Mentre voci esterne insistono sul fatto che la guerra può ancora essere vinta sul campo di battaglia, i giovani del paese resistono violentemente ai reclutatori per restare fuori dal conflitto.
La guerra in Ucraina è stata caratterizzata da periodiche ondate di certezza che la Russia fosse in difficoltà, se non sull’orlo del collasso, e che l’Ucraina, al contrario, fosse a un passo dalla vittoria. Sembra che ci troviamo proprio nel mezzo di uno di questi momenti di euforia.
Il presidente finlandese Alexander Stubb ha dichiarato che l’Ucraina è “in vantaggio” e “in una posizione di gran lunga migliore rispetto a qualsiasi altra fase di questa orribile guerra”, accusando la Russia di non essere in grado di reclutare un numero sufficiente di soldati per compensare le perdite subite.
Gli ucraini hanno “una crescente fiducia in se stessi” grazie al territorio che avrebbero riconquistato, come ha affermato un ex ambasciatore statunitense, e la loro crescente fiducia nei progressi militari “è notevolmente più alta oggi rispetto a un anno fa”, ha aggiunto un altro. Una serie di notizie riporta che le mura si stanno stringendo attorno al presidente russo Vladimir Putin.
In altre parole, una svolta militare ucraina è imminente e la popolazione ucraina rimane determinata a combattere senza fine. Ma ciò è difficile da conciliare con la crescente crisi di reclutamento in Ucraina, incarnata in modo viscerale dalla crescente resistenza violenta alla politica di coscrizione obbligatoria.
Da anni circolano video di normali cittadini ucraini “reclutati” per il servizio militare, o, per dirla in modo più crudo, prelevati dalle strade o dalle proprie case da uomini a volte mascherati e trascinati in un furgone per essere portati via. Si tratta di un’operazione di mobilitazione bellica funestata da numerose controversie, tra cui una serie di scandali di corruzione risalenti a diversi anni fa, diffuse accuse di abusi e l’arruolamento di uomini con disabilità fisiche e mentali.
Non sorprende che la coscrizione obbligatoria sia stata impopolare. Una petizione che chiedeva la fine della mobilitazione nei luoghi pubblici ha rapidamente superato la soglia delle 25.000 firme necessarie per una risposta presidenziale.
Ben presto, gli ufficiali addetti al reclutamento hanno iniziato a subire proteste furiose da parte delle comunità locali. L’anno scorso, il difensore civico ucraino per i diritti umani, Dmytro Lubinets, l’ha definita pubblicamente un “sistema coercitivo” e ha rivelato che le denunce contro gli ufficiali addetti al reclutamento presso i Centri di Reclutamento Territoriali (TRC) erano aumentate di oltre il 33.000% dall’inizio della guerra, passando da sole 18 nel 2022 a oltre 6.000 nel 2025.
Con il protrarsi della guerra, la disobbedienza civile contro la coscrizione obbligatoria si è fatta sempre più violenta. Il 2025 è stato segnato dall’uccisione di ufficiali addetti alla leva. Alla fine di gennaio, un uomo si è presentato in un centro di addestramento militare e ha ucciso a colpi d’arma da fuoco un ufficiale della TRC (Commissione per la Verità, la Riconciliazione e la Riconciliazione) che aveva “reclutato” un suo conoscente.
A dicembre, un ufficiale addetto alla leva è stato accoltellato a morte all’inguine da un uomo cui aveva chiesto di vedere i documenti, il quale ha poi aggredito altri tre ufficiali prima di darsi alla fuga.
Come ha fatto notare il Kyiv Independent, tutt’altro che un organo pacifista, nel suo articolo sull’accoltellamento, i video di violente pratiche di “reclutamento” sono stati “inizialmente liquidati come un’esagerazione alimentata dalle reti di disinformazione russe”, ma in realtà erano diffusi a causa della carenza di manodopera in Ucraina e di un forte calo degli arruolamenti volontari.
A dicembre, inoltre, un gruppo di persone ha aggredito gli agenti della Commissione per la Verità e la Riconciliazione (TRC) che cercavano di controllare i loro documenti, ferendo uno di loro con una costola rotta.
Quest’anno la violenza è addirittura aumentata. Alla fine di gennaio scorso, un uomo ha ucciso un ufficiale addetto alla leva ed è fuggito con una delle reclute che stava scortando. A febbraio si sono verificati almeno due attacchi distinti contro agenti della TRC a Kharkiv e nella regione di Leopoli, con quest’ultimo sospettato dalla polizia di aver tentato di aiutare una recluta a fuggire. Un mese dopo, un gruppo ha speronato un minivan guidato da reclutatori e ha fatto irruzione nel veicolo per liberare la recluta che stavano trasportando.
Nella prima settimana di aprile si sono verificati tre accoltellamenti in quattro giorni, tra cui quello di un reclutatore trafitto al collo da un agente della dogana il cui fratello, a quanto pare, lui e i suoi colleghi avevano tentato di arruolare con la forza.
Pochi giorni dopo, un gruppo di adolescenti ha aggredito gli agenti della TRC per proteggere un uomo che stavano cercando di reclutare, e il mese si è concluso con un soldato di 48 anni che ha disertato e sparato con un’arma automatica contro un’auto in cui si trovavano agenti della TRC e un poliziotto, mandandone due in ospedale. Solo pochi giorni fa, un presunto renitente alla leva ha mandato in ospedale altri due reclutatori in gravi condizioni, accoltellandoli dopo che questi avevano tentato di controllare i suoi documenti.
Secondo i dati governativi, questi episodi rappresentano solo una piccola parte degli oltre 600 attacchi contro gli ufficiali addetti al reclutamento perpetrati dall’inizio della guerra, con un numero di aggressioni quasi triplicato tra il 2024 e il 2025, quando ne furono registrati 341. Nei primi quattro mesi del 2026 si sono verificati almeno 117 attacchi, oltre 20 volte i cinque registrati nell’intero primo anno di guerra.
Come si concilia, dunque, questo dato con i sondaggi che, anche di recente, tendono a mostrare una popolazione ucraina disposta a combattere indefinitamente fino alla vittoria militare?
«Quasi tutti questi sondaggi vengono condotti esclusivamente nei territori sotto il controllo del governo ucraino», afferma Volodymyr Ishchenko, ricercatore associato presso l’Istituto di Studi sull’Europa Orientale della Freie Universität Berlin. «Ciò significa che non vengono intervistati gli ucraini in Crimea, nel Donbass, nei territori occupati, nell’UE o gli ucraini che si sono rifugiati in Russia, e ce ne sono milioni».
“Quindi, fino a un terzo della popolazione totale in possesso di passaporto ucraino non viene nemmeno intervistata”, aggiunge Ishchenko.
Altri indicatori suggeriscono una tacita riluttanza a combattere. Lo stesso ministro della Difesa ucraino ha rivelato quest’anno che vi erano 2 milioni di renitenti alla leva e 200.000 casi di diserzione. Mentre nei primi mesi di guerra l’arruolamento volontario ha caratterizzato il conflitto, ora la coscrizione obbligatoria rappresenta il 70% dei reclutati.
I cittadini ucraini fuggiti in Europa all’inizio della guerra si sono opposti ai tentativi europei di rimpatriarli, in alcuni casi per essere arruolati su richiesta del governo ucraino.
Mentre gli ucraini benestanti riescono a corrompere i funzionari per evitare la leva, il comandante della Guardia Nazionale ucraina ha esortato coloro che “hanno problemi di soldi” ad arruolarsi nell’esercito. Secondo un’analisi dei dati sulle perdite ucraine, la stragrande maggioranza dei caduti in combattimento proviene in modo sproporzionato da piccole città, dove i tassi di povertà tendono ad essere più elevati.
In gioco c’è molto più della semplice vittoria o sconfitta dell’Ucraina. Il prolungamento della guerra ha creato e intensificato una grave crisi economica e demografica che minaccia il futuro dell’Ucraina come Stato stabile e funzionante.
La scorsa settimana, il capo dell’Ufficio ucraino per le politiche migratorie ha stimato che il 70% dei migranti all’estero potrebbe non tornare nel Paese, con la conseguente minaccia di carenza di manodopera in settori cruciali. Lo Stato ucraino, già sostenuto da ingenti prestiti europei, ha un debito insostenibile di miliardi di euro nei confronti delle famiglie dei soldati caduti, il cui numero è cresciuto esponenzialmente.
Gran parte di tutto ciò è sconosciuto al pubblico occidentale. I resoconti in lingua inglese sulla resistenza violenta alla coscrizione sono oscurati dalle notizie che denunciano il declino della Russia. Alcuni articoli in lingua ucraina sulle crisi demografiche e di reclutamento del paese non vengono mai tradotti in inglese. E così, coloro che più ardentemente sostengono l’Ucraina finiscono inconsapevolmente per applaudire politiche che ne garantiscono la graduale distruzione.
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13/10/2024
Guerra in Ucraina - Il crollo di Kiev tra mobilitazioni, reclutamenti e diserzioni
L’esistenza di battaglioni come il Maxim Krivonos, composto da prigionieri di guerra ucraini ora in forza ai russi, non è una novità di per sé, sebbene di nuovo ci sia che nell’Occidente emotivo-emozionale si stenti a credere che qualcuno possa combattere volontariamente per Mosca.
La scia più evidente di questa, che è più un’operazione di info-war che un’iniziativa dal peso specifico reale, è quella rappresentata dalle storie (che racconteremo): queste parlano tutte di rotazioni quasi inesistenti, di addestramento lacunoso, di invio in prima linea di personale impreparato psicologicamente oltre che militarmente. È, in effetti, il problema di ogni mobilitazione forzata.
Il fenomeno però ora inizia a preoccupare anche gli ucraini stessi, con i dati forniti sulle diserzioni piuttosto pesanti.
Solo i casi in cui è stato aperto un procedimento penale per diserzione in Procura sono 86mila dall’inizio della guerra.
Negli ultimi due mesi (dopo l’inizio dell’offensiva su Kursk) il numero totale dei disertori è aumentato di 22.800 unità.
Questo perché la situazione ha fatto precipitare le condizioni minime di sopravvivenza in diversi settori del fronte “storico”.
Ad esempio: nei primi 4 mesi del 2024, 19mila soldati hanno disertato (4.750 al mese, circa 160 al giorno). Ora il ritmo è di 380 persone al giorno. Cioè ogni giorno, in media, diserta un Battaglione intero.
Si parla di fronte e si parla solo di casi documentati con le carte bollate.
Quindi a ciò bisogna aggiungere le diserzioni ombra e le perdite (morti + feriti), solo stando alla prima linea.
Mentre in generale bisogna aggiungere i renitenti alla leva (chi fugge all’estero, chi ottiene falsi certificati di esenzione, chi semplicemente riesce a sparire). Dal 2022 questo tipo di ammanco di forza lavoro stimato per Kiev raggiunge facilmente le 500mila unità.
Un esercito di fantasmi che sarebbe grande quanto quello messo insieme dalla Russia con la mobilitazione parziale del 2022 (che è ufficialmente stata di 330mila uomini, ma ufficiosamente come scritto qui più volte almeno il 30% superiore).
Sommando tutto, si intuisce come l’aumento slowly but surely di questa spirale, iniziato con il fallimento della controffensiva dell’estate 2023 e accentuato dal blitz nel Kursk, allo stato attuale delle cose non possa far altro che peggiorare. Ecco perché si fanno sempre più insistenti le voci per estendere la mobilitazione agli over 21 anziché solo agli over 25.
Ma l’arma è a doppio taglio.
Più si mobilita carne, più questo dato aumenterà, più diventerà facile per i russi convincere gli ucraini che il loro governo non li stia affatto proteggendo. Anzi.
Fonte
La scia più evidente di questa, che è più un’operazione di info-war che un’iniziativa dal peso specifico reale, è quella rappresentata dalle storie (che racconteremo): queste parlano tutte di rotazioni quasi inesistenti, di addestramento lacunoso, di invio in prima linea di personale impreparato psicologicamente oltre che militarmente. È, in effetti, il problema di ogni mobilitazione forzata.
Il fenomeno però ora inizia a preoccupare anche gli ucraini stessi, con i dati forniti sulle diserzioni piuttosto pesanti.
Solo i casi in cui è stato aperto un procedimento penale per diserzione in Procura sono 86mila dall’inizio della guerra.
Negli ultimi due mesi (dopo l’inizio dell’offensiva su Kursk) il numero totale dei disertori è aumentato di 22.800 unità.
Questo perché la situazione ha fatto precipitare le condizioni minime di sopravvivenza in diversi settori del fronte “storico”.
Ad esempio: nei primi 4 mesi del 2024, 19mila soldati hanno disertato (4.750 al mese, circa 160 al giorno). Ora il ritmo è di 380 persone al giorno. Cioè ogni giorno, in media, diserta un Battaglione intero.
Si parla di fronte e si parla solo di casi documentati con le carte bollate.
Quindi a ciò bisogna aggiungere le diserzioni ombra e le perdite (morti + feriti), solo stando alla prima linea.
Mentre in generale bisogna aggiungere i renitenti alla leva (chi fugge all’estero, chi ottiene falsi certificati di esenzione, chi semplicemente riesce a sparire). Dal 2022 questo tipo di ammanco di forza lavoro stimato per Kiev raggiunge facilmente le 500mila unità.
Un esercito di fantasmi che sarebbe grande quanto quello messo insieme dalla Russia con la mobilitazione parziale del 2022 (che è ufficialmente stata di 330mila uomini, ma ufficiosamente come scritto qui più volte almeno il 30% superiore).
Sommando tutto, si intuisce come l’aumento slowly but surely di questa spirale, iniziato con il fallimento della controffensiva dell’estate 2023 e accentuato dal blitz nel Kursk, allo stato attuale delle cose non possa far altro che peggiorare. Ecco perché si fanno sempre più insistenti le voci per estendere la mobilitazione agli over 21 anziché solo agli over 25.
Ma l’arma è a doppio taglio.
Più si mobilita carne, più questo dato aumenterà, più diventerà facile per i russi convincere gli ucraini che il loro governo non li stia affatto proteggendo. Anzi.
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05/06/2024
Una “Conferenza di pace” per continuare la guerra con carne da cannone ucraina
Sembra dunque confermata la presenza di militari francesi in Ucraina; o, quantomeno, lo ha fatto il colonnello a riposo delle Troupes de Marine francesi, Peer de Jong, in un’intervista a Valeurs Actuelles, specificando che la cosa va avanti da tempo. Ad esempio, gli “istruttori” francesi accompagnano sempre le armi spedite da Parigi, come i semoventi “Caesar” da 155 mm.
Secondo Komsomol’skaja Pravda, Emmanuel Macron annuncerà ufficialmente la decisione francese sull’invio di soldati in Ucraina, in occasione del 80° anniversario dello sbarco in Normandia, alle cui celebrazioni Mosca non è stata invitata, ma dove non mancherà l’illegittimo Vladimir Zelenskij.
A questo proposito, si stanno dando molto da fare invece gli inglesi che, con The Guardian, tentano in ogni modo di dare legittimità a una persona che tale qualifica l’ha persa lo scorso 20 maggio, alla scadenza del mandato, dopo che lui stesso aveva annullato le elezioni presidenziali previste in marzo, contravvenendo così all’art. 103 della Costituzione del 1996 (ufficialmente in vigore), che non prevede alcuna «impossibilità di elezioni a causa dello stato di guerra», invocata da The Guardian per dare “legittimità” al suo beniamino in vista della “Conferenza di pace” a Bürgenstock.
Costituzionalmente, il potere legittimo – se di questo si può parlare per organi che discendono direttamente dal golpe del 2014 – sarebbe passato da oltre due settimane al presidente della Rada, Ruslan Stefanchuk.
Ma, per la conferenza svizzera, si fa questo e altro: si proclama “presidente” chi non lo è più. O, al contrario, come ha detto Vladimir Putin, a che altro pro convocare la conferenza a Bürgenstock, se non proprio per dare “legittimità” a Zelenskij?
Altrimenti, come possono convenire sul lago di Lucerna capi di stato e di governo (pare che, su 160 paesi invitati, abbiano sinora risposto una settantina) che, già così, stanno dando forfait uno dietro l’altro, a eccezione ovviamente dei valvassori europeisti, cui Joe Biden, dopo aver personalmente rinunciato al viaggio, ha ordinato di esser presenti?
O anche, come giustificare tra due giorni, sulle spiagge di Omaha, Utah o Juno, la presenza di un golpista la cui ideologia discende direttamente da quella dei collaborazionisti nazisti di OUN-UPA?
Di uno che ripeterà in Normandia le omelie strombazzate dal pulpito del Guardian sul conflitto in Ucraina che ripete la Seconda guerra mondiale, su «Putin novello Hitler; Russia stato fascista; soldati russi massacratori e violentatori; Ucraina e NATO fratelli per l’eternità; Putin non si fermerà all’Ucraina e allora dateci soldi», ecc.
Dunque, ci si muove in anticipo, in vista di un quasi annunciato flop svizzero: oltre a Xi Jinping e Biden, avrebbero già rinunciato Brasile, Sud Africa, Arabia Saudita; è probabile che India e Pakistan inviino rappresentanti di rango minore.
Stando a The Washington Post, nemmeno col suo recente viaggio a Singapore e Filippine, Vladimir Zelenskij sarebbe riuscito a portare completamente dalla sua parte i giganti asiatici; il massimo che Kiev avrebbe ottenuto da Ferdinand Marcos jr sarebbe la promessa dell’invio in Ucraina di psicologi militari per cercare di risollevare il morale delle truppe, atterrato dalle continue disfatte.
E, da par suo, Zelenskij avrebbe direttamente accusato la Cina di sabotare il summit svizzero, incitando altri paesi a disertare: difficilmente, scrive Pavel Kotov su Ukraina.ru, Pechino gli perdonerà quelle affermazioni.
