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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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05/06/2026

Italia costretta a rimanere al palo. Ocse, Fmi e Bruxelles si mettono di traverso

Alla fine anche secondo l’ultimo Economic Outlook dell’Ocse, l’economia italiana crescerà solo dello 0,5% nel 2026, mentre “il nuovo shock energetico pesa su consumi delle famiglie, investimenti ed export”, frenando lo slancio legato all’aumento delle spese determinate dal PNRR. In pratica è la stessa valutazione sulla crescita dell’Italia fatta dalla Commissione europea.

L’Ocse, ha alzato la stima di un misero 0,1% rispetto a marzo (quando era dello 0,4) , mentre per il 2027, l’eventuale calo dei prezzi dell’energia e la riduzione dell’incertezza, permetterebbe alla crescita di posizionarsi a +0,6%, ma anche in questo caso si tratta di una correzione al ribasso rispetto alla precedente stima del +0,7%.

Inoltre, secondo l’ultimo Economic Outlook pubblicato dall’Ocse, l’inflazione in Italia è destinata a salire al 3% entro il 2026. Questo aumento è attribuito principalmente allo shock energetico derivante dalla guerra all'Iran, che sta esercitando una pressione crescente sui prezzi al consumo.

Nel 2025, l’inflazione in Italia era prevista all’1,6%, ma le nuove stime indicano un cambiamento di rotta, con un incremento che porterà l’inflazione al 3% l’anno successivo.

Dopo il calo registrato ad aprile, per il mese di maggio le quotazioni all’ingrosso del gas sono rimaste pressoché invariate e la spesa totale di una famiglie tipo è aumentata dello 0,9% rispetto al mese precedente. A comunicarlo in questo caso è l’Arera (organismo di tutela sui prezzi energetici) nel suo consueto aggiornamento.

Pertanto, per i 2,3 milioni circa di utenti ancora “salvaguardati” nel Servizio di tutela della vulnerabilità, il prezzo della sola materia prima gas è pari a 46,89 euro al Megawattora. Per il mese di maggio 2026, il prezzo di riferimento del gas per il nuovo cliente tipo (ovvero la famiglia tipo ha consumi medi di gas di 1.100 metri cubi annui) è stata pari a 122,15 centesimi di euro per metro cubo.

Di fronte a questa nuova mazzata per il potere d’acquisto di salari e pensioni, l’Ocse si premura di sottolineare che “assicurare che le misure di contenimento dei prezzi dell’energia siano temporanee e limitate a famiglie e imprese vulnerabili limiterà l’impatto dello shock contenendo i costi fiscali”.

Ma su questo è arrivata la decisione della Commissione europea che, di fatto, non accoglie la richiesta di Meloni di allargare ai prezzi energetici la clausola di salvaguardia nazionale, una misura straordinaria introdotta lo scorso anno per escludere le spese per la difesa dal quadro dei vincoli di bilancio dell’UE. La deroga consente solo di finanziare investimenti “green” nel settore degli impianti energetici ma non di congelare le accise sui prezzi dei carburanti, ragione per cui da domenica 7 giugno i prezzi alla pompa non saranno più “calmierati”.

Le raccomandazioni della Commissione indicherebbero che una certa flessibilità sarebbe possibile, ma solo per sostenere le famiglie vulnerabili e i settori più esposti, e non attraverso sussidi generalizzati per il resto delle famiglie né per le imprese.

Questa posizione della Commissione europea del resto è allineata con quella del FMI, il quale la scorsa settimana aveva affermato che “la recente riduzione generalizzata delle accise su diesel e benzina per attenuare l’impatto dello shock dovrebbe essere sostituita da trasferimenti monetari mirati alle famiglie più vulnerabili”.

Il costo stimato di queste misure è di circa lo 0,1% del PIL nel 2026, ma potrebbe salire allo 0,3% se rimanessero in vigore fino a fine anno. Ma per i tecnocrati di Ocse, Fmi e Commissione europea, tali preoccupazioni non devono manifestarsi se si portano le spese militari al 5% del Pil, con un incremento nel tempo di ben il 3% rispetto alla spesa pubblica attuale.

L’Italia del resto continua a registrare anche i costi energetici più alti d’Europa, soprattutto per i costi fissi (tasse, le imposte e i servizi) che vengono caricati su ogni bolletta, indipendentemente dai consumi reali. Risultato: le bollette sono raddoppiate rispetto a quattro anni fa ma salari e pensioni restano al palo e ben sotto sia l’inflazione programmata che quella reale.

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02/06/2026

La troika si mobilita, di nuovo

Io non so perché il conduttore della trasmissione televisiva “Che tempo che fa” abbia posto a Christine Lagarde, Presidente della Banca centrale europea, le domande che le ha posto. Lo avrà fatto per tanti motivi ma, comunque, non è importante rifletterci perché erano domande fuori luogo, nate da chi sa quale contorto processo mentale.

Il tema rilevante è un altro: Christine Lagarde non doveva essere lì a rispondere a quelle domande. Sembra incredibile che la Presidente della Banca centrale europea sia andata in una trasmissione televisiva italiana ad esprimere le proprie opinioni su un tema che non rientra nella sua sfera decisionale, bensì in quello della Commissione europea. Che abbia dichiarato la sua contrarietà a concedere all’Italia la possibilità di accedere alla ‘clausola di salvaguardia’ per derogare ai vincoli sul bilancio pubblico fissati dal “Patto di stabilità e crescita”.

Dov’è finita la mitica discrezione dei banchieri centrali?

Dov’è finita la mitica divisione dei poteri delle democrazie liberali europee?

I bilanci pubblici di gran parte dei Paesi membri dell’Unione europea sono sotto stress – e lo saranno per molti anni ancora – a causa del piano pluriennale di riarmo che è stato deciso di attuare. Lo sono persino i bilanci pubblici della Germania, della Francia e dell’Italia, le tre più grandi economie dell’Unione.

Per facilitare il riarmo riducendo lo stress (politico) che il consistente aumento della spesa militare comporta, la Commissione europea ha deciso di permettere ai Paesi di chiedere la deroga ai vincoli del “Patto di stabilità e crescita”. 18 Paesi l’hanno chiesta e ottenuta, tra i quali Germania e Francia. L’ha chiesta anche l’Italia. E Christine Lagarde si precipita in Italia a dire in televisione che la Commissione europea non dovrebbe accettare la richiesta.

Pur trovandosi nella ‘procedura di infrazione’ per deficit pubblico eccessivo, l’Italia può chiedere di utilizzare la clausola di salvaguardia, e spetterà poi alla Commissione europea decidere se concederla o meno. Un deficit eccessivo di un niente, comunque: attualmente il suo disavanzo pubblico è stimato al 3,1%, lo 0,1% oltre il limite massimo. Ma la Presidente della Banca centrale europea ammonisce che le regole devono essere rispettate. In questo caso, tuttavia, non c’è nessuna regola da rispettare, piuttosto una valutazione complessiva che spetta alla Commissione europea.

L’Italia ha fatto richiesta di accedere alla clausola di salvaguardia e derogare ai vincoli del “Patto di stabilità e crescita” – con la consueta confusione e vittimismo, certo, facendo finta di non sapere quanto sia grande, se solo lo volesse esercitare, il peso politico che avrebbe nel Consiglio europeo, considerata la sua dimensione demografica ed economica. Comunque, ora sta negoziando con la Commissione europea. La Presidente della Banca centrale europea non doveva permettersi nessun commento pubblico. Aveva canali istituzionali per esprimere direttamente alla Commissione europea la sua contrarietà alla concessione della deroga.

Ma di quali regole parla Christine Lagarde? L’Italia ha accumulato nel tempo un debito pubblico ben oltre il doppio di quello che secondo le regole del “Patto di stabilità e crescita” dovrebbe avere in proporzione al prodotto lordo. Dovrebbe essere il 60%, ma ha raggiunto il 143%. Però, la si tiene nella procedura di infrazione perché il suo disavanzo pubblico è dello 0,1% oltre il limite.

Ma, chi si è preoccupato delle regole quando, con l’approvazione del PNRR, si è permesso all’Italia di fare circa 120 miliardi di debito? Un’anomalia tanto clamorosa, ma passata inosservata nel dibattito pubblico: la Francia, la Germania e la Spagna (e molti altri Paesi membri) hanno formulato PNRR che non prevedevano neanche un euro di prestito dall’Unione europea.

In Italia la ‘crisi fiscale’ che si trascina da decenni è arrivata al punto di rottura con il Governo Draghi, e il Governo Meloni non ha capito che cosa aveva ereditato. Lo sta capendo in queste settimane, mentre inizia la fase finale della legislatura e si sta entrando in campagna elettorale. Il cerchio si stringe, e Meloni non sa che fare. A sottolineare il fallimento del Governo Meloni entra in gioco in modo irrituale la Banca centrale europea. Interviene anche il Fondo Monetario Internazionale che, preoccupato per bassa crescita e debito pubblico, suggerisce ‘decisive’ misure di politica economica. E, infine, la Commissione europea. La ‘troika’ si mobilita – di nuovo.

Puntualmente, con la ‘troika’ si mobilita anche la tecnostruttura giornalistico-accademica italiana. Leggo oggi su “La Stampa” uno dei suoi più autorevoli membri affermare, tempestivamente, che fare ora più debito peggiorerebbe la situazione delle “donne e dei giovani”. Quello fatto recentemente, invece? Nesso causale misterioso: verità sciamaniche. È iniziato il dibattito pre-elettorale, e la ‘troika’ ha già dettato i temi da svolgere.

L’Italia non è in grado di attuare il piano di riarmo che ha sottoscritto. Non ha le risorse per farlo. (Anche Paesi come Francia e Germania non le hanno e devono indebitarsi – e ridurre la spesa sociale). Inoltre, la crisi energetica ha peggiorato la situazione. In questi anni l’Italia si è indebitata per effettuare gli investimenti previsti dal PNRR ma non ha effettuato, se non in minima parte, quelli previsti dai Fondi strutturali.

La ‘troika’ fa notare che sono lì le risorse finanziare utilizzabili per attuare il piano di armamenti e per superare la crisi energetica. Ma, per realizzare quegli investimenti, l’Italia – come d’obbligo – deve cofinanziarli e le risorse non le ha.

L’Italia avrebbe ora bisogno di un dibattito pubblico – di un giornalismo – capace di declinare la drammaticità della situazione. 

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06/05/2026

Caro-energia e rischio recessione: le stime del FMI lanciano l’allarme

Il Fondo Monetario Internazionale (FMI) lancia un pesante avvertimento all’Italia e all’Europa: l’onda d’urto del caro energia deve ancora arrivare davvero, e si abbatterà con forza sui bilanci familiari nel corso del 2026. La media dell’impatto sulla famiglia tipo della UE sarà di 375 euro (lo 0,7% dei consumi medi), ma l’Italia si trova ben al di sopra di questa soglia.

Secondo le ultime stime presentate all’ultima seduta dell’Eurogruppo da Oya Celasun, vicedirettrice del dipartimento europeo del Fondo, l’Italia figura tra i paesi più vulnerabili a causa della sua dipendenza energetica e della volatilità dei mercati, influenzata soprattutto dalle tensioni geopolitiche sullo Stretto di Hormuz.

Il rapporto delinea due possibili percorsi. Nello scenario base, quello attualmente ritenuto più probabile, la famiglia media italiana dovrà farsi carico di un esborso supplementare di circa 450 euro annui. Nello scenario “grave”, invece, ovvero in caso di un ulteriore shock sui prezzi o di una escalation delle crisi internazionali, la stangata per le famiglie italiane potrebbe toccare i 2.270 euro.

