Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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21/02/2023

La sanità privata ruba i pazienti a quella pubblica

Mentre i lombardi votavano (o non votavano) scegliendo la continuità con un destra-centro per l’ulteriore affossamento della sanità pubblica, Medicina Democratica è andata alla carica per difenderla e mostrare la concretezza della deriva privatistica nella sanità della Lombardia.

Medicina Democratica ha infatti presentato un ricorso al TAR: l’obiettivo è fare chiarezza sulla incredibile vicenda dell’Ospedale privato Multimedica, dove, in base a una denuncia fatta da una dipendente nel corso della trasmissione 37e2, su Radio Popolare, gli operatori del call center vengono premiati se gli utenti accettano di effettuare esami e visite in regime privatistico, anziché nel servizio sanitario pubblico.

“Di fronte al rifiuto da parte di Multimedica di fornire la documentazione richiesta con l’accesso civico agli atti, per fare chiarezza sul grottesco gioco del ‘rubapaziente’ abbiamo deciso di ricorrere al TAR. I cittadini e gli utenti lombardi hanno diritto di conoscere le modalità e gli accordi attraverso i quali il gruppo sanitario Multimedica, con il meccanismo delle premialità economiche concesse ai propri operatori, cerca di massimizzare i profitti: l’obiettivo infatti è spingere gli utenti ad abbandonare il servizio sanitario pubblico per rivolgersi alle loro strutture private”, ha dichiarato Marco Caldiroli presidente di Medicina Democratica.

“Dobbiamo per questo ringraziare – ha aggiunto – gli avvocati Francesco Trebeschi e Federico Randazzo di Brescia per il loro prezioso aiuto nella stesura del ricorso: è indispensabile fermare questa vergognosa procedura e salvaguardare il diritto alla trasparenza e il diritto alla salute!”

La vicenda, come è noto, era emersa durante la puntata del 2 dicembre dello scorso anno della trasmissione “37e2”, condotta da Vittorio Agnoletto su Radio Popolare: “Grazie a una coraggiosa lavoratrice – ha ricordato Agnoletto – abbiamo reso pubblica la decisione di Multimedica di introdurre una ‘premialità’ economica per gli addetti al call center che riescono a ‘portare’ i pazienti dall’agenda pubblica, dove si paga solo il ticket o addirittura l’accesso è gratuito, a quella privata.

Una pratica che non solo conferma l’approccio lombardo ai pazienti trattati come dei ‘clienti’ da contendersi e non come persone con diritti, ma che spiega anche perché non sia stato ancora attivato un vero centro unico di prenotazione che abbia a disposizione tutte le agende sia delle strutture pubbliche e sia di quelle private convenzionate”
.

Dopo aver appreso l’inverosimile faccenda del rubapaziente, Medicina Democratica aveva formalmente richiesto a Multimedica, attraverso un “accesso agli atti”, tutta la documentazione necessaria per valutare la situazione. Ma la società ha risposto solo parzialmente e soprattutto ha negato l’accesso proprio ai documenti relativi alle “premialità” in questione. Per questo la decisione di ricorrere al TAR .

“La sanità privata – ha proseguito Marco Caldiroli – approfitta economicamente del suo ruolo di servizio pubblico ma non vuole gli oneri e i doveri che hanno gli enti pubblici. Solo un giudice può restituire ai cittadini il diritto di conoscere le regole e gli interessi economici nascosti di tutti coloro che svolgono un servizio pubblico come la sanità convenzionata“.

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15/10/2021

L’ignoranza genera i mostri (e fascisterie), la negazione del confronto genera ingiustizie

Non ci sono parole per commentare l’attacco squadristico alla CGIL di Roma nell’ambito dei disordini aizzati dai fascisti che hanno trovato un brodo di coltura nei movimenti autonominatosi novax e nopass a loro volta alimentati da ignoranza, negazione dell’evidenza e fumisterie parascientifiche.

Medicina Democratica è sempre stata e sarà impegnata insieme al Movimento Operaio e Sindacale nella difesa della democrazia contro azioni e mentalità fasciste che non sono circoscritto a Forza Nuova ma che vede infiltrazioni anche in forze di governo (Lega) e di opposizione (Fratelli d’Italia).

I limiti dei vaccini, di tutti i vaccini, sono conosciuti inclusi quelli anticovid ma, l’abbiamo già detto, sono uno strumento essenziale per il contenimento della pandemia, la stupidità della politica di negare la disponibilità del vaccino a tutte le popolazioni (ricordiamo di sostenere l’iniziativa dei cittadini europei noprofitonpandemic per la moratoria dei brevetti sui vaccini da parte delle big pharma) è analoga alle farneticazioni di chi vede nei vaccini complotti di ogni genere.

Invitiamo chi non sia convinto delle scelte politiche di non farsi strumentalizzare da questi soggetti che nulla hanno a che fare con la tutela della salute collettiva e a estendere l’attenzione ai nodi reali per superare la pandemia: una sanità pubblica, universalistica, finanziata adeguatamente con la fiscalità generale, partecipata che agisca per garantire innanzitutto la prevenzione nei luoghi di vita e di lavoro, e poi la cura e la riabilitazione.

Non per questo concordiamo con la estensione dello strumento del green pass generalizzato in tutti i luoghi di lavoro, già oggetto da aprile 2020 dei protocolli anticovid e quindi “aperti” in quanto considerati sicuri grazie a tali misure, tanto più se l’assenza del certificato determina la sospensione dal lavoro e perdita di reddito.

Nello stesso tempo vediamo aggirata la normativa sulla sicurezza sul lavoro (rischi biologici) in un momento in cui la ripresa ha tragicamente riattivato gli infortuni azzerando la dialettica tra i soggetti della prevenzione (datore di lavoro, responsabili del servizio di prevenzione e protezione, medici competenti, lavoratori, rappresentanti per la sicurezza).

Purtroppo non esiste un vaccino contro la stupidità e il fascismo, sarebbe l’unico da rendere, eventualmente, obbligatorio ma è la nostra storia, la storia della resistenza e della nascita della Repubblica che contengono già gli anticorpi adatti.

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02/08/2021

[Contributo al dibattito] - Nota di Medicina Democratica su obblighi vaccinali e green pass

Mettiamo a disposizione una nota del Consiglio Direttivo di Medicina Democratica Onlus sui temi che “scaldano” questi giorni : obblighi vaccinali e green pass.

