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03/12/2024
Corea del Sud, il presidente dichiara la legge marziale
Con una mossa a sorpresa che infiamma ulteriormente una regione del globo già sottoposta a forti tensioni, il presidente sudcoreano Yoon Suk Yeol ha dichiarato oggi la legge marziale, assumendo poteri speciali e incaricando l’esercito di “riportare l’ordine”, promettendo di eliminare quelle che ha definito “forze anti-stato”.
Il presidente conservatore sembra così intenzionato a regolare i conti con l’opposizione, che controlla la maggioranza nel parlamento del paese e che Yoon accusa di simpatizzare con la Corea del Nord.
Questa sorprendente mossa, condannata ovviamente dalle forze di opposizione, riporta la Corea del Sud ad un clima autoritario e di caccia alle streghe che il paese non viveva più dagli anni ’80. È la prima volta che in Corea del Sud viene imposta la legge marziale dal processo di democratizzazione della Corea del Sud nel 1987.
Secondo l’agenzia di stampa Yonhap, in seguito all’annuncio di Yoon l’esercito ha affermato che il parlamento e l’attività dei partiti politici che potrebbero “causare confusione sociale” dovranno essere sospesi. I telegiornali hanno già mostrato agenti di polizia intenti a tentare di bloccare l’ingresso dell’Assemblea nazionale per impedire l’affluenza dei parlamentari mentre fuori dall’edificio si sono radunati centinaia di manifestanti che hanno tentato di forzare il blocco gridando slogan contro la legge marziale e “la dittatura”. Secondo varie fonti l’esercito avrebbe schierato anche carri armati e vari mezzi blindati nelle strade della capitale del paese e i media più importanti sarebbero stati avvisati della necessità di sottostare alla censura. La legge prevede che chi viola le prescrizioni militari possa essere arrestato senza mandato di un tribunale.
Le forze armate hanno anche imposto di tornare a lavoro entro 48 ore ai medici in sciopero da mesi contro i piani governativi diretti ad aumentare il numero di studenti nelle scuole di formazione di medicina.
Secondo la legislazione, la legge marziale può essere revocata in qualsiasi momento con un voto del parlamento, in cui come detto il Partito Democratico di opposizione detiene la maggioranza. Ed effettivamente, nonostante il blocco delle attività nel Parlamento imposto dal decreto presidenziale e la presenza in aula di un gran numero di membri delle forze speciali dell’esercito in assetto antisommossa, 190 deputati – di entrambi gli schieramenti – sui 300 totali sono comunque riusciti a votare una mozione che chiede la revoca della legge marziale.
Non è per ora chiaro se Yoon si piegherà alla volontà della maggioranza del parlamento o continuerà per la sua strada esautorando del tutto l’Assemblea Nazionale. Per ora gli alti comandi dell’esercito sudcoreano hanno dichiarato che faranno rispettare la legge marziale fino a quando non sarà revocata dal presidente Yoon Suk Yeol.
Subito dopo l’annuncio del presidente Han Dong-hoon, il leader del conservatore Partito del Potere Popolare, di cui Yoon è membro, ha definito “sbagliata” la decisione di imporre la legge marziale e ha giurato di “fermarla insieme al popolo”. Il leader dell’opposizione Lee Jae-myung, sconfitto di misura da Yoon alle elezioni presidenziali del 2022, ha definito l’annuncio di Yoon “illegale e incostituzionale”.
Nel corso di un intervento televisivo Yoon ha affermato che la legge marziale permetterà di “ricostruire e proteggere” il paese impedendogli di “cadere nelle profondità della rovina nazionale”, ed ha promesso di “sradicare” le forze schierate con la Repubblica Popolare di Corea e di proteggere “l’ordine democratico costituzionale”.
“Eliminerò le forze anti-stato il più rapidamente possibile e normalizzerò il Paese”, ha affermato Yoon, chiedendo al popolo di credere in lui e di tollerare “alcuni inconvenienti”.
Yoon ha deciso di imporre quello che è a tutti gli effetti un “autogolpe” dopo che il suo indice di gradimento è fortemente calato. Da quanto ha assunto le funzioni di capo dello stato non è mai riuscito a far valere il suo programma contro un parlamento controllato dall’opposizione liberaldemocratica.
La maggioranza parlamentare ha anche tentato di approvare mozioni per mettere sotto accusa tre procuratori di alto livello, tra cui il capo dell’ufficio del procuratore distrettuale centrale di Seoul, in quella che i conservatori hanno definito una vendetta contro le loro indagini penali su Lee, considerato favorito per la vittoria delle prossime elezioni presidenziali del 2027.
Yoon ha anche respinto le richieste di indagini indipendenti sugli scandali per corruzione che coinvolgono sua moglie e alti funzionari.
L’Amministrazione Biden ha affermato di non essere stata avvertita in anticipo sull’imposizione della legge marziale da parte del presidente sudcoreano Yoon, che Washington ha invitato a rispettare le decisioni del parlamento. Gli Stati Uniti mantengono attualmente in Corea del Sud un contingente militare di quasi 30 mila uomini.
Fonte
Il presidente conservatore sembra così intenzionato a regolare i conti con l’opposizione, che controlla la maggioranza nel parlamento del paese e che Yoon accusa di simpatizzare con la Corea del Nord.
Questa sorprendente mossa, condannata ovviamente dalle forze di opposizione, riporta la Corea del Sud ad un clima autoritario e di caccia alle streghe che il paese non viveva più dagli anni ’80. È la prima volta che in Corea del Sud viene imposta la legge marziale dal processo di democratizzazione della Corea del Sud nel 1987.
Secondo l’agenzia di stampa Yonhap, in seguito all’annuncio di Yoon l’esercito ha affermato che il parlamento e l’attività dei partiti politici che potrebbero “causare confusione sociale” dovranno essere sospesi. I telegiornali hanno già mostrato agenti di polizia intenti a tentare di bloccare l’ingresso dell’Assemblea nazionale per impedire l’affluenza dei parlamentari mentre fuori dall’edificio si sono radunati centinaia di manifestanti che hanno tentato di forzare il blocco gridando slogan contro la legge marziale e “la dittatura”. Secondo varie fonti l’esercito avrebbe schierato anche carri armati e vari mezzi blindati nelle strade della capitale del paese e i media più importanti sarebbero stati avvisati della necessità di sottostare alla censura. La legge prevede che chi viola le prescrizioni militari possa essere arrestato senza mandato di un tribunale.
Le forze armate hanno anche imposto di tornare a lavoro entro 48 ore ai medici in sciopero da mesi contro i piani governativi diretti ad aumentare il numero di studenti nelle scuole di formazione di medicina.
Secondo la legislazione, la legge marziale può essere revocata in qualsiasi momento con un voto del parlamento, in cui come detto il Partito Democratico di opposizione detiene la maggioranza. Ed effettivamente, nonostante il blocco delle attività nel Parlamento imposto dal decreto presidenziale e la presenza in aula di un gran numero di membri delle forze speciali dell’esercito in assetto antisommossa, 190 deputati – di entrambi gli schieramenti – sui 300 totali sono comunque riusciti a votare una mozione che chiede la revoca della legge marziale.
Non è per ora chiaro se Yoon si piegherà alla volontà della maggioranza del parlamento o continuerà per la sua strada esautorando del tutto l’Assemblea Nazionale. Per ora gli alti comandi dell’esercito sudcoreano hanno dichiarato che faranno rispettare la legge marziale fino a quando non sarà revocata dal presidente Yoon Suk Yeol.
Subito dopo l’annuncio del presidente Han Dong-hoon, il leader del conservatore Partito del Potere Popolare, di cui Yoon è membro, ha definito “sbagliata” la decisione di imporre la legge marziale e ha giurato di “fermarla insieme al popolo”. Il leader dell’opposizione Lee Jae-myung, sconfitto di misura da Yoon alle elezioni presidenziali del 2022, ha definito l’annuncio di Yoon “illegale e incostituzionale”.
Nel corso di un intervento televisivo Yoon ha affermato che la legge marziale permetterà di “ricostruire e proteggere” il paese impedendogli di “cadere nelle profondità della rovina nazionale”, ed ha promesso di “sradicare” le forze schierate con la Repubblica Popolare di Corea e di proteggere “l’ordine democratico costituzionale”.
“Eliminerò le forze anti-stato il più rapidamente possibile e normalizzerò il Paese”, ha affermato Yoon, chiedendo al popolo di credere in lui e di tollerare “alcuni inconvenienti”.
Yoon ha deciso di imporre quello che è a tutti gli effetti un “autogolpe” dopo che il suo indice di gradimento è fortemente calato. Da quanto ha assunto le funzioni di capo dello stato non è mai riuscito a far valere il suo programma contro un parlamento controllato dall’opposizione liberaldemocratica.
La maggioranza parlamentare ha anche tentato di approvare mozioni per mettere sotto accusa tre procuratori di alto livello, tra cui il capo dell’ufficio del procuratore distrettuale centrale di Seoul, in quella che i conservatori hanno definito una vendetta contro le loro indagini penali su Lee, considerato favorito per la vittoria delle prossime elezioni presidenziali del 2027.
Yoon ha anche respinto le richieste di indagini indipendenti sugli scandali per corruzione che coinvolgono sua moglie e alti funzionari.
L’Amministrazione Biden ha affermato di non essere stata avvertita in anticipo sull’imposizione della legge marziale da parte del presidente sudcoreano Yoon, che Washington ha invitato a rispettare le decisioni del parlamento. Gli Stati Uniti mantengono attualmente in Corea del Sud un contingente militare di quasi 30 mila uomini.
Fonte
28/03/2020
USA - L’esercito nelle strade per il Coronavirus? Ipotesi non proprio remota
Abbiamo tradotto questo articolo di William M. Arkin, pubblicato il 20 di marzo da “Nesweek”, con il titolo originale: “Uno sguardo ai piani dell’esercito USA per fermare i “disturbi civili” durante la pandemia di Coronavirus, qualcosa che non hanno fatto in 30 anni”.
Il contributo getta uno sguardo su quella che è una opzione sul tavolo per la gestione dell’attuale pandemia, sostenuta dalle pressanti richieste dei singoli eletti locali nelle situazioni più critiche.
Bill De Blasio, sindaco di New York, ha detto espressamente alle telecamere della CNN il 18 marzo che: «l’unica forza che in America può farlo effettivamente e rapidamente è l’esercito degli Stati Uniti», riferendosi alla risoluzione di alcune criticità attraverso le proprie capacità mediche e logistiche, oltre che per «far uscire dalle fabbriche su tutto il territorio nazionale» quello di cui c’è necessità.
La sua non è una voce fuori dal coro, anzi. Per esempio, Gavin Newsom, governatore della California, ha chiesto il 17 marzo l’introduzione della legge marziale, anche se poi ha ritrattato. Parole che testimoniano il fallimento dello Stato liberale nel fare fronte all’emergenza sanitaria. In pratica, viste le carenze strutturali del Welfare State, diventa preferibile ricorrere al Warfare State, senza curarsi di ciò che può comportare l’utilizzo di uno strumento di guerra per la vita sociale.
