La grande privatizzazione è appena iniziata. L’Ucraina indebitata non ha altra scelta che rispettare le condizioni dei suoi prestatori, abilmente travestiti da alleati disinteressati. Unione Europea e Fondo monetario internazionale stanno disegnando il futuro del Paese, sconvolto da tre anni di guerra, con un debito pubblico raddoppiato, 7 milioni di emigrati, 3 milioni di profughi interni, un terzo del Paese occupato, una infrastruttura energetica devastata da missili e droni di Mosca.
La ricetta è il mercato e l’austerity, in pieno stile anni ’90. Sul piatto l’Ucraina mette le sue imprese più importanti, le sue banche, ma specialmente i suoi unici tre gioielli: terre agricole, fertilissime, da trasformare nel modello estensivo dell’agroindustria; risorse minerarie, quelle su cui ha messo il cappello Trump imponendo a Zelensky un accordo in stile coloniale; e poi i militari: 800mila uomini in armi, l’esercito che manca a Bruxelles, da riempire di munizioni grazie alle commesse rivolte all’industria militare euroatlantica.
Il futuro dell’Ucraina è scritto nero su bianco nelle condizioni dei finanziamenti del Fondo monetario internazionale (15 miliardi fino al 2027) e dell’Unione europea (i 50 miliardi del Facility Plan, per due terzi prestiti).
Qualche esempio. Punto 6.1 delle condizioni Ue: redigere «un lista di imprese di proprietà statale che saranno proposte per la privatizzazione», indicando quali vendere subito e quali dopo la fine della legge marziale. Punto 5.2, da realizzare entro il primo quadrimestre del 2026: «Ridurre la presenza dello Stato nel settore bancario». Punto 10.9: «Liberalizzazione dei prezzi dell’elettricità e del gas naturale», da realizzare entro il secondo quadrimestre del 2026. Entro la fine del 2026, recita il punto 11.3, l’Ucraina dovrà infine «liberalizzare il settore del trasporto ferroviario».
La Verchovna Rada, il Parlamento ucraino, ha stabilito una procedura d’urgenza per trasformare in legge le misure imposte dall’Ue. Funziona così: «Ogni quadrimestre la commissione verifica il rispetto delle condizioni. Se l’esito è favorevole viene sbloccata la tranche seguente del fondo», spiega Heinz Michael Gahler, Popolare tedesco, relatore del Facility plan al Parlamento di Strasburgo. «L’Ucraina vuole aderire all’Ue? Bene, se vuoi entrare nel club devi rispettare le sue regole».
Un po’ come la Grecia qualche anno fa? «Esatto, la Grecia ha rispettato le nostre regole e oggi sta benissimo. Certo non era in guerra, ma gli ucraini hanno molte risorse che servono all’Europa, saranno per noi una opportunità, non un peso». E per raggiungere questo obiettivo, chiosa Gahler, «è necessario creare un clima favorevole all’investimento delle imprese».
«Le nostre aziende stanno facendo ottimi affari in Ucraina», aggiunge Marta Kos, commissaria Ue per l’Allargamento. «Abbiamo stabilito procedure specifiche per ridurre il loro rischio. Le imprese stanno già investendo».
Il Fondo Monetario, prima di concedere il suo prestito, ha invece preteso da Kiev la firma di una lettera di intenti sottoscritta dai vertici dello Stato, a partire dal presidente Zelensky. A redigerla – ha ammesso in una intervista a Report Priscilla Toffano, rappresentante del Fondo monetario a Kiev – sono stati in realtà gli uffici dell’istituzione finanziaria con sede a Washington. I vertici dello Stato ucraino si sono limitati a firmare.
Il documento prevede un surplus primario dopo la guerra tra lo 0,5 e l’1,5%. Cioè, la raccolta fiscale dovrà essere più alta della spesa pubblica. Austerity, si sarebbe detto qualche anno fa. Il documento prevede anche la liberalizzazione del rimpatrio dei dividendi esteri, una misura già implementata dalla Banca nazionale ucraina lo scorso maggio, che autorizza le imprese straniere a portare all’estero gli utili maturati in Ucraina (all’inizio della guerra invece i flussi di denaro verso l’estero erano stati bloccati, per impedire una fuga di capitali).
La misura ha già determinato i suoi effetti. Secondo i dati della Banca Mondiale sono usciti dal Paese 1,4 miliardi di dollari proprio grazie a questa liberalizzazione. La bilancia commerciale, afferma sempre la Banca Mondiale, è negativa anche per la riduzione delle rimesse estere degli emigranti, scese nel 2024 a 8,8 miliardi, 1,6 miliardi in meno rispetto all’anno precedente. Emblema di un problema demografico che peserà come un macigno sulla ricostruzione del Paese.
L’Ucraina è terra di emigrazione fin dalla caduta dell’Unione sovietica, spiega Mikail Minakov, tra i più noti e autorevoli filosofi ucraini, animatore di Euromaidan nel 2014, autore di una recente (e non apologetica) biografia di Zelensky. «Quando diventa indipendente, l’Ucraina ha 52 milioni di abitanti, più o meno come la Polonia o la Turchia. Ma mentre questi Paesi hanno mantenuta intatta la loro popolazione o l’hanno accresciuta, quella Ucraina è scesa molto velocemente».
Nei primi anni Novanta il Paese perde circa un milione di abitanti, principalmente donne, che si recano in Europa per lavorare, e mandano le loro rimesse a casa. «È la generazione delle cosiddette mamme su Skype, donne che crescono i loro figli a distanza», racconta Minakov.
La seconda ondata arriva dopo la guerra civile iniziata nel 2014: «Ci sono i migranti politici, i filorussi, che scappano a Mosca. Mentre l’apertura delle frontiere con l’UE rende più facile il trasferimento di intere famiglie in Europa», spiega Minakov.
Nel 2022, con l’invasione russa, è un crollo: fuggono 7 milioni di persone. In gran parte donne e bambini, ma anche molti uomini, fuggiti spesso illegalmente (per i maggiorenni è vietato lasciare il Paese a causa della legge marziale).
La Polonia è la meta principale, qui vivono ufficialmente oltre 990 mila ucraini. Per Agota Gorny, ricercatrice dell’università di Varsavia «in maggioranza si tratta di donne, ma secondo i nostri studi almeno la metà di loro è qui col proprio partner, anche se non risulta nelle statistiche ufficiali». Si tratta, cioè, di renitenti alla leva, fuggiti dal rischio di essere mandati al fronte. «Il vero problema è quando il loro documento scadrà. Perché l’ambasciata ucraina non rinnova i passaporti se l’uomo è in età di servizio militare. Quindi perderanno il diritto di restare legalmente in Europa».
«Col tempo i migranti si integrano», spiega Minakov. Il filosofo ha realizzato uno studio demografico su due scenari. Secondo quello ottimista nel 2051 l’Ucraina avrà 31 milioni di abitanti. L’ipotesi pessimista ne prevede 25. Le Nazioni Unite addirittura stimano che nel 2100 la popolazione potrebbe essere di appena 15 milioni di abitanti.
«Questa è una guerra di logoramento. Quando sarà finita, avremo una popolazione anziana e un’economia che non può esistere», afferma Minakov. «Come si crea un’economia di mercato, lo stato sociale, un sistema fiscale con una demografia di questo tipo?».
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Spopolamento. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Spopolamento. Mostra tutti i post
08/04/2025
In Europa si torna a parlare di coscrizione obbligatoria
In molti paesi europei dove i governi sono in preda ai furori guerrafondai, viene ripresa in considerazione l’opzione della coscrizione obbligatoria per “rimpolpare i ranghi” delle proprie forze armate e far penetrare nell’opinione pubblica un clima di guerra.
La coscrizione obbligatoria era stata abbandonata o sospesa quasi ovunque in Europa tra gli anni ’90 e i primi dieci anni del duemila. Ma il clima bellicista che ormai emerge dal linguaggio politico come dalle scelte concrete con il piano di riarmo europeo della Von der Leyen, sta però riportando all’ordine del giorno una crescente militarizzazione dell’economia e del senso comune.
Capofila di questa tendenza è, quasi ovviamente, la Germania dove la reintroduzione della coscrizione obbligatoria è diventata tema di dibattito nella formazione del nuovo governo di coalizione tra Cdu-Spd e Verdi.
E proprio i Verdi hanno presentato una proposta per introdurre l’istituto del “servizio di libertà” che renderebbe obbligatorio per tutti i cittadini – tedeschi e non – prestare volontariato in uno degli apparati dello stato. La proposta è stata formulata in modo piuttosto ambiguo.
La leva obbligatoria in Germania è attualmente in fase di discussione all’interno dell’appena subentrato governo e sembra godere di forti consensi da parte degli esponenti politici. Con la proposta dei Verdi si offrirebbe la possibilità di scegliere ai cittadini tra volontariato civile o militare, estendendo tuttavia l’obbligo all’intera popolazione e non limitatamente – come invece avverrebbe con la leva militare – solo ai giovani neomaggiorenni.
Il Ministero dell’Interno, Nancy Faeser (SPD), ha chiesto che i giovani siano preparati alle crisi e ai possibili eventi di guerra. “Alla luce dell’evoluzione della situazione della politica di sicurezza negli ultimi tempi, si dovrebbe porre maggiore attenzione sulla protezione civile, anche nell’istruzione scolastica”, ha detto lunedì il quotidiano tedesco Handelsblatt citando un portavoce del ministero. Nell’articolo si riporta anche l’auspicio del responsabile della sicurezza della CDU Roderich Kiesewetter, secondo cui: “È imperativo che l’emergenza sia praticata, perché gli studenti sono particolarmente vulnerabili e particolarmente colpiti in un’emergenza”.
In Europa attualmente prevale ancora la volontarietà della leva militare. Il servizio militare su base volontaria è stato introdotto in Belgio dal 1994, in Portogallo dal 1999, nel Regno Unito dal 2001, in Spagna dal 2002, in Italia dal 2005, in Francia dal 2006, in Germania nel 2011. Ma oggi in molti paesi sta tornando a crescere l’interesse per forme di coscrizione obbligatoria.
Anche la Svezia, entrata nella Nato nel 2023, ha annunciato nel mese di settembre dello scorso anno il ripristino del servizio militare obbligatorio a partire dal 2028, otto anni dopo la sua soppressione. Ad essere chiamati alle armi saranno tutti i giovani nati dopo il 1999.
In Italia la leva obbligatoria era stata sospesa nel 2005 con la legge numero 226 del 23 agosto 2004. Ma Salvini era tornato a parlare della reintroduzione della ferma obbligatoria nel corso della campagna elettorale del 2018, ma oggi nel clima di guerra dominante quella che allora era sembrata una boutade viene ripresa in considerazione.
Ma le controindicazioni alla coscrizione obbligatoria non stanno solo nella minore o maggiore vocazione guerrafondaia dei governi. Ad esempio ci sono “limiti strutturali” che nel tempo potrebbero incidere seriamente sulla efficacia della leva militare di massa.
Secondo gli scenari indicati dall’Istituto Bruegel (un think thank dei poteri forti europei) l’Unione Europea sta per entrare in un’era di declino demografico che cambierà profondamente il suo assetto socio-economico. A partire dal 2026, la popolazione del continente inizierà a ridursi, con impatti tangibili su economia, mercato del lavoro e welfare. Lo scenario indicato dall’Istituto Bruegel è a tinta grigia: entro il 2050, ben 22 Stati membri sui 27 della Ue vedranno una riduzione della popolazione in età lavorativa, mentre la quota di over 85 raddoppierà.
Ma il problema non è solo numerico, è anche geografico: il calo sarà più marcato nei Paesi dell’Est e dell’Europa euromediterranea, dove a un saldo naturale negativo (più decessi che nascite) si somma la scarsa capacità di attrarre immigrati. In altre parole, mentre le economie più sviluppate del Nord e dell’Ovest riusciranno a tamponare il problema grazie a una maggiore immigrazione, l’Europa del Sud e dell’Est rischiano di trovarsi con le spalle al muro a causa dell’ invecchiamento e dello spopolamento.
Ad esempio Italia, Spagna e Grecia sono i tre Paesi più colpiti dal calo della popolazione in età lavorativa e quindi anche “militarizzabile”: entro il 2050, gli under 65 diminuiranno del 20%, mentre gli over 65 aumenteranno del 40%.
E poi c’è la fuga all’estero dei giovani dai paesi in questione. L’Ue ha fissato come obiettivo per il 2030 un tasso di fuga dei giovani dai propri paesi inferiore al 9%, ma Italia, Spagna e Grecia sono ben lontane da questo obiettivo. Anche nell’Europa dell’Est (quindi dei paesi più vicini alla “frontiera di guerra”, ndr) è in corso lo spopolamento da parte dei giovani. Paesi come Lettonia, Lituania, Romania e Bulgaria stanno sperimentando una doppia emorragia: da un lato, la natalità è in calo vertiginoso; dall’altro, migliaia di giovani lasciano ogni anno i loro Paesi d’origine per cercare migliori opportunità altrove. Le difficoltà nell’arruolamento militare in Ucraina ha già rivelato questa contraddizione.
Sia la Nato che alcuni rapporti dei servizi di sicurezza tedeschi parlano insistentemente del 2030 come “anno fatidico” in cui la guerra potrebbe rivelarsi come opzione sul tappeto della storia in Europa.
Ma i governi guerrafondai devono fare i conti con un sentimento delle proprie popolazioni niente affatto coincidente con i propri progetti bellicosi.
Un recente sondaggio della Gallup ha rivelato che nell’Unione Europea sono una minoranza coloro che si dicono oggi disponibili a combattere per il proprio paese. Fatta eccezione per la Finlandia (74%), la Grecia (54%) e la Polonia (45%), negli altri paesi le percentuali di disponibilità a combattere diminuiscono vertiginosamente.
In Germania solo il 23 per cento combatterebbe per difendere il proprio stato. In Belgio si dice disponibile solo il 19 per cento. Nei Paesi Bassi ancora meno, il 15 per cento. In Italia ha risposto sì solo il 14 per cento.
Se i governi europei vorranno mettere mano alla questione, e ripristinare la leva obbligatoria per dotare di “carne da cannone” le proprie forze armate, dobbiamo aspettarci già dai prossimi mesi una intensificazione della propaganda bellicista, in particolare nelle scuole e nelle università.
Un processo del resto già avviato da tempo, come denunciano l’Osservatorio contro la militarizzazione di scuola e università o organizzazioni giovanili come Cambiare Rotta. Nulla esclude che tra qualche mese il ministero dell’istruzione venga avanti con l’Alternanza Scuola-Caserma oltre a quella scuola-lavoro. Alle guerre servono carne da cannone ma il problema, anche in questo caso, potrebbe essere quello della scarsità.
Fonte
La coscrizione obbligatoria era stata abbandonata o sospesa quasi ovunque in Europa tra gli anni ’90 e i primi dieci anni del duemila. Ma il clima bellicista che ormai emerge dal linguaggio politico come dalle scelte concrete con il piano di riarmo europeo della Von der Leyen, sta però riportando all’ordine del giorno una crescente militarizzazione dell’economia e del senso comune.
Capofila di questa tendenza è, quasi ovviamente, la Germania dove la reintroduzione della coscrizione obbligatoria è diventata tema di dibattito nella formazione del nuovo governo di coalizione tra Cdu-Spd e Verdi.
E proprio i Verdi hanno presentato una proposta per introdurre l’istituto del “servizio di libertà” che renderebbe obbligatorio per tutti i cittadini – tedeschi e non – prestare volontariato in uno degli apparati dello stato. La proposta è stata formulata in modo piuttosto ambiguo.
La leva obbligatoria in Germania è attualmente in fase di discussione all’interno dell’appena subentrato governo e sembra godere di forti consensi da parte degli esponenti politici. Con la proposta dei Verdi si offrirebbe la possibilità di scegliere ai cittadini tra volontariato civile o militare, estendendo tuttavia l’obbligo all’intera popolazione e non limitatamente – come invece avverrebbe con la leva militare – solo ai giovani neomaggiorenni.
Il Ministero dell’Interno, Nancy Faeser (SPD), ha chiesto che i giovani siano preparati alle crisi e ai possibili eventi di guerra. “Alla luce dell’evoluzione della situazione della politica di sicurezza negli ultimi tempi, si dovrebbe porre maggiore attenzione sulla protezione civile, anche nell’istruzione scolastica”, ha detto lunedì il quotidiano tedesco Handelsblatt citando un portavoce del ministero. Nell’articolo si riporta anche l’auspicio del responsabile della sicurezza della CDU Roderich Kiesewetter, secondo cui: “È imperativo che l’emergenza sia praticata, perché gli studenti sono particolarmente vulnerabili e particolarmente colpiti in un’emergenza”.
In Europa attualmente prevale ancora la volontarietà della leva militare. Il servizio militare su base volontaria è stato introdotto in Belgio dal 1994, in Portogallo dal 1999, nel Regno Unito dal 2001, in Spagna dal 2002, in Italia dal 2005, in Francia dal 2006, in Germania nel 2011. Ma oggi in molti paesi sta tornando a crescere l’interesse per forme di coscrizione obbligatoria.
Anche la Svezia, entrata nella Nato nel 2023, ha annunciato nel mese di settembre dello scorso anno il ripristino del servizio militare obbligatorio a partire dal 2028, otto anni dopo la sua soppressione. Ad essere chiamati alle armi saranno tutti i giovani nati dopo il 1999.
In Italia la leva obbligatoria era stata sospesa nel 2005 con la legge numero 226 del 23 agosto 2004. Ma Salvini era tornato a parlare della reintroduzione della ferma obbligatoria nel corso della campagna elettorale del 2018, ma oggi nel clima di guerra dominante quella che allora era sembrata una boutade viene ripresa in considerazione.
Ma le controindicazioni alla coscrizione obbligatoria non stanno solo nella minore o maggiore vocazione guerrafondaia dei governi. Ad esempio ci sono “limiti strutturali” che nel tempo potrebbero incidere seriamente sulla efficacia della leva militare di massa.
Secondo gli scenari indicati dall’Istituto Bruegel (un think thank dei poteri forti europei) l’Unione Europea sta per entrare in un’era di declino demografico che cambierà profondamente il suo assetto socio-economico. A partire dal 2026, la popolazione del continente inizierà a ridursi, con impatti tangibili su economia, mercato del lavoro e welfare. Lo scenario indicato dall’Istituto Bruegel è a tinta grigia: entro il 2050, ben 22 Stati membri sui 27 della Ue vedranno una riduzione della popolazione in età lavorativa, mentre la quota di over 85 raddoppierà.
Ma il problema non è solo numerico, è anche geografico: il calo sarà più marcato nei Paesi dell’Est e dell’Europa euromediterranea, dove a un saldo naturale negativo (più decessi che nascite) si somma la scarsa capacità di attrarre immigrati. In altre parole, mentre le economie più sviluppate del Nord e dell’Ovest riusciranno a tamponare il problema grazie a una maggiore immigrazione, l’Europa del Sud e dell’Est rischiano di trovarsi con le spalle al muro a causa dell’ invecchiamento e dello spopolamento.
Ad esempio Italia, Spagna e Grecia sono i tre Paesi più colpiti dal calo della popolazione in età lavorativa e quindi anche “militarizzabile”: entro il 2050, gli under 65 diminuiranno del 20%, mentre gli over 65 aumenteranno del 40%.
