei.
Su questo annoso problema, è tornato in questi giorni a parlare “Il Fatto quotidiano”. In particolare con un servizio dedicato alla vicenda del ten. Colonnello della Guardia di finanza Umberto Rapetto. In un verbale inedito, l’ex comandante del Nucleo Speciale Frodi Telematiche, spiega quanto resocontato all’autorità competente di allora, rappresentata da un generale di Corpo d’Armata. In questa nota, tra le altre si evidenzia come si sia tentato di bloccare l’inchiesta dei Gat (Gruppo Antifrode Telematiche, creato dallo stesso Rapetto). Nella nota, l'ufficiale della Guardia di Finanza scrive che: “Ricordo una nota del Generale xxxx che mi invitava a comunicare al magistrato contabile la nostra incompetenza formale, proponendo di rivolgere la delega al Nucleo di PT. Il dott. xxxx non accolse l’invito verso il quale fu anzi molto critico, pregandomi di segnalare a lui eventuali tentativi d’interferenza con le indagini da parte dei miei superiori”.
Si configura così un vero e proprio “blocco” delle indagini che il Gat della Guardia di Finanza, stava effettuando e che poi avrebbe portato alla formulazione sia della condanna sia della colossale cifra da sanzionare. La “beffa” finale è rappresentata dall’improvviso (ma non tanto strano) allontanamento del fondatore e comandante del Gat al tempo delle indagini, Umberto Rapetto (poi dimessosi). Su queste “dimissioni volontarie” ci sono state numerose interrogazioni parlamentari e un ampio dibattito pubblico, alimentato soprattutto dal Movimento 5 Stelle. Rimosso un funzionario scomodo, l’intera vicenda è potuta passare così dai 98 mld previsti nella sentenza del 2012 agli 857 milioni di euro, una cifra distante anni luce.
Come in tutte le vicende che vedono sanzioni contro allegri o ambigui “proprietari aziendali” chi ci perderà sicuramente sono gli incolpevoli protagonisti, cioè i lavoratori del settore. Infatti questa sentenza complica non poco il futuro di Bplus, vero colosso del settore – 300 posti di lavoro e un miliardo di euro versato all’Erario. La società, con base a Londra, ha già depositato ricorso alla Corte Europea dei diritti dell’uomo, ed è commissariata dallo scorso agosto. Se la casa madre non paga, partirà una complessa procedura permessa da un legge Ue del 2001 per ottenere il denaro, altrimenti si provvederà a un difficile pignoramento dei beni in capo a Bplus Italia.
Che tutto questo avvenga senza colpo ferire nè reazioni significative, appare emblematico dell'intreccio di interessi tra le società concessionarie, il business del gioco d'azzardo legalizzato e le istituzioni.
Indicativi delle frustrazioni ma anche della rabbia di quei pezzi di società meno distratti o meno indulgenti verso questa “macchina da soldi”, sono alcuni commenti comparsi sul blog de il Fatto e che vi segnaliamo come ulteriori elementi di riflessione:
Fonte
La sentenza ha riguardato le sole due società (Bplus e Hbg) che avevano fatto ricorso alla precedente sentenza di condanna; accettata invece dalle altre (Cogetech, Sisal, Gamenet, Snai, G.Matica, Cirsa, Gtech e Codere), che avevano già chiuso la vertenza pagando il 30% delle somme dovute (430 milioni di euro) con il condono deciso nel 2013 dal governo Letta attraverso il decreto sull'Imu.
La vicenda ancora non è conclusa e definita in quanto è in arrivo un’ulteriore sessione giudiziaria prevista il prossimo 12 marzo, quando il Tar del Lazio sarà chiamato a pronunciarsi su una interdittiva antimafia emessa dal Prefetto di Roma (norma prevista dai regolamenti di autorizzazione, per la installazione delle Slot-machine, che nel sistema del “gioco Legalizzato” limita le autorizzazione alle società che hanno residenza fiscale nei “paradisi fiscali” o hanno contatti o collegamenti con associazioni di stampo illegale, mafioso e criminale, ndr).
Essendo stata emessa a fine luglio, la Procura di Milano ha chiesto il rinvio a giudizio, tra gli altri, di Francesco Corallo (proprietario della Bplus, oggi presente con altro nome societario ma erede diretto della precedente gestione) per un presunto finanziamento illecito elargito dalla Bpm (Banca Popolare di Milano) vicenda sulla quale è in corso un’inchiesta da parte della procura milanese: Inoltre la società ha oggi cambiato nome continuando però a drenare risorse verso la casa madre: 12 milioni a giugno, più altri 15 a luglio, riducendo la liquidità.
Su questo sta indagando la Direzione Distrettuale Antimafia per una presunta evasione fiscale da 23 milioni, in parte finiti all’estero; nel dicembre scorso, è stata emessa una nuova interdittiva, che segnala “rapporti contrattuali con esercenti con precedenti penali”, infrangendo così una delle normative previste dalla legge di autorizzazione per la concessione delle licenze per il settore “gioco”; prolungandone così il commissariamento. Si decide tutto il 12 marzo.
Che finisse a “tarallucci e vino” era cosa ormai accertata, e accettata dai molti esponenti; sia del governo sia da parte di quei parlamentari facente parte, delle lobbies delle stesse aziende del settore del “gioco d’azzardo legalizzato”!
L’altro, e forse ben più grave aspetto, consiste nel fatto che tutta questa vicenda si tramuti poi in una vera e propria “beffa” ai danni sia dei contribuenti sia delle autorità che hanno indagato su questo business collocato in una “zona grigia”, soprattutto per quanto riguarda i danni dell’erario attraverso l’enorme elusione-evasione fiscale per non aver collegato gli apparecchi al sistema informatico di controllo dei Monopoli, gestito dalla Sogei.
Su questo annoso problema, è tornato in questi giorni a parlare “Il Fatto quotidiano”. In particolare con un servizio dedicato alla vicenda del ten. Colonnello della Guardia di finanza Umberto Rapetto. In un verbale inedito, l’ex comandante del Nucleo Speciale Frodi Telematiche, spiega quanto resocontato all’autorità competente di allora, rappresentata da un generale di Corpo d’Armata. In questa nota, tra le altre si evidenzia come si sia tentato di bloccare l’inchiesta dei Gat (Gruppo Antifrode Telematiche, creato dallo stesso Rapetto). Nella nota, l'ufficiale della Guardia di Finanza scrive che: “Ricordo una nota del Generale xxxx che mi invitava a comunicare al magistrato contabile la nostra incompetenza formale, proponendo di rivolgere la delega al Nucleo di PT. Il dott. xxxx non accolse l’invito verso il quale fu anzi molto critico, pregandomi di segnalare a lui eventuali tentativi d’interferenza con le indagini da parte dei miei superiori”.
Si configura così un vero e proprio “blocco” delle indagini che il Gat della Guardia di Finanza, stava effettuando e che poi avrebbe portato alla formulazione sia della condanna sia della colossale cifra da sanzionare. La “beffa” finale è rappresentata dall’improvviso (ma non tanto strano) allontanamento del fondatore e comandante del Gat al tempo delle indagini, Umberto Rapetto (poi dimessosi). Su queste “dimissioni volontarie” ci sono state numerose interrogazioni parlamentari e un ampio dibattito pubblico, alimentato soprattutto dal Movimento 5 Stelle. Rimosso un funzionario scomodo, l’intera vicenda è potuta passare così dai 98 mld previsti nella sentenza del 2012 agli 857 milioni di euro, una cifra distante anni luce.
Come in tutte le vicende che vedono sanzioni contro allegri o ambigui “proprietari aziendali” chi ci perderà sicuramente sono gli incolpevoli protagonisti, cioè i lavoratori del settore. Infatti questa sentenza complica non poco il futuro di Bplus, vero colosso del settore – 300 posti di lavoro e un miliardo di euro versato all’Erario. La società, con base a Londra, ha già depositato ricorso alla Corte Europea dei diritti dell’uomo, ed è commissariata dallo scorso agosto. Se la casa madre non paga, partirà una complessa procedura permessa da un legge Ue del 2001 per ottenere il denaro, altrimenti si provvederà a un difficile pignoramento dei beni in capo a Bplus Italia.
Che tutto questo avvenga senza colpo ferire nè reazioni significative, appare emblematico dell'intreccio di interessi tra le società concessionarie, il business del gioco d'azzardo legalizzato e le istituzioni.
Indicativi delle frustrazioni ma anche della rabbia di quei pezzi di società meno distratti o meno indulgenti verso questa “macchina da soldi”, sono alcuni commenti comparsi sul blog de il Fatto e che vi segnaliamo come ulteriori elementi di riflessione:
- Dopo otto anni di causa per non aver collegato gli apparecchi al sistema informatico, la multa di 90 miliardi è stata ridotta a 857 milioni complessivi: ma sì, dai, che tanto, dal 2007 ad oggi, tra aumento dell'IVA, saccheggio delle pensioni dei lavoratori dipendenti del settore privato (20 mld l'anno!), aumenti delle tasse sulla casa, pedaggi autostradali, bollo auto, accise carburanti, utenze domestiche, etc. etc. ... ...ma da mo’ che lo Stato li ha abbondantemente recuperati dai soliti fessi, quei soldi là!
- V'auguro a tutti una serena e felice ludopatia!
- Ragazzi facciamo ancora in tempo, bisogna cercare di capire che la fortuna non è nel gioco d'azzardo, sono tasse occulte che possiamo evitare di pagare, basta un po’ di coscienza. Io ho smesso di giocare nonostante non fossi dipendente, però quelle 100 euro al mese me le giocavo, ed ero cosciente che le perdevo, poi mi son fermato un attimo ho ragionato, ho pensato a chi specula dietro alle nostre debolezze, gente senza scrupoli a partire dallo Stato, che campano alle nostre spalle, poco gli importa se ti vendi la casa, se distruggi la tua vita, bene con me hanno trovato la persona sbagliata, non avranno più un centesimo del mio lavoro. Speriamo che anche voi prendiate il mio esempio. Ciao.
- Quindi, volendo estendere tale benevolenza anche ai cugini greci, questi, da quei 40 mld di euro che ci dovrebbero, ci sarebbero debitori solo per circa 400 mln?
- Otto anni per passare da 98 miliardi a 857 milioni in tutto: grosso modo, meno di un centesimo della somma iniziale! Come si vede, che con Renzi e il fu "Pdr" Napolitano, l'aria che tira è proprio cambiata! Altro che prima!
- La vicenda descritta, con l'allontanamento e le dimissioni del Col. Rapetto, è una delle pagine più nere della nostra Repubblica e ricorda tante storie raccontate nei film in cui i Poteri Forti alla fine riescono sempre a sconfiggere gli Onesti. Povera Italia!
- Con i 98 miliardi iniziali si poteva tranquillamente finanziare un reddito di cittadinanza a favore di tutti coloro che in questo periodo sono senza lavoro. Si sarebbero potute salvare molte persone dalla disperazione e l'economia dell'intero paese sarebbe in crescita. Purtroppo, i vari governi, soprattutto quelli di sinistra, hanno preferito far arricchire singole persone. Questa è l’Italia.
- Una vicenda estremamente schifosa, con risvolti politici (tanto per fare un esempio, ricordate il caso dell'intervento 'd'urgenza' di La Boccetta, PdL, che si presentò sul luogo di una perquisizione sostenendo che un certo PC fosse suo e contenesse dati della sua attività politica per evitare che finisse sequestrato dalla GdF?) e “a famigghia” con gli “amici degli amici” al comando... Sarà populismo il mio, ma il pensiero degli sconti milionari ai potenti, mi fa imbufalire.
- “Slot machine, Corte dei Conti fa sconto da 500 milioni al gruppo Bplus dei Corallo”.
- La cosa è così assurda da essere incredibile! Come fa' questa gente ad avere l'arroganza di decidere delle cose dello Stato, come se fosse cosa loro, che loro possono decidere come pare e piace!
- Danno i soldi a chi rovina le famiglie gestendo il gioco d'azzardo...
- Levano i soldi a pensionati e ai disabili rovinando le famiglie fragili !Ma l’indignazione, anche se urlata nei giornali, non appare affatto sufficiente per una inversione di tendenza. Anche su questo occorre perseguire la rottura delle regole... del gioco, appunto.
- I nemici dello Stato e della politica sono le famiglie, i poveri, gli anziani, i disabili: tutti tranne i gruppi di potere, le lobbies, le mafie e quanti altri hanno sponsorizzato le nomine di parlamentari e governanti che nessuno ha mai eletto e che fanno gli interessi di chi li sponsorizza tenendoli a libro paga.
- Da una vicenda come questa cosa si può ricavare? Il messaggio appare chiaro. Se sei un poveraccio e rubi un salame al supermercato questo stato t’impicca al pennone più alto. Se invece rubi miliardate di euro, ti da una mano per alleggerire la tua posizione. Ti fa pure lo sconto sui denari e anche di pena. E se sei un recidivo ti apre pure le porte del parlamento cosi potrai partecipare alla produzione legislativa e potrai organizzare come far pagare il risanamento del cosiddetto stato ai soliti cittadini pantalone. Evviva!
- Migliaia di italiani si rovinano ogni giorno davanti a queste macchine mangia soldi e lo stato fa lo sconto. Secondo me si chiama complicità in truffa.
Fonte
08/01/2015
Ballata Napolitana
Un militante di altri tempi: nove anni di onorato servizio in qualità di agente per il capitale.
di Dino Greco
Quando nel dicembre del 2011, raggiunto il culmine del discredito politico e morale, Silvio Berlusconi si recò al Quirinale per rassegnare nelle mani del Capo dello Stato le dimissioni da Presidente del Consiglio, molti pensarono (e altri più prudentemente si augurarono) che il devastante ventennio fosse ormai tramontato e che una fase nuova si schiudesse sulla politica italiana.
Pochi – e noi fra questi – temettero già in quei giorni che altre e più dense nubi stavano per addensarsi sul cielo del Belpaese.
Fu in quel frangente cruciale che Giorgio Napolitano cominciò a giocare un ruolo di fondamentale importanza nella vicenda politica italiana ed europea.
Il Partito Democratico, retto allora dall’esangue Bersani, avrebbe potuto legittimamente rivendicare nuove elezioni e candidarsi ad un successo che si annunciava come una sentenza inesorabile, se non altro per l’assenza di credibili competitori. Ma questo non accadde.
Sul tavolo era giunta – con stupefacente tempismo – la lettera che portava la firma congiunta del presidente uscente e di quello entrante della Banca centrale europea, di Trichet e di Draghi. La missiva era un vero e proprio diktat economico-politico-sociale confezionato ad arte per tracciare l’identikit programmatico del governo destinato a raccogliere l’eredità del Caimano: una violazione plateale della sovranità nazionale, un’edizione in salsa europea del “manifesto” con cui un anno e mezzo dopo, nel maggio del 2012, la banca d’affari J. P. Morgan avrebbe intimato ai paesi del vecchio continente di liberarsi delle costituzioni democratiche nate dopo nel secondo dopoguerra dopo la sconfitta del nazismo e dei fascismi perché sovraccariche di democrazia, di welfare e inquinate da ideologismi socialisteggianti.
Fu qui che il protagonismo demiurgico di Napolitano si sviluppò con geometrica precisione.
Egli estrasse dal suo cilindro la figura “autorevole e neutrale” di Mario Monti (già rappresentante europeo nel board della Trilateral commission e membro del comitato esecutivo del gruppo Bilderberg) sul cui capo pose l’aureola di salvatore della patria, munito di poteri provvisori e tuttavia “speciali”, per “guidare fuori dall’emergenza” il paese ormai “sull’orlo del baratro”.
Il “capolavoro” di Napolitano fu di ottenere che questa delega di potere straordinaria avvenisse con il consenso bipartisan delle forze di governo e di quelle di opposizione.
Il tremebondo Bersani protestò flebilmente, ma poi abbozzò. Non lo fece soltanto per limiti propri, ma per la più solida ragione che il Pd non aveva da spendere una propria autonoma linea strategica, tanto meno una propria idea alternativa al liberismo da tempo divenuto l’orizzonte culturale condiviso dall’insieme del gruppo dirigente di quel partito. La tesi secondo cui “non c’è alternativa” ai rapporti sociali esistenti (“there is no alternative”, sentenziava la famosa formula di cui Margareth Thatcher detiene il copyright) era ormai consolidato patrimonio comune, dalla destra ai post-post-post-comunisti.
