Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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29/07/2016

La ‘strana guerra’ tra nazionalisti polacchi e nazisti ucraini

Le pretese polacche alla “restitucija” nei confronti dell’Ucraina cominciano a manifestarsi anche in senso di marcia opposto. Secondo Svobodnaja Pressa, il rappresentante del partito nazionalista ucraino “Svoboda” (fino al 2004 si chiamava Partito ucraino social-nazionale: un nome un programma!), Aleksej Kurennoj ha annunciato l’avvio delle pratiche per la presentazione alla Rada di un documento che prevede il ritorno a Kiev di territori un tempo appartenuti al principato di Galizia e oggi polacchi. Kurennoj parla di “legittime pretese” sui “territori etnicamente ucraini” della cosiddetta “Zakerzonie” (più o meno: “Oltre la Linea Curzon”) l’area a ovest della linea originariamente proposta da lord Curzon nel 1920, respinta allora dalla giovane Repubblica sovietica nella prospettiva di una rivoluzione in occidente che non arrivò e parzialmente riproposta da Stalin nel 1943 alla conferenza di Teheran.

Secondo il rappresentante di “Svoboda”, esisterebbero mappe in cui la stessa Polonia riconosce il fatto dell’assimilazione di popolazione ucraina e mappe tedesche che testimonierebbero l’assenza di popolazione polacca nell’area negli anni ’40. Non è difficile raffigurarsi chi abbia steso le mappe tedesche della Polonia negli anni ’40. “E’ arrivato il tempo di rivendicare il diritto degli ucraini della “Zakerzonie” all’autodeterminazione dalla Polonia!”, scrive Kurennoj: è sempre facile pretendere l’autodeterminazione di popolazioni residenti in territori altrui, soprattutto se si hanno mire su quei territori; a una simile rivendicazione, avanzata da proprie popolazioni sul proprio territorio, si risponde naturalmente coi razzi “Grad” e i mortai da 120mm, come sanno purtroppo bene gli abitanti del Donbass.

D’altronde, l’uscita di Kurennoj non è che una “revanche” populista al riconoscimento polacco dei massacri della Volinija, commessi dai nazisti ucraini nel ’43-’44, quale genocidio; anche se, dichiara lo slavista Vadim Volobuev, le pretese di “Svoboda” sono pari a quelle avanzate in Russia da Vladimir Zhirinovskij circa il ritorno dell’Alaska alla Russia: nessuno le prende sul serio, soprattutto perché, oggi, interesse prioritario e comune di Varsavia e Kiev è quello del fronte antirusso. La risoluzione del Sejm, a maggioranza nazionalista, sul genocidio, pare sia stata dettata soprattutto da considerazioni elettorali interne; così come l’annuncio di Kurennoj, avrebbe per lo più l’obiettivo di richiamare l’attenzione su “Svoboda”, ultimamente un po’ spenta, nonostante che uno dei suoi fondatori, Andrej Parubij, sia oggi speaker della Rada.

Di fatto, notano a news-front.info, la leadership polacca sembra disinteressarsi all’Ucraina; se fino a poco tempo fa Varsavia ripeteva di essere “l’avvocato dell’Ucraina”, oggi la Polonia pretende casomai a una leadership regionale su Paesi baltici, Ucraina e Bielorussia. Nella sostanza: duecentomila visti d’ingresso in meno per i cittadini ucraini; ronde della “Falange” nazionalista polacca in settori del confine, con lo slogan “Se incontri un banderista, fallo fuori”, per impedire ingressi illegali e contrabbando da parte di neonazisti ucraini; battaglie di strada tra nazionalisti polacchi e neonazisti ucraini, anche di recente, ad esempio, a Przemyśl, nel voivodato della Precarpazia, sul confine polacco-ucraino, un’area direttamente a ridosso della regione ucraina di L’vov, da cui proviene il grosso dei neonazisti ucraini. E’ là, che ogni anno si tiene la parata in onore dei banderisti della Waffen-Grenadier-Division SS «Galizien» ed è sempre là che, pochi giorni fa, sono stati esumati e riseppelliti i resti delle SS di quella Galizia che Maksim Ravreba, estremizzando, chiama “culla del fascismo ucraino, in cui ai bambini dalla più tenera età inculcano svastica e SS”. Certo, i documenti rinvenuti di recente nella cittadina polacca di Chochłowie, sugli ordini impartiti dall’UPA ai propri massacratori di uccidere donne e bambini nella Volinija polacca e, a uomini e donne ucraini, di uccidere i rispettivi mogli e mariti polacchi, non contribuiscono a smussare gli angoli di un dissidio che, da “storico”, stante il predominio della destra nazionalista polacca a Varsavia e dopo la presa del potere golpista a Kiev e lo spadroneggiare di raggruppamenti neonazisti e della “ideologia” che fa loro da sfondo, si è fatto più che mai attuale. I documenti ritrovati, scrive il polacco Dziennik Wschodni, sono stati resi pubblici dal dipartimento di Lublino dell’Istituto polacco per la memoria storica, una sigla, che solitamente, anche a latitudini diverse, nasconde di solito mire revansciste, come dimostra anche l’attività “storiografica” dell’equivalente ucraino di simili istituzioni.

In sostanza, quindi, una sorta di riedizione moderna, adattata alla geografia attuale dell’Europa dell’est, di quella “dziwna wojna”, “strana guerra”, come i polacchi definirono la situazione di falsa tregua stabilitasi nel 1940, che sembra oggi servire a mascherare ben altre direzioni di intervento, con strumenti ben più venefici e verso ben altri confini, a est sia di Varsavia, che di Kiev.

In questo clima, che definire semplicemente “revisionistico” costituisce un’offesa alle vittime di quelle carneficine perpetrate dai nazisti e dai loro “Komplizen” esteuropei, in cui anche non pochi polacchi furono non solo vittime, si inserisce anche la nuova uscita del Ministro della difesa polacco Anthoni Macierewicz che, dopo le varie “rivelazioni” storiche di inizio mese, ha ora proclamato che la più grandiosa battaglia di tutta la Seconda guerra mondiale è rappresentata dall’insurrezione di Varsavia del 1944. Dopo che per settant’anni la “storiografia” occidentale ha accusato l’Armata Rossa di aver volutamente ritardato l’ingresso a Varsavia e di aver favorito con ciò la sanguinosissima repressione nazista di quella rivolta, ora il “libero pensiero democratico” propone una nuova versione: proprio quella rivolta, ha stabilito una volta per tutte Macierewicz, “determinò il destino dell’Europa, fermò l’avanzata dell’esercito sovietico verso occidente, così che moltissimi paesi europei poterono conservare la propria indipendenza”.

D’altronde, simili “illuminazioni” da “quarto segreto di Cracovia” si inseriscono perfettamente nell’attuale situazione di fobia antirussa, di cui, all’interno della Nato, si fanno principali promotori proprio Polonia e Paesi baltici. Ne è un ulteriore manifestazione la profezia del Atlantic Council, proclamata dal pulpito del Daily Mail secondo cui i carri armati russi, in una sola notte, attraverso Lettonia e Lituania, potrebbero conquistare tutta la Polonia e, nel giro di qualche giorno, arrivare fino ai confini francesi!

Per questo è indispensabile aumentare le spese per la difesa di tutti paesi della Nato; le spese per la storiografia lasciamole a quando si sarà rintuzzata l’espansione di Mosca verso i confini della pacifica Alleanza atlantica che, ora, nazionalisti polacchi e neonazisti ucraini servono per scopi ben più concreti!

