Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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28/06/2026

Dalla sindemia al grande caldo. Le differenze di classe pesano ancora, maledettamente

Il grande caldo che rende invivibili le città è ormai oggetto quotidiano delle conversazioni di strada o da bar. Spesso preambolo inevitabile per poi passare ad altri argomenti. Per il resto sono i bollettini allarmanti – e talvolta allarmistici – dei telegiornali o di articoli acchiappa like. Ma l’aumento termico al suolo c’è ed è ormai evidente.

Sono stupidi i negazionisti che ricordano le loro estati calde da bambini. È vero, in estate ha sempre fatto caldo ma non lo faceva con questa continuità temporale, e il ciclo delle ore calde e delle ore fresche era più regolare... e vivibile, soprattutto nelle città dove asfalto, cemento, restituzione del calore e aria calda emessa dai condizionatori, non solo aumentano le temperature ma non consentono né agevolano l’alternarsi di quelle determinate dal solo calore solare.

Ed è proprio nelle città che il calore sta provocando problemi di salute più seri ma, anche in questo caso, con una maledettamente precisa differenziazione di classe. Non solo per chi è ancora costretto a lavorare nelle ore più calde nonostante prescrizioni e talvolta regolamentazioni che lo dovrebbero vietare.

Durante il Covid-19 abbiamo parlato spesso di sindemia invece che di pandemia e questa sottolineatura era più che corretta. Anche di fronte ad un fenomeno oggettivo come una pandemia, il fatto che si morisse o ci si ammalasse di più o di meno non era affatto indipendente dalle condizioni sociali, economiche, abitative, al contrario.

Sulle ondate di calore che attanagliano il nostro ed altri paesi, e in particolare nelle città, ci troviamo nuovamente di fronte ad un processo del tutto simile. Nelle aree urbane le temperature sono indubbiamente più alte. Gli esperti definiscono questa condizione come isole di calore.

L’Espresso segnale come nel 2024, secondo l’Osservatorio Italiano sulla povertà energetica (Oipe), oltre 2,4 milioni di famiglie – il 9,1% del totale, record storico – vivevano in condizioni di povertà energetica. Questo significa non riuscire ad accedere ai servizi energetici essenziali senza sacrificare una quota sproporzionata del proprio reddito. Del resto è prova empirica che le bollette di luce e gas siano praticamente raddoppiate negli ultimi quattro anni.

Ma il dato medio nazionale del 9,1% indicato dall’Osservatorio nasconde concentrazioni molto più alte del problema nelle periferie urbane e nel Mezzogiorno.

E il problema ormai non riguarda solo il riscaldamento invernale ma anche il refrigeramento estivo.

Nel 2013, meno del 29% delle famiglie italiane disponeva di un sistema di condizionamento. Oggi siamo saliti al 56%: un balzo notevole in poco più di un decennio, che rivela come le misure per proteggersi dal calore siano aumentate e il caldo sia diventato insostenibile.

Ma rovesciando il dato, questo significa anche che il 44% delle famiglie è ancora senza sistemi di condizionamento, e che molte di quelle che il condizionatore lo hanno installato, spesso lo usano poco, perché il costo della bolletta non è compatibile con il loro reddito. La riprova sono le bollette estive dell’elettricità che ormai eguagliano quelle invernali del gas, con una rincorsa dei prezzi che sta falcidiando i redditi delle famiglie.

Le vittime del caldo in Italia sono in prevalenza anziani, persone con patologie croniche, residenti in aree urbane dense, spesso in condizioni di solitudine o con scarse relazioni sociali. Sono, in larga misura, persone che non hanno avuto le risorse economiche per adeguare la propria casa a un clima che è cambiato in pochi anni.

Legambiente sta introducendo il concetto di “cooling poverty” – la povertà del raffrescamento – per descrivere l’impossibilità di mantenere temperature confortevoli in casa durante le ondate di calore. È un fenomeno che si concentra nelle periferie metropolitane dove vivono famiglie a basso reddito, dove mancano spazi verdi, ombreggiature, materiali edilizi adeguati, e dove gli edifici sono spesso tra i più scadenti dal punto di vista energetico.

Il famoso bonus del 110%, senza gli adeguati controlli, ha fatto si che il 49% dei fondi siano andati a coloro che – vivendo in ville o villette invece che in condomini – avevano meno necessità di proteggere dal freddo o dal caldo le proprie abitazioni, e che comunque avevano le risorse per poterlo fare in proprio. I palazzi di case popolari e comunali poi non ne hanno neanche “visto l’ombra”, ed è il proprio il caso di dirla così.

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02/08/2021

[Contributo al dibattito] - Nota di Medicina Democratica su obblighi vaccinali e green pass

Mettiamo a disposizione una nota del Consiglio Direttivo di Medicina Democratica Onlus sui temi che “scaldano” questi giorni : obblighi vaccinali e green pass.

1) Le vaccinazioni disponibili sono, allo stato delle conoscenze, uno strumento essenziale, non l’unico, per il contrasto della diffusione della pandemia da Covid 19 e, nel contempo, per ridurre la pressione sulle strutture sanitarie e permettere un graduale ritorno alle attività lavorative, ludiche e culturali. In ogni caso la vaccinazione non può essere vista come una panacea assoluta che metta da parte le necessarie misure igieniche di protezione personali e collettive.

2) Pur considerando che le autorizzazioni all’utilizzo dei vaccini non hanno potuto seguire le procedure previste e adeguati test, la necessità di avere questo strumento disponibile in tempi brevi è stata confermata dall’efficacia in particolare nella riduzione della occupazione delle strutture sanitarie anche in presenza di incrementi nella diffusione.

3) Certamente non ha aiutato la confusione creata dai virologi televisivi e dai pasticci comunicativi, nonchè le ondivaghe e differenti decisioni dei singoli governi europei a fronte della indiscutibile efficacia dei vaccini autorizzati. La presenza di effetti avversi è intrinseca allo strumento, è avvenuto anche in passato per vaccini di uso comune come pure per altri farmaci e trattamenti sanitari. Una piena valutazione potrà essere fatta al termine della campagna vaccinale svolta con vaccini di per sé sperimentali, per l’unicità e la gravità dell’emergenza ancora in corso.

4) Medicina Democratica, per questo, ha promosso e sostiene la campagna noprofitonpandemic per la sospensione dei brevetti sui vaccini (come in via generale sui farmaci salvavita), per renderli disponibili a tutti, nel mondo, quale iniziativa sia etica (nessuno si salva da solo) che necessaria per contenere lo sviluppo di varianti che rischiano di rendere meno efficace la campagna vaccinale e gli altri interventi di protezione.

5) Chiedere la disponibilità universale dei vaccini non significa sostenerne l’obbligo. La vaccinazione è un trattamento sanitario e va utilizzato considerando le condizioni personali. Il superamento della brevettabilità faciliterebbe la ricostruzione, anche in Italia (ad esempio a partire dallo Stabilimento Chimico Farmaceutico Militare di Firenze), di una capacità di produzione pubblica per rendere disponibili i vaccini e i farmaci salvavita a tutti. La previsione di obblighi rigidi, per categorie di lavoratori o generalizzate, tanto più se connesse con la sospensione dal lavoro e l’azzeramento del reddito (fino al licenziamento per le categorie precarie) risultano in contrasto con i diritti dei lavoratori e con le norme in materia di sicurezza sul lavoro. Ricordiamo che queste ultime vedono in un processo partecipato di valutazione dei rischi, di individuazione delle misure di protezione nonché di una dialettica tra medico competente e lavoratori/lavoratrici il modo per affrontare in modo corretto il tema del rischio biologico, senza forzature e riducendo gli effetti di un rifiuto a limitazioni (spostamenti di mansione) e non a “punizioni”. Un modo serio per ridurre le polemiche sulla campagna vaccinale e ricondurre le questioni a un contesto epidemiologico e scientifico sarebbe quello di una sorveglianza attiva sugli effetti avversi, il sistema attuale di rilevazione non è idoneo e li sottostima. Disporre di dati corretti e completi è la premessa di ogni discussione e decisione comprendendo l’ineliminabile incertezza attuale sul virus e sugli strumenti di contenimento.