1) Le vaccinazioni disponibili sono, allo stato delle conoscenze, uno strumento essenziale, non l’unico, per il contrasto della diffusione della pandemia da Covid 19 e, nel contempo, per ridurre la pressione sulle strutture sanitarie e permettere un graduale ritorno alle attività lavorative, ludiche e culturali. In ogni caso la vaccinazione non può essere vista come una panacea assoluta che metta da parte le necessarie misure igieniche di protezione personali e collettive.

2) Pur considerando che le autorizzazioni all’utilizzo dei vaccini non hanno potuto seguire le procedure previste e adeguati test, la necessità di avere questo strumento disponibile in tempi brevi è stata confermata dall’efficacia in particolare nella riduzione della occupazione delle strutture sanitarie anche in presenza di incrementi nella diffusione.

3) Certamente non ha aiutato la confusione creata dai virologi televisivi e dai pasticci comunicativi, nonchè le ondivaghe e differenti decisioni dei singoli governi europei a fronte della indiscutibile efficacia dei vaccini autorizzati. La presenza di effetti avversi è intrinseca allo strumento, è avvenuto anche in passato per vaccini di uso comune come pure per altri farmaci e trattamenti sanitari. Una piena valutazione potrà essere fatta al termine della campagna vaccinale svolta con vaccini di per sé sperimentali, per l’unicità e la gravità dell’emergenza ancora in corso.

4) Medicina Democratica, per questo, ha promosso e sostiene la campagna noprofitonpandemic per la sospensione dei brevetti sui vaccini (come in via generale sui farmaci salvavita), per renderli disponibili a tutti, nel mondo, quale iniziativa sia etica (nessuno si salva da solo) che necessaria per contenere lo sviluppo di varianti che rischiano di rendere meno efficace la campagna vaccinale e gli altri interventi di protezione.

5) Chiedere la disponibilità universale dei vaccini non significa sostenerne l’obbligo. La vaccinazione è un trattamento sanitario e va utilizzato considerando le condizioni personali. Il superamento della brevettabilità faciliterebbe la ricostruzione, anche in Italia (ad esempio a partire dallo Stabilimento Chimico Farmaceutico Militare di Firenze), di una capacità di produzione pubblica per rendere disponibili i vaccini e i farmaci salvavita a tutti. La previsione di obblighi rigidi, per categorie di lavoratori o generalizzate, tanto più se connesse con la sospensione dal lavoro e l’azzeramento del reddito (fino al licenziamento per le categorie precarie) risultano in contrasto con i diritti dei lavoratori e con le norme in materia di sicurezza sul lavoro. Ricordiamo che queste ultime vedono in un processo partecipato di valutazione dei rischi, di individuazione delle misure di protezione nonché di una dialettica tra medico competente e lavoratori/lavoratrici il modo per affrontare in modo corretto il tema del rischio biologico, senza forzature e riducendo gli effetti di un rifiuto a limitazioni (spostamenti di mansione) e non a “punizioni”. Un modo serio per ridurre le polemiche sulla campagna vaccinale e ricondurre le questioni a un contesto epidemiologico e scientifico sarebbe quello di una sorveglianza attiva sugli effetti avversi, il sistema attuale di rilevazione non è idoneo e li sottostima. Disporre di dati corretti e completi è la premessa di ogni discussione e decisione comprendendo l’ineliminabile incertezza attuale sul virus e sugli strumenti di contenimento.

6) Non riteniamo che limitazioni introdotte mediante il green pass, siano di per sé in contrasto con i diritti costituzionali: Si tratta di trovare un compromesso accettabile tra la necessità di contenere la pandemia e non stressare le strutture sanitarie, così come fatto con le modalità di definizione dei “colori” regionali che sono state nel contempo rese meno rigorose. Non va comunque dimenticato che i vaccinati possono contagiarsi e essere dei diffusori anche se in misura minore e con effetti meno gravi. Le scelte concrete possono essere criticate ma non l’obiettivo di ridurre le occasioni di diffusione. Abbiamo infatti criticato alcune scelte già nella prima fase (dall’obbligo di mascherine all’aperto anche a distanziamento assicurato, alle strette limitazioni negli sport individuali all’aperto) come pure oggi critichiamo l’estensione dei vaccini ai minori (bambini e adolescenti) e alle donne in gravidanza, ma non erano e non sono in discussione le finalità dei provvedimenti antipandemici. Su “aperture” e “chiusure” scontiamo un andamento altalenante nelle decisioni politiche, dalla “apertura” degli stadi per la coppa europea ad allarmi di segno opposto, con un danno alla credibilità delle istituzioni che deve essere recuperato garantendo piena discussione e confronto sulle misure e sui criteri delle stesse.

7) Il ritorno alla “normalità” non potrà che avvenire tramite un cambiamento radicale delle condizioni ante sindemia : non si tratta solo di eradicare un virus ma di ripristinare un efficace servizio sanitario nazionale in grado di dare risposte di salute a tutti. Un servizio universalistico, gratuito, partecipato che torni a fondarsi, in termini di priorità e investimenti, su prevenzione, cura e riabilitazione e che consideri tutti i determinanti (ambientali, lavorativi, stili di vita e condizioni abitative e sociali). Qualunque sia l’opinione sulla politica vaccinale e/o sulle limitazioni, riteniamo indispensabile che singoli e associazioni siano pienamente impegnati su questo obiettivo. Peraltro, nell’ambito degli obiettivi del SSN secondo la riforma del 1978, vi è anche quello della educazione sanitaria, compito abbandonato nella deriva privatistica della sanità degli ultimi decenni, che altrimenti avrebbe permesso un approccio razionale condiviso anche sul tema vaccini pur nella differenza di vedute.

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09/06/2020

Sulla Regione Lombardia si moltiplicano le bufere

Una sentenza del TAR della Lombardia, emessa in data 8 giugno, ha annullato l’affidamento senza gara deciso dalla regione Lombardia dei test sierologici alla società Diasorin. Inoltre, il TAR ha inviato gli atti alla Corte dei Conti perché valuti l’ipotesi di danno erariale.

Si tratta di una vicenda di cui ci eravamo già occupati, poiché, per l’assegnazione dei test sierologici in Lombardia, l’amministrazione regionale aveva pubblicato l’invito alla “manifestazione d’interesse”, all’inizio di marzo, per poi ritirarla nel giro di 24 ore.

La sentenza del TAR, non a caso, accoglie il ricorso di una ditta concorrente della Diasorin che si era sentita esclusa dalla possibilità di presentare le sue proposte.