Oltretutto, nota il canale Politjoystic, la mobilitazione di massa che si sta irrigidendo in Ucraina, con le persone accalappiate in strada, sta a dimostrare che Kiev non ha alcuna seria intenzione di accordarsi, bensì di continuare la guerra. Dunque, a che pro venire sulle Alpi?
Dalle parti di Russia, Cina, India, Arabia Saudita, Brasile, Indonesia, si sta già dando vita a un’altra conferenza, il cui tema sarà ben più esteso: sicurezza nucleare, questioni spaziali, crisi alimentare.
Che poi alla “formula Zelenskij” per la pace, non credano nemmeno gli stessi ucraini, lo dimostrerebbe il generale atteggiamento verso le draconiane misure di mobilitazione e l’accanita resistenza (circolano in rete animati “suggerimenti” in materia) a esser trattati come chair à canon da gettare in massa nei tritacarne di Kupjansk, Khar’kov, Liman, ecc., nell’interesse di chi ha fatto dell’Ucraina una semplice “moneta di scambio” in un “grande gioco” tra potenze planetarie.
Tanto più ora, quando si parla di obbligo militare anche per le ragazze a partire dai 18 anni e del dovere dei diciassettenni ucraini all’estero – ragazzi e ragazze – di tornare in patria e registrasi ai distretti militari, i cosiddetti Centri Territoriali di arruolamento.
Si conterebbero circa 860.000 ragazzi e un milione di ragazze, attualmente in giro per l’Europa e contrari a tornare in patria, che Kiev, Varsavia, Bruxelles cercano in ogni modo – legale e meno – di deportare in Ucraina.
A detta del giornalista ungherese Miklós Keveházy, l’euroliberale premier polacco Donald Tusk avrebbe addirittura suggerito il metodo dei vagoni merci su cui caricare i recalcitranti giovani ucraini per spedirli a destinazione.
Ma, una volta mobilitati, nota un servizio del Washington Post, è ancora più che dubbia la loro preparazione militare, anche semplicemente per il deficit di munizionamento con cui esercitarsi.
La crescente penuria di quella stessa carne da cannone fa suggerire alla Rada di escludere dalla smobilitazione persino gli ex prigionieri rientrati in Ucraina, scambiati con altrettanti russi prima del 18 maggio: quantomeno, è quello che si programma di fare con gli ex prigionieri della Guardia nazionale, nelle cui file, ricordiamolo, erano a suo tempo fatti confluire, per dar loro una certa “legittimità”, molti tagliagole dei cosiddetti “Battaglioni volontari” nazionalisti e neonazisti.
In ogni caso, che siano “veterani” massacratori di civili in Donbass dal 2015-2016, o giovani mobilitati a forza nelle ultime settimane, pare che ci siano discreti timori, tra le file ucraine, nei confronti degli stessi civili loro compatrioti, quanto più questi siano residenti dei villaggi prossimi alla linea del fronte, dove si attende con entusiasmo l’arrivo delle forze di Mosca, come si legge anche in alcuni reportage dell’americana The Daily Beast da Liman, Kupjansk o Izjum, ripresi da Komsomol’skaja Pravda, o di El Pais da Kazacha Lopan, o della CNN da Chasov Jar.
Secondo i corrispondenti occidentali, in quelle zone agirebbero da tempo gruppi “partigiani” che correggono i tiri delle artiglierie russe, in risposta alle precedenti incursioni – anche di sciacallaggio – delle truppe di Kiev, alle quali è fatto espresso divieto di accettare cibo da quegli abitanti, per timore che vengano loro serviti “piatti avvelenati”.
E queste non sarebbero invenzioni dei giornalisti americani o spagnoli: il decano della facoltà moscovita di media e cultura, Jurij Kot, afferma che, anche rispetto al 2022, è cresciuto di molto il numero di coloro che attendono l’arrivo dei russi e con cui la facoltà, con le dovute cautele, intrattiene rapporti di comunicazione.
Insomma: se quello della mobilitazione è un grosso problema per Kiev, non meno grave è quello di un prossimo deficit di popolazione attiva per vari campi economici, che già ora stentano a tenere il passo coi ritmi precedenti la guerra.
Settori come la metropolitana, le forniture elettriche, le manutenzioni stradali, le spedizioni nazionali e internazionali, le linee autobus scarseggiano di personale, con conseguente allungamento di tempi e rallentamenti nelle forniture.
Tra autisti che non tornano dai viaggi esteri, redattori anche di giornali filogovernativi – quali Ukrainskaja Pravda – che smettono di presentarsi al lavoro, una popolazione ridotta a meno della metà di quella di trent’anni fa (si parla di 23 o anche 20 milioni), pare chiaro che nessuna “Conferenza di pace” possa riuscire a risollevare le sorti della junta di Kiev.
Per quanti invii di armi, aerei e soldati europeisti le vengano “donati” a spese dei servizi sociali e sanitari nei paesi UE.
Fonte
Secondo Komsomol’skaja Pravda, Emmanuel Macron annuncerà ufficialmente la decisione francese sull’invio di soldati in Ucraina, in occasione del 80° anniversario dello sbarco in Normandia, alle cui celebrazioni Mosca non è stata invitata, ma dove non mancherà l’illegittimo Vladimir Zelenskij.
A questo proposito, si stanno dando molto da fare invece gli inglesi che, con The Guardian, tentano in ogni modo di dare legittimità a una persona che tale qualifica l’ha persa lo scorso 20 maggio, alla scadenza del mandato, dopo che lui stesso aveva annullato le elezioni presidenziali previste in marzo, contravvenendo così all’art. 103 della Costituzione del 1996 (ufficialmente in vigore), che non prevede alcuna «impossibilità di elezioni a causa dello stato di guerra», invocata da The Guardian per dare “legittimità” al suo beniamino in vista della “Conferenza di pace” a Bürgenstock.
Costituzionalmente, il potere legittimo – se di questo si può parlare per organi che discendono direttamente dal golpe del 2014 – sarebbe passato da oltre due settimane al presidente della Rada, Ruslan Stefanchuk.
Ma, per la conferenza svizzera, si fa questo e altro: si proclama “presidente” chi non lo è più. O, al contrario, come ha detto Vladimir Putin, a che altro pro convocare la conferenza a Bürgenstock, se non proprio per dare “legittimità” a Zelenskij?
Altrimenti, come possono convenire sul lago di Lucerna capi di stato e di governo (pare che, su 160 paesi invitati, abbiano sinora risposto una settantina) che, già così, stanno dando forfait uno dietro l’altro, a eccezione ovviamente dei valvassori europeisti, cui Joe Biden, dopo aver personalmente rinunciato al viaggio, ha ordinato di esser presenti?
O anche, come giustificare tra due giorni, sulle spiagge di Omaha, Utah o Juno, la presenza di un golpista la cui ideologia discende direttamente da quella dei collaborazionisti nazisti di OUN-UPA?
Di uno che ripeterà in Normandia le omelie strombazzate dal pulpito del Guardian sul conflitto in Ucraina che ripete la Seconda guerra mondiale, su «Putin novello Hitler; Russia stato fascista; soldati russi massacratori e violentatori; Ucraina e NATO fratelli per l’eternità; Putin non si fermerà all’Ucraina e allora dateci soldi», ecc.
Dunque, ci si muove in anticipo, in vista di un quasi annunciato flop svizzero: oltre a Xi Jinping e Biden, avrebbero già rinunciato Brasile, Sud Africa, Arabia Saudita; è probabile che India e Pakistan inviino rappresentanti di rango minore.
Stando a The Washington Post, nemmeno col suo recente viaggio a Singapore e Filippine, Vladimir Zelenskij sarebbe riuscito a portare completamente dalla sua parte i giganti asiatici; il massimo che Kiev avrebbe ottenuto da Ferdinand Marcos jr sarebbe la promessa dell’invio in Ucraina di psicologi militari per cercare di risollevare il morale delle truppe, atterrato dalle continue disfatte.
E, da par suo, Zelenskij avrebbe direttamente accusato la Cina di sabotare il summit svizzero, incitando altri paesi a disertare: difficilmente, scrive Pavel Kotov su Ukraina.ru, Pechino gli perdonerà quelle affermazioni.
Oltretutto, nota il canale Politjoystic, la mobilitazione di massa che si sta irrigidendo in Ucraina, con le persone accalappiate in strada, sta a dimostrare che Kiev non ha alcuna seria intenzione di accordarsi, bensì di continuare la guerra. Dunque, a che pro venire sulle Alpi?
Dalle parti di Russia, Cina, India, Arabia Saudita, Brasile, Indonesia, si sta già dando vita a un’altra conferenza, il cui tema sarà ben più esteso: sicurezza nucleare, questioni spaziali, crisi alimentare.
Che poi alla “formula Zelenskij” per la pace, non credano nemmeno gli stessi ucraini, lo dimostrerebbe il generale atteggiamento verso le draconiane misure di mobilitazione e l’accanita resistenza (circolano in rete animati “suggerimenti” in materia) a esser trattati come chair à canon da gettare in massa nei tritacarne di Kupjansk, Khar’kov, Liman, ecc., nell’interesse di chi ha fatto dell’Ucraina una semplice “moneta di scambio” in un “grande gioco” tra potenze planetarie.
Tanto più ora, quando si parla di obbligo militare anche per le ragazze a partire dai 18 anni e del dovere dei diciassettenni ucraini all’estero – ragazzi e ragazze – di tornare in patria e registrasi ai distretti militari, i cosiddetti Centri Territoriali di arruolamento.
Si conterebbero circa 860.000 ragazzi e un milione di ragazze, attualmente in giro per l’Europa e contrari a tornare in patria, che Kiev, Varsavia, Bruxelles cercano in ogni modo – legale e meno – di deportare in Ucraina.
A detta del giornalista ungherese Miklós Keveházy, l’euroliberale premier polacco Donald Tusk avrebbe addirittura suggerito il metodo dei vagoni merci su cui caricare i recalcitranti giovani ucraini per spedirli a destinazione.
Ma, una volta mobilitati, nota un servizio del Washington Post, è ancora più che dubbia la loro preparazione militare, anche semplicemente per il deficit di munizionamento con cui esercitarsi.
La crescente penuria di quella stessa carne da cannone fa suggerire alla Rada di escludere dalla smobilitazione persino gli ex prigionieri rientrati in Ucraina, scambiati con altrettanti russi prima del 18 maggio: quantomeno, è quello che si programma di fare con gli ex prigionieri della Guardia nazionale, nelle cui file, ricordiamolo, erano a suo tempo fatti confluire, per dar loro una certa “legittimità”, molti tagliagole dei cosiddetti “Battaglioni volontari” nazionalisti e neonazisti.
In ogni caso, che siano “veterani” massacratori di civili in Donbass dal 2015-2016, o giovani mobilitati a forza nelle ultime settimane, pare che ci siano discreti timori, tra le file ucraine, nei confronti degli stessi civili loro compatrioti, quanto più questi siano residenti dei villaggi prossimi alla linea del fronte, dove si attende con entusiasmo l’arrivo delle forze di Mosca, come si legge anche in alcuni reportage dell’americana The Daily Beast da Liman, Kupjansk o Izjum, ripresi da Komsomol’skaja Pravda, o di El Pais da Kazacha Lopan, o della CNN da Chasov Jar.
Secondo i corrispondenti occidentali, in quelle zone agirebbero da tempo gruppi “partigiani” che correggono i tiri delle artiglierie russe, in risposta alle precedenti incursioni – anche di sciacallaggio – delle truppe di Kiev, alle quali è fatto espresso divieto di accettare cibo da quegli abitanti, per timore che vengano loro serviti “piatti avvelenati”.
E queste non sarebbero invenzioni dei giornalisti americani o spagnoli: il decano della facoltà moscovita di media e cultura, Jurij Kot, afferma che, anche rispetto al 2022, è cresciuto di molto il numero di coloro che attendono l’arrivo dei russi e con cui la facoltà, con le dovute cautele, intrattiene rapporti di comunicazione.
Insomma: se quello della mobilitazione è un grosso problema per Kiev, non meno grave è quello di un prossimo deficit di popolazione attiva per vari campi economici, che già ora stentano a tenere il passo coi ritmi precedenti la guerra.
Settori come la metropolitana, le forniture elettriche, le manutenzioni stradali, le spedizioni nazionali e internazionali, le linee autobus scarseggiano di personale, con conseguente allungamento di tempi e rallentamenti nelle forniture.
Tra autisti che non tornano dai viaggi esteri, redattori anche di giornali filogovernativi – quali Ukrainskaja Pravda – che smettono di presentarsi al lavoro, una popolazione ridotta a meno della metà di quella di trent’anni fa (si parla di 23 o anche 20 milioni), pare chiaro che nessuna “Conferenza di pace” possa riuscire a risollevare le sorti della junta di Kiev.
Per quanti invii di armi, aerei e soldati europeisti le vengano “donati” a spese dei servizi sociali e sanitari nei paesi UE.
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17/04/2024
Gli ucraini vivono la sconfitta sul campo già da un decennio
L’Ucraina non può in alcun modo perdere: è questa la sostanza della “riflessione” apparsa su The Economist. Perché? Perché, in caso di vittoria russa, crollerebbe ogni autorità dell’Occidente.
Commentando su Komsomol’skaja Pravda l’asserzione del foglio britannico, Evgenij Umerenkov sostiene che in essa sia racchiusa l’intera gamma dei timori occidentali. Dalla situazione ormai senza via di scampo: per Kiev, al fronte, fino all’arrivo, quasi sicuro, di Trump in USA.
E, dato che a Ovest si è puntato tutto sul cavallo ormai azzoppato, ecco che ogni “autorità” occidentale va a farsi benedire e tornano a risuonare le parole dell’ex Segretario NATO George Robertson: «Se l’Ucraina perde, saranno i nostri nemici a definire l’ordine mondiale».
Ma, suggerisce The Economist, le conseguenze della sconfitta ucraina «dipenderanno in questa o quella misura dalla forma dell’accordo di pace». E inoltre, se anche l’Ucraina dovesse vincere, «l’Europa dovrà cambiare».
Ma in cosa dovrebbero consistere le variazioni? Manco a dirlo: aumento delle spese militari a scapito di quelle sociali. Come se già non si andasse da tempo in quella direzione!
In ogni caso, è significativo un certo mutamento di linguaggio del foglio britannico: da «l’Ucraina deve vincere», a «La Russia non deve vincere», fino a «l’Ucraina non deve perdere».
Insomma, l’incubo si fa sempre più ossessivo e sembra di sentire le massime di Sun Tsu: «Morale a terra, armi spuntate, forze esaurite e casse svuotate... nemmeno il più sapiente» sa come rimediare!
Figuriamoci il nazigolpista-capo, Vladimir Zelenskij, che non trova nulla di meglio che lanciare contumelie all’indirizzo del padrino americano, per di più su un canale americano come PBS, accusando Washington per i mancati aiuti che portano alla disfatta ucraina e per gli insuccessi diplomatici della cosiddetta “formula Zelenskij” per la pace, che ovviamente tien fuori la Russia.
Ma, per centinaia di migliaia di diretti interessati, l’incubo evocato da The Economist dura in realtà già da oltre un decennio.
Prendiamo ad esempio, tanto per cominciare, l’accoglienza riservata nella vicina Polonia agli immigrati ucraini.
Si sa che, da quelle parti, i vicini sudorientali sono considerati da sempre, fin dai secoli passati, merce a basso costo, un po’ alla maniera in cui gli schiavisti agricoli del sud d’Italia trattano oggi il bracciantato proveniente da Asia e Africa.
Ma, ecco che ora, con il notevole flusso di chi sfugge alla mobilitazione forzata, fatta in larghissima parte di giovani con discreti titoli di studio, almeno 1/4 dei polacchi intervistati (1/3 tra i giovani di 18-24 anni) dichiara di temere per il posto di lavoro e il 41% ritiene che l’arrivo di quadri ucraini possa abbassare i ritmi di crescita salariale.
Secondo Pracuj.pl, se ancora dieci anni fa la percentuale di stranieri tra i lavoratori assicurati nel ZUS (Zaklad Ubezpieczen Spolecznych: Previdenza sociale) era del 1%, a fine 2023 era del 7% (e si parla solo di lavoratori ufficialmente registrati): 1,13 milioni, di cui l’83% ucraini.
Il lato opposto della medaglia, sostengono per esempio i prenditori edili polacchi: se la guerra finisce, il mercato edilizio polacco si ferma per carenza di manodopera, fatta oggi per la quasi totalità di ucraini e bielorussi.
A livello di società polacca, l’atteggiamento positivo verso gli immigrati ucraini è sceso dal 35 al 25% nel giro dell’ultimo anno, mentre quello negativo è salito dal 14 al 18%. Tutto questo, senza toccare il tema delle importazioni di prodotti agricoli ucraini, che rischia tuttora, nonostante gli interventi UE, di trasformare l’atteggiamento negativo verso l’Ucraina in generale, in aperto conflitto “etnico”.
Del resto, come si è arrivati a ridurre in stato di semi-servaggio i lavoratori ucraini che emigrano per sfuggire alle delizie imposte al paese da Banca Mondiale, FMI, USA, UE, dalle grandi corporation che si sono già inghiottite metà delle risorse ucraine?
Non è che, per caso, qualche decina d’anni di “attenzioni” occidentali su un paese considerato punta di lancia contro l’URSS e, infine, il colpo decisivo portato nel 2013-2014, abbiano fatto sì che l’Ucraina si riducesse in terra di fuggiaschi, lasciata in balia di squadristi neonazisti agli ordini delle oligarchie locali e braccio armato indigeno per la penetrazione militare occidentale?
Vediamo qualche cifra, a partire dalle migliaia di vittime cadute dal majdan a oggi, migliaia di perseguitati politici, milioni di emigrati, debiti per miliardi, prezzi alimentari, tasse e tariffe energetiche cresciute con percentuali a due zeri, con interventi sociali divenuti pressoché nulli.
