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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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02/04/2019

Ucraina - Porošenko ha fatto un passo verso la probabile conferma

Perlomeno ancora fino al 21 aprile Petro Porošenko rimane Presidente dell’Ucraina golpista; e ci sono discrete premesse perché continui a esserlo anche dopo. Vista l’infinità di sondaggi, che convergevano sulla pedina di Igor Kolomojskij – lo showman Vladimir Zelenskij – nessuno si attendeva un ribaltamento dell’ultimo minuto. Ma quegli stessi sondaggi hanno sempre indicato che, in caso di secondo turno, Petro dovrebbe spuntarla. Vedremo.

Intanto qualche cifra. Ancora nel tardo pomeriggio di domenica, gli exit pool davano Zelenskij al 28% e al secondo posto Jurij Bojko col 19%, seguito da Petro col 17%. Ma quando il risultato è prossimo a essere definitivo, Zelenskij ha il 30,4%, raggiungendo il 42,4% nelle aree orientali del paese e il 38,8% al sud.

Porošenko diventa secondo col 17,8% (il 29% nella capitale e il 26,5% nelle regioni occidentali). Vengono poi Julija Timošenko (14,2%), Jurij Bojko (9,8%), Anatolij Gritsenko (7,1%), l’ex capo del SBU Igor Smeško (6,4%), il radicale Oleg Ljaško (4,8%) e Aleksandr Vilkul (4,0%).

La Commissione elettorale centrale ha dichiarato che negli elenchi elettorali erano incluse 29,6 milioni di persone; ma solo 18,8 milioni avevano ricevuto la scheda. La stessa CEC è oggi accusata di fornire dati contraddittori; al momento della chiusura dei seggi l’affluenza era stata data al 47%, ma appena qualche ora dopo la cifra era magicamente balzata al 63,5% (dal 69% nella regione di L’vov, al 47% della Transcarpazia), sollevando sospetti di aggiunte in massa di schede, probabilmente già votate.

Ora, data la tacita (nemmeno tanto) alleanza pre-elettorale tra Kolomojskij e Timošenko, non si può escludere che, il 21 aprile, l’elettorato di colei che voleva bombardare con l’atomica i russi del Donbass, venga sollecitato a riversare i propri voti su Zelenskij. Tutto dipende, come sempre, dal prezzo e da cosa offrirà l’attuale presidente che, negli ultimi giorni prima del voto, secondo news-front.info, ha ricevuto una forte spinta dal team di esperti in tecnologie promozionali urgentemente catapultati dagli Stati Uniti: segno che Washington non ha del tutto escluso Porošenko dai propri piani.

Si parla anche del sostegno della “donna dalla treccia” a Zelenskij, in cambio della firma di un memorandum per una coalizione parlamentare, con l’obiettivo dell’introduzione del doppio turno per le elezioni alla Rada previste per il prossimo autunno.

Non va dimenticato che dal voto erano esclusi alcuni milioni di ucraini, principalmente quelli residenti in Russia (nessun seggio era stato allestito né all’ambasciata ucraina a Mosca, né nei cinque consolati) e gli abitanti delle Repubbliche popolari del Donbass. I quali ultimi, sentiti ieri nelle strade di Donetsk, si erano detti per la maggior parte convinti che non ci sarà alcun mutamento nei rapporti di Kiev col Donbass, chiunque esca vincitore dalle elezioni e che solo, forse, nel caso della vittoria di Jurij Bojko (a questo punto sfumata) qualcosa avrebbe potuto raddrizzarsi.

Intanto, già durante la giornata elettorale del 31 marzo, Porošenko non ha perso occasione per farsi ancora un po’ di propaganda (formalmente, proibita) ricordando che il 1 aprile, scade il “Trattato di amicizia” con la Russia: “Passo dopo passo continueremo ad andare per la nostra strada” ha declamato su Facebook, “tornando a casa, in Europa, e tagliando i ponti con Mosca, che non ha potuto abbandonare le proprie ambizioni imperiali”. Intriso di tanto pathos, Porošenko non ha mancato di apporre la firma a cotanta declamazione sullo sfondo delle bandiere ucraina, UE e NATO, con la scritta “La nostra via è la strada verso UE e NATO”.

Il trattato di amicizia, cooperazione e partenariato tra la Russia e l’Ucraina era stato firmato nel maggio 1997 ed entrato in vigore nell’aprile 1999, con una validità di 10 anni e rinnovo automatico per i seguenti periodi decennali; lo scorso settembre Kiev aveva notificato a Mosca la decisione di non rinnovare il documento.

I martellamenti delle truppe ucraine sui villaggi del Donbass, intanto, continuano.

Fonte

21/03/2019

Il mondo dei “galantuomini” nelle elezioni ucraine

Quando mancano meno di due settimane al voto del 31 marzo per le elezioni presidenziali in Ucraina, secondo un sondaggio condotto su un campione di 165.000 persone dall’organizzazione “Iniziative giuridiche d’avanguardia”, lo showman Vladimir Zelenskij, creatura dell’oligarca Igor Kolomojskij (ex governatore della regione di Dnepropetrovsk, finanziatore di “Pravyj Sektor”, ecc.), sarebbe accreditato di oltre il 34% delle preferenze di voto, contro il 14,2% di Petro Porošenko, 12,9% di Julija Timošenko e 11% per Jurij Bojko, ex Ministro per l’energia con il presidente Janukovič.

Ma non è detto che vada a finire così. Soprattutto, non è detto che la faccenda si risolva, o prima o dopo il voto, in modo pacifico. Da tempo, i diversi schieramenti stanno affilando le armi, in senso letterale. Diverse formazioni armate, nazionaliste o di stampo apertamente neonazista, sono agli ordini dei differenti raggruppamenti elettorali. Più rumoroso di tutti, per ora, il “Natsionalnyj korpus”, formato sulla base del battaglione “Azov”, agli ordini del tandem affaristico Timošenko-Kolomojskij che si contrappone al “C14” pro-Porošenko.

Sabato scorso, circa 10.000 attivisti di “Azov” hanno sfilato a Kiev, minacciando una terza majdan, ma non è un mistero che “NatsKorpus” e “Azov”, operativamente, siano sotto il controllo del Ministro degli interni Arsen Avakov e quest’ultimo avrebbe avuto assicurazioni sulla conservazione del posto sia da Porošenko, sia dalla ex bombardiera Timošenko. Quindi sembrerebbe al momento poco probabile una reale intenzione di rovesciare l’attuale presidente prima del voto, pur se il “NatsKorpus” si è già mobilitato per bloccare gli aeroporti e impedire la fuga di Porošenko, mentre il führer di “Azov” Andrej Biletsky sta reclutando giovani disoccupati promettendo carriera e denaro.

Uno scenario abbastanza accreditato è quello, comunque, di una vittoria di Porošenko, se non al primo, al secondo turno e, dopo, un’intesa tra le varie opposizioni in vista delle elezioni parlamentari per la sua messa in stato d’accusa alla Rada.

Tutto ciò, ovviamente, a prescindere dalle decisioni di Washington. Lo scandalo al Ministero della difesa e al Ukroboronprom – creste del 200-400% sulle forniture militari – avrebbe colpito seriamente l’immagine del Presidente e il caso non sarebbe esploso senza la mano dei Servizi speciali e l’intervento yankee, tanto che il rappresentante del Dipartimento di Stato, Kurt Volker non da ora sta conducendo colloqui con Zelenskij e Timošenko. Volker ha dichiarato che in questi cinque anni la società ucraina è diventata “più pro-ucraina, più anti-russa, più pro-europea, pro-NATO, con un forte senso di identità nazionale e culturale” e “io mi attendo che qualunque nuovo governo continuerà a rafforzare la democrazia, a difendere il proprio territorio e persistere nel ritorno dei territori occupati”.

D’altra parte, si fa osservare che se Porošenko dubitasse della vittoria, avrebbe da tempo imposto la legge marziale. Dato che non lo ha fatto, ciò indicherebbe che il “favorito” Zelenskij non sia altro che un candidato tecnico, uno spoiler progettato per decorare la vittoria di Porošenko. E se poi dovesse vincere un candidato ancora più russofobo, allora diverrebbe più probabile un riconoscimento delle Repubbliche popolari del Donbass da parte di Mosca. Da questo punto di vista, la vittoria di Zelenskij non promette nulla di buono, dato che il suo “regista”, Kolomojskij, fa il grosso degli affari con l’Occidente e con Israele e, formalmente, a differenza di Porošenko (che ha molti interessi in Russia), non ha nulla che lo leghi a Mosca.

Commentando alcune dichiarazioni di Julija Timošenko al Frankfurter Allgemeine Zeitung, il politologo di Lugansk, Vladimir Karasëv nota che dei tre candidati, “uno, Porošenko, da cinque anni sta massacrando la popolazione del Donbass; un altro, Zelenskij, definisce quella stessa popolazione “feccia del Donbass”; la terza, Timošenko vuole sterminare gli abitanti del Donbass con le armi atomiche. E ora scegliete!”.

Timošenko continua intanto con la storia dell’impeachment contro Porošenko, per la questione della corruzione al Ukroboronprom e il licenziamento del principale accusato Oleg Svinarčuk (ora Gladkovskij, il cognome della madre: lo ha cambiato perché l’altro suona come “custode di maiali”. Sabato scorso, i nazisti di “Azov” che manifestavano contro la corruzione governativa, lanciavano in piazza tanti maialini di gomma) sinora socio d’affari di Porošenko. Secondo il politologo Rostislav Iščenko, però, quella della “bionda del gas”, potrebbe essere solo una mossa per esercitare pressioni sul presidente, perdurando gli attacchi reciproci tra strutture di sicurezza (SBU) del Presidente e del Ministro degli interni Avakov, schierato con la Timošenko.

Su tale sfondo, ecco che si consolida (momentaneamente) l’accordo Timošenko-Kolomojskij, passando per Zelenskij. Nei piani del duo anti-Porošenko, sembra che il presidente dovrebbe esser costretto a scegliere tra dimissioni volontarie e partecipazione alle elezioni, consapevole però che si dovrà comunque arrivare a una prova di forza nelle strade e a quel punto, l’ago della bilancia sarebbero le squadre di Arsen Avakov. In caso di rinuncia (molto improbabile) di Porošenko prima del 31 marzo, Julija avrebbe quasi garantita la vittoria contro Zelenskij, se non al primo, sicuramente al secondo turno.