In questo contesto, l’Italia risulterebbe tra le nazioni più colpite, superando ampiamente la perdita media europea prevista in caso di crisi severa (1.750 euro). Per fare un confronto, nello scenario peggiore, una famiglia slovacca perderebbe circa 620 euro, mentre una svedese appena 134 euro.

Gli effetti non saranno solo sui portafogli dei cittadini, ma sull’intera tenuta del sistema economico. Il Fondo ha rivisto al ribasso le stime di crescita per l’Eurozona, prevedendo un rallentamento all’1,1% nel 2026 e all’1,2% nel 2027. L’inflazione, invece, è destinata a risalire al 2,6% nel prossimo anno prima di una timida discesa.

Inoltre, quello che preoccupa è che i mercati stanno diventando più pessimisti sui prezzi dell’energia, avverte il Fondo, sottolineando come questo potrebbe comunque far avviare il Vecchio Contintente sulla strada dello scenario avverso, spingendo l’intera area euro verso una fase di stagnazione prossima alla recessione, con un contestuale aumento degli spread, dei rendimenti dei titoli di Stato, e dunque dei debiti pubblici.

In virtù di questo, l’FMI ha inviato un messaggio chiaro ai governi, incluso quello italiano: no alle misure generalizzate. Quelle adottate fino ad ora “sono per lo più basate sulla tassazione, con circa tre quarti dei paesi europei che implementano adeguamenti delle accise sui carburanti”.

La preoccupazione dell’istituto è che, però, questi interventi stiano “distorcendo i prezzi di mercato dell’energia”. È interessante riportare dove viene individuato l’inghippo: tali politiche “riducono l’incentivo a diminuire il consumo di energia, migliorare l’efficienza e investire in alternative. Ciò rallenta il necessario adeguamento a un’offerta limitata”.

Da una parte viene ricordato come il mercato non è in grado di intraprendere davvero una transizione ecologica, perché non conveniente. Dall’altro come i danni dell’aggressione all’Iran limiteranno le forniture, che finisca oggi o meno il conflitto. Il consumo di energia deve diminuire (proprio ora che ci si avvicina all’estate).

Ovviamente, il FMI non ricorda come ci siano paesi ben felici di aumentare il proprio export energetico, come la Russia. Nel primo quadrimestre del 2026 le sue esportazioni di GNL sono aumentate dell’8,6%, ma le sanzioni suicide poste da Bruxelles tolgono l’ipotesi dal tavolo. Gli europei, al contrario, sostengono il bombardamento ucraino delle raffinerie di Mosca, e il taglio totale del gas nel 2027.

Tornando all’Italia, il costo delle attuali misure (crediti d’imposta e riduzioni sui carburanti) è stimato tra i 3 e i 4 miliardi di euro (0,15-0,20% del PIL). Ma il Fondo riporta anche le opinioni dei cittadini del Belpaese, da cui traspare l’inadeguatezza delle contromisure del governo.

Recenti rilevazioni indicano che il 44% degli italiani si definisce già oggi in difficoltà economica, e il 64% sta valutando di cambiare fornitore di energia per tentare di arginare le bollette. Con la prospettiva di una nuova impennata dei costi, la cautela ha già cominciato a dominare sui consumi.

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16/04/2026

Venti di guerra sull’economia mondiale: l’FMI taglia le stime, l’Italia frena allo 0,5%

Il Fondo Monetario Internazionale (FMI) riscrive la rotta della crescita, a causa degli effetti disastrosi dell’aggressione statunitense e israeliana all’Iran. Nell’ultimo World Economic Outlook, l’istituto con sede a Washington ha rivisto al ribasso le prospettive economiche per il biennio 2026-2027, avvertendo che l’instabilità geopolitica rischia di innescare la “più grande crisi energetica dei tempi moderni”.

Secondo le nuove proiezioni, la crescita mondiale per il 2026 si attesterà al 3,1%, con un taglio di 0,3 punti percentuali rispetto alle stime di gennaio. Ma il quadro accennato si poggia su un’ipotesi di riferimento che prevede una guerra di durata e intensità limitate, con perturbazioni in attenuazione entro metà 2026.

Tuttavia, il FMI ha elaborato scenari molto più cupi. Con un conflitto prolungato e un aumento dei prezzi dell’energia più persistente, la crescita calerebbe al 2,5%. Se i danni alle infrastrutture energetiche dovessero estendersi ulteriormente e la chiusura dello Stretto di Hormuz perdurare, il PIL mondiale potrebbe salire solo del 2% nell’anno in corsa, una soglia che rasenta la recessione globale.

Gli scenari sull’inflazione sono altrettanto critici. Nel primo caso si prevede raggiungerà il 4,4%, nel secondo caso il 5,4%, nel caso peggiore toccherà il 6%. Il timore principale riguarda le materie prime, per le quali si ipotizza un aumento medio del 19% nel 2026, e sono stati in tanti a paragonare questo shock a quello del 1973-'74, con i rischi annessi di stagflazione.

Il capo-economista del Fondo, Pierre-Olivier Gourinchas, ha parlato di un promettente slancio economico che “la guerra in Medio Oriente ha arrestato”. Ha però accennato al fatto che, rispetto a mezzo secolo fa, l’economia odierna è meno dipendente dal petrolio grazie alle rinnovabili e le Banche Centrali oggi sono molto più focalizzate sul controllo dell’inflazione rispetto al passato.

Questa non è però necessariamente una bella notizia, per chi, sull’altare del riarmo, ha sacrificato l’appena abbozzata transizione ecologica e ha invece puntato tutto su diversificazione dell’approvvigionamento di gas, mostrando poca lungimiranza rispetto all’inasprirsi degli scenari di tensione internazionale. E non è necessariamente una bella notizia se si pensa agli effetti devastanti che ha avuto sugli interessi su molti mutui la stretta monetaria che, ad esempio, la BCE ha deciso negli scorsi anni per far fronte all’inflazione.

Per quanto riguarda l’Italia, il nostro paese risente pesantemente dell’incertezza. Il FMI ha tagliato le stime di crescita del Belpaese, portandole a un modesto +0,5% sia per il 2026 che per il 2027. Si tratta di una riduzione dello 0,2% annuo rispetto alle previsioni precedenti, un dato che colloca l’Italia ben al di sotto della media dell’Eurozona (prevista al +1,1% nel 2026).

Anche i partner europei segnano il passo, seppur con numeri leggermente migliori: per la Germania è previsto un +0,8% nel 2026 e un +1,2% nel 2027; per la Francia +0,9% per entrambi gli anni; la Spagna segna un +2,1% nel 2026, confermandosi la più resiliente tra le grandi economie UE; la Gran Bretagna scivola al +0,8% nel 2026.

Le conseguenze più drammatiche si registrano nelle aree direttamente coinvolte dall’aggressione. In Iran il PIL per il 2026 è stato tagliato del 7,2%, precipitando a un drammatico -6,1%, con un’inflazione vicina al 69%. In controtendenza rispetto al rallentamento generale, l’FMI ha invece migliorato le stime per Russia e India, che continuano a mostrare una dinamica di crescita superiore alle attese.

C’è, infine, un elemento interessante, da sottolineare. Il Fondo avverte i governi sui rischi legati all’aumento della spesa per la difesa. Se da un lato queste sono viste come uno stimolo significativo nel brevissimo termine, approfittando delle tendenze alla guerra suscitate dalla crisi strutturale del capitale, dall’altro possono “generare pressioni inflazionistiche, indebolire la sostenibilità fiscale ed esterna e rischiare di soffocare la spesa sociale”.

In sostanza, l’impegno sul riarmo e sulla transizione verso un’economia di guerra, è utile per ridare una boccata d’aria temporanea agli indicatori macroeconomici, e ovviamente creare gli strumenti fondamentali di un imperialismo sempre più esplicitamente predatorio. Ma sul medio e lungo periodo andrà a peggiorare nettamente le condizioni della maggioranza della popolazione.

Sul piano politico, avverte il FMI, ciò si tradurrà in un incremento del malcontento popolare. Un’indicazione anche per chi vuole costruire un’alternativa a questo modello, avviato sulla strada del baratro guerrafondaio.

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22/10/2025

Come FMI e USA hanno intrappolato l’Argentina con il debito

L’Argentina è tornata alla ribalta della cronaca con un’ennesima turbolenza finanziaria innescata dalla scarsa posizione politica del Presidente Milei. Questa posizione precaria è il prodotto della rabbia per le disastrose performance economiche dell’Argentina e della massiccia corruzione all’interno dell’amministrazione Milei, e non fa presagire nulla di buono per la performance del suo partito nelle imminenti elezioni dell’ottobre 2025.

In risposta, il FMI e gli USA si sono messi in moto per salvare il governo Milei. Il FMI aveva già fornito un salvataggio da 20 miliardi di dollari nell’aprile 2025. Ora, il governo USA ne ha fornito un altro da 20 miliardi (sotto forma di una linea di swap valutario tra banche centrali). Inoltre, gli USA hanno espresso la disponibilità a fornire credito stand-by aggiuntivo e persino ad acquistare il debito governativo argentino.

I media si sono concentrati sulla lunga e travagliata storia finanziaria dell’Argentina, sulla difficile situazione inflazionistica ereditata dal presidente Milei e sull’affinità politica del Presidente Trump con Milei. Tuttavia, questo non spiega perché il FMI e gli USA abbiano fornito un’assistenza così ingente all’Argentina, data la sua mancanza di merito creditizio.

Il sostegno a Milei dovrebbe essere inteso come una continuazione dei prestiti passati ai Presidenti Macri (2015-2019) e Menem (1989-1999). Lo scopo è consolidare il Neoliberismo in Argentina e intrappolarla con il debito in dollari. È appoggiato dalle élite locali perché sono le beneficiarie del Neoliberismo, e inoltre hanno la possibilità di saccheggiare lo stato argentino attraverso il processo di intrappolamento del debito.

1. La complicata verità in Argentina

Arrivare alla verità in Argentina è come “pelare una cipolla”. Per prima cosa bisogna scoprire la reale situazione economica, fondamentalmente diversa da quella descritta dai media mainstream. Poi bisogna introdurre la politica e portare in superficie le agende reali che guidano gli eventi. Quindi, bisogna spiegare come funzionano quegli eventi e le loro conseguenze.

Una volta pelata la cipolla, il quadro che emerge è che l’assistenza finanziaria del FMI e degli USA è un’interferenza elettorale finalizzata a salvare il Presidente Milei e il suo estremo programma Neoliberista; a diminuire l’influenza economica della Cina; e ad ammanettare finanziariamente l’Argentina attraverso l’intrappolamento con il debito in dollari.

Inoltre, l’assistenza permette il saccheggio tacito dello stato da parte delle élite argentine e delle multinazionali statunitensi. Questo è un quadro enormemente diverso da quello presentato dai media e dagli economisti mainstream.

2. Il mito del miracolo economico di Milei

Il punto di partenza è la performance economica dell’Argentina, che è stata descritta con entusiasmo dai media mainstream come un “miracolo economico”. Ad esempio, il New York Times dichiara che Milei era “in procinto di realizzare un miracolo economico” prima delle recenti turbolenze finanziarie. Questa cornice è fondamentale perché distorce la percezione pubblica, dando legittimità economica ai prestiti del FMI e degli USA.

La verità è che non c’è stato alcun miracolo.

Le politiche di Milei sono state una catastrofe sia per gli argentini comuni che per il futuro del Paese. Questa realtà spiega l’impopolarità politica di Milei che ha innescato le paure dei mercati finanziari.

Milei ha assunto l’incarico nel dicembre 2023, e da allora l’Argentina è in profonda recessione. La recessione è stata causata da un’estrema austerità fiscale che ha tagliato servizi pubblici e investimenti; un tasso di cambio enormemente sopravvalutato che ha indebolito la bilancia commerciale; e una deregolamentazione che ha aumentato i profitti a scapito dei salari.

