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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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21/03/2018

“In Donbass si combatte una guerra globale. La situazione sociale dell'Ucraina continuerà a peggiorare”. Intervista a Stanislav Retenskij

Stanislav Retenskij è il segretario del Partito Comunista della Repubblica Popolare di Donetsk (KPDNR). Retenskij si è recato per alcuni giorni in Italia: nel corso della visita ha svolto numerose iniziative in cui ha raccontato il proprio punto di vista su una guerra che in Ucraina sta proseguendo silenziosamente.

Intervista di Maurizio Vezzosi

Perché nonostante Il conflitto in Donbass stia proseguendo è stato derubricato nell'agenda internazionale?

Credo che in Italia il problema riguardi principalmente la mancata attenzione dei media. Sin dall'inizio di Maidan la situazione politica ucraina è stata caratterizzata da una forte contrapposizione tra i gruppi oligarchici per il controllo sulla sfera economica, una contrapposizione tuttavia dominata dal ruolo dell'imperialismo americano. In termini geopolitici l'Ucraina si trova tra due aree: l'area euroatlantica e la Russia: occorre quindi tenere presente il significato globale del conflitto ucraino. Per queste ragioni per le Repubbliche Popolari del Donbass è molto importante che sul piano internazionale ci sia un'alternativa sul piano dell'informazione e della solidarietà.

Qualche giorno fa Poroshenko ha dichiarato la fine dell'ATO - Anti Terrorism Operation - denominando la campagna militare ucraina Joint Venture Operation. Che significato ha questo fatto?

L'assetto dell' ATO prevedeva che ad occuparsi delle attività militari fossero i servizi di sicurezza ucraini (SBU). Questo, da un punto di vista formale, complicava notevolmente l'impiego di armi pesanti da parte delle forze ucraine, come le forze aree o l'artiglieria.

Da un punto di vista politico il pretesto di un'operazione antiterrorismo appariva evidentemente poco coerente con la presunta invasione russa dell'Ucraina. Chiaramente il ruolo dei servizi segreti ucraini rimarrà importante, ma con questa mossa il comando formale delle operazioni militari passa all'esercito (VSU – Forze armate dell'Ucraina). Prima di questo fatto ad occuparsi dei traffici illegali e del mercato nero a ridosso della linea di fronte erano gli stessi servizi di sicurezza ucraini: la guerra è sempre un'ottima occasione per arricchirsi. E' senz'altro possibile che questo cambiamento produca nuovi conflitti all'interno degli apparati ucraini. Tuttavia, bisogna tenere presente che molte delle tensioni che si verificano tra i poteri ucraini sono in realtà il riflesso di altre contrapposizioni, come ad esempio quella tra il partito democratico e quello repubblicano degli Stati Uniti, che si riflette nel conflitto tra Poroshenko – sostenuto dai democratici – e Sakhaashvili – sostenuto dai repubblicani. Le operazioni militari in Donbass sono cominciate dopo l'arrivo a Kiev di importanti figure dell'apparato statunitense. Oltre a questo è ben noto che i comandanti dei battaglioni neofascisti si siano regolarmente consultati con Washington per concordare i propri piani d'azione. Nonostante l'Unione Europea abbia certamente degli interessi in Ucraina, rimane ben più debole degli Stati Uniti e fortemente condizionata da questi: anche per questo la Germania non rinuncia mai al dialogo con la Russia. Credo che se le parti coinvolte nella guerra ucraina fossero soltanto i paesi europei il conflitto sarebbe risolto da tempo.

In questo momento qual è la situazione sociale nei territori sotto controllo del governo di Kiev?

Bisogna sottolineare che la situazione sociale nei territori sotto controllo del governo di Kiev è di gran lunga peggiore di quella delle Repubbliche Popolari, nonostante queste facciano quotidianamente i conti con la guerra. Kiev ha continuato a privatizzare, portando avanti delle controriforme nell'ambio della sanità: nei territori che controlla Kiev ha aumentato notevolmente i prezzi delle tariffe di gas e corrente elettrica, mentre nelle Repubbliche di Donetsk e Lugansk questi sono rimasti stabili sin dall'inizio della guerra. A Donetsk e Lugansk esiste un programma permanente di aiuto umanitario che ad esempio fornisce pasti gratuiti per i bambini fino a tre anni, che sostiene le famiglie numerose, gli anziani non autosufficienti, gli invalidi. La situazione sociale in Ucraina continuerà ad essere instabile: sono molte le questioni che riguardano questo tema. Attualmente nei territori delle Repubbliche Popolari di Lugansk e Donetsk gran parte delle miniere non sono attive perché sono state danneggiate dai bombardamenti o perché l'artiglieria ucraina impedisce loro di funzionare regolarmente. In questo momento gli Stati Uniti sono il secondo esportatore di carbone in Europa dopo la Russia: in Franca la stragrande maggioranza delle miniere ha chiuso, così come in Germania ed in Gran Bretagna. Nei territori controllati dal governo ucraino – e non interessati da alcuna attività militare – le miniere sono state chiuse per soddisfare le richieste statunitensi: è noto che nel settembre dello scorso anno nel porto di Odessa è arrivato via nave un primo carico di carbone nordamericano. La priorità del governo ucraino è evidentemente quella di assecondare le esportazioni americane distruggendo la produzione nazionale.

Cosa può dirci rispetto alle nazionalizzazioni nelle Repubbliche Popolari del Donbass?

Una delle risposte all'oltranzismo di Kiev è stato il controllo sulla tassazione delle aziende che pur lavorando nei territori delle Repubbliche Popolari paradossalmente pagavano le tasse al governo ucraino. Questo chiaramente non corrisponde né alla loro piena nazionalizzazione, né tanto meno al socialismo.

Negli scorsi mesi un'operazione dell'apparato della LNR (Repubblica Popolare di Lugansk) ha, per così dire, suggerito le dimissioni all'ex presidente Igor Plotinskij. Qual è a suo avviso il significato di questa vicenda?

Rispondere a questa domanda spetterebbe a chi si occupa del lavoro politico nella LNR. Tuttavia, credo che la vicenda faciliterà i rapporti tra i comunisti della LNR e la presidenza. Riguardo i rapporti tra le due Repubbliche Popolari credo sia importante sottolineare che il nuovo presidente della LNR ha firmato insieme al presidente della DNR (Repubblica Popolare di Donetsk) Alexander Zakharcenko un documento d'intesa riguardante il processo di integrazione economica delle due repubbliche, il potenziamento dei collegamenti ferroviari tra LNR e DNR e gli aspetti commerciali. Dunque quello che posso dire per il momento è che la nuova presidenza della LNR sembra essere più attiva sul fronte dell'integrazione delle due Repubbliche Popolari.

Che cosa può dirci sulle elezioni che si sono svolte in Russia?

Il successo di Putin era prevedibile. Credo che il risultato ottenuto da Pavel Grunin – candidato del KPRF, Partito Comunista della Federazione Russa – sia comunque molto positivo. Le oligarchie russe temono la vittoria e la crescita delle forze progressiste, così come temono il fatto che nella società russa l'idea del socialismo sia diffusa ed abbia una concreta attualità.

Per la prima volta in visita in Italia dopo varie iniziative in diverse città a Roma è intervenuto all'assemblea nazionale di “Potere al Popolo”. Come commenta questa sua partecipazione?

Gli italiani sono stati i primi a mettersi in contatto con noi dando il loro appoggio e la loro solidarietà attiva. Il nostro partito ha salutato con favore la nascita di “Potere al Popolo” e lo ha appoggiato ufficialmente nella competizione elettorale che si è svolta recentemente in Italia. Nonostante la piccola percentuale di voti ottenuta nella competizione elettorale credo che in Italia – così come altrove – l'unione di varie forze che si rifanno al socialismo sia il presupposto fondamentale per un lavoro politico efficace. La loro lotta è anche la nostra.

Fonte

22/11/2017

A Lugansk regna l’incertezza

Notizie sempre più contraddittorie dalla Repubblica popolare di Lugansk, sul conflitto che da lunedì scorso (in realtà, da molto prima) vede contrapposti il Presidente della LNR, Igor Plotnitskij e il Ministro degli interni Igor Kornet.

Si va da voci di appoggio del Cremlino al Ministro degli interni (a questo punto, difficile dire chi dei due rivesta ancora la propria carica) Kornet, contro il leader Igor Plotnitskij, ad altre di una fuga a Mosca dello stesso Plotnitskij. E mentre la Russia smentisce le voci di un appoggio a questa o quella delle parti, ieri pomeriggio si era addirittura adombrato un coinvolgimento dei vertici della DNR, che avrebbero tentato di unificare le due Repubbliche popolari, con capitale Donetsk. Tant’è che ieri sera, erano apparsi in rete alcuni video in cui si mostrava una colonna di mezzi blindati che, apparentemente, data l’oscurità, avrebbero dovuto appartenere alle milizie della DNR e che si stavano dirigendo verso Lugansk.

Fatto sta che, al momento, sembra che il centro della capitale della LNR continui a esser presidiato da reparti armati: non si capisce bene agli ordini di chi, se del Ministero degli interni o della presidenza della repubblica. Ieri, si era anche fatto notare che l’agenzia ufficiale (GTRK) di informazioni della LNR, aveva dato conto solo delle dichiarazioni di Kornet, circa la smentita del suo esautoramento da parte di Plotnitskij e avrebbe omesso qualsiasi dichiarazione di quest’ultimo. Stamani però Russkaja Vesna riporta un breve video, trasmesso dalla stessa GTRK, in cui Plotnitskij dà conto della situazione e conferma l’esautoramento di Kornet e la sua sostituzione con Vladimir Čerkov, il quale, d’accordo con il Ministro per le situazioni d’emergenza Sergej Ivanuškin, sta tentando di venire a capo “del tentativo di colpo di stato”.

Sullo sfondo, rimane comunque lo smascheramento di una rete di sabotatori ucraini, che sarebbero penetrati nel territorio della Repubblica popolare, con l’appoggio o la connivenza di questa o quella – a questo punto ogni certezza è molto vacillante – delle alte cariche della repubblica. Che tale rete sia molto attiva, sia all’interno della LNR che della DNR, sembra essere l’unico fatto certo; quale apparato di vertice della LNR abbia facilitato il lavoro di diversione, appare molto più difficile da appurare.

Dunque, per tutto il resto, non si può che parlare di voci. Così, nella tarda serata di ieri, il sito Vzgljad riportava le dichiarazioni di un miliziano della DNR, secondo cui Plotnitskij sarebbe volato a Mosca, avendo perso il controllo della situazione. Ma, sempre tra le altei voci, la Tass riporta quelle della smentita da parte del Cremlino su un presunto appoggio di Mosca a “precisi personaggi politici” della LNR, facendo quindi intendere di non parteggiare per nessuna delle due parti – cosa difficile da credere. Smentita anche da parte del Ministero della difesa della Repubblica popolare di Donetsk la voce di un coinvolgimento della DNR negli avvenimenti della LNR. La stessa “fonte” che aveva parlato del sostegno di Mosca a Kornet, avrebbe detto anche che “se Donetsk è abbastanza indipendente dal Cremlino e si possono dipingere i loro rapporti come di protettorato non particolarmente pesante, per quanto riguarda Lugansk, Mosca tenderebbe a correggere alcuni processi in corso nella LNR e ad aumentare la propria influenza”. Inoltre, qualcuno a Mosca sembra ritenere che “il caos odierno a Lugansk sia in parte anche il risultato della tattica non del tutto accorta del leader della LNR”.