6) Non riteniamo che limitazioni introdotte mediante il green pass, siano di per sé in contrasto con i diritti costituzionali: Si tratta di trovare un compromesso accettabile tra la necessità di contenere la pandemia e non stressare le strutture sanitarie, così come fatto con le modalità di definizione dei “colori” regionali che sono state nel contempo rese meno rigorose. Non va comunque dimenticato che i vaccinati possono contagiarsi e essere dei diffusori anche se in misura minore e con effetti meno gravi. Le scelte concrete possono essere criticate ma non l’obiettivo di ridurre le occasioni di diffusione. Abbiamo infatti criticato alcune scelte già nella prima fase (dall’obbligo di mascherine all’aperto anche a distanziamento assicurato, alle strette limitazioni negli sport individuali all’aperto) come pure oggi critichiamo l’estensione dei vaccini ai minori (bambini e adolescenti) e alle donne in gravidanza, ma non erano e non sono in discussione le finalità dei provvedimenti antipandemici. Su “aperture” e “chiusure” scontiamo un andamento altalenante nelle decisioni politiche, dalla “apertura” degli stadi per la coppa europea ad allarmi di segno opposto, con un danno alla credibilità delle istituzioni che deve essere recuperato garantendo piena discussione e confronto sulle misure e sui criteri delle stesse.

7) Il ritorno alla “normalità” non potrà che avvenire tramite un cambiamento radicale delle condizioni ante sindemia : non si tratta solo di eradicare un virus ma di ripristinare un efficace servizio sanitario nazionale in grado di dare risposte di salute a tutti. Un servizio universalistico, gratuito, partecipato che torni a fondarsi, in termini di priorità e investimenti, su prevenzione, cura e riabilitazione e che consideri tutti i determinanti (ambientali, lavorativi, stili di vita e condizioni abitative e sociali). Qualunque sia l’opinione sulla politica vaccinale e/o sulle limitazioni, riteniamo indispensabile che singoli e associazioni siano pienamente impegnati su questo obiettivo. Peraltro, nell’ambito degli obiettivi del SSN secondo la riforma del 1978, vi è anche quello della educazione sanitaria, compito abbandonato nella deriva privatistica della sanità degli ultimi decenni, che altrimenti avrebbe permesso un approccio razionale condiviso anche sul tema vaccini pur nella differenza di vedute.

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30/06/2021

Tra varianti e complotti: servono davvero i vaccini?

Ormai il racconto della pandemia ha preso essenzialmente una sola piega: il vaccino e i mille suggerimenti dei virologici di turno, le eventuali controindicazioni, le percentuali dei vaccinati, le dosi che mancano, Pfizer o AstraZeneca, le terribili varianti che sembrano profilarsi all’orizzonte e le percentuali di efficacia dei vari vaccini rispetto alle nuove deviazioni del virus.

Al di là di questa narrazione variegata, costituita da allarmismi, controllo sociale, fake news, radiografie e biografie da gossip delle morti per vaccino, untori vari e giovani egoisti è possibile tracciare alcune linee di lettura di questo interminabile racconto pandemico.

L’informazione digitale

Nel 2021 distinguere il ruolo dell’informazione dei giornali e della tv da quella dei motori di ricerca e dei social è ormai impossibile: Google propone, tramite i suoi algoritmi, le news del momento dove è possibile unire, in una stessa pagina e in uno stesso giornale, notizie allarmiste sulle morti dei giovani per AstraZeneca accanto all’obbligo vaccinale come unico e indiscutibile scudo alla pandemia (significative in questo senso le posizioni di Repubblica e Corriere della Sera).

Inutile commentare i titoli gossip provocatori e fuorvianti di Libero e Il Giornale.

Addirittura Facebook può oscurare un post, se non una pagina, per alcune parole che sembrano “deviare” dalla lotta al Coronavirus.

Ma la domanda da porsi in termini reali di fronte a questo caos di notizie, di post e di articoli del nulla è cosa possiamo fare di fronte a questo racconto confezionato, a questo dominio totale in termini di mezzi finanziari e a questo capitalismo digitale che pervade, controlla e produce ogni forma di vita umana? “Quella di una vita sociale al di fuori dei social media rimane una necessità primaria. Nel frattempo, è palese che milioni di persone stanno lottando per sopravvivere. C’è bisogno di alloggi adeguati, cibo e acqua in quantità sufficienti, assistenza sanitaria, e politiche che non siano né razziste né algoritmiche. Serve un cambiamento materiale, non simbolico...” (Jacob S. Boeskov)

Il complottismo

In questo dilagare di notizie incontrollate e di account falsi, di Fondazioni che finanziano progetti e linee d’informazione digitale è diventato difficile distinguere quel confine ibrido che divide una notizia vera da una bufala creata ad arte. Gli stessi articoli scientifici o post di virologi e epidemiologi sono, a volte, considerati strumenti per tirare la volata a NoVax o complottisti vari.

Ma cosa è un complotto? A chi serve? Al capitale e alla destra naturalmente. Sempre, sia quello vero per rovesciare un regime politico scomodo (modello stati Africani) sia quello per spiare il nemico (modello Watergate) oppure quelli falsi come quelli famosi dei Protocolli dei Savi di Sion o il piano Kalergi. In realtà il complottismo nasconde i conflitti: “la neutralità predicata dal neoliberismo cerca di eliminare la riflessione sulla storia, sull’arte e sulle ideologie, che un tempo permettevano di esprimere tali inquietudini e di decifrare la realtà, creando così un vuoto culturale su cui le teorie di complotto proliferano; il diffuso cospirazionismo dei nostri tempi, frutto della crescente crisi della politica, si rivela utile alle destre per offrire una spiegazione al malessere sociale e a chi detiene il potere per patologizzare qualsiasi pensiero critico”. (Tobia Savoca)

Che cos’è la scienza?

Per Immanuel Wallerstein sul finire del diciottesimo secolo avviene un divorzio decisivo tra la filosofia e la scienza; a partire da quel momento le scienze negarono agli studi umanistici la capacità di cogliere la verità. In questo senso si sviluppò il credo incondizionato nella infallibilità della scienza, nell’inarrestabile progresso scientifico per il bene dell’umanità, nella fiducia illimitata negli scienziati e nei tecnici. Ma quella scienza e quella tecnica furono anche parte integrante di quella ricerca sperimentale che ha prodotto armi di distruzione di massa come la bomba atomica, riducendo l’uomo ad un essere inutile che non può che vergognarsi di fronte a questa scienza illimitata e onnipotente. La lezione di Anders sul ruolo della tecnica nel ventesimo secolo nel suo “L’uomo è antiquato” è esemplare.

Inoltre come negare il ruolo del capitale nelle ricerche scientifiche e nel “costruire” scuole ed università a suo unico vantaggio. La Big Pharma non ha creato il virus, ma era pronta da tempo a sfruttare ogni malattia o pandemia a suo vantaggio, come ogni creatura controllata dal capitale, come Google, Facebook, Apple e Amazon erano già pronte per una società del controllo e dell’emergenza sanitaria da almeno 10 anni.

Inoltre la storia del sapere umano è segnata da teorie, ipotesi, ricerche, spazi e tempi d’azione che richiedono differenze, discussioni, confronti e condivisioni sociali e culturali e che costituiscono fonte di innovazione, creatività e progettualità di vita futura.

Ecco perché è necessario riprendersi la scienza, la tecnologia, la medicina e ripoliticizzare fino in fondo ogni forma del sapere, attuale e futuro.