E come riporta il Military Times, in tutti i 50 Stati dell’Unione l’esercito ha “mobilitato” una parte dei suoi effettivi per fare fronte ad un loro possibile utilizzo nel corso dell’attuale pandemia.
Per una strana coincidenza, le dichiarazioni del sindaco della “Grande Mela” erano quasi in concomitanza con l’anniversario dell’invasione statunitense dell’Iraq, nel 2003, un teatro operativo che ha mostrato al mondo cosa voglia dire un’occupazione militare da parte degli Stati Uniti. Cero che riprodurre quello scenario sul proprio territorio non sarebbe esattamente un “successo politico”.
La scorsa domenica, durante la sua quotidiana conferenza stampa, Donald Trump ha dato ordine di attivare la Guardia Nazionale negli Stati di New York, Washington e California, con lo Stato Federale ad accollarsi la spesa ma sotto il controllo dei singoli Stati.
Allo stesso tempo non ha “ceduto” alle pressioni di chi ha chiesto l’attuazione del Defence Procuction Act per aumentare la produzione di forniture mediche critiche, a differenza delle affermazioni precedenti.
Allo stesso tempo, ha escluso le proposte di nazionalizzare le forniture farmaceutiche per gestirne meglio la produzione. «Non siamo un Paese basato sulla nazionalizzazione della nostra economia. Chiamate una persona in Venezuela e domandatele: “Ha funzionato la nazionalizzazione della vostra economia?” Non troppo bene. Il concetto di nazionalizzazione nella nostra economia non è un buon concetto».
Una dichiarazione che tranquillizza il “big Business”, ma che non consente un passo in avanti rispetto alle criticità fin qui rivelate nella gestione dell’emergenza sanitaria.
Aiuti alle imprese e militari nelle strade non sono una filosofia di governance in grado di affrontare le conseguenze della pandemia.
E se si pensa a scenari “militarizzati” negli Stati Uniti, la memoria recente non può che andare alla gestione dell’uragano Katrina nel 2005 – esplicitamente richiamata nell’articolo qui tradotto – e nel trattamento riservato alle proteste contro le uccisioni di giovani afro-americani, da Ferguson – 9 agosto 2014 – in poi.
Questa è la descrizione che ne dava il New York Times in un articolo del 9 settembre 2005: «New Orleans è diventata un campo militare, pattugliato da migliaia di agenti delle forze dell’ordine locali, statali e federali, così come dalle truppe della National Guard e da soldati in servizio».
Uno scenario che presto potrebbe ripetersi, ma su una scala più ampia, e che potrebbe avere un consenso quasi “bi-partisan”, con le sole associazioni delle “minoranze etniche” e del movimento pacifista a mostrare criticamente cosa ciò comporterebbe.
In una dichiarazione scritta per l’organizzazione anti-militarista About Face, Drake Logan – scrittore ed attivista dei “Veterani Contro la Guerra”(Veterans Against War) – argomenta che durante il contagio: «dobbiamo tracciare linee precise su cosa sia una risposta militare accettabile e cosa sia categoricamente inaccettabile (…) Ciò che sarebbe categoricamente inaccettabile alle comunità degli Stati Uniti è avere per le strade soldati con armi e giubbotti anti-proiettile in Kevlar – così come altri equipaggiamenti bellici. Abbiamo già una forza di polizia domestica altamente militarizzata che le pattuglia con le armi, e che uccide quotidianamente americani innocenti che non hanno mai avuto la possibilità di essere innocenti prima di essere colpevoli. Non possiamo permetterci di più di questo con i soldati degli Stati Uniti».
Uno scenario inquietante, quello dell’opzione militare, ma che non è da escludere, come si evince anche dall’articolo che qui proponiamo.
Buona lettura.
Con la Guardia Nazionale ora attiva in 22 Stati e governatori che continuano a dichiarare quotidianamente misure di emergenza più severe, l’esercito americano sta preparando le forze per assumere un ruolo più ampio nella risposta al coronavirus, inclusa la controversa missione di reprimere i “disordini civili” e far rispettare la legge, una missione per cui i militari non sono stati impegnati per quasi 30 anni.
All’interno dei circoli militari, se le forze federali dovrebbero imporsi per fare di più, ci sono posizioni differenti. I governatori di Stato e le rispettive unità della Guardia Nazionale, non il governo federale e l’esercito in servizio attivo, dovrebbero essere i principali responsabili della gestione delle emergenze domestiche: questa è la legge, ed è anche buon senso, poiché i funzionari locali sono sempre l’autorità più vicina in una crisi e generalmente hanno maggiore familiarità con le persone colpite.
Missioni di contenimento dei disturbi civili richiedono un “tocco delicato” che uomini e donne abituati alla battaglia potrebbero non avere, e alcuni si chiedono se i soldati siano addestrati per questo o siano lo strumento più appropriato.
Inoltre il piano di emergenza del Pentagono per affrontare i disordini civili non prevede scenari come il coronavirus, in cui un dispiegamento molto diffuso sul territorio porterebbe maggiori responsabilità nelle mani di comandanti di basso livello in situazione. Lì, dicono gli addetti ai lavori militari, le direttive emanate su quando le truppe federali possono intervenire e quando possono usare la forza vengono piegate verso standard più appropriati per un campo di battaglia straniero.
Riconoscendo che la domanda più difficile da affrontare è quale ruolo i militari giocheranno per mantenere l’ordine in America, giovedì il generale dell’aeronautica militare, Joseph Lengyel, capo dell’Ufficio della Guardia Nazionale, ha messo in guardia contro la federalizzazione della Guardia Nazionale statale, che la priverebbe delle specifiche autorità legali nel far rispettare la legge.
Sebbene Lengyel affermi che non ci sono ancora richieste per usare la Guardia Nazionale come forze dell’ordine, ha argomentato che gli Stati dovrebbero mantenere le “decisioni al loro livello”, non in mani federali, promuovendo le 450.000 forze della Guardia Nazionale come “pronte quando i loro governatori chiameranno.”
Ma i pianificatori del Pentagono e del Comando settentrionale degli Stati Uniti coinvolti, pur ammettendo che la Guardia Nazionale è la scelta migliore in caso di gravi disordini sociali, affermano anche che potrebbe non essere possibile affidarsi alla Guardia, non solo a causa della magnitudine del compito, ma anche perché è una forza cittadina diffusa in tutta l’America e quindi sensibile come il resto della popolazione a contrarre il virus.
Un military planner senior che lavora sul coronavirus, ma non autorizzato a parlare di questioni riservate di pianificazione, afferma che è in preparazione lo schieramento di truppe federali in ruoli di supporto. Questa settimana, per il coronavirus, il Pentagono ha assegnato due navi ospedale della Marina, una a New York e l’altra in California. Altre missioni logistiche e ingegneristiche sono in preparazione, come quelle che supportano le missioni parzialmente intese a sostituire truppe della Guardia Nazionale, in modo che queste possano condurre operazioni di polizia se necessario, con le forze di servizio attive che operano nelle retrovie.
Ma una volta che le forze militari saranno disperse dalle basi in America, dice il senior planner, dovranno fare i conti con la “force protection” (termine tecnico-militare statunitense che indica le misure preventive adottate per mitigare “azioni ostili” in aree specifiche o contro una popolazione specifica, di solito personale militare, risorse, strutture e informazioni critiche, ndr.) e saranno coinvolti in difficili operazioni di polizia, in particolare quando aumenteranno le situazioni di rifugio sul posto e altre situazioni di quarantena.
Voci di un blocco a livello nazionale si sono diffuse sui social media, questa settimana, e il candidato alla presidenza democratica Joe Biden ha dichiarato che avrebbe mobilitato le forze militari “adesso” per rispondere al coronavirus.
Mentre stemperava i timori di legge marziale, il governatore della California Gavin Newsom ha affermato che sebbene non fosse stato richiesto o valutato necessario, “Se si vuole stabilire un quadro di legge marziale, che è la massima autorità, abbiamo la capacità di farlo.”
“La legge marziale prevede l’uso dell’esercito per esercitare poteri di polizia; ripristinare e mantenere l’ordine; assicurare meccanismi essenziali di distribuzione, trasporto e comunicazione; e condurre le misure di soccorso necessarie“, dice un manuale dell’esercito pubblicato lo scorso luglio.
La dottrina, tuttavia, è contraddittoria sulla questione di chi può ordinare la legge marziale. In un passaggio afferma che solo il presidente può ordinare alle forze militari federali di imporre la legge marziale, e in un’altra pagina dice “altri funzionari possono essere autorizzati a imporre la legge marziale all’interno di un particolare stato in base alla legge di quello stato“.
In entrambi i casi, afferma la dottrina, “i comandanti militari federali non devono farsi carico di alcuna funzione del governo civile se non in condizioni di estrema emergenza“. E afferma che “Qualsiasi comandante che è diretto, o che si impegna, a controllare tali funzioni limiterà rigorosamente le azioni militari ai bisogni di emergenza e faciliterà il ripristino della responsabilità civile il più presto possibile“.
Quando gli è stato chiesto di commentare, un ex comandante del NORTHCOM (United States Northern Command) ha affermato a Newsweek: “È una scelta infelice che la discussione sul sostegno della difesa alle autorità civili, le operazioni di contenimento di disordini civili e la legge marziale, siano contenute negli stessi documenti. Certamente non vogliamo confondere le acque suggerendo che la legge marziale è facile o in continuità con quelle misure. Anche la più semplice decisione di permettere operazioni di polizia non è stata presa alla leggera“.
Lo U.S. Northern Command, situato a Colorado Springs, ha scritto il suo primo piano di emergenza specifico per “Operazioni di disordine civile“, chiamato CONPLAN 3502, nel 2007. Il piano riservato, lungo centinaia di pagine, descrive una vasta serie di compiti in cui le forze militari potevano essere chiamate ad assistere le autorità civili in risposta ai disordini civili.
Questi, secondo uno studio, includono “rivolte, atti di violenza, insurrezioni, ostruzioni o assemblee illegali, atti di violenza di gruppo e disturbi pregiudizievoli per l’ordine pubblico“. Sebbene il piano includa un ampio elenco di condizioni in cui potrebbero essere utilizzate le forze federali, presume azioni su un singolo territorio o regione, e ipotizza una forza massima – la forza di “Livello 3” – di un Corpo d’armata di circa 20.000-36.000 persone.
“NORTHCOM è stato specificamente incaricato di essere pronto a rispondere alle ‘richieste di assistenza’ da parte di Stati e autorità locali nel giugno 2018“, afferma il pianificatore senior, “ma nessun piano di emergenza menziona una pandemia di queste dimensioni o ha mai previsto la possibilità di uno schieramento a livello nazionale“.
Ciò che innescherebbe l’uso della forza nelle “operazioni di disturbo civile” deriva principalmente dall’esperienza dell’uragano Katrina. Durante la risposta a New Orleans, la governatrice della Louisiana Kathleen Blanco ha rifiutato, nonostante l’insistenza dell’amministrazione Bush, di accettare la federalizzazione delle sue forze di Guardia, temendo che ne avrebbe perso il controllo.