In generale, secondo Vladimir Karasëv, è comunque presumibile una vittoria dell’attuale presidente. Porošenko non può perdere: in caso di sconfitta, un “tragico destino attenderebbe lui e la sua famiglia e dovrà pertanto ricorrere a tutti i metodi sporchi e illegali per ottenere il risultato desiderato”. Inoltre, paradossalmente, Porošenko “va bene all’Europa, agli Stati Uniti e indirettamente anche alla Russia”. Con lui, le compagnie europee usano l’Ucraina come paese di smercio; il Dipartimento di Stato è soddisfatto della sua retorica russofobica e “Mosca, grazie alla politica aggressiva di Porošenko, può convincere i partner europei della necessità di accelerare la costruzione di un nuovo gasdotto per aggirare un paese di transito inaffidabile. Paradossalmente, anche il Donbass potrebbe dirsi soddisfatto: Porošenko presidente, per il tormentato Donbass, è l’occasione per un ritiro definitivo dall’Ucraina. In conclusione: la mia previsione è la seguente: Porošenko vincerà, Kolomojskij non sarà d’accordo, Timošenko porterà i propri elettori a majdan e la situazione sarà di nuovo fuori controllo”.

Dopotutto, i principali serbatoi elettorali di Porošenko e Timošenko sono pressoché gli stessi; ma ora entra in gioco anche il fattore “religioso”, dopo che lo scorso gennaio il Patriarca Bartolomeo ha firmato (una firma che, secondo leuropeennedebruxelles.com gli avrebbe fruttato 25 milioni $) a Istanbul, presenti Porošenko e il nazista speaker della Rada Andrej Parubij, il Tòmos che concede l’autocefalia alla Chiesa ortodossa ucraina, consegnandolo al metropolita Epifanij, eletto «primate» il dicembre precedente. Ora, il patriarcato di Mosca riconosce solo la Chiesa ortodossa ucraina con a capo il metropolita Onufrij.

Bartolomeo è stato accusato dagli ortodossi russi di aver riabilitato degli scismatici (i membri del «patriarcato di Kiev» e della Chiesa ortodossa autocefala ucraina guidati rispettivamente da Filaret e Makarij) e di aver in questo modo attentato all’unità dell’ortodossia. Filaret, bizzoso per non aver ottenuto il posto promessogli da Porošenko di capo della nuova autocefalia, chiama il suo “gregge” a sostenere Timošenko; lo stesso ha fatto il candidato alla presidenza, oligarca ed ex governatore della regione di Donetsk, Sergej Taruta e, tramite lui, è da supporre, anche il più ricco oligarca ucraino, Rinat Akhmetov, anche se al primo turno Akhmetov sosterrà Jurij Bojko, per rafforzare le posizioni del partito in vista delle elezioni alla Rada. Nella probabile prospettiva di un secondo turno, l’oligarca Kolomojskij sposterà l’elettorato di Zelenskij verso la Timošenko. Ancora una volta, però, un peso decisivo sarà quello del Ministro degli interni Avakov.

Rimane un fattore non di poco conto: il peso del mondo “affaristico sporco”. A proposito dei rapporti tra attuale presidenza, chiesa autocefala e mondo criminale, è interessante ricordare come alla consegna del Tòmos a Istanbul, accanto a Porošenko ci fosse uno dei più noti e potenti “kingpin” della regione di Dnepropetrovsk, Alexandr Petrovskij (Nareklišvili) “Narik”, di cui il portale Strana.ua segnala anche addentellati in Israele. Sarebbe stato lui (sua figlia Bogdana è moglie di Nikita Pavelko, figlio del vice capo del gruppo parlamentare del “Blocco Porošenko” alla Rada, Andrej Pavelko) a imporre la nomina nelle alte gerarchie della nuova autocefalia di Bogdan Gulyamov “Bodja”, uno dei più intimi della sua cerchia, agli inizi della “carriera” di racket a Denepropetrovsk, negli anni ’90, preso dalla “vocazione” nel 2017 e tuttora a capo di vari “enti benefici” e società sportive usati da “Narik” per riciclare i proventi delle proprie attività. “Narik” può anche vantare legami stretti col Ministero degli interni, nei cui archivi manca ogni riferimento alle sue attività (dagli uffici funebri, ai prodotti petroliferi, alle banche) e alla dozzina circa di omicidi in cui sarebbe coinvolto.

Petrovsky ha aiutato la Chiesa ortodossa ucraina a ottenere il Tòmos sull’autocefalia unicamente per considerazioni affaristiche, mettere cioè sotto controllo il flusso finanziario e i fondi statali che si riversano nella nuova struttura “religiosa”, insieme al riciclaggio dei proventi della criminalità attraverso i canali ecclesiastici.

Chiaro che Porošenko, per i propri obiettivi politici, è pronto a collaborare con le più forti famiglie del mondo criminale e, di contro, la nuova autocefalia, si trasforma in un rifugio per gli “immigrati” dal mondo criminale, come lo è lo stesso Gulyamov che, al pari di “Narik”, attraverso gli agganci al Ministero degli interni, ha potuto “sbianchettare” il proprio nome dalla maggior parte dei rapporti operativi della polizia. Non a caso, Petrovsky-”Narik”, a metà del 2018 aveva promosso il trasferimento di Guljamov alla Cattedrale dei Santi di Kiev, nel prestigioso rione “Konča-Zaspa”, residenza dell’élite finanziaria e amministrativa della capitale.

Dunque, tra gli sponsor di Porošenko, c’è oggi tutta una vasta cerchia di galantuomini in grado non solo di foraggiarne le spese elettorali, ma di orientare “spiritualmente” una discreta fetta di elettorato; così come, del resto, l’ala della chiesa ucraina uscita perdente può farlo nei confronti di Kolomojskij & Co.

D’altronde, se da Lugansk si invita a non riconoscere le elezioni presidenziali ucraine, anche secondo topwar.ru, ci sono diversi motivi per non riconoscerne la legittimità, dato che i milioni di ucraini (18-20% della popolazione) che vivono nelle regioni di Donetsk e Lugansk e in Russia, sono privati del diritto di voto; Kiev rifiuta l’ingresso in Ucraina agli osservatori russi, anche se fanno parte dell’OSCE; l’Ucraina è considerata al primo posto in Europa (e uno dei primi posti al mondo) in termini di corruzione e ciò significa un’alta probabilità di frodi elettorali. Soprattutto, da 5 anni è vietata l’attività di vari partiti e principalmente del Partito Comunista.

Il quadro della democrazia europeista pare completo.

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09/12/2018

Ucraina: con quali soldati farà la guerra Petro Poroshenko?

Iniziata per le strade ucraine la caccia ai renitenti alla leva: militari dei distretti e poliziotti organizzano letteralmente agguati contro i giovani che non rispondono alla chiamata alle armi per la guerra nel Donbass. Secondo l’intelligence delle milizie popolari della Repubblica popolare di Donetsk, comunque, non sono rari i casi in cui gli “arruolatori” accettano volentieri discrete somme in denaro dai genitori, per “riscattare” i giovani richiamati: casi simili si sarebbero verificati a Kiev, Odessa, L’vov e Nikolaev.

A proposito della pratica di “arruolamento volontario” in uso nell’Ucraina golpista, che ricalca da vicino quella in uso nella marina britannica già dai secoli XVII e XVIII, l’agenzia Novorosinform.org ricorda alcuni casi verificatisi negli ultimi mesi. Il più recente è quello dello scorso 27 novembre, quando i genitori dei richiamati nella regione della Volinia, avevano bloccato l’autobus che avrebbe dovuto condurre al distretto di Vasilkova (nella regione di Kiev) i giovani renitenti catturati.

Proteste dei familiari aveva sollevato, qualche giorno prima, la notizia che i giovani di leva in servizio nei reparti А-0501 e А-1993, nella regione di Kharkov, sarebbero andati a riempire i vuoti della 72° Brigata meccanizzata impegnata nel Donbass. Sin dai primi mesi dell’aggressione al Donbass, i giovani di leva ucraini hanno cercato in ogni modo di sottrarsi all’arruolamento: la maggior parte espatriando, ma anche cercando di convincere gli arruolatori a chiudere entrambi gli occhi. Secondo il commissariato militare, sembra in effetti che la chiamata alle armi del trimestre autunnale, abbia portato in servizio appena l’8% dei richiamati del distretto militare di Kiev. A Uzhgorod, capoluogo regionale della Transcarpazia, il 68% dei richiamati non avrebbe risposto alla leva autunnale.

A inizio ottobre, militari ucraini avevano organizzato un’incursione a Borovenka, nella parte della regione di Lugansk occupata da Kiev: circondato il villaggio, gli “arruolatori” erano andati casa per casa, per prelevare gli uomini in età militare e condurli al distretto. In alternativa, in altri villaggi della stessa area controllata da Kiev, vengono distribuiti opuscoli di propaganda per il servizio militare a contratto. Un’altra risorsa tentata è quella dell’arruolamento di persone condannate per reati comuni: secondo il portavoce delle milizie della LNR, Andrej Marochko, l’esercito ucraino proporrebbe, in alternativa alla condanna e alla reclusione, il servizio militare a contratto anche a semplici contravventori e a criminali: tali non vengono evidentemente considerati i paracadutisti della 95° brigata d’assalto, che posano con Poroshenko fregiandosi dei simboli del “Totenkopf” nazista. Già lo scorso agosto, l’agenzia Novorosinform.org aveva segnalato che la pratica di riempire i ranghi con criminali recidivi era stata adottata, ad esempio, dal battaglione neonazista “Ajdar”. Nonostante le dichiarazioni dei comandi ucraini di voler ritirare dal Donbass le unità nazionaliste, aveva dichiarato Marochko, “volontari” reclutati tra la criminalità comune continuano a infoltire i battaglioni neonazisti, tuttora fuori del controllo dell’esercito regolare.

Se questa è la situazione della chiamata alle armi, quali possono essere i risultati e gli obiettivi dell’introduzione della legge marziale?

A detta di Poroshenko, si tratterebbe solo di una misura preventiva, tesa a ridurre ogni minaccia e rafforzare la difesa del paese. Tuttavia, commenta rusvesna.su, tutto sta a indicare preparativi per una guerra. Contro chi? Non è un caso che si sia ricorsi alla piena mobilitazione delle unità e al richiamo dei riservisti. Tra questi ultimi, si contano circa 160mila uomini che hanno avuto esperienza di guerra nel Donbass; mentre i giovani ora richiamati, sul campo di battaglia sarebbero solo “materiale di consumo”. Ma, a tre mesi dalle presidenziali, Poroshenko non può permettersi montagne di vittime, come avvenne a suo tempo a Ilovaisk o Debaltsevo: le famiglie dei soldati costituiscono la gran parte dell’elettorato e dunque al fronte dovrebbero essere inviati militari professionisti, per tentare di invertire le sorti della guerra a favore di Kiev e soprattutto di Poroshenko.