La recessione è visibile nel crollo della produzione industriale e del PIL. La produzione industriale rimane in calo, ma finalmente è tornata un po’ di crescita del PIL (come era inevitabile che accadesse perché le economie non si contraggono per sempre). Tuttavia, la ripresa è stata debole e l’economia si è di nuovo contratta.

Inoltre, il quadro è ancora peggiore perché il PIL non cattura la miseria, la fame e l’insicurezza. L’insicurezza alimentare e la fame inizialmente sono aumentate, con un aumento dello scorbuto tra i poveri. Il tasso di povertà ufficiale ora è ridisceso, ma sottostima la situazione poiché non riconosce i prezzi enormemente più alti di acqua, gas ed elettricità. Gli assegni dei pensionati sono stati decimati, i prezzi dei farmaci da prescrizione sono lievitati, e il governo Milei ha anche represso brutalmente le proteste dei pensionati.

Non solo le politiche di Milei hanno causato una recessione economica, ma hanno anche sabotato il futuro dell’Argentina. Il crollo degli investimenti pubblici e privati significa uno stock di capitale inferiore. Il taglio della spesa per istruzione e sanità significa una popolazione meno istruita e più malata. E il taglio dei sostegni a università e arti è un attacco alle industrie ad alto valore del futuro (come la tecnologia dell’informazione, le scienze mediche e la produzione cinematografica), e ha contribuito all’ulteriore fuga di cervelli dall’Argentina.

L’indebitamento estero di Milei significa anche maggiori pagamenti di interessi futuri che graveranno sul bilancio governativo, limiteranno le possibilità di politica economica e minacceranno perennemente una crisi finanziaria.

L’unico risultato economico positivo è il tasso di inflazione che è sceso significativamente, ma anche qui la storia è complicata. Inizialmente l’inflazione è aumentata in modo significativo con Milei. Sebbene sia ridiscesa, viaggia ancora al 35% annuo.

Il precedente governo Fernández aveva perso il controllo dell’inflazione, ma aveva anche ereditato un tasso di inflazione del 50% dal precedente governo Macri. Inoltre, l’inflazione è accelerata solo nel 2022 quando hanno fatto effetto le conseguenze della pandemia di Covid-19.

Il tasso di inflazione argentino è quintuplicato, come è accaduto anche in altri paesi. Tuttavia, dato l’alto tasso di inflazione iniziale dell’Argentina e la sua vulnerabilità strutturale all’inflazione, l’aumento assoluto è stato molto più grande.

In sintesi, non c’è stato alcun “miracolo economico”. Il programma di Milei non poteva né intendeva produrre prosperità condivisa in Argentina. Invece, è un programma ultra liberista mirato ad abbassare l’inflazione attraverso una profonda recessione e un tasso di cambio sopravvalutato; ad aumentare i profitti a scapito dei salari attraverso la deregolamentazione e l’indebolimento del lavoro; a permettere al capitale di sfruttare le risorse naturali dell’Argentina; e a usare l’austerità fiscale per svuotare le istituzioni sociali che promuovono il benessere e il progresso della società.

3. Il FMI e gli USA: la politica del saccheggio e dell’intrappolamento del debito

Il carattere disastroso del programma economico di Milei solleva la questione del perché FMI e USA si siano affrettati a fornire un salvataggio. Qui entra in gioco la politica. Per Milei, un salvataggio è essenziale per il suo futuro politico. Anche le élite argentine sono favorevoli in quanto beneficiarie del programma. Ma per quanto riguarda il FMI e gli USA?

3.a Il FMI come strumento utile per gli USA

Il FMI è il più facile da capire. È dominato dagli USA ed è da tempo una roccaforte neoliberista, che ha aiutato a diffondere e imporre globalmente il neoliberismo negli ultimi quarant’anni. Questo lo rende facilmente incline a sostenere Milei, che è sia sottomesso agli USA che allineato con l’estremo neoliberismo.

L’aspetto insolito del momento attuale è la scoperta complicità del FMI, che lo ha portato a violare i propri protocolli in modi che lo mettono in futuro a rischio legale. Le impronte della corruzione politica sul prestito da 20 miliardi del FMI sono ovunque.

In primo luogo, nonostante una significativa opposizione al prestito all’interno del Consiglio Esecutivo del FMI sulla base del fatto che il prestito non soddisfaceva gli standard creditizi, è stato comunque spinto da USA e suoi alleati.

Se aggiunto ai prestiti preesistenti, oltre il 40 percento del totale dei prestiti del FMI sarà destinato all’Argentina, il che potenzialmente mette a rischio la solvibilità finanziaria del FMI.

In secondo luogo, il nuovo prestito è stato concesso senza le dure condizionalità economiche che sono una parte standard dei pacchetti di prestito del FMI. Questa assenza non dipende dal fatto che il FMI abbia cambiato la sua disposizione neoliberista. È perché tale condizionalità avrebbe minato l’economia argentina, sminuendo così lo scopo politico del prestito, che è aiutare Milei a vincere le elezioni dell’ottobre 2025.

Lo scopo del prestito del FMI, scopertamente politico, è evidente nei commenti dell’aprile 2025 della Direttrice Generale del FMI Kristalina Georgieva, che ha pubblicamente dichiarato all’incontro di primavera annuale del FMI: “Il paese andrà alle elezioni in ottobre ed è molto importante che non deraglino la volontà di cambiamento. Finora, non vediamo il rischio materializzarsi, ma esorterei l’Argentina: restate sulla rotta”.

Le sue dichiarazioni violano i protocolli fondamentali del FMI che proibiscono l’interferenza politica.

3.b Gli USA e l’interferenza elettorale in Argentina

La fornitura di assistenza finanziaria da parte degli USA non supera i test economici convenzionali, e il suo scopo è politico. L’obiettivo è salvare il governo Milei, escludere la Cina e intrappolare l’Argentina con il debito in dollari.

Gli USA sono intervenuti in favore di Milei perché è ideologicamente filo-USA e filo-affari USA, mentre i suoi rivali sono nazionalisti argentini pragmatici. Essi credono che le imprese (incluse le multinazionali USA) debbano rispondere allo Stato argentino, e sono disposti a trattare con la Cina se è a beneficio dell’Argentina. Ma questo è un anatema agli occhi di Washington.

Per gli USA, Milei è “il nostro uomo” che sta dalla parte degli USA e tratta favorevolmente le corporazioni multinazionali statunitensi. Prestare all’Argentina è interferenza elettorale. La speranza è che un prestito massiccio possa scongiurare una crisi finanziaria fino dopo le elezioni congressuali di ottobre, salvando così il governo di Milei.

Inizialmente, gli USA pensavano di poter far superare la linea del traguardo a Milei con prestiti da FMI, Banca Mondiale e Banca Interamericana di Sviluppo (BID). Tuttavia, ciò si è rivelato insufficiente, costringendo il Tesoro USA a intervenire direttamente.

Per inciso, questo processo di prestiti del FMI (e di Banca Mondiale e BID) per scopi di interferenza elettorale non è nuovo. Le stesse tattiche furono usate nel 2019 per sostenere il Presidente Macri, che allora era il candidato favorito dagli USA. Il FMI prestò 40 miliardi di dollari al governo Macri, che fu il prestito più grande nella storia del FMI. Macri perse le elezioni, i 40 miliardi di dollari svanirono, e l’amministrazione successiva fu appesantita dall’onere che ne derivò.

L’astio anti-cinese che motiva la politica USA è evidente dal fatto che l’assistenza USA è condizionata alla sostituzione dell’accordo di swap valutario esistente dell’Argentina con la Cina con un accordo sostenuto dagli USA.

L’accordo di swap Cina–Argentina fu stabilito nel 2009. È radicato nella logica commerciale poiché i paesi hanno un enorme scambio reciprocamente vantaggioso che coinvolge manufatti e prodotti agricoli argentini. Gli USA vogliono sabotare quella relazione in quanto protegge l’Argentina dagli USA, riducendo così il potere statunitense.

Infine, ci sono suggerimenti di trattative private improprie da parte del Segretario al Tesoro USA Bessent. Si riporta che Bessent abbia spinto sia per il prestito del FMI di aprile che per la proposta USA di settembre per salvare il suo associato d’affari a Wall Street, Robert Citrone, e altri fondi di Wall Street che avevano scommesso speculativamente sui bond argentini.

Quelle scommesse erano andate in fallimento con le crescenti difficoltà politiche di Milei. Il salvataggio di Bessent ha alimentato un rimbalzo dei prezzi dei bond argentini che ha salvato e avvantaggiato Wall Street.

4. La meccanica del saccheggio e dell’intrappolamento del debito dell’Argentina

La parte evidente di questi affari è l’interferenza elettorale e l’intrappolamento del debito in dollari. La parte meno evidente è la meccanica del saccheggio.

Il processo di saccheggio si concentra sul tasso di cambio sopravvalutato che rende artificialmente più prezioso il peso. Ciò significa che quelli con pesos in eccesso (cioè l’élite argentina) possono trarre profitto dalla sopravvalutazione comprando dollari a un prezzo sussidiato. Il conto è pagato dallo Stato argentino che vende i dollari che ha preso in prestito e si indebita in dollari.

Questo processo è stato usato ripetutamente da passati governi argentini pro-affari e filo-USA. Spiega come il precedente prestito del FMI del 2019 di 40 miliardi di dollari al Presidente Macri sia svanito senza lasciare traccia.

Il processo è stato alla luce del sole dopo il nuovo prestito del FMI. L’Argentina ha immediatamente sospeso la maggior parte dei suoi controlli sui capitali, permettendo ad affari e individui facoltosi di acquistare dollari sussidiati.

Il processo è stato anche in mostra dopo la dichiarazione di sostegno degli USA. L’Argentina ha temporaneamente sospeso la tassa sull’esportazione di grano e soia, e c’è stata un’istantanea massiccia ondata di esportazioni. Quelle esportazioni sono uscite esentasse, avvantaggiando i grandi esportatori agricoli che sostengono Milei.

Lo Stato argentino ha perso un’enorme quantità di entrate fiscali sulle esportazioni che sono centrali per le finanze pubbliche argentine. Dati i controlli sui capitali più deboli, quelle vendite record di esportazioni potevano poi essere convertite in dollari, con un doppio colpo. Gli esportatori agricoli hanno evitato le tasse e hanno comprato dollari sussidiati. Lo Stato argentino ha perso entrate fiscali e si è indebitato in dollari.

Il dollaro sopravvalutato è stato anche usato per saccheggiare la classe media argentina. Quelle famiglie accumulano dollari come una forma di fondo “per i giorni di pioggia”. La recessione economica causata dalle politiche di Milei li ha costretti a vendere dollari per arrivare a fine mese. Il tasso di cambio sopravvalutato significa che hanno ricevuto di meno, e i loro dollari sono stati aspirati da quelli con pesos in eccesso. Ha così contribuito a un’ulteriore redistribuzione inversa della ricchezza all’interno dell’Argentina.

5. I prestiti del FMI e degli USA sono “debito odioso”

Il debito odioso, anche noto come debito illegittimo, è una dottrina nel diritto internazionale in base alla quale il debito contratto illegittimamente non deve essere ripagato. Di solito, è visto attraverso la lente del carattere del mutuatario, ma la frode può anche essere commessa da finanziatori e mutuatari che collaborano. In effetti, è più facile quando lo fanno.

Per garantire un uso corretto del credito, i finanziatori hanno una responsabilità legale e un dovere di assicurare che i fondi siano usati correttamente e che i mutuatari siano in grado di ripagare. I prestiti del FMI e degli USA falliscono questo test fondamentale, rendendoli “debito odioso”. I prestiti sono stati esplicitamente fatti per scopi politici piuttosto che commerciali, e non superano gli appropriati test di merito creditizio.