E poi c’è la fuga all’estero dei giovani dai paesi in questione. L’Ue ha fissato come obiettivo per il 2030 un tasso di fuga dei giovani dai propri paesi inferiore al 9%, ma Italia, Spagna e Grecia sono ben lontane da questo obiettivo. Anche nell’Europa dell’Est (quindi dei paesi più vicini alla “frontiera di guerra”, ndr) è in corso lo spopolamento da parte dei giovani. Paesi come Lettonia, Lituania, Romania e Bulgaria stanno sperimentando una doppia emorragia: da un lato, la natalità è in calo vertiginoso; dall’altro, migliaia di giovani lasciano ogni anno i loro Paesi d’origine per cercare migliori opportunità altrove. Le difficoltà nell’arruolamento militare in Ucraina ha già rivelato questa contraddizione.
Sia la Nato che alcuni rapporti dei servizi di sicurezza tedeschi parlano insistentemente del 2030 come “anno fatidico” in cui la guerra potrebbe rivelarsi come opzione sul tappeto della storia in Europa.
Ma i governi guerrafondai devono fare i conti con un sentimento delle proprie popolazioni niente affatto coincidente con i propri progetti bellicosi.
![]() |
| Sondaggio Gallup. In rosso i contrari a combattere per il proprio paese |
Un recente sondaggio della Gallup ha rivelato che nell’Unione Europea sono una minoranza coloro che si dicono oggi disponibili a combattere per il proprio paese. Fatta eccezione per la Finlandia (74%), la Grecia (54%) e la Polonia (45%), negli altri paesi le percentuali di disponibilità a combattere diminuiscono vertiginosamente.
In Germania solo il 23 per cento combatterebbe per difendere il proprio stato. In Belgio si dice disponibile solo il 19 per cento. Nei Paesi Bassi ancora meno, il 15 per cento. In Italia ha risposto sì solo il 14 per cento.
Se i governi europei vorranno mettere mano alla questione, e ripristinare la leva obbligatoria per dotare di “carne da cannone” le proprie forze armate, dobbiamo aspettarci già dai prossimi mesi una intensificazione della propaganda bellicista, in particolare nelle scuole e nelle università.
Un processo del resto già avviato da tempo, come denunciano l’Osservatorio contro la militarizzazione di scuola e università o organizzazioni giovanili come Cambiare Rotta. Nulla esclude che tra qualche mese il ministero dell’istruzione venga avanti con l’Alternanza Scuola-Caserma oltre a quella scuola-lavoro. Alle guerre servono carne da cannone ma il problema, anche in questo caso, potrebbe essere quello della scarsità.
Fonte
25/12/2024
È il mercato, bellezza. La diaspora degli abitanti delle Vele …
A Scampia si sta consumando un esodo silenzioso.
Anche l’ultima delle tre Vele rimaste in piedi è ormai quasi vuota. Una volta erogato il contributo di “autonoma sistemazione” a chi lascia gli appartamenti, il comune di Napoli si è lavato le mani di tutto il resto. Il crollo del 23 luglio scorso nella Vela Celeste ha accelerato e stravolto le tabelle di marcia fissate con il programma Restart Scampia.
Nella Celeste gli abitanti non sono mai più rientrati. Da settembre gli inquilini delle Vele Gialla e Rossa hanno ricevuto un preavviso che annunciava la comunicazione, nelle settimane successive, dello sgombero ad horas. Così si è completata la diaspora.
Non appena le persone lasciano l’abitazione, gli operai procedono a murarla.
Da quel momento in poi, e se gli abitanti risultano presenti nel censimento realizzato dal Comune nel 2023, si attiva il sussidio – dai quattrocento ai novecento euro, a seconda del numero dei componenti il nucleo familiare, della presenza di anziani e disabili. Un sussidio che verrà erogato fino a che “le esigenze abitative siano state soddisfatte in modo stabile”.
In ogni caso, non oltre il 31 dicembre 2025 e comunque non spetterà più “qualora l’esigenza abitativa sia stata temporaneamente soddisfatta a titolo gratuito da una pubblica amministrazione”. Per il sussidio sono state stanziate risorse per circa tre milioni di euro (917 mila per il 2024 e poco più di due milioni per il 2025).
L’apertura di un cantiere per la costruzione degli alloggi che sostituiranno le Vele è stata annunciata a inizio novembre. Il sindaco ha dichiarato che entro il 2026 saranno completati i primi duecentocinquanta appartamenti.
La data di ultimazione dei lavori è prevista per il 2027. Sono scadenze che suscitano non pochi timori tra gli ex abitanti delle Vele, dal momento che l’erogazione del contributo di autonoma sistemazione terminerebbe molto prima.
Il presidente dell’ottava Municipalità, Nicola Nardella, ha dichiarato però che nessuno deve allarmarsi, perché un decreto del governo garantirebbe la continuità del finanziamento fino a che l’ultimo alloggio di nuova costruzione non sia stato consegnato.
Lo stesso Nardella ha affermato che la situazione di emergenza abitativa causata dallo sgombero delle tre Vele riguarda 543 nuclei familiari, ovvero circa mille e settecento persone. Di quale sarà il loro destino, però, nessuno sembra preoccuparsi.
Gli assistenti sociali sono comparsi al fianco della polizia municipale solo per intimare agli irriducibili di sgomberare, ma nessun piano di reale supporto è stato progettato, e tanto meno realizzato, per accompagnare un esodo di simili proporzioni.
Ancora Nardella – in questi mesi onnipresente sui media locali – a fine novembre si è preso la briga di farsi intervistare dal tg regionale unicamente per lanciare velate minacce contro una quindicina di famiglie che ancora si attardavano a lasciare la Vela Gialla. “Bisogna uscire e bisogna farlo in maniera rapidissima...”, ha intimato dal teleschermo.
Del fatto che gli ex abitanti delle Vele non riescano a trovare chi affitti loro un appartamento, nessuna istituzione sembra volersi fare carico. Al mercato non si comanda.
Nelle aree limitrofe a Scampia – corso Secondigliano, Melito, Miano – i proprietari stanno ponendo condizioni capestro, al di fuori della portata di molte famiglie – due buste paga, tre mensilità anticipate – quando non apertamente provocatorie, come il divieto di portare con sé animali domestici e addirittura più di un certo numero di bambini.
In tanti si stanno arrangiando da familiari e parenti, ma per quanto ancora potranno farlo? Qualcuno ha trovato casa verso Giugliano, oppure direttamente dalle parti di Castel Volturno, a chilometri di distanza dai luoghi di lavoro, dalle relazioni familiari e amicali.
Più della metà degli sgomberati sono minori. Dalle scuole di Scampia, a partire da settembre, è cominciata una continua migrazione di allievi. Tutto questo – la difficoltà a trovare una sistemazione, lo sradicamento forzato, il percorso scolastico interrotto di centinaia di bambini – non è oggetto di alcun accompagnamento. Il sussidio in tasca, e poi ognuno per sé.
Fatima, vent’anni, abitava nella Vela Gialla con la madre e il fratello. «A settembre sono arrivati i vigili – racconta –. “Iniziate a prepararvi, perché da un momento all’altro vi portiamo un’altra carta di sfratto immediato. Questa seconda carta ci è arrivata a fine ottobre. Ce ne siamo andati da casa un venerdì mattina. Gli operai dovevano murarla, ma avevano altre case da chiudere al piano di sotto. L’hanno murata il martedì successivo, ma era già entrato qualcuno a prendersi quel che restava... Abitavamo lì dal 2007».
«Il sussidio è arrivato qualche giorno dopo – continua Fatima –. Ottocento euro per tre persone: mia mamma, che è invalida, mio fratello di ventisette anni che fa il barbiere e io che faccio la parrucchiera. Stiamo cercando una sistemazione, ma qui in zona non si trova niente. Per il momento ci appoggiamo dai miei zii a Miano, che hanno già quattro figli.
Un giorno ci siamo fatti tutti i vicoli intorno al mercatino di Secondigliano per chiedere se ci fossero case in affitto. Una signora ci ha detto: “Andatevene, per la gente delle Vele le case non ci stanno”.
Alle agenzie diciamo che siamo di Mugnano, di Giugliano. Poi ci chiedono le buste paga, ma chi ce le ha? Io lavoro a nero, e pure mio fratello. Anche le mie amiche stanno avendo difficoltà. La mia vicina ha cinque figli, qui non ha trovato niente, se n’è dovuta andare a Castel Volturno.
Pensa che a un’amica di mia mamma hanno chiesto: “Signora, quanti figli avete?” Lei ha tre figli. “Ci dispiace, ne accettiamo solo due”. “E quest’altro che ne faccio, lo devo buttare?”, gli ha detto lei».
Gli abitanti delle Vele sono sempre stati trattati come umanità di scarto. Abbandonati per decenni dentro edifici inabitabili – l’ultimo censimento del 2016 lo metteva nero su bianco, ma non accadde niente –, in quelle mura è comunque trascorsa la loro vita, e per quanto abbiano lottato per decenni per vederle andare giù, adesso staccarsene non è facile, soprattutto in vista di destinazioni incerte e comunque precarie.
Elvira Quagliarella insegna da quarant’anni a Scampia. La sua scuola si chiama Virgilio IV, un istituto che comprende scuola dell’infanzia, primaria e secondaria. In questi mesi ha provato a darsi da fare per alleviare la situazione critica di molte famiglie dei suoi alunni, ma ha dovuto constatare che le dimensioni dell’esodo in corso sopravanzano di molto la buona volontà dei singoli individui.
«L’amministrazione locale – racconta Elvira – aveva proposto a ciascun nucleo un sussidio mensile, oppure la scelta di abitare in albergo. Quasi tutti hanno scelto il sussidio perché negli alberghi sarebbero stati costretti a lasciare la camera ogni mattina per rientrare nel tardo pomeriggio. Per nuclei familiari che hanno spesso almeno tre-quattro bambini era improponibile.
Così da settembre hanno cominciato a cercare casa. Ma è successo che nessun proprietario, né a Scampia, né a Napoli centro, né in provincia, si è mostrato disposto ad affittare loro la propria abitazione. Si sono visti chiudere le porte in faccia da tutti…
Io ho provato a smuovere le mie conoscenze, mi sono rivolta a vari gruppi ecclesiastici conosciuti grazie a un progetto fatto a scuola: prelati, sacerdoti e altra gente del settore, chiedevo se avessero abitazioni da affittare, ma sempre pagando; tutti mi hanno risposto che non era nelle loro possibilità...
Allora ho interpellato un gruppo WhatsApp di circa cento persone; ho spiegato la situazione, ho chiesto aiuto, nessuno mi ha risposto, tranne uno che mi ha parlato di una casa a Bagnoli a mille duecento euro al mese...
Ho chiesto anche ad altri gruppi e associazioni che fanno volontariato nella zona di Giugliano, Qualiano, Lago Patria; anche lì mi hanno promesso di interessarsi ma non è successo nulla.
L’unico che si sta occupando di queste famiglie è padre Alessandro, il parroco della zona, che ha aperto uno sportello di ascolto e supporto, provando a fornire delle garanzie ai proprietari, ma anche lì con scarsi risultati.
Alla fine, la maggior parte di queste famiglie sono state costrette a orientarsi verso la zona di Castel Volturno, Baia Verde, Villaggio Coppola. Lì è terra di nessuno, e molte villette e abitazioni sono gestite in modo equivoco.
La conseguenza è che moltissimi bambini sono stati costretti ad abbandonare la scuola. Io insegno in una quarta elementare, ma sono la responsabile dell’inclusione per tutto l’istituto, e conosco tantissime situazioni del genere: si tratta di un esodo enorme…».
«Alcune famiglie sono state anche truffate – continua Elvira –, hanno versato tre mensilità anticipate e sono state derubate. Qualcuno è riuscito a trovare casa a Giugliano, o dalle parti di via Stadera. Ma anche questi hanno dovuto lasciare la scuola.
Al momento, almeno il sessanta per cento dei bambini dell’istituto ha cambiato scuola o non sta frequentando, perché dalla periferia di Giugliano o di Marano è difficile raggiungere Scampia.
La preside, grazie ad alcune donazioni, ha noleggiato un pulmino da ventotto posti, ma i punti di raccolta sono troppo distanti dalle abitazioni di questi bambini. L’autista ne carica solo quattro o cinque ogni mattina... Molti si sono appoggiati dai parenti, e intanto continuano a cercare. Per quanto precarie, per loro quelle case erano un punto fermo.
C’è gente che viveva lì da trent’anni, avevano la loro storia, le loro amicizie. Le stesse donne, che spesso devono fronteggiare situazioni drammatiche, riuscivano a fare gruppo. I bambini non ne parliamo, hanno perso la scuola, gli amichetti...
Ad agosto il Comune si è preoccupato di garantire gli autobus per accompagnare queste famiglie al mare. La maggior parte non ne ha usufruito, perché dopo il crollo non avevano nemmeno gli indumenti da mettere addosso, non c’era la testa per andare al mare; quindi questi pullman hanno viaggiato vuoti, addirittura fino alla fine di settembre, quando le scuole erano iniziate da un pezzo; poi si sono fermati, ma a quel punto perché non usarli per andare a prendere questi bambini sradicati, sparpagliati ovunque, e accompagnarli a scuola la mattina?».
Fonte
Anche l’ultima delle tre Vele rimaste in piedi è ormai quasi vuota. Una volta erogato il contributo di “autonoma sistemazione” a chi lascia gli appartamenti, il comune di Napoli si è lavato le mani di tutto il resto. Il crollo del 23 luglio scorso nella Vela Celeste ha accelerato e stravolto le tabelle di marcia fissate con il programma Restart Scampia.
Nella Celeste gli abitanti non sono mai più rientrati. Da settembre gli inquilini delle Vele Gialla e Rossa hanno ricevuto un preavviso che annunciava la comunicazione, nelle settimane successive, dello sgombero ad horas. Così si è completata la diaspora.
Non appena le persone lasciano l’abitazione, gli operai procedono a murarla.
Da quel momento in poi, e se gli abitanti risultano presenti nel censimento realizzato dal Comune nel 2023, si attiva il sussidio – dai quattrocento ai novecento euro, a seconda del numero dei componenti il nucleo familiare, della presenza di anziani e disabili. Un sussidio che verrà erogato fino a che “le esigenze abitative siano state soddisfatte in modo stabile”.
In ogni caso, non oltre il 31 dicembre 2025 e comunque non spetterà più “qualora l’esigenza abitativa sia stata temporaneamente soddisfatta a titolo gratuito da una pubblica amministrazione”. Per il sussidio sono state stanziate risorse per circa tre milioni di euro (917 mila per il 2024 e poco più di due milioni per il 2025).
L’apertura di un cantiere per la costruzione degli alloggi che sostituiranno le Vele è stata annunciata a inizio novembre. Il sindaco ha dichiarato che entro il 2026 saranno completati i primi duecentocinquanta appartamenti.
La data di ultimazione dei lavori è prevista per il 2027. Sono scadenze che suscitano non pochi timori tra gli ex abitanti delle Vele, dal momento che l’erogazione del contributo di autonoma sistemazione terminerebbe molto prima.
Il presidente dell’ottava Municipalità, Nicola Nardella, ha dichiarato però che nessuno deve allarmarsi, perché un decreto del governo garantirebbe la continuità del finanziamento fino a che l’ultimo alloggio di nuova costruzione non sia stato consegnato.
Lo stesso Nardella ha affermato che la situazione di emergenza abitativa causata dallo sgombero delle tre Vele riguarda 543 nuclei familiari, ovvero circa mille e settecento persone. Di quale sarà il loro destino, però, nessuno sembra preoccuparsi.
Gli assistenti sociali sono comparsi al fianco della polizia municipale solo per intimare agli irriducibili di sgomberare, ma nessun piano di reale supporto è stato progettato, e tanto meno realizzato, per accompagnare un esodo di simili proporzioni.
Ancora Nardella – in questi mesi onnipresente sui media locali – a fine novembre si è preso la briga di farsi intervistare dal tg regionale unicamente per lanciare velate minacce contro una quindicina di famiglie che ancora si attardavano a lasciare la Vela Gialla. “Bisogna uscire e bisogna farlo in maniera rapidissima...”, ha intimato dal teleschermo.
Del fatto che gli ex abitanti delle Vele non riescano a trovare chi affitti loro un appartamento, nessuna istituzione sembra volersi fare carico. Al mercato non si comanda.
Nelle aree limitrofe a Scampia – corso Secondigliano, Melito, Miano – i proprietari stanno ponendo condizioni capestro, al di fuori della portata di molte famiglie – due buste paga, tre mensilità anticipate – quando non apertamente provocatorie, come il divieto di portare con sé animali domestici e addirittura più di un certo numero di bambini.
In tanti si stanno arrangiando da familiari e parenti, ma per quanto ancora potranno farlo? Qualcuno ha trovato casa verso Giugliano, oppure direttamente dalle parti di Castel Volturno, a chilometri di distanza dai luoghi di lavoro, dalle relazioni familiari e amicali.
Più della metà degli sgomberati sono minori. Dalle scuole di Scampia, a partire da settembre, è cominciata una continua migrazione di allievi. Tutto questo – la difficoltà a trovare una sistemazione, lo sradicamento forzato, il percorso scolastico interrotto di centinaia di bambini – non è oggetto di alcun accompagnamento. Il sussidio in tasca, e poi ognuno per sé.
Fatima, vent’anni, abitava nella Vela Gialla con la madre e il fratello. «A settembre sono arrivati i vigili – racconta –. “Iniziate a prepararvi, perché da un momento all’altro vi portiamo un’altra carta di sfratto immediato. Questa seconda carta ci è arrivata a fine ottobre. Ce ne siamo andati da casa un venerdì mattina. Gli operai dovevano murarla, ma avevano altre case da chiudere al piano di sotto. L’hanno murata il martedì successivo, ma era già entrato qualcuno a prendersi quel che restava... Abitavamo lì dal 2007».
«Il sussidio è arrivato qualche giorno dopo – continua Fatima –. Ottocento euro per tre persone: mia mamma, che è invalida, mio fratello di ventisette anni che fa il barbiere e io che faccio la parrucchiera. Stiamo cercando una sistemazione, ma qui in zona non si trova niente. Per il momento ci appoggiamo dai miei zii a Miano, che hanno già quattro figli.
Un giorno ci siamo fatti tutti i vicoli intorno al mercatino di Secondigliano per chiedere se ci fossero case in affitto. Una signora ci ha detto: “Andatevene, per la gente delle Vele le case non ci stanno”.
Alle agenzie diciamo che siamo di Mugnano, di Giugliano. Poi ci chiedono le buste paga, ma chi ce le ha? Io lavoro a nero, e pure mio fratello. Anche le mie amiche stanno avendo difficoltà. La mia vicina ha cinque figli, qui non ha trovato niente, se n’è dovuta andare a Castel Volturno.
Pensa che a un’amica di mia mamma hanno chiesto: “Signora, quanti figli avete?” Lei ha tre figli. “Ci dispiace, ne accettiamo solo due”. “E quest’altro che ne faccio, lo devo buttare?”, gli ha detto lei».
Gli abitanti delle Vele sono sempre stati trattati come umanità di scarto. Abbandonati per decenni dentro edifici inabitabili – l’ultimo censimento del 2016 lo metteva nero su bianco, ma non accadde niente –, in quelle mura è comunque trascorsa la loro vita, e per quanto abbiano lottato per decenni per vederle andare giù, adesso staccarsene non è facile, soprattutto in vista di destinazioni incerte e comunque precarie.
Elvira Quagliarella insegna da quarant’anni a Scampia. La sua scuola si chiama Virgilio IV, un istituto che comprende scuola dell’infanzia, primaria e secondaria. In questi mesi ha provato a darsi da fare per alleviare la situazione critica di molte famiglie dei suoi alunni, ma ha dovuto constatare che le dimensioni dell’esodo in corso sopravanzano di molto la buona volontà dei singoli individui.
