Con sincronismo perfetto, in questi giorni l’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa e il Segretario di stato USA Mike Pompeo hanno detto le stesse cose: la Russia deve restituire la Crimea all’Ucraina e smettere di sostenere il Donbass. Roba da non credere: chissà come avranno fatto a pensare la stessa cosa nello stesso giorno; nemmeno si fossero messi d’accordo! Eppure erano a un paio di migliaia di chilometri di distanza gli uni dall’altro: il capo del Pentagono si era infatti disturbato per arrivare fino a Kiev, a ricevere gli omaggi di Vladimir Zelenskij, mentre gli altri sedevano sui banchi di Strasburgo. Ma, il miracolo della trasmissione di pensieri si è avverato.
Stando alle fonti, per la risoluzione di Strasburgo, che chiede alla Russia di cessare “l’ingerenza militare” e “l’appoggio alle formazioni armate illegali” nel Donbass, oltre al perenne delenda Carthago del “restituire la Crimea”, su 321 deputati, 49 avrebbero votato a favore, 17 contro e tre si sarebbero astenuti: d’altronde, era già iniziato il weekend. Una risoluzione giudicata determinante da Kiev, i cui rappresentanti a Strasburgo l’avevano appunto proposta: senza di essa, nonostante i quotidiani bombardamenti sul Donbass, finanche sulla periferia di Donetsk, le truppe di Kiev non riescono a venire a capo della resistenza delle milizie popolari di DNR e LNR.
Nella capitale ucraina, invece, Pompeo si è intrattenuto col presidente Zelenskij, col Ministro degli esteri Vadim Pristajko e il Ministro della difesa Andrej Zagorodnjuk. “Il sostegno americano all’Ucraina è saldo e intendo sottolinearlo nell’incontro coi leader del governo ucraino, coi quali discuteremo lo sviluppo del nostro partenariato strategico e il rafforzamento dell’Ucraina quale stato libero e democratico”, aveva dichiarato Pompeo alla vigilia dell’arrivo a Kiev.
“Gli Stati Uniti difendono la sovranità e l’integrità territoriale dell’Ucraina. Continuiamo a sostenere l’Ucraina nell’adesione alla NATO e nell’avvicinarsi all’Unione europea”, ha affermato il Segretario di stato nella conferenza stampa al termine delle reverenze tributategli a Kiev. Pompeo ha anche sottolineato che Washington non riconoscerà mai i tentativi della Russia di legalizzare l’annessione della Crimea e ha ricordato che, dal gennaio 2017 a oggi, gli USA hanno fornito all’Ucraina oltre 1 miliardo di dollari di aiuti “per la difesa”. E continueremo a farlo, ha detto.
Secondo Alexandr Zubčenko, che ne scrive su news-front.info, Washington, in base al programma del 2018 “Governance democratica nell’Ucraina orientale”, ha stanziato 57 milioni di dollari (di cui 21 già spesi) con l’obiettivo di neutralizzare la “diffusa mentalità sovietica nella regione” del Donbass, per introdurvi una “integra identità civica”.
Poi, da sincero democratico e avveduto uomo d’affari, Pompeo ha sottolineato che gli USA intendono garantire che l’Ucraina sviluppi la supremazia del diritto, migliori il clima degli investimenti, riformi il settore della difesa e rafforzi l’indipendenza energetica. E te pareva: messa un po’ la sordina, per ovvi motivi interni, ai contatti di Joe e Hunter Biden per gli affari di gas in Ucraina, tocca mobilitare il Dipartimento di Stato, braccio operativo del business yankee.
Questo, per quanto riguarda gli affari. Quanto poi a supremazia del diritto, una manciata di giorni prima i compatrioti del buon Zelenskij lo avevano già mostrato quanto la rispettino, accompagnando in alta uniforme – della Wehrmacht – uno degli ultimi “patrioti” ucraini che ottant’anni fa già combattevano dalla stessa parte dell’odierna ucraina majdanista, cioè nella Divisione SS “Galizia”.
E poco importa che, nell’atto di costrizione e insieme di orgoglio nazionale, andato in scena il 27 gennaio, Vladimir Zelenskij, ebreo, avesse versato lacrime per gli ebrei morti a Auschwitz e avesse ascritto all’Ucraina la liberazione del campo di sterminio nazista, se poi per le strade di Kiev e delle principali città dell’Ucraina occidentale, si continuano a celebrare le gesta di uno dei peggiori arnesi dei pogrom anti-ebraici, quel Stepan Bandera che, negli stessi documenti della CIA, viene indicato come “terrorista” e “agente di Hitler”. Poco importa: tantomeno al Dipartimento di Stato, dato che la CIA aveva iniziato sin dal 1948 (queste le date ufficiali: per sapere qualcosa di più sugli anni precedenti, si dovrà aspettare ancora un po’) a servirsi degli uomini della cerchia più vicina a Bandera per le operazioni in territorio sovietico. Uno di tali elementi fu Mykola Lebed, in precedenza a capo del servizio di sicurezza dell’OUN e principale referente per le operazioni della CIA “Aerodynamics”, condotte in collaborazione con i servizi segreti britannici, italiani e tedeschi. Addestrato nel centro tedesco di Zakopane, in Polonia, pare che il ruolo di Lebed sia stato determinante nell’operazione “CARTEL”, in cui profuse tutta l’esperienza accumulata durante la guerra, allorché l’ala Bandera dell’OUN aveva perpetrato massacri di decine di migliaia di polacchi e di ebrei che abitavano nelle aree occidentali dell’Ucraina, soprattutto Galizia orientale e Volinia.
Ma tant’è: nelle operazioni pianificate dalla CIA per tentare di frantumare l’URSS anche con insurrezioni armate e in cui un ruolo determinante era affidato proprio alle zone ucraine con le più forti spinte nazionalistiche, gli ex terroristi dell’OUN-UPA rivestivano un ruolo significativo.
Nelle circa undicimila pagine desecretate dalla CIA, una grossa parte è dedicata a “Stepan Bandera e lo stato ucraino nel 1941”: nel 1948 Washington definiva chiaramente terroristi quello che è oggi l’eroe nazionale dell’Ucraina golpista e i membri della sua organizzazione. Bandera, è detto nei documenti yankee, che sin dall’inizio della sua carriera operò contro Russia e Polonia, è probabilmente il leader nazionalista più significativo in Ucraina insieme ad Andriy Melnik.