La Diasorin ha sviluppato i risultati di una ricerca condotta presso l’Ospedale San Matteo di Pavia, che avrebbe ricevuto l’1% degli introiti della commercializzazione dei test. Proprio per questa ragione il responsabile della virologia del San Matteo aveva dovuto dimettersi dalla commissione di ricerca perché in conflitto d’interessi. Il San Matteo ha annunciato ricorso al Consiglio di Stato.

La vicenda Diasorin ha un significato sanitario e non solo giuridico ed economico, poiché ha rallentato l’esecuzione dei test sierologici in Lombardia, che sono utili per stabilire un quadro epidemiologico della situazione sul territorio.

Nella stessa giornata, la Magistratura ha aperto un’inchiesta, per ora solo conoscitiva, quindi senza imputati e ipotesi di reato, sulla vicenda dei camici che sarebbero stati ordinati dalla Regione per una somma di 513.000 euro a una ditta di proprietà del cognato e della moglie del presidente lombardo Fontana.

Fontana, peraltro, ha ricevuto anche una diffida da parte di Medicina Democratica, che accoglie le proteste di cittadini e cittadine, già apparse sui social, che denunciano la loro prigionia in casa per il sospetto di essere positivi al virus anche per sette od otto settimane, senza che venga loro effettuato un liberatorio tampone.

Questa situazione può compromettere anche il successo della prossima applicazione Immuni poiché molti cittadini potrebbero omettere di segnalare al proprio medico di avere avuto contatti sospetti per evitare di trovarsi confinati in casa nei prossimi mesi di luglio e agosto o peggio.

Infine, Medicina Democratica chiede che il costo dei tamponi, che ogni cittadino lombardo, se desidera averlo, deve pagare privatamente, sia rimborsato dalla Regione e sia incluso nei Livelli Essenziali d’Assistenza.

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18/04/2020

Ambiente e salute: un nesso spezzato dal nefasto referendum del 18 aprile 1993!

La pandemia da Covid-19 ha messo a nudo nel modo più spietato, e funesto per migliaia di persone e personale sanitario colpiti, lo stato disastroso del nostro sistema sanitario, letteralmente smantellato da una sistematica opera di demolizione dei punti cardine della Riforma Sanitaria, Legge 833, del 1978, al fine di favorire potenti interassi privatistici.

Si moltiplicano le petizioni (anche troppe, meglio sarebbe una e universale) che chiedono, magari in forme diverse, il rafforzamento e il ri-finanziamento della sanità pubblica, si sta elaborando anche una proposta di referendum popolare: tanto più importante è richiamare alla memoria, e all’attenzione, un aspetto di grande attualità che purtroppo passa inosservato.

In tempi di Covid-19 e di crisi climatica i nessi fra ambiente e salute si rivelano sempre più cruciali, ed è importante richiamare l’attenzione su un punto di svolta che determinò la nefasta scissione fra competenze sanitarie ed ambientali: questa sciagura fu determinata dall’esito di un referendum popolare che si svolse esattamente 27 anni fa, il 18 aprile del 1993.

La Riforma Sanitaria del 1978

La fondamentale Riforma Sanitaria del 1978 che istituì il Servizio Sanitario Nazionale (SSN) fu una delle tante conquiste dei movimenti di lotta degli anni Settanta. Grazie ai movimenti, questa Riforma Sanitaria fu una delle più avanzate del mondo, basata su principi di universalità, uguaglianza ed equità. Il principio cardine era che la tutela della salute si basa sull’unitarietà tra interventi preventivi, curativi, riabilitativi, il reinserimento sociale: era fondamentale a questo fine l’integrazione tra interventi sanitari, sociali e ambientali, dato che i determinanti biologici, ambientali e sociali della malattia sono strettamente intrecciati. Le lotte nelle fabbriche fino dall’Autunno Caldo avevano denunciato l’impatto sulla salute dei fattori di nocività negli ambienti di lavoro (inquinanti, polveri, rumore, ritmi, ecc.): del resto, dalle fabbriche erano in larga parte venute le principali cause di inquinamenti e disastri ambientali (uno fra tutti, l’incidente all’Icmesa di Seveso del 10 luglio 1976).

Infatti la Riforma Sanitaria metteva in primo piano la prevenzione, primaria e secondaria: quest’ultima intervenendo negli stadi iniziali e preclinici della malattia, sui comportamenti e nell’educazione alla salute (nelle scuole etc.), ma il presupposto era che fosse preceduta e affiancata dalla prevenzione primaria, la tutela dell’ambiente, l’individuazione e bonifica delle cause di inquinamento di aria, aria e suolo, territorio e ambienti di vita e di lavoro.

La Riforma Sanitaria, come tante altre conquiste fondamentali (Legge Basaglia, la 194, entrambe del 1978, per citarne alcune), finirono sotto attacco quando i movimenti di lotta declinarono e si frammentarono perdendo la loro forza e compattezza.

La 833 venne progressivamente stravolta e smantellata pezzo per pezzo. Non ne seguiremo qui le tappe, basti ricordare la trasformazione delle Unità Sanitarie Locali (USL) in Aziende Sanitarie (ASL), finalizzate non più a criteri di servizio sociale, ma a vincoli economici, di bilancio, che da allora hanno limitato drasticamente la loro funzionalità sociale.

Trasformazione mirata a spalancare le porte all’ingresso dei privato nella sanità. Abbiamo assistito a come, nella debolezza dei movimenti di lotta, abbia fatto breccia nell’opinione pubblica la retorica della inefficienza del pubblico contro la efficienza del privato: e oggi vediamo i risultati!

Il referendum del 18 aprile 1993

Su questa retorica, e su innegabili inefficienze, che erano però il risultato dello stravolgimento della 833, si fondò l’elaborazione e la presentazione, da parte dei Radicali e degli ‘Amici della terra’ (Associazione ambientale in realtà amica degli inceneritori, degli aeroporti...), di un quesito referendario per la separazione delle competenze ambientali da quelle sanitarie.

Vale la pena sintetizzare i punti cruciali del questo referendario:

«Volete Voi l’abrogazione della legge 23 dicembre 1978, n. 833 (istituzione del SSN), limitatamente a … l’identificazione e l’eliminazione delle cause degli inquinamenti dell’atmosfera, delle acque e del suolo … all’igiene dell’ambiente …; la gestione dei presidi e dei servizi [relativi] … alla unità sanitaria locale nel cui territorio sono ubicati …».