La sinistra che non c’è

In questo periodo indefinito di gestione dell’emergenza Coronavirus nella sinistra in generale, per quello che ancora può esprimere questa parola e per quello che ne rimane, nei movimenti e nelle periferie dell’occidente, le posizioni rispetto alla gestione dell’emergenza sono state molteplici, a favore dei vari governi e Comitati Tecnici Scientifici, a volte timidamente contrariate, a volte Sovraniste, qualche volta perfino vicine alle paludi della destra e del complottismo. Negli ultimi mesi nel blog Sinistra in rete l’articolo più letto è stato “Sono così necessari i vaccini?” della dott.ssa Loretta Bolkan, come a significare che la questione dei vaccini sia, nell’immaginario collettivo e simbolico del pensiero attuale, una battaglia decisiva in termini di politica, società e informazione. Ma stanno veramente così le cose?

La realtà è che la sinistra, italiana e occidentale in generale, non c’è più; negli ultimi decenni di racconto pervasivo e di dominio assoluto, strutturale, finanziario e digitale del capitale essa non ha mai inciso sui reali rapporti di forza esistenti, si è divisa su tutto, come molteplici sette che pensano, vivono e immaginano le società come qualcosa di chiuso, unilaterale, occidentale, patriarcale e dove soltanto i propri fedeli possono comprendere e condividere l’esistenza.

Mai come ora e anche dopo questa pandemia, sarà necessario cercare di riprendersi la sanità dove ospedali, unità territoriali, cure domiciliari, personale sanitario e gestione dei vaccini costituiscono soltanto una parte di un insieme economico, sociale, culturale da sovvertire. Il diritto alla salute rappresenta una delle battaglie fondamentali insieme a quelle intorno al lavoro, alla casa e alla scuola, tenendo conto che il racconto e il dominio di questi anni, compresa la narrazione della pandemia, parlano soltanto la lingua del capitale. Come diceva Braudel: “possiamo anche spingere il capitale fuori dalla porta, ma questo poi rientrerà dalla finestra.”

Eppure questo particolare momento storico sociale rappresenta un’occasione unica per capire che non siamo di fronte solo a una pandemia ma ad una sindemia, intesa come un insieme di malattie, condizioni sociali, culturali ed economiche che colpisce pesantemente quasi sempre persone con altre patologie e generalmente svantaggiate, perché con redditi bassi e socialmente escluse. Come scrive l’epidemiologa Sara Gandini in un suo post del 27 giugno 2021: “Non siamo davanti ad una pandemia ma ad una Sindemia e le differenze socio-economiche contano grandemente. Con questa pandemia sono emerse nella loro potenza impressionante.

Secondo le analisi di questo studio la diminuzione dell’aspettativa di vita negli Stati Uniti è stata 8,5 volte la perdita media vista in 16 nazioni di pari livello ad alto reddito, e ha riguardato prevalentemente le popolazioni di colore e ispaniche.

Sei paesi (tra cui Danimarca, Finlandia e Norvegia) hanno avuto un aumento dell’aspettativa di vita tra il 2018 e il 2020. Tra gli altri 10 paesi le diminuzioni dell’aspettativa di vita variavano da 0,12 anni in Svezia a 1,09 anni in Spagna, ma nessuno si è avvicinato alla perdita di 1,87 anni vista negli Stati Uniti. La diminuzione dell’aspettativa di vita che è stata stimata e l’eccesso di decessi riflettono gli effetti combinati dei decessi attribuiti al Covid-19 ma anche la gestione della pandemia, l’assistenza sanitaria, il sistema economico in generale e derivante dalla gestione della pandemia (disoccupazione, insicurezza alimentare e mancanza di una casa).

Come scrivono gli autori queste politiche abbracciano l’assistenza sanitaria, la salute pubblica, l’occupazione, l’istruzione e i sistemi di protezione sociale.”

Piani e campi d’azione che ogni forma di sinistra esistente dovrebbe mettere al centro della propria agenda politica.

Vaccini, sogni e futuro.

In questa società pandemica costituita da emergenze sanitarie, economiche e sociali, in questo caos di morti reali e di allarmismi confezionati, di vaccini obbligatori o super consigliati per qualsiasi fascia d’età, di varianti impazzite che potrebbero riportarci ad un autunno di chiusure e di silenzio dimentichiamo troppo spesso le persone reali.

Gli anziani, soprattutto nelle fasce più povere della popolazione, che non ci sono più o quelli che non ce la fanno più e la cui memoria esigerebbe un continuo ripensamento del nostro modo di pensare, vivere e progettare una società.

I giovani, spesso indicati come untori del virus per il loro egoismo e la loro voglia sfrenata di infrangere le regole, hanno pagato duramente la pandemia nella scuola, nel lavoro, nelle relazioni, amore, politica, sport, musica e altro ancora, soprattutto nel vivere, rischiare e sognare insieme un periodo fondamentale della propria esistenza.

La scrittrice Francesca Capelli ci ricorda giustamente: ”Non abbandoniamo il desiderio di vivere insieme, affrontando con intelligenza e lungimiranza i numerosi rischi dell’esistenza. È questo che mi auguro, per me e per il genere umano (se non suona troppo pretenzioso), in questo 2021 iniziato da pochi mesi".

Oppure l’antropologo David Graeber, scomparso il 2 settembre del 2020: “Perché, invece, una volta superata l’emergenza in corso, non tenere a mente quello che abbiamo imparato: che se «economia» significa qualcosa, è il modo in cui ci forniamo a vicenda ciò di cui abbiamo bisogno per essere vivi (in tutti i sensi del termine); che quello che chiamiamo «il mercato» è in gran parte solo un modo di catalogare i desideri aggregati dei ricchi, la maggior parte dei quali sono leggermente patologici, e i più potenti dei quali stavano già completando i progetti per i bunker nei quali pianificano di rifugiarsi se continuiamo a essere abbastanza sciocchi da credere alle lezioni dei loro tirapiedi per cui eravamo tutti, collettivamente, troppo privi di buon senso, per fare qualcosa contro le catastrofi in arrivo. Questa volta, possiamo semplicemente ignorarli? La maggior parte del lavoro che stiamo facendo adesso è il lavoro dei sogni. Esiste solo per sé stesso, o per far sentire bene i ricchi con loro stessi, o per far sentire male i poveri con loro stessi. E se ci fermassimo semplicemente, sarebbe possibile scambiarci una serie di promesse molto più ragionevoli: per esempio, creare un’economia che ci consenta di prenderci effettivamente cura delle persone che si prendono cura di noi.”

I vaccini servono sicuramente per arginare questa epidemia, ma serviranno a poco senza una reale prospettiva di una società della cura, del noi, dei sogni e del futuro che manca da troppo tempo ormai.

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21/06/2021

Umanità a perdere. Sindemia e resistenze

È dal 2007 – anno di costituzione – che l’Osservatorio sulla Repressione promuove e coordina studi, ricerche, dibattiti e seminari, sui temi della repressione, della legislazione speciale, della situazione carceraria in Italia come nei contesti europeo e internazionale.

Grazie a un’informazione quotidiana il nostro sito, le pagine facebook e twitter i canali telegram e youtube nel corso degli anni, hanno raggiunto un numero medio giornaliero di più di trentamila visitatori.

La collana editoriale nasce per andare oltre il quotidiano, per analizzare e comprendere, con adeguati strumenti di analisi e percorsi condivisi, dove sta andando il mondo a partire dal nostro punto di osservazione e azione.

Vorremmo far partire un esperimento di analisi e riflessione collettiva che si componga di suggestioni e idee per entrare a gamba tesa in una battaglia culturale e politica di portata epocale con tutte le ricadute in termini di azioni concrete e immediatamente politiche.

L’Osservatorio è dunque per noi un luogo dove accanto alla denuncia e alla controinformazione, possano trovare accoglienza idee e riflessioni finalizzate alla costruzione di un “cassetta degli attrezzi” per generare pratica condivisa di conflitto politico e sociale, per contribuire a trasformare la realtà, confrontandosi con la riconfigurazione dei dispositivi di repressione e con le sue ragioni storiche.

Un luogo per ascoltare, accogliere, dar voce e saper interpretare anche le idee, le proposte e le visoni di futuro che dai conflitti irrompono nella società.

Materiali di puro servizio, quali prontuari di autodifesa, come pure materiali di approfondimento e di dibattito, di maggior impegno analitico, di ricerca. Due conseguenti e diverse collane editoriali.