Aveva fatto parte dell’organizzazione terroristica OUN (Organizzazione dei nazionalisti ucraini) e prese parte all’omicidio del Ministro degli interni polacco di Bronislaw Peratski”. “Il 30 giugno 1941 il fascista ucraino e agente professionista di Hitler, Stepan Bandera proclamò a L’vov la creazione dello stato dell’Ucraina Occidentale”, è detto nei documenti USA, che citano un articolo del 1951 della rivista menscevica Bollettino socialista, destinata all’emigrazione russa, in cui è scritto anche che Bandera si era dedicato “con zelo particolare ad adempiere le indicazioni di Hitler”. Secondo tale documento, in cinque settimane di esistenza di quello “stato ucraino occidentale”, furono uccisi più di cinquemila ucraini, quindicimila ebrei e diverse migliaia di polacchi.
Ma ciò non impedisce al sindaco di Ivano-Frankovsk, – la città in cui oggi ai funerali di veterani delle SS si va addobbati in uniforme nazista – di progettare l’installazione di un monumento a Bandera in prossimità della frontiera russa; così come non impedisce al presidente polacco Duda di celebrare l’alleanza polacco-ucraina contro la RSFSR di ieri e la Russia di oggi; e non impedisce alla CIA di mettere a frutto l’esperienza terroristica dei nazisti passati e moderni.
Dopo Kiev, il tour porta Mike Pompeo a Minsk, per incontrare il presidente bielorusso Aleksandr Lukašenko che, per l’occasione, sui media europeisti, smette le vesti di “ultimo dittatore comunista d’Europa” e diviene “partner strategico” contro Mosca, soprattutto nella “indipendenza energetica” dal Cremlino che sta tanto a cuore a Pompeo.
Dopo Minsk, è la volta di Kazakhstan e Uzbekistan: un accerchiamento “energetico” perfetto, da ovest a sud e sudest della Russia.
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06/07/2017
Gli “eroi” nazisti dell’Ucraina golpista e lo sciovinismo polacco
Continua il “triello” a distanza Kiev-Varsavia-Mosca sulle questioni (solo apparentemente) storiche. Dopo le dichiarazioni del Ministro degli esteri polacco Witold Waszczykowski, lanciate all’indirizzo dei nazisti ucraini dalle colonne di wPolityce – “con Bandera, voi in Europa non entrate” – da Kiev rispondono “Decidiamo noi chi siano i nostri eroi”.
Primo fra tutti si era espresso uno dei diretti chiamati in causa, quel Jurij Šukhevič, figlio del comandante dell’OUN-UPA Roman Šukhevič e oggi deputato del Partito Radicale alla Rada, non nuovo a prese di posizione “europeiste”, come ad esempio il disegno di legge sullo “status giuridico e le onorificenze da attribuire alla memoria dei combattenti per l’indipendenza ucraina nel XX secolo”, in cui sono comprese, per l’appunto, le SS dell’OUN-UPA. Šukhevič aveva risposto con una cortesia liberal a Waszczykowski, invitando gli ucraini a “sputare sul muso ai polacchi”: cosa ce ne facciamo di “simili partner” aveva detto; “partner che pretendono che noi danziamo al suono dei loro pifferi. In fin dei conti, cosa sono questi polacchi, che vogliono stabilire chi sia per noi un eroe, chi non lo sia, chi abbia dei meriti di fronte all’Ucraina e chi no?”.
Al seguito di Šukhevič, il politologo Markijan Lubkivskij sostiene che le dichiarazioni del Ministro polacco “sono intempestive, non amichevoli e nuocciono alle relazioni bilaterali”, per cui Kiev dovrebbe pretendere da Varsavia spiegazioni “per le affermazioni circa il passato storico dell’Ucraina e Stepan Bandera”. Lubkivskij si aspetta che il Ministero degli esteri ucraino “convochi l’ambasciatore polacco per chiedere chiarimenti” circa le dichiarazioni di Waszczykowski, che costituiscono una “interferenza negli affari interni ucraini. Siamo noi a decidere chi siano i nostri eroi”, ha tuonato il politologo sulla scia dell’erede banderista, in riferimento al fatto che, con decreto di Petro Porošenko, due anni fa il 1 gennaio è diventato festa nazionale ucraina, in onore alla data di nascita del “sacro eroe” Stepan Bandera.
Chi invece un ambasciatore polacco non intende convocarlo, ma cacciarlo direttamente, senza tante cerimonie, è il deputato del Partito Comunista russo alla Duma, Nikolaj Kharitonov, in risposta alla decisione polacca sullo smantellamento di oltre duecento monumenti dedicati ai seicentomila soldati dell’Esercito Rosso che perirono in territorio polacco per liberare il paese dal nazismo. Kharitonov, in risposta al passo sciovinista polacco – la legge approvata lo scorso 22 giugno prevede in particolare l’eliminazione di ogni simbologia che possa ricordare “l’ideologia comunista”, a partire dalla stella rossa che campeggia su gran parte dei monumenti – chiede al governo di rompere le relazioni diplomatiche con la Polonia, richiamare l’ambasciatore russo a Varsavia e chiudere i rapporti commerciali col vicino occidentale.
Vicino occidentale che riceve oggi la visita del presidente USA Donald Trump, in occasione della conferenza cosiddetta “Intermarittima”, dei paesi compresi tra i bacini di mar Baltico, Nero e Adriatico e il cui presidente, Andrzej Duda, ha dichiarato per l’occasione che desidererebbe “che la presenza degli alleati e soprattutto degli Stati Uniti sul nostro territorio avesse un carattere permanente. Gli USA, ha dichiarato Duda a polskieradio.pl, rappresentano “una garanzia di sicurezza militare” e la visita di Trump in Polonia rafforza la posizione polacca nell’Unione Europea.
Difficilmente, dunque, la richiesta di Kharitonov in risposta allo sciovinismo di Varsavia avrà un seguito alla Duma; più probabili, passi concreti, ma “più elastici”, della diplomazia russa nei confronti delle autorità polacche. D’altronde, non risulta che nemmeno l’ambasciata ucraina in Russia sia stata chiusa o si siano interrotti i rapporti commerciali tra Kiev e Mosca, che anzi continua a essere il principale o uno dei principali partner economici dell’Ucraina; eppure, Mosca avrebbe avuto moltissime più ragioni per un passo simile, nei confronti delle provocazioni della junta golpista ucraina, che non dei passi della Polonia nazional-conservatrice.