Da questi presupposti discendeva l’abolizione delle norme per «il collegamento funzionale e il coordinamento di tali presidi con quelli delle unità sanitarie locali interessate, attraverso idonee forme di consultazione dei rispettivi organi di gestione, … gli indirizzi di gestione dei predetti presidi e servizi e le procedure per l’acquisizione degli elementi idonei ad accertarne l’efficienza operativa, … la composizione dell’organo di gestione dell’unità sanitaria locale competente per territorio e la sua eventuale articolazione in riferimento alle specifiche esigenze della gestione», più varie parole cruciali riguardanti le condizioni di vita, «la salvaguardia dell’ambiente», «l’igiene ambientale».

In una parola, tutte le competenze riguardanti l’ambiente – «l’identificazione e l’eliminazione delle cause degli inquinamenti», e ovviamente dei loro effetti sulla salute – venivano sottratte al SSN.

La consultazione su questo referendum si tenne (unitamente ad altri 7, fra i quali l’approvazione del sistema maggioritario per l’elezione del Senato) il 18 aprile 1993 ed ottenne l’82,57% di SI. Il controllo delle condizioni ambientali veniva sottratto al SSN, la tutela della salute veniva separata dalle condizioni ambientali, dal controllo e dalla tutela di tali condizioni, che pure hanno un impatto decisivo sulla salute.

Nel 1994 vennero istituite l’ANPA (Agenzia Nazionale per la Protezione dell’Ambiente[1]) e poi le Agenzie (ARPA) con compiti di informazione e promozione dello sviluppo coordinato del sistema nazionale dei controlli in ambito ambientale. Molto ci sarebbe da dire su di esse.

In primo luogo un’Agenzia ha una funzione ben diversa da un servizio sociale: d’altronde il concetto stesso di “servizio sociale” è ormai scomparso, siamo tutti “utenti”, “clienti”. In secondo luogo con la regionalizzazione di molte competenze le ARPA sono passate alla dipendenza delle Regioni che hanno adottato criteri differenziati e ne hanno condizionato in modi diversi l’autonomia, a furia di tagli, di esternalizzazioni, di privatizzazioni, di ridimensionamenti. In terzo luogo i troppi poteri concentrati nella figura del direttore generale, determinano una gestione spesso non condivisa dal personale e dall’organizzazione agenziale.

Ormai ci siamo abituati a bollettini su livelli di inquinamento, ma non sfuggirà a nessuno che le ARPA si guardano bene dal dedurre qualsiasi valutazione sulle conseguenze sulla salute dei diversi fattori inquinanti! Questa possibilità è stata tolta 27 anni fa.

Ben diverso sarebbe stato se le competenze sulle condizioni ambientali e gli effetti sulla salute fossero rimaste unificate nel SSN sotto la voce “prevenzione primaria”. La prevenzione primaria non esiste più, gli interventi sanitari hanno solo una funzione riparativa, alle cause non pensa più nessuno.

Riteniamo assolutamente necessario che chi si impegna per il potenziamento di quello che resta del SSN e progetta la proposizione di un referendum si ponga anche questo problema: senza prevenzione primaria non c’è tutela della salute!

Note:
[1] Nel 2002 trasformata in Agenzia per la Protezione dell’Ambiente e per i Servizi Tecnici (APAT).

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26/06/2019

«Caro Landini, il welfare ‘aziendale’ cancella la sanità pubblica»

Caro compagno Maurizio Landini,

Ti scrivo a nome e per conto di Medicina Democratica e delle Reti per la salute in cui Md è presente (Rete Sostenibilità e Salute, Campagnadico32, Rete europea contro la commercializzazione e la privatizzazione della salute) per esprimere una preoccupazione e fare una proposta in merito al cd welfare aziendale.

Sicuramente sei informato e a conoscenza del 13esimo Rapporto sullo stato sociale (2019), curato dal prof. Felice Roberto Pizzuti, docente di economia dell’Università La Sapienza di Roma, che esamina complessivamente i problemi dello stato sociale. In esso si approfondiscono anche i temi della sanità e dell’assistenza. Il rapporto sostiene che il welfare contrattuale è uno sconto fiscale per le imprese che oltretutto «fidelizzano» così il proprio dipendente. Aumenti contrattuali pagati tramite fondi defiscalizzati, destinati soprattutto alla sanità privata, tolgono risorse alla sanità pubblica per una stima di oltre due miliardi annui. Ciò si somma a quanto sta attuando il governo in modo chiaro od occulto. Il vantaggio per lavoratrici e lavoratori dalla sanità integrativa è solo apparente: evitano di fare code per visite ed esami ma questo comporta un aumento delle disuguaglianze (anche fra i lavoratori tutelati e coloro che non lo sono), un aumento di prestazioni sanitarie non giustificate e soprattutto ulteriore destrutturazione del Servizio Sanitario Nazionale. Chiediamo ai sindacati, in particolare alla Cgil, di ripensare il sostegno ‘pragmatico’ al welfare aziendale e – considerando che in una lettera si può dire anche meno dell’essenziale – di poterci confrontare direttamente.

Perché siamo in grado di dimostrare, sul piano sociale e scientifico, come la sanità integrativa (di fatto, privata) sia uno svantaggio per i lavoratori e per l’intera popolazione e che sarebbe meglio se la classe operaia, per sé e per tutti, difendesse quel Servizio Sanitario Nazionale, universale pubblico e partecipato, che anche i sindacati hanno voluto (Cgil-Cisl-Uil in un convegno promosso poco dopo la promulgazione della legge 23.12.1978 n. 833, ad Ariccia il 5/6/7 febbraio 1979).

Per fare ciò – lo ricordo come ex sindacalista ed ex metalmeccanico, presente a quel convegno – si rende necessaria, come fu allora detto e scritto, «una grande mobilitazione e una grande iniziativa popolare e di massa». Certo è passato del tempo e la riforma non è stata pienamente attuata, ma è meglio fondarsi sulle ragioni e sulle esperienze delle lotte contro la monetizzazione della salute, per la prevenzione e la partecipazione alla vita e al funzionamento del servizio sanitario nazionale, piuttosto che riproporre forme mutualistiche di sanità (come i fondi integrativi) che ci rimandano a un passato ancora più antico: alla legge 15 aprile 1886 n. 3818!

Nella speranza di essere ascoltato e convocato per una discussione, un seminario o altro, insieme alle associazioni nominate e agli esperti che le compongono, Ti invio i miei migliori saluti.