La scelta ci pare utile e coerente con la storia dello spazio di cooperazione politica e solidale che siamo sempre stati, chiamando a un lavoro collettivo le forze e le figure che continuano a muovere una critica organica e organizzare la resistenza alle dottrine e alle pratiche dello stato di sicurezza, per diffonderla e diffonderne la consapevolezza politica.

Quanto più sarà estesa e qualificata la partecipazione e la costruzione di percorsi unitari di denuncia, analisi e ricerca, tanto più il nostro lavoro avrà ragione di continuare ad esistere.

Prende avvio così questa collana editoriale con Umanità a perdere. Sindemia e resistenze, risultato di un percorso collettivo, iniziato nel novembre scorso con Salvatore Palidda, Claudio Dionesalvi, Antonio Mazzeo, Alessandra Cecchi, del portale Ecor.Network e Luca Trada del laboratorio politico Off Topic.

A loro abbiamo chiesto di raccontare, descrivere da un lato quanto la pandemia fosse l’occasione per accelerare processi di controllo sicuritario politico e sociale e dall’altro le pratiche di resistenza.

Salvatore Palidda, già docente di sociologia all’Università degli Studi di Genova, ci conduce nell’inferno dei nostri tempi con La guerra alle migrazioni nel Ventunesimo secolo; Claudio Dionesalvi, mediattivista, insegnante di Lettere nella scuola media, con La scuola ibernata ci racconta come l’impatto delle misure adottate per prevenire il contagio è stato devastante sulla paideia ed ha finito per disumanizzare la scuola; Antonio Mazzeo, Peace-researcher, con Militarismo e militarizzazione in tempi di pandemia ripercorre fatti e accadimenti di un’emergenza sanitaria, drammatica, reale, rappresentata e manipolata come un conflitto globale e totale onde assicurare centralizzazioni e autoritarismi decisionali, militarizzazioni dei territori e della sfera sociale, politica ed economica.

L’intervento di Ecor.Network, un portale di approfondimento e informazione sull’aggressione del profitto contro i territori di tutto il mondo e sui movimenti di resistenza, documenta come i promotori delle attività di maggiore impatto sull’ambiente e sulle comunità hanno approfittando della situazione creata dalla pandemia per espandersi e riorganizzarsi.

Infine con Crisi pandemica e capitalismo della sorveglianza, il laboratorio politico Off Topic analizza come la pandemica sia stata l’occasione per una crescita esponenziale della digitalizzazione dei nostri comportamenti e stili di vita ampliando a dismisura il potere di controllo delle big corporation sulle nostre vite.

Siamo dentro un inferno neoliberista che in un momento storico, segnato da una immane paura, ha reso macroscopici tutti i segni di un futuro prescritto accelerando processi autoritari e securitari.

Lo sviluppo capitalistico mostra il suo volto e le conseguenze sui destini di tutti gli esseri viventi del pianeta. Alla paura e all’incertezza di futuro la risposta è maggior sicurezza, controllo e repressione.

Il vocabolo pandemia è entrato prepotentemente nella nostra vita, ma da solo non basta a spiegare quello che stiamo vivendo, è solo un effetto.

Trenta anni fa l’antropologo medico americano, Merril Singer, coniò il sillogismo sindemia come: «l’insieme di problemi di salute, ambientali, sociali ed economici prodotti dall’interazione sinergica di una o più malattie trasmissibili, caratterizzata da ripercussioni sulle fasce di popolazione più svantaggiate».

Più in generale si può affermare che la sindemia è la relazione che esiste tra una pandemia e le condizioni ambientali, socio-economiche, politiche, il livello di istruzione, la povertà, il riscaldamento globale, il problema della perdita di lavoro, che hanno ripercussioni devastanti sulle fasce di popolazione più svantaggiate di cui ancora non si vedono tutti gli effetti, anche nei termini della perdita di vite umane.

È la logica dei dominanti che presuppone un eccesso di umanità di cui si può fare a meno. Bastano alcuni esempi.

L’uso dei brevetti sui vaccini a discapito dei paesi più poveri scegliendo consapevolmente di salvaguardare i paesi ricchi e le loro capacità di produrre, consumare e depredare di materie prime i paesi ai quali i vaccini sono negati, se poi si muore nelle strade come in India o Brasile poco importa.

Le politiche verso una umanità migrante ridotta in schiavitù la cui unica possibilità è sopravvivere nelle traversate del deserto, nei lager libici e in mare.

Infine, ma non da ultimo, il tentativo di portare a compimento la sussunzione della vita intera e dell’intera cooperazione sociale alla produzione del valore stesso a livello globale.

Ecco allora crescere la quantità di chi è parte di una Umanità a perdere espulsa e confinata nelle periferie delle nostre città come in tutti i sud del mondo.

Il libro si può ricevere scrivendo a info@osservatoriorepressione.info o dal sito https://momoedizioni.it/

Prezzo di copertina: 10 euro (per 136 pagine)

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08/04/2021

Diminuita l’aspettativa di vita in Europa. È “sindemia”

La pandemia di Covid e le migliaia di morti che sta provocando hanno determinato la riduzione dell’aspettativa di vita nei paesi dell’Unione Europea. Sul piano della civiltà è una drammatica inversione di tendenza, sul piano del cinismo contabile degli istituti finanziari un desiderio mai espresso pubblicamente ma segretamente perseguito “con altri mezzi” (innalzamento dell’età pensionabile e riduzione degli standard sanitari).

Nel 2020, l’anno del Covid-19, infatti è tornata a calare l’aspettativa di vita nella stragrande maggioranza degli Stati della Ue dopo anni di aumenti costanti. L’inversione di tendenza viene certificata dagli ultimi dati pubblicati dall’Eurostat.

La diminuzione maggiore è stata registrata in Spagna con un calo di 1,6 anni rispetto al 2019, seguita dalla Bulgaria (-1,5), da Lituania, Polonia e Romania (-1,4). Invariati i dati di Cipro e della Lettonia mentre aumenta, anche se di poco (+0,1), l’aspettativa di vita in Danimarca e Finlandia.

In Italia il calo è stato di 1,2 anni con l’aspettativa di vita passata da 83,6 a 82,4 anni. Il problema non sembra legato all’età media e all'alta percentuale di anziani dell’Italia. La struttura per età può spiegare solo parzialmente le differenze di mortalità. In effetti, se si va a vedere la percentuale della popolazione oltre i 65 anni si rileva che tra le popolazioni più “anziane”, oltre all’Italia ci sono paesi come Giappone, Portogallo e Finlandia, per i quali registriamo una mortalità da Covid-19 molto più bassa.

Ma i dati dell’Eurostat non fanno che confermare quanto a marzo 2020 aveva già rilevato l’Istat attraverso il rapporto Bes.

Il rapporto rilevava come l’evoluzione positiva della speranza di vita alla nascita tra il 2010 e il 2019, pur con evidenti disuguaglianze geografiche e di genere, è stata duramente frenata dal Covid-19 che ha annullato, completamente nel Nord e parzialmente nelle altre aree del Paese, i guadagni in anni di vita attesi maturati nel decennio.

A fronte di una stima di circa 0,9 anni perduti complessivamente a livello nazionale (da 83,2 a 82,3 anni), emerge una forte eterogeneità tra i diversi territori, con uno svuotamento, in termini di anni vissuti, più marcato nelle regioni settentrionali (da 83,6 a 82,1 anni attesi), rispetto al Centro (da 83,6 a 83,1) e al Mezzogiorno (da 82,5 a 82,2).

Ma sarebbe errato addebitare questo processo alla sola pandemia di Covid. Tutti i fattori economico/sociali/sanitari concorrono infatti nell’inquadrare quella in corso più come una sindemia che come una classica pandemia.

Infatti anche nel 2020, un cittadino su 10 ha dichiarato di aver rinunciato, negli ultimi 12 mesi, a prestazioni sanitarie per difficoltà di accesso, pur avendone bisogno. Il forte aumento (6,3% nel 2019) è certamente legato a preoccupazioni sul rischio contagio; oltre il 50% di chi ha rinunciato a cure e visite mediche riferisce infatti motivazioni legate alla pandemia da Covid-19.