Dunque, vista la situazione odierna, diventa difficile anche dare una valutazione certa degli avvenimenti di un anno fa, tant’è che anche ieri, tra la ridda di voci, Kornet era tornato a parlare di un tentativo di colpo di stato condotto nel settembre 2016, nel corso del quale era rimasto ucciso l’ex Primo ministro della LNR Gennadij Tsypkalov. Intervistato da Dmitrij Rodionov per Svobodnaja Pressa, il politologo Eduard Popov ha raccontato che, nei giorni scorsi, a Donetsk, da più parti gli è stato detto più o meno che nella DNR “non tutto è rosa e fiori; ma la situazione non è certo nemmeno così drammatica come nella LNR”. Il giornalista della DNR Aleksandr Dmitrievskij ricorda che tra la popolazione di Lugansk molte domande sono rimaste senza risposta anche nella morte di comandanti carismatici delle milizie della LNR, quali Aleksej Mozgovoj, Pavel Drëmov, Nikolaj Kozitsyn. Per quanto riguarda la Russia, Popov ritiene che questa sia oltremodo interessata al “processo di Minsk”, mentre, secondo lui, tale processo non avrebbe riscosso particolare entusiasmo da parte di Plotnitskij, pur se quegli accordi recano anche la sua firma.

Di abbastanza sicuro, c’è da ricordare, ad esempio, il conflitto tra Igor Plotnitskij e il Ministro per la sicurezza nazionale, dopo che questi, in assenza del presidente, aveva ordinato l’arresto del Ministro per l’industria carbonifera: altro punto dolente, a quanto pare, nella LNR, con un pesante ristagno anche nell’industria metallurgica. Ci sono da ricordare le dichiarazioni rilasciate un paio di settimane fa dal facente funzioni di Ministro degli esteri ai negoziati di Minsk, Vladislav Dejnego, secondo cui la LNR, per venire incontro a Kiev e appianare la strada a quegli accordi, potrebbe esser disposta a cambiare denominazione alla Repubblica e addirittura a tornare nella compagine statale ucraina. Dichiarazione criticata dall’omologo della DNR, Denis Pušilin e categoricamente smentita da Igor Plotnitskij.

Non del tutto tranquilla, in fondo, sembra esser da tempo la situazione interna alla LNR, con le lunghe mani delle forze esterne, non solo dei golpisti ucraini, di cui sarebbe semplicemente ridicolo dubitare. Tanto meno, dopo la recente visita a Kiev dell’inviato USA Kurt Volker, dopo la quale, per la prima volta era stata data notizia ufficiale di un colloquio telefonico tra Vladimir Putin e i capi di DNR e LNR, Aleksandr Zakharčenko e Igor Plotnitskij sulla questione dello scambio di prigionieri con Kiev: chiaro segnale lanciato a Washington sull’appoggio di Mosca alle Repubbliche popolari, i cui leader Volker si era rifiutato di incontrare o semplicemente contattare.

Ieri, sul sito Vzgljad, Evgenij Krutikov faceva ricadere l’intera responsabilità della situazione su Igor Plotnitskij, sostenendo che questi avrebbe anche “messo lo sgambetto” alla diplomazia russa, nel senso che, dopo il passo di Putin nei confronti di Ucraina e USA, proprio il leader della LNR rischierebbe di compromettere “l’immagine” delle Repubbliche popolari sullo scenario internazionale. Soprattutto, proprio nel momento in cui da Washington sempre più concreta si fa la possibilità delle forniture di “armi letali” (come se ne fossero di innocue) all’Ucraina.

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21/11/2017

Lugansk: arresti ai vertici dell’intelligence della LNR

Situazione non esattamente chiara in queste ore a Lugansk. Uomini armati del Berkut e di altri non meglio precisati reparti delle forze armate della Repubblica popolare stanno presidiando gli edifici e le aree attigue al Ministero degli interni.

Ieri, era circolata la notizia secondo cui il leader della LNR Igor Plotnitskij, avrebbe esautorato dall’incarico il Ministro degli interni Igor Kornet. Oggi, a quanto pare, lo stesso Kornet, secondo le sue dichiarazioni, avrebbe presentato a Plotnitskij documenti comprovanti il coinvolgimento di alti funzionari del Ministero in una rete di legami con i servizi segreti ucraini, che tentavano di introdurre gruppi di sabotatori nel territorio della Repubblica.

In una dichiarazione rilasciata oggi, Igor Plotnitskij ha assicurato che la Repubblica sta prendendo tutte le misure per garantire la sicurezza degli abitanti della città. Il leader della LNR ha detto che quanto dichiarato a giornalisti e cittadini da parte dei suddetti reparti militari che presidiano la città, secondo cui si tratterebbe di “una esercitazione programmata dal Ministero degli interni”, costituisce di fatto “il proseguimento dell’avvicendamento di quadri iniziato ieri per l’allontanamento del Ministro degli interni”. Plotnitskij, riferisce la Tass, ha assicurato che la situazione si trova sotto controllo”.

Già ieri si era parlato dello smascheramento a Lugansk di legami tra alti funzionari della LNR e i servizi segreti ucraini e dell’allontanamento dalle proprie funzioni del Ministro degli interni Igor Kornet, che però oggi sembra riversare le accuse su alti funzionari del Ministero e della stessa amministrazione presidenziale, che avrebbero condotto opera di disinformazione nei confronti di Plotnitskij. Kornet ha parlato anche di un tentativo di colpo di stato condotto nel settembre 2016, nel corso del quale era rimasto ucciso l’ex Primo ministro della LNR Gennadij Tsypkalov.

In ogni caso, si continua a parlare di elementi in vista del Ministero degli interni, che sarebbero legati all’intelligence ucraina.

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02/06/2017

Il 2 giugno a Roma si celebra la Repubblica ma a Lugansk si ricorda l’orrore

Alla parata del 2 giugno a Roma sfilano le truppe italiane, che fanno parte della NATO. Dopo anni di espansione ad est, in cui la NATO ha inglobato diversi stati ex-socialisti, ora è il turno dell’Ucraina che vorrebbe entrare nell’alleanza. Ma l’Ucraina non è un paese normale.

Se per le Forze Armate italiane il 2 giugno è il giorno della parata in cui rendono omaggio alla Repubblica, per le truppe ucraine il 2 giugno è il giorno della vergogna, l’anniversario di un crimine indelebile.

L’Ucraina ha cessato di esistere come come Stato all’interno dei suoi confini il 2 giugno 2014. Esattamente nel momento in cui apparvero nei cieli di Lugansk gli aerei da guerra di Kiev, giunti per bombardare il centro cittadino. La criminale pioggia di fuoco investì il palazzo dell’amministrazione locale, nonché i giardini e la piazza adiacente (dedicata agli eroi della Seconda Guerra Mondiale).

Tra le numerose persone che frequentavano la zona c’erano anche molti bambini con le loro famiglie, questi si recavano nel piccolo parco giochi lì presente. Quel giorno non fece eccezione. Tutto era tranquillo, come al solito, finché un aereo sganciò una bomba che piombò a poche centinaia di metri dai bambini che giocavano e per puro caso non morirono.

Sfortunatamente non tutti furono così fortunati, otto persone furono uccise, cinque donne e tre uomini, molti altri rimasero feriti.

Numerose telecamere e centinaia di testimoni oculari possono provare la natura dell’attacco, ma i media ucraini parlarono di un condizionatore esploso, una sporca menzogna che ricorda tanto la famosa caldaia scoppiata alla Banca Nazionale dell’Agricoltura di Milano. Tuttavia da parte dell’opinione pubblica ucraina quella “verità” venne creduta e accettata, poi obbedendo ciecamente lasciò massacrare il popolo del Donbass.

Le forze aeree ucraine continuarono con i bombardamenti sulle città del Donbass. Ora i bambini, che dovrebbero inseguire gli aeroplani con un sorriso, quando li vedono sanno che devono correre verso i rifugi.


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02/09/2016

Donbass, Attentati a Lugansk e Donetsk

Ieri mattina, intorno alle 3 ora locale, un'esplosione ha parzialmente danneggiato il monumento, eretto nel parco dell'Amicizia tra i popoli, nel centro di Lugansk, in onore ai miliziani caduti nella difesa delle Repubbliche popolari dall'aggressione delle truppe ucraine e delle bande neonaziste agli ordini dei golpisti di Kiev. Poche ore prima, un'autobomba era stata fatta saltare nel centro di Donetsk. Fortunatamente, in tutti e due i casi, non ci sono state vittime.

Il portavoce delle milizie della LNR, Andrej Maročko, ha qualificato l'azione di ieri a Lugansk, nel giorno dell'apertura dell'anno scolastico (per cui era stato raggiunto un parziale cessate il fuoco), come un “atto terroristico sacrilego”. Il complesso in bronzo, “Essi hanno difeso la patria”, opera dello scultore Igor Gorbulin e alla cui realizzazione avevano contribuito anche esperti di Donetsk, Mosca e addirittura di Kiev, era stato inaugurato lo scorso 12 maggio, per l'anniversario della LNR, presente il leader della Repubblica, Igor Plotnitskij. Lo stesso Plotnitskij era stato fatto oggetto di un attentato, il 6 agosto, fortunatamente senza gravi conseguenze, a opera di un gruppo di sabotatori ucraini.

Nella sua dichiarazione, Maročko ha evitato riferimenti a precise forze che starebbero dietro l'attentato di ieri a Lugansk, ma appare chiaro che il sempre più crescente isolamento internazionale del regime ucraino, il senso di impotenza e di pochezza militare che sembra attanagliare i vertici golpisti, nonostante i bombardamenti (è di queste ore la dichiarazione del Comitato russo per le indagini, di disporre di campioni di terreno, che proverebbero l'uso di bombe al fosforo da parte ucraina nel Donbass) con cui continuano a martellare i quartieri civili del Donbass, spinge le frange più ottuse, ma anche più colluse con gli apparati di sicurezza ucraini, a gesti “eclatanti”. Dopo l'attentato del 6 agosto, Plotnitskij aveva detto che esso “è una manifestazione non solo di collera impotente, ma anche di livore. Del resto, essi, partiti da condizioni migliori, stanno distruggendo e perdendo tutto. Mentre noi, nonostante tutti i problemi e i pericoli, stiamo costruendo e acquisendo”.

Non è un caso, che praticamente tutti i leader occidentali abbiano pensato bene di non farsi vedere a Kiev, lo scorso 24 agosto, alle parate in occasione del 25° anniversario della “indipendenza” ucraina. Addirittura il vice presidente USA, Joe Biden, praticamente di casa a Kiev e nei giorni successivi il 24 agosto in visita nel nord Europa, ha dato cilecca alle sceneggiate dei golpisti. Il tema ucraino è sostanzialmente scomparso dai media occidentali e i leader europei cercano appena di salvare le apparenze, facendo finta di voler convincere Petro Porošenko a seguire quanto stabilito dagli accordi di Minsk.



L'unica occasione per sollevare la questione del Donbass, è quella, come avvenuto ieri, dell'introduzione di sanzioni USA contro vari Ministri delle Repubbliche popolari di Donetsk e di Lugansk. Una decisione cui ha fatto da contrappeso l'inaugurazione ufficiale a Ostrava, una delle maggiori città della Repubblica Ceca, della prima rappresentanza (aveva iniziato a operare a fine giugno) della DNR in Europa.