Da quel momento l’austerity diventa la politica ufficiale del governo, il monetarismo antikeynesiano il verbo da cui non discostarsi: Monti ne è l’esecutore per nome e per conto dell’oligarchia politico-finanziaria a capo dell’Ue e Napolitano l’inflessibile guardiano dei binari.
Quando, ormai prossimo alla scadenza del suo mandato, Monti si recherà negli Stati Uniti per incontrare il “gotha” del capitalismo mondiale, davanti ai presidenti delle più importanti banche, ai proprietari dei più potenti hedge fund, ai top manager delle maggiori imprese transnazionali, ai cattedratici, agli spin doctors, ai direttori delle più influenti testate giornalistiche e agenzie mediatiche, spiegherà di avere lavorato con profitto affinché chiunque avesse governato dopo di lui – centrodestra o centrosinistra che fosse – avrebbe dovuto seguire i binari tracciati, perché ormai al comando era saldamente posto il “pilota automatico”.
Lo stallo seguito al successivo esito elettorale, con l’affermazione di tre forze di quasi pari consistenza elettorale (M5S, Pd, Forza Italia) sembrò per un istante compromettere quel disegno. A maggior ragione di fronte all’incognita rappresentata dal nodo dell’elezione del nuovo Capo dello Stato. Ma non fu così. Il Pd prima bruciò la candidatura di Rodotà avanzata dal M5S, poi fece fuori, uno dopo l’altro, i propri stessi candidati (Marini e, soprattutto, Prodi). A questo punto andò in onda il colpo di scena sapientemente preparato: a Napolitano, benché giunto a conclusione del settennato, venne richiesto di restare. Lui, acclamato a dritta e a manca come un moderno Cincinnato, dopo una teatrale resistenza che gli consentì di alzare la posta, accettò volentieri di rimontare in sella.
Il potere consegnatogli a furor di stati maggiori e fuori da ogni legittimità costituzionale diviene da quel momento enorme. E lui lo esercita con totale determinazione e con un preciso obiettivo politico: dare struttura organica al “governo delle larghe intese”, per il momento senza Berlusconi, messo momentaneamente fuori gioco da una sentenza della magistratura.
Siamo qui al terzo e decisivo passaggio della più solenne commedia trasformistica dell’Italia post-costituzionale.
Enrico Letta, Presidente del Consiglio per un giorno, viene travolto dall’astro nascente, dal rottamatore fiorentino, da Matteo Renzi, neppure in dovere di abiurare ad un passato comunista che non ha mai avuto, essendo egli prodotto ed espressione del medesimo blocco sociale e della medesima cultura politica di Berlusconi. Con un di più di adrenalinica arroganza rivolta ai tiepidi avversari, non meno che all’anemica e inconsistente minoranza interna. Nessuno può resistergli ed egli “scala” (il termine è suo) il Pd come una qualsiasi SpA. Lo può fare con grande facilità perché in quel partito non c’è più argine che regga. Passa tutto: dalla più ipermaggioritaria e incostituzionale delle leggi elettorali che abolisce per via legale le minoranze e mette la mordacchia al Parlamento, fino ad un pacchetto di interventi che cronicizzano il precariato, liquidano il diritto del lavoro e colpiscono mortalmente il potere di coalizione dei lavoratori. Lui le chiama “riforme”, con la erre maiuscola, secondo l’aberrante semantica di questa neo-lingua. Ma la parola è “malata” e spaccia una politica apertamente reazionaria.
Neppure Berlusconi – ormai cooptato nella maggioranza attraverso il “patto del Nazareno” – riesce a competere con l’uomo (e il partito) che gli ha ormai rubato la scena e la politica.
Napolitano, da parte sua, difende tutto e si scaglia, di volta in volta, contro chi vi si oppone, si tratti di magistrati o di sindacati, tutti accusati di conservatorismo. Fino all’ultimo.
Ho conosciuto Napolitano nel Pci, ai tempi del duro scontro che lo oppose ad Enrico Berlinguer. Da comunista fece male. Da comunista pentito, come accade a tutti i transfughi, molto peggio.
Fonte
Un bel riassunto, in vista di nuovi e sicuramente negativi, stravolgimenti istituzionali.
15/04/2014
Larghe intese anche sulle nomine
Si fa presto a dire “rinnovamento”. Quando si vanno a mettere le mani sulle (poche) stanze dei bottoni dove si decide qualcosa e si fanno anche profitti i problemi risultano subito meno risolvibili con le “parole” che un politico-attore è abituato a distribuire al pubblico. O ai giornalisti.
La lunga attesa per le nomine ai vertici delle (poche) aziende in cui lo Stato mantiene ancora una partecipazione da “azionista di riferimento” hanno dimostrato che “rinnovare” richiederebbe idee strategiche sul cosa fare di queste aziende, visione di lungo periodo e conoscenza dello stato dell'arte nei diversi comparti produttivi interessati. Altrimenti si finisce – come nel caso di Renzi – nell'apporre qualche volto femminile su una bella “larghissima intesa”.
Prendiamo le quattro aziende principali: Eni, Enel, Finmeccanica, Poste. È noto che il ruolo operativo fondamentale è quello dell'amministratore delegati, responsabile delle scelte e architetto di ogni ristrutturazione, mentre al presidente è riservato un ruolo più “politico”, come è ovvio quando l'”l'azionista” è il governo.
Nei ruoli di amministratore delegato, in tre casi su quattro, sono stati “candidati” – formalmente la nomina verrà decisa dai singoli consigli di amministrazione aziendali – manager di provata esperienza provenienti dall'interno dell'azienda stessa. Al vertice dell'Eni – la più ricca e profittevole delle aziende “partecipate” – è stato fatto salire Claudio Descalzi, che già si occupava, come direttore generale, del settore “esplorazione e produzione”. Ovvero il cuore operativo del “cane a sei zampe”, che deve trovare giacimenti in paesi lontani e (sempre più) difficili per mentenere a livello di sicurezza l'approvvigionamento energetico del paese. Sulla poltrona di presidente, per compensare la “non novità” Descalzi, è stata messa Emma Marcegaglia, ex prima donna presidente di Confindustria, ma che non sembra aver lasciato troppi ripianti in via dell'Astronomia.
Per di più la sua scelta profuma di conflitto di interessi, visto che il gruppo Marcegalia – di cui è formalmente amministratore delegato, anche se a guidare materialmente l'azienda di famiglia è il fratello – è stato a lungo fornitore della stessa Eni.
Discorso largamente simile per l'Enel, dove Francesco Starace sale dal ruolo di a.d. Di Enel Green Power (la divisione “rinnovabili” del gruppo) a quello di capo operativo della casa madre. Mentre alla presidenza siederà Maria Patrizia Grieco, con una lunga carriera nel settore informatico (Italtel, Siemens, Olivetti).
Ancora più evidente la “svolta di immagine” alle Poste, dove a fare l'a.d. È stato chiamato Francesco Caio, esperto di reti al punto da meritarsi il nick di “mr. Agenda Digitale”, con una carriera in Omnitel e un passaggio in Avio (su indicazione di Enrico Letta). A fare la presidente-immagine sarà Luisa Todini – ex deputata berlusconiana nota soprattutto per le apparizioni a Ballarò – che ha ricevuto questo cadeau al posto della presidenza dell'Enel, cui non poteva proprio accedere visto che la sua azienda ora è confluita in Salini Impregilo, che per il colosso elettrico costruisce un po' di tutto.
L'eccezione che conferma la regola del rinnovamento solo formale arriva con Finmeccanica. Azienda destinata a restare attiva più nel ramo militare che nel civile (la dismissione di Ansaldo è stata decisa ormai da anni), e che pertanto mantiene come presidente “politico” quel Gianni De Gennaro passato indenne – da capo della polizia – attraverso la mattanza di Genova 2001 e le torture di Bolzaneto, poi ai vertici dei servizi segreti e quindi sottosegretario con delega ai servizi stessi sotto la premiership di Monti.
A fare l'a.d. – per “cambiare” – è stato scelto Mauro Moretti, fino ad oggi sull'identica poltrona nelle Ferrovie delo Stato, chiamato il “risanatore” per aver riprotato in utile l'azienda grazie a un taglio del personale di proporzioni epocali (oltre il 50%, negli anni), alla soppressione delle line “non redditizie” (pendolari, collegamenti col mezzogiorno, treni letto, notturni, ecc). E infine anche tra gli imputati per la strage alla stazione di Viareggio, il 29 giugno 2009, dove persero la vita 32 persone nell'esplosione di un carro merci carico di gas gpl.
Non vi annoieremo con le altre 21 nomine minori (solo per Terna non sono stati ancora ufficializzati i candidati). Ma la chiave interpretativa ci sembra abbastanza chiara:
- non ci sono “nuove generazioni di manager” italiani in grado di prendere in mano aziende strategiche;
- i posti vengono ripartiti con rose ristrettissime di nomi e con un “Cencelli” che ha spostato solo pochi pezzi (qualche d'alemiano e qualche berlusconiano in meno, qualche democristiano in più);
- un uso spregiudicato dell'immagine femminile a coprire tutto quel che non si riesce a “rinnovare”.
Fonte
Viene da vomitare, e si possono facilmente prevedere tempi bui per i dipendenti delle aziende di uno Stato senza un briciolo di piano industriale serio s'intendo.
La lunga attesa per le nomine ai vertici delle (poche) aziende in cui lo Stato mantiene ancora una partecipazione da “azionista di riferimento” hanno dimostrato che “rinnovare” richiederebbe idee strategiche sul cosa fare di queste aziende, visione di lungo periodo e conoscenza dello stato dell'arte nei diversi comparti produttivi interessati. Altrimenti si finisce – come nel caso di Renzi – nell'apporre qualche volto femminile su una bella “larghissima intesa”.
Prendiamo le quattro aziende principali: Eni, Enel, Finmeccanica, Poste. È noto che il ruolo operativo fondamentale è quello dell'amministratore delegati, responsabile delle scelte e architetto di ogni ristrutturazione, mentre al presidente è riservato un ruolo più “politico”, come è ovvio quando l'”l'azionista” è il governo.
Nei ruoli di amministratore delegato, in tre casi su quattro, sono stati “candidati” – formalmente la nomina verrà decisa dai singoli consigli di amministrazione aziendali – manager di provata esperienza provenienti dall'interno dell'azienda stessa. Al vertice dell'Eni – la più ricca e profittevole delle aziende “partecipate” – è stato fatto salire Claudio Descalzi, che già si occupava, come direttore generale, del settore “esplorazione e produzione”. Ovvero il cuore operativo del “cane a sei zampe”, che deve trovare giacimenti in paesi lontani e (sempre più) difficili per mentenere a livello di sicurezza l'approvvigionamento energetico del paese. Sulla poltrona di presidente, per compensare la “non novità” Descalzi, è stata messa Emma Marcegaglia, ex prima donna presidente di Confindustria, ma che non sembra aver lasciato troppi ripianti in via dell'Astronomia.
Per di più la sua scelta profuma di conflitto di interessi, visto che il gruppo Marcegalia – di cui è formalmente amministratore delegato, anche se a guidare materialmente l'azienda di famiglia è il fratello – è stato a lungo fornitore della stessa Eni.
Discorso largamente simile per l'Enel, dove Francesco Starace sale dal ruolo di a.d. Di Enel Green Power (la divisione “rinnovabili” del gruppo) a quello di capo operativo della casa madre. Mentre alla presidenza siederà Maria Patrizia Grieco, con una lunga carriera nel settore informatico (Italtel, Siemens, Olivetti).
Ancora più evidente la “svolta di immagine” alle Poste, dove a fare l'a.d. È stato chiamato Francesco Caio, esperto di reti al punto da meritarsi il nick di “mr. Agenda Digitale”, con una carriera in Omnitel e un passaggio in Avio (su indicazione di Enrico Letta). A fare la presidente-immagine sarà Luisa Todini – ex deputata berlusconiana nota soprattutto per le apparizioni a Ballarò – che ha ricevuto questo cadeau al posto della presidenza dell'Enel, cui non poteva proprio accedere visto che la sua azienda ora è confluita in Salini Impregilo, che per il colosso elettrico costruisce un po' di tutto.
L'eccezione che conferma la regola del rinnovamento solo formale arriva con Finmeccanica. Azienda destinata a restare attiva più nel ramo militare che nel civile (la dismissione di Ansaldo è stata decisa ormai da anni), e che pertanto mantiene come presidente “politico” quel Gianni De Gennaro passato indenne – da capo della polizia – attraverso la mattanza di Genova 2001 e le torture di Bolzaneto, poi ai vertici dei servizi segreti e quindi sottosegretario con delega ai servizi stessi sotto la premiership di Monti.
A fare l'a.d. – per “cambiare” – è stato scelto Mauro Moretti, fino ad oggi sull'identica poltrona nelle Ferrovie delo Stato, chiamato il “risanatore” per aver riprotato in utile l'azienda grazie a un taglio del personale di proporzioni epocali (oltre il 50%, negli anni), alla soppressione delle line “non redditizie” (pendolari, collegamenti col mezzogiorno, treni letto, notturni, ecc). E infine anche tra gli imputati per la strage alla stazione di Viareggio, il 29 giugno 2009, dove persero la vita 32 persone nell'esplosione di un carro merci carico di gas gpl.
Non vi annoieremo con le altre 21 nomine minori (solo per Terna non sono stati ancora ufficializzati i candidati). Ma la chiave interpretativa ci sembra abbastanza chiara:
- non ci sono “nuove generazioni di manager” italiani in grado di prendere in mano aziende strategiche;
- i posti vengono ripartiti con rose ristrettissime di nomi e con un “Cencelli” che ha spostato solo pochi pezzi (qualche d'alemiano e qualche berlusconiano in meno, qualche democristiano in più);
- un uso spregiudicato dell'immagine femminile a coprire tutto quel che non si riesce a “rinnovare”.
Fonte
Viene da vomitare, e si possono facilmente prevedere tempi bui per i dipendenti delle aziende di uno Stato senza un briciolo di piano industriale serio s'intendo.
31/03/2014
L’Italia in guerra: le amnesie dell’ex ministro Mauro
Nella puntata di Servizio Pubblico di giovedì scorso (27 marzo) è andato in onda un forte scontro verbale tra Gino Strada e Mario Mauro, senatore e Ministro della Difesa durante il governo Letta. Di fronte alle accuse di servilismo nei confronti degli USA lanciategli dal fondatore di Emergency, in particolare per quanto riguarda il coinvolgimento italiano nella guerra in Afghanistan, l’ex Ministro ha difeso la totale legittimità, dal punto di vista legale, di quell’intervento.
In particolare, il senatore Mauro ha affermato: “Per me l’Afghanistan è un intervento legittimato anche attraverso le Nazioni Unite”. Di fronte poi alle precisazioni di Gino Strada, secondo cui non c’era stata nessuna risoluzione del Consiglio di Sicurezza tra l’11 settembre e il 7 novembre (data in cui il Parlamento italiano ha votato l’intervento militare in Afghanistan) l’ex ministro ha rivendicato il forte collegamento esistente tra le due date - “il 7 novembre è figlio dell’11 settembre” - asserendo infine l’esistenza di motivi umanitari quale base giuridica dell’intervento armato.
Se abbiamo capito bene quindi, secondo il senatore Mauro esistono tre basi giuridiche che portano ad affermare la legalità dell’intervento militare italiano in Afghanistan: l’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza, la legittima difesa (l’affermazione secondo cui “il 7 novembre è figlio dell’11 settembre” sembra richiamare il rapporto di causa-effetto alla base di tale diritto) e l’intervento umanitario.
Ebbene, va chiarito a scanso di equivoci che da nessuno dei punti di vista sopraelencati l’intervento in Afghanistan può essere considerato legittimo.
Partendo dal primo va chiarito che, sebbene il Consiglio di Sicurezza si sia occupato degli eventi dell’11 settembre, per quanto riguarda il periodo in esame, in 2 risoluzioni (Ris. 1368 del 12 settembre e Ris. 1373 del 28 settembre), in nessuna di queste viene autorizzato l’uso della forza. Anzi, volendola dire tutta, in nessuna delle due risoluzioni viene neanche mai menzionato l’Afghanistan. In entrambi i casi difatti il Consiglio ha invitato gli Stati ad adottare una serie di misure in campo legislativo, amministrativo e giudiziario volto a reprimere il terrorismo, e a cooperare al fine di renderle efficaci. Quindi l’ex ministro mente, o magari ricorda male, ma una cosa è certa: il Consiglio di Sicurezza non ha mai autorizzato alcuna azione militare conseguentemente ai fatti dell’11 settembre.