Inoltre, il prestito del FMI dell’aprile 2025 ha aggirato una legge argentina del 2021 che richiedeva l’approvazione congressuale per i prestiti del FMI. Quella legge fu esplicitamente approvata per prevenire una ripetizione del saccheggio avvenuto con il prestito del FMI del 2019 di 40 miliardi di dollari al Presidente Macri.

Tuttavia, Milei ha autorizzato i negoziati per decreto esecutivo che può essere annullato solo da una maggioranza di due terzi in entrambe le camere del Congresso. Il FMI e gli USA sono entrambi a conoscenza di quella manovra politica, il che li accusa ulteriormente.

A questo punto, per fermare l’ulteriore saccheggio e l’intrappolamento del debito in dollari dell’Argentina, l’opposizione politica dovrebbe dichiarare che i nuovi debiti con FMI e USA saranno trattati come odiosi e non rimborsati. Anche se la dichiarazione manca di forza legale immediata, dovrebbe scoraggiare prestiti aggiuntivi e delegittimare ulteriormente che avvenga qualsiasi prestito aggiuntivo.

6. Colonizzazione tramite debito: quo vadis Argentina?

La storia di Milei è la storia dei presidenti Macri e Menem, solo più crudele. Ognuno ha perseguito politiche Neoliberiste estreme fondate su un tasso di cambio sopravvalutato, indebitamento estero, spremitura della classe lavoratrice, e privatizzazione e deregolamentazione.

Ognuno di quei periodi è stato presentato come un “miracolo economico”, ma non è mai stato così. Ogni volta lo Stato argentino è stato dipinto come il problema fondamentale, e ogni volta lo Stato è stato saccheggiato e ulteriormente intrappolato con il debito in dollari, mentre la sua ricchezza veniva trasferita alle élite economiche. E ogni volta, il FMI e gli USA sono stati facilitatori chiave della manovra.

I Presidenti Milei, Macri e Menem fanno tutti parte di una storia comune. Quella storia è il saccheggio Neoliberista e l’intrappolamento del debito dell’Argentina. L’interferenza elettorale di FMI e USA potrebbe ancora assicurare la vittoria a Milei.

Se ciò accadrà, l’Argentina diventerà una colonia debitrice degli USA. Diventerà anche più disuguale con un Neoliberismo estremo radicato. I media mainstream e gli economisti lo descriveranno come un miracolo, ma sarà miseria per quelli che vivranno “il miracolo”.

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26/09/2025

Italia prima in Europa per tagli alla spesa pubblica

L’Italia ha il governo più austero dell’Unione Europea. Lo attestano i dati pubblicati dall’Ufficio parlamentare di bilancio (Upb) all’interno di un dettagliato rapporto sulle finanze pubbliche nell’Ue. L’Italia è infatti l’unico Paese che nel biennio 2024-2025 ha ridotto la spesa primaria netta finanziata da risorse nazionali, facendo registrare -0,9%. La “spesa primaria netta” è il totale delle uscite effettive del bilancio dello Stato escluse le spese per interessi sul debito pubblico e i finanziamenti europei. Un parametro parziale, da non valutare in termini assoluti, ma utile per comprendere la politica di bilancio adottata dal Governo Meloni.

Nello stesso biennio la Francia ha registrato un incremento cumulato del 4,2% (ora entrata in una fase “lacrime e sangue” per correggere la traiettoria), la Spagna un aumento dell’8,4% e la Germania del 5,4%. Analizzare questi numeri senza considerare il debito da sostenere potrebbe essere fuorviante, ma per valutare l’impatto diretto sul ciclo economico è invece l’ideale, perché isola la dinamica della spesa pubblica che incide a livello fiscale e sugli investimenti, senza guardare alla remunerazione dei titoli di Stato.

Adottato un “orientamento restrittivo”

L’Ufficio parlamentare di bilancio si spinge oltre, sancendo per il 2024 e il 2025 una restrizione fiscale anticiclica per l’Italia tra le più profonde dell’Eurozona. La politica austera del Governo Meloni non deriva però dal taglio della spesa corrente, quanto dalla mancata sostituzione di misure come i superbonus e i crediti edilizi (i più maliziosi potrebbero sottolineare che comunque di taglio alla spesa si tratta). La riduzione è stata determinata, spiega l’Upb, “principalmente dalla riduzione delle altre spese in conto capitale, legata in primo luogo alle restrizioni sui crediti fiscali per le ristrutturazioni edilizie in Italia e dalla diminuzione delle spese finanziate da fondi europei, solo marginalmente compensate dall’incremento degli investimenti finanziati da risorse nazionali. L’orientamento restrittivo della politica di bilancio ha contribuito al processo di disinflazione”.

Il duro rientro dall’espansione post-Covid

Ormai da anni è noto che il piano di rientro del deficit pubblico italiano sarebbe stato repentino. A dirlo sono i Documenti di economia e finanza, ribadito più di recente dal Piano strutturale di bilancio 2025-2029. Al suo interno il Governo Meloni prevede di raggiungere un avanzo primario del 2,4% nel 2029, con un indebitamento netto inferiore al 2%. È l’altra faccia della medaglia del PNRR: risorse e prestiti europei destinati a finanziare gli investimenti in conto capitale e una gestione prudente della spesa corrente e delle risorse nazionali per far rientrare il rapporto debito pubblico. Il rischio è adottare un approccio fiscale restrittivo, ovvero premere il freno della macchina Italia.

Il FMI chiede comunque maggiore impegno

Nonostante questo primato per la rapidità nell’applicazione dell’austerità di bilancio, il Fondo monetario internazionale continua a chiedere all’Italia maggiore impegno. Sul sito ufficiale del FMI Lone Christiansen, capo missione per l’Italia, ha affermato: “Perché raccomandare un consolidamento fiscale più rapido? Si prevede che il tasso di interesse sul debito pubblico supererà la crescita economica, rendendo così più difficile la riduzione del debito nel tempo. Inoltre, con l’invecchiamento della popolazione, ci sarà una maggiore pressione sulla spesa pensionistica e sanitaria. Si raccomanda quindi di procedere a un consolidamento fiscale più ampio rispetto a quanto previsto per quest’anno e il prossimo, al fine di raggiungere un avanzo primario pari al 3% del prodotto interno lordo entro il 2027”. Livelli sensibilmente superiori a quelli previsti dal Governo Meloni, già tra i più consistenti dell’Eurozona e i più elevati tra le principali economie europee.

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01/09/2025

Francia sull’orlo del baratro economico

Il ministro delle Finanze Éric Lombard ha lanciato un allarme che fino a pochi anni fa sarebbe sembrato fantascienza: Parigi potrebbe chiedere assistenza al Fondo Monetario Internazionale se il governo guidato da François Bayrou cadesse in seguito al voto di fiducia previsto per l’8 settembre. Il cuore del contendere è un piano di austerità da 44 miliardi di euro che combina tagli alla spesa, aumenti fiscali e persino la soppressione di due giorni festivi. La maggior parte dei partiti ha già annunciato la propria contrarietà, preparando il terreno a una crisi politica ed economica di vasta portata.

Le radici della crisi

Per capire come sì sia arrivati a questo punto bisogna guardare a una serie di dinamiche accumulate negli ultimi anni. La Francia ha visto crescere il proprio debito pubblico fino a superare il 110% del PIL, alimentato da anni di spesa sociale elevata, dalla gestione della pandemia e, più recentemente, dagli effetti della guerra in Ucraina e dell’inflazione energetica. Il deficit di bilancio resta stabilmente oltre il 5%, ben al di sopra dei parametri europei.

A ciò si aggiunge una crescita economica anemica. Le industrie manifatturiere francesi hanno perso competitività rispetto ai concorrenti tedeschi e asiatici, mentre il settore dei servizi non riesce a trainare la crescita come in passato. Le tensioni sociali, esplose con i Gilet Gialli e poi con le proteste contro la riforma delle pensioni, hanno ridotto la capacità del governo di varare riforme strutturali.

Sul piano finanziario, i tassi d’interesse in rialzo hanno reso più oneroso rifinanziare il debito. La Francia spende oggi più di 50 miliardi l’anno in interessi, una cifra che riduce drasticamente i margini di manovra per politiche sociali o industriali. In pratica, il Paese vive una spirale in cui il debito genera nuovi costi che alimentano ulteriore debito.

La dimensione politica

Il piano Bayrou nasce in questo contesto: un tentativo drastico di rassicurare i mercati e Bruxelles sulla sostenibilità delle finanze francesi. Ma l’austerità ha un costo politico altissimo. Tagliare 44 miliardi significa ridurre servizi pubblici già in sofferenza, aumentare tasse su una popolazione provata dall’inflazione e persino toccare simboli come le festività. Non sorprende che i partiti di opposizione, dalla sinistra radicale ai repubblicani, abbiano trovato un raro terreno comune nel rigettare la proposta.

Se il governo dovesse cadere, l’ipotesi estrema evocata da Lombard – ricorrere al FMI – diventerebbe un segnale devastante: la seconda economia dell’Eurozona, fondatrice dell’Unione europea e della stessa moneta unica, ridotta a chiedere aiuto a un’istituzione che storicamente interviene nei Paesi emergenti in crisi di bilancia dei pagamenti.

Le implicazioni europee

Una crisi francese non resterebbe confinata a Parigi. L’Eurozona vive ancora il trauma della crisi greca e la prospettiva che la Francia, pilastro insieme alla Germania del sistema europeo, finisca sotto tutela del FMI metterebbe in discussione la stessa stabilità dell’euro. I mercati reagirebbero con un’impennata dello spread francese, che già oggi è in crescita, e con ripercussioni sull’Italia e sugli altri Paesi più indebitati.

La Germania, alle prese con la sua crisi industriale e con la riconversione verso la difesa, non potrebbe facilmente sostenere da sola l’architettura europea. Bruxelles si troverebbe costretta a scelte dolorose: aumentare i fondi comuni per salvare Parigi, oppure accettare un ridimensionamento dell’integrazione economica.

Le radici geopolitiche

Le difficoltà francesi non nascono solo da fattori interni. La guerra in Ucraina ha sconvolto gli equilibri energetici, imponendo costi elevati e interrompendo forniture convenienti. Le tensioni con l’Africa francofona hanno indebolito la posizione geopolitica di Parigi, riducendo l’accesso a risorse strategiche e minando il ruolo della Francia come potenza regionale. Sul fronte industriale, la competizione globale con Stati Uniti e Cina ha mostrato i limiti della capacità europea di difendere i propri campioni nazionali.

In altre parole, la Francia paga oggi non soltanto i debiti del proprio welfare, ma anche i costi di un ordine internazionale che l’ha vista arretrare rispetto alle grandi potenze.

Conclusione: una crisi di sistema

La possibile caduta del governo Bayrou e l’ipotesi di un ricorso al FMI non sono soltanto un episodio di politica interna. Sono il sintomo di una crisi più ampia che tocca le fondamenta economiche, sociali e geopolitiche della Francia. Se Parigi dovesse davvero chiedere aiuto al Fondo, l’intero progetto europeo ne uscirebbe indebolito.

Ancora una volta, il cuore del problema è la sovranità. Un Paese che ha fatto della grandeur la propria cifra rischia di trovarsi sotto tutela esterna, incapace di decidere da solo le proprie politiche economiche. E questa, per la Francia e per l’Europa, sarebbe la vera sconfitta.

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27/08/2025

Come costringere il FMI a pensare

Quando imparerà a pensare il Fondo Monetario Internazionale (FMI)? Nel corso della sua storia ultraottantennale, l’FMI ha pubblicato oltre quindicimila rapporti. Eppure, se si scarica uno qualsiasi di questi rapporti dal suo sito web, è probabile sapere cosa dice ancor prima di averlo letto.