In ognuna delle 10 regioni in cui è stata introdotta la legge marziale, sono in corso esercitazioni dei riservisti e, secondo il Ministro della difesa Stepan Poltorak, “in caso di aperta aggressione russa all’Ucraina, in due-tre ore essi potranno raggiungere i reparti e saranno pronti al combattimento”. Poltorak ha anche detto che nei quattro anni di regime nazigolpista, è stata messa a punto “una riserva di duecentomila uomini e negli ultimi tempi oltre quarantamila militari hanno preso parte alle esercitazioni di richiamo”. A tali esercitazioni della riserva, ha detto il Ministro, prendono parte “uomini motivati, militari delle prime linee della riserva”.

Dunque, ci sono chiari segnali di preparazione a un conflitto su larga scala; tra questi, anche le dichiarazioni sul passaggio del complesso militare-industriale a regime operativo speciale e il completamento della consegna del munizionamento alle unità. Lo scorso 2 dicembre, il Ministro della Sanità Uljana Suprun ha indicato cosa dovrebbe contenere il kit di pronto soccorso di ogni ucraino: valvola con pellicola per respirazione artificiale, elementi per fermare le emorragie, bende e agenti emostatici, forbici atraumatiche per tagliare i vestiti sulla vittima, cerotti, bende e garze; vale a dire, il tipico pronto soccorso militare. E, fuori dell’Ucraina, “Mission Essential”, appaltatore governativo dell’intelligence americana, ha pubblicato su Linkedin annunci per interpreti per le truppe USA in Ucraina, con la significativa nota, sinora inusuale, secondo cui questi devono essere pronto a lavorare in condizioni di guerra.

Inoltre, pressoché tutti i media ufficiali ucraini stanno gridando all’aggressione che proverrebbe dalla Russia. Ma, si chiede rusvesna.su, cosa succederà se la Russia non attacca entro un mese? Accadrà che tutte le risorse impegnate nella preparazione alle ostilità andranno sprecate e, secondo le più modeste stime internazionali, si tratterebbe di qualcosa come il 2-4% del PIL, in un paese già così al limite del collasso economico. Quindi, se la Russia non attacca, per convincere la gente della “necessità” di tale spreco, non rimarrà che una piccola vittoriosa guerra nel Donbass che, secondo la squadra di Poroshenko, dovrebbe aumentare il rating presidenziale per un secondo mandato.

Ma, se è davvero così – e come escludere tale ipotesi? – Petro Poroshenko dimostrerebbe una volta di più la stupidità dei nazigolpisti. Il popolo ucraino, anche quei settori che quattro anni di propaganda mediatica sono riusciti a orientare contro Mosca, non ne può più della guerra nel Donbass. Anche dal punto di vista delle pure scelte elettorali, più scaltra appare la linea oligarchico-mafiosa di Julija Timoshenko, che si sta tenendo abbastanza ai margini dei passi riguardanti la legge marziale, ma che, una volta agguantata la poltrona presidenziale, non esiterebbe certo a ricorrere a quella “bomba atomica” che già quattro anni fa sognava di sganciare sul Donbass.

Tutti i reazionari sono...

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06/04/2018

Ucraina. Dopo Saakašvili e Savčenko, ora anche la Timošenko nel mirino di Porošenko

Il Bureau anticorruzione ucraino (acronimo: NABU, che però, curiosamente e quasi simbolicamente, sta anche per Associazione indipendente delle banche ucraine) sta verificando le informazioni circa presunti finanziamenti (4 milioni di euro) elargiti nel 2010 da Mu’ammar Gheddafi per la campagna elettorale di Julija Timošenko. Il servizio stampa di “Batkivščina” (Patria), il partito dell’ex “martire” occidentale, nega naturalmente ogni addebito.

Come nota topwar.ru, Petro Porošenko, toltosi di mezzo già due potenziali rivali per le presidenziali del 2019 (Mikhail Saakašvili e Nadežda Savčenko), tenta ora di fare lo stesso con la matrona del gas che, almeno da un paio d’anni, è considerata la sua concorrente più pericolosa, quotata ora nei sondaggi di un buon 24% di consensi, contro il circa 9% accreditato a Porošenko. A dar man forte al primo golpista del paese, il capo della delegazione ucraina all’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa, Vladimir Arev, il quale scrive su feisbuc che la relativa richiesta di informazioni è già stata indirizzata agli organi giudiziari libici.

Con l’ex “Jeanne d’Arc” del battaglione neonazista Ajdar, poi deputata della Rada, dietro le sbarre e l’ex presidente-yankee della Georgia in esilio in Olanda, sembra che a far temere Porošenko per la saldezza della poltrona presidenziale fosse rimasta solo la Timošenko. Dunque, quale miglior occasione del presentarla come la Sarkozy ucraina. Tra l’altro, proprio poco prima di essere arrestata, nel marzo scorso, Nadežda Savčenko aveva raccontato di come Julija Timošenko, alla vigilia dell’aggressione ucraina al Donbass, si fosse incontrata con il leader della DNR, Aleksandr Zakharčenko, sembra, per conquistarsi le simpatie delle Repubbliche popolari. Cosa difficilissima (e, in effetti, la manovra non le era riuscita), dopo le sue “dichiarazioni d’amore” all’indirizzo degli abitanti del Donbass. Nel 2004 infatti, nel pieno della famigerata “rivoluzione arancione” ucraina, la regina del gas aveva proposto di recintare l’intera regione a maggioranza russofona con il filo spinato e, dieci anni dopo, a golpe in atto, era stata captata una sua conversazione telefonica nel corso della quale proponeva addirittura di bombardare la regione con ordigni nucleari. Per i nazionalisti ucraini, la “rivelazione” della Savčenko batteva comunque un colpo a discredito della Timošenko e a favore di Porošenko.

Per quanto riguarda l’ex governatore di Odessa, Mikhail Saakašvili – privato dell’acquisita cittadinanza ucraina e arrestato a Kiev lo scorso autunno perché sconfitto nella guerra tra bande oligarchiche – dopo la sua espulsione dall’Ucraina, il vagabondaggio per la Polonia e infine l’approdo in Olanda, sembra che abbia annunciato, per l’ennesima volta, l’intenzione di rientrare in Georgia. Al canale Rustavi 2 avrebbe dichiarato di voler formare una squadra di governo “per risollevare la situazione sociale del paese”, ovviamente, dice lui, dopo aver vinto le elezioni presidenziali georgiane fissate al prossimo novembre. Già presidente georgiano dal 2004 al 2007 e poi dal 2008 al 2013, Saakašvili era fuggito in USA e quindi in Ucraina, nel 2014, per scampare all’arresto, accusato di vari delitti – tra l’altro: appropriazione di 5 milioni di $ di fondi statali, depistaggio nella morte dell’ex primo ministro Zurab Žvania – commessi in Georgia tra il 2007 e il 2012. Di sicuro, il suo rientro in patria non sarà del tutto lineare: lo scorso gennaio il tribunale di Tbilisi lo ha riconosciuto colpevole anche di abuso di potere, condannandolo in contumacia a tre anni di reclusione, nel caso dell’omicidio del funzionario di banca Sandro Girgvliani, avvenuto nel 2006. Con la sentenza, gli viene anche vietato per un anno e mezzo di ricoprire cariche pubbliche in Georgia.

Più semplice, per Porošenko, venire a capo della Savčenko, ora che è sotto custodia e già si sollevano timori sulle sue condizioni di salute. Acclamata al suo rientro in Ucraina, nel 2016, dopo la grazia concessale in Russia da Vladimir Putin e decorata come “eroe d’Ucraina”, è ora accusata di cospirazione per rovesciare violentemente l’ordine costituzionale, impossessarsi del potere statale, preparazione di atti terroristici, in accordo con altre persone, per attentare alla vita del Presidente, di deputati della Rada, Primo Ministro, membri del governo, capi dei partiti politici.

Il complesso delle accuse – la procura non ha ovviamente dubbi che la preparazione di atti terroristici avvenisse in combutta coi leader delle Repubbliche popolari del Donbass – comporta per la Savčenko un complesso di accuse che prevedono da 15 anni di reclusione all’ergastolo.

Timošenko, Saakašvili, Savčenko: tre nomi che certamente condividono molta storia della moderna Ucraina “arancione” e golpista, tra appetiti oligarchici, lotte per bande, cinismo neonazista e mire criminali sul Donbass. Appunto per questo, il personaggio che riunisce nella propria carica il complesso di tutte queste “qualità”, ha buoni motivi per temerli. La corsa presidenziale non si è mai fermata e Porošenko, da qui al 2019, potrebbe dover affrontare altre prove, se a Washington non ne decideranno prima la sorte.

Fonte

11/12/2017

La curiosa “lotta alla corruzione” nell’Ucraina golpista

Che sia proprio l’ex presidente georgiano ed ex governatore di Odessa, quel Mikhail Saakašvili ricercato a Tbilisi per appropriazione di 5 milioni di $ di fondi statali, depistaggio nella morte dell’ex primo ministro Zurab Zhvania, e ora in carcere a Kiev perché sconfitto nella guerra tra bande oligarchiche; che sia proprio lui a rappresentare il vessillo della “lotta alla corruzione” in Ucraina, è forse emblematico del quadriennio golpista ucraino targato Brzezinski-Biden-Nuland-Pyatt. Sta di fatto che, mentre assume contorni sempre più esiziali il conflitto tra Procura generale, a libro paga presidenziale, e Büro Anticorruzione (NABU), anche ieri diverse decine di migliaia di ucraini (si dice, tutti sostenitori di Saakašvili, nel meeting più partecipato dal dicembre 2013) hanno manifestato a Kiev chiedendo l’impeachment di Petro Porošenko, sponsorizzati dall’ex matrona del gas, la martire occidentale Julija Timošenko, che non perde occasione per tentare di inserirsi nella corsa presidenziale.

E, di motivi per manifestare, pare che gli ucraini ne abbiano da buttare.

Il centro di analisi ucraino Texty.org.ua ha classificato il paese, sulla base del livello salariale medio, al netto delle tasse, come il più povero d’Europa. Con 190 euro al mese, l’Ucraina è in testa al “contro-rating salariale”, davanti a Moldavia (216 euro), Albania (347), Russia (474), Slovacchia (722), Polonia (748) e altri, fino al capo opposto della scala, dominato dai 4.421 euro della Svizzera.

Secondo The World Factbook della CIA, l’Ucraina occupa il 221° posto, su 235 paesi esaminati, per tasso di crescita media (0,41%) della popolazione; il 189° per tasso di natalità e il 5° (14,4 ogni mille abitanti) per tasso di mortalità; il 150° (72,1 anni) per aspettativa di vita alla nascita. Nel 2016 il PIL pro capite era di 8.300 $ (147° posizione su 230 paesi confrontati).