Lo stesso Porošenko, tra assenze pubbliche e comparse in stato di ebbrezza, sembra ormai ridotto a mendicare dalla UE l'allargamento delle sanzioni contro la Russia, sulla scia della decisione adottata ieri dal governo USA ai danni di un'altra ventina di imprese e persone fisiche russe. Questo da un lato; dall'altro, le uscite del presidente ucraino, seguite al tentativo di sabotaggio in Crimea, all'inizio dell'agosto scorso e ad alcune denunce occidentali sulle prigioni segrete e le camere di tortura ucraine, manifestano un tentativo di accattivarsi almeno in parte il sostegno occidentale, attenuando la retorica bellicista a uso e consumo delle frange nazionaliste e dicendo, quantomeno a parole, di voler attuare completamente le risoluzioni di Minsk. In ogni caso: parole; oggi, il Consiglio dei Ministri golpisti esaminerà il piano “di sviluppo” ucraino 2017-2020, in cui è prevista la “reintegrazione del Donbass”, ma nessuno dei componenti la junta si è preoccupato di consultare i diretti interessati. Una procedura, scrive Grigorij Ignatov su “Žurnalistskaja Pravda”, che somiglia molto a “un ultimatum di capitolazione senza alcuna garanzia”.

In definitiva, l'atto di ieri notte a Lugansk, nel giorno dell'apertura delle scuole, serve a ricordare tragicamente le decine e decine di bambini e adolescenti rimasti vittime dei razzi e dei colpi di mortaio ucraini. Ieri l'altro a Donetsk, un meeting-requiem aveva reso omaggio ai 72 giovanissimi caduti nella sola DNR, colpiti dalle bombe golpiste nei giardini, nei campi di gioco scolastici, negli ospedali. Piccole vittime che si aggiungono ai 186 giovanissimi scolari e ai 146, tra insegnanti e genitori, che ieri sono stati ricordati alla Scuola n°1 di Beslan, nell'Ossetia settentrionale, nel dodicesimo anniversario della strage compiuta da terroristi ceceni e islamisti nord-caucasici il 1 settembre 2004, a causa della quale anche 126 ostaggi (di cui 70 bambini) sono rimasti invalidi permanenti.

Un ricordo, quello di Beslan, che non ha impedito ieri a molti ucraini di accompagnare i propri figli al primo giorno di scuola, dopo le vacanze estive nelle colonie neonaziste, portando non mazzi di fiori, come tradizione inossidabile dall'epoca sovietica, bensì soldi a sostegno delle truppe che bombardano il Donbass per “liberarlo dall'occupazione russa”. Tant'è: pure nell'occasione dell'attacco a Beslan, gli autori erano stati qualificati dall'Occidente liberale non come terroristi, bensì come “indipendentisti”: quegli stessi “combattenti liberatori” che l'intelligence georgiana ha ora rivelato esser stati addestrati da istruttori occidentali nella Georgia di Mikhail Saakašvili, per essere usati in atti di diversione nelle ex Repubbliche sovietiche.

Non a caso, ieri, Andrej Maročko, per l'attentato a Lugansk, aveva parlato di un atto che poco si distingue da quelli dei terroristi cosiddetti islamisti: i metodi e gli obiettivi degli “indipendentisti” golpisti paiono sempre più coincidere con quelli.

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24/05/2016

Il governo Renzi minaccia chi va a Lugansk e in Donbass, codice ucraino alla mano

Come fa un governo dell’Unione Europea, a corto di soldi e con qualche (sacrosanto) timore di esser troppo coinvolto, a dimostrare di voler sostenere l’Ucraina golpista di Yatseniuk e Poroshenko?

Semplice: cerca di contribuire ad isolare le Repubbliche Autonome di Lugansk e del Donbass.

Con che metodi? Cercando di intimidire quanti, per motivi politici o anche solo sindacali, si recano in quelle repubbliche passando là dove è possibile. Ovvero dalla frontiera con la Russia, visto che quella ucraina è sbarrata (si spara e si bombarda, e comunque non ti farebbero passare).

Ecco qui come funziona: il Ministero degli Affari Esteri scrive a quanti sono andati a Lugansk o in Donbass – in modo ufficiale e con i regolari documenti – minacciando provvedimenti “ai sensi dell’art. 332, comma 1, del locale codice penale”.

Traduciamo? Del codice penale ucraino, che evidentemente costituisce l’unica base “legale” per cercare di fermare i viaggi di qualsiasi tipo verso zone “non riconosciute” dal governo italiano. Tanto è vero che il Mae non può fare appello a nessuna legge o regola, né italiana né dell’Unione Europea, ma solo a un vago orientamento conforme di tutti i paesi dell’Unione Europea”.

Cosa peraltro un po’ inesatta, visto che il popolo olandese ha recentemente rifiutato di accettare una convenzione tra la Ue e l’Ucraina, con tanto di regolare referendum. Come peraltro avverrebbe in molti altri paesi, se solo si potesse votare su certi accordi internazionali presi alle nostre spalle.

Qui la lettera dal tono vagamente minaccioso inviata a Pierpaolo Leonardi, dell’esecutivo nazionale Usb e segretario internazionale dei lavoratori del pubblico impiego per la Wtu-Fsm (la Federazione sindacale mondiale), andato di recente nelle Repubbliche Autonome per un congresso sindacale.


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07/10/2015

Donbass: "rinviamo le elezioni se Kiev rispetta gli accordi di Minsk"

Alla riunione di ieri del Gruppo di contatto a Minsk, i rappresentanti di DNR e LNR, Denis Pušilin e Vladislav Dejnego hanno dichiarato che le Repubbliche popolari del Donbass accettano di rinviare le lezioni locali ai primi mesi del 2016. Le cancellerie europee tirano un sospiro di sollievo, pur se la parte del “direttore d'orchestra” l'ha giocata, come sta avvenendo anche in Medio Oriente, il presidente russo Vladimir Putin.

Quello delle elezioni locali nel Donbass era stato uno dei punti principali, insieme alla dichiarazione sulla “integrità territoriale dell'Ucraina senza la Crimea”, uscito dall'incontro parigino di venerdì del “Quartetto normanno”: Hollande, Merkel, Putin e Porošenko. Secondo il Minsk-2, il voto nelle Repubbliche popolari avrebbe dovuto tenersi entro il 31 dicembre e DNR e LNR lo avevano già fissato rispettivamente per il 18 ottobre e il 1 novembre. Venerdì, Hollande aveva dichiarato che, per rispettare le formalità che ne garantiscano la piena legittimità, la data avrebbe dovuto essere spostata e lui e Merkel avevano chiesto a Putin di far pressione sul Gruppo di contatto affinché le Repubbliche popolari accettassero sia il rinvio, sia le norme generali ucraine sul voto. Si attendeva quindi la riunione del Gruppo di contatto, per ufficializzare una risposta che, nei termini della richiesta fatta a Putin da Hollande e Merkel, appariva abbastanza scontata, così come in effetti è stata: sono suonati abbastanza retorici i commenti a caldo delle agenzie russe, secondo cui “il Cremlino appoggia la decisione delle Repubbliche popolari”. Più sincera la dichiarazione del presidente della Commissione esteri del Consiglio di Federazione, Konstantin Kosačev: "Per me è molto importante, in tale situazione, percepire che la decisione di Donetsk e Lugansk è venuta dopo il vertice di Parigi e che Mosca è riuscita a lavorare seriamente con Donetsk e Lugansk facendo leva sulla nostra autorità e le nostre possibilità in questi territori. È chiaro che noi non li controlliamo, non possiamo dare indicazioni agli abitanti di Donetsk e Lugansk”, ha detto Kosačev.

Ora dunque, DNR e LNR hanno annunciato ufficialmente e congiuntamente di essere disposte a posticipare il voto al prossimo 21 febbraio, a condizione che, nel frattempo, Kiev attui tutte le condizioni previste dall'accordo di Minsk del febbraio scorso, il cosiddetto Minsk-2: riconoscimento dello status speciale per il Donbass, amnistia generale, scambio completo di prigionieri, sminamento del territorio su cui si è combattuto per un anno e mezzo, nessun perseguimento dei combattenti delle milizie, modifiche concordate della legislazione ucraina che rendano effettivamente possibile il voto. Attualmente, infatti, possono candidarsi solo i rappresentanti di partiti registrati in Ucraina, quali non sono le formazioni attive in DNR e LNR. Un pacchetto niente affatto semplice da esperire; nelle attuali condizioni di zuffe interne al regime di Kiev, tra chi è assolutamente contrario a ogni compromesso e chi lo accetta un po' per finta e un po' per necessità finanziaria, pare che solo un deciso intervento di alcuni – non tutti – ben precisi sponsor occidentali del regime golpista potrà ridurre Kiev alla ragione. La riprova si è avuta già ieri alla Rada suprema, dove è iniziata la discussione – che prosegue oggi – sui risultati del summit parigino: tra i banchi del parlamento ucraino non ci si limita, come in altri scranni europei, ai semplici gesti volgari – si passa direttamente alle vie di fatto! E d'altronde, non più tardi di ieri l'altro, il vice capo dell'amministrazione presidenziale ucraina, Konstantin Eliseev, spiattellava che Kiev non ha alcuna intenzione di dialogare con DNR e LNR, perché nei territori non controllati da Kiev “oggi ci sono i combattenti, coi quali noi non dialoghiamo; punto e basta”. Eliseev aveva anche dichiarato che l'Ucraina non intende attuare le misure contemplate nel Minsk-2: “Nel nostro dizionario non esiste il concetto di status speciale, abbiamo solo una legge sul regime speciale di autogoverno locale in alcune province delle regioni di Donetsk e Lugansk". Non sono certo dichiarazioni da poco che, oltre a sconfessare platealmente Porošenko, lasciano pochi dubbi su quale delle ambasciate occidentali a Kiev le abbia suggerite.

Comunque, Pušilin e Dejnego hanno sottolineato, riportava ieri Interfax, che la decisione di accettare il rinvio del voto è stata presa dopo lo studio delle raccomandazioni di Hollande e Merkel a conclusione del summit del 2 ottobre, le consultazioni con Russia e Osce e le disposizioni emanate dai presidenti delle due Repubbliche, Aleksandr Zakharčenko e Igor Plotnitskij. Soprattutto, hanno tenuto a evidenziare Pušilin e Dejnego, la nostra decisione “non è un passo indietro, bensì un passo di incontro e ci aspettiamo lo stesso da parte di Kiev. Rileviamo che il Quartetto normanno ha tenuto conto della proposta della LNR sul rinvio delle elezioni nel Donbass al 21 febbraio 2016, a condizione della piena attuazione da parte di Kiev dei punti politici del Minsk-2”.

I rappresentanti di DNR e LNR hanno sottolineato ancora una volta che il percorso di modifiche legislative deve essere concordato tra le Repubbliche popolari e Kiev e non deciso unilateralmente da quest'ultima: quello del dialogo diretto tra centro e sudovest del paese, è un punto su cui la leadership del Donbass e Mosca hanno sempre insistito e che era stato ribadito da Putin al vertice di Parigi. Vertice nel corso del quale sia Hollande che Merkel avevano messo l'accento sul riconoscimento dello status speciale per il Donbass: secondo il primo, esso dovrà entrare in vigore a partire dal giorno delle elezioni; per la seconda, dovrà essere fissato nella Costituzione ucraina.