Le Nazioni Unite sono intervenute sulla questione solo con la Risoluzione 1386 del 23 novembre, quindi 16 giorni dopo il voto del Parlamento e 5 giorni dopo l’invio di circa 1450 soldati, autorizzando il dispiegamento di una forza multinazionale, l’ISAF (International Security Assistance Force), con lo scopo dichiarato di proteggere l’operato del governo afghano ad interim e del personale ONU. Volendo essere buoni, potremmo dire che la vicinanza delle date confonde l’ex Ministro. Volendo essere sinceri, dovremmo dire che un Ministro della Difesa certe cantonate potrebbe evitarsele.
Fatto sta che l’intervento, sia nel momento in cui viene votato che nel momento in cui viene attuato è, da questo punto di vista, illegale.
Per quanto attiene il discorso sulla “legittima difesa”, va premesso che l’ordinamento internazionale riconosce a ciascuno Stato, qualora questi o un suo alleato siano vittime di un’aggressione, un diritto di intervenire militarmente per respingere tale attacco. Si tratta di un diritto esistente da tempi immemori, che la Carta delle Nazioni Unite ha codificato nell’articolo 51.
Ma l’intervento italiano in Afghanistan può essere considerato come un intervento in legittima difesa collettiva? Assolutamente no. Principalmente perché nemmeno l’intervento statunitense può essere qualificato in questo modo, in quanto, anche qualora si dimostrasse (e non è stato fatto) che l’Afghanistan ha attaccato seppure indirettamente gli Stati Uniti, non rispetta i parametri di necessità, proporzionalità e tempestività richiesti affinché un intervento in legittima difesa possa considerarsi tale (suggeriamo al ministro di prendere visione del caso Caroline del 1841, considerato dall’unanimità della dottrina un leading case del settore).
Ma anche in un mondo parallelo, dove l’intervento USA risponde ai parametri previsti dalla legittima difesa, viene da sé che, nel momento in cui l’Italia prende parte all’azione, l’invasione dell’Afghanistan è già un bel pezzo avanti, ed il carattere difensivo dell’azione si è già esaurito.
Infine, il terzo punto: la legittimazione umanitaria. Il senatore Mauro afferma che, nell’Afghanistan dei talebani “nello stadio si ammazzavano le persone” e “le donne non potevano studiare”. Possiamo considerare tali motivazioni, per quanto serie esse siano, valide da legittimare dal punto di vista legale un attacco armato? No, ancora una volta, non possiamo.
A così pochi giorni dal 15° anniversario del bombardamento NATO sulla Jugoslavia, considerato unanimemente un atto di aggressione illegale, è assai paradossale che un ex Ministro della Difesa invochi considerazioni di carattere umanitario per giustificare dal punto di vista legale un attacco armato. Chi ha ricoperto un tale ruolo istituzionale dovrebbe sapere che il sistema di sicurezza collettiva prevede che tutti gli interventi di carattere non difensivo devono avere l’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza, e dovrebbe conoscere, almeno a grandi linee, sia la risoluzione dell’Assemblea Generale 3314 del 1974, in cui gli Stati, all’unanimità, ribadirono quanto abbiamo appena scritto, sia la prassi statale in materia.
In conclusione, è giusto e necessario che la guerra in Afghanistan venga chiamata per quello che è: un atto di aggressione di natura imperialista, che ad oggi ha causato circa 34.000 morti civili ed un numero non calcolabile di feriti e profughi. Una guerra che ha incrementato la produzione di oppio ed il traffico di droga. Una guerra a cui l’Italia, anche se l’ex ministro non condividerà, si è accodata, con servilismo.
Fonte
In particolare, il senatore Mauro ha affermato: “Per me l’Afghanistan è un intervento legittimato anche attraverso le Nazioni Unite”. Di fronte poi alle precisazioni di Gino Strada, secondo cui non c’era stata nessuna risoluzione del Consiglio di Sicurezza tra l’11 settembre e il 7 novembre (data in cui il Parlamento italiano ha votato l’intervento militare in Afghanistan) l’ex ministro ha rivendicato il forte collegamento esistente tra le due date - “il 7 novembre è figlio dell’11 settembre” - asserendo infine l’esistenza di motivi umanitari quale base giuridica dell’intervento armato.
Se abbiamo capito bene quindi, secondo il senatore Mauro esistono tre basi giuridiche che portano ad affermare la legalità dell’intervento militare italiano in Afghanistan: l’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza, la legittima difesa (l’affermazione secondo cui “il 7 novembre è figlio dell’11 settembre” sembra richiamare il rapporto di causa-effetto alla base di tale diritto) e l’intervento umanitario.
Ebbene, va chiarito a scanso di equivoci che da nessuno dei punti di vista sopraelencati l’intervento in Afghanistan può essere considerato legittimo.
Partendo dal primo va chiarito che, sebbene il Consiglio di Sicurezza si sia occupato degli eventi dell’11 settembre, per quanto riguarda il periodo in esame, in 2 risoluzioni (Ris. 1368 del 12 settembre e Ris. 1373 del 28 settembre), in nessuna di queste viene autorizzato l’uso della forza. Anzi, volendola dire tutta, in nessuna delle due risoluzioni viene neanche mai menzionato l’Afghanistan. In entrambi i casi difatti il Consiglio ha invitato gli Stati ad adottare una serie di misure in campo legislativo, amministrativo e giudiziario volto a reprimere il terrorismo, e a cooperare al fine di renderle efficaci. Quindi l’ex ministro mente, o magari ricorda male, ma una cosa è certa: il Consiglio di Sicurezza non ha mai autorizzato alcuna azione militare conseguentemente ai fatti dell’11 settembre.
Le Nazioni Unite sono intervenute sulla questione solo con la Risoluzione 1386 del 23 novembre, quindi 16 giorni dopo il voto del Parlamento e 5 giorni dopo l’invio di circa 1450 soldati, autorizzando il dispiegamento di una forza multinazionale, l’ISAF (International Security Assistance Force), con lo scopo dichiarato di proteggere l’operato del governo afghano ad interim e del personale ONU. Volendo essere buoni, potremmo dire che la vicinanza delle date confonde l’ex Ministro. Volendo essere sinceri, dovremmo dire che un Ministro della Difesa certe cantonate potrebbe evitarsele.
Fatto sta che l’intervento, sia nel momento in cui viene votato che nel momento in cui viene attuato è, da questo punto di vista, illegale.
Per quanto attiene il discorso sulla “legittima difesa”, va premesso che l’ordinamento internazionale riconosce a ciascuno Stato, qualora questi o un suo alleato siano vittime di un’aggressione, un diritto di intervenire militarmente per respingere tale attacco. Si tratta di un diritto esistente da tempi immemori, che la Carta delle Nazioni Unite ha codificato nell’articolo 51.
Ma l’intervento italiano in Afghanistan può essere considerato come un intervento in legittima difesa collettiva? Assolutamente no. Principalmente perché nemmeno l’intervento statunitense può essere qualificato in questo modo, in quanto, anche qualora si dimostrasse (e non è stato fatto) che l’Afghanistan ha attaccato seppure indirettamente gli Stati Uniti, non rispetta i parametri di necessità, proporzionalità e tempestività richiesti affinché un intervento in legittima difesa possa considerarsi tale (suggeriamo al ministro di prendere visione del caso Caroline del 1841, considerato dall’unanimità della dottrina un leading case del settore).
Ma anche in un mondo parallelo, dove l’intervento USA risponde ai parametri previsti dalla legittima difesa, viene da sé che, nel momento in cui l’Italia prende parte all’azione, l’invasione dell’Afghanistan è già un bel pezzo avanti, ed il carattere difensivo dell’azione si è già esaurito.
Infine, il terzo punto: la legittimazione umanitaria. Il senatore Mauro afferma che, nell’Afghanistan dei talebani “nello stadio si ammazzavano le persone” e “le donne non potevano studiare”. Possiamo considerare tali motivazioni, per quanto serie esse siano, valide da legittimare dal punto di vista legale un attacco armato? No, ancora una volta, non possiamo.
A così pochi giorni dal 15° anniversario del bombardamento NATO sulla Jugoslavia, considerato unanimemente un atto di aggressione illegale, è assai paradossale che un ex Ministro della Difesa invochi considerazioni di carattere umanitario per giustificare dal punto di vista legale un attacco armato. Chi ha ricoperto un tale ruolo istituzionale dovrebbe sapere che il sistema di sicurezza collettiva prevede che tutti gli interventi di carattere non difensivo devono avere l’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza, e dovrebbe conoscere, almeno a grandi linee, sia la risoluzione dell’Assemblea Generale 3314 del 1974, in cui gli Stati, all’unanimità, ribadirono quanto abbiamo appena scritto, sia la prassi statale in materia.
In conclusione, è giusto e necessario che la guerra in Afghanistan venga chiamata per quello che è: un atto di aggressione di natura imperialista, che ad oggi ha causato circa 34.000 morti civili ed un numero non calcolabile di feriti e profughi. Una guerra che ha incrementato la produzione di oppio ed il traffico di droga. Una guerra a cui l’Italia, anche se l’ex ministro non condividerà, si è accodata, con servilismo.
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15/02/2014
Il gerarca dei mercati
I mercati avranno il premier che vogliono:
- giovane, per dare anche visivamente l'impressione che qualcosa sta cambiando (anche Letta è “giovane”, ma purtroppo non lo sembra);
- veloce, per “fare” le cose più sgradevoli senza che si riesca a capire in tempo di cosa si tratta;
- disincantato, quindi privo di riguardi istituzionali, costituzionali;
- ruffiano, per “distrarre” il pubblico con battutine e spiccioli di “cura sociale” (aggiustare qualche scuola, mentre ti levano tutto il resto, professori compresi);
- esecutore fedele, perché completamente privo di un progetto autonomo (“far ripartire l'Italia” è uno slogan usato da tutti i governi degli ultimi 70 anni; ma anche prima...).
È la prima volta che una crisi di governo – tra le più ingiustificate degli ultimi venti anni – non viene accompagnata da violente oscillazioni di borsa o da rapidi impennamenti dello spread. I mercati apprezzano, Confindustria l'aveva chiesto (“o un cambio di passo o un cambio di governo”). Quindi ai mercati va benissimo così...
Cosa rimproveravano a Letta, enfant prodige del Bilderberg? L'eccesso di tatticismo, il rispetto degli equilibri in una maggioranza composita, il subire veti incrociati alla lunga logoranti, un piglio poco arrembante...
La lista delle “cose da fare per cambiare il paese” è lunga, dolorisissima, piena di obiettivi alquanto complicati. A cominciare da quelle riforme costituzionali che non riescono ad andare in porto neanche istituendo una “commissione di saggi” apposita.
L'immagine della “palude”, evocata da Renzi e non solo, rende fino a un certo punto la sensazione derivante dall'intrico di “resistenze al cambiamento”, della molteplicità di soggetti e forze in qualche modo titolari di un potere “legittimo”, sentito come intangibile o irriducibile.
Un reticolo di interessi nati e moltiplicatisi nell'epoca delle “vacche grasse”, tra clientele e rendite di posizione; ma anche di diritti sociali, sindacali, civili in senso stretto, idealmente “garantiti” dalla Costituzione.
Tutte forme cresciute intorno alla funzione di “mediazione sociale” di uno Stato obbligato a pacificare il conflitto, assicurare il consenso, “promuovere la partecipazione”.
Tutta roba che oggi appare un “ostacolo” alla piena affermazione della centralità dell'impresa nell'epoca della stagnazione perenne, della crisi che non passa, della disoccupazione che cresce, del futuro inesistente.
Il governo Renzi nasce per essere il “governo del fare”. Senza discussioni, senza rispetto di procedure e vincoli costituzionali. Senza mediazioni sociali.
Gli arresti di Roma e Napoli sono il primo segno dello “stile Renzi”, non l'ultimo atto dell'esecutivo Letta. Il “cambiamento” preteso dal capitale multinazionale e dal suo braccio statuale – l'Unione Europea – è un “dispotismo poco illuminato”, che usa i media come un maganello e il manganello come strumento ordinario di governo.
Un governo con queste ambizioni deve partire come un razzo, sparare provvedimenti già pronti ma fermi nei cassetti del Centro Studi di Confindustria o nelle pieghe attuative della “lettera della Bce”, quella dell'agosto 2011. Da qui all'estate ne vedremo di tutti i colori, ce ne faranno sentire di tutti i dolori.
Inutile sperare in resistenze parlamentari (se ce ne saranno, rappresenteranno i “poteri clientelari” o mafiosi, non certo i bisogni popolari), in resipiscenze costituzionali, in sensi di colpa “democratici”.
Solo la forza e la dimensione dei movimenti di lotta, la loro compattezza unitaria tutta da costruire, potrà costituire un vero intralcio per l'annunciata “marcia trionfale” dell'omino venuto dal nulla. Non sarà facile, lo sappiamo. Ma non è più il tempo della retorica “alternativa”, dei “vendolismi” in salsa arrabbiatissima. Né dei “gesti” occasionali che dovrebbero simboleggiare la radicalità del contrapporsi.
Dobbiamo tutti venir fuori dai nostri piccoli rivoli, più o meno conflittuali, e costituire un fiume possente, incontenibile. Ma l'unità non si costruisce “mettendoci d'accordo”, mediando all'infinito le molteplici e giustificate differenze. L'unità si misura con l'avversario comune, con il “cervello politico” da cui discendono le tante politiche di immiserimento con cui ognuno di noi è costretto a confrontarsi.
Possiamo riuscirci, se si individua con chiarezza il vero avversario: quella Unione Europea che ha scelto come provvisorio feldmaresciallo l'ex sindaco di Firenze.
Fonte
14/02/2014
L'incredibile errore di Matteo Renzi
L'adrenalina del potere. È solo con questa motivazione che può essere spiegata la decisione di Matteo Renzi di abbattere con una spallata Enrico Letta e marciare verso Palazzo Chigi. È l'adrenalina, simile a quella che ti sale quando ottieni tanti successi consecutivi e quindi ti senti invincibile, che in politica deriva dalla possibilità di mettere le mani sullo scettro del potere, di sedere nel posto di comando. A questa tentazione è difficile resistere, ma Renzi pareva avere in testa un piano preciso e graduale che lo avrebbe portato prima o poi a governare il paese con un regolare mandato degli italiani. Pareva. Perché invece non ha resistito, e si è subito avventato con voracità famelica sul trono del suo collega di partito Letta, compiendo, con una mossa sola, una incredibile serie di errori.
Vecchia politica
Il primo (lampante) errore è quello di rispolverare un classico della vecchia politica sia della Prima che della Seconda Repubblica: il subentro a legislatura in corso. Proprio lui che ha costruito tutta la sua immagine e il suo successo sul concetto di "rottamazione" (anche perché, o usava quello o non aveva speranze, visto che le sue idee sono sempre state "praline del nulla" per dirla alla Crozza), arriva al potere con un blitz analogo a quelli con i quali la Dc per decenni ha cambiato governi a seconda delle guerre interne tra le varie correnti. Oppure (peggio) come quello che portò al governo D'Alema nel 1998 facendo fuori Prodi. Sembra la pena del contrappasso, perché come tutti ricorderanno, l'uomo simbolo della rottamazione di Renzi, il "rottamato" per eccellenza, è sempre stato proprio Massimo D'Alema. Oggi Renzi arriva al potere con un tradimento fratricida che richiama alla mente proprio il comportamento di D'Alema. Uno sbaglio madornale quindi, perché gli fa perdere improvvisamente quello che era il suo principale punto di forza: essere il "nuovo" che va in discontinuità con i vecchi schemi della politica.