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22/08/2017

Dovete morire prima. L’accelerazione di Maroni

Scorrendo i dati sul calo demografico della popolazione residente in Italia ci è capitato di ritrovare, nel nostro confuso archivio di appunti, un articolo apparso tre mesi fa su Il Fatto Quotidiano. L’autore, Vittorio Agnoletto, non è in cima ai nostri sogni come leader politico – ci è sembrata più che sufficiente la stagione di Genova 2001, in tandem con Bertinotti – ma è certamente un medico esperto. Quindi, quando analizza il sistema sanitario e i vari progetti di riforma, va preso molto sul serio.

In questo articolo coglie le infamie principali della “riforma sanitaria” in via di applicazione, ormai, nella Regione Lombardia e voluta da Roberto Maroni, la Lega e Forza Italia, ben supportati da tutta l’estrema destra che tanto dice di voler difendere “gli italiani”.

I punti principali sono più che evidenti:

a) Non sarà più un medico a decidere come dovrà essere curato un “malato cronico” rientrante nelle 65 tipologie individuate dal legislatore regionale. Questo ruolo passa a un “gestore” – un ente o una società, che potrà gestirne fino a 200.000 – cui la stessa Regione affiderà un budget pro capite cui attingere per analisi, diagnosi, cure, ricoveri, ecc.

b) Il “guadagno di impresa” del gestore dovrà essere scavato in questo budget predeterminato, risparmiando sulle prestazioni e/o sul loro costo.

c) Il medico di base avrà come unica funzione quella di “suggerire” a quale “gestore” potrà rivolgersi il paziente cronico. Un ruolo inutile sul piano pratico, ma non si poteva scrivere una riforma che lo eliminava perché troppo palesemente in contrasto con la Costituzione (art. 32: "La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti”).

Le conseguenze pratiche di queste “innovazioni” sono facilmente immaginabili, e Agnoletto le descrive con precisione. I “gestori” mireranno a “creare valore per gli azionisti”, e dunque dichiareranno “inutili” tutta una serie di prestazioni che altrimenti avvicinerebbero il limite del budget. Un incentivo formidabile che dovrebbe permettere alla Regione di risparmiare qualcosa e ai “privati gestori” di introitare cifre favolose... A spese ovviamente della salute dei malati più deboli.

Non dobbiamo infatti perdere di vista che stiamo parlando di malati cronici, difficilmente avviabili sulla via della guarigione. Un numero sterminato, in Lombardia, che arriva a oltre 3 milioni di persone. Una riduzione anche non elevatissima delle prestazioni (analisi diagnostiche, ecc.) si traduce facilmente in un più alto numero di decessi. In piena sintonia con il programma “dovete morire prima” di cui abbiamo colto spesso i segni caratteristici nelle “riforme del welfare” che si susseguono da quasi 20 anni, senza apprezzabili differenze tra i “colori” esibiti dai vari governi.

Contro questa “riforma” criminale c’è una prima opposizione messa in piedi dagli addetti ai lavori (l’Unione dei medici italiani e Medicina Democratica, per ora), mentre nessun partito politico o sindacato “complice” ha fin qui profferito parola. Un “silenzio” che tutti – a cominciare dalla giunta fascio-leghista-berlusconiana – ha giustamente interpretato come un “assenso”.

A voi il giudizio finale...

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Regione Lombardia: sei malato? Non chiamare il medico, ora c’è il gestore

di Vittorio Agnoletto

Il titolo, purtroppo, non è uno scherzo, ma è quello che sta avvenendo in Regione Lombardia.

Per ora riguarda una sola Regione ma, se dovesse realizzarsi, è probabile che in pochi anni troverà estimatori anche in molte altre parti d’Italia. E’ una vicenda (volutamente) complicata ma proverò a spiegarla nel modo più semplice possibile, convinto che ognuno abbia diritto di essere pienamente informato su quello che riguarda il presente e il futuro della sua salute.

Con due delibere, la n. 6164 del 3 gennaio e la n. 6551 del 4 maggio 2017, la giunta regionale lombarda, senza nemmeno una discussione in Consiglio regionale, sta modificando totalmente l’assistenza sanitaria in Lombardia e cancellando alcuni dei pilastri fondativi della legge di riforma sanitaria la n. 833 del ’78.

La non costituzionalità di tali delibere è stata sollevata attraverso un ricorso al Tar dall’Unione Medici Italiani ed un altro ricorso è in arrivo da Medicina Democratica. Gli Ordini dei medici di Milano e della Lombardia sono insorti: la giunta regionale si è limitata ad inserire qualche modifica di facciata proseguendo a vele spiegate verso una terza delibera attuativa attesa in questi giorni (maggio 2017; l’approvazione definitiva è arrivata all’inizio di agosto, ndr).

La vicenda riguarda, secondo le stime della Regione, circa 3.350.000 cittadini “pazienti cronici e fragili” che sono stati suddivisi in tre livelli a seconda della gravità della loro condizione clinica. Costoro riceveranno in autunno una lettera attraverso la quale la Regione li inviterà a scegliersi un “gestore” (la delibera usa proprio questo termine) al quale affidare, attraverso un “Patto di Cura”, un atto formale con validità giuridica, la gestione della propria salute. Il gestore potrà essere loro consigliato dal medico di base o scelto autonomamente da uno specifico elenco.

Il gestore, seguendo gli indirizzi dettati dalla Regione, predisporrà il Piano di Assistenza Individuale (Pai) prevedendo le visite, gli esami e gli interventi ritenuti da lui necessari; “il medico di medicina generale (Mmg) può eventualmente integrare il Pai, provvedendo a darne informativa al Gestore, ma non modificarlo essendo il Pai in capo al Gestore”.

La Regione ha individuato 65 malattie, per le quali ha stabilito un corrispettivo economico da attribuire al gestore a secondo della patologia presentata da ogni persona da lui gestita. Se il gestore riuscirà a spendere meno della cifra attribuitagli dalla Regione potrà mantenere per sé una quota dell’avanzo, eventualmente da condividere con il Mmg che ha creato il contatto. Il gestore non deve per forza essere un medico, può essere un ente anche privato e deve avere una precisa conformazione giuridica e societaria e può gestire fino a… 200.000 persone.

E’ facile immaginare che nelle scelte dei gestori conterà maggiormente il possibile guadagno piuttosto che la piena tutela della salute del paziente, il quale potrà cambiare gestore ma solo dopo un anno. Scomparirà ogni personalizzazione del percorso terapeutico e ogni rapporto personale tipico della relazione con il medico curante. Per una società che gestirà 100/200.000 Pai (Piani di Assistenza) ogni cittadino è un numero asettico potenziale produttore di guadagno.