«L’amministrazione locale – racconta Elvira – aveva proposto a ciascun nucleo un sussidio mensile, oppure la scelta di abitare in albergo. Quasi tutti hanno scelto il sussidio perché negli alberghi sarebbero stati costretti a lasciare la camera ogni mattina per rientrare nel tardo pomeriggio. Per nuclei familiari che hanno spesso almeno tre-quattro bambini era improponibile.
Così da settembre hanno cominciato a cercare casa. Ma è successo che nessun proprietario, né a Scampia, né a Napoli centro, né in provincia, si è mostrato disposto ad affittare loro la propria abitazione. Si sono visti chiudere le porte in faccia da tutti…
Io ho provato a smuovere le mie conoscenze, mi sono rivolta a vari gruppi ecclesiastici conosciuti grazie a un progetto fatto a scuola: prelati, sacerdoti e altra gente del settore, chiedevo se avessero abitazioni da affittare, ma sempre pagando; tutti mi hanno risposto che non era nelle loro possibilità...
Allora ho interpellato un gruppo WhatsApp di circa cento persone; ho spiegato la situazione, ho chiesto aiuto, nessuno mi ha risposto, tranne uno che mi ha parlato di una casa a Bagnoli a mille duecento euro al mese...
Ho chiesto anche ad altri gruppi e associazioni che fanno volontariato nella zona di Giugliano, Qualiano, Lago Patria; anche lì mi hanno promesso di interessarsi ma non è successo nulla.
L’unico che si sta occupando di queste famiglie è padre Alessandro, il parroco della zona, che ha aperto uno sportello di ascolto e supporto, provando a fornire delle garanzie ai proprietari, ma anche lì con scarsi risultati.
Alla fine, la maggior parte di queste famiglie sono state costrette a orientarsi verso la zona di Castel Volturno, Baia Verde, Villaggio Coppola. Lì è terra di nessuno, e molte villette e abitazioni sono gestite in modo equivoco.
La conseguenza è che moltissimi bambini sono stati costretti ad abbandonare la scuola. Io insegno in una quarta elementare, ma sono la responsabile dell’inclusione per tutto l’istituto, e conosco tantissime situazioni del genere: si tratta di un esodo enorme…».
«Alcune famiglie sono state anche truffate – continua Elvira –, hanno versato tre mensilità anticipate e sono state derubate. Qualcuno è riuscito a trovare casa a Giugliano, o dalle parti di via Stadera. Ma anche questi hanno dovuto lasciare la scuola.
Al momento, almeno il sessanta per cento dei bambini dell’istituto ha cambiato scuola o non sta frequentando, perché dalla periferia di Giugliano o di Marano è difficile raggiungere Scampia.
La preside, grazie ad alcune donazioni, ha noleggiato un pulmino da ventotto posti, ma i punti di raccolta sono troppo distanti dalle abitazioni di questi bambini. L’autista ne carica solo quattro o cinque ogni mattina... Molti si sono appoggiati dai parenti, e intanto continuano a cercare. Per quanto precarie, per loro quelle case erano un punto fermo.
C’è gente che viveva lì da trent’anni, avevano la loro storia, le loro amicizie. Le stesse donne, che spesso devono fronteggiare situazioni drammatiche, riuscivano a fare gruppo. I bambini non ne parliamo, hanno perso la scuola, gli amichetti...
Ad agosto il Comune si è preoccupato di garantire gli autobus per accompagnare queste famiglie al mare. La maggior parte non ne ha usufruito, perché dopo il crollo non avevano nemmeno gli indumenti da mettere addosso, non c’era la testa per andare al mare; quindi questi pullman hanno viaggiato vuoti, addirittura fino alla fine di settembre, quando le scuole erano iniziate da un pezzo; poi si sono fermati, ma a quel punto perché non usarli per andare a prendere questi bambini sradicati, sparpagliati ovunque, e accompagnarli a scuola la mattina?».
Fonte
19/06/2024
Italia - È allarme dissesto economico nel 6% dei Comuni
L’Italia è noto come il paese dei campanili, ma molti di questi rischiano di rimanere silenti nel prossimo futuro. I comuni italiani sono ben 7.896, ma almeno il 6% di questi se la passano male, talmente male che sono sull’orlo del fallimento perché è allarme rosso sui conti comunali.
Sono infatti 470 i comuni in stato di crisi: 257 in predissesto e 213 in dissesto. Un numero pari addirittura al 6% del totale complessivo dei municipi italiani. A certificarlo è una ricerca della Fondazione nazionale dei commercialisti, la quale sottolinea come a soffrire maggiormente siano i piccoli comuni e le aree del Mezzogiorno
Ma quali sono le ragioni di questo allarme rosso? “Uno dei fattori scatenanti le criticità finanziarie – scrivono i ricercatori della fondazione – è l’incapacità di riscossione e quindi di assicurare all’ente l’effettività delle risorse necessarie a garantire la sostenibilità delle spese senza generare disavanzi”.
Un’elaborazione effettuata sui dati 2022 mette in evidenza che nelle regioni in cui si fa più fatica a incassare le entrate locali si registra un’incidenza più alta di dissesti. I picchi più alti si registrano in Sicilia (32%), Calabria (24%) e Campania (22%).
Provando poi ad analizzare il periodo 2012-2024, emergono i casi di cinque enti che hanno dichiarato il dissesto da quasi 10 anni (ben oltre la durata prevista dalla norma, come fa notare la ricerca). C’è comunque un incremento di dissesti tra il 2018-2023 con un picco nel 2019 (35), un leggero calo nel biennio 2020-2021 per effetto delle misure straordinarie Covid e una ripresa nel 2023 (39).
A soffrire, come anticipato, sono soprattutto i piccoli centri: quasi il 45% dei casi riguarda comuni con popolazione inferiore a 5mila abitanti (e fra questi il 24% rappresentato enti con popolazione addirittura sotto i 2mila abitanti), mentre il 55% si trova nella fascia tra i 5mila e i 99.999 abitanti. Oltre i 100mila abitanti l’unico Comune capoluogo a rischio è Catania.
Una dinamica molto simile si verifica per i comuni in pre-dissesto: il 53% ha una popolazione inferiore a 5mila abitanti e si concentra per quasi la metà al Sud, mentre il 46% è raggruppato nelle classi con popolazione compresa tra i 5mila e i 100mila abitanti, anche in questo caso concentrato per il 44% al Sud.
Solo il 2% dei comuni si colloca nelle classi demografiche con popolazione superiore a 100mila abitanti e si tratta di capoluoghi di provincia situati prevalentemente al Sud (Alessandria, Andria, Avellino, Brindisi, Imperia, Lecce, Messina, Napoli, Palermo, Pescara, Potenza, Rieti). Il dato delle procedure di pre-dissteso o dissesto al Nord (il 12%) è concentrato nei Comuni con popolazione inferiore a 5mila abitanti.
Questa condizione ha anche molto a che a fare con lo spopolamento delle aree interne sulle quali lo stesso PNRR ha eliminato i fondi previsti per concentrarli nelle Zone Economiche Speciali sulle coste, nei pressi di porti e aeroporti.
Tra degrado idrogeologico ed eventi sismici, ripetuti e devastanti, e depressione economica, spopolamento etc., la geografia sociale del paese sta cambiando profondamente. In particolare la zona appenninica, le zone interne – con maggiore intensità nel centro-sud – si vanno desertificando. Ma la questione non sembra appassionare nessuno, né il governo né le regioni.
Fonte
Sono infatti 470 i comuni in stato di crisi: 257 in predissesto e 213 in dissesto. Un numero pari addirittura al 6% del totale complessivo dei municipi italiani. A certificarlo è una ricerca della Fondazione nazionale dei commercialisti, la quale sottolinea come a soffrire maggiormente siano i piccoli comuni e le aree del Mezzogiorno
Ma quali sono le ragioni di questo allarme rosso? “Uno dei fattori scatenanti le criticità finanziarie – scrivono i ricercatori della fondazione – è l’incapacità di riscossione e quindi di assicurare all’ente l’effettività delle risorse necessarie a garantire la sostenibilità delle spese senza generare disavanzi”.
Un’elaborazione effettuata sui dati 2022 mette in evidenza che nelle regioni in cui si fa più fatica a incassare le entrate locali si registra un’incidenza più alta di dissesti. I picchi più alti si registrano in Sicilia (32%), Calabria (24%) e Campania (22%).
Provando poi ad analizzare il periodo 2012-2024, emergono i casi di cinque enti che hanno dichiarato il dissesto da quasi 10 anni (ben oltre la durata prevista dalla norma, come fa notare la ricerca). C’è comunque un incremento di dissesti tra il 2018-2023 con un picco nel 2019 (35), un leggero calo nel biennio 2020-2021 per effetto delle misure straordinarie Covid e una ripresa nel 2023 (39).
A soffrire, come anticipato, sono soprattutto i piccoli centri: quasi il 45% dei casi riguarda comuni con popolazione inferiore a 5mila abitanti (e fra questi il 24% rappresentato enti con popolazione addirittura sotto i 2mila abitanti), mentre il 55% si trova nella fascia tra i 5mila e i 99.999 abitanti. Oltre i 100mila abitanti l’unico Comune capoluogo a rischio è Catania.
Una dinamica molto simile si verifica per i comuni in pre-dissesto: il 53% ha una popolazione inferiore a 5mila abitanti e si concentra per quasi la metà al Sud, mentre il 46% è raggruppato nelle classi con popolazione compresa tra i 5mila e i 100mila abitanti, anche in questo caso concentrato per il 44% al Sud.
Solo il 2% dei comuni si colloca nelle classi demografiche con popolazione superiore a 100mila abitanti e si tratta di capoluoghi di provincia situati prevalentemente al Sud (Alessandria, Andria, Avellino, Brindisi, Imperia, Lecce, Messina, Napoli, Palermo, Pescara, Potenza, Rieti). Il dato delle procedure di pre-dissteso o dissesto al Nord (il 12%) è concentrato nei Comuni con popolazione inferiore a 5mila abitanti.
Questa condizione ha anche molto a che a fare con lo spopolamento delle aree interne sulle quali lo stesso PNRR ha eliminato i fondi previsti per concentrarli nelle Zone Economiche Speciali sulle coste, nei pressi di porti e aeroporti.
Tra degrado idrogeologico ed eventi sismici, ripetuti e devastanti, e depressione economica, spopolamento etc., la geografia sociale del paese sta cambiando profondamente. In particolare la zona appenninica, le zone interne – con maggiore intensità nel centro-sud – si vanno desertificando. Ma la questione non sembra appassionare nessuno, né il governo né le regioni.
Fonte
20/04/2024
Guerra in Ucraina - Ricompaiono in Germania i bambini ucraini “rapiti dai russi”
“I soldati di Mosca rapiscono e deportano in Russia i bambini ucraini“; s’intende, per indottrinarli e trasformarli in “automi” agli ordini del Cremlino e, in generale, per “distruggere la nazione ucraina”. Le organizzazioni umanitarie russe che evacuano i bambini dalle zone di guerra sono in realtà agli ordini di Putin e del FSB.
Quante volte si sono ripetute queste “verità”, a conferma della malvagità dei “vicini settentrionali” nei confronti dei “poveri ucraini” che, sin dalla più tenera età, soffrono per le “mire imperiali” di Mosca. Ladri di bambini!
In verità molti bambini ucraini sono venuti a trovarsi in Russia; si calcola che siano stati almeno 700.000. Perché i genitori li hanno affidati alle cure delle organizzazioni umanitarie russe per il periodo della guerra, oppure queste ultime li hanno evacuati da orfanotrofi e asili all’approssimarsi del fronte, o ancora perché si erano venuti a trovare in Russia insieme alla madre, dopo che il padre era stato mobilitato.
Poi, all’improvviso, un gruppo di quei bambini – 161 per l’esattezza – “rapiti e deportati” in Russia, viene scoperto in Germania. E Kiev, per bocca del capo della polizia Ivan Vygovskij, è costretta ad ammettere che ciò è la dura verità.
C’è di più: la Commissione d’inchiesta della Duma russa sui crimini di Kiev nei confronti dei bambini, ad esempio, aveva accertato che lo scorso anno, nel territorio di Kupjansk (nella regione di Khar’kov controllata da Kiev), reparti ucraini si erano dati a «rapire bambini, sottraendoli forzatamente alle famiglie», seguendo una rotta che conduce all’organizzazione “Angeli bianchi” e, quindi, a “Save Ukraina”, che vende i bambini a famiglie dell’Europa occidentale.
Per la verità, il “deficit” di piccoli ucraini ha radici un po’ più lontane e diverse dai “rapimenti di guerra”.
Stando ai dati del Ministero della giustizia di Kiev, nota Viktorija Titova su Ukraina.ru, dal 2013 la natalità in Ucraina si è praticamente dimezzata e nel 2022 si è quasi ridotta di ¼ rispetto al 2021. Secondo l’economista ucraino Aleksej Kushch, la natalità annuale si è ridotta dai 660.000 bambini del 1991, ai 364.000 del 2017, fino ai 187.000 del 2023.
Secondo The Times, l’Ucraina è oggi il paese con la più bassa natalità al mondo (l’accademica ucraina Ella Libanova prevede un coefficiente di natalità per il 2023-2024 di 0,71) e l’economista ucraino Evgenij Astakhov afferma che «il problema demografico è sorto non per la guerra, ma molto prima; quantunque la guerra lo abbia approfondito di molto».
In base alle cifre riportate da Viktorija Titova, il picco demografico ucraino si era avuto nel 1993, quando la popolazione aveva raggiunto i 52,17 milioni; al 1 gennaio 2022 (prima dell’inizio del conflitto) il Comitato statistico rilevava 34,5 milioni di abitanti, da cui poi si devono sottrarre i milioni di profughi, a guerra iniziata.
Così che cause prime della crisi demografica sono state la bassissima natalità, l’alta mortalità e l’emigrazione, a partire da quella delle persone in età fertile, afferma la sociologa Ol’ga Jarmak, che evidenzia il calo sistematico della natalità e l’alto livello di mortalità: rispettivamente 8,1 e 14,7 su mille nel 2020. Inoltre, se in generale si ritiene che una normale riproduzione della popolazione sia assicurata con un tasso di natalità di 2,15 figli per donna, già nel 2021 in Ucraina l’indicatore era fermo a 0,7.
Se Kiev accusa Mosca per la propria catastrofe demografica, ecco che Countrymeters mostra tutt’altra dinamica, soprattutto a partire dal 1993, con prospettive da ora al 2100 in calo costante.
E ciò che più di ogni altro fattore agisce sulla situazione è, anche qui, il fattore economico-sociale. Dopo l’inizio del conflitto nel febbraio 2022 e l’enorme flusso di profughi ucraini, ricorda Jarmak, varie organizzazioni tedesche presero a studiare i gruppi di emigrati e risultava che la guerra era al 5-6° posto tra le cause che li avevano spinti a lasciare il paese. Gli intervistati raccontavano per lo più che pensavano da tempo di emigrare e l’inizio della guerra aveva solo dato loro la spinta decisiva.
Un altro esempio: nel 2015-2016, racconta la sociologa, con gli studenti si erano esaminati i documenti di giovani delle formazioni neonaziste disponibili in rete e risultava che, nella stragrande maggioranza dei casi, provenivano da piccoli centri di provincia, in cui, negli anni precedenti la distruzione dello “spazio economico comune” postsovietico, non mancavano né lavoro, né imprese sviluppate, né c’era carenza di abitazioni, ecc.
Quando quello spezio fu liquidato, in quelle aree non era rimasto più nulla e si erano trasformate in agglomerati di delinquenza “lümperizzata”, così che a quei giovani, desiderosi di «autorealizzazione, non rimaneva che la strada della “idea nazionale”, del patriottismo banderista e dell’ideologa del superuomo» propagandate dal regime di Kiev; oltre, ovviamente, all’emigrazione.
In generale, afferma Jarmak, bisogna parlare di suicidio demografico della popolazione ucraina da parte della stessa Ucraina, con migliaia e migliaia di donne che emigrano coi figli, senza alcuna intenzione di tornare, e anche con centinaia di migliaia di uomini in età lavorativa che rimangono in emigrazione per qualche decennio, allora il futuro non promette nulla. Oltretutto, pare che l’emigrazione per motivi di lavoro si sia verificata soprattutto dalle regioni occidentali dell’Ucraina, dove maggiore era il numero di famiglie numerose rispetto alle regioni orientali.
C’è da dire che quello demografico non è l’unico “anti-record” conquistato da Vladimir Zelenskij che oggi parla di un esercito di 880.000 uomini e di una popolazione di circa trenta milioni di persone, anche se l’ex primo ministro ante-majdan Nikolaj Azarov parla di meno di 20 milioni: d’altronde, da oltre due decenni non è stato condotto un censimento.
Ridotto alla disperazione, il nazigolpista-capo tenta di portare dalla sua parte i riflettori ormai irrimediabilmente puntati su altre aree e blatera di attentati alla propria vita, mentre impone a tutti gli uomini ucraini di non lasciare il paese, tanta è la fame di chair à canon indigena di rimpiazzo alle armi occidentali che arrivano sempre meno.
La realtà, già oggi, afferma il direttore dell’Istituto ucraino del futuro Vadim Denisenko, è che, anche a guerra terminata, si dovrà «prorogare per almeno per tre anni il divieto di emigrazione per gli uomini. In caso contrario, non ci conserveremo come nazione».
Fonte
Quante volte si sono ripetute queste “verità”, a conferma della malvagità dei “vicini settentrionali” nei confronti dei “poveri ucraini” che, sin dalla più tenera età, soffrono per le “mire imperiali” di Mosca. Ladri di bambini!
In verità molti bambini ucraini sono venuti a trovarsi in Russia; si calcola che siano stati almeno 700.000. Perché i genitori li hanno affidati alle cure delle organizzazioni umanitarie russe per il periodo della guerra, oppure queste ultime li hanno evacuati da orfanotrofi e asili all’approssimarsi del fronte, o ancora perché si erano venuti a trovare in Russia insieme alla madre, dopo che il padre era stato mobilitato.
Poi, all’improvviso, un gruppo di quei bambini – 161 per l’esattezza – “rapiti e deportati” in Russia, viene scoperto in Germania. E Kiev, per bocca del capo della polizia Ivan Vygovskij, è costretta ad ammettere che ciò è la dura verità.
C’è di più: la Commissione d’inchiesta della Duma russa sui crimini di Kiev nei confronti dei bambini, ad esempio, aveva accertato che lo scorso anno, nel territorio di Kupjansk (nella regione di Khar’kov controllata da Kiev), reparti ucraini si erano dati a «rapire bambini, sottraendoli forzatamente alle famiglie», seguendo una rotta che conduce all’organizzazione “Angeli bianchi” e, quindi, a “Save Ukraina”, che vende i bambini a famiglie dell’Europa occidentale.
Per la verità, il “deficit” di piccoli ucraini ha radici un po’ più lontane e diverse dai “rapimenti di guerra”.
Stando ai dati del Ministero della giustizia di Kiev, nota Viktorija Titova su Ukraina.ru, dal 2013 la natalità in Ucraina si è praticamente dimezzata e nel 2022 si è quasi ridotta di ¼ rispetto al 2021. Secondo l’economista ucraino Aleksej Kushch, la natalità annuale si è ridotta dai 660.000 bambini del 1991, ai 364.000 del 2017, fino ai 187.000 del 2023.
Secondo The Times, l’Ucraina è oggi il paese con la più bassa natalità al mondo (l’accademica ucraina Ella Libanova prevede un coefficiente di natalità per il 2023-2024 di 0,71) e l’economista ucraino Evgenij Astakhov afferma che «il problema demografico è sorto non per la guerra, ma molto prima; quantunque la guerra lo abbia approfondito di molto».