Monti, Letta, Renzi
Il secondo errore è quello di decidere di diventare il terzo premier consecutivo dopo Monti e Letta a salire a Palazzo Chigi senza un chiaro mandato degli italiani. Una scelta in antitesi col suo personaggio "pop" che dice di avere la sua legittimazione perché votato dagli elettori. In questo modo diventa uno dei tanti, un Letta, un D'Alema, un funzionario di partito grigio e noioso. Probabilmente proverà ad autolegittimarsi attraverso l'investitura delle primarie di dicembre, ma sa bene che sarebbe solo una difficilissima arrampicata sugli specchi. I voti (a 2 euro l'uno) delle primarie del Pd infatti non sono ovviamente i voti di tutti gli italiani, e lui tra l'altro ha sempre puntato proprio sul superamento degli elettorati classici, dicendo che voleva andare a prendere i consensi anche tra chi ha sempre votato a destra. Ora invece non solo non li prende, ma lancia addirittura al paese il messaggio che per andare al governo basta vincere la corsa interna a un partito (per 50 anni in Italia è stato così con la Dc), con buona pace del resto degli elettori. Un partito, il Pd, la cui base tra l'altro ha dimostrato ancora una volta uno stato mentale di assoluta confusione, votando prima Bersani e gridando a Renzi quasi come il male assoluto, per eleggere poi in massa (dopo appena un anno) proprio Renzi. Della serie: "checcefrega" dei programmi, andiamo a tentativi.
"Mai più larghe intese"
La coerenza in politica è fondamentale, ti presenta sempre il conto. Renzi ha vinto le primarie di dicembre al grido di "mai più larghe intese". Era lo slogan principale, quello che lo fotografava come l'uomo del superamento degli inciuci e dei compromessi. Oggi, ad appena due mesi da quel proclama ripetuto in continuazione, un governo di larghe intese si appresta ad andare a presiederlo. E anche qui ritorna uno schema classico della vecchia politica, quello delle promesse che durano poco e poi vengono disattese dai fatti. Quello degli slogan vuoti che poi non hanno mai un seguito. Quello che un giorno puoi dire #enricostaisereno (il famoso hashtag su Twitter con cui tranquillizzava Letta) e il giorno dopo farlo fuori senza pietà.
Carta "bruciata"
Un altro errore è quello legato al futuro che poteva avere davanti, anche per la sua giovane età. Avrebbe potuto con molta calma far lavorare il governo Letta oppure, se proprio venivano a mancare i presupposti, farlo cadere ma chiedere di andare subito alle elezioni, dove avrebbe probabilmente vinto dicendo che lui è sempre stato contrario alle larghe intese. E dove avrebbe trovato sia un Movimento 5 Stelle in crescita ma probabilmente non ancora abbastanza forte da poter vincere, sia una destra ancora frastornata dalla decadenza di Berlusconi e dalla frattura Forza Italia-Nuovo Centrodestra. In questo modo invece, se veramente andrà (come dice) fino al 2018, corre il fortissimo rischio di preparare il campo ad una successiva vittoria avversaria (con i 5 Stelle mina vagante che probabilmente riusciranno a limare alcuni dei loro attuali difetti), come accadde nella legislatura 1996-2001, quando il centrosinistra dei Prodi-D'Alema-Amato fu lo spot migliore per la vittoria di Berlusconi. Se questo avvenisse, Renzi si troverebbe ad assistere al film della propria gioventù (politica) bruciata. Si ridurrebbe ad essere l'ennesima "carta persa" del centrosinistra italiano, che dalla Seconda Repubblica in poi, non ha mai azzeccato un leader, visto che hanno sempre perso tutti e l'unico che ha vinto due volte (Prodi) è durato in entrambi i casi meno di metà legislatura.
Re Giorgio
Tornando all'argomento elezioni mancate, c'è da chiedersi perché Renzi non le ha chieste. E la risposta è semplice, perché Napolitano non voleva. Lo ha detto chiaramente pochi giorni fa Re Giorgio, con tono anche molto infastidito: "Elezioni? Non diciamo sciocchezze!". Un diktat passato quasi sotto silenzio, ma molto grave in un paese democratico. Un Presidente della Repubblica che, come un sovrano assoluto, decide autoritariamente che dell'ipotesi elezioni non si può neanche discutere, perché lui ha deciso che non si fanno nonostante la crisi di governo. Renzi, di fronte a questa imposizione, ha deciso di abbassare la testa, legittimando praticamente il potere assolutista del quasi novantenne "padre della patria" Napolitano. E soprattutto lanciando un messaggio con cui (stonando con la sua immagine artificiale di uomo coraggioso e spavaldo) si dimostra debole e incapace di imporsi su una carica non elettiva come quella del Capo dello Stato. Questa mancanza di coraggio è un altro errore strategico.
In definitiva, Renzi ha fatto una scelta abbastanza incredibile, se messa a confronto con la sua strategia comunicativa di uomo che cerca una carriera politica basata sull'avanzamento a furor di popolo. Un autogol maldestro e dilettantesco, una mossa da principiante, o per dirla con le parole di Prodi di cinque giorni fa, un suicidio politico. Se così sarà, noi (che di Renzi abbiamo sempre denunciato le idee pericolose) ovviamente esulteremo.
Per Senza Soste, Franco Lucenti
14 febbraio 2014
Fonte
Vecchia politica
Il primo (lampante) errore è quello di rispolverare un classico della vecchia politica sia della Prima che della Seconda Repubblica: il subentro a legislatura in corso. Proprio lui che ha costruito tutta la sua immagine e il suo successo sul concetto di "rottamazione" (anche perché, o usava quello o non aveva speranze, visto che le sue idee sono sempre state "praline del nulla" per dirla alla Crozza), arriva al potere con un blitz analogo a quelli con i quali la Dc per decenni ha cambiato governi a seconda delle guerre interne tra le varie correnti. Oppure (peggio) come quello che portò al governo D'Alema nel 1998 facendo fuori Prodi. Sembra la pena del contrappasso, perché come tutti ricorderanno, l'uomo simbolo della rottamazione di Renzi, il "rottamato" per eccellenza, è sempre stato proprio Massimo D'Alema. Oggi Renzi arriva al potere con un tradimento fratricida che richiama alla mente proprio il comportamento di D'Alema. Uno sbaglio madornale quindi, perché gli fa perdere improvvisamente quello che era il suo principale punto di forza: essere il "nuovo" che va in discontinuità con i vecchi schemi della politica.
Monti, Letta, Renzi
Il secondo errore è quello di decidere di diventare il terzo premier consecutivo dopo Monti e Letta a salire a Palazzo Chigi senza un chiaro mandato degli italiani. Una scelta in antitesi col suo personaggio "pop" che dice di avere la sua legittimazione perché votato dagli elettori. In questo modo diventa uno dei tanti, un Letta, un D'Alema, un funzionario di partito grigio e noioso. Probabilmente proverà ad autolegittimarsi attraverso l'investitura delle primarie di dicembre, ma sa bene che sarebbe solo una difficilissima arrampicata sugli specchi. I voti (a 2 euro l'uno) delle primarie del Pd infatti non sono ovviamente i voti di tutti gli italiani, e lui tra l'altro ha sempre puntato proprio sul superamento degli elettorati classici, dicendo che voleva andare a prendere i consensi anche tra chi ha sempre votato a destra. Ora invece non solo non li prende, ma lancia addirittura al paese il messaggio che per andare al governo basta vincere la corsa interna a un partito (per 50 anni in Italia è stato così con la Dc), con buona pace del resto degli elettori. Un partito, il Pd, la cui base tra l'altro ha dimostrato ancora una volta uno stato mentale di assoluta confusione, votando prima Bersani e gridando a Renzi quasi come il male assoluto, per eleggere poi in massa (dopo appena un anno) proprio Renzi. Della serie: "checcefrega" dei programmi, andiamo a tentativi.
"Mai più larghe intese"
La coerenza in politica è fondamentale, ti presenta sempre il conto. Renzi ha vinto le primarie di dicembre al grido di "mai più larghe intese". Era lo slogan principale, quello che lo fotografava come l'uomo del superamento degli inciuci e dei compromessi. Oggi, ad appena due mesi da quel proclama ripetuto in continuazione, un governo di larghe intese si appresta ad andare a presiederlo. E anche qui ritorna uno schema classico della vecchia politica, quello delle promesse che durano poco e poi vengono disattese dai fatti. Quello degli slogan vuoti che poi non hanno mai un seguito. Quello che un giorno puoi dire #enricostaisereno (il famoso hashtag su Twitter con cui tranquillizzava Letta) e il giorno dopo farlo fuori senza pietà.
Carta "bruciata"
Un altro errore è quello legato al futuro che poteva avere davanti, anche per la sua giovane età. Avrebbe potuto con molta calma far lavorare il governo Letta oppure, se proprio venivano a mancare i presupposti, farlo cadere ma chiedere di andare subito alle elezioni, dove avrebbe probabilmente vinto dicendo che lui è sempre stato contrario alle larghe intese. E dove avrebbe trovato sia un Movimento 5 Stelle in crescita ma probabilmente non ancora abbastanza forte da poter vincere, sia una destra ancora frastornata dalla decadenza di Berlusconi e dalla frattura Forza Italia-Nuovo Centrodestra. In questo modo invece, se veramente andrà (come dice) fino al 2018, corre il fortissimo rischio di preparare il campo ad una successiva vittoria avversaria (con i 5 Stelle mina vagante che probabilmente riusciranno a limare alcuni dei loro attuali difetti), come accadde nella legislatura 1996-2001, quando il centrosinistra dei Prodi-D'Alema-Amato fu lo spot migliore per la vittoria di Berlusconi. Se questo avvenisse, Renzi si troverebbe ad assistere al film della propria gioventù (politica) bruciata. Si ridurrebbe ad essere l'ennesima "carta persa" del centrosinistra italiano, che dalla Seconda Repubblica in poi, non ha mai azzeccato un leader, visto che hanno sempre perso tutti e l'unico che ha vinto due volte (Prodi) è durato in entrambi i casi meno di metà legislatura.
Re Giorgio
Tornando all'argomento elezioni mancate, c'è da chiedersi perché Renzi non le ha chieste. E la risposta è semplice, perché Napolitano non voleva. Lo ha detto chiaramente pochi giorni fa Re Giorgio, con tono anche molto infastidito: "Elezioni? Non diciamo sciocchezze!". Un diktat passato quasi sotto silenzio, ma molto grave in un paese democratico. Un Presidente della Repubblica che, come un sovrano assoluto, decide autoritariamente che dell'ipotesi elezioni non si può neanche discutere, perché lui ha deciso che non si fanno nonostante la crisi di governo. Renzi, di fronte a questa imposizione, ha deciso di abbassare la testa, legittimando praticamente il potere assolutista del quasi novantenne "padre della patria" Napolitano. E soprattutto lanciando un messaggio con cui (stonando con la sua immagine artificiale di uomo coraggioso e spavaldo) si dimostra debole e incapace di imporsi su una carica non elettiva come quella del Capo dello Stato. Questa mancanza di coraggio è un altro errore strategico.
In definitiva, Renzi ha fatto una scelta abbastanza incredibile, se messa a confronto con la sua strategia comunicativa di uomo che cerca una carriera politica basata sull'avanzamento a furor di popolo. Un autogol maldestro e dilettantesco, una mossa da principiante, o per dirla con le parole di Prodi di cinque giorni fa, un suicidio politico. Se così sarà, noi (che di Renzi abbiamo sempre denunciato le idee pericolose) ovviamente esulteremo.
Per Senza Soste, Franco Lucenti
14 febbraio 2014
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13/02/2014
Letta domani si dimette. Renzi impone la sua linea al PD
E' fatta. La Direzione Nazionale del Pd, riunitasi oggi, ha approvato a larga maggioranza (136 si, 16 no, 2 astenuti) il documento finale in cui si rileva ''la necessità e l'urgenza di aprire una fase nuova, con un nuovo esecutivo che abbia la forza politica per affrontare i problemi del Paese con un orizzonte di legislatura, da condividere con la attuale coalizione di governo e con un programma aperto alle istanze rappresentate dalle forze sociali ed economiche''. I lettiani - secondo quanto si apprende - non hanno partecipato al voto. Subito dopo il presidente del Consiglio Enrico Letta ha fatto sapere che domani si recherà al Quirinale per presentare le proprie dimissioni. ''A seguito delle decisioni assunte oggi dalla Direzione nazionale del Partito Democratico, ho informato il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, della mia volontà di recarmi domani al Quirinale per rassegnare le dimissioni da presidente del Consiglio dei ministri''. Lo si legge in una nota di Palazzo Chigi.
Qui di seguito il documento presentato da Renzi e approvato dalla direzione del Pd
''La Direzione del Partito Democratico. - Esaminata la situazione politica e i recenti sviluppi, ringrazia il Presidente del Consiglio Enrico Letta per il notevole lavoro svolto alla guida del governo - esecutivo di servizio, nato in un momento delicato dal punto di vista politico, economico e sociale, e per il significativo apporto dato, in particolar modo per il raggiungimento degli obiettivi europei;. - assume il documento Impegno Italia come contributo per affrontare i problemi del Paese;. - rileva la necessita' e l'urgenza di aprire una fase nuova, con un nuovo esecutivo che abbia la forza politica per affrontare i problemi del Paese con un orizzonte di legislatura, da condividere con la attuale coalizione di governo e con un programma aperto alle istanze rappresentate dalle forze sociali ed economiche;. - invita gli organismi dirigenti, legittimati dal Congresso appena svolto, ad assumersi tutte le responsabilita' di fronte alla situazione che si e' determinata per consentire all'Italia di affrontare la crisi istituzionale, sociale ed economica, portando a compimento il cammino delle riforme avviato con la nuova legge elettorale e le proposte di riforma costituzionale riguardanti il Titolo V e la trasformazione del Senato della Repubblica e mettendo in campo un programma di profonde riforme economiche e sociali necessarie alla promozione di sviluppo, crescita e lavoro per il nostro Paese''.
Fonte
Qui di seguito il documento presentato da Renzi e approvato dalla direzione del Pd
''La Direzione del Partito Democratico. - Esaminata la situazione politica e i recenti sviluppi, ringrazia il Presidente del Consiglio Enrico Letta per il notevole lavoro svolto alla guida del governo - esecutivo di servizio, nato in un momento delicato dal punto di vista politico, economico e sociale, e per il significativo apporto dato, in particolar modo per il raggiungimento degli obiettivi europei;. - assume il documento Impegno Italia come contributo per affrontare i problemi del Paese;. - rileva la necessita' e l'urgenza di aprire una fase nuova, con un nuovo esecutivo che abbia la forza politica per affrontare i problemi del Paese con un orizzonte di legislatura, da condividere con la attuale coalizione di governo e con un programma aperto alle istanze rappresentate dalle forze sociali ed economiche;. - invita gli organismi dirigenti, legittimati dal Congresso appena svolto, ad assumersi tutte le responsabilita' di fronte alla situazione che si e' determinata per consentire all'Italia di affrontare la crisi istituzionale, sociale ed economica, portando a compimento il cammino delle riforme avviato con la nuova legge elettorale e le proposte di riforma costituzionale riguardanti il Titolo V e la trasformazione del Senato della Repubblica e mettendo in campo un programma di profonde riforme economiche e sociali necessarie alla promozione di sviluppo, crescita e lavoro per il nostro Paese''.
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Renzi e Letta, convergenze parallele
di Fabrizio Casari
Nella relazione che Matteo Renzi presenterà alla Direzione del PD al fine di ottenere il mandato per il prepensionamento del governo Letta e nei colloqui che da giorni s’intrecciano tra i diversi partiti e con il Quirinale, il tema della formazione del prossimo governo è sostanzialmente limitato alla staffetta tra Letta e Renzi. Ora che anche Alfano, vicepremier e stampella di destra del governo centrista ha mollato senza alcun garbo Letta, il certificato di morte per il governo del conte zio è già stilato.
Nessuno ne soffrirà, ci sentiamo di escludere un momento di cordoglio nazionale per la scomparsa di un Esecutivo tra i più inutili della seconda Repubblica. Il rilancio che il premier ha promesso è quasi più saporifero e inutile di quanto fatto finora, ma che Letta s’impunti sulla sfiducia in Parlamento è mossa di abilità democristiana. Sfida Renzi a proporre qualcosa e non collabora all’operazione, pur conscio che il margine di manovra è inesistente. Alfano lo ha mollato, il PD firmerà una cambiale in bianco al suo segretario e né Renzi, né Napolitano, vogliono andare ad una conta in aula. Letta junior l'ha capito bene e la sua stessa conferenza stampa ha avuto il tono dei saluti; non alzerà le barricate ma le richieste sembrano ben più che l’onore delle armi.
La mossa di Letta, infatti, in qualche modo mette Renzi all’angolo. Non può tornare indietro per non dimostrare debolezza, ma andare avanti significa infilarsi in uno dei riti più antichi e penosi per la politica italiana: la staffetta. Per chi si vende come il nuovo che rottama il vecchio, è l’inizio peggiore. Non a caso un sondaggio di Sky indica il parere contrario di oltre il 65% degli italiani. Forse il vanitosissimo giovanotto dimostrerà da solo come sia stato fin troppo sopravvalutato. Appassionato di volo sembra aver smarrito la lezione di Icaro.