D’altra parte, solo in quest’ultimo anno, secondo Pravda.ru, Kiev ha perso poco meno di 2 miliardi di dollari dal blocco del Donbass, decretato dalla stessa cricca golpista. Il vice presidente della Banca nazionale, Oleg Čurij, nel riportare la cifra, si è consolato dicendo che l’Ucraina ha potuto compensare in parte le perdite, grazie a “favorevoli condizioni commerciali” e a un ricco raccolto granario. Forte di questi “positivi” risultati, sembra che Kiev abbia già approntato i piani per una seconda fase del blocco.

Nessuna meraviglia, quindi, che nel corso di un sondaggio televisivo, condotto in diretta sabato scorso dal canale NewsOne, il 92% degli ascoltatori si sia pronunciato per un ritorno di Viktor Janukovič e solamente l’8% a favore dell’attuale governo. Oltretutto, la domanda era stata posta in modo da far invidia al più antifascista dei Ministeri degli interni: “Se in questo momento foste di fronte alla decisione se scegliere tra il criminale precedente governo e l’attuale, per chi votereste?”. Non è ancora dato sapere se il sondaggio sia stato hackerato dal Cremlino – si attendono le prove da Joe Biden – ma i circa 47.000 telespettatori che hanno risposto nella sola prima ora di trasmissione non ha avuto dubbi a esprimersi per il ritorno della “banda criminale di Janukovič”.

In ogni caso, è un fatto che negli ultimi anni, con un tasso di disoccupazione che, ancora secondo la CIA, nel 2016 era del 9,3% (“officially registered workers; large number of unregistered or underemployed workers”, notano a Langley) gli ucraini abbiano preso a sciamare nei paesi vicini in cerca di lavoro. E’ vero che il pendolarismo (anche settimanale o mensile) ad esempio in Russia o Bielorussia, data dai primissimi tempi postsovietici; ma ora l’emigrazione ha assunto il carattere di autentico esodo, non solo verso la Russia. Un esodo con cui, secondo il Ministro degli esteri golpista, Pavel Klimkin, “circa un milione di ucraini stanno salvando l’economia polacca”.

Quantomeno cruda la replica del neo primo ministro polacco, Mateusz Morawieck che, ricordando ancora una volta il genocidio della Volinia, ha puntualizzato che Varsavia, “accogliendo i moltissimi profughi ucraini, contribuisce ad alleggerire la tensione sul fianco est dell’Unione Europea”. Ancora più diretto il capo di gabinetto del Ministero degli esteri, Jan Parys, secondo il quale “una Ucraina forte e indipendente è importante per la Polonia; ma non è vero che l’esistenza dell’Ucraina costituisca condizione necessaria della sussistenza di una Polonia indipendente”.

A Kiev, ha detto ieri Parys, “ritengono che Varsavia sia debole, isolata e abbia bisogno dell’Ucraina. E’ falso. E’ l’Ucraina ad aver bisogno della Polonia. La Polonia può benissimo vivere senza l’Ucraina”. Tutti “convenevoli”, questi, che anticipano la visita a Kiev del presidente polacco Andrzej Duda, prevista per il 13 dicembre e che sono stati resi ancor più calorosi, sempre ieri, dal pacco esplosivo fatto brillare (fortunatamente senza vittime) sotto le ruote di un autobus polacco parcheggiato fuori di un hotel di Sokilniki, nella provincia di L’vov, la “più polacca delle città ucraine”.

D’altronde, le dichiarazioni che giungono da Varsavia e che contengono anche accuse al governo ucraino di vessazioni nei confronti delle minoranze polacche, fanno il paio con quelle ungheresi, sulle violazioni dei diritti dei cittadini ucraini di origine magiara e a cui, il solito Klimkin, ha risposto candidamente che “il problema non esiste, dato che ci sono sempre meno ungheresi nell’area oltrecarpatica. Non sono più 150.000 e nemmeno 100.000”. Vale a dire, nota il politologo ucraino Ruslan Bortnik, quando il Ministro degli esteri di Budapest, Péter Szijártó, accusa Kiev di condurre un genocidio, Klimkin conferma che sì, effettivamente “ciò avviene a ritmi stakhanovisti”!

Nei giorni scorsi, Szijjártó, nel corso della riunione del Consiglio dei ministri del OSCE a Vienna, aveva insistito sulla necessità dell’invio di una missione di monitoraggio nell’Oltrecarpazia; ciò, nonostante una decina di paesi NATO abbiano preso le difese di Kiev nella vicenda della legge golpista sull’obbligo della lingua ucraina in tutte le scuole, a discapito delle numerose minoranze nazionali e abbiano intimato a Budapest di non legare tale questione all’adesione ucraina alla NATO.

Vessazioni, dunque, a est e a ovest del paese; forse anche con la benedizione della chiesa! Proprio come avviene per il Donbass. Proprio un paio di settimane fa, per l’ennesima volta, un alto esponente delle gerarchie ecclesiastiche ucraine è tornato a consacrare i massacri nel sudest del paese. Questa volta, è toccato al capo della chiesa greco-cattolica, Svjatoslav Ševčuk, in diretta tv, pontificare che non è giusto definire “assassini” i soldati che bombardano la popolazione civile del Donbass, dato che conducono “una giusta guerra difensiva” e la chiesa distingue tra “guerra difensiva e di aggressione”. Oggi, ha omeliato Svjatoslav, “il popolo ucraino sta conducendo una giusta guerra difensiva. I nostri soldati sacrificano la vita e versano il sangue per la patria; fermano l’aggressore; frenano il male e sono costruttori di pace”. Una “guerra difensiva”, in cui anche ieri le forze ucraine hanno fatto ricorso a proiettili al fosforo nel bombardamento della centrale di filtraggio dell’acqua di Donetsk.

D’altronde, Svjatoslav non è nemmeno il primo “uomo di fede” a pronunciarsi in questo modo. Più di un anno fa, il patriarca Filaret, aveva sentenziato che dio permette di attaccare “l’aggressore dell’est”, con l’obiettivo di illuminare gli atei: “le persone soffrono di più nell’est dell’Ucraina e non all’ovest. Perché? Perché là i senzadio sono in maggioranza. Se non si pentiranno e non si rivolgeranno a dio, anche le loro sofferenze continueranno”. Ancor prima, il metropolita della diocesi di Lutsk e Volinia, Mikhail Zinkevič, aveva detto ai fedeli: “Voi dovete pregare nella vostra lingua ucraina e non nella lingua dell’occupante” e “ogni candela acquistata nelle chiese del patriarcato di Mosca, è una pallottola per uccidere i vostri figli”. Lo stesso Zinkevič che pochi mesi fa, nel benedire la chiesa di tutti i santi nella zona di Volčanka, aveva definito “uomini dalla vita santa” i membri dell’UPA filonazista.

Ma, sicuramente a Torino diranno che lo abbia fatto per “per contrastare l’offensiva della Russia (sic!) finalizzata a destabilizzare le democrazie occidentali”.

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14/09/2017

Ucraina: la schiatta faraonica dei cosacchi di majdan

Čajkovskij e Genghis Khan, Miklukho-Maklaj e Buddha, Gioconda e fratelli Kličkò, Costituzione di Pylyp Orlik e scoperta del Canada, Ilja Muromets e invenzione di sommergibili, elicotteri e raggi X. Non c’è campo del genio umano universale di ogni epoca e mito, che non abbia avuto centro e origine da qualche parte di quella che solo da una manciata di decenni è dato conoscere come l’odierna Ucraina. Eppure, Ministeri della Difesa e della Cultura, storici e giuristi, Petro Juščenko e Aleksandr Zinukhov, svelano al mondo a ritmi industriali la “ucrainicità” dell’intero genere umano, tanto che, ci assicurano, già gli antichi filosofi greci disquisivano in lingua ucraina e addirittura Diogene avrebbe consigliato di usarla quale lingua statale.

Andando a ritroso nel tempo di qualche miliardo di anni, si verrà a sapere che l’energia e la materia dell’universo, prima del big bang e del caos cosmico, erano effettivamente compresse in un punto infinitamente piccolo della galassia: l’Ucraina.

Per ora, fermandoci ad appena tre o quattromila di anni fa, ci si limita a constatare che il faraone della XVIII dinastia Nebkheperura Tutankhamon è diretto antenato, attraverso il seicentesco ataman Severin Nalivajko, del cosacco “eroe di majdan” Mikhail Gavriljuk. La sensazionale scoperta – con tanto di immagine esplicativa – degli studiosi ucraini, è stata annunciata dal primo canale della Radio di stato.

Le cronache informano che Gavriljuk, oggi deputato della Rada – il minimo, per un discendente di cotanta schiatta egizia – si sarebbe distinto per la creazione di un battaglione di volontari cosacchi della Guardia nazionale e sarebbe poi entrato a far parte del reparto di pattugliamento della milizia speciale “Porta d’Oro”.

Sempre Gavriljuk, lo scorso febbraio, parlando a gordonua.com, aveva proposto di munire di “mitragliatore i deputati e mettere al muro tutti i traditori che si siano macchiati di commerci illeciti con le forze di occupazione nel Donbass”: questo, in risposta a quanti contravvenissero al blocco economico, energetico e finanziario decretato a dicembre 2016 dalla junta golpista e attuato dai battaglioni neonazisti. E’ lo stesso Gavriljuk che, nel luglio 2015, aveva definito una “piaga sinistra” la prevista parata gay a Kiev; una manifestazione che, comunque, non avrebbe “riscosso successo”, dal momento che “proviene da satana” ed è organizzata da “persone che bisogna curare, rinchiudere, in modo che non si spanda questa piaga sinistra”. In ogni caso, aveva detto, metà dei deputati della Rada, “a giudicare da come votano, da quali leggi adottino, si può immediatamente capire chi sia chi” e a quale orientamento sessuale si ispiri.

E’ probabile che una parte dei deputati della Rada si trovi presto ad aver davvero bisogno di un’arma, in vista di fermenti di concorrenza “presidenziale”. Il rientro in Ucraina dell’ex governatore di Odessa, ex presidente georgiano Mikhail-ricercato-in-patria-Saakašvili, ha messo quantomeno in ridicolo i servizi di frontiera del paese. Privato della cittadinanza ucraina da Petro Porošenko in persona, lo scorso 26 luglio, per falsificazione di documenti, mentre era in viaggio negli Stati Uniti.