In base alle cifre riportate da Viktorija Titova, il picco demografico ucraino si era avuto nel 1993, quando la popolazione aveva raggiunto i 52,17 milioni; al 1 gennaio 2022 (prima dell’inizio del conflitto) il Comitato statistico rilevava 34,5 milioni di abitanti, da cui poi si devono sottrarre i milioni di profughi, a guerra iniziata.
Così che cause prime della crisi demografica sono state la bassissima natalità, l’alta mortalità e l’emigrazione, a partire da quella delle persone in età fertile, afferma la sociologa Ol’ga Jarmak, che evidenzia il calo sistematico della natalità e l’alto livello di mortalità: rispettivamente 8,1 e 14,7 su mille nel 2020. Inoltre, se in generale si ritiene che una normale riproduzione della popolazione sia assicurata con un tasso di natalità di 2,15 figli per donna, già nel 2021 in Ucraina l’indicatore era fermo a 0,7.
Se Kiev accusa Mosca per la propria catastrofe demografica, ecco che Countrymeters mostra tutt’altra dinamica, soprattutto a partire dal 1993, con prospettive da ora al 2100 in calo costante.
E ciò che più di ogni altro fattore agisce sulla situazione è, anche qui, il fattore economico-sociale. Dopo l’inizio del conflitto nel febbraio 2022 e l’enorme flusso di profughi ucraini, ricorda Jarmak, varie organizzazioni tedesche presero a studiare i gruppi di emigrati e risultava che la guerra era al 5-6° posto tra le cause che li avevano spinti a lasciare il paese. Gli intervistati raccontavano per lo più che pensavano da tempo di emigrare e l’inizio della guerra aveva solo dato loro la spinta decisiva.
Un altro esempio: nel 2015-2016, racconta la sociologa, con gli studenti si erano esaminati i documenti di giovani delle formazioni neonaziste disponibili in rete e risultava che, nella stragrande maggioranza dei casi, provenivano da piccoli centri di provincia, in cui, negli anni precedenti la distruzione dello “spazio economico comune” postsovietico, non mancavano né lavoro, né imprese sviluppate, né c’era carenza di abitazioni, ecc.
Quando quello spezio fu liquidato, in quelle aree non era rimasto più nulla e si erano trasformate in agglomerati di delinquenza “lümperizzata”, così che a quei giovani, desiderosi di «autorealizzazione, non rimaneva che la strada della “idea nazionale”, del patriottismo banderista e dell’ideologa del superuomo» propagandate dal regime di Kiev; oltre, ovviamente, all’emigrazione.
In generale, afferma Jarmak, bisogna parlare di suicidio demografico della popolazione ucraina da parte della stessa Ucraina, con migliaia e migliaia di donne che emigrano coi figli, senza alcuna intenzione di tornare, e anche con centinaia di migliaia di uomini in età lavorativa che rimangono in emigrazione per qualche decennio, allora il futuro non promette nulla. Oltretutto, pare che l’emigrazione per motivi di lavoro si sia verificata soprattutto dalle regioni occidentali dell’Ucraina, dove maggiore era il numero di famiglie numerose rispetto alle regioni orientali.
C’è da dire che quello demografico non è l’unico “anti-record” conquistato da Vladimir Zelenskij che oggi parla di un esercito di 880.000 uomini e di una popolazione di circa trenta milioni di persone, anche se l’ex primo ministro ante-majdan Nikolaj Azarov parla di meno di 20 milioni: d’altronde, da oltre due decenni non è stato condotto un censimento.
Ridotto alla disperazione, il nazigolpista-capo tenta di portare dalla sua parte i riflettori ormai irrimediabilmente puntati su altre aree e blatera di attentati alla propria vita, mentre impone a tutti gli uomini ucraini di non lasciare il paese, tanta è la fame di chair à canon indigena di rimpiazzo alle armi occidentali che arrivano sempre meno.
La realtà, già oggi, afferma il direttore dell’Istituto ucraino del futuro Vadim Denisenko, è che, anche a guerra terminata, si dovrà «prorogare per almeno per tre anni il divieto di emigrazione per gli uomini. In caso contrario, non ci conserveremo come nazione».
Fonte
02/11/2023
Gli ucraini non rispondono alla “mobilitazione per la vittoria”
Solo disillusioni, per il nazigolpista-capo di Kiev, Vladimir Zelenskij, dagli incontri esteri e dal fronte di guerra interno.
L’incontro del 28 ottobre a Malta, presenti rappresentanti di paesi del G7, Qatar, Sud Africa, India, Turchia, Brasile, Messico, ha registrato un flebile interesse alla “formula di pace in dieci punti” lanciata da Kiev, soprattutto da parte dei paesi del cosiddetto “Sud globale”, giustamente molto più preoccupati dalla possibile evoluzione dell’aggressione terroristica israeliana a Gaza.
L’episodio si aggiunge alla doccia fredda dello scorso viaggio a Washington di Zelenskij e, soprattutto, all’impietoso quadro tracciato da Time a proposito della fantomatica vittoria cui crede (quantomeno a parole) soltanto lui.
Proprio dopo Washington, per ragioni diverse, ha cominciato a manifestarsi sempre più apertamente la stanchezza di molti “partner occidentali” verso l’Ucraina golpista.
Addirittura, nel più stretto entourage di Zelenskij si ammette la delusione del capo, lasciato «senza mezzi per la vittoria in guerra» e rifornito appena quel tanto che basta per «sopravvivere ad essa»; e non viene affatto condivisa la sua ostentata fede, che «rasenta il messianismo», nella vittoria finale sulla Russia.
Una fede che gli fa rifiutare categoricamente ogni accenno anche solo a un cessate il fuoco temporaneo. Così che, al fronte, sono proprio alcuni comandanti che si rifiutano di eseguire gli ordini presidenziali d’attacco.
È stato il caso, ad esempio, a inizi ottobre, per l’ordine di prendere Gorlovka, uno dei centri più martoriati del Donbass sin dal 2014, cui i militari hanno risposto che «non ci sono uomini, armi. Dove è l’artiglieria? Dove sono le reclute?».
Ecco: le reclute.
A Šostka, una cittadina dell’Ucraina nordorientale nella regione di Sumy, si sta procedendo alla formazione di una nuova unità di Difesa territoriale. Lo scorso 24 ottobre il distretto militare cittadino ha convocato i giovani da 14 a 16 anni da inviare a non meglio precisati “corsi speciali”.
Il timore è che i ragazzi vadano a ingrossare le file della nuova brigata da poco formata; e anche se dal distretto negano tale possibilità, la preoccupazione è data dal progetto di legge presentato alla Rada lo scorso agosto sul divieto di espatrio per i giovani maschi da 16 a 18 anni.
Ancor prima, lo scorso febbraio, il canale yankee News Nation aveva mandato in onda una trasmissione su una generica “Accademia” ucraina in cui ragazzi da 15 a 17 anni venivano addestrati al combattimento.
Se si aggiunge poi la tradizione majdanista delle “colonie estive” organizzate da “Patrioti d’Ucraina”, e poi da “Azov”, per impratichire i giovanissimi all’uso delle armi, il quadro è quasi completo.
Manca da aggiungere che a partire dal mese di novembre comincia ufficialmente la mobilitazione delle ragazze e dei giovani finora giudicati “rivedibili”, affetti da tubercolosi, manifestazioni temporanee di disturbi mentali, malattie progressive del sistema nervoso centrale, HIV asintomatico, ecc.
Insomma, la carne da cannone da gettare nel tritacarne voluto da Washington e applaudito da Bruxelles scarseggia sempre più a Kiev e la junta nazigolpista sta spremendo le ultime riserve.
Dopotutto, chi altri se non i “patron” yankee, sin dagli anni ’90, avevano predetto, per bocca del famigerato Zbigniew Brzezinski, che negli anni a partire dal 2030 «in Ucraina non dovranno rimanere più di 20 milioni di abitanti»?
Nonostante la propaganda vaneggi di “masse di volontari” per il fronte, le statistiche indicano che già circa ventimila ucraini in età di mobilitazione sono stati fermati alla frontiera.
E, tra quelli mobilitati – ma questo Kiev non lo racconta – ecco che in Donbass ha già raggiunto la linea del fronte il primo battaglione “Bogdan Khmel’nitskij”, formato de ex soldati ucraini, inquadrato nell’unità russa tattico-operativa “Kaskad”.
La fuga dei giovani ucraini dalla chiamata alle armi non è d’altronde iniziata ora, o dal febbraio 2022. Sin dai primi tempi dell’aggressione ucraina al Donbass, erano frequenti i casi di espatrio di singoli o di gruppi di giovani, con le famiglie che li nascondevano o li proteggevano in ogni modo, anche bloccando i veicoli che portavano ai distretti i giovani renitenti catturati.
Per la verità, all’epoca la consegna – chiamiamola “forzosa” – della cartolina precetto, rivestiva ancora forme “artigianali” e solo raramente le tecniche “professionali” di così largo impiego negli ultimi mesi, che ricordano da vicino i sistemi usati dai terribili arruolatori della marina britannica di qualche secolo fa, con giovani e meno giovani (comunque, in età di mobilitazione) letteralmente accalappiati in strada, trascinati a forza nei furgoni e portati nelle caserme.
Ed è molto difficile fare di questi giovani “volontari” – ricorrenti i casi di 40-50enni che si iscrivono all’Università per la seconda laurea, sperando di rinviare la chiamata: sembra che dovranno essere direttamente i rettori a decidere la loro sorte – degli ufficiali capaci, senza i quali ogni azione bellica si risolve in disastri.
È ciò che già da mesi sta accadendo con l’esercito di Kiev e che, unito alla “fuga” di molti istruttori occidentali, porta al conflitto tra Zelenskij e il comandante in capo Valerij Zalužnij, che insiste per interrompere le offensive su determinate direttrici, passando alla difesa, per ripristinare le capacità delle truppe e tentare la sorte la prossima primavera.
Questo nonostante che, già così, la mobilitazione riesca a tenere il passo con le forti perdite quotidiane.
Oggi, militari del battaglione neonazista “Lupi da Vinci” – praticamente dissanguato dagli attacchi russi nell’area di Kupjansk – dichiarano che se la popolazione ucraina non prenderà parte tutta insieme al conflitto, non parteciperà, in forme diverse a seconda dei mezzi, alla “mobilitazione totale”, il paese semplicemente scomparirà.
Scomparirà, se non in guerra, anche solo con le misure majdaniste che da dieci anni fanno diventare realtà le previsioni di Zbigniew Brzezinski: eliminazione del servizio sanitario-epidemiologico statale e della fluorografia, in quanto “pratica sovietica obsoleta”, deficit volontario dei medicinali dovuto a accordi sottobanco con imprecisate “organizzazioni internazionali”, leggi che semplificano l'espianto di organi (per l’export), ecc.
Così che in base a cifre ufficiali del Servizio ucraino di emigrazione, al maggio scorso la popolazione ucraina superava di poco i 23 milioni di abitanti, contro i 51,5 milioni del 1991 e i 48,5 milioni del 2001: nel 2023 si è dunque tornati al numero di “anime” che popolavano quello che sarebbe diventato il futuro territorio ucraino secondo il censimento zarista del 1897.
Anche per cercare di nascondere questa voragine, Kiev ha deciso di annullare il censimento della popolazione previsto per quest’anno – la legge prevede che si tenga non meno di una volta ogni dieci anni – dopo che l’ultimo era stato effettuato nel 2001: dieci anni dopo il censimento dell’Ucraina “indipendente” nel 1991.
Di fatto, la rilevazione fissata al 2016 era stata rinviata al 2020, per esser poi spostata al 2023; e ora annullata.
Si eviterà così di conteggiare le “anime” dei renitenti alla mobilitazione che, per la modica cifra di diecimila dollari, acquistano il proprio “certificato di morte”.
Fonte
L’incontro del 28 ottobre a Malta, presenti rappresentanti di paesi del G7, Qatar, Sud Africa, India, Turchia, Brasile, Messico, ha registrato un flebile interesse alla “formula di pace in dieci punti” lanciata da Kiev, soprattutto da parte dei paesi del cosiddetto “Sud globale”, giustamente molto più preoccupati dalla possibile evoluzione dell’aggressione terroristica israeliana a Gaza.
L’episodio si aggiunge alla doccia fredda dello scorso viaggio a Washington di Zelenskij e, soprattutto, all’impietoso quadro tracciato da Time a proposito della fantomatica vittoria cui crede (quantomeno a parole) soltanto lui.
Proprio dopo Washington, per ragioni diverse, ha cominciato a manifestarsi sempre più apertamente la stanchezza di molti “partner occidentali” verso l’Ucraina golpista.
Addirittura, nel più stretto entourage di Zelenskij si ammette la delusione del capo, lasciato «senza mezzi per la vittoria in guerra» e rifornito appena quel tanto che basta per «sopravvivere ad essa»; e non viene affatto condivisa la sua ostentata fede, che «rasenta il messianismo», nella vittoria finale sulla Russia.
Una fede che gli fa rifiutare categoricamente ogni accenno anche solo a un cessate il fuoco temporaneo. Così che, al fronte, sono proprio alcuni comandanti che si rifiutano di eseguire gli ordini presidenziali d’attacco.
È stato il caso, ad esempio, a inizi ottobre, per l’ordine di prendere Gorlovka, uno dei centri più martoriati del Donbass sin dal 2014, cui i militari hanno risposto che «non ci sono uomini, armi. Dove è l’artiglieria? Dove sono le reclute?».
Ecco: le reclute.
A Šostka, una cittadina dell’Ucraina nordorientale nella regione di Sumy, si sta procedendo alla formazione di una nuova unità di Difesa territoriale. Lo scorso 24 ottobre il distretto militare cittadino ha convocato i giovani da 14 a 16 anni da inviare a non meglio precisati “corsi speciali”.
Il timore è che i ragazzi vadano a ingrossare le file della nuova brigata da poco formata; e anche se dal distretto negano tale possibilità, la preoccupazione è data dal progetto di legge presentato alla Rada lo scorso agosto sul divieto di espatrio per i giovani maschi da 16 a 18 anni.
Ancor prima, lo scorso febbraio, il canale yankee News Nation aveva mandato in onda una trasmissione su una generica “Accademia” ucraina in cui ragazzi da 15 a 17 anni venivano addestrati al combattimento.
Se si aggiunge poi la tradizione majdanista delle “colonie estive” organizzate da “Patrioti d’Ucraina”, e poi da “Azov”, per impratichire i giovanissimi all’uso delle armi, il quadro è quasi completo.
Manca da aggiungere che a partire dal mese di novembre comincia ufficialmente la mobilitazione delle ragazze e dei giovani finora giudicati “rivedibili”, affetti da tubercolosi, manifestazioni temporanee di disturbi mentali, malattie progressive del sistema nervoso centrale, HIV asintomatico, ecc.
Insomma, la carne da cannone da gettare nel tritacarne voluto da Washington e applaudito da Bruxelles scarseggia sempre più a Kiev e la junta nazigolpista sta spremendo le ultime riserve.
Dopotutto, chi altri se non i “patron” yankee, sin dagli anni ’90, avevano predetto, per bocca del famigerato Zbigniew Brzezinski, che negli anni a partire dal 2030 «in Ucraina non dovranno rimanere più di 20 milioni di abitanti»?
Nonostante la propaganda vaneggi di “masse di volontari” per il fronte, le statistiche indicano che già circa ventimila ucraini in età di mobilitazione sono stati fermati alla frontiera.
E, tra quelli mobilitati – ma questo Kiev non lo racconta – ecco che in Donbass ha già raggiunto la linea del fronte il primo battaglione “Bogdan Khmel’nitskij”, formato de ex soldati ucraini, inquadrato nell’unità russa tattico-operativa “Kaskad”.
La fuga dei giovani ucraini dalla chiamata alle armi non è d’altronde iniziata ora, o dal febbraio 2022. Sin dai primi tempi dell’aggressione ucraina al Donbass, erano frequenti i casi di espatrio di singoli o di gruppi di giovani, con le famiglie che li nascondevano o li proteggevano in ogni modo, anche bloccando i veicoli che portavano ai distretti i giovani renitenti catturati.
Per la verità, all’epoca la consegna – chiamiamola “forzosa” – della cartolina precetto, rivestiva ancora forme “artigianali” e solo raramente le tecniche “professionali” di così largo impiego negli ultimi mesi, che ricordano da vicino i sistemi usati dai terribili arruolatori della marina britannica di qualche secolo fa, con giovani e meno giovani (comunque, in età di mobilitazione) letteralmente accalappiati in strada, trascinati a forza nei furgoni e portati nelle caserme.
Ed è molto difficile fare di questi giovani “volontari” – ricorrenti i casi di 40-50enni che si iscrivono all’Università per la seconda laurea, sperando di rinviare la chiamata: sembra che dovranno essere direttamente i rettori a decidere la loro sorte – degli ufficiali capaci, senza i quali ogni azione bellica si risolve in disastri.
È ciò che già da mesi sta accadendo con l’esercito di Kiev e che, unito alla “fuga” di molti istruttori occidentali, porta al conflitto tra Zelenskij e il comandante in capo Valerij Zalužnij, che insiste per interrompere le offensive su determinate direttrici, passando alla difesa, per ripristinare le capacità delle truppe e tentare la sorte la prossima primavera.
Questo nonostante che, già così, la mobilitazione riesca a tenere il passo con le forti perdite quotidiane.
Oggi, militari del battaglione neonazista “Lupi da Vinci” – praticamente dissanguato dagli attacchi russi nell’area di Kupjansk – dichiarano che se la popolazione ucraina non prenderà parte tutta insieme al conflitto, non parteciperà, in forme diverse a seconda dei mezzi, alla “mobilitazione totale”, il paese semplicemente scomparirà.
Scomparirà, se non in guerra, anche solo con le misure majdaniste che da dieci anni fanno diventare realtà le previsioni di Zbigniew Brzezinski: eliminazione del servizio sanitario-epidemiologico statale e della fluorografia, in quanto “pratica sovietica obsoleta”, deficit volontario dei medicinali dovuto a accordi sottobanco con imprecisate “organizzazioni internazionali”, leggi che semplificano l'espianto di organi (per l’export), ecc.
Così che in base a cifre ufficiali del Servizio ucraino di emigrazione, al maggio scorso la popolazione ucraina superava di poco i 23 milioni di abitanti, contro i 51,5 milioni del 1991 e i 48,5 milioni del 2001: nel 2023 si è dunque tornati al numero di “anime” che popolavano quello che sarebbe diventato il futuro territorio ucraino secondo il censimento zarista del 1897.
Anche per cercare di nascondere questa voragine, Kiev ha deciso di annullare il censimento della popolazione previsto per quest’anno – la legge prevede che si tenga non meno di una volta ogni dieci anni – dopo che l’ultimo era stato effettuato nel 2001: dieci anni dopo il censimento dell’Ucraina “indipendente” nel 1991.
Di fatto, la rilevazione fissata al 2016 era stata rinviata al 2020, per esser poi spostata al 2023; e ora annullata.
Si eviterà così di conteggiare le “anime” dei renitenti alla mobilitazione che, per la modica cifra di diecimila dollari, acquistano il proprio “certificato di morte”.
Fonte
21/04/2023
Per fare figli bisogna guadagnare bene. Ma governo e imprese non possono ammetterlo
Un lettore distratto di giornali (sempre meno, e ci sarà un perché...) o un telespettatore senza memoria potrebbero in questi giorni aver capito che il governo Meloni si sta finalmente interessando al problema del drammatico ‘calo demografico’.
A prescindere da come la si pensa in tema di natalità, la riproduzione della popolazione in quantità sufficiente a mantenere gli equilibri economici e sociali dovrebbe occupare un posto di prima fila tra le preoccupazioni di un governo. Sia a Cuba che in Italia, insomma.