Sebbene il presidente George W. Bush avesse la possibilità di forzare la federalizzazione e autorizzare le truppe dell’esercito a far rispettare la legge, data la natura dell’emergenza, la Casa Bianca fece marcia indietro, schierando forze ma senza alcun potere di polizia.
L’uso delle forze militari federali per l’applicazione della legge – come un posse comitatus o un gruppo convocato dallo sceriffo locale – è stato a lungo proibito, a meno che non sia altrimenti autorizzato da leggi specifiche approvate dal Congresso.
In CONPLAN 3502, ci sono riferimenti a tre eccezioni: l’uso dei militari nella guerra alla droga; in “circostanze straordinarie” che coinvolgono armi di distruzione di massa; e un terzo, l’Enforcement of the Laws to Restore Public Order Act (atto per il Rispetto delle Leggi per il Ripristino dell’Ordine Pubblico), anche confusamente noto come The Insurrection Act.
Secondo il NORTHCOM, le truppe federali potrebbero essere utilizzate in funzioni di polizia nei casi in cui “la ribellione contro l’autorità degli Stati Uniti rendesse impossibile far applicare le leggi degli Stati Uniti attraverso il corso ordinario dei procedimenti giudiziari“.
Ai sensi dell’Insurrection Act, afferma il CONPLAN 3502, se la violenza non può essere controllata dalle forze dell’ordine statali e locali e dalla Guardia nazionale dello Stato, il presidente può usare la Guardia nazionale (chiamata in servizio federale), le riserve e membri delle forze armate per far rispettare le leggi federali o per reprimere un’insurrezione.
Il presidente può usare le Forze armate o la Guardia nazionale federalizzata, secondo quanto scritto nel piano, per effettuare arresti, condurre ricerche e svolgere altre funzioni tradizionali di polizia, se necessario, per reprimere qualsiasi insurrezione, violenza domestica, combinazione illegale o cospirazione.
Le condizioni non sono illimitate, in quanto anche in quel caso, ai sensi della legge sull’insurrezione, l’uso delle forze militari federali dovrebbe essere giustificato solo se la violenza civile o le perturbazioni “ostacolano l’esecuzione della legge statale e federale tanto che le persone sono private dei loro diritti garantiti dalla Costituzione e dalle leggi“.
Queste condizioni – l’applicazione della legge federale – non si applicano alla situazione attuale, afferma il senior planner.
Il presidente può decidere che la situazione supera le capacità “o la volontà” delle autorità locali di ripristinare la legge e l’ordine, dice; ma il linguaggio stesso, l’inclusione della parola “volontà“, mostra quanto questi piani di emergenza siano stati scritti per le crisi passate e non siano applicabili al coronavirus.
La volontà è stata inclusa, dice il planner, a causa delle esperienze delle truppe utilizzate nell’applicazione dei diritti civili, l’imposizione delle forze federali spesso in contrasto con i desideri degli ufficiali statali e locali.
In risposta all’uragano Katrina, e per prendere in considerazione circostanze più ampie che potrebbero costringere le forze armate federali a far rispettare la legge, il Congresso ha apportato cambiamenti significativi all’Insurrection Act nell’ottobre 2006, ampliando la capacità del presidente di impiegare le forze armate a livello nazionale senza richiesta o consenso statale.
Tale modifica ha aggiunto il passo “a seguito di un disastro naturale, un’epidemia o altre gravi emergenze sanitarie, attacchi o incidenti terroristici o altre condizioni in qualsiasi Stato“, ogni volta che il presidente decide che “la violenza domestica è arrivata a tal punto che le autorità costituite dello Stato non sono in grado di mantenere l’ordine pubblico“.
I cambiamenti sono stati accolti da una diffusa resistenza dei governatori statali e l’anno successivo il Congresso ha abrogato il cambiamento, tornando alla versione precedente. CONPLAN 3502 è stato modificato nel 2009 per riflettere il tenore letterale iniziale dell’Insurrection Act, aggiungendo invece disposizioni per l’uso delle forze federali per far rispettare la legge in risposta ad emergenze di salute pubblica, ma allo stesso tempo attribuendo più responsabilità ai comandanti locali.
Se le forze federali sono chiamate a far rispettare la legge, dice il planner senior, molta più responsabilità sarà posta sulle spalle dei comandanti di basso livello in situazione. Allo stato attuale, se si trovassero di fronte ad un crollo dell’autorità civile o una vera e propria violenza contro se stessi, CONPLAN 3502 non sarebbe di grande aiuto.
“La decisione del comandante di agire deve sempre basarsi sulla necessità, piuttosto che sulla convenienza del comandante militare o delle autorità civili“, afferma la revisione dottrinale dell’esercito scritta lo scorso luglio. La dottrina afferma che “in rare circostanze, un comandante può agire prontamente, persino espletando funzioni di polizia, se ragionevolmente giustificato dalle circostanze“.
Un’altra direttiva del Pentagono emessa nel febbraio 2019 incarica i comandanti di “impegnarsi temporaneamente in attività necessarie per reprimere i disordini civili su vasta scala e inaspettati” anche se non hanno l’autorizzazione preventiva per farlo. I comandanti possono far rispettare la legge, dice la direttiva, quando “necessario per prevenire significative perdite di vite o la distruzione sfrenata della proprietà [e] per ripristinare... l’ordine pubblico“.
E ancora un’altra direttiva del Pentagono, emessa un mese dopo, nel marzo 2019, che si occupa delle emergenze di salute pubblica, autorizza i comandanti militari a imporre “quarantena, isolamento e rilascio condizionale” e afferma che coloro che violano tali ordini potrebbero essere soggetti a multe o reclusione. “Quelle persone o gruppi non soggetti alla legge militare, e che si rifiutano di obbedire o di violare in altro modo un ordine emesso in conformità con questa emissione, possono essere trattenuti dal comandante militare fino a quando le autorità civili appropriate non possono rispondere“, dice la direttiva.
“Sì, i comandanti militari hanno il diritto all’autodifesa“, dice l’ex comandante del NORTHCOM, dopo aver letto queste nuove dottrine e direttive, “possono ovviamente agire in caso di emergenza, ma forse non è ancora appropriato che questo succeda per le strade dell’America“.
Il senior planner concorda, affermando che spetta al Pentagono fornire specifici ordini e regole di ingaggio per il coronavirus.
“Non sono sicuro che le nostre truppe, per quanto buone, possano essere pronte per qualcosa di così diffuso ed esplosivo come COVID-19“, afferma il planner. Allo stesso tempo, è preoccupato che la presenza di personale in uniforme nelle strade d’America, piuttosto che fornire una presenza confortante, dia invece l’impressione dell’uso della forza federale e della legge marziale – peggiorando solo la situazione.
Fonte
Il contributo getta uno sguardo su quella che è una opzione sul tavolo per la gestione dell’attuale pandemia, sostenuta dalle pressanti richieste dei singoli eletti locali nelle situazioni più critiche.
Bill De Blasio, sindaco di New York, ha detto espressamente alle telecamere della CNN il 18 marzo che: «l’unica forza che in America può farlo effettivamente e rapidamente è l’esercito degli Stati Uniti», riferendosi alla risoluzione di alcune criticità attraverso le proprie capacità mediche e logistiche, oltre che per «far uscire dalle fabbriche su tutto il territorio nazionale» quello di cui c’è necessità.
La sua non è una voce fuori dal coro, anzi. Per esempio, Gavin Newsom, governatore della California, ha chiesto il 17 marzo l’introduzione della legge marziale, anche se poi ha ritrattato. Parole che testimoniano il fallimento dello Stato liberale nel fare fronte all’emergenza sanitaria. In pratica, viste le carenze strutturali del Welfare State, diventa preferibile ricorrere al Warfare State, senza curarsi di ciò che può comportare l’utilizzo di uno strumento di guerra per la vita sociale.
E come riporta il Military Times, in tutti i 50 Stati dell’Unione l’esercito ha “mobilitato” una parte dei suoi effettivi per fare fronte ad un loro possibile utilizzo nel corso dell’attuale pandemia.
Per una strana coincidenza, le dichiarazioni del sindaco della “Grande Mela” erano quasi in concomitanza con l’anniversario dell’invasione statunitense dell’Iraq, nel 2003, un teatro operativo che ha mostrato al mondo cosa voglia dire un’occupazione militare da parte degli Stati Uniti. Cero che riprodurre quello scenario sul proprio territorio non sarebbe esattamente un “successo politico”.
La scorsa domenica, durante la sua quotidiana conferenza stampa, Donald Trump ha dato ordine di attivare la Guardia Nazionale negli Stati di New York, Washington e California, con lo Stato Federale ad accollarsi la spesa ma sotto il controllo dei singoli Stati.
Allo stesso tempo non ha “ceduto” alle pressioni di chi ha chiesto l’attuazione del Defence Procuction Act per aumentare la produzione di forniture mediche critiche, a differenza delle affermazioni precedenti.
Allo stesso tempo, ha escluso le proposte di nazionalizzare le forniture farmaceutiche per gestirne meglio la produzione. «Non siamo un Paese basato sulla nazionalizzazione della nostra economia. Chiamate una persona in Venezuela e domandatele: “Ha funzionato la nazionalizzazione della vostra economia?” Non troppo bene. Il concetto di nazionalizzazione nella nostra economia non è un buon concetto».
Una dichiarazione che tranquillizza il “big Business”, ma che non consente un passo in avanti rispetto alle criticità fin qui rivelate nella gestione dell’emergenza sanitaria.
Aiuti alle imprese e militari nelle strade non sono una filosofia di governance in grado di affrontare le conseguenze della pandemia.
E se si pensa a scenari “militarizzati” negli Stati Uniti, la memoria recente non può che andare alla gestione dell’uragano Katrina nel 2005 – esplicitamente richiamata nell’articolo qui tradotto – e nel trattamento riservato alle proteste contro le uccisioni di giovani afro-americani, da Ferguson – 9 agosto 2014 – in poi.
Questa è la descrizione che ne dava il New York Times in un articolo del 9 settembre 2005: «New Orleans è diventata un campo militare, pattugliato da migliaia di agenti delle forze dell’ordine locali, statali e federali, così come dalle truppe della National Guard e da soldati in servizio».
Uno scenario che presto potrebbe ripetersi, ma su una scala più ampia, e che potrebbe avere un consenso quasi “bi-partisan”, con le sole associazioni delle “minoranze etniche” e del movimento pacifista a mostrare criticamente cosa ciò comporterebbe.
In una dichiarazione scritta per l’organizzazione anti-militarista About Face, Drake Logan – scrittore ed attivista dei “Veterani Contro la Guerra”(Veterans Against War) – argomenta che durante il contagio: «dobbiamo tracciare linee precise su cosa sia una risposta militare accettabile e cosa sia categoricamente inaccettabile (…) Ciò che sarebbe categoricamente inaccettabile alle comunità degli Stati Uniti è avere per le strade soldati con armi e giubbotti anti-proiettile in Kevlar – così come altri equipaggiamenti bellici. Abbiamo già una forza di polizia domestica altamente militarizzata che le pattuglia con le armi, e che uccide quotidianamente americani innocenti che non hanno mai avuto la possibilità di essere innocenti prima di essere colpevoli. Non possiamo permetterci di più di questo con i soldati degli Stati Uniti».