Dopo aver vagato per diverse settimane tra le frontiere polacca e lituana, ha varcato ieri senza difficoltà, alla garibaldina, come riportano le cronache, il confine polacco-ucraino a Šegin, e si è poi diretto a L’vov, accolto dai suoi sostenitori ma, soprattutto, accompagnato da quella rivale in affari di Porošenko che è la martire del gas Julija Timošenko. La quale, sicuramente più della macchietta georgiana, è in grado di rappresentare una seria minaccia per la stabilità del primo golpista d’Ucraina. In ogni caso, che sia la “bionda atomica” o il truffatore di Tbilisi a far traballare la poltrona presidenziale, si può star sicuri che gli storici di regime troveranno presto un’ascendenza sublime per rivendicare i “destini europeisti” dei nuovi eredi di majdan.

Se da almeno due anni si danno in ascesa le quotazioni della Timošenko, senza che questo abbia sinora particolarmente impensierito Petro, è però negli ultimi tempi che da oltreoceano sembra non si punti più precipuamente sul presidente: gli avversari prendono forza.

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06/03/2017

La fede ucraina tra Stepan Bandera e Nestor Makhnò

Mentre è atteso per domani l'incontro a Washington tra il Segretario di stato USA Rex Tillerson e il Ministro degli esteri ucraino Pavel Klimkin, l'ex regina del gas e leader del partito “Patria” Julija Timošenko si è già incontrata per due volte da inizio anno con Donald Trump. La seconda volta, pochi giorni fa, dopo il colloquio a Kiev con l'ambasciatrice statunitense Mary Jovanovič. Diverse voci ucraine, russe e addirittura rumene parlano di tentativi della ex presidente del consiglio ucraina di ottenere l'appoggio USA in vista di un ricambio di poltrona presidenziale a Kiev, dato il destino pressoché già segnato di Petro Porošenko.

Ma i giochi politici non impediscono a militari e neonazisti di continuare a martoriare la popolazione del Donbass. Da alcuni giorni, le truppe di Kiev hanno cominciato a colpire anche dal mare le posizioni della DNR più vicine alla costa del mar d'Azov, nell'area di Mariupol, aprendo il fuoco con cannoncini e mitragliatrici pesanti di bordo di alcune motovedette. A terra, danneggiate diverse abitazioni, le condutture del gas e la linea elettrica nell'area di Kominternovo, una ventina di km a nordest di Mariupol, dopo che, nei giorni precedenti, i bombardamenti ucraini avevano privato dell'energia elettrica la centrale di filtraggio dell'acquedotto di Donetsk. Colpita ripetutamente nelle ultime ventiquattrore Jasinovataja; martellate con mortai di grosso calibro le posizioni delle milizie nelle aree di Novoluganskoe e Svetlodarskoe: un miliziano della LNR è rimasto ucciso nella zona di Veselogorovka. Tiri di mortai da 82 e 120 mm, lanciagranate, razzi ZU-23-2 e mezzi controcarro hanno colpito Pervomajsk, Frunze, i villaggi di Donetskij, Želobok, Lozovoe, Kalinovka, Kalinovo e Logvinovo.

Intanto, come ha scritto su Facebook il presidente della Commissione esteri del Senato russo, Konstantin Kosačev, l'Ucraina sta incominciando a “scarrocciare dal banderismo al makhnismo”. Il riferimento è all'avventuriero semianarchico Nestor Makhnò che, dopo la rivoluzione, oscillò per un po' di tempo tra l'alleanza con l'Esercito Rosso e i continui passaggi alla Guardia Bianca nel sud dell'Ucraina e, oggi, al tentativo dei nazionalisti ucraini di prendere il controllo delle linee ferroviarie alla frontiera con la Russia. Alcuni raggruppamenti neonazisti, dopo aver organizzato il blocco dei collegamenti con il Donbass – che, tra l'altro, privano di carbone l'Ucraina – avrebbero ora installato un proprio “posto di controllo” all'altezza di Konotop, all'estremo nordest dell'Ucraina, una settantina di km dal confine russo. “Quando chiunque può interrompere i collegamenti ferroviari con il paese vicino” afferma Kosačev, “è già un serio segnale di collasso dello Stato".

E' su questo sfondo che, comunque, il banderismo rimane il “faro” dell'Ucraina golpista e dei suoi bastioni spirituali. E' di questi giorni una nuova perla del Patriarcato di Kiev, che ha canonizzato i filonazisti dell'UPA di Stepan Bandera e Roman Šukhevič, che parteciparono ai massacri della Volinja polacca durante l'occupazione hitleriana. Il metropolita di Lutsk e Volinja, Mikhail, nel benedire la chiesa di tutti i santi nella zona di Volčanka, sul limitare delle province di Turijsk e Vladimir-Volinskij, ha definito “santi” i membri dell'UPA. “Annoveriamo i combattenti dell'UPA” ha detto Mikhail, “tra gli uomini dalla vita santa. Essi immolarono quanto di più prezioso avessero, cioè la vita, per la loro terra, per i loro cari, per la loro fede”.

La radura di Volčanka è considerata luogo di nascita delle formazioni banderiste dell'UPA, il cosiddetto Esercito insurrezionale ucraino. Alla fine del 1942, nelle foreste della zona, il capo distrettuale dell'Organizzazione dei nazionalisti ucraini (OUN), "Afta", creò la base militare dei distretti di Kovel e Liuboml dell'OUN. Nel villaggio, c'era il quartier generale dell'UPA-Nord e il comando del distretto militare "Turov". Furono proprio i distaccamenti OUN-UPA della Volinja, ricorda news-front.info, a manifestare particolare brutalità durante la pulizia etnica contro la popolazione polacca della Volinja, noto come "massacro della Volinja", ordinata dai dirigenti politici del Servizio di sicurezza, il cosiddetto OUN(b).

Negli stessi luoghi, lo scorso agosto, la locale organizzazione dei neonazisti di “Svoboda” aveva inaugurato il complesso “Volčanka. Volinskaja Seč”, rimettendo in piedi il sistema di trincee, camuffamenti e rifugi segreti usato all'inizio degli anni '40 dai terroristi dell'UPA che combattevano contro l'esercito sovietico e costruendo un museo “della gloria militare” e la chiesa di tutti i santi ora benedetta da Mikhail. Amen, per l'Ucraina.

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15/11/2016

Il ciclone Trump su Russia ed Europa Orientale

La notizia del giorno è l'arresto a Mosca del Ministro dello sviluppo economico Aleksej Uljukaev, accusato di aver intascato una mazzetta da 2 milioni di $ per favorire l'acquisizione, da parte di Rosneft, del pacchetto azionario di proprietà statale di Bašneft. Il 12 ottobre Rosneft (la maggiore impresa petrolifera mondiale a maggioranza pubblica) ha acquistato dallo Stato russo il 50,08% delle azioni di Bašneft, per 330 miliardi di rubli; mentre nel luglio scorso, scrive la Tass, il vice premier Arkadij Dvorkovič aveva annunciato la decisione di non ammettere compagnie legate al governo russo, tra cui Rosneft, alla privatizzazione della compagnia controllata al 25% da governo della Baškiria.

Proprio mentre Vladimir Putin e Angela Merkel discutevano al telefono la questione del transito del gas russo attraverso l'Ucraina – l'annuncio di Trump sulla riduzione dell'estrazione di gas di scisto negli Stati Uniti, rinnova le preoccupazioni energetiche europee – il Comitato federale russo per le indagini procedeva al fermo del Ministro, dopo quasi un anno di intercettazioni telefoniche. Da più parti si tiene comunque a sottolineare che l'arresto di Uljukaev non mette in discussione la privatizzazione di Bašneft: ci mancherebbe!

Sergej Obukhov, del CC del PCFR, ipotizza nell'arresto di Uljukaev una sorta di inizio anticipato della campagna presidenziale, senza escludere il coinvolgimento nelle indagini di altri vertici governativi, tra quelli considerati più “simpatizzanti” con i circoli d'oltreoceano: è il caso di ricordare come già nella primavera scorsa il PCFR denunciasse i contatti di yankee Uljukaev, per favorire la partecipazione di banche statunitensi alle privatizzazioni russe, tra cui, per l'appunto, i pacchetti di controllo di Bašneft e del 20% di Rosneft. E se nella campagna “antiliberalistica” non si può escludere una candidatura del boss di Rosneft, Igor Sečin, alla poltrona oggi di Dmitri Medvedev, Obukhov lega una probabile nuova candidatura presidenziale di Putin ai suoi tentativi di colpire, da un lato, le tendenze liberistiche governative e, dall'altro, la linea “patriottica” del PCFR, addossando a quest'ultimo ogni “eredità negativa” del passato sovietico e appropriandosi di quelle da lui ritenute positive.

Anche per tutto questo pare difficile disgiungere la notizia moscovita dal generale sommovimento globale avviato con la Brexit britannica e, ora, con le attese per le scelte estere di Donald Trump. I risultati delle presidenziali moldave e bulgare ne forniscono un'ulteriore testimonianza, insieme ai farfugliamenti e alle “preghiere” del segretario generale Nato, Jeans Stoltenberg, all'indirizzo di Donald Trump e a quelle che appaiono come “risolute incertezze” dei ministeri europei per controbilanciare il paventato arretramento USA dalla “difesa collettiva”.

Intanto però, com’era naturale attendersi, non si rinuncia alla pratica sperimentata di tentativi di una “majdan moldava”, coi sostenitori della sconfitta candidata filoccidentale Maia Sandu scesi in piazza, già ieri seri, sventolando bandiere rumene. E non si esclude nemmeno una nuova (quante volte annunciata nei quasi tre anni di governo golpista!) majdan ucraina. L'ha prospettata la ex beniamina occidentale Julija Timošenko, chiamando gli ucraini in piazza per oggi, ancora una volta contro la caduta della moneta, l'aumento delle tariffe (imposto da quel FMI da sempre venerato proprio da Timošenko & Co.), cavalcando ora anche il cavallo dell'anticorruzione, da sempre tema prediletto del transfuga Mikhail Saakašvili e incolpando (udite, udite: proprio lei!) Porošenko di etichettare ogni oppositore quale “mano del Cremlino”. Con ogni evidenza, la fretta di prendere le distanze da una nave in procinto di affondare, insieme ai circoli USA che l'hanno sinora tenuta a galla, fa credere alla bionda Julija – che proponeva di eliminare i russi d'Ucraina con un paio di bombe atomiche – che gli ucraini si siano scordati dei suoi trascorsi di corruttrice governativa.