I rapporti sono così generici che non serve nemmeno chiedere a ChatGPT di creare un modello: ogni documento è un modello per il successivo. Sono così ripetitivi...

L’8 luglio 2025, l’FMI ha pubblicato un breve post sul proprio blog intitolato “Come stabilizzare il debito dell’Africa”. Il post è lungo solo tre pagine (una pagina in meno del rapporto su cui si basa).

Ma anche nella sua brevità, ripete gli assiomi che l’FMI ha sviluppato fin dalla fondazione del suo Dipartimento Africano, il 10 aprile 1961. Nonostante le avvertenze che affermano che la valutazione nel rapporto si basa su “nuovi dati”, il rapporto è essenzialmente vecchio vino cattivo in botti nuove. I suoi assiomi sono i seguenti:

1) Tutti i cinquantaquattro paesi del continente africano possono stabilizzare il proprio debito seguendo la stessa ricetta. Non c’è bisogno di disaggregare i paesi, nonostante i grandi set di dati, e di esaminare le differenze tra di essi per comprendere i vari fattori che influenzano i loro percorsi di sviluppo. Una sola Toyota Land Cruiser va bene per tutte le strade africane.
2) Non c’è motivo per cui i ricchi obbligazionisti e altri creditori accettino una ristrutturazione del debito. “Contrariamente alla percezione”, sostengono, “i paesi della regione sono spesso riusciti a stabilizzare o ridurre il proprio debito senza una ristrutturazione del debito”. Pertanto, non c’è ragione di sostenere la remissione del debito (giubileo), la riprogrammazione o le conversioni (prepagamenti o riacquisti). Ciò che è dovuto deve essere pagato.
3) Il consolidamento di bilancio, o l’austerità da parte dello Stato, è molto meglio per la riduzione o la stabilizzazione del debito di una maggiore crescita economica, sebbene avere entrambi i processi in atto sia l’ideale.
4) La stabilizzazione del debito è “più probabile quando è presente un accordo sostenuto dal FMI”, in altre parole, se il FMI impone il ciclo austerity-debito, i tassi del debito possono essere stabilizzati.
5) Infine, è la stabilizzazione del debito l’obiettivo per gli stati africani, non lo sviluppo. Hanno bisogno di stabilizzare, nemmeno di cancellare, il loro debito.

Questi cinque assiomi sono presentati come fatti, quando invece sono finzione. Ad esempio, attenti studiosi dello sviluppo africano, da Samir Amin a Thandika Mkandawire, hanno messo in guardia contro le ampie generalizzazioni di cui l’FMI è così affezionato.

In secondo luogo, l’affermazione che sia possibile raggiungere la “stabilizzazione del debito” senza una ristrutturazione si basa sull’argomento fallace secondo cui i paesi africani possono crescere per uscire dal debito, una quasi-impossibilità data la copiosa letteratura sull’debt overhang (ovvero gli evidenti effetti negativi del debito sulla crescita).

Il terzo assioma, che privilegia l’austerità rispetto alla crescita, non regge di fronte alla logica e all’evidenza empirica. La crescita, per definizione, richiede l’opposto dell’austerità (cioè una politica fiscale espansiva) e le prove empiriche mostrano che l’austerità ha portato a tragedie della crescita in Africa.

Questo senza considerare l’enorme tributo umano che decenni di austerità ispirata dal FMI hanno inflitto alle popolazioni dell’Africa e del Sud del mondo più in generale.

Per quanto riguarda il quarto assioma, come dimostriamo in un recente rapporto del Tricontinental: Institute for Social Research, gli “accordi sostenuti dal FMI” sono la fonte della permanente crisi del debito in Africa. Ad esempio, uno studio recente sullo Zambia mostra che la condizionalità del FMI di due decenni fa ha gettato i semi che hanno portato all’attuale crisi del debito dello Zambia.

In altre parole, “l’FMI non combatte gli incendi finanziari ma li alimenta con la benzina”.

Il quinto e ultimo assioma va contro decenni di pianificazione dello sviluppo in Africa e decenni di studi che mostrano chiaramente come la ricerca dello sviluppo continui a essere una preoccupazione primaria degli stati africani.

Il fatto che il blog del FMI sbagli così tanto non sorprende, visti i suoi autori. Il blog è scritto da tre economisti dello staff del FMI, ciascuno formato in Occidente senza una sostanziale esperienza nel continente africano: Athene Laws (dalla Nuova Zelanda, PhD a Cambridge), Thibault Lemaire (dalla Francia, PhD alla Sorbona) e Nikola Spatafora (italiano, PhD a Yale). Sia Lemaire che Spatafora lavorano nel Dipartimento Africano del FMI con sede a Washington, DC.

Un’ampia letteratura mostra ormai come la mancanza di radicamento nei contesti locali spieghi la natura deludente delle scienze sociali occidentali sull’Africa. Purtroppo, gli autori del blog del FMI dimostrano ancora una volta le insidie dello scrivere da lontano.

Il problema non è solo la finestra di credito a breve termine del FMI, che ovviamente arriva con condizionalità; è anche con la visione del mondo del FMI, che suggerisce che nulla si può fare riguardo al debito se non perseguire una futile strategia di crescita nel contesto di un debito profondo.

La teoria del FMI si limita all’austerità e al debito permanente, niente di più. Ma c’è un’altra teoria, alcuni dei cui punti devono essere seriamente dibattuti:

1) Dobbiamo discutere l’importanza della cancellazione del debito, ovvero il far pagare i ricchi detentori di obbligazioni che decidono di investire ma si rifiutano di sopportare l’esito di un rischio al ribasso.
2) Una conversazione seria richiede di discutere la sovranità sulle materie prime e la corretta regolamentazione delle multinazionali.
3) Si deve discutere l’integrazione finanziaria, l’uso di valute regionali o locali per riconciliare gli squilibri commerciali e la necessità di costruire piattaforme regionali per il commercio e la finanza per lo sviluppo.
4) Dobbiamo costruire banche di sviluppo sovrane, ancorate alle ricchezze di materie prime del continente, che siano di proprietà di istituzioni regionali pubbliche piuttosto che controllate dal Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti.
5) La costruzione di capacità industriale e di infrastrutture di alta qualità deve essere una priorità per il continente africano.

Questi sono alcuni punti razionali e tangibili per una nuova teoria dello sviluppo che persegua il genuino progresso del benessere delle persone e non la mera stabilizzazione del debito. Questo è qualcosa che la teoria del FMI non riconosce, ma è ciò che una teoria dello sviluppo per l’Africa deve porre al suo centro.

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12/07/2025

Un paese da spolpare. Così la Troika ha messo le mani sul futuro di Kiev /1

La grande privatizzazione è appena iniziata. L’Ucraina indebitata non ha altra scelta che rispettare le condizioni dei suoi prestatori, abilmente travestiti da alleati disinteressati. Unione Europea e Fondo monetario internazionale stanno disegnando il futuro del Paese, sconvolto da tre anni di guerra, con un debito pubblico raddoppiato, 7 milioni di emigrati, 3 milioni di profughi interni, un terzo del Paese occupato, una infrastruttura energetica devastata da missili e droni di Mosca.

La ricetta è il mercato e l’austerity, in pieno stile anni ’90. Sul piatto l’Ucraina mette le sue imprese più importanti, le sue banche, ma specialmente i suoi unici tre gioielli: terre agricole, fertilissime, da trasformare nel modello estensivo dell’agroindustria; risorse minerarie, quelle su cui ha messo il cappello Trump imponendo a Zelensky un accordo in stile coloniale; e poi i militari: 800mila uomini in armi, l’esercito che manca a Bruxelles, da riempire di munizioni grazie alle commesse rivolte all’industria militare euroatlantica.

Il futuro dell’Ucraina è scritto nero su bianco nelle condizioni dei finanziamenti del Fondo monetario internazionale (15 miliardi fino al 2027) e dell’Unione europea (i 50 miliardi del Facility Plan, per due terzi prestiti).

Qualche esempio. Punto 6.1 delle condizioni Ue: redigere «un lista di imprese di proprietà statale che saranno proposte per la privatizzazione», indicando quali vendere subito e quali dopo la fine della legge marziale. Punto 5.2, da realizzare entro il primo quadrimestre del 2026: «Ridurre la presenza dello Stato nel settore bancario». Punto 10.9: «Liberalizzazione dei prezzi dell’elettricità e del gas naturale», da realizzare entro il secondo quadrimestre del 2026. Entro la fine del 2026, recita il punto 11.3, l’Ucraina dovrà infine «liberalizzare il settore del trasporto ferroviario».

La Verchovna Rada, il Parlamento ucraino, ha stabilito una procedura d’urgenza per trasformare in legge le misure imposte dall’Ue. Funziona così: «Ogni quadrimestre la commissione verifica il rispetto delle condizioni. Se l’esito è favorevole viene sbloccata la tranche seguente del fondo», spiega Heinz Michael Gahler, Popolare tedesco, relatore del Facility plan al Parlamento di Strasburgo. «L’Ucraina vuole aderire all’Ue? Bene, se vuoi entrare nel club devi rispettare le sue regole».

Un po’ come la Grecia qualche anno fa? «Esatto, la Grecia ha rispettato le nostre regole e oggi sta benissimo. Certo non era in guerra, ma gli ucraini hanno molte risorse che servono all’Europa, saranno per noi una opportunità, non un peso». E per raggiungere questo obiettivo, chiosa Gahler, «è necessario creare un clima favorevole all’investimento delle imprese».

«Le nostre aziende stanno facendo ottimi affari in Ucraina», aggiunge Marta Kos, commissaria Ue per l’Allargamento. «Abbiamo stabilito procedure specifiche per ridurre il loro rischio. Le imprese stanno già investendo».

Il Fondo Monetario, prima di concedere il suo prestito, ha invece preteso da Kiev la firma di una lettera di intenti sottoscritta dai vertici dello Stato, a partire dal presidente Zelensky. A redigerla – ha ammesso in una intervista a Report Priscilla Toffano, rappresentante del Fondo monetario a Kiev – sono stati in realtà gli uffici dell’istituzione finanziaria con sede a Washington. I vertici dello Stato ucraino si sono limitati a firmare.

Il documento prevede un surplus primario dopo la guerra tra lo 0,5 e l’1,5%. Cioè, la raccolta fiscale dovrà essere più alta della spesa pubblica. Austerity, si sarebbe detto qualche anno fa. Il documento prevede anche la liberalizzazione del rimpatrio dei dividendi esteri, una misura già implementata dalla Banca nazionale ucraina lo scorso maggio, che autorizza le imprese straniere a portare all’estero gli utili maturati in Ucraina (all’inizio della guerra invece i flussi di denaro verso l’estero erano stati bloccati, per impedire una fuga di capitali).

La misura ha già determinato i suoi effetti. Secondo i dati della Banca Mondiale sono usciti dal Paese 1,4 miliardi di dollari proprio grazie a questa liberalizzazione. La bilancia commerciale, afferma sempre la Banca Mondiale, è negativa anche per la riduzione delle rimesse estere degli emigranti, scese nel 2024 a 8,8 miliardi, 1,6 miliardi in meno rispetto all’anno precedente. Emblema di un problema demografico che peserà come un macigno sulla ricostruzione del Paese.

L’Ucraina è terra di emigrazione fin dalla caduta dell’Unione sovietica, spiega Mikail Minakov, tra i più noti e autorevoli filosofi ucraini, animatore di Euromaidan nel 2014, autore di una recente (e non apologetica) biografia di Zelensky. «Quando diventa indipendente, l’Ucraina ha 52 milioni di abitanti, più o meno come la Polonia o la Turchia. Ma mentre questi Paesi hanno mantenuta intatta la loro popolazione o l’hanno accresciuta, quella Ucraina è scesa molto velocemente».