Nel nostro piccolo ci siamo occupati con una certa frequenza del calo demografico disastroso che caratterizza questo paese individuando una lunga serie di cause che “fanno sistema”, in senso ovviamente negativo, e che richiederebbero risposte all’altezza.
Confrontandoci con altri punti di vista, abbiamo perciò sviluppato non solo una qualche “sensibilità” al tema, ma anche individuato una serie di possibili correttivi molto concreti, ossia adottabili ancor prima di “arrivare al socialismo”.
Possiamo dire perciò con assoluta certezza che le “proposte” avanzate alla bell’e meglio dai ministri, oltretutto, considerati “meno incompetenti” sono delle boiate pazzesche, tali da far impallidire la fantasia di Fracchia.
Sia Giorgia Meloni che Giancarlo Giorgetti, in questi giorni, hanno occupato le prime pagine con parole in libertà che rivelano ignoranza assoluta ma soprattutto una mentalità pericolosa per la sopravvivenza di questo paese.
Vediamole separatamente, perché sono concretamente diverse tra loro (e questo già garantisce che il governo nel suo complesso non sa assolutamente che pesci prendere) ma figlie della stessa mentalità. Reazionaria, certo, ma soprattutto all’origine di due “soluzioni” che non potranno mai funzionare e dunque aggraveranno il problema (semmai si farà qualche passo in quelle direzioni).
Il “lodo Giorgetti”
Rivelata da Il Foglio, e indirettamente confermata dal leghista Massimo Bitonci, sottosegretario al ministero delle Imprese e compagno di partito di Giorgetti, viene descritta sinteticamente così: “un bonus famiglie modello ‘110%’ pensato per i genitori con figli. In sintesi: niente tasse per chi fa figli”.
Più precisamente Bitonci, vista l’impossibilità di eliminare totalmente la tassazione, fissa la detrazione fiscale ad almeno 10mila euro l’anno per ogni figlio a carico.
Seguono ipotesi di dettagli tecnici che diventano sempre più arzigogolati e fantasiosi ad ogni domanda, ma che mirano a nascondere il punto chiave: far pagare allo Stato – mediante la riduzione delle tasse – quella quota di reddito ritenuta necessaria per “incentivare” la voglia di far figli.
Si possono immediatamente far notare due cose: la “detrazione di 10.000 euro” (o qualsiasi altra cifra) non sarebbe la cifra in più a disposizione delle famiglie, ma solo la quota di reddito su cui non si pagherebbero le tasse (nel caso di reddito a 25.000 euro si pagherebbero solo su 15.000, con un risparmio forse di circa 2.000 euro l’anno).
Difficile pensare che uno sconticino del genere possa essere sufficiente a programmare un figlio, sicuramente più “costoso”, come sa ogni madre e ogni padre.
Ma a chi sarebbe rivolta questa misura? Evidentemente a chi un reddito di una qualche consistenza ce l’ha, sia perché lavora, sia perché può mettere a valore qualche proprietà. Insomma, la classe media e quella benestante.
Resterebbero fuori tutti gli altri: occupati a basso reddito, disoccupati (neet), precari, in nero, incapienti, ecc. La stragrande maggioranza assoluta tra quanti sono in età “fertile”.
Considerando la misura dal punto di vista puramente numerico, comunque, ed anche se l’idea avesse incredibilmente successo, il “lodo Giorgetti” porterebbe un incremento delle nascite estremamente basso, assolutamente insufficiente a coprire il gap con le generazioni precedenti.
Ricordiamo sempre che nel 2022 sono nati meno di 400.000 bambini, a metà anni ‘60 erano oltre un milione.
Insomma, l’unico lato positivo del “lodo Giorgetti” sta nel riconoscimento indiretto – negato invece in ogni talk show – che le condizioni economiche sono decisive nel consentire, oppure nello sconsigliare, di mettere al mondo un figlio.
Un po’ pochino, no?
La “pensata” di Meloni
Onestamente sgangherata, invece, l’ideuzza buttata lì dalla presidente del consiglio, nel mezzo di una dichiarazione volante finalizzata a giustificare le strette emergenzialiste contro i migranti.
“Io penso che la prima soluzione a cui bisogna lavorare è il lavoro femminile. Credo che prima di arrivare al tema immigrazione, per esempio, sulla possibilità di coinvolgere molte più donne nel mercato del lavoro. Poi c’è il tema di incentivare la natalità, queste sono le priorità su cui lavorare”.
“È oggettivo – ha aggiunto – che noi in Italia abbiamo un problema di tenuta del nostro sistema economico e sociale dato dal fatto che per troppi anni non abbiamo investito sulla natalità e sulla demografia”.
“Il modo sul quale lavora il governo non è risolverlo con i migranti ma risolverlo con quella grande riserva inutilizzata che è il lavoro femminile, perché alzando i livelli del lavoro femminile e portandoli alla media europea già i nostri dati cambierebbero molto, e lavorando sulla demografia e, quindi, sull’incentivazione della possibilità da parte delle famiglie di mettere al mondo dei figli”.
Come si vede, di concreto non c’è assolutamente nulla. Se anche tutte le donne attualmente disoccupate venissero immediatamente inserite al lavoro al posto di migranti (e come? con delle mobilitazioni militari di massa? con un ukaze presidenziale?) resterebbe irrisolto il problema – su cui pure Giorgia Meloni straparla a sproposito – di “allineare le competenze” alle esigenze delle imprese, che dichiarano di non trovare facilmente quel che a loro serve.
Le due questioni sono infatti chiaramente distinte.
La gran massa degli immigrati è occupata in mansioni che richiedono in prevalenza resistenza fisica ma non troppe “competenze” (nei campi, nella logistica, nella ristorazione, ecc.). E mettere al loro posto un “esercito” di donne non sarebbe probabilmente sufficiente; né incontrerebbe, pensiamo di poter dire, il “consenso degli imprenditori”. Non c’è infatti alcuna possibilità concreta che le “competenze” di una massa generica di donne siano proprio del tipo per cui le imprese hanno selezionato lavoratori immigrati.
Ma, quand’anche fosse possibile, non si capisce in base a quale ragionamento quelle donne-faticatrici dovrebbe sentirsi “incentivate” a fare figli che finora hanno evitato di fare. Avrebbero certamente un po’ di reddito in più (non molto, come riferisce ogni inchiesta sui lavoratori migranti), ma le condizioni del mercato del lavoro in quei settori garantiscono che ogni eventuale maternità si tradurrebbe all’istante in licenziamento...
In ogni caso, i processi demografici che pure dovessero per miracolo derivare da questa chiamata alle “braccia femminili per la patria” avrebbero tempi di sviluppo decisamente lunghi (una generazione, ossia venti anni, se non parecchi di più). E dunque sarebbero senza effetti concreti per gli anni a venire...
Dunque la “pensata” di Meloni non vale un fico secco. È propaganda spicciola, buona per tenere occupate redazioni servili, accompagnata dalle solite genuflessioni agli imprenditori – il governo sarebbe “al lavoro per creare un ecosistema favorevole alle imprese, con tasse giuste, giustizia e burocrazia al servizio dei cittadini. La prima di queste riforme è già sul tavolo: una delega con cui ci poniamo l’obiettivo di abbassare la pressione fiscale per le imprese” (non sanno pensare altro...) – che però potrebbero trovare un po’ troppo vacue le idee meloniane.
Il problema vero: occupazione, salario, servizi
In definitiva, messi alle strette dalla domanda che viene dal mondo imprenditoriale e dalla stabilità di lungo periodo della spesa pubblica, entrambi questi fantasiosi esponenti di un governo stolido perché reazionario arrivano ad ammettere – controvoglia – che le condizioni di vita hanno un peso negativo rilevante sulle possibilità di riproduzione. Vanificando così la loro stessa propaganda (“i giovani che non hanno voglia di prendersi responsabilità”) e quella delle imprese (“non troviamo dipendenti per colpa del reddito di cittadinanza [580 euro, al massimo]).
Ma non ne vogliono trarre le conclusioni necessarie.
Nel mondo contemporaneo i figli sono diventati un costo elevato, anziché una “ricchezza potenziale” (il proletariato si distingueva, appunto, per avere come unica ricchezza “i figli”). Anzi, un costo sempre più elevato quanto più lo Stato “si ritira”, chiudendo asili di infanzia, tagliando la sanità, riducendo le possibilità di difesa dei lavoratori dipendenti (quante donne dichiarano di aver rinunciato a fare figli per la certezza, altrimenti, di perdere il lavoro?).
Dunque le donne e le famiglie possono “programmare” una decisione del genere, e magari anche più di una volta, soltanto se:
– l’occupazione in generale viene incrementata anche ricorrendo all’iniziativa “pubblica” (è curioso che si possa addebitare allo Stato i costi della “detrazione fiscale”, o addirittura il “60% del salario di un giovane nuovo assunto”, ma non quelli per la creazione di nuovi posti di pubblica utilità, o addirittura direttamente produttivi di nuova ricchezza);
– i salari pagati dalle imprese sono adeguati a consentire il mantenimento di se stessi e dei figli (attualmente la situazione è che una famiglia con due salari “regolari” fa fatica ad arrivare a fine mese anche senza figli);
– i servizi sociali (asili, sanità pediatrica, tutela delle madri sul lavoro, ecc.) vengono potenziati, anziché distrutti come fatto dai governi degli ultimi 30 anni (Meloni e Giorgetti erano già stati ministri prima di questa tornata, giusto?).
Inutile dire che il governo Meloni, come quello Draghi e tutti gli altri, sta seguendo la via completamente opposta, E che, dunque, stia ormai quasi consapevolmente perseguendo l’obiettivo dell’estinzione. Altro che “sostituzione etnica”...
Fonte
A prescindere da come la si pensa in tema di natalità, la riproduzione della popolazione in quantità sufficiente a mantenere gli equilibri economici e sociali dovrebbe occupare un posto di prima fila tra le preoccupazioni di un governo. Sia a Cuba che in Italia, insomma.
Nel nostro piccolo ci siamo occupati con una certa frequenza del calo demografico disastroso che caratterizza questo paese individuando una lunga serie di cause che “fanno sistema”, in senso ovviamente negativo, e che richiederebbero risposte all’altezza.
Confrontandoci con altri punti di vista, abbiamo perciò sviluppato non solo una qualche “sensibilità” al tema, ma anche individuato una serie di possibili correttivi molto concreti, ossia adottabili ancor prima di “arrivare al socialismo”.
Possiamo dire perciò con assoluta certezza che le “proposte” avanzate alla bell’e meglio dai ministri, oltretutto, considerati “meno incompetenti” sono delle boiate pazzesche, tali da far impallidire la fantasia di Fracchia.
Sia Giorgia Meloni che Giancarlo Giorgetti, in questi giorni, hanno occupato le prime pagine con parole in libertà che rivelano ignoranza assoluta ma soprattutto una mentalità pericolosa per la sopravvivenza di questo paese.
Vediamole separatamente, perché sono concretamente diverse tra loro (e questo già garantisce che il governo nel suo complesso non sa assolutamente che pesci prendere) ma figlie della stessa mentalità. Reazionaria, certo, ma soprattutto all’origine di due “soluzioni” che non potranno mai funzionare e dunque aggraveranno il problema (semmai si farà qualche passo in quelle direzioni).
Il “lodo Giorgetti”
Rivelata da Il Foglio, e indirettamente confermata dal leghista Massimo Bitonci, sottosegretario al ministero delle Imprese e compagno di partito di Giorgetti, viene descritta sinteticamente così: “un bonus famiglie modello ‘110%’ pensato per i genitori con figli. In sintesi: niente tasse per chi fa figli”.
Più precisamente Bitonci, vista l’impossibilità di eliminare totalmente la tassazione, fissa la detrazione fiscale ad almeno 10mila euro l’anno per ogni figlio a carico.
Seguono ipotesi di dettagli tecnici che diventano sempre più arzigogolati e fantasiosi ad ogni domanda, ma che mirano a nascondere il punto chiave: far pagare allo Stato – mediante la riduzione delle tasse – quella quota di reddito ritenuta necessaria per “incentivare” la voglia di far figli.
Si possono immediatamente far notare due cose: la “detrazione di 10.000 euro” (o qualsiasi altra cifra) non sarebbe la cifra in più a disposizione delle famiglie, ma solo la quota di reddito su cui non si pagherebbero le tasse (nel caso di reddito a 25.000 euro si pagherebbero solo su 15.000, con un risparmio forse di circa 2.000 euro l’anno).
Difficile pensare che uno sconticino del genere possa essere sufficiente a programmare un figlio, sicuramente più “costoso”, come sa ogni madre e ogni padre.
Ma a chi sarebbe rivolta questa misura? Evidentemente a chi un reddito di una qualche consistenza ce l’ha, sia perché lavora, sia perché può mettere a valore qualche proprietà. Insomma, la classe media e quella benestante.
Resterebbero fuori tutti gli altri: occupati a basso reddito, disoccupati (neet), precari, in nero, incapienti, ecc. La stragrande maggioranza assoluta tra quanti sono in età “fertile”.
Considerando la misura dal punto di vista puramente numerico, comunque, ed anche se l’idea avesse incredibilmente successo, il “lodo Giorgetti” porterebbe un incremento delle nascite estremamente basso, assolutamente insufficiente a coprire il gap con le generazioni precedenti.
Ricordiamo sempre che nel 2022 sono nati meno di 400.000 bambini, a metà anni ‘60 erano oltre un milione.
Insomma, l’unico lato positivo del “lodo Giorgetti” sta nel riconoscimento indiretto – negato invece in ogni talk show – che le condizioni economiche sono decisive nel consentire, oppure nello sconsigliare, di mettere al mondo un figlio.
Un po’ pochino, no?
La “pensata” di Meloni
Onestamente sgangherata, invece, l’ideuzza buttata lì dalla presidente del consiglio, nel mezzo di una dichiarazione volante finalizzata a giustificare le strette emergenzialiste contro i migranti.
“Io penso che la prima soluzione a cui bisogna lavorare è il lavoro femminile. Credo che prima di arrivare al tema immigrazione, per esempio, sulla possibilità di coinvolgere molte più donne nel mercato del lavoro. Poi c’è il tema di incentivare la natalità, queste sono le priorità su cui lavorare”.
“È oggettivo – ha aggiunto – che noi in Italia abbiamo un problema di tenuta del nostro sistema economico e sociale dato dal fatto che per troppi anni non abbiamo investito sulla natalità e sulla demografia”.
“Il modo sul quale lavora il governo non è risolverlo con i migranti ma risolverlo con quella grande riserva inutilizzata che è il lavoro femminile, perché alzando i livelli del lavoro femminile e portandoli alla media europea già i nostri dati cambierebbero molto, e lavorando sulla demografia e, quindi, sull’incentivazione della possibilità da parte delle famiglie di mettere al mondo dei figli”.
Come si vede, di concreto non c’è assolutamente nulla. Se anche tutte le donne attualmente disoccupate venissero immediatamente inserite al lavoro al posto di migranti (e come? con delle mobilitazioni militari di massa? con un ukaze presidenziale?) resterebbe irrisolto il problema – su cui pure Giorgia Meloni straparla a sproposito – di “allineare le competenze” alle esigenze delle imprese, che dichiarano di non trovare facilmente quel che a loro serve.
Le due questioni sono infatti chiaramente distinte.
La gran massa degli immigrati è occupata in mansioni che richiedono in prevalenza resistenza fisica ma non troppe “competenze” (nei campi, nella logistica, nella ristorazione, ecc.). E mettere al loro posto un “esercito” di donne non sarebbe probabilmente sufficiente; né incontrerebbe, pensiamo di poter dire, il “consenso degli imprenditori”. Non c’è infatti alcuna possibilità concreta che le “competenze” di una massa generica di donne siano proprio del tipo per cui le imprese hanno selezionato lavoratori immigrati.
Ma, quand’anche fosse possibile, non si capisce in base a quale ragionamento quelle donne-faticatrici dovrebbe sentirsi “incentivate” a fare figli che finora hanno evitato di fare. Avrebbero certamente un po’ di reddito in più (non molto, come riferisce ogni inchiesta sui lavoratori migranti), ma le condizioni del mercato del lavoro in quei settori garantiscono che ogni eventuale maternità si tradurrebbe all’istante in licenziamento...
In ogni caso, i processi demografici che pure dovessero per miracolo derivare da questa chiamata alle “braccia femminili per la patria” avrebbero tempi di sviluppo decisamente lunghi (una generazione, ossia venti anni, se non parecchi di più). E dunque sarebbero senza effetti concreti per gli anni a venire...
Dunque la “pensata” di Meloni non vale un fico secco. È propaganda spicciola, buona per tenere occupate redazioni servili, accompagnata dalle solite genuflessioni agli imprenditori – il governo sarebbe “al lavoro per creare un ecosistema favorevole alle imprese, con tasse giuste, giustizia e burocrazia al servizio dei cittadini. La prima di queste riforme è già sul tavolo: una delega con cui ci poniamo l’obiettivo di abbassare la pressione fiscale per le imprese” (non sanno pensare altro...) – che però potrebbero trovare un po’ troppo vacue le idee meloniane.
Il problema vero: occupazione, salario, servizi
In definitiva, messi alle strette dalla domanda che viene dal mondo imprenditoriale e dalla stabilità di lungo periodo della spesa pubblica, entrambi questi fantasiosi esponenti di un governo stolido perché reazionario arrivano ad ammettere – controvoglia – che le condizioni di vita hanno un peso negativo rilevante sulle possibilità di riproduzione. Vanificando così la loro stessa propaganda (“i giovani che non hanno voglia di prendersi responsabilità”) e quella delle imprese (“non troviamo dipendenti per colpa del reddito di cittadinanza [580 euro, al massimo]).
Ma non ne vogliono trarre le conclusioni necessarie.
Nel mondo contemporaneo i figli sono diventati un costo elevato, anziché una “ricchezza potenziale” (il proletariato si distingueva, appunto, per avere come unica ricchezza “i figli”). Anzi, un costo sempre più elevato quanto più lo Stato “si ritira”, chiudendo asili di infanzia, tagliando la sanità, riducendo le possibilità di difesa dei lavoratori dipendenti (quante donne dichiarano di aver rinunciato a fare figli per la certezza, altrimenti, di perdere il lavoro?).
Dunque le donne e le famiglie possono “programmare” una decisione del genere, e magari anche più di una volta, soltanto se:
– l’occupazione in generale viene incrementata anche ricorrendo all’iniziativa “pubblica” (è curioso che si possa addebitare allo Stato i costi della “detrazione fiscale”, o addirittura il “60% del salario di un giovane nuovo assunto”, ma non quelli per la creazione di nuovi posti di pubblica utilità, o addirittura direttamente produttivi di nuova ricchezza);
– i salari pagati dalle imprese sono adeguati a consentire il mantenimento di se stessi e dei figli (attualmente la situazione è che una famiglia con due salari “regolari” fa fatica ad arrivare a fine mese anche senza figli);
– i servizi sociali (asili, sanità pediatrica, tutela delle madri sul lavoro, ecc.) vengono potenziati, anziché distrutti come fatto dai governi degli ultimi 30 anni (Meloni e Giorgetti erano già stati ministri prima di questa tornata, giusto?).
Inutile dire che il governo Meloni, come quello Draghi e tutti gli altri, sta seguendo la via completamente opposta, E che, dunque, stia ormai quasi consapevolmente perseguendo l’obiettivo dell’estinzione. Altro che “sostituzione etnica”...
Fonte
06/07/2021
Rompere il fiato...
Avevamo ragione, non è servito a niente.
Cinque anni e cinque governi dopo la serie di scosse che ha demolito l’Italia appenninica, finalmente qualcuno ha trovato il coraggio di dire la verità.