Ma in Ucraina è tutto un “si salvi chi può” e dunque il previdente Mikhail Saakašvili (fuggito in Ucraina dalla Georgia a causa di due mandati d’arresto) fa ora beccheggiare la scialuppa per mandare fuori bordo Porošenko e mettersi al timone, predicendo una prossima scomparsa dell'intera Ucraina dalla faccia della terra, se non muteranno gli indicatori socio-economici che la pongono agli ultimi posti mondiali. Sulla scia di Saakašvili, che ha dato le dimissioni da governatore di Odessa alla vigilia dell'elezione di Trump, un'altra georgiana della junta ucraina, Khatija Dekanoidze, si è dimessa da capo della polizia ucraina. La sua ex collega all'epoca dell’amministrazione del presidente Saakašvili, Ekaterina Eguladze, anch'essa diventata vice Ministro degli interni ucraino, era stata fermata mesi fa dalla polizia mentre tentava di esportare 4 milioni di $ “per partorire” in Francia, ma sospettata di aver dirottato a sé e al suo capo, il Ministro Arsen Avakov, una somma tra i 10 e i 14 milioni di $: di lei non si è più avuta notizia, mentre di Avakov si sono viste le genuflessioni tardive al neo presidente USA.

In questo quadro di “ristrutturazione” mondiale, di cui le ultime evidenze sembrano non essere che un “debole” inizio, ecco che passa in secondo piano – erroneamente – la direttiva di Vladimir Putin per la sottoscrizione di un accordo tra Russia e Armenia, in vista della costituzione di una Gruppo di forze militari congiunto, per la difesa comune nella regione del Caucaso. L'accordo, che dovrebbe avere una durata di 5 anni, con tacito rinnovo, prevede che, in tempo di pace, il Gruppo sia agli ordini del Comandante in capo delle Forze armate di Erevan, affiancato, in tempo di guerra, dal Comandante della regione militare meridionale russa.

L'accordo russo-armeno va ad aggiungersi a quelli già sottoscritti da Mosca con Abkhazia e Ossetia meridionale. Secondo gli osservatori, la strategia Nato di molteplici contrapposizioni “locali” alle frontiere russe appare come ragione diretta del rafforzamento, da parte del Cremlino, delle diverse regioni militari lungo i propri confini, in accordo con repubbliche, territori e soggetti federali autonomi da Mosca. Lo sfrenato attivismo Nato e USA, ad esempio, in Georgia, e le ripetute richieste rivolte a Mosca di rinunciare al riconoscimento di Abkhazia e Ossetia meridionale, insieme alla provenienza caucasica di moltissimi combattenti dello Stato islamico, sono motivo immediato dell'accordo con l'Armenia.

Alle frontiere settentrionali russe, invece, dove, in accordo alle decisioni Nato sul rafforzamento del fianco nordorientale dell'Alleanza atlantica, non meno intensa è l'attività delle forze occidentali, Mosca annuncia ora l'abolizione del regime dei visti a favore dei cosiddetti “non cittadini” di origine russa di Estonia e Lettonia, nati dopo il 6 febbraio 1992, data in cui è terminato l'istituto della “cittadinanza sovietica”. La decisione appare anche come una risposta – nemmeno tanto indiretta – alle spinte xenofobe e nazionaliste delle autorità dei paesi Baltici, che continuano a privare di diritti elementari le consistenti minoranze russe residenti.

Ma i rivolgimenti non sono che all'inizio: referenzum italiano, presidenziali francesi e tedesche sono, al momento, i passi più prossimi.

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29/02/2016

Ucraina - Le mire di Kiev sulla Crimea

Torna l'attenzione sulla Crimea. Ieri Petro Porošenko ha parlato del suo ultimo viaggio nella penisola, nella primavera del 2014, alla vigilia del referendum che, con il 96,77% dei suffragi, la riportò nella compagine della Federazione Russa. Il presidente ucraino ha detto che, con quel tour, egli intendeva dimostrare come “anche un uomo solo sarebbe stato in grado di dissolvere le nebbie della propaganda russa. Da allora le mie intenzioni non sono cambiate”.

A quanto pare, non sono però mutati nemmeno i propositi di quel 96,77% di crimeani. E ciò, a dispetto di ogni tentativo, “legale” o terroristico, di gruppi armati del medžlis dei tatari, di reparti neonazisti o di pretese internazionali della junta di Kiev, di far tornare la penisola in mano ucraina. Porošenko si dice convinto che Mosca stesse pianificando la riunione della Crimea alla Russia sin dal 1991 (l'anno della finale dissoluzione dell'Urss a opera dei presidenti di Russia, Ucraina e Bielorussia, El'tsin, Kravčuk e Šuškevič) e non ci sia riuscita solo “grazie agli sforzi eroici del popolo ucraino”. Ora, Porošenko chiede al Ministero della difesa e allo stato maggiore di rafforzare i controlli lungo tutta la costa del mar Nero e sostenere ogni focolaio di resistenza sulla penisola, ricordando che “ovviamente l'Ucraina non riconosce e non riconoscerà mai de-jure come cittadini russi i crimeani che hanno ricevuto il passaporto russo”.

Ciò avviene nel momento in cui, sullo sfondo di tali mire ucraine, la Russia, dopo aver annunciato la costruzione di un ardito ponte autostradale sull'istmo di Kerč che conduce in Crimea, sta già iniziando i lavori per una nuova linea ferroviaria di circa 122 km che congiungerà le regioni russe di Rostov sul Don e di Voronež, evitando il precedente percorso ucraino. La linea dovrebbe essere inaugurata nell'autunno del 2017, in barba alle pretese di Kiev.

E ieri, in risposta alle dichiarazioni del direttore del Dipartimento di politica sociale e umanitaria del Ministero della difesa ucraino, Valentin Fedičev, secondo cui, “in caso di guerra su larga scala” tra Ucraina e Russia, quest'ultima lascerebbe sul terreno “come minimo 20mila soldati”, l'agenzia Novorosinform riportava il sarcastico commento del presidente dell'amministrazione municipale di Sebastopoli, Sergej Menjajlo. Curiosamente, ha detto il capo di Sebastopoli, “la dottrina militare ucraina è dettata non dallo stato maggiore, ma dai finanzieri. Non appena si stanziano soldi per le necessità militari, i piani di guerra con la Russia vengono messi a punto in qualche villa a cinque piani sulle rive dei Caraibi e i soldati ucraini rimangono con gli scarponi rotti e i vecchi mitragliatori”.

Nell'epos nazionalistico si è inserito anche il leader del gruppo rock “Vopli Vidopljasova” (più o meno: Urla di Vidopljasov, personaggio del dostoevskiano Il villaggio di Stepànčikovo e i suoi abitanti), Oleg Skripka, il quale ha dichiarato a Ukraina.ru che sapeva da tempo che la Crimea sarebbe tornata a far parte della Russia. “La Crimea non tornerà mai più a essere ucraina” ha detto Skripka; “in Ucraina non c'è sufficiente volontà politica per questo. E cosa dovremmo fare con quei milioni di traditori in Crimea? Deportarli? Essere amici? Non ci riusciremo… Per qualsiasi persona normale era chiaro che ci avrebbero preso la Crimea. Per me era chiaro sin dall'inizio del 2000; già allora noi avremmo dovuto prenderci la “debole” Transdnistria, requisire tutti gli armamenti che vi erano concentrati e andare a riprenderci la Crimea”.

Per la soddisfazione di Skripka, c'è da dire che, comunque, Porošenko non demorde. Anatolij Baranov, del PC russo, scriveva ieri su Forum.msk.ru di come il presidente ucraino abbia in programma una riunione speciale del Consiglio di sicurezza e difesa in cui mettere a punto un piano di tutela degli interessi ucraini contro la Russia di fronte ai tribunali internazionali. Sembra un progresso, scrive Baranov: finora il Consiglio di difesa studiava il metodo di riacquisizione della Crimea con la forza; appena pochi giorni fa, il Ministro degli interni Arsen Avakov aveva annunciato la formazione di reparti speciali atti allo scopo. Sinora, Kiev si è limitata a interrompere parzialmente le forniture di acqua ed energia elettrica, ma la cosa non ha influito sugli umori prorussi del 97% della popolazione, come sperava Kiev. Baranov scrive di come, nonostante gli accenti critici dei cittadini di Sebastopoli per l'operato di Menjajlo, le osservazioni critiche di Baranov stesso suscitino disappunto e lo si sospetti di essere “una spia ucraina”.

E, comunque, appena pochi giorni fa, EurAsia Daily scriveva di come gruppi mobili di sabotatori stiano passando dal blocco economico della Crimea – coi conseguenti introiti dal contrabbando delle merci sequestrate agli autotrasportatori – al terrore aperto verso gli abitanti della regione di Kherson, confinante a ovest con la penisola, eletta al ruolo di avamposto dal medžlis dei tatari dopo la fuga dalla Crimea. Avamposto in cui il battaglione musulmano “Noman Čelibidžikhan” (primo Mufti dei musulmani di Crimea, che avversò il potere sovietico) si va rimpinguando per l'afflusso di “gruppi radicali da tutto il mondo” e i lauti sostegni in armi del governo di Ankara. A detta del vice premier della Crimea, Ruslan Bal'bek, nel battaglione ci sarebbero ben pochi tatari e quasi solamente mercenari stranieri, per lo più dell'Isis. Secondo EurAsia Daily, la spina dorsale del battaglione sarebbe composta da islamisti dei “Lupi Grigi” fuggiti dalla Siria, insieme a elementi provenienti dall'Africa settentrionale e da altre parti del mondo.

D'altronde, che l'ipotesi militare sia sempre stata presa in considerazione, sin dall'inizio del colpo di stato a Kiev, lo conferma ora la pubblicazione sul sito di Komsomolskaja Pravda del lunghissimo stenogramma della riunione del Consiglio di sicurezza e difesa ucraino, tenutasi il 28 febbraio 2014, relativa alla questione della Crimea. La possibilità di entrare in guerra con la Russia fu discussa dall'allora speaker della Rada, Aleksandr Turčinov, insiema al capo del Consiglio di difesa Valentin Nalivajčenko, i Ministri di interni, difesa ed esteri, Arsen Avakov, Igor Tenjukh e Andrej Deščitsa, il premier Arsenij Jatsenjuk, vari capi del controspionaggio, Julija Timošenko e altri. Accanto all'appoggio di massa dei crimeani per le possibili azioni russe, si metteva l'accento sulla demoralizzazione delle truppe e della flotta ucraine in Crimea, sulla diserzione di vari reparti del Ministero degli interni e sulla possibilità di inviare non più di 5.000 uomini nella pensola, ma sulla impossibilità di controllare l'intera frontiera con la Russia che, in caso di attacco, in meno di un giorno avrebbe raggiunto Kiev.