E nemmeno sembra che, a dispetto delle dichiarazioni di Varsavia, i nazisti ucraini intendano rinunciare tanto presto ai loro “eroi” che servirono le SS. Tanto più che a Kiev irridono alle “questioni storiche” polacche, non foss’altro perché, loro stessi, sanno che, di fatto, la questione dell’ingresso formale nell’Europa non è così vicina e possono benissimo affermare che “avranno da passare alcune decine di altri Waszczykowski, prima che si parli dell’ingresso nella UE, da cui siamo ancora ben lontani”.
Molto più verosimile di ogni rottura diplomatica nel triangolo Kiev-Varsavia-Mosca e molto più prossima temporalmente, sembra invece essere la prospettiva che, per le imposizioni dettate dal FMI a Kiev per la concessione della nuova tranche di “aiuti”, metà della popolazione ucraina, composta in larga parte di lavoratori costretti a emigrare per poter trovare occupazione, rimanga senza pensione. D’altra parte, i soldi del FMI sono essenziali per Kiev, il cui debito estero negli anni del governo golpista è balzato da 22 a 74 miliardi di dollari, di cui ben 62 di debito pubblico e negli ultimi due mesi lo stesso FMI si è appropriato del 75% delle riserve auree ucraine, a compensazione dei prestiti.
Ancora una volta, più che le parole decide il tesoro; o, per dirla con il vecchio Theodor Fontane: abbi la proprietà e avrai il diritto.
Fonte
Primo fra tutti si era espresso uno dei diretti chiamati in causa, quel Jurij Šukhevič, figlio del comandante dell’OUN-UPA Roman Šukhevič e oggi deputato del Partito Radicale alla Rada, non nuovo a prese di posizione “europeiste”, come ad esempio il disegno di legge sullo “status giuridico e le onorificenze da attribuire alla memoria dei combattenti per l’indipendenza ucraina nel XX secolo”, in cui sono comprese, per l’appunto, le SS dell’OUN-UPA. Šukhevič aveva risposto con una cortesia liberal a Waszczykowski, invitando gli ucraini a “sputare sul muso ai polacchi”: cosa ce ne facciamo di “simili partner” aveva detto; “partner che pretendono che noi danziamo al suono dei loro pifferi. In fin dei conti, cosa sono questi polacchi, che vogliono stabilire chi sia per noi un eroe, chi non lo sia, chi abbia dei meriti di fronte all’Ucraina e chi no?”.
Al seguito di Šukhevič, il politologo Markijan Lubkivskij sostiene che le dichiarazioni del Ministro polacco “sono intempestive, non amichevoli e nuocciono alle relazioni bilaterali”, per cui Kiev dovrebbe pretendere da Varsavia spiegazioni “per le affermazioni circa il passato storico dell’Ucraina e Stepan Bandera”. Lubkivskij si aspetta che il Ministero degli esteri ucraino “convochi l’ambasciatore polacco per chiedere chiarimenti” circa le dichiarazioni di Waszczykowski, che costituiscono una “interferenza negli affari interni ucraini. Siamo noi a decidere chi siano i nostri eroi”, ha tuonato il politologo sulla scia dell’erede banderista, in riferimento al fatto che, con decreto di Petro Porošenko, due anni fa il 1 gennaio è diventato festa nazionale ucraina, in onore alla data di nascita del “sacro eroe” Stepan Bandera.
Chi invece un ambasciatore polacco non intende convocarlo, ma cacciarlo direttamente, senza tante cerimonie, è il deputato del Partito Comunista russo alla Duma, Nikolaj Kharitonov, in risposta alla decisione polacca sullo smantellamento di oltre duecento monumenti dedicati ai seicentomila soldati dell’Esercito Rosso che perirono in territorio polacco per liberare il paese dal nazismo. Kharitonov, in risposta al passo sciovinista polacco – la legge approvata lo scorso 22 giugno prevede in particolare l’eliminazione di ogni simbologia che possa ricordare “l’ideologia comunista”, a partire dalla stella rossa che campeggia su gran parte dei monumenti – chiede al governo di rompere le relazioni diplomatiche con la Polonia, richiamare l’ambasciatore russo a Varsavia e chiudere i rapporti commerciali col vicino occidentale.
Vicino occidentale che riceve oggi la visita del presidente USA Donald Trump, in occasione della conferenza cosiddetta “Intermarittima”, dei paesi compresi tra i bacini di mar Baltico, Nero e Adriatico e il cui presidente, Andrzej Duda, ha dichiarato per l’occasione che desidererebbe “che la presenza degli alleati e soprattutto degli Stati Uniti sul nostro territorio avesse un carattere permanente. Gli USA, ha dichiarato Duda a polskieradio.pl, rappresentano “una garanzia di sicurezza militare” e la visita di Trump in Polonia rafforza la posizione polacca nell’Unione Europea.
Difficilmente, dunque, la richiesta di Kharitonov in risposta allo sciovinismo di Varsavia avrà un seguito alla Duma; più probabili, passi concreti, ma “più elastici”, della diplomazia russa nei confronti delle autorità polacche. D’altronde, non risulta che nemmeno l’ambasciata ucraina in Russia sia stata chiusa o si siano interrotti i rapporti commerciali tra Kiev e Mosca, che anzi continua a essere il principale o uno dei principali partner economici dell’Ucraina; eppure, Mosca avrebbe avuto moltissime più ragioni per un passo simile, nei confronti delle provocazioni della junta golpista ucraina, che non dei passi della Polonia nazional-conservatrice.
E nemmeno sembra che, a dispetto delle dichiarazioni di Varsavia, i nazisti ucraini intendano rinunciare tanto presto ai loro “eroi” che servirono le SS. Tanto più che a Kiev irridono alle “questioni storiche” polacche, non foss’altro perché, loro stessi, sanno che, di fatto, la questione dell’ingresso formale nell’Europa non è così vicina e possono benissimo affermare che “avranno da passare alcune decine di altri Waszczykowski, prima che si parli dell’ingresso nella UE, da cui siamo ancora ben lontani”.
Molto più verosimile di ogni rottura diplomatica nel triangolo Kiev-Varsavia-Mosca e molto più prossima temporalmente, sembra invece essere la prospettiva che, per le imposizioni dettate dal FMI a Kiev per la concessione della nuova tranche di “aiuti”, metà della popolazione ucraina, composta in larga parte di lavoratori costretti a emigrare per poter trovare occupazione, rimanga senza pensione. D’altra parte, i soldi del FMI sono essenziali per Kiev, il cui debito estero negli anni del governo golpista è balzato da 22 a 74 miliardi di dollari, di cui ben 62 di debito pubblico e negli ultimi due mesi lo stesso FMI si è appropriato del 75% delle riserve auree ucraine, a compensazione dei prestiti.