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28/10/2015

Ucraina: le elezioni tra “circo politico” e “teatro dell'assurdo”

Il Presidente della Repubblica popolare di Donetsk, Aleksandr Zakharčenko, le ha definite una farsa; qualche leader politico russo ha parlato di “circo”; altri di “carosello”: insomma, le amministrative svoltesi domenica in Ucraina sembrano essere state tutto fuorché una cosa seria. Ci è sfuggito il commento delle cancellerie europee a proposito della “democratizzazione” di un paese divenuto da un anno e mezzo il “vallo europeo” contro la “aggressività russa”: forse per pudore, si è creduto bene guardare da un'altra parte e provvidenziale è venuta, in contemporanea, la sterzata ancora più a destra della Polonia, in cui il voto del 25 ottobre potrebbe avere conseguenze negativamente più serie del risultato, peraltro scontato, di quello di Kiev. Fra intimidazioni, voti comprati per pochi spiccioli (d'altronde, anche quelli fanno comodo all'anziano il cui 70% della pensione se ne va per il pane), brogli reciproci tra i “partiti” (con rispetto parlando) della stessa coalizione governativa, voto annullato o rinviato in diverse città, appelli a una “nuova majdan” antigovernativa, oltre la metà degli ucraini ha pensato bene di starsene a casa: nelle aree orientali i due terzi degli elettori hanno disertato le urne e in alcuni villaggi delle regioni di Donetsk e di Lugansk controllate da Kiev la percentuale è stata di poco superiore al 10%.

Così, il socialdemocratico russo Sergej Mironov, leader di “Russia giusta”, ha definito le elezioni ucraine un “ennesimo circo politico”: “nel paese non c'è un potere legittimo e coloro che si dichiarano governanti ucraini sono solo favoriti”: facile indovinare di chi. Il vice presidente della Commissione esteri del Consiglio federale, Andrej Klimov, ha parlato di “mercato e carnevale” e l'ex ambasciatore russo alla UE Vasilij Likhačëv ha detto che il voto, insieme al minimo potenziale di appoggio al regime, conferma che il paese ha oltrepassato la “linea rossa” dei processi controllabili. Il deputato Leonid Slutskij parla di “teatro dell'assurdo” e sfiducia della gente nel regime; il vice presidente del Comitato esteri della Duma, il comunista Leonid Kalašnikov, dichiara che “la gente è stanca della retorica pseudopatriottica e non crede di poter cambiare qualcosa col voto”. Aleksandr Dudčak, su Sovetskaja Rossija, paragona foto e video preelettorali alla réclame di bordelli o agenzie di escort e parla dei risultati come conferma della “feudalizzazione” del paese a pro degli oligarchi locali. L'ex vice premier ucraino Sergej Arbuzov, considerato che il Partito Comunista non è stato ammesso al voto (singoli rappresentanti erano candidati nelle liste del Blocco di opposizione) e visti i risultati disastrosi dei partiti filogovernativi al sudest e il successo dei fascisti di Svoboda a Kiev e a ovest, parla di “disastro del regime, che può incolpare solo se stesso”.

In effetti la supremazia del “Blocco di opposizione” è apparsa incontrastata nelle regioni sudorientali del paese, in particolare in quelle di Dnepropetrovsk, Donetsk, Zaporože, Kirovograd, Lugansk, Nikolaevsk e Odessa.

A Kiev intanto, la stessa amministrazione presidenziale considera solo questione di tempo le dimissioni del primo ministro Arsenij Jatsenjuk, la cui formazione, per decenza, ha evitato persino di presentarsi alle elezioni, tanto sprofondato è il consenso del leader. Appare ridondante dire che la faccenda debba risolversi dietro la regia del Dipartimento di stato: perché non sorgano dubbi in proposito, la candidata numero uno a sostituir Arsenij è il Ministro delle finanze Natalja Jaresko, la cui biografia politico-anagrafica si snoda tra le due sponde dell'Atlantico.

Mentre sono attesi per oggi i risultati definitivi del voto, in alcune zone non si è ancora finito di fare i conti tra gentiluomini. A Odessa, per esempio, città cara agli emigrati bianchi del 1917 e capoluogo dell'omonima regione oggi sede di un profondo “esperimento democratico” nel laboratorio diretto dall'ex presidente georgiano Mikhail-ricercato-in-patria Saakašvili, coadiuvato da Marja Gajdar, figlia di quel “riformatore” a stelle e strisce che fu lo eltsiniano Egor Gajdar. A Odessa, si diceva, il candidato sindaco Eduard Gurvits non ha pagato (d'altronde sconfitto!) i propagandisti elettorali per il lavoro svolto e così loro lo hanno preso in ostaggio nella sede del comitato elettorale. La polizia sta sgombrando i locali. Ma il Saakašvili-accusato-in-Georgia-di-peculato-Mikhail, stizzito per la sconfitta anche del suo candidato Aleksandr Borovik e la riconferma del sindaco uscente Gennadij Trukhanov, sta organizzando proteste contro i risultati del voto, definiti “falsificati”. Deluso anche il candidato del “Blocco Porošenko” – che però ha registrato il 100% dei votanti tra i ricoverati dell'ospedale psichiatrico di Ivano-Frankovsk – Aleksej Gončarenko, che si limita comunque a chiedere il riconteggio delle schede.

A Kiev invece, la “Majdan tariffaria” guidata dal Partito radicale di Oleg Ljaško chiede l'impeachment di Petro Porošenko e le dimissioni immediate del governo, senza stare ad attendere gli ordini da Washington. Ljaško fa leva anche sul malcontento dei piccoli contadini: “Milioni di essi sono ridotti alla miseria, stanno vendendo i loro appezzamenti per pochi spiccioli e avremo così nuovi oligarchi-latifondisti, perdendo l'ultima nostra ricchezza, la terra”, dichiara populisticamente il destro Ljaško. E il deputato (ex Pravyj sektor) Borislav Berëza, in lizza a Kiev contro Vitalij Kličko, denuncia l'incredibile aumento della percentuale di votanti magicamente registrato dopo la chiusura dei seggi e se la prende col “nichilismo dei giovani” stanchi dei giochi di potere.

Hanno buon gioco così vari media polacchi a scrivere che il potere di Kiev ha da pensare ad altro che non ai propri cittadini e cerca di alimentare i sentimenti antirussi e antipolacchi. E' dei giorni scorsi una mappa dell'Ucraina, disegnata in Polonia, con i territori che Kiev dovrebbe perdere a est e a ovest, a favore di Mosca e di Varsavia, nel caso entri in vigore la “legge sulle restituzioni”: l'Ucraina sarebbe ridotta a un terzo di quella attuale.

E lo spirito di “Libertà”, di “Svoboda”, che si afferma sempre più nelle regioni occidentali del paese, meglio di ogni altra cosa è esemplificato dalle notizie che giungono da Kiev. Qui, alla maniera italica – si prendono a prestito i metodi squadristici per regolare i conti nelle piazze e quelli dei “tifosi” calcistici per distinguersi nelle tribune – quella che un tempo era la punta di diamante della nazionale di calcio sovietica, la “Dinamo Kiev”, è oggi lo specchio del regime golpista. Il direttore dello stadio della capitale, Vladimir Spilčenko, dopo gli episodi squadristici verificatisi in occasione dell'incontro di Champions League tra Dinamo e Chelsea, il 22 ottobre scorso (fanatici della Dinamo hanno accoltellato tifosi di colore, studenti stranieri dell'università di Kiev, risultati poi essere anch'essi supporter della squadra ucraina) ha deciso di affrontare “a là majdan” la questione razziale: le tribune dello stadio avranno posti distinti per bianchi e neri. Le poltroncine potrebbero portare la scritta “Posti solo per i bianchi” e le maratone potrebbero essere recintate da filo spinato. La trovata potrebbe certo far allargare il cuore – in silenzio, per carità – ad alcuni sostenitori confederati della “democrazia” ucraina, memori dei tempi in cui anche da loro, negli USA, questa era la prassi segregazionista; d'altra parte, i fanatici “Rodiči” della Dinamo Kiev non erano forse tra gli ultras che si distinsero a Euromajdan e non sono stati forse tra i più feroci combattenti contro i civili del Donbass?