Nei primi anni Novanta il Paese perde circa un milione di abitanti, principalmente donne, che si recano in Europa per lavorare, e mandano le loro rimesse a casa. «È la generazione delle cosiddette mamme su Skype, donne che crescono i loro figli a distanza», racconta Minakov.

La seconda ondata arriva dopo la guerra civile iniziata nel 2014: «Ci sono i migranti politici, i filorussi, che scappano a Mosca. Mentre l’apertura delle frontiere con l’UE rende più facile il trasferimento di intere famiglie in Europa», spiega Minakov.

Nel 2022, con l’invasione russa, è un crollo: fuggono 7 milioni di persone. In gran parte donne e bambini, ma anche molti uomini, fuggiti spesso illegalmente (per i maggiorenni è vietato lasciare il Paese a causa della legge marziale).

La Polonia è la meta principale, qui vivono ufficialmente oltre 990 mila ucraini. Per Agota Gorny, ricercatrice dell’università di Varsavia «in maggioranza si tratta di donne, ma secondo i nostri studi almeno la metà di loro è qui col proprio partner, anche se non risulta nelle statistiche ufficiali». Si tratta, cioè, di renitenti alla leva, fuggiti dal rischio di essere mandati al fronte. «Il vero problema è quando il loro documento scadrà. Perché l’ambasciata ucraina non rinnova i passaporti se l’uomo è in età di servizio militare. Quindi perderanno il diritto di restare legalmente in Europa».

«Col tempo i migranti si integrano», spiega Minakov. Il filosofo ha realizzato uno studio demografico su due scenari. Secondo quello ottimista nel 2051 l’Ucraina avrà 31 milioni di abitanti. L’ipotesi pessimista ne prevede 25. Le Nazioni Unite addirittura stimano che nel 2100 la popolazione potrebbe essere di appena 15 milioni di abitanti.

«Questa è una guerra di logoramento. Quando sarà finita, avremo una popolazione anziana e un’economia che non può esistere», afferma Minakov. «Come si crea un’economia di mercato, lo stato sociale, un sistema fiscale con una demografia di questo tipo?».

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28/06/2025

Kenya - Riemerge la crisi, 16 morti nelle proteste contro il filo-statunitense Ruto

A un anno dalle proteste di massa, animate soprattutto dai più giovani, il Kenya affronta una nuova ondata di mobilitazioni contro le scelte del presidente filo-statunitense William Ruto. La risposta governativa è ancora una volta segnata dalla violenza: stando ai dati forniti dalla sezione di Amnesty International nel paese, ci sono già stati 16 morti, mentre i feriti ammontano a oltre 400.

Il parlamento ha approvato, lo scorso 19 giugno, la legge finanziaria per il 2025. Attraverso di essa, Nairobi punta a raccogliere ulteriori 30 miliardi di scellini (l’equivalente di 233 milioni di dollari) in tasse, per appianare i conti pubblici e aderire alle indicazioni del Fondo Monetario Internazionale, tra i creditori del paese.

Si tratta di una cifra di gran lunga minore rispetto ai 346 miliardi di scellini che Ruto voleva ottenere con la legge del 2024, che ha dato la spinta a una massiccia e duratura protesta, di cui la ‘Gen Z’ è stata protagonista. E tuttavia è un ammontare sostanzioso, mentre le autorità di Nairobi hanno confermato di star trattando con il FMI per un nuovo accordo, da discutere a settembre.

Intanto, la commissione parlamentare alle Finanze ha respinto, lo scorso lunedì, una proposta che avrebbe concesso all’Autorità delle entrate del Kenya (KRA) l’accesso ai dati personali. Misura molto controversa, perché per alcuni avrebbe favorito la lotta all’evasione, per altri avrebbe significato un duro attacco alla privacy.

Ad ogni modo, la concomitanza della nuova finanziaria con le manifestazioni chiamate per ricordare le oltre 60 vittime delle proteste dello scorso anno, quando alla fine le piazze riuscirono a imporre a Ruto il ritiro della legge che avrebbe colpito pesantemente i settori popolari, ha portato al riesplodere delle contraddizioni del paese. Soprattutto, in virtù della repressione della polizia keniota.

L’8 giugno il blogger Albert Ojwang, critico verso il governo, è stato ritrovato morto in circostanze misteriose, mentre era in custodia di alcuni agenti. Successivamente, l’autopsia ha rivelato che aveva subito un pestaggio, e questo ha intensificato la rabbia che si andava accumulando nelle strade del Kenya.

Sono state segnalate mobilitazioni in ben 27 delle 47 contee del paese africano. Un iniziale tentativo di oscurare diversi canali televisivi per aver violato l’ordine di interrompere le dirette sulle proteste, come imposto dall’autorità nazionale per le comunicazioni il 25 giugno, è stato poi annullato da un tribunale.

Un atto del genere non ha fatto che confermare le critiche a Ruto, divenuto presidente nel 2022. Il leader aveva promesso di dialogare con i giovani che si sono ribellati, criticando alle fondamenta il sistema di potere da lui costruito. Eppure, nel marzo scorso, l’unico atto concreto intrapreso è stato un accordo con l’opposizione parlamentare di Raila Odinga.

Odinga è al quarto patto stipulato con un presidente in carica in cambio di alcune concessioni. È evidente che si tratta di un espediente usato per incanalare l’opposizione entro binari istituzionali di compatibilità col sistema keniota, silenziando le ragioni delle piazze che chiedono un cambio di rotta radicale.

Il Kenya ha ormai sostituito l’Etiopia come pivot economico e geopolitico dell’Africa orientale (col FMI che conferma che il 2025 sarà l’anno del sorpasso dal punto di vista del PIL). Ruto ha stretto legami solidi con la Casa Bianca, e perciò la sua destabilizzazione è vista come un pericolo anche per gli ordini continentali da parte delle cancellerie occidentali.

Le proteste sono riemerse ora, e stanno continuando anche in questi giorni. Ma il contrasto al governo ha continuato a muoversi in maniera carsica durante tutto l’anno appena trascorso. È dunque importante continuare a seguirne i percorsi perché possono avere ripercussioni sostanziali per gli equilibri internazionali.

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24/04/2025

FMI rivede la crescita al ribasso, coi dazi il sistema economico “sta subendo un riassetto”

Martedì il Fondo Monetario Internazionale ha pubblicato l’aggiornamento del World Economic Outlook, una delle più famose previsioni e indagini sulle prospettive economiche più prossime. Una revisione dei dati pubblicati a gennaio era d’obbligo dopo lo shock dei dazi e il netto impatto che questi hanno avuto e avranno su borse e commerci.

Bisogna subito dire che il FMI ha considerato la situazione al 4 aprile, cioè prima della sospensione delle tariffe e dell’esenzione per ciò che riguarda i dispositivi elettronici che dalla Cina arrivano negli USA. È lo stesso istituto a definire il report come una “previsione di riferimento” piuttosto che “di base”, a causa della “complessità e fluidità del momento attuale”.

Ad ogni modo, è stato il capo economista del FMI, Pierre-Olivier Gourinchas, a dire in conferenza stampa che l’incertezza grava pesantemente sull’andamento dell’economia e che “stiamo entrando in un periodo in cui il sistema economico globale che conosciamo da 80 anni sta subendo un riassetto”.

Arriviamo dunque a qualche dato. Innanzitutto, la crescita globale è stata ridotta dello 0,5%, assestandosi nelle previsioni al 2,8%. Come è ovvio, anche il PIL statunitense farà le spese delle misure prese dalla Casa Bianca: la prospettiva di crescita per il 2025 è stata tagliata di quasi un punto percentuale, passando all’1,8%.

“Anche il calo della fiducia dei consumatori e il rallentamento dei consumi – ha detto sempre Gourinchas – hanno contribuito alla correzione” delle previsioni. È recente notizia che per quanto riguarda l’Eurozona, la fiducia dei consumatori è arrivata ai minimi da 18 mesi, confermando le dichiarazioni dell’economista.

Proprio nell’Eurozona se la passerà sicuramente male l’Italia. Per il 2025 la crescita è prevista allo 0,4%, perdendo 0,3 punti percentuali rispetto alle previsioni dello scorso gennaio. Per il 2026, invece, il FMI ha tagliato la stima dell’incremento del Pil dello 0,1%, indicandolo ora al +0,8%. Anche per la disoccupazione è previsto un leggero aumento di un 0,1% per entrambi gli anni (6,7%).

Anche l’inflazione risente della tempesta economica che stiamo vivendo. È infatti previsto che l’inflazione globale complessiva diminuirà a un ritmo leggermente inferiore rispetto a quanto previsto a gennaio. In Italia si attesterà all’1,7% nel 2025, per poi accelerare al 2% nel 2026, fissandosi a questa cifra tra il 2027 al 2030 (anche se è chiaro che è troppo presto per guardare così avanti).

Il debito pubblico italiano salirà anche quest’anno. La proiezione a lungo termine del FMI, che arriva al 2030, parla di un debito al 137,7% del PIL. Al contrario, il deficit di bilancio scenderà quest’anno e la stima al 2030 segnala una spesa al 2,4% del PIL. Insomma, si palesa ancora una volta il macigno della gabbia europea, altro che riarmo.

Rimangono in dubbio gli effetti sulle politiche delle banche centrali e sui cambi. “L’effetto dei dazi sui cambi non è mai lineare”, osserva Gourinchas, e “nel medio termine, è possibile che il dollaro si svaluti in termini reali se i dazi finiranno per ridurre la produttività del settore manifatturiero statunitense rispetto ai partner commerciali”.

Fonte

18/04/2025

Slava Ucraina! in svendita

Pochissimi sanno che a partire del 2021 l’Ucraina aveva cominciato la svendita di oltre il 50% dei suoi terreni coltivabili a società straniere.

L’inizio della pratica denominata land grabbing (accaparramento delle terre, fenomeno economico esploso nel 2008, che ha dato vita a un flusso di investimenti e di capitali finalizzato all’acquisizione di terreni per lo sviluppo di monocolture, biocarburanti o per lo sfruttamento delle foreste) era iniziato già prima ed era stato più volte denunciato in rapporti e articoli risalenti al 2013-2014-2015.

Era il 2013 quando Cristina Plank, Docente del Dipartimento di Scienze politiche, pubblicò un breve rapporto dal titolo: “L’accaparramento delle terra nera di oligarchi ucraini e investitori internazionali” dove spiegava i meccanismi con cui già all’epoca si aggirava la moratoria sulla vendita dei terreni agricoli ucraini a beneficio di oligarchi nazionali e investitori esteri.

Nel 2015 invece apparve un articolo sull’autorevole Guardian, che parlava apertamente di “centinaia di milioni di dollari in finanziamenti per lo sviluppo provenienti dal ramo investimenti della Banca Mondiale che hanno finanziato la controversa espansione dell’impero agroalimentare di miliardari ucraini legati a investimenti stranieri, in un contesto di crescente preoccupazione per il fatto che la terra e l’agricoltura nel Paese stiano cadendo sempre più nelle mani di pochi ricchi individui”.

Facendo ulteriori ricerche lo stesso fenomeno viene riportato all’interno di una interrogazione parlamentare del senato australiano redatta da Sheila Newman, Assessore all’ambiente e allo sviluppo sostenibile, nella contea di Mornington a Melbourne, Australia; consulente ambientale, ricercatrice ed esperta nella gestione integrata dei terreni agricoli.

E qui si apre un vero e proprio mondo con svariati riferimenti e fonti.

L’interrogazione parlamentare australiana rimanda a varie questioni relative al sostegno alla guerra ucraina da parte del governo australiano. Tra i vari punti uno in particolare rimanda alla questione dal titolo: “Sequestro della proprietà territoriale ucraina, il disastro della ricetta capitalista”.