Ancora una volta, più che le parole decide il tesoro; o, per dirla con il vecchio Theodor Fontane: abbi la proprietà e avrai il diritto.
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13/03/2017
Gli eredi canadesi dei filonazisti ucraini
Mentre continuano i bombardamenti ucraini sulle città delle Repubbliche popolari (ieri sono stati registrati 655 tiri di artiglierie e carri armati su Staromikhajlovka, Jasinovataja, Gorlovka, Dokučaevsk, Sakhanka, Kominternovo e altre città della DNR; decine di tiri di mortai e lanciagranate pesanti su Kalinovka, Lozovoe, Logvinovo e altri centri della LNR) e mentre, d'altro canto, si registrano perdite tra le stesse forze ucraine (ieri due fanti di marina sono rimasti uccisi e tre feriti dal fuoco delle milizie, che hanno respinto un tentativo di attacco dal mar d'Azov) sembra farsi più acuta, per Kiev, la questione di far accettare in occidente la discendenza filonazista degli attuali golpisti.
Tatjana Boženko ricorda su news-front.info come, verso la fine della guerra, nel 1945, si fossero fatte più efferate le azioni terroristiche dei banderisti galiziani di OUN-UPA che, attaccando i villaggi considerati fedeli al regime sovietico, iniziarono la pratica dell'assassinio di un abitante su cinque. Le istruzioni dei comandi OUN insistevano sulla "distruzione senza pietà delle basi politiche e socio-economiche del sistema nemico". A fini terroristici, si ordinava ai reparti non solo l'eliminazione dei “sovietizzati”, ma anche l'intimidazione della popolazione, per mezzo di oltraggi e sevizie sui corpi degli uccisi.
A fine '44, quando era già evidente la sconfitta della Germania nazista, i tedeschi liberarono dai campi di prigionia Stepan Bandera e altri leader dell'OUN e cominciarono in Polonia l'addestramento di gruppi terroristici da inviare in territorio sovietico. Già ai primi del '45, Bandera dirigeva lo "Abwehrkommand-202" di Cracovia, per l'addestramento di sabotatori. Allorché l'Armata Rossa entrò in città, Otto Skorzeni (quello che liberò Mussolini sul Gran Sasso) sottrasse Bandera alla cattura e lo portò a Monaco, dove iniziò a coordinare le attività tra OUN e servizi speciali angloamericani.
Il parallelo con la situazione odierna, scrive Boženko, risiede nel fatto che, mentre ufficialmente si riducono gli stanziamenti USA in “armi letali” all'Ucraina, allo stesso tempo si incrementa l'addestramento Nato di reparti di sabotatori, al comando del maggior-generale Igor Lunëv. Il coordinamento delle operazioni avverrebbe tramite il centro Nato in Lituania e proprio i reparti speciali del paese baltico sarebbero i partner diretti di quelli ucraini. A questi ultimi pare potersi imputare l'organizzazione dell'assassinio del comandante delle milizie della LNR Oleg Anaščenko, poco più di un mese fa, mentre gli esecutori diretti, poi catturati, avrebbero rivelato la presenza di loro commilitoni già in territorio russo.
E se il canale Rossija 24 manda in onda un lungo e documentato servizio sui nazionalisti e fascisti russi inquadrati nell'esercito ucraino o nei battaglioni neonazisti in guerra nel Donbass, ricorda anche come i nomi degli antichi collaborazionisti filonazisti vengano oggi evocati non solo sul vecchio continente. Il caso più “clamoroso” sembra esser quello della ministra degli esteri canadese Chrystia Freeland, nipote dell'ex filohitleriano dell'UPA ucraino Mikhajlo Khomjak.
Come scrive Pavel Šipilin su news-front.info, in sé e per sé la notizia non ha nulla di sensazionale: sono centinaia o forse migliaia gli ex collaborazionisti, fuggiti a ovest alla fine della guerra e moltissimi di loro proprio in Canada, dove hanno allevato figli e nipoti nello spirito del nazismo. Oggi, però, quello spirito non deve uscire allo scoperto; e allora ecco che Chrystia parla del nonno come di un eroe, che combatté “per il ritorno dell'Ucraina alla libertà e alla democrazia”. Ma ecco che, lo scorso 27 febbraio, sul sito Consortiumnews.com compare un lungo e dettagliato servizio di Arina Tsukanova (giornalista ucraina rifugiata in Crimea) in cui si rivela che il nonno materno di Chrystia, Mikhajlo Khomjak, era stato direttore di “Notizie di Cracovia”, giornale che plaudeva al regime nazista e all'Olocausto, nominato nell'incarico nientemeno che da Hans Frank, il governatore hitleriano della Polonia, giustiziato poi a Norimberga.
Verso la fine del 1944, Khomjak e il suo diretto superiore, Emil Gassner, capo del Dipartimento stampa del Governatorato di Polonia, trasferirono in Austria la redazione di “Notizie di Cracovia” e in seguito si consegnarono agli americani in Baviera. Nel 1948 Khomjak emigrò in Canada, dove la devota nipote ha potuto farsi una carriera pubblicistica (è stata nominata Ministro degli esteri solo nel gennaio scorso) nel Financial Times, Economist, ma soprattutto nel Globe and Mail, con reportage dall'Ucraina a fianco di Victoria Nuland, Vitalij Kličkò, di Petro Porošenko e del capo dei tatari di Crimea filogolpisti Mustafa Džemilev.
Naturalmente, le notizie di Consortiumnews sono state immediatamente bollate, sia dalla Freeland che da alcuni suoi colleghi di governo, come parte della campagna russa di fake news, senza che però nessuno di essi potesse smentire il passato di Khomjak. Il famoso giornalista d'inchiesta statunitense Robert Parry, ancora su Consortiumnews, non ha avuto difficoltà a confermare la veridicità di quanto scritto dalla Tsukanova.
Fonte
Tatjana Boženko ricorda su news-front.info come, verso la fine della guerra, nel 1945, si fossero fatte più efferate le azioni terroristiche dei banderisti galiziani di OUN-UPA che, attaccando i villaggi considerati fedeli al regime sovietico, iniziarono la pratica dell'assassinio di un abitante su cinque. Le istruzioni dei comandi OUN insistevano sulla "distruzione senza pietà delle basi politiche e socio-economiche del sistema nemico". A fini terroristici, si ordinava ai reparti non solo l'eliminazione dei “sovietizzati”, ma anche l'intimidazione della popolazione, per mezzo di oltraggi e sevizie sui corpi degli uccisi.