Ma aldilà delle schermaglie procedurali e delle dichiarazioni di possibili mosse ammantate di strategie, utili solo per riempire i tg e dare in pasto all’opinione pubblica la sensazione di un momento serio nella vita della Repubblica, le questioni future riguardano la compagine governativa, le possibili alleanze e le eventuali scadenze istituzionali. Renzi, nel caso deciderà di andare fino in fondo, otterrà un voto di fiducia ampio, garantendo agli eletti che continueranno a ricevere stipendio e accessori fino al 2018, ma si guarderà bene dal proporre soluzioni di continuità nelle politiche economiche e sociali che da Monti a Letta hanno steso l’Italia al tappeto. Parlerà di flemma e insipienza da parte di Letta ma non dirà cose diverse.
L’obiettivo è Palazzo Chigi, sia come sia. L’appetito del sindaco di Firenze è noto ed un boccone come il semestre italiano di presidenza UE lo ingolosisce assai. D’altra parte non è l’unico piatto apparecchiato, dal momento che ha già detto che manterrà comunque sia la carica di Sindaco di Firenze che quella di Segretario del PD. Ma non c’è rischio di sovraccarico di lavoro: i fiorentini nemmeno si ricordano cosa sia un sindaco dai tempi di Dominici e il PD si sgoverna da solo, non c’è nemmeno bisogno di evocarlo se non nelle sedute spiritiche.
L’accelerazione di questi ultimi giorni indica che Renzi ha deciso di ridisegnare la mappa della politica italiana, togliendo dalle mani di Napolitano la cloche del sistema. Con la consapevolezza di aver vinto le primarie degli elettori ma di non essere maggioranza assoluta tra gli iscritti, il vanitosissimo segretario sa di avere poco tempo per dimostrare di essere in grado di produrre una scossa nel paese e nel suo stesso partito, senza la quale la novità della sua elezione diverrebbe presto uno dei tanti passaggi politici metabolizzati senza traumi.
Si tratta però di vedere come si riassettano i poteri forti; come cioè il subentro di correnti ed aree rispondenti a precise lobbies d’interessi possa darsi senza infliggere colpi mortali agli attuali inquilini. In questo senso la rottura troverà comunque una continuità nella rappresentazione degli interessi che governano il paese.
Perché
una cosa è certa: l’eventuale governo Renzi non porterà nessun radicale
cambio di politiche economiche e sociali, meno che mai di politica
internazionale. Non indicherà nessuna inversione nell’indirizzo dei
flussi di spesa pubblica e nessun cambio di marcia nella politica
economica, nonostante, nel suo ultimo rapporto, l’Istat racconti bene il
disagio e la fatica di vivere in Italia per chi non fa parte di quella
quota di rendita parassitaria, imprenditoria vincente e professionismo
ultra retribuito del Paese.
Il 35,6% dei giovani non ha lavoro, una famiglia su quattro vive una situazione di disagio economico e sociale (ma al Sud la quota arriva al 41%) e la tassazione è ormai arrivata al 44,1%, cioè il 3,6% in più della media europea. L’evasione fiscale ci pone al primo posto nel mondo e il costo della corruzione è circa il 50% di tutta quella europea.
Il lavoro nero aumenta a dismisura e il 65% delle imprese usa irregolari, contribuendo non poco al totale, enorme, dell’evasione contributiva. La spesa per l’istruzione e l’innovazione è ferma al 4,2% del PIL contro la media europea del 5,3, mentre aumentano furti (più 15%) e rapine (più 5%). L’emergenza è ormai la caratteristica complessiva del nostro welfare, con la sanità che subisce tagli su tagli, la cultura che viene trasformata in variabile decimale invece che volano straordinario del nostro Paese (che da solo detiene quasi il 50% del patrimonio artistico di tutto il mondo), il finanziamento della ricerca scientifica ridotto ormai a barzelletta e l’assistenza definitivamente consegnata ai privati e che incide pesantemente in una popolazione che ha un numero di anziani seconda solo alla Germania in Europa. E dunque che sia Letta o Renzi cosa mai può importarci se le politiche sono le stesse?
L’inversione brusca, ormai non più rinviabile, di una politica economica che sposti dal lavoro alla movimentazione dei capitali il peso della tassazione, consentendo così con la riduzione drastica del cuneo fiscale la ripartenza dell’occupazione e, con essa, quella dei consumi, non ha licenza d'esistere nel pensiero unico. La costruzione di una politica industriale, l'immissione di investimenti pubblici e privati che riapra il circolo virtuoso di riorganizzazione della produzione, distribuzione e consumo interno e permetta anche la conseguente riduzione delle importazioni a tutto vantaggio della bilancia commerciale, sembra però non riuscire ad essere nemmeno immaginata.
L’idea di ridurre le spese militari e gli sprechi della politica e della pubblica amministrazione e d’investire in un grande piano di riqualificazione del Paese attraverso il riassetto idrogeologico del territorio, potrebbe produrre non solo sicurezza dei cittadini e occupazione ma anche la drastica riduzione dei miliardi di euro annualmente spesi per gli interventi emergenziali.
Il governo Renzi, come quello Letta e prima del suo Monti, sarà invece impegnato a misurare nella quota di spread tra i titoli italiani e quelli tedeschi le cifre delle strategie economiche. Addirittura è allo studio un progetto di legge che con il denaro pubblico garantisce le banche che non dovessero riprendersi dalla quantità di titoli spazzatura tutt’ora detenuti. Non ci sarà nessuna rinegoziazione del debito e meno che mai la rinuncia al fiscal compact, che prevede, ogni anno, un importo di circa 45 miliardi di Euro come quota di restituzione del debito. La cifra non è raggiungibile e rende, semplicemente, impossibile tracciare qualunque futuro per i prossimi venti anni del nostro paese.
Renzi ci parlerà però di riforme istituzionali e di legge elettorale; ci proporrà l’Italicum, versione appena meno peggiore del Porcellum ma ugualmente lesiva della Carta costituzionale. Nella peggiore tradizione democristiana, chi ha vinto il congresso eredita Palazzo Chigi. Più che Obama, sembra Don Camillo.
Fonte
Nella relazione che Matteo Renzi presenterà alla Direzione del PD al fine di ottenere il mandato per il prepensionamento del governo Letta e nei colloqui che da giorni s’intrecciano tra i diversi partiti e con il Quirinale, il tema della formazione del prossimo governo è sostanzialmente limitato alla staffetta tra Letta e Renzi. Ora che anche Alfano, vicepremier e stampella di destra del governo centrista ha mollato senza alcun garbo Letta, il certificato di morte per il governo del conte zio è già stilato.
Nessuno ne soffrirà, ci sentiamo di escludere un momento di cordoglio nazionale per la scomparsa di un Esecutivo tra i più inutili della seconda Repubblica. Il rilancio che il premier ha promesso è quasi più saporifero e inutile di quanto fatto finora, ma che Letta s’impunti sulla sfiducia in Parlamento è mossa di abilità democristiana. Sfida Renzi a proporre qualcosa e non collabora all’operazione, pur conscio che il margine di manovra è inesistente. Alfano lo ha mollato, il PD firmerà una cambiale in bianco al suo segretario e né Renzi, né Napolitano, vogliono andare ad una conta in aula. Letta junior l'ha capito bene e la sua stessa conferenza stampa ha avuto il tono dei saluti; non alzerà le barricate ma le richieste sembrano ben più che l’onore delle armi.
La mossa di Letta, infatti, in qualche modo mette Renzi all’angolo. Non può tornare indietro per non dimostrare debolezza, ma andare avanti significa infilarsi in uno dei riti più antichi e penosi per la politica italiana: la staffetta. Per chi si vende come il nuovo che rottama il vecchio, è l’inizio peggiore. Non a caso un sondaggio di Sky indica il parere contrario di oltre il 65% degli italiani. Forse il vanitosissimo giovanotto dimostrerà da solo come sia stato fin troppo sopravvalutato. Appassionato di volo sembra aver smarrito la lezione di Icaro.
Ma aldilà delle schermaglie procedurali e delle dichiarazioni di possibili mosse ammantate di strategie, utili solo per riempire i tg e dare in pasto all’opinione pubblica la sensazione di un momento serio nella vita della Repubblica, le questioni future riguardano la compagine governativa, le possibili alleanze e le eventuali scadenze istituzionali. Renzi, nel caso deciderà di andare fino in fondo, otterrà un voto di fiducia ampio, garantendo agli eletti che continueranno a ricevere stipendio e accessori fino al 2018, ma si guarderà bene dal proporre soluzioni di continuità nelle politiche economiche e sociali che da Monti a Letta hanno steso l’Italia al tappeto. Parlerà di flemma e insipienza da parte di Letta ma non dirà cose diverse.
L’obiettivo è Palazzo Chigi, sia come sia. L’appetito del sindaco di Firenze è noto ed un boccone come il semestre italiano di presidenza UE lo ingolosisce assai. D’altra parte non è l’unico piatto apparecchiato, dal momento che ha già detto che manterrà comunque sia la carica di Sindaco di Firenze che quella di Segretario del PD. Ma non c’è rischio di sovraccarico di lavoro: i fiorentini nemmeno si ricordano cosa sia un sindaco dai tempi di Dominici e il PD si sgoverna da solo, non c’è nemmeno bisogno di evocarlo se non nelle sedute spiritiche.
L’accelerazione di questi ultimi giorni indica che Renzi ha deciso di ridisegnare la mappa della politica italiana, togliendo dalle mani di Napolitano la cloche del sistema. Con la consapevolezza di aver vinto le primarie degli elettori ma di non essere maggioranza assoluta tra gli iscritti, il vanitosissimo segretario sa di avere poco tempo per dimostrare di essere in grado di produrre una scossa nel paese e nel suo stesso partito, senza la quale la novità della sua elezione diverrebbe presto uno dei tanti passaggi politici metabolizzati senza traumi.
Si tratta però di vedere come si riassettano i poteri forti; come cioè il subentro di correnti ed aree rispondenti a precise lobbies d’interessi possa darsi senza infliggere colpi mortali agli attuali inquilini. In questo senso la rottura troverà comunque una continuità nella rappresentazione degli interessi che governano il paese.
Il 35,6% dei giovani non ha lavoro, una famiglia su quattro vive una situazione di disagio economico e sociale (ma al Sud la quota arriva al 41%) e la tassazione è ormai arrivata al 44,1%, cioè il 3,6% in più della media europea. L’evasione fiscale ci pone al primo posto nel mondo e il costo della corruzione è circa il 50% di tutta quella europea.
Il lavoro nero aumenta a dismisura e il 65% delle imprese usa irregolari, contribuendo non poco al totale, enorme, dell’evasione contributiva. La spesa per l’istruzione e l’innovazione è ferma al 4,2% del PIL contro la media europea del 5,3, mentre aumentano furti (più 15%) e rapine (più 5%). L’emergenza è ormai la caratteristica complessiva del nostro welfare, con la sanità che subisce tagli su tagli, la cultura che viene trasformata in variabile decimale invece che volano straordinario del nostro Paese (che da solo detiene quasi il 50% del patrimonio artistico di tutto il mondo), il finanziamento della ricerca scientifica ridotto ormai a barzelletta e l’assistenza definitivamente consegnata ai privati e che incide pesantemente in una popolazione che ha un numero di anziani seconda solo alla Germania in Europa. E dunque che sia Letta o Renzi cosa mai può importarci se le politiche sono le stesse?
L’inversione brusca, ormai non più rinviabile, di una politica economica che sposti dal lavoro alla movimentazione dei capitali il peso della tassazione, consentendo così con la riduzione drastica del cuneo fiscale la ripartenza dell’occupazione e, con essa, quella dei consumi, non ha licenza d'esistere nel pensiero unico. La costruzione di una politica industriale, l'immissione di investimenti pubblici e privati che riapra il circolo virtuoso di riorganizzazione della produzione, distribuzione e consumo interno e permetta anche la conseguente riduzione delle importazioni a tutto vantaggio della bilancia commerciale, sembra però non riuscire ad essere nemmeno immaginata.
L’idea di ridurre le spese militari e gli sprechi della politica e della pubblica amministrazione e d’investire in un grande piano di riqualificazione del Paese attraverso il riassetto idrogeologico del territorio, potrebbe produrre non solo sicurezza dei cittadini e occupazione ma anche la drastica riduzione dei miliardi di euro annualmente spesi per gli interventi emergenziali.
Il governo Renzi, come quello Letta e prima del suo Monti, sarà invece impegnato a misurare nella quota di spread tra i titoli italiani e quelli tedeschi le cifre delle strategie economiche. Addirittura è allo studio un progetto di legge che con il denaro pubblico garantisce le banche che non dovessero riprendersi dalla quantità di titoli spazzatura tutt’ora detenuti. Non ci sarà nessuna rinegoziazione del debito e meno che mai la rinuncia al fiscal compact, che prevede, ogni anno, un importo di circa 45 miliardi di Euro come quota di restituzione del debito. La cifra non è raggiungibile e rende, semplicemente, impossibile tracciare qualunque futuro per i prossimi venti anni del nostro paese.
Renzi ci parlerà però di riforme istituzionali e di legge elettorale; ci proporrà l’Italicum, versione appena meno peggiore del Porcellum ma ugualmente lesiva della Carta costituzionale. Nella peggiore tradizione democristiana, chi ha vinto il congresso eredita Palazzo Chigi. Più che Obama, sembra Don Camillo.
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12/02/2014
L'Onu: “i marò chi?”. I politici italiani isterici
La vicenda dei ‘fucilieri di marina’ imputati in India con l’accusa di aver ucciso alcuni pescatori indiani mentre erano di scorta ad una petroliera si ingarbuglia sempre di più, e con il tempo acquisisce tratti tragicomici.
L’India sta gestendo la questione – è d’obbligo dirlo – in una maniera demenziale: conflitti di competenze tra corti federali e statali, campagne politiche contrapposte, allungamento esagerato dei tempi del processo, indecisione su quale legge applicare, strumentalizzazioni da parte dei ras locali dell’opposizione contro il governo e viceversa.
Detto questo, il tentativo da parte del governo italiano di utilizzare la vicenda dei Marò per fare la voce grossa nei confronti dell’India e di resuscitare un nazionalismo sciovinista che non sta né in cielo né in terra appare ancora più ridicolo. Basta guardare Tg1 e Tg2, per non parlare dei fantanotiziari di Mediaset, che da mesi ormai ogni santo giorno ci propinano tra le prime notizie gli sfoghi dei ‘nostri ragazzi’ dalla prigionia dorata dell’India, i comizi di Mauro e Bonino in competizione tra loro su chi debba mettere il cappello sulla vicenda, gli sproloqui nazionalisti di Meloni, Gasparri, La Russa ecc.
Un conto è fare la voce grossa ai tg governati da direttori compiacenti, un conto è convincere la cosiddetta comunità internazionale delle proprie ragioni. Un brutto segnale per personaggi come Mauro che, a furia di cavalcare la vicenda dei due marò alla fine si è convinto che era arrivato il momento di fondare un nuovo partito, naturalmente di destra.
La doccia fredda, anzi gelata, è arrivata ieri dal Segretario Generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon che, riferendosi al caso Latorre-Girone ha testualmente dichiarato ad alcuni giornalisti a New York che “si tratta di una questione bilaterale tra Italia e India che non coinvolge le Nazioni Unite”. Avrà pure messo le mani avanti, il diplomatico coreano, consapevole del fatto che non è il caso di mettersi contro un paese di più di un miliardo di abitanti. Ma il suo breve commento ha segnalato il centro della vicenda, cioè che la questione non riguarda le istituzioni e le convenzioni internazionali, ma afferisce ad un contratto che l’esercito italiano ha stipulato con alcune aziende private per fornire a queste ultime una vigilanza armata sulle proprie navi contro la pirateria. E’ abbastanza scandaloso che i militari italiani siano mandati a fare i vigilantes sulle petroliere in circolazione nell’Oceano Indiano, e lo è ancora di più il fatto che l’intera classe politica finga di non saperlo.