Il Mmg viene quindi privato di qualunque ruolo, sostituito da un manager e da una società; ed è questa una delle ragioni che ha fatto scendere sul piede di guerra i camici bianchi. Se avesse potuto la Lombardia avrebbe cancellato la figura dei Mmg, ma per ora una Regione non può modificare i pilastri di una legge nazionale come la legge 833. Ma all’orizzonte c’è il referendum sull’autonomia regionale voluto dal presidente leghista, un referendum consultivo ma che verrà fortemente enfatizzato. Ci sentiremo dire che l’autonomia da Roma permetterà di rendere pienamente operativa questa “eccellente riforma regionale”. Di bufale sulla sanità ne abbiamo già sentite molte, da Renzi alla Lorenzin e questa non sarà l’ultima.

Una “legge eccezionale”, sosterrà la Regione, perché eviterà che cittadini malati, in maggioranza anziani, debbano impazzire con le ricette, le telefonate interminabili ai centralini regionali per fissare le visite, le code agli sportelli, le liste di attesa ecc. ecc.

La Regione Lombardia non dirà che tutti questi disagi sono stati costruiti ad arte, prima da Roberto Formigoni e poi da Roberto Maroni, per spingere i cittadini verso la sanità privata che li aspetta con gioia per lucrare ulteriormente sulla loro pelle. Se il Tar non cancellerà queste delibere e se le organizzazione della società civile non si ribelleranno è forte il rischio che molti nostri concittadini accetteranno quasi con riconoscenza il piano della Regione; salvo poi accorgersi che ad essere trascurata sarà proprio la loro salute. Ma allora sarà troppo tardi.

Scritto in collaborazione con Albarosa Raimondi, medico, esperta in organizzazione sanitaria

da http://www.ilfattoquotidiano.it/ del 15/05/2017

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RETE LOMBARDA PER IL DIRITTO ALLA SALUTE

Il 14 luglio scorso si è svolto il presidio, promosso dalla Rete Lombarda per il diritto alla Salute, davanti alla Regione in coincidenza con l’inizio della discussione del pdl 228, sulla evoluzione del sistema sanitario regionale. Vi è stata una partecipazione, relativa al periodo in cui si è svolta, limitata, ma dignitosa. Del resto non si poteva in un’occasione simile fare nulla. O comunque lasciare il tutto alle opposizioni con i loro migliaia di emendamenti e di ordini del giorno.

Erano presenti associazioni, sindacati, movimenti e partiti, singoli compagni che hanno animato l’iniziativa, servendosi anche di un notevole altoparlante fornito da SDL di Varese. Presente anche un altro sindacato di base SIAL COBAS, varie associazioni: UNASAM (Salute Mentale), Medicina Democratica, Associazione Italiana Esposti Amianto, Andria (salute della donna), e fra i partiti Rifondazione e SEL; vi erano anche diversi operatori sanitari di alcuni ospedali e ASL milanesi (coordinamento degli operatori della sanità).

Si è approfittato dell’occasione per fare presente alcuni punti della piattaforma della RETE relativi alla critica del PDL regionale, nonché ad alcuni temi che in essa non appaiono in quanto rinviati ad altro provvedimento, annunciato a settembre. Si è discusso infatti di Salute Mentale, di Consultori, di Salute nei luoghi di lavoro.

L’idea è quella di costituire effettivamente una Rete che coinvolga tutti quelli che hanno i medesimi intendimenti senza discriminazione alcuna, alfine di portare avanti una piattaforma comune, considerando che ne la nostra iniziale mobilitazione, ne gli emendamenti delle opposizioni riusciranno a modificare la posizione della Giunta Regionale. Sappiamo che questa, nonostante le differenze interne, che sono differenze di potere, piuttosto che di merito, perseguirà con la sua linea che sinteticamente è stata definita quella di un ulteriore passaggio verso la privatizzazione della sanità. Ci vorrà tempo e fatica, occorrerà organizzare altre iniziative e manifestazioni, momenti di studio e di approfondimento, ma non possiamo dimenticarci che ne va della storia, proprio della storia del Servizio Sanitario Nazionale.

Vi è anche, in proposito, un problema di carattere culturale: la popolazione si accorge dei pur veri problemi che gli si pongono immediatamente davanti (come iticket e le liste di attesa), è meno interessata o non vede quello che ci sta dietro, per cui finisce per accettare quello che la Regione promette di fornire, e che in verità è frammentato e inadeguato, quando non corrisponde a necessità clientelari o corruttive.

Proponiamo a tutti di costruire una mailing list tramite la quale comunicare le iniziative di ciascuno e di tutti, di costruire iniziative comuni.
La prossima scadenza potrebbe essere quella legata al successivo progetto di legge sui temi che sono stati esclusi, quelli della prevenzione, della partecipazione, della salute mentale, dei consultori e dell’ivg, della salute nei luoghi di lavoro, della relazione ambiente-salute, della cronicità e non autosufficienza.

Facciamo inoltre presente che continua il corso sulla salute, organizzato dalla Rete ogni 15 giorni dalle 17,45 alle 20 presso la sala sindacale dei ferrovieri alla stazione centrale (Binario 21 scala E, quarto piano) a partire da mercoledì 12 settembre il cui tema sarà dedicato alla salute della donna. Si prevede un convegno finale per il 28 di novembre da organizzare con tutta la Rete.
Si fa anche presente che, sempre nel medesimo luogo, il 19 settembre (sabato), Medicina Democratica invita le associazioni e tutti gli altri ad un incontro preparatorio per il suo Congresso Nazionale, in quanto si vuole fare di questo congresso un momento comune di approfondimento, di discussione per tutto il movimento di lotta per la salute. Il Congresso si terrà all’Università di Firenze il 19, 20, 21 novembre prossimi.
A risentirci

Fulvio Aurora

Fonte

26/05/2017

Vaccinazioni. Lettera aperta di Medicina Democratica sul caso del dr. Miedico

La lettera aperta fatta pervenire all’Ordine dei Medici dal presidente di Medicina Democratica a sostegno del dottor Dario Miedico nella procedura disciplinare che lo vede, suo malgrado, coinvolto. Le vaccinazioni, come ogni trattamento sanitario, devono essere raccomandate solo se di documentata efficacia. Anche in ambito vaccinale favorire la partecipazione informata degli utenti è il modo più efficace per promuovere la salute.