Il dato che si registra nel 2020 è certamente straordinario, in aumento rispetto all’ultimo anno di oltre il 40%, per la particolare situazione legata alla pandemia. Ma la tendenza si era già intravista prima della emergenza pandemica.

Un rapporto dell’Ocse nel 2019 – quindi prima della pandemia – riportava che se fino al 2008-2009 per aspettativa di vita l’Italia era terza dopo Giappone e Svizzera, negli ultimi anni era scesa al quarto posto, con una leggera diminuzione del risultato che passa, mediamente, dagli 83,3 anni alla nascita del 2016 agli 83 negli anni successivi. Nella classifica per primo rimaneva il Giappone con 84,2 anni, seguito dalla Svizzera (83,6) e dalla Spagna (83,4). Quest’ultima – un paese collocato nei Pigs come l’Italia – come abbiamo visto, sta subendo più pesantemente di altri le conseguenze della pandemia di Covid.

E in Italia, con la sanità pubblica portata al collasso da anni di tagli e dalle privatizzazioni delle prestazioni sanitarie, da tempo molte famiglie avevano già rinunciato o ridotto le spese per la salute. Il 7° Rapporto sulla povertà sanitaria, presentato nel 2019 dalla Fondazione Banco Farmaceutico e BFResearch, segnalava che le difficoltà non riguardano solo le persone indigenti: complessivamente 12,6 milioni di persone in Italia – prima del Covid – hanno dovuto limitare almeno una volta durante l’anno la spesa per visite mediche e controlli periodici di prevenzione (dentista, mammografia, pap-test) per ragioni economiche. In media ogni persona spende 816 euro l’anno per curarsi, contro i 128 di chi è povero.

Alla luce di questi dati si conferma come l’obiettivo della riduzione dell’aspettativa di vita nelle società a regime capitalista, sia in realtà un obiettivo perseguito da anni con cinismo e spregiudicatezza. Da questo punto di vista la pandemia di Covid 19 sta facendo felici non pochi profittatori ma sta anche acutizzando le disuguaglianze sociali anche sul terreno della salute e, appunto, della aspettativa di vita. In tal senso quella che stiamo vivendo somiglia sempre di più ad una sindemia che ad una pandemia.

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10/03/2021

Fmi: la pandemia può innescare disordini sociali

Il Fondo Monetario Internazionale lancia l’allarme. Il 29 gennaio scorso ha pubblicato un rapporto, curato da Philip Barrett e Sophia Chen, nel quale analizza il rischio crescente dei conflitti e dei disordini sociali che possono derivare dalle conseguenze della pandemia di Covid-19.

Nel rapporto, i due autori analizzano come le epidemie possano portare a una maggiore probabilità di disordini sociali utilizzando dei riscontri a livello globale negli ultimi decenni. “Comprendere le implicazioni delle epidemie sui disordini sociali è fondamentale per prepararsi alle potenziali ripercussioni sociali causate dalla pandemia di COVID-19”, scrivono nel report.

Il documento separa nettamente le proteste sociali di carattere politico della fase precedente alla pandemia da quelle successive, e soprattutto da quelle potenziali che sembrano preoccupare le classi dominanti ancora di più.

“Tra gennaio 2019 e gennaio 2020, l’esame dei dati degli eventi identifica 59 eventi di disordini in quaranta paesi. Una serie di importanti proteste si sono verificate tra la fine del 2019 e l’inizio del 2020, in particolare in Medio Oriente e Sud America, ma anche altrove. Nessuno di questi eventi sembra essere direttamente collegato a gravi disastri naturali o epidemie. Al contrario, la maggior parte degli eventi di agitazione è stata motivata da fattori politici. Questa recente ondata di eventi di disordini sociali è stata la continuazione di una tendenza più lunga dal 2016, che a sua volta ha invertito un graduale calo dei disordini dopo un picco dopo la primavera araba del 2011”.

Ci sono diversi modi in cui le epidemie potrebbero influenzare la probabilità di disordini sociali. “Da un lato, le epidemie, come altre minacce alla salute umana come i disastri naturali, possono sovvertire l’ordine sociale” – sostengono i due analisti del FMI.

“La cattiva gestione delle epidemie può rivelare problemi più profondi come reti di sicurezza sociale insufficienti, un governo incompetente o la mancanza di fiducia del pubblico nelle istituzioni. I focolai di malattie contagiose hanno storicamente causato la “paura dell’altro” e il contraccolpo contro certi gruppi (Deverell 2004; Hogarth 2017; Randall 2019), e gli sforzi di contenimento e mitigazione potrebbero essere visti come eccessivi e inutilmente costosi ex post. Paradossalmente questo può accadere se questi sforzi hanno successo nel fermare la diffusione di una malattia. Inoltre, i possibili gravi danni economici delle epidemie, specialmente se colpiscono in modo sproporzionato i poveri, potrebbero esacerbare l’ineguaglianza e gettare i semi di futuri disordini sociali: questi sono i fattori cicatrizzanti delle epidemie che possono dare origine a disordini sociali. D’altra parte, le epidemie sono crisi umanitarie che portano brusche interruzioni nella vita. Tali interruzioni possono impedire la comunicazione e il trasporto necessari per organizzare grandi proteste”.

Su questo aspetto i due analisti del Fmi sembrano piuttosto confortati dal fatto che il distanziamento sociale abbia in qualche modo ammortizzato i rischi di disordini sociali.

Una qualche conferma l’abbiamo avuta anche in Italia, dove la relazione annuale dei servizi segreti relativa al 2020, ha fornito un resoconto piuttosto rassicurante sulla scarsità di proteste sociali preoccupanti per l’ordine pubblico.

Le uniche ad aver colto di sorpresa l’intelligence e gli apparati di sicurezza sono state le proteste spontanee di ottobre 2020 a Napoli, Firenze, Torino, Milano dove la composizione sociale e politica “spuria” delle piazze ha colto di sorpresa gli schemi di controllo e monitoraggio a disposizione degli apparati coercitivi e d’intelligence italiani. Una conferma di questo sbandamento “categoriale” era del resto ben leggibile anche dalle dichiarazioni rilasciate ad ottobre dalla ministra degli Interni Lamorgese.

“Dall’inizio dell’epidemia di COVID-19, il numero dei principali eventi di disordini in tutto il mondo è diminuito drasticamente e a marzo ha raggiunto il livello più basso in quasi cinque anni. Il declino dei disordini sociali corrisponde strettamente a un declino generalizzato della mobilità guidato da normative come l’obbligo di rimanere dentro casa e il distanziamento sociale volontario”, sottolineano Philip Barrett e Sophia Chen.

Per illustrare l’associazione straordinariamente stretta tra la tempistica del declino della protesta e la brusca interruzione delle attività sociali, i due analisti hanno analizzato i dati di Google Community Mobility Reports, che utilizza la cronologia delle posizioni dei telefoni cellulari per misurare l’attività in categorie specifiche, di cui ne vengono incluse due in particolare (attività in spazi commerciali e ricreativi e stazioni di transito), sebbene altre attività siano molto simili.

Tale correlazione delle serie temporali viene portata come una prova che attenua gli effetti sociali dell’ultima epidemia. “Probabilmente hanno portato al superamento delle cicatrici che avrebbero potuto incentivare i disordini”, scrivono i due analisti.

Uniche eccezioni degne di nota di questo congelamento dei disordini sociali riguardano gli Stati Uniti e il Libano. Ma anche in questi casi, le proteste più grandi sono state legate a questioni che hanno preceduto di molto l’epidemia di COVID-19: l’ingiustizia razziale negli Stati Uniti e la crisi di governo in Libano.

I due analisti del FMI sono poi passati ad esaminare la relazione trasversale tra disastri e disordini sociali, chiedendosi se i paesi dove è più forte la pandemia abbiano in media più disordini sociali.