Su Ukraina.ru, ne traccia un quadro oltremodo tragico Valerija Emel’janova.
Prendiamo il “sacro” dollaro: a novembre 2013 veniva scambiato per 7,99 grivne e a gennaio 2024 per 38,28. Il debito pubblico, che era di 65 miliardi di dollari nel 2014, a fine 2023 era di 145 mld, cioè l’85% del PIL. A fine 2024 potrebbe raggiungere i 220 miliardi di dollari: 104% del PIL.
Con le distruzioni causate dal conflitto, secondo le valutazioni internazionali di fine 2023, la ricostruzione avrebbe un costo di 486 miliardi di dollari, che potrebbe raggiungere il trilione nei prossimi dieci anni.
Dai 603.500 kmq di territorio del 1991 – già solo per l’uscita di D-LNR (il Donbass) – nel 2014 il territorio ucraino si era ridotto a 576.600 kmq e oggi quello controllato da Kiev è di 567mila kmq. Secondo le statistiche ufficiali ucraine, nel 2013 il paese contava 45,5 milioni di abitanti, mentre oggi le valutazioni oscillano tra i 36 e i 29 milioni, con un livello delle nascite che la CIA valuta a 5,8 ogni mille abitanti (228° posizione mondiale) e tasso di mortalità di 19,8 ogni mille (contro, ad esempio, i 4,9 di Uganda, 1,6 di Emirati arabi) e un’età media maschile che Kiev calcola a 57-58 anni, mentre la CIA a 45,3 (per maschi e femmine).
Secondo l’ONU, solo dal febbraio 2022 hanno lasciato il paese 6,5 milioni di persone e si calcola che, a fine conflitto, solo il 50-60% potrebbe rientrare in patria.
Ancora l’ONU, a marzo 2023, calcolava in 1,14 milioni gli emigrati ucraini in Germania, 953mila in Polonia e 386mila nella Repubblica ceca. Ma a marzo 2024 contava anche 1,25 milioni di emigrati in Russia. Mosca calcola che dal 2014 a oggi, 7,5 milioni di ucraini abbiano optato per la cittadinanza russa.
Per chi è rimasto, in dieci anni le tariffe sono cresciute di 8 volte, mentre i salari medi hanno perso circa l’11% e le pensioni il 27%. Nel 2013 il salario medio ufficiale era di circa 410 dollari (3.274 grivne); nel 2015 era di 302, risalendo a 433 nel 2020.
Secondo il Comitato statistico ucraino, nel 2023 lo stipendio medio di un insegnante era di 340 dollari, quello di un medico di 400 e quello di un commesso di negozio di 270. Sarebbe invece cresciuto il salario minimo, passato dai 144 dollari del 2013, ai 161 del 2019, fino agli attuali 203.
I pensionati, che rappresentano 1/3 della popolazione ucraina e che nel 2013 godevano di una pensiona media di 184 dollari, già nel 2015 – causa il crollo della grivna – ricevevano appena 66 dollari. Oggi, stando al Fondo pensioni ucraino, l’assegno medio è di 135; ma oltre la metà arriva appena alla pensione minima, che nel 2023 era di 54 dollari, contro i 112 del 2013
Se nel 2013 la disoccupazione – secondo l’Organizzazione internazionale del lavoro – era all’8%, oggi sarebbe al 19%, anche se in questa cifra si devono considerare gli uomini in età di richiamo che, per sfuggire alla mobilitazione, evitano di registrarsi ufficialmente al lavoro.
Dal 2013 a oggi le tariffe comunali (luce, gas, acqua, riscaldamento, ecc.) sono cresciute del 150-1200% e i pronostici sono per ulteriori aumenti, in base ai dettami di FMI e USA per la “liberalizzazione del mercato dei servizi locali”, con un indebitamento delle famiglie più povere che era cresciuto di oltre 7-8 volte tra il 2013 e il febbraio 2022 e di 21,5 volte a inizio 2024: questo, in confronto a una crescita nominale media dei salari di circa 4 volte.
Per quanto riguarda i prodotti alimentari, tra 2013 e fine 2023 il pane con farina di prima scelta è aumentato del 809% e un kg di vitello è passato da 54 a quasi 244 grivne; il riso è passato da 7,7 a 51,3 grivne. Il prodotto “nazionale” ucraino, il lardo, è aumentato del 626%, nonostante il maiale sia cresciuto “appena” del 309%. Oltre 5 volte sono aumentati, ortaggi, latticini caseari e uova.
Per tutto questo, gli ucraini devono ringraziare prima di tutto i “liberatori” venuti da Occidente a portare “libertà e democrazia” contro il “dispotismo orientale”.
Fonte
Commentando su Komsomol’skaja Pravda l’asserzione del foglio britannico, Evgenij Umerenkov sostiene che in essa sia racchiusa l’intera gamma dei timori occidentali. Dalla situazione ormai senza via di scampo: per Kiev, al fronte, fino all’arrivo, quasi sicuro, di Trump in USA.
E, dato che a Ovest si è puntato tutto sul cavallo ormai azzoppato, ecco che ogni “autorità” occidentale va a farsi benedire e tornano a risuonare le parole dell’ex Segretario NATO George Robertson: «Se l’Ucraina perde, saranno i nostri nemici a definire l’ordine mondiale».
Ma, suggerisce The Economist, le conseguenze della sconfitta ucraina «dipenderanno in questa o quella misura dalla forma dell’accordo di pace». E inoltre, se anche l’Ucraina dovesse vincere, «l’Europa dovrà cambiare».
Ma in cosa dovrebbero consistere le variazioni? Manco a dirlo: aumento delle spese militari a scapito di quelle sociali. Come se già non si andasse da tempo in quella direzione!
In ogni caso, è significativo un certo mutamento di linguaggio del foglio britannico: da «l’Ucraina deve vincere», a «La Russia non deve vincere», fino a «l’Ucraina non deve perdere».
Insomma, l’incubo si fa sempre più ossessivo e sembra di sentire le massime di Sun Tsu: «Morale a terra, armi spuntate, forze esaurite e casse svuotate... nemmeno il più sapiente» sa come rimediare!
Figuriamoci il nazigolpista-capo, Vladimir Zelenskij, che non trova nulla di meglio che lanciare contumelie all’indirizzo del padrino americano, per di più su un canale americano come PBS, accusando Washington per i mancati aiuti che portano alla disfatta ucraina e per gli insuccessi diplomatici della cosiddetta “formula Zelenskij” per la pace, che ovviamente tien fuori la Russia.
Ma, per centinaia di migliaia di diretti interessati, l’incubo evocato da The Economist dura in realtà già da oltre un decennio.
Prendiamo ad esempio, tanto per cominciare, l’accoglienza riservata nella vicina Polonia agli immigrati ucraini.
Si sa che, da quelle parti, i vicini sudorientali sono considerati da sempre, fin dai secoli passati, merce a basso costo, un po’ alla maniera in cui gli schiavisti agricoli del sud d’Italia trattano oggi il bracciantato proveniente da Asia e Africa.
Ma, ecco che ora, con il notevole flusso di chi sfugge alla mobilitazione forzata, fatta in larghissima parte di giovani con discreti titoli di studio, almeno 1/4 dei polacchi intervistati (1/3 tra i giovani di 18-24 anni) dichiara di temere per il posto di lavoro e il 41% ritiene che l’arrivo di quadri ucraini possa abbassare i ritmi di crescita salariale.
Secondo Pracuj.pl, se ancora dieci anni fa la percentuale di stranieri tra i lavoratori assicurati nel ZUS (Zaklad Ubezpieczen Spolecznych: Previdenza sociale) era del 1%, a fine 2023 era del 7% (e si parla solo di lavoratori ufficialmente registrati): 1,13 milioni, di cui l’83% ucraini.
Il lato opposto della medaglia, sostengono per esempio i prenditori edili polacchi: se la guerra finisce, il mercato edilizio polacco si ferma per carenza di manodopera, fatta oggi per la quasi totalità di ucraini e bielorussi.
A livello di società polacca, l’atteggiamento positivo verso gli immigrati ucraini è sceso dal 35 al 25% nel giro dell’ultimo anno, mentre quello negativo è salito dal 14 al 18%. Tutto questo, senza toccare il tema delle importazioni di prodotti agricoli ucraini, che rischia tuttora, nonostante gli interventi UE, di trasformare l’atteggiamento negativo verso l’Ucraina in generale, in aperto conflitto “etnico”.
Del resto, come si è arrivati a ridurre in stato di semi-servaggio i lavoratori ucraini che emigrano per sfuggire alle delizie imposte al paese da Banca Mondiale, FMI, USA, UE, dalle grandi corporation che si sono già inghiottite metà delle risorse ucraine?
Non è che, per caso, qualche decina d’anni di “attenzioni” occidentali su un paese considerato punta di lancia contro l’URSS e, infine, il colpo decisivo portato nel 2013-2014, abbiano fatto sì che l’Ucraina si riducesse in terra di fuggiaschi, lasciata in balia di squadristi neonazisti agli ordini delle oligarchie locali e braccio armato indigeno per la penetrazione militare occidentale?
Vediamo qualche cifra, a partire dalle migliaia di vittime cadute dal majdan a oggi, migliaia di perseguitati politici, milioni di emigrati, debiti per miliardi, prezzi alimentari, tasse e tariffe energetiche cresciute con percentuali a due zeri, con interventi sociali divenuti pressoché nulli.
Su Ukraina.ru, ne traccia un quadro oltremodo tragico Valerija Emel’janova.
Prendiamo il “sacro” dollaro: a novembre 2013 veniva scambiato per 7,99 grivne e a gennaio 2024 per 38,28. Il debito pubblico, che era di 65 miliardi di dollari nel 2014, a fine 2023 era di 145 mld, cioè l’85% del PIL. A fine 2024 potrebbe raggiungere i 220 miliardi di dollari: 104% del PIL.
Con le distruzioni causate dal conflitto, secondo le valutazioni internazionali di fine 2023, la ricostruzione avrebbe un costo di 486 miliardi di dollari, che potrebbe raggiungere il trilione nei prossimi dieci anni.
Dai 603.500 kmq di territorio del 1991 – già solo per l’uscita di D-LNR (il Donbass) – nel 2014 il territorio ucraino si era ridotto a 576.600 kmq e oggi quello controllato da Kiev è di 567mila kmq. Secondo le statistiche ufficiali ucraine, nel 2013 il paese contava 45,5 milioni di abitanti, mentre oggi le valutazioni oscillano tra i 36 e i 29 milioni, con un livello delle nascite che la CIA valuta a 5,8 ogni mille abitanti (228° posizione mondiale) e tasso di mortalità di 19,8 ogni mille (contro, ad esempio, i 4,9 di Uganda, 1,6 di Emirati arabi) e un’età media maschile che Kiev calcola a 57-58 anni, mentre la CIA a 45,3 (per maschi e femmine).
Secondo l’ONU, solo dal febbraio 2022 hanno lasciato il paese 6,5 milioni di persone e si calcola che, a fine conflitto, solo il 50-60% potrebbe rientrare in patria.
Ancora l’ONU, a marzo 2023, calcolava in 1,14 milioni gli emigrati ucraini in Germania, 953mila in Polonia e 386mila nella Repubblica ceca. Ma a marzo 2024 contava anche 1,25 milioni di emigrati in Russia. Mosca calcola che dal 2014 a oggi, 7,5 milioni di ucraini abbiano optato per la cittadinanza russa.
Per chi è rimasto, in dieci anni le tariffe sono cresciute di 8 volte, mentre i salari medi hanno perso circa l’11% e le pensioni il 27%. Nel 2013 il salario medio ufficiale era di circa 410 dollari (3.274 grivne); nel 2015 era di 302, risalendo a 433 nel 2020.
Secondo il Comitato statistico ucraino, nel 2023 lo stipendio medio di un insegnante era di 340 dollari, quello di un medico di 400 e quello di un commesso di negozio di 270. Sarebbe invece cresciuto il salario minimo, passato dai 144 dollari del 2013, ai 161 del 2019, fino agli attuali 203.
I pensionati, che rappresentano 1/3 della popolazione ucraina e che nel 2013 godevano di una pensiona media di 184 dollari, già nel 2015 – causa il crollo della grivna – ricevevano appena 66 dollari. Oggi, stando al Fondo pensioni ucraino, l’assegno medio è di 135; ma oltre la metà arriva appena alla pensione minima, che nel 2023 era di 54 dollari, contro i 112 del 2013
Se nel 2013 la disoccupazione – secondo l’Organizzazione internazionale del lavoro – era all’8%, oggi sarebbe al 19%, anche se in questa cifra si devono considerare gli uomini in età di richiamo che, per sfuggire alla mobilitazione, evitano di registrarsi ufficialmente al lavoro.
Dal 2013 a oggi le tariffe comunali (luce, gas, acqua, riscaldamento, ecc.) sono cresciute del 150-1200% e i pronostici sono per ulteriori aumenti, in base ai dettami di FMI e USA per la “liberalizzazione del mercato dei servizi locali”, con un indebitamento delle famiglie più povere che era cresciuto di oltre 7-8 volte tra il 2013 e il febbraio 2022 e di 21,5 volte a inizio 2024: questo, in confronto a una crescita nominale media dei salari di circa 4 volte.
Per quanto riguarda i prodotti alimentari, tra 2013 e fine 2023 il pane con farina di prima scelta è aumentato del 809% e un kg di vitello è passato da 54 a quasi 244 grivne; il riso è passato da 7,7 a 51,3 grivne. Il prodotto “nazionale” ucraino, il lardo, è aumentato del 626%, nonostante il maiale sia cresciuto “appena” del 309%. Oltre 5 volte sono aumentati, ortaggi, latticini caseari e uova.
Per tutto questo, gli ucraini devono ringraziare prima di tutto i “liberatori” venuti da Occidente a portare “libertà e democrazia” contro il “dispotismo orientale”.
Fonte
06/04/2024
Ucraina: chi sfugge agli arruolamenti forzati e chi si immagina la quiete inglese
Il Ministro degli esteri russo Sergej Lavrov ha confermato la disponibilità di Mosca a colloqui di pace sull’Ucraina.
Lo ha fatto nel corso di un incontro con gli ambasciatori di oltre 70 paesi, tra cui non figuravano quelli i cui governi applicano sanzioni contro la Russia: per loro scelta, cui Mosca si adegua.
Tanto più che, ha detto Lavrov, la diplomazia è viva e «si sviluppa rapidamente nei nostri rapporti con la maggioranza dei paesi del mondo. Abbiamo un enorme numero di partner e, cosa più importante, si tratta di partnership bilaterali e multilaterali».
Nello specifico del rispetto dei diritti umani, così declamato all’ONU dai rappresentanti di Kiev e reclamizzato a Washington e Bruxelles quale elemento distintivo della “democrazia ucraina”, Lavrov ha sottolineato come l’Ucraina sia oggi «diventata uno stato apertamente terroristico: da 10 anni terrorizza i cittadini del proprio paese e anche oltre i suoi confini», come dimostrano anche le tracce per l’attentato al Krokus di Krasnogorsk, che portano a Kiev, come già accaduto in altre occasioni.
Sulla questione del conflitto in Ucraina, ha quindi detto Lavrov, i padrini occidentali, mentre ignorano a bella posta le proposte di pace sudafricana, cinese, brasiliana, quella della Lega araba, fanno di tutto per imporre a tuti i paesi NATO l’obbligo di sostenere l’Ucraina, perché questa continui la guerra con la Russia.
E anche l’ultima trovata della conferenza da tenersi in Svizzera, non è che un ulteriore tentativo di imporre la famigerata “formula Zelenskij”, senza volutamente prendere in considerazione qualsiasi altro punto di vista.
Anzi, dopo l’esternazione della sua collega finlandese, è stata ora la volta del ministro degli esteri norvegese Espen Barth Eide a dichiarare come “da non escludere” un futuro invio di truppe in Ucraina.
La situazione «a livello diplomatico è di stallo, ma non per colpa nostra», ha dichiarato Lavrov; «noi abbiamo mostrato più di una volta la nostra buona volontà ed essa rimane. Non siamo stati noi a liquidare il Documento di Istanbul. Non siamo stati noi ad adottare norme che vietino colloqui con l’Ucraina».
Se da parte occidentale ci fosse una qualche minima volontà di arrivare a colloqui di pace, i “curatori” euro-atlantici della junta nazigolpista, potrebbero quantomeno imporre a Zelenskij di annullare il suo decreto che proibisce i colloqui con Mosca.
Al contrario, le voci che più insistentemente giungono da Ovest, stante la profonda penuria di armamenti da inviare a Kiev, sono quelle sulla necessità di una crescente mobilitazione di chair à canon indigena. E a poco servono i salmi europeisti sul “patriottismo” democratico che veste l’uniforme per lottare contro il “dispotismo russo”: i giovani ucraini cercano come possono di sottrarsi all’arruolamento.
«Servizio militare? Neanche per sogno!», titola la tedesca Die junge Welt, scrivendo di circa un milione di persone in età di leva che mancano all’appello in diverse regioni ucraine e dei metodi escogitati per lasciare il paese.
Gli addetti al reclutamento delle regioni di Poltava e Ivano-Frankovsk, ad esempio, riferiscono di 30.000 e 40.000 uomini, rispettivamente, che non hanno risposto alla cartolina precetto: moltiplicato per le 23 regioni del Paese sotto controllo ucraino, constata Die junge Welt, si arriva a una cifra di almeno 800.000 uomini che cercano di sottrarsi al servizio militare.
Nella regione di Ivano-Frankovsk, le squadre di mobilitazione, per ammissione ufficiale, sono autorizzate ad arrestare gli uomini ovunque riescano a scovarli: in strada, sugli autobus, al lavoro o al bar. Tant’è che le aziende ucraine lamentano carenza di personale: gli uomini rifiutano le assunzioni con contratti legali, perché ciò comporta automaticamente la registrazione nelle liste d’arruolamento.