Uno scenario inquietante, quello dell’opzione militare, ma che non è da escludere, come si evince anche dall’articolo che qui proponiamo.
Buona lettura.
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Con la Guardia Nazionale ora attiva in 22 Stati e governatori che continuano a dichiarare quotidianamente misure di emergenza più severe, l’esercito americano sta preparando le forze per assumere un ruolo più ampio nella risposta al coronavirus, inclusa la controversa missione di reprimere i “disordini civili” e far rispettare la legge, una missione per cui i militari non sono stati impegnati per quasi 30 anni.
All’interno dei circoli militari, se le forze federali dovrebbero imporsi per fare di più, ci sono posizioni differenti. I governatori di Stato e le rispettive unità della Guardia Nazionale, non il governo federale e l’esercito in servizio attivo, dovrebbero essere i principali responsabili della gestione delle emergenze domestiche: questa è la legge, ed è anche buon senso, poiché i funzionari locali sono sempre l’autorità più vicina in una crisi e generalmente hanno maggiore familiarità con le persone colpite.
Missioni di contenimento dei disturbi civili richiedono un “tocco delicato” che uomini e donne abituati alla battaglia potrebbero non avere, e alcuni si chiedono se i soldati siano addestrati per questo o siano lo strumento più appropriato.
Inoltre il piano di emergenza del Pentagono per affrontare i disordini civili non prevede scenari come il coronavirus, in cui un dispiegamento molto diffuso sul territorio porterebbe maggiori responsabilità nelle mani di comandanti di basso livello in situazione. Lì, dicono gli addetti ai lavori militari, le direttive emanate su quando le truppe federali possono intervenire e quando possono usare la forza vengono piegate verso standard più appropriati per un campo di battaglia straniero.
Riconoscendo che la domanda più difficile da affrontare è quale ruolo i militari giocheranno per mantenere l’ordine in America, giovedì il generale dell’aeronautica militare, Joseph Lengyel, capo dell’Ufficio della Guardia Nazionale, ha messo in guardia contro la federalizzazione della Guardia Nazionale statale, che la priverebbe delle specifiche autorità legali nel far rispettare la legge.
Sebbene Lengyel affermi che non ci sono ancora richieste per usare la Guardia Nazionale come forze dell’ordine, ha argomentato che gli Stati dovrebbero mantenere le “decisioni al loro livello”, non in mani federali, promuovendo le 450.000 forze della Guardia Nazionale come “pronte quando i loro governatori chiameranno.”
Ma i pianificatori del Pentagono e del Comando settentrionale degli Stati Uniti coinvolti, pur ammettendo che la Guardia Nazionale è la scelta migliore in caso di gravi disordini sociali, affermano anche che potrebbe non essere possibile affidarsi alla Guardia, non solo a causa della magnitudine del compito, ma anche perché è una forza cittadina diffusa in tutta l’America e quindi sensibile come il resto della popolazione a contrarre il virus.
Un military planner senior che lavora sul coronavirus, ma non autorizzato a parlare di questioni riservate di pianificazione, afferma che è in preparazione lo schieramento di truppe federali in ruoli di supporto. Questa settimana, per il coronavirus, il Pentagono ha assegnato due navi ospedale della Marina, una a New York e l’altra in California. Altre missioni logistiche e ingegneristiche sono in preparazione, come quelle che supportano le missioni parzialmente intese a sostituire truppe della Guardia Nazionale, in modo che queste possano condurre operazioni di polizia se necessario, con le forze di servizio attive che operano nelle retrovie.
Ma una volta che le forze militari saranno disperse dalle basi in America, dice il senior planner, dovranno fare i conti con la “force protection” (termine tecnico-militare statunitense che indica le misure preventive adottate per mitigare “azioni ostili” in aree specifiche o contro una popolazione specifica, di solito personale militare, risorse, strutture e informazioni critiche, ndr.) e saranno coinvolti in difficili operazioni di polizia, in particolare quando aumenteranno le situazioni di rifugio sul posto e altre situazioni di quarantena.
Voci di un blocco a livello nazionale si sono diffuse sui social media, questa settimana, e il candidato alla presidenza democratica Joe Biden ha dichiarato che avrebbe mobilitato le forze militari “adesso” per rispondere al coronavirus.
Mentre stemperava i timori di legge marziale, il governatore della California Gavin Newsom ha affermato che sebbene non fosse stato richiesto o valutato necessario, “Se si vuole stabilire un quadro di legge marziale, che è la massima autorità, abbiamo la capacità di farlo.”
“La legge marziale prevede l’uso dell’esercito per esercitare poteri di polizia; ripristinare e mantenere l’ordine; assicurare meccanismi essenziali di distribuzione, trasporto e comunicazione; e condurre le misure di soccorso necessarie“, dice un manuale dell’esercito pubblicato lo scorso luglio.
La dottrina, tuttavia, è contraddittoria sulla questione di chi può ordinare la legge marziale. In un passaggio afferma che solo il presidente può ordinare alle forze militari federali di imporre la legge marziale, e in un’altra pagina dice “altri funzionari possono essere autorizzati a imporre la legge marziale all’interno di un particolare stato in base alla legge di quello stato“.
In entrambi i casi, afferma la dottrina, “i comandanti militari federali non devono farsi carico di alcuna funzione del governo civile se non in condizioni di estrema emergenza“. E afferma che “Qualsiasi comandante che è diretto, o che si impegna, a controllare tali funzioni limiterà rigorosamente le azioni militari ai bisogni di emergenza e faciliterà il ripristino della responsabilità civile il più presto possibile“.
Quando gli è stato chiesto di commentare, un ex comandante del NORTHCOM (United States Northern Command) ha affermato a Newsweek: “È una scelta infelice che la discussione sul sostegno della difesa alle autorità civili, le operazioni di contenimento di disordini civili e la legge marziale, siano contenute negli stessi documenti. Certamente non vogliamo confondere le acque suggerendo che la legge marziale è facile o in continuità con quelle misure. Anche la più semplice decisione di permettere operazioni di polizia non è stata presa alla leggera“.
Lo U.S. Northern Command, situato a Colorado Springs, ha scritto il suo primo piano di emergenza specifico per “Operazioni di disordine civile“, chiamato CONPLAN 3502, nel 2007. Il piano riservato, lungo centinaia di pagine, descrive una vasta serie di compiti in cui le forze militari potevano essere chiamate ad assistere le autorità civili in risposta ai disordini civili.
Questi, secondo uno studio, includono “rivolte, atti di violenza, insurrezioni, ostruzioni o assemblee illegali, atti di violenza di gruppo e disturbi pregiudizievoli per l’ordine pubblico“. Sebbene il piano includa un ampio elenco di condizioni in cui potrebbero essere utilizzate le forze federali, presume azioni su un singolo territorio o regione, e ipotizza una forza massima – la forza di “Livello 3” – di un Corpo d’armata di circa 20.000-36.000 persone.
“NORTHCOM è stato specificamente incaricato di essere pronto a rispondere alle ‘richieste di assistenza’ da parte di Stati e autorità locali nel giugno 2018“, afferma il pianificatore senior, “ma nessun piano di emergenza menziona una pandemia di queste dimensioni o ha mai previsto la possibilità di uno schieramento a livello nazionale“.
Ciò che innescherebbe l’uso della forza nelle “operazioni di disturbo civile” deriva principalmente dall’esperienza dell’uragano Katrina. Durante la risposta a New Orleans, la governatrice della Louisiana Kathleen Blanco ha rifiutato, nonostante l’insistenza dell’amministrazione Bush, di accettare la federalizzazione delle sue forze di Guardia, temendo che ne avrebbe perso il controllo.
Sebbene il presidente George W. Bush avesse la possibilità di forzare la federalizzazione e autorizzare le truppe dell’esercito a far rispettare la legge, data la natura dell’emergenza, la Casa Bianca fece marcia indietro, schierando forze ma senza alcun potere di polizia.
L’uso delle forze militari federali per l’applicazione della legge – come un posse comitatus o un gruppo convocato dallo sceriffo locale – è stato a lungo proibito, a meno che non sia altrimenti autorizzato da leggi specifiche approvate dal Congresso.
In CONPLAN 3502, ci sono riferimenti a tre eccezioni: l’uso dei militari nella guerra alla droga; in “circostanze straordinarie” che coinvolgono armi di distruzione di massa; e un terzo, l’Enforcement of the Laws to Restore Public Order Act (atto per il Rispetto delle Leggi per il Ripristino dell’Ordine Pubblico), anche confusamente noto come The Insurrection Act.
Secondo il NORTHCOM, le truppe federali potrebbero essere utilizzate in funzioni di polizia nei casi in cui “la ribellione contro l’autorità degli Stati Uniti rendesse impossibile far applicare le leggi degli Stati Uniti attraverso il corso ordinario dei procedimenti giudiziari“.
Ai sensi dell’Insurrection Act, afferma il CONPLAN 3502, se la violenza non può essere controllata dalle forze dell’ordine statali e locali e dalla Guardia nazionale dello Stato, il presidente può usare la Guardia nazionale (chiamata in servizio federale), le riserve e membri delle forze armate per far rispettare le leggi federali o per reprimere un’insurrezione.
Il presidente può usare le Forze armate o la Guardia nazionale federalizzata, secondo quanto scritto nel piano, per effettuare arresti, condurre ricerche e svolgere altre funzioni tradizionali di polizia, se necessario, per reprimere qualsiasi insurrezione, violenza domestica, combinazione illegale o cospirazione.
Le condizioni non sono illimitate, in quanto anche in quel caso, ai sensi della legge sull’insurrezione, l’uso delle forze militari federali dovrebbe essere giustificato solo se la violenza civile o le perturbazioni “ostacolano l’esecuzione della legge statale e federale tanto che le persone sono private dei loro diritti garantiti dalla Costituzione e dalle leggi“.
Queste condizioni – l’applicazione della legge federale – non si applicano alla situazione attuale, afferma il senior planner.
Il presidente può decidere che la situazione supera le capacità “o la volontà” delle autorità locali di ripristinare la legge e l’ordine, dice; ma il linguaggio stesso, l’inclusione della parola “volontà“, mostra quanto questi piani di emergenza siano stati scritti per le crisi passate e non siano applicabili al coronavirus.
La volontà è stata inclusa, dice il planner, a causa delle esperienze delle truppe utilizzate nell’applicazione dei diritti civili, l’imposizione delle forze federali spesso in contrasto con i desideri degli ufficiali statali e locali.
In risposta all’uragano Katrina, e per prendere in considerazione circostanze più ampie che potrebbero costringere le forze armate federali a far rispettare la legge, il Congresso ha apportato cambiamenti significativi all’Insurrection Act nell’ottobre 2006, ampliando la capacità del presidente di impiegare le forze armate a livello nazionale senza richiesta o consenso statale.
Tale modifica ha aggiunto il passo “a seguito di un disastro naturale, un’epidemia o altre gravi emergenze sanitarie, attacchi o incidenti terroristici o altre condizioni in qualsiasi Stato“, ogni volta che il presidente decide che “la violenza domestica è arrivata a tal punto che le autorità costituite dello Stato non sono in grado di mantenere l’ordine pubblico“.