“Questa relazione coglie utilmente variazioni persistenti e di lungo periodo tra i paesi. Questa prospettiva di lungo periodo è importante perché le epidemie possono lasciare ombre decennali nella società, come abbiamo accennato nel nostro precedente resoconto della storia delle epidemie”.

In quasi tutti i casi, secondo il report del Fmi, esiste una relazione stretta tra disordini sociali e disastri – in questo caso la pandemia – che è stabile tra i gruppi di reddito, cioè in base alla composizione sociale e l’accesso alla ricchezza dei vari segmenti di popolazione investiti dalla pandemia.

In questi mesi abbiamo affermato ripetutamente come sia più corretto parlare di sindemia che di pandemia, proprio per le forti correlazioni sociali tra il fenomeno pandemico e le condizioni di vita dei diversi segmenti della popolazione. Ci si è contagiati e si è morti di più nei quartieri popolari che in quelli più ricchi, sono stati contagiati e sono morti più poveri che ricchi.

Anche nella pandemia continuano a pesare le contraddizioni di classe. Sulle sue conseguenze – che stanno dilatando a dismisura le disuguaglianze sociali – tale contraddizione diventa ancora più nitida, acutissima e decisiva.

Prima o poi, con la vaccinazione della gran parte della popolazione, le misure restrittive contro la pandemia dovranno essere allentate e la vita tornare ad essere “normale”. Ma a giugno scadono il blocco dei licenziamenti e il blocco degli sfratti, mentre termineranno anche gli ammortizzatori sociali e i ristori di massa.

Le imprese definite “zombie” dallo stesso Draghi saranno lasciate morire ed anche per disoccupati e lavoratori e lavoratrici poveri ci sarà poco o niente. Poi dal 2023 ci saranno anche da pagare i costi dell’accresciuto indebitamento pubblico e restituire i prestiti del Recovery Fund.

Insomma un cortocircuito di quantità e qualità di contraddizioni sociali fin qui attutite dalle restrizioni, dalla paura del virus e dal distanziamento sociale, che dovrà essere sottoposto a controllo, prevenzione e coercizione per tenerlo sottomesso. Sembrano averlo ben chiaro Draghi e il suo esecutivo. Alla supervisione dei servizi segreti ha messo Gabrielli, a Capo della Polizia Giannini. Due dirigenti che conoscono bene il loro mestiere dal punto di vista politico, più che banalmente “criminale”, e ben preparati a un compito repressivo molto “orientato” dalla politica.

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15/01/2021

80 mila morti per Covid gridano vendetta

Diventa difficile archiviare come normale amministrazione il fatto che più di 80mila persone siano morte per il Covid in questi mesi. E diventa difficile anche abituarsi alle centinaia di morti che ogni giorno ci restituiscono in modo insopportabilmente asettico i bollettini quotidiani.

Ieri è stata comunicata la morte di altre 522 persone, mercoledi erano state 501. È come se ogni giorno sparisse un piccolo comune o due/tre condomini di una grande città. Tutto possiamo permetterci tranne che accettare come inevitabile questa situazione.

Il fatto che i numeri di decessi e di contagi sia alto anche in altri paesi capitalisti europei o negli Usa è un dato, ma non certo una consolazione. In altri paesi con sistemi sociali diversi, non è solo questa macabra contabilità ad essere diversa, è soprattutto lo spirito con cui si è affrontata e si affronta la pandemia, che sta facendo la differenza.

A questo inaccettabile contabilità avrebbero voluto invece abituarci quelli che sostenevano di dover “convivere con il virus” confidando nell’”immunità di gregge” – anche quando non c’erano i vaccini – omettendo però il lato oscuro di questo approccio: la selezione naturale in cui i più deboli periscono e i più forti sopravvivono. Eppure è a questo che ci stiamo avvicinando a grandi passi, pur continuando a negarlo.

Talvolta, e impropriamente, si è parlato della pandemia come di una guerra contro un “nemico invisibile”. Ma in guerra, come noto, le regole morali saltano tutte e tutto si piega allo stato di necessità. Ragione per cui desta sempre minore sorpresa che la logica dei medici di guerra – salvare chi ha una possibilità di sopravvivenza e lasciar morire chi ne ha meno o scarse – alla fine diventa norma e non eccezione.

E non per la perfidia dei medici ma perché è il contesto che sempre più spinge al raggiungimento di una soglia di normalità che ha alzato più in alto l’asticella del cinismo e della selezione sugli esseri viventi.

Poi c’è il dato sociale che viene a incardinarsi con quello sanitario, sotto molti aspetti. Mantenere alte le misure restrittive e quelle precauzionali incide sulle attività economiche, sia a causa delle chiusure e delle limitazioni, sia per le risorse che dovrebbero essere destinate alla salute pubblica, sia per gli effetti depressivi sulle persone che disincentivano consumi e attività sociali.

Infine, su questo aspetto, incide quella differenza tra pandemia e sindemia che molti si ostinano ancora a negare o rimuovere: i contagi sono più estesi e letali nei settori sociali più poveri che negli altri, nei quartieri popolari piuttosto che in altri.

Qui e lì veniamo a sapere che qualche personaggio ricco e famoso, o anche persone non di condizioni proletarie, è stato contagiato, ma nella conta dei morti non ve ne sono, se non in casi decisamente eccezionali.

Dunque anche il virus, pur essendo un problema oggettivo, ha una sua dimensione di classe; sia per quanto riguarda i soggetti che vengono colpiti con maggiore violenza, sia nelle soluzioni adottate per affrontarlo. Affrontare le ripetute quarantene in case ampie, con giardino, con dovizia di servizi (es: connessione ad internet e computer) è un conto; affrontarle in case piccole, senza balconi, in assenza o scarsità di servizi, è ben altra cosa. Essere costretti ad usare i trasporti pubblici per muoversi o andare al lavoro è una cosa, poter contare su un proprio mezzo è un’altra. In sostanza, non siamo mai stati né siamo “nella stessa barca”.

Dopo quasi un anno dai primi sintomi della pandemia (l’OMS la annunciò già il 5 gennaio 2020), a che punto siamo su questa inevitabile complessità di una imprevista e imprevedibile pandemia?

- Sono ormai troppi i morti e i contagiati rispetto a quello che poteva essere ritenuto un prezzo fisiologico di una pandemia per paesi avanzati del mondo capitalista;

- il tempo perso e le cose non fatte dalle autorità in termini di strutture sanitarie, assunzioni del personale necessario, trasporti, durante i mesi di tregua tra la prima e la seconda ondata, hanno reso quest’ultima più letale della precedente;

- le mezze misure adottate negli ultimi mesi del 2020 sono riuscite a produrre un forte danno economico, scarsi risultati sul piano del contenimento della pandemia, completo disorientamento della società sulle sfide da affrontare. Il patrimonio di credibilità conquistato dal governo nella prima ondata è andato completamente dissipato nella seconda. Ma se il governo ha le sue responsabilità, una spada ancora più affilata dovrebbe calare sui presidenti delle Regioni e su chi, nel 2001, ha voluto modificare il Titolo V della Costituzione, consegnando così maggiori poteri alle Regioni, che si sono confermate un’insopportabile sciagura nel momento dell’emergenza sul piano nazionale;

- il carattere “salvifico” dei vaccini dovrà comunque fare i conti con un periodo ancora lungo prima di essere efficace. Dunque le autorità ci dicono che dovremo “convivere con il virus” – e con le sue conseguenze sanitarie, economiche, psicologiche, sociali – ancora per mesi e mesi. L’unica attività sociale concessa è quella legata al processo produttivo (per chi ha un lavoro), tutto il resto viene negato, fin dentro le mura domestiche. Non solo. I dati che proprio in questi giorni sono stati esposti dalle autorità politiche e sanitarie in tutte le sedi, confermano che la situazione appare spesso fuori controllo e a rischio continuo di collasso delle strutture ospedaliere, nonostante il cognome benaugurante del ministro della sanità. Insomma la triste e feroce dottrina del “produci, consuma, crepa” sembra essere l’unico orizzonte che viene messo a disposizione della società;

- infine, e non certo per importanza, un’intera classe politica fatta di ministri, sottosegretari, presidenti di Regioni, parlamentari, in un contesto infernale come questo, ha dato prova – anzi conferma – della propria cialtroneria.

