Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Donetsk. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Donetsk. Mostra tutti i post

20/03/2022

“La conquista di Mariupol è questione di giorni”

Maurizio Vezzosi, reporter e esperto della regione si trova sul campo e sta inviando le sue corrispondenze da Mariupol. Qui le notizie arrivate ieri.

*****

Nella mattinata di oggi, mentre mi trovavo a Mariupol, un complesso residenziale nella zona di Kirovskij – a sud di Donetsk – è stato colpito da alcuni colpi di artiglieria dell’esercito ucraino: quattro civili – tutte donne – hanno perso la vita.

Pesantissima la situazione a Mariupol, dove prosegue l’evacuazione dei civili, già fuggiti a migliaia: in macchina, in bus, in bicicletta, a piedi. Impossibile dare conto di quanti siano scappati e di quanti siano rimasti.

Altrettanto impossibile dare conto, del numero dei civili e dei militari morti nella battaglia per la conquista della città. Molti i morti a cui non è stata ancora data sepoltura.

Mariupol è completamente circondata ed alcuni settori della città sono già sotto controllo russo.

Non c’è acqua, né telefono, né corrente elettrica. Moltissimi i complessi residenziali distrutti: sparando missili anticarro dai piani alti di questi edifici la compagine ucraina ha tentato di rendere il più complicato possibile l’accesso alla città da parte delle forze russe.

Intensi i combattimenti nella zona dell’acciaieria, ancora controllata dal battaglione Azov.

Migliaia di persone vivono da settimane negli scantinati: a centinaia si aggirano per le strade per trovare da mangiare. I negozi ed i magazzini sono stati presi d’assalto. Enormi le difficoltà, nonostante le ingenti consegne di viveri da parte delle forze russe.

A migliaia di civili è stato a lungo impedito di allontanarsi da Mariupol da parte del battaglione Azov: ho avuto personalmente conferma di questo da parte di numerosi civili in fuga verso Donetsk.

Non posso escludere che ad una parte dei civili rimasti in città venga ancora negata dalla medesima compagine la possibilità di allontanarsi. Molte le testimonianze che riferiscono di civili feriti ed uccisi dal battaglione Azov tentando la fuga prima che la periferia nord della città venisse conquistata dalle forze russe. Inaccessibile, almeno per oggi, la zona del teatro.

Tutti i civili che si allontanano dalla città vengono identificati dalle forze russe.

A tutti gli uomini viene chiesto di mostrare petto, schiena, gambe e braccia per appurare la presenza di eventuali tatuaggi che possano ricondurre la loro identità a membri del battaglione Azov.

La conquista della città da parte delle forze russe appare una questione di giorni.

Fonte

08/09/2018

Donbass: grossi (ed equivoci) avvicendamenti ai vertici della DNR


Mentre sono in corso da giorni grossi preparativi ucraini – di cui l’assassinio del Presidente della Repubblica popolare di Donetsk, Aleksandr Zakharčenko appare essere un tassello, ancorché fondamentale – in vista di un attacco su larga scala alle Repubbliche popolari del Donbass, avvicendamenti tutt’altro che privi di significato avvengono proprio ai vertici della DNR.

Sul piano militare, secondo la ricognizione delle milizie popolari, le forze ucraine avrebbero formato un gruppo d’assalto, forte di oltre 12.000 uomini, per attaccare la DNR e, insieme a questi, ben sei divisioni di artiglieria sarebbero state spostate verso Velikaja Novoselka, 90 km a ovest di Donetsk. Le milizie, in caso di aspro acutizzarsi della situazione, starebbero pensando a una mobilitazione generale e al richiamo dei riservisti. Sul fronte della LNR, Kiev avrebbe concentrato una quindicina di obici di grosso calibro, semoventi e trainati, nell’area di Rubežnyj, un centinaio di km a nordovest di Lugansk, pronti a muovere verso la linea di demarcazione.

A livello politico, il Consiglio del popolo della DNR ha nominato Presidente del consiglio dei ministri a interim lo speaker dell’assemblea e capo della delegazione ai colloqui di Minsk, Denis Pušilin. Nella stessa seduta del Consiglio, è stata anche annunciata la prossima nomina della Commissione elettorale centrale, in vista delle elezioni fissate, sia nella DNR che nella LNR, al prossimo 11 novembre.

La nomina di Pušilin fa seguito alla decadenza, anche formale, di tutti i poteri del Presidente della DNR – per ovvie ragioni – e dei Ministri: Zakharčenko presiedeva infatti anche il Consiglio dei Ministri. L’incarico a Pušilin è la diretta conseguenza della sentenza della Procura generale, che ha dichiarato illegittima la nomina di Dmitrij Trapeznikov a capo provvisorio della Repubblica e ha definito il Consiglio del popolo unica autorità legittimata, secondo la Costituzione, ad adottare tale decisione.

Il Consiglio dei Sindaci delle città della DNR si è dichiarato concorde con la sentenza della Procura, ricordando che la nomina di Trapeznikov, a poche ore dall’assassinio di Zakharčenko, era stata “una misura straordinaria e temporanea. Ora, quando tutti ci siamo ripresi dallo shock della tragedia, è necessario tornare alla lettera della legge”. Più tardi, lo stesso Trapeznikov ha rilasciato una simile dichiarazione, di approvazione degli avvicendamenti al vertice.

Nella tarda serata, Pušilin ha reso nota la lista dei Ministri, quasi tutti cambiati rispetto al precedente Gabinetto e tutti qualificati come “facente funzione”, fino alle elezioni. Secondo una fonte, Ekaterina Matjuščenko avrebbe conservato il posto al Ministero delle finanze; mentre la carica sinora tenuta da Aleksandr Timofeev, al Ministero delle imposte, è andata Evgenij Lavrenov. Tre Ministri, nominati vice premier, dirigeranno altrettanti blocchi ministeriali: analisi e sviluppo strategico, politiche sociali, bilancio e finanze.

Ma, secondo un’altra fonte, la Matjuščenko e la presidente della Banca centrale, Irina Nikitina, sarebbero fuggite in Russia, insieme ad altri ex dirigenti della cerchia di Aleksandr Zakharčenko, tra cui i suoi ex consiglieri Aleksandr Kazakov e Aleksandr Pašin, mentre Trapeznikov, secondo dnr-live, sarebbe “riuscito ad accordarsi con Mosca e avrebbe conservato il posto di vice premier”.

La prima voce di una fuga in Russia “eccellente” era stata quella riguardante il Ministro delle imposte, Aleksandr Timofeev (tra i feriti meno gravi nell’attentato del 31 agosto) accusato di appropriazioni varie. Nella mattinata di ieri, il direttore di una delle più grandi imprese agroindustriali della Repubblica, la “Kolos D”, Vadim Savenko, aveva accusato Timofeev di aver sottratto all’azienda valori per 850 milioni di rubli. Secondo Savenko, nel novembre 2017, su disposizione diretta del Ministro, nonché vicepresidente del Consiglio dei ministri, un “gruppo armato, guidato dal direttore dell’impresa statale “Zarja Agro”, Gennadij Krjaževyj, aveva fatto irruzione sul territorio della “Kolos” e sulla base di presunti documenti in possesso del Ministero, circa la qualifica di “beni giacenti” riferita all’intera proprietà della “Kolos” – beni mobili, patrimonio zootecnico e produzione agricola – di fatto se ne era impossessato”.

Timofeev, dice Savenko, avrebbe “abusato della fiducia accordatagli dai vertici del DNR, che gli avevano affidato la direzione fiscale della Repubblica”, utilizzando la carica per “l’arricchimento personale e il rafforzamento della propria autorità”. In serata, una nuova accusa si è aggiunta contro Timofeev: quella di “essersi appropriato” di una serie di imprese di trasporti, le cui perdite, dal 2015, ammonterebbero a oltre 100 milioni di rubli. Secondo gli imprenditori che accusano Timofeev, egli avrebbe sottratto loro le aziende dietro la copertura della “nazionalizzazione”.

Come detto, tutto “in ordine” con Dmitrij Trapeznikov, a parte la dichiarazione sulla illegittimità e provvisorietà della sua nomina. Per la verità, qualche voce circa le sue “credenziali” come vice premier erano circolate in passato. E si erano appuntate sulle sue manovre per piazzare ai posti chiave propri personaggi, aggirando Zakharčenko: o meglio, personaggi fedeli a Rinat Akhmetov, il maggior oligarca ucraino, i cui forti interessi nel Donbass gli hanno fatto tenere (perlomeno fino a una certa fase) posizioni “non univoche” tra Kiev e le milizie. Nel 2016, l’allora comandante del battaglione delle milizie della DNR “Vostok”, Aleksandr Khodakovskij (che qualcuno dà quale possibile alternativa a Pušilin nella corsa elettorale del 11 novembre, nonostante i suoi non più ottimi rapporti con Mosca) scriveva che gli uomini di Akhmetov nella DNR erano Maksim Leščenko, capo dell’amministrazione presidenziale, e Trapeznikov, suo vice.

Stando alle voci, quest’ultimo, funzionario amministrativo del rione Kujbyšev di Donetsk, era entrato nel giro di Akhmetov quale capo degli ultras dello “Šakhtër” che, a differenza degli ultras della “Dinamo” di Kiev, o del “Metallist” di Kharkov o del “Karpaty” di Lvov, già durante la cosiddetta “rivoluzione arancione” del 2004 avevano avversato il nuovo potere di Kiev. L’ascesa di Trapeznikov era iniziata allorché egli, in concomitanza a una visita a Donetsk dell’inviato presidenziale russo, Vladislav Surkov, aveva organizzato la protesta degli imprenditori locali contro il Codice fiscale della repubblica e le ispezioni straordinarie: il tutto, diretto contro il Ministro delle imposte Timofeev. Dopo di che, Trapeznikov aveva cominciato a riunire intorno alla sua persona i vice sindaci delle maggiori città, aggirando i primi cittadini, per costruire la propria cerchia di potere.

“Quando Dmitrij Trapeznikov avrà terminato di costruire la propria verticale del potere” scriveva Khodakovskij, “allora potrà occupare la carica più alta nella DNR. Zakharčenko ora gode del sostegno assoluto della popolazione; ma quando tutti i posti chiave saranno occupati da uomini di Trapeznikov, allora forse il popolo non potrà più aiutare il capo della Repubblica. Quando vincerà Trapeznikov, vincerà Akhmetov e allora tutti gli slogan sulla Russkaja Vesna e la Repubblica senza oligarchi rimarranno slogan. E allora, perché saranno morti gli uomini migliori del Donbass?”.

Dunque, cosa si cela dietro l’assassinio di Zakharčenko? La mano di Kiev nasconde anche la lotta tra “nazionalizzatori” e “privatizzatori”, concentrata evidentemente nelle branche strategiche mineraria e metallurgica? E ancora: quanto potrebbe esser stata, o essere, pesante, la mano allungata sulle preziosissime risorse del Donbass dai corrispondenti colossi russi e ucraini del settore, a loro volta legati reciprocamente da interessi industriali e finanziari, come testimonierebbero i rapporti tra l’oligarca ucraino Sergej Kurčenko e l’influente consigliere presidenziale russo Vladislav Surkov, posto dal Cremlino a “curare” le faccende della DNR e, in particolare, di Zakharčenko?

Ora dunque, come scriveva ieri Andrej Babitskij su life.ru, sarebbe interessante conoscere il vero compito della miriade di agenti del FSB russo, sbarcati a Donetsk sin dal giorno successivo l’assassinio di Zakharčenko e ufficialmente inviati a indagare sul delitto, e che sembra stiano mettendo sottosopra ogni possibile “armadio” ministeriale, alla ricerca di scheletri che potrebbero portare benissimo a Kiev, ma anche a Mosca. Non a caso, a quanto ci dicono semplici cittadini di Lugansk riparati in Russia, per l’omicidio del capo della DNR, il dito viene puntato soprattutto a ovest, ma anche a est.