Sono ancora media polacchi citati da RT che si domandano se l'Ucraina non stia “sprofondando nella buia notte del nazionalismo e del fascismo” e parlano di “esempio esclusivo del Kulturkampf nazista, più visto in Europa dai tempi della Germania nazista, allorché, anche là, si bruciavano i libri e si vietavano i film. Oggi succede lo stesso in Ucraina con gli autori russi. E in questi giorni si è aggiunto il divieto dei voli civili russi verso l'Ucraina”.

Questa è “Svoboda”, “Libertà”.

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16/10/2015

Il 14 ottobre ucraino: giornata patriottica con bandiere naziste


La famosa foglia di fico, con cui i nostri lontani progenitori, stando alla Genesi, si sarebbero coperti le pudenda uscendo dall'area naturista del paradiso terrestre, esiste per davvero. A volte ne fanno uso gli stessi soggetti interessati; altre volte, vi ricorrono quei misericordiosi che intendono coprire troppo sfacciate uscite dei loro beniamini. Ecco dunque la compassionevole trovata di un media nostrano che, lo scorso 14 ottobre, ha pensato di sfoggiare un Petro Porošenko in panni da aviatore “a bordo di un caccia bombardiere, nella Giornata patriottica che in Ucraina ricorda l'annessione della Crimea alla Russia”. Troppo impresentabile deve esser sembrata, ai nostri, la vera occasione di quel travestimento presidenziale, e così hanno coperto le vergogne come meglio hanno potuto, assestando nel contempo un altro colpetto alla madre di tutti i mali più recenti dell'orbe terraqueo, la Russia.

Peccato che la Russia non c'entri per nulla. Il 14 ottobre, nell'Ucraina golpista, è festa nazionale sì, e anche patriottica – per l'esattezza: Giornata dei difensori della Patria – ma l'unica annessione che possa ricordarsi è quella per cui, nel 1941, '42 e fino al 1944, i nazionalisti, i resti delle bande fasciste e quanto rimaneva dagli anni '20 degli anarco-banditi di Nestor Makhno giubilarono all'arrivo delle truppe naziste, di cui prontamente si misero al servizio, sparando sui soldati dell'Armata Rossa in ritirata e dando poi vita anche alla divisione SS “Galizia”. I nostri devono essersi detti: non è possibile che un paese diventato democratico da più di un anno e mezzo, che ha lottato democraticamente con pistole, carabine e molotov a majdan per entrare nella democratica Unione Europea, uccidendo democraticamente chi vi si opponeva, non è possibile che, il 14 ottobre, volesse “ricordare” altro se non “l'annessione della Crimea alla Russia”. Purtroppo per loro, nemmeno la Crimea c'entra: già da diversi mesi, la democratica Rada ucraina, in cui le questioni si risolvono a mani nude (tra quei democratici, i guantoni li usa solo uno, per giunta sul ring), aveva elevato a festa patriottica nazionale proprio il 14 ottobre, “a ricordo” della fondazione dell'UPA, l'Esercito insurrezionale ucraino, il braccio armato dell'OUN, l'Organizzazione dei nazionalisti ucraini al servizio delle SS, il cui artefice, Stepan Bandera, è oggi “eroe sacro” dell'Ucraina. A dispetto anche di altri media, sempre nostrani, che hanno avuto parole di sincera commozione per quel giovane galiziano, cresciuto “nel primo dopoguerra, subendo in prima persona” sia “le discriminazioni dei polacchi verso gli ucraini”, che l'oppressione dei nefasti bolscevichi, è il caso di ricordare che proprio lui, Stepan Bandera, è stato il capo indiscusso di quelle SS ucraine che l'aviatore Porošenko chiama oggi “difensori della Patria”, che volevano “liberare” l'Ucraina da ebrei e comunisti, sopprimendoli già in tenera età.

“L'Ucraina sta precipitosamente eroicizzando i fascisti e gli assassini dell'UPA”, scriveva proprio oggi Vesti.ru, in riferimento alla nuova strategia di educazione nazional-patriottica della gioventù fino al 2020, il cui ukaz il cacciabombardiere Porošenko ha firmato alla vigilia del 14 ottobre, esortando a riscrivere i testi di storia per gli studenti. Testi da cui scompariranno, scrive Vesti.ru, gli oltre 60mila polacchi della Volinia massacrati dall'UPA nel 1943, allorché i boia filonazisti “appesero agli alberi corone di bambini assassinati, tracciando in tal modo la strada, come dissero, all'Ucraina indipendente”; mentre faranno la loro comparsa, in veste di eroi, i reparti nazionalisti e collaborazionisti della Karpatskaja Seč e dell'UPA, responsabili dell'uccisione di quasi un milione di persone, civili e militari. E nessuno spiegherà più ai giovani ucraini che la principale parola d'Ordine di majdan “gloria all'Ucraina”, discende dal saluto dell'UPA, copiato sul modello nazista “Heil Hitler”.

Proprio con quelle parole d'ordine, “gloria all'Ucraina”, “ai martiri di majdan” (ma da chi furono presi a fucilate?), “agli eroi dell'Operazione AntiTerrorismo” nel Donbass (ma chi ha fatto il vero terrorismo, massacrando civili, donne e vecchi?) alcune migliaia di neonazisti di Svoboda e Pravyj sektor hanno organizzato anche quest'anno la “marcia degli eroi” nel centro di Kiev, il 14 ottobre, inscenando anche teatrali colpi di petardo tra le proprie file e quelle della polizia, sbandierando vessilli giallo-celesti di Svoboda e rosso-nere di Pravyj sektor, portando ritratti di Stepan Bandera e scandendo slogan come “Bandera è il nostro eroe”.

E la pressione propagandistica e ideologica dei golpisti è tale per cui, secondo le statistiche, se appena due anni fa solo il 27% degli intervisti parlava dell'UPA come di combattenti per l'indipendenza, oggi il numero è quasi raddoppiato; mentre è calata al 38% degli intervistati (era il 52% nel 2013) la percentuale di chi ha un atteggiamento negativo nei confronti dei combattenti filonazisti.

Davvero una “giornata patriottica”, quella del 14 ottobre; ne prendano atto tutti coloro che plaudono alla “liberazione” dell'Ucraina dai “terroristi” del Donbass, dai sindacalisti bruciati vivi a Odessa; dai deputati e dai giornalisti freddati sulla soglia di casa, dai comunisti messi fuori legge e bastonati.

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01/09/2015

Assalto fascista al parlamento di Kiev, morti e feriti


Abbiamo spesso avuto modo di scrivere quanto i fascisti costituiscano, nel nuovo regime ucraino scaturito dal golpe del febbraio 2014, tanto un elemento utile alla normalizzazione e alla repressione della dissidenza quando una spina nel fianco nei confronti di alcuni oligarchi e di alcuni settori, strumento di battaglia politica tra i vari potentati che si sono completamente impossessati della cosa pubblica e che si contendono le spoglie dello Stato.