Si chiama Donato Iacobucci, di mestiere fa il professore di Economia all’Università di Ancona, tra i suoi incarichi si segnala il coordinamento della Fondazione Merloni, con tutto quel che ne consegue.
La settimana scorsa, sul Corriere Adriatico, il professore ha firmato un lungo pezzo in cui dichiara superato il modello «silvo-pastorale», rileva come in ampie zone delle Marche ormai ci vivano soltanto quattro vecchi e, di conseguenza, bisogna cambiare strategia. Lo chiama «spopolamento programmato».
Leonardo Animali (ci ha scritto pure un libro) da tempi non sospetti parla di «strategia dell’abbandono», ovvero lasciare che le cose accadano e poi prenderne atto. Non ricostruiamo e la gente se ne va. La gente se ne va e non vale la pena ricostruire. L’operazione è riuscita ma il paziente è morto. Si dice così, no?
Loredana Lipperini, Silvia Ballestra, Phil Connors, il vostro affezionato cronista e altri quattro gatti ne hanno già parlato abbastanza di queste cose, ci abbiamo perso forze e voce a raccontarle in giro, raccogliendo al più pacche sulle spalle, parole di blando incoraggiamento, pietà e grandi chissenefrega detti con gli occhi.
Il concetto è sempre stato semplice: dell’Italia centrale terremotata, in fondo, non gliene frega niente a nessuno. Avevamo ragione. Ma, sapete com’è, la ragione si dà sempre agli scemi.
Nel cratere la gente è poca (sono pochi gli elettori), non è fotogenica né telegenica, parla con una cadenza brutta da ascoltare e dunque non vale la pena starla a sentire.
Quando è arrivato il Covid e si parlava di «isolamento nell’isolamento», si diceva solo la metà del vero: qui non c’è distanziamento sociale perché il distanziamento è naturale. Non c’è più nessuno, lo dice anche Iacobucci.
Ha ragione, anche se finge di non sapere che il vero modello superato non è quello «silvo-pastorale», ma quello dei Merloni, che in dieci anni sono riusciti a perdere tutto il potere accumulato dal dopoguerra in poi. Ma questa è un’altra storia.
Sul terremoto si è parlato molto di «resilienza» – termine da rovesciare al più presto in negativo – e molto poco di «resistenza», che invece è il vero punto centrale della vicenda.
Quella dei terremotati, infatti, è una gara di resistenza: si tratta di correre per chilometri e chilometri per arrivare al traguardo. E se ci arrivi, ti ritroverai stravolto dalla stanchezza, con l’espressione del sopravvissuto più che del vincitore. Ecco, nelle gare di resistenza c’è sempre un momento in cui bisogna rompere il fiato: quando pensi di non farcela più, senti i polmoni che bruciano, il cuore in gola e organi di cui non sospettavi l’esistenza che fanno male. In quel momento o riesci ad andare avanti o ti fermi e ti ritiri.
Cinque anni e cinque governi dopo, siamo esattamente nel momento in cui bisogna rompere il fiato. E scegliere: resistere ancora, opporsi allo «spopolamento programmato», alla colonizzazione turistica, alla ricostruzione che non c’è. L’alternativa è facile: arrendersi e dare ragione a tutti gli Iacobucci del mondo. Via tutti, si vivrà altrove.
In questa estate di ennesima ripartenza, con il sol dell’obbedire che splende sui concertoni in zone protette, sugli abusi paesaggistici, sugli affari che vanno avanti, si parlerà molto di «opportunità», di futuri da inseguire, di rinascita dalle ceneri, anzi dalle macerie.
Ma tornerà un altro inverno. E lì capiremo se avremo rotto il fiato oppure no.
Fonte
Cinque anni e cinque governi dopo la serie di scosse che ha demolito l’Italia appenninica, finalmente qualcuno ha trovato il coraggio di dire la verità.
Si chiama Donato Iacobucci, di mestiere fa il professore di Economia all’Università di Ancona, tra i suoi incarichi si segnala il coordinamento della Fondazione Merloni, con tutto quel che ne consegue.
La settimana scorsa, sul Corriere Adriatico, il professore ha firmato un lungo pezzo in cui dichiara superato il modello «silvo-pastorale», rileva come in ampie zone delle Marche ormai ci vivano soltanto quattro vecchi e, di conseguenza, bisogna cambiare strategia. Lo chiama «spopolamento programmato».
Leonardo Animali (ci ha scritto pure un libro) da tempi non sospetti parla di «strategia dell’abbandono», ovvero lasciare che le cose accadano e poi prenderne atto. Non ricostruiamo e la gente se ne va. La gente se ne va e non vale la pena ricostruire. L’operazione è riuscita ma il paziente è morto. Si dice così, no?
Loredana Lipperini, Silvia Ballestra, Phil Connors, il vostro affezionato cronista e altri quattro gatti ne hanno già parlato abbastanza di queste cose, ci abbiamo perso forze e voce a raccontarle in giro, raccogliendo al più pacche sulle spalle, parole di blando incoraggiamento, pietà e grandi chissenefrega detti con gli occhi.
Il concetto è sempre stato semplice: dell’Italia centrale terremotata, in fondo, non gliene frega niente a nessuno. Avevamo ragione. Ma, sapete com’è, la ragione si dà sempre agli scemi.
Nel cratere la gente è poca (sono pochi gli elettori), non è fotogenica né telegenica, parla con una cadenza brutta da ascoltare e dunque non vale la pena starla a sentire.
Quando è arrivato il Covid e si parlava di «isolamento nell’isolamento», si diceva solo la metà del vero: qui non c’è distanziamento sociale perché il distanziamento è naturale. Non c’è più nessuno, lo dice anche Iacobucci.
Ha ragione, anche se finge di non sapere che il vero modello superato non è quello «silvo-pastorale», ma quello dei Merloni, che in dieci anni sono riusciti a perdere tutto il potere accumulato dal dopoguerra in poi. Ma questa è un’altra storia.
Sul terremoto si è parlato molto di «resilienza» – termine da rovesciare al più presto in negativo – e molto poco di «resistenza», che invece è il vero punto centrale della vicenda.
Quella dei terremotati, infatti, è una gara di resistenza: si tratta di correre per chilometri e chilometri per arrivare al traguardo. E se ci arrivi, ti ritroverai stravolto dalla stanchezza, con l’espressione del sopravvissuto più che del vincitore. Ecco, nelle gare di resistenza c’è sempre un momento in cui bisogna rompere il fiato: quando pensi di non farcela più, senti i polmoni che bruciano, il cuore in gola e organi di cui non sospettavi l’esistenza che fanno male. In quel momento o riesci ad andare avanti o ti fermi e ti ritiri.
Cinque anni e cinque governi dopo, siamo esattamente nel momento in cui bisogna rompere il fiato. E scegliere: resistere ancora, opporsi allo «spopolamento programmato», alla colonizzazione turistica, alla ricostruzione che non c’è. L’alternativa è facile: arrendersi e dare ragione a tutti gli Iacobucci del mondo. Via tutti, si vivrà altrove.
In questa estate di ennesima ripartenza, con il sol dell’obbedire che splende sui concertoni in zone protette, sugli abusi paesaggistici, sugli affari che vanno avanti, si parlerà molto di «opportunità», di futuri da inseguire, di rinascita dalle ceneri, anzi dalle macerie.
Ma tornerà un altro inverno. E lì capiremo se avremo rotto il fiato oppure no.
Fonte
14/02/2021
Come è vuota la città
Tra le conseguenze della pandemia da Covid ce n’è una ancora invisibile, anzi già evidente ma erroneamente pensata come transitoria, che inciderà notevolmente sull’economia del futuro e sulle nostra qualità della vita: lo svuotamento delle città. Per adesso sono state le conseguenze del lockdown a mostrarci le città desolatamente prive di esseri umani lo scorso anno, ma sono immagini che già abbiamo dimenticato non appena, cessate le limitazioni più drastiche alla mobilità, le strade si sono ripopolate di gente, le “movide” su cui i giornali, con punte di vero terrorismo mediatico, hanno puntato l’indice benpensante, ignorando che se le persone si sono riversate in strada è stato grazie ai provvedimenti governativi che lo permettevano. La presenza delle persone dentro le città in economia fa i conti con la loro capacità di consumare e spendere, la povertà è soprattutto limitazione di movimento per chi nei negozi può solo osservare le merci e può pagarsi con difficoltà i trasporti.
La società d’ingegneria britannica Arup, specializzata nell’analizzare tutti gli aspetti dell’ambiente edile, e l’Lse Cities, un centro di ricerca presso la London School of Economics, hanno lanciato in questi giorni l’allarme su un fenomeno che riguarda tutta l’Europa, Italia compresa. Se i fenomeni d’inurbamento e fuga dalle città che abbiamo studiato sui libri di storia si verificavano nell’arco di decenni, la crisi derivata dal Covid ha provocato dall’oggi al domani la perdita di migliaia di abitanti nei grandi centri europei. La chiusura degli uffici, la caduta nell’offerta dei servizi, il crollo del turismo sono elementi direttamente economici che hanno reso meno appetibili le capitali del vecchio continente, portando alla luce con più forza problemi che da decenni le rendono invivibili, come la questione abitativa con gli affitti alle stelle, la limitazione e il degrado dello spazio ambientale, l’accessibilità dei trasporti. Gli studi citati definiscono l’abbandono delle città come una scelta dei cittadini per riconnettersi con la vita. E questo fa paura alle lobby del cemento e della gentrificazione.
Se persino a Milano la crisi ha dato luogo a iniziative pubbliche per estendere le piste ciclabili e a nuovi spazi pubblici realizzati negli ex parcheggi, non può stupire che a Parigi, Londra, Madrid, Barcellona, Berlino e Amsterdam per soddisfare i bisogni dei pendolari impauriti dall’utilizzo di treni, metropolitane e autobus, considerati non sicuri durante la pandemia, siano state realizzate in poche settimane reti di piste ciclabili e pedonalizzazioni di intere aree che pongono le basi per una visione molto diversa sul futuro delle metropoli ridisegnando oltre alla ramificazione dei trasporti un nuovo assetto delle attività produttive, che con il terziario popolano i luoghi deputati a centro degli affari.
Se pensate che queste previsioni siano azzardate vi consiglio di dare un’occhiata allo studio dell’Economic Statistics Centre of Excellence, che ha calcolato in 700 mila persone quelle che hanno abbandonato Londra nell’ultimo anno. 700 mila, il doppio degli abitanti di Firenze o l’equivalente di città come Torino o Palermo. Il fenomeno londinese è un picco in Europa, sono usciti dalla Ue ma sempre europei sono, che pur con cifre meno appariscenti colpisce tutte le capitali, anche quelle di minori dimensioni. Come Dublino, per esempio, dove sono presenti molte società legate all’innovazione tecnologica, settore che più degli altri si presta allo smartworking, rendendo possibile lavorare a distanza senza sobbarcarsi gli affitti della capitale irlandese che erodono in maniera pesantissima i salari.
Secondo i ricercatori di Lse Cities e di Arup in realtà la pandemia ha soltanto accelerato un processo in atto. La richiesta di migliore qualità della vita in centri urbani cronicamente afflitti da inquinamento acustico e ambientale, prezzi delle case inaccessibili, trasporti inaffidabili, scuole inefficienti, proviene da molto lontano ma le amministrazioni locali si trovano adesso costrette ad affrontare delle scelte importanti senza più poter rinviare le decisioni. La proiezione di queste ricerche ci dice che il futuro vedrà l’articolazione delle città in centri di dimensioni molto ridotte e con i servizi che ruotano intorno ad agglomerati di cittadini meno consistenti dell’offerta indifferenziata e scadente che abbiamo adesso.
Città a dimensioni più umane che dovranno affrontare interventi in una scala minore e meno megalomane dei progetti indifferenziati per milioni di abitanti. Tra le ipotesi di sviluppo ed evoluzione della pandemia, questa è un’occasione che potrebbe rivelarsi favorevole alla popolazione. Come sempre dipenderà da chi e come gestirà la nuova economia post-Covid. Ma in ogni caso sempre di una nuova economia dovrà trattarsi.
Fonte
29/01/2020
Il ruolo della Russia e quello di Putin
Per aiutare la compagneria a districarsi tra categorie e identificazioni fatte ad capocchiam, proponiamo una lettura fortemente “oggettiva” di quanto accade in Russia. Che fa capire quanto sia sbagliato confonderla con l’Urss (e ognuno ha i suoi periodi preferiti, com’è noto).
Sul piano internazionale, indubbiamente, sta da anni giocando un ruolo di contrasto degli Stati Uniti in varie parti del mondo, in particolare qui, nel Mediterraneo. Ma ciò avviene a partire da interessi e considerazioni ben poco “antimperialiste”.
Sul piano economico, ha mantenuto un forte potere degli oligarchi, selezionando però la “categoria”: fuori dai giochi quelli che non guardano più alle “necessità nazionali”, ai vertici quelli che “collaborano” con la leadership politica.
Su tutto domina una preoccupazione che dovrebbe esistere anche in Italia, ma di cui nessuno sembra disposto ad occuparsi seriamente: il rilevante calo demografico, che in Russia come qui rischia di creare in pochissimi decenni un paese senza “ricambio organico”; a fine corsa, più che “in declino”.
Ciò che è differente è la risposta “della politica”. Nulla qui da noi, preoccupata e “centralizzatissima” a Mosca. Sta in questo, forse, la “diversità” che porta molti a scambiare la “continuità” di una gestione del potere politico per una inesistente continuità con le ragioni che avevano fatto dell’Urss un punto di riferimento obbligato per i movimenti di liberazione.
Guido Salerno Aletta – Milano Finanza
Putin prepara il dopo Putin, ma allo stesso tempo dimostra di avere più potere che mai, non solo sul piano delle relazioni internazionali quanto sul versante interno. Non prepara una futura successione individuando un Delfino, ma abbozzando un modello di riorganizzazione dello Stato in cui avrà comunque un ruolo di influenza sulle strategie internazionali, anche dopo il 2024, quando arriverà a scadenza l’incarico di Presidente della Federazione Russa.
Le riforme costituzionali abbozzate nel discorso tenuto il 15 gennaio scorso davanti all’Assemblea Federale non comportano dunque una riduzione dei poteri dei futuri Presidenti, ancorché il ruolo del Parlamento sarà più incisivo rispetto al potere attuale di accettazione o meno, in blocco, del governo designato dal Presidente. Non c’è dunque all’orizzonte una Russia deputinizzata, una Russia i cui Presidenti saranno privati dei vasti poteri di cui Putin ha fatto ampiamente uso, ma una Russia in cui Putin manterrà la propria influenza sulle scelte di politica estera e di difesa.
Aver tracciato questa prospettiva ellittica non significa affatto che Putin abbia iniziato un processo di affievolimento nella sua gestione del potere. Al contrario, ha messo sotto accusa la inefficacia della azione governativa in materia di politiche sociali, costringendo il Primo ministro Dmitry Medvedev alle dimissioni immediate.
È dunque sempre Putin che comanda, che dirige il Paese. In Russia ci sono cambiamenti al potere, in questo caso drastici e assolutamente inattesi, ma nella continuità del potere della Russia. Il Cremlino è sempre lo stesso, come diceva Winston Churchill: “un dilemma avvolto in un mistero, racchiuso in un enigma”.
Nel discorso di Putin ci sono contemporaneamente un prima ed un dopo; aspetti formali e dati sostanziali, problemi cui fornisce una risposta contingente fin nei dettagli mentre lascia in sospeso le strategie a lungo termine. Si affrontano contemporaneamente le questioni che attengono alla gestione del potere ed altre che corrispondono alla viva attesa sociale. Da queste occorre partire.
Putin ha affrontato direttamente il problema degli aiuti alle famiglie con figli, annunciando misure concrete per dare seguito alle promesse fatte da tanto tempo: vitto gratuito agli studenti più giovani, sussidi per le famiglie più povere che hanno bambini di età inferiore ai sette anni, premi di maternità per il primo figlio. La famiglia è dunque, per Putin, la prima rete sociale che ora occorre rinsaldare: sul piano esistenziale, la popolazione russa ha subito dapprima gli effetti devastanti del crollo dell’Urss e più di recente quelli della crisi economica del 2008-2014 che non sono stati compensati con le alchimie finanziarie e monetarie consuete in Occidente, attraverso l’aumento dei debiti pubblici e privati.
In Russia, il problema demografico è tornato a farsi drammatico: non solo il movimento naturale della popolazione ha registrato nel 2019 il peggior dato da undici anni a questa parte, con un calo di centomila persone rispetto all’anno precedente, ma la previsione mediana al 2035 considera una riduzione degli abitanti a 142,9 milioni rispetto agli attuali 146,7 milioni. Lo scenario peggiore ne pronostica un crollo, a 134,2 milioni: 12 milioni di persone in meno nell’arco di quindici anni.
C’è poi da considerare il numero elevato di espatri, soprattutto di giovani, di cui le statistiche ufficiali non riescono a dare piena contezza, dacché si considerano solo coloro che trasferiscono formalmente la propria residenza all’estero: nel 2017, ne risultarono ben 377 mila. Le discrepanze statistiche con le rilevazione degli immigrati nei Paesi aderenti all’OCSE mostrano flussi assai superiori. E le principali destinazioni sono, nell’ordine, Giappone, Italia, Israele e Germania.
La comunità di russi all’estero sarebbe ormai la terza al mondo, con 10,6 milioni, dopo quelle dei cinesi e dei messicani. La propensione a lasciare la Russia è tre volte più alta tra i giovani rispetto agli anziani, assai superiore tra coloro che risiedono a Mosca rispetto alle aree rurali, e tra quelli che hanno una istruzione più elevata o che appartengono ad una classe economicamente abbiente. Anche i viaggi di istruzione negli Usa, nonostante ogni controindicazione, proseguono.
La sconfessione dell’operato della componente ministeriale che in questi anni si è occupata delle problematiche sociali, giovanili e culturali è stata chiara.
Putin ha affidato la guida del nuovo governo a Mikhail Mishustin, un tecnico di alto livello che in questi anni si è occupato della riorganizzazione del sistema fiscale. Mentre è rimasta inalterata la squadra dei ministri di Esteri, Difesa, Interni ed Economia, gli altri sono stati sostituiti: continuità e discontinuità si appaiano, ancora una volta.
Anche Medvedev non sparirà dalla scena politica: rimarrà, ma con un ruolo diverso. Andrà a ricoprire l’incarico di Vice Presidente del Consiglio di Stato, un organo consultivo del Presidente che attualmente non prevede un tale incarico. Questo organismo, che oggi non è contemplato dalla Costituzione, avrà in futuro un ruolo forte, di indirizzo sulle questioni strategiche di politica estera e di difesa. Potrebbe dunque essere Putin a guidarlo, alla scadenza del suo mandato. Discontinuità e continuità si appaiano, ancora una volta.
Le mosse di Putin in queste ultime settimane, nei confronti della Turchia ed alla Conferenza di Berlino sulla Libia, sono andate a completare la strategia che ha portato la Russia ad uscire dalla marginalizzazione regionale cui era stata ridotta con la dissoluzione dell’URSS. È stato colto lo storico obiettivo di essere presenti nel Mediterraneo, con il sostegno dato alla Siria del Presidente Assad e l’appoggio fornito in Libia alla componente cirenaica guidata dal generale Haftar. Ora, si preannuncia anche il riconoscimento ufficiale da parte della Russia della zona dell’isola di Cipro che è occupata dai Turchi, in cambio di una base navale da tempo richiesta senza successo.