A fine '44, quando era già evidente la sconfitta della Germania nazista, i tedeschi liberarono dai campi di prigionia Stepan Bandera e altri leader dell'OUN e cominciarono in Polonia l'addestramento di gruppi terroristici da inviare in territorio sovietico. Già ai primi del '45, Bandera dirigeva lo "Abwehrkommand-202" di Cracovia, per l'addestramento di sabotatori. Allorché l'Armata Rossa entrò in città, Otto Skorzeni (quello che liberò Mussolini sul Gran Sasso) sottrasse Bandera alla cattura e lo portò a Monaco, dove iniziò a coordinare le attività tra OUN e servizi speciali angloamericani.
Il parallelo con la situazione odierna, scrive Boženko, risiede nel fatto che, mentre ufficialmente si riducono gli stanziamenti USA in “armi letali” all'Ucraina, allo stesso tempo si incrementa l'addestramento Nato di reparti di sabotatori, al comando del maggior-generale Igor Lunëv. Il coordinamento delle operazioni avverrebbe tramite il centro Nato in Lituania e proprio i reparti speciali del paese baltico sarebbero i partner diretti di quelli ucraini. A questi ultimi pare potersi imputare l'organizzazione dell'assassinio del comandante delle milizie della LNR Oleg Anaščenko, poco più di un mese fa, mentre gli esecutori diretti, poi catturati, avrebbero rivelato la presenza di loro commilitoni già in territorio russo.
E se il canale Rossija 24 manda in onda un lungo e documentato servizio sui nazionalisti e fascisti russi inquadrati nell'esercito ucraino o nei battaglioni neonazisti in guerra nel Donbass, ricorda anche come i nomi degli antichi collaborazionisti filonazisti vengano oggi evocati non solo sul vecchio continente. Il caso più “clamoroso” sembra esser quello della ministra degli esteri canadese Chrystia Freeland, nipote dell'ex filohitleriano dell'UPA ucraino Mikhajlo Khomjak.
Come scrive Pavel Šipilin su news-front.info, in sé e per sé la notizia non ha nulla di sensazionale: sono centinaia o forse migliaia gli ex collaborazionisti, fuggiti a ovest alla fine della guerra e moltissimi di loro proprio in Canada, dove hanno allevato figli e nipoti nello spirito del nazismo. Oggi, però, quello spirito non deve uscire allo scoperto; e allora ecco che Chrystia parla del nonno come di un eroe, che combatté “per il ritorno dell'Ucraina alla libertà e alla democrazia”. Ma ecco che, lo scorso 27 febbraio, sul sito Consortiumnews.com compare un lungo e dettagliato servizio di Arina Tsukanova (giornalista ucraina rifugiata in Crimea) in cui si rivela che il nonno materno di Chrystia, Mikhajlo Khomjak, era stato direttore di “Notizie di Cracovia”, giornale che plaudeva al regime nazista e all'Olocausto, nominato nell'incarico nientemeno che da Hans Frank, il governatore hitleriano della Polonia, giustiziato poi a Norimberga.
Verso la fine del 1944, Khomjak e il suo diretto superiore, Emil Gassner, capo del Dipartimento stampa del Governatorato di Polonia, trasferirono in Austria la redazione di “Notizie di Cracovia” e in seguito si consegnarono agli americani in Baviera. Nel 1948 Khomjak emigrò in Canada, dove la devota nipote ha potuto farsi una carriera pubblicistica (è stata nominata Ministro degli esteri solo nel gennaio scorso) nel Financial Times, Economist, ma soprattutto nel Globe and Mail, con reportage dall'Ucraina a fianco di Victoria Nuland, Vitalij Kličkò, di Petro Porošenko e del capo dei tatari di Crimea filogolpisti Mustafa Džemilev.
Naturalmente, le notizie di Consortiumnews sono state immediatamente bollate, sia dalla Freeland che da alcuni suoi colleghi di governo, come parte della campagna russa di fake news, senza che però nessuno di essi potesse smentire il passato di Khomjak. Il famoso giornalista d'inchiesta statunitense Robert Parry, ancora su Consortiumnews, non ha avuto difficoltà a confermare la veridicità di quanto scritto dalla Tsukanova.
Fonte
06/03/2017
La fede ucraina tra Stepan Bandera e Nestor Makhnò
Mentre è atteso per domani l'incontro a Washington tra il Segretario di stato USA Rex Tillerson e il Ministro degli esteri ucraino Pavel Klimkin, l'ex regina del gas e leader del partito “Patria” Julija Timošenko si è già incontrata per due volte da inizio anno con Donald Trump. La seconda volta, pochi giorni fa, dopo il colloquio a Kiev con l'ambasciatrice statunitense Mary Jovanovič. Diverse voci ucraine, russe e addirittura rumene parlano di tentativi della ex presidente del consiglio ucraina di ottenere l'appoggio USA in vista di un ricambio di poltrona presidenziale a Kiev, dato il destino pressoché già segnato di Petro Porošenko.
Ma i giochi politici non impediscono a militari e neonazisti di continuare a martoriare la popolazione del Donbass. Da alcuni giorni, le truppe di Kiev hanno cominciato a colpire anche dal mare le posizioni della DNR più vicine alla costa del mar d'Azov, nell'area di Mariupol, aprendo il fuoco con cannoncini e mitragliatrici pesanti di bordo di alcune motovedette. A terra, danneggiate diverse abitazioni, le condutture del gas e la linea elettrica nell'area di Kominternovo, una ventina di km a nordest di Mariupol, dopo che, nei giorni precedenti, i bombardamenti ucraini avevano privato dell'energia elettrica la centrale di filtraggio dell'acquedotto di Donetsk. Colpita ripetutamente nelle ultime ventiquattrore Jasinovataja; martellate con mortai di grosso calibro le posizioni delle milizie nelle aree di Novoluganskoe e Svetlodarskoe: un miliziano della LNR è rimasto ucciso nella zona di Veselogorovka. Tiri di mortai da 82 e 120 mm, lanciagranate, razzi ZU-23-2 e mezzi controcarro hanno colpito Pervomajsk, Frunze, i villaggi di Donetskij, Želobok, Lozovoe, Kalinovka, Kalinovo e Logvinovo.