Lavoriamo affinché appena sarà possibile una parte di questa classe politica vada sotto processo per le scelte fatte in questi mesi. E non solo nei tribunali ma anche nelle piazze.

Lo dobbiamo alle oltre ottantamila morti già avvenute, ma lo dobbiamo anche a milioni di persone che vivono e abitano questo paese.

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21/12/2020

Allarme per la mutazione del virus Covid 19. Voli bloccati dalla Gran Bretagna

A partire da oggi (domenica) a mezzanotte, nessun volo dal Regno Unito sarà consentito in Italia e nei Paesi Bassi. Germania e Francia si apprestano a fare altrettanto a causa di un nuovo ceppo di COVID-19 scoperto in Gran Bretagna. Il ministro della Sanità britannico Matt Hancock ha detto oggi che la diffusione della nuova variante di coronavirus individuata in certe zone nel Regno Unito è “fuori controllo”.

Ma la nuova variante di Coronavirus scoperta in Gran Bretagna è stata individuata anche in Danimarca e Australia, oltre che in Olanda, ha reso noto l’Oms.

Il divieto sui voli nel Regno Unito durerà come minimo fino al 1° gennaio e potrebbe essere esteso.

Secondo The BMJ, la rivista pubblicata dalla British Medical Association, il 13 dicembre, 1.108 casi di un virus mutato, denominato VUI-202012/01, sono stati identificati nel Regno Unito. Sebbene la maggior parte dei casi sia stata riscontrata nel sud-est dell’Inghilterra, i casi sono stati segnalati in tutto il Regno Unito, inclusi Galles e Scozia. La BMJ afferma che VUI-202012/01 è stato scoperto per la prima volta alla fine di settembre e probabilmente non proveniva dall’estero, ma si era evoluto nel Regno Unito.

Relativamente al nuovo virus di Covid-19 mutato che si va diffondendo in Gran Bretagna e sulle sue possibili conseguenze, già lunedì scorso il quotidiano britannico The Guardian ha pubblicato un articolo molto interessante ed esaustivo che riproduciamo.

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Da The Guardian del 14 dicembre

Si teme che una nuova variante del coronavirus possa accelerare la diffusione del Covid-19, in particolare nel sud-est dell’Inghilterra.

La Public Health England (PHE) ha affermato che, al 13 dicembre, sono stati identificati 1.108 casi con questa nuova variante, prevalentemente nel sud e nell’est dell’Inghilterra.

È prematuro avanzare affermazioni sui potenziali impatti della mutazione del virus. Ma se il virus si diffonde più velocemente sarà più difficile controllarlo. Detto questo, ci sono già stati vari ceppi di Covid-19 senza conseguenze reali. Potrebbe essere potenzialmente grave, ma non se ne sa abbastanza e la sorveglianza e la ricerca continueranno.

Il mutato ceppo del virus, secondo il segretario alla salute britannico, Matt Hancock contiene una serie di mutazioni ed è stato rilevato in alcune parti del sud del Paese dove i contagi stanno aumentando più rapidamente.

Sei giorni fa, per le autorità sanitarie britanniche non vi era alcuna indicazione che il virus fosse più pericoloso di altri coronavirus Sars-CoV-2. I virus acquisiscono mutazioni continuamente. La maggior parte ha un effetto scarso o nullo e alcuni ostacoleranno il virus, portando quelle mutazioni a morire. Ma ci sono possibili mutazioni che accelerano la trasmissione del virus.

La nuova variante ha molteplici mutazioni nella proteina spike del coronavirus, la più preoccupante delle quali sembra essere quella che gli scienziati chiamano delezione – in questo caso, la perdita di due amminoacidi dalla proteina spike – che potrebbe farla diffondere più facilmente. La stessa delezione è stata riscontrata nei coronavirus in diversi paesi fini dalla primavera scorsa, ma a livelli bassi. Ha cominciato invece ad aumentare nell’Inghilterra meridionale in agosto e settembre.

La stessa delezione è stata riscontrata quando sono stati raccolti campioni di virus da un paziente di Cambridge con un sistema immunitario indebolito. Il paziente è stato trattato con plasma convalescente – plasma sanguigno contenente anticorpi di un paziente guarito. Il virus ha acquisito la mutazione durante quel trattamento e potrebbe essere diventato più resistente agli anticorpi. Alla fine il paziente è morto a causa dell’infezione.

“Pensiamo che ci sia un meccanismo per il virus per iniziare a fuoriuscire”, ha detto Ravi Gupta, professore di microbiologia clinica presso il Cambridge Institute of Therapeutics Immunology and Infectious Disease presso l’Università di Cambridge. “Dobbiamo reprimerlo. Non sappiamo cosa farà a lungo termine ma non possiamo rischiare. È improbabile che possa far ammalare le persone, ma potrebbe renderlo più difficile da controllare“.

Poiché i virus mutano, c’è sempre la possibilità che emerga un nuovo ceppo resistente ai vaccini esistenti. La maggior parte dei vaccini Covid produce anticorpi che disabilitano il virus gommando le sue proteine ​​spike. Questi studiano la superficie del virus e lo aiutano a entrare nelle cellule umane. Se la proteina spike muta, come nella nuova variante, potrebbe potenzialmente eludere gli anticorpi generati dai vaccini utilizzando una versione precedente della proteina spike.

Ma due punti sono importanti. In primo luogo, i vaccini producono una serie di anticorpi che attaccano il virus da diverse angolazioni, quindi è difficile per lui eluderli tutti in una volta. In secondo luogo, le principali mutazioni influenzerebbero probabilmente la capacità del virus di infettare le cellule umane. I genetisti stanno già monitorando il virus per le forme mutanti che si producono e che chiamano “fuga dal vaccino”. La ricerca è ora in corso a Porton Down e in altri laboratori per verificare se il nuovo ceppo potrebbe porre problemi. Se il virus si trasforma in una forma resistente, i vaccini possono essere modificati per renderli nuovamente efficaci.

Il dottor Michael Ryan, direttore esecutivo del programma di emergenza dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS), ha affermato di essere a conoscenza della variante. “Questo tipo di evoluzione e mutazioni sono in realtà abbastanza comuni”, ha detto. “La domanda, come abbiamo avuto di recente con le varianti in Danimarca e le varianti precedenti, è: questo rende il virus più grave? Permette al virus di trasmettersi più facilmente? Interferisce in qualche modo con la diagnostica? Interferirebbe in qualche modo con l’efficacia del vaccino? Nessuna di queste domande è stata ancora risolta.”

Ma perché la mutazione del virus si sarebbe prodotta nell’Inghilterra meridionale? Le cause si combinano in modi diversi nelle diverse aree e influenzano le epidemie locali. A Londra ad esempio, la pandemia ha spinto molte persone dagli uffici del centro città verso aree più residenziali. Di conseguenza sono diventati più trafficati, in particolare i quartieri con la maggiore densità abitativa. Poiché il secondo blocco nazionale era meno rigoroso del primo, con scuole e più negozi aperti, e Londra è uscita al livello 2 solo a dicembre, in alcuni distretti le condizioni erano mature perché i casi aumentassero. “Improvvisamente hai una situazione in cui, siccome così tante persone vivono lì, puoi potenziare la diffusione”, ha detto James Cheshire, professore di informazione geografica e cartografia all’University College di Londra.

A poche settimane dall’introduzione del sistema a tre livelli in ottobre da parte di Boris Johnson, gli scienziati avevano le prove che solo il livello 3 aveva un impatto sostanziale sulla trasmissione del virus. L’aumento dei casi a Londra conferma questa conclusione. Le restrizioni di livello 3 hanno contribuito a ridurre le infezioni a Bristol, invertendo quello che era stato un forte aumento.