I cambiamenti sono stati accolti da una diffusa resistenza dei governatori statali e l’anno successivo il Congresso ha abrogato il cambiamento, tornando alla versione precedente. CONPLAN 3502 è stato modificato nel 2009 per riflettere il tenore letterale iniziale dell’Insurrection Act, aggiungendo invece disposizioni per l’uso delle forze federali per far rispettare la legge in risposta ad emergenze di salute pubblica, ma allo stesso tempo attribuendo più responsabilità ai comandanti locali.
Se le forze federali sono chiamate a far rispettare la legge, dice il planner senior, molta più responsabilità sarà posta sulle spalle dei comandanti di basso livello in situazione. Allo stato attuale, se si trovassero di fronte ad un crollo dell’autorità civile o una vera e propria violenza contro se stessi, CONPLAN 3502 non sarebbe di grande aiuto.
“La decisione del comandante di agire deve sempre basarsi sulla necessità, piuttosto che sulla convenienza del comandante militare o delle autorità civili“, afferma la revisione dottrinale dell’esercito scritta lo scorso luglio. La dottrina afferma che “in rare circostanze, un comandante può agire prontamente, persino espletando funzioni di polizia, se ragionevolmente giustificato dalle circostanze“.
Un’altra direttiva del Pentagono emessa nel febbraio 2019 incarica i comandanti di “impegnarsi temporaneamente in attività necessarie per reprimere i disordini civili su vasta scala e inaspettati” anche se non hanno l’autorizzazione preventiva per farlo. I comandanti possono far rispettare la legge, dice la direttiva, quando “necessario per prevenire significative perdite di vite o la distruzione sfrenata della proprietà [e] per ripristinare... l’ordine pubblico“.
E ancora un’altra direttiva del Pentagono, emessa un mese dopo, nel marzo 2019, che si occupa delle emergenze di salute pubblica, autorizza i comandanti militari a imporre “quarantena, isolamento e rilascio condizionale” e afferma che coloro che violano tali ordini potrebbero essere soggetti a multe o reclusione. “Quelle persone o gruppi non soggetti alla legge militare, e che si rifiutano di obbedire o di violare in altro modo un ordine emesso in conformità con questa emissione, possono essere trattenuti dal comandante militare fino a quando le autorità civili appropriate non possono rispondere“, dice la direttiva.
“Sì, i comandanti militari hanno il diritto all’autodifesa“, dice l’ex comandante del NORTHCOM, dopo aver letto queste nuove dottrine e direttive, “possono ovviamente agire in caso di emergenza, ma forse non è ancora appropriato che questo succeda per le strade dell’America“.
Il senior planner concorda, affermando che spetta al Pentagono fornire specifici ordini e regole di ingaggio per il coronavirus.
“Non sono sicuro che le nostre truppe, per quanto buone, possano essere pronte per qualcosa di così diffuso ed esplosivo come COVID-19“, afferma il planner. Allo stesso tempo, è preoccupato che la presenza di personale in uniforme nelle strade d’America, piuttosto che fornire una presenza confortante, dia invece l’impressione dell’uso della forza federale e della legge marziale – peggiorando solo la situazione.
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26/12/2018
Ucraina - Kiev sta preparando un attacco chimico nel Donbass?
Al momento di scrivere, mancano poche ore allo scadere della legge marziale, introdotta un mese fa in dieci regioni dell’Ucraina, dopo la provocazione navale nello stretto di Kerch. Alle 13 ora italiana, sarà chiaro se Petro Poroshenko ne decreterà la fine, o invece la rinnoverà per un altro mese: la sua proposta iniziale era in effetti di due mesi, poi ridotti a uno, per metter d’accordo tutte le frazioni parlamentari.
I presupposti per il rinvio della scadenza, pare ci siano tutti: le agenzie di stampa russe non escludono un’altra provocazione nazista proprio nei prossimi due giorni. Questa volta, l’obiettivo sarebbero alcune città di quella parte del Donbass sotto controllo ucraino. Kiev starebbe allestendo lo scenario di un attacco chimico, del tipo di quelli che hanno spianato la strada ai bombardamenti yankee sulla Siria. Questa volta, le sostanze venefiche sarebbero però autentiche (fonti citate da news-front.info parlano di una variante, con l’avvelenamento delle condutture dell’acqua potabile): a farne le spese sarebbero civili ucraini e la colpa verrebbe ovviamente addossata alle milizie di DNR e LNR.
Uno degli obiettivi potrebbe essere la città di Schaste, una trentina di km a nord di Lugansk. A sud della città scorre il fiume Donets, che costituisce ora la linea del fronte e mappe con le condotte idriche della zona sarebbero state trovate dalla ricognizione delle milizie. Allo stesso tempo, sia a nord di Lugansk, sia a ovest, nell’area di Bakhmut, Kiev ha dispiegato negli ultimi giorni grandi quantità di mezzi bellici, in particolare carri armati ed elicotteri.
Moskovskij komsomolets scriveva ieri dell’arrivo alla stazione di Krasnogorovka, una quindicina di km a ovest di Donetsk, sulla linea del fronte, di un convoglio ferroviario carico di bidoni di colore azzurro, contenenti presumibilmente sostanze tossiche, che i militari ucraini, dotati di speciali tute protettive, avrebbero immediatamente scaricato. Secondo il portavoce delle milizie della Repubblica popolare di Donetsk, Eduard Basurin, la ricognizione della DNR avrebbe individuato proprio in quell’area, anche elementi dei servizi speciali yankee e britannici.
Fonte
I presupposti per il rinvio della scadenza, pare ci siano tutti: le agenzie di stampa russe non escludono un’altra provocazione nazista proprio nei prossimi due giorni. Questa volta, l’obiettivo sarebbero alcune città di quella parte del Donbass sotto controllo ucraino. Kiev starebbe allestendo lo scenario di un attacco chimico, del tipo di quelli che hanno spianato la strada ai bombardamenti yankee sulla Siria. Questa volta, le sostanze venefiche sarebbero però autentiche (fonti citate da news-front.info parlano di una variante, con l’avvelenamento delle condutture dell’acqua potabile): a farne le spese sarebbero civili ucraini e la colpa verrebbe ovviamente addossata alle milizie di DNR e LNR.
Uno degli obiettivi potrebbe essere la città di Schaste, una trentina di km a nord di Lugansk. A sud della città scorre il fiume Donets, che costituisce ora la linea del fronte e mappe con le condotte idriche della zona sarebbero state trovate dalla ricognizione delle milizie. Allo stesso tempo, sia a nord di Lugansk, sia a ovest, nell’area di Bakhmut, Kiev ha dispiegato negli ultimi giorni grandi quantità di mezzi bellici, in particolare carri armati ed elicotteri.
Moskovskij komsomolets scriveva ieri dell’arrivo alla stazione di Krasnogorovka, una quindicina di km a ovest di Donetsk, sulla linea del fronte, di un convoglio ferroviario carico di bidoni di colore azzurro, contenenti presumibilmente sostanze tossiche, che i militari ucraini, dotati di speciali tute protettive, avrebbero immediatamente scaricato. Secondo il portavoce delle milizie della Repubblica popolare di Donetsk, Eduard Basurin, la ricognizione della DNR avrebbe individuato proprio in quell’area, anche elementi dei servizi speciali yankee e britannici.
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09/12/2018
Ucraina: con quali soldati farà la guerra Petro Poroshenko?
Iniziata per le strade ucraine la caccia ai renitenti alla leva: militari dei distretti e poliziotti organizzano letteralmente agguati contro i giovani che non rispondono alla chiamata alle armi per la guerra nel Donbass. Secondo l’intelligence delle milizie popolari della Repubblica popolare di Donetsk, comunque, non sono rari i casi in cui gli “arruolatori” accettano volentieri discrete somme in denaro dai genitori, per “riscattare” i giovani richiamati: casi simili si sarebbero verificati a Kiev, Odessa, L’vov e Nikolaev.
A proposito della pratica di “arruolamento volontario” in uso nell’Ucraina golpista, che ricalca da vicino quella in uso nella marina britannica già dai secoli XVII e XVIII, l’agenzia Novorosinform.org ricorda alcuni casi verificatisi negli ultimi mesi. Il più recente è quello dello scorso 27 novembre, quando i genitori dei richiamati nella regione della Volinia, avevano bloccato l’autobus che avrebbe dovuto condurre al distretto di Vasilkova (nella regione di Kiev) i giovani renitenti catturati.
Proteste dei familiari aveva sollevato, qualche giorno prima, la notizia che i giovani di leva in servizio nei reparti А-0501 e А-1993, nella regione di Kharkov, sarebbero andati a riempire i vuoti della 72° Brigata meccanizzata impegnata nel Donbass. Sin dai primi mesi dell’aggressione al Donbass, i giovani di leva ucraini hanno cercato in ogni modo di sottrarsi all’arruolamento: la maggior parte espatriando, ma anche cercando di convincere gli arruolatori a chiudere entrambi gli occhi. Secondo il commissariato militare, sembra in effetti che la chiamata alle armi del trimestre autunnale, abbia portato in servizio appena l’8% dei richiamati del distretto militare di Kiev. A Uzhgorod, capoluogo regionale della Transcarpazia, il 68% dei richiamati non avrebbe risposto alla leva autunnale.
A inizio ottobre, militari ucraini avevano organizzato un’incursione a Borovenka, nella parte della regione di Lugansk occupata da Kiev: circondato il villaggio, gli “arruolatori” erano andati casa per casa, per prelevare gli uomini in età militare e condurli al distretto. In alternativa, in altri villaggi della stessa area controllata da Kiev, vengono distribuiti opuscoli di propaganda per il servizio militare a contratto. Un’altra risorsa tentata è quella dell’arruolamento di persone condannate per reati comuni: secondo il portavoce delle milizie della LNR, Andrej Marochko, l’esercito ucraino proporrebbe, in alternativa alla condanna e alla reclusione, il servizio militare a contratto anche a semplici contravventori e a criminali: tali non vengono evidentemente considerati i paracadutisti della 95° brigata d’assalto, che posano con Poroshenko fregiandosi dei simboli del “Totenkopf” nazista. Già lo scorso agosto, l’agenzia Novorosinform.org aveva segnalato che la pratica di riempire i ranghi con criminali recidivi era stata adottata, ad esempio, dal battaglione neonazista “Ajdar”. Nonostante le dichiarazioni dei comandi ucraini di voler ritirare dal Donbass le unità nazionaliste, aveva dichiarato Marochko, “volontari” reclutati tra la criminalità comune continuano a infoltire i battaglioni neonazisti, tuttora fuori del controllo dell’esercito regolare.
Se questa è la situazione della chiamata alle armi, quali possono essere i risultati e gli obiettivi dell’introduzione della legge marziale?
