La politica dei fatti compiuti decisa dalla Russia nella crisi e nella guerra con l’Ucraina vede aggiungersi un altro tassello.
Dal 23 al 27 settembre avranno luogo i referendum sull’annessione con la Russia nelle Repubbliche Popolari di Lugansk, in quella di Donetsk e nella parte del territorio occupato dai russi anche a Kherson e Zaporizhzhia.
Lo stesso Vladimir Putin nel suo discorso alla nazione ha annunciato che “faremo tutto il possibile per garantire che i referendum si svolgano in piena sicurezza” e che i cittadini di quelle regioni possano prendere la decisione “di entrare nella Federazione Russa” sottolineando poi che i territori di Luhansk e Donetsk “sono ormai quasi completamente liberati dai nazisti”. Inoltre ha annunciato il richiamo di 300.000 riservisti.
Il primo vicepresidente del Consiglio della Federazione russa e segretario generale del partito Russia Unita, Andrey Turchak ha dichiarato che “Si terrà sicuramente un referendum sull’adesione delle repubbliche del Donbass alla Russia, che sancirà legalmente la regione e altre aree liberate come parte della Russia. Un referendum è una necessità attesa da tempo. Si terrà sicuramente. Un voto equo e aperto consoliderà legalmente i suoi risultati una volta per tutte. In effetti, il Donbass e altre aree liberate fanno già parte della Russia“, ha sottolineato Turchak .
“I referendum nel Donbass sono di grande importanza non solo per la protezione sistemica dei residenti della Repubblica del Lugansk e del Donetsk e di altri territori liberati, ma anche per il ripristino della giustizia storica“, ha commentato il vicepresidente del Consiglio di sicurezza russo, Dmitri Medvedev. Ma questo ovviamente porrà un problema: “L’invasione del territorio della Russia è un crimine che consente l’uso di tutte le forze di autodifesa“, ha aggiunto Medvedev, spiegando che per questo i referendum “sono così temuti a Kiev e in Occidente” e “devono essere temuti“.
Il Donbass è interessato allo svolgimento più trasparente e legittimo dei referendum, nonché alla loro approvazione da parte dell’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai (SCO) e dei paesi BRICS, ha affermato martedì l’ambasciatore della Repubblica popolare di Lugansk presso la Federazione Russa Rodion Miroshnik durante una trasmissione televisiva Rossiya-24.
“Non ci interessa l’atteggiamento dei paesi occidentali nei confronti dei nostri processi, perché si è già manifestato sul campo di battaglia, ma è estremamente importante per noi come lo valuteranno i paesi SCO e BRICS, che saranno presenti quali osservatori. Siamo interessati al processo più trasparente e legittimo“, ha affermato.
Dal canto suo il portavoce di Zelenski , Serhii Nykyforov, ha affermato che “i piani della Russia di indire finti referendum nei territori occupati non influiranno sulla posizione del Presidente Volodymyr Zelensky e delle Forze Armate ucraine”. Secondo Nykyforov, questi “referendum” annulleranno la minima possibilità di porre fine alla guerra attraverso la diplomazia.
“Tutti i territori ucraini riconosciuti a livello internazionale saranno liberati“, ha aggiunto il portavoce ucraino. Anche il ministro degli Esteri ucraino Dmytro Kuleba ha dichiarato che “Nonostante i piani della Russia di tenere pseudo-referendum nei territori ucraini occupati dal 23 al 27 settembre, l’Ucraina continuerà la sua controffensiva. L’Ucraina ha tutti i diritti di liberare i propri territori e continuerà a liberarli qualunque cosa la Russia abbia da dire“, ha dichiarato Kuleba.
In queste ore sulla guerra in Ucraina il mondo si era trastullato su due fattori rivelatisi fragili:
1) l’idea che lo stop alla controffensiva ucraina fosse solo un segnale di apertura delle trattative tra Ucraina e Russia.
2) L’allusione fatta circolare dal presidente turco Erdogan circa la disponibilità russa al negoziato dopo lo scambio di 200 prigionieri di guerra realizzato grazie alla mediazione turca.
In realtà lo scenario ancora non muove in questa direzione. Nel suo discorso domenicale Zelenski ha ribadito che l’Ucraina vuole riconquistare tutti i territori perduti, ma la realtà sul campo rivela che le forze armate ucraine sono già in forte debito di ossigeno nella loro controffensiva. Le forti perdite subite dagli ucraini, il consolidamento delle difese russe e l’invito alla cautela da parte della Casa Bianca, hanno frenato le operazioni sul terreno e le illusioni su una riconquista rapida ed efficace dei territori occupati dai russi.
Dal canto suo la Russia ha verificato che l’andamento della guerra innesca quel logoramento di forze che depotenzia qualsiasi velleità di vittoria. Il richiamo di 300.000 riservisti ne è la conferma.
Di fronte al rischio di un nuovo stallo sul fronte, Mosca ha rilanciato la carta dell’annessione delle Repubbliche di Luhansk e Donetsk e dei territori occupati nel sud per renderle “territorio russo” e quindi soggetto a ritorsioni assai più pesanti in caso di attacco. In pratica ha alzato ulteriormente l’asticella. Adesso sia l’Ucraina sia la Nato sanno che sullo sfondo si potrebbe profilare una guerra ad un livello assai più alto di quella combattuta fino ad ora. Nel suo discorso, il presidente russo ha fatto sapere che Mosca “è pronta a difendersi in ogni modo” è che questo “non è un bluff”.
Ma i fatti compiuti possono essere sia una carta vincente sia perdente perché poi – se non funzionano – è difficile tirarsene indietro senza perdere credibilità e potere negoziale. Nella storia sono stati più spesso indice dell’avventurismo delle classi dirigenti che delle soluzioni possibili.
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23/02/2022
Il Diritto del Donbass
Pare davvero bizzarro e paradossale che il diritto internazionale sia oggi invocato contro la decisione russa di riconoscere l’indipendenza delle Repubbliche autoproclamate del Donbass, da chi, governo statunitense in testa, il diritto internazionale ha ripetutamente e consapevolmente violato più volte negli ultimi anni, come dimostrato fra l’altro dalle aggressioni militari contro Libia e Iraq e dalle sanzioni contro Cuba, Nicaragua, Venezuela e altri stati.
Ma vediamo di analizzare in dettaglio se la scelta di Putin di riconoscere le repubbliche del Donbass e di stipulare con loro accordi di cooperazione su vari terreni, incluso quello militare, costituisca effettivamente una violazione del diritto internazionale.
Occorre richiamare innanzitutto, al riguardo, il relativamente recente Parere della Corte Internazionale di Giustizia sulla dichiarazione unilaterale di indipendenza del Kosovo, del 22 luglio 2010, la quale afferma, al punto 84, che il diritto internazionale non contiene alcun divieto di dichiarazioni di indipendenza. La Corte precisa che il principio dell’integrità territoriale si impone agli stati, vietando, con norma ritenuta di jus cogens, le invasioni e le occupazioni militari. Ma esso non si estende ai popoli, i quali, nell’esercizio del proprio diritto di autodeterminazione, possono procedere a proclamare l’indipendenza dei territori da essi abitati. Tale affermazione è stata approvata da dieci giudici della Corte, mentre altri quattro hanno votato contro.
Una dichiarazione unilaterale di indipendenza è stata quella resa dai rappresentanti delle Repubbliche del Donbass, che mediante tale dichiarazione hanno proclamato la loro secessione dall’Ucraina. Tale scelta è avvenuta come diretta conseguenza del rovesciamento del governo Yanukovich a seguito dei cosiddetti moti di Maidan del febbraio 2014. L’11 maggio del 2014 la scelta dell’indipendenza è stata confermata da un referendum cui ha partecipato il 75% della popolazione delle Repubbliche, con un 90% dei voti espressi a favore dell’indipendenza.
Tale dichiarazione, corroborata da un voto referendario, ha quindi costituito la reazione alla violazione del precedente patto costituzionale rappresentata dal rovesciamento violento di Yanuovich e dal crescente ruolo esercitato da forze di estrema destra, che si richiamavano apertamente a personaggi come Bandera, leader indipendentista ucraino che fu alleato delle forze nazifasciste durante la Seconda guerra mondiale.
I successivi tentativi di raggiungere una soluzione pacifica del conflitto che dura da allora, imperniati sui cosiddetti Accordi di Minsk, volti alla ristrutturazione democratica della Costituzione ucraina e alla concessione di uno status speciale ai territori orientali, non hanno purtroppo avuto successo. Sicuramente a tale fallimento non è stata estranea la campagna delle forze del nazionalismo di destra ucraino che li ha sempre denunciati come un cedimento alle ragioni della Russia.
Pare di capire come la scelta di Putin di procedere al riconoscimento delle Repubbliche del Donbass, da cui si era fino ad oggi astenuto nonostante le pressioni provenienti da vari settori della Duma (il Parlamento russo) sia dovuta sostanzialmente alla presa d'atto del fallimento degli Accordi di Minsk e in un contesto caratterizzato da ripetuti allarmismi di parte NATO sulla presunta invasione russa dell’Ucraina.
Si può discutere dell’opportunità della scelta di Putin, ma il riconoscimento delle Repubbliche del Donbass, già esistenti de facto da oltre sette anni, e l’instaurazione con tali Repubbliche di rapporti di cooperazione su vari terreni, incluso quello militare, non costituisce certamente di per sé una violazione del diritto internazionale.
Preoccupano invece alcuni contenuti delle dichiarazioni di Putin, che mette in discussione lo status dell’Ucraina indipendente giungendo a biasimare quella che nella sua interpretazione della storia sarebbe stata la decisione di Lenin di concedere tale status. Ma non è il caso di esagerare la portata di queste affermazioni, criticabili su vari piani ma che sembrano più che altro riconducibili a finalità propagandistiche di natura interna.
Quello che è certo è che i veleni del nazionalismo hanno pesantemente inquinato la situazione e potrebbero preparare il terreno a una estensione ed inasprimento di un conflitto molto pericoloso, come si affannano a denunciare le Nazioni Unite.
È del pari certo che Stati Uniti e NATO stanno da tempo perseguendo tale estensione e tale inasprimento, con lo scopo evidente di affermare il proprio ruolo, chiaramente in declino, aggiogando al proprio carro l’Unione europea, dal suo canto priva di una propria identità e strategia politica definita.
La situazione risulta quindi estremamente inquietante. L’unica speranza risiede nella capacità di mobilitazione dei popoli, che deve avvenire in tutti i Paesi coinvolti, primi fra tutti Ucraina e Russia, per affermare le ragioni della pace. Non in modo astratto ma mettendo in discussione la ragione d’essere di alleanze militari, come la NATO, sempre più sprovvista di ogni fondamento storico e politico e in netta contraddizione col quadro sempre più multipolare della comunità internazionale.
Fonte
Ma vediamo di analizzare in dettaglio se la scelta di Putin di riconoscere le repubbliche del Donbass e di stipulare con loro accordi di cooperazione su vari terreni, incluso quello militare, costituisca effettivamente una violazione del diritto internazionale.
Occorre richiamare innanzitutto, al riguardo, il relativamente recente Parere della Corte Internazionale di Giustizia sulla dichiarazione unilaterale di indipendenza del Kosovo, del 22 luglio 2010, la quale afferma, al punto 84, che il diritto internazionale non contiene alcun divieto di dichiarazioni di indipendenza. La Corte precisa che il principio dell’integrità territoriale si impone agli stati, vietando, con norma ritenuta di jus cogens, le invasioni e le occupazioni militari. Ma esso non si estende ai popoli, i quali, nell’esercizio del proprio diritto di autodeterminazione, possono procedere a proclamare l’indipendenza dei territori da essi abitati. Tale affermazione è stata approvata da dieci giudici della Corte, mentre altri quattro hanno votato contro.
Una dichiarazione unilaterale di indipendenza è stata quella resa dai rappresentanti delle Repubbliche del Donbass, che mediante tale dichiarazione hanno proclamato la loro secessione dall’Ucraina. Tale scelta è avvenuta come diretta conseguenza del rovesciamento del governo Yanukovich a seguito dei cosiddetti moti di Maidan del febbraio 2014. L’11 maggio del 2014 la scelta dell’indipendenza è stata confermata da un referendum cui ha partecipato il 75% della popolazione delle Repubbliche, con un 90% dei voti espressi a favore dell’indipendenza.
Tale dichiarazione, corroborata da un voto referendario, ha quindi costituito la reazione alla violazione del precedente patto costituzionale rappresentata dal rovesciamento violento di Yanuovich e dal crescente ruolo esercitato da forze di estrema destra, che si richiamavano apertamente a personaggi come Bandera, leader indipendentista ucraino che fu alleato delle forze nazifasciste durante la Seconda guerra mondiale.
I successivi tentativi di raggiungere una soluzione pacifica del conflitto che dura da allora, imperniati sui cosiddetti Accordi di Minsk, volti alla ristrutturazione democratica della Costituzione ucraina e alla concessione di uno status speciale ai territori orientali, non hanno purtroppo avuto successo. Sicuramente a tale fallimento non è stata estranea la campagna delle forze del nazionalismo di destra ucraino che li ha sempre denunciati come un cedimento alle ragioni della Russia.
Pare di capire come la scelta di Putin di procedere al riconoscimento delle Repubbliche del Donbass, da cui si era fino ad oggi astenuto nonostante le pressioni provenienti da vari settori della Duma (il Parlamento russo) sia dovuta sostanzialmente alla presa d'atto del fallimento degli Accordi di Minsk e in un contesto caratterizzato da ripetuti allarmismi di parte NATO sulla presunta invasione russa dell’Ucraina.
Si può discutere dell’opportunità della scelta di Putin, ma il riconoscimento delle Repubbliche del Donbass, già esistenti de facto da oltre sette anni, e l’instaurazione con tali Repubbliche di rapporti di cooperazione su vari terreni, incluso quello militare, non costituisce certamente di per sé una violazione del diritto internazionale.
Preoccupano invece alcuni contenuti delle dichiarazioni di Putin, che mette in discussione lo status dell’Ucraina indipendente giungendo a biasimare quella che nella sua interpretazione della storia sarebbe stata la decisione di Lenin di concedere tale status. Ma non è il caso di esagerare la portata di queste affermazioni, criticabili su vari piani ma che sembrano più che altro riconducibili a finalità propagandistiche di natura interna.
Quello che è certo è che i veleni del nazionalismo hanno pesantemente inquinato la situazione e potrebbero preparare il terreno a una estensione ed inasprimento di un conflitto molto pericoloso, come si affannano a denunciare le Nazioni Unite.
È del pari certo che Stati Uniti e NATO stanno da tempo perseguendo tale estensione e tale inasprimento, con lo scopo evidente di affermare il proprio ruolo, chiaramente in declino, aggiogando al proprio carro l’Unione europea, dal suo canto priva di una propria identità e strategia politica definita.
La situazione risulta quindi estremamente inquietante. L’unica speranza risiede nella capacità di mobilitazione dei popoli, che deve avvenire in tutti i Paesi coinvolti, primi fra tutti Ucraina e Russia, per affermare le ragioni della pace. Non in modo astratto ma mettendo in discussione la ragione d’essere di alleanze militari, come la NATO, sempre più sprovvista di ogni fondamento storico e politico e in netta contraddizione col quadro sempre più multipolare della comunità internazionale.
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Russia - A sinistra si plaude al riconoscimento delle Repubbliche, meno a Putin
Nonostante tutto, sui centri del Donbass continuano a cadere colpi di mortai e artiglierie ucraine. Ieri, RIA Novosti riportava di una serie di esplosioni alla periferia orientale di Donetsk, in particolare su Gorlovka, e il canale Novorossija scriveva di intenso martellamento di alcuni centri nel nord della DNR. Si parla anche di razzi “Grad” su Donetsk, dove ieri pomeriggio è fallito per poco (ma un civile è rimasto ferito) un attentato contro l’ex Ministro della difesa della DNR, Vladimir Kononov; mentre a Lugansk un’esplosione ha provocato un incendio alla centrale termoelettrica.
RBK scrive che Vladimir Zelenskij rifiuta di prendere in considerazione la richiesta delle leadership di Lugansk e Donestsk (L-DNR) per il ritiro delle forze ucraine dalle aree del Donbass controllate da Kiev.
Intanto, a Mosca, il portavoce presidenziale Dmitrij Peskov dichiarava che «la decisione sulla partecipazione del Ministero della difesa russo al conflitto in Ucraina verrà adottata in ragione della situazione, dell’opportunità e delle richieste di L-DNR. Al momento, l’obiettivo primario è la salvaguardia delle vite umane e la garanzia di sicurezza in L-DNR, sottoposte costantemente alle provocazioni delle forze armate ucraine». In effetti, nel pomeriggio di ieri, dopo che Duma e Consiglio di federazione avevano ratificato l’accordo di amicizia e cooperazione con L-DNR, il Parlamento ha accordato a Putin la facoltà di utilizzare le forze armate fuori dei confini russi, in relazione alla situazione in Donbass. La speaker del Consiglio federale, Valentina Matvienko ha precisato che il voto parlamentare presuppone che si tratti di «forze di mantenimento della pace» in L-DNR.
Sempre ieri, il vice Ministro degli esteri Andrej Rudenko ha detto che l’accordo con le due Repubbliche popolari viene concluso per dieci anni e prevede l’utilizzo del rublo russo e il diritto a realizzare basi militari sul territorio delle parti, oltre all’aiuto militare reciproco. Sempre Rudenko, dopo che era stato annunciata la probabile inclusione, tra le sanzioni occidentali, del “North stream-2”, ha dichiarato che Mosca non teme l’effetto di nessuna sanzione.
Di fatto, ieri Kommersant, il giornale della confindustria russa, riferiva di un -7,27% all’apertura della borsa di Mosca, con -8,32% dell’Indice RTS. L’indice delle obbligazioni di Stato tornato al livello 2016 e una leggera flessione del rublo, col dollaro cresciuto del 0,39% e l’euro del 0,53%. Questo per un minimo di cronaca.
Ora, vediamo alcune reazioni in Russia al riconoscimento delle Repubbliche popolari di Donetsk e di Lugansk. Secondo uno dei più ferrati osservatori internazionali, il direttore del periodico La Russia nella Politica Globale, Fedor Luk’janov, il riconoscimento di L-DNR non costituisce un passo “fatale” per le relazioni con l’Occidente e, al tempo stesso, con la presenza di truppe russe, è scemato il pericolo di una guerra in Ucraina; tanto più che «è difficile definire lo spostamento di forze in Donbass, un attacco all’Ucraina». In presenza di sanzioni occidentali, ha detto Luk’janov, si assisterà a «nuove accelerazioni dei tentativi di Mosca per orientarsi verso altri mercati».
Diverso il parere del giornalista della “sinistra patriottica”, Maksim Ševčenko, secondo il quale, con il riconoscimento di L-DNR, il mondo cambia in maniera irreversibile: «la linea del fronte viene spostata non solo fino alle regioni di Donetsk e Lugansk, ma per l’intero globo», in particolare verso l’America Latina, Cuba, Venezuela, Nicaragua, ecc. «Per gli americani, la situazione si è fatta più semplice. Ora, possono intervenire in quei paesi, ristabilendo la “dottrina Monroe”». Secondo Ševčenko, uno degli aspetti principali del discorso di Putin alla nazione, è che egli «si è rivolto in pratica e completamente soltanto agli USA. Nel suo discorso, era assente l’Europa quale soggetto dei processi geopolitici. Si è trattato di un inchino a Biden per le sue parole su tre soli centri mondiali: USA, Cina e Russia... così che la tesi di un accordo Mosca-Washington diviene ancor più evidente: la Russia ottiene l’Ucraina e, gli USA, l’Europa».
Non è escluso, conclude Ševčenko, che anche la tirata su Lenin fosse «un segnale all’auditorio americano, dove il comunismo e i suoi capi sono visti come “angeli dell’inferno”». Così che, le suppliche rivolte all’Europa dal Ministro degli esteri ucraino, Dmitrij Kuleba, a «prendere l’Ucraina con sé», non sono che pie lamentazioni.