Ma, ancora una volta, c'è solo da augurarsi che tutto proceda linearmente, da qui al 21 febbraio: ieri, il rappresentante ucraino al Gruppo di contatto, l'ex presidente Leonid Kučma, mentre annunciava che “la parte ucraina saluta la dichiarazione dei rappresentanti di alcune province delle regioni di Donetsk e Lugansk sul rinvio delle elezioni del 18 ottobre e del 1 novembre, nel contempo fa notare la necessità di annullare i risultati del voto del 2 novembre 2014”. Un voto, è bene ricordarlo, che aveva visto una straordinaria affluenza popolare e che aveva confermato nella carica gli allora “facenti funzione” di leader di DNR e LNR, Aleksandr Zakharčenko e Igor Plotnitskij. Le code fuori dai seggi avevano “scioccato” gli osservatori stranieri (italiani, tedeschi, americani, cechi, austriaci, ecc.), unanimi nel rilevare la “perfetta organizzazione, la democraticità e legittimità della consultazione” e avevano rappresentato una risposta a Kiev, Washington, UE e Osce, che rifiutavano di riconoscere la validità del voto.

Ad ogni modo, già all'indomani di Parigi, non mancava chi evidenziava la piena indisponibilità di Kiev a rispettare il “pacchetto di Minsk”. L'attuazione di quegli accordi, ha dichiarato alla russa Vzgljad il direttore dell'Istituto ucraino di analisi politica Ruslan Bortnik, “significa la piena destabilizzazione del potere di Porošenko: semplicemente, egli non gli sopravviverebbe. Ma egli non può nemmeno non attuarli”. Secondo Bortnik, "a Parigi non si sono fatti progressi. Il fatto che le delegazioni siano tornate a casa e abbiano iniziato a dare ognuno una interpretazione diversa degli accordi dimostra come, purtroppo, non si siano accordate su nulla. In realtà le parti non sono disposte a compromessi e quindi la risoluzione del conflitto nel Donbass non si vede ancora". In un quadro di deterioramento economico, prevede Bortnik, cadranno ancora di più le quotazioni di Porošenko, già ora a non più del 20% dei consensi. E ciò significa un calo del controllo sull'attuale Parlamento, in linea di principio contrario agli accordi di Minsk”.

Ieri Julija Timošenko ha dichiarato che la sua frazione parlamentare, “Patria”, voterà per la legge sulle elezioni nei “territori occupati” solo dopo che “saranno disarmate le formazioni illegali”. Il capogruppo degli ultranazionalisti di “Autoaiuto”, Oleg Berezjuk, a proposito del vertice di Parigi, ha chiesto al Ministro degli esteri Pavel Klimkin: “Abbiamo dato il paese in concessione?”, con riferimento all'accordo che, a detta ucraina, sarebbe stato sottoscritto “a tre”, alle spalle di Porošenko, tra Hollande, Merkel e Putin.

In un paese in cui, con il cessate il fuoco nel Donbass, le squadre militari dei battaglioni nazionalisti e neonazisti cercano ogni sotterfugio per procurarsi di che vivere, dalla vendita delle armi al mercato nero, alle estorsioni ai danni dei trasportatori con il blocco della Crimea – un paese in cui l'ultima novità è quella di riuscire a racimolare 30 euro dalla vendita di contrabbando delle “decorazioni” di partecipante alla “Operazione antiterrorismo” nel Donbass e al cui vertice siedono individui che propongono all'Isis di pubblicare le foto degli aviatori russi in Siria – non procura particolari speranze sulla propria volontà di una soluzione ragionevole della crisi che si protrae da un anno e mezzo. Anche per questo, un qualche accenno di autonomia decisionale europea nei confronti di chi sta dietro alle decisioni più disgraziate di una junta antipopolare e bellicista, potrebbe forse costituire il lucignolo in grado di offrire un barlume di luce più consistente.

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17/08/2015

Donbass: sempre più evidente la preparazione di un'offensiva ucraina

Le milizie della Novorossija stanno lanciando appelli sempre più preoccupati ai Paesi europei del “Gruppo normanno” (soprattutto Germania e Francia) per l'attuazione degli accordi di Minsk: la possibilità di un'offensiva ucraina su larga scala lungo tutta la linea del fronte nel Donbass – in particolar modo, lungo le direttrici di Donetsk, Gorlovka, Mariupol, Makeevka, Dokučaevsk, Telmanovo, Elenovka, Jasinovataja, Novoazovskij e altre cittadine – si farebbe di giorno in giorno più concreta. La spaventosa intensificazione dei bombardamenti da parte delle forze armate di Kiev, ha ripetuto anche ieri il plenipotenziario per la DNR al Gruppo di contatto, Denis Pušilin, non può che far presagire un imminente attacco. Per di più, Kiev non pare nemmeno più preoccuparsi di nascondere le violazioni agli accordi di Minsk: secondo gli osservatori dell'Osce, la città di Gorlovka, forse la più martoriata nelle ultime settimane, è stata ripetutamente fatta segno di colpi di mortaio calibro 120 mm che, in base agli accordi sul “cessate il fuoco”, avrebbero dovuto essere ritirati ad alcune decine di chilometri dalla linea di demarcazione e che invece Kiev, già un mese e mezzo fa, aveva apertamente annunciato di schierare nuovamente a ridosso del fronte.

Così, ieri a Telmanovo, un civile era rimasto ucciso per i bombardamenti ucraini portati con lanciarazzi multipli “Grad” nel cuore della notte. Un civile ucciso e altri cinque feriti anche a Donetsk, oltre a una ventina di edifici seriamente danneggiati; anche in questo caso di notte. Secondo il vice comandante di Corpo del Ministero della difesa della DNR, Eduard Basurin, negli ultimi tempi le forze armate ucraine avrebbero intensificano il fuoco sui quartieri civili proprio nelle ore notturne, allorché è terminato il lavoro degli osservatori Osce. Ma, soprattutto, secondo quanto dichiarato da Basurin, le forze ucraine sono state messe in stato di massima allerta.

E la situazione pare essersi ulteriormente aggravata nelle ultime ore, anche con il massiccio spiegamento di carri armati, artiglierie semoventi e razzi “Točka-U” lungo la linea del fronte. All'alba di stamani sarebbero state nuovamente colpite Makeevka (la città più grande della DNR, dopo Donetsk) e Elenovka e i villaggi circostanti. Nella notte tra domenica e lunedì sono proseguiti i bombardamenti ucraini su Donetsk e Gorlovka: a Donetsk ancora 2 civili sono rimasti uccisi e tre feriti; a Gorlovka, tre uccisi e quattro feriti. A causa di questo ininterrotto stillicidio di morte, nella sola Gorlovka – da mesi uno dei punti più “caldi” del Donbass – dall'inizio dell'anno si sono contati 164 morti e 501 feriti tra la popolazione civile. Secondo testimoni locali, l'esercito ucraino userebbe sistemare le batterie nel cuore dei rioni civili delle città occupate, contando evidentemente di attirare là il fuoco di risposta delle milizie e poterle accusare di colpire i quartieri abitati. Secondo i dati diffusi ieri dal Dipartimento per i diritti dell'uomo della DNR, le vittime dei bombardamenti ucraini dall'inizio dell'anno sarebbero 1.287, 1.088 uomini e 199 donne; i feriti più di 1.100. Ma, secondo quanto scrive la Dan-news, con riferimento ai media ucraini, anche dalla parte dell'esercito si contano vittime dell'avventura terroristica di Kiev nel Donbass: le cifre ufficiali parlano di 136 suicidi tra i militari ucraini e non è previsto nessun tipo di assistenza psicologica ai sempre più numerosi casi di depressione.

Ma ciò che più preoccupa ora il comando delle milizie è l'enorme concentramento di artiglierie pesanti e mezzi corazzati a ridosso della linea di demarcazione, segno della preparazione di un'offensiva in grande stile. Suddivisi su appena tre settori del fronte, l'intelligence della DNR ha registrato, a ieri, il dislocamento di circa 70 battaglioni (dati gli insuccessi delle ripetute mobilitazioni, si può desumere che le unità militari ucraine siano abbastanza incomplete e si può quindi calcolare un totale di circa 40mila uomini) appoggiati da poco meno di 450 carri armati, oltre 2.300 mezzi blindati, 830 tra artiglierie e mortai di calibro tra i 120 e i 150 mm e più di 130 sistemi di lanciarazzi multipli.

Secondo i media statunitensi, ripresi ieri dalla russa RT, Barack Obama vuole la guerra e ha affidato a Kiev il lavoro sporco. I reparti speciali USA stanno tuttora addestrando i militari ucraini per una prossima intensificazione del conflitto nel Donbass, afferma ad esempio Stephen Lendman sulla rivista CounterPunch, sottolineando come Kiev stia sempre più apertamente violando gli accordi di Minsk e ricordando anche il recente aumento di ulteriori 250 milioni di $ di spese militari. "La junta", scrive Lendman, "ha già ufficialmente rinunciato a ogni limitazione riguardante il ritiro delle artiglierie e ha inoltre “legalizzato” il loro impiego. Nella DNR e nella LNR stanno rinforzando le proprie posizioni, in attesa dell'attacco ucraino. A Donetsk le persone vengono fatte uscire in anticipo dal lavoro, dato che si attendono massicci bombardamenti sulla città, anche con l'impiego dell'aviazione".

In questa situazione, dunque, il plenipotenziario per la DNR al Gruppo di contatto, Denis Pušilin, ha invitato Francia e Germania, in quanto garanti degli accordi di “Minsk-2”, a reagire alle sue violazioni da parte di Kiev. Proprio su tali violazioni, ha detto Pušilin, verrà posto l'accento alla prossima riunione del Gruppo di contatto, fissata per il 26 agosto a Minsk; ma la prima condizione per la loro cessazione, è la firma da parte di Kiev dell'accordo sul ritiro dalla linea di demarcazione delle armi di calibro superiore ai 100 mm.

Per quanto riguarda la “quinta colonna” ucraina all'opera all'interno del territorio della Novorossija, nei giorni scorsi i reparti del Ministero per la sicurezza di Stato (MGB) della DNR hanno liquidato uno degli 11 gruppi di sabotatori che, secondo lo stesso MGB, agirebbero con l'obiettivo di eliminare fisicamente il comando militare della Repubblica popolare di Donetsk, disorganizzare il sistema di direzione e reperire informazioni sulla dislocazione dei reparti delle milizie. Anche l'intensificazione dell'attività di queste unità di sabotaggio, a parere di Eduard Basurin, testimonierebbe dell'imminenza dell'attacco ucraino.

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15/08/2015

Donbass: le milizie si aspettano un attacco improvviso da parte ucraina

Un civile ucciso questa notte e uno la notte scorsa a Gorlovka per i tiri delle artiglierie ucraine; un altro civile era rimasto ucciso e altri tre feriti a Donetsk, nella notte tra il 12 e 13 agosto; seriamente danneggiate decine di abitazioni. Altri due civili feriti nella zona di Jasinovata, una sessantina di chilometri a nordovest di Donetsk. L'altra notte, mentre l'artiglieria ucraina, da Mariupol, Talakovka e Orlovskij, colpiva il territorio della Novorossija lungo la linea di demarcazione, una forte esplosione ha sconvolto un posto di blocco ucraino nell'area di Orlovskij. Un “volontario” dei battaglioni, citato dall'agenzia Dan-news, avrebbe detto per radio "i nostri hanno ricevuto lo stipendio", riferendosi evidentemente alle ubriacature all'origine del bombardamento, da parte ucraina, delle posizioni degli stessi ucraini. E anche stamani, il vice comandante di Corpo del Ministero della difesa della DNR, Eduard Basurin, ha denunciato il continuo e di giorno in giorno più intenso dislocamento di artiglierie pesanti ucraine lungo la linea di demarcazione.