La questione della sottrazione della terra viene introdotta con una frase molto significativa: “Ironicamente, sia i nazionalisti che i cittadini ucraini ricordano con orrore come i loro nonni persero la loro terra con la nazionalizzazione dei terreni agricoli sotto i sovietici, ma adesso la stessa terra la stanno perdendo sotto il capitalismo globale, a causa della mercificazione, senza nessun controllo”.

A seguire è interessantissimo il contributo della Prof.ssa Olena Borodina, Dirigente del Dipartimento di economia e politica della trasformazione agraria presso l’Istituto di economia dell’Accademia nazionale delle scienze (NAS) Ucraina.
“Prima della disgregazione dell’Unione Sovietica nel 1991, tutta la terra era di proprietà dello Stato, con gli agricoltori che lavoravano nelle fattorie statali e collettive. Negli anni Novanta, guidato e supportato dal FMI e da altre istituzioni internazionali, il governo ha privatizzato gran parte dei terreni agricoli dell’Ucraina, il che ha portato alla crescente concentrazione di terreni nelle mani di una nuova classe oligarchica.
Per fermare questo processo, il governo ha istituito una moratoria nel 2001, che ha bloccato ulteriori privatizzazioni e impedito quasi tutti i trasferimenti di terreni a privati.
Il 96 percento dei terreni agricoli in Ucraina, ovvero circa 40 milioni di ettari, è stato sottoposto alla moratoria.
Mentre la moratoria impediva ulteriori acquisti di terreni, i terreni agricoli potevano ancora essere affittati. Molti piccoli proprietari terrieri hanno affittato i loro terreni sia a società nazionali che straniere.
Sebbene la moratoria dovesse essere temporanea, è stata prorogata più volte fino a quando non è stata revocata nel luglio 2021 sotto la pressione delle istituzioni finanziarie internazionali.
La revoca della moratoria sulla vendita di terreni agricoli e la creazione di un mercato fondiario erano state una richiesta chiave di Istituzioni finanziarie occidentali dal 2014. Come dettagliato di seguito, BERD, FMI e la Banca Mondiale hanno tutti spinto per questa riforma per ampliare l’accesso alle terre agricole dell’Ucraina per le aziende agricole e gli investitori privati”.
Gli ucraini hanno cercato in massa di resistere alla mercificazione globale, in particolare quella dei terreni agricoli.
“Con una stima del 64 percento della popolazione contraria alla creazione di un mercato fondiario, nel 2017 il FMI ha lanciato una campagna di informazione pubblica nel tentativo di ottenere sostegno alla riforma.
Nel 2019 e nel 2020 sono scoppiate grandi proteste e manifestazioni contro le modifiche alle leggi che regolano la vendita dei terreni agricoli. Gran parte di questa opposizione deriva dal fatto che molti ucraini credono che la legge sulla riforma agraria esacerberà la corruzione nella sfera agricola, oltre a rafforzare il suo controllo da parte di interessi potenti. Per molti cittadini, la preoccupazione più seria riguardo alla legge è la possibilità che oligarchi e interessi stranieri ottengano la proprietà della terra, sfruttando gli impotenti sistemi giudiziari e normativi del paese.
Gli ucraini hanno chiesto, senza successo, che questa ridistribuzione verticistica delle terre e la loro mercificazione venissero sospese durante la guerra.
Nel dicembre 2022, una coalizione di agricoltori, accademici e ONG ha chiesto al governo ucraino di sospendere la legge sulla riforma agraria e tutte le transazioni di mercato dei terreni durante la guerra e il periodo postbellico, “al fine di garantire la sicurezza nazionale e la preservazione dell’integrità territoriale del paese durante la guerra e il periodo di ricostruzione postbellica”.
Gli ucraini mettono a repentaglio la propria vita per difendere la propria terra, ma sono ben consapevoli delle forze corrotte che minacciano quella stessa terra e l’intera economia del Paese, come dimostra il consenso molto diffuso contro la legge sulla riforma agraria approvata nel 2020”.
La prof. ssa Olena Borodina spiega ancora: “Oggi, migliaia di ragazzi e ragazze rurali, contadini di questi terreni agricoli, stanno combattendo e morendo in guerra. Hanno perso tutto. I processi di vendita e acquisto gratuiti di terreni sono sempre più liberalizzati e pubblicizzati. Ciò minaccia davvero i diritti degli ucraini alla loro terra, per la quale danno la vita”.

Questo il quadro dipinto dalla Professoressa Olena Borodina dirigente ed esperta dell’Accademia di scienze e politiche agrarie che sicuramente ama la propria terra, e certamente non è a favore della Russia che l’ha invasa, ma che adesso tanto meno guarda di buon occhio all’Occidente, che con le sue ricette economiche prima, e con il suo sostegno alla guerra poi, con tutta evidenza non ha aiutato la situazione e la causa ucraina, al contrario ha finito di affossarla e indebitarla, contribuendo a impoverire e peggiorare di gran lunga la vita della popolazione.

Come darle torto, basti pensare che adesso l’Ucraina è il terzo debitore al mondo nei confronti del FMI, dopo Argentina ed Egitto. Questo debito è stato contratto a spese di un drastico declino delle condizioni di vita di gran parte della popolazione del paese.

Misure come l’introduzione di tariffe di mercato per i servizi di pubblica utilità e la riforma delle pensioni, imposte come parte del programma di aggiustamento strutturale, hanno portato all’erosione dei servizi pubblici, all’aumento del prezzo del gas e delle tariffe dei servizi di pubblica utilità e all’impoverimento degli ucraini. Tra il 2013 e il 2019, il salario mensile medio è sceso dell’equivalente di 80 $ USA. Questo calo è stato abbinato a un alto tasso di inflazione, che ha raggiunto il picco del 43% nel 2015.

Durante quel periodo, il prezzo del gas, che è la principale fonte di riscaldamento, acqua calda e combustibile per cucinare per la maggior parte degli ucraini, è aumentato di dodici volte.

Le riforme pensionistiche introdotte nel 2017 hanno avuto un ruolo analogo nell’impoverimento della popolazione: circa l’80% dei pensionati single in Ucraina vive al di sotto della soglia di povertà ufficiale, mentre il 65% riceve una pensione inferiore a 3.000 grivne [82 dollari USA] al mese.

Nel 2021, l’Ucraina era il paese più povero d’Europa, con un PIL pro capite di 4.835 dollari USA. Nel 2014, il tasso di povertà del paese era al 28,6 percento; entro il 2016, era raddoppiato, raggiungendo uno sbalorditivo 58,6 percento. Sebbene sia leggermente diminuito negli anni poco prima della guerra, adesso si trova nuovamente al 59%.

L’interrogazione parlamentare australiana entra in specie nel merito dei due report redatti da Frédéric Mousseau e Eve Devillers, giornalista, scrittore e direttore dell’Istituto di ricerche politiche Oakland Institute con sede negli Stati Uniti. I rapporti sono molto esplicativi, corredati di riferimenti, dati e fonti, che riportano lo stato della situazione terriera in Ucraina.

Il rapporto del 2014 traccia un quadro preciso del fenomeno di sottrazione della terra ucraina.

Il rapporto successivo del 2023 è il proseguimento del precedente rapporto del 2014, fornendo ulteriori dettagli sulla distribuzione globale terriera dei ben noti investitori stranieri, a volte pure celati dietro grandi società ucraine di cui detengono comunque la partecipazione principale: Mousseau e Devillers, sostengono che NCH Capital ha avuto un ruolo chiave nel promuovere la “riforma agraria” in Ucraina e che il suo CEO, il Segretario al Commercio degli Stati Uniti e l’allora Presidente dell’Ucraina Poroshenko sono stati coinvolti nel convincere il governo ucraino ad accettare queste riforme.

Il rapporto, numeri alla mano indica che il piano di riforma voluto dal FMI, sta alla base del successivo processo di spoliazione terriera ucraina, illustra come è avvenuta l’acquisizione da parte di capitali stranieri, puntando il dito sulla condizione di garanzia richiesta all’Ucraina dal FMI, per accedere ai prestiti provenienti dal governo degli Stati Uniti, il primo nel 2014 per l’importo di 1 miliardo di dollari.

Un articolo del 2019 apparso su Bretton Wood Projects riassume come l’FMI abbia esercitato tutta la sua pressione per eliminare la moratoria ucraina che impediva la vendita di terreni a soggetti stranieri, e che tutelava così i piccoli e medi agricoltori locali.

Il rapporto dell’Oakland Institute del 2023, denuncia l’acquisizione dei terreni agricoli più produttivi e fertili d’Europa – quelli ucraini – da parte di grandi gruppi finanziari e speculativi esteri, grazie all’aiuto di altre aziende nazionali ucraine ma con all’interno forte partecipazione di capitali stranieri, con vasti appezzamenti che sono stati venduti o ceduti sia da privati ucraini, che dal governo stesso, compresi terreni demaniali alienati nel 2022 sotto il governo Zelenski, in virtù della nuova legge del luglio 2021 che di fatto ha aggirato ulteriormente la moratoria.

La moratoria in vigore fino al 2021 impediva almeno formalmente l’acquisto di terreni agricoli da parte di società e soggetti stranieri.

Con la legge del 2021 si è avuto invece il seguente quadro che è entrato gradualmente in vigore: le entità straniere possono possedere fino a 100.000 ettari di terreni agricoli in Ucraina. (pari a 1000 km2). Questa limitazione che potrebbe far pensare a un contrasto della concentrazione di terreni nelle mani di poche grandi società straniere è stata aggirabile con tre semplici eccezioni contenute nella nuova legge:
1) La restrizione di cui sopra non si applica agli stranieri che possiedono azioni nel capitale autorizzato delle banche ucraine. In pratica se una persona giuridica o fisica estera possiede azioni di una banca ucraina questa non è più considerata un soggetto straniero ed ha accesso all’acquisto dei terreni.
2) La limitazione vale solo per i terreni agricoli, non per i terreni fondiari o immobiliari, quelli legati a un fondo immobiliare. In poche parole se una proprietà fondiaria vede un bene immobile come ad esempio un’abitazione con annessi anche migliaia di ettari di terreno agricolo, questi vengono cambiati come destinazione d’uso e non vengono più considerati terreni agricoli, bensì beni fondiari, quindi non soggetti ad alcuna restrizione da parte di soggetti stranieri.
Dopo la legge del 2021 in Ucraina grazie anche a funzionari corrotti e alla corruzione dilagante, è partita una corsa che ha visto il cambio di destinazione d’uso di vasti terreni agricoli, che sono stati accorpati a beni immobili fondiari, i quali sono stati acquisiti da società e soggetti privati stranieri.
3) La limitazione prevede che una sola società straniera non possa possedere più di mille km2, ma non c’è limitazione né controllo alcuno al fatto che formalmente a livello giuridico esistano società distinte, ma che poi fanno capo tutte allo stesso fondo d’investimento, vedi BlackRock, Vanguard, BlackStone, NCH, ecc..

Dopo l’approvazione della legge del luglio 2021, sono spuntate come funghi società legali e d’intermediazione immobiliare ucraine che si offrivano per agevolare, facilitare e fare intermediazione nella compravendita di terreni agricoli, di terreni demaniali alienati, e di fondi immobiliari con annessi vasti appezzamenti di terreno.

Per evitare pubblicità indiretta non è possibile riportarne i link, ma è sufficiente fare una semplice ricerca per trovare centinaia di società di consulenza legale e d’intermediazione che offrono i loro servizi espressamente rivolti a investitori stranieri che vogliano investire acquisendo terreni agricoli e beni immobili fondiari.

Già a partire del 2020, ancor prima della legge del luglio 2021, grazie a funzionari corrotti tramite l’alienazione di terreni agricoli mutati in terreni facenti parte di immobili fondiari, praticamente erano spariti oltre 5 milioni di ettari di terreno agricolo a cui è stata variata la destinazione d’uso, se ne dà conto in questo esplicativo articolo.