Ancora Kommersant, senza particolari commenti, riporta, oltre ai dati su forza militare delle milizie, estensione territoriale di DNR e LNR, abitanti, urbanizzazione, ecc., anche alcune cifre sulla rilevanza economico-industriale della regione. Per la DNR, nel 2021 le esportazioni sono state di 48,6 miliardi di rubli, concentrati per il 73% su carbone, antracite, coke, semi-coke, mentre il 18% va a laminati e blocchi ferrosi e ghisa. Nel 2020, nella DNR si sono fuse 640.000 tonnellate di ghisa, 542.000 di acciaio, 503.000 di laminati metallici e si sono prodotte 978.000 tonnellate di coke.
I principali esportatori di merci verso la DNR sono Russia (82%), Bielorussia (4,1%) e LNR (3,2%). Le imprese principali sono: gli stabilimenti metallurgici di Donetsk e di Enakievo, la centrale termoelettrica di Zuevo, la fabbrica di tubature di Khartsyz’k. L’indice della produzione industriale 2021 è stato del 100,2% rispetto al 2020. Per la LNR, il 73% dell’export è dato dalla metallurgia e le imprese principali sono “Krasnodonugol” (carbone), “Roven’kiantratsit” e i combinat metallurgico e chimico di Alčevsk.
E come si commenta il riconoscimento a sinistra? Generalizzando molto, si può riassumere che i commenti negativi si sono prevedibilmente concentrati sui passaggi anti-leninisti di Putin nel suo appello alla nazione, mentre si registra un quasi (non totale: ricorre qua e là dizione di “imperialismo russo”) generale plauso sull’atteso riconoscimento delle Repubbliche popolari.
I comunisti del VKPB, della defunta Nina Andreeva, ripropongono loro prese di posizione di 6 e 7 anni fa, in cui chiedevano alla leadership russa il «riconoscimento politico e giuridico» di DNR e LNR, appoggiando l’obiettivo «delle forze armate della Novorossija (DNR e LNR), in adempimento della volontà popolare espressa nei referendum, di liberare il proprio territorio dagli occupanti» ucraini.
Aggiornando quelle risoluzioni, il VKPB scrive ora che L-DNR erano «nate come repubbliche popolari, con le manifestazioni di massa contro le autorità ucraine. La milizia locale era guidata da capi del popolo. La nazionalizzazione dell’industria era il principale slogan economico dell’insurrezione in Donbass... Negli anni trascorsi dal 2014 la situazione è cambiata. Sotto l’influenza della Russia capitalista, la borghesia si è insediata al potere in DNR e LNR. Di “popolare” in DNR e LNR è rimasto solo il nome. Pertanto, il riconoscimento dell’indipendenza di Donetsk e Lugansk dall’Ucraina nel 2022, non è più lo stesso del 2014-2016 (ecco perché è avvenuto ora...). Nonostante ciò, la separazione di DNR e LNR dall’Ucraina, dominata da un regime neofascista, è sicuramente uno sviluppo positivo».
Per il KPRF (Partito Comunista della Federazione Russa), che la scorsa settimana si era fatto promotore della risoluzione approvata alla Duma sul riconoscimento delle Repubbliche popolari, il leader del partito, Gennadij Zjuganov, si è soffermato su un aspetto negativo del tardivo riconoscimento dell’indipendenza delle Repubbliche popolari. Secondo Zjuganov, i «destini di russi e ucraini sono strettamente intrecciati, nonostante i sentimenti antirussi e antisovietici coltivati dagli occidentali... Per me personalmente, il fatto che Kiev sia caduta sotto dominio nazista, è stata una grande tragedia, e alla Russia non era rimasta altra strada se non il riconoscimento dell’indipendenza di DNR e LNR dall’Ucraina... Se avessimo appoggiato il Donbass cinque anni fa, quegli ucraini che allora avevano 14-15 anni non sarebbero cresciuti sotto gli slogan nazisti dei battaglioni... sotto idee che non hanno nulla in comune col popolo e la storia ucraini... con cui abbiamo fede comune, vittorie comuni, lingua comune. Faremo di tutto per liberare l’Ucraina dal potere fascista».
Il sito web Krasnyj rassvet (Alba rossa) scrive che «Putin ha riconosciuto l’indipendenza di DNR e LNR, ma lo ha fatto alla sua maniera ipocrita. Prima ha avvisato, della sua decisione, gli amici in Occidente... Dopo ha parlato ai russi con un lungo discorso pseudo-storico, da cui si evince che i principali nemici di Putin non sono USA e NATO, ma Lenin e i comunisti».
ROTFront scrive che «L’impossibilità di raggiungere un accordo con i “partner occidentali” e l’aumento dei bombardamenti ucraini, hanno portato al fatto che le autorità borghesi della Federazione Russa siano state costrette a riconoscere LNR e DNR... Il popolo del Donbass è diventato un ostaggio nella lotta tra l’Ucraina nazionalista, con alle spalle gli imperialisti USA, e i regimi oligarchici filorussi delle cosiddette repubbliche “popolari”, con alle spalle gli imperialisti russi... Il riconoscimento di L-DNR non è dettato dall’amore della leadership russa per il popolo del Donbass. Non è che uno strumento in più per negoziare con gli imperialisti occidentali. In caso contrario, queste repubbliche avrebbero potuto essere riconosciute già nel 2014, ma le autorità russe hanno fatto di tutto per evitarlo per 8 anni...
Se il riconoscimento porterà a una riduzione di vittime umane e aiuterà a evitare ulteriori spargimenti di sangue, allora i popoli del Donbass dovranno sfruttare le crepe tra gli imperialisti a proprio vantaggio... La maggior parte di coloro che furono a capo dell’insurrezione popolare nel 2014 sono stati messi da parte o eliminati fisicamente, sostituiti da marionette pro-borghesi apertamente filo-Cremlino... non c’è motivo di aspettarsi che il governo borghese della Russia, che rapina sistematicamente la propria popolazione, porti all’esterno un ordine diverso. “Minatori e trattoristi” combatteranno in trincea da tutte e due le parti, mentre i capitalisti su entrambe le linee del fronte negozieranno e conteranno i soldi».
A livello “di massa”, un sondaggio pubblicato da Colonelcassad, su un campione di 3.298 intervistati, dà il 68,5% che appoggia pienamente il riconoscimento, il 15,6% è propenso ad appoggiare, mentre l’11,8% non lo appoggia per nulla o è restio ad appoggiare il riconoscimento.
Un altro sondaggio, pubblicato dall’ufficiale VTsIOM il 21 febbraio, a proposito della evacuazione della popolazione di L-DNR in Russia, dava un 78% di appoggio, 13% contrari (soprattutto tra le classi di età dai 18 ai 34 anni). Il 75% degli intervistati si era dichiarato d’accordo (contrario il 18%) per l’assegnazione una tantum di 10.000 rubli a testa ai profughi.
Insomma, per dirla con Virgilio: «tutti dichiaran che sanno quale sia il bene del popolo, ma sottovoce lo dicono».
Fonte
RBK scrive che Vladimir Zelenskij rifiuta di prendere in considerazione la richiesta delle leadership di Lugansk e Donestsk (L-DNR) per il ritiro delle forze ucraine dalle aree del Donbass controllate da Kiev.
Intanto, a Mosca, il portavoce presidenziale Dmitrij Peskov dichiarava che «la decisione sulla partecipazione del Ministero della difesa russo al conflitto in Ucraina verrà adottata in ragione della situazione, dell’opportunità e delle richieste di L-DNR. Al momento, l’obiettivo primario è la salvaguardia delle vite umane e la garanzia di sicurezza in L-DNR, sottoposte costantemente alle provocazioni delle forze armate ucraine». In effetti, nel pomeriggio di ieri, dopo che Duma e Consiglio di federazione avevano ratificato l’accordo di amicizia e cooperazione con L-DNR, il Parlamento ha accordato a Putin la facoltà di utilizzare le forze armate fuori dei confini russi, in relazione alla situazione in Donbass. La speaker del Consiglio federale, Valentina Matvienko ha precisato che il voto parlamentare presuppone che si tratti di «forze di mantenimento della pace» in L-DNR.
Sempre ieri, il vice Ministro degli esteri Andrej Rudenko ha detto che l’accordo con le due Repubbliche popolari viene concluso per dieci anni e prevede l’utilizzo del rublo russo e il diritto a realizzare basi militari sul territorio delle parti, oltre all’aiuto militare reciproco. Sempre Rudenko, dopo che era stato annunciata la probabile inclusione, tra le sanzioni occidentali, del “North stream-2”, ha dichiarato che Mosca non teme l’effetto di nessuna sanzione.
Di fatto, ieri Kommersant, il giornale della confindustria russa, riferiva di un -7,27% all’apertura della borsa di Mosca, con -8,32% dell’Indice RTS. L’indice delle obbligazioni di Stato tornato al livello 2016 e una leggera flessione del rublo, col dollaro cresciuto del 0,39% e l’euro del 0,53%. Questo per un minimo di cronaca.
Ora, vediamo alcune reazioni in Russia al riconoscimento delle Repubbliche popolari di Donetsk e di Lugansk. Secondo uno dei più ferrati osservatori internazionali, il direttore del periodico La Russia nella Politica Globale, Fedor Luk’janov, il riconoscimento di L-DNR non costituisce un passo “fatale” per le relazioni con l’Occidente e, al tempo stesso, con la presenza di truppe russe, è scemato il pericolo di una guerra in Ucraina; tanto più che «è difficile definire lo spostamento di forze in Donbass, un attacco all’Ucraina». In presenza di sanzioni occidentali, ha detto Luk’janov, si assisterà a «nuove accelerazioni dei tentativi di Mosca per orientarsi verso altri mercati».
Diverso il parere del giornalista della “sinistra patriottica”, Maksim Ševčenko, secondo il quale, con il riconoscimento di L-DNR, il mondo cambia in maniera irreversibile: «la linea del fronte viene spostata non solo fino alle regioni di Donetsk e Lugansk, ma per l’intero globo», in particolare verso l’America Latina, Cuba, Venezuela, Nicaragua, ecc. «Per gli americani, la situazione si è fatta più semplice. Ora, possono intervenire in quei paesi, ristabilendo la “dottrina Monroe”». Secondo Ševčenko, uno degli aspetti principali del discorso di Putin alla nazione, è che egli «si è rivolto in pratica e completamente soltanto agli USA. Nel suo discorso, era assente l’Europa quale soggetto dei processi geopolitici. Si è trattato di un inchino a Biden per le sue parole su tre soli centri mondiali: USA, Cina e Russia... così che la tesi di un accordo Mosca-Washington diviene ancor più evidente: la Russia ottiene l’Ucraina e, gli USA, l’Europa».
Non è escluso, conclude Ševčenko, che anche la tirata su Lenin fosse «un segnale all’auditorio americano, dove il comunismo e i suoi capi sono visti come “angeli dell’inferno”». Così che, le suppliche rivolte all’Europa dal Ministro degli esteri ucraino, Dmitrij Kuleba, a «prendere l’Ucraina con sé», non sono che pie lamentazioni.
Ancora Kommersant, senza particolari commenti, riporta, oltre ai dati su forza militare delle milizie, estensione territoriale di DNR e LNR, abitanti, urbanizzazione, ecc., anche alcune cifre sulla rilevanza economico-industriale della regione. Per la DNR, nel 2021 le esportazioni sono state di 48,6 miliardi di rubli, concentrati per il 73% su carbone, antracite, coke, semi-coke, mentre il 18% va a laminati e blocchi ferrosi e ghisa. Nel 2020, nella DNR si sono fuse 640.000 tonnellate di ghisa, 542.000 di acciaio, 503.000 di laminati metallici e si sono prodotte 978.000 tonnellate di coke.
I principali esportatori di merci verso la DNR sono Russia (82%), Bielorussia (4,1%) e LNR (3,2%). Le imprese principali sono: gli stabilimenti metallurgici di Donetsk e di Enakievo, la centrale termoelettrica di Zuevo, la fabbrica di tubature di Khartsyz’k. L’indice della produzione industriale 2021 è stato del 100,2% rispetto al 2020. Per la LNR, il 73% dell’export è dato dalla metallurgia e le imprese principali sono “Krasnodonugol” (carbone), “Roven’kiantratsit” e i combinat metallurgico e chimico di Alčevsk.
E come si commenta il riconoscimento a sinistra? Generalizzando molto, si può riassumere che i commenti negativi si sono prevedibilmente concentrati sui passaggi anti-leninisti di Putin nel suo appello alla nazione, mentre si registra un quasi (non totale: ricorre qua e là dizione di “imperialismo russo”) generale plauso sull’atteso riconoscimento delle Repubbliche popolari.
I comunisti del VKPB, della defunta Nina Andreeva, ripropongono loro prese di posizione di 6 e 7 anni fa, in cui chiedevano alla leadership russa il «riconoscimento politico e giuridico» di DNR e LNR, appoggiando l’obiettivo «delle forze armate della Novorossija (DNR e LNR), in adempimento della volontà popolare espressa nei referendum, di liberare il proprio territorio dagli occupanti» ucraini.
Aggiornando quelle risoluzioni, il VKPB scrive ora che L-DNR erano «nate come repubbliche popolari, con le manifestazioni di massa contro le autorità ucraine. La milizia locale era guidata da capi del popolo. La nazionalizzazione dell’industria era il principale slogan economico dell’insurrezione in Donbass... Negli anni trascorsi dal 2014 la situazione è cambiata. Sotto l’influenza della Russia capitalista, la borghesia si è insediata al potere in DNR e LNR. Di “popolare” in DNR e LNR è rimasto solo il nome. Pertanto, il riconoscimento dell’indipendenza di Donetsk e Lugansk dall’Ucraina nel 2022, non è più lo stesso del 2014-2016 (ecco perché è avvenuto ora...). Nonostante ciò, la separazione di DNR e LNR dall’Ucraina, dominata da un regime neofascista, è sicuramente uno sviluppo positivo».
Per il KPRF (Partito Comunista della Federazione Russa), che la scorsa settimana si era fatto promotore della risoluzione approvata alla Duma sul riconoscimento delle Repubbliche popolari, il leader del partito, Gennadij Zjuganov, si è soffermato su un aspetto negativo del tardivo riconoscimento dell’indipendenza delle Repubbliche popolari. Secondo Zjuganov, i «destini di russi e ucraini sono strettamente intrecciati, nonostante i sentimenti antirussi e antisovietici coltivati dagli occidentali... Per me personalmente, il fatto che Kiev sia caduta sotto dominio nazista, è stata una grande tragedia, e alla Russia non era rimasta altra strada se non il riconoscimento dell’indipendenza di DNR e LNR dall’Ucraina... Se avessimo appoggiato il Donbass cinque anni fa, quegli ucraini che allora avevano 14-15 anni non sarebbero cresciuti sotto gli slogan nazisti dei battaglioni... sotto idee che non hanno nulla in comune col popolo e la storia ucraini... con cui abbiamo fede comune, vittorie comuni, lingua comune. Faremo di tutto per liberare l’Ucraina dal potere fascista».
Il sito web Krasnyj rassvet (Alba rossa) scrive che «Putin ha riconosciuto l’indipendenza di DNR e LNR, ma lo ha fatto alla sua maniera ipocrita. Prima ha avvisato, della sua decisione, gli amici in Occidente... Dopo ha parlato ai russi con un lungo discorso pseudo-storico, da cui si evince che i principali nemici di Putin non sono USA e NATO, ma Lenin e i comunisti».
ROTFront scrive che «L’impossibilità di raggiungere un accordo con i “partner occidentali” e l’aumento dei bombardamenti ucraini, hanno portato al fatto che le autorità borghesi della Federazione Russa siano state costrette a riconoscere LNR e DNR... Il popolo del Donbass è diventato un ostaggio nella lotta tra l’Ucraina nazionalista, con alle spalle gli imperialisti USA, e i regimi oligarchici filorussi delle cosiddette repubbliche “popolari”, con alle spalle gli imperialisti russi... Il riconoscimento di L-DNR non è dettato dall’amore della leadership russa per il popolo del Donbass. Non è che uno strumento in più per negoziare con gli imperialisti occidentali. In caso contrario, queste repubbliche avrebbero potuto essere riconosciute già nel 2014, ma le autorità russe hanno fatto di tutto per evitarlo per 8 anni...
Se il riconoscimento porterà a una riduzione di vittime umane e aiuterà a evitare ulteriori spargimenti di sangue, allora i popoli del Donbass dovranno sfruttare le crepe tra gli imperialisti a proprio vantaggio... La maggior parte di coloro che furono a capo dell’insurrezione popolare nel 2014 sono stati messi da parte o eliminati fisicamente, sostituiti da marionette pro-borghesi apertamente filo-Cremlino... non c’è motivo di aspettarsi che il governo borghese della Russia, che rapina sistematicamente la propria popolazione, porti all’esterno un ordine diverso. “Minatori e trattoristi” combatteranno in trincea da tutte e due le parti, mentre i capitalisti su entrambe le linee del fronte negozieranno e conteranno i soldi».
A livello “di massa”, un sondaggio pubblicato da Colonelcassad, su un campione di 3.298 intervistati, dà il 68,5% che appoggia pienamente il riconoscimento, il 15,6% è propenso ad appoggiare, mentre l’11,8% non lo appoggia per nulla o è restio ad appoggiare il riconoscimento.
Un altro sondaggio, pubblicato dall’ufficiale VTsIOM il 21 febbraio, a proposito della evacuazione della popolazione di L-DNR in Russia, dava un 78% di appoggio, 13% contrari (soprattutto tra le classi di età dai 18 ai 34 anni). Il 75% degli intervistati si era dichiarato d’accordo (contrario il 18%) per l’assegnazione una tantum di 10.000 rubli a testa ai profughi.
Insomma, per dirla con Virgilio: «tutti dichiaran che sanno quale sia il bene del popolo, ma sottovoce lo dicono».
Fonte
22/02/2022
Ucraina, Putin rovescia il tavolo
In attesa della mediazione francese, del colloquio tra Putin e Biden, delle prese di distanze tedesche, delle paure italiane, delle incertezze spagnole e della contrarietà dell’ex blocco dell’Est, delle scadenze regolarmente sbugiardate di improbabili invasioni russe, la guerra sempre annunciata e mai cominciata ha avuto un primo esito. Con una decisione che ha spiazzato le cancellerie occidentali, Vladimir Putin ha firmato il protocollo diplomatico che riconosce le repubbliche indipendenti di Lugansk e Donetsk. Al riconoscimento ha fatto immediatamente seguito la firma di un accordo di cooperazione e reciproca assistenza, il che comporterà la presenza militare russa a difesa delle due repubbliche e, contestualmente, un avvertimento chiaro a Kiev e ai suoi suggeritori interessati.
Finisce così la guerra sporca, l’unica che si stava davvero combattendo nonostante il sistema mediatico internazionale la nascondesse: ovvero il tiro al bersaglio ucraino sulla popolazione civile del Donbass, che da anni ha reso 4 milioni di cittadini ostaggio di Kiev, con abitanti che diventano sfollati, scuole che diventano bersagli, territorio che diventa cimitero. È stato questo, fino a ieri, il risultato della recente offensiva dell’esercito ucraino in Donbass, che racconta meglio di mille bugie cosa davvero stia succedendo al confine tra Russia e Ucraina e chi, davvero, lavora incessantemente per la guerra.
La controffensiva politica russa smentisce la sequela pesante di imbarazzanti previsioni con tanto di date di immaginarie invasioni russe, che hanno generato una nuova crepa profonda nella credibilità degli Stati Uniti e dei loro maggiordomi inglesi che, dopo le armi di distruzione di massa in Iraq, i Talebani responsabili delle Torri Gemelle e le armi chimiche siriane, entrano di diritto nel girone dei ridicoli.
La mossa di Putin apre uno scenario politico-diplomatico e militare inedito. Politico perché da inizio alla controffensiva politica russa, che ha nella messa in sicurezza della sua popolazione e delle sue frontiere la leva fondamentale. Il riconoscimento delle repubbliche indipendenti della regione del Donbass priva ora di una porzione di territorio l’Ucraina, certo; ma è un territorio che si era reso indipendente dal 2014, così come la Crimea. Nulla di strano, in effetti: un popolo che si sente russo per appartenenza storica, religiosa, politica, linguistica e culturale, non ha nessuna smania di vedersi inglobato nel modello da terzo reich vestito da Mc Donald che governa Kiev grazie ad un colpo di stato.