Fonte

01/09/2018

I nazisti di Kiev uccidono Zakharcenko e minacciano una parlamentare europea

Il presidente della Repubblica di Donetsk, Zakharcenko, è stato assassinato da un commando terrorista chiaramente inviato dal governo nazifascista di Kiev. È un atto gravissimo contro una popolazione, quella del Donbass, oggetto della violenza e della minaccia di sterminio etnico da parte delle autorità dell’Ucraina. Ed è un atto di guerra che preannuncia altri più gravi atti di guerra in Europa.

Il governo di Kiev è il primo nel nostro continente al quale partecipano forze che esaltano il collaborazionismo e il sostegno ad Hitler. In Ucraina la persecuzione degli antifascisti è la regola e resta impunita la strage di Odessa, quando centinaia di militanti sindacali furono bruciati vivi nella loro sede da orde fasciste. Tutto questo avviene con il sostegno finanziario e militare della UE e della NATO, senza il quale il governo di Kiev crollerebbe, travolto dalla crisi economica e dal crescente rifiuto della sua violenza da parte della stessa popolazione ucraina.

Quello stesso governo mandante di un attentato terrorista senza precedenti dal 1945 per l’Europa, ha deciso si perseguitare tutte e tutti coloro che esprimono solidarietà alle popolazioni martoriate del Donbass. Eleonora Forenza, parlamentare europea del GUE, dirigente di Rifondazione Comunista, componente del coordinamento nazionale di Potere al Popolo, che ha partecipato ad una delegazione di solidarietà in Donbass, è oggi vittima di minacce politiche e legali da parte del governo di Kiev, con l’incredibile accusa di complicità con il terrorismo. È un fatto gravissimo che, visti i metodi di Kiev, richiede una immediata risposta delle autorità italiane e UE, a tutela di Eleonora alla quale va la solidarietà e il sostegno di tutto Potere al Popolo.

È necessario fermare la spirale di guerra in Donbass e il governo di Kiev che la alimenta. Basta con la guerra in Europa, si affermi una soluzione pacifica del conflitto, nel rispetto della libertà e del diritto di autodeterminazione dei popoli.

Potere al Popolo chiede al governo italiano di condannare l’attentato e di agire in sede europea per fermare il sostegno ai criminali di Kiev, facendo uso se necessario di quel potere di veto minacciato per i migranti, ma mai usato finora di fronte alle sanzioni e alle decisioni guerrafondaie della UE.

Fonte

Assassinato Aleksandr Zakharčenko: Kiev ha superato il limite

Alla vigilia dell’anniversario di uno degli atti terroristici più infami e sanguinosi commessi dalle bande cecene, allorché il 1 settembre 2004 una trentina di terroristi (ma, per i media occidentali, si tratta sempre e comunque di “combattenti separatisti”) della formazione di Šamil Basaev tenne in ostaggio per tre giorni oltre mille tra bambini, genitori e insegnati della scuola №1 di Beslan, la cui liberazione costò la vita a più 350 ostaggi, altri terroristi hanno assassinato a Donetsk Aleksandr Zakharčenko, Presidente della Repubblica popolare di Donetsk.

Se la scia di sangue di civili inermi, di bambini, di anziani, che l’aggressione ucraina si porta dietro da oltre quattro anni sta continuando a terrorizzare il Donbass; se l’uccisione di tanti comandanti delle milizie – solo alcuni, dal 2015: Aleksandr Bednov, Roman Voznik, Aleksej Mozgovoj, Eduard Ghilazov, Pavel Dremov, Evgenij Kononov, Armen Baghirjan, Aleksandr Pavlov “Motorola”, Oleg Anaščenko, Mikhail Tolstykh “Givi”, in agguati dietro le linee del fronte o addirittura sulla porta di casa, lascia dietro di sé lo sgomento per la perdita di compagni valorosi e capaci; l’assassinio di Zakharčenko sembra dover coinvolgere lo spirito stesso della Novorossija. Da quasi quattro anni, dal novembre 2014, la sua figura ha costituito quasi il simbolo della resistenza dell’intero Donbass; più di quelle dei presidenti dell’altra Repubblica popolare, quella di Lugansk, che si sono succeduti nel tempo. Zakharčenko ha rappresentato la “continuità”, la stabilità di ambedue le Repubbliche popolari, la loro determinazione a resistere all’aggressione golpista.

A Mosca già ieri – la notizia dell’esplosione nel centro di Donetsk e della morte in ospedale di Zakharčenko, per le lesioni riportate, insieme al ferimento di altre dieci persone, è stata diffusa dopo le 17 – si è parlato di “superamento di ogni limite”, come se il soggetto che quasi sicuramente è il mandante dell’atto terroristico, cioè la junta nazigolpista di Kiev, voglia arrivare proprio a questo: dimostrare la propria “potenza”, portando il terrore nel cuore della capitale della DNR, falciando l’uomo simbolo della DNR e con ciò mandare a monte ogni tentativo di soluzione del conflitto. In questo senso si è espresso, ad esempio, il maresciallo dei cosacchi del Kuban e deputato della Duma russa, Konstantin Zatulin: “La morte di Alexander Zakharčenko” ha detto, “è la dimostrazione della natura terroristica e di odio antiumano delle autorità di Kiev. In ogni crisi, scontro, persino azione militare, c’è una soglia che non può essere valicata. Kiev oggi ha oltrepassato questa linea. L’Ucraina di Porošenko è uno stato di gangster. L’attacco terroristico a Donetsk non resterà senza conseguenze".

Il presidente del Consiglio del popolo della DNR e principale delegato ai colloqui di Minsk, Denis Pušilin, ha dichiarato che questa “è un’altra aggressione dell’Ucraina. Donetsk vendicherà questo crimine”.

Da Mosca, Vladimir Putin ha dichiarato che “il vile omicidio di Alexandr Zakharčenko costituisce un’ulteriore prova del fatto che chi ha scelto la via del terrore non vuol trovare una soluzione politica al conflitto, non vuol condurre un vero dialogo con gli abitanti del sud-est. Puntano pericolosamente sulla destabilizzazione della situazione, per mettere in ginocchio il popolo del Donbass. Ma non ce la faranno”.

Per parte nostra, possiamo azzardare che Kiev non possa essersi arrischiata a puntare a un obiettivo così in alto senza un benestare da oltreoceano, con la consapevolezza, prima di tutto, di dover saggiare ulteriormente, per interposta persona, le reazioni di Mosca. Reazioni che, al momento, perlomeno ufficialmente, appaiono abbastanza misurate. Lo speaker della Duma, Vjačeslav Volodin ha detto che l’atto terroristico annulla di fatto gli accordi di Minsk e ha esortato l’Assemblea Parlamentare dell’OSCE a fornire una propria valutazione dell’attacco. Più deciso e diretto, come sua abitudine, il leader ceceno Ramzan Kadyrov, il quale ha dichiarato che Grozny è pronta a prestare qualsiasi aiuto e sostegno alla DNR, sotto qualunque forma lo si voglia intendere.

Ieri, il Ministero degli esteri russo aveva diffuso una nota in cui si dichiara che “scopo dell’azione terroristica è l’interruzione del processo di soluzione politica pacifica della situazione nel Donbass, l’attuazione degli accordi di Minsk. L’assassinio di uno dei firmatari del complesso di misure di Minsk è perfettamente nella logica della soluzione di Kiev della crisi interna ucraina”.

Ancora Volodin ha espresso forti dubbi che le autorità di Kiev entrino ora in contatto con il nuovo leader della DNR, chiunque sia, considerandolo “due volte illegittimo”: non riconosciuto da Kiev e non eletto dal popolo della DNR, come lo era stato Zakharčenko.

Comunque, se pochi dubbi rimangono sui committenti, sin da subito i sospetti su esecutori e complici si sono appuntati, come già in altre occasioni, sulla cerchia più stretta di Zakharčenko e le notizie di stamane sembrano confermare queste ipotesi. Il locale in cui è avvenuta l’esplosione, a due passi dalla residenza presidenziale, è di proprietà del capo della scorta Zakharčenko e viene spesso utilizzato come sede di ricevimenti ad alto livello. Per l’appunto, ieri, vi si commemorava Iosif Kobzon, “la voce” dell’URSS, originario di Donetsk e morto di tumore il giorno precedente. Le prime indagini parlano di una bomba posta dietro un lampadario e fatta detonare con uno squillo di cellulare; per potere accedere e piazzare l’ordigno, in un locale tanto controllato, è impossibile fare a meno di complicità “interne”.

Proprio su questo ferma l’attenzione il politologo Eduard Popov: “Sfortunatamente, la difesa delle repubbliche del Donbass zoppica; è risultato evidente già con l’omicidio di Motorola, in seguito a un tradimento interno. Ho visto personalmente come fosse protetto Zakharčenko. Se i terroristi ucraini sono arrivati fino a lui, la sicurezza della DNR funziona molto male. Interi dipartimenti sono pieni zeppi di uomini di Kiev”. Inoltre, l’omicidio di Zakharčenko, tra gli altri obiettivi, ha anche quello di “indurre un’atmosfera di paura e insicurezza. E’ tempo di iniziare al più presto una pulizia di massa dell’apparato statale dagli agenti ucraini. Il successore deve essere un militare, dello stampo di Zakharčenko; ogni altra candidatura non potrebbe che ricadere su personaggi pronti a tradire”: forse Kiev punta proprio su questo.

Al momento, mentre la Repubblica ha proclamato lo stato d’emergenza e rafforzato al massimo le misure di sicurezza (nella stessa LNR le milizie sono state poste in stato di massima allerta) il Consiglio dei Ministri della DNR ha nominato facente funzioni di capo della Repubblica Dmitrij Trapeznikov, sinora vice presidente del Consiglio. E Trapeznikov, in una conferenza stampa congiunta con Denis Pušilin, ha detto di attendere provocazioni alle frontiere della DNR, mentre la ricognizione delle milizie già registra movimenti di truppe e veicoli corazzati ucraini in direzione di Volnovaha-Dokučaevsk.

Aleksandr Zakharčenko, nato a Donetsk 43 anni fa, dopo il referendum sull’indipendenza della DNR del 11 maggio 2014, era stato nominato comandante militare di Donetsk, ricoprendo l’incarico fino al luglio successivo e nominato poi vice Ministro degli interni. In quel periodo, ha preso parte ai combattimenti nell’area di Donetsk. L’8 agosto, il Consiglio Supremo della DNR lo aveva nominato Presidente del Consiglio dei Ministri. Eletto Presidente della DNR il 2 novembre 2014 con il 77,51% dei voti, il 12 febbraio 2015, con le consultazioni del cosiddetto “formato normanno” tra i leader di Russia, Francia, Germania e Ucraina, a Minsk, insieme ai partecipanti al “gruppo di contatto” e al capo della LNR, Igor Plotnitskij, aveva firmato il complesso di misure del cosiddetto “Minsk-2”.

Un primo attentato contro Zakharčenko era stato compiuto già nell’agosto 2014. Nel febbraio 2015, un cecchino ucraino lo aveva colpito a una gamba a Debaltsevo; due settimane prima, un altro cecchino lo aveva mancato a Uglegorsk e aveva ucciso una sua guardia del corpo.

I funerali si terranno domani. La Repubblica ha proclamato tre giorni di lutto. L’inizio dell’anno scolastico è rimandato dal 1 al 4 settembre.

PS. Non merita dar conto degli schiamazzi di gioia dei nazisti ucraini per l’assassinio di Zakharčenko, se non per rimarcare una volta di più a chi facciano da putrido megafono gli italici piddini e “leu-isti” vari.