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Al Presidente dell’Ordine dei Medici della provincia di Milano Dott. Carlo Rossi

Il dottor Dario Miedico, tra i fondatori di Medicina Democratica, è sottoposto a procedimento disciplinare dell’Ordine dei Medici di Milano “Per aver gettato discredito sulle terapie vaccinali e propalato in maniera censurabile, scorretta, scarsamente scientifica e poco professionale i nocumenti derivanti dalle vaccinazioni dell’infanzia, senza però evidenziarne i prevalenti vantaggi”.

Le vaccinazioni, da tema di confronto scientifico sono diventate argomento di confronto ideologico fra chi vorrebbe estendere la pratica (così come in passato quella della diagnosi precoce) e chi, sottolineandone i rischi, richiede che venga decisa solo alla luce di solide evidenze di costo/efficacia e lasciando al giudizio clinico del singolo medico la valutazione di quando e se raccomandarla al proprio paziente.

Medicina Democratica denuncia come anacronistico ritorno alla medicina paternalistica ed autoritaria il tentativo di imporre interventi sanitari per i quali le evidenze scientifiche sono controverse, come dimostra anche la varietà di normative europee vigenti, arrivando alla costrizione con il divieto di frequenza scolastica per i non vaccinati, già eliminato con il DPR 355/1999. Denuncia altresì la volontà di reprimere il dibattito scientifico e richiama alla cautela nel formulare affermazioni sulla sicurezza e efficacia di tutti i vaccini proposti dalle case farmaceutiche.

Non risulta che il dottor Miedico abbia screditato le vaccinazioni obbligatorie in Italia ma che solo abbia espresso perplessità sul profilo di sicurezza e di efficacia di vaccinazioni somministrate in qualsiasi condizione, anche non accuratamente valutata, del soggetto da vaccinare. Modalità critica che gli ha fatto riconoscere dal giudice, in più occasioni, il risarcimento danni per vittime di effetti avversi, avendo dimostrato in sede giudiziaria, da medico legale, la fondatezza della esistenza di una relazione causale (legge 210, 1992). Infatti la vaccinazione, come ogni pratica sanitaria, comporta eventi avversi insieme a benefici. Da qui la necessità di valutare il bilancio fra costi e benefici per il singolo, che contrasta con l’imposizione di un piano vaccinale come quello recentemente deciso dal ministero, che ha sollevato dubbi di opportunità da parte di molti medici e ricercatori.

Non dubitiamo che il Dottor Miedico saprà motivare le opinioni critiche espresse in diverse occasioni pubbliche e che non perderà occasione per denunciare come la sottosegnalazione dei medici curanti degli episodi interpretabili come reazioni avverse alla vaccinazione, non diversamente da quella di reazioni avverse da farmaci o di sospette malattie professionali, favorisca la sottovalutazione dell’entità e della frequenza dei danni da vaccinazione. Una malpratica questa che dovrebbe trovare risposta nella raccomandazione dell’Ordine ai propri iscritti a non venir meno alla responsabilità di far funzionare la sorveglianza sanitaria a tutela degli utenti (per una evidenza della sottostima si vedano, ad esempio, i dati della regione Veneto, confrontati con quelli di tutte le altre regioni italiane).

L’estensione della pratica vaccinale al di là di ciò che è di documentata efficacia è, tra l’altro, un frutto avvelenato del conflitto di interessi che, oscurando i dubbi sulla innocuità, intende promuovere gli interessi commerciali dei produttori. Per dissipare i sospetti riteniamo che, invece di appoggiare il piano del ministero, gli ordini professionali dovrebbero, nel rispetto della dignità professionale e della evidenza scientifica, farsi promotori del dibattito aperto a tutte le parti interessate, senza escludere i rappresentanti degli utenti. Solo così si potranno confrontare le diverse opinioni e, pesando le evidenze, dare risposte autorevoli e non autoritarie alle voci critiche espresse dalla comunità scientifica, riconoscendo che la responsabilità professionale del medico è nei confronti del singolo paziente prima ancora che nei confronti della società.

Medicina Democratica auspica che nei confronti del dottor Dario Miedico sia escluso qualunque provvedimento sanzionatorio e che venga fatto ogni sforzo per promuovere il dibattito, nella consapevolezza che solo la partecipazione informata degli utenti e la promozione di buone condizioni igienico sanitarie di vita e di lavoro serva, prima e più di ogni vaccinazione, a prevenire epidemie che, peraltro, non risultano in atto.

Il Presidente di Medicina Democratica

Piergiorgio Duca

Fonte

27/09/2015

Sanità e tagli alle prestazioni: "Ma quale appropriatezza"?

E’ stata definita dal Ministro della Sanità una lista di 208 esami medici a rischio di inappropriatezza, con delle sanzioni per quei medici che non rispetteranno la norma.

E’ vero che nella pratica corrente molte visite, esami, farmaci e persino interventi chirurgici non rispondono a un evidente beneficio per la salute e possono a buon conto definirsi inappropriati. Queste prestazioni, a volte dettate dalla cosiddetta medicina difensiva altre da interessi o da imperizia hanno dei costi economici evidenti, dei costi clinici, perchè ciò che non è utile è spesso dannoso, dei costi organizzativi in quanto vanno ad intasare liste d’attesa già lunghe.

Noi non crediamo che la correzione di queste anomalie passi semplicemente attraverso un intervento normativo.

Un conto è introdurre e promuovere delle linee guida condivise per la gestione dei casi clinici, altro è introdurre delle norme restrittive: senza voler enfatizzare più di tanto la libera scelta dei medici bisogna anche considerare che un tale tipo di norma ha come risultato di omologare i disturbi, le malattie e i malati come se ogni caso non avesse una propria storia clinica e ognuno non avesse diritto alla propria soggettività.

Quella che va ad essere approvata ci sembra una scorciatoia che, lontano dal risolvere il problema, allontanerà i cittadini dal Servizio Sanitario Nazionale spingendoli verso prestazioni private e forme di sanità integrativa.

E’ anche evidente, visto il contesto e le misure che sono state prese negli ultimi anni, che si tratta di una scelta di taglio della spesa (il fine immediato parrebbe essere essenzialmente quello di trovare una copertura per una effimera riduzione della tassazione generale) e non di salvaguardia della salute, altrimenti si andrebbe in altra direzione: pensiamo alla modalità di pagamento a prestazione in atto dalla metà degli anni '90 prevalentemente negli ospedali (i cosiddetti DRG) e per le prestazioni ambulatoriali che, nonostante le proposte alternative fatte da molte organizzazioni, (compresa MD) provocano a catena prestazioni cliniche ingiustificate. Si sono verificati interventi della magistratura in proposito che hanno mostrato la punta dell’iceberg, senza peraltro provocare nell’autorità sanitaria la necessità di andare a rivedere il sistema che continua a pagare la malattia, invece di pagare la salute.