Prosegue dunque la strumentalizzazione delle ambizioni neo-ottomane del Presidente turco Tayyip Erdogan: in Siria, Putin ne ha sostenuto l’idiosincrasia nei confronti della minoranza curda, evitando così la formazione di uno Stato indipendente che avrebbe consentito all’America di avere basi militari proprie in grado di controllare da settentrione l’Iraq e l’Iran, svincolandosi da un alleato turco quanto mai incontrollabile.
Allo stesso modo, non ostacola né l’ambizione turca di usare l’area occupata nella zona settentrionale di Cipro per procedere allo sfruttamento delle risorse energetiche circostanti, a danno dei diritti legittimi della Grecia e di Cipro stessa, né l’asse con il Presidente libico al Serraj che si fonda su un accordo che crea due zone economiche esclusive contigue, che tagliano il Mediterraneo per meridiani.
L’intesa turco-libica non ha solo lo scopo di sfruttare le risorse minerarie sottomarine quanto quello di condizionare il passaggio del gasdotto EastMed, che ha origine dai giacimenti al largo di Israele e che dovrebbe alimentare il mercato europeo. Il piede che Erdogan ha messo di traverso sulla costruzione di questo gasdotto è utile alla Russia per difendere in modo indiretto le potenzialità della sua produzione energetica. Il raddoppio del Nord Stream, che arriverà in Germania, rappresenta per Putin un successo strategico da difendere comunque, anche supportando Berlino nella sua ambizione di svolgere un ruolo di mediazione sulla vicenda libica.
La Germania ha invero un altro ed altrettanto consistente terreno di trattativa con Mosca: arrivare ad un appeasement sulla Ucraina, dividendola in due aree di rispettiva influenza. Diversamente dalla Russia, la Germania ha due punti di debolezza nei confronti di Ankara: ospita una consistente minoranza di origine turca e subisce il continuo ricatto della chiusura dei campi in cui vivono oltre due milioni di profughi provenienti dalla Siria.
Putin continua a manifestare un atteggiamento proteiforme: mentre si preoccupa delle condizioni delle famiglie povere e della denatalità, immedesimandosi nei valori tradizionali della Russia religiosa e contadina, continua a dar prova di grande spregiudicatezza sul piano delle alleanze politiche, di inflessibilità nei confronti dei nemici, e di insaziabile orgoglio nazionale. Non per caso, nel numero di ottobre scorso, Foreign Affairs ne ha ricostruito la carriera titolando “Putin il Grande. L’Impostore Imperiale della Russia”: solo corrosiva, e pure malcelata, ammirazione.
Fonte
Sul piano internazionale, indubbiamente, sta da anni giocando un ruolo di contrasto degli Stati Uniti in varie parti del mondo, in particolare qui, nel Mediterraneo. Ma ciò avviene a partire da interessi e considerazioni ben poco “antimperialiste”.
Sul piano economico, ha mantenuto un forte potere degli oligarchi, selezionando però la “categoria”: fuori dai giochi quelli che non guardano più alle “necessità nazionali”, ai vertici quelli che “collaborano” con la leadership politica.
Su tutto domina una preoccupazione che dovrebbe esistere anche in Italia, ma di cui nessuno sembra disposto ad occuparsi seriamente: il rilevante calo demografico, che in Russia come qui rischia di creare in pochissimi decenni un paese senza “ricambio organico”; a fine corsa, più che “in declino”.
Ciò che è differente è la risposta “della politica”. Nulla qui da noi, preoccupata e “centralizzatissima” a Mosca. Sta in questo, forse, la “diversità” che porta molti a scambiare la “continuità” di una gestione del potere politico per una inesistente continuità con le ragioni che avevano fatto dell’Urss un punto di riferimento obbligato per i movimenti di liberazione.
*****
I tempi cambiano, ma non al Cremlino
Guido Salerno Aletta – Milano Finanza
Putin prepara il dopo Putin, ma allo stesso tempo dimostra di avere più potere che mai, non solo sul piano delle relazioni internazionali quanto sul versante interno. Non prepara una futura successione individuando un Delfino, ma abbozzando un modello di riorganizzazione dello Stato in cui avrà comunque un ruolo di influenza sulle strategie internazionali, anche dopo il 2024, quando arriverà a scadenza l’incarico di Presidente della Federazione Russa.
Le riforme costituzionali abbozzate nel discorso tenuto il 15 gennaio scorso davanti all’Assemblea Federale non comportano dunque una riduzione dei poteri dei futuri Presidenti, ancorché il ruolo del Parlamento sarà più incisivo rispetto al potere attuale di accettazione o meno, in blocco, del governo designato dal Presidente. Non c’è dunque all’orizzonte una Russia deputinizzata, una Russia i cui Presidenti saranno privati dei vasti poteri di cui Putin ha fatto ampiamente uso, ma una Russia in cui Putin manterrà la propria influenza sulle scelte di politica estera e di difesa.
Aver tracciato questa prospettiva ellittica non significa affatto che Putin abbia iniziato un processo di affievolimento nella sua gestione del potere. Al contrario, ha messo sotto accusa la inefficacia della azione governativa in materia di politiche sociali, costringendo il Primo ministro Dmitry Medvedev alle dimissioni immediate.
È dunque sempre Putin che comanda, che dirige il Paese. In Russia ci sono cambiamenti al potere, in questo caso drastici e assolutamente inattesi, ma nella continuità del potere della Russia. Il Cremlino è sempre lo stesso, come diceva Winston Churchill: “un dilemma avvolto in un mistero, racchiuso in un enigma”.
Nel discorso di Putin ci sono contemporaneamente un prima ed un dopo; aspetti formali e dati sostanziali, problemi cui fornisce una risposta contingente fin nei dettagli mentre lascia in sospeso le strategie a lungo termine. Si affrontano contemporaneamente le questioni che attengono alla gestione del potere ed altre che corrispondono alla viva attesa sociale. Da queste occorre partire.
Putin ha affrontato direttamente il problema degli aiuti alle famiglie con figli, annunciando misure concrete per dare seguito alle promesse fatte da tanto tempo: vitto gratuito agli studenti più giovani, sussidi per le famiglie più povere che hanno bambini di età inferiore ai sette anni, premi di maternità per il primo figlio. La famiglia è dunque, per Putin, la prima rete sociale che ora occorre rinsaldare: sul piano esistenziale, la popolazione russa ha subito dapprima gli effetti devastanti del crollo dell’Urss e più di recente quelli della crisi economica del 2008-2014 che non sono stati compensati con le alchimie finanziarie e monetarie consuete in Occidente, attraverso l’aumento dei debiti pubblici e privati.
In Russia, il problema demografico è tornato a farsi drammatico: non solo il movimento naturale della popolazione ha registrato nel 2019 il peggior dato da undici anni a questa parte, con un calo di centomila persone rispetto all’anno precedente, ma la previsione mediana al 2035 considera una riduzione degli abitanti a 142,9 milioni rispetto agli attuali 146,7 milioni. Lo scenario peggiore ne pronostica un crollo, a 134,2 milioni: 12 milioni di persone in meno nell’arco di quindici anni.
C’è poi da considerare il numero elevato di espatri, soprattutto di giovani, di cui le statistiche ufficiali non riescono a dare piena contezza, dacché si considerano solo coloro che trasferiscono formalmente la propria residenza all’estero: nel 2017, ne risultarono ben 377 mila. Le discrepanze statistiche con le rilevazione degli immigrati nei Paesi aderenti all’OCSE mostrano flussi assai superiori. E le principali destinazioni sono, nell’ordine, Giappone, Italia, Israele e Germania.
La comunità di russi all’estero sarebbe ormai la terza al mondo, con 10,6 milioni, dopo quelle dei cinesi e dei messicani. La propensione a lasciare la Russia è tre volte più alta tra i giovani rispetto agli anziani, assai superiore tra coloro che risiedono a Mosca rispetto alle aree rurali, e tra quelli che hanno una istruzione più elevata o che appartengono ad una classe economicamente abbiente. Anche i viaggi di istruzione negli Usa, nonostante ogni controindicazione, proseguono.
La sconfessione dell’operato della componente ministeriale che in questi anni si è occupata delle problematiche sociali, giovanili e culturali è stata chiara.
Putin ha affidato la guida del nuovo governo a Mikhail Mishustin, un tecnico di alto livello che in questi anni si è occupato della riorganizzazione del sistema fiscale. Mentre è rimasta inalterata la squadra dei ministri di Esteri, Difesa, Interni ed Economia, gli altri sono stati sostituiti: continuità e discontinuità si appaiano, ancora una volta.
Anche Medvedev non sparirà dalla scena politica: rimarrà, ma con un ruolo diverso. Andrà a ricoprire l’incarico di Vice Presidente del Consiglio di Stato, un organo consultivo del Presidente che attualmente non prevede un tale incarico. Questo organismo, che oggi non è contemplato dalla Costituzione, avrà in futuro un ruolo forte, di indirizzo sulle questioni strategiche di politica estera e di difesa. Potrebbe dunque essere Putin a guidarlo, alla scadenza del suo mandato. Discontinuità e continuità si appaiano, ancora una volta.
Le mosse di Putin in queste ultime settimane, nei confronti della Turchia ed alla Conferenza di Berlino sulla Libia, sono andate a completare la strategia che ha portato la Russia ad uscire dalla marginalizzazione regionale cui era stata ridotta con la dissoluzione dell’URSS. È stato colto lo storico obiettivo di essere presenti nel Mediterraneo, con il sostegno dato alla Siria del Presidente Assad e l’appoggio fornito in Libia alla componente cirenaica guidata dal generale Haftar. Ora, si preannuncia anche il riconoscimento ufficiale da parte della Russia della zona dell’isola di Cipro che è occupata dai Turchi, in cambio di una base navale da tempo richiesta senza successo.
Prosegue dunque la strumentalizzazione delle ambizioni neo-ottomane del Presidente turco Tayyip Erdogan: in Siria, Putin ne ha sostenuto l’idiosincrasia nei confronti della minoranza curda, evitando così la formazione di uno Stato indipendente che avrebbe consentito all’America di avere basi militari proprie in grado di controllare da settentrione l’Iraq e l’Iran, svincolandosi da un alleato turco quanto mai incontrollabile.
Allo stesso modo, non ostacola né l’ambizione turca di usare l’area occupata nella zona settentrionale di Cipro per procedere allo sfruttamento delle risorse energetiche circostanti, a danno dei diritti legittimi della Grecia e di Cipro stessa, né l’asse con il Presidente libico al Serraj che si fonda su un accordo che crea due zone economiche esclusive contigue, che tagliano il Mediterraneo per meridiani.
L’intesa turco-libica non ha solo lo scopo di sfruttare le risorse minerarie sottomarine quanto quello di condizionare il passaggio del gasdotto EastMed, che ha origine dai giacimenti al largo di Israele e che dovrebbe alimentare il mercato europeo. Il piede che Erdogan ha messo di traverso sulla costruzione di questo gasdotto è utile alla Russia per difendere in modo indiretto le potenzialità della sua produzione energetica. Il raddoppio del Nord Stream, che arriverà in Germania, rappresenta per Putin un successo strategico da difendere comunque, anche supportando Berlino nella sua ambizione di svolgere un ruolo di mediazione sulla vicenda libica.
La Germania ha invero un altro ed altrettanto consistente terreno di trattativa con Mosca: arrivare ad un appeasement sulla Ucraina, dividendola in due aree di rispettiva influenza. Diversamente dalla Russia, la Germania ha due punti di debolezza nei confronti di Ankara: ospita una consistente minoranza di origine turca e subisce il continuo ricatto della chiusura dei campi in cui vivono oltre due milioni di profughi provenienti dalla Siria.
Putin continua a manifestare un atteggiamento proteiforme: mentre si preoccupa delle condizioni delle famiglie povere e della denatalità, immedesimandosi nei valori tradizionali della Russia religiosa e contadina, continua a dar prova di grande spregiudicatezza sul piano delle alleanze politiche, di inflessibilità nei confronti dei nemici, e di insaziabile orgoglio nazionale. Non per caso, nel numero di ottobre scorso, Foreign Affairs ne ha ricostruito la carriera titolando “Putin il Grande. L’Impostore Imperiale della Russia”: solo corrosiva, e pure malcelata, ammirazione.
Fonte
21/11/2019
Sisma Centro Italia, il diavolo in un dettaglio
La prima scossa del 24 agosto 2016, causò 300 vittime ad Amatrice e 11 in Accumoli.
51 furono registrate lungo le frazioni di Arquata del Tronto nelle Marche.
Quella successiva del 30 ottobre non uccise nessuno, ma la sua forza dirompente (6,5° di magnitudo) fece ancora più danni a case e palazzi, colpendo patrimoni inestimabili quali la Basilica di San Benedetto a Norcia.
La sua struttura sopravvive solo perché imbracata nei ponteggi di sostegno.
Io scrivo da qui, da questa piazza deserta.
Sprechi e immobilismo
I soldi per sistemare non sono mai mancati: nel novembre 2017 la Commissione europea mise a disposizione cospicui stanziamenti per il Fondo Europeo di Sviluppo Regionale. Umbria e Marche avrebbero distribuito finora oltre mezzo miliardo di euro sia alle strutture alberghiere che direttamente alle famiglie, per alloggiare in via temporanea circa 30.000 sfollati, 25.000 nelle Marche e 5.000 in Umbria.
Questi finanziamenti a fondo perduto affiancarono le prime SAE (Soluzioni Abitative di Emergenza), prefabbricati dai costi folli: € 6750 al mq circa.
Le magagne però emersero quasi subito: problemi idraulici e conseguenti allagamenti, controsoffitti cadenti, coibentazione insufficiente e,tanto per gradire, presenza occasionale di topi. Secondo lo studio tecnico Pasqua Palombi di Norcia (addetto alla stesura dei progetti di ricostruzione da presentare alla Regione) i costi spropositati furono causati dagli oneri di urbanizzazione (sbancamento delle aree preposte all’installazione dei moduli, allacci della rete idrica, elettrica e fognaria) mentre un fabbricato costruito con norme antisismiche, non sarebbe costato più di 1500/2000 € al mq. Un contrasto stridente.
Per le 125 casette di Pieve Torina, si spesero € 6.882.218 solo per codesti oneri.
Tutto cambia quando un progetto di ristrutturazione viene presentato agli organi competenti, avviando così il percorso kafkiano per l’approvazione, soggetta ai vincoli ambientali che non consentono di ricostruire con volumetrie diverse, legando l’immobile demolito a rigidi parametri ormai obsoleti. A oggi, secondo le cifre fornite dall’agenzia ANSA, a fronte di 2500 lucidi progettuali presentati da Norcia, Cascia e Preci, ne sono stati approvati solo 500.
Ovviamente, dovendo affrontare tali difficoltà, molti rinunciano a ricostruire, incassando i sussidi senza investirli, sfruttando (chi ce l’ha) la seconda casa sopravvissuta ai crolli, o dividendo quella degli anziani genitori, che magari ha più stanze disponibili.
La soluzione SAE piace a pochi, anche perché questa parola “emergenza” ha un suono beffardo, e minaccia altresì di protrarsi all’infinito, sebbene adesso nella maggior parte dei Comuni, le casette siano finalmente confortevoli e tecnologicamente più attrezzate: tutte espongono sul tetto cilindri a pannelli solari, che sono accumulatori di acqua calda.
Le SAE rimangono comunque un palliativo; paradossalmente proprio ora che sono decenti, dopo le sconcezze rilevate nelle prime, diventano una scusante per rimandare la ricostruzione ad aeternum.
Quando la forma diventa sostanza
Come spesso succede, il diavolo si nasconde nei dettagli; anzi, un solo piccolo ma fatale dettaglio, nelle pieghe del quale si cela l’inghippo della mancata ricostruzione: il DPR n° 380 del 2001 che al comma 1 dell’art. 3 in sostanza recita:
“all’interno di un’area paesaggistica…” – tipo quella dei parchi nazionali che abbraccia tutti i comuni e le frazioni colpiti dal sisma – “…qualsiasi modifica della sagoma a seguito della ricostruzione pertinente l’edificio demolito, non può essere considerata ristrutturazione, bensì costruzione ex novo”.
La fregatura è proprio qui, in questo rigo striminzito.
Il geometra Pasqua, titolare dello studio tecnico prima menzionato, racconta che il ministero dei Beni Culturali, nel respingere l’ennesima domanda, si è finalmente deciso nel settembre 2019 a comunicare la motivazione che riguarda tutta Italia, inoltrando alla regione Umbria la circolare con la norma in questione.
In conformità di questa, viene bocciata persino una forma migliorativa e più funzionale dei fabbricati obsoleti degli anni '60, quando non esistevano ancora i piani regolatori.
In quell’epoca, molti edifici venivano costruiti adottando sovente canoni estetici orrendi (i primi “ecomostri” videro la luce proprio allora). Lo stesso vale per casali di campagna fatti di tufo, materiale poroso e friabile, che anche a causa di una sagoma arcaica, non sono stati in grado di opporre resistenza a una scossa violenta, pur inferiore a 6,5° di magnitudo, come quella che distrusse L’Aquila.
Un fabbricato che cambia anche di poco morfologia, rientrerebbe quindi in una categoria differente, con tempi più lunghi per l'approvazione, e maggiori ostacoli burocratici lungo il percorso.
Il controsenso è che così legiferando, il ministero rifiuta il permesso proprio a ristrutturazioni che migliorerebbero il profilo estetico, oltre a garantire la sicurezza di costruzioni altrimenti anacronistiche, nel caso di futuri cataclismi.
È questo il nocciolo della questione, che costringe il Centro Italia a un’attesa che appare sempre più vana con il passare del tempo. Una richiesta di emendamento è stata già spedita al ministero; la risposta è attesa entro e non oltre dicembre.
Per non alimentare illusioni, bisogna però ricordare che una sentenza della Corte Costituzionale aveva già annullato una modifica simile alla legge vigente, concessa precedentemente alla Regione Lombardia.
Tabula Rasa. Cronache tipicamente italiane
Se Castelluccio e Norcia, almeno a livello business tra norcinerie e trattorie familiari cercano di andare avanti, viceversa percorrendo le strade ancora parzialmente interrotte che sconfinano dall’Umbria alle Marche, sembra che il sisma sia passato da tre mesi, non tre anni fa.
Le frazioni di Arquata, Capodacqua Pescara del Tronto e Forca Canapine, sono rase al suolo come da un bombardamento a tappeto.
Qui sono morte 51 persone, le uniche vittime sono tutte marchigiane.
Macerie ovunque, ce ne sono ancora 50.000 tonnellate da rimuovere, eppure i lavori sono di nuovo fermi, anzi se ne producono ancora con le costose opere in corso per mettere in sicurezza il territorio.
A Visso, i camion e le scavatrici dell’esercito sono parcheggiati vicino alla Croce Rossa.
Nel centro storico ancora transennato, si aggira tra i detriti un piccolo wildcat, ma sta lì solo per aprire le tracce alla fibra ottica.
Ricostruzione zero, rimozione sotto zero, ma fibre ottiche a gravare sulle bollette dei privati, si, certamente!
Cronache tipicamente italiane, che si tingono di melodramma, quando esaminiamo la situazione sanitaria: allo stato attuale, Norcia, Preci e tutte le frazioni adiacenti non hanno un ospedale, ma solamente un centro di Primo Soccorso fuori dalle mura, dotato di una saletta per le emergenze, una sala radiologia, e un minuscolo poliambulatorio.
Una sola ambulanza, che per raggiungere l’ospedale più vicino, quello di Spoleto, deve percorrere 50 km su strade tortuose.
Non ho idea di come facciano ad affrontare le emergenze, specie nel caso siano coinvolti gli anziani. Meglio contare sulla salute di ferro degli umbri.
La “movida” del sabato sera a Norcia è tutta concentrata fuori da Porta Ascolana, lungo i negozietti a catena che hanno abbandonato la piazza della Basilica allo sguardo desolato di San Benedetto, il quale mostra con la mano aperta i ponteggi di una ricostruzione negata.
Ragazzi e ragazze – così come adulti e anziani, che altri posti dove andare non hanno – si consolano, piluccando antipasti e sbevazzando all’ora dell’apericena dentro i bar superstiti. Niente cinema però, né teatro, non ci sono spazi disponibili.
Da ciò emerge la pigrizia e la mancanza di visione della politica: dopo una tragedia come quella che ha colpito il Centro-Italia, la ripresa doveva partire proprio lavorando sullo spirito e sul morale della gente, prima che sulle strutture. Così non è stato, rinnegando oltretutto quella “cultura” di cui troppo spesso i suoi falsi sostenitori si riempiono la bocca a sproposito.
PS. Alla luce della legge che regola la conformazione delle sagome da ricostruire, le polemiche politiche sono perfettamente inutili.
Qui non è questione di destra o sinistra: finché quella norma assurda non verrà emendata, le vite dei terremotati rimarranno sospese nel limbo di una burocrazia ottusa. Tutto il resto è chiacchiera da bar. Tanto per cambiare.
Norcia, 19 novembre2019
(Copyright di Flavio Bacchetta – foto e testi)
Fonte
06/07/2019
I numeri del declino,la narrazione tossica e i soldi agli scafisti
Secondo i dati resi noti dall’ultimo rapporto dell’ISTAT sulla popolazione, l’Italia è in pieno declino demografico. Un fenomeno rallentato soltanto dalla crescita complessiva dei cittadini stranieri nell’ultimo quadriennio.
Il calo è interamente attribuibile alla popolazione italiana che scende al 31 dicembre 2018 a 55 milioni 104 mila, 235 mila in meno rispetto all’anno precedente (-0,4%). Rispetto al 2014 la perdita di italiani è pari alla scomparsa di una città grande come Palermo (-677 mila).
Negli ultimi quattro anni i nuovi cittadini per acquisizione della cittadinanza sono stati oltre 638 mila. Senza questo apporto, il calo degli italiani sarebbe stato intorno a 1 milione e 300 mila unità. Nel quadriennio, il contemporaneo aumento di oltre 241 mila unità di cittadini stranieri ha permesso di contenere la perdita complessiva di residenti.
Intanto, nel 2018:
– sono espatriati dall’Italia 120.000 giovani in gran parte laureati (+1,9%);
– sono sbarcate in Italia solo 23.371 persone, ovvero, centomila in meno rispetto al 2017 (-80%);
– le nascite, sono diminuite di oltre 18 mila unità rispetto al 2017(-4%);
– il calo degli iscritti dall’estero è stato del 3,2% ed è dovuto soprattutto alla diminuzione di immigrati stranieri.
Inoltre, sempre nel nostro paese e sempre nel 2018, 2 milioni di persone hanno rinunciato a visite o accertamenti specialistici per problemi di liste di attesa mentre altre 4 milioni hanno rinunciato alle cure per motivi economici.
Sono i numeri di un lento ed inesorabile declino e leggendoli bene si capisce che il discorso pubblico italiano è stato fraudolentemente occupato da una narrazione tossica che non ha nessuna relazione con i dati e i problemi del paese reale.
Una realtà che sono riusciti ad oscurare con le favole sul “complotto plutogiudaico internazionale” che avrebbe organizzato l’“invasione” del paese da parte dei migranti per mezzo delle criminali ONG (ridefinite “taxi del mare”), per compiere il proprio criminoso disegno di “sostituzione etnica degli italiani veri”.
Una balla spaziale, dunque, che però occupa i media nazionali e la rete 24h mentre si criminalizza il soccorso di esseri umani in mare e si continuano a finanziare le motovedette libiche in mano ai trafficanti di esseri umani, pagate per riportare i migranti nei lager libici di Al Serraj.
Come quello che è stato bombardato dalle truppe di Khalifa Haftar appena tre giorni fa.
Così ha deciso ieri la Camera – con 387 favorevoli e l’astensione del PD – rinnovando il finanziamento della missione in Libia frutto dell’accordo firmato dal duo Gentiloni-Minniti nel febbraio del 2017, con il primo ministro del Governo di accordo nazionale Al-Sarraj.
Fonte
Il calo è interamente attribuibile alla popolazione italiana che scende al 31 dicembre 2018 a 55 milioni 104 mila, 235 mila in meno rispetto all’anno precedente (-0,4%). Rispetto al 2014 la perdita di italiani è pari alla scomparsa di una città grande come Palermo (-677 mila).
Negli ultimi quattro anni i nuovi cittadini per acquisizione della cittadinanza sono stati oltre 638 mila. Senza questo apporto, il calo degli italiani sarebbe stato intorno a 1 milione e 300 mila unità. Nel quadriennio, il contemporaneo aumento di oltre 241 mila unità di cittadini stranieri ha permesso di contenere la perdita complessiva di residenti.
Intanto, nel 2018:
– sono espatriati dall’Italia 120.000 giovani in gran parte laureati (+1,9%);
– sono sbarcate in Italia solo 23.371 persone, ovvero, centomila in meno rispetto al 2017 (-80%);
– le nascite, sono diminuite di oltre 18 mila unità rispetto al 2017(-4%);
– il calo degli iscritti dall’estero è stato del 3,2% ed è dovuto soprattutto alla diminuzione di immigrati stranieri.
Inoltre, sempre nel nostro paese e sempre nel 2018, 2 milioni di persone hanno rinunciato a visite o accertamenti specialistici per problemi di liste di attesa mentre altre 4 milioni hanno rinunciato alle cure per motivi economici.
Sono i numeri di un lento ed inesorabile declino e leggendoli bene si capisce che il discorso pubblico italiano è stato fraudolentemente occupato da una narrazione tossica che non ha nessuna relazione con i dati e i problemi del paese reale.
Una realtà che sono riusciti ad oscurare con le favole sul “complotto plutogiudaico internazionale” che avrebbe organizzato l’“invasione” del paese da parte dei migranti per mezzo delle criminali ONG (ridefinite “taxi del mare”), per compiere il proprio criminoso disegno di “sostituzione etnica degli italiani veri”.
Una balla spaziale, dunque, che però occupa i media nazionali e la rete 24h mentre si criminalizza il soccorso di esseri umani in mare e si continuano a finanziare le motovedette libiche in mano ai trafficanti di esseri umani, pagate per riportare i migranti nei lager libici di Al Serraj.
Come quello che è stato bombardato dalle truppe di Khalifa Haftar appena tre giorni fa.
Così ha deciso ieri la Camera – con 387 favorevoli e l’astensione del PD – rinnovando il finanziamento della missione in Libia frutto dell’accordo firmato dal duo Gentiloni-Minniti nel febbraio del 2017, con il primo ministro del Governo di accordo nazionale Al-Sarraj.
Fonte
04/07/2019
La povertà “sterilizza” i giovani, cala la popolazione
La popolazione residente in Italia al 31 dicembre 2018 è inferiore di oltre 124.000 unità rispetto all’anno precedente. Si tratta del quarto anno consecutivo di diminuzione: dal 2015 sono oltre 400.000 i residenti in meno, un ammontare superiore agli abitanti del settimo comune più popoloso d’Italia. Per la prima volta negli ultimi 90 anni si configura quindi una lunga fase di declino demografico. A certificarlo è l’Istituto nazionale di statistica (Istat).
Al primo gennaio 2018 in Italia risiedevano 60,6 milioni di persone, tra le quali oltre 5 milioni di stranieri. I cittadini italiani sono in totale circa 60 milioni, ma ben 4,9 milioni sono residenti all’estero (dunque quasi esattamente quanti gli stranieri residenti in Italia). In rapporto al territorio, oggi vi sono 201 abitanti per kmq in Italia e 230 in Germania, mentre la densità della popolazione è molto minore in Francia e Spagna, rispettivamente pari a 122 e 92 abitanti/kmq.
Nel 2018 è stato registrato un livello minimo di nascite, meno decessi e meno iscrizioni dall’estero rispetto all’anno precedente. Ciò significa che anche il “salvagente”, rappresentato dagli immigrati che in Italia fanno figli, si sta prosciugando.
La situazione economica, sociale e civile è diventata talmente merdosa che anche le famiglie di immigrati in Italia mettono al mondo meno figli di quanto facessero fino a qualche anno fa. Ma, stranamente, le condizioni economiche (bassi salari, precarietà contrattuale ed esistenziale, ecc.) non vengono menzionate tra le cause della riduzione della natalità, come se non incidessero affatto sulla “voglia” di fare figli...
La diminuzione delle nascite nel 2018 è stata di oltre 18.000 unità rispetto al 2017, un totale pari al -4%, certifica l’Istat. Sono stati iscritti in anagrafe per nascita 439.747 bambini, un nuovo minimo storico dall’Unità d’Italia.
La popolazione residente in Italia è diminuita di 124.427 unità nel 2018, una cifra pari al -0,2%. Al primo gennaio 2019 risiedevano in Italia 60.359.546 persone, di cui l’8,7% straniere. È del -3,2% il calo degli iscritti dall’estero dovuto soprattutto alla diminuzione di immigrati stranieri.
A rallentare il declino demografico in Italia è la crescita dei cittadini stranieri, dice l’Istat. L’Istituto di Statistica fa notare che negli ultimi quattro anni i nuovi cittadini per acquisizione della cittadinanza sono stati oltre 638.000. Senza questo apporto, il calo dei residenti con cittadinanza italiana sarebbe stato intorno a 1.300.000 unità.
Il calo invece è interamente attribuibile alla popolazione “indigena” italiana, che al 31 dicembre 2018 era scesa a 55.104.000, 235.000 in meno rispetto all’anno precedente (-0,4%). Rispetto al 2014 la perdita è pari alla scomparsa di una città grande come Palermo (-677.000).
Nel quadriennio, il contemporaneo aumento di oltre 241.000 unità di cittadini stranieri ha permesso di contenere – ma non compensare – la perdita complessiva di residenti. Al 31 dicembre 2018 erano 5.255.503 i cittadini stranieri iscritti in anagrafe; rispetto al 2017, sono aumentati di 111.000 (+2,2%), arrivando a costituire l’8,7% del totale della popolazione residente.
Il Report dell’Istat sul bilancio demografico certifica anche che il numero di cittadini stranieri che lasciano il nostro Paese è in lieve flessione (-0,8%) mentre è in aumento l’emigrazione di cittadini italiani (+1,9%).
Infine, l’età mediana dei residenti in Italia sale dai 31,2 anni nel 1961 ai 46,3 a inizio 2018, accelerando a partire dagli anni '80 del Novecento, tanto che l’Italia oggi è tra i paesi con la maggior quota di popolazione anziana.
Un dato che viene usato come una clava sia per provvedimenti tesi a tagliare le prestazioni previdenziali e sanitarie agli over 65, sia per alimentare una contrapposizione deformante tra riduzione delle aspettative delle nuove generazioni e diritti acquisiti di quelle più anziane. Voler usare i secondi come bulldozer per ridurre ulteriormente le aspettative dei più giovani e viceversa, è parte integrante della perversione di civiltà del capitalismo.
La dimostrazione è proprio nel convitato di pietra del Rapporto diffuso dall’Istat sulla situazione demografica del paese. Non vi è infatti alcun accenno all’abbassamento generale delle condizioni di vita e delle aspettative generali di tutti, sia giovani che anziani.
Un assetto economico-sociale che “castra” i suoi ragazzi, costringendoli a una vita precaria e da poveri, condannati dunque a riprodursi solo in minima parte, prova pure a darne la colpa ai “vecchi” che – contemporaneamente – prova a far morire prima.
Un assetto criminogeno e stragista, nel profondo.
Fonte
Al primo gennaio 2018 in Italia risiedevano 60,6 milioni di persone, tra le quali oltre 5 milioni di stranieri. I cittadini italiani sono in totale circa 60 milioni, ma ben 4,9 milioni sono residenti all’estero (dunque quasi esattamente quanti gli stranieri residenti in Italia). In rapporto al territorio, oggi vi sono 201 abitanti per kmq in Italia e 230 in Germania, mentre la densità della popolazione è molto minore in Francia e Spagna, rispettivamente pari a 122 e 92 abitanti/kmq.
Nel 2018 è stato registrato un livello minimo di nascite, meno decessi e meno iscrizioni dall’estero rispetto all’anno precedente. Ciò significa che anche il “salvagente”, rappresentato dagli immigrati che in Italia fanno figli, si sta prosciugando.
La situazione economica, sociale e civile è diventata talmente merdosa che anche le famiglie di immigrati in Italia mettono al mondo meno figli di quanto facessero fino a qualche anno fa. Ma, stranamente, le condizioni economiche (bassi salari, precarietà contrattuale ed esistenziale, ecc.) non vengono menzionate tra le cause della riduzione della natalità, come se non incidessero affatto sulla “voglia” di fare figli...
La diminuzione delle nascite nel 2018 è stata di oltre 18.000 unità rispetto al 2017, un totale pari al -4%, certifica l’Istat. Sono stati iscritti in anagrafe per nascita 439.747 bambini, un nuovo minimo storico dall’Unità d’Italia.
La popolazione residente in Italia è diminuita di 124.427 unità nel 2018, una cifra pari al -0,2%. Al primo gennaio 2019 risiedevano in Italia 60.359.546 persone, di cui l’8,7% straniere. È del -3,2% il calo degli iscritti dall’estero dovuto soprattutto alla diminuzione di immigrati stranieri.
A rallentare il declino demografico in Italia è la crescita dei cittadini stranieri, dice l’Istat. L’Istituto di Statistica fa notare che negli ultimi quattro anni i nuovi cittadini per acquisizione della cittadinanza sono stati oltre 638.000. Senza questo apporto, il calo dei residenti con cittadinanza italiana sarebbe stato intorno a 1.300.000 unità.
Il calo invece è interamente attribuibile alla popolazione “indigena” italiana, che al 31 dicembre 2018 era scesa a 55.104.000, 235.000 in meno rispetto all’anno precedente (-0,4%). Rispetto al 2014 la perdita è pari alla scomparsa di una città grande come Palermo (-677.000).
Nel quadriennio, il contemporaneo aumento di oltre 241.000 unità di cittadini stranieri ha permesso di contenere – ma non compensare – la perdita complessiva di residenti. Al 31 dicembre 2018 erano 5.255.503 i cittadini stranieri iscritti in anagrafe; rispetto al 2017, sono aumentati di 111.000 (+2,2%), arrivando a costituire l’8,7% del totale della popolazione residente.
Il Report dell’Istat sul bilancio demografico certifica anche che il numero di cittadini stranieri che lasciano il nostro Paese è in lieve flessione (-0,8%) mentre è in aumento l’emigrazione di cittadini italiani (+1,9%).
Infine, l’età mediana dei residenti in Italia sale dai 31,2 anni nel 1961 ai 46,3 a inizio 2018, accelerando a partire dagli anni '80 del Novecento, tanto che l’Italia oggi è tra i paesi con la maggior quota di popolazione anziana.
Un dato che viene usato come una clava sia per provvedimenti tesi a tagliare le prestazioni previdenziali e sanitarie agli over 65, sia per alimentare una contrapposizione deformante tra riduzione delle aspettative delle nuove generazioni e diritti acquisiti di quelle più anziane. Voler usare i secondi come bulldozer per ridurre ulteriormente le aspettative dei più giovani e viceversa, è parte integrante della perversione di civiltà del capitalismo.
La dimostrazione è proprio nel convitato di pietra del Rapporto diffuso dall’Istat sulla situazione demografica del paese. Non vi è infatti alcun accenno all’abbassamento generale delle condizioni di vita e delle aspettative generali di tutti, sia giovani che anziani.
Un assetto economico-sociale che “castra” i suoi ragazzi, costringendoli a una vita precaria e da poveri, condannati dunque a riprodursi solo in minima parte, prova pure a darne la colpa ai “vecchi” che – contemporaneamente – prova a far morire prima.
Un assetto criminogeno e stragista, nel profondo.
Fonte
12/01/2019
Terremotati, Appennini e bufalari
In questi giorni si fa un gran parlare di foto di campi profughi libanesi spacciati per le casette dei terremotati di Amatrice sotto la neve.
È evidentemente – per usare un termine molto di moda – una bufala utile ad alimentare propaganda razzistissima e scrivere amenità tipo «gli immigrati negli hotel e i terremotati nelle tende». Le questioni sono evidentemente slegate tra loro, a meno che questo governo non stia pensando di affidare i terremotati ai valdesi.
Ma davvero si può considerare la neve d’inverno sugli Appennini come una notizia? Il problema giornalistico, almeno per chi pensa che la cronaca sia una cosa seria, è che siamo al terzo inverno dopo il terremoto e potremmo tutti tranquillamente ripubblicare i pezzi dell’anno scorso o di due anni fa, cambiando giusto qualche dettaglio qua e là. E infatti in giro impazzano servizi sui disagi nei villaggi di Sae, sull’abbandono, sul commerciante che chiude perché nessuno entra nel suo negozio, sugli allevatori costretti a mungere a mano le mucche, sui cali di corrente, eccetera eccetera eccetera. Non è un giudizio negativo il mio, figuriamoci, anche io ho fatto recentemente un paio di servizi così, perché bisogna raccontare quello che succede, sempre e comunque.
Il problema è che quello dei terremotati non è un problema giornalistico. E lo dico da cronista, cioè da persona che grazie a ‘sta roba ci mette insieme il pranzo con la cena. Non si può ridurre il terremoto a guerra di propaganda tra opposte fazioni, tra un selfie e una giustificazione, perché se «quelli di prima» non hanno fatto niente, «quelli di adesso» in sette mesi sono riusciti nella straordinaria impresa di peggiorare le cose.
Il problema è politico, e non nasce oggi, né ieri, né è davvero nato la notte del 24 agosto del 2016. È dagli anni ‘80 che tutti si sono convinti del fatto che la società non esista, ma esistano soltanto gli individui e le loro famiglie. Quindi l’abbandono delle zone terremotate non è legato solo alle condizioni effettivamente difficili in cui decine di migliaia di persone devono vivere. L’abbandono è una strategia, come dice Leonardo Animali, nel senso che nessuno, proprio nessuno, punta davvero sulla rinascita di queste zone.
Una notizia: sull’Appennino ci nevicava anche prima del terremoto, ed era un disastro lo stesso. Un’altra notizia: queste zone erano in crisi già da prima del terremoto, e adesso il processo di svuotamento (demografico, culturale, sociale) sta soltanto andando più veloce. Un’ultima notizia: quando sono stati costruiti i villaggi per i terremotati, nessuno ha pensato a fare centri di aggregazione o simili; ci hanno dovuto pensare i privati a farlo, ed è meglio non chiedersi il perché di tanta generosità. E guardate che un paese non è soltanto un mucchio di case in cui la gente va a dormire, ma anche un vissuto che si è sviluppato nel tempo e che procede o dovrebbe procedere grazie a una comunità che si muove e si incontra tutti i giorni.
Viviamo in un paese in cui la società è negata, in cui la politica è un eterno tentativo di mettere gli ultimi contro i penultimi per raccattare quattro voti in vista delle elezioni, in cui la soluzione dei problemi è sempre contabile (ci sono i soldi o non ci sono i soldi) ma mai culturale: avete mai sentito qualcuno parlare di come sarà l’Appennino tra venti, trenta o cinquant’anni? No. Perché nessuno crede davvero che esisterà ancora qualcosa sull’Appennino tra venti, trenta o cinquant’anni.
[La foto è di Michele Massetani, è stata scattata a Muccia (Mc) poco prima di Natale. E sì, già nevicava]
Fonte
Iscriviti a:
Commenti (Atom)