Classe politica che ha reagito con isteria alla dichiarazione di Ban Ki-moon. Le Commissioni Esteri e Difesa del Senato hanno chiesto un immediato chiarimento al Governo sulle dichiarazioni del Segretario generale della Nazioni Unite, approvando all’unanimità un Ordine del giorno indirizzato ai presidenti delle due Commissioni, Pier Ferdinando Casini e Nicola Latorre. "Avendo ieri il Ministro degli Esteri sostenuto, in sede parlamentare, la convinzione di aver acquisito le convergenze necessarie per internazionalizzare questo caso, le Commissioni – si legge nel testo – chiedono che il governo riferisca al più presto in Aula esprimendo con chiarezza: un'opinione del Governo italiano sulle affermazioni del Segretario generale dell'ONU; le iniziative che si intendono intraprendere in sede di Nazioni Unite per sostenere la posizione italiana e gli ulteriori passi che il Governo intende intraprendere in sede europea e multilaterale".
Per dimostrare ancora più fermezza e determinazione, il presidente della Commissione Esteri, Carini, ha minacciato: "Sospendiamo l'esame del decreto sulle missioni all'estero finché il ministro degli Esteri Emma Bonino non viene in Aula a dire quali iniziative intende prendere per contrastare le inaccettabili dichiarazioni del segretario dell'Onu Ban Ki-moon".
Che si sommano allo scarissimo entusiasmo dimostranto anche da Unione Europea e Nato nei confronti delle pretese italiane di un loro schieramento contro New Delhi. Ieri l'alto rappresentante per la politica estera Catherine Ashton ha fatto sapere al governo indiano che giudicare Latorre e Girone per terrorismo vuol dire considerare l'Italia un Paese terrorista, cosa «inaccettabile» per Bruxelles “che pregiudicherebbe i rapporti con l'India”. Se la Corte Suprema indiana il 18 febbraio dovesse decidere di processare i fucilieri secondo il "Sua Act" per la ministra degli esteri dell’Ue «ci saranno gravi implicazioni per tutte le azioni nell'anti-terrorismo dove noi collaboriamo insieme o come Paesi individuali. Questo messaggio è stato mandato vivo e chiaro stamattina tramite la nostra delegazione. E io sto mandando il messaggio sia verbalmente sia in forma scritta».
Ma che alle dichiarazioni di fuoco della Ashton seguano i fatti è tutto da vedere e le risposte dei vari capi di governo agli appelli italiani finora sono state assai più tiepide, così come quelle dei dirigenti dell’Alleanza Atlantica.
Fonte
L’India sta gestendo la questione – è d’obbligo dirlo – in una maniera demenziale: conflitti di competenze tra corti federali e statali, campagne politiche contrapposte, allungamento esagerato dei tempi del processo, indecisione su quale legge applicare, strumentalizzazioni da parte dei ras locali dell’opposizione contro il governo e viceversa.
Detto questo, il tentativo da parte del governo italiano di utilizzare la vicenda dei Marò per fare la voce grossa nei confronti dell’India e di resuscitare un nazionalismo sciovinista che non sta né in cielo né in terra appare ancora più ridicolo. Basta guardare Tg1 e Tg2, per non parlare dei fantanotiziari di Mediaset, che da mesi ormai ogni santo giorno ci propinano tra le prime notizie gli sfoghi dei ‘nostri ragazzi’ dalla prigionia dorata dell’India, i comizi di Mauro e Bonino in competizione tra loro su chi debba mettere il cappello sulla vicenda, gli sproloqui nazionalisti di Meloni, Gasparri, La Russa ecc.
Un conto è fare la voce grossa ai tg governati da direttori compiacenti, un conto è convincere la cosiddetta comunità internazionale delle proprie ragioni. Un brutto segnale per personaggi come Mauro che, a furia di cavalcare la vicenda dei due marò alla fine si è convinto che era arrivato il momento di fondare un nuovo partito, naturalmente di destra.
La doccia fredda, anzi gelata, è arrivata ieri dal Segretario Generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon che, riferendosi al caso Latorre-Girone ha testualmente dichiarato ad alcuni giornalisti a New York che “si tratta di una questione bilaterale tra Italia e India che non coinvolge le Nazioni Unite”. Avrà pure messo le mani avanti, il diplomatico coreano, consapevole del fatto che non è il caso di mettersi contro un paese di più di un miliardo di abitanti. Ma il suo breve commento ha segnalato il centro della vicenda, cioè che la questione non riguarda le istituzioni e le convenzioni internazionali, ma afferisce ad un contratto che l’esercito italiano ha stipulato con alcune aziende private per fornire a queste ultime una vigilanza armata sulle proprie navi contro la pirateria. E’ abbastanza scandaloso che i militari italiani siano mandati a fare i vigilantes sulle petroliere in circolazione nell’Oceano Indiano, e lo è ancora di più il fatto che l’intera classe politica finga di non saperlo.
Classe politica che ha reagito con isteria alla dichiarazione di Ban Ki-moon. Le Commissioni Esteri e Difesa del Senato hanno chiesto un immediato chiarimento al Governo sulle dichiarazioni del Segretario generale della Nazioni Unite, approvando all’unanimità un Ordine del giorno indirizzato ai presidenti delle due Commissioni, Pier Ferdinando Casini e Nicola Latorre. "Avendo ieri il Ministro degli Esteri sostenuto, in sede parlamentare, la convinzione di aver acquisito le convergenze necessarie per internazionalizzare questo caso, le Commissioni – si legge nel testo – chiedono che il governo riferisca al più presto in Aula esprimendo con chiarezza: un'opinione del Governo italiano sulle affermazioni del Segretario generale dell'ONU; le iniziative che si intendono intraprendere in sede di Nazioni Unite per sostenere la posizione italiana e gli ulteriori passi che il Governo intende intraprendere in sede europea e multilaterale".
Per dimostrare ancora più fermezza e determinazione, il presidente della Commissione Esteri, Carini, ha minacciato: "Sospendiamo l'esame del decreto sulle missioni all'estero finché il ministro degli Esteri Emma Bonino non viene in Aula a dire quali iniziative intende prendere per contrastare le inaccettabili dichiarazioni del segretario dell'Onu Ban Ki-moon".
Che si sommano allo scarissimo entusiasmo dimostranto anche da Unione Europea e Nato nei confronti delle pretese italiane di un loro schieramento contro New Delhi. Ieri l'alto rappresentante per la politica estera Catherine Ashton ha fatto sapere al governo indiano che giudicare Latorre e Girone per terrorismo vuol dire considerare l'Italia un Paese terrorista, cosa «inaccettabile» per Bruxelles “che pregiudicherebbe i rapporti con l'India”. Se la Corte Suprema indiana il 18 febbraio dovesse decidere di processare i fucilieri secondo il "Sua Act" per la ministra degli esteri dell’Ue «ci saranno gravi implicazioni per tutte le azioni nell'anti-terrorismo dove noi collaboriamo insieme o come Paesi individuali. Questo messaggio è stato mandato vivo e chiaro stamattina tramite la nostra delegazione. E io sto mandando il messaggio sia verbalmente sia in forma scritta».
Ma che alle dichiarazioni di fuoco della Ashton seguano i fatti è tutto da vedere e le risposte dei vari capi di governo agli appelli italiani finora sono state assai più tiepide, così come quelle dei dirigenti dell’Alleanza Atlantica.
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Fratelli coltelli. Renzi dà il benservito a Letta
Ormai è andata. A quanto pare la frenesia rottamatrice del neo-segretario del Pd sta producendo i suoi risultati. Che siano quelli auspicati in via teorica da Renzi è ancora tutto da dimostrare. Il “giovin fiorentino” avrebbe voluto sbrigarsi nel varare la nuova legge elettorale, abrogare il Senato e andare a nuove elezioni, ma ha dovuto fare i conti con una realtà un po' più complessa da quella enunciata nei talk show.
Non sembrano esserci ipotesi alternative alla buonuscita di Letta da presidente del consiglio e ad una assunzione di incarico da parte di Renzi. L'ostilità manifestata da Confindustria al governo Letta ormai da settimane, ha fatto il paio con il siluro sparato dai sostenitori italiani ed europei di Renzi verso Napolitano con la rivelazione della “cospirazione” a favore di Monti. L'operazione Firedman ha smantellato la difesa a oltranza di Napolitano dell'esecutivo Letta, ma ha anche visto il Presidente della Repubblica capire perfettamente l'aria che tira e passare la mano su un nuovo incarico a capo del governo. “Siete dello stesso partito decidete voi” ha detto Napolitano a Renzi tirandosi fuori dalla mischia.
Quattro giorni prima Napolitano aveva ribadito che “Letta non si tocca” ma dopo la bordata sparata sulla prima pagina del Corriere della Sera di lunedì sul libro di Alan Friedman, la sera stessa – a messaggio ricevuto chiaro e forte – ha dovuto ricevere il segretario del Pd al Quirinale e dargli – di fatto – carta bianca.
Oggi il notista politico del quotidiano della Confindustria, sottolinea come Renzi sia “spinto da un'ondata mediatica di impressionante forza” (ossia la loro, quella dei giornali e televisioni della grande borghesia italiana) e dunque abbia rotto gli indugi scegliendo di “logorarsi tra gli stucchi di Palazzo Chigi piuttosto che fuori dal palazzo”, ma adesso “inizia la vera disfida dentro una cornice generale drammatica”.
Gli fa eco il notista del Corriere della Sera – dentro al quale è in corso nuovamente uno scontro durissimo tra gli azionisti di riferimento – secondo cui Renzi dovrebbe promettere che l'esecutivo uscito dalla defenestrazione di Letta (in pratica il terzo esecutivo senza mandato popolare ma solo presidenziale e parlamentare) dovrebbe durare fino alla scadenza del 2018. Ciò consentirebbe di garantire scranni e consensi al governo Renzi anche tra una parte di Sel (a rischio spaccatura) e tra i dissidenti del M5S, e assicurerebbe di “non compromettere la preziosa stabilità” invocata dal Sole 24 Ore.
Ma Renzi ha un serio problema di legittimazione. Certo gode del sostegno mediatico e dei poteri forti (come Monti), ha ricevuto il mandato plebiscitario nelle primarie del Pd (come Bersani) ma non è passato alla prova delle urne e se mantiene le promesse non lo farà fino al 2018. E allora? Allora saranno le elezioni europee a misurare il consenso o meno di Renzi e se lui rappresenta la "preziosa stabilità" e la continuità della legislazione in corso finisce che nel "voto utile" stavolta ci troveremo di tutto: dalla sinistra alla Confindustria, dalla destra ai centristi, un plebiscito insomma.
A cavallo tra il Rinascimento e l'età moderna, i francesi erano soliti definire i “fiorentini” come gente di “pugnale e veleno”. Le trame dei Medici – tra i maggiori banchieri dell'epoca – non esitavano a ricorrere a mezzi piuttosto spicci per togliere di torno i loro avversari in Italia o nelle corti europee.
Nel XXI Secolo le parti si sono invertite. Le “corti europee” – in particolare quelle di Berlino, Francoforte e Bruxeles – stavolta usano i “fiorentini” e i loro pugnali e veleni per togliere di mezzo chi si oppone all'escalation oligarchica che sta ridisegnando il volto politico ed economico dell'Europa o chi si dimostra inadeguato come amministratore locale di questi interessi strategici. I diktat dell'Unione Europea, come ha ricordato recentemente il commissario Olli Rehn, non possono aspettare i ritmi e i riti della politica italiana. Dal 2011 a oggi s'è vista solo la controriforma Fornero sulle pensioni. Troppo poco rispetto alla famosa lettera del 5 agosto 2011 di Trichet e Draghi. C'è la spending review da attuare, c'è il Fiscal Compact da applicare, i contratti nazionali collettivi da smantellare etc.
Non è più concesso perdere tempo. Non a caso tra le righe dei maggiori quotidiani della borghesia, oggi si insiste sul fatto che di tempo Renzi ne avrà poco a disposizione. Deve agire in fretta senza curarsi troppo di morti e feriti sul cammino. Letta e Napolitano sono gli inquilini da sfrattare dai palazzi istituzionali, ma vengono i brividi nel pensare a come Renzi si rapporterà agli inquilini “normali”, quelli che vengono sfrattati quotidianamente dalle loro case perché non sono più in grado di pagare l'affitto o la rata del mutuo.
Fonte
Non sembrano esserci ipotesi alternative alla buonuscita di Letta da presidente del consiglio e ad una assunzione di incarico da parte di Renzi. L'ostilità manifestata da Confindustria al governo Letta ormai da settimane, ha fatto il paio con il siluro sparato dai sostenitori italiani ed europei di Renzi verso Napolitano con la rivelazione della “cospirazione” a favore di Monti. L'operazione Firedman ha smantellato la difesa a oltranza di Napolitano dell'esecutivo Letta, ma ha anche visto il Presidente della Repubblica capire perfettamente l'aria che tira e passare la mano su un nuovo incarico a capo del governo. “Siete dello stesso partito decidete voi” ha detto Napolitano a Renzi tirandosi fuori dalla mischia.
Quattro giorni prima Napolitano aveva ribadito che “Letta non si tocca” ma dopo la bordata sparata sulla prima pagina del Corriere della Sera di lunedì sul libro di Alan Friedman, la sera stessa – a messaggio ricevuto chiaro e forte – ha dovuto ricevere il segretario del Pd al Quirinale e dargli – di fatto – carta bianca.
Oggi il notista politico del quotidiano della Confindustria, sottolinea come Renzi sia “spinto da un'ondata mediatica di impressionante forza” (ossia la loro, quella dei giornali e televisioni della grande borghesia italiana) e dunque abbia rotto gli indugi scegliendo di “logorarsi tra gli stucchi di Palazzo Chigi piuttosto che fuori dal palazzo”, ma adesso “inizia la vera disfida dentro una cornice generale drammatica”.
Gli fa eco il notista del Corriere della Sera – dentro al quale è in corso nuovamente uno scontro durissimo tra gli azionisti di riferimento – secondo cui Renzi dovrebbe promettere che l'esecutivo uscito dalla defenestrazione di Letta (in pratica il terzo esecutivo senza mandato popolare ma solo presidenziale e parlamentare) dovrebbe durare fino alla scadenza del 2018. Ciò consentirebbe di garantire scranni e consensi al governo Renzi anche tra una parte di Sel (a rischio spaccatura) e tra i dissidenti del M5S, e assicurerebbe di “non compromettere la preziosa stabilità” invocata dal Sole 24 Ore.
Ma Renzi ha un serio problema di legittimazione. Certo gode del sostegno mediatico e dei poteri forti (come Monti), ha ricevuto il mandato plebiscitario nelle primarie del Pd (come Bersani) ma non è passato alla prova delle urne e se mantiene le promesse non lo farà fino al 2018. E allora? Allora saranno le elezioni europee a misurare il consenso o meno di Renzi e se lui rappresenta la "preziosa stabilità" e la continuità della legislazione in corso finisce che nel "voto utile" stavolta ci troveremo di tutto: dalla sinistra alla Confindustria, dalla destra ai centristi, un plebiscito insomma.
A cavallo tra il Rinascimento e l'età moderna, i francesi erano soliti definire i “fiorentini” come gente di “pugnale e veleno”. Le trame dei Medici – tra i maggiori banchieri dell'epoca – non esitavano a ricorrere a mezzi piuttosto spicci per togliere di torno i loro avversari in Italia o nelle corti europee.
Nel XXI Secolo le parti si sono invertite. Le “corti europee” – in particolare quelle di Berlino, Francoforte e Bruxeles – stavolta usano i “fiorentini” e i loro pugnali e veleni per togliere di mezzo chi si oppone all'escalation oligarchica che sta ridisegnando il volto politico ed economico dell'Europa o chi si dimostra inadeguato come amministratore locale di questi interessi strategici. I diktat dell'Unione Europea, come ha ricordato recentemente il commissario Olli Rehn, non possono aspettare i ritmi e i riti della politica italiana. Dal 2011 a oggi s'è vista solo la controriforma Fornero sulle pensioni. Troppo poco rispetto alla famosa lettera del 5 agosto 2011 di Trichet e Draghi. C'è la spending review da attuare, c'è il Fiscal Compact da applicare, i contratti nazionali collettivi da smantellare etc.
Non è più concesso perdere tempo. Non a caso tra le righe dei maggiori quotidiani della borghesia, oggi si insiste sul fatto che di tempo Renzi ne avrà poco a disposizione. Deve agire in fretta senza curarsi troppo di morti e feriti sul cammino. Letta e Napolitano sono gli inquilini da sfrattare dai palazzi istituzionali, ma vengono i brividi nel pensare a come Renzi si rapporterà agli inquilini “normali”, quelli che vengono sfrattati quotidianamente dalle loro case perché non sono più in grado di pagare l'affitto o la rata del mutuo.