Jatsenjuk riconosceva che Kiev non era pronta a operazioni militari e, ricordando che anche Washington non aveva una posizione ferma, proponeva una soluzione “federativa” per la penisola. In quella riunione, Jatsenjuk appare il “più ragionevole”, ricordando che nessun intervento militare, come prospettato da Turčinov – che proponeva la legge marziale l'arresto dei capi “separatisti” – sarebbe arrivato in quel momento in aiuto dalla Nato e che la legge marziale avrebbe significato una dichiarazione di guerra alla Russia. Come suo solito, “l'eroina” dell'Occidente, Julija Timošenko mostra scrupoli solo formali: “Se noi avessimo anche una sola chance su cento di vincere Putin, sarei la prima ad appoggiare un'azione energica. Ma la nostra situazione militare è disastrosa e dobbiamo invocare l'aiuto occidentale a nostra difesa, vestendo i panni della colomba della pace”. Particolarmente efficaci le parole di Turčinov: “I nostri partner occidentali ci chiedono di non fare bruschi movimenti”. In definitiva, solo la consapevolezza dell'inadeguatezza delle proprie forze militari, fermò la junta dalla guerra aperta con Mosca, anche se non impedì poi, un mese e mezzo più tardi, ai golpisti di Kiev, di iniziare i bombardamenti e l'offensiva sul Donbass. Se Turčinov, conclude l'osservatore di Komsomolskaja Pravda, fosse veramente stato convinto della presenza di reparti russi nel Donbass, anche in quel caso a Kiev sarebbero rimasti, secondo la colorita espressione russa, “più cheti dell'acqua e più bassi dell'erba”; e non a caso la Timošenko ha già denunciato come “delitto” la pubblicazione di quello stenogramma.

Come scriveva il grande Tolstoj, Napoleone era convinto che non è bene ciò che è bene, ma è bene quello che a lui passa per la testa.

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21/02/2016

La “Terza majdan” non ha il benestare di Washington


Nella “tre giorni” dal 19 al 21 febbraio annunciata a Kiev dalle “Forze radicali di destra” (ridenominazione in doppiopetto mimetico dei battaglioni neonazisti) per il secondo anniversario di euromajdan, è attesa per oggi una maggiore partecipazione di manifestanti in majdan Nezaležnosti. Quantomeno, questo è ciò che è stato promesso dagli organizzatori a quegli attivisti che ieri si erano ritrovati davvero in pochi a dare l'assalto alle rappresentanze ucraine delle banche russe o “filo-russe” nel centro di Kiev.

Nella notte, secondo la Tass, non più di duecento persone hanno presidiato la tendopoli allestita nei pressi della Rada suprema. Al momento, pare che “l'inizio della rivoluzione”, o “Terza majdan”, annunciata con tanto di sventolio di “denti di lupo” e tridenti nazionalisti debba essere temporaneamente rinviato. Vero è che il “servizio d'ordine rivoluzionario” si sta dirigendo su piazza Indipendenza, per sorvegliare la “narodnaja veče” – l'assemblea popolare della vecchia Rus kievliana – ma non sembra che i cittadini della capitale mostrino particolare voglia di prendervi parte. Comunque, i “volontari” in mimetica hanno circondato la piazza e, secondo Oko-planet.su, hanno già avanzato le principali richieste “rivoluzionarie”: dimissioni di presidente e governo e immediata rottura degli accordi di Minsk. C'è da dubitare che la giornata di oggi si concluda proprio a tarallucci e vino: tra i reparti che stanno affluendo nel centro di Kiev ce ne sarebbero anche alcuni provenienti direttamente dal fronte del Donbass.

Più ottimistiche le previsioni dell'agenzia Novorossija, secondo cui il presidente Porošenko avrebbe forze (non solo militari) sufficienti a spazzar via ogni traccia di Majdan-3. Questo potrebbe esser vero, di fronte a un rinnovato connubio tra presidente e primo ministro, pupillo del Dipartimento di stato – che al momento non pare davvero propendere per i “rivoluzionari” majdanisti – anche se un'altra pedina del gioco filo-UE, Julia Timošenko, dopo l'uscita del suo partito Patria dalla coalizione che sostiene il governo Jatsenjuk, chiama oggi il presidente a convocare una riunione straordinaria della Rada. Questo perché, afferma, “sta esplodendo un'altra majdan, il governo è stato sfiduciato de facto, la coalizione dissolta e il potere è in mano ai clan” e bisogna andare a elezioni anticipate. Ma la Nuland lo sa?

In effetti, scrive stamani RT, nella notte tra sabato e domenica, il vice Ministro della difesa, Aleksandr Dubljan, è arrivato in piazza Indipendenza e ha preso alloggio nel prospiciente albergo “Kazatskij”, per tenere sotto controllo la “situazione conflittuale” che, a suo dire, non sembra richiedere l'uso della forza e che “deve essere risolta con mezzi pacifici”.

Che a Kiev, per ora, la “Terza rivoluzione” rimanga più nelle intenzioni di gruppi limitati di squadristi, per quanto pericolosi e non certo pacifici, appare anche dalla corrispondenza diffusa già ieri da Pravda.ru, secondo cui i cittadini di Kiev non dimostrano particolare entusiasmo né di unirsi ai “bravi” dei battaglioni, né di “onorare” ufficialmente il secondo anniversario di euromajdan e la cosiddetta “Centinaia celeste”, cioè i morti negli scontri di due anni fa. C'è da meravigliarsi? “Non mi attendo nulla di buono dal governo”, ha dichiarato un cittadino intervistato dall'agenzia FAN; “anche solo a paragone di un anno fa, tutto è andato sempre peggio. Ho ancora il lavoro, ma ogni giorno mi aspetto che la direzione ci mandi tutti a casa. E a Majdan non c'è stato nessun eroe: alcune canaglie hanno sparato su altri banditi. E anche oggi sono tutti pronti a mordersi a morte reciprocamente”.

Un altro intervistato, portato da L'vov a Kiev insieme a studenti, scolari e dipendenti pubblici per “onorare l'anniversario”, ha ammesso di essere stato tra gli attivisti di euromajdan e che “il bagno di sangue in piazza Indipendenza fu provocato dall'opposizione, che cominciò a sparare sulla milizia del Berkut; dopo di che i radicali di destra seguitarono a far uso di armi e bottiglie incendiarie e il risultato furono decine di morti da entrambe le parti”.

In definitiva, scrive The Washington Times, ripreso da RT, a oggi, Vladimir Putin può dormire tranquillo: gli stessi politici ucraini stanno disfacendo il proprio paese. “In Ucraina non sono riusciti a vincere la corruzione; tutti i politici, invece di risolvere i problemi del paese, lottano per rimanere al potere. Questa situazione sta causando forte malcontento sia in Occidente che all'interno del paese”, scrive il quotidiano conservatore statunitense. “Scompare la fiducia nella capacità del governo di realizzare la volontà e i sogni di majdan" scrive ancora TWT. “Le persone stanno perdendo sempre più la pazienza. Sono infuriati, per il fatto che più di 100 persone hanno sacrificato la loro vita per la rivoluzione e la libertà, ma il loro sacrificio è stato vano. Due anni più tardi, vedono che non è cambiato nulla", scrive The Washington Times, aggiungendo che anche il FMI sta perdendo la pazienza e non ritiene possibile continuare a finanziare l'Ucraina.

Al solito dunque, dopo che ieri il vice presidente USA Joe Biden si è congratulato per telefono col presidente Porošenko e il premier Jatsenjuk, in occasione del secondo anniversario di “cambio del potere” e, secondo il comunicato diffuso dalla Casa bianca, si è detto “entusiasta per i progressi compiuti dall'Ucraina" in questi due anni, si attendono ora istruzioni più precise da Washington.

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Video con l'irruzione compiuta ieri dagli squadristi dell'OUN (nome ripreso dai banderisti filo-SS nella seconda guerra mondiale) negli uffici delle rappresentanze della russa Sberbank e di Alfa-bank, di proprietà del magnate del Donbass Rinat Akhmetov

 

22/07/2015

Ucraina: Washington e la tratta dei cavalli per il palio armato d'autunno

“Tattica temporeggiatrice”, scriveva ieri Radiovesti.ru, quella della ex “pasionaria” ucraina (alla fine, bisognerà pur smetterla di definire certi personaggi coi titoli d'onore di chi, contro il fascismo, ha lottato in prima fila e non, come essi, gli sta oggi strizzando non uno ma entrambi gli occhi) Julija Timošenko che, nei sondaggi sulle preferenze politiche, sta mordendo le caviglie al presidente Petro Porošenko.

Secondo il rilevamento dell'Istituto di sociologia internazionale di Kiev le preferenze per la leader del partito “Patria” ed ex primo ministro ucraino – dal 2007 al 2010, con i presidenti Viktor Juščenko e Viktor Janukovič – sono balzate al 13,9%, distanziandola così solo un punto percentuale dal presidente in carica, attestato al 14,6%. Tutti gli altri politici ucraini sono fermi a meno del 5%, con il premier Jatsenjuk e il suo “Fronte popolare”, vincitore dalle elezioni dell'ottobre scorso, precipitato al 2,8% delle intenzioni di voto, in quella che il sociologo Vladimir Sinelnikov definisce la sua “bancarotta politica”; una bancarotta di immagine di cui l'ex banchiere ed ex delfino della Timošenko incolpa, come ha fatto durante la sua recente visita in Canada, i perfidi canali tv occidentali che troppa attenzione hanno dedicato alle vicende greche, dimenticandosi di rimpinguare il suo portafoglio mediatico.