A detta di Poroshenko, si tratterebbe solo di una misura preventiva, tesa a ridurre ogni minaccia e rafforzare la difesa del paese. Tuttavia, commenta rusvesna.su, tutto sta a indicare preparativi per una guerra. Contro chi? Non è un caso che si sia ricorsi alla piena mobilitazione delle unità e al richiamo dei riservisti. Tra questi ultimi, si contano circa 160mila uomini che hanno avuto esperienza di guerra nel Donbass; mentre i giovani ora richiamati, sul campo di battaglia sarebbero solo “materiale di consumo”. Ma, a tre mesi dalle presidenziali, Poroshenko non può permettersi montagne di vittime, come avvenne a suo tempo a Ilovaisk o Debaltsevo: le famiglie dei soldati costituiscono la gran parte dell’elettorato e dunque al fronte dovrebbero essere inviati militari professionisti, per tentare di invertire le sorti della guerra a favore di Kiev e soprattutto di Poroshenko.
In ognuna delle 10 regioni in cui è stata introdotta la legge marziale, sono in corso esercitazioni dei riservisti e, secondo il Ministro della difesa Stepan Poltorak, “in caso di aperta aggressione russa all’Ucraina, in due-tre ore essi potranno raggiungere i reparti e saranno pronti al combattimento”. Poltorak ha anche detto che nei quattro anni di regime nazigolpista, è stata messa a punto “una riserva di duecentomila uomini e negli ultimi tempi oltre quarantamila militari hanno preso parte alle esercitazioni di richiamo”. A tali esercitazioni della riserva, ha detto il Ministro, prendono parte “uomini motivati, militari delle prime linee della riserva”.
Dunque, ci sono chiari segnali di preparazione a un conflitto su larga scala; tra questi, anche le dichiarazioni sul passaggio del complesso militare-industriale a regime operativo speciale e il completamento della consegna del munizionamento alle unità. Lo scorso 2 dicembre, il Ministro della Sanità Uljana Suprun ha indicato cosa dovrebbe contenere il kit di pronto soccorso di ogni ucraino: valvola con pellicola per respirazione artificiale, elementi per fermare le emorragie, bende e agenti emostatici, forbici atraumatiche per tagliare i vestiti sulla vittima, cerotti, bende e garze; vale a dire, il tipico pronto soccorso militare. E, fuori dell’Ucraina, “Mission Essential”, appaltatore governativo dell’intelligence americana, ha pubblicato su Linkedin annunci per interpreti per le truppe USA in Ucraina, con la significativa nota, sinora inusuale, secondo cui questi devono essere pronto a lavorare in condizioni di guerra.
Inoltre, pressoché tutti i media ufficiali ucraini stanno gridando all’aggressione che proverrebbe dalla Russia. Ma, si chiede rusvesna.su, cosa succederà se la Russia non attacca entro un mese? Accadrà che tutte le risorse impegnate nella preparazione alle ostilità andranno sprecate e, secondo le più modeste stime internazionali, si tratterebbe di qualcosa come il 2-4% del PIL, in un paese già così al limite del collasso economico. Quindi, se la Russia non attacca, per convincere la gente della “necessità” di tale spreco, non rimarrà che una piccola vittoriosa guerra nel Donbass che, secondo la squadra di Poroshenko, dovrebbe aumentare il rating presidenziale per un secondo mandato.
Ma, se è davvero così – e come escludere tale ipotesi? – Petro Poroshenko dimostrerebbe una volta di più la stupidità dei nazigolpisti. Il popolo ucraino, anche quei settori che quattro anni di propaganda mediatica sono riusciti a orientare contro Mosca, non ne può più della guerra nel Donbass. Anche dal punto di vista delle pure scelte elettorali, più scaltra appare la linea oligarchico-mafiosa di Julija Timoshenko, che si sta tenendo abbastanza ai margini dei passi riguardanti la legge marziale, ma che, una volta agguantata la poltrona presidenziale, non esiterebbe certo a ricorrere a quella “bomba atomica” che già quattro anni fa sognava di sganciare sul Donbass.
Tutti i reazionari sono...
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A proposito della pratica di “arruolamento volontario” in uso nell’Ucraina golpista, che ricalca da vicino quella in uso nella marina britannica già dai secoli XVII e XVIII, l’agenzia Novorosinform.org ricorda alcuni casi verificatisi negli ultimi mesi. Il più recente è quello dello scorso 27 novembre, quando i genitori dei richiamati nella regione della Volinia, avevano bloccato l’autobus che avrebbe dovuto condurre al distretto di Vasilkova (nella regione di Kiev) i giovani renitenti catturati.
Proteste dei familiari aveva sollevato, qualche giorno prima, la notizia che i giovani di leva in servizio nei reparti А-0501 e А-1993, nella regione di Kharkov, sarebbero andati a riempire i vuoti della 72° Brigata meccanizzata impegnata nel Donbass. Sin dai primi mesi dell’aggressione al Donbass, i giovani di leva ucraini hanno cercato in ogni modo di sottrarsi all’arruolamento: la maggior parte espatriando, ma anche cercando di convincere gli arruolatori a chiudere entrambi gli occhi. Secondo il commissariato militare, sembra in effetti che la chiamata alle armi del trimestre autunnale, abbia portato in servizio appena l’8% dei richiamati del distretto militare di Kiev. A Uzhgorod, capoluogo regionale della Transcarpazia, il 68% dei richiamati non avrebbe risposto alla leva autunnale.
A inizio ottobre, militari ucraini avevano organizzato un’incursione a Borovenka, nella parte della regione di Lugansk occupata da Kiev: circondato il villaggio, gli “arruolatori” erano andati casa per casa, per prelevare gli uomini in età militare e condurli al distretto. In alternativa, in altri villaggi della stessa area controllata da Kiev, vengono distribuiti opuscoli di propaganda per il servizio militare a contratto. Un’altra risorsa tentata è quella dell’arruolamento di persone condannate per reati comuni: secondo il portavoce delle milizie della LNR, Andrej Marochko, l’esercito ucraino proporrebbe, in alternativa alla condanna e alla reclusione, il servizio militare a contratto anche a semplici contravventori e a criminali: tali non vengono evidentemente considerati i paracadutisti della 95° brigata d’assalto, che posano con Poroshenko fregiandosi dei simboli del “Totenkopf” nazista. Già lo scorso agosto, l’agenzia Novorosinform.org aveva segnalato che la pratica di riempire i ranghi con criminali recidivi era stata adottata, ad esempio, dal battaglione neonazista “Ajdar”. Nonostante le dichiarazioni dei comandi ucraini di voler ritirare dal Donbass le unità nazionaliste, aveva dichiarato Marochko, “volontari” reclutati tra la criminalità comune continuano a infoltire i battaglioni neonazisti, tuttora fuori del controllo dell’esercito regolare.
Se questa è la situazione della chiamata alle armi, quali possono essere i risultati e gli obiettivi dell’introduzione della legge marziale?
A detta di Poroshenko, si tratterebbe solo di una misura preventiva, tesa a ridurre ogni minaccia e rafforzare la difesa del paese. Tuttavia, commenta rusvesna.su, tutto sta a indicare preparativi per una guerra. Contro chi? Non è un caso che si sia ricorsi alla piena mobilitazione delle unità e al richiamo dei riservisti. Tra questi ultimi, si contano circa 160mila uomini che hanno avuto esperienza di guerra nel Donbass; mentre i giovani ora richiamati, sul campo di battaglia sarebbero solo “materiale di consumo”. Ma, a tre mesi dalle presidenziali, Poroshenko non può permettersi montagne di vittime, come avvenne a suo tempo a Ilovaisk o Debaltsevo: le famiglie dei soldati costituiscono la gran parte dell’elettorato e dunque al fronte dovrebbero essere inviati militari professionisti, per tentare di invertire le sorti della guerra a favore di Kiev e soprattutto di Poroshenko.
In ognuna delle 10 regioni in cui è stata introdotta la legge marziale, sono in corso esercitazioni dei riservisti e, secondo il Ministro della difesa Stepan Poltorak, “in caso di aperta aggressione russa all’Ucraina, in due-tre ore essi potranno raggiungere i reparti e saranno pronti al combattimento”. Poltorak ha anche detto che nei quattro anni di regime nazigolpista, è stata messa a punto “una riserva di duecentomila uomini e negli ultimi tempi oltre quarantamila militari hanno preso parte alle esercitazioni di richiamo”. A tali esercitazioni della riserva, ha detto il Ministro, prendono parte “uomini motivati, militari delle prime linee della riserva”.
Dunque, ci sono chiari segnali di preparazione a un conflitto su larga scala; tra questi, anche le dichiarazioni sul passaggio del complesso militare-industriale a regime operativo speciale e il completamento della consegna del munizionamento alle unità. Lo scorso 2 dicembre, il Ministro della Sanità Uljana Suprun ha indicato cosa dovrebbe contenere il kit di pronto soccorso di ogni ucraino: valvola con pellicola per respirazione artificiale, elementi per fermare le emorragie, bende e agenti emostatici, forbici atraumatiche per tagliare i vestiti sulla vittima, cerotti, bende e garze; vale a dire, il tipico pronto soccorso militare. E, fuori dell’Ucraina, “Mission Essential”, appaltatore governativo dell’intelligence americana, ha pubblicato su Linkedin annunci per interpreti per le truppe USA in Ucraina, con la significativa nota, sinora inusuale, secondo cui questi devono essere pronto a lavorare in condizioni di guerra.
Inoltre, pressoché tutti i media ufficiali ucraini stanno gridando all’aggressione che proverrebbe dalla Russia. Ma, si chiede rusvesna.su, cosa succederà se la Russia non attacca entro un mese? Accadrà che tutte le risorse impegnate nella preparazione alle ostilità andranno sprecate e, secondo le più modeste stime internazionali, si tratterebbe di qualcosa come il 2-4% del PIL, in un paese già così al limite del collasso economico. Quindi, se la Russia non attacca, per convincere la gente della “necessità” di tale spreco, non rimarrà che una piccola vittoriosa guerra nel Donbass che, secondo la squadra di Poroshenko, dovrebbe aumentare il rating presidenziale per un secondo mandato.
Ma, se è davvero così – e come escludere tale ipotesi? – Petro Poroshenko dimostrerebbe una volta di più la stupidità dei nazigolpisti. Il popolo ucraino, anche quei settori che quattro anni di propaganda mediatica sono riusciti a orientare contro Mosca, non ne può più della guerra nel Donbass. Anche dal punto di vista delle pure scelte elettorali, più scaltra appare la linea oligarchico-mafiosa di Julija Timoshenko, che si sta tenendo abbastanza ai margini dei passi riguardanti la legge marziale, ma che, una volta agguantata la poltrona presidenziale, non esiterebbe certo a ricorrere a quella “bomba atomica” che già quattro anni fa sognava di sganciare sul Donbass.
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05/12/2018
Ucraina: Porošenko si preparava da mesi a introdurre la legge marziale
Nelle regioni ucraine in cui è stata introdotta la legge marziale, è iniziato il richiamo dei riservisti, a livello di brigata, di centri di addestramento e dei battaglioni della difesa territoriale. Il Ministero della difesa ha tenuto a precisare che il richiamo non significa vera e propria mobilitazione: questa avverrà solo “in caso di aperta aggressione” e coinvolgerà allora tutti i riservisti.