Fonte

31/08/2018

Attentato a Donetsk, ucciso il capo della Repubblica Popolare Alexander Zakharchenko

Alexander Zacharchenko, leader della Repubblica Popolare di Donetsk, eroe della resistenza della città al regime fascista di Kiev, è stato ucciso oggi pomeriggio in seguito a un'attentato, avvenuto alle 17:30 circa, ora locale, mentre si trovava in un bar della città. Il leader sarebbe morto in ospedale in seguito alle gravi ferite riportate. Assieme a lui risulta ferito il Ministro delle Finanze, Alexander Tymofeviev.

Alexander Zacharchenko, dopo l'Euromaidan e le rivolte antifasciste nel Donbass, si era unito alle milizie popolari e aveva partecipato all'occupazione del Palazzo dell'Amministrazione Regionale, nell'aprile del 2014. Dal 2 novembre del 2014 era il capo della Repubblica Popolare di Donetsk, eletto con il 77,51% delle preferenze.

Maria Zacharova, portavoce del Ministero degli Esteri Russo, commenta così questo omicidio: «Vi è ogni ragione di credere che dietro all’assassinio c’è il regime di Kiev».

Segue con parole durissime:

«Anziché rispettare gli accordi di Minsk e cercare una via d'uscita dal conflitto interno, la parte ucraina realizza uno scenario terroristico, aggravando ancora di più la già difficile situazione. L'Ucraina non avendo mantenuto le promesse di pace ha ora deciso di passare alla guerra di sangue».

Conclude chiedendo che la comunità internazionale guidi un'indagine super partes per trovare i responsabili dell'omicidio del leader politico.

Intanto l'agenzia Interfax dà la notizia dell'arresto dei sospetti attentatori e sabotatori ucraini, da parte delle forze di sicurezza della repubblica popolare.

La morte di Zacharchenko apre una pericolosa fase di instabilità politica, non solo per la Repubblica Popolare di Donetsk, ma per tutto il Donbass.

Fonte

21/03/2018

“In Donbass si combatte una guerra globale. La situazione sociale dell'Ucraina continuerà a peggiorare”. Intervista a Stanislav Retenskij

Stanislav Retenskij è il segretario del Partito Comunista della Repubblica Popolare di Donetsk (KPDNR). Retenskij si è recato per alcuni giorni in Italia: nel corso della visita ha svolto numerose iniziative in cui ha raccontato il proprio punto di vista su una guerra che in Ucraina sta proseguendo silenziosamente.

Intervista di Maurizio Vezzosi

Perché nonostante Il conflitto in Donbass stia proseguendo è stato derubricato nell'agenda internazionale?

Credo che in Italia il problema riguardi principalmente la mancata attenzione dei media. Sin dall'inizio di Maidan la situazione politica ucraina è stata caratterizzata da una forte contrapposizione tra i gruppi oligarchici per il controllo sulla sfera economica, una contrapposizione tuttavia dominata dal ruolo dell'imperialismo americano. In termini geopolitici l'Ucraina si trova tra due aree: l'area euroatlantica e la Russia: occorre quindi tenere presente il significato globale del conflitto ucraino. Per queste ragioni per le Repubbliche Popolari del Donbass è molto importante che sul piano internazionale ci sia un'alternativa sul piano dell'informazione e della solidarietà.

Qualche giorno fa Poroshenko ha dichiarato la fine dell'ATO - Anti Terrorism Operation - denominando la campagna militare ucraina Joint Venture Operation. Che significato ha questo fatto?

L'assetto dell' ATO prevedeva che ad occuparsi delle attività militari fossero i servizi di sicurezza ucraini (SBU). Questo, da un punto di vista formale, complicava notevolmente l'impiego di armi pesanti da parte delle forze ucraine, come le forze aree o l'artiglieria.

Da un punto di vista politico il pretesto di un'operazione antiterrorismo appariva evidentemente poco coerente con la presunta invasione russa dell'Ucraina. Chiaramente il ruolo dei servizi segreti ucraini rimarrà importante, ma con questa mossa il comando formale delle operazioni militari passa all'esercito (VSU – Forze armate dell'Ucraina). Prima di questo fatto ad occuparsi dei traffici illegali e del mercato nero a ridosso della linea di fronte erano gli stessi servizi di sicurezza ucraini: la guerra è sempre un'ottima occasione per arricchirsi. E' senz'altro possibile che questo cambiamento produca nuovi conflitti all'interno degli apparati ucraini. Tuttavia, bisogna tenere presente che molte delle tensioni che si verificano tra i poteri ucraini sono in realtà il riflesso di altre contrapposizioni, come ad esempio quella tra il partito democratico e quello repubblicano degli Stati Uniti, che si riflette nel conflitto tra Poroshenko – sostenuto dai democratici – e Sakhaashvili – sostenuto dai repubblicani. Le operazioni militari in Donbass sono cominciate dopo l'arrivo a Kiev di importanti figure dell'apparato statunitense. Oltre a questo è ben noto che i comandanti dei battaglioni neofascisti si siano regolarmente consultati con Washington per concordare i propri piani d'azione. Nonostante l'Unione Europea abbia certamente degli interessi in Ucraina, rimane ben più debole degli Stati Uniti e fortemente condizionata da questi: anche per questo la Germania non rinuncia mai al dialogo con la Russia. Credo che se le parti coinvolte nella guerra ucraina fossero soltanto i paesi europei il conflitto sarebbe risolto da tempo.

In questo momento qual è la situazione sociale nei territori sotto controllo del governo di Kiev?

Bisogna sottolineare che la situazione sociale nei territori sotto controllo del governo di Kiev è di gran lunga peggiore di quella delle Repubbliche Popolari, nonostante queste facciano quotidianamente i conti con la guerra. Kiev ha continuato a privatizzare, portando avanti delle controriforme nell'ambio della sanità: nei territori che controlla Kiev ha aumentato notevolmente i prezzi delle tariffe di gas e corrente elettrica, mentre nelle Repubbliche di Donetsk e Lugansk questi sono rimasti stabili sin dall'inizio della guerra. A Donetsk e Lugansk esiste un programma permanente di aiuto umanitario che ad esempio fornisce pasti gratuiti per i bambini fino a tre anni, che sostiene le famiglie numerose, gli anziani non autosufficienti, gli invalidi. La situazione sociale in Ucraina continuerà ad essere instabile: sono molte le questioni che riguardano questo tema. Attualmente nei territori delle Repubbliche Popolari di Lugansk e Donetsk gran parte delle miniere non sono attive perché sono state danneggiate dai bombardamenti o perché l'artiglieria ucraina impedisce loro di funzionare regolarmente. In questo momento gli Stati Uniti sono il secondo esportatore di carbone in Europa dopo la Russia: in Franca la stragrande maggioranza delle miniere ha chiuso, così come in Germania ed in Gran Bretagna. Nei territori controllati dal governo ucraino – e non interessati da alcuna attività militare – le miniere sono state chiuse per soddisfare le richieste statunitensi: è noto che nel settembre dello scorso anno nel porto di Odessa è arrivato via nave un primo carico di carbone nordamericano. La priorità del governo ucraino è evidentemente quella di assecondare le esportazioni americane distruggendo la produzione nazionale.

Cosa può dirci rispetto alle nazionalizzazioni nelle Repubbliche Popolari del Donbass?

Una delle risposte all'oltranzismo di Kiev è stato il controllo sulla tassazione delle aziende che pur lavorando nei territori delle Repubbliche Popolari paradossalmente pagavano le tasse al governo ucraino. Questo chiaramente non corrisponde né alla loro piena nazionalizzazione, né tanto meno al socialismo.

Negli scorsi mesi un'operazione dell'apparato della LNR (Repubblica Popolare di Lugansk) ha, per così dire, suggerito le dimissioni all'ex presidente Igor Plotinskij. Qual è a suo avviso il significato di questa vicenda?

Rispondere a questa domanda spetterebbe a chi si occupa del lavoro politico nella LNR. Tuttavia, credo che la vicenda faciliterà i rapporti tra i comunisti della LNR e la presidenza. Riguardo i rapporti tra le due Repubbliche Popolari credo sia importante sottolineare che il nuovo presidente della LNR ha firmato insieme al presidente della DNR (Repubblica Popolare di Donetsk) Alexander Zakharcenko un documento d'intesa riguardante il processo di integrazione economica delle due repubbliche, il potenziamento dei collegamenti ferroviari tra LNR e DNR e gli aspetti commerciali. Dunque quello che posso dire per il momento è che la nuova presidenza della LNR sembra essere più attiva sul fronte dell'integrazione delle due Repubbliche Popolari.

Che cosa può dirci sulle elezioni che si sono svolte in Russia?

Il successo di Putin era prevedibile. Credo che il risultato ottenuto da Pavel Grunin – candidato del KPRF, Partito Comunista della Federazione Russa – sia comunque molto positivo. Le oligarchie russe temono la vittoria e la crescita delle forze progressiste, così come temono il fatto che nella società russa l'idea del socialismo sia diffusa ed abbia una concreta attualità.

Per la prima volta in visita in Italia dopo varie iniziative in diverse città a Roma è intervenuto all'assemblea nazionale di “Potere al Popolo”. Come commenta questa sua partecipazione?

Gli italiani sono stati i primi a mettersi in contatto con noi dando il loro appoggio e la loro solidarietà attiva. Il nostro partito ha salutato con favore la nascita di “Potere al Popolo” e lo ha appoggiato ufficialmente nella competizione elettorale che si è svolta recentemente in Italia. Nonostante la piccola percentuale di voti ottenuta nella competizione elettorale credo che in Italia – così come altrove – l'unione di varie forze che si rifanno al socialismo sia il presupposto fondamentale per un lavoro politico efficace. La loro lotta è anche la nostra.

Fonte

29/01/2017

Il mancato “Nobel per la pace” a Petro Porošenko

Attacchi a ripetizione delle forze ucraine sui quartieri nordoccidentali di Donetsk: impiegato ogni tipo di arma pesante a eccezione, per ora, dell'aviazione. Abitazioni cannoneggiate e distrutte a Makeevka; intensi martellamenti su Avteevka e Jasinovataja; attacchi di reparti neonazisti di Pravyj Sektor sui punti di controllo per l'accesso a Donetsk. L'offensiva iniziata la notte appena trascorsa è tuttora in corso.

I timori di perdere definitivamente il sostegno dei padrini occidentali stanno facendo il vuoto di deputati della Rada attorno alla nave presidenziale che affonda e spingono Kiev a forsennati attacchi militari provocatori contro il Donbass, ormai testimoniati apertamente dagli osservatori dell'Osce. Ma... ma l'argomento del giorno è la mancata assegnazione del Nobel per la pace a Petro Porošenko nel 2015.

Se l'attribuzione di tale titolo – o anche soltanto l'eventualità che venisse ipotizzata – a tale individuo non avrebbe fatto poi nemmeno tanta meraviglia, visti i numerosi precedenti, ancor meno stupore solleva il pretesto addotto per l'esclusione del presidente ucraino dall'alto riconoscimento. Chi altri se non i soliti servizi segreti russi, due anni fa, avrebbe messo i bastoni tra le ruote alla commissione incaricata dell'attribuzione del titolo, impedendo al “pacifista” Porošenko di sedere alla destra di padri quali il generale George Marshall, Henry Kissinger, il profeta della distruzione dell'Urss Andrej Sakharov, il suo apostolo Lech Wałęsa e il pontifex maximus della fine dell'Unione Sovietica, Mikhail Gorbačëv, insieme a artefici bellici quali Menachem Begin, Yitzhak Rabin e Barack Obama?