Ma, più in generale, secondo le milizie della Novorossija, l'esercito ucraino si starebbe preparando a una grossa offensiva lungo la linea di demarcazione, con l'ausilio dei battaglioni “volontari”, a dispetto di tutte le dichiarazioni sul ritiro dei reparti neonazisti e ultranazionalisti dalla zona di operazioni. Ancora a inizio agosto, rileva il Ministero della difesa della LNR, il Capo di stato maggiore ucraino Viktor Muženko aveva annunciato la sostituzione dei battaglioni “volontari” e dei reparti della Guardia nazionale, con distaccamenti dell'esercito. Pare invece ormai assodato che non di sostituzione si tratti, bensì dell'inquadramento dei combattenti di tali battaglioni nelle file dell'esercito. L'intelligence della Repubblica di Lugansk, ad esempio, ha registrato la presenza, nella zona di Stanitsa Luganskaja, di un gruppo di ricognitori ucraini del 15° battaglione di fanteria da montagna che, in precedenza, faceva parte dei reparti militari di Pravyj sektor e che è ora inquadrato nella 128° brigata, di stanza nella regione della Transcarpazia, dove, come noto anche per gli avvenimenti del luglio scorso, Pravyj sektor detiene posizioni di forza. Il fatto che siano all'opera reparti di ricognitori, sostengono le milizie, denoterebbe l'intenzione di iniziare operazioni belliche più attive e, ancora una volta, Kiev ricorre all'opera di reparti “volontari” per sopperire allo scarso morale combattivo delle truppe regolari.

In effetti, secondo l'agenzia Novorossija, lo Stato maggiore ucraino non esclude di ricorrere alla mobilitazione generale (pare che gli ucraini, con sarcasmo, la chiamino non “mobilizatsja”, ma “moghilizatsja”: moghila è la tomba), stando alle dichiarazioni del vice Ministro della difesa ucraino Pëtr Mekhed. Il prossimo 17 agosto deve concludersi la 6° ondata di mobilitazioni, che ha però dato appena il 50% del risultato atteso. I giovani cambiano residenza per sottrarsi alla chiamata e, a differenza delle prime ondate, non ci sono praticamente più “volontari”. Mekhed dunque, accanto alla seria possibilità di condurre ancora tre ondate di mobilitazione entro la fine dell'anno, ammette che il governo è costretto a far sempre più ricorso ai “contractor”. E se il primo vice comandante della Direzione generale per la mobilitazione, Vladimir Talalaj, dichiara che, in ragione dell'evolversi della situazione e in caso di “aggressione su vasta scala”, non si esclude la mobilitazione generale di ogni uomo in grado di tenere in mano un'arma, ecco che oggi il segretario del Consiglio di Sicurezza, Aleksandr Turčinov, precisa a quale “aggressione” si riferisca Kiev. "Se la Russia farà saltare gli accordi di Minsk, noi agiremo in conformità con le sfide che verranno a trovarsi di fronte al Paese", ha dichiarato oggi e, in caso di aggravamento della situazione nel Donbass, "saremo costretti a introdurre la legge marziale e procedere a una più forte mobilitazione di tutto il potenziale che esiste nel paese", vale adire, alla mobilitazione generale. Turčinov, tacendo su chi in realtà faccia di tutto per violare o apertamente disconoscere gli accordi di Minsk, si è anche rammaricato del fatto che "purtroppo, in questo anno e mezzo in cui l'Ucraina sta conducendo la guerra, non abbiamo potuto convincere i nostri partner strategici a sbloccare la collaborazione sulle forniture di armi letali" e, quindi, Kiev è costretta a contare solo sul proprio potenziale. Peccato che, ormai, siano rimasti in pochi a credere sull'assenza di forniture di “armi letali” a Kiev.

L'ultimo esempio è quello delle mine, dei proiettili, delle bombe a grappolo o addirittura di quelle al fosforo sempre più massicciamente usate dall'esercito ucraino e che non fanno certo parte dell'arsenale nazionale. Alla LNR rilevano che le forze ucraine fanno sempre più largo uso di proiettili di fabbricazione straniera. Il comandante dei reparti del genio-sminatori del Ministero per le situazioni d'emergenza della LNR, Aleksandr Brovko, ha dichiarato che "le forze ucraine utilizzano bombe di mortaio, mine antiuomo e anticarro di fabbricazione italiana e polacca e altri tipi di cui non siamo per ora riusciti a stabilire la provenienza". Nel dettaglio, ha detto Brovko, le bombe da mortaio da 120 mm di fabbricazione polacca, si distinguono per essere costruite non in acciaio, ma in duralluminio, che elimina quasi completamente il caratteristico sibilo e le rende praticamente silenziose. In effetti, numerose segnalazioni dei cittadini testimoniano che le detonazioni avvengono senza essere precedute dal sibilo caratteristico e, per questo, sono ancora più esiziali, perché inattese.

Sul fronte “civile”, mentre all'alba di stamani è partita dalla zona di Rostov, alla volta del Donbass, la 35° colonna di 100 camion con una tonnellata di aiuti umanitari russi, i deputati del PC russo alla Duma hanno presentato una proposta di legge per destinare ai cittadini bisognosi e alle popolazioni del Donbass le centinaia di tonnellate di prodotti sotto embargo importati illegalmente in Russia e destinati al macero.

A sua volta, Kiev ha concordato l'esportazione di carbone dal Donbass, attraverso la Russia. Secondo quanto dichiarato dal Ministro per l'energia e l'industria carbonifera, Vladimir Demčišin, lo schema approvato dal governo ucraino prevede la fornitura del carbone non alla centrale termoelettrica di Lugansk, come avveniva finora, bensì alle centrali che operano nel sistema energetico unico ucraino. In precedenza, il vice premier ucraino Valerij Voščevskij aveva detto che Kiev, entro il 15 agosto, conta di aumentare le forniture di carbone dal Donbass fino a un milione di tonnellate al mese, che dovrebbero essere trasportate lungo la ripristinata linea ferroviaria Nikitovka-Majorskaja, a nord-nordovest di Gorlovka.

E una notizia che non può certo definirsi singolare, ma quantomeno caratteristica del clima interno al regime ucraino, è quella delle centinaia di agenti di polizia che nei giorni scorsi hanno chiesto di passare al servizio del Ministero degli interni della Repubblica popolare di Lugansk. Il Ministro degli interni della LNR, Igor Kornet, ha dichiarato che "questi fatti rivestono carattere di massa: si rivolgono a noi non solo agenti ucraini che prestano servizio nella zona delle cosiddette “operazioni anti terrorismo”, ma anche funzionari di regioni ucraine più lontane. Le richieste sono centinaia". Ovviamente, il Ministero degli interni della LNR esamina attentamente ogni singola richiesta, dato che, come sottolinea Kornet "non è escluso che, con fare benevolo, i Servizi di sicurezza ucraini tentino di introdurre nella Repubblica una rete di agenti-spia". Il nuovo caso delle centinaia di agenti di polizia non è che l'ultimo episodio, in ordine di tempo, di fatti del genere, dopo il passaggio, nei mesi e nelle settimane scorse, di diversi alti ufficiali dell'esercito e della Guardia di Finanza ucraini dalla parte delle milizie del Donbass, delle centinaia di semplici soldati e, all'estero, anche agenti e funzionari del controspionaggio in servizio presso l'ambasciata ucraina in Francia. In generale, secondo quanto ha dichiarato ieri il Procuratore militare generale ucraino Anatolij Matios, sono passati alle Repubbliche popolari di Donetsk e di Lugansk 5mila tra agenti e funzionari del Ministero degli interni e circa 3mila militari.

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13/08/2015

Manovre militari in Europa: si scherza col conflitto tra Nato e Russia?

La Nato non tende al confronto con la Russia. Questi i termini della questione, così come esposti dalla Nato medesima e riportati dai media, dopo la pubblicazione del rapporto del Centro analitico britannico European Leadership Network (ELN). Nel rapporto si afferma che le manovre militari della Russia e della Nato aumentano le probabilità di un conflitto in Europa. La Nato tuttavia, come riportato anche da RIA Novosti, dichiara che le manovre non sono legate al confronto con la Russia e l'alleanza si oppone alla equivalenza, che risulterebbe dal rapporto inglese, tra le proprie manovre e quelle russe.

RIA Novosti sintetizza il rapporto inglese – dal significativo titolo “Prepariamoci al peggio: rafforzano le manovre militari di Russia e Nato la probabilità di una guerra in Europa?” – in questi termini: gli esperti britannici hanno analizzato l'andamento delle recenti manovre militari russe su vasta scala, con la partecipazione di 80mila uomini e quelle della Nato di marzo e giugno con 15mila uomini. Hanno messo a punto mappe interattive, che illustrano i possibili scenari. La Nato ha immediatamente alzato la voce: “Il recente rapporto del ELN mette erroneamente il segno di eguaglianza tra le manovre della Nato e della Russia. Il Ministero della difesa russo ha dichiarato oltre quattromila manovre in quest'anno: dieci volte di più della Nato nello stesso lasso di tempo. La Nato” prosegue il comunicato di quei bravi ragazzi atlantici “ha più volte dichiarato di non cercare il confronto con la Russia”, al contrario di quest'ultima, le cui manovre su vasta scala “accrescono la tensione, invece di diminuirla.

La Russia ha appositamente bypassato i requisiti di notifica e sorveglianza sulle manovre, previste dal documento di Vienna del Osce”. Al contrario, i portatori di pace dell'Alleanza atlantica sottolineano che le loro manovre sono “aperte agli osservatori, tra cui anche i russi. Le manovre Nato sono annunciate con alcuni mesi di anticipo”. E, ribadendo lo spirito antibellicista dell'Alleanza, che si riflette in particolar modo negli sforzi affinché nessuna soluzione pacifica venga trovata al conflitto nel Donbass, si accusa Mosca di frapporre ostacoli all'attuazione dell'Accordo sulle armi convenzionali in Europa (CFE) e a quello sui “Cieli aperti” (The Treaty on Open Skies).

E' appena il caso di ricordare che Mosca, a marzo di quest'anno, ha annunciato il suo ritiro dall'Accordo sulle armi convenzionali, a causa del rifiuto della Nato di procedere alla sottoscrizione di un nuovo accordo, che sostituisse quello in vigore dal 1990 e non più rispondente alla situazione attuale: quella cioè di una frenetica attività Nato di potenziamento del proprio fianco orientale dal mar Baltico al mar Nero. Il gesto di Mosca, di ritiro dal CFE, come aveva scritto a suo tempo Sputniknews, “risponde all'intensificazione dell'attività della Nato e manda un segnale ai suoi partner per dire che un sistema comune della sicurezza in Europa non esiste”. Di fatto, la Russia aveva sospeso la propria partecipazione al Trattato già nel 2007, giudicando il documento, nella sua forma attuale, ormai obsoleto. “L'Accordo di Adattamento, ratificato a suo tempo dalla Russia” aveva detto nel marzo scorso Dmitryj Trenin, “non è mai stato ratificato dalla Nato. Ritornare alla versione iniziale firmata nel 1990, quando in Europa esisteva ancora il sistema dei blocchi, non sarebbe nell'interesse della sicurezza nazionale della Russia".