Dal punto di vista militare e diplomatico rappresenta un doppio successo per Mosca: crea una zona-cuscinetto tra la Russia e l’Ucraina e copre ulteriormente la frontiera con Kiev e sfida apertamente Ucraina e Stati Uniti a proseguire la guerra contro il Donbass indipendente. Disconosce la sicurezza ucraina come unico tema a trattarsi nella vicenda geopolitica e riporta la questione della sicurezza dei russi al centro di una possibile trattativa politico-diplomatica con i padroni occidentali dell’Ucraina. Lascia peraltro intravvedere come una eventuale risposta militare ucraina contro il Donbass potrebbe portare ad una controffensiva su scala locale che coinvolgerebbe anche il porto di Mariupol e quello di Odessa, strategico per Kiev.
Le reazioni
La risposta della NATO appare al momento molto più prudente delle minacce profferite fino a ieri. Sul piano politico serve una discreta sfacciataggine per non accettare il riconoscimento delle due repubbliche indipendenti, visto che nel 1992, l’intero Occidente, sotto la spinta di Germania, Austria, Vaticano e Stati Uniti riconobbe immediatamente la secessione croata e bosniaca dalla Jugoslavia e la armò, finanziò e sostenne politicamente e militarmente contro la Serbia. Addirittura arrivò all’obbrobrio etico e giuridico di riconoscere la secessione su base etnica. Lo stesso fece anni dopo con il Kosovo che si staccò dalla Serbia. Non si capisce perché in questo caso il principio della legittima secessione non dovrebbe valere.
Sul piano militare, non essendo (ancora) l’Ucraina un paese NATO, la controffensiva russa non permette l’invocazione dell’art.5 del Patto Atlantico. La UE, come sempre, non ha una politica e resta in attesa di obbedire a quello che faranno gli USA. Eccezion fatta per Borrel, (un modesto impasto di franchismo e narcisismo che la UE ha scelto per farsi rappresentare internazionalmente, ottenendo così di farsi disprezzare più di quanto già meritasse) i commenti europei che contano sono orientati ad incassare la mossa di Putin auspicando che possa chiudersi con l’accettazione dello stato di fatto e l’imposizione di sanzioni mirate solo alle due repubbliche indipendenti. Sono sanzioni prive di reale efficacia e servono solo a salvare la faccia già consumata di una NATO incapace di unire se stessa persino sulla fattibilità di un ingresso di Kiev nell’Alleanza, figurarsi sulla risposta a Mosca.
L’idea che soprattutto Francia, Germania ed Italia coltivano, infatti - e che dà seri grattacapi a Washington - è che aldilà di generiche dichiarazioni di unità, la parte più importante della UE voglia far ripartire un negoziato complessivo tra l’Occidente e la Russia. Un negoziato in parte diverso da quello immaginato fino a ieri, perché la mossa di Putin ha già posto una linea chiara alla trattativa: siamo in grado di operare in qualunque scenario, sia esso di pace come di guerra; se si pensa di minacciare Mosca puntandogli contro batterie missilistiche, si garantirà in ogni modo che esse non possano essere dispiegate.
Dunque serve un tavolo che rimetta in agenda le politiche di sicurezza regionale, sapendo che il rifiuto a considerare giuste le esigenze di sicurezza russe otterrà il solo risultato di far procedere autonomamente Mosca alla difesa delle stesse. Il che porrebbe le questioni sul terreno che l’Europa vuole evitare ad ogni costo, ovvero quello militare. Putin, del resto, ha già dimostrato lungo tutta la sua carriera presidenziale, dalla Cecenia al Donbass, passando per Georgia e Bielorussia, Kazhakistan e soprattutto Siria, che non è disposto a vedersi accerchiare dalla NATO, né a farsi minacciare militarmente. Che sulla sicurezza nazionale non accetta minacce e non esita a muoversi in maniera rapida ed efficace per difendere gli interessi nazionali russi.
Sanzioni: chi minaccia chi ?
Si dice che le sanzioni occidentali che seguirebbero ad una eventuale “invasione” sarebbero durissime per la Russia (che già ne subisce ingiustamente). Non vi è dubbio che, a breve termine, altererebbero gli investimenti stranieri e obbligherebbero Mosca a misure di ritorsione prima e alla differenziazione del suo mercato di import/export poi. Ma le sanzioni, pur rappresentando un grande business per gli USA, sarebbero un danno serissimo anche per la UE: ad esempio, bloccare l’entrata in funzione del gasdotto North Stream 2 significherebbe per la UE rinunciare alle forniture di gas ad un prezzo calmierato.
La Ue importa circa il 40% del suo fabbisogno di gas dalla Russia, dunque un blocco delle forniture più che risultare minaccioso verso Mosca lo sarebbe verso Bruxelles, perché sarebbe autopunitiva. Peraltro Mosca ha già autorizzato la realizzazione di un nuovo gasdotto che, attraverso la Mongolia, porterà il gas russo in Cina, che di energia ha bisogno per sostenere la sua crescita.
Dunque il problema sarebbe tutto europeo. Dove comprarne la quantità, qualità e al costo identico altrove? Nel caso di una ulteriore riduzione del gas disponibile il prezzo aumenterebbe a livelli inaccettabili per i paesi UE, che si vedrebbero costretti a procedere in ordine sparso e non con una comune politica, date le diverse opzioni. Non a caso già Draghi ha fatto presente come l’Italia non aderirebbe a sanzioni che riguardino il settore energetico. La stessa Germania, che ha nel gas russo la prima fonte di approvvigionamento energetico, sarebbe costretta a ricorrere al carbone, il che farebbe saltare tutti i vincoli ambientali e non fornirebbe a breve termine la soluzione del problema.
Anche sul piano finanziario, sebbene Mosca avrebbe una fase di difficoltà, nascerebbero problemi strutturali per l’Europa, vista l’esposizione di diversi paesi con Mosca (quinto partner commerciale della UE), ammontanti a 56 miliardi di Euro che, ovviamente non rientrerebbero più. Crediti non più esigibili le cui ricadute sulle banche sarebbero durissime. Di rimando, essendo l’esposizione statunitense minima, gli USA non avrebbero problemi nel breve-medio termine a interrompere i flussi finanziari con la Russia.
C’è poi la minaccia di far uscire Mosca dal sistema di trasmissioni finanziarie SWIFT (che collega 11.000 banche in 200 paesi). La decisione danneggerebbe Mosca, certo, ma non al punto da paralizzarla, essendo preparata dal 2014 a questo scenario. E per lo stesso motivo nemmeno l’inserimento delle banche russe nella “black list” avrebbe effetti particolarmente gravi per Mosca.
Escludere Mosca dallo SWIFT sarebbe il più classico dei boomerang, giacché comporterebbe una serie di reazioni a catena da parte dei paesi ostili agli USA che rischierebbero di trasformare l’economia internazionale in uno scontro tra blocchi. La prima e più importante conseguenza sarebbe l’accelerazione del progetto di “infrastruttura finanziaria indipendente” decisa da Mosca e Pechino e, visto il peso e l’emergere delle economie non allineate con Washington e Bruxelles, ormai leader intercontinentali del debito e non certo delle politiche espansive, il rischio di una implosione sistemica nel breve periodo appare fondato.
La domanda, ineludibile, è la seguente: davvero l’Occidente è pronto ad un reset che castiga duramente anche i suoi interessi? A dare forza e prospettiva strategica ancora maggiore all’alleanza tra Pechino e Mosca? E tutto questo per l’Ucraina e il suo governo nazista?
Fonte
Finisce così la guerra sporca, l’unica che si stava davvero combattendo nonostante il sistema mediatico internazionale la nascondesse: ovvero il tiro al bersaglio ucraino sulla popolazione civile del Donbass, che da anni ha reso 4 milioni di cittadini ostaggio di Kiev, con abitanti che diventano sfollati, scuole che diventano bersagli, territorio che diventa cimitero. È stato questo, fino a ieri, il risultato della recente offensiva dell’esercito ucraino in Donbass, che racconta meglio di mille bugie cosa davvero stia succedendo al confine tra Russia e Ucraina e chi, davvero, lavora incessantemente per la guerra.
La controffensiva politica russa smentisce la sequela pesante di imbarazzanti previsioni con tanto di date di immaginarie invasioni russe, che hanno generato una nuova crepa profonda nella credibilità degli Stati Uniti e dei loro maggiordomi inglesi che, dopo le armi di distruzione di massa in Iraq, i Talebani responsabili delle Torri Gemelle e le armi chimiche siriane, entrano di diritto nel girone dei ridicoli.
La mossa di Putin apre uno scenario politico-diplomatico e militare inedito. Politico perché da inizio alla controffensiva politica russa, che ha nella messa in sicurezza della sua popolazione e delle sue frontiere la leva fondamentale. Il riconoscimento delle repubbliche indipendenti della regione del Donbass priva ora di una porzione di territorio l’Ucraina, certo; ma è un territorio che si era reso indipendente dal 2014, così come la Crimea. Nulla di strano, in effetti: un popolo che si sente russo per appartenenza storica, religiosa, politica, linguistica e culturale, non ha nessuna smania di vedersi inglobato nel modello da terzo reich vestito da Mc Donald che governa Kiev grazie ad un colpo di stato.
Dal punto di vista militare e diplomatico rappresenta un doppio successo per Mosca: crea una zona-cuscinetto tra la Russia e l’Ucraina e copre ulteriormente la frontiera con Kiev e sfida apertamente Ucraina e Stati Uniti a proseguire la guerra contro il Donbass indipendente. Disconosce la sicurezza ucraina come unico tema a trattarsi nella vicenda geopolitica e riporta la questione della sicurezza dei russi al centro di una possibile trattativa politico-diplomatica con i padroni occidentali dell’Ucraina. Lascia peraltro intravvedere come una eventuale risposta militare ucraina contro il Donbass potrebbe portare ad una controffensiva su scala locale che coinvolgerebbe anche il porto di Mariupol e quello di Odessa, strategico per Kiev.
Le reazioni
La risposta della NATO appare al momento molto più prudente delle minacce profferite fino a ieri. Sul piano politico serve una discreta sfacciataggine per non accettare il riconoscimento delle due repubbliche indipendenti, visto che nel 1992, l’intero Occidente, sotto la spinta di Germania, Austria, Vaticano e Stati Uniti riconobbe immediatamente la secessione croata e bosniaca dalla Jugoslavia e la armò, finanziò e sostenne politicamente e militarmente contro la Serbia. Addirittura arrivò all’obbrobrio etico e giuridico di riconoscere la secessione su base etnica. Lo stesso fece anni dopo con il Kosovo che si staccò dalla Serbia. Non si capisce perché in questo caso il principio della legittima secessione non dovrebbe valere.
Sul piano militare, non essendo (ancora) l’Ucraina un paese NATO, la controffensiva russa non permette l’invocazione dell’art.5 del Patto Atlantico. La UE, come sempre, non ha una politica e resta in attesa di obbedire a quello che faranno gli USA. Eccezion fatta per Borrel, (un modesto impasto di franchismo e narcisismo che la UE ha scelto per farsi rappresentare internazionalmente, ottenendo così di farsi disprezzare più di quanto già meritasse) i commenti europei che contano sono orientati ad incassare la mossa di Putin auspicando che possa chiudersi con l’accettazione dello stato di fatto e l’imposizione di sanzioni mirate solo alle due repubbliche indipendenti. Sono sanzioni prive di reale efficacia e servono solo a salvare la faccia già consumata di una NATO incapace di unire se stessa persino sulla fattibilità di un ingresso di Kiev nell’Alleanza, figurarsi sulla risposta a Mosca.
L’idea che soprattutto Francia, Germania ed Italia coltivano, infatti - e che dà seri grattacapi a Washington - è che aldilà di generiche dichiarazioni di unità, la parte più importante della UE voglia far ripartire un negoziato complessivo tra l’Occidente e la Russia. Un negoziato in parte diverso da quello immaginato fino a ieri, perché la mossa di Putin ha già posto una linea chiara alla trattativa: siamo in grado di operare in qualunque scenario, sia esso di pace come di guerra; se si pensa di minacciare Mosca puntandogli contro batterie missilistiche, si garantirà in ogni modo che esse non possano essere dispiegate.
Dunque serve un tavolo che rimetta in agenda le politiche di sicurezza regionale, sapendo che il rifiuto a considerare giuste le esigenze di sicurezza russe otterrà il solo risultato di far procedere autonomamente Mosca alla difesa delle stesse. Il che porrebbe le questioni sul terreno che l’Europa vuole evitare ad ogni costo, ovvero quello militare. Putin, del resto, ha già dimostrato lungo tutta la sua carriera presidenziale, dalla Cecenia al Donbass, passando per Georgia e Bielorussia, Kazhakistan e soprattutto Siria, che non è disposto a vedersi accerchiare dalla NATO, né a farsi minacciare militarmente. Che sulla sicurezza nazionale non accetta minacce e non esita a muoversi in maniera rapida ed efficace per difendere gli interessi nazionali russi.
Sanzioni: chi minaccia chi ?
Si dice che le sanzioni occidentali che seguirebbero ad una eventuale “invasione” sarebbero durissime per la Russia (che già ne subisce ingiustamente). Non vi è dubbio che, a breve termine, altererebbero gli investimenti stranieri e obbligherebbero Mosca a misure di ritorsione prima e alla differenziazione del suo mercato di import/export poi. Ma le sanzioni, pur rappresentando un grande business per gli USA, sarebbero un danno serissimo anche per la UE: ad esempio, bloccare l’entrata in funzione del gasdotto North Stream 2 significherebbe per la UE rinunciare alle forniture di gas ad un prezzo calmierato.
La Ue importa circa il 40% del suo fabbisogno di gas dalla Russia, dunque un blocco delle forniture più che risultare minaccioso verso Mosca lo sarebbe verso Bruxelles, perché sarebbe autopunitiva. Peraltro Mosca ha già autorizzato la realizzazione di un nuovo gasdotto che, attraverso la Mongolia, porterà il gas russo in Cina, che di energia ha bisogno per sostenere la sua crescita.
Dunque il problema sarebbe tutto europeo. Dove comprarne la quantità, qualità e al costo identico altrove? Nel caso di una ulteriore riduzione del gas disponibile il prezzo aumenterebbe a livelli inaccettabili per i paesi UE, che si vedrebbero costretti a procedere in ordine sparso e non con una comune politica, date le diverse opzioni. Non a caso già Draghi ha fatto presente come l’Italia non aderirebbe a sanzioni che riguardino il settore energetico. La stessa Germania, che ha nel gas russo la prima fonte di approvvigionamento energetico, sarebbe costretta a ricorrere al carbone, il che farebbe saltare tutti i vincoli ambientali e non fornirebbe a breve termine la soluzione del problema.
Anche sul piano finanziario, sebbene Mosca avrebbe una fase di difficoltà, nascerebbero problemi strutturali per l’Europa, vista l’esposizione di diversi paesi con Mosca (quinto partner commerciale della UE), ammontanti a 56 miliardi di Euro che, ovviamente non rientrerebbero più. Crediti non più esigibili le cui ricadute sulle banche sarebbero durissime. Di rimando, essendo l’esposizione statunitense minima, gli USA non avrebbero problemi nel breve-medio termine a interrompere i flussi finanziari con la Russia.
C’è poi la minaccia di far uscire Mosca dal sistema di trasmissioni finanziarie SWIFT (che collega 11.000 banche in 200 paesi). La decisione danneggerebbe Mosca, certo, ma non al punto da paralizzarla, essendo preparata dal 2014 a questo scenario. E per lo stesso motivo nemmeno l’inserimento delle banche russe nella “black list” avrebbe effetti particolarmente gravi per Mosca.
Escludere Mosca dallo SWIFT sarebbe il più classico dei boomerang, giacché comporterebbe una serie di reazioni a catena da parte dei paesi ostili agli USA che rischierebbero di trasformare l’economia internazionale in uno scontro tra blocchi. La prima e più importante conseguenza sarebbe l’accelerazione del progetto di “infrastruttura finanziaria indipendente” decisa da Mosca e Pechino e, visto il peso e l’emergere delle economie non allineate con Washington e Bruxelles, ormai leader intercontinentali del debito e non certo delle politiche espansive, il rischio di una implosione sistemica nel breve periodo appare fondato.
La domanda, ineludibile, è la seguente: davvero l’Occidente è pronto ad un reset che castiga duramente anche i suoi interessi? A dare forza e prospettiva strategica ancora maggiore all’alleanza tra Pechino e Mosca? E tutto questo per l’Ucraina e il suo governo nazista?
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Mosca riconosce le Repubbliche popolari del Donbass
Nella tarda serata di lunedì 21 febbraio, Vladimir Putin ha firmato il decreto di riconoscimento delle Repubbliche popolari di Lugansk e di Donetsk quali stati «indipendenti, democratici, sociali e di diritto», da parte della Federazione Russa. Insieme ai leader delle due Repubbliche, Leonid Pasečnik e Denis Pušilin, Putin ha sottoscritto anche un accordo di amicizia, collaborazione e aiuto tra L-DNR e FR, come era stato chiesto dai due leader del Donbass.
La firma di Putin è arrivata pochissime ore dopo il termine della riunione straordinaria del Consiglio di sicurezza russo (organo consultivo), svoltasi nel pomeriggio, nel corso della quale praticamente tutti gli intervenuti – Ministri della difesa e degli esteri Sergej Šojgu e Sergej Lavrov, Primo ministro Mikhail Mišustin, Segretario del Consiglio di sicurezza Nikolaj Patrušev, ex Primo ministro e attuale vice presidente del Consiglio di sicurezza Dmitrij Medvedev, ecc.) – si erano pronunciati per il riconoscimento delle Repubbliche popolari.
Di fatto, subito dopo la seduta del Consiglio di sicurezza, al telefono con Emmanuel Macron e Olaf Scholz, Putin aveva loro già annunciato che, a momenti, avrebbe messo la firma in calce al decreto. Ora la cosa è fatta.
In Donbass si esulta e si parla di data storica.
Dalle cancellerie europee, invece, come da copione, lamentazioni di «delusione» e annunci di sanzioni europeiste contro Mosca. «Condanna», anche questa scontata, da parte del Segretario generale NATO, Jens Stoltenberg e riunione straordinaria del Consiglio di sicurezza ONU.
Alla riunione del Consiglio di sicurezza russo, Lavrov aveva messo alla berlina tutte le uscite occidentali e ucraine in aperto dispregio di ogni accordo e aveva dichiarato che il loro atteggiamento nei confronti del Donbass non lascia a Mosca altra scelta se non quella del riconoscimento delle Repubbliche.
Mišustin aveva dichiarato che, in effetti, il Governo russo già da mesi stava adottando misure che sottintendessero il prossimo riconoscimento di L-DNR. Medvedev ha tra l’altro ricordato come nel 2008, lui stesso Presidente russo, il riconoscimento di Abkhazija e Ossetija meridionale avesse impedito i massacri di popolazione civile nel corso dell’aggressione portata dall’allora presidente georgiano Mikhail Saakašvili, con l’aperto beneplacito di George Bush.
Il paragone non sembri così peregrino: i civili in Donbass continuano a morire anche in queste ore sotto i colpi delle artiglierie ucraine, mentre vengono alla luce ancora nuove fosse comuni coi resti di uomini e donne, spesso decapitati, massacrati all’inizio dell’attacco ucraino nel 2014 dalle spedizioni terroristiche dei battaglioni nazisti, così cari ai demo-liturgici di casa nostra.
La riunione del Consiglio di sicurezza russo si è svolta dopo che nei giorni scorsi la Duma aveva approvato pressoché all’unanimità la proposta di riconoscimento di L-DNR.