La notizia sulla “ingerenza del controspionaggio russo” sarebbe stata diffusa ora dalla NRK norvegese, sulla base di “rivelazioni” del direttore del Comitato del Nobel, Olav Njølstad che, nell'estate 2015, si sarebbe incontrato con due rappresentanti dell'ambasciata russa a Oslo. Nel corso dell'incontro, sarebbe stata sollevata anche la questione di una presunta lettera che, nel maggio precedente, l'allora speaker della Rada e oggi primo ministro Vladimir Grojsman avrebbe indirizzato alla rappresentanza diplomatica USA a Oslo, per chiedere il sostegno americano nel tentativo di accrescere il numero dei membri del Comitato Nobel favorevoli alla candidatura del pacifico Petro. Candidatura che, a detta di Grojsman, avrebbe rappresentato “l'espressione del sostegno univoco all'integrità dell'Ucraina da parte dalla comunità democratica di tutto il mondo”; l'appoggio dell'ambasciata USA a Oslo sarebbe stato anche “apprezzato”, a detta di Grojsman, dalla ex missionaria del Dipartimento di stato USA Victoria-fuck-the-UE-Nuland.

Rusvesna.su scrive oggi che alcuni passaggi di quella lettera erano stati pubblicati il 29 maggio 2015 dal sito thepeoplesvoice.org, a firma dello statunitense Eric Zuesse, senza che questi rivelasse la propria fonte. Il 30 maggio, il servizio stampa di Grojsman avrebbe immediatamente qualificato la lettera come fake.

Secondo rusvena.su, le stesse fonti ufficiali ucraine non hanno mai fatto cenno alla questione e il fatto che questa venga ora sollevata da fonte norvegese, testimonia solo del mutamento di prospettive da parte di Oslo, schieratasi ufficialmente con Kiev contro “l'aggressione russa” e dichiaratasi “perno settentrionale” della Nato, nonostante la non appartenenza ufficiale della Norvegia all'Alleanza atlantica. Una non-appartenenza per cui, entro il 2020, nella provincia polare di Finnmark, sarà operativa la stazione radio-elettronica Globus III, inquadrata nel sistema globale antimissilistico “Aegis” già attivo in Polonia e Romania, i cui radar sono in grado di sorvegliare i movimenti della Flotta del Nord russa e i lanci di missili da tutto il territorio della Russia, fino alla Kamčatka.

Il presidente della Commissione scienze e cultura della Duma russa, Vjačeslav Nikonov, ha qualificato come assurda la “notizia” dell'interferenza russa nel mancato Nobel a Porošenko: “E' chiaro che non abbiamo mezzi di influenza sul Comitato per il Nobel, altrimenti il premio sarebbe stato assegnato più spesso, probabilmente, anche a nostri concittadini”. Nikonov ha anche qualificato come “assurda al quadrato” la stessa idea della possibile attribuzione del Nobel per la pace a Porošenko, un uomo che “sta conducendo la guerra contro il proprio popolo".

Una guerra in cui, tra le decine di migliaia di morti civili per i bombardamenti ucraini sulle città del Donbass, si contano anche oltre cento bambini e giovanissimi, spesso fratelli e sorelle di una stessa famiglia, spesso neonati in braccio alle giovani madri colpiti da bombe di mortaio nel cortile di casa, spesso adolescenti maciullati dalle artiglierie ucraine negli spazi gioco delle scuole. Vittime infantili che vanno ad accrescere i numeri negativi dell'Ucraina odierna. Appena ieri il responsabile presidenziale ucraino per i diritti dell'infanzia, Nikolaj Kuleba, riportava le cifre dell'Ucraina “moderna”: negli ultimi 25 anni, dalla fine dell'Urss e “l'indipendenza”, la popolazione infantile si è dimezzata ed è oggi di 7,6 milioni, così che il paese occupa il 186° posto nel mondo per natalità e il 13° (il 4° secondo la CIA) per grado di mortalità. Secondo Kuleba, 106mila bambini (1,5% della popolazione infantile ucraina) sono ospitati in collegi, ma solo l'8% di essi sono orfani e in questi collegi, a causa della povertà delle famiglie, ogni tre giorni arrivano 250 nuovi giovani “ospiti”. Come minimo 600mila bambini vivono in famiglie “sfortunate”, ha detto Kuleba e, di fatto, “sono in coda” per entrare in collegio.

E' questa la situazione del paese il cui presidente avrebbe dovuto essere candidato al Nobel per la pace; un paese che, di contro alle grida ucraine e occidentali sulla presunta “occupazione russa della Crimea”, l'ex Procuratore generale della Crimea e oggi deputata della Duma, Natalja Poklonskaja, ha definito “territorio temporaneamente occupato”. Dai golpisti neonazisti per conto di mandanti d'oltreoceano.

Fonte

02/09/2016

Donbass, Attentati a Lugansk e Donetsk

Ieri mattina, intorno alle 3 ora locale, un'esplosione ha parzialmente danneggiato il monumento, eretto nel parco dell'Amicizia tra i popoli, nel centro di Lugansk, in onore ai miliziani caduti nella difesa delle Repubbliche popolari dall'aggressione delle truppe ucraine e delle bande neonaziste agli ordini dei golpisti di Kiev. Poche ore prima, un'autobomba era stata fatta saltare nel centro di Donetsk. Fortunatamente, in tutti e due i casi, non ci sono state vittime.

Il portavoce delle milizie della LNR, Andrej Maročko, ha qualificato l'azione di ieri a Lugansk, nel giorno dell'apertura dell'anno scolastico (per cui era stato raggiunto un parziale cessate il fuoco), come un “atto terroristico sacrilego”. Il complesso in bronzo, “Essi hanno difeso la patria”, opera dello scultore Igor Gorbulin e alla cui realizzazione avevano contribuito anche esperti di Donetsk, Mosca e addirittura di Kiev, era stato inaugurato lo scorso 12 maggio, per l'anniversario della LNR, presente il leader della Repubblica, Igor Plotnitskij. Lo stesso Plotnitskij era stato fatto oggetto di un attentato, il 6 agosto, fortunatamente senza gravi conseguenze, a opera di un gruppo di sabotatori ucraini.

Nella sua dichiarazione, Maročko ha evitato riferimenti a precise forze che starebbero dietro l'attentato di ieri a Lugansk, ma appare chiaro che il sempre più crescente isolamento internazionale del regime ucraino, il senso di impotenza e di pochezza militare che sembra attanagliare i vertici golpisti, nonostante i bombardamenti (è di queste ore la dichiarazione del Comitato russo per le indagini, di disporre di campioni di terreno, che proverebbero l'uso di bombe al fosforo da parte ucraina nel Donbass) con cui continuano a martellare i quartieri civili del Donbass, spinge le frange più ottuse, ma anche più colluse con gli apparati di sicurezza ucraini, a gesti “eclatanti”. Dopo l'attentato del 6 agosto, Plotnitskij aveva detto che esso “è una manifestazione non solo di collera impotente, ma anche di livore. Del resto, essi, partiti da condizioni migliori, stanno distruggendo e perdendo tutto. Mentre noi, nonostante tutti i problemi e i pericoli, stiamo costruendo e acquisendo”.

Non è un caso, che praticamente tutti i leader occidentali abbiano pensato bene di non farsi vedere a Kiev, lo scorso 24 agosto, alle parate in occasione del 25° anniversario della “indipendenza” ucraina. Addirittura il vice presidente USA, Joe Biden, praticamente di casa a Kiev e nei giorni successivi il 24 agosto in visita nel nord Europa, ha dato cilecca alle sceneggiate dei golpisti. Il tema ucraino è sostanzialmente scomparso dai media occidentali e i leader europei cercano appena di salvare le apparenze, facendo finta di voler convincere Petro Porošenko a seguire quanto stabilito dagli accordi di Minsk.



L'unica occasione per sollevare la questione del Donbass, è quella, come avvenuto ieri, dell'introduzione di sanzioni USA contro vari Ministri delle Repubbliche popolari di Donetsk e di Lugansk. Una decisione cui ha fatto da contrappeso l'inaugurazione ufficiale a Ostrava, una delle maggiori città della Repubblica Ceca, della prima rappresentanza (aveva iniziato a operare a fine giugno) della DNR in Europa.

Lo stesso Porošenko, tra assenze pubbliche e comparse in stato di ebbrezza, sembra ormai ridotto a mendicare dalla UE l'allargamento delle sanzioni contro la Russia, sulla scia della decisione adottata ieri dal governo USA ai danni di un'altra ventina di imprese e persone fisiche russe. Questo da un lato; dall'altro, le uscite del presidente ucraino, seguite al tentativo di sabotaggio in Crimea, all'inizio dell'agosto scorso e ad alcune denunce occidentali sulle prigioni segrete e le camere di tortura ucraine, manifestano un tentativo di accattivarsi almeno in parte il sostegno occidentale, attenuando la retorica bellicista a uso e consumo delle frange nazionaliste e dicendo, quantomeno a parole, di voler attuare completamente le risoluzioni di Minsk. In ogni caso: parole; oggi, il Consiglio dei Ministri golpisti esaminerà il piano “di sviluppo” ucraino 2017-2020, in cui è prevista la “reintegrazione del Donbass”, ma nessuno dei componenti la junta si è preoccupato di consultare i diretti interessati. Una procedura, scrive Grigorij Ignatov su “Žurnalistskaja Pravda”, che somiglia molto a “un ultimatum di capitolazione senza alcuna garanzia”.

In definitiva, l'atto di ieri notte a Lugansk, nel giorno dell'apertura delle scuole, serve a ricordare tragicamente le decine e decine di bambini e adolescenti rimasti vittime dei razzi e dei colpi di mortaio ucraini. Ieri l'altro a Donetsk, un meeting-requiem aveva reso omaggio ai 72 giovanissimi caduti nella sola DNR, colpiti dalle bombe golpiste nei giardini, nei campi di gioco scolastici, negli ospedali. Piccole vittime che si aggiungono ai 186 giovanissimi scolari e ai 146, tra insegnanti e genitori, che ieri sono stati ricordati alla Scuola n°1 di Beslan, nell'Ossetia settentrionale, nel dodicesimo anniversario della strage compiuta da terroristi ceceni e islamisti nord-caucasici il 1 settembre 2004, a causa della quale anche 126 ostaggi (di cui 70 bambini) sono rimasti invalidi permanenti.

Un ricordo, quello di Beslan, che non ha impedito ieri a molti ucraini di accompagnare i propri figli al primo giorno di scuola, dopo le vacanze estive nelle colonie neonaziste, portando non mazzi di fiori, come tradizione inossidabile dall'epoca sovietica, bensì soldi a sostegno delle truppe che bombardano il Donbass per “liberarlo dall'occupazione russa”. Tant'è: pure nell'occasione dell'attacco a Beslan, gli autori erano stati qualificati dall'Occidente liberale non come terroristi, bensì come “indipendentisti”: quegli stessi “combattenti liberatori” che l'intelligence georgiana ha ora rivelato esser stati addestrati da istruttori occidentali nella Georgia di Mikhail Saakašvili, per essere usati in atti di diversione nelle ex Repubbliche sovietiche.

Non a caso, ieri, Andrej Maročko, per l'attentato a Lugansk, aveva parlato di un atto che poco si distingue da quelli dei terroristi cosiddetti islamisti: i metodi e gli obiettivi degli “indipendentisti” golpisti paiono sempre più coincidere con quelli.

Fonte

06/08/2016

Repubblica di Lugansk. Attentato nazista contro il presidente


Attentato al leader della Repubblica popolare di Lugansk, Igor Plotnitskij. Un ordigno rudimentale, piazzato dietro un palo della illuminazione viaria, è esploso al momento in cui transitava l’auto su cui Plotnitskij viaggiava insieme a due suoi collaboratori. Secondo le prime informazioni, Plotnitskij sarebbe vivo, ma in gravi condizioni; stessa situazione anche per gli altri due passeggeri a bordo della vettura.

Secondo gli ultimi lanci di Interfax, “i medici stanno lottando per salvare la vita di Igor Plotnitskij”.

La versione al momento più accreditata è quella di un’azione di un gruppo di sabotatori ucraini, come indicherebbero alcune tracce rinvenute sul luogo dell’attentato.