“Sospetto che quello che stiamo vedendo è che il livello 2 non è abbastanza efficace nel prevenire la trasmissione di Covid, quindi non appena il blocco nazionale è nuovamente terminato e le persone hanno iniziato a mescolarsi di più – specialmente in un’area ad alta densità come Londra – la malattia ha ripreso la sua diffusione“, ha detto Richard Harris, professore di geografia sociale quantitativa presso l’Università di Bristol.

“Londra è una grande città ad alta densità con una popolazione giovane e percorsi di pendolarismo che si estendono in tutto il sud-est”, ha aggiunto. “Sembra che sia uscita troppo presto da controlli più severi, senza dubbio per motivi di costi economici, e perchè sarebbero aumentati sia per Londra che per l’intero paese mettendoli a livello 3.”

Una teoria è che il primo blocco nazionale è stato alleviato quando i casi erano più bassi nel sud rispetto al nord. L’epidemia si è ripresa rapidamente in alcune parti dell’Inghilterra settentrionale e delle Midlands, ma ci è voluto più tempo per ristabilire una trasmissione diffusa a Londra e in altre parti del sud. Ma ci sono altri fattori in gioco. E qui entra in gioco anche il carattere “sindemico” e non solo pandemico del Covid 19.

Infatti molte delle aree più colpite a Liverpool, Manchester e Birmingham sono tra le più povere del Paese e il coronavirus si diffonde più rapidamente nelle aree più svantaggiate. L’occupazione gioca un ruolo importante. Nel sud, una percentuale maggiore della forza lavoro potrebbe lavorare da casa, evitando i trasporti pubblici e il contatto con gli altri. Quelli con un lavoro più sicuro erano meno costretti a lavorare quando si sentivano male ed erano più in grado di isolarsi da soli se prendevano l’infezione.

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25/10/2020

Il Covid 19 più che una pandemia è una sindemia. Disuguaglianze come concause

Un editoriale di Richard Horton direttore di “The Lancet” sul numero del 26 settembre, mette in discussione l’attuale approccio “scientifico” e statuale al Covid-19 come se si trattasse di una semplice pandemia, e punta il dito sull’importanza delle malattie non trasmissibili nella sua diffusione, e sulla matrice sociale di queste ultime.

L’autore sostiene che il Covid-19 più che una pandemia è una sindemia cioè la sovrapposizione di due epidemie: quella del Covid che si è andata ad aggiungere a quella delle malattie croniche (diabete, obesità, intossicazioni da inquinanti ambientali, patologie tumorali, patologie respiratorie croniche o cardiovascolari) che in quest’epoca ha raggiunto di fatto livelli epidemici e che ha basi, differenziazioni e disuguaglianze sociali ben definite come concause.

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Mentre il mondo si avvicina a 1 milione di morti per Covid-19, dobbiamo renderci conto che stiamo adottando un approccio quanto mai ristretto alla gestione della espansione di un nuovo coronavirus. Abbiamo inquadrato la causa di questa crisi come una malattia infettiva. Tutti i nostri interventi si sono focalizzati sulla interruzione delle linee di trasmissione del virus, per mettere sotto controllo la diffusione di questo agente patogeno.

La “scienza” che ha guidato i governi è stata trainata principalmente da esperti costruttori di modelli di epidemie e da specialisti in malattie infettive, i quali comprensibilmente inquadrano l’attuale emergenza sanitaria in termini di peste secolare. Ma quello che abbiamo appreso finora ci dice che la storia di Covid-19 non è così semplice.

Due tipologie di malattie stanno interagendo all’interno di popolazioni specifiche – una infezione con grave, acuta sindrome respiratoria coronavirus 2 (Sars-CoV-2) e una serie di malattie non trasmissibili (NCD). Queste condizioni sono raggruppate all’interno dei gruppi sociali secondo modelli di disuguaglianza profondamente radicati nelle nostre società.

La combinazione di queste malattie su uno sfondo di disuguaglianza sociale ed economica accentua gli effetti negativi di ogni singola malattia. Covid-19 non è una pandemia. È una sindemia. La natura sindemica della minaccia che stiamo fronteggiando richiede un approccio più sottile, se vogliamo proteggere la salute delle nostre comunità.

La nozione di sindemia è stata concepita per la prima volta da Merrill Singer, un antropologo medico americano, negli anni ’90. Scrivendo su The Lancet nel 2017, insieme con Emily Mendenhall ed altri colleghi, Singer ha sostenuto che un approccio sindemico porta alla luce interazioni biologiche e sociali che sono importanti per la prognosi, il trattamento delle malattie e la politica sanitaria. Limitare il danno causato da Sars-CoV-2 richiederà di dare un’attenzione di gran lunga maggiore alle malattie non trasmissibili e alle disuguaglianze socio-economiche rispetto a quanto finora è avvenuto.

Una sindemia non è semplicemente una co-morbilità, una compresenza di più malattie. Le sindemie sono caratterizzate da interazioni biologiche e sociali tra date condizioni [sociali e personali – n.] e stati di salute, interazioni che aumentano l’esposizione di una persona a vedere danneggiate o peggiorate le proprie condizioni di salute. Nel caso di Covid-19, attaccare le malattie non trasmissibili è un prerequisito per contenere in modo efficace la sua diffusione. Come ha mostrato il nostro NCD Countdown 2030 pubblicato di recente, sebbene la mortalità prematura da malattie non trasmissibili stia scendendo, il ritmo del cambiamento è ancora troppo lento. Il numero totale delle persone che vivono con malattie croniche sta crescendo.

Affrontare il Covid-19 comporta affrontare l’ipertensione, l’obesità, il diabete, le malattie cardiovascolari e respiratorie croniche, e il cancro. Prestare maggiore attenzione alle malattie non trasmissibili non è una priorità solo per le nazioni più ricche. Le malattie non trasmissibili sono una causa trascurata dei cattivi stati di salute anche nei paesi più poveri.

Nella loro Lancet Commission, pubblicata la scorsa settimana, Gene Bukhman e Ana Mocumbi hanno descritto un’entità da loro chiamata NCDI Povertà, che aggiunge ferite a una serie di malattie non trasmissibili – condizioni come morsi di serpente, epilessia, malattie renali, e anemia falciforme. Per il miliardo di persone più povere nel mondo di oggi, le NCDI rappresentano oltre un terzo del loro carico di malattie. La Commissione ha mostrato come la disponibilità di interventi sostenibili ed economici potrebbe scongiurare nel prossimo decennio quasi 5 milioni di morti tra le persone più povere del mondo. E questo senza considerare la riduzione del rischio di morte a causa di Covid-19.

La conseguenza più importante di inquadrare Covid-19 come sindemia è quella di sottolineare le sue origini sociali. La vulnerabilità dei cittadini più anziani; dei neri, degli asiatici e delle “minoranze etniche”; nonché dei lavoratori necessari che sono in genere mal pagati e hanno meno protezioni sociali, sottolinea una verità che è stata finora a stento riconosciuta – e cioè che non importa quanto sia efficace un trattamento o sia protettivo un vaccino, la ricerca di una soluzione puramente biomedica a Covid-19 non avrà successo.

A meno che i governi non individuino politiche e programmi per invertire le profonde disparità sociali oggi esistenti, le nostre società non saranno mai realmente al sicuro da Covid-19. Come hanno scritto Singer e altri colleghi nel 2017, “Un approccio sindemico fornisce un orientamento molto differente alla medicina clinica e alla salute pubblica dimostrando come un approccio integrato alla comprensione e al trattamento delle malattie può avere molto più successo di un semplice controllo della [diffusione della] malattia epidemica o della cura dei singoli pazienti.”

Aggiungerei un ulteriore vantaggio. Le società hanno bisogno di speranza. La crisi economica che avanza verso di noi non sarà risolta da un farmaco o da un vaccino. È necessario nulla di meno di un risveglio nazionale. Affrontare Covid-19 come una sindemia ci inviterà ad avere una visione più ampia, che comprenda anche l’istruzione, il lavoro, l’alloggio, il cibo, e l’ambiente. Al contrario inquadrare Covid-19 alla stregua di una semplice pandemia, ci impedisce di avere uno sguardo più ampio e necessario.

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