A Ternopol – che pure è in Ucraina occidentale e, dunque area di maggior “afflato nazional-patriottico” – è stato diffuso un video in cui si vedono mastini arruolatori che fanno irruzione in un cantiere e trascinano letteralmente i lavoratori giù dalle impalcature. In un villaggio dell’Ucraina occidentale, i residenti hanno picchiato una donna sospettata di fare la spia per il distretto di leva.
È così che fiorisce il “mercato nero” dell’espatrio. A marzo, racconta l’ufficialissima Ukrainskaja Pravda, si sono verificati almeno una dozzina di casi: chi si era nascosto, al prezzo di 3.000 dollari, nel cassone della biancheria di un camion diretto in Moldavia; chi ha tentato la fuga via mare dalla baia di Odessa; un uomo è affogato nel Tisza cercando di raggiungere a nuoto la Romania.
Una disabile ha offerto su Internet il matrimonio – per 10.000 $ – a chiunque, per sfuggire alla leva, volesse presentarsi come suo “badante”. Si è saputo di persone disabili che, con lo stesso sistema, si erano assicurate anche dieci “badanti”.
E, naturalmente, non possono mancare i “sistemi ufficiali”: sempre nella regione di Ternopol, un sergente arruolatore è stato pagato con materiale da costruzione per far sparire la pratica del proprietario di un negozio di edilizia; a L’vov, una sottufficiale delle guardie di frontiera ha chiesto 9.000 dollari per accompagnare un uomo in un segmento non sorvegliato del confine.
Ma, osserva Serafima Timokhina su Ukraina.ru, visto come USA e UE intendano stringere i cordoni della borsa, pare che lo stesso nazigolpista-capo, Vladimir Zelenskij, stia tentando di prepararsi qualche strada per il futuro: se ne avrà uno.
Sì, perché non tutto gli riesce sempre come vorrebbe. Ad esempio, il progetto svizzero-ucraino della vodka “Zelenskij”, partito come azione di “beneficienza” e di “réclame” politico-commerciale in Svizzera, Germania e Gran Bretagna, pare non sia andato troppo bene: non c’è stato sufficiente smercio delle bottiglie da mezzo litro vendute a 40 euro.
Non si sono avverate le speranze dei “manager” svizzero-ucraini sulla presa propagandistica del nome di “cotanto” personaggio e sulla dichiarata intenzione di destinare i ricavi delle vendite non certo, per carità, all’acquisto di armi, ma cristianamente a ospedali e orfanotrofi ucraini.
E tutti gli amanti della vodka ci hanno così tanto creduto, ai fini “umanitari” del progetto, da costringere i “manager” alla chiusura, dopo che anche il tentativo di dimezzare il prezzo di vendita non aveva dato risultati.
Esito migliore non era toccato d’altronde nemmeno al progetto yankee, varato già nel 2022, di vendere per 100 dollari la “moneta Zelenskij”. Gli americani, si sa, sono gente pratica e non amano buttar soldi in qualcosa che non ritorni nelle loro tasche almeno raddoppiata: la moneta Zelenskij ha cominciato a svalutarsi già nell’aprile del 2019, al momento della sua elezione.
E, comunque, a quanto pare, lo stesso golpista-manager è consapevole del destino che lo attende: se mai gli sarà consentito di metterci piede, almeno da ex presidente, Zelenskij ha acquistato da Carlo III – lo scrive la britannica London Crier – la residenza di Highgrove House, nel Gloucestershire, per una ventina di milioni di sterline.
Dovesse, chissà, rimanere in vita, l’unico inconveniente che potrebbe ostacolare il viaggio del nazigolpista fino in Inghilterra, potrebbe essere costituito dalla difficoltà di farsi prendere a bordo, per 3.000 dollari, da un qualche camion carico di cassoni della biancheria diretto in Moldavia.
Fonte
Lo ha fatto nel corso di un incontro con gli ambasciatori di oltre 70 paesi, tra cui non figuravano quelli i cui governi applicano sanzioni contro la Russia: per loro scelta, cui Mosca si adegua.
Tanto più che, ha detto Lavrov, la diplomazia è viva e «si sviluppa rapidamente nei nostri rapporti con la maggioranza dei paesi del mondo. Abbiamo un enorme numero di partner e, cosa più importante, si tratta di partnership bilaterali e multilaterali».
Nello specifico del rispetto dei diritti umani, così declamato all’ONU dai rappresentanti di Kiev e reclamizzato a Washington e Bruxelles quale elemento distintivo della “democrazia ucraina”, Lavrov ha sottolineato come l’Ucraina sia oggi «diventata uno stato apertamente terroristico: da 10 anni terrorizza i cittadini del proprio paese e anche oltre i suoi confini», come dimostrano anche le tracce per l’attentato al Krokus di Krasnogorsk, che portano a Kiev, come già accaduto in altre occasioni.
Sulla questione del conflitto in Ucraina, ha quindi detto Lavrov, i padrini occidentali, mentre ignorano a bella posta le proposte di pace sudafricana, cinese, brasiliana, quella della Lega araba, fanno di tutto per imporre a tuti i paesi NATO l’obbligo di sostenere l’Ucraina, perché questa continui la guerra con la Russia.
E anche l’ultima trovata della conferenza da tenersi in Svizzera, non è che un ulteriore tentativo di imporre la famigerata “formula Zelenskij”, senza volutamente prendere in considerazione qualsiasi altro punto di vista.
Anzi, dopo l’esternazione della sua collega finlandese, è stata ora la volta del ministro degli esteri norvegese Espen Barth Eide a dichiarare come “da non escludere” un futuro invio di truppe in Ucraina.
La situazione «a livello diplomatico è di stallo, ma non per colpa nostra», ha dichiarato Lavrov; «noi abbiamo mostrato più di una volta la nostra buona volontà ed essa rimane. Non siamo stati noi a liquidare il Documento di Istanbul. Non siamo stati noi ad adottare norme che vietino colloqui con l’Ucraina».
Se da parte occidentale ci fosse una qualche minima volontà di arrivare a colloqui di pace, i “curatori” euro-atlantici della junta nazigolpista, potrebbero quantomeno imporre a Zelenskij di annullare il suo decreto che proibisce i colloqui con Mosca.
Al contrario, le voci che più insistentemente giungono da Ovest, stante la profonda penuria di armamenti da inviare a Kiev, sono quelle sulla necessità di una crescente mobilitazione di chair à canon indigena. E a poco servono i salmi europeisti sul “patriottismo” democratico che veste l’uniforme per lottare contro il “dispotismo russo”: i giovani ucraini cercano come possono di sottrarsi all’arruolamento.
«Servizio militare? Neanche per sogno!», titola la tedesca Die junge Welt, scrivendo di circa un milione di persone in età di leva che mancano all’appello in diverse regioni ucraine e dei metodi escogitati per lasciare il paese.
Gli addetti al reclutamento delle regioni di Poltava e Ivano-Frankovsk, ad esempio, riferiscono di 30.000 e 40.000 uomini, rispettivamente, che non hanno risposto alla cartolina precetto: moltiplicato per le 23 regioni del Paese sotto controllo ucraino, constata Die junge Welt, si arriva a una cifra di almeno 800.000 uomini che cercano di sottrarsi al servizio militare.
Nella regione di Ivano-Frankovsk, le squadre di mobilitazione, per ammissione ufficiale, sono autorizzate ad arrestare gli uomini ovunque riescano a scovarli: in strada, sugli autobus, al lavoro o al bar. Tant’è che le aziende ucraine lamentano carenza di personale: gli uomini rifiutano le assunzioni con contratti legali, perché ciò comporta automaticamente la registrazione nelle liste d’arruolamento.
A Ternopol – che pure è in Ucraina occidentale e, dunque area di maggior “afflato nazional-patriottico” – è stato diffuso un video in cui si vedono mastini arruolatori che fanno irruzione in un cantiere e trascinano letteralmente i lavoratori giù dalle impalcature. In un villaggio dell’Ucraina occidentale, i residenti hanno picchiato una donna sospettata di fare la spia per il distretto di leva.
È così che fiorisce il “mercato nero” dell’espatrio. A marzo, racconta l’ufficialissima Ukrainskaja Pravda, si sono verificati almeno una dozzina di casi: chi si era nascosto, al prezzo di 3.000 dollari, nel cassone della biancheria di un camion diretto in Moldavia; chi ha tentato la fuga via mare dalla baia di Odessa; un uomo è affogato nel Tisza cercando di raggiungere a nuoto la Romania.
Una disabile ha offerto su Internet il matrimonio – per 10.000 $ – a chiunque, per sfuggire alla leva, volesse presentarsi come suo “badante”. Si è saputo di persone disabili che, con lo stesso sistema, si erano assicurate anche dieci “badanti”.
E, naturalmente, non possono mancare i “sistemi ufficiali”: sempre nella regione di Ternopol, un sergente arruolatore è stato pagato con materiale da costruzione per far sparire la pratica del proprietario di un negozio di edilizia; a L’vov, una sottufficiale delle guardie di frontiera ha chiesto 9.000 dollari per accompagnare un uomo in un segmento non sorvegliato del confine.
Ma, osserva Serafima Timokhina su Ukraina.ru, visto come USA e UE intendano stringere i cordoni della borsa, pare che lo stesso nazigolpista-capo, Vladimir Zelenskij, stia tentando di prepararsi qualche strada per il futuro: se ne avrà uno.
Sì, perché non tutto gli riesce sempre come vorrebbe. Ad esempio, il progetto svizzero-ucraino della vodka “Zelenskij”, partito come azione di “beneficienza” e di “réclame” politico-commerciale in Svizzera, Germania e Gran Bretagna, pare non sia andato troppo bene: non c’è stato sufficiente smercio delle bottiglie da mezzo litro vendute a 40 euro.
Non si sono avverate le speranze dei “manager” svizzero-ucraini sulla presa propagandistica del nome di “cotanto” personaggio e sulla dichiarata intenzione di destinare i ricavi delle vendite non certo, per carità, all’acquisto di armi, ma cristianamente a ospedali e orfanotrofi ucraini.
E tutti gli amanti della vodka ci hanno così tanto creduto, ai fini “umanitari” del progetto, da costringere i “manager” alla chiusura, dopo che anche il tentativo di dimezzare il prezzo di vendita non aveva dato risultati.
Esito migliore non era toccato d’altronde nemmeno al progetto yankee, varato già nel 2022, di vendere per 100 dollari la “moneta Zelenskij”. Gli americani, si sa, sono gente pratica e non amano buttar soldi in qualcosa che non ritorni nelle loro tasche almeno raddoppiata: la moneta Zelenskij ha cominciato a svalutarsi già nell’aprile del 2019, al momento della sua elezione.
E, comunque, a quanto pare, lo stesso golpista-manager è consapevole del destino che lo attende: se mai gli sarà consentito di metterci piede, almeno da ex presidente, Zelenskij ha acquistato da Carlo III – lo scrive la britannica London Crier – la residenza di Highgrove House, nel Gloucestershire, per una ventina di milioni di sterline.
Dovesse, chissà, rimanere in vita, l’unico inconveniente che potrebbe ostacolare il viaggio del nazigolpista fino in Inghilterra, potrebbe essere costituito dalla difficoltà di farsi prendere a bordo, per 3.000 dollari, da un qualche camion carico di cassoni della biancheria diretto in Moldavia.
Fonte
28/12/2023
Riuscirà davvero Kiev a mandare al macello 500.000 ucraini?
“In Ucraina torna il gelo e resta la guerra. Ma in molti rientrano”, titolava un paio di settimane fa il manifesto, lasciando all’immaginazione dei lettori indovinare chi siano quelli che rientrano e dando per sottinteso che vogliano farlo per andare senz’altro in guerra.
“Come non finire nel mattatoio di Zelenskij”, titola ora il portale Tipichnaja Odessa, ripreso da ColonelCassad e riproduce un’intera serie di schede grafiche coi relativi suggerimenti per sfuggire alla mobilitazione elettronica che la junta golpista di Kiev sta avviando, obbedendo al monito del Befehlshaber sulla mobilitazione di altri 500.000 ucraini nel 2024, indipendentemente dal grado di invalidità riconosciuto.
Senza le esagerazioni – “mancanza di un occhio; moncone dell’arto superiore, assenza di dita; moncone della coscia o della parte inferiore della gamba; mancanza di rene, polmone o vescica; uomini sotto i 130 cm e donne sotto i 120 cm“; ecc. – che abbondano in questi giorni anche sui social, è certo che le progettate norme sulla mobilitazione in Ucraina consentiranno di arruolare, pur con rinvio, anche coloro che rientrano nel 3° gruppo di invalidità (rimarrebbero esclusi quelli del 1° e 2° gruppo).
Ovvero un gruppo dato da difetti congeniti o lesioni, persone cioè in grado di condurre attività quotidiane solo con ausili, affette da difficoltà di movimento senza assistenza o mezzi artificiali, difficoltà lavorative al 25%, ridotte capacità negli scambi interpersonali.
In sostanza, il progetto di legge presentato in questi giorni alla Rada, prevede di procedere a una nuova registrazione di tutti gli ucraini in età di richiamo (25-60 anni; il limite minimo d’età scende ora da 27 a 25 anni), con il rilascio di nuovi documenti di servizio e nuova visita medica militare; questo perché, secondo Kiev, dai registri militari mancano i nomi di almeno 4,5-5 milioni di uomini in età di richiamo.
Persino i comandi si sono affrettati a prendere le distanze dalle “innovazioni“. Il capo di Stato maggiore Valerij Zalužnyj si sbraccia a dichiarare di non aver nulla a che vedere col disegno di legge: sebbene anche dei militari abbiano fatto parte parte del gruppo di lavoro sul progetto, ha detto, la maggior parte degli emendamenti scandalosi (sanzioni agli evasori, mobilitazione di disabili, convocazioni elettroniche, mobilitazione degli ucraini all’estero) non sono stati proposti da loro.
Curioso che anche Vladimir Zelenskij abbia detto la stessa cosa: solo al contrario, addossando la responsabilità ai militari.
“Ci hanno messi all’angolo come cani“, ha detto il deputato ucraino Evgenij Ševcenko; le nuove norme sulla mobilitazione sono illogiche e crudeli.
«È una legge che serve a stringere all’angolo i nostri ragazzi e uomini, come dei cani; ma quegli stessi cani diventeranno lupi e allora potremmo subire l’effetto contrario» a quello voluto. Il disegno di legge (le nuove norme, se approvate, entreranno in vigore dopo il 14 febbraio) è fatto per vendicarsi di chi non vuole combattere, ha detto ancora Ševcenko.
Esso prevede l’abolizione del servizio militare, l’obbligo per i coscritti a registrarsi elettronicamente, sottoporsi alla visita medica e, alla chiamata, presentarsi all’ufficio di arruolamento.
Si prevede inoltre l’obbligo per i coscritti, all’annuncio della mobilitazione, a presentarsi entro 60 giorni ai distretti, oppure entro 20 giorni dalla data del suo proseguimento, indipendentemente dal ricevimento della citazione che, come detto, diviene elettronica e, una volta inviata, verrà considerata giunta in ogni caso al destinatario.
Le pene per i trasgressori prevedono multe astronomiche, sequestro di conti correnti, fino alla galera da tre a cinque anni.
Da qui, i suggerimenti della summenzionata Tipichnaja Odessa, per disfarsi di ogni tipo di documento elettronico personale, a cominciare da app. “Dija”, posta elettronica, account bancario, tanto che sembra si stiano già registrando numerosissimi casi di chiusure di conti correnti intestati a uomini.
Al momento, in Ucraina è in vigore la legge marziale che, imposta il 24 febbraio 2022, vieta di lasciare il paese a tutti gli uomini da 18 a 60 anni, anche se decine di migliaia di giovani ucraini hanno da tempo passato il confine, soprattutto verso paesi UE.
The New York Times ha scritto che Kiev, a causa delle forti perdite, cerca di mobilitare quante più donne possibile, e che l’età media dei soldati al fronte è salita a 43 anni.
Forse non a caso, anche per rendere più cruda la guerra psicologica, oltre che quella materiale, negli ultimi tempi vari portali russi hanno accentuato la pubblicazione di immagini e video con l’eliminazione non solo di carri armati, blindati o postazioni ucraine, ma anche dei soldati di Kiev.
Indicative in questo senso le immagini sull’uso dei droni contro le trincee nemiche, o i video sul lavoro “certosino” dei cecchini, armati anche con le nuove versioni di Kalašnikov SVC; ma anche l’aviazione non si limita a colpire i mezzi meccanici coi relativi equipaggi, ma attacca direttamente i concentramenti di truppe nemiche.
La russa Argumenty i Fakty scrive che la ragazza-cecchino ucraina Elena Belozerskaja (una delle più reclamizzate dalla junta, da anni inquadrata nel battaglione nazionalista Corpo volontario ucraino, emanazione di Pravyj sektor) avrebbe messo in rete una galleria di ritratti di sue commilitoni morte: pare se ne contino almeno 18, tra cui un’altra ragazza-cecchino, una servente di mitragliatrice, un’esploratrice, ecc.
Secondo la serba Politika, negli ultimi tempi molti mercenari o contrattisti da Canada, Australia, Francia, Olanda hanno lasciato l’Ucraina perché la junta non avrebbe più di che pagarli, date le minori entrate da USA e UE.
Da qui, la corsa alla nuova gigantesca mobilitazione, da cui però un po’ tutti dicono di voler prendere le distanze.
Ma non tutti. Come ha dichiarato il segretario del Comitato difesa della Rada Roman Kostenko, un tale numero è necessario per compensare le perdite, perché le aspettative di una rapida vittoria non si sono avverate, ci si deve preparare a una lunga guerra e abbiamo più problemi con gli arruolamenti che non con la carenza di munizionamento.
E il problema non si risolve solo accalappiando le persone in strada. Così, è da tempo cominciato il battage sul rientro forzato di coloro che avevano passato le frontiere e le rappresentanze diplomatiche ucraine si stanno dando un gran daffare per rendere il loro soggiorno il più “scomodo” possibile, minacciandoli del rifiuto di registrazione di passaporti e altri documenti.