Intanto, come ha scritto su Facebook il presidente della Commissione esteri del Senato russo, Konstantin Kosačev, l'Ucraina sta incominciando a “scarrocciare dal banderismo al makhnismo”. Il riferimento è all'avventuriero semianarchico Nestor Makhnò che, dopo la rivoluzione, oscillò per un po' di tempo tra l'alleanza con l'Esercito Rosso e i continui passaggi alla Guardia Bianca nel sud dell'Ucraina e, oggi, al tentativo dei nazionalisti ucraini di prendere il controllo delle linee ferroviarie alla frontiera con la Russia. Alcuni raggruppamenti neonazisti, dopo aver organizzato il blocco dei collegamenti con il Donbass – che, tra l'altro, privano di carbone l'Ucraina – avrebbero ora installato un proprio “posto di controllo” all'altezza di Konotop, all'estremo nordest dell'Ucraina, una settantina di km dal confine russo. “Quando chiunque può interrompere i collegamenti ferroviari con il paese vicino” afferma Kosačev, “è già un serio segnale di collasso dello Stato".
E' su questo sfondo che, comunque, il banderismo rimane il “faro” dell'Ucraina golpista e dei suoi bastioni spirituali. E' di questi giorni una nuova perla del Patriarcato di Kiev, che ha canonizzato i filonazisti dell'UPA di Stepan Bandera e Roman Šukhevič, che parteciparono ai massacri della Volinja polacca durante l'occupazione hitleriana. Il metropolita di Lutsk e Volinja, Mikhail, nel benedire la chiesa di tutti i santi nella zona di Volčanka, sul limitare delle province di Turijsk e Vladimir-Volinskij, ha definito “santi” i membri dell'UPA. “Annoveriamo i combattenti dell'UPA” ha detto Mikhail, “tra gli uomini dalla vita santa. Essi immolarono quanto di più prezioso avessero, cioè la vita, per la loro terra, per i loro cari, per la loro fede”.
La radura di Volčanka è considerata luogo di nascita delle formazioni banderiste dell'UPA, il cosiddetto Esercito insurrezionale ucraino. Alla fine del 1942, nelle foreste della zona, il capo distrettuale dell'Organizzazione dei nazionalisti ucraini (OUN), "Afta", creò la base militare dei distretti di Kovel e Liuboml dell'OUN. Nel villaggio, c'era il quartier generale dell'UPA-Nord e il comando del distretto militare "Turov". Furono proprio i distaccamenti OUN-UPA della Volinja, ricorda news-front.info, a manifestare particolare brutalità durante la pulizia etnica contro la popolazione polacca della Volinja, noto come "massacro della Volinja", ordinata dai dirigenti politici del Servizio di sicurezza, il cosiddetto OUN(b).
Negli stessi luoghi, lo scorso agosto, la locale organizzazione dei neonazisti di “Svoboda” aveva inaugurato il complesso “Volčanka. Volinskaja Seč”, rimettendo in piedi il sistema di trincee, camuffamenti e rifugi segreti usato all'inizio degli anni '40 dai terroristi dell'UPA che combattevano contro l'esercito sovietico e costruendo un museo “della gloria militare” e la chiesa di tutti i santi ora benedetta da Mikhail. Amen, per l'Ucraina.
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Ma i giochi politici non impediscono a militari e neonazisti di continuare a martoriare la popolazione del Donbass. Da alcuni giorni, le truppe di Kiev hanno cominciato a colpire anche dal mare le posizioni della DNR più vicine alla costa del mar d'Azov, nell'area di Mariupol, aprendo il fuoco con cannoncini e mitragliatrici pesanti di bordo di alcune motovedette. A terra, danneggiate diverse abitazioni, le condutture del gas e la linea elettrica nell'area di Kominternovo, una ventina di km a nordest di Mariupol, dopo che, nei giorni precedenti, i bombardamenti ucraini avevano privato dell'energia elettrica la centrale di filtraggio dell'acquedotto di Donetsk. Colpita ripetutamente nelle ultime ventiquattrore Jasinovataja; martellate con mortai di grosso calibro le posizioni delle milizie nelle aree di Novoluganskoe e Svetlodarskoe: un miliziano della LNR è rimasto ucciso nella zona di Veselogorovka. Tiri di mortai da 82 e 120 mm, lanciagranate, razzi ZU-23-2 e mezzi controcarro hanno colpito Pervomajsk, Frunze, i villaggi di Donetskij, Želobok, Lozovoe, Kalinovka, Kalinovo e Logvinovo.
Intanto, come ha scritto su Facebook il presidente della Commissione esteri del Senato russo, Konstantin Kosačev, l'Ucraina sta incominciando a “scarrocciare dal banderismo al makhnismo”. Il riferimento è all'avventuriero semianarchico Nestor Makhnò che, dopo la rivoluzione, oscillò per un po' di tempo tra l'alleanza con l'Esercito Rosso e i continui passaggi alla Guardia Bianca nel sud dell'Ucraina e, oggi, al tentativo dei nazionalisti ucraini di prendere il controllo delle linee ferroviarie alla frontiera con la Russia. Alcuni raggruppamenti neonazisti, dopo aver organizzato il blocco dei collegamenti con il Donbass – che, tra l'altro, privano di carbone l'Ucraina – avrebbero ora installato un proprio “posto di controllo” all'altezza di Konotop, all'estremo nordest dell'Ucraina, una settantina di km dal confine russo. “Quando chiunque può interrompere i collegamenti ferroviari con il paese vicino” afferma Kosačev, “è già un serio segnale di collasso dello Stato".
E' su questo sfondo che, comunque, il banderismo rimane il “faro” dell'Ucraina golpista e dei suoi bastioni spirituali. E' di questi giorni una nuova perla del Patriarcato di Kiev, che ha canonizzato i filonazisti dell'UPA di Stepan Bandera e Roman Šukhevič, che parteciparono ai massacri della Volinja polacca durante l'occupazione hitleriana. Il metropolita di Lutsk e Volinja, Mikhail, nel benedire la chiesa di tutti i santi nella zona di Volčanka, sul limitare delle province di Turijsk e Vladimir-Volinskij, ha definito “santi” i membri dell'UPA. “Annoveriamo i combattenti dell'UPA” ha detto Mikhail, “tra gli uomini dalla vita santa. Essi immolarono quanto di più prezioso avessero, cioè la vita, per la loro terra, per i loro cari, per la loro fede”.
La radura di Volčanka è considerata luogo di nascita delle formazioni banderiste dell'UPA, il cosiddetto Esercito insurrezionale ucraino. Alla fine del 1942, nelle foreste della zona, il capo distrettuale dell'Organizzazione dei nazionalisti ucraini (OUN), "Afta", creò la base militare dei distretti di Kovel e Liuboml dell'OUN. Nel villaggio, c'era il quartier generale dell'UPA-Nord e il comando del distretto militare "Turov". Furono proprio i distaccamenti OUN-UPA della Volinja, ricorda news-front.info, a manifestare particolare brutalità durante la pulizia etnica contro la popolazione polacca della Volinja, noto come "massacro della Volinja", ordinata dai dirigenti politici del Servizio di sicurezza, il cosiddetto OUN(b).