Ed è appena il caso di ricordare come proprio l'Alleanza difensiva nordatlantica, sullo sfondo della crisi ucraina – anch'essa piovuta dal cielo – abbia proceduto all'attuazione di una serie di misure per l'allargamento della propria attività militare in Europa, tra cui, come ricorda RIA Novosti, “il rafforzamento e l'allargamento delle forze di pronto intervento, l'aumento del contingente militare USA in Europa, il repentino allargamento del programma di manovre e di pattugliamento e l'incremento delle spese militari”. In tale situazione, il minimo che ci si potesse aspettare da Mosca, era una dichiarazione su “l'allargamento senza precedenti dell'attività Nato alle proprie frontiere”. Cos'altro rappresentano, in effetti, le ultime manovre in Polonia e Paesi baltici, Saber Strike, nel quadro della serie di manovre Nato Allied Shield: BALTOPS, Saber Strike, Noble Jump и Trident Joust?

E se la lettura del documento britannico fatta da RIA può apparire sostanzialmente “neutrale”, il sito Vzgljad titola senza mezzi termini “La Nato mette a punto gli scenari della guerra con la Russia”. Il rapporto del European Leadership Network sulle manovre militari della Russia e della Nato, “ignora le differenze di potenziale di Russia e Alleanza atlantica. I media occidentali si sono affrettati a interpretare il rapporto come una indicazione sulla crescente aggressività di Mosca”. Così, la Deutsche Welle afferma che “La Russia si prepara al conflitto con la Nato e la Nato si prepara un possibile scontro con la Russia”. E Vzgljad ricorda che, nonostante l'immagine pacifista del ELN, tra gli autori del rapporto figurano esperti di sicurezza nazionale, consiglieri di comandanti Nato, analisti delle regioni euroasiatiche. Così nel rapporto, mentre si rilevano alcune caratteristiche comuni alle manovre della Russia e della Nato – mobilitazione veloce, ridislocazione su grandi distanze e coordinamento interforze – si sottolinea però “la sensibile differenza di scala delle manovre. Così, le manovre russe analizzate si fondano su forti contingenti di reparti di élite, a cui le manovre Nato, sebbene altamente professionali, non corrispondono per estensione”.

Da qui, il Financial Times conclude che “la Russia incrementa la preparazione militare dei propri reparti, allo scopo di mandare un segnale alla Nato di maggior mobilità nel ridislocamento delle forze”.

L'obiettività degli autori del rapporto inglese è palesata dall'analista anglo-polacco Lukaš Kulesa, il quale giustifica l'allargamento delle manovre militari Nato con “l'aggressione russa all'Ucraina”: come volevasi dimostrare.

Peccato che di tale “aggressione” le conseguenze – quelle più recenti – siano gli ininterrotti bombardamenti ucraini su Gorlovka, ridotta ormai praticamente in fiamme e l'allarme lanciato ieri dal rappresentante al Gruppo di contatto per la DNR, Denis Pušilin, il quale ha detto che le operazioni di guerra potrebbero scattare in qualunque momento, considerato lo spropositato incremento dei bombardamenti ucraini sul Donbass registratosi negli ultimi giorni e gli spostamenti di mezzi corazzati, artiglierie e sistemi di lanciarazzi Grad ucraini verso la linea del fronte.

Quale sia lo spirito pacifico dell'Alleanza atlantica l'ha espresso nuovamente, poche ore fa, il Capo di stato maggiore delle truppe di terra americane, generale Raymond Odierno, secondo cui la Russia è “uno dei paesi più pericolosi” per gli USA, “soprattutto perché più preparata rispetto ad altri nostri potenziali nemici”. Secondo Odierno, la Russia “dispone di serie capacità per la conduzione di operazioni complesse in Ucraina”. Ma, per l'appunto, sono gli USA che giustificano la dislocazione dei sistemi antimissilistici in Europa, tutto intorno alla Russia, con la minaccia iraniana, aggiungendo a pretesto una poco credibile insidia russa a Giappone e Corea del Sud costituita, secondo il Dipartimento di Stato, dai collaudi russi dei missili alati con base a terra e che rappresenterebbe, a detta di Washington, una violazione dell'Accordo sull'eliminazione dei missili a media e corta gittata!

E quale sia lo spirito pacifico della Nato lo testimonia anche il comandante del battaglione neonazista Azov, che ha detto il suo reparto essere equipaggiato e addestrato al livello dell'esercito di un paese baltico o della Germania, grazie ai soldi di “sponsor privati, imprenditori e persone ricche”: da dove provengano tali equipaggiamenti e addestramenti lo hanno mostrato più di una volta le casse di armi e munizioni marchiate Nato rinvenute nei luoghi da cui le milizie hanno sloggiato Guardia nazionale, esercito e battaglioni “volontari” ucraini.

Pare dunque che al rapporto degli analisti britannici possano adattarsi le parole con cui il sofocleo Emone ribatté a suo padre Creonte “che giusto pare soltanto ciò che affermi tu, null'altro”.

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07/08/2015

Kiev vuole la guerra. Gli accordi di Minsk dipendono dalla posizione dell'UE

Mentre continuano i bombardamenti dei quartieri civili di Gorlovka (ieri un civile è rimasto ucciso), Jasinovataja, Spartak, Makeevka (diversi civili feriti), Donetsk, Krasnoarmejskij e Marinskij, con l'impiego da parte ucraina di artiglieria pesante e carri armati, ; lo ha dichiarato ieri il vice comandante di corpo del Ministero della difesa, Eduard Basurin.

Questa eventualità è prevista anche nelle valutazioni del centro privato americano di ricerca “Stratfor”, riprese ieri da una serie di agenzie russe; l'assenza di progressi nei colloqui del Gruppo di contatto e il proseguire degli scontri, l'intransigenza occidentale e anche la buona stagione: tutto ciò può condurre già nelle prossime settimane a un nuovo scoppio della guerra. Tutti gli ultimi avvenimenti, secondo gli analisti della “Stratfor”, dimostrano che gli accordi di Minsk sono solo parole e, nonostante la tensione si sia notevolmente ridotta, continua tuttavia una sistematica violazione del cessate il fuoco. A dispetto di tutte le trattative, le parti non possono trovare un'intesa su due punti chiave; il primo è lo status speciale delle regioni e l'indizione di elezioni locali; il secondo è dato dal ruolo della Russia nell'area su un piano più generale. Mosca, scrive “Stratfor”, ritiene che nelle frontiere dell'ex Unione Sovietica essa debba assicurare la congruenza ai propri interessi; l'Occidente non intende riconoscerlo e proprio questo è alla base del conflitto in Ucraina, insieme alle sempre nuove forze che la Nato sta dislocando a est.

E' in tale situazione, che i rappresentanti del DNR e LNR si sono rivolti ieri ai leader del "Gruppo normanno”, Angela Merkel e Francois Hollande, chiedendo che esprimano le proprie valutazioni su azioni e dichiarazioni di Kiev. A loro avviso, la parte ucraina non solo rallenta i negoziati, ma rilascia anche dichiarazioni che in modo lampante vanno contro gli gli accordi Minsk, scriveva ieri l'agenzia Novorossija. ha dichiarato il rappresentante della DNR ai colloqui di Minsk Denis Pušilin. ha detto, . Secondo Pušilin, il procrastinare i negoziati ha lo scopo di aumentare la pressione delle sanzioni contro la Russia. ha detto, , come è stato, a esempio, per la questione della smilitarizzazione di Širokino, chiesta da Francia e Germania. .

A Pušilin hanno fatto eco gli speaker dei parlamenti di Donetsk e di Lugansk, Aleksej Karjakin e Andrej Purghin: , hanno detto Karjakin e Purghin, aggiungendo che Kiev è intenzionata a fare la guerra. .

Ogni volta che Kiev riceve nuove indicazioni “dall'alto”, ha detto ancora Pušilin, fa saltare i punti su cui si discute. dell'accordo costituzionale; <è stato così a giugno e si è ripetuta la storia a luglio, quando il testo era stato sottoscritto dal Gruppo di contatto> e ora di nuovo Kiev vi ha apportato modifiche per noi inaccettabili. In una intervista a Vzgljad, Pušilin imputa il comportamento dilatorio di Kiev alla speranza ucraina di vedere la Russia in difficoltà a causa delle sanzioni e, in tal modo, non in grado di aiutare economicamente il Donbass, che quindi sarebbe ridotto alla fame a causa del blocco economico decretato dall'Ucraina. Ma è una speranza falsa, dice Pušilin: oggi è l'Europa ad essere più in difficoltà a causa delle proprie contraddizioni. Inoltre, con l'esclusione del Donbass dallo spazio economico ucraino, Kiev ci costringe a orientarci verso altre varianti di sviluppo. .

Sul fronte interno ucraino, è stata nei giorni scorsi la volta dello storico statunitense Stephen Cohen a pronosticare lo scoppio in Ucraina di una seconda guerra civile, a causa del moltiplicarsi dei gruppi ultradestri e neonazisti, che non permetterebbero a Porošenko di entrare in trattative col Donbass, nonostante che il presidente, a parere (forse un po' ingenuo) di Cohen, sia stanco della guerra e propenso all'applicazione degli accordi di Minsk. E' così che Cohen, evidentemente troppo sicuro della diversità di obiettivi (e non solo di metodi) tra Porošenko e Pravyj sektor, chiede a quei politici statunitensi che invocano l'invio di armi a Kiev, di riflettere in quali mani esse finirebbero. A proposito della percezione del conflitto ucraino negli Stati Uniti e in Europa, Cohen – secondo quanto riportato da RIA Novosti – riconosce che le differenziazioni stanno aumentando e la politica di Washington verso Russia e Ucraina è destinata a fallire: una delle cause è la crescente dell'insoddisfazione per le sanzioni contro la Russia. Delle tre ragioni che i congressisti USA indicano a motivo delle sanzioni – “annessione” della Crimea; abbattimento del Boeing malese; “intrusione” russa in Ucraina – in definitiva, ha detto Cohen, anche l'appoggio occidentale a Kiev può essere considerato una ingerenza.

E dalla DNR fanno sapere di non aver intenzione di collaborare col Comitato di salvezza ucraino, la cui costituzione è stata annunciata nei giorni scorsi a Mosca dall'ex premier ucraino Nikolaj Azarov. Il Comitato – con cui il Cremlino, per bocca del portavoce presidenziale Dmitrij Peskov ha escluso ogni rapporto – si pone l'obiettivo del ricambio dell'attuale dirigenza ucraina, attraverso cinque passi immediati: cessazione della guerra; adozione di una nuova Costituzione basata sul principio del federalismo; ristabilimento della legalità e disarmo delle bande illegali; abolizione di ogni legge incostituzionale legata alla mobilitazione e alla guerra; realizzazione di un programma anti-crisi. Alla domanda dell'agenzia Novorossija, se la DNR è pronta a collaborare con il Comitato, lo speaker del parlamento della DNR, Andrej Purghin ha dichiarato di .

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18/07/2015

Washington nomina i ministri a Kiev e poi manda la Nuland a controllarli

Nella zona oggetto della cosiddetta ATO (Anti Terrorističeskaja Operatsija) sono attualmente di stanza 64mila membri delle forze armate ucraine. Lo ha dichiarato il presidente Porošenko, sottolineando che essi , ma lasciando imprecisata la questione se egli si riferisse al solo esercito “regolare”, che non comprende le migliaia di “volontari” e mercenari, soprattutto stranieri, arruolati nei battaglioni ultranazionalisti e neonazisti. Lo stesso Porošenko, a fine giugno, aveva quantificato la presenza ucraina in 60mila uomini.