Per quanto riguarda invece quelli rimasti in patria, la mancata presentazione alla chiamata comporterà (sempre che il disegno di legge vanga approvato nella variante proposta) il divieto di vendere beni mobili e immobili, guidare l’auto, disporre di conti correnti, ottenere crediti e godere di benefici statali: senza il nuovo documento militare non ci si potrà sposare, divorziare…
Per quanto riguarda il personale femminile, al momento le regole di mobilitazione non cambiano: solo medici e i farmacisti sono inserite nei registri militari; le altre, contando su oltre dieci anni di martellamento psicologico sui ragazzini sin dalle elementari, si arruolano su base volontaria.
Sembra proprio che Washington abbia suggerito alla junta di Kiev di far fronte alle (proclamate) minori forniture militari con la “più economica” carne ucraina.
Fonte
“Come non finire nel mattatoio di Zelenskij”, titola ora il portale Tipichnaja Odessa, ripreso da ColonelCassad e riproduce un’intera serie di schede grafiche coi relativi suggerimenti per sfuggire alla mobilitazione elettronica che la junta golpista di Kiev sta avviando, obbedendo al monito del Befehlshaber sulla mobilitazione di altri 500.000 ucraini nel 2024, indipendentemente dal grado di invalidità riconosciuto.
Senza le esagerazioni – “mancanza di un occhio; moncone dell’arto superiore, assenza di dita; moncone della coscia o della parte inferiore della gamba; mancanza di rene, polmone o vescica; uomini sotto i 130 cm e donne sotto i 120 cm“; ecc. – che abbondano in questi giorni anche sui social, è certo che le progettate norme sulla mobilitazione in Ucraina consentiranno di arruolare, pur con rinvio, anche coloro che rientrano nel 3° gruppo di invalidità (rimarrebbero esclusi quelli del 1° e 2° gruppo).
Ovvero un gruppo dato da difetti congeniti o lesioni, persone cioè in grado di condurre attività quotidiane solo con ausili, affette da difficoltà di movimento senza assistenza o mezzi artificiali, difficoltà lavorative al 25%, ridotte capacità negli scambi interpersonali.
In sostanza, il progetto di legge presentato in questi giorni alla Rada, prevede di procedere a una nuova registrazione di tutti gli ucraini in età di richiamo (25-60 anni; il limite minimo d’età scende ora da 27 a 25 anni), con il rilascio di nuovi documenti di servizio e nuova visita medica militare; questo perché, secondo Kiev, dai registri militari mancano i nomi di almeno 4,5-5 milioni di uomini in età di richiamo.
Persino i comandi si sono affrettati a prendere le distanze dalle “innovazioni“. Il capo di Stato maggiore Valerij Zalužnyj si sbraccia a dichiarare di non aver nulla a che vedere col disegno di legge: sebbene anche dei militari abbiano fatto parte parte del gruppo di lavoro sul progetto, ha detto, la maggior parte degli emendamenti scandalosi (sanzioni agli evasori, mobilitazione di disabili, convocazioni elettroniche, mobilitazione degli ucraini all’estero) non sono stati proposti da loro.
Curioso che anche Vladimir Zelenskij abbia detto la stessa cosa: solo al contrario, addossando la responsabilità ai militari.
“Ci hanno messi all’angolo come cani“, ha detto il deputato ucraino Evgenij Ševcenko; le nuove norme sulla mobilitazione sono illogiche e crudeli.
«È una legge che serve a stringere all’angolo i nostri ragazzi e uomini, come dei cani; ma quegli stessi cani diventeranno lupi e allora potremmo subire l’effetto contrario» a quello voluto. Il disegno di legge (le nuove norme, se approvate, entreranno in vigore dopo il 14 febbraio) è fatto per vendicarsi di chi non vuole combattere, ha detto ancora Ševcenko.
Esso prevede l’abolizione del servizio militare, l’obbligo per i coscritti a registrarsi elettronicamente, sottoporsi alla visita medica e, alla chiamata, presentarsi all’ufficio di arruolamento.
Si prevede inoltre l’obbligo per i coscritti, all’annuncio della mobilitazione, a presentarsi entro 60 giorni ai distretti, oppure entro 20 giorni dalla data del suo proseguimento, indipendentemente dal ricevimento della citazione che, come detto, diviene elettronica e, una volta inviata, verrà considerata giunta in ogni caso al destinatario.
Le pene per i trasgressori prevedono multe astronomiche, sequestro di conti correnti, fino alla galera da tre a cinque anni.
Da qui, i suggerimenti della summenzionata Tipichnaja Odessa, per disfarsi di ogni tipo di documento elettronico personale, a cominciare da app. “Dija”, posta elettronica, account bancario, tanto che sembra si stiano già registrando numerosissimi casi di chiusure di conti correnti intestati a uomini.
Al momento, in Ucraina è in vigore la legge marziale che, imposta il 24 febbraio 2022, vieta di lasciare il paese a tutti gli uomini da 18 a 60 anni, anche se decine di migliaia di giovani ucraini hanno da tempo passato il confine, soprattutto verso paesi UE.
The New York Times ha scritto che Kiev, a causa delle forti perdite, cerca di mobilitare quante più donne possibile, e che l’età media dei soldati al fronte è salita a 43 anni.
Forse non a caso, anche per rendere più cruda la guerra psicologica, oltre che quella materiale, negli ultimi tempi vari portali russi hanno accentuato la pubblicazione di immagini e video con l’eliminazione non solo di carri armati, blindati o postazioni ucraine, ma anche dei soldati di Kiev.
Indicative in questo senso le immagini sull’uso dei droni contro le trincee nemiche, o i video sul lavoro “certosino” dei cecchini, armati anche con le nuove versioni di Kalašnikov SVC; ma anche l’aviazione non si limita a colpire i mezzi meccanici coi relativi equipaggi, ma attacca direttamente i concentramenti di truppe nemiche.
La russa Argumenty i Fakty scrive che la ragazza-cecchino ucraina Elena Belozerskaja (una delle più reclamizzate dalla junta, da anni inquadrata nel battaglione nazionalista Corpo volontario ucraino, emanazione di Pravyj sektor) avrebbe messo in rete una galleria di ritratti di sue commilitoni morte: pare se ne contino almeno 18, tra cui un’altra ragazza-cecchino, una servente di mitragliatrice, un’esploratrice, ecc.
Secondo la serba Politika, negli ultimi tempi molti mercenari o contrattisti da Canada, Australia, Francia, Olanda hanno lasciato l’Ucraina perché la junta non avrebbe più di che pagarli, date le minori entrate da USA e UE.
Da qui, la corsa alla nuova gigantesca mobilitazione, da cui però un po’ tutti dicono di voler prendere le distanze.
Ma non tutti. Come ha dichiarato il segretario del Comitato difesa della Rada Roman Kostenko, un tale numero è necessario per compensare le perdite, perché le aspettative di una rapida vittoria non si sono avverate, ci si deve preparare a una lunga guerra e abbiamo più problemi con gli arruolamenti che non con la carenza di munizionamento.
E il problema non si risolve solo accalappiando le persone in strada. Così, è da tempo cominciato il battage sul rientro forzato di coloro che avevano passato le frontiere e le rappresentanze diplomatiche ucraine si stanno dando un gran daffare per rendere il loro soggiorno il più “scomodo” possibile, minacciandoli del rifiuto di registrazione di passaporti e altri documenti.
Per quanto riguarda invece quelli rimasti in patria, la mancata presentazione alla chiamata comporterà (sempre che il disegno di legge vanga approvato nella variante proposta) il divieto di vendere beni mobili e immobili, guidare l’auto, disporre di conti correnti, ottenere crediti e godere di benefici statali: senza il nuovo documento militare non ci si potrà sposare, divorziare…
Per quanto riguarda il personale femminile, al momento le regole di mobilitazione non cambiano: solo medici e i farmacisti sono inserite nei registri militari; le altre, contando su oltre dieci anni di martellamento psicologico sui ragazzini sin dalle elementari, si arruolano su base volontaria.
Sembra proprio che Washington abbia suggerito alla junta di Kiev di far fronte alle (proclamate) minori forniture militari con la “più economica” carne ucraina.
Fonte
02/11/2023
Gli ucraini non rispondono alla “mobilitazione per la vittoria”
Solo disillusioni, per il nazigolpista-capo di Kiev, Vladimir Zelenskij, dagli incontri esteri e dal fronte di guerra interno.
L’incontro del 28 ottobre a Malta, presenti rappresentanti di paesi del G7, Qatar, Sud Africa, India, Turchia, Brasile, Messico, ha registrato un flebile interesse alla “formula di pace in dieci punti” lanciata da Kiev, soprattutto da parte dei paesi del cosiddetto “Sud globale”, giustamente molto più preoccupati dalla possibile evoluzione dell’aggressione terroristica israeliana a Gaza.
L’episodio si aggiunge alla doccia fredda dello scorso viaggio a Washington di Zelenskij e, soprattutto, all’impietoso quadro tracciato da Time a proposito della fantomatica vittoria cui crede (quantomeno a parole) soltanto lui.
Proprio dopo Washington, per ragioni diverse, ha cominciato a manifestarsi sempre più apertamente la stanchezza di molti “partner occidentali” verso l’Ucraina golpista.
Addirittura, nel più stretto entourage di Zelenskij si ammette la delusione del capo, lasciato «senza mezzi per la vittoria in guerra» e rifornito appena quel tanto che basta per «sopravvivere ad essa»; e non viene affatto condivisa la sua ostentata fede, che «rasenta il messianismo», nella vittoria finale sulla Russia.
Una fede che gli fa rifiutare categoricamente ogni accenno anche solo a un cessate il fuoco temporaneo. Così che, al fronte, sono proprio alcuni comandanti che si rifiutano di eseguire gli ordini presidenziali d’attacco.
È stato il caso, ad esempio, a inizi ottobre, per l’ordine di prendere Gorlovka, uno dei centri più martoriati del Donbass sin dal 2014, cui i militari hanno risposto che «non ci sono uomini, armi. Dove è l’artiglieria? Dove sono le reclute?».
Ecco: le reclute.
A Šostka, una cittadina dell’Ucraina nordorientale nella regione di Sumy, si sta procedendo alla formazione di una nuova unità di Difesa territoriale. Lo scorso 24 ottobre il distretto militare cittadino ha convocato i giovani da 14 a 16 anni da inviare a non meglio precisati “corsi speciali”.
Il timore è che i ragazzi vadano a ingrossare le file della nuova brigata da poco formata; e anche se dal distretto negano tale possibilità, la preoccupazione è data dal progetto di legge presentato alla Rada lo scorso agosto sul divieto di espatrio per i giovani maschi da 16 a 18 anni.
Ancor prima, lo scorso febbraio, il canale yankee News Nation aveva mandato in onda una trasmissione su una generica “Accademia” ucraina in cui ragazzi da 15 a 17 anni venivano addestrati al combattimento.
Se si aggiunge poi la tradizione majdanista delle “colonie estive” organizzate da “Patrioti d’Ucraina”, e poi da “Azov”, per impratichire i giovanissimi all’uso delle armi, il quadro è quasi completo.
Manca da aggiungere che a partire dal mese di novembre comincia ufficialmente la mobilitazione delle ragazze e dei giovani finora giudicati “rivedibili”, affetti da tubercolosi, manifestazioni temporanee di disturbi mentali, malattie progressive del sistema nervoso centrale, HIV asintomatico, ecc.
Insomma, la carne da cannone da gettare nel tritacarne voluto da Washington e applaudito da Bruxelles scarseggia sempre più a Kiev e la junta nazigolpista sta spremendo le ultime riserve.
Dopotutto, chi altri se non i “patron” yankee, sin dagli anni ’90, avevano predetto, per bocca del famigerato Zbigniew Brzezinski, che negli anni a partire dal 2030 «in Ucraina non dovranno rimanere più di 20 milioni di abitanti»?
Nonostante la propaganda vaneggi di “masse di volontari” per il fronte, le statistiche indicano che già circa ventimila ucraini in età di mobilitazione sono stati fermati alla frontiera.
E, tra quelli mobilitati – ma questo Kiev non lo racconta – ecco che in Donbass ha già raggiunto la linea del fronte il primo battaglione “Bogdan Khmel’nitskij”, formato de ex soldati ucraini, inquadrato nell’unità russa tattico-operativa “Kaskad”.
La fuga dei giovani ucraini dalla chiamata alle armi non è d’altronde iniziata ora, o dal febbraio 2022. Sin dai primi tempi dell’aggressione ucraina al Donbass, erano frequenti i casi di espatrio di singoli o di gruppi di giovani, con le famiglie che li nascondevano o li proteggevano in ogni modo, anche bloccando i veicoli che portavano ai distretti i giovani renitenti catturati.
Per la verità, all’epoca la consegna – chiamiamola “forzosa” – della cartolina precetto, rivestiva ancora forme “artigianali” e solo raramente le tecniche “professionali” di così largo impiego negli ultimi mesi, che ricordano da vicino i sistemi usati dai terribili arruolatori della marina britannica di qualche secolo fa, con giovani e meno giovani (comunque, in età di mobilitazione) letteralmente accalappiati in strada, trascinati a forza nei furgoni e portati nelle caserme.
Ed è molto difficile fare di questi giovani “volontari” – ricorrenti i casi di 40-50enni che si iscrivono all’Università per la seconda laurea, sperando di rinviare la chiamata: sembra che dovranno essere direttamente i rettori a decidere la loro sorte – degli ufficiali capaci, senza i quali ogni azione bellica si risolve in disastri.
È ciò che già da mesi sta accadendo con l’esercito di Kiev e che, unito alla “fuga” di molti istruttori occidentali, porta al conflitto tra Zelenskij e il comandante in capo Valerij Zalužnij, che insiste per interrompere le offensive su determinate direttrici, passando alla difesa, per ripristinare le capacità delle truppe e tentare la sorte la prossima primavera.
Questo nonostante che, già così, la mobilitazione riesca a tenere il passo con le forti perdite quotidiane.
Oggi, militari del battaglione neonazista “Lupi da Vinci” – praticamente dissanguato dagli attacchi russi nell’area di Kupjansk – dichiarano che se la popolazione ucraina non prenderà parte tutta insieme al conflitto, non parteciperà, in forme diverse a seconda dei mezzi, alla “mobilitazione totale”, il paese semplicemente scomparirà.
Scomparirà, se non in guerra, anche solo con le misure majdaniste che da dieci anni fanno diventare realtà le previsioni di Zbigniew Brzezinski: eliminazione del servizio sanitario-epidemiologico statale e della fluorografia, in quanto “pratica sovietica obsoleta”, deficit volontario dei medicinali dovuto a accordi sottobanco con imprecisate “organizzazioni internazionali”, leggi che semplificano l'espianto di organi (per l’export), ecc.
Così che in base a cifre ufficiali del Servizio ucraino di emigrazione, al maggio scorso la popolazione ucraina superava di poco i 23 milioni di abitanti, contro i 51,5 milioni del 1991 e i 48,5 milioni del 2001: nel 2023 si è dunque tornati al numero di “anime” che popolavano quello che sarebbe diventato il futuro territorio ucraino secondo il censimento zarista del 1897.
Anche per cercare di nascondere questa voragine, Kiev ha deciso di annullare il censimento della popolazione previsto per quest’anno – la legge prevede che si tenga non meno di una volta ogni dieci anni – dopo che l’ultimo era stato effettuato nel 2001: dieci anni dopo il censimento dell’Ucraina “indipendente” nel 1991.
Di fatto, la rilevazione fissata al 2016 era stata rinviata al 2020, per esser poi spostata al 2023; e ora annullata.
Si eviterà così di conteggiare le “anime” dei renitenti alla mobilitazione che, per la modica cifra di diecimila dollari, acquistano il proprio “certificato di morte”.
Fonte
L’incontro del 28 ottobre a Malta, presenti rappresentanti di paesi del G7, Qatar, Sud Africa, India, Turchia, Brasile, Messico, ha registrato un flebile interesse alla “formula di pace in dieci punti” lanciata da Kiev, soprattutto da parte dei paesi del cosiddetto “Sud globale”, giustamente molto più preoccupati dalla possibile evoluzione dell’aggressione terroristica israeliana a Gaza.
L’episodio si aggiunge alla doccia fredda dello scorso viaggio a Washington di Zelenskij e, soprattutto, all’impietoso quadro tracciato da Time a proposito della fantomatica vittoria cui crede (quantomeno a parole) soltanto lui.
Proprio dopo Washington, per ragioni diverse, ha cominciato a manifestarsi sempre più apertamente la stanchezza di molti “partner occidentali” verso l’Ucraina golpista.
Addirittura, nel più stretto entourage di Zelenskij si ammette la delusione del capo, lasciato «senza mezzi per la vittoria in guerra» e rifornito appena quel tanto che basta per «sopravvivere ad essa»; e non viene affatto condivisa la sua ostentata fede, che «rasenta il messianismo», nella vittoria finale sulla Russia.
Una fede che gli fa rifiutare categoricamente ogni accenno anche solo a un cessate il fuoco temporaneo. Così che, al fronte, sono proprio alcuni comandanti che si rifiutano di eseguire gli ordini presidenziali d’attacco.
È stato il caso, ad esempio, a inizi ottobre, per l’ordine di prendere Gorlovka, uno dei centri più martoriati del Donbass sin dal 2014, cui i militari hanno risposto che «non ci sono uomini, armi. Dove è l’artiglieria? Dove sono le reclute?».
Ecco: le reclute.
A Šostka, una cittadina dell’Ucraina nordorientale nella regione di Sumy, si sta procedendo alla formazione di una nuova unità di Difesa territoriale. Lo scorso 24 ottobre il distretto militare cittadino ha convocato i giovani da 14 a 16 anni da inviare a non meglio precisati “corsi speciali”.