L’ultimo e più recente esempio si è avuto oggi nella capitale Kiev, dove le ‘falangi’ di Settore Destro e di altre formazioni fasciste hanno determinato un improvviso innalzamento della tensione in contemporanea con il voto parlamentare sul cosiddetto ‘decentramento’ delle regioni orientali russofone dell’Ucraina.

Il provvedimento è passato alla Rada con 265 voti favorevoli (ne bastavano 226) e 87 contrari; a favore si sono espressi buona parte dei deputati della maggioranza parlamentare (formata dal "Blocco" di Petro Porosenko e dal "Fronte Popolare" di Oleksander Turchinov e Arsenj Yatsenyuk) oltre che quelli del Blocco di Opposizione (nato dalle spoglie del Partito delle Regioni ed espressione delle regioni russofone). Hanno votato contro o si sono astenuti i deputati di Bat’kivshina (Patria, il partito di Julia Timoshenko), gli ultranazionalisti del Partito Radicale di Oleg Liashko e di Samopomich, e i fascisti sparsi in varie liste.

In base agli accordi di Minsk in cambio del cessate il fuoco con le repubbliche indipendentiste del Donbass il regime ucraino avrebbe dovuto varare rapidamente una riforma costituzionale che conceda ampi poteri di autogoverno ai territori in mano ai ribelli e anche ad altri attualmente sotto il controllo dei governativi. Ma in realtà, oltre agli ampi ritardi, la misura votata oggi a Kiev non rappresenta una riforma di tipo costituzionale come pattuito e garantisce una autonomia assai relativa. Nessuna concessione reale ai ‘separatisti’ quindi, nessun tradimento, ma un provvedimento di facciata utile a coprire la preparazione di una nuova offensiva militare in grande stile contro Donetsk e Lugansk che fino ad ora è sempre stata rimandata a causa di vari problemi oggettivi – Kiev è alla canna del gas e alla bancarotta economica e militare, nonostante i massicci aiuti della Nato – e delle pressioni di Russia, Francia e Germania.

 
Eppure tanto è bastato a scatenare un assalto da parte dei miliziani di un partitino fascista – Pravyi Sektor – che alle ultime elezioni ha preso percentuali irrisorie ma che continua in un modo o nell’altro ad occupare il centro della scena politico-militare, perseguito a fasi alterne dalle autorità ma inserito al tempo stesso nelle forze armate fin nei posti di massima responsabilità. A spalleggiare gli estremisti ‘eretici’ anche quelli più tradizionalisti di Svoboda e del Partito Radicale, scesi in piazza questa volta massicciamente mentre alcune decine di deputati bloccavano i lavori parlamentari al grido di slogan e canti nazionalisti, denunciando "la svendita del patrio suolo alla Russia". D'altronde l'estrema destra – sia dentro che fuori la rissosa maggioranza governativa – chiede una recrudescenza della repressione nei confronti delle opposizioni antigolpiste e delle popolazioni russofone animate da richieste autonomiste, e quindi l'inizio immediato di una guerra in grande stile, la messa fuori legge di tutte le forze politiche e dei sindacati "complici dei separatisti" ecc. Nulla che l'attuale regime non stia già facendo, anche se in modi e con tempi che non soddisfano del tutto i camerati ucraini.
 
 
Oggi gli scontri tra quelli che i media italiani hanno derubricato a “nazionalisti” e le forze di polizia sono stati tra i più cruenti dell’ultimo anno, parlando di zone in cui dovrebbe vigere la democrazia occidentale e la normale dialettica politica. Durante gli scontri – lacrimogeni e manganelli da una parte, bastoni, sassi, armi da fuoco e addirittura granate dall’altra – è rimasto ucciso un membro della Guardia Nazionale e varie decine di altri membri del corpo fondato subito dopo il golpe grazie alla legalizzazione da parte del nuovo regime sciovinista delle cosiddette ‘milizie di autodifesa’ di Maidan, composte per lo più da gruppi di estrema destra, fascisti e neonazisti. Di fatto si sono affrontati fascisti da una parte e fascisti dall’altra, e forse qualcosa è andato storto rispetto al copione prestabilito.

Questa volta infatti ci è scappato il morto, la recluta della Guardia Nazionale Igor Debrin, colpito al cuore da una scheggia. Secondo il sindaco di Kiev, l’ex campione di pugilato, pupillo di Angela Merkel e protagonista del golpe, Vitali Klitschko, i morti sarebbero addirittura tre (addirittura cinque secondo fonti di polizia poi smentite) mentre ci sarebbero vari feriti anche tra i giornalisti che documentavano lo scontro fratricida, compreso un cameraman. In tutto le vittime degli scontri e della bomba sarebbero 125, compreso un viceministro.
 
 
Anche se il Ministro degli Interni Arsen Avakov ha annunciato "arresti di massa" per ora il conteggio degli arrestati sembra assai ridotto vista l’entità e la violenza dell’assalto alla sede parlamentare: solo una trentina di fermati, tra i quali ci sarebbe anche il “lanciatore di granate”. Mentre Settore Destro accusa 'i servizi segreti russi' di essere dietro la provocazione pare che ad essere arrestato con l'accusa di aver provocato la strage sia stato Igor Gumenjuk, un miliziano del battaglione “Sich” formato da Svoboda nel giugno del 2014 e noto militante del partito di estrema destra. Ma per Oleg Tyagnibok, il leader del partito nazionalsocialista, il fatto che l'attentatore sia stato prontamente arrestato proverebbe in realtà che si è trattato di una "provocazione pianificata".

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25/06/2015

Ucraina. La ‘rivolta’ dei battaglioni neonazisti

Il regime ucraino nato dalla spallata di piazza – Maidan – trasformatosi in golpe violento, fatica sempre di più a controllare i suoi cani. La situazione economica peggiora di giorno in giorno e il paese è ostaggio dei rappresentanti della Nato e delle istituzioni finanziarie internazionali che hanno commissariato il governo e l’amministrazione statale con decine di loro rappresentanti diretti. E anche sul fronte militare, proprio mentre si fa più fondata la sensazione che l’estate porterà un riesplodere dei combattimenti su larga scala sul fronte orientale, le cose finora sono andate malissimo per i ‘nazionalisti’, che hanno dovuto incassare ripetute sconfitte militari e un numero impressionante di diserzioni e defezioni dalle forze armate, anche in quelle regioni occidentali dell’Ucraina tradizionalmente più fedeli all’ideologia banderista che anima i nuovi padroni di Kiev.

Più la situazione macera, più il presidente Petro Poroshenko e il premier Arseni Yatseniuk (alleati e competitori, il primo più vicino all’Unione Europea e il secondo legato a doppio filo alla Nato e a Washington) devono fare i conti anche con le schegge impazzite prodotte dal golpe, in particolare con i battaglioni di volontari appartenenti all'area ultranazionalista e spesso di ideologia neonazista, in molti casi impossibili da tenere al guinzaglio. I battaglioni punitivi sono stati assai utili per seminare il terrore nelle regioni orientali e per sostituire spesso un esercito regolare che ha scarsa motivazione a portare avanti un conflitto contro le milizie popolari del Donbass animate invece da una determinazione che deriva in buona parte dal fatto di dover difendere le proprie case e le proprie comunità proprio dalle razzie e dai bombardamenti di Kiev.