Secondo Russkaja Vesna, il capo del Servizio di sicurezza ucraino Jurij Tandit avrebbe confermato, in un intervista a una tv ucraina, che si è trattato di un attentato, evitando ovviamente di entrare nel merito delle versioni sull’accaduto e sui possibili autori. Tandit ha detto di aver ricevuto la notizia “da canali riservati” e, in modo sibillino, ha aggiunto di “essere vicino alle persone che, effettivamente, si trovano ora in gravi condizioni, compreso lui come persona...”, riferendosi con ogni evidenza a Igor Plotnitskij.

Dalla Repubblica popolare di Donetsk fanno sapere che l’attentato contro Plotnitskij non determinerà l’adozione di supplementari speciali misure di sicurezza nella DNR, già di per sé a livelli elevati.

Fonte

07/10/2015

Donbass: "rinviamo le elezioni se Kiev rispetta gli accordi di Minsk"

Alla riunione di ieri del Gruppo di contatto a Minsk, i rappresentanti di DNR e LNR, Denis Pušilin e Vladislav Dejnego hanno dichiarato che le Repubbliche popolari del Donbass accettano di rinviare le lezioni locali ai primi mesi del 2016. Le cancellerie europee tirano un sospiro di sollievo, pur se la parte del “direttore d'orchestra” l'ha giocata, come sta avvenendo anche in Medio Oriente, il presidente russo Vladimir Putin.

Quello delle elezioni locali nel Donbass era stato uno dei punti principali, insieme alla dichiarazione sulla “integrità territoriale dell'Ucraina senza la Crimea”, uscito dall'incontro parigino di venerdì del “Quartetto normanno”: Hollande, Merkel, Putin e Porošenko. Secondo il Minsk-2, il voto nelle Repubbliche popolari avrebbe dovuto tenersi entro il 31 dicembre e DNR e LNR lo avevano già fissato rispettivamente per il 18 ottobre e il 1 novembre. Venerdì, Hollande aveva dichiarato che, per rispettare le formalità che ne garantiscano la piena legittimità, la data avrebbe dovuto essere spostata e lui e Merkel avevano chiesto a Putin di far pressione sul Gruppo di contatto affinché le Repubbliche popolari accettassero sia il rinvio, sia le norme generali ucraine sul voto. Si attendeva quindi la riunione del Gruppo di contatto, per ufficializzare una risposta che, nei termini della richiesta fatta a Putin da Hollande e Merkel, appariva abbastanza scontata, così come in effetti è stata: sono suonati abbastanza retorici i commenti a caldo delle agenzie russe, secondo cui “il Cremlino appoggia la decisione delle Repubbliche popolari”. Più sincera la dichiarazione del presidente della Commissione esteri del Consiglio di Federazione, Konstantin Kosačev: "Per me è molto importante, in tale situazione, percepire che la decisione di Donetsk e Lugansk è venuta dopo il vertice di Parigi e che Mosca è riuscita a lavorare seriamente con Donetsk e Lugansk facendo leva sulla nostra autorità e le nostre possibilità in questi territori. È chiaro che noi non li controlliamo, non possiamo dare indicazioni agli abitanti di Donetsk e Lugansk”, ha detto Kosačev.

Ora dunque, DNR e LNR hanno annunciato ufficialmente e congiuntamente di essere disposte a posticipare il voto al prossimo 21 febbraio, a condizione che, nel frattempo, Kiev attui tutte le condizioni previste dall'accordo di Minsk del febbraio scorso, il cosiddetto Minsk-2: riconoscimento dello status speciale per il Donbass, amnistia generale, scambio completo di prigionieri, sminamento del territorio su cui si è combattuto per un anno e mezzo, nessun perseguimento dei combattenti delle milizie, modifiche concordate della legislazione ucraina che rendano effettivamente possibile il voto. Attualmente, infatti, possono candidarsi solo i rappresentanti di partiti registrati in Ucraina, quali non sono le formazioni attive in DNR e LNR. Un pacchetto niente affatto semplice da esperire; nelle attuali condizioni di zuffe interne al regime di Kiev, tra chi è assolutamente contrario a ogni compromesso e chi lo accetta un po' per finta e un po' per necessità finanziaria, pare che solo un deciso intervento di alcuni – non tutti – ben precisi sponsor occidentali del regime golpista potrà ridurre Kiev alla ragione. La riprova si è avuta già ieri alla Rada suprema, dove è iniziata la discussione – che prosegue oggi – sui risultati del summit parigino: tra i banchi del parlamento ucraino non ci si limita, come in altri scranni europei, ai semplici gesti volgari – si passa direttamente alle vie di fatto! E d'altronde, non più tardi di ieri l'altro, il vice capo dell'amministrazione presidenziale ucraina, Konstantin Eliseev, spiattellava che Kiev non ha alcuna intenzione di dialogare con DNR e LNR, perché nei territori non controllati da Kiev “oggi ci sono i combattenti, coi quali noi non dialoghiamo; punto e basta”. Eliseev aveva anche dichiarato che l'Ucraina non intende attuare le misure contemplate nel Minsk-2: “Nel nostro dizionario non esiste il concetto di status speciale, abbiamo solo una legge sul regime speciale di autogoverno locale in alcune province delle regioni di Donetsk e Lugansk". Non sono certo dichiarazioni da poco che, oltre a sconfessare platealmente Porošenko, lasciano pochi dubbi su quale delle ambasciate occidentali a Kiev le abbia suggerite.

Comunque, Pušilin e Dejnego hanno sottolineato, riportava ieri Interfax, che la decisione di accettare il rinvio del voto è stata presa dopo lo studio delle raccomandazioni di Hollande e Merkel a conclusione del summit del 2 ottobre, le consultazioni con Russia e Osce e le disposizioni emanate dai presidenti delle due Repubbliche, Aleksandr Zakharčenko e Igor Plotnitskij. Soprattutto, hanno tenuto a evidenziare Pušilin e Dejnego, la nostra decisione “non è un passo indietro, bensì un passo di incontro e ci aspettiamo lo stesso da parte di Kiev. Rileviamo che il Quartetto normanno ha tenuto conto della proposta della LNR sul rinvio delle elezioni nel Donbass al 21 febbraio 2016, a condizione della piena attuazione da parte di Kiev dei punti politici del Minsk-2”.

I rappresentanti di DNR e LNR hanno sottolineato ancora una volta che il percorso di modifiche legislative deve essere concordato tra le Repubbliche popolari e Kiev e non deciso unilateralmente da quest'ultima: quello del dialogo diretto tra centro e sudovest del paese, è un punto su cui la leadership del Donbass e Mosca hanno sempre insistito e che era stato ribadito da Putin al vertice di Parigi. Vertice nel corso del quale sia Hollande che Merkel avevano messo l'accento sul riconoscimento dello status speciale per il Donbass: secondo il primo, esso dovrà entrare in vigore a partire dal giorno delle elezioni; per la seconda, dovrà essere fissato nella Costituzione ucraina.

Ma, ancora una volta, c'è solo da augurarsi che tutto proceda linearmente, da qui al 21 febbraio: ieri, il rappresentante ucraino al Gruppo di contatto, l'ex presidente Leonid Kučma, mentre annunciava che “la parte ucraina saluta la dichiarazione dei rappresentanti di alcune province delle regioni di Donetsk e Lugansk sul rinvio delle elezioni del 18 ottobre e del 1 novembre, nel contempo fa notare la necessità di annullare i risultati del voto del 2 novembre 2014”. Un voto, è bene ricordarlo, che aveva visto una straordinaria affluenza popolare e che aveva confermato nella carica gli allora “facenti funzione” di leader di DNR e LNR, Aleksandr Zakharčenko e Igor Plotnitskij. Le code fuori dai seggi avevano “scioccato” gli osservatori stranieri (italiani, tedeschi, americani, cechi, austriaci, ecc.), unanimi nel rilevare la “perfetta organizzazione, la democraticità e legittimità della consultazione” e avevano rappresentato una risposta a Kiev, Washington, UE e Osce, che rifiutavano di riconoscere la validità del voto.

Ad ogni modo, già all'indomani di Parigi, non mancava chi evidenziava la piena indisponibilità di Kiev a rispettare il “pacchetto di Minsk”. L'attuazione di quegli accordi, ha dichiarato alla russa Vzgljad il direttore dell'Istituto ucraino di analisi politica Ruslan Bortnik, “significa la piena destabilizzazione del potere di Porošenko: semplicemente, egli non gli sopravviverebbe. Ma egli non può nemmeno non attuarli”. Secondo Bortnik, "a Parigi non si sono fatti progressi. Il fatto che le delegazioni siano tornate a casa e abbiano iniziato a dare ognuno una interpretazione diversa degli accordi dimostra come, purtroppo, non si siano accordate su nulla. In realtà le parti non sono disposte a compromessi e quindi la risoluzione del conflitto nel Donbass non si vede ancora". In un quadro di deterioramento economico, prevede Bortnik, cadranno ancora di più le quotazioni di Porošenko, già ora a non più del 20% dei consensi. E ciò significa un calo del controllo sull'attuale Parlamento, in linea di principio contrario agli accordi di Minsk”.

Ieri Julija Timošenko ha dichiarato che la sua frazione parlamentare, “Patria”, voterà per la legge sulle elezioni nei “territori occupati” solo dopo che “saranno disarmate le formazioni illegali”. Il capogruppo degli ultranazionalisti di “Autoaiuto”, Oleg Berezjuk, a proposito del vertice di Parigi, ha chiesto al Ministro degli esteri Pavel Klimkin: “Abbiamo dato il paese in concessione?”, con riferimento all'accordo che, a detta ucraina, sarebbe stato sottoscritto “a tre”, alle spalle di Porošenko, tra Hollande, Merkel e Putin.

In un paese in cui, con il cessate il fuoco nel Donbass, le squadre militari dei battaglioni nazionalisti e neonazisti cercano ogni sotterfugio per procurarsi di che vivere, dalla vendita delle armi al mercato nero, alle estorsioni ai danni dei trasportatori con il blocco della Crimea – un paese in cui l'ultima novità è quella di riuscire a racimolare 30 euro dalla vendita di contrabbando delle “decorazioni” di partecipante alla “Operazione antiterrorismo” nel Donbass e al cui vertice siedono individui che propongono all'Isis di pubblicare le foto degli aviatori russi in Siria – non procura particolari speranze sulla propria volontà di una soluzione ragionevole della crisi che si protrae da un anno e mezzo. Anche per questo, un qualche accenno di autonomia decisionale europea nei confronti di chi sta dietro alle decisioni più disgraziate di una junta antipopolare e bellicista, potrebbe forse costituire il lucignolo in grado di offrire un barlume di luce più consistente.

Fonte

17/08/2015

Donbass: sempre più evidente la preparazione di un'offensiva ucraina

Le milizie della Novorossija stanno lanciando appelli sempre più preoccupati ai Paesi europei del “Gruppo normanno” (soprattutto Germania e Francia) per l'attuazione degli accordi di Minsk: la possibilità di un'offensiva ucraina su larga scala lungo tutta la linea del fronte nel Donbass – in particolar modo, lungo le direttrici di Donetsk, Gorlovka, Mariupol, Makeevka, Dokučaevsk, Telmanovo, Elenovka, Jasinovataja, Novoazovskij e altre cittadine – si farebbe di giorno in giorno più concreta. La spaventosa intensificazione dei bombardamenti da parte delle forze armate di Kiev, ha ripetuto anche ieri il plenipotenziario per la DNR al Gruppo di contatto, Denis Pušilin, non può che far presagire un imminente attacco. Per di più, Kiev non pare nemmeno più preoccuparsi di nascondere le violazioni agli accordi di Minsk: secondo gli osservatori dell'Osce, la città di Gorlovka, forse la più martoriata nelle ultime settimane, è stata ripetutamente fatta segno di colpi di mortaio calibro 120 mm che, in base agli accordi sul “cessate il fuoco”, avrebbero dovuto essere ritirati ad alcune decine di chilometri dalla linea di demarcazione e che invece Kiev, già un mese e mezzo fa, aveva apertamente annunciato di schierare nuovamente a ridosso del fronte.