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11/02/2014
Decreto "terra dei fuochi" e "Destinazione Italia": condono e amnistia per gli assassini!
Con grande clamore pubblicitario il senato ha dato il via libera al Decreto “sulla terra dei fuochi” di cui vengono dati al pubblico i grandi numeri corrispondenti all’impegno dello stato per il problema inquinamento in Campania (3200 chilometri quadrati sottoposti a monitoraggio, screening per 1,3 milioni di abitanti delle province di Napoli e Caserta, 850 militari schierati, 25 milioni di euro per i controlli sanitari ecc.) senza però definire come avverranno questi interventi, perché ne sono escluse le due città che direttamente o indirettamente hanno subito lo stesso inquinamento, senza dire chi gestirà questi fondi (una giunta eletta anche dai voti dei Casalesi? Un governo locale nelle cui compagine ha gran peso un raggruppamento che inneggia a Cosentino?...).
Infine il vuoto più incredibile è quello che riguarda le responsabilità: è infatti ridicolo che su quest’ultimo capitolo il tutto si riduca alla caccia ai “fuochisti” che sono l’ultima ruota del carro. Gli imprenditori che hanno utilizzato la camorra o direttamente hanno avvelenato i siti industriali spesso ricevuti gratuitamente dallo stato come incentivi all’impresa sono fuori dal discorso.
A mettere la pezza su questo argomento scottante giunge in contemporanea, ma presentato in sordina questa volta, l’articolo 4 del Decreto Destinazione Italia, fortemente voluto dal Ministero dello sviluppo economico, intitolato “Misure volte a favorire la realizzazione delle bonifiche dei siti di interesse nazionale“.
Che dice questo articolo? Esso afferma che il principio secondo cui chi inquina paga, che fa parte dell’ordinamento comunitario, non sarebbe valido per i SIN ( siti inquinati di interesse nazionale che sono 37) se “ i fatti che hanno determinato l’inquinamento sono antecedenti al 30 Aprile 2007”!!!
(da Il Fatto quotidiano di Giovedì 6/2/2014 pg. 8).
Con questo decreto nessuna industria sarà chiamata in causa né in Campania né altrove poiché ci sono voluti decine di anni per fare uscire le responsabilità di Eni, Enel, E.on, Lucchini, Caffaro nello smaltimento illegale dei rifiuti, figuriamoci se si riescono ad incastrare quelle responsabili di reati più recenti .
Si tratta quindi un condono in grande stile per i reati ambientali ed un’amnistia per le migliaia di morti prodotti dall’inquinamento. In più i solerti governanti hanno voluto pure incentivare ulteriori operazioni truffaldine. In pratica, i proprietari di aree interessate, compresi i responsabili dell’inquinamento, se il disastro è stato compiuto prima del 30 aprile 2007, potranno usufruire di un accordo di programma co-finanziato dallo Stato, se proporranno un percorso di industrializzazione.
Sulla base del decreto, si potranno stipulare accordi di programma con uno o più proprietari di aree contaminate o altri soggetti interessati ad attuare progetti integrati di messa in sicurezza o bonifica, e di riconversione industriale e sviluppo economico in siti di interesse nazionale individuati che prevedano anche i contributi pubblici e le altre misure di sostegno economico finanziario disponibili.
Il proprietario dell’area inquinata potrà contare sullo Stato, che pagherà non soltanto gli oneri delle bonifiche, ma anche gli investimenti per realizzare i nuovi impianti. Coloro che si sono resi responsabili dei peggiori disastri ambientali in Italia non dovranno dunque più temere di essere condannati dai tribunali al pagamento di cifre esorbitanti né per i danni ambientali ne per le malattie prodotte ma anzi riceveranno fondi per intraprendere altre operazioni di dubbia finalità. E’ evidente che c’è un blocco di potere che fa da scudo ai gruppi industriali che hanno prodotto inquinamento e morte e che trova nelle forze governative le più valide difese. E pensare che c’è chi in questi giorni sta parlando di vittoria della linea del dialogo con le istituzioni! Quale dialogo si può impostare con questa classe politica? Bisogna chiudere occhi ed orecchie per non capire con chi si ha a che fare, bisogna essere infatuati da una fede cieca nello stato per non capire che si sta consumando l’ennesimo tragico raggiro ai danni della nostra gente. Alle associazioni ed ai comitati che non credono alle chiacchiere ma guardano i fatti, noi chiediamo di tenere alta la guardia e proseguire nella lotta.
Napoli 6/2/2014 Medicina Democratica di Napoli
Fonte
Infine il vuoto più incredibile è quello che riguarda le responsabilità: è infatti ridicolo che su quest’ultimo capitolo il tutto si riduca alla caccia ai “fuochisti” che sono l’ultima ruota del carro. Gli imprenditori che hanno utilizzato la camorra o direttamente hanno avvelenato i siti industriali spesso ricevuti gratuitamente dallo stato come incentivi all’impresa sono fuori dal discorso.
A mettere la pezza su questo argomento scottante giunge in contemporanea, ma presentato in sordina questa volta, l’articolo 4 del Decreto Destinazione Italia, fortemente voluto dal Ministero dello sviluppo economico, intitolato “Misure volte a favorire la realizzazione delle bonifiche dei siti di interesse nazionale“.
Che dice questo articolo? Esso afferma che il principio secondo cui chi inquina paga, che fa parte dell’ordinamento comunitario, non sarebbe valido per i SIN ( siti inquinati di interesse nazionale che sono 37) se “ i fatti che hanno determinato l’inquinamento sono antecedenti al 30 Aprile 2007”!!!
(da Il Fatto quotidiano di Giovedì 6/2/2014 pg. 8).
Con questo decreto nessuna industria sarà chiamata in causa né in Campania né altrove poiché ci sono voluti decine di anni per fare uscire le responsabilità di Eni, Enel, E.on, Lucchini, Caffaro nello smaltimento illegale dei rifiuti, figuriamoci se si riescono ad incastrare quelle responsabili di reati più recenti .
Si tratta quindi un condono in grande stile per i reati ambientali ed un’amnistia per le migliaia di morti prodotti dall’inquinamento. In più i solerti governanti hanno voluto pure incentivare ulteriori operazioni truffaldine. In pratica, i proprietari di aree interessate, compresi i responsabili dell’inquinamento, se il disastro è stato compiuto prima del 30 aprile 2007, potranno usufruire di un accordo di programma co-finanziato dallo Stato, se proporranno un percorso di industrializzazione.
Sulla base del decreto, si potranno stipulare accordi di programma con uno o più proprietari di aree contaminate o altri soggetti interessati ad attuare progetti integrati di messa in sicurezza o bonifica, e di riconversione industriale e sviluppo economico in siti di interesse nazionale individuati che prevedano anche i contributi pubblici e le altre misure di sostegno economico finanziario disponibili.
Il proprietario dell’area inquinata potrà contare sullo Stato, che pagherà non soltanto gli oneri delle bonifiche, ma anche gli investimenti per realizzare i nuovi impianti. Coloro che si sono resi responsabili dei peggiori disastri ambientali in Italia non dovranno dunque più temere di essere condannati dai tribunali al pagamento di cifre esorbitanti né per i danni ambientali ne per le malattie prodotte ma anzi riceveranno fondi per intraprendere altre operazioni di dubbia finalità. E’ evidente che c’è un blocco di potere che fa da scudo ai gruppi industriali che hanno prodotto inquinamento e morte e che trova nelle forze governative le più valide difese. E pensare che c’è chi in questi giorni sta parlando di vittoria della linea del dialogo con le istituzioni! Quale dialogo si può impostare con questa classe politica? Bisogna chiudere occhi ed orecchie per non capire con chi si ha a che fare, bisogna essere infatuati da una fede cieca nello stato per non capire che si sta consumando l’ennesimo tragico raggiro ai danni della nostra gente. Alle associazioni ed ai comitati che non credono alle chiacchiere ma guardano i fatti, noi chiediamo di tenere alta la guardia e proseguire nella lotta.
Napoli 6/2/2014 Medicina Democratica di Napoli
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10/02/2014
Disastro ambientale in Campania: Basta speculare, basta presa in giro!
I cittadini Napoletani, sono sempre stati traditi e presi in giro dai politici, senza mai riuscire ad opporsi concretamente. Adesso però si tratta della salute, della terra e della vita dei figli che imprese, camorra e politici stanno distruggendo, perciò non si può più permettere che ciò avvenga.
Per oltre un anno, migliaia di cittadini hanno dimostrato, attraverso decine di manifestazioni di protesta partecipate, che vogliono difendere la loro salute e quella dei loro figli.
Ma anche il grosso movimento ”fiumeinpiena” si è disperso in mille rivoli. IL PIU’ PERICOLOSO QUELLO CHE HA SCELTO IL DIALOGO ISTITUZIONALE A TUTTI I COSTI; CONSENTENDO A QUESTI SIGNORI, CHE HANNO INQUINATO,DI FARE LA PARTE DEI SALVATORI DELLA PATRIA!!!
Hanno prodotto un D.P.R che non affronta il problema vero delle bonifiche e con un colpo di spugna cancellano tutti i reati delle aziende che hanno inquinato il territorio. Parlano di istituire il registro tumori,di garantire lo screening sanitario delle popolazione dei territori inquinati e di approvare l’esenzione dei TICKET SANITARI, il tutto in una regione in cui non sono in grado di garantire l’assistenza MINIMA ESSENZIALE per i tagli che hanno prodotto nel settore della Sanità, e soprattutto, senza una copertura certa dei fondi necessari.
Inoltre, il DPR ha confermato, in opposizione a quanto il movimento di migliaia di cittadini aveva espresso, in modo forte e determinato, la costruzione dell’inceneritore e l’invio dell’esercito.
Questo significa che bisogna continuare con le mobilitazioni di protesta e riprendere la lotta in maniera ancora più determinata contro i politici – l’industria inquinante – la camorra. Bisogna riprendere l’iniziativa e mettere in campo battaglie per la difesa VERA della SALUTE, con obiettivi CHIARI e CONDIVISI da tutti.
Come organizzazioni, abbiamo portato avanti iniziative sul piano sanitario, difendendo l’assistenza sanitaria come l’abolizione del ticket sanitario, l’istituzione del registro dei tumori e lo screening sulla popolazione, sul piano delle responsabilità, promuovendo una iniziativa di denuncia e di protesta, presso la sede di Confindustria, per le responsabilità delle 430 imprese che hanno riversato i rifiuti industriali nel territorio Campano, confermando cosi il rifiuto alla concertazione su un problema drammatico e dimostrando una capacità di individuare i reali problemi ed i principali responsabili di tutto questo.
Abbiamo generalizzato in tutta Italia la nostra lotta legandola alla devastazione ambientale del territorio nazionale. Per questo motivo, si sta preparando una assemblea Nazionale a Napoli, con la partecipazione delle realtà di lotta dei comitati per la difesa dei territori di Taranto per l’ILVA, i NO TAV, ecc. con al centro il tema del modello di sviluppo e le responsabilità delle istituzioni, quali responsabili oggettivi dei disastri ambientali sul territorio nazionale e delle tante vittima che esse producono tra i cittadini e tra i lavoratori.
A tale iniziativa, saranno invitate tutte le realtà di lotta presente sul territorio, per contribuire attraverso la discussione ed il confronto a costruire nuove e più incisive iniziative, anche a livello Nazionale, per una reale e concreta risoluzione di questo problema.
USB salute ambiente
Ross@
Medicina Democratica
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State ancora a privatizzare?
Il governo vara la privatizzazione delle Poste italiane. Si giustifica l’operazione con lo scopo di ridurre il debito pubblico e di aumentare l’efficienza del servizio. I dati però smentiscono la fondatezza di tali obiettivi. Per giunta, diversamente da quanto sostenuto dalla vulgata, autorevoli studi internazionali e la stessa Corte dei Conti hanno evidenziato che le privatizzazioni sono state spesso accompagnate non da una riduzione delle tariffe e dei prezzi, ma da un loro significativo aumento. Più che interrogarci sui modi più o meno accorti in cui si realizza una privatizzazione, sarebbe forse ora di chiedersi, più in generale, se non sia il caso di avviare un riesame critico delle privatizzazioni avvenute negli anni passati e di mettere in discussione una linea politica che tuttora punta al restringimento dell’azione dello Stato e dei poteri pubblici in attività strategiche cruciali. Intervista all’economista Emiliano Brancaccio (Università del Sannio).
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08/02/2014
Biocidio: il governo Letta grazia le industrie assassine
In questo paese narcotizzato dal buonismo e dal ‘politicamente corretto’ sembra che il principale problema sia la mancanza di bon ton da parte delle opposizioni parlamentari. Che importa se il governo grazia decine di imprese che per decenni hanno accumulato enormi profitti inquinando interi territori e condannando a morte migliaia di persone, tra operai e abitanti dei dintorni? Nulla, sembra. L’ennesimo regalo del governo di centro-destra-sinistra alle imprese colpevoli di biocidio non sembra interessare molto i media. Salvo poche eccezioni, come l’articolo che riproduciamo di seguito.
Letta si inventa il condono per i grandi inquinatori
Marco Palombi - Da il Fatto Quotidiano del 06-02-2014
IL GOVERNO FESTEGGIA IL DECRETO SULLA TERRA DEI FUOCHI. ENI, ENEL E GLI ALTRI INVECE BRINDANO A “DESTINAZIONE ITALIA” E AL MAXISCONTO SULLE BONIFICHE
La faccenda è talmente enorme che lo stesso servizio Studi della Camera non ha potuto che farla notare con inusitata crudezza: andrebbe indagata, scrive, “la compatibilità con il principio comunitario chi inquina paga”. Di cosa stanno parlando? Dell’articolo 4 del decreto Destinazione Italia, fortemente voluto dal ministero dello Sviluppo economico, quello intitolato “Misure volte a favorire la realizzazione delle bonifiche dei siti di interesse nazionale” e di cui vi parliamo nel giorno in cui la politica si fa bella dell’approvazione del decreto per contrastare l’emergenza ambientale nella Terra dei Fuochi.
In sostanza, quello di cui vi parliamo è una sorta di condono: le grandi aziende che hanno inquinato il territorio italiano, spesso violando la legge, creando le cinquanta e più Terre dei Fuochi che costellano la penisola, ottengono un bello sconto su quanto devono alla comunità nazionale in risarcimento del danno. Di più: se saranno così gentili da firmare l’ennesimo “Accordo di programma” col governo per le bonifiche, la collettività pagherà un bel pezzo del dovuto, gli inquinatori avranno un credito d’imposta da 70 milioni e potranno pure costruire nuovi impianti produttivi sui siti inquinati. Cosa prescrive, infatti, l’articolato sponsorizzato dal ministero per lo Sviluppo economico? Che per tutti i Siti di interesse nazionale (SIN) il modello “chi inquina paga”, imposto dalla legislazione europea, non vale se “i fatti che hanno causato l’inquinamento sono antecedenti al 30 aprile 2007”. Basta l’accordino con l’esecutivo e questo “esclude ogni altro obbligo di bonifica e riparazione ambientale e fa venir meno l’onere reale per tutti i fatti antecedenti all’accordo medesimo”. Trasportato in quel disastro che è la situazione delle bonifiche ambientali in Italia questo significa che dei 39 Sin attualmente riconosciuti ne restano fuori solo due: l’Ilva, che ha già la sua legge ad hoc, e il sito di Bussi sul Tirino, in Abruzzo, dove sono sfortunati e hanno ottenuto il bollino “Sin” solo nel 2008.