Ma i battaglioni di volontari – integrati o meno che siano nella Guardia Nazionale poco cambia – continuano a rappresentare un elemento d'instabilità con cui il governo fatica a fare i conti. Per loro costituzione – in molti casi i miliziani provengono da partiti e gruppuscoli di estrema destra, spesso anche dall’estero (Russia compresa), quando non sono stati reclutati nelle prigioni del paese in cambio di un cospicuo sconto di pena – i battaglioni sono poco inclini a rispettare la gerarchia e la catena di comando. E spesso sono animati da una ricerca della gloria o del bottino che poco hanno a che vedere con i piani dei generali di Kiev. Per non parlare del fatto che molti dei battaglioni in questione sono stati creati, finanziati e manovrati dagli oligarchi il cui interesse è quello di aumentare il proprio potere – politico ed economico – a scapito proprio del governo centrale e dei propri competitori.

Il problema è tra l’altro, che molti dei battaglioni in questione hanno avuto la lungimiranza di mandare dei propri rappresentanti in parlamento, in alcuni casi facendoli eleggere in partiti apertamente di estrema destra come Settore Destro, ma più spesso infilandoli nelle liste dei partiti ‘rispettabili’ del regime. E così la pattuglia parlamentare legata all’estrema destra combattente gode di una certa consistenza e di un certo potere di ricatto nei confronti di un governo che deve fare continuamente i conti con la rissosità delle formazioni che compongono la maggioranza.

Dopo aver negato a lungo che la presenza di elementi neonazisti e ultranazionalisti all’interno del regime e delle forze militari di Kiev fosse consistente e preoccupante, nelle ultime settimane anche alcune agenzie di stampa e media italiani hanno dovuto cominciare a correggere il tiro. D’altronde ormai l’entità del pericolo nero in Ucraina – un pericolo anche per gli apprendisti stregoni dell’Unione Europea che probabilmente dopo avere usato l’estrema destra fascista e nazista contro il precedente regime pensavano di poterla mandare in soffitta senza particolari problemi – è davvero sotto gli occhi di tutti. A Kiev il tandem alla guida del regime fatica non poco a tenere sotto controllo gli alleati più radicali, sia al governo che in parlamento, e soprattutto al fronte. Non tutti i gruppi che combattono più o meno autonomamente contro le popolazioni del Donbass sono stati assorbiti nell’esercito e nella Guardia nazionale, entrando spesso in contraddizione con le gerarchie militari che fanno capo da un lato al ministro della Difesa Stepan Poltorak e dall'altro a quello degli Interni Arseni Avakov.

A dare i maggiori grattacapi al regime sono stati fin dall'inizio di quella che ancora oggi viene definita una “operazione antiterrorismo” (Ato) gli estremisti di destra di Pravy Sektor, integrati nei battaglioni Aidar, Azov, Dnipro e altri minori. Ultimamente il governo ha cercato di lanciare un segnale colpendo una compagnia minore riconducibile alla galassia neonazista, quando ha fatto arrestare Ruslan Onyshchenko e altri 7 membri della famigerata ‘unità Tornado’, responsabile di stupri, omicidi, saccheggi e torture. In manette è finito anche Andrei Medvedko, membro del battaglione Kiev 2, candidato alle ultime elezioni per il partito di governo Svoboda (quello che fino a qualche anno fa si chiamava Partito Nazionale Socialista) e accusato di essere coinvolto nell'omicidio del giornalista Oles Buzina, avvenuto lo scorso aprile, al quale avrebbe partecipato anche Denis Polishchuk, legato invece a Pravy Sektor.

Recentemente Avakov è stato protagonista di un duello a distanza con Dmitri Yarosh, leader di Pravy Sektor e deputato alla Rada, proprio sul ruolo dei battaglioni dell’estrema destra ultranazionalista e fascista che rifiutano di integrarsi pienamente nella Guardia nazionale o nell'Esercito. E non certo perché Avakov sia un ‘democratico’ intimorito dagli eccessi ideologici e criminali dei miliziani, ma perché l’autonomia dei battaglioni punitivi costituisce una minaccia alla stabilità dello stesso regime che li ha scatenati contro il Donbass e le popolazioni delle altre regioni orientali dell’Ucraina che si oppongono alla deriva sciovinista ed etnicista della Giunta di Kiev.

Dopo le minacce di scioglimento e le voci della formazione di un comando parallelo dei battaglioni a Dnepropetrovsk con la benedizione dell'oligarca Igor Kolomoisky, il compromesso è stato raggiunto con il mantenimento di una certa autonomia per Pravy Sektor, e Yarosh è stato nominato consigliere del ministero della Difesa. Il che non ha impedito al leader dell’estrema destra di ordinare a un drappello dei suoi squadristi, due settimane fa, di assalire i partecipanti al Gay Pride di Kiev, scontrandosi con gli agenti di polizia in assetto antisommossa che lo stesso Arseni Avakov aveva inviato a protezione della piccola marcia per accreditarsi agli occhi dei propri sponsor occidentali. E’ finita con duri scontri tra polizia e fascisti e con numerosi arresti, ma Yarosh è rimasto al suo posto.

Le pressioni contro il regime ucraino affinché si disfi degli elementi più impresentabili provengono ormai da più parti, anche da quei paesi occidentali che finora hanno chiuso non uno ma tutti e due gli occhi. Un ruolo ce l’hanno sicuramente avuto, in Europa, i tardivi ma influenti rapporti di Amnesty International e di Human Rights Watch, che hanno accusato soprattutto i battaglioni punitivi di continue e pesanti violazioni dei diritti umani, omicidi e torture. Nel suo ultimo rapporto diffuso alla fine di maggio Amnesty International – che come al solito cerca una legittimazione bipartisan accusando, seppur in misura minore, anche le milizie del Donbass – ha chiamato in causa soprattutto le milizie che fanno riferimento a Pravy Sektor e già lo scorso anno aveva puntato il dito contro il battaglione Azov e Oleg Lyashko, uno dei suoi “fondatori”, arrivato poi i parlamento con il suo Partito radicale, ora alleato nel governo con le formazioni di Poroshenko (il Blocco Presidenziale) e Yatseniuk (Fronte Popolare). Il battaglione, che raggruppa esponenti di altri gruppi minoritari della destra estrema come i Patrioti Ucraini e l'Assemblea socialnazionale, è diventato troppo ingombrante pure a Washington, a tal punto che il Congresso statunitense ne ha rifiutato qualche giorno fa il (ri)finanziamento.

Sembrano davvero lontani i tempi – eppure accadeva solo pochi mesi fa – in cui i grandi media internazionali – Repubblica, Corriere e Rainews 24 compresi – dedicavano non poco spazio allo struggente saluto alle proprie fidanzate da parte dei valorosi combattenti del Battaglione Azov in partenza per il fronte...

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08/01/2015

L’estrema destra europea, dopo Majdan

di Simone Pieranni - Il Manifesto - 6 gennaio 2015

Intervista ad Anton Shekhovtsov esperto di estrema destra dell'Europa orientale
Anton She­kho­v­tsov, visi­ting fel­low all’università di Vienna, è un esperto di for­ma­zioni di estrema destra dell’Europa orien­tale. Ha stu­diato in modo par­ti­co­lare il «sogno dell’impero euroa­sia­tico» di Ale­xan­der Dugin, filo­sofo russo, vero e pro­prio intel­let­tuale di rife­ri­mento di molte for­ma­zioni di estrema destra, soprattutto russe.

Nel con­flitto ucraino le forze neo­nazi hanno avuto un’importanza non da poco, tanto durante i giorni di Maj­dan, quanto dopo l’inizio della guerra. L’Ucraina è diven­tata un campo di bat­ta­glia dove atti­vi­sti di destra di tutta Europa, com­presi alcuni ita­liani, sono giunti per combattere.