Negli stessi luoghi, lo scorso agosto, la locale organizzazione dei neonazisti di “Svoboda” aveva inaugurato il complesso “Volčanka. Volinskaja Seč”, rimettendo in piedi il sistema di trincee, camuffamenti e rifugi segreti usato all'inizio degli anni '40 dai terroristi dell'UPA che combattevano contro l'esercito sovietico e costruendo un museo “della gloria militare” e la chiesa di tutti i santi ora benedetta da Mikhail. Amen, per l'Ucraina.
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16/10/2015
Il 14 ottobre ucraino: giornata patriottica con bandiere naziste
La famosa foglia di fico, con cui i nostri lontani progenitori, stando alla Genesi, si sarebbero coperti le pudenda uscendo dall'area naturista del paradiso terrestre, esiste per davvero. A volte ne fanno uso gli stessi soggetti interessati; altre volte, vi ricorrono quei misericordiosi che intendono coprire troppo sfacciate uscite dei loro beniamini. Ecco dunque la compassionevole trovata di un media nostrano che, lo scorso 14 ottobre, ha pensato di sfoggiare un Petro Porošenko in panni da aviatore “a bordo di un caccia bombardiere, nella Giornata patriottica che in Ucraina ricorda l'annessione della Crimea alla Russia”. Troppo impresentabile deve esser sembrata, ai nostri, la vera occasione di quel travestimento presidenziale, e così hanno coperto le vergogne come meglio hanno potuto, assestando nel contempo un altro colpetto alla madre di tutti i mali più recenti dell'orbe terraqueo, la Russia.
Peccato che la Russia non c'entri per nulla. Il 14 ottobre, nell'Ucraina golpista, è festa nazionale sì, e anche patriottica – per l'esattezza: Giornata dei difensori della Patria – ma l'unica annessione che possa ricordarsi è quella per cui, nel 1941, '42 e fino al 1944, i nazionalisti, i resti delle bande fasciste e quanto rimaneva dagli anni '20 degli anarco-banditi di Nestor Makhno giubilarono all'arrivo delle truppe naziste, di cui prontamente si misero al servizio, sparando sui soldati dell'Armata Rossa in ritirata e dando poi vita anche alla divisione SS “Galizia”. I nostri devono essersi detti: non è possibile che un paese diventato democratico da più di un anno e mezzo, che ha lottato democraticamente con pistole, carabine e molotov a majdan per entrare nella democratica Unione Europea, uccidendo democraticamente chi vi si opponeva, non è possibile che, il 14 ottobre, volesse “ricordare” altro se non “l'annessione della Crimea alla Russia”. Purtroppo per loro, nemmeno la Crimea c'entra: già da diversi mesi, la democratica Rada ucraina, in cui le questioni si risolvono a mani nude (tra quei democratici, i guantoni li usa solo uno, per giunta sul ring), aveva elevato a festa patriottica nazionale proprio il 14 ottobre, “a ricordo” della fondazione dell'UPA, l'Esercito insurrezionale ucraino, il braccio armato dell'OUN, l'Organizzazione dei nazionalisti ucraini al servizio delle SS, il cui artefice, Stepan Bandera, è oggi “eroe sacro” dell'Ucraina. A dispetto anche di altri media, sempre nostrani, che hanno avuto parole di sincera commozione per quel giovane galiziano, cresciuto “nel primo dopoguerra, subendo in prima persona” sia “le discriminazioni dei polacchi verso gli ucraini”, che l'oppressione dei nefasti bolscevichi, è il caso di ricordare che proprio lui, Stepan Bandera, è stato il capo indiscusso di quelle SS ucraine che l'aviatore Porošenko chiama oggi “difensori della Patria”, che volevano “liberare” l'Ucraina da ebrei e comunisti, sopprimendoli già in tenera età.
“L'Ucraina sta precipitosamente eroicizzando i fascisti e gli assassini dell'UPA”, scriveva proprio oggi Vesti.ru, in riferimento alla nuova strategia di educazione nazional-patriottica della gioventù fino al 2020, il cui ukaz il cacciabombardiere Porošenko ha firmato alla vigilia del 14 ottobre, esortando a riscrivere i testi di storia per gli studenti. Testi da cui scompariranno, scrive Vesti.ru, gli oltre 60mila polacchi della Volinia massacrati dall'UPA nel 1943, allorché i boia filonazisti “appesero agli alberi corone di bambini assassinati, tracciando in tal modo la strada, come dissero, all'Ucraina indipendente”; mentre faranno la loro comparsa, in veste di eroi, i reparti nazionalisti e collaborazionisti della Karpatskaja Seč e dell'UPA, responsabili dell'uccisione di quasi un milione di persone, civili e militari. E nessuno spiegherà più ai giovani ucraini che la principale parola d'Ordine di majdan “gloria all'Ucraina”, discende dal saluto dell'UPA, copiato sul modello nazista “Heil Hitler”.
Proprio con quelle parole d'ordine, “gloria all'Ucraina”, “ai martiri di majdan” (ma da chi furono presi a fucilate?), “agli eroi dell'Operazione AntiTerrorismo” nel Donbass (ma chi ha fatto il vero terrorismo, massacrando civili, donne e vecchi?) alcune migliaia di neonazisti di Svoboda e Pravyj sektor hanno organizzato anche quest'anno la “marcia degli eroi” nel centro di Kiev, il 14 ottobre, inscenando anche teatrali colpi di petardo tra le proprie file e quelle della polizia, sbandierando vessilli giallo-celesti di Svoboda e rosso-nere di Pravyj sektor, portando ritratti di Stepan Bandera e scandendo slogan come “Bandera è il nostro eroe”.
E la pressione propagandistica e ideologica dei golpisti è tale per cui, secondo le statistiche, se appena due anni fa solo il 27% degli intervisti parlava dell'UPA come di combattenti per l'indipendenza, oggi il numero è quasi raddoppiato; mentre è calata al 38% degli intervistati (era il 52% nel 2013) la percentuale di chi ha un atteggiamento negativo nei confronti dei combattenti filonazisti.