Sono gli stessi uomini che solo giovedì, secondo il Ministero della difesa della Repubblica Popolare di Donetsk (che, nonostante le voci di liquidazione circolate nei giorni scorsi e pur con una ristrutturazione operativa che risponde agli accordi di Minsk, continua a operare) hanno violato il cessate il fuoco 36 volte, anche con l'impiego di artiglieria pesante, razzi, mortai e carri armati. Colpiti in particolare le città di Donetsk, Jasinovataja e Gorlovka e i villaggi di Žabičevo e Spartak. Il vice comandante di corpo (pare che la ristrutturazione del Ministero sia tale per cui il 1° corpo fa capo alla DNR e il 2° corpo alla LNR) del Ministero della difesa della DNR, Eduard Basurin ha addossato la responsabilità personale per i bombardamenti e le vittime civili sul comandante ucraino del settore B dell'ATO, general-maggiore Sergej Naevo: ha detto Basurin, . Quanto la situazione nel Donbass non accenni a stabilizzarsi, lo dicono anche i dati della missione di monitoraggio Osce, secondo cui .

E' in questa situazione che, come scrive l'agenzia Novorossija, Porošenko apporta modifiche tali alla Costituzione, approvate sotto la supervisione diretta dell'assistente del Segretario di stato USA per l'Europa e l'Eurasia, Victoria Nuland (fisicamente presente in aula alla Rada ucraina, insieme all'ambasciatore statunitense a Kiev Geoffrey Pyatt) per accusare la Russia di far saltare gli accordi di pace di Minsk. Ieri la Rada ha trasmesso alla Corte suprema il testo con le modifiche costituzionali, diverse dalla prima redazione. Quest'ultima prevedeva che lo status speciale – contemplato dagli accordi di Minsk – di autogoverno in alcune province delle regioni di Donetsk e di Lugansk sarebbe stato stabilito da una norma specifica. Secondo la nuova redazione, voluta evidentemente da “Nulašenko”, tale specificazione è demandata alle norme transitorie di un nuovo testo costituzionale. Secondo i rappresentanti di DNR e LNR, le correzioni apportate non hanno niente a che vedere con gli accordi di Minsk e non rimuovono il conflitto di vedute tra Kiev e Donbass proprio sulla questione della riforma costituzionale.

Secondo il vice direttore dell'Istituto per la CIS (la Comunità di Stati Indipendenti, che raccoglie alcune delle ex Repubbliche sovietiche) Vladimir Žarikhin, intervistato da RIA Novosti . E quel punto era proprio la Costituzione. Ma già questa è una violazione: .

Già lo scorso 13 luglio il Centro Informazioni di Lugansk riportava la dichiarazione congiunta dei rappresentanti di LNR e DNR al Gruppo di contatto, Vladislav Dejnego e Denis Pušilin, secondo i quali . Le garanzie di uno status speciale per il Donbass, hanno detto Pušilin e Dejnego, debbono essere fissate nel corpo della Costituzione e devono rivestire carattere permanente e non transitorio.

Il progetto di legge presentato da Porošenko non presuppone alcuno status speciale per alcune province delle regioni di Donetsk e Lugansk, non parla di federalizzazione, ma solo di decentralizzazione e prevede invece, secondo RT, che lo status del Donbass verrà definito da una legge specifica. Il politologo Aleksandr Pavič rileva che nel progetto non si fa parola di autonomia, mentre Nuland <è venuta a Kiev e ha indicato apertamente cosa fare. Ciò è semplicemente umiliante per il popolo ucraino. Gli ucraini dovrebbero porsi la domanda: davvero Majdan è stata fatta per ottenere ciò, affinché nel parlamento comparisse un curatore straniero che si accerta che si voti correttamente? E cosa ha da dire la UE, che sostenne Majdan? Davvero è democrazia, quando un funzionario straniero segue le votazioni parlamentari?>.

Vladimir Putin, nel corso di un colloquio coll cosiddetto “Gruppo normanno” (il primo dallo scorso 30 aprile) tra Francia, Germania, Ucraina e Russia, ha sottolineato come la condizione principale per la soluzione della crisi ucraina sia il dialogo diretto tra Kiev e Donbass, anche nell'ambito del Gruppo di contatto, che riunisce a Minsk i rappresentanti di Kiev e Mosca, con la mediazione dell'Osce e la presenza di rappresentanti di DNR e LNR.

Per quanto riguarda poi i rapporti interni alla DNR stessa, giungono sempre più sicure smentite alle voci, cui si accennava prima, di una liquidazione del Ministero della difesa e addirittura di tentativi di colpo di stato militare, con relativo rovesciamento del presidente Aleksandr Zakharčenko, l'arresto di alcuni ufficiali dell'intelligence militare e l'ordine di arresto di altri ufficiali dello stato maggiore. Le voci – diffuse dall'ex capo dell'intelligence militare della DNR, Sergej Petrovskij e riportate da lenta.ru con la postilla di “notizie contraddittorie e praticamente non verificate” – avevano ricevuto credito soprattutto dopo che a Donetsk erano saltate in aria due automobili (una delle quali, della segretaria di  Zakharčenko, Elena Filippovna, rimasta gravemente ferita) ed era stato compiuto un attentato contro Jurij Sivokonenko, uno dei fondatori della DNR e candidato al posto di presidente>.

A queste voci ha risposto lo speaker del parlamento di Donetsk, Denis Pušilin. Secondo le sue parole, riportate da Cassad.net, . Anche Igor Strelkov, di Strelkov; al quale Strelkov, stando a quanto lasciato intendere da Pušilin, si attaglia evidentemente l'epigramma di Giovenale “... e per attaccamento alla vita perder i motivi dell'esistenza”. ha detto Pušilin.

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08/06/2015

La stampa di “sinistra” contro Mozgovoy: una prima risposta

Ci sembra doveroso prendere parola in merito al “trattamento” che due importanti organi di informazione italiana, l’Internazionale (“L’ultimo comandante”, n°1104, 29 maggio 2015, p. 23) e Il Manifesto (Simone Pieranni, “Mozgovoy, il fantasma di Lugansk”, 29 maggio 2015 ), hanno riservato alla morte del comandante della Brigata Prizrak, Alexei B. Mozgovoy (qui il suo manifesto politico), avvenuta il 23 maggio di quest’anno al seguito di un’imboscata sulla strada che collega la capitale della Repubblica Popolare di Lugansk ad Alcevsk (quartier generale della Brigata), e che è costata la vita anche ad altri 4 componenti della Brigata e ad alcuni civili.
 
Una strage che ci ha colpito profondamente, non solo perché Mozgovoy era al comando della brigata più progressista di tutta la Resistenza novorossa (l’unica ad ospitare al proprio interno un’unità apertamente comunista, la 404), ma anche per il fatto che alcuni di noi sono rientrati solo da poche settimane da una permanenza di quasi due mesi in Donbass, trascorsa per la maggior parte insieme alla Brigata Prizrak, mentre altri hanno potuto ricevere la calorosa ospitalità della Brigata nel corso della seconda carovana antifascista organizzata dalla Banda Bassotti da poco conclusasi.

In queste occasioni, abbiamo conosciuto e più volte incontrato Mozgovoy, così come altri comandanti militari e molti miliziani della Brigata, come riportato nel nostro sito e nella pagina FB, attraverso la pubblicazione dal Donbass di una dozzina di reportages scritti e fotografici.

La decisione di utilizzare questo fatto tragico per articolare e ribadire una presa di posizione politica liquidatoria sul corso della resistenza in Donbass e diffamatoria nei confronti di Mozgovoy, è stata un’operazione di pessimo gusto che qualifica di per sé gli autori dei due pezzi.

Lo è ancor di più perché quest’operazione è stata messa in piedi facendo ricorso alla retorica complottista, fornendo ai lettori italiani - purtroppo, a causa di una pessima informazione, poco informati sui fatti che stanno martoriando quelle terre - poco più che supposizioni nel migliore dei casi, o vere e proprie falsità nel peggiore, attraverso cui viene dipinto un ritratto sbrigativo e pieno di ombre di Mozgovoy e della Brigata Prizrak.

Un esempio per tutti è l’allusione al “gusto” che, secondo i due articoli, Mozgovoy avrebbe avuto per la giustizia sommaria. Il riferimento implicito è ad un solo processo popolare (ovvero in cui tutti i cittadini presenti in aula avevano diritto di voto) presieduto da Mozgovoy e da altri due ufficiali della Brigata, contro due stupratori, avvenuto lo scorso ottobre. Il verdetto votato a gran maggioranza fu la condanna a morte dei due imputati.

Questa è la notizia riportata da due media inglesi - notoriamente impegnati in vere e proprie campagne di disinformazione a sostegno della politica estera del proprio governo - la BBC e il Telegraph, e probabilmente, è proprio da queste due fonti che chi ha firmato i due articoli ha estrapolato l’informazione. Ciò che però le due testate inglesi - e di conseguenza anche i male informati giornalisti italiani - hanno dimenticato di riportare è che la condanna a morte non fu mai stata eseguita e le ultime notizie che si hanno dei due condannati per stupro, ci dicono che sono vivi e vegeti in una cella della prigione di Alcevsk.

Quell’udienza popolare, come era stato spiegato dallo stesso Mozgovoy, rappresentava infatti una fase processuale iniziale - una sorta di parallelo delle nostre udienze preliminari - in cui si doveva verificare, secondo un giudizio popolare, se c’erano prove a sufficienza per dimostrare la colpevolezza dei due accusati. Pratiche simili sono oggi sperimentate, ad esempio, anche in Rojava nei territori curdi controllati dalle YPG e YPJ.

Ma tentativi di inserire meccanismi di partecipazione popolare nella gestione della vita collettiva, nonostante il contesto bellico sia al contrario solito imporre una gerarchizzazione e burocratizzazione della quotidianità, non sembrano essere apprezzati da chi è evidentemente convinto che il sistema giudiziario liberale sia il migliore possibile - dimenticando probabilmente tutte le ingiustizie che si compiono ogni giorno nei tribunali del nostro paese.

Come testimoniato da questo episodio, in generale ci sembra che tutto l’impianto dei  due pezzi derivi da una conoscenza superficiale ed indiretta di quel quadrante politico-culturale che stride non poco con le granitiche certezze degli autori e, in particolare riguardo all’articolo di Pieranni su Il Manifesto, con il suo reiterato atteggiamento canzonatorio nei confronti di chi avrebbe preso un abbaglio riguardo al “profilo” dell’ex comandante, della Prizrak e della Resistenza novorossa in generale.

Dopotutto, come potersi schierare dalla parte di Mozgovoy, uno che - come ci ricorda puntuale Pieranni - avrebbe avuto “alcuni giu­dizi poco lusin­ghieri sulle donne”? Qui il riferimento va chiaramente alle affermazioni di Mozgovoy rilasciate nel corso del processo sopra menzionato e riportate sempre nei due articoli sopra linkati della BBC e del Telegraph, in cui il comandante della Prizrak avrebbe rimproverato le donne di Alcevsk perché assidue frequentatrici di bar e ristoranti.
In realtà, se l’autore non si fosse limitato a cliccare sui primissimi risultati di Google, avrebbe trovato un video pubblicato da Vice News in cui Mozgovoy spiega che quella frase era stata pronunciata in tono sarcastico per rispondere alla madre di uno dei due incriminati che si affannava a proclamare innocente suo figlio, accusando la vittima di essere una prostituta perché frequentatrice di bar e ristoranti.