Qual­cuno ha scelto di stare con gli ucraini, altri con i filo­russi, in una ricom­po­si­zione della destra euro­pea che ha stor­dito alleanze ed equi­li­bri che dura­vano da anni. Di que­sto e della forza, attuale e poten­zial­mente futura, della destra in Ucraina ne abbiamo par­lato con She­kho­v­tsov, cer­cando anche di capire l’origine di alcuni feno­meni a cui abbiamo assi­stito in Ucraina.

Par­tiamo dalle for­ma­zioni di estrema destra ucraine: che forza hanno e quali sono i loro obiettivi?
La forza attuale della destra in Ucraina dipende da alcuni fat­tori, per altro sto­rici. In primo luogo dalla forza del movi­mento pro­pria­mente di destra e in que­sto senso par­liamo di gruppi simili a Pravy Sek­tor, com­po­sto da con­ser­va­tori da un punto di vista sociale, di natura pro­le­ta­ria ma anche con un obiet­tivo che costi­tui­sce una sorta di idea circa la libe­ra­zione nazionale.

Que­sto era soprat­tutto vero negli anni 20 e durante la seconda guerra mon­diale. Dopo la seconda guerra mon­diale, i nazio­na­li­sti ucraini erano in esi­lio. Ma dopo l’indipendenza anche la destra ucraina è cam­biata, cam­biando anche la pro­pria nar­ra­zione. Oggi potremmo dire che è per certi versi in crisi per­ché rispetto ai risul­tati poli­tici del 2012, quando ave­vano 47 seggi in par­la­mento, hanno subito una scon­fitta elet­to­rale. Hanno fal­lito per­ché non sono riu­sciti ad entrare in par­la­mento come par­tito, ma solo con alcuni dei loro rap­pre­sen­tanti, attra­verso anche altri partiti.

E oggi sono cam­biati anche gli obiet­tivi: per Svo­boda ad esem­pio il nemico prin­ci­pale è il Crem­lino. Non tanto la Rus­sia o i russi, ma pro­prio Mosca, il cen­tro del potere russo. Putin, in pra­tica. Per altri gruppi di estrema destra, i nemici sono altri, oltre a Mosca. Ad esem­pio gli ame­ri­cani, gli ebrei. Que­sto soprat­tutto tra i gruppi più estremi, quelli dichia­ra­ta­mente neonazisti.

Che tipo di busi­ness, la guerra in Ucraina ha finito per favo­rire per que­sti gruppi di estrema destra, apparsi deci­sa­mente orga­niz­zati, basti pen­sare ai «battaglioni»?
I mem­bri dei gruppi di estrema destra e alcune pic­cole orga­niz­za­zioni hanno sem­pre agito in certi con­te­sti. Negli anni '90 ad esem­pio agi­vano come una sorta di mafia, con­trol­lando traf­fici e dando in cam­bio ser­vizi di sicurezza.

Non è cam­biato molto da allora, oggi gesti­scono certi busi­ness, dando in cam­bio ad esem­pio la sicu­rezza e il ser­vi­zio d’ordine nelle mani­fe­sta­zioni e non solo, a vari par­titi poli­tici. E lo fanno in cam­bio di soldi. E poi sono impie­gati in atti­vità che non sono facili da spie­gare spe­cie ad un euro­peo, ovvero i «seque­stri di atti­vità eco­no­mi­che» (ad esem­pio nei con­fronti di immigrati).

È una pra­tica che spesso è com­plessa, per quanto natu­ral­mente ille­gale, cui par­te­ci­pano spesso i gruppi di estrema destra. Non ho la con­ferma ma pare che un bat­ta­glione sia impie­gato per que­sto genere di atti­vità anche nelle regioni orien­tali, ovvia­mente nelle zone con­trol­late ancora da Kiev.

In che modo in Ucraina sono coin­volti gruppi di estrema destra russi e non solo?
Come altre guerre, anche quella ucraina ha finito per atti­rare tanti atti­vi­sti di estrema destra, atti­rati dalla pos­si­bi­lità di com­bat­tere, avere armi, fare trai­ning e gua­da­gnarci qual­cosa in ter­mini eco­no­mici. Sap­piamo bene come que­ste situa­zioni eser­ci­tino fascino nei con­fronti dei mili­tanti di estrema destra, di tutta l’Europa, non solo quella orientale.

Lo saprete meglio di me, per molti espo­nenti dei gruppi di estrema destra ogni guerra è una sorta di sogno che si rea­lizza, una sorta di rea­liz­za­zione della loro volontà di vio­lenza. In ogni caso il più impor­tante gruppo coin­volto tra i filo­russi, tra i gruppi di estrema destra euro­peo, è russo e sono quelli del «Rus­sia Natio­nal Unity».

Si tratta di un’organizzazione non nuova, che esi­ste dall’inizio degli anni '90 in Rus­sia. In parte, a livello orga­niz­za­tivo ha una sua strut­tura di busi­ness e un strut­tura mili­tante, dichia­ra­ta­mente neo nazi­sta. Hanno par­te­ci­pato a vari con­flitti, come in Trans­ni­stria, in Cece­nia, dove hanno fatto bot­tino e incetta di armi e soldi e secondo le mie fonti hanno par­te­ci­pato al ten­tato colpo di Stato del 1993 a Mosca, ma in difesa del Par­la­mento, con­tro Eltsin.

E in seguito hanno par­te­ci­pato ad ogni con­flitto in cui sono riu­sciti a infi­larsi, per fare soldi, armi e trai­ning. Oggi sono il gruppo più forte pre­sente nell’Ucraina dell’est. Poi ci sono anche atti­vi­sti pro­ve­nienti dall’«Euroasian union», una sorta di gruppo gio­va­nile dell’organizzazione inter­na­zio­nale gui­data da Ale­xan­der Dugin. Uno dei loro mem­bri Ale­xan­der Pro­sel­kov è stato miste­rio­sa­mente ucciso in Ucraina. (Ale­xan­der Pro­sel­kov era stato nomi­nato mini­stro degli esteri della Repub­blica di Done­tsk da Pavel Guba­rev, quando Guba­rev era il gover­na­tore. Secondo i suoi com­mi­li­toni sarebbe stato ucciso da un kil­ler nelle regioni orien­tali dell’Ucraina, ndr). E poi ci sono molti sin­goli atti­vi­sti, cani sciolti, magari nean­che affi­liati ad un gruppo preciso.

Come giu­sti­fi­cano il fatto di com­bat­tere con­tro altri neo­na­zi­sti, come ad esem­pio i bat­ta­glioni com­po­sti dall’estrema destra ucraina e qual è la loro posi­zione rispetto a Putin.

Loro sono nazio­na­li­sti russi, com­bat­tono con­tro gli ucraini. Sia i mem­bri del «Rus­sia Natio­nal Unity» sia quelli legati a Dugin sono in oppo­si­zione com­pleta a Putin. Si sen­tono molto più radi­cali di Putin. Loro sono lì per com­bat­tere per qual­cosa che sognano per il dopo Putin, una rina­scita ancora più vistosa della Russia.

Loro pen­sano di poter pren­dere il potere in Rus­sia, dav­vero. Que­sta è una cosa in cui crede molto soprat­tutto Dugin. E stanno usando la loro par­te­ci­pa­zione a que­sto con­flitto soprat­tutto per aumen­tare il pro­prio potere in Rus­sia, dove fanno aper­ta­mente reclu­ta­mento per andare a com­bat­tere con­tro l’Ucraina.