Il timore è che i ragazzi vadano a ingrossare le file della nuova brigata da poco formata; e anche se dal distretto negano tale possibilità, la preoccupazione è data dal progetto di legge presentato alla Rada lo scorso agosto sul divieto di espatrio per i giovani maschi da 16 a 18 anni.
Ancor prima, lo scorso febbraio, il canale yankee News Nation aveva mandato in onda una trasmissione su una generica “Accademia” ucraina in cui ragazzi da 15 a 17 anni venivano addestrati al combattimento.
Se si aggiunge poi la tradizione majdanista delle “colonie estive” organizzate da “Patrioti d’Ucraina”, e poi da “Azov”, per impratichire i giovanissimi all’uso delle armi, il quadro è quasi completo.
Manca da aggiungere che a partire dal mese di novembre comincia ufficialmente la mobilitazione delle ragazze e dei giovani finora giudicati “rivedibili”, affetti da tubercolosi, manifestazioni temporanee di disturbi mentali, malattie progressive del sistema nervoso centrale, HIV asintomatico, ecc.
Insomma, la carne da cannone da gettare nel tritacarne voluto da Washington e applaudito da Bruxelles scarseggia sempre più a Kiev e la junta nazigolpista sta spremendo le ultime riserve.
Dopotutto, chi altri se non i “patron” yankee, sin dagli anni ’90, avevano predetto, per bocca del famigerato Zbigniew Brzezinski, che negli anni a partire dal 2030 «in Ucraina non dovranno rimanere più di 20 milioni di abitanti»?
Nonostante la propaganda vaneggi di “masse di volontari” per il fronte, le statistiche indicano che già circa ventimila ucraini in età di mobilitazione sono stati fermati alla frontiera.
E, tra quelli mobilitati – ma questo Kiev non lo racconta – ecco che in Donbass ha già raggiunto la linea del fronte il primo battaglione “Bogdan Khmel’nitskij”, formato de ex soldati ucraini, inquadrato nell’unità russa tattico-operativa “Kaskad”.
La fuga dei giovani ucraini dalla chiamata alle armi non è d’altronde iniziata ora, o dal febbraio 2022. Sin dai primi tempi dell’aggressione ucraina al Donbass, erano frequenti i casi di espatrio di singoli o di gruppi di giovani, con le famiglie che li nascondevano o li proteggevano in ogni modo, anche bloccando i veicoli che portavano ai distretti i giovani renitenti catturati.
Per la verità, all’epoca la consegna – chiamiamola “forzosa” – della cartolina precetto, rivestiva ancora forme “artigianali” e solo raramente le tecniche “professionali” di così largo impiego negli ultimi mesi, che ricordano da vicino i sistemi usati dai terribili arruolatori della marina britannica di qualche secolo fa, con giovani e meno giovani (comunque, in età di mobilitazione) letteralmente accalappiati in strada, trascinati a forza nei furgoni e portati nelle caserme.
Ed è molto difficile fare di questi giovani “volontari” – ricorrenti i casi di 40-50enni che si iscrivono all’Università per la seconda laurea, sperando di rinviare la chiamata: sembra che dovranno essere direttamente i rettori a decidere la loro sorte – degli ufficiali capaci, senza i quali ogni azione bellica si risolve in disastri.
È ciò che già da mesi sta accadendo con l’esercito di Kiev e che, unito alla “fuga” di molti istruttori occidentali, porta al conflitto tra Zelenskij e il comandante in capo Valerij Zalužnij, che insiste per interrompere le offensive su determinate direttrici, passando alla difesa, per ripristinare le capacità delle truppe e tentare la sorte la prossima primavera.
Questo nonostante che, già così, la mobilitazione riesca a tenere il passo con le forti perdite quotidiane.
Oggi, militari del battaglione neonazista “Lupi da Vinci” – praticamente dissanguato dagli attacchi russi nell’area di Kupjansk – dichiarano che se la popolazione ucraina non prenderà parte tutta insieme al conflitto, non parteciperà, in forme diverse a seconda dei mezzi, alla “mobilitazione totale”, il paese semplicemente scomparirà.
Scomparirà, se non in guerra, anche solo con le misure majdaniste che da dieci anni fanno diventare realtà le previsioni di Zbigniew Brzezinski: eliminazione del servizio sanitario-epidemiologico statale e della fluorografia, in quanto “pratica sovietica obsoleta”, deficit volontario dei medicinali dovuto a accordi sottobanco con imprecisate “organizzazioni internazionali”, leggi che semplificano l'espianto di organi (per l’export), ecc.
Così che in base a cifre ufficiali del Servizio ucraino di emigrazione, al maggio scorso la popolazione ucraina superava di poco i 23 milioni di abitanti, contro i 51,5 milioni del 1991 e i 48,5 milioni del 2001: nel 2023 si è dunque tornati al numero di “anime” che popolavano quello che sarebbe diventato il futuro territorio ucraino secondo il censimento zarista del 1897.
Anche per cercare di nascondere questa voragine, Kiev ha deciso di annullare il censimento della popolazione previsto per quest’anno – la legge prevede che si tenga non meno di una volta ogni dieci anni – dopo che l’ultimo era stato effettuato nel 2001: dieci anni dopo il censimento dell’Ucraina “indipendente” nel 1991.
Di fatto, la rilevazione fissata al 2016 era stata rinviata al 2020, per esser poi spostata al 2023; e ora annullata.
Si eviterà così di conteggiare le “anime” dei renitenti alla mobilitazione che, per la modica cifra di diecimila dollari, acquistano il proprio “certificato di morte”.
Fonte
24/08/2023
In Ucraina gli scandali minano il fronte interno
di Gianandrea Gaiani
Le difficoltà militari dell’Ucraina sembrano moltiplicare i segnali di instabilità politica interna. L’ultimo scandalo legato a corruzione e malversazione nello sforzo bellico dell’Ucraina è venuto a galla intorno a Ferragosto, con l’arresto nella regione centro-orientale di Khmelnytsky, di un commissario militare sorpreso dai servizi di sicurezza interni mentre riceveva una tangente.
Lo hanno riferito gli organi inquirenti, precisando che l’uomo avrebbe ricevuto 4.500 dollari da una persona che voleva sfuggire all’arruolamento. In cambio della tangente il commissario avrebbe promesso d’influenzare la commissione medica militare per farlo dichiarare disabile e quindi non idoneo al servizio militare: diagnosi che consente ai maschi ucraini tra i 18 e i 60 anni di non essere più soggetti alla coscrizione né al divieto di recarsi all’estero. Il commissario è stato rimosso dall’incarico e rischia fino a otto anni di carcere.
La corruzione dei commissari adibiti al reclutamento non riguarda certo solo la regione di Khmelnytsky (una delle più colpite nelle ultime settimane dai bombardamenti di precisione russi scatenasti contro depositi di armi e munizioni) e del resto l’11 agosto il presidente Volodymyr Zelensky ha annunciato durante una riunione del Consiglio per la Sicurezza Nazionale lo scioglimento di tutti i comitati militari regionali. La decisione è stata presa dopo i risultati emersi dalle ispezioni che hanno portato ad avviare procedimenti penali contro 112 funzionari e commissari nelle regioni di Donetsk, Poltava, Vinnitsa, Odessa, Kiev e Lviv.
Secondo quanto emerso dalle ispezioni, ha spiegato Zelensky, vi sono stati casi di “arricchimento illegale e fondi ottenuti irregolarmente per profitti personali”. Nell’ultimo mese alcuni responsabili dei Centri territoriali di reclutamento e sostegno sociale sono stati coinvolti in scandali con casi anche eclatanti come quelli a Odessa e Dniepropetrovsk, dove funzionari hanno ottenuto immobili all’estero e auto di lusso in cambio della cancellazione dei nomi di alcuni uomini chiamati alle armi.
“La soluzione è sciogliere i comitati militari regionali. Cinismo e corruzione in tempo di conflitto equivalgono a tradimento”, ha detto Zelensky, aggiungendo che “questa struttura dovrebbe essere gestita da persone che sanno esattamente cosa è la guerra, da soldati che sono stati al fronte e che non possono più stare in trincea perché hanno perso la salute o gli arti, ma hanno conservato la dignità e non hanno cinismo. Prima della nomina dei nuovi commissari militari ci saranno controlli da parte del servizio di sicurezza”, ha assicurato Zelensky.
Malaffare e malversazione non sono certo una novità in Ucraina, in testa fin da molto prima della guerra a tutte le classifiche negative di malgoverno e corruzione, ma il pessimo andamento del conflitto ha ingigantito il problema dei tanti uomini, giovani e meno giovani, che cercano in ogni modo di evitare l’arruolamento per non venire inviati nei tritacarne della controffensiva ucraina che in due mesi e mezzo ha già provocato perdite stimate in 45/50 mila uomini.
Testimonianze specifiche cui vanno aggiunte le continue manifestazioni spontanee a Kiev e in tante città ucraine in cui madri e mogli chiedono notizie dei propri cari poiché tantissimi militari risultano dispersi.
Il Financial Times ha raccontato che il numero di uomini fermati al confine mentre cercava di fuggire all’estero equivale agli effettivi di cinque brigate dell’esercito ucraino. Il portavoce del servizio di frontiera ucraino Andrey Demchenko, ha rivelato che 13.600 maschi in età di arruolamento sono stati catturati mentre tentavano di attraversare il confine al di fuori dei valichi di frontiera mentre altri 6.100 sono stati fermati con documenti falsi ai punti di controllo regolari.
Nei mesi scorsi anche alti dirigenti del ministero della Difesa vennero arrestati dopo che era emerso che acquistavano viveri per i soldati a prezzi gonfiati intascandosi la differenza con il prezzo di mercato. Da mesi gira voce che il ministro della Difesa Oleksy Reznikov, uno dei fedelissimi di Zelensky, sia a rischio rimozione e possieda ricchezze sospette all’estero (come diversi membri del governo e delle forze armate). Lo stesso Reznikov ha detto il 19 agosto che potrebbe dimettersi presto.
Inoltre anche i rapporti con alcuni stati membri della NATO dell’Europa Orientale sembrano messi a dura prova dalla decisione di questi ultimi di non assorbire più parte dell’export di grano e cereali ucraino che danneggia i produttori agricoli locali. Se l’Ungheria è da tempo ai ferri corti con Kiev per il rifiuto del suo governo ad applicare sanzioni a Mosca e fornire armi all’Ucraina, ora sembra incrinarsi anche l’asse con la Polonia che manterrà il blocco alle importazioni di grano ucraino benché la Ue intenda revocarlo a partire dal 15 settembre.
Il 14 agosto il presidente polacco Andrzej Duda ha confermato che il suo Paese “sostiene costantemente l’Ucraina nella sua difesa contro l’aggressione russa, ma il nostro dovere più importante è quello di curare gli interessi del nostro Paese. Pertanto, per proteggere il mercato interno e il mercato dell’UE, dobbiamo iniziare da noi”, ha affermato Duda durante un’intervista al settimanale ‘Sieci’.
Duda ha poi anche criticato l’uso che le autorità ucraine stanno facendo delle dichiarazioni del segretario di Stato polacco, Marcin Przydacz, che rimproverava a Kiev la sua presunta mancanza di gratitudine per gli aiuti ricevuti.
Il tema della “gratitudine ucraina” era già emerso al vertice NATO di Vilnius con la diatriba tra Kiev e il ministro della Difesa britannico Ben Wallace. Przydacz ha detto che gli ucraini “dovrebbero iniziare ad apprezzare il ruolo che la Polonia ha svolto negli ultimi mesi”. Kiev ha convocato l’ambasciatore polacco, Bartosz Cichocki, provvedimento replicato allo stesso modo da Varsavia.
Fonte
Le difficoltà militari dell’Ucraina sembrano moltiplicare i segnali di instabilità politica interna. L’ultimo scandalo legato a corruzione e malversazione nello sforzo bellico dell’Ucraina è venuto a galla intorno a Ferragosto, con l’arresto nella regione centro-orientale di Khmelnytsky, di un commissario militare sorpreso dai servizi di sicurezza interni mentre riceveva una tangente.
Lo hanno riferito gli organi inquirenti, precisando che l’uomo avrebbe ricevuto 4.500 dollari da una persona che voleva sfuggire all’arruolamento. In cambio della tangente il commissario avrebbe promesso d’influenzare la commissione medica militare per farlo dichiarare disabile e quindi non idoneo al servizio militare: diagnosi che consente ai maschi ucraini tra i 18 e i 60 anni di non essere più soggetti alla coscrizione né al divieto di recarsi all’estero. Il commissario è stato rimosso dall’incarico e rischia fino a otto anni di carcere.
La corruzione dei commissari adibiti al reclutamento non riguarda certo solo la regione di Khmelnytsky (una delle più colpite nelle ultime settimane dai bombardamenti di precisione russi scatenasti contro depositi di armi e munizioni) e del resto l’11 agosto il presidente Volodymyr Zelensky ha annunciato durante una riunione del Consiglio per la Sicurezza Nazionale lo scioglimento di tutti i comitati militari regionali. La decisione è stata presa dopo i risultati emersi dalle ispezioni che hanno portato ad avviare procedimenti penali contro 112 funzionari e commissari nelle regioni di Donetsk, Poltava, Vinnitsa, Odessa, Kiev e Lviv.
Secondo quanto emerso dalle ispezioni, ha spiegato Zelensky, vi sono stati casi di “arricchimento illegale e fondi ottenuti irregolarmente per profitti personali”. Nell’ultimo mese alcuni responsabili dei Centri territoriali di reclutamento e sostegno sociale sono stati coinvolti in scandali con casi anche eclatanti come quelli a Odessa e Dniepropetrovsk, dove funzionari hanno ottenuto immobili all’estero e auto di lusso in cambio della cancellazione dei nomi di alcuni uomini chiamati alle armi.
“La soluzione è sciogliere i comitati militari regionali. Cinismo e corruzione in tempo di conflitto equivalgono a tradimento”, ha detto Zelensky, aggiungendo che “questa struttura dovrebbe essere gestita da persone che sanno esattamente cosa è la guerra, da soldati che sono stati al fronte e che non possono più stare in trincea perché hanno perso la salute o gli arti, ma hanno conservato la dignità e non hanno cinismo. Prima della nomina dei nuovi commissari militari ci saranno controlli da parte del servizio di sicurezza”, ha assicurato Zelensky.
Malaffare e malversazione non sono certo una novità in Ucraina, in testa fin da molto prima della guerra a tutte le classifiche negative di malgoverno e corruzione, ma il pessimo andamento del conflitto ha ingigantito il problema dei tanti uomini, giovani e meno giovani, che cercano in ogni modo di evitare l’arruolamento per non venire inviati nei tritacarne della controffensiva ucraina che in due mesi e mezzo ha già provocato perdite stimate in 45/50 mila uomini.
Testimonianze specifiche cui vanno aggiunte le continue manifestazioni spontanee a Kiev e in tante città ucraine in cui madri e mogli chiedono notizie dei propri cari poiché tantissimi militari risultano dispersi.
Il Financial Times ha raccontato che il numero di uomini fermati al confine mentre cercava di fuggire all’estero equivale agli effettivi di cinque brigate dell’esercito ucraino. Il portavoce del servizio di frontiera ucraino Andrey Demchenko, ha rivelato che 13.600 maschi in età di arruolamento sono stati catturati mentre tentavano di attraversare il confine al di fuori dei valichi di frontiera mentre altri 6.100 sono stati fermati con documenti falsi ai punti di controllo regolari.
Nei mesi scorsi anche alti dirigenti del ministero della Difesa vennero arrestati dopo che era emerso che acquistavano viveri per i soldati a prezzi gonfiati intascandosi la differenza con il prezzo di mercato. Da mesi gira voce che il ministro della Difesa Oleksy Reznikov, uno dei fedelissimi di Zelensky, sia a rischio rimozione e possieda ricchezze sospette all’estero (come diversi membri del governo e delle forze armate). Lo stesso Reznikov ha detto il 19 agosto che potrebbe dimettersi presto.
Inoltre anche i rapporti con alcuni stati membri della NATO dell’Europa Orientale sembrano messi a dura prova dalla decisione di questi ultimi di non assorbire più parte dell’export di grano e cereali ucraino che danneggia i produttori agricoli locali. Se l’Ungheria è da tempo ai ferri corti con Kiev per il rifiuto del suo governo ad applicare sanzioni a Mosca e fornire armi all’Ucraina, ora sembra incrinarsi anche l’asse con la Polonia che manterrà il blocco alle importazioni di grano ucraino benché la Ue intenda revocarlo a partire dal 15 settembre.
Il 14 agosto il presidente polacco Andrzej Duda ha confermato che il suo Paese “sostiene costantemente l’Ucraina nella sua difesa contro l’aggressione russa, ma il nostro dovere più importante è quello di curare gli interessi del nostro Paese. Pertanto, per proteggere il mercato interno e il mercato dell’UE, dobbiamo iniziare da noi”, ha affermato Duda durante un’intervista al settimanale ‘Sieci’.
Duda ha poi anche criticato l’uso che le autorità ucraine stanno facendo delle dichiarazioni del segretario di Stato polacco, Marcin Przydacz, che rimproverava a Kiev la sua presunta mancanza di gratitudine per gli aiuti ricevuti.
Il tema della “gratitudine ucraina” era già emerso al vertice NATO di Vilnius con la diatriba tra Kiev e il ministro della Difesa britannico Ben Wallace. Przydacz ha detto che gli ucraini “dovrebbero iniziare ad apprezzare il ruolo che la Polonia ha svolto negli ultimi mesi”. Kiev ha convocato l’ambasciatore polacco, Bartosz Cichocki, provvedimento replicato allo stesso modo da Varsavia.
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09/12/2018
Ucraina: con quali soldati farà la guerra Petro Poroshenko?