L’articolo di Pieranni ci è sembrato un assemblaggio “malfatto” di informazioni tratte dalla rete attraverso sbrigative indagini in motori di ricerca, più che il tentativo di contestualizzare ciò che è avvenuto attraverso ricerche approfondite, interviste ai diretti interessati e ai testimoni indiretti, vaglio delle diverse fonti disponibili in rete. Uno strumento, quest’ultimo, che riconosciamo essere indispensabile e molto utile, ma che non può essere in nessun modo lo strumento principe, o unico, di chi vuole cercare di raccontare in modo professionale una situazione, definita da Pieranni stesso, “complessa”.

Ma l’approssimazione e la strumentalizzazione delle informazioni fornite nel pezzo non sembrano frutto, almeno non esclusivamente, di pressappochismo e dilettantismo. La nostra sensazione è che l’articolo in questione avesse in realtà un obiettivo diverso da quello suggerito dal titolo. L’attenzione dell’autore non sembra, infatti, tanto indirizzata a trarre un bilancio politico della figura di Mozgovy, quanto invece ad attaccare chiunque in Italia da tempo si occupi di Ucraina e sostenga la Resistenza del Donbass lontano da equilibrismi ed equidistanze improbabili.

L’accusa per chiunque si muova a sostegno della Resistenza delle Repubbliche popolari è quella di rossobrunismo o, in altre parole, di sostenere il progetto imperiale euroasiatico di Putin. Se da una parte, come testimoniato dai nostri articoli (leggi 01, 2 e 3), condividiamo con l’autore le preoccupazioni verso un fenomeno che riconosciamo molto pericoloso e a cui una certa sinistra sta prestando il fianco in modo ingiustificabile e inaccettabile, non possiamo, dall’altro lato, neppure accettare in silenzio che vengano messi sullo stesso piano della feccia rossobruna i molti comitati e le organizzazioni che stanno cercando tra mille difficoltà di costruire e sviluppare un movimento di solidarietà antimperialista e antifascista con la resistenza del Donbass, riconoscendo il ruolo che questa sta giocando nel contrastare i piani imperialisti della NATO.

Ci teniamo, comunque, a precisare che per noi qui non si tratta di mettere in discussione delle opinioni più o meno legittime dell’autore su cosa stia accadendo nell’ex-Ucraina orientale: ciò che per noi è inaccettabile è che lo faccia in occasione della morte di un popolarissimo comandante di una delle esperienze più “avanzate” a livello politico nel quadro della resistenza, con un bagaglio di conoscenze sconcertante per la sua superficialità e una altrettanto sconcertante distorsione dei fatti utile alle sue interpretazioni complessive - per di più bacchettando indistintamente chiunque supporti la resistenza ai battaglioni punitivi dei golpisti di Kiev.

Non ci prolunghiamo ulteriormente nel rispondere punto per punto a ciò che nei suoi vari pezzi ha sostenuto Pieranni perché crediamo che indirettamente l’abbiamo già fatto sul e dal campo per quasi due mesi, e lo continueremo a fare in maniera più articolata ed approfondita  lavorando sul materiale raccolto durante la nostra esperienza. Lo faremo ancora più spronati dal desolante panorama che - con poche eccezioni - la pubblicistica della sinistra “radicale” italiana offre sull’argomento e dagli insopportabili atteggiamenti di chi sembra riuscire a dare lezioni a tutti tranne che imparare dai propri tragici errori.

06/06/2015

L'offensiva nazista in Donbass mette in crisi anche la Merkel

Non fanno gli straordinari i militari ucraini e i mercenari stranieri nel Donbass: il presidente Pëtro Porošenko ha dichiarato che, al momento, cinquantamila uomini si trovano nella zona delle “operazioni antiterrorismo” e "combattono in tre turni".

La dichiarazione, mentre ammette implicitamente il consecutivo fallimento di ogni nuova mobilitazione lanciata dal governo di Kiev, che costringe le truppe al “tempo pieno” a rotazione, la dice tutta sul carattere della nuova operazione lanciata dai governativi contro le milizie che, da mercoledì scorso, sta investendo un'intera fascia di centri abitati attorno a Donetsk, mentre sembra preludere a un'offensiva ben più massiccia sullo stesso capoluogo della DNR, la Repubblica Popolare di Donetsk.

E' del resto lo stesso rappresentante ufficiale delle forze armate ucraine per le operazioni nel Donbass, Andrej Lysenko, a esplicitare il piano, affermando che le truppe sono state messe in stato di massima allerta e che Kiev non ha alcuna intenzione di allontanare le artiglierie pesanti dall'area di Marjnka e di Krasnogorovka, ambedue centri a pochi chilometri a ovest di Donetsk, su cui si erano maggiormente riversati i tiri delle artiglierie e dei mortai pesanti governativi lo scorso 3 giugno. La risposta delle milizie nell'area di Marjnka, secondo le parole del presidente della DNR, Aleksandr Zakharčenko, avrebbe provocato trecento morti e oltre mille feriti tra le truppe ucraine; cifre confermate da un soldato ucraino fatto prigioniero dalle milizie. Tra i miliziani, si conterebbero circa 20 morti.

E durante la notte scorsa sono ripresi i tiri delle artiglierie ucraine su Donetsk, mentre dalla mattinata di oggi, secondo le dichiarazioni del vice Ministro della difesa della DNR, Eduard Basurin, confermate dagli osservatori Osce, razzi Grad stanno cadendo su Telmanovo (il nome fu dato al paese negli anni '30 in onore del capo dei comunisti tedeschi Ernst Thälmann, Thälmann,  assassinato in un lager nazista), a sudest di Donetsk: un bambino è morto e tre civili sono rimasti feriti.

Che la situazione nel Donbass dovesse nuovamente sfociare in un ulteriore intensificarsi dell'offensiva ucraina e che il cessate il fuoco sottoscritto a Minsk il febbraio scorso potesse servire soltanto a rinsaldare le posizioni, nessuno degli osservatori internazionali se lo è mai nascosto. L'interrogativo è semmai sempre stato quello: in quale momento gli sponsor occidentali avrebbero accordato a Kiev il via libera a nuove operazioni in grande stile. Le opzioni politiche per una soluzione nel Donbass vengono d'altronde continuamente messe da parte dalla leadership ucraina.

Al blocco economico, energetico, di assistenza sociale e pensionistica delle due Repubbliche Popolari, si è aggiunto nelle ultime ore il blocco dell'acqua nella Repubblica di Lugansk decretato dal rappresentante militare di Kiev Ghennadij Moskal, insieme all'annuncio dell'inizio di una “guerra comunale”. "Agiremo secondo il principio di Ostap Bandera: di sera la luce, al mattino l'acqua", ha detto Moskal. Non ci meraviglieremmo certamente se i tutori europei della democrazia passassero sotto silenzio simili impostazioni adottate dagli odierni discepoli del nazismo ucraino di 70 anni fa. E, in prima persona, anche oggi il presidente Porošenko ha perentoriamente escluso ogni ipotesi di referendum generale sull'indipendenza del Donbass, ammettendo solo, eventualmente, un possibile allargamento dei poteri locali.

Di contro, Porošenko ritiene possibile un referendum sullo status del Donbass, "per chiedere agli ucraini come vedono il futuro del Donbass all'interno dell'Ucraina". E' chiaro che, con queste premesse, ogni approccio politico appare amputato a priori e Kiev non dà segno di puntare su altro che una strategia di annientamento delle Repubbliche Popolari di Donetsk e di Lugansk, una volta ottenuto il definitivo consenso di Bruxelles e di Washington che però, al momento, sembra incagliato in qualche resistenza, soprattutto tedesca.

Pare infatti che Angela Merkel, d'accordo con il francese Hollande, abbia intenzione di tornare a coinvolgere Mosca nel G7 proprio sulle questioni della crisi ucraina. L'approccio appare alquanto singolare: da un lato si accusa da ogni parte – con maggior virulenza, ovviamente, da parte di Kiev, delle capitali baltiche e di Washington – la Russia di essere coinvolta direttamente nel conflitto e si pianifica di usare la ripresa dei combattimenti nel Donbass quale pretesto per proseguire nella politica delle sanzioni; dall'altro, si chiede che Mosca “faccia pressioni” sulle milizie, di fronte all'ennesimo fallimento dell'attacco ucraino.

Quello della “aggressione russa” o del “pericolo di un'aggressione russa” è ormai un tema fisso dei dirigenti ucraini e dei loro protettori statunitensi. Porošenko, nella stessa conferenza stampa di oggi, ne ha una volta di più “mostrato le prove”, parlando di un combattente russo fatto prigioniero dopo l'attacco governativo su Marjnka. Eduard Basurin ha ammesso il fatto, dichiarando che si tratta di un "combattente delle nostre forze armate. Noi non abbiamo mai negato che, dalla nostra parte, combattano anche cittadini russi; ma essi lo fanno volontariamente, giungendo qua di propria in iniziativa".

Il tema del “coinvolgimento russo” in Ucraina e della mano di Mosca nella ripresa dei combattimenti sembra debba essere l'argomento con cui, secondo molti osservatori, si deciderà la conferma delle sanzioni antirusse fino al gennaio 2016, proprio in occasione del vertice UE che si tiene nel fine settimana in Germania. E' questa l'opinione anche del portavoce del Presidente russo, Dmitrij Peskov, che aggiunge "Anche in passato, sullo sfondo di importanti momenti internazionali, ripetutamente la parte ucraina ha intrapreso azioni simili per accrescere la tensione". Peskov ha anche risposto alle parole di Porošenko sul cittadino russo fatto prigioniero a Marjnka, ribadendo l'assurdità delle grida ucraine sulle “migliaia di soldati russi” nel Donbass e ha invece commentato la legge approvata in questi giorni dalla Rada sulla “legalizzazione” di combattenti stranieri nelle file dell'esercito ucraino. "Nelle condizioni di instabilità nel sud-est dell'Ucraina" ha detto Peskov, "è senza dubbio molto importante evitare qualsiasi passo che possa portare a una escalation o faccia il paio con azioni provocatorie, un deficit delle quali, purtroppo, non è dato vedere da parte di Kiev".

Ma quello delle “migliaia di soldati russi” nel Donbass è solamente uno dei pretesti, certo il più tragico – per le migliaia di civili del Donbass che continuano a morire sotto i razzi e le cannonate ucraine – dell'offensiva Nato e statunitense per accerchiare i confini russi. Ne è testimonianza il rapporto USA sulla possibilità dello schieramento di ulteriori missili, con base a terra in Europa e Asia, puntati contro il potenziale nucleare di Mosca. Secondo la relazione del presidente del Comitato degli Stati maggiori riuniti delle Forze armate USA, generale Martin Dempsey, alcuni passaggi, in parte divulgati dalla Associated Press, Washington giustificherebbe la decisione come risposta al fatto che Mosca non starebbe realizzando pienamente l'accordo sull'eliminazione dei missili a medio e corto raggio.

Da parte sua, Mosca respinge tali accuse come "infondate" e il Direttore del Dipartimento del Ministero degli Esteri per la non proliferazione e il controllo sugli armamenti, Mikhail Uljanov ha dichiarato che "gli Stati Uniti rifiutano di sostenere tali accuse con fatti concreti o, piuttosto, non possono. Si ha l'impressione che l'obiettivo sia quello di cercare di screditare la Russia e presentarla quale Stato che viola gli obblighi internazionali".

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