Ma che potere effet­tivo hanno in Rus­sia que­sti gruppi?

Sono un gruppo mino­ri­ta­rio e negli ultimi tempi anche tra gli stu­diosi, hanno perso molto della rile­vanza che ave­vano avuto negli anni passati.

E invece nel Don­bass, in gene­rale, que­sti gruppi che tipo di potere e che influenza hanno? Per­ché sem­bra molto com­pli­cato capire, lato «filo­russi», chi comanda dav­vero, oltre ai tanti rumors che pro­ven­gono da quelle zone e non sem­pli­fi­cano le cose. Che infor­ma­zioni ha al riguardo?

È dav­vero com­pli­cato capire cosa suc­ceda in quella parte del paese, per­ché il ter­ri­to­rio occu­pato dalle forze sepa­ra­ti­sti, coa­diu­vato da forze russe, potremmo defi­nirlo diviso in tante aree coman­date da veri e pro­pri clan.

Tal­volta si tratta di indi­pen­den­ti­sti, tal­volta di cri­mi­nali, ma in gene­rale è un ter­ri­to­rio molto diviso e cao­tico, com­ple­ta­mente. Il che rende molto com­pli­cato capire se c’è qual­cosa di cen­tra­liz­zato o meno o com­pren­dere chi sta coman­dando in un dato territorio.

Ci sono troppi gruppi coin­volti ed è molto dif­fi­cile capire chi comanda, anche per­ché oltre a com­bat­tere con­tro l’esercito, tal­volta com­bat­tono anche tra di loro. La regione di Done­tsk è quella che appare più orga­niz­zata e centralizzata.

Chi ha di fatto pro­cla­mato la Repub­blica di Done­tsk, appar­tiene ad un’organizzazione sepa­ra­ti­sta che vive da tempo e che ha sem­pre avuto con­tatti con Mosca già dal 2005. Sono sepa­ra­ti­sti, filo­russi e orga­niz­zati. Si dice che già nel 2006 abbiano preso parte a trai­ning camp in Rus­sia orga­niz­zati dai ser­vizi di sicurezza.

Cosa è cam­biato nella destra euro­pea, dopo la crisi ucraina?

Con la guerra in Ucraina molti par­titi e gruppi di destra hanno dovuto rive­dere la pro­pria «poli­tica estera» e hanno dovuto pren­dere posi­zione. In realtà la destra ucraina ha perso molto con­senso europeo.

Ad esem­pio Svo­boda prima era appog­giata da alcuni gruppi che poi ne hanno preso le distanze, come il Front Natio­nal fran­cese, la destra austriaca, la stessa Job­bik o anche l’italiano Roberto Fiore e Forza Nuova (non a caso dal sito di Forza Nuova sono scom­parse le cro­na­che dei pre­ce­denti incon­tri con Svo­boda, al con­tra­rio di Casa Pound che invece sup­porta Kiev e in par­ti­co­lar modo Pravy Sek­tor ndr).

Devo aggiun­gere una cosa infine, per­so­nale: Svo­boda è molto più radi­cale a mio modo di vedere, nell’essere di estrema destra, rispetto a Pravy Sek­tor. Que­sti sono più inclu­sivi di Svo­boda. Pravy Sek­tor è soprat­tutto omo­fobo, men­tre Svo­boda è molto più chia­ra­mente neo­na­zi­sta e razzista.

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19/10/2014

Ucraina, non c’è tregua. La corsa degli oligarchi al Parlamento

L'incontro - avvenuto ieri a Milano - fra il presidente ucraino, l’oligarca Petro Poroshenko, e quello russo Vladimir Putin, non ha portato a concreti passi avanti in un processo di pace che sul terreno non trova particolare riscontro, nonostante l'accordo raggiunto sulla sorveglianza aerea della frontiera tra i paesi europei e Mosca.

Nelle ultime 24 ore due militari ucraini sono morti e altri tre sono rimasti feriti nel corso dei combattimento con i miliziani delle Repubbliche Popolari che continuano a sostenere la loro indipendenza, nonostante a Milano Poroshenko e Putin abbiano parlato soltanto di un certo grado di autonomia possibile degli oblast di Donestk e Lugansk dal governo centrale di Kiev. Secondo un portavoce delle forze armate ucraine, Volodimir Poliovi, un militare di Kiev sarebbe stato ucciso da un cecchino e l'altro da un colpo di mortaio.
Secondo i comandi militari della Repubblica Popolare di Donetsk, inoltre, una salva di razzi sparati dall'artiglieria ucraina avrebbe colpito per sbaglio una colonna di blindati governativi nei pressi dell'aeroporto, distruggendo vari veicoli e uccidendo vari soldati, circostanza per ora né smentita né confermata da Kiev.

Nelle ultime ore, inoltre, numerosi proiettili di artiglieria si sono abbattuti nuovamente sulla principale città del sud-est ucraino. Lo ha denunciato il Consiglio comunale di Donetsk, precisando che sono stati colpiti i quartieri di Kuibishevski e Kiivski e che "diversi edifici residenziali sono stati distrutti o parzialmente danneggiati".

A poco più di una settimana dal voto di domenica 26 ottobre la campagna elettorale a Kiev è ormai al rush finale. Le elezioni parlamentari anticipate convocate dal presidente Petro Poroshenko sono un test importante per capire il grado di legittimazione interno del nuovo regime, che governa il paese da febbraio dopo essersi imposto attraverso un colpo di stato militare iniziato con le proteste filoccidentali di piazza Maidan e concluso dagli assalti dei gruppi neonazisti contro numerose sedi istituzionali ed esponenti dei partiti governativi e della sinistra mentre i settori filo Nato delle forze armate imponevano il cambio di regime.



Ma la conflittualità e la competizione tra le diverse aree del nuovo regime è molto alta, basti vedere le continue manifestazioni violente dell’estrema destra – in particolare Pravyi Sektor e Svoboda – che pur potendo contare su alcuni ministri e su alcune posizioni chiave all’interno degli apparati militari rivendicano un maggiore potere e riconoscimento, anche attraverso continue prove di forza nei confronti del resto della maggioranza sfociati in numerose occasioni in assalti alla sede del Parlamento o del Governo (nel video una marcia fascista a Kharkov lo scorso 14 ottobre).

Alle prossime elezioni il ‘re del cioccolato’ Poroshenko si presenta con il Blocco che porta il suo nome, alleanza costituita dal suo partito "Solidarietà" e dai liberal-nazionalisti di "Udar" con a capo il pupillo di Angela Merkel, l’ex campione di pugilato Vitaly Klitschko. Nel suo programma l’attuale capo dello stato ha inserito la battaglia contro la corruzione e il nepotismo, che sicuramente ha contraddistinto le istituzioni dalla rinnovata indipendenza del paese all’inizio degli anni ’90. Ma già è possibile prevedere che Poroshenko porterà con sé in parlamento numerosi parenti e ‘amici’. Tra i papabili c’è Oleksiy Poroshenko, il 29enne figlio dell'imprenditore candidato nella circoscrizione blindata di Vinnitsa da settimane in diretta tv sul 5° Canale, la tv di famiglia. Dopo aver studiato in Francia e Inghilterra Oleksiy Poroshenko ha lavorato per l'azienda di famiglia, la "Roshen", ed ha iniziato la sua carriera politica nel 2010 quando ebbe il suo primo incarico nella diplomazia per poi venire eletto alla Rada.