Dopo la legge del 2021 il fenomeno di acquisizione di terreni agricoli da parte di società, e fondi stranieri è esponenzialmente cresciuto arrivando ad una situazione ben descritta nel rapporto dell’istituto di ricerca statunitense Oakland Institute, che spiega bene in numeri l’entità del fenomeno qui riassunto fino al 2023:

UkrLandFarming Plc (Cyprus) 631,306 ha

Kernel Holdings SA, registrata in Lussemburgo: 563.000 ha

MHP SE, registrata a Cipro: 391.600 ha

NCH Capital, registrata negli USA: 450.000 ha

Astarta Holding, registrata nei Paesi Bassi: 312.000 ha

AgroGeneration, registrata in Texas USA che possiede 220.000 ha

Mriya Agro Holding, costituita a Cipro, che detiene terreni ucraini per 297.000 ha

Sintal Agriculture Public Ltd (con sede a Cipro, quotata alla Borsa di Francoforte dal 2008 con 150.000 ha di terreno)

Continental Farmers Group PLC di investitori sauditi 33.000 ha

Trigon Agri società regisatratrata in Danimarca che detiene oltre 52.000 ha

TNA Corporate Solutions LLC con sede negli Stati Uniti 295.624 ha

Industrial Milk Company (IMC) S.A. Registrata in Lussemburgo 218.138 ha

PIF Saudi, registrata in Arabia Saudita 228.654 ha

Agroton Public Limited registrata a Cipro 120.000 ha

Nibulon registrata in Ucraina ma a partecipazione prevalente francese 82.500 ha

ADM Germany, registrata in Germania 38.000 ha

BASF registrata in Germania 29.000 ha

BAYER registrata in Germania 21.000 ha

KWM registrata in Olanda 18.000 ha
Queste sopra sono solo le principali società estere, la lista di quelle minori andrebbe avanti, sommate tutte insieme si arriva ad oltre 9 milioni di ettari (solo per i terreni agricoli) in mano a soggetti privati stranieri.

A cui si devono sommare gli oltre 5 milioni di ettari di terreni a cui è stata cambiata la destinazione d’uso, da agricola a fondi immobiliari.

La cifra di terreni ucraini posseduti da entità finanziarie straniere fino adesso documentate sfiora i 15 milioni di ettari, una superficie enorme, pari a quasi metà della superficie del territorio italiano e che oltrepassa il 50% dei terreni coltivabili ucraini.

MR Online, rivista di analisi e approfondimento statunitense con sede a New York, all’interno di un recente articolo del dicembre 2024, ci aggiorna sulla situazione attuale dei terreni ucraini; il titolo è estremamente esplicativo: “L’accaparramento di terreni da parte delle aziende americane in Ucraina è alla base della guerra con la Russia”.

La parlamentare europea belga Barbara Bonte sulla questione ha avviato pochi mesi fa una interrogazione rivolta al parlamento europeo, chiedendo conto proprio delle acquisizioni dei terreni agricoli ucraini da parte delle aziende agroindustriali e d’investimento statunitensi, così come in parte anche quelle saudite, tedesche e altre con sede legale nei cosiddetti “paradisi fiscali”.

Stiamo parlando di grandi gruppi d’investimento finanziario che stanno continuando ad acquistare incessantemente terreni agricoli ucraini su vasta scala, indicando fra i maggiori acquisitori i fondi d’investimento statunitensi: Cargill, ADM, Blackrock, Vanguard, Oaktree Capital Management, Bunge Limited.

In precedenza già nel 2015 anche in Germania era stata avviata un’inchiesta parlamentare sul cosiddetto fenomeno del land grabbing operato in Ucraina da parte di soggetti privati stranieri, qui il contenuto dell’interrogazione: e qui invece la risposta del governo tedesco.

Riferendosi ai soggetti stranieri detentori di enormi appezzamenti agricoli ucraini, la denuncia è molto chiara:
“Questi investitori privati e aziendali spesso non pagano tasse, usano indirizzi offshore e ricevono persino sussidi statali. Sono spesso fortemente indebitati o contraggono debiti agendo come punte di diamante per entrare nelle grandi istituzioni di prestito internazionali, statunitensi ed europee, compresi i membri della Banca Mondiale come la International Finance Corporation (IFC), la Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo (BERS) e la Banca Europea per gli Investimenti (BEI).
Quando i debitori non pagano i loro debiti, le istituzioni finanziarie, che sono molto grandi e molto radicate nei governi, hanno un’influenza tale che letteralmente guidano le politiche nazionali degli Stati membri, facendo cassa prendendo il controllo di proprietà terriere grazie ai piani d’investimento statali o ai fondi destinati all’aiuto e sviluppo dei Paesi in guerra come l’Ucraina ad esempio, e ricavando profitto dal successivo aumento del costo di mercato dei terreni, creando di fatto loro stessi una bolla speculativa”.
In un altra parte del rapporto dell’interrogazione parlamentare australiana invece si definisce apertamente il conflitto ucraino come: “GUERRA DI RACKET”, usando un vero e proprio termine riferibile ai sistemi mafiosi,
“Per qualcuno è molto vantaggioso che ci sia una guerra in Ucraina per occultare precise azioni illegali, la guerra rappresenta il più grande investimento finanziario straniero avvenuto finora in Ucraina, in particolare viene usata come meccanismo per il riciclaggio di denaro, insieme al mercato nero delle armi, compresa ovviamente il furto di terreni agricoli a scopo speculativo.
Riciclaggio di denaro: Finora gli USA hanno speso un totale di 175 miliardi di dollari per la guerra in Ucraina, di cui 107 miliardi direttamente per il sostegno al bilancio e 68,9 miliardi per armi, equipaggiamento e altro supporto militare. Questo denaro non è stato sottoposto a una verifica adeguata. Trattasi di una clamorosa operazione internazionale di riciclaggio di denaro, una truffa di proporzioni gigantesche.
Il Pentagono degli USA si auto-verifica e la maggior parte dei suoi dipartimenti non supera i propri controlli, ma non si fa mai nulla al riguardo, perché sfortunatamente è quello che dovrebbe succedere. I controlli che sicuramente bloccherebbero le operazioni finanziarie vengono aggirati tramite la corruzione dei funzionari.
[...] I principali appaltatori di armi hanno regolarmente oliato gli ingranaggi riuscendo a influenzare le votazioni del Congresso. Ad esempio tramite i contributi alla campagna elettorale per un totale di 83 milioni di dollari negli ultimi due cicli elettorali. Tali “donazioni” principalmente vengono destinate ai membri con maggior influenza politica, che poi ricambiano a loro volta aiutando i principali produttori di armi a prendere gli appalti.”
Rimandando ad un articolo dal titolo: “Il Congresso degli Stati Uniti è in mano all’industria delle armi” che spiega nel dettaglio i meccanismi di come tutto ciò sia possibile.

Un altro report del 2013 si spiega perché la terra ucraina sia cosi appetibile per i grandi colossi finanziari, indicando in pratica la straordinaria fertilità dei terreni ucraini e il basso costo di acquisto che premette poi un forte rialzo speculativo di questi terreni con cui fare grossi profitti.

La questione del land grabbing ucraino viene analizzata anche in una ottica di procurato danno ambientale all’interno d’una ricerca universitaria pubblicata su Science.

Andando invece all’acclarata catastrofe umanitaria, frutto di una guerra che ormai si trascina da tre anni, e che viene continuata ad oltranza dalla assoluta non volontà di sedersi a un tavolo delle trattative e parlamentare, secondo le stime attuali ad oggi nella guerra russo-ucraina risultano morte 300.000 persone, 40.000 i dispersi, oltre mezzo milione i feriti, e circa 8 milioni di persone fra profughi e sfollati.

Questi morti, questi dispersi, questi feriti, tutti i milioni di profughi e sfollati, erano quasi tutti ignari del vero motivo per cui sono andati in guerra e sono morti, o del reale motivo per cui sono rimasti menomati, o ancora del perché hanno perso tutto, così come molte famiglie delle persone massacrate in questa rovinosa guerra, ignorano del tutto come mai il loro governo non destinerà nemmeno un centesimo degli introiti derivanti dai lauti profitti di tutte le società private coinvolte nella vergognosa spartizione del loro Paese, né un centesimo proveniente dall’enorme flusso di denaro estero riciclato andrà a loro.

Forse un giorno (sempre troppo tardi) molti ucraini comprenderanno l’opera diabolica che ha subito una intera Nazione, lo squartamento a pezzi del loro Paese e delle loro vite, con tanto di fiumi di sangue versato da centinaia di migliaia di giovani ragazzi.

Molti ucraini ancora oggi, purtroppo ignorano che stanno combattendo per un pugno di lenticchie, mentre investitori stranieri senza scrupoli grazie a funzionari corrotti, accumulano patrimoni smisurati, tutti pagati col loro sangue.

Alcuni forse ancora credono di combattere per la patria, al grido di “Slava Ucraina!” o d’immolarsi per per una bandiera blu e gialla, senza sapere che ormai la loro patria non c’è più, da tempo è stato deciso come svenderla, e che quasi tutto ciò che è accaduto in questa orrenda carneficina (compresa la loro morte e sofferenza) era già stato pianificato per coprire il più grande “investimento” d’affari straniero mai effettuato in Ucraina.

In fondo, cosa meglio di una guerra per indebitare un popolo intero, per sottrargli la terra, le risorse, per impoverire un’intera Nazione, per svenderla letteralmente a pezzi a beneficio di un pugno di ricchissimi investitori occidentali da una parte, e degli oligarchi locali dall’altra.

Investitori senza scrupoli che fanno profitti smisurati con la vendita delle armi prima, con la sottrazione a basso costo della migliore terra agricola che ci sia in Europa durante, e successivamente facendo ancora profitti miliardari, con gli appalti per la ricostruzione, come annunciato più volte, in accordi presi direttamente fra il governo ucraino e gli stessi fondi finanziari di Black Rock; J.P Morgan; Vanguard.

Sì esatto, sono gli stessi gruppi finanziari e speculativi di cui abbiamo parlato sopra che detengono anche importanti partecipazioni nel mercato azionario delle armi, gli stessi che detengono quote di maggioranza nelle aziende che hanno sottratto all’Ucraina e al suo popolo 15 milioni di ettari di terreno agricolo fertile produttivo, su cui faranno nuovamente lauti guadagni una volta terminata la guerra, quando verrà avviata la ricostruzione del Paese, sempre ad opera dei medesimi colossi finanziari che hanno finanziato le armi con cui il paese è stato distrutto, deprezzato, e depredato dei suoi terreni e e delle risorse.

Non ho un briciolo di compassione per Zelensky e il suo governo di corrotti e tagliagole che hanno sacrificato e svenduto un popolo intero, come non ho fiducia alcuna e anzi ho un moto di sincero schifo nei confronti degli esponenti dei nostri governi occidentali, statunitensi, britannici e dell’Unione europea, i quali ormai hanno persino stravolto il concetto di pace assimilandolo alla guerra.

Ma ho sentita compassione per la popolazione ucraina, sì, tanta compassione.

Perché dopo essere stati prima messi gli uni contro gli altri in una sanguinosa guerra civile iniziata nel 2014, dopo aver subito un vero e proprio colpo di Stato sempre nel 2014, dopo esser stati ingannati, aizzati e strumentalizzati in preparazione di una guerra fratricida, dopo esser stati occupati in parte del loro territorio dall’esercito russo, dopo essere stati traditi da coloro che credevano fossero loro “alleati”, la prospettiva che hanno davanti quando finirà questa sporca guerra, è di ritrovarsi pure indebitati fino al collo nei confronti degli squali occidentali, senza esser più padroni di niente, neanche di un piccolo fazzoletto di terra fertile con cui potersi sostentare.

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