Intanto, Petro Porošenko ha dato ulteriore conferma del carattere nazigolpista della junta, dichiarando al canale ICTV che la legge marziale è stata introdotta per la “tutela legislativa delle azioni dei militari ucraini”: come dire, chiosa topwar.ru, che la junta ammette il carattere illegale delle azioni che le forze armate stanno conducendo dal 2014 contro il proprio popolo e ha deciso di “legittimarle”.
Questo il “ragionamento” integrale di Porošenko: “A che scopo in Ucraina è stata introdotta la legge marziale? Ci sono due modelli. Il primo: limitare i diritti costituzionali e le libertà. Così agiscono i dittatori. Ci sia o meno motivo per agire così, essi cominciano da questo. Il secondo modello è quello di tutelare per legge i militari ucraini, conferendo loro il diritto di usare le armi al di fuori delle operazioni in cui esse sono previste dalla legge sulla de-occupazione del Donbass”. In sostanza, l’esercito è ora “legittimato” a usare le armi, al di fuori del Donbass, contro tutte le minoranze linguistiche (Kiev sta da tempo concentrando truppe, sempre più apertamente, anche al confine con la Transnistria e sta ora procedendo allo stesso modo anche nella Transcarpazia, abitata da una forte minoranza ungherese), gli oppositori, gli antifascisti, anche nelle regioni più ostili al presidente e in cui vige la legge marziale.
Che infatti l’incidente di Kerč del 25 novembre non fosse altro che una provocazione organizzata fuori dall’Ucraina e che Kiev ne approfitti anche per motivi interni è risultato evidente sin dall’inizio. Per quanto riguarda la situazione interna, il giornalista ucraino Dmitrij Gordon ha dichiarato al canale NewsOne che, prima di inviare alla Rada il progetto di legge marziale, la settimana scorsa, Porošenko ne aveva parlato al telefono con Angela Merkel e Jens Stoltenberg, che lo avevano “convinto” a limitarne l’applicazione a sole 10 regioni e ridurne la durata da due mesi a uno.
Gordon ha anche detto che il presidente pensava alla legge marziale già alcuni mesi prima del 25 novembre, dato che gli era necessaria quale “scenario pre-elettorale di riserva. Vorrei dirvi anche qualcos’altro” ha detto Gordon, “ma sono sottoposto a censura, sotto forma di famiglia, che non mi permette di dire troppo”. Oltre che alla propria, di pelle, Gordon deve preoccuparsi prima di tutto di quella dei propri congiunti, per non fare e non far fare anche a loro la fine di Oles Buzina, Pavel Sheremet o del povero Andrea Rochelli.
Nel corso della discussione al Parlamento europeo sull’incidente di Kerč , è stata sollevata la questione se la missione di monitoraggio OSCE in Ucraina possa estendersi al mar d’Azov. Secondo il tedesco Dirk Schuebel, il mandato della missione copre il territorio da Berdjansk a Mariupol, ma non il mare antistante; ci sarebbe dunque bisogno di un mandato specifico, che richiede il consenso di tutti i paesi aderenti all’organizzazione e questo, ha detto, sarà difficile da ottenere. Da parte sua, il rappresentante NATO, Robert Pszczel, che prende parte ai dibattiti dell’europarlamento (!), ha dichiarato che nemmeno l’Alleanza dispone di un tale mandato, ma ciò non impedisce a singoli paesi di fornire autonomamente aiuto a Kiev in armi e munizioni: cosa che stanno apertamente facendo sin dal 2014 Paesi baltici, Stati Uniti, Gran Bretagna, Canada, Polonia, Germania, Norvegia, Danimarca...
E, effettivamente, il segretario generale NATO, Jens Stoltenberg, parla francamente della crescente presenza dell’Alleanza atlantica nel mar Nero, confermando quanto dichiarato già nei giorni scorsi dalla portavoce Oana Lungescu, secondo cui, solo nel 2018, vascelli di paesi NATO hanno incrociato nel mar Nero per 120 giorni, rispetto agli 80 giorni del 2017. “Ecco perché” ha detto Stoltenberg, “siamo ricorsi alle più estese manovre di adattamento e di trasporto delle nostre forze dalla fine della guerra fredda e rafforzeremo ancor più la nostra pressione nei confronti della Russia”. Più chiaro di così!
Anche da parte yankee, in relazione ai fatti del 25 novembre, si punta a una “risposta univoca” da dare a Mosca, da concordarsi nell’incontro dei Ministri degli esteri NATO, che si conclude oggi a Bruxelles. “Nell’ultima settimana” ha detto un funzionario del Dipartimento di stato, “ci siamo strettamente coordinati con i nostri alleati europei, sia NATO che UE, e in questo momento ci stiamo concentrando su una risposta univoca proporzionata dell’Alleanza”.
Nei giorni scorsi, il politologo Sergej Mikheev aveva dichiarato a Ukraina.ru di esser convinto che Washington fosse perfettamente al corrente del fatto che Kiev stesse preparando una provocazione nel mar Nero. L’unico interrogativo che rimane, ha detto Mikheev, è in quale forma la cosa fosse stata più o meno concordata e ne fosse stato messo al corrente in anticipo Donald Trump.
Mikheev ritiene possibile che Washington e diverse capitali europee non abbiano impartito alcun ordine preciso a Porošenko, ma sapessero bene cosa si stesse preparando: lo dimostra la reazione coordinata da parte di pressoché tutti gli alleati europei degli USA, che hanno prontamente collegato l’incidente di Kerč alla realizzazione del “Nord stream 2”. Un progetto, questo, contro cui gli USA si stanno muovendo sempre più platealmente, nel tentativo di coinvolgere gli “alleati” europei nella guerra del gas contro Mosca: proprio in questi giorni i deputati lettoni al Parlamento europeo hanno presentato un progetto di risoluzione “Sulla situazione dei rapporti tra Russia e UE”, in cui si sostiene che “Russia e UE rimarranno partner economici chiave nel prossimo futuro, ma il “Nord stream-2” aumenta la dipendenza dell’Unione dalle forniture di gas russo, minaccia il mercato interno, non è conforme alla politica energetica UE e deve quindi essere fermato”. Altrimenti, ne va del gas di scisto che gli yankee vogliono a ogni costo vendere a caro prezzo all’Europa.
E se non bastasse la legge marziale, ecco che ieri il capo dell’Unione dei giornalisti ucraini, Sergej Tomilenko, scriveva sulla propria pagina feisbuc che la frazione parlamentare del presidente “Blocco Petro Porošenko” e quella del “Fronte popolare” dell’ex primo ministro Arsenij Jatsenjuk hanno presentato una mozione che autorizzi la Rada a chiedere al Consiglio nazionale di sicurezza di chiudere i canali televisivi sospettati di “supporto informativo al terrorismo”. Tipo NewsOne e Dmitrij Gordon, per intendersi. Con buona pace dei liberal-fascisti nostrani, che si stracciano le vesti in difesa della nazi-“democrazia” golpista.
Fonte
Intanto, Petro Porošenko ha dato ulteriore conferma del carattere nazigolpista della junta, dichiarando al canale ICTV che la legge marziale è stata introdotta per la “tutela legislativa delle azioni dei militari ucraini”: come dire, chiosa topwar.ru, che la junta ammette il carattere illegale delle azioni che le forze armate stanno conducendo dal 2014 contro il proprio popolo e ha deciso di “legittimarle”.
Questo il “ragionamento” integrale di Porošenko: “A che scopo in Ucraina è stata introdotta la legge marziale? Ci sono due modelli. Il primo: limitare i diritti costituzionali e le libertà. Così agiscono i dittatori. Ci sia o meno motivo per agire così, essi cominciano da questo. Il secondo modello è quello di tutelare per legge i militari ucraini, conferendo loro il diritto di usare le armi al di fuori delle operazioni in cui esse sono previste dalla legge sulla de-occupazione del Donbass”. In sostanza, l’esercito è ora “legittimato” a usare le armi, al di fuori del Donbass, contro tutte le minoranze linguistiche (Kiev sta da tempo concentrando truppe, sempre più apertamente, anche al confine con la Transnistria e sta ora procedendo allo stesso modo anche nella Transcarpazia, abitata da una forte minoranza ungherese), gli oppositori, gli antifascisti, anche nelle regioni più ostili al presidente e in cui vige la legge marziale.
Che infatti l’incidente di Kerč del 25 novembre non fosse altro che una provocazione organizzata fuori dall’Ucraina e che Kiev ne approfitti anche per motivi interni è risultato evidente sin dall’inizio. Per quanto riguarda la situazione interna, il giornalista ucraino Dmitrij Gordon ha dichiarato al canale NewsOne che, prima di inviare alla Rada il progetto di legge marziale, la settimana scorsa, Porošenko ne aveva parlato al telefono con Angela Merkel e Jens Stoltenberg, che lo avevano “convinto” a limitarne l’applicazione a sole 10 regioni e ridurne la durata da due mesi a uno.
Gordon ha anche detto che il presidente pensava alla legge marziale già alcuni mesi prima del 25 novembre, dato che gli era necessaria quale “scenario pre-elettorale di riserva. Vorrei dirvi anche qualcos’altro” ha detto Gordon, “ma sono sottoposto a censura, sotto forma di famiglia, che non mi permette di dire troppo”. Oltre che alla propria, di pelle, Gordon deve preoccuparsi prima di tutto di quella dei propri congiunti, per non fare e non far fare anche a loro la fine di Oles Buzina, Pavel Sheremet o del povero Andrea Rochelli.
Nel corso della discussione al Parlamento europeo sull’incidente di Kerč , è stata sollevata la questione se la missione di monitoraggio OSCE in Ucraina possa estendersi al mar d’Azov. Secondo il tedesco Dirk Schuebel, il mandato della missione copre il territorio da Berdjansk a Mariupol, ma non il mare antistante; ci sarebbe dunque bisogno di un mandato specifico, che richiede il consenso di tutti i paesi aderenti all’organizzazione e questo, ha detto, sarà difficile da ottenere. Da parte sua, il rappresentante NATO, Robert Pszczel, che prende parte ai dibattiti dell’europarlamento (!), ha dichiarato che nemmeno l’Alleanza dispone di un tale mandato, ma ciò non impedisce a singoli paesi di fornire autonomamente aiuto a Kiev in armi e munizioni: cosa che stanno apertamente facendo sin dal 2014 Paesi baltici, Stati Uniti, Gran Bretagna, Canada, Polonia, Germania, Norvegia, Danimarca...
E, effettivamente, il segretario generale NATO, Jens Stoltenberg, parla francamente della crescente presenza dell’Alleanza atlantica nel mar Nero, confermando quanto dichiarato già nei giorni scorsi dalla portavoce Oana Lungescu, secondo cui, solo nel 2018, vascelli di paesi NATO hanno incrociato nel mar Nero per 120 giorni, rispetto agli 80 giorni del 2017. “Ecco perché” ha detto Stoltenberg, “siamo ricorsi alle più estese manovre di adattamento e di trasporto delle nostre forze dalla fine della guerra fredda e rafforzeremo ancor più la nostra pressione nei confronti della Russia”. Più chiaro di così!