Come afferma SLOW MEDICINE, rete di professionisti e di cittadini che si riconosce in una medicina sobria, rispettosa e giusta: “bisogna spendere meglio, non spendere meno, nella sanità italiana. Si concorda pienamente sulla necessità di aumentare l’appropriatezza clinica e di ridurre l’eccessivo ricorso a molti esami e trattamenti, ma si dissente sul fatto che questo venga imposto per decreto con l’unico fine del risparmio economico e attraverso meccanismi sanzionatori per i medici”.

Ci vuole un’azione tesa a fare sì che i medici assumano una forte responsabilità condividendo le scelte con i pazienti che devono necessariamente essere informati in modo completo. Non serve scontrarsi con i medici e con le loro organizzazioni. Nella Sanità, come nella scuola non si possono fare riforme o prendere misure senza il coinvolgimento dei soggetti interessati, ovvero senza gli operatori sanitari e i cittadini organizzati in associazioni e movimenti per il diritto alla salute. E’ questo che auspichiamo come Medicina Democratica: costruire una ampia Rete che lotti contro tutte le misure controriformatrici per mantenere e affermare il diritto alla salute, costituzionalmente garantito, universale, gratuito (comprese le cure odontoiatriche), partecipato. Anche di questo discuteremo nel nostro prossimo congresso nazionale che si terrà a Firenze i prossimi 19-20-21 novembre.

Leggi anche:

Respingiamo il decreto Renzi-Lorenzin. Appello alla mobilitazione

La cultura di morte dell'austerità

Fermiamo il decreto sanità. Lettera aperta

Fonte

11/02/2014

Decreto "terra dei fuochi" e "Destinazione Italia": condono e amnistia per gli assassini!

Con grande clamore pubblicitario il senato ha dato il via libera al Decreto “sulla terra dei fuochi” di cui vengono dati al pubblico i grandi numeri corrispondenti all’impegno dello stato per il problema inquinamento in Campania (3200 chilometri quadrati sottoposti a monitoraggio, screening per 1,3 milioni di abitanti delle province di Napoli e Caserta, 850 militari schierati, 25 milioni di euro per i controlli sanitari ecc.) senza però definire come avverranno questi interventi, perché ne sono escluse le due città che direttamente o indirettamente hanno subito lo stesso inquinamento, senza dire chi gestirà questi fondi (una giunta eletta anche dai voti dei Casalesi? Un governo locale nelle cui compagine ha gran peso un raggruppamento che inneggia a Cosentino?...).

Infine il vuoto più incredibile è quello che riguarda le responsabilità: è infatti ridicolo che su quest’ultimo capitolo il tutto si riduca alla caccia ai “fuochisti” che sono l’ultima ruota del carro. Gli imprenditori che hanno utilizzato la camorra o direttamente hanno avvelenato i siti industriali spesso ricevuti gratuitamente dallo stato come incentivi all’impresa sono fuori dal discorso.

A mettere la pezza su questo argomento scottante giunge in contemporanea, ma presentato in sordina questa volta, l’articolo 4 del Decreto Destinazione Italia, fortemente voluto dal Ministero dello sviluppo economico, intitolato “Misure volte a favorire la realizzazione delle bonifiche dei siti di interesse nazionale“.
Che dice questo articolo? Esso afferma che il principio secondo cui chi inquina paga, che fa parte dell’ordinamento comunitario, non sarebbe valido per i SIN ( siti inquinati di interesse nazionale che sono 37) se “ i fatti che hanno determinato l’inquinamento sono antecedenti al 30 Aprile 2007”!!!
(da Il Fatto quotidiano di Giovedì 6/2/2014 pg. 8).

Con questo decreto nessuna industria sarà chiamata in causa né in Campania né altrove poiché ci sono voluti decine di anni per fare uscire le responsabilità di Eni, Enel, E.on, Lucchini, Caffaro nello smaltimento illegale dei rifiuti, figuriamoci se si riescono ad incastrare quelle responsabili di reati più recenti .

Si tratta quindi un condono in grande stile per i reati ambientali ed un’amnistia per le migliaia di morti prodotti dall’inquinamento. In più i solerti governanti hanno voluto pure incentivare ulteriori operazioni truffaldine. In pratica, i proprietari di aree interessate, compresi i responsabili dell’inquinamento, se il disastro è stato compiuto prima del 30 aprile 2007, potranno usufruire di un accordo di programma co-finanziato dallo Stato, se proporranno un percorso di industrializzazione.

Sulla base del decreto, si potranno stipulare accordi di programma con uno o più proprietari di aree contaminate o altri soggetti interessati ad attuare progetti integrati di messa in sicurezza o bonifica, e di riconversione industriale e sviluppo economico in siti di interesse nazionale individuati che prevedano anche i contributi pubblici e le altre misure di sostegno economico finanziario disponibili.

Il proprietario dell’area inquinata potrà contare sullo Stato, che pagherà non soltanto gli oneri delle bonifiche, ma anche gli investimenti per realizzare i nuovi impianti. Coloro che si sono resi responsabili dei peggiori disastri ambientali in Italia non dovranno dunque più temere di essere condannati dai tribunali al pagamento di cifre esorbitanti né per i danni ambientali ne per le malattie prodotte ma anzi riceveranno fondi per intraprendere altre operazioni di dubbia finalità. E’ evidente che c’è un blocco di potere che fa da scudo ai gruppi industriali che hanno prodotto inquinamento e morte e che trova nelle forze governative le più valide difese. E pensare che c’è chi in questi giorni sta parlando di vittoria della linea del dialogo con le istituzioni! Quale dialogo si può impostare con questa classe politica? Bisogna chiudere occhi ed orecchie per non capire con chi si ha a che fare, bisogna essere infatuati da una fede cieca nello stato per non capire che si sta consumando l’ennesimo tragico raggiro ai danni della nostra gente. Alle associazioni ed ai comitati che non credono alle chiacchiere ma guardano i fatti, noi chiediamo di tenere alta la guardia e proseguire nella lotta.

Napoli 6/2/2014 Medicina Democratica di Napoli

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