Ma, soprattutto, dopo che nella mattinata di lunedì i leader di DNR e LNR, Denis Pušilin e Leonid Pasečnik si erano rivolti ufficialmente a Mosca chiedendo il riconoscimento delle repubbliche anti-naziste (rifiutiamo di definirle “separatiste”, alla maniera dei giornalacci euroatlantici nostrani; ma di questo, più espressamente in altra sede), quale unica via rimasta per porre fine o, quantomeno, dare l’altolà ai nazisti ucraini, che in queste ore stanno attuando l’ennesima sanguinosa offensiva contro il Donbass, con nuove vittime tra la popolazione civile; vittime che vanno aumentando ogni ora che passa.
Nel corso della riunione, Putin aveva comunque tenuto a sottolineare che la decisione avrebbe in ogni caso riguardato il riconoscimento dell’indipendenza delle due Repubbliche popolari, ma non il loro ingresso nella compagine russa.
Ora, la decisione di Vladimir Putin sul riconoscimento delle Repubbliche popolari, che si aggiunge alla concessione – ormai effettiva da alcuni anni e che interessa già oltre 800.000 cittadini di L-DNR – della cittadinanza russa a qualsiasi abitante delle due Repubbliche che lo desideri, non può non portare con sé significative conseguenze, non solo nei rapporti tra Mosca e Kiev, ma soprattutto nelle relazioni tra la Russia e gli sponsor euroatlantici dei nazigolpisti ucraini.
Ma, a questo punto, già da settimane la scelta appariva quasi obbligata per Mosca, sia per salvaguardare la vita e l’incolumità di propri cittadini e connazionali a ogni effetto, sia per porre un argine alla sfacciataggine di Washington e di Bruxelles, una volta praticamente esaurita la strada della trattativa.
Nell’intermezzo tra la fine del Consiglio di sicurezza e la firma del decreto, Putin si è rivolto alla nazione, con un discorso di quasi un’ora, per illustrare la situazione e annunciare i passi del Cremlino. Ha messo in guardia Kiev, esigendo «l’immediata cessazione delle azioni di guerra. In caso contrario, ogni responsabilità per la possibile continuazione dello spargimento di sangue ricadrà interamente sulla coscienza del regime al governo sul territorio dell’Ucraina», ha detto.
Allargando il discorso alla situazione internazionale, ha ricordato come lo scorso dicembre, Mosca avesse proposto a Washington e Bruxelles di concordare garanzie di sicurezza, che escludano un’ulteriore espansione a est della NATO e il dispiegamento di armi da attacco anche in Ucraina. Rimaste senza risposta quelle proposte, ha detto Putin, Mosca «ha tutto il diritto di adottare misure di risposta per garantire la propria sicurezza» e questo è «proprio ciò che faremo».
Da sfondo a tali dichiarazioni, ancora una volta si sono però sprecate anche le imprecazioni di Putin contro i bolscevichi, Lenin, la “dittatura stalinista”, la fondazione dell’URSS come confederazione che, a detta di Vladimir Vladimirovič, sarebbero la causa anche dell’attuale situazione in un Donbass, “regalato” da Lenin all’Ucraina, «a spese di territori storici russi», del vecchio impero russo così caro alla nuova Russia.
Tant’è. Prendiamo atto anche di queste ennesime esternazioni putiniane. Ne parleremo. Ma non ora.
Sul momento, la questione principale e quasi esclusiva sul tappeto è un’altra. Era chiaro che il «ci hanno fregato», pronunciato da Putin all’indirizzo della NATO, non sembrava ormai più sufficiente. Sembrava arrivato il tempo di porre la domanda: «e allora?». Un primo passo, tutt’altro che da poco, è stato fatto.
Ora, parafrasando il Lenin così inviso ai nuovi russi, si può dire che la presenza di truppe e mezzi militari russi in Donbass, «di cui a lungo hanno parlato» i media cialtroni euroatlantici, si attua per davvero e mette fine alla pulizia etnica nazigolpista ai danni della popolazione russa e russofona del Bacino del Don, iniziata (come minimo) nel 2014.
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La firma di Putin è arrivata pochissime ore dopo il termine della riunione straordinaria del Consiglio di sicurezza russo (organo consultivo), svoltasi nel pomeriggio, nel corso della quale praticamente tutti gli intervenuti – Ministri della difesa e degli esteri Sergej Šojgu e Sergej Lavrov, Primo ministro Mikhail Mišustin, Segretario del Consiglio di sicurezza Nikolaj Patrušev, ex Primo ministro e attuale vice presidente del Consiglio di sicurezza Dmitrij Medvedev, ecc.) – si erano pronunciati per il riconoscimento delle Repubbliche popolari.
Di fatto, subito dopo la seduta del Consiglio di sicurezza, al telefono con Emmanuel Macron e Olaf Scholz, Putin aveva loro già annunciato che, a momenti, avrebbe messo la firma in calce al decreto. Ora la cosa è fatta.
In Donbass si esulta e si parla di data storica.
Dalle cancellerie europee, invece, come da copione, lamentazioni di «delusione» e annunci di sanzioni europeiste contro Mosca. «Condanna», anche questa scontata, da parte del Segretario generale NATO, Jens Stoltenberg e riunione straordinaria del Consiglio di sicurezza ONU.
Alla riunione del Consiglio di sicurezza russo, Lavrov aveva messo alla berlina tutte le uscite occidentali e ucraine in aperto dispregio di ogni accordo e aveva dichiarato che il loro atteggiamento nei confronti del Donbass non lascia a Mosca altra scelta se non quella del riconoscimento delle Repubbliche.
Mišustin aveva dichiarato che, in effetti, il Governo russo già da mesi stava adottando misure che sottintendessero il prossimo riconoscimento di L-DNR. Medvedev ha tra l’altro ricordato come nel 2008, lui stesso Presidente russo, il riconoscimento di Abkhazija e Ossetija meridionale avesse impedito i massacri di popolazione civile nel corso dell’aggressione portata dall’allora presidente georgiano Mikhail Saakašvili, con l’aperto beneplacito di George Bush.
Il paragone non sembri così peregrino: i civili in Donbass continuano a morire anche in queste ore sotto i colpi delle artiglierie ucraine, mentre vengono alla luce ancora nuove fosse comuni coi resti di uomini e donne, spesso decapitati, massacrati all’inizio dell’attacco ucraino nel 2014 dalle spedizioni terroristiche dei battaglioni nazisti, così cari ai demo-liturgici di casa nostra.
La riunione del Consiglio di sicurezza russo si è svolta dopo che nei giorni scorsi la Duma aveva approvato pressoché all’unanimità la proposta di riconoscimento di L-DNR.
Ma, soprattutto, dopo che nella mattinata di lunedì i leader di DNR e LNR, Denis Pušilin e Leonid Pasečnik si erano rivolti ufficialmente a Mosca chiedendo il riconoscimento delle repubbliche anti-naziste (rifiutiamo di definirle “separatiste”, alla maniera dei giornalacci euroatlantici nostrani; ma di questo, più espressamente in altra sede), quale unica via rimasta per porre fine o, quantomeno, dare l’altolà ai nazisti ucraini, che in queste ore stanno attuando l’ennesima sanguinosa offensiva contro il Donbass, con nuove vittime tra la popolazione civile; vittime che vanno aumentando ogni ora che passa.
Nel corso della riunione, Putin aveva comunque tenuto a sottolineare che la decisione avrebbe in ogni caso riguardato il riconoscimento dell’indipendenza delle due Repubbliche popolari, ma non il loro ingresso nella compagine russa.
Ora, la decisione di Vladimir Putin sul riconoscimento delle Repubbliche popolari, che si aggiunge alla concessione – ormai effettiva da alcuni anni e che interessa già oltre 800.000 cittadini di L-DNR – della cittadinanza russa a qualsiasi abitante delle due Repubbliche che lo desideri, non può non portare con sé significative conseguenze, non solo nei rapporti tra Mosca e Kiev, ma soprattutto nelle relazioni tra la Russia e gli sponsor euroatlantici dei nazigolpisti ucraini.
Ma, a questo punto, già da settimane la scelta appariva quasi obbligata per Mosca, sia per salvaguardare la vita e l’incolumità di propri cittadini e connazionali a ogni effetto, sia per porre un argine alla sfacciataggine di Washington e di Bruxelles, una volta praticamente esaurita la strada della trattativa.
Nell’intermezzo tra la fine del Consiglio di sicurezza e la firma del decreto, Putin si è rivolto alla nazione, con un discorso di quasi un’ora, per illustrare la situazione e annunciare i passi del Cremlino. Ha messo in guardia Kiev, esigendo «l’immediata cessazione delle azioni di guerra. In caso contrario, ogni responsabilità per la possibile continuazione dello spargimento di sangue ricadrà interamente sulla coscienza del regime al governo sul territorio dell’Ucraina», ha detto.
Allargando il discorso alla situazione internazionale, ha ricordato come lo scorso dicembre, Mosca avesse proposto a Washington e Bruxelles di concordare garanzie di sicurezza, che escludano un’ulteriore espansione a est della NATO e il dispiegamento di armi da attacco anche in Ucraina. Rimaste senza risposta quelle proposte, ha detto Putin, Mosca «ha tutto il diritto di adottare misure di risposta per garantire la propria sicurezza» e questo è «proprio ciò che faremo».
Da sfondo a tali dichiarazioni, ancora una volta si sono però sprecate anche le imprecazioni di Putin contro i bolscevichi, Lenin, la “dittatura stalinista”, la fondazione dell’URSS come confederazione che, a detta di Vladimir Vladimirovič, sarebbero la causa anche dell’attuale situazione in un Donbass, “regalato” da Lenin all’Ucraina, «a spese di territori storici russi», del vecchio impero russo così caro alla nuova Russia.
Tant’è. Prendiamo atto anche di queste ennesime esternazioni putiniane. Ne parleremo. Ma non ora.
Sul momento, la questione principale e quasi esclusiva sul tappeto è un’altra. Era chiaro che il «ci hanno fregato», pronunciato da Putin all’indirizzo della NATO, non sembrava ormai più sufficiente. Sembrava arrivato il tempo di porre la domanda: «e allora?». Un primo passo, tutt’altro che da poco, è stato fatto.
Ora, parafrasando il Lenin così inviso ai nuovi russi, si può dire che la presenza di truppe e mezzi militari russi in Donbass, «di cui a lungo hanno parlato» i media cialtroni euroatlantici, si attua per davvero e mette fine alla pulizia etnica nazigolpista ai danni della popolazione russa e russofona del Bacino del Don, iniziata (come minimo) nel 2014.
Fonte
20/02/2022
Cronache dalla “guerra a tutti i costi”
“Gli eventi degli ultimi giorni potrebbero capovolgere l’ordine internazionale”, ha avvertito il presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen nel suo intervento all’annuale Conferenza sulla Sicurezza di Monaco. Il segretario generale della NATO Jens Stoltenberg ha descritto questa come “una nuova normalità, per la quale dobbiamo prepararci”.
“La Russia sta preparando la più grande guerra europea dal 1945″: ad affermarlo con toni apocalittici è il primo ministro britannico Boris Johnson in un’intervista alla BBC. “Tutto prova che il piano è già in qualche modo iniziato”. Secondo quanto sostiene l'intelligence britannica, l’intenzione della Russia, è di invadere l'Ucraina per circondare la capitale Kiev. “La gente ha bisogno di capire quanto questo potrebbe costare in termini di vite umane”, ha detto Johnson.
Gli fa sponda dall’altra parte dell’Atlantico l’amministrazione Usa: “Vediamo ulteriori prove della disinformazione russa utilizzata per creare pretesti a un possibile attacco all’Ucraina”, le cosiddette “false flag” scrive su Twitter il portavoce del Dipartimento di Stato USA Ned Price, arrivando poi a negare quello che i corrispondenti sul posto stanno documentando da giorni: “Oggi, la gente del posto a Donetsk ha testimoniato una situazione di calma, contraddicendo le notizie russe di un’autobomba”, ha scritto Price smentito però dai servizi che arrivano dal Donbass.
Il presidente degli Stati Uniti Joe Biden ha deciso di convocare il Consiglio di Sicurezza Nazionale per discutere la situazione in Ucraina. Gli aggiornamenti provenienti dai funzionari Usa presenti sul territorio del confine orientale dell’Ucraina, e in particolare l’aumento delle violazioni del cessate il fuoco, hanno confermato che “la Russia potrebbe attaccare l’Ucraina in qualunque momento”, ha detto Psaki.
A smentire il Dipartimento di Stato Usa, nelle prime ore del mattino l’ufficio di rappresentanza di Donetsk presso il Centro di controllo e coordinamento congiunto per il cessate il fuoco (la missione Osce) ha riferito di un bombardamento in uno stabilimento a Donetsk.
Inoltre sono proseguiti per gran parte della nottata gli scontri nel Donbass fra le forze armate ucraine e le milizie popolari di Donetsk e Lugansk. Secondo gli osservatori internazionali, il numero di violazioni del cessate il fuoco sta aumentando in modo massiccio. Nella regione di Lugansk, sono state registrate 975 violazioni, tra cui 860 esplosioni, secondo un comunicato dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OSCE) di domenica sera. Per la regione di Donetsk, sono state segnalate 591 violazioni, tra cui 535 esplosioni.
Due civili risultano essere stati uccisi nella repubblica popolare di Lugansk a seguito di un attacco delle forze di sicurezza ucraine vicino al villaggio di Pionerskoye. A riferirlo è la milizia popolare della repubblica indipendentista, secondo cui questa mattina alcune formazioni armate ucraine, supportate dal fuoco di artiglieria, avrebbero attraversato il fiume Seversky Donets e tentato di attaccare le posizioni della milizia popolare nell’area di Pionerskoye. “Purtroppo, a seguito dell’aggressione dei militanti di Kiev, due civili sono stati uccisi e cinque edifici residenziali sono stati distrutti”, si legge nel rapporto.
Nel frattempo sono già circa 40mila i profughi fuggiti dal Donbass e giunti nella regione russa di Rostov. Lo riferisce l’agenzia Interfax che cita Alexander Chupriyan, ministro ad interim per le situazioni di emergenza. “Più di 40mila persone, che hanno dovuto lasciare le regioni limitrofe, sono arrivate in Russia. A questo punto sono ospitate principalmente in 92 centri di accoglienza temporanea”.
Il presidente francese Emmanuel Macron ha inrattenuto un colloquio telefonico con il suo omologo russo, Vladimir Putin, nella tarda mattinata di oggi. L’incontro sembra uno sforzo diplomatico di emergenza per cercare di evitare la precipitazione delle tensioni in vertiginoso aumento sul fronte orientale.
Infine, a quadrare il cerchio, è stato il presidente ucraino Zelenski secondo il quale le sanzioni contro la Russia andrebbero adottate subito, anche senza la millantata invasione. Rispondendo alle domande della CNN Zelensky, anche lui alla Conferenza di Monaco sulla Sicurezza, ha detto che “non abbiamo bisogno delle vostre sanzioni dopo che ci sarà stato il bombardamento o che il nostro Paese non avrà più confini. L’elenco delle sanzioni serve a loro e a noi per sapere che cosa succede se iniziano la guerra”. Sanzioni a prescindere dai fatti dunque.
La “guerra comunque” deve quindi produrre i suoi effetti: le sanzioni anche senza la guerra o senza infrazioni accertate, in pratica la realizzazione degli obiettivi Usa nei confronti di Europa e Russia.
Fonte
“La Russia sta preparando la più grande guerra europea dal 1945″: ad affermarlo con toni apocalittici è il primo ministro britannico Boris Johnson in un’intervista alla BBC. “Tutto prova che il piano è già in qualche modo iniziato”. Secondo quanto sostiene l'intelligence britannica, l’intenzione della Russia, è di invadere l'Ucraina per circondare la capitale Kiev. “La gente ha bisogno di capire quanto questo potrebbe costare in termini di vite umane”, ha detto Johnson.
Gli fa sponda dall’altra parte dell’Atlantico l’amministrazione Usa: “Vediamo ulteriori prove della disinformazione russa utilizzata per creare pretesti a un possibile attacco all’Ucraina”, le cosiddette “false flag” scrive su Twitter il portavoce del Dipartimento di Stato USA Ned Price, arrivando poi a negare quello che i corrispondenti sul posto stanno documentando da giorni: “Oggi, la gente del posto a Donetsk ha testimoniato una situazione di calma, contraddicendo le notizie russe di un’autobomba”, ha scritto Price smentito però dai servizi che arrivano dal Donbass.
Il presidente degli Stati Uniti Joe Biden ha deciso di convocare il Consiglio di Sicurezza Nazionale per discutere la situazione in Ucraina. Gli aggiornamenti provenienti dai funzionari Usa presenti sul territorio del confine orientale dell’Ucraina, e in particolare l’aumento delle violazioni del cessate il fuoco, hanno confermato che “la Russia potrebbe attaccare l’Ucraina in qualunque momento”, ha detto Psaki.
A smentire il Dipartimento di Stato Usa, nelle prime ore del mattino l’ufficio di rappresentanza di Donetsk presso il Centro di controllo e coordinamento congiunto per il cessate il fuoco (la missione Osce) ha riferito di un bombardamento in uno stabilimento a Donetsk.
Inoltre sono proseguiti per gran parte della nottata gli scontri nel Donbass fra le forze armate ucraine e le milizie popolari di Donetsk e Lugansk. Secondo gli osservatori internazionali, il numero di violazioni del cessate il fuoco sta aumentando in modo massiccio. Nella regione di Lugansk, sono state registrate 975 violazioni, tra cui 860 esplosioni, secondo un comunicato dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OSCE) di domenica sera. Per la regione di Donetsk, sono state segnalate 591 violazioni, tra cui 535 esplosioni.
Due civili risultano essere stati uccisi nella repubblica popolare di Lugansk a seguito di un attacco delle forze di sicurezza ucraine vicino al villaggio di Pionerskoye. A riferirlo è la milizia popolare della repubblica indipendentista, secondo cui questa mattina alcune formazioni armate ucraine, supportate dal fuoco di artiglieria, avrebbero attraversato il fiume Seversky Donets e tentato di attaccare le posizioni della milizia popolare nell’area di Pionerskoye. “Purtroppo, a seguito dell’aggressione dei militanti di Kiev, due civili sono stati uccisi e cinque edifici residenziali sono stati distrutti”, si legge nel rapporto.
Nel frattempo sono già circa 40mila i profughi fuggiti dal Donbass e giunti nella regione russa di Rostov. Lo riferisce l’agenzia Interfax che cita Alexander Chupriyan, ministro ad interim per le situazioni di emergenza. “Più di 40mila persone, che hanno dovuto lasciare le regioni limitrofe, sono arrivate in Russia. A questo punto sono ospitate principalmente in 92 centri di accoglienza temporanea”.
Il presidente francese Emmanuel Macron ha inrattenuto un colloquio telefonico con il suo omologo russo, Vladimir Putin, nella tarda mattinata di oggi. L’incontro sembra uno sforzo diplomatico di emergenza per cercare di evitare la precipitazione delle tensioni in vertiginoso aumento sul fronte orientale.
Infine, a quadrare il cerchio, è stato il presidente ucraino Zelenski secondo il quale le sanzioni contro la Russia andrebbero adottate subito, anche senza la millantata invasione. Rispondendo alle domande della CNN Zelensky, anche lui alla Conferenza di Monaco sulla Sicurezza, ha detto che “non abbiamo bisogno delle vostre sanzioni dopo che ci sarà stato il bombardamento o che il nostro Paese non avrà più confini. L’elenco delle sanzioni serve a loro e a noi per sapere che cosa succede se iniziano la guerra”. Sanzioni a prescindere dai fatti dunque.
La “guerra comunque” deve quindi produrre i suoi effetti: le sanzioni anche senza la guerra o senza infrazioni accertate, in pratica la realizzazione degli obiettivi Usa nei confronti di Europa e Russia.
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Donbass - Da che parte arrivano gli attacchi armati?
Dopo il puntuale e articolato editoriale di Sergio Cararo, del 18 febbraio, crediamo non ci sia bisogno di stare a inseguire questo o quell’altro servizio (al servizio di chi?) dei giornalacci nostrani, che fanno a gara a chi balza più in fretta giù dalla branda, al primo urlo del sergente di giornata Joe. Marmittoni sono e come tali si comportano.
Ora, il sergente ha annunciato i turni: chi di gamella, chi di guardia a poppa, chi di diana. E loro son lì che si preparano, perché, ha detto il graduato del Potomac, «abbiamo ragione di ritenere che le forze russe pianifichino di attaccare l’Ucraina nella settimana entrante. Riteniamo che pianifichino di attaccare la capitale Kiev, in cui vivono 2,8 milioni di persone innocenti».
Allora, ecco che va bene anche la parola dell’intelligence estone, notoriamente filo-russa (?!): l’attacco verrà portato dalla Bielorussia; così che ci si precipita in loco. A distanza di sicurezza, però; di qua dal confine della «innocente» Ucraina e che diamine!
Uno schifo, insomma.
Non sia mai, per carità, che si faccia cenno all’intelligence delle milizie della Repubblica popolare di Donetsk (là non ci vivono mica «persone innocenti»!) che pubblicano il piano d’attacco ucraino contro il Donbass, per «ripulire» in cinque giorni il territorio dalla popolazione russa e russofona.
Il piano prevederebbe tre direttrici d’attacco: colpo principale su Kramatork-Debal’tsevo, con obiettivo Alčevsk-Enakievo e, quindi, il confine russo. Altri obiettivi: Širokino-Starognatovka, Komsomol’skoe, in direzione Ilovajsk-Ul’janovskoe. Il battaglione “Ajdar” ha il compito di eliminare i disertori: tanta è la voglia di combattere dei comuni soldati ucraini...
Obiettivo principale delle operazioni è l’accerchiamento dei centri più grossi: Donetsk, Lugansk, Gorlovka, Alčevsk. I nazisti di “Pravyj sektor” si occuperanno di coprire le azioni diversive dei reparti “dormienti” dei sabotatori ucraini già presenti e nascosti in Donbass.
In questa situazione, e continuando i bombardamenti e gli atti diversivi ucraini su pressoché tutti i centri più grossi, o strategicamente significativi, del Donbass (ma non solo: ieri un colpo di artiglieria è caduto anche in territorio russo, nelle immediate vicinanze del confine con l’Ucraina) i leader di DNR e LNR, Denis Pušilin e Leonid Pasečnik hanno firmato i decreti di mobilitazione generale, dopo che venerdì scorso era stato avviato lo sfollamento di bambini, donne e anziani verso la vicina regione russa di Rostov sul Don.
Secondo la Tass, alle prime ore di sabato, circa 25.000 abitanti della LNR avevano già lasciato la Repubblica in maniera autonoma, mentre altri diecimila verranno evacuate con gli autobus organizzati dall’amministrazione repubblicana. Per i media di scolta nostrani, si tratta a priori di «una fuga» dal Donbass.
Nel frattempo, continuano le esplosioni nei centri delle Repubbliche popolari. La notte tra venerdì e sabato, Lugansk è rimasta senza elettricità, per un atto diversivo ai danni della centrale del gas; il giorno precedente, la vettura del capo delle milizie della DNR era saltata in aria (senza provocare vittime) a Donetsk.
Ovviamente, Vladimir Zelenskij giura (!) dalla tribuna di Monaco, che Kiev non ha proprio nulla a che fare, né con il proiettile finito in territorio russo, né con le esplosioni in Donbass: ancora una volta, sono i russi e le milizie che sparano contro se stessi.
Dunque: niente colloqui diretti con le Repubbliche popolari (uno dei punti chiave previsti dagli accordi di Minsk del 2015), dichiara Zelenskij: «non ci andremo. Non ha senso. Semplicemente, essi non decidono nulla. A che scopo perderci tempo?», ha dichiarato il marò che impartisce ordini ai tenenti di vascello di Washington e Bruxelles!
Intanto, venerdì scorso Der Spiegel ha “rivelato” che, in effetti, le famose “assicurazioni” date nel 1991 a Gorbačëv, secondo cui, in cambio del disco verde sovietico all’annessione della DDR da parte della RFT, la NATO non si sarebbe allargata “di un pollice verso est”, erano state davvero date, nonostante ci sia ancora chi ne nega l’esistenza.
Le avrebbe scoperte un politologo americano, rovistando negli archivi britannici e il documento riguarderebbe un incontro tra rappresentanti dei Ministeri degli esteri di USA, Gran Bretagna, Francia e Germania, svoltosi a Bonn il 6 marzo 1991. Il rappresentante tedesco avrebbe dichiarato che ai negoziati nel formato “quattro più due” (RFT, Francia, Gran Bretagna, USA, più DDR e URSS) «facemmo allora capire che non avremmo allargato la NATO oltre l’Elba. Così che, non possiamo proporre alla Polonia e ad altri l’adesione alla NATO».
Ecco così sbugiardato, anche da fonte occidentale, il novello banchiere Jens Stoltenberg, il quale giura che tali “assicurazioni” non siano mai state date: quando si dice, la buona fede!
Il fatto è che le nuove rivelazioni non fanno che confermare quanto saputo già da diversi anni. Nessuno dubitava che la “promessa” di non allargare di un pollice la NATO verso est, all’epoca fosse stata davvero fatta a Gorbačëv. Così come nessuno dubitava che l’attuale segretario della NATO, Stoltenberg, negando l’autenticità di tale “promessa”, dicesse consapevolmente il falso, contraddicendo quanto all’epoca spiattellato dal suo stesso predecessore Manfred Wörner.
La questione, semmai, pare un’altra: forse Vladimir Putin avrebbe potuto scegliere espressioni più confacenti, che non il «ci hanno fregato», in riferimento a quella “promessa”.
Vero è che il “fregato”, formalmente, è da trent’anni in pensione. Ma affermare che la leadership “sovietica” della perestrojka sarebbe stata “fregata”, perché credeva davvero alle “assicurazioni” dei vari Baker, Genscher, McNamara & Co, significa dire che alla testa dell’URSS, in quegli anni, e poi anche nel primo dopo-URSS, ci fossero dei perfetti idioti, che credevano davvero alle parole dell’imperialismo yankee e si fidavano dei “partner” dell’Europa occidentale.
Ci sembra lecito supporre che il «ci hanno fregato» di Vladimir Vladimirovič sia inteso come affermazione di continuità tra la Russia eltsiniano-putiniana e l’ultima epoca sovietica. Prima degli anni ’80, pur con tutte le critiche legittime al brežnevismo, difficilmente si sarebbero «fatti fregare».
E, comunque, ormai coi capelli (quei pochissimi rimasti) bianchi, siamo abituati a escludere, a prescindere, ogni forma di idiozia nelle leadership politiche a certi livelli e malignamente tendiamo invece a supporre, nel caso specifico, una ben concordata regia di tutta l’operazione, risoltasi in definitiva con la svendita a tavolino dell’Unione Sovietica.
Con tutto quello che hanno sofferto (e continuano a soffrire) i popoli dell’ex Unione Sovietica; con quello che da otto anni si trova ad affrontare il popolo del Donbass (il cui genocidio da parte nei nazi-golpisti di Kiev è negato, a Berlino come a Washington) e che anche in occidente, in termini sociali, ci ritroviamo ad affrontare.
Fonte
Ora, il sergente ha annunciato i turni: chi di gamella, chi di guardia a poppa, chi di diana. E loro son lì che si preparano, perché, ha detto il graduato del Potomac, «abbiamo ragione di ritenere che le forze russe pianifichino di attaccare l’Ucraina nella settimana entrante. Riteniamo che pianifichino di attaccare la capitale Kiev, in cui vivono 2,8 milioni di persone innocenti».
Allora, ecco che va bene anche la parola dell’intelligence estone, notoriamente filo-russa (?!): l’attacco verrà portato dalla Bielorussia; così che ci si precipita in loco. A distanza di sicurezza, però; di qua dal confine della «innocente» Ucraina e che diamine!
Uno schifo, insomma.
Non sia mai, per carità, che si faccia cenno all’intelligence delle milizie della Repubblica popolare di Donetsk (là non ci vivono mica «persone innocenti»!) che pubblicano il piano d’attacco ucraino contro il Donbass, per «ripulire» in cinque giorni il territorio dalla popolazione russa e russofona.
Il piano prevederebbe tre direttrici d’attacco: colpo principale su Kramatork-Debal’tsevo, con obiettivo Alčevsk-Enakievo e, quindi, il confine russo. Altri obiettivi: Širokino-Starognatovka, Komsomol’skoe, in direzione Ilovajsk-Ul’janovskoe. Il battaglione “Ajdar” ha il compito di eliminare i disertori: tanta è la voglia di combattere dei comuni soldati ucraini...
Obiettivo principale delle operazioni è l’accerchiamento dei centri più grossi: Donetsk, Lugansk, Gorlovka, Alčevsk. I nazisti di “Pravyj sektor” si occuperanno di coprire le azioni diversive dei reparti “dormienti” dei sabotatori ucraini già presenti e nascosti in Donbass.
In questa situazione, e continuando i bombardamenti e gli atti diversivi ucraini su pressoché tutti i centri più grossi, o strategicamente significativi, del Donbass (ma non solo: ieri un colpo di artiglieria è caduto anche in territorio russo, nelle immediate vicinanze del confine con l’Ucraina) i leader di DNR e LNR, Denis Pušilin e Leonid Pasečnik hanno firmato i decreti di mobilitazione generale, dopo che venerdì scorso era stato avviato lo sfollamento di bambini, donne e anziani verso la vicina regione russa di Rostov sul Don.
Secondo la Tass, alle prime ore di sabato, circa 25.000 abitanti della LNR avevano già lasciato la Repubblica in maniera autonoma, mentre altri diecimila verranno evacuate con gli autobus organizzati dall’amministrazione repubblicana. Per i media di scolta nostrani, si tratta a priori di «una fuga» dal Donbass.
Nel frattempo, continuano le esplosioni nei centri delle Repubbliche popolari. La notte tra venerdì e sabato, Lugansk è rimasta senza elettricità, per un atto diversivo ai danni della centrale del gas; il giorno precedente, la vettura del capo delle milizie della DNR era saltata in aria (senza provocare vittime) a Donetsk.
Ovviamente, Vladimir Zelenskij giura (!) dalla tribuna di Monaco, che Kiev non ha proprio nulla a che fare, né con il proiettile finito in territorio russo, né con le esplosioni in Donbass: ancora una volta, sono i russi e le milizie che sparano contro se stessi.
Dunque: niente colloqui diretti con le Repubbliche popolari (uno dei punti chiave previsti dagli accordi di Minsk del 2015), dichiara Zelenskij: «non ci andremo. Non ha senso. Semplicemente, essi non decidono nulla. A che scopo perderci tempo?», ha dichiarato il marò che impartisce ordini ai tenenti di vascello di Washington e Bruxelles!
Intanto, venerdì scorso Der Spiegel ha “rivelato” che, in effetti, le famose “assicurazioni” date nel 1991 a Gorbačëv, secondo cui, in cambio del disco verde sovietico all’annessione della DDR da parte della RFT, la NATO non si sarebbe allargata “di un pollice verso est”, erano state davvero date, nonostante ci sia ancora chi ne nega l’esistenza.
Le avrebbe scoperte un politologo americano, rovistando negli archivi britannici e il documento riguarderebbe un incontro tra rappresentanti dei Ministeri degli esteri di USA, Gran Bretagna, Francia e Germania, svoltosi a Bonn il 6 marzo 1991. Il rappresentante tedesco avrebbe dichiarato che ai negoziati nel formato “quattro più due” (RFT, Francia, Gran Bretagna, USA, più DDR e URSS) «facemmo allora capire che non avremmo allargato la NATO oltre l’Elba. Così che, non possiamo proporre alla Polonia e ad altri l’adesione alla NATO».
Ecco così sbugiardato, anche da fonte occidentale, il novello banchiere Jens Stoltenberg, il quale giura che tali “assicurazioni” non siano mai state date: quando si dice, la buona fede!
Il fatto è che le nuove rivelazioni non fanno che confermare quanto saputo già da diversi anni. Nessuno dubitava che la “promessa” di non allargare di un pollice la NATO verso est, all’epoca fosse stata davvero fatta a Gorbačëv. Così come nessuno dubitava che l’attuale segretario della NATO, Stoltenberg, negando l’autenticità di tale “promessa”, dicesse consapevolmente il falso, contraddicendo quanto all’epoca spiattellato dal suo stesso predecessore Manfred Wörner.
La questione, semmai, pare un’altra: forse Vladimir Putin avrebbe potuto scegliere espressioni più confacenti, che non il «ci hanno fregato», in riferimento a quella “promessa”.
Vero è che il “fregato”, formalmente, è da trent’anni in pensione. Ma affermare che la leadership “sovietica” della perestrojka sarebbe stata “fregata”, perché credeva davvero alle “assicurazioni” dei vari Baker, Genscher, McNamara & Co, significa dire che alla testa dell’URSS, in quegli anni, e poi anche nel primo dopo-URSS, ci fossero dei perfetti idioti, che credevano davvero alle parole dell’imperialismo yankee e si fidavano dei “partner” dell’Europa occidentale.
Ci sembra lecito supporre che il «ci hanno fregato» di Vladimir Vladimirovič sia inteso come affermazione di continuità tra la Russia eltsiniano-putiniana e l’ultima epoca sovietica. Prima degli anni ’80, pur con tutte le critiche legittime al brežnevismo, difficilmente si sarebbero «fatti fregare».
E, comunque, ormai coi capelli (quei pochissimi rimasti) bianchi, siamo abituati a escludere, a prescindere, ogni forma di idiozia nelle leadership politiche a certi livelli e malignamente tendiamo invece a supporre, nel caso specifico, una ben concordata regia di tutta l’operazione, risoltasi in definitiva con la svendita a tavolino dell’Unione Sovietica.
Con tutto quello che hanno sofferto (e continuano a soffrire) i popoli dell’ex Unione Sovietica; con quello che da otto anni si trova ad affrontare il popolo del Donbass (il cui genocidio da parte nei nazi-golpisti di Kiev è negato, a Berlino come a Washington) e che anche in occidente, in termini sociali, ci ritroviamo ad affrontare.
Fonte
19/02/2022
Donbass - Inizia l’evacuazione dei civili verso la Russia
Le autorità dell’autoproclamata Repubblica Popolare di Donetsk (DPR) hanno dato il via ad una massiccia evacuazione della popolazione verso la Russia. Lo ha annunciato il leader della Repubblica Denis Pushilin tramite Telegram.
Secondo le informazioni fornite da Pushilin, prima di tutto, saranno evacuate donne, bambini e anziani. Il capo della DPR ha parlato anche dell’accordo con la dirigenza russa, secondo il quale i cittadini evacuati saranno collocati nella regione di Rostov.
Pushilin ha chiesto ai residenti della DPR di mantenere la moderazione e la calma. “Insieme resisteremo e vinceremo”, ha affermato.
Nello stesso discorso, il capo della repubblica ha affermato che il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ordinerà a breve ai militari di Kiev di lanciare un’offensiva nel Donbass. Secondo lui, il leader ucraino sta attuando un piano per invadere il territorio della DPR e dell’autoproclamata Repubblica popolare di Lugansk.
“Siamo pronti a difendere le nostre famiglie, le nostre case, la nostra terra. Ho già dato tutti gli ordini necessari alla milizia popolare”, ha aggiunto il leader separatista. “Al fine di prevenire vittime tra la popolazione civile, invito i residenti che non hanno ordini di mobilitazione, così come coloro che non sono coinvolti nel supporto vitale delle infrastrutture sociali e civili, a partire per il territorio della Federazione Russa il prima possibile”, ha detto Pasechnik. “Tutti gli uomini che sono in grado di tenere le armi nelle loro mani, difendano la loro terra”.
L’allarme infatti arriva anche dall’altra Repubblica, quella di Lugansk dove il leader Leonid Pasechnik ha affermato che: “Contrariamente al buon senso e agli accordi internazionali, l’avversario continua a concentrare personale e mezzi pesanti lungo l’intera linea di contatto. A questo punto, l’avversario ha formato un’impressionante forza d’attacco. Secondo i dati dell’intelligence, l’aggressore ucraino prevede di effettuare non solo provocazioni sulla linea di contatto, ma una svolta in profondità nel territorio della nostra repubblica“, ha detto Pasechnik.
La situazione in Donbass è notevolmente peggiorata da giovedì 17 febbraio. Kiev e le repubbliche indipendenti si accusano a vicenda di ripetute violazioni della tregua e bombardamenti sugli insediamenti civili.
L’agenzia di stampa Interfax riferisce che il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha dichiarato oggi di non avere informazioni sulla situazione nella regione ucraina orientale del Donbass dopo che i leader separatisti hanno annunciato l’evacuazione dei residenti.
Fonte
Secondo le informazioni fornite da Pushilin, prima di tutto, saranno evacuate donne, bambini e anziani. Il capo della DPR ha parlato anche dell’accordo con la dirigenza russa, secondo il quale i cittadini evacuati saranno collocati nella regione di Rostov.
Pushilin ha chiesto ai residenti della DPR di mantenere la moderazione e la calma. “Insieme resisteremo e vinceremo”, ha affermato.
Nello stesso discorso, il capo della repubblica ha affermato che il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ordinerà a breve ai militari di Kiev di lanciare un’offensiva nel Donbass. Secondo lui, il leader ucraino sta attuando un piano per invadere il territorio della DPR e dell’autoproclamata Repubblica popolare di Lugansk.
“Siamo pronti a difendere le nostre famiglie, le nostre case, la nostra terra. Ho già dato tutti gli ordini necessari alla milizia popolare”, ha aggiunto il leader separatista. “Al fine di prevenire vittime tra la popolazione civile, invito i residenti che non hanno ordini di mobilitazione, così come coloro che non sono coinvolti nel supporto vitale delle infrastrutture sociali e civili, a partire per il territorio della Federazione Russa il prima possibile”, ha detto Pasechnik. “Tutti gli uomini che sono in grado di tenere le armi nelle loro mani, difendano la loro terra”.
L’allarme infatti arriva anche dall’altra Repubblica, quella di Lugansk dove il leader Leonid Pasechnik ha affermato che: “Contrariamente al buon senso e agli accordi internazionali, l’avversario continua a concentrare personale e mezzi pesanti lungo l’intera linea di contatto. A questo punto, l’avversario ha formato un’impressionante forza d’attacco. Secondo i dati dell’intelligence, l’aggressore ucraino prevede di effettuare non solo provocazioni sulla linea di contatto, ma una svolta in profondità nel territorio della nostra repubblica“, ha detto Pasechnik.
La situazione in Donbass è notevolmente peggiorata da giovedì 17 febbraio. Kiev e le repubbliche indipendenti si accusano a vicenda di ripetute violazioni della tregua e bombardamenti sugli insediamenti civili.
L’agenzia di stampa Interfax riferisce che il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha dichiarato oggi di non avere informazioni sulla situazione nella regione ucraina orientale del Donbass dopo che i leader separatisti hanno annunciato l’evacuazione dei residenti.
Fonte
28/01/2022
Russia - I comunisti spingono per il riconoscimento delle repubbliche del Donbass
La componente comunista alla Duma e il segretario del Partito Comunista della Federazione Russa, Gennady Zyuganov, dalla scorsa settimana hanno presentato alla Duma una bozza di risoluzione da inviare al presidente Vladimir Putin per il riconoscimento delle repubbliche di Donetsk e Lugansk, separatesi dall’Ucraina a seguito del colpo di stato del 2014.
Come risulta dalla bozza, i comunisti vogliono che la Duma di Stato si rivolga al capo dello Stato “con la richiesta di considerare il riconoscimento della Repubblica popolare di Donetsk e della Repubblica popolare di Lugansk come Stati indipendenti e sovrani“.
Inoltre, il Partito Comunista ritiene necessario chiedere al presidente di considerare la questione di condurre colloqui preliminari con i leader delle due repubbliche “per creare una base giuridica di relazioni interstatali che regolino tutti gli aspetti della cooperazione e dell’assistenza reciproca, compresa la sicurezza.”
Il Cremlino per ora non si è espresso ufficialmente sulla proposta del Partito Comunista di riconoscere la Repubblica popolare di Donetsk e la Repubblica popolare di Lugansk. Formalmente attende che la bozza di proposta sia stata ufficialmente presa in considerazione dalla Duma di Stato, ha comunicato ai media il portavoce presidenziale Dmitry Peskov.
“Per quanto ho capito, la Duma di Stato deve votare prima la proposta. Questo appello deve essere accettato o respinto. Questa è un’iniziativa del legislatore e c’è una certa procedura da seguire. Trovo impossibile dire qualcosa prima che sia stato completato“, ha detto Peskov.
La bozza afferma che negli ultimi otto anni il popolo delle autoproclamate repubbliche ha vissuto sotto il fuoco di sbarramento di armi di piccolo e grosso calibro. Secondo le fonti delle Nazioni Unite più di 10.000 persone sono state uccise e più di 50.000 ferite, mentre le autorità ucraine hanno imposto un blocco economico totale alle due repubbliche.
La direzione legale della Duma ha affermato nelle sue conclusioni che, secondo il regolamento interno della camera bassa, tutte le bozze di risoluzione riguardanti questioni di politica estera devono essere prese in considerazione prima dalla commissione per gli affari internazionali della Duma di Stato e dalla commissione per gli affari internazionali della CSI.
Fonte
Come risulta dalla bozza, i comunisti vogliono che la Duma di Stato si rivolga al capo dello Stato “con la richiesta di considerare il riconoscimento della Repubblica popolare di Donetsk e della Repubblica popolare di Lugansk come Stati indipendenti e sovrani“.
Inoltre, il Partito Comunista ritiene necessario chiedere al presidente di considerare la questione di condurre colloqui preliminari con i leader delle due repubbliche “per creare una base giuridica di relazioni interstatali che regolino tutti gli aspetti della cooperazione e dell’assistenza reciproca, compresa la sicurezza.”
Il Cremlino per ora non si è espresso ufficialmente sulla proposta del Partito Comunista di riconoscere la Repubblica popolare di Donetsk e la Repubblica popolare di Lugansk. Formalmente attende che la bozza di proposta sia stata ufficialmente presa in considerazione dalla Duma di Stato, ha comunicato ai media il portavoce presidenziale Dmitry Peskov.
“Per quanto ho capito, la Duma di Stato deve votare prima la proposta. Questo appello deve essere accettato o respinto. Questa è un’iniziativa del legislatore e c’è una certa procedura da seguire. Trovo impossibile dire qualcosa prima che sia stato completato“, ha detto Peskov.
La bozza afferma che negli ultimi otto anni il popolo delle autoproclamate repubbliche ha vissuto sotto il fuoco di sbarramento di armi di piccolo e grosso calibro. Secondo le fonti delle Nazioni Unite più di 10.000 persone sono state uccise e più di 50.000 ferite, mentre le autorità ucraine hanno imposto un blocco economico totale alle due repubbliche.
La direzione legale della Duma ha affermato nelle sue conclusioni che, secondo il regolamento interno della camera bassa, tutte le bozze di risoluzione riguardanti questioni di politica estera devono essere prese in considerazione prima dalla commissione per gli affari internazionali della Duma di Stato e dalla commissione per gli affari internazionali della CSI.
Fonte
21/10/2021
Donbass - Kiev vuole la guerra: sequestrato un rappresentante della LNR
La mattina del 13 ottobre scorso, nell’area di Zolotoe, un’ottantina di km a nordovest di Lugansk, il rappresentante della LNR al Centro congiunto per il controllo e il coordinamento del cessate il fuoco, Andrej Kosjak, disarmato, è stato sequestrato da sabotatori ucraini.
L’episodio avviene mentre continuano i bombardamenti su alcune aree della DNR, anche alla periferia della capitale Donetsk, con artiglierie da 152 mm e mortai da 120 mm, proibite dagli accordi di Minsk: danneggiate abitazioni, per fortuna nessuna vittima.
Proprio a Donetsk, continuano le manifestazioni di fronte all’hotel in cui sono alloggiati i cosiddetti “osservatori” del OSCE, perché intervengano per la liberazione di Kosjak e, soprattutto, perché svolgano davvero, e non a parole, l’attività di osservatori.
Il leader della LNR, Leonid Pasečnik, ha definito “inspiegabile” il fatto che gli osservatori OSCE, che si trovavano a pochi chilometri dal luogo del sequestro, siano giunti sul posto solo dopo un’ora e mezza, non abbiano ancora installato nell’area una telecamera (come si fa sistematicamente in altre aree) per fissare l’effettivo arretramento delle truppe e che, dunque, sia difficile definire “imparziale” la loro attività.
Anche il leader della DNR, Denis Pušilin, ha definito “inaccettabile” l’atteggiamento della missione OSCE e la sua passività.
L’organizzazione SaveDonbassPeople scrive che il regime di Kiev sabota scientemente il processo di pace e gli accordi di Minsk, sequestrando sfacciatamente, nella “zona neutrale”, un negoziatore ufficiale del Gruppo di controllo della LNR, appena prima della riunione locale del Gruppo di contatto, «rapito, ben sapendo che le Repubbliche popolari del Donbass di Donetsk e Lugansk sarebbero state costrette a reagire, interrompendo immediatamente tutte le trattative e le riunioni del Gruppo».
Anche in rete sono state numerose le reazioni. In molti, sottolineano che «si avvicina la battaglia decisiva»; il rappresentante ufficiale delle milizie della LNR ha dichiarato che Lugansk ha completamente interrotto l’interazione con Kiev al Centro congiunto per il controllo e il coordinamento del cessate il fuoco.
Molti navigatori indicano che questa non è la prima persona del Donbass rapita da Kiev, ma, questa volta «le forze ucraine hanno attraversato il confine». Altri scrivono: «Molti dei rapiti non diranno più nulla: sono semplicemente scomparsi». Oppure: «Kiev si sta chiaramente preparando a un seria escalation, dato che si è decisa a tali crimini. Non ha bisogno del dialogo con Donetsk e Lugansk».
Alcuni sono convinti che l’Ucraina si stia preparando a gettarsi sul Donbass, perché sente imminente la propria fine: «La battaglia decisiva si avvicina. Ne parlano questi rapimenti, che mettono fine al processo negoziale sul Donbass. Se l’Ucraina volesse la pace, non farebbe di queste cose; ma vediamo che il Cremlino usa un altro atteggiamento verso Kiev, USA e Europa stanno rinnegando Zelenskij, e anche i baltici più vicini a Kiev stanno solo aspettando il momento per ritagliarsi la parte occidentale dell’Ucraina. Il gas in Ucraina si sta rapidamente esaurendo e una catastrofe economica si profila all’orizzonte. Pertanto, è arrivata l’ultima possibilità per la corsa di Kiev verso est. Non si arrenderà».
Affermazioni di internauti, ma non prive di basi. Proprio in questi giorni, Arsen Avakov, ex Ministro degli interni del regime nazigolpista, è tornato a sollecitare l’elaborazione di scenari di forza per riportare il Donbass sotto il controllo di Kiev: l‘esercito deve fare il proprio lavoro, ha detto Avakov; deve mettere a punto uno scenario ben articolato per la liberazione non solo della Crimea, ma anche dei «territori sequestrati dall’aggressore utilizzando tutte le moderne forme di armi e strategie». I generali ucraini, ha affermato Avakov, dovrebbero lasciare ai diplomatici la tesi sul ritorno del Donbass “esclusivamente per via diplomatica“.
È dunque in questo clima che si è consumata l’operazione di rapimento da parte ucraina.
Sul banditesco sequestro di Andrej Kosjak, riportiamo per intero la dichiarazione rilasciata il 20 ottobre da Oleg Akimov, Presidente dell’Unione delle comunità della regione di Lugansk.
L’episodio avviene mentre continuano i bombardamenti su alcune aree della DNR, anche alla periferia della capitale Donetsk, con artiglierie da 152 mm e mortai da 120 mm, proibite dagli accordi di Minsk: danneggiate abitazioni, per fortuna nessuna vittima.
Proprio a Donetsk, continuano le manifestazioni di fronte all’hotel in cui sono alloggiati i cosiddetti “osservatori” del OSCE, perché intervengano per la liberazione di Kosjak e, soprattutto, perché svolgano davvero, e non a parole, l’attività di osservatori.
Il leader della LNR, Leonid Pasečnik, ha definito “inspiegabile” il fatto che gli osservatori OSCE, che si trovavano a pochi chilometri dal luogo del sequestro, siano giunti sul posto solo dopo un’ora e mezza, non abbiano ancora installato nell’area una telecamera (come si fa sistematicamente in altre aree) per fissare l’effettivo arretramento delle truppe e che, dunque, sia difficile definire “imparziale” la loro attività.
Anche il leader della DNR, Denis Pušilin, ha definito “inaccettabile” l’atteggiamento della missione OSCE e la sua passività.
L’organizzazione SaveDonbassPeople scrive che il regime di Kiev sabota scientemente il processo di pace e gli accordi di Minsk, sequestrando sfacciatamente, nella “zona neutrale”, un negoziatore ufficiale del Gruppo di controllo della LNR, appena prima della riunione locale del Gruppo di contatto, «rapito, ben sapendo che le Repubbliche popolari del Donbass di Donetsk e Lugansk sarebbero state costrette a reagire, interrompendo immediatamente tutte le trattative e le riunioni del Gruppo».
Anche in rete sono state numerose le reazioni. In molti, sottolineano che «si avvicina la battaglia decisiva»; il rappresentante ufficiale delle milizie della LNR ha dichiarato che Lugansk ha completamente interrotto l’interazione con Kiev al Centro congiunto per il controllo e il coordinamento del cessate il fuoco.
Molti navigatori indicano che questa non è la prima persona del Donbass rapita da Kiev, ma, questa volta «le forze ucraine hanno attraversato il confine». Altri scrivono: «Molti dei rapiti non diranno più nulla: sono semplicemente scomparsi». Oppure: «Kiev si sta chiaramente preparando a un seria escalation, dato che si è decisa a tali crimini. Non ha bisogno del dialogo con Donetsk e Lugansk».
Alcuni sono convinti che l’Ucraina si stia preparando a gettarsi sul Donbass, perché sente imminente la propria fine: «La battaglia decisiva si avvicina. Ne parlano questi rapimenti, che mettono fine al processo negoziale sul Donbass. Se l’Ucraina volesse la pace, non farebbe di queste cose; ma vediamo che il Cremlino usa un altro atteggiamento verso Kiev, USA e Europa stanno rinnegando Zelenskij, e anche i baltici più vicini a Kiev stanno solo aspettando il momento per ritagliarsi la parte occidentale dell’Ucraina. Il gas in Ucraina si sta rapidamente esaurendo e una catastrofe economica si profila all’orizzonte. Pertanto, è arrivata l’ultima possibilità per la corsa di Kiev verso est. Non si arrenderà».
Affermazioni di internauti, ma non prive di basi. Proprio in questi giorni, Arsen Avakov, ex Ministro degli interni del regime nazigolpista, è tornato a sollecitare l’elaborazione di scenari di forza per riportare il Donbass sotto il controllo di Kiev: l‘esercito deve fare il proprio lavoro, ha detto Avakov; deve mettere a punto uno scenario ben articolato per la liberazione non solo della Crimea, ma anche dei «territori sequestrati dall’aggressore utilizzando tutte le moderne forme di armi e strategie». I generali ucraini, ha affermato Avakov, dovrebbero lasciare ai diplomatici la tesi sul ritorno del Donbass “esclusivamente per via diplomatica“.
È dunque in questo clima che si è consumata l’operazione di rapimento da parte ucraina.
Sul banditesco sequestro di Andrej Kosjak, riportiamo per intero la dichiarazione rilasciata il 20 ottobre da Oleg Akimov, Presidente dell’Unione delle comunità della regione di Lugansk.
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Il 13 ottobre 2021, si è verificato un caso eclatante e senza precedenti nell’area di disimpegno di forze e mezzi bellici nella zona di Zolotoe: in violazione di tutti gli accordi, sabotatori ucraini hanno sequestrato Andrej Kosjak, rappresentante della LNR al Centro congiunto per il controllo e il coordinamento del regime di cessate il fuoco. Il sequestro, messo in atto con l’uso delle armi, è avvenuto in un’area cui si estendono le garanzie di sicurezza date dalla parte ucraina.
Mentre nel corso della riunione del Gruppo di contatto, svoltasi lo stesso giorno, il capo della missione di monitoraggio del OSCE in Ucraina, Yashar Halit Cevik, dichiarava che la questione del rilascio di Kosjak era già stata risolta e che una pattuglia della missione di monitoraggio stava recandosi sul luogo dell’incidente, un ufficiale del Centro congiunto di controllo era costretto a rimanere in un affossamento, con gli occhi bendati e evidenti segni di violenze.
Con la cattura di un osservatore della Repubblica, Kiev mina la fiducia nel sistema di garanzie di sicurezza reciproca, viola gli accordi sul cessate il fuoco precedentemente firmati e blocca anche il meccanismo del Centro congiunto di controllo nella sua attuale composizione.
A tutto il 20 ottobre 2021, sono già sette giorni che le forze militari di Kiev trattengono illegalmente l’ufficiale della rappresentanza della LNR presso il Centro congiunto per il controllo e il coordinamento del regime di cessate il fuoco Andrej Kosjak.
Esigiamo che la parte ucraina riconsideri immediatamente la propria posizione, rilasci l’ufficiale dell’ufficio di rappresentanza della LNR al Centro congiunto per il controllo e il coordinamento del cessate il fuoco Andrej Kosjak, detenuto illegalmente, cessi le perfide e flagranti provocazioni sulla linea di contatto in Donbass e torni all’attuazione degli accordi di Minsk.
Fonte
18/05/2021
Il “Manifesto della gioventù del Donbass”
A Krasnodon, nella Repubblica popolare di Lugansk, i leader delle organizzazioni giovanili di LNR e DNR hanno reso pubblico il manifesto con cui si rivolgono alla gioventù di vari paesi, compresa la gioventù ucraina.
I giovani delle repubbliche del Donbass esortano i loro coetanei a non essere apolitici, a essere responsabili e prender parte allo sviluppo dei loro paesi, a salvaguardare la storia, le tradizioni, la cultura e la pace.
Il Manifesto è stato reso pubblico dal coordinatore del progetto “Giovane Guardia” del Movimento “Pace nella terra di Lugansk”, Daniil Stepankov e dal deputato del Consiglio del popolo della DNR, Kirill Makarov, a capo dell’Organizzazione “Giovane Repubblica”.
I giovani delle repubbliche del Donbass esortano i loro coetanei a non essere apolitici, a essere responsabili e prender parte allo sviluppo dei loro paesi, a salvaguardare la storia, le tradizioni, la cultura e la pace.
Il Manifesto è stato reso pubblico dal coordinatore del progetto “Giovane Guardia” del Movimento “Pace nella terra di Lugansk”, Daniil Stepankov e dal deputato del Consiglio del popolo della DNR, Kirill Makarov, a capo dell’Organizzazione “Giovane Repubblica”.
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Manifesto della Gioventù del Donbass
Manifesto della Gioventù del Donbass
Siamo giovani del Donbass! Viviamo sulla nostra terra natale. Rappresentiamo il suo presente e il suo futuro! Molti nostri coetanei conoscono la guerra solo dai manuali di storia e dai film. Noi, invece, conosciamo la guerra per la nostra stessa vita. E conosciamo anche l’autentica verità di questa guerra e comprendiamo anche il perché i nostri padri, le nostre madri, fratelli, sorelle sono stati costretti a versare il sangue, per difendere la propria casa, la propria Patria.
Siamo orgogliosi delle gesta dei nostri nonni e bisnonni, che difesero la nostra Patria e non dimenticheremo coloro che liberarono il mondo dal fascismo nella Grande Guerra Patriottica.
Ora la guerra non è solo sui campi di battaglia. Essa si combatte anche nelle menti delle persone. Il nemico cerca di sconfiggerci non solo con le armi. Cerca di riscrivere la storia, sostituire concetti e imporre valori a noi estranei.
Molti nostri coetanei, in altri paesi del mondo, hanno smesso di lottare e si sono arresi, così da dimenticare la propria identità, il proprio codice culturale, la propria storia. Al posto di queste, hanno accolto valori e orientamenti loro estranei. La nostra coscienza non ci permette di agire così! Siamo portatori di verità e di storia retta. E questa conoscenza, noi, al pari dei nostri padri, la trasmetteremo ai nostri figli.
La nostra generazione è stata testimone di una guerra terribile. Si dice che la storia abbia andamento ciclico e che tutto, in questo mondo, si ripeta. Ed ecco che, meno di un secolo dopo, a noi, giovane generazione, tocca difendere la memoria della Grande Vittoria dalle ignobili calunnie dei nemici. Non permetteremo loro di prendere il sopravvento!
Con orgoglio, metteremo di fronte agli occhi di tutto il mondo la verità storica sui soldati al fronte e i lavoratori delle retrovie. Sono stati loro, i veterani, che diedero a questo mondo la Grande Vittoria. E noi, preso questo testimone, lo passeremo con onore alle generazioni future, e non permetteremo a nessuno di riscrivere la storia.
Noi abbiamo la responsabilità dello sviluppo della nostra repubblica. E ancora noi, oggi, dobbiamo consolidare la sua statualità e orientare la sua politica. In un periodo in cui molti nostri coetanei sono apolitici, non sentono la responsabilità dell’ulteriore percorso del proprio paese, noi non possiamo rimanere inerti.
La politica giovanile, orientata come è al futuro, deve essere alla testa di un vettore di progresso. È venuto il tempo in cui sempre più giovani divengono coscienti che è passato il tempo del “da me non dipende nulla”. È arrivato il tempo del: “il futuro dipende solo da me”. I giovani costituiscono una forza di sviluppo positiva che rende il mondo diverso.
Noi siamo russi! Il Donbass ha una propria strategia e un percorso di sviluppo. È stato, è e sarà un bastione del mondo russo unito e indivisibile. Nessuno può imporci in quale lingua parlare e pensare. E dobbiamo ergerci a difesa di tutti i russi che vengono discriminati per lingua e nazionalità.
Abbiamo il dovere di conservare la nostra storia, difendere l’eredità culturale del mondo russo, la sua autenticità e le sue tradizioni, moltiplicarle e diffonderle in ogni modo. Siamo responsabili del nostro futuro felice, dei nostri figli, della generazione che si adopererà per il meglio, difenderà gli interessi del proprio popolo e la memoria del proprio passato.
Noi, gioventù del Donbass, ci rivolgiamo al mondo intero e, in particolare, a ogni giovane:
- abbiate cura della vostra patria, la più bella, cara, forte e onesta, l’unica che abbiate;
- studiate e conservate accuratamente la vostra storia, consolidatene la forza e la potenza;
- rispettate tradizioni, cultura, lingua e identità del vostro popolo;
- non dimenticate le gesta dei vostri nonni e bisnonni, aiutate in ogni modo le generazioni anziane, rispettate i veterani;
- manifestate attive posizioni civili, perché proprio voi siete il futuro del vostro stato e solo voi siete in grado di cambiarlo per il meglio;
- prendetevi cura della pace su tutta la Terra, perché questo è il bene più grande per tutta l’umanità, di cui noi, tutti insieme, abbiamo la responsabilità.
Ci rivolgiamo anche alla gioventù ucraina e la esortiamo a pensare al proprio futuro, a cercare di capire se l’attuale governo la stia portando verso un’autentica strada di sviluppo. Soprattutto, se sia un vero governo. A che prezzo stia svendendo i propri valori e ideali e cosa ottenga in cambio. Esortiamo la gioventù a riflettere in modo critico e con la propria testa, e non con la testa di politici diretti dall’esterno. È giunto il momento in cui si deve rispondere alla domanda: è giusta la strada che si sta seguendo?
Per quanto ci riguarda, sappiamo che il futuro è della nostra generazione e dipende proprio da noi in quale mondo vivremo!
Fonte
12/05/2021
Donbass: sette anni delle Repubbliche popolari
DNR e LNR
In occasione del 7° anniversario della proclamazione delle Repubbliche popolari di Lugansk e di Donetsk (il referendum sulla dichiarazione di indipendenza da Kiev si svolse l’11 maggio 2014, anche se ora le celebrazioni per la ricorrenza si tengono l’11 nella DNR e il 12 nella LNR) dal Donbass arriva un breve sunto della situazione e, soprattutto, un ricordo delle vittime civili dell’aggressione ucraina.
Il 7 aprile 2014, allorché l’allora facente funzioni di Presidente ucraino, il golpista Aleksandr Turčinov, annunciava l’adozione di “misure antiterrorismo nell’Ucraina orientale”, a Donetsk si proclamava la sovranità della Repubblica popolare (DNR) e si indiceva per l’11 maggio un referendum sullo status della regione. Il 27 aprile veniva proclamata la Repubblica popolare di Lugansk e anche qui si decideva di indire un referendum per l’autodeterminazione.
Il referendum si teneva l’11 maggio e il Sì raccoglieva il 89,7% nella DNR e il 96,2% nella LNR; il 12 maggio veniva proclamata la sovranità di DNR e LNR. Il 14 maggio era adottata la Costituzione della DNR e il 18 maggio della LNR.
Nella nota curata dalle Repubbliche popolari, si ricordano in particolare le piccole vittime causate dai bombardamenti ucraini nel solo mese di gennaio 2015, il “gennaio di sangue”, oltre al piccolo Vladislav, ucciso poco più di un mese fa in un villaggio alla periferia di Enakievo, rasa al suolo nel 1943 (si chiamava Oržonikidze) dalle truppe d’occupazione, anche italiane.
Purtroppo, i bambini di DNR e LNR morti sotto i colpi ucraini sono molti di più di quelli del tragico gennaio 2015: sono oltre cento, colpiti nei pressi delle proprie abitazioni, o in casa, o addirittura nelle aree aperte degli edifici scolastici, a testimonianza del carattere terroristico e disumano dell’aggressione condotta dal governo golpista di Kiev.
Già sei anni fa, l’ONU parlava di oltre seimila morti in Donbass, tra militari e civili, dal 15 aprile 2014 (la data in cui Turčinov aveva annunciato l’avvio della “fase militare” delle “operazioni antiterroristiche a est”) al 27 marzo 2015. Oggi, nei resoconti ufficiali, il numero è più che raddoppiato.
Insieme al tragico elenco delle vittime, la nota richiama alle proprie responsabilità in particolare la Missione OSCE, ben lontana dal garantire quel controllo “obiettivo e imparziale” che dovrebbe essere tra le sue priorità.
In occasione del 7° anniversario della proclamazione delle Repubbliche popolari di Lugansk e di Donetsk (il referendum sulla dichiarazione di indipendenza da Kiev si svolse l’11 maggio 2014, anche se ora le celebrazioni per la ricorrenza si tengono l’11 nella DNR e il 12 nella LNR) dal Donbass arriva un breve sunto della situazione e, soprattutto, un ricordo delle vittime civili dell’aggressione ucraina.
Il 7 aprile 2014, allorché l’allora facente funzioni di Presidente ucraino, il golpista Aleksandr Turčinov, annunciava l’adozione di “misure antiterrorismo nell’Ucraina orientale”, a Donetsk si proclamava la sovranità della Repubblica popolare (DNR) e si indiceva per l’11 maggio un referendum sullo status della regione. Il 27 aprile veniva proclamata la Repubblica popolare di Lugansk e anche qui si decideva di indire un referendum per l’autodeterminazione.
Il referendum si teneva l’11 maggio e il Sì raccoglieva il 89,7% nella DNR e il 96,2% nella LNR; il 12 maggio veniva proclamata la sovranità di DNR e LNR. Il 14 maggio era adottata la Costituzione della DNR e il 18 maggio della LNR.
Nella nota curata dalle Repubbliche popolari, si ricordano in particolare le piccole vittime causate dai bombardamenti ucraini nel solo mese di gennaio 2015, il “gennaio di sangue”, oltre al piccolo Vladislav, ucciso poco più di un mese fa in un villaggio alla periferia di Enakievo, rasa al suolo nel 1943 (si chiamava Oržonikidze) dalle truppe d’occupazione, anche italiane.
Purtroppo, i bambini di DNR e LNR morti sotto i colpi ucraini sono molti di più di quelli del tragico gennaio 2015: sono oltre cento, colpiti nei pressi delle proprie abitazioni, o in casa, o addirittura nelle aree aperte degli edifici scolastici, a testimonianza del carattere terroristico e disumano dell’aggressione condotta dal governo golpista di Kiev.
Già sei anni fa, l’ONU parlava di oltre seimila morti in Donbass, tra militari e civili, dal 15 aprile 2014 (la data in cui Turčinov aveva annunciato l’avvio della “fase militare” delle “operazioni antiterroristiche a est”) al 27 marzo 2015. Oggi, nei resoconti ufficiali, il numero è più che raddoppiato.
Insieme al tragico elenco delle vittime, la nota richiama alle proprie responsabilità in particolare la Missione OSCE, ben lontana dal garantire quel controllo “obiettivo e imparziale” che dovrebbe essere tra le sue priorità.
*****
La guerra in Donbass va avanti già da sette anni. Nonostante la firma degli accordi di pace e le ripetute proclamazioni di cessate il fuoco, le persone qui continuano a morire.
Secondo i dati del OSCE, dal 14 aprile 2014 al 15 settembre 2020, sono morti in Donbass non meno di 3.376 civili. E si parla esclusivamente di vittime confermate dalla Commissione speciale di monitoraggio del OSCE, rilevate in seguito a incontri con parenti delle vittime, o con personale medico.
I dati sui morti e sul numero dei bombardamenti vengono inseriti nei rapporti stilati pressoché quotidianamente, tranne la domenica e i giorni festivi. Rappresentano un testo arido, con un insieme di cifre e fatti, e dovrebbero rispecchiare l’informazione corrente sugli eventi che si verificano in LNR e DNR e nel territorio adiacente.
Per i profani, è abbastanza difficile raccapezzarsi su quei dati. Ma, per gli abitanti del Donbass, quelli non sono solo dati statistici. Si tratta di vittime innocenti.
La missione speciale di monitoraggio del OSCE in Ucraina ha iniziato i propri lavori il 21 marzo 2014. Dalla stessa denominazione della missione, è evidente come le sue funzioni siano quelle di controllo della situazione nella zona delle operazioni militari. E tale controllo deve essere necessariamente obiettivo e imparziale. Un ulteriore compito, non meno importante, è quello di uno stimolo multilaterale al dialogo tra le parti in conflitto.
Nel rapporto tematico del OSCE sulle vittime tra la popolazione civile nel periodo tra il gennaio 2017 e il settembre 2020, sono presenti alcuni grafici che evidenziano il rapporto tra il numero delle vittime nei diversi settori, compresi quelli controllati dal governo ucraino. Le statistiche mostrano che i morti e i feriti nei territori delle Repubbliche popolari sono di alcune volte superiori. La Speciale missione di monitoraggio del OSCE evidenzia il fatto dei continui martellamenti operati dall’esercito ucraino sulle posizioni di LNR e DNR. Ma, tale monitoraggio non implica alcuna conseguenza; questo, nonostante una delle linee di lavoro della Missione debba consistere nella risoluzione del conflitto armato: ma questa, in sette anni, non è mai avvenuta.
Tutti i crimini contro il popolo delle Repubbliche popolari sono raccolti nel “Libro bianco della Novorossija: vittime del terrore ucraino in Donbass: 2014 – inizio 2015”. Tale raccolta testimonia e dimostra le azioni delittuose del governo ucraino. Il volume fornisce anche una valutazione giuridica dei crimini accertati e delle uccisioni di massa; è completo di testimonianze fotografiche e di descrizioni dei luoghi in cui le tragedie hanno avuto luogo.
Nel solo mese di gennaio del 2015, la guerra si è portata via la vita di 11 piccoli abitanti del Donbass:
1- DNR – città di Šakhtërsk: in seguito a tiri di artiglierie, Vanja Voronov ha perso il braccio destro e tutte e due le gambe. Suo padre e il fratello minore sono morti sul posto;
2- DNR – città di Makeevka: la scolara Oksana Vojnarovskaja ha riportato numerose ferite da schegge. Suo padre è morto per schegge alla nuca;
3- LNR – città di Krjakova: in seguito ai colpi portati da sistemi reattivi, sono morte sul posto figlia, mamma e nonna;
4- DNR – città di Donetsk, rione Kirovskij: Artëm Bobrišev, di cinque anni, è morto in seguito ai tiri delle artiglierie; suo fratello maggiore ha riportato seri traumi, mentre la mamma ha perso la gamba destra;
5- DNR – città di Uglegorsk: Roman Misečko e Georgij Komarovskij erano in casa quando è iniziato il bombardamento. Un colpo è caduto direttamente sulla casa. Entrambi sono morti per i traumi mortali riportati;
6- DNR – città di Debal’tsevo: Artëm Lytkin è morto insieme a suo padre, come risultato dello scoppio di un ordigno dopo un massiccio bombardamento di artiglieria;
7- LNR – città di Stakhanov: Arina Gusak (5 anni) e la sua mamma, Natal’ja Evgen’evna Gusak, sono morte mentre si recavano all’asilo “Solnyško”, bersagliato delle forze ucraine con razzi “Uragan”;
8- DNR – città di Donetsk, rione Petrovskij: Saša Smirnov, 3 anni. Era in casa durante un bombardamento d’artiglieria. Un proiettile è caduto sulla casa, che è crollata. È morto insieme al babbo sotto le rovine della casa;
9- DNR – città di Debal’tsevo: Danila Makaev (nato nel 1998) è morto durante un bombardamento d’artiglieria;
10- DNR – città di Gorlovka: Vika Kukharčuk è morta insieme alla mamma sotto un bombardamento;
11- DNR – città di Uglegorsk: Dmitrij Poljak, otto anni. Morto per un proiettile caduto sulla casa.
A chi servono queste vittime? Perché le persone muoiono? Gli abitanti del Donbass auspicano sinceramente che non si ripeta mai più un tale “gennaio di sangue”.
Tuttavia, proprio un mese fa, il 2 aprile 2021, le forze ucraine hanno lanciato una mina da un drone, sul quartiere civile del villaggio di Aleksandrovskoe (DNR). Come risultato, un bambino di cinque anni è morto per le numerose ferite da schegge. La Speciale missione di monitoraggio del OSCE si è recata sul luogo della morte soltanto il 7 aprile, cioè cinque giorni dopo la tragedia...
I fatti rimangono tali: in sette anni la situazione non è mutata in modo radicale. DNR e LNR subiscono regolarmente i bombardamenti, gli accordi di Minsk vengono ignorati, mentre l’Ucraina non vuole condurre un dialogo di pace e blocca ogni iniziativa da parte delle Repubbliche.
Numerosi esperti e analisti ritengono che la Missione di monitoraggio del OSCE potrebbe farsi garante dell’adempimento degli accordi di Minsk per la regolazione del conflitto.
Ora, a presiedere l’Organizzazione, è la Svezia, col suo Ministro degli esteri Ann Linde, che ha rilevato come la soluzione del conflitto in Donbass costituisca una priorità per l’OSCE.
Da parte nostra, non lo confermiamo, né lo neghiamo. Solo il tempo potrà dimostrarlo. L’importante è che questo non avvenga a prezzo di vite umane.
Fonte
03/10/2019
Donbass: “formula Steinmeier” e bombardamenti ucraini
Il 1 ottobre, alla riunione del “Gruppo di contatto” per gli accordi di Minsk, le parti (DNR e LNR, Ucraina, Russia, OSCE) si sono accordate sulla “formula Steinmeier”, come primo passo obbligato per il proseguimento del “formato Normandia” sul Donbass. Il piano, presentato nel 2015 dall’allora Ministro degli esteri tedesco Frank-Walter Steinmeier, e accolto dal “quartetto normanno” (i Presidenti di Francia, Germania, Ucraina, Russia) prevede la concessione di uno “status speciale temporaneo” ad “alcuni distretti delle regioni di Donetsk e di Lugansk” – come noto, i territori di DNR e LNR non coincidono con l’intera area delle omonime regioni – per le elezioni locali, da tenersi secondo la legge ucraina; dopo la pubblicazione del rapporto OSCE sul voto, il Donbass godrà di definitivo status speciale.
Status approvato dalla Rada ucraina già dopo gli accordi di Minsk del febbraio 2015, ma mai entrato in vigore e mai rispettato da Kiev. Tra l’altro, a Donetsk fanno notare come i primi articoli del documento coincidano con le principali rivendicazioni delle Repubbliche popolari, tra cui: status della lingua russa, particolari regimi economici e di cooperazione con la Russia, rapporti con Kiev.
Nell’incontro di martedì a Minsk, si è concordata anche la separazione di mezzi e forze militari nelle aree di Petrovskoe e Zolotoe della LNR per il 7 ottobre. Il rappresentante russo al gruppo di contatto, Boris Gryzlov, ha sottolineato come l’accordo sia stato raggiunto solo grazie alle pressioni esercitate da Parigi e Berlino su Kiev che, alla precedente riunione, non aveva voluto firmare. Ma, a parere del politologo Pavel Rudjakov, il ruolo decisivo l’ha senz’altro giocato Washington: il rifiuto di Kučma, tre settimane fa e il suo assenso, oggi, indicano che “Kiev attendeva il segnale USA”.
Prevedibile, l’isteria dei neonazisti ucraini, che già martedì sera e poi di nuovo ieri avevano circondato il palazzo presidenziale, con fiaccole e insegne di “Svoboda”, “Natsionalnyj korpus”, “C14”; così come dell’ex primo golpista Petro Porošenko, della “martire” del gas Julija Timošenko. Già alla vigilia dell’accordo, l’ex rappresentante ucraino al sottogruppo sulle questioni politiche, Roman Bezsmertnyj aveva definito il progetto di documento “una trappola del Cremlino”. Resta a vedere quanto sincero sia l’entusiasmo per la firma manifestato dall’attore Vladimir Zelenskij. Alla Rada si è arrivati a dire che, formalmente, la parte ucraina non ha firmato il documento, ma ne ha solo approvato il testo.
Ma, come sempre, i più accaniti si rivelano essere gli ex. L’ex consigliere di Putin e ora senior advisor presso il Center for Global Liberty and Prosperity del Cato Institute americano, Andrej Illarionov dichiara all’ucraina Gordonua.com che “le parole di Zelenskij, secondo cui la formula Steinmeier è uno “spauracchio” insignificante, testimoniano o della sua incompetenza, o dell’intenzione di nascondere alla società la resa a Putin. Status speciale per il Donbass” dice Illarionov, significa che verrà liquidato “il carattere unitario dello stato, con il passaggio alla federazione, spinto da Putin.
Lo status speciale concesso dopo il rapporto OSCE, significa poi il trasferimento della sovranità statale a un soggetto straniero, l’OSCE, infarcito di agenti speciali russi”. Quanto la missione OSCE in Donbass sia “infarcita di agenti russi”, lo possono testimoniare gli abitanti di LNR e DNR, che vedono quegli “agenti russi” ben sistemati nelle loro sedi, al riparo dei bombardamenti ucraini, per impedire i quali non fanno praticamente nulla.
“Non è trascorsa nemmeno una settimana dalle dimissioni di Volker, che già sono cominciati i cambiamenti”, ha dichiarato il direttore del portale ucraino Strana.ua, Igor Gužva, notando però come la firma apposta dal rappresentante di Kiev, l’ex Presidente Leonid Kučma, rappresenti solo “l’inizio del viaggio. Ora la Rada deve adottare la legge sulle elezioni e anche fissarne la data. Senza questo, la “formula Steinmeier” è ancora un pezzo di carta”. Ed è difficile dargli torto, avendo alle spalle cinque anni di aggressione militare e di farse parlamentari ucraine sugli accordi di Minsk.
Tant’è che il politologo russo-ucraino Vladimir Kornilov ricorda per Ukraina.ru come lo stesso Kučma avesse firmato gli accordi di Minsk del 2015, ma poi, “in tutti questi anni, i capi ucraini non hanno fatto altro che spiegare perché l’Ucraina non li avrebbe rispettati, ma che per l’inadempimento avrebbe dovuto essere punita la Russia. Lo stesso ritornello comincerà ora di nuovo”.
Così che anche il politologo Aleksej Česnakov dichiara alla Tass che “preoccupa la dichiarazione di Zelenskij, secondo cui verrà adottata una nuova legge sullo status speciale del Donbass. Ciò ricorda il modo di Porošenko di sconfessare subito le proprie azioni. Con una mano sottoscrive la formula Steinmeier, e con l’altra dichiara che non è quello status speciale, che ce ne sarà uno diverso. La stessa voglia di Porošenko di castrare il processo di Minsk”.
Nella conferenza stampa convocata a Kiev subito la firma di martedì, Zelenskij ha infatti detto che le elezioni in Donbass non si terranno finché l’Ucraina non otterrà il controllo su tutte le frontiere con la Russia e aveva specificato sibillinamente che la formula Steinmeier dovrà essere “implementata in una nuova legge sullo status speciale”. Quella attuale, infatti, ancorché mai applicata, “è valida fino al 31 dicembre. Ci sarà una nuova legge che sarà messa a punto dal Parlamento dopo una discussione nella società”, ha detto; vale a dire: coi battaglioni neonazisti all’esterno della Rada e i deputati alla Parubij al suo interno.
Per quanto riguarda i diretti interessati, DNR e LNR, Denis Pušilin e Leonid Pasečnik hanno detto congiuntamente che le Repubbliche popolari proseguiranno i colloqui di Minsk con l’obiettivo finale della completa autodeterminazione. In una corposa dichiarazione ripresa dalla Tass, i leader delle due Repubbliche popolari hanno detto che “saremo noi stessi a decidere in che lingua parlare, quale sarà la nostra economia, come sarà formato il nostro sistema giudiziario, in che modo la milizia popolare difenderà i nostri cittadini, come ci integreremo con la Russia”.
E hanno aggiunto: “esortiamo il signor Zelenskij a non dettarci condizioni. Quando dice che le elezioni nel Donbass si terranno solo quando l’Ucraina conseguirà il controllo delle frontiere, non comprende che non spetta a lui, ma a noi, decidere quando terremo le elezioni. Kiev non otterrà alcun controllo sui confini”. Inoltre, il “signor Zelenskij ha parlato di una nuova legge sullo status speciale. Molte cose non ci piacciono nella redazione attuale, in cui Porošenko ha voluto inserire clausole inaccettabili. Ma in essa ci sono anche punti importanti, che non possono esser cambiati. Eventuali modifiche dovranno essere concordate con noi. In caso contrario, le considereremo una volgare violazione degli accordi di Minsk, che per noi diverranno giuridicamente nulli”.
Con lucido sguardo, Julija Vitjazeva, su news-front.info scrive che “se il desiderio degli ucraini di fermare la guerra fosse sincero, essi si sarebbero appigliati a ogni chance. Avrebbero obbligato Porošenko a rispettare gli accordi di Minsk. Applaudirebbero ora Zelenskij per la firma della formula Steinmeier. Soprattutto, avrebbero da tempo manifestato il desiderio di lasciar andare il Donbass e salvare così la vita dei propri soldati. Se i patrioti ucraini volessero davvero la pace per il proprio paese, ora, sulla loro ottusa majdan, canterebbero di gioia e lancerebbero petardi. Ma loro non hanno bisogno della pace. Sono pronti a mandare al macello i propri e uccidere senza pietà chi si trova dall’altra parte del fronte”.
È così che, mentre a Minsk stava per esser sottoscritto il piano di Steinmeier, Zajtsevo, Luganskoe, Dokučaevsk, Leninskoe, Kominternovo, Sakhanka, il villaggio minerario di Trudovskaja erano ancora sotto il tiro di mortai, lanciagranate, mezzi blindati, mitragliatrici pesanti della 53° Brigata ucraina. E ieri reparti della 72° Brigata hanno martellato con mortai e lanciagranate Pervomajsk, nella LNR. “Formula Zelenskij”.
Fonte
Status approvato dalla Rada ucraina già dopo gli accordi di Minsk del febbraio 2015, ma mai entrato in vigore e mai rispettato da Kiev. Tra l’altro, a Donetsk fanno notare come i primi articoli del documento coincidano con le principali rivendicazioni delle Repubbliche popolari, tra cui: status della lingua russa, particolari regimi economici e di cooperazione con la Russia, rapporti con Kiev.
Nell’incontro di martedì a Minsk, si è concordata anche la separazione di mezzi e forze militari nelle aree di Petrovskoe e Zolotoe della LNR per il 7 ottobre. Il rappresentante russo al gruppo di contatto, Boris Gryzlov, ha sottolineato come l’accordo sia stato raggiunto solo grazie alle pressioni esercitate da Parigi e Berlino su Kiev che, alla precedente riunione, non aveva voluto firmare. Ma, a parere del politologo Pavel Rudjakov, il ruolo decisivo l’ha senz’altro giocato Washington: il rifiuto di Kučma, tre settimane fa e il suo assenso, oggi, indicano che “Kiev attendeva il segnale USA”.
Prevedibile, l’isteria dei neonazisti ucraini, che già martedì sera e poi di nuovo ieri avevano circondato il palazzo presidenziale, con fiaccole e insegne di “Svoboda”, “Natsionalnyj korpus”, “C14”; così come dell’ex primo golpista Petro Porošenko, della “martire” del gas Julija Timošenko. Già alla vigilia dell’accordo, l’ex rappresentante ucraino al sottogruppo sulle questioni politiche, Roman Bezsmertnyj aveva definito il progetto di documento “una trappola del Cremlino”. Resta a vedere quanto sincero sia l’entusiasmo per la firma manifestato dall’attore Vladimir Zelenskij. Alla Rada si è arrivati a dire che, formalmente, la parte ucraina non ha firmato il documento, ma ne ha solo approvato il testo.
Ma, come sempre, i più accaniti si rivelano essere gli ex. L’ex consigliere di Putin e ora senior advisor presso il Center for Global Liberty and Prosperity del Cato Institute americano, Andrej Illarionov dichiara all’ucraina Gordonua.com che “le parole di Zelenskij, secondo cui la formula Steinmeier è uno “spauracchio” insignificante, testimoniano o della sua incompetenza, o dell’intenzione di nascondere alla società la resa a Putin. Status speciale per il Donbass” dice Illarionov, significa che verrà liquidato “il carattere unitario dello stato, con il passaggio alla federazione, spinto da Putin.
Lo status speciale concesso dopo il rapporto OSCE, significa poi il trasferimento della sovranità statale a un soggetto straniero, l’OSCE, infarcito di agenti speciali russi”. Quanto la missione OSCE in Donbass sia “infarcita di agenti russi”, lo possono testimoniare gli abitanti di LNR e DNR, che vedono quegli “agenti russi” ben sistemati nelle loro sedi, al riparo dei bombardamenti ucraini, per impedire i quali non fanno praticamente nulla.
“Non è trascorsa nemmeno una settimana dalle dimissioni di Volker, che già sono cominciati i cambiamenti”, ha dichiarato il direttore del portale ucraino Strana.ua, Igor Gužva, notando però come la firma apposta dal rappresentante di Kiev, l’ex Presidente Leonid Kučma, rappresenti solo “l’inizio del viaggio. Ora la Rada deve adottare la legge sulle elezioni e anche fissarne la data. Senza questo, la “formula Steinmeier” è ancora un pezzo di carta”. Ed è difficile dargli torto, avendo alle spalle cinque anni di aggressione militare e di farse parlamentari ucraine sugli accordi di Minsk.
Tant’è che il politologo russo-ucraino Vladimir Kornilov ricorda per Ukraina.ru come lo stesso Kučma avesse firmato gli accordi di Minsk del 2015, ma poi, “in tutti questi anni, i capi ucraini non hanno fatto altro che spiegare perché l’Ucraina non li avrebbe rispettati, ma che per l’inadempimento avrebbe dovuto essere punita la Russia. Lo stesso ritornello comincerà ora di nuovo”.
Così che anche il politologo Aleksej Česnakov dichiara alla Tass che “preoccupa la dichiarazione di Zelenskij, secondo cui verrà adottata una nuova legge sullo status speciale del Donbass. Ciò ricorda il modo di Porošenko di sconfessare subito le proprie azioni. Con una mano sottoscrive la formula Steinmeier, e con l’altra dichiara che non è quello status speciale, che ce ne sarà uno diverso. La stessa voglia di Porošenko di castrare il processo di Minsk”.
Nella conferenza stampa convocata a Kiev subito la firma di martedì, Zelenskij ha infatti detto che le elezioni in Donbass non si terranno finché l’Ucraina non otterrà il controllo su tutte le frontiere con la Russia e aveva specificato sibillinamente che la formula Steinmeier dovrà essere “implementata in una nuova legge sullo status speciale”. Quella attuale, infatti, ancorché mai applicata, “è valida fino al 31 dicembre. Ci sarà una nuova legge che sarà messa a punto dal Parlamento dopo una discussione nella società”, ha detto; vale a dire: coi battaglioni neonazisti all’esterno della Rada e i deputati alla Parubij al suo interno.
Per quanto riguarda i diretti interessati, DNR e LNR, Denis Pušilin e Leonid Pasečnik hanno detto congiuntamente che le Repubbliche popolari proseguiranno i colloqui di Minsk con l’obiettivo finale della completa autodeterminazione. In una corposa dichiarazione ripresa dalla Tass, i leader delle due Repubbliche popolari hanno detto che “saremo noi stessi a decidere in che lingua parlare, quale sarà la nostra economia, come sarà formato il nostro sistema giudiziario, in che modo la milizia popolare difenderà i nostri cittadini, come ci integreremo con la Russia”.
E hanno aggiunto: “esortiamo il signor Zelenskij a non dettarci condizioni. Quando dice che le elezioni nel Donbass si terranno solo quando l’Ucraina conseguirà il controllo delle frontiere, non comprende che non spetta a lui, ma a noi, decidere quando terremo le elezioni. Kiev non otterrà alcun controllo sui confini”. Inoltre, il “signor Zelenskij ha parlato di una nuova legge sullo status speciale. Molte cose non ci piacciono nella redazione attuale, in cui Porošenko ha voluto inserire clausole inaccettabili. Ma in essa ci sono anche punti importanti, che non possono esser cambiati. Eventuali modifiche dovranno essere concordate con noi. In caso contrario, le considereremo una volgare violazione degli accordi di Minsk, che per noi diverranno giuridicamente nulli”.
Con lucido sguardo, Julija Vitjazeva, su news-front.info scrive che “se il desiderio degli ucraini di fermare la guerra fosse sincero, essi si sarebbero appigliati a ogni chance. Avrebbero obbligato Porošenko a rispettare gli accordi di Minsk. Applaudirebbero ora Zelenskij per la firma della formula Steinmeier. Soprattutto, avrebbero da tempo manifestato il desiderio di lasciar andare il Donbass e salvare così la vita dei propri soldati. Se i patrioti ucraini volessero davvero la pace per il proprio paese, ora, sulla loro ottusa majdan, canterebbero di gioia e lancerebbero petardi. Ma loro non hanno bisogno della pace. Sono pronti a mandare al macello i propri e uccidere senza pietà chi si trova dall’altra parte del fronte”.
È così che, mentre a Minsk stava per esser sottoscritto il piano di Steinmeier, Zajtsevo, Luganskoe, Dokučaevsk, Leninskoe, Kominternovo, Sakhanka, il villaggio minerario di Trudovskaja erano ancora sotto il tiro di mortai, lanciagranate, mezzi blindati, mitragliatrici pesanti della 53° Brigata ucraina. E ieri reparti della 72° Brigata hanno martellato con mortai e lanciagranate Pervomajsk, nella LNR. “Formula Zelenskij”.
Fonte
06/05/2019
Donbass: aggressione ucraina e note interne
Nessuno si attendeva che l’arrivo del nuovo Presidente dell’Ucraina golpista, Vladimir Zelenskij (ma a Kiev devono ancora mettersi d’accordo se l’entrata ufficiale in carica sarà il 19 o il 27 maggio e lui stesso accenna al possibile scioglimento anticipato della Rada, in cui non ha alcuna maggioranza) potesse portare, quantomeno nell’immediato, a cambiamenti della situazione militare in Donbass. E infatti, mentre a Kiev si fanno più insistenti le notizie sul pool di giuristi già al lavoro su precise imputazioni contro Petro Porošenko, al fronte le notizie degli ultimi giorni parlano ancora di colpi di mortai e artiglierie sparati contro Lozovoe, Kalinovka, Logvinovo, Sanžarovka, Pervomajsk, Zolotoe-5, Donetsk, Frunze, Krasnyj Liman, nella DNR; contro Lebedinskoe, Trekhizbenka, Bogdanovka, Krjakovka e altri villaggi della LNR.
Colpito ieri il villaggio di Golmovskij, alla periferia nord di Gorlovka; un uomo è rimasto ferito e alcune costruzioni agricole sono andate a fuoco per i colpi di lanciagranate sparati in prossimità del punto di controllo di “Elenovka”. Sempre nella DNR, a sud di Donetsk, le milizie hanno sventato un tentativo di penetrazione di guastatori della 35° Brigata di fanteria di marina ucraina: uno dei sabotatori, abbandonato ferito, è morto successivamente, nonostante le cure mediche prestategli dal personale sanitario delle milizie.
Questa la situazione al fronte, dove le bande neonaziste ucraine sventolano sfacciatamente – l’ultimo episodio: due giorni fa a Marijnka – insegne del Terzo Reich.
Per quanto riguarda alcune questioni all’interno delle Repubbliche popolari, c’è da segnalare la nota dell’attivista tedesca Renate Kappe, membro del CC del DKP, pubblicata sull’organo del PC della DNR, Vperëd, a proposito della presenza in Donbass di elementi fascisti tedeschi. La nota tocca ancora una volta il tema della presenza nelle Repubbliche popolari – non tanto tra i reparti al fronte, quanto a livello “politico” pubblico – di figure che non hanno nulla a che fare con l’antifascismo.
Una questione, questa, che in qualche misura riguarda anche l’Italia e che ciclicamente viene provocatoriamente presa a pretesto da media e “democratici” di casa nostra per tentare di screditare la lotta delle milizie contro l’aggressione dei nazigolpisti ucraini. Una nota che si inquadra – non casualmente, Vperëd la pubblica proprio in questi giorni – sullo sfondo di alcune denunce che i comunisti della DNR hanno lanciato in occasione delle iniziative del 1 Maggio a Donetsk e che ancora una volta aprono interrogativi su dispute, o scontri aperti, che anche in passato hanno investito le leadership di DNR e LNR.
Nello specifico, il Segretario del PC della DNR, Boris Litvinov, ha denunciato il fatto che, nonostante gli accordi presi coi sindacati repubblicani, alcuni giovani “energumeni” gli avessero impedito di prender la parola, non solo insieme ai leader sindacali, durante il meeting del 1 Maggio in piazza Lenin, a Donetsk, ma anche successivamente, a meeting concluso, di fronte ai soli simpatizzanti comunisti.
“Il potere nella DNR non è popolare”, scriveva Litvinov il 2 maggio su Vperëd: “i dirigenti hanno mandato avanti quei giovani. Non ho nulla contro di loro, che non hanno fatto che eseguire la volontà dell’attuale potere; un potere non popolare, non socialista, che porta divisione nella nostra società”. Ancora più duro il Segretario del comitato cittadino di Donetsk del PC, Georgij Ruban: “Siamo abituati a che i comunisti siano perseguitati nell’Ucraina banderista. Ma che anche nella DNR si cominci la stessa politica di decomunistizzazione di Kiev, direte che è un nonsenso? Purtroppo no”.
Un miliziano internazionalista latinoamericano, membro del PC della DNR, ricorda come lo scorso novembre, al PC fosse stato impedito di prender parte alle elezioni per il Parlamento repubblicano e, riguardo alla “teppa di skinheads” che in piazza Lenin “ha spintonato gli anziani”, li definisce senza mezzi termini “teppisti fascisti, del tutto simili ai banderisti ucraini” e che, secondo le fonti del PC, “hanno organizzato quella sporca provocazione su indicazione di liberali, borghesi e nemici del popolo”.
Ed ecco la nota di Renate Kappe, che denuncia la presenza di Gunnar Lindeman, deputato al Land federale di Berlino per Alternative für Deutschland, tornato in più occasioni in Donbass, ora in veste di “osservatore” (nomi e cariche di elementi italiani sono noti e non importa qui riportarli) alle elezioni dello scorso autunno nella DNR, ora come partecipante alla tavola rotonda su “Abituale nazismo”, nella LNR.
In Donbass, scrive la Kappe, Lindeman afferma di opporsi alla guerra del regime di Kiev contro DNR e LNR; ma “è noto che i Paesi NATO, Germania inclusa, sostengono l’Ucraina in questa guerra. AfD è contro la NATO? Niente affatto. Le Repubbliche popolari stanno combattendo contro gli attuali seguaci di OUN-UPA, che durante la Grande Guerra Patriottica erano dalla parte dell’esercito tedesco fascista, ma il vicepresidente di AfD, Alexander Gauland ha ripetutamente affermato di essere orgoglioso dei soldati tedeschi e dei loro successi in entrambe le guerre mondiali”.
Dunque, continua la Kappe, “le dichiarazioni di AfD sull’amicizia con la Russia, così come il presunto sostegno al Donbass, possono spiegarsi, per un verso, con l’interesse di settori del capitale tedesco a beneficiare di relazioni economiche con la Russia. Per un altro verso, la popolazione tedesca, nonostante la propaganda anti-russa ufficiale, non considera la Russia una minaccia e AfD specula su questi sentimenti”.
La conclusione: “E’ del tutto incomprensibile come il membro di un partito che sostiene la politica aggressiva della NATO, rifiuta l’avvicinamento tra nazionalità diverse ed è fiero dell’esercito fascista tedesco, possa essere invitato alle iniziative antifasciste in Donbass. Lindeman non ha nulla a che fare con l’antifascismo o la solidarietà con le repubbliche in guerra. A questo proposito, è necessario rafforzare la solidarietà con i comunisti in Donbass e le forze di sinistra, per sostenere non solo la lotta delle repubbliche, ma anche per rafforzare le forze di sinistra in tutto il mondo”.
Che dire per quanto riguarda certi italici “amici” del Donbass? La nota della Kappe potrebbe ben valere il detto “dire a nuora perché suocera intenda”.
Fonte
Colpito ieri il villaggio di Golmovskij, alla periferia nord di Gorlovka; un uomo è rimasto ferito e alcune costruzioni agricole sono andate a fuoco per i colpi di lanciagranate sparati in prossimità del punto di controllo di “Elenovka”. Sempre nella DNR, a sud di Donetsk, le milizie hanno sventato un tentativo di penetrazione di guastatori della 35° Brigata di fanteria di marina ucraina: uno dei sabotatori, abbandonato ferito, è morto successivamente, nonostante le cure mediche prestategli dal personale sanitario delle milizie.
Questa la situazione al fronte, dove le bande neonaziste ucraine sventolano sfacciatamente – l’ultimo episodio: due giorni fa a Marijnka – insegne del Terzo Reich.
Per quanto riguarda alcune questioni all’interno delle Repubbliche popolari, c’è da segnalare la nota dell’attivista tedesca Renate Kappe, membro del CC del DKP, pubblicata sull’organo del PC della DNR, Vperëd, a proposito della presenza in Donbass di elementi fascisti tedeschi. La nota tocca ancora una volta il tema della presenza nelle Repubbliche popolari – non tanto tra i reparti al fronte, quanto a livello “politico” pubblico – di figure che non hanno nulla a che fare con l’antifascismo.
Una questione, questa, che in qualche misura riguarda anche l’Italia e che ciclicamente viene provocatoriamente presa a pretesto da media e “democratici” di casa nostra per tentare di screditare la lotta delle milizie contro l’aggressione dei nazigolpisti ucraini. Una nota che si inquadra – non casualmente, Vperëd la pubblica proprio in questi giorni – sullo sfondo di alcune denunce che i comunisti della DNR hanno lanciato in occasione delle iniziative del 1 Maggio a Donetsk e che ancora una volta aprono interrogativi su dispute, o scontri aperti, che anche in passato hanno investito le leadership di DNR e LNR.
Nello specifico, il Segretario del PC della DNR, Boris Litvinov, ha denunciato il fatto che, nonostante gli accordi presi coi sindacati repubblicani, alcuni giovani “energumeni” gli avessero impedito di prender la parola, non solo insieme ai leader sindacali, durante il meeting del 1 Maggio in piazza Lenin, a Donetsk, ma anche successivamente, a meeting concluso, di fronte ai soli simpatizzanti comunisti.
“Il potere nella DNR non è popolare”, scriveva Litvinov il 2 maggio su Vperëd: “i dirigenti hanno mandato avanti quei giovani. Non ho nulla contro di loro, che non hanno fatto che eseguire la volontà dell’attuale potere; un potere non popolare, non socialista, che porta divisione nella nostra società”. Ancora più duro il Segretario del comitato cittadino di Donetsk del PC, Georgij Ruban: “Siamo abituati a che i comunisti siano perseguitati nell’Ucraina banderista. Ma che anche nella DNR si cominci la stessa politica di decomunistizzazione di Kiev, direte che è un nonsenso? Purtroppo no”.
Un miliziano internazionalista latinoamericano, membro del PC della DNR, ricorda come lo scorso novembre, al PC fosse stato impedito di prender parte alle elezioni per il Parlamento repubblicano e, riguardo alla “teppa di skinheads” che in piazza Lenin “ha spintonato gli anziani”, li definisce senza mezzi termini “teppisti fascisti, del tutto simili ai banderisti ucraini” e che, secondo le fonti del PC, “hanno organizzato quella sporca provocazione su indicazione di liberali, borghesi e nemici del popolo”.
Ed ecco la nota di Renate Kappe, che denuncia la presenza di Gunnar Lindeman, deputato al Land federale di Berlino per Alternative für Deutschland, tornato in più occasioni in Donbass, ora in veste di “osservatore” (nomi e cariche di elementi italiani sono noti e non importa qui riportarli) alle elezioni dello scorso autunno nella DNR, ora come partecipante alla tavola rotonda su “Abituale nazismo”, nella LNR.
In Donbass, scrive la Kappe, Lindeman afferma di opporsi alla guerra del regime di Kiev contro DNR e LNR; ma “è noto che i Paesi NATO, Germania inclusa, sostengono l’Ucraina in questa guerra. AfD è contro la NATO? Niente affatto. Le Repubbliche popolari stanno combattendo contro gli attuali seguaci di OUN-UPA, che durante la Grande Guerra Patriottica erano dalla parte dell’esercito tedesco fascista, ma il vicepresidente di AfD, Alexander Gauland ha ripetutamente affermato di essere orgoglioso dei soldati tedeschi e dei loro successi in entrambe le guerre mondiali”.
Dunque, continua la Kappe, “le dichiarazioni di AfD sull’amicizia con la Russia, così come il presunto sostegno al Donbass, possono spiegarsi, per un verso, con l’interesse di settori del capitale tedesco a beneficiare di relazioni economiche con la Russia. Per un altro verso, la popolazione tedesca, nonostante la propaganda anti-russa ufficiale, non considera la Russia una minaccia e AfD specula su questi sentimenti”.
La conclusione: “E’ del tutto incomprensibile come il membro di un partito che sostiene la politica aggressiva della NATO, rifiuta l’avvicinamento tra nazionalità diverse ed è fiero dell’esercito fascista tedesco, possa essere invitato alle iniziative antifasciste in Donbass. Lindeman non ha nulla a che fare con l’antifascismo o la solidarietà con le repubbliche in guerra. A questo proposito, è necessario rafforzare la solidarietà con i comunisti in Donbass e le forze di sinistra, per sostenere non solo la lotta delle repubbliche, ma anche per rafforzare le forze di sinistra in tutto il mondo”.
Che dire per quanto riguarda certi italici “amici” del Donbass? La nota della Kappe potrebbe ben valere il detto “dire a nuora perché suocera intenda”.
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