Oltre al giovane figlio, nel listone elettorale di Solidarietà ci sono anche l'ex ministro degli Interni Yuriy Lutsenko e sua moglie Irina, che è l'amministratore delegato del 5° Canale e deputato della Rada. Nel "Blocco di Petro Poroshenko" c’è anche la 31enne Oleksandra Pavlenko, figlia del vice presidente della Rada Serhiy Pavlenko.

Niente male per un regime che si è affermato con la violenza per “liberare l’Ucraina dagli oligarchi”. Come fa notare Nikolay Kravchenko, responsabile del Partito comunista Ucraino nella regione di Donetsk, Poroshenko ha già ampiamente surclassato il presidente defenestrato a febbraio, Viktor Yanukovich, per numero di parenti e compari infilati nelle posizioni chiave. "Non è cambiato niente di niente. Anzi, è tutto molto peggiorato. Ora interi clan familiari stanno marciando sulla Verkhovna Rada" ha detto Kravchenko alle agenzie di stampa.

Un altro esempio di questo fenomeno è l'ex speaker della Rada, Volodymyr Litvin, e suo figlio Ivan, che diventerà il più giovane deputato in parlamento. Entrambi sono candidati in circoscrizioni a netta dominanza maidanista. La campagna elettorale del giovane Ivan è coordinata dal suo patrigno Andriy Derkach, a sua volta figlio dell'ex capo dei servizi di sicurezza dell'Ucraina, Leonid Derkach. Un’altra candidata, Oksana Kaletnik, è nipote del presidente della commissione agricoltura della Rada, Grigory Kaletnik e cugina dell'ex capo del Servizio doganale ucraino ed ex vice presidente del parlamento, Ihor Kaletnik.

La regione della Trans-Carpatia è il feudo personale del clan Balog, che si sta dirigendo verso la Rada sotto le bandiere del partito del presidente. Viktor Balog, l'ex capo del personale dell'amministrazione del presidente Yushchenko e attualmente membro del parlamento, è in lista nella città di Mukachevo. Pavlo Balog, a Khust. Ivan Balog a Vinogradovo. Il loro cugino Vassily Petevka a Tyachev. I fratelli Dubnevich, Bogdan e Yaroslav, importanti produttori agricoli, sono sulle liste elettorali nella regione di Leopoli.

Anche nell’estrema destra ‘di governo’ il sistema è lo stesso. Oleh Tyahnibok, il leader dell’ex partito nazionalsocialista "Svoboda" è il n° 1 nella lista elettorale di Leopoli, roccaforte fascista, mentre suo fratello Andriy è candidato nella circoscrizione di Stary Sambor, sempre nella stessa regione.

Dopo il trionfo alle presidenziali di maggio, il capo dello Stato è dato per netto favorito dai sondaggi della vigilia: tra il 30-40%, a seconda degli istituti. Ma c'è molta più incertezza su quali e quanti partiti riusciranno a sorpassare la soglia di sbarramento del 5%. La formazione di una nuova maggioranza governativa potrebbe dunque rivelarsi complicata e Poroshenko sarà probabilmente costretto ad affidarsi a vecchi o nuovi partner.

Ad esempio il capo del governo Arseni Yatseniuk. L'attuale premier, catapultato alla guida del Paese alla fine di febbraio ma senza alcuna legittimazione popolare si presenta agli elettori con una nuova formazione
il Fronte popolare (dato al 6-7%) – nato dalla scissione di Patria, il partito di Yulia Tymoshenko (dato anch’esso intorno al 6-8%).

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14/10/2014

Kiev, i nazisti assaltano il Parlamento in nome di Stepan Bandera


A Kiev la situazione è tornata calma solo in serata, dopo una intera giornata caratterizzata da un assedio alla Rada durato ore e sfociato in alcuni casi in un vero e proprio assalto. Protagonisti della prova di forza, come in altre occasioni, i gruppi più estremisti dell’universo nazionalista e fascistoide che si è impossessato del potere dopo il colpo di stato di febbraio.

A differenza delle volte scorse però, questa volta in piazza nel centro di Kiev c’erano circa 4000 membri delle varie organizzazioni dell’estrema destra. Non solo i militanti dei partiti fascisti Svoboda e Pravyi Sektor, ma anche molti dei volontari dei Battaglioni punitivi composti per lo più da estremisti nazionalisti e inquadrati nella Guardia Nazionale, con in prima fila quelli dei Battaglioni ‘Azov’ e ‘Aydar’. Protagonisti negli ultimi mesi di crimini di guerra nell’Ucraina orientale – bombardamenti indiscriminati, rapimenti, uccisioni, torture, distruzioni premeditate del tessuto economico e culturale delle città colpite – i ‘volontari’ hanno di nuovo rivolto la loro rabbia contro il governo nazionalista, di cui pure fa parte l’ex partito Social-Nazionalista oggi Svoboda e con il quale anche Pravyi Sektor ha avuto finora ottime relazioni, avendo avuto accesso alle stanze del potere in diversi settori delle istituzioni di Kiev.

Secondo i media locali sarebbero stati almeno 26 i membri delle forze di sicurezza – tra cui 15 agenti e 11 guardie nazionali – a rimanere feriti nel corso degli scontri con migliaia di nazionalisti ed estremisti di destra davanti alla sede del Parlamento, mentre solo una cinquantina di dimostranti sono stati fermati. Il corteo, composto da migliaia di fascisti con il volto coperto da maschere e fazzoletti e le bandiere dei vari movimenti ha raggiunto la Rada Suprema mentre in aula i deputati si scontravano sulla possibilità di riconoscere come ‘eroi nazionali’ i membri del famigerato Esercito Insurrezionale Ucraino, milizia neonazista agli ordini dell’Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini che durante la Seconda Guerra Mondiale affiancò gli occupanti tedeschi nella caccia ai russi, agli ebrei, ai rom e agli antifascisti, rendendosi responsabile di efferati crimini.
D’altronde i movimenti scesi in piazza si rifanno direttamente e senza timidezze all’ideologia e alla storia dell'Esercito Insurrezionale Ucraino e idolatrano il suo leader Stepan Bandera.
Il presidente ucraino, l’oligarca Poroshenko, che pure ha definito ‘una provocazione pianificata’ quella realizzata oggi dall’estrema destra, ha dichiarato il 14 ottobre (data di fondazione dell’Esercito Insurrezionale Ucraino-UPA) festa nazionale per commemorare i "difensori dell'Ucraina" e ha cancellato la festa di epoca sovietica dei "difensori della patria" del 23 febbraio. Incredibilmente il ‘re del cioccolato’ ha accusato, anche se non esplicitamente, la Russia di essere dietro la violenta mobilitazione dei neonazisti. "Non lascerò che provocatori, disertori e agenti pagati da un altro stato aprano un secondo fronte interno al paese" ha affermato il presidente impegnato nella campagna elettorale in vista del voto del 26 ottobre.

Purtroppo non è l’unica notizia inquietante che arriva oggi dall’Ucraina. Cinque persone sono state uccise e altre dieci sono rimaste ferite da proiettili di artiglieria che si sono abbattuti su una processione funebre a Sartanà, località alla periferia di Mariupol, nel sud-est ucraino. Lo fanno sapere le autorità sanitarie del Comune della città sul Mar Nero. Il bilancio delle vittime delle ultime 24 ore comprende anche sette soldati dell'esercito governativo morti nell'est del Paese, sei dei quali a causa dell'esplosione di mine.

Dall’altra parte un comandante delle milizie della Novorossija, identificatosi con il nome di combattimento Givi, ha informato che 27 dei suoi uomini sono stati uccisi nelle ultime tre settimane negli scontri per il controllo dell'aeroporto di Donetsk.





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