Per tutti gli altri inquinatori è un giorno di festa: citando un po ’ a caso si va dall’Eni (Porto Torres, Priolo, eccetera) all’Enel (Porto Tolle, a Rovigo); dalla multinazionale tedesca E.On (è di ieri la notizia che il direttore della centrale termoelettrica di Porto Torres è indagato proprio per reati ambientali) alla Saras che fu della famiglia Moratti e ora è in mani russe (Sarroch, in Sardegna); dalla Lucchini a Piombino agli ungheresi di Mol Group, che hanno acquisito a Mantova la raffineria della italiana IES, fino alla Caffaro di Brescia, oggi di proprietà della malmessa Snia spa. Tra i pochi ad accorgersi di questo ennesimo tentativo di accollare alla collettività danni causati da imprese private vanno segnalati il M5S e i Verdi. “Ci provarono già nel decreto del Fare scrivendo che le bonifiche dovevano essere ‘economicamente sostenibili’, oggi lo fanno in un altro modo ma l’obiettivo è lo stesso: non applicare il principio che chi inquina poi paga”, dice la deputata 5 Stelle Federica Daga: “Non solo. Il decreto non rende nemmeno le bonifiche obbligatorie: si dice alle imprese ‘o fai la bonifica o la messa in sicurezza’. E così si lascia un pezzo enorme del paese a fare i conti con l’emergenza sanitaria”. Sulla stessa linea il leader dei Verdi, Angelo Bonelli: “Questo è un’operazione dalla portata incredibile: è un terremoto nella legislatura ambientale italiana. Voglio ricordare che il nostro paese sta già subendo moltissime procedure di infrazione europee in materia di ambiente e di bonifiche ambientali, ora si decide addirittura di disapplicare unilateralmente la legislazione comunitaria. Faccio un appello al ministero dell’Ambiente: ritiri la norma. Che gli inquinatori abbiano un condono, in parte persino premiale, è semplicemente allucinante”.
Quest'ultimo riferimento di Bonelli è a due previsioni del decreto a cui abbiamo già accennato. Non solo lo Stato sgrava dalle loro responsabilità gli autori di enormi disastri ambientali, ma per convincerli a ricevere il favore senza protestare gli dà pure qualche incentivo: basta firmare il famoso “Accordo di programma” e si ha diritto a un credito d’imposta che vale 20 milioni quest’anno e cinquanta il prossimo e poi a costruire nei SIN nuovi impianti (un rigassificatore, diciamo, o un inceneritore) automaticamente dichiarati di “pubblica utilità” e dunque beneficiati di procedura autorizzativa superaccelerata. Tradotto: non solo non pagheranno per il danno, ma ai grandi gruppi di cui sopra viene pure garantito un futuro profitto.
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Letta si inventa il condono per i grandi inquinatori
Marco Palombi - Da il Fatto Quotidiano del 06-02-2014
IL GOVERNO FESTEGGIA IL DECRETO SULLA TERRA DEI FUOCHI. ENI, ENEL E GLI ALTRI INVECE BRINDANO A “DESTINAZIONE ITALIA” E AL MAXISCONTO SULLE BONIFICHE
La faccenda è talmente enorme che lo stesso servizio Studi della Camera non ha potuto che farla notare con inusitata crudezza: andrebbe indagata, scrive, “la compatibilità con il principio comunitario chi inquina paga”. Di cosa stanno parlando? Dell’articolo 4 del decreto Destinazione Italia, fortemente voluto dal ministero dello Sviluppo economico, quello intitolato “Misure volte a favorire la realizzazione delle bonifiche dei siti di interesse nazionale” e di cui vi parliamo nel giorno in cui la politica si fa bella dell’approvazione del decreto per contrastare l’emergenza ambientale nella Terra dei Fuochi.
In sostanza, quello di cui vi parliamo è una sorta di condono: le grandi aziende che hanno inquinato il territorio italiano, spesso violando la legge, creando le cinquanta e più Terre dei Fuochi che costellano la penisola, ottengono un bello sconto su quanto devono alla comunità nazionale in risarcimento del danno. Di più: se saranno così gentili da firmare l’ennesimo “Accordo di programma” col governo per le bonifiche, la collettività pagherà un bel pezzo del dovuto, gli inquinatori avranno un credito d’imposta da 70 milioni e potranno pure costruire nuovi impianti produttivi sui siti inquinati. Cosa prescrive, infatti, l’articolato sponsorizzato dal ministero per lo Sviluppo economico? Che per tutti i Siti di interesse nazionale (SIN) il modello “chi inquina paga”, imposto dalla legislazione europea, non vale se “i fatti che hanno causato l’inquinamento sono antecedenti al 30 aprile 2007”. Basta l’accordino con l’esecutivo e questo “esclude ogni altro obbligo di bonifica e riparazione ambientale e fa venir meno l’onere reale per tutti i fatti antecedenti all’accordo medesimo”. Trasportato in quel disastro che è la situazione delle bonifiche ambientali in Italia questo significa che dei 39 Sin attualmente riconosciuti ne restano fuori solo due: l’Ilva, che ha già la sua legge ad hoc, e il sito di Bussi sul Tirino, in Abruzzo, dove sono sfortunati e hanno ottenuto il bollino “Sin” solo nel 2008.
Per tutti gli altri inquinatori è un giorno di festa: citando un po ’ a caso si va dall’Eni (Porto Torres, Priolo, eccetera) all’Enel (Porto Tolle, a Rovigo); dalla multinazionale tedesca E.On (è di ieri la notizia che il direttore della centrale termoelettrica di Porto Torres è indagato proprio per reati ambientali) alla Saras che fu della famiglia Moratti e ora è in mani russe (Sarroch, in Sardegna); dalla Lucchini a Piombino agli ungheresi di Mol Group, che hanno acquisito a Mantova la raffineria della italiana IES, fino alla Caffaro di Brescia, oggi di proprietà della malmessa Snia spa. Tra i pochi ad accorgersi di questo ennesimo tentativo di accollare alla collettività danni causati da imprese private vanno segnalati il M5S e i Verdi. “Ci provarono già nel decreto del Fare scrivendo che le bonifiche dovevano essere ‘economicamente sostenibili’, oggi lo fanno in un altro modo ma l’obiettivo è lo stesso: non applicare il principio che chi inquina poi paga”, dice la deputata 5 Stelle Federica Daga: “Non solo. Il decreto non rende nemmeno le bonifiche obbligatorie: si dice alle imprese ‘o fai la bonifica o la messa in sicurezza’. E così si lascia un pezzo enorme del paese a fare i conti con l’emergenza sanitaria”. Sulla stessa linea il leader dei Verdi, Angelo Bonelli: “Questo è un’operazione dalla portata incredibile: è un terremoto nella legislatura ambientale italiana. Voglio ricordare che il nostro paese sta già subendo moltissime procedure di infrazione europee in materia di ambiente e di bonifiche ambientali, ora si decide addirittura di disapplicare unilateralmente la legislazione comunitaria. Faccio un appello al ministero dell’Ambiente: ritiri la norma. Che gli inquinatori abbiano un condono, in parte persino premiale, è semplicemente allucinante”.
Quest'ultimo riferimento di Bonelli è a due previsioni del decreto a cui abbiamo già accennato. Non solo lo Stato sgrava dalle loro responsabilità gli autori di enormi disastri ambientali, ma per convincerli a ricevere il favore senza protestare gli dà pure qualche incentivo: basta firmare il famoso “Accordo di programma” e si ha diritto a un credito d’imposta che vale 20 milioni quest’anno e cinquanta il prossimo e poi a costruire nei SIN nuovi impianti (un rigassificatore, diciamo, o un inceneritore) automaticamente dichiarati di “pubblica utilità” e dunque beneficiati di procedura autorizzativa superaccelerata. Tradotto: non solo non pagheranno per il danno, ma ai grandi gruppi di cui sopra viene pure garantito un futuro profitto.
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Fra Alitalia e Al Qaeda, l’Italia negli “Amici della Siria”
Gli aiuti degli Amici. Ovvero perché l’Italia è fra gli 11 “Amici della (guerra in) Siria” e perché per pace e dignità ne dovrebbe uscire.
Emiri e sceicchi, re e aspiranti sultani. Perché rispetto alla tragedia siriana l’Italia è fedele negli anni ai diktat di Arabia Saudita, Qatar, Emirati Arabi e Turchia neo-ottomana? Paesi da basso impero che in nome dei diritti umani e dei popoli hanno armato chi ha messo la Siria a ferro e fuoco e fomentato una guerra che ha distrutto un paese?
Perché l’Italia siede con gli “Amici della Siria”, un incredibile gruppo di compagni di merende che conta undici, assai bellicosi, paesi membri(1) e che ritiene una sua creatura ornitorinco, la Coalizione di Doha, che non rappresenta neanche se stessa(2), il legittimo unico rappresentante del popolo siriano? E rispetto ai quali la Siria dovrebbe proprio dire: “Dagli amici mi guardi Iddio che dai nemici mi guardo io”?
Perché l’Italia sta lì? La risposta è: perché i petrodollari non olent. Sceicchi ed emiri si stanno comprando pezzi di Occidente, in Italia, Francia, Uk . Già avevamo fatto notare il ruolo del Qatar(3). Ma in questo febbraio lo abbiamo capito ancora meglio.
Il 3 febbraio in particolare, a pochi giorni dalla dichiarazione a Ginevra degli “Amici”(4) che sono riusciti a condannare gli Hezbollah come mercenari ignorando quelli mandati da loro, e a non condannare invio di armi, denaro e combattenti stranieri, ha visto due incontri assai significativi.
Letta piazzista nel Golfo, con il giro delle 7 moschee e la svendita di Alitalia(5).
E intanto la Bonino organizzava il terzo incontro (il secondo è stato in Kuwait) del Gruppo di alto livello sulle sfide umanitarie in Siria, svoltosi ieri alla Farnesina a porte chiuse – salvo l'introduzione della ministra.
Il gruppo più compatto fra i paesi presenti era proprio quello degli “Amici della Siria”. Ovvero come incendiare un paese e cercare di alleviare l’incendio con un po’ di crema sulle ustioni.
Incontro sugli aiuti alla Siria? Sarebbe stato meglio intitolarlo aiuti all’Italia.
A questo punto annunciamo una campagna del sito Sibialiria, nella quale speriamo di coinvolgere molti altri, per l’uscita subito dell’Italia dagli “Amici della Siria”, un passo che sarebbe un atto di denuncia dirompente, sarebbe come dire che la condizione per la pace e il negoziato è che i gruppi armati (che assediano o tengono scudi umani) non siano più aiutati. E a chi dice che così si sbilancerebbe il tutto e si aiuterebbe Assad (che riceve armi – ma è un commercio legale) diciamo: per la Siria del futuro oltre alle elezioni va imposto un negoziato ma è mostruoso che gli attori al tavolo siano:
1. Gruppi armati e alleati di jihadisti quando non jihadisti loro stessi.
2. Una coalizione da hotel 5 stelle che non rappresenta nessuno.
Senza più armi a questi gruppi, il negoziato si farebbe con l’opposizione vera, interna e non armata, e contraria alle ingerenze straniere.
Note
1) Gli undici paesi del gruppo sono: cinque occidentali (USA, Francia, Germania, Gran Bretagna, Italia) e sei della macro-regione intorno alla Siria (Emirati Arabi uniti, Arabia saudita, Qatar, Turchia, Egitto, Giordania). Agli incontri partecipa quasi sempre la Coalizione Nazionale Siriana.
2) La Coalizione Nazionale Siriana ha deciso la partecipazione a Ginevra2 il 17 gennaio a Istanbul con il voto favorevole di 58 delegati su circa 120 che compongono il suo consiglio direttivo. I Fratelli musulmani, il gruppo più numeroso nel consiglio, non hanno partecipato alla votazione e nelle settimane precedenti avevano annunciato che, in caso di presenza della Coalizione a Ginevra2, sarebbero usciti dal coordinamento. Naturalmente in Italia di tutto questo non si parla.
3) Sibialiria, aprile 2012, Perché dovremmo boicottare il Qatar di M.Correggia
4) L'ultimo documento degli Amici della Siria è stato sottoscritto dagli undici paesi a Ginevra il 31 gennaio 2014 insieme alla Coalizione Siriana, alla chiusura della prima fase dei colloqui tra le controparti siriane. Lo abbiamo rintracciato, solo in lingua inglese, nel sito della rappresentanza italiana a Ginevra. In Italia non è stato né tradotto né citato da nessuno.
5) A proposito della trattativa Alitalia proponiamo la lettura di questo articolo dal sito della Stampa di Torino.
Fonte
Emiri e sceicchi, re e aspiranti sultani. Perché rispetto alla tragedia siriana l’Italia è fedele negli anni ai diktat di Arabia Saudita, Qatar, Emirati Arabi e Turchia neo-ottomana? Paesi da basso impero che in nome dei diritti umani e dei popoli hanno armato chi ha messo la Siria a ferro e fuoco e fomentato una guerra che ha distrutto un paese?
Perché l’Italia siede con gli “Amici della Siria”, un incredibile gruppo di compagni di merende che conta undici, assai bellicosi, paesi membri(1) e che ritiene una sua creatura ornitorinco, la Coalizione di Doha, che non rappresenta neanche se stessa(2), il legittimo unico rappresentante del popolo siriano? E rispetto ai quali la Siria dovrebbe proprio dire: “Dagli amici mi guardi Iddio che dai nemici mi guardo io”?
Perché l’Italia sta lì? La risposta è: perché i petrodollari non olent. Sceicchi ed emiri si stanno comprando pezzi di Occidente, in Italia, Francia, Uk . Già avevamo fatto notare il ruolo del Qatar(3). Ma in questo febbraio lo abbiamo capito ancora meglio.
Il 3 febbraio in particolare, a pochi giorni dalla dichiarazione a Ginevra degli “Amici”(4) che sono riusciti a condannare gli Hezbollah come mercenari ignorando quelli mandati da loro, e a non condannare invio di armi, denaro e combattenti stranieri, ha visto due incontri assai significativi.
Letta piazzista nel Golfo, con il giro delle 7 moschee e la svendita di Alitalia(5).
E intanto la Bonino organizzava il terzo incontro (il secondo è stato in Kuwait) del Gruppo di alto livello sulle sfide umanitarie in Siria, svoltosi ieri alla Farnesina a porte chiuse – salvo l'introduzione della ministra.
Il gruppo più compatto fra i paesi presenti era proprio quello degli “Amici della Siria”. Ovvero come incendiare un paese e cercare di alleviare l’incendio con un po’ di crema sulle ustioni.
Incontro sugli aiuti alla Siria? Sarebbe stato meglio intitolarlo aiuti all’Italia.
A questo punto annunciamo una campagna del sito Sibialiria, nella quale speriamo di coinvolgere molti altri, per l’uscita subito dell’Italia dagli “Amici della Siria”, un passo che sarebbe un atto di denuncia dirompente, sarebbe come dire che la condizione per la pace e il negoziato è che i gruppi armati (che assediano o tengono scudi umani) non siano più aiutati. E a chi dice che così si sbilancerebbe il tutto e si aiuterebbe Assad (che riceve armi – ma è un commercio legale) diciamo: per la Siria del futuro oltre alle elezioni va imposto un negoziato ma è mostruoso che gli attori al tavolo siano:
1. Gruppi armati e alleati di jihadisti quando non jihadisti loro stessi.
2. Una coalizione da hotel 5 stelle che non rappresenta nessuno.
Senza più armi a questi gruppi, il negoziato si farebbe con l’opposizione vera, interna e non armata, e contraria alle ingerenze straniere.
Note
1) Gli undici paesi del gruppo sono: cinque occidentali (USA, Francia, Germania, Gran Bretagna, Italia) e sei della macro-regione intorno alla Siria (Emirati Arabi uniti, Arabia saudita, Qatar, Turchia, Egitto, Giordania). Agli incontri partecipa quasi sempre la Coalizione Nazionale Siriana.
2) La Coalizione Nazionale Siriana ha deciso la partecipazione a Ginevra2 il 17 gennaio a Istanbul con il voto favorevole di 58 delegati su circa 120 che compongono il suo consiglio direttivo. I Fratelli musulmani, il gruppo più numeroso nel consiglio, non hanno partecipato alla votazione e nelle settimane precedenti avevano annunciato che, in caso di presenza della Coalizione a Ginevra2, sarebbero usciti dal coordinamento. Naturalmente in Italia di tutto questo non si parla.
3) Sibialiria, aprile 2012, Perché dovremmo boicottare il Qatar di M.Correggia
4) L'ultimo documento degli Amici della Siria è stato sottoscritto dagli undici paesi a Ginevra il 31 gennaio 2014 insieme alla Coalizione Siriana, alla chiusura della prima fase dei colloqui tra le controparti siriane. Lo abbiamo rintracciato, solo in lingua inglese, nel sito della rappresentanza italiana a Ginevra. In Italia non è stato né tradotto né citato da nessuno.
5) A proposito della trattativa Alitalia proponiamo la lettura di questo articolo dal sito della Stampa di Torino.
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