Così, ieri a Telmanovo, un civile era rimasto ucciso per i bombardamenti ucraini portati con lanciarazzi multipli “Grad” nel cuore della notte. Un civile ucciso e altri cinque feriti anche a Donetsk, oltre a una ventina di edifici seriamente danneggiati; anche in questo caso di notte. Secondo il vice comandante di Corpo del Ministero della difesa della DNR, Eduard Basurin, negli ultimi tempi le forze armate ucraine avrebbero intensificano il fuoco sui quartieri civili proprio nelle ore notturne, allorché è terminato il lavoro degli osservatori Osce. Ma, soprattutto, secondo quanto dichiarato da Basurin, le forze ucraine sono state messe in stato di massima allerta.

E la situazione pare essersi ulteriormente aggravata nelle ultime ore, anche con il massiccio spiegamento di carri armati, artiglierie semoventi e razzi “Točka-U” lungo la linea del fronte. All'alba di stamani sarebbero state nuovamente colpite Makeevka (la città più grande della DNR, dopo Donetsk) e Elenovka e i villaggi circostanti. Nella notte tra domenica e lunedì sono proseguiti i bombardamenti ucraini su Donetsk e Gorlovka: a Donetsk ancora 2 civili sono rimasti uccisi e tre feriti; a Gorlovka, tre uccisi e quattro feriti. A causa di questo ininterrotto stillicidio di morte, nella sola Gorlovka – da mesi uno dei punti più “caldi” del Donbass – dall'inizio dell'anno si sono contati 164 morti e 501 feriti tra la popolazione civile. Secondo testimoni locali, l'esercito ucraino userebbe sistemare le batterie nel cuore dei rioni civili delle città occupate, contando evidentemente di attirare là il fuoco di risposta delle milizie e poterle accusare di colpire i quartieri abitati. Secondo i dati diffusi ieri dal Dipartimento per i diritti dell'uomo della DNR, le vittime dei bombardamenti ucraini dall'inizio dell'anno sarebbero 1.287, 1.088 uomini e 199 donne; i feriti più di 1.100. Ma, secondo quanto scrive la Dan-news, con riferimento ai media ucraini, anche dalla parte dell'esercito si contano vittime dell'avventura terroristica di Kiev nel Donbass: le cifre ufficiali parlano di 136 suicidi tra i militari ucraini e non è previsto nessun tipo di assistenza psicologica ai sempre più numerosi casi di depressione.

Ma ciò che più preoccupa ora il comando delle milizie è l'enorme concentramento di artiglierie pesanti e mezzi corazzati a ridosso della linea di demarcazione, segno della preparazione di un'offensiva in grande stile. Suddivisi su appena tre settori del fronte, l'intelligence della DNR ha registrato, a ieri, il dislocamento di circa 70 battaglioni (dati gli insuccessi delle ripetute mobilitazioni, si può desumere che le unità militari ucraine siano abbastanza incomplete e si può quindi calcolare un totale di circa 40mila uomini) appoggiati da poco meno di 450 carri armati, oltre 2.300 mezzi blindati, 830 tra artiglierie e mortai di calibro tra i 120 e i 150 mm e più di 130 sistemi di lanciarazzi multipli.

Secondo i media statunitensi, ripresi ieri dalla russa RT, Barack Obama vuole la guerra e ha affidato a Kiev il lavoro sporco. I reparti speciali USA stanno tuttora addestrando i militari ucraini per una prossima intensificazione del conflitto nel Donbass, afferma ad esempio Stephen Lendman sulla rivista CounterPunch, sottolineando come Kiev stia sempre più apertamente violando gli accordi di Minsk e ricordando anche il recente aumento di ulteriori 250 milioni di $ di spese militari. "La junta", scrive Lendman, "ha già ufficialmente rinunciato a ogni limitazione riguardante il ritiro delle artiglierie e ha inoltre “legalizzato” il loro impiego. Nella DNR e nella LNR stanno rinforzando le proprie posizioni, in attesa dell'attacco ucraino. A Donetsk le persone vengono fatte uscire in anticipo dal lavoro, dato che si attendono massicci bombardamenti sulla città, anche con l'impiego dell'aviazione".

In questa situazione, dunque, il plenipotenziario per la DNR al Gruppo di contatto, Denis Pušilin, ha invitato Francia e Germania, in quanto garanti degli accordi di “Minsk-2”, a reagire alle sue violazioni da parte di Kiev. Proprio su tali violazioni, ha detto Pušilin, verrà posto l'accento alla prossima riunione del Gruppo di contatto, fissata per il 26 agosto a Minsk; ma la prima condizione per la loro cessazione, è la firma da parte di Kiev dell'accordo sul ritiro dalla linea di demarcazione delle armi di calibro superiore ai 100 mm.

Per quanto riguarda la “quinta colonna” ucraina all'opera all'interno del territorio della Novorossija, nei giorni scorsi i reparti del Ministero per la sicurezza di Stato (MGB) della DNR hanno liquidato uno degli 11 gruppi di sabotatori che, secondo lo stesso MGB, agirebbero con l'obiettivo di eliminare fisicamente il comando militare della Repubblica popolare di Donetsk, disorganizzare il sistema di direzione e reperire informazioni sulla dislocazione dei reparti delle milizie. Anche l'intensificazione dell'attività di queste unità di sabotaggio, a parere di Eduard Basurin, testimonierebbe dell'imminenza dell'attacco ucraino.

Fonte

15/08/2015

Donbass: le milizie si aspettano un attacco improvviso da parte ucraina

Un civile ucciso questa notte e uno la notte scorsa a Gorlovka per i tiri delle artiglierie ucraine; un altro civile era rimasto ucciso e altri tre feriti a Donetsk, nella notte tra il 12 e 13 agosto; seriamente danneggiate decine di abitazioni. Altri due civili feriti nella zona di Jasinovata, una sessantina di chilometri a nordovest di Donetsk. L'altra notte, mentre l'artiglieria ucraina, da Mariupol, Talakovka e Orlovskij, colpiva il territorio della Novorossija lungo la linea di demarcazione, una forte esplosione ha sconvolto un posto di blocco ucraino nell'area di Orlovskij. Un “volontario” dei battaglioni, citato dall'agenzia Dan-news, avrebbe detto per radio "i nostri hanno ricevuto lo stipendio", riferendosi evidentemente alle ubriacature all'origine del bombardamento, da parte ucraina, delle posizioni degli stessi ucraini. E anche stamani, il vice comandante di Corpo del Ministero della difesa della DNR, Eduard Basurin, ha denunciato il continuo e di giorno in giorno più intenso dislocamento di artiglierie pesanti ucraine lungo la linea di demarcazione.

Ma, più in generale, secondo le milizie della Novorossija, l'esercito ucraino si starebbe preparando a una grossa offensiva lungo la linea di demarcazione, con l'ausilio dei battaglioni “volontari”, a dispetto di tutte le dichiarazioni sul ritiro dei reparti neonazisti e ultranazionalisti dalla zona di operazioni. Ancora a inizio agosto, rileva il Ministero della difesa della LNR, il Capo di stato maggiore ucraino Viktor Muženko aveva annunciato la sostituzione dei battaglioni “volontari” e dei reparti della Guardia nazionale, con distaccamenti dell'esercito. Pare invece ormai assodato che non di sostituzione si tratti, bensì dell'inquadramento dei combattenti di tali battaglioni nelle file dell'esercito. L'intelligence della Repubblica di Lugansk, ad esempio, ha registrato la presenza, nella zona di Stanitsa Luganskaja, di un gruppo di ricognitori ucraini del 15° battaglione di fanteria da montagna che, in precedenza, faceva parte dei reparti militari di Pravyj sektor e che è ora inquadrato nella 128° brigata, di stanza nella regione della Transcarpazia, dove, come noto anche per gli avvenimenti del luglio scorso, Pravyj sektor detiene posizioni di forza. Il fatto che siano all'opera reparti di ricognitori, sostengono le milizie, denoterebbe l'intenzione di iniziare operazioni belliche più attive e, ancora una volta, Kiev ricorre all'opera di reparti “volontari” per sopperire allo scarso morale combattivo delle truppe regolari.

In effetti, secondo l'agenzia Novorossija, lo Stato maggiore ucraino non esclude di ricorrere alla mobilitazione generale (pare che gli ucraini, con sarcasmo, la chiamino non “mobilizatsja”, ma “moghilizatsja”: moghila è la tomba), stando alle dichiarazioni del vice Ministro della difesa ucraino Pëtr Mekhed. Il prossimo 17 agosto deve concludersi la 6° ondata di mobilitazioni, che ha però dato appena il 50% del risultato atteso. I giovani cambiano residenza per sottrarsi alla chiamata e, a differenza delle prime ondate, non ci sono praticamente più “volontari”. Mekhed dunque, accanto alla seria possibilità di condurre ancora tre ondate di mobilitazione entro la fine dell'anno, ammette che il governo è costretto a far sempre più ricorso ai “contractor”. E se il primo vice comandante della Direzione generale per la mobilitazione, Vladimir Talalaj, dichiara che, in ragione dell'evolversi della situazione e in caso di “aggressione su vasta scala”, non si esclude la mobilitazione generale di ogni uomo in grado di tenere in mano un'arma, ecco che oggi il segretario del Consiglio di Sicurezza, Aleksandr Turčinov, precisa a quale “aggressione” si riferisca Kiev. "Se la Russia farà saltare gli accordi di Minsk, noi agiremo in conformità con le sfide che verranno a trovarsi di fronte al Paese", ha dichiarato oggi e, in caso di aggravamento della situazione nel Donbass, "saremo costretti a introdurre la legge marziale e procedere a una più forte mobilitazione di tutto il potenziale che esiste nel paese", vale adire, alla mobilitazione generale. Turčinov, tacendo su chi in realtà faccia di tutto per violare o apertamente disconoscere gli accordi di Minsk, si è anche rammaricato del fatto che "purtroppo, in questo anno e mezzo in cui l'Ucraina sta conducendo la guerra, non abbiamo potuto convincere i nostri partner strategici a sbloccare la collaborazione sulle forniture di armi letali" e, quindi, Kiev è costretta a contare solo sul proprio potenziale. Peccato che, ormai, siano rimasti in pochi a credere sull'assenza di forniture di “armi letali” a Kiev.

L'ultimo esempio è quello delle mine, dei proiettili, delle bombe a grappolo o addirittura di quelle al fosforo sempre più massicciamente usate dall'esercito ucraino e che non fanno certo parte dell'arsenale nazionale. Alla LNR rilevano che le forze ucraine fanno sempre più largo uso di proiettili di fabbricazione straniera. Il comandante dei reparti del genio-sminatori del Ministero per le situazioni d'emergenza della LNR, Aleksandr Brovko, ha dichiarato che "le forze ucraine utilizzano bombe di mortaio, mine antiuomo e anticarro di fabbricazione italiana e polacca e altri tipi di cui non siamo per ora riusciti a stabilire la provenienza". Nel dettaglio, ha detto Brovko, le bombe da mortaio da 120 mm di fabbricazione polacca, si distinguono per essere costruite non in acciaio, ma in duralluminio, che elimina quasi completamente il caratteristico sibilo e le rende praticamente silenziose. In effetti, numerose segnalazioni dei cittadini testimoniano che le detonazioni avvengono senza essere precedute dal sibilo caratteristico e, per questo, sono ancora più esiziali, perché inattese.