Secondo Radiovesti, la spiegazione del balzo in avanti della Timošenko può trovarsi nella sua relativa presa di distanze dal governo o, quantomeno, dall'assenza di dichiarazioni a sostegno della politica condotta dal premier Jatsenjuk. Sulle scelte sociali di quest'ultimo (ma, Jatsenjuk e Porošenko devono attenersi alle indicazioni del FMI o possono deviare?) anzi, Timošenko, pare giocare a mosca cieca, nonostante il suo partito faccia parte della coalizione al potere che, nella sua totalità, in un modo o nell'altro, è coinvolta nel colpo di stato del febbraio 2014 e nelle repressioni del dopo Majdan. Come non ricordare le parole con cui, nel marzo 2014, in un colloquio telefonico col miliardario ucraino ed ex vice segretario del Consiglio di difesa nazionale, Nestor Šufrič, alla domanda di quest'ultimo la ex premier-lady rispondesse

Come che sia, questa sorta di “opposizione interna” al gabinetto ha fatto guadagnare punti a “Patria” e alla sua matriarca, a suo tempo, prima del sanguinoso 2014, più volte indagata dalla magistratura e infine imprigionata per abuso di potere: la “principessa del gas” aveva diretto nel 2004, insieme a Viktor Juščenko, una delle prime rivoluzioni colorate del Dipartimento di stato USA nelle ex Repubbliche sovietiche, la “rivoluzione arancione” in Ucraina. E, se gli osservatori ucraini tendono a spiegare il suo recente balzo in avanti con “una costante” della politica nazionale – il trarsi momentaneamente in disparte procurerebbe consenso – non si può dimenticare che l'attuale frangente vede, accanto a un premier spalleggiato da un settore probabilmente “non vincente” del Congresso USA, un presidente che rischia lo scontro armato con la parte più apertamente neonazista dei battaglioni che costituirono la spina dorsale di "Euromajdan" e che lo accusano di essere un “agente del Cremlino”. Come non supporre che, in questa situazione, a Washington si cominci a guardare a qualche “cavallo di ritorno”, degli anni precedenti l'ultima presidenza Janukovič, mentre si continua a rinfoltire la scena politica ucraina con personaggi dell'opposizione russa a stelle e strisce? Nella stessa Ucraina, in pochi ormai credono che l'attuale compagine governativa riesca a giungere alla conclusione del mandato: in che maniera e con quali mezzi ciò possa avvenire, è presto per dirlo; i rapporti tra i vari raggruppamenti politici, formalmente alleati, sono in piena bagarre.

E d'altronde, pur se, secondo i sondaggi di Kiev, il 55,4% degli intervistati giudica negativamente il lavoro del presidente Porošenko e addirittura il 66,7% quello del premier Jatsenjuk, è difficile ipotizzare quale reale peso possa avere, sulle mosse politiche della leadership di Kiev il sentimento di quella grossa fetta di popolazione ucraina che, pur di veder conclusa la guerra nel Donbass, si dichiara convinta (15,3%) che il sudest debba entrare a far parte della Federazione Russa, si dichiara disposta a riconoscere la Crimea come russa (33% degli intervistati) e a concedere al russo (47,5%) lo status di lingua nazionale al pari dell'ucraino.

Ma, pur stante la verticale caduta di consenso per il lavoro del duo euroatlantico (pare che, a turno, si contendano ora l'uno, ora l'altro, l'appoggio o di Bruxelles o di Washington) non ogni giudizio negativo su Porošenko e Jatsenjuk è indice di prospettive positive. E' così che, ad esempio, ieri pomeriggio circa tremila persone (valutazione di RIA Novosti: a giudicare dai video diffusi, molto meno) hanno risposto all'appello di Pravyj sektor e si sono riunite a majdan Nezaležnosti (piazza Indipendenza, o più comunemente: majdan), scandendo slogan antirussi, di critica all'attuale potere ucraino e di richiamo al suo rovesciamento, oltre che per la “legittimazione” dei battaglioni neonazisti.

Quindi, anche volendo attribuire carattere di appuntamenti per il tè delle 5 ai frequenti viaggi dell'assistente del Segretario di stato USA Victoria Nuland a Kiev; anche dicendosi sicuri che le lettere di congressisti USA a Jatsenjuk contenessero solo auguri di buone vacanze ai suoi ministri, il sempre più frequente trasferimento in Ucraina di azzimati e ubbidienti rappresentanti della dissidenza russa, non sta forse a significare una sfiducia crescente, sulle rive del Potomac, nelle capacità degli uomini di Kiev a garantire gli interessi della multinazionale Monsanto sui fertili terreni dell'ex granaio d'Europa? Che significato può avere, ad esempio, la nomina della “dissidente” russa Marija Gajdar a vice del governatore di Odessa, l'ex presidente georgiano e amico fidato del Pentagono Mikhail Saakašvili? E' solo il caso di ricordare come, nei primi anni '90, quelli del “capitalismo da far west” a Mosca, il defunto padre della giovane Marija, l'allora giovanissimo Egor Gajdar, Ministro delle finanze e poi Primo ministro, avesse operato da punta di diamante, in coppia con il Ministro per le privatizzazioni Anatoli Čubajs, nell'elargizione in beneficenza della proprietà pubblica alla nascente oligarchia postsovietica, come dettagliatamente comandato da Washington a Boris Eltsin.

La giovane Marija, che si appresta a ottenere la cittadinanza ucraina e, in seguito, anche quella israeliana, senza rinunciare a quella russa (ma la legge ucraina non pare consentirlo) ha colto subito il significato del suo ruolo, dichiarando che la Russia nel 2008 attaccò la Georgia di Saakašvili e oggi sta aggredendo l'Ucraina. E mentre a Odessa già ironizzano e giurano sulla prossima nomina di un'altra teledissidente russa Ksenija Sobčak – anche lei figlia d'arte: suo padre fu l'ex sindaco liberal di Pietroburgo, Anatolij Sobčak – nei fatti l'ex copresidente del russo Parnas (Partito della libertà del popolo che, nel tempo, ha visto riuniti l'assassinato Boris Nemtsov, il blogger Aleksej Navalnyj, l'ex premier Mikhail Kasjanov), Vladimir Rižkov già dichiara di potersi trasferire in Ucraina, se . Singolare che le motivazioni di Rižkov ricalchino quasi alla lettera quelle della giovane Marija:
E' ora che al Dipartimento di stato a Washington istruiscano i propri adepti, pur nella conformità agli intenti generali, a differenziare le esternazioni con cui proclamano al mondo di voler ricalcare le orme degli eroi virgiliani che, dato che, a detta loro, quello patrio è oscurato dalle nubi dell'autoritarismo putiniano.

Fonte

26/03/2014

Timoshenko fuori di testa: “sterminiamo i russi con la bomba atomica”

Si fa presto a ricevere la patenta di ‘pasionaria’, di ‘prigioniera politica’, di ‘perseguitata per le sue idee di libertà’. Basta essere simpatica ai media occidentali e perseguire scopi e obiettivi in linea con gli interessi strategici delle cancellerie dell’Unione Europea e degli Stati Uniti. Il caso più eclatante è stato in questi anni quello di Yulia Timoshenko, leader della cosiddetta ‘rivoluzione arancione’ nel 2004 in Ucraina e poi finita in carcere perché scoperta  con le mani nel grande e redditizio sacco delle privatizzazioni delle risorse naturali del paese. Poco importa che la condanna a sette anni di carcere le siano stati inflitti per corruzione e malversazione, la stampa mainstream non ha avuto problemi in questi anni e in particolare nei mesi che hanno preceduto il golpe nazionalista a Kiev a raccontarci una storia parallela sulla ‘pasionaria’ bionda e bella ‘prigioniera del regime filorusso’.


Ma ora l’immagine della bionda oligarca che aspira a vincere le presidenziali ucraine del prossimo 25 maggio (quando si vota anche per il Parlamento Europeo, casualità?) potrebbe subire un inevitabile contraccolpo dopo che su youtube qualcuno – i servizi russi, ovviamente – ha diffuso una sua conversazione con un deputato del Partito delle Regioni (quello del deposto presidente Yanukovich) nel quale proferisce affermazioni di fuoco. Durante la telefonata intercettata la bionda icona della ‘rivoluzione arancione’ prima si dice pronta a “imbracciare un mitra e sparare in fronte a questo mascalzone” riferendosi al presidente russo Putin, e poi afferma che sarebbe il caso di sterminare con la bomba atomica otto milioni di russi che vivono nelle regioni orientali dell’Ucraina.

Un nostro lettore, Fabrizio Poggi, ci ha mandato la traduzione dei punti salienti della conversazione tra l’ex premier e Nestor Shfric, deputato della vecchia maggioranza di governo (e vice capo del Consiglio per la Sicurezza di Kiev del precedente governo...) evidentemente impegnato a passare con i nuovi padroni dell’Ucraina insieme ad altri transfughi: 
Julija Timoshenko: ...bisogna prendere le armi e (spianare) questi maledetti katsapi (termine intraducibile con cui gli ucraini definiscono in modo dispregiativo i russi) insieme con i loro capi. Mi dispiace di non poter essere là, di non aver diretto questo corso. Col *** avrebbero avuto la Crimea! Avrei saputo io come far fuori questi ***! Farò forza su tutti i miei legami, solleverò tutto il mondo affinché di questi *** della Russia semplicemente non rimanga neanche un campo bruciato.

Nestor Shufric: io ecco cosa ti dico. Naturalmente, ti sono alleato, e non solo alleato… Ecco, oggi mi hanno detto, stamani abbiamo tenuto una riunione con i capi della frazione, e dopo ho parlato con Viktor (forse Jushenko??? Non viene specificato). E Vitja (diminutivo di Viktor) ha detto:  e cosa facciamo ora con questi 8 milioni di russi che sono rimasti sul territorio ucraino? Essi ci sono estranei!

Julija Timoshenko: ...sterminiamoli con un a bomba atomica!
E poi qualcuno si chiede perché mai i russi che vivono al di fuori dei confini russi nelle ultime settimane si siano così allarmati da chiedere in molti casi il ricongiungimento con Mosca come è accaduto con il referendum crimeano ma come potrebbe accadere con quelli che vivono in Transinistria, nella stessa Ucraina sud-orientale, in Lettonia, Estonia e Lituania ecc.
Naturalmente il colpo per la Timoshenko è stato pesante, e la propaganda mediatica antirussa avrà il suo daffare per tentare di cambiare le carte in tavola e attutire le conseguenze delle sciagurate confessioni dell’oligarca ucraina.

La Timoshenko naturalmente sostiene che si tratta di una manipolazione che stravolge il suo pensiero e che non ha mai detto ciò che nella conversazione pubblicata su youtube si sente benissimo. Anche se, ha dovuto ammettere, la telefonata è vera, e risale al 18 marzo.

 Non è la prima volta che conversazioni compromettenti vengono intercettate ( probabilmente dai servizi russi) e diffuse sulla rete, rivelando alcune delle strategie del complicato intreccio di interessi in azione in Ucraina e contro Mosca.

A inizio febbraio era stata la segretaria di Stato aggiunta Victoria Nuland, una delle vice di John Kerry, a venire svergognata mentre invitava letteralmente l’Ue a fottersi («Fuck the Eu») in quanto secondo lei poco attiva contro il governo di Kiev poi fatto saltare attraverso l’uso di bande fasciste e armate. Tre settimane fa invece un’altra telefonata intercettata rivelava che il ministro degli Esteri estone Urmas Paet ventilava al capo della diplomazia Ue Catherine Ashton la seria possibilità che i morti di Kiev fossero stati falciati da cecchini al servizio dell’opposizione filoccidentale e non da esponenti delle forze di sicurezza ucraini.

Fonte

Sta gente sta più fuori di un balcone. Manco più le teste di legno si sanno scegliere le cancellerie occidentali. Complimenti vivissimi!