Anche da parte yankee, in relazione ai fatti del 25 novembre, si punta a una “risposta univoca” da dare a Mosca, da concordarsi nell’incontro dei Ministri degli esteri NATO, che si conclude oggi a Bruxelles. “Nell’ultima settimana” ha detto un funzionario del Dipartimento di stato, “ci siamo strettamente coordinati con i nostri alleati europei, sia NATO che UE, e in questo momento ci stiamo concentrando su una risposta univoca proporzionata dell’Alleanza”.
Nei giorni scorsi, il politologo Sergej Mikheev aveva dichiarato a Ukraina.ru di esser convinto che Washington fosse perfettamente al corrente del fatto che Kiev stesse preparando una provocazione nel mar Nero. L’unico interrogativo che rimane, ha detto Mikheev, è in quale forma la cosa fosse stata più o meno concordata e ne fosse stato messo al corrente in anticipo Donald Trump.
Mikheev ritiene possibile che Washington e diverse capitali europee non abbiano impartito alcun ordine preciso a Porošenko, ma sapessero bene cosa si stesse preparando: lo dimostra la reazione coordinata da parte di pressoché tutti gli alleati europei degli USA, che hanno prontamente collegato l’incidente di Kerč alla realizzazione del “Nord stream 2”. Un progetto, questo, contro cui gli USA si stanno muovendo sempre più platealmente, nel tentativo di coinvolgere gli “alleati” europei nella guerra del gas contro Mosca: proprio in questi giorni i deputati lettoni al Parlamento europeo hanno presentato un progetto di risoluzione “Sulla situazione dei rapporti tra Russia e UE”, in cui si sostiene che “Russia e UE rimarranno partner economici chiave nel prossimo futuro, ma il “Nord stream-2” aumenta la dipendenza dell’Unione dalle forniture di gas russo, minaccia il mercato interno, non è conforme alla politica energetica UE e deve quindi essere fermato”. Altrimenti, ne va del gas di scisto che gli yankee vogliono a ogni costo vendere a caro prezzo all’Europa.
E se non bastasse la legge marziale, ecco che ieri il capo dell’Unione dei giornalisti ucraini, Sergej Tomilenko, scriveva sulla propria pagina feisbuc che la frazione parlamentare del presidente “Blocco Petro Porošenko” e quella del “Fronte popolare” dell’ex primo ministro Arsenij Jatsenjuk hanno presentato una mozione che autorizzi la Rada a chiedere al Consiglio nazionale di sicurezza di chiudere i canali televisivi sospettati di “supporto informativo al terrorismo”. Tipo NewsOne e Dmitrij Gordon, per intendersi. Con buona pace dei liberal-fascisti nostrani, che si stracciano le vesti in difesa della nazi-“democrazia” golpista.
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25/07/2017
Filippine tra autoritarismo presidenziale e jihadismo
Sabato scorso il Parlamento filippino ha votato a larga maggioranza la proroga definitiva della legge marziale nella regione meridionale di Mindanao fino alla fine del 2017, causando forti proteste da parte delle opposizioni.
La situazione diventa sempre più instabile nelle Filippine, dopo la crisi scoppiata il 23 Maggio scorso a Marawi, principale città dell’isola meridionale di Mindanao considerata il nuovo feudo di Daesh nel sud-est asiatico. Il bilancio, dopo 8 settimane di scontri tra l’esercito e i miliziani islamisti, è di diverse centinaia di morti ed oltre 400mila sfollati, almeno stando ai dati diffusi dal governo di Manila la scorsa settimana.
Il conflitto è scoppiato dopo un fallito blitz delle forze armate filippine per arrestare Isnilon Hapilon, ritenuto il comandante del gruppo jihadista Abu Sayyaf e considerato uno tra i terroristi più pericolosi nella galassia jihadista. I miliziani hanno attaccato la città insieme al gruppo islamista “Maute”. Entrambe i gruppi – affiliati all’ISIS – si sono macchiati, in questi ultimi anni, del sangue di numerose vittime civili in attentati o di diversi rapimenti, anche di cittadini occidentali.
Il presidente delle Filippine, Rodrigo Duterte, ha dichiarato la “legge marziale” su tutta l’isola con l’intenzione di “poter affrontare meglio la crisi e l’assedio contro i terroristi”. L’atteggiamento del presidente – famoso ai media internazionali per la violenta e repressiva campagna contro la droga che ha già causato 10mila vittime – appare altalenante. In un primo momento, infatti, ha utilizzato il pugno duro dichiarando di non voler rinunciare all’offensiva militare contro la città finché “l’ultimo terrorista non sarà ucciso”. Successivamente, viste anche le difficoltà nel fronteggiare i gruppi jihadisti ben armati e organizzati, è apparso più conciliante tentando di avviare una mediazione con i terroristi per la liberazione degli ostaggi presi durante gli scontri.
Le prime insurrezioni da parte della popolazione musulmana – minoranza storicamente penalizzata dal governo centrale di Manila – risalgono agli anni ‘70 ed hanno causato finora più di 700mila vittime. Nel 2014 il MILF (Moro Islamic Liberation Front) ha siglato un accordo di pace con l’allora presidente Aquino, ma il Congresso di Manila non ha mai approvato la proposta di legge per l’autonomia del sud, che pure era parte integrante dell’accordo. In questi ultimi anni la delusione derivante dal mancato rispetto dell’accordo è stata utilizzata dai gruppi jihadisti per arruolare nuovi miliziani (anche malesiani, indonesiani e ceceni), grazie soprattutto alle nuove e cospicue risorse economiche messe a disposizione dallo Stato Islamico dopo l’affiliazione dei gruppi all’ISIS come riportato da un recente report dell’IPAC (Institute for Policy and Conflict) del 21 Luglio scorso.
L’atteggiamento di Duterte appare ambiguo anche per quanto riguarda le contromisure ad una crisi che potrebbe far implodere il paese. Da una parte, nel suo discorso di martedì al parlamento, ha promesso che entro un anno concederà la “Bangsamoro Basic Law”, la legge che concede la possibilità di auto-governo alla popolazione musulmana del meridione. In questa maniera, in effetti, il presidente spera di ridurre la sfiducia che la minoranza islamica ha nei confronti del governo centrale e di arginare la diffusione dell’ideologia jihadista in quel territorio. Dall’altra parte, però, lo stesso presidente ha esteso la “legge marziale” fino alla fine del 2017. Una scelta subito contestata da diverse forze politiche perché viene associata ad un progressivo abuso dei diritti costituzionali e umani, come ai tempi del regime di Marcos.
Con la proroga dello scorso fine settimana bisognerà vedere se l’estensione della legge marziale – una chiara violazione alla costituzione nazionale che lo limita a 60 giorni – verrà realmente utilizzata per contrastare il fenomeno jihadista, ormai dilagante a Mindanao, o per riportare il paese alla dittatura.
Intanto le forze guerrigliere del New People’s Army (NPA), braccio armato del Partito Comunista delle Filippine, lo scorso mercoledì hanno attaccato un convoglio militare a Marawi, aprendo un nuovo fronte per Manila e congelando, di fatto, i negoziati di pace tra governo e maoisti in corso da diverso tempo ma finora senza grandi frutti.
Fonte
La situazione diventa sempre più instabile nelle Filippine, dopo la crisi scoppiata il 23 Maggio scorso a Marawi, principale città dell’isola meridionale di Mindanao considerata il nuovo feudo di Daesh nel sud-est asiatico. Il bilancio, dopo 8 settimane di scontri tra l’esercito e i miliziani islamisti, è di diverse centinaia di morti ed oltre 400mila sfollati, almeno stando ai dati diffusi dal governo di Manila la scorsa settimana.
Il conflitto è scoppiato dopo un fallito blitz delle forze armate filippine per arrestare Isnilon Hapilon, ritenuto il comandante del gruppo jihadista Abu Sayyaf e considerato uno tra i terroristi più pericolosi nella galassia jihadista. I miliziani hanno attaccato la città insieme al gruppo islamista “Maute”. Entrambe i gruppi – affiliati all’ISIS – si sono macchiati, in questi ultimi anni, del sangue di numerose vittime civili in attentati o di diversi rapimenti, anche di cittadini occidentali.
Il presidente delle Filippine, Rodrigo Duterte, ha dichiarato la “legge marziale” su tutta l’isola con l’intenzione di “poter affrontare meglio la crisi e l’assedio contro i terroristi”. L’atteggiamento del presidente – famoso ai media internazionali per la violenta e repressiva campagna contro la droga che ha già causato 10mila vittime – appare altalenante. In un primo momento, infatti, ha utilizzato il pugno duro dichiarando di non voler rinunciare all’offensiva militare contro la città finché “l’ultimo terrorista non sarà ucciso”. Successivamente, viste anche le difficoltà nel fronteggiare i gruppi jihadisti ben armati e organizzati, è apparso più conciliante tentando di avviare una mediazione con i terroristi per la liberazione degli ostaggi presi durante gli scontri.
Le prime insurrezioni da parte della popolazione musulmana – minoranza storicamente penalizzata dal governo centrale di Manila – risalgono agli anni ‘70 ed hanno causato finora più di 700mila vittime. Nel 2014 il MILF (Moro Islamic Liberation Front) ha siglato un accordo di pace con l’allora presidente Aquino, ma il Congresso di Manila non ha mai approvato la proposta di legge per l’autonomia del sud, che pure era parte integrante dell’accordo. In questi ultimi anni la delusione derivante dal mancato rispetto dell’accordo è stata utilizzata dai gruppi jihadisti per arruolare nuovi miliziani (anche malesiani, indonesiani e ceceni), grazie soprattutto alle nuove e cospicue risorse economiche messe a disposizione dallo Stato Islamico dopo l’affiliazione dei gruppi all’ISIS come riportato da un recente report dell’IPAC (Institute for Policy and Conflict) del 21 Luglio scorso.
L’atteggiamento di Duterte appare ambiguo anche per quanto riguarda le contromisure ad una crisi che potrebbe far implodere il paese. Da una parte, nel suo discorso di martedì al parlamento, ha promesso che entro un anno concederà la “Bangsamoro Basic Law”, la legge che concede la possibilità di auto-governo alla popolazione musulmana del meridione. In questa maniera, in effetti, il presidente spera di ridurre la sfiducia che la minoranza islamica ha nei confronti del governo centrale e di arginare la diffusione dell’ideologia jihadista in quel territorio. Dall’altra parte, però, lo stesso presidente ha esteso la “legge marziale” fino alla fine del 2017. Una scelta subito contestata da diverse forze politiche perché viene associata ad un progressivo abuso dei diritti costituzionali e umani, come ai tempi del regime di Marcos.
Con la proroga dello scorso fine settimana bisognerà vedere se l’estensione della legge marziale – una chiara violazione alla costituzione nazionale che lo limita a 60 giorni – verrà realmente utilizzata per contrastare il fenomeno jihadista, ormai dilagante a Mindanao, o per riportare il paese alla dittatura.
Intanto le forze guerrigliere del New People’s Army (NPA), braccio armato del Partito Comunista delle Filippine, lo scorso mercoledì hanno attaccato un convoglio militare a Marawi, aprendo un nuovo fronte per Manila e congelando, di fatto, i negoziati di pace tra governo e maoisti in corso da diverso tempo ma finora senza grandi frutti.
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