Davvero una “giornata patriottica”, quella del 14 ottobre; ne prendano atto tutti coloro che plaudono alla “liberazione” dell'Ucraina dai “terroristi” del Donbass, dai sindacalisti bruciati vivi a Odessa; dai deputati e dai giornalisti freddati sulla soglia di casa, dai comunisti messi fuori legge e bastonati.
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15/10/2015
Kiev festeggia i 'Difensori dell'Ucraina' che collaborarono con le SS naziste
In tempi sovietici, in tutte le Repubbliche dell'Urss si festeggiava il 23 febbraio la giornata delle forze armate, nell'anniversario della formazione dell'Esercito Rosso, nel 1918.
In Ucraina, si riconosce oggi, per la prima volta come festa nazionale, la "Giornata dei difensori dell'Ucraina". Come mai il 14 ottobre? Perché nell'Ucraina dei Porošenko e degli Jatsenjuk, dei battaglioni neonazisti e del golpe del febbraio 2014, è buona regola innalzare a eroi gli antesignani dell'attuale corso nazionale e il 14 ottobre del 1942 era stato fondato l'Esercito insurrezionale ucraino, meglio conosciuto come UPA.
Lo aveva già indirettamente annunciato l'ex presidente pro-UE Viktor Juščenko, definendo il leader dell'OUN, l'Organizzazione dei nazionalisti ucraini al servizio delle SS, Stepan Bandera, “eroe sacro” dell'Ucraina e ricordando come, sei anni fa, da presidente, lo avesse insignito del titolo di “Eroe dell'Ucraina” - decisione poi annullata dal presidente Viktor Janukovič, quello fatto fuori dai golpisti nel febbraio dell'anno scorso.
Ora, il suo epigono nei panni di presidente non ha voluto esser da meno e ha innalzato a festa nazionale l'anniversario della formazione del braccio militare dell'OUN, l'UPA, che formò un'intera divisione di SS ucraine e combatté a fianco dei nazisti contro l'esercito sovietico. Oggi dunque, gli emuli di coloro che tra il 1942 e il 1944 massacrarono più di un milione di persone tra soldati sovietici, donne e i bambini soprattutto nelle regioni polacche dell'Ucraina, rom e comunisti, mostrandosi in molti casi più feroci delle SS di cui erano al servizio, godranno di tutti privilegi dell'ufficialità nella loro marcia annuale per le vie di Kiev.
Lo scorso 1 gennaio Porošenko aveva già provveduto a elevare a festa nazionale l'anniversario della nascita di Stepan Bandera; a marzo, la Rada aveva decretato il 14 ottobre giorno non lavorativo: dunque, con la consacrazione anche del ramo militare dell'OUN, l'UPA comandato da Roman Šukhevič, i neonazisti ucraini di Svoboda e Pravy sektor possono oggi onorare le dichiarazioni presidenziali di “trattare con estrema responsabilità l'organizzazione di eventi". Lo stesso Porošenko interverrà a una rassegna di mezzi militari inscenata per l'occasione.
Questa veloce “evoluzione” ucraina si è snodata attraverso un'intera serie di tappe: dall'uso del termine Seconda guerra mondiale, invece dell'espressione usata in epoca sovietica di Grande guerra patriottica, fino all'affermazione jatsenukiana secondo cui “l'Unione Sovietica nel 1941 invase Ucraina e Germania” e così via. Dopo tutto, i regimi nati da colpi di stato e che si reggono sull'organizzazione del terrore contro una parte del proprio stesso popolo, hanno bisogno di ispirarsi a una riedizione delle proprie “glorie” trascorse.
Fonte
In Ucraina, si riconosce oggi, per la prima volta come festa nazionale, la "Giornata dei difensori dell'Ucraina". Come mai il 14 ottobre? Perché nell'Ucraina dei Porošenko e degli Jatsenjuk, dei battaglioni neonazisti e del golpe del febbraio 2014, è buona regola innalzare a eroi gli antesignani dell'attuale corso nazionale e il 14 ottobre del 1942 era stato fondato l'Esercito insurrezionale ucraino, meglio conosciuto come UPA.
Lo aveva già indirettamente annunciato l'ex presidente pro-UE Viktor Juščenko, definendo il leader dell'OUN, l'Organizzazione dei nazionalisti ucraini al servizio delle SS, Stepan Bandera, “eroe sacro” dell'Ucraina e ricordando come, sei anni fa, da presidente, lo avesse insignito del titolo di “Eroe dell'Ucraina” - decisione poi annullata dal presidente Viktor Janukovič, quello fatto fuori dai golpisti nel febbraio dell'anno scorso.
Ora, il suo epigono nei panni di presidente non ha voluto esser da meno e ha innalzato a festa nazionale l'anniversario della formazione del braccio militare dell'OUN, l'UPA, che formò un'intera divisione di SS ucraine e combatté a fianco dei nazisti contro l'esercito sovietico. Oggi dunque, gli emuli di coloro che tra il 1942 e il 1944 massacrarono più di un milione di persone tra soldati sovietici, donne e i bambini soprattutto nelle regioni polacche dell'Ucraina, rom e comunisti, mostrandosi in molti casi più feroci delle SS di cui erano al servizio, godranno di tutti privilegi dell'ufficialità nella loro marcia annuale per le vie di Kiev.
Lo scorso 1 gennaio Porošenko aveva già provveduto a elevare a festa nazionale l'anniversario della nascita di Stepan Bandera; a marzo, la Rada aveva decretato il 14 ottobre giorno non lavorativo: dunque, con la consacrazione anche del ramo militare dell'OUN, l'UPA comandato da Roman Šukhevič, i neonazisti ucraini di Svoboda e Pravy sektor possono oggi onorare le dichiarazioni presidenziali di “trattare con estrema responsabilità l'organizzazione di eventi". Lo stesso Porošenko interverrà a una rassegna di mezzi militari inscenata per l'occasione.
Questa veloce “evoluzione” ucraina si è snodata attraverso un'intera serie di tappe: dall'uso del termine Seconda guerra mondiale, invece dell'espressione usata in epoca sovietica di Grande guerra patriottica, fino all'affermazione jatsenukiana secondo cui “l'Unione Sovietica nel 1941 invase Ucraina e Germania” e così via. Dopo tutto, i regimi nati da colpi di stato e che si reggono sull'organizzazione del terrore contro una parte del proprio stesso popolo, hanno bisogno di ispirarsi a una riedizione delle proprie “glorie” trascorse.
| 22 gennaio 1944, nel villaggio di Bushche i "banderovtsi" dell'UPA uccisero una donna con due bambini (di una famiglia polacca di Popel) |
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