Sul fronte “civile”, mentre all'alba di stamani è partita dalla zona di Rostov, alla volta del Donbass, la 35° colonna di 100 camion con una tonnellata di aiuti umanitari russi, i deputati del PC russo alla Duma hanno presentato una proposta di legge per destinare ai cittadini bisognosi e alle popolazioni del Donbass le centinaia di tonnellate di prodotti sotto embargo importati illegalmente in Russia e destinati al macero.

A sua volta, Kiev ha concordato l'esportazione di carbone dal Donbass, attraverso la Russia. Secondo quanto dichiarato dal Ministro per l'energia e l'industria carbonifera, Vladimir Demčišin, lo schema approvato dal governo ucraino prevede la fornitura del carbone non alla centrale termoelettrica di Lugansk, come avveniva finora, bensì alle centrali che operano nel sistema energetico unico ucraino. In precedenza, il vice premier ucraino Valerij Voščevskij aveva detto che Kiev, entro il 15 agosto, conta di aumentare le forniture di carbone dal Donbass fino a un milione di tonnellate al mese, che dovrebbero essere trasportate lungo la ripristinata linea ferroviaria Nikitovka-Majorskaja, a nord-nordovest di Gorlovka.

E una notizia che non può certo definirsi singolare, ma quantomeno caratteristica del clima interno al regime ucraino, è quella delle centinaia di agenti di polizia che nei giorni scorsi hanno chiesto di passare al servizio del Ministero degli interni della Repubblica popolare di Lugansk. Il Ministro degli interni della LNR, Igor Kornet, ha dichiarato che "questi fatti rivestono carattere di massa: si rivolgono a noi non solo agenti ucraini che prestano servizio nella zona delle cosiddette “operazioni anti terrorismo”, ma anche funzionari di regioni ucraine più lontane. Le richieste sono centinaia". Ovviamente, il Ministero degli interni della LNR esamina attentamente ogni singola richiesta, dato che, come sottolinea Kornet "non è escluso che, con fare benevolo, i Servizi di sicurezza ucraini tentino di introdurre nella Repubblica una rete di agenti-spia". Il nuovo caso delle centinaia di agenti di polizia non è che l'ultimo episodio, in ordine di tempo, di fatti del genere, dopo il passaggio, nei mesi e nelle settimane scorse, di diversi alti ufficiali dell'esercito e della Guardia di Finanza ucraini dalla parte delle milizie del Donbass, delle centinaia di semplici soldati e, all'estero, anche agenti e funzionari del controspionaggio in servizio presso l'ambasciata ucraina in Francia. In generale, secondo quanto ha dichiarato ieri il Procuratore militare generale ucraino Anatolij Matios, sono passati alle Repubbliche popolari di Donetsk e di Lugansk 5mila tra agenti e funzionari del Ministero degli interni e circa 3mila militari.

Fonte

13/08/2015

Manovre militari in Europa: si scherza col conflitto tra Nato e Russia?

La Nato non tende al confronto con la Russia. Questi i termini della questione, così come esposti dalla Nato medesima e riportati dai media, dopo la pubblicazione del rapporto del Centro analitico britannico European Leadership Network (ELN). Nel rapporto si afferma che le manovre militari della Russia e della Nato aumentano le probabilità di un conflitto in Europa. La Nato tuttavia, come riportato anche da RIA Novosti, dichiara che le manovre non sono legate al confronto con la Russia e l'alleanza si oppone alla equivalenza, che risulterebbe dal rapporto inglese, tra le proprie manovre e quelle russe.

RIA Novosti sintetizza il rapporto inglese – dal significativo titolo “Prepariamoci al peggio: rafforzano le manovre militari di Russia e Nato la probabilità di una guerra in Europa?” – in questi termini: gli esperti britannici hanno analizzato l'andamento delle recenti manovre militari russe su vasta scala, con la partecipazione di 80mila uomini e quelle della Nato di marzo e giugno con 15mila uomini. Hanno messo a punto mappe interattive, che illustrano i possibili scenari. La Nato ha immediatamente alzato la voce: “Il recente rapporto del ELN mette erroneamente il segno di eguaglianza tra le manovre della Nato e della Russia. Il Ministero della difesa russo ha dichiarato oltre quattromila manovre in quest'anno: dieci volte di più della Nato nello stesso lasso di tempo. La Nato” prosegue il comunicato di quei bravi ragazzi atlantici “ha più volte dichiarato di non cercare il confronto con la Russia”, al contrario di quest'ultima, le cui manovre su vasta scala “accrescono la tensione, invece di diminuirla.

La Russia ha appositamente bypassato i requisiti di notifica e sorveglianza sulle manovre, previste dal documento di Vienna del Osce”. Al contrario, i portatori di pace dell'Alleanza atlantica sottolineano che le loro manovre sono “aperte agli osservatori, tra cui anche i russi. Le manovre Nato sono annunciate con alcuni mesi di anticipo”. E, ribadendo lo spirito antibellicista dell'Alleanza, che si riflette in particolar modo negli sforzi affinché nessuna soluzione pacifica venga trovata al conflitto nel Donbass, si accusa Mosca di frapporre ostacoli all'attuazione dell'Accordo sulle armi convenzionali in Europa (CFE) e a quello sui “Cieli aperti” (The Treaty on Open Skies).

E' appena il caso di ricordare che Mosca, a marzo di quest'anno, ha annunciato il suo ritiro dall'Accordo sulle armi convenzionali, a causa del rifiuto della Nato di procedere alla sottoscrizione di un nuovo accordo, che sostituisse quello in vigore dal 1990 e non più rispondente alla situazione attuale: quella cioè di una frenetica attività Nato di potenziamento del proprio fianco orientale dal mar Baltico al mar Nero. Il gesto di Mosca, di ritiro dal CFE, come aveva scritto a suo tempo Sputniknews, “risponde all'intensificazione dell'attività della Nato e manda un segnale ai suoi partner per dire che un sistema comune della sicurezza in Europa non esiste”. Di fatto, la Russia aveva sospeso la propria partecipazione al Trattato già nel 2007, giudicando il documento, nella sua forma attuale, ormai obsoleto. “L'Accordo di Adattamento, ratificato a suo tempo dalla Russia” aveva detto nel marzo scorso Dmitryj Trenin, “non è mai stato ratificato dalla Nato. Ritornare alla versione iniziale firmata nel 1990, quando in Europa esisteva ancora il sistema dei blocchi, non sarebbe nell'interesse della sicurezza nazionale della Russia".

Ed è appena il caso di ricordare come proprio l'Alleanza difensiva nordatlantica, sullo sfondo della crisi ucraina – anch'essa piovuta dal cielo – abbia proceduto all'attuazione di una serie di misure per l'allargamento della propria attività militare in Europa, tra cui, come ricorda RIA Novosti, “il rafforzamento e l'allargamento delle forze di pronto intervento, l'aumento del contingente militare USA in Europa, il repentino allargamento del programma di manovre e di pattugliamento e l'incremento delle spese militari”. In tale situazione, il minimo che ci si potesse aspettare da Mosca, era una dichiarazione su “l'allargamento senza precedenti dell'attività Nato alle proprie frontiere”. Cos'altro rappresentano, in effetti, le ultime manovre in Polonia e Paesi baltici, Saber Strike, nel quadro della serie di manovre Nato Allied Shield: BALTOPS, Saber Strike, Noble Jump и Trident Joust?

E se la lettura del documento britannico fatta da RIA può apparire sostanzialmente “neutrale”, il sito Vzgljad titola senza mezzi termini “La Nato mette a punto gli scenari della guerra con la Russia”. Il rapporto del European Leadership Network sulle manovre militari della Russia e della Nato, “ignora le differenze di potenziale di Russia e Alleanza atlantica. I media occidentali si sono affrettati a interpretare il rapporto come una indicazione sulla crescente aggressività di Mosca”. Così, la Deutsche Welle afferma che “La Russia si prepara al conflitto con la Nato e la Nato si prepara un possibile scontro con la Russia”. E Vzgljad ricorda che, nonostante l'immagine pacifista del ELN, tra gli autori del rapporto figurano esperti di sicurezza nazionale, consiglieri di comandanti Nato, analisti delle regioni euroasiatiche. Così nel rapporto, mentre si rilevano alcune caratteristiche comuni alle manovre della Russia e della Nato – mobilitazione veloce, ridislocazione su grandi distanze e coordinamento interforze – si sottolinea però “la sensibile differenza di scala delle manovre. Così, le manovre russe analizzate si fondano su forti contingenti di reparti di élite, a cui le manovre Nato, sebbene altamente professionali, non corrispondono per estensione”.

Da qui, il Financial Times conclude che “la Russia incrementa la preparazione militare dei propri reparti, allo scopo di mandare un segnale alla Nato di maggior mobilità nel ridislocamento delle forze”.

L'obiettività degli autori del rapporto inglese è palesata dall'analista anglo-polacco Lukaš Kulesa, il quale giustifica l'allargamento delle manovre militari Nato con “l'aggressione russa all'Ucraina”: come volevasi dimostrare.

Peccato che di tale “aggressione” le conseguenze – quelle più recenti – siano gli ininterrotti bombardamenti ucraini su Gorlovka, ridotta ormai praticamente in fiamme e l'allarme lanciato ieri dal rappresentante al Gruppo di contatto per la DNR, Denis Pušilin, il quale ha detto che le operazioni di guerra potrebbero scattare in qualunque momento, considerato lo spropositato incremento dei bombardamenti ucraini sul Donbass registratosi negli ultimi giorni e gli spostamenti di mezzi corazzati, artiglierie e sistemi di lanciarazzi Grad ucraini verso la linea del fronte.

Quale sia lo spirito pacifico dell'Alleanza atlantica l'ha espresso nuovamente, poche ore fa, il Capo di stato maggiore delle truppe di terra americane, generale Raymond Odierno, secondo cui la Russia è “uno dei paesi più pericolosi” per gli USA, “soprattutto perché più preparata rispetto ad altri nostri potenziali nemici”. Secondo Odierno, la Russia “dispone di serie capacità per la conduzione di operazioni complesse in Ucraina”. Ma, per l'appunto, sono gli USA che giustificano la dislocazione dei sistemi antimissilistici in Europa, tutto intorno alla Russia, con la minaccia iraniana, aggiungendo a pretesto una poco credibile insidia russa a Giappone e Corea del Sud costituita, secondo il Dipartimento di Stato, dai collaudi russi dei missili alati con base a terra e che rappresenterebbe, a detta di Washington, una violazione dell'Accordo sull'eliminazione dei missili a media e corta gittata!

E quale sia lo spirito pacifico della Nato lo testimonia anche il comandante del battaglione neonazista Azov, che ha detto il suo reparto essere equipaggiato e addestrato al livello dell'esercito di un paese baltico o della Germania, grazie ai soldi di “sponsor privati, imprenditori e persone ricche”: da dove provengano tali equipaggiamenti e addestramenti lo hanno mostrato più di una volta le casse di armi e munizioni marchiate Nato rinvenute nei luoghi da cui le milizie hanno sloggiato Guardia nazionale, esercito e battaglioni “volontari” ucraini.

Pare dunque che al rapporto degli analisti britannici possano adattarsi le parole con cui il sofocleo Emone ribatté a suo padre Creonte “che giusto pare soltanto ciò che affermi tu, null'altro”.

Fonte

07/08/2015

Kiev vuole la guerra. Gli accordi di Minsk dipendono dalla posizione dell'UE

Mentre continuano i bombardamenti dei quartieri civili di Gorlovka (ieri un civile è rimasto ucciso), Jasinovataja, Spartak, Makeevka (diversi civili feriti), Donetsk, Krasnoarmejskij e Marinskij, con l'impiego da parte ucraina di artiglieria pesante e carri armati, ; lo ha dichiarato ieri il vice comandante di corpo del Ministero della difesa, Eduard Basurin.