Iniziata per le strade ucraine la caccia ai renitenti alla leva: militari dei distretti e poliziotti organizzano letteralmente agguati contro i giovani che non rispondono alla chiamata alle armi per la guerra nel Donbass. Secondo l’intelligence delle milizie popolari della Repubblica popolare di Donetsk, comunque, non sono rari i casi in cui gli “arruolatori” accettano volentieri discrete somme in denaro dai genitori, per “riscattare” i giovani richiamati: casi simili si sarebbero verificati a Kiev, Odessa, L’vov e Nikolaev.
A proposito della pratica di “arruolamento volontario” in uso nell’Ucraina golpista, che ricalca da vicino quella in uso nella marina britannica già dai secoli XVII e XVIII, l’agenzia Novorosinform.org ricorda alcuni casi verificatisi negli ultimi mesi. Il più recente è quello dello scorso 27 novembre, quando i genitori dei richiamati nella regione della Volinia, avevano bloccato l’autobus che avrebbe dovuto condurre al distretto di Vasilkova (nella regione di Kiev) i giovani renitenti catturati.
Proteste dei familiari aveva sollevato, qualche giorno prima, la notizia che i giovani di leva in servizio nei reparti А-0501 e А-1993, nella regione di Kharkov, sarebbero andati a riempire i vuoti della 72° Brigata meccanizzata impegnata nel Donbass. Sin dai primi mesi dell’aggressione al Donbass, i giovani di leva ucraini hanno cercato in ogni modo di sottrarsi all’arruolamento: la maggior parte espatriando, ma anche cercando di convincere gli arruolatori a chiudere entrambi gli occhi. Secondo il commissariato militare, sembra in effetti che la chiamata alle armi del trimestre autunnale, abbia portato in servizio appena l’8% dei richiamati del distretto militare di Kiev. A Uzhgorod, capoluogo regionale della Transcarpazia, il 68% dei richiamati non avrebbe risposto alla leva autunnale.
A inizio ottobre, militari ucraini avevano organizzato un’incursione a Borovenka, nella parte della regione di Lugansk occupata da Kiev: circondato il villaggio, gli “arruolatori” erano andati casa per casa, per prelevare gli uomini in età militare e condurli al distretto. In alternativa, in altri villaggi della stessa area controllata da Kiev, vengono distribuiti opuscoli di propaganda per il servizio militare a contratto. Un’altra risorsa tentata è quella dell’arruolamento di persone condannate per reati comuni: secondo il portavoce delle milizie della LNR, Andrej Marochko, l’esercito ucraino proporrebbe, in alternativa alla condanna e alla reclusione, il servizio militare a contratto anche a semplici contravventori e a criminali: tali non vengono evidentemente considerati i paracadutisti della 95° brigata d’assalto, che posano con Poroshenko fregiandosi dei simboli del “Totenkopf” nazista. Già lo scorso agosto, l’agenzia Novorosinform.org aveva segnalato che la pratica di riempire i ranghi con criminali recidivi era stata adottata, ad esempio, dal battaglione neonazista “Ajdar”. Nonostante le dichiarazioni dei comandi ucraini di voler ritirare dal Donbass le unità nazionaliste, aveva dichiarato Marochko, “volontari” reclutati tra la criminalità comune continuano a infoltire i battaglioni neonazisti, tuttora fuori del controllo dell’esercito regolare.
Se questa è la situazione della chiamata alle armi, quali possono essere i risultati e gli obiettivi dell’introduzione della legge marziale?
A detta di Poroshenko, si tratterebbe solo di una misura preventiva, tesa a ridurre ogni minaccia e rafforzare la difesa del paese. Tuttavia, commenta rusvesna.su, tutto sta a indicare preparativi per una guerra. Contro chi? Non è un caso che si sia ricorsi alla piena mobilitazione delle unità e al richiamo dei riservisti. Tra questi ultimi, si contano circa 160mila uomini che hanno avuto esperienza di guerra nel Donbass; mentre i giovani ora richiamati, sul campo di battaglia sarebbero solo “materiale di consumo”. Ma, a tre mesi dalle presidenziali, Poroshenko non può permettersi montagne di vittime, come avvenne a suo tempo a Ilovaisk o Debaltsevo: le famiglie dei soldati costituiscono la gran parte dell’elettorato e dunque al fronte dovrebbero essere inviati militari professionisti, per tentare di invertire le sorti della guerra a favore di Kiev e soprattutto di Poroshenko.
In ognuna delle 10 regioni in cui è stata introdotta la legge marziale, sono in corso esercitazioni dei riservisti e, secondo il Ministro della difesa Stepan Poltorak, “in caso di aperta aggressione russa all’Ucraina, in due-tre ore essi potranno raggiungere i reparti e saranno pronti al combattimento”. Poltorak ha anche detto che nei quattro anni di regime nazigolpista, è stata messa a punto “una riserva di duecentomila uomini e negli ultimi tempi oltre quarantamila militari hanno preso parte alle esercitazioni di richiamo”. A tali esercitazioni della riserva, ha detto il Ministro, prendono parte “uomini motivati, militari delle prime linee della riserva”.
Dunque, ci sono chiari segnali di preparazione a un conflitto su larga scala; tra questi, anche le dichiarazioni sul passaggio del complesso militare-industriale a regime operativo speciale e il completamento della consegna del munizionamento alle unità. Lo scorso 2 dicembre, il Ministro della Sanità Uljana Suprun ha indicato cosa dovrebbe contenere il kit di pronto soccorso di ogni ucraino: valvola con pellicola per respirazione artificiale, elementi per fermare le emorragie, bende e agenti emostatici, forbici atraumatiche per tagliare i vestiti sulla vittima, cerotti, bende e garze; vale a dire, il tipico pronto soccorso militare. E, fuori dell’Ucraina, “Mission Essential”, appaltatore governativo dell’intelligence americana, ha pubblicato su Linkedin annunci per interpreti per le truppe USA in Ucraina, con la significativa nota, sinora inusuale, secondo cui questi devono essere pronto a lavorare in condizioni di guerra.
Inoltre, pressoché tutti i media ufficiali ucraini stanno gridando all’aggressione che proverrebbe dalla Russia. Ma, si chiede rusvesna.su, cosa succederà se la Russia non attacca entro un mese? Accadrà che tutte le risorse impegnate nella preparazione alle ostilità andranno sprecate e, secondo le più modeste stime internazionali, si tratterebbe di qualcosa come il 2-4% del PIL, in un paese già così al limite del collasso economico. Quindi, se la Russia non attacca, per convincere la gente della “necessità” di tale spreco, non rimarrà che una piccola vittoriosa guerra nel Donbass che, secondo la squadra di Poroshenko, dovrebbe aumentare il rating presidenziale per un secondo mandato.
Ma, se è davvero così – e come escludere tale ipotesi? – Petro Poroshenko dimostrerebbe una volta di più la stupidità dei nazigolpisti. Il popolo ucraino, anche quei settori che quattro anni di propaganda mediatica sono riusciti a orientare contro Mosca, non ne può più della guerra nel Donbass. Anche dal punto di vista delle pure scelte elettorali, più scaltra appare la linea oligarchico-mafiosa di Julija Timoshenko, che si sta tenendo abbastanza ai margini dei passi riguardanti la legge marziale, ma che, una volta agguantata la poltrona presidenziale, non esiterebbe certo a ricorrere a quella “bomba atomica” che già quattro anni fa sognava di sganciare sul Donbass.
Tutti i reazionari sono...
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A proposito della pratica di “arruolamento volontario” in uso nell’Ucraina golpista, che ricalca da vicino quella in uso nella marina britannica già dai secoli XVII e XVIII, l’agenzia Novorosinform.org ricorda alcuni casi verificatisi negli ultimi mesi. Il più recente è quello dello scorso 27 novembre, quando i genitori dei richiamati nella regione della Volinia, avevano bloccato l’autobus che avrebbe dovuto condurre al distretto di Vasilkova (nella regione di Kiev) i giovani renitenti catturati.
Proteste dei familiari aveva sollevato, qualche giorno prima, la notizia che i giovani di leva in servizio nei reparti А-0501 e А-1993, nella regione di Kharkov, sarebbero andati a riempire i vuoti della 72° Brigata meccanizzata impegnata nel Donbass. Sin dai primi mesi dell’aggressione al Donbass, i giovani di leva ucraini hanno cercato in ogni modo di sottrarsi all’arruolamento: la maggior parte espatriando, ma anche cercando di convincere gli arruolatori a chiudere entrambi gli occhi. Secondo il commissariato militare, sembra in effetti che la chiamata alle armi del trimestre autunnale, abbia portato in servizio appena l’8% dei richiamati del distretto militare di Kiev. A Uzhgorod, capoluogo regionale della Transcarpazia, il 68% dei richiamati non avrebbe risposto alla leva autunnale.
A inizio ottobre, militari ucraini avevano organizzato un’incursione a Borovenka, nella parte della regione di Lugansk occupata da Kiev: circondato il villaggio, gli “arruolatori” erano andati casa per casa, per prelevare gli uomini in età militare e condurli al distretto. In alternativa, in altri villaggi della stessa area controllata da Kiev, vengono distribuiti opuscoli di propaganda per il servizio militare a contratto. Un’altra risorsa tentata è quella dell’arruolamento di persone condannate per reati comuni: secondo il portavoce delle milizie della LNR, Andrej Marochko, l’esercito ucraino proporrebbe, in alternativa alla condanna e alla reclusione, il servizio militare a contratto anche a semplici contravventori e a criminali: tali non vengono evidentemente considerati i paracadutisti della 95° brigata d’assalto, che posano con Poroshenko fregiandosi dei simboli del “Totenkopf” nazista. Già lo scorso agosto, l’agenzia Novorosinform.org aveva segnalato che la pratica di riempire i ranghi con criminali recidivi era stata adottata, ad esempio, dal battaglione neonazista “Ajdar”. Nonostante le dichiarazioni dei comandi ucraini di voler ritirare dal Donbass le unità nazionaliste, aveva dichiarato Marochko, “volontari” reclutati tra la criminalità comune continuano a infoltire i battaglioni neonazisti, tuttora fuori del controllo dell’esercito regolare.
Se questa è la situazione della chiamata alle armi, quali possono essere i risultati e gli obiettivi dell’introduzione della legge marziale?
A detta di Poroshenko, si tratterebbe solo di una misura preventiva, tesa a ridurre ogni minaccia e rafforzare la difesa del paese. Tuttavia, commenta rusvesna.su, tutto sta a indicare preparativi per una guerra. Contro chi? Non è un caso che si sia ricorsi alla piena mobilitazione delle unità e al richiamo dei riservisti. Tra questi ultimi, si contano circa 160mila uomini che hanno avuto esperienza di guerra nel Donbass; mentre i giovani ora richiamati, sul campo di battaglia sarebbero solo “materiale di consumo”. Ma, a tre mesi dalle presidenziali, Poroshenko non può permettersi montagne di vittime, come avvenne a suo tempo a Ilovaisk o Debaltsevo: le famiglie dei soldati costituiscono la gran parte dell’elettorato e dunque al fronte dovrebbero essere inviati militari professionisti, per tentare di invertire le sorti della guerra a favore di Kiev e soprattutto di Poroshenko.
In ognuna delle 10 regioni in cui è stata introdotta la legge marziale, sono in corso esercitazioni dei riservisti e, secondo il Ministro della difesa Stepan Poltorak, “in caso di aperta aggressione russa all’Ucraina, in due-tre ore essi potranno raggiungere i reparti e saranno pronti al combattimento”. Poltorak ha anche detto che nei quattro anni di regime nazigolpista, è stata messa a punto “una riserva di duecentomila uomini e negli ultimi tempi oltre quarantamila militari hanno preso parte alle esercitazioni di richiamo”. A tali esercitazioni della riserva, ha detto il Ministro, prendono parte “uomini motivati, militari delle prime linee della riserva”.
Dunque, ci sono chiari segnali di preparazione a un conflitto su larga scala; tra questi, anche le dichiarazioni sul passaggio del complesso militare-industriale a regime operativo speciale e il completamento della consegna del munizionamento alle unità. Lo scorso 2 dicembre, il Ministro della Sanità Uljana Suprun ha indicato cosa dovrebbe contenere il kit di pronto soccorso di ogni ucraino: valvola con pellicola per respirazione artificiale, elementi per fermare le emorragie, bende e agenti emostatici, forbici atraumatiche per tagliare i vestiti sulla vittima, cerotti, bende e garze; vale a dire, il tipico pronto soccorso militare. E, fuori dell’Ucraina, “Mission Essential”, appaltatore governativo dell’intelligence americana, ha pubblicato su Linkedin annunci per interpreti per le truppe USA in Ucraina, con la significativa nota, sinora inusuale, secondo cui questi devono essere pronto a lavorare in condizioni di guerra.
Inoltre, pressoché tutti i media ufficiali ucraini stanno gridando all’aggressione che proverrebbe dalla Russia. Ma, si chiede rusvesna.su, cosa succederà se la Russia non attacca entro un mese? Accadrà che tutte le risorse impegnate nella preparazione alle ostilità andranno sprecate e, secondo le più modeste stime internazionali, si tratterebbe di qualcosa come il 2-4% del PIL, in un paese già così al limite del collasso economico. Quindi, se la Russia non attacca, per convincere la gente della “necessità” di tale spreco, non rimarrà che una piccola vittoriosa guerra nel Donbass che, secondo la squadra di Poroshenko, dovrebbe aumentare il rating presidenziale per un secondo mandato.
Ma, se è davvero così – e come escludere tale ipotesi? – Petro Poroshenko dimostrerebbe una volta di più la stupidità dei nazigolpisti. Il popolo ucraino, anche quei settori che quattro anni di propaganda mediatica sono riusciti a orientare contro Mosca, non ne può più della guerra nel Donbass. Anche dal punto di vista delle pure scelte elettorali, più scaltra appare la linea oligarchico-mafiosa di Julija Timoshenko, che si sta tenendo abbastanza ai margini dei passi riguardanti la legge marziale, ma che, una volta agguantata la poltrona presidenziale, non esiterebbe certo a ricorrere a quella “bomba atomica” che già quattro anni fa sognava di sganciare sul Donbass.
Tutti i reazionari sono...
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06/11/2018
L’Italia e la grande guerra senza la retorica nazionalista
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| La difesa del Montello nel giugno del 1918. (Mcrr/Mondadori Portfolio) |
Per anni il conflitto è stato sottratto ad analisi obiettive ed è stato letto solo attraverso la lente deformante dell’eroismo, dell’onore, della patria, della propaganda bellica. In Italia la letteratura ne ha affrontato i tabù, spesso con fastidiose conseguenze per gli autori: Emilio Lussu fu accusato di disfattismo e antipatriottismo per Un anno sull’Altipiano, mentre La rivolta dei santi maledetti di Curzio Malaparte incappò nella censura e fu sequestrato. Negli anni settanta sono stati pubblicati saggi critici e analisi storiche rigorose e obiettive, come quelli di Mario Isnenghi, Giorgio Rochat, Enzo Forcella, Alberto Monticone e Piero Melograni.
Tuttavia, con la ricorrenza del centenario della fine della grande guerra e le celebrazioni previste per il 4 novembre, il velo di retorica che con tanta fatica era stato sollevato è tornato ad avvolgere quegli anni. Ci sono state iniziative storicamente accurate, ma la propaganda nazionalista e militare nel tempo si è riappropriata dell’evento. Mentre fiction tv semplicistiche come Il confine e Fango e gloria – andate in onda su Rai1 – hanno favorito il ritorno di una visione patriottica della storia.
Da questa visione sono stati cancellati episodi sgraditi alla retorica ufficiale come le renitenze, il pacifismo, le fraternizzazioni tra nemici, le diserzioni, gli ammutinamenti, le rivolte. Pagine che però sono fondamentali per capire meglio quell’immensa carneficina che fu la prima guerra mondiale, a cent’anni dalla sua fine.
Socialisti, pacifisti, renitenti
Innanzitutto va detto che nel 1915 la maggior parte dell’opinione pubblica in Italia era contraria all’intervento. Furono le intimidazioni rivolte alle istituzioni – ai limiti del colpo di stato – dal re Vittorio Emanuele III, dal capo del governo Antonio Salandra e dal ministro degli esteri Sidney Sonnino, la campagna di stampa del Corriere della Sera e le demagogiche manifestazioni di piazza organizzate da Gabriele D’Annunzio a piegare il parlamento a votare in favore dell’entrata in guerra.
I socialisti si divisero ferocemente in neutralisti e interventisti, mentre i giornali e la propaganda esaltarono le “radiose giornate di maggio”, sminuendo e censurando le manifestazioni contro la guerra. In realtà, l’interventismo fu un fenomeno assolutamente minoritario. Come racconta Marco Rossi in Gli ammutinati delle trincee, i volontari furono appena 8.171, spesso del tutto emarginati dai commilitoni che li consideravano fanatici e spie degli ufficiali. La maggioranza della popolazione accettò con rassegnazione il conflitto.
Pochissime voci si levarono contro la guerra: Giacomo Matteotti pagò il suo antimilitarismo socialista e internazionalista con tre anni di confino a Messina; la rivista La Pace fu chiusa e il suo direttore, Ezio Bartalini, fu prelevato dai carabinieri e arruolato a forza; alcuni pubblicisti cristiani polemizzarono aspramente sulla legittimità morale della guerra; le vignette di Scalarini sferzarono la retorica bellica; papa Benedetto XV per tutta la durata del conflitto tentò una vana mediazione tra i paesi belligeranti, parlando di “inutile strage”.
Solo una piccola minoranza di persone rifiutò di arruolarsi: anarchici, socialisti internazionalisti, marxisti, tolstoiani e cristiani radicali. Non fu riconosciuto alcun diritto all’obiezione di coscienza e chi espresse il proprio rifiuto per ragioni religiose o politiche fu condannato al carcere duro, internato in fortezze militari o ricoverato in manicomio. Come ricorda Andrea Filippini in L’obiezione di coscienza nell’Italia liberale, lo zoccolaio lombardo Luigi Lué sostenne con tale ostinazione le proprie convinzioni tolstoiane che il pubblico ministero disse: “Signori del tribunale, siamo davanti al caso di un uomo per il quale la nostra legge è impotente. Essi vivono nella loro fede e non transigono a nessun costo. Ci vuole la massima indulgenza”. Nonostante l’appello alla clemenza, Lué fu condannato a sette anni di carcere.
Per ragioni ideologiche o anche solo per salvarsi la pelle, altri reclutati cercarono rifugio nella neutrale Svizzera. Gli anarchici organizzarono canali di espatrio per renitenti e disertori grazie al fatto che molti contrabbandieri, i cosiddetti “spalloni”, erano simpatizzanti libertari. A Zurigo si costituì una comunità numerosa di esuli anarchici.
Il sistema più diffuso per sfuggire all’arruolamento fu però quello di non presentarsi alla visita di leva. Il numero dei renitenti in Italia fu più alto che in altri paesi: ben 470mila persone non si presentarono. Tra loro, 370mila erano residenti all’estero, ma si guardarono bene dal rimpatriare. In Sicilia i renitenti furono il 61 per cento dei richiamati.
L’impreparazione dell’esercito
Per i soldati l’arrivo al fronte fu un trauma, sia per le devastazioni causate dalle nuove tecnologie militari, sia per la totale impreparazione dell’esercito italiano. Come racconta Mark Thompson nel libro La guerra bianca, un ufficiale che aveva raggiunto da poco il monte San Michele, sul Carso goriziano, chiese ai soldati lì da alcuni giorni dove fossero le trincee, e la risposta fu: “Trincee, trincee... Non ci sono mica trincee: ci sono dei buchi”.
Dopo i primi giorni in cui gli italiani conquistarono facilmente il Friuli austriaco – spesso usando metodi repressivi di tipo coloniale contro le popolazioni locali – alle pendici del Carso, fortificato dagli austriaci, cominciò la guerra di posizione fatta di trincee, bombardamenti, assalti frontali.
Il capo di stato maggiore Luigi Cadorna ripropose le stesse inefficaci strategie già sperimentate su altri fronti, con carneficine che costarono la vita a centinaia di migliaia di soldati senza quasi nessun risultato pratico. A Cercivento, sulle Alpi carniche, quattro alpini rifiutarono di andare all’attacco del monte Cellon in pieno giorno, consigliando il capitano di attaccare di notte per approfittare della nebbia. L’ufficiale, un calabrese, nemmeno capì la proposta dei quattro che parlavano friulano e li mise al muro. Il monte fu poi conquistato di notte, dopo centinaia di morti caduti negli assalti condotti alla luce del sole.
La guerra fu “un inferno di sangue, fango e merda”, come mi ha detto Giovanni Marco Sau, che allora combatté nella brigata Sassari. La vita in trincea era fatta di noia, paura, maltempo, pidocchi, ratti e colpi sparati dai cecchini. In Storia politica della grande guerra, Piero Melograni scrive che “alla vigilia delle azioni più rischiose abbondanti quantitativi di liquori erano distribuiti ai reparti italiani (…). Lo stesso Cadorna dichiarò che il soldato italiano era migliore nell’offensiva che nella difensiva, perché nell’offensiva si ubriacava e si stordiva”. Alessandro De Pascale in Guerra e droga racconta invece che piloti, ufficiali e arditi facevano anche uso di cocaina.
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| Prigionieri di guerra in una località italiana non specificata, 1916. (Mondadori Portfolio) |
Gli assalti frontali senza alcun bombardamento preventivo erano frequenti e generalmente si concludevano con lo sterminio di chi attaccava, massacrati dalle mitragliatrici dei nemici. Dietro ai fanti all’assalto c’erano carabinieri e ufficiali dell’esercito pronti a sparare a chi arretrava o esitava. “Ma quale Piave mormorava”, mi ha raccontato il reduce siciliano Andrea Cangelosi, “avevamo i carabinieri dietro che ci sparavano e davanti il nemico”.
La fraternizzazione tra nemici
La ferocia della guerra non riuscì tuttavia a cancellare del tutto l’umanità dei soldati: nel corso del conflitto sono documentati episodi nei quali gli austriaci cessarono di mitragliare gli italiani mandati all’attacco e li esortarono a mettersi in salvo o a tornare indietro.
Il 25 dicembre 1915 sul Carso – complice la nostalgia di casa e il ricordo del Natale precedente passato in famiglia – i soldati italiani e quelli austriaci raggiunsero un cessate il fuoco informale e si scambiarono gli auguri, approfittando della tregua per recuperare e seppellire i compagni che giacevano morti tra i due schieramenti.
Gli alti comandi allora emisero direttive severissime contro la fraternizzazione, perché ritenevano che umanizzasse troppo l’avversario e che i nemici potessero scoprire il sistema di difesa dell’esercito.
Negli anni successivi, proprio durante le feste religiose i bombardamenti dell’artiglieria furono intensificati e i cecchini erano pronti a colpire chiunque stesse cercando di fraternizzare.
Diserzioni
L’orrore quotidiano vissuto dai soldati spinse parecchi di loro a cercare soluzioni personali per evitarlo. Alcuni tentarono di disertare approfittando di licenze, cercando di nascondersi da parenti o amici. Nei primi anni di guerra, però, la diserzione era considerata un atto vile e ignominioso: ci furono casi di genitori che denunciarono e riconsegnarono i figli che erano fuggiti.
In Toscana, in Emilia-Romagna, in Puglia e nelle Marche si formarono vere e proprie bande di disertori che trovarono rifugio nei boschi o in grotte, braccati dai carabinieri. In Sicilia renitenti e disertori si nascosero nelle solfatare.
Tanti cercarono di disertare consegnandosi al nemico, approfittando della notte, di macchie di vegetazione e di rovine nella terra di nessuno. Era un’operazione rischiosissima: i fuggitivi potevano essere scambiati per ricognitori in avanscoperta o per soldati impegnati in attacchi a sorpresa, ed essere uccisi; potevano essere catturati da nemici senza scrupoli; oppure potevano essere scoperti da qualche pattuglia del proprio esercito e finire davanti alla corte marziale. Per una diserzione la pena era l’ergastolo o la condanna a morte per fucilazione. Durante gli attacchi gli ufficiali erano tenuti a sparare sul posto a coloro che pensavano stessero disertando o si stessero sbandando.
Durante la guerra il numero dei disertori diventò sempre più alto. Non potendoli passare tutti per le armi, i colpevoli furono mandati in speciali compagnie di disciplina con incarichi pericolosi, oppure furono portati in prima linea e legati in luoghi esposti al tiro del nemico.
Questa soluzione si rivelò del tutto inefficace: generalmente gli austriaci non colpivano i soldati disarmati e incatenati, sia per solidarietà sia perché graziarli significava dare un’immagine misericordiosa di sé e spingere altri italiani a consegnarsi.
Per i tribunali militari erano considerati alla stregua di disertori anche coloro che si sbandavano, che perdevano contatto con il proprio reparto o che tornavano dalla licenza con un giorno di ritardo. In Battibecco, la rubrica che teneva sul Tempo, Curzio Malaparte scrisse:
Nell’agosto del 1917 a Santa Giustina presso Belluno fui obbligato ad assistere alla fucilazione di alcuni soldati calabresi rientrati dalla licenza con ventiquattro ore di ritardo, non per colpa loro, ma per colpa della tradotta. Due soldati del plotone di esecuzione spararono in aria: vennero immediatamente afferrati e passati per le armi.Altri soldati provavano a sfuggire al fronte con gesti di autolesionismo. La tecnica più comune era quella di spararsi a un piede o a una mano attraverso una tavoletta di legno che rendesse la ferita meno devastante e nascondesse le bruciature dovute al contatto con la canna. I casi di autolesionismo nell’esercito italiano furono circa diecimila. Con il passare del tempo, i medici militari diventarono più attenti alle automutilazioni e mandarono davanti alla corte marziale i simulatori. Lo zelo fu tale che furono accusati anche soldati effettivamente colpiti in combattimento.
Per arginare qualsiasi forma di defezione i tribunali militari lavorarono senza sosta, condannando le persone dopo indagini rapide e superficiali. Era l’imputato a doversi scagionare dalle accuse e non l’accusa a dover provare il reato. Non esistevano gradi di giudizio, non era previsto appello. Su 262.481 soldati processati, il 62 per cento fu condannato. Le pene capitali furono più di quattromila, di cui però quasi tremila in contumacia. Quelle eseguite furono 750. Le condanne fino a sette anni di carcere furono sospese e rinviate alla fine della guerra per evitare che diventassero un modo per evitare il fronte. Più di 15mila uomini furono invece condannati all’ergastolo.
I soldati uccisi senza processo furono trecento, ma storici come Marco Pluviano e Irene Guerrini, in 1914-1918. Scampare la guerra, scrivono: “Il numero di esecuzioni sommarie di cui si ha notizia (anche dalle testimonianze orali) è così ampio che, considerati i casi inevitabilmente rimasti segreti, si raggiungerebbe un numero di fucilati uguale, se non superiore, a quello dei condannati a morte a seguito di un regolare processo”.
Insubordinazioni
Con il passare degli anni, alle diserzioni si sostituirono sempre più spesso atti di insubordinazione collettiva: i soldati rifiutavano di andare in prima linea o attaccare. Non erano rivolte organizzate e ammutinamenti, ma una sorta di sciopero di soldati sfiniti che rifiutavano di combattere per le condizioni proibitive della vita al fronte.
Nel marzo del 1917 soldati della brigata Ravenna si rivoltarono sparando in aria per la revoca delle licenze e l’ordine di raggiungere di nuovo la prima linea. In luglio due reggimenti della brigata Catanzaro, in retrovia da pochi giorni, rifiutarono di tornare in prima linea: uccisero alcuni ufficiali e cercarono di attaccare la villa dov’era ospitato D’Annunzio, che si trovava lì vicino. La protesta sfociò in una vera e propria rivolta al grido di “Abbasso la guerra”, “Morte a D’Annunzio”, “Vogliamo la pace!”, ma fu repressa da carabinieri, reparti di cavalleria, artiglieria e perfino aerei.
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| Soldati italiani riposano dopo una lunga marcia durante la battaglia di Caporetto nel novembre del 1917. (De Agostini/Getty Images) |
Stavolta i militari in ritirata risposero al fuoco dei carabinieri nelle retrovie e li misero in fuga. Nel caos della ritirata si scatenò una vera e propria caccia al carabiniere. Nel libro La rivolta dei santi maledetti, Curzio Malaparte scrisse:
La legge era il carabiniere, i fanti massacravano i carabinieri. I carabinieri assassinati in trincea non si contano, quelli impiccati o pugnalati nelle retrovie non hanno numero. I pezzi grossi degli Alti Comandi si fermavano davanti al cadavere del carabiniere, leggevano il cartello appeso dai fanti al petto della vittima: ‘Aeroplano abbattuto’ e non ne capivano niente. Quali rimedi lambiccavano i Comandi? Le fucilazioni.Le rivolte furono represse ferocemente: i soldati identificati a torto o a ragione come organizzatori degli ammutinamenti furono processati sommariamente e giustiziati. Quando i presunti responsabili non venivano trovati, volendo dare una punizione esemplare ai reparti insubordinati, si ricorreva alla decimazione: l’estrazione a sorte dei soldati da fucilare. Emanuele Filiberto di Savoia, che quando morì volle essere sepolto a Redipuglia “in mezzo agli Eroi della Terza Armata”, ordinò: “Intendo che la disciplina regni sovrana fra le mie truppe. Perciò ho approvato che nei reparti che sciaguratamente si macchiarono di grave onta, alcuni, colpevoli o non, fossero immediatamente passati per le armi”. Sicuramente tra i centomila morti di Redipuglia qualcuno giace a pochi metri dal proprio carnefice.
(Nel gergo dei fanti i carabinieri erano chiamati aeroplani sia per la forma del cappello sia perché, come gli aviatori nemici, sparavano sui soldati, ndr).
Per il presunto ammutinamento della brigata Ravenna furono fucilati due soldati trovati semplicemente a dormire nell’accampamento dove c’era stata la rivolta, più altri cinque estratti a sorte. In La vigilia di Caporetto. Diario di guerra (1916-1917) il giornalista e critico teatrale Silvio D’Amico ricostruisce un episodio significativo. Un reggimento di fanteria insorge. C’è un’inchiesta, ma i colpevoli non sono scoperti, così il colonnello ordina di estrarre a sorte i nomi di dieci soldati e fucilarli. Tra loro finiscono anche uomini arrivati al reggimento dopo l’insubordinazione.
All’ora della fucilazione la scena è feroce. Uno dei due complementi, entrambi di classi anziane, è svenuto. Ma l’altro, bendato, cerca col viso da che parte sia il comandante del reggimento, chiamando a gran voce: ‘Signor colonnello! signor colonnello!’. Si fa un silenzio di tomba. Il colonnello deve rispondere. Risponde: ‘Che c’è figliuolo?’. ‘Signor colonnello!’, grida l’uomo bendato, ‘io sono della classe del ‘75. Io sono padre di famiglia. Io il giorno 28 non c’ero. In nome di Dio!’. ‘Figliuolo’, risponde paterno il colonnello, ‘io non posso cercare tutti quelli che c’erano e che non c’erano. La nostra giustizia fa quello che può. Se tu sei innocente, Dio te ne terrà conto. Confida in Dio’.Le esecuzioni sommarie arrivarono a un parossismo tale che anche piccoli atti di insubordinazione furono puniti con la morte: durante la rotta di Caporetto il generale Andrea Graziani tentò di riportare l’ordine tra i soldati facendo fucilare 57 presunti disertori, alcuni per ragioni assurde come Alessandro Ruffini, che fu messo al muro per averlo salutato tenendo il sigaro acceso in bocca. Qualche anno dopo la fine della guerra il generale morì cadendo misteriosamente da un treno: si diffuse la voce che sul vagone avesse incontrato un vecchio compagno d’armi di qualche sua vittima.
Dal 1917 gli ammutinati mostrarono sempre di più una consapevolezza politica. Marco Rossi racconta l’episodio del livornese Alessandro Signorini, che davanti al plotone d’esecuzione urlò ai suoi compagni: “Maledetta patria, schifosa bandiera. Voltate le spalle a chi vi fucila!”. Nelle trincee ormai circolava materiale disfattista, volantini che invitavano a disertare, fogli di propaganda rivoluzionaria. La rivoluzione bolscevica, l’uscita della Russia dal conflitto e la crescente insofferenza al potere rendevano sempre più plausibile la rivolta non solo come atto di ribellione, ma anche come possibilità reale di mettere fine alla guerra.
Dopo Caporetto i militari italiani che si stavano ritirando furono fermati sul Piave da uno schieramento di carabinieri e di giovani reclute appena arruolate. I soldati in rotta, convinti che la guerra ormai fosse finita, avevano gettato le armi: non furono dunque in grado di reagire e furono costretti a riprendere la guerra.
Qualcosa di simile successe tra gli austriaci l’anno successivo: in estate ormai 230mila avevano abbandonato le armi ed erano tornati a casa.
In pratica la guerra si concluse con una diserzione di massa: milioni di soldati spossati cessarono semplicemente di combattere. Ma questa versione dei fatti non poteva essere ammessa dalle gerarchie militari, specialmente dopo che il collasso militare russo aveva portato alla nascita dell’Unione Sovietica, primo paese socialista al mondo.
Gli alti comandi degli eserciti dell’Intesa mascherarono quest’epilogo raccontando di epici scontri finali che in realtà non lo furono. Quando con la battaglia di Vittorio Veneto gli italiani sfondavano le linee nemiche, spesso le trovarono deserte. Anche la “redenzione” di Trieste, narrata dalla propaganda nazionalista come la trionfale “liberazione” della città dal dominio austriaco, fu un episodio molto più complesso. La storica Marina Rossi scrive per esempio che nei primi giorni del novembre 1918 “una torpediniera austriaca” fu messa a disposizione “per raggiungere Venezia” e poi tornare a Trieste con “la flotta italiana, cui avrebbe fatto da battistrada nei tratti minati”. Mentre lo storico Drago Sedmak in Nabrežina skozi stoletja (Aurisina attraverso i secoli) racconta un episodio successo vicino a Trieste:
Alle truppe italiane che avanzavano quasi nessuno si oppose, dato che quasi non c’erano più soldati (austriaci, ndr) e i membri dei Comitati nazionali locali (sloveni, ndr) erano troppo deboli e non opposero resistenza. Comunque ad Aurisina si raccolse un gruppo di giovani e di reduci del luogo (austriaci, ndr) e innalzarono barricate improvvisate, bloccando le strade di accesso. L’azione riuscì, visto che per il 2 e 3 novembre fermarono l’avanzata degli italiani verso Trieste. Nella notte tra il 3 e il 4 si ritirarono silenziosamente; gli italiani ripresero la marcia attraversando Santa Croce e Prosecco con bandiere bianche. Il simbolo di pace, la bandiera bianca, che presto venne sostituita dal tricolore italiano, il 20 novembre si mostrò sotto una nuova luce agli abitanti di Aurisina. Quel giorno, infatti, le autorità militari italiane per garantire la propria sicurezza, pretesero dagli abitanti di Aurisina che venissero loro consegnati tre ostaggi (…) Se sia stata la paura o una vendetta per aver perso due giorni davanti alle barricate di Aurisina possiamo solamente fare delle ipotesi.La storia della prima guerra mondiale, dunque, è tutt’altro che la storia di trionfi, di eroismo e di battaglie epiche raccontata dalla propaganda nazionalista e militare. Tolto il velo di retorica, restano i massacri, le fucilazioni sommarie, le punizioni dei soldati, ma anche gli episodi di fraternizzazione tra nemici, che dimostrano come tantissimi soldati riuscirono a restare umani nonostante fossero obbligati a combattersi.
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