Questa eventualità è prevista anche nelle valutazioni del centro privato americano di ricerca “Stratfor”, riprese ieri da una serie di agenzie russe; l'assenza di progressi nei colloqui del Gruppo di contatto e il proseguire degli scontri, l'intransigenza occidentale e anche la buona stagione: tutto ciò può condurre già nelle prossime settimane a un nuovo scoppio della guerra. Tutti gli ultimi avvenimenti, secondo gli analisti della “Stratfor”, dimostrano che gli accordi di Minsk sono solo parole e, nonostante la tensione si sia notevolmente ridotta, continua tuttavia una sistematica violazione del cessate il fuoco. A dispetto di tutte le trattative, le parti non possono trovare un'intesa su due punti chiave; il primo è lo status speciale delle regioni e l'indizione di elezioni locali; il secondo è dato dal ruolo della Russia nell'area su un piano più generale. Mosca, scrive “Stratfor”, ritiene che nelle frontiere dell'ex Unione Sovietica essa debba assicurare la congruenza ai propri interessi; l'Occidente non intende riconoscerlo e proprio questo è alla base del conflitto in Ucraina, insieme alle sempre nuove forze che la Nato sta dislocando a est.

E' in tale situazione, che i rappresentanti del DNR e LNR si sono rivolti ieri ai leader del "Gruppo normanno”, Angela Merkel e Francois Hollande, chiedendo che esprimano le proprie valutazioni su azioni e dichiarazioni di Kiev. A loro avviso, la parte ucraina non solo rallenta i negoziati, ma rilascia anche dichiarazioni che in modo lampante vanno contro gli gli accordi Minsk, scriveva ieri l'agenzia Novorossija. ha dichiarato il rappresentante della DNR ai colloqui di Minsk Denis Pušilin. ha detto, . Secondo Pušilin, il procrastinare i negoziati ha lo scopo di aumentare la pressione delle sanzioni contro la Russia. ha detto, , come è stato, a esempio, per la questione della smilitarizzazione di Širokino, chiesta da Francia e Germania. .

A Pušilin hanno fatto eco gli speaker dei parlamenti di Donetsk e di Lugansk, Aleksej Karjakin e Andrej Purghin: , hanno detto Karjakin e Purghin, aggiungendo che Kiev è intenzionata a fare la guerra. .

Ogni volta che Kiev riceve nuove indicazioni “dall'alto”, ha detto ancora Pušilin, fa saltare i punti su cui si discute. dell'accordo costituzionale; <è stato così a giugno e si è ripetuta la storia a luglio, quando il testo era stato sottoscritto dal Gruppo di contatto> e ora di nuovo Kiev vi ha apportato modifiche per noi inaccettabili. In una intervista a Vzgljad, Pušilin imputa il comportamento dilatorio di Kiev alla speranza ucraina di vedere la Russia in difficoltà a causa delle sanzioni e, in tal modo, non in grado di aiutare economicamente il Donbass, che quindi sarebbe ridotto alla fame a causa del blocco economico decretato dall'Ucraina. Ma è una speranza falsa, dice Pušilin: oggi è l'Europa ad essere più in difficoltà a causa delle proprie contraddizioni. Inoltre, con l'esclusione del Donbass dallo spazio economico ucraino, Kiev ci costringe a orientarci verso altre varianti di sviluppo. .

Sul fronte interno ucraino, è stata nei giorni scorsi la volta dello storico statunitense Stephen Cohen a pronosticare lo scoppio in Ucraina di una seconda guerra civile, a causa del moltiplicarsi dei gruppi ultradestri e neonazisti, che non permetterebbero a Porošenko di entrare in trattative col Donbass, nonostante che il presidente, a parere (forse un po' ingenuo) di Cohen, sia stanco della guerra e propenso all'applicazione degli accordi di Minsk. E' così che Cohen, evidentemente troppo sicuro della diversità di obiettivi (e non solo di metodi) tra Porošenko e Pravyj sektor, chiede a quei politici statunitensi che invocano l'invio di armi a Kiev, di riflettere in quali mani esse finirebbero. A proposito della percezione del conflitto ucraino negli Stati Uniti e in Europa, Cohen – secondo quanto riportato da RIA Novosti – riconosce che le differenziazioni stanno aumentando e la politica di Washington verso Russia e Ucraina è destinata a fallire: una delle cause è la crescente dell'insoddisfazione per le sanzioni contro la Russia. Delle tre ragioni che i congressisti USA indicano a motivo delle sanzioni – “annessione” della Crimea; abbattimento del Boeing malese; “intrusione” russa in Ucraina – in definitiva, ha detto Cohen, anche l'appoggio occidentale a Kiev può essere considerato una ingerenza.

E dalla DNR fanno sapere di non aver intenzione di collaborare col Comitato di salvezza ucraino, la cui costituzione è stata annunciata nei giorni scorsi a Mosca dall'ex premier ucraino Nikolaj Azarov. Il Comitato – con cui il Cremlino, per bocca del portavoce presidenziale Dmitrij Peskov ha escluso ogni rapporto – si pone l'obiettivo del ricambio dell'attuale dirigenza ucraina, attraverso cinque passi immediati: cessazione della guerra; adozione di una nuova Costituzione basata sul principio del federalismo; ristabilimento della legalità e disarmo delle bande illegali; abolizione di ogni legge incostituzionale legata alla mobilitazione e alla guerra; realizzazione di un programma anti-crisi. Alla domanda dell'agenzia Novorossija, se la DNR è pronta a collaborare con il Comitato, lo speaker del parlamento della DNR, Andrej Purghin ha dichiarato di .

Fonte

18/07/2015

Washington nomina i ministri a Kiev e poi manda la Nuland a controllarli

Nella zona oggetto della cosiddetta ATO (Anti Terrorističeskaja Operatsija) sono attualmente di stanza 64mila membri delle forze armate ucraine. Lo ha dichiarato il presidente Porošenko, sottolineando che essi , ma lasciando imprecisata la questione se egli si riferisse al solo esercito “regolare”, che non comprende le migliaia di “volontari” e mercenari, soprattutto stranieri, arruolati nei battaglioni ultranazionalisti e neonazisti. Lo stesso Porošenko, a fine giugno, aveva quantificato la presenza ucraina in 60mila uomini.

Sono gli stessi uomini che solo giovedì, secondo il Ministero della difesa della Repubblica Popolare di Donetsk (che, nonostante le voci di liquidazione circolate nei giorni scorsi e pur con una ristrutturazione operativa che risponde agli accordi di Minsk, continua a operare) hanno violato il cessate il fuoco 36 volte, anche con l'impiego di artiglieria pesante, razzi, mortai e carri armati. Colpiti in particolare le città di Donetsk, Jasinovataja e Gorlovka e i villaggi di Žabičevo e Spartak. Il vice comandante di corpo (pare che la ristrutturazione del Ministero sia tale per cui il 1° corpo fa capo alla DNR e il 2° corpo alla LNR) del Ministero della difesa della DNR, Eduard Basurin ha addossato la responsabilità personale per i bombardamenti e le vittime civili sul comandante ucraino del settore B dell'ATO, general-maggiore Sergej Naevo: ha detto Basurin, . Quanto la situazione nel Donbass non accenni a stabilizzarsi, lo dicono anche i dati della missione di monitoraggio Osce, secondo cui .

E' in questa situazione che, come scrive l'agenzia Novorossija, Porošenko apporta modifiche tali alla Costituzione, approvate sotto la supervisione diretta dell'assistente del Segretario di stato USA per l'Europa e l'Eurasia, Victoria Nuland (fisicamente presente in aula alla Rada ucraina, insieme all'ambasciatore statunitense a Kiev Geoffrey Pyatt) per accusare la Russia di far saltare gli accordi di pace di Minsk. Ieri la Rada ha trasmesso alla Corte suprema il testo con le modifiche costituzionali, diverse dalla prima redazione. Quest'ultima prevedeva che lo status speciale – contemplato dagli accordi di Minsk – di autogoverno in alcune province delle regioni di Donetsk e di Lugansk sarebbe stato stabilito da una norma specifica. Secondo la nuova redazione, voluta evidentemente da “Nulašenko”, tale specificazione è demandata alle norme transitorie di un nuovo testo costituzionale. Secondo i rappresentanti di DNR e LNR, le correzioni apportate non hanno niente a che vedere con gli accordi di Minsk e non rimuovono il conflitto di vedute tra Kiev e Donbass proprio sulla questione della riforma costituzionale.

Secondo il vice direttore dell'Istituto per la CIS (la Comunità di Stati Indipendenti, che raccoglie alcune delle ex Repubbliche sovietiche) Vladimir Žarikhin, intervistato da RIA Novosti . E quel punto era proprio la Costituzione. Ma già questa è una violazione: .

Già lo scorso 13 luglio il Centro Informazioni di Lugansk riportava la dichiarazione congiunta dei rappresentanti di LNR e DNR al Gruppo di contatto, Vladislav Dejnego e Denis Pušilin, secondo i quali . Le garanzie di uno status speciale per il Donbass, hanno detto Pušilin e Dejnego, debbono essere fissate nel corpo della Costituzione e devono rivestire carattere permanente e non transitorio.

Il progetto di legge presentato da Porošenko non presuppone alcuno status speciale per alcune province delle regioni di Donetsk e Lugansk, non parla di federalizzazione, ma solo di decentralizzazione e prevede invece, secondo RT, che lo status del Donbass verrà definito da una legge specifica. Il politologo Aleksandr Pavič rileva che nel progetto non si fa parola di autonomia, mentre Nuland <è venuta a Kiev e ha indicato apertamente cosa fare. Ciò è semplicemente umiliante per il popolo ucraino. Gli ucraini dovrebbero porsi la domanda: davvero Majdan è stata fatta per ottenere ciò, affinché nel parlamento comparisse un curatore straniero che si accerta che si voti correttamente? E cosa ha da dire la UE, che sostenne Majdan? Davvero è democrazia, quando un funzionario straniero segue le votazioni parlamentari?>.

Vladimir Putin, nel corso di un colloquio coll cosiddetto “Gruppo normanno” (il primo dallo scorso 30 aprile) tra Francia, Germania, Ucraina e Russia, ha sottolineato come la condizione principale per la soluzione della crisi ucraina sia il dialogo diretto tra Kiev e Donbass, anche nell'ambito del Gruppo di contatto, che riunisce a Minsk i rappresentanti di Kiev e Mosca, con la mediazione dell'Osce e la presenza di rappresentanti di DNR e LNR.

Per quanto riguarda poi i rapporti interni alla DNR stessa, giungono sempre più sicure smentite alle voci, cui si accennava prima, di una liquidazione del Ministero della difesa e addirittura di tentativi di colpo di stato militare, con relativo rovesciamento del presidente Aleksandr Zakharčenko, l'arresto di alcuni ufficiali dell'intelligence militare e l'ordine di arresto di altri ufficiali dello stato maggiore. Le voci – diffuse dall'ex capo dell'intelligence militare della DNR, Sergej Petrovskij e riportate da lenta.ru con la postilla di “notizie contraddittorie e praticamente non verificate” – avevano ricevuto credito soprattutto dopo che a Donetsk erano saltate in aria due automobili (una delle quali, della segretaria di  Zakharčenko, Elena Filippovna, rimasta gravemente ferita) ed era stato compiuto un attentato contro Jurij Sivokonenko, uno dei fondatori della DNR e candidato al posto di presidente>.

A queste voci ha risposto lo speaker del parlamento di Donetsk, Denis Pušilin. Secondo le sue parole, riportate da Cassad.net, . Anche Igor Strelkov, di Strelkov; al quale Strelkov, stando a quanto lasciato intendere da Pušilin, si attaglia evidentemente l'epigramma di Giovenale “... e per attaccamento alla vita perder i motivi dell'esistenza”. ha detto